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SAN LUCA E MARIA

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SAN LUCA E MARIA

Inserito Mercoledi 22 Giugno 2011,

dal libro di Pier Luigi Guiducci, Camminare con «Lei», Editrice Elle Di Ci, Leumann 1988, pp. 47-51.

L’evangelista Luca (forma contratta di Lucano) non è un ebreo. Fin dal sec. II la tradizione lo indica come siriano, nativo di Antiochia. Medico, si converte al cristianesimo o al tempo della fuga dei cristiani da Gerusalemme per la persecuzione giudea che vede il martirio di Stefano (At 7,54-60), o durante l’apostolato di Barnaba e Paolo ad Antiochia intorno al 43-44 d.C.
Diventa discepolo e collaboratore di Paolo. Negli anni 49-50 e 52-53 è con l’apostolo nel secondo viaggio; e nel terzo (anni 53-58) sta con lui anche a Gerusalemme dove incontra i primi testimoni di Cristo. Rimane poi due anni (58-60) in Palestina, a Cesarea, per aiutare Paolo in prigionia.
Il suo impegno e la fedeltà verso l’apostolo sono testimoniati, tra l’altro, da un passo della seconda lettera di Paolo a Timoteo: «…solo Luca è con me» (2 Tm 4,11).
Tra il 65 e il 70 d C. Luca prepara il testo del Vangelo,1 iniziativa che ha già due precedenti in Marco e in Matteo. Successivamente scrive gli «Atti degli Apostoli»2 terminati o prima della fine della detenzione di Paolo a Roma, o dopo la morte dell’apostolo, avvenuta nell’anno 67 d.C.

Particolarità del prologo evangelico lucano
Osservando, in particolare, l’inizio del Vangelo di Luca un dato colpisce subito lo studioso.
Mentre Marco presenta un prologo da catechista (sintesi cristologica con finalità catechetica), Matteo un prologo da scriba (aperto alla sensibilità giudaica dei suoi destinatari annota i vari rapporti tra Gesù e il popolo giudaico), Giovanni un prologo da teologo (rapporto tra Gesù di Nazaret e il Padre: prima e durante l’Incarnazione), Luca, invece, intende imprimere un taglio da storico.
Che significa questo? Vuol dire che:
- osservando i diversi tentativi di raccolta di fatti e parole di Gesù (Lc 1,1) attraverso scritti aventi una finalità catechetica;
- meditando sulla caratteristica degli avvenimenti inerenti il Figlio di Dio;
- e avendo come primaria fonte documentaria gli stessi testimoni dell’evento redentivo, i quali rivestono il ruolo di ministri della Parola,3
l’azione di Luca tende a collegare in modo esplicito la realtà e gli effetti dell’Incarnazione con la diakonia dei primi evangelizzatori. Il «tempo di Gesù» ha il suo naturale proseguimento nel «tempo della Chiesa», in una visione unitaria della Storia della Salvezza.

La metodologia
Per raggiungere il suo obiettivo, Luca sviluppa un metodo di lavoro articolato secondo alcune fasi:
- ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi (Lc 1,3);
- stesura di un resoconto ordinato;
- collocazione degli eventi nell’ambito di un impegno catechetico al fine di confermare nella fede i nuovi cristiani (Lc 1,4).

L’importanza delle fonti
Evidentemente, davanti a un impegno così serio di preparazione del vangelo, scatta in chi legge il prologo di Luca un vivo interesse a conoscere le fonti utilizzate dallo scrittore.
Gli studiosi ne hanno evidenziate alcune: precedenti vangeli,4 documenti di provenienza palestinese e gerosolimitana in specie, testimoni della «vicenda Gesù» attivi all’interno delle prime Chiese locali.
Unitamente a ciò, determinati dati informativi rappresentano di fatto una indicazione offerta dallo stesso evangelista.
Luca infatti sottolinea che:
- le sue ricerche vengono effettuate fin dall’inizio dei fatti descritti (un’ora storica, cioè, che vede profondamente coinvolta la Vergine Maria);
- la Madre di Gesù conserva (e quindi ricorda anche bene) nel suo cuore una serie di avvenimenti (Lc 2,19.51);
- la Madonna ha collegamenti sia con parenti (cf Lc 1,39-40; 8,19), sia con donne (cf At 1,14), sia con gli apostoli (cf At 1,13), sia con la prima comunità cristiana nel suo insieme (At 1-2).

Persone vicine a Maria e possibile colloquio con lei
A questo punto si potrebbe trarre una prima conseguenza. Se Maria è stata presente in alcuni momenti comunitari della vita ecclesiale, non deve essere stato difficile per Luca avvicinare persone che hanno conosciuto la Madre di Dio (gli apostoli, principalmente), o comunque non è da scartare la conoscenza lucana di una trasmissione di quei resoconti che racchiudono il «vangelo dell’infanzia», attuatasi con scritti apologetici gerosolimitani.5
L’approfondimento terminerebbe qui se il Vangelo di Luca non riservasse, invece, altre sorprese. Il testo dell’evangelista, infatti, specie nella parte iniziale, non si limita a descrivere con cura una serie di eventi indicando, contemporaneamente, una chiave di lettura.
Offre qualcosa di più. Dona anche annotazioni su stati d’animo della Vergine,6 su realtà intime.
Nascono di qui alcune considerazioni.
Quando Luca scrive il Vangelo, Zaccaria ed Elisabetta – già in età inoltrata all’epoca dell’annuncio della nascita del Battista – sono morti da tempo.
Dei pastori di Betlemme, testimoni della nascita di Gesù, potevano esser vivi solo i più giovani. Come rintracciarli?
Simeone, che abbraccia il Messia presentato al Tempio, era già allora alla vigilia dell’incontro con il Padre. Anna aveva 84 anni quando profetizza sul piccolo Gesù.
Morti i dottori che avevano colloquiato con «quel» Dodicenne. Tornato alla Patria celeste anche Giuseppe, padre legale del Cristo.
Chi poteva essere, allora, il testimone degli inizi?

Le realtà intime
Non basta. I dati di Luca riferiscono su quanto avviene all’interno della casa di Maria al tempo del fidanzamento e della vita nascosta. Riportano inoltre:
- il segreto del cuore e delle parole di Zaccaria, di Elisabetta, di Simeone;
- I’ansia della Madre durante lo smarrimento di Gesù.
C’è, poi, un fatto rilevante. Chi avrebbe osato affèrmare che, proprio in occasione di quello smarrimento, Maria e Giuseppe non avevano compreso il senso della risposta del Cristo?7

Qualche considerazione
Si può così trarre qualche orientamento dall’insieme dei dati raccolti.
Certamente l’evangelista Luca può aver conosciuto parenti di Gesù e donne vicine a Maria. Da essi (cf però anche Mc 6,1-6) può derivare, ad esempio, I’indicazione delle difficoltà che il Cristo incontra a Nazaret (Lc 4,14-30).
Ma tutto ciò non ostacola la valorizzazione di una contemporanea fonte di notizie: Maria stessa.8 Tale idea si conferma ogni volta che, leggendo lo scritto di Luca, ci si incontra con le impressioni, i pensieri, i moti intimi del cuore della Madre di Dio.9
Colpisce inoltre: l’attenzione tutta femminile nel ricordare le date collegate a gravidanze,10 la delicatezza con la quale ci si avvicina nel testo alla maternità di Elisabetta, l’affettuoso rispetto per Giuseppe,11 le parole di elogio nei confronti di persone incontrate negli anni dell’infanzia di Gesù…
Deriva di qui un fatto importante: la presenza di Maria nella vita della Chiesa vede anche l’influenza profonda della «testimone» sui primi evangelizzatori.
Ed è bello pensare, come qualcuno ha scritto, a una voluta conservazione dello stile ebraico12 nei primi due capitoli del Vangelo di Luca. Proprio allo scopo di non disperdere,13 di non dimenticare il timbro, la tonalità, il fremito, di una specifica voce femminile. Di «quella» voce.

NOTE SUL SITO

MARIA, LA DONNA PIÙ SENSUALE E SENSATA DELLA STORIA.

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MARIA, LA DONNA PIÙ SENSUALE E SENSATA DELLA STORIA.

C’era il profumo e il sospetto di una giornata qualsiasi quel mattino a Nazareth… Il giorno dopo Maria, donna feriale, riprese il lavoro quotidiano. S’intrufolò nella fila delle donne che andavano alla fontana, senza che alcun cenno lasciasse supporre alle compagne che nel suo seno tesseva l’Infinito.

Quella voce era stata simile ad un dolce arpeggio, come di perle gettate su un metallo prezioso: “Ave, Maria, straripante di grazia: il Signore è con te”. C’era profumo di pane e di bucato, di stoffe e di aromi mattutini, di letti da rifare e stoviglie da maneggiare. In quella casa stavano gli arnesi semplici di tutti i giorni: le stoffe sul lettuccio, i rotoli, il lume con la piccola brocca vicino, rami di pesco e rami di pero. C’era il profumo e il sospetto di una giornata qualsiasi quel mattino a Nazareth. Invece toccò a Maria, anonima donna di periferia, sperimentare in anteprima ciò che i discepoli sperimenteranno fra qualche anno: puoi anche sapere dove incontri Cristo ma non saprai mai dove Lui ti condurrà dopo averLo incontrato. L’unica cosa certa è che quella casa, modesta come chi vi abita, fra poco diventerà troppo piccola per contenere il gaudio di una promessa dilagante – “sarai madre dell’Altissimo” -; di una sorpresa che un piccolo cuore di donna, fosse anche quello della (Ma)donna, non può contenere. La sua ferialità intrigò pure l’Eterno che la Sua donna se la scelse proprio da là: dai rioni popolari, pieni di sudore e impregnati di concime. Dai quartieri bassi, dove i tuguri dei poveri, se rimangono ancora in piedi, è perchè si appoggiano a vicenda. L’ha scoperta lì, in mezzo alla gente, e se l’è fatta sua. Non c’erano trucchi spirituali! “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”: nessun Giusto aveva mai goduto di un simile saluto. E’ il più eclatante che sia mai stato indirizzato dal cielo alla terra: è sbalordimento completo per l’umile fidanzata del carpentiere Giuseppe. Tanto che deve intervenire direttamente il Cielo per reggerla: “non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”. Ma come può una ragazza portare il peso di una tale scommessa senza subirne le vertigini? Tra l’altro i conti non Le tornano: “non conosco uomo. Com’è possibile?”. Ci sono giorni nei quali anche il Cielo prova le vertigini: non ci sta ad essere presa in giro, racconta a quell’Angelo di passaggio la sua fatica d’essere rimasta vergine, l’umile appartenenza al rango dei semplici di cuore. Quest’istante poteva bloccare lo scorrere dell’Eterno nel tempo. Non devono essere stati attimi di serenità per l’Eterno. La prima volta che Maria apre bocca, il Cielo trema: pronuncerà cinque frasi e una canzone (il Magnificat). Tanto basta per aver fatto di Lei la donna più sensuale e sensata della storia. L’Angelo ha consegnato tutto il suo messaggio: nulla più è in suo potere, anche lui deve aspettare. Mi piace pensare che in quell’istante Maria abbia udito salire le suppliche angosciate di un mondo che attendeva quest’ora da millenni. E Lei lì, tutta china nello scrutare questo strano itinerario propostole, a immaginare a fondo tutti gli obblighi annessi e connessi. Per poi intuire che il cumulo di sofferenze che l’aspetteranno sarà proporzionato alla grandezza del titolo e della missione. É la resa di Maria, l’esatto opposto della rassegnazione: chi si rassegna decide di morire, chi si arrende a Lui diventa Cielo. “Eccomi, sono la serva del Signore. Sia fatto di me secondo la tua parola”. Libera Donna in libero Cielo: questa splendida creatura non si è lasciata espropriare della sua libertà neppure dal Creatore. Ma dicendo “eccomi” si è abbandonata a Lui con una libertà così grande da far si che l’Angelo abbia fatto ritorno in cielo recando al Signore un annuncio non meno gioioso di quello che aveva portato sulla terra nel viaggio di andata. Nulla era più scontato di quel sì; nulla fu più materno di quel cenno di capo arrecato da una sconosciuta Donna di Periferia. La vergine è pallida e guarda il Bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo volto è uno stupore ansioso che è comparso una volta soltanto su un viso umano. Perchè il Cristo è suo Figlio, carne della sua carne e sangue delle sue viscere. L’ha portato in grembo per nove mesi, gli offrì il seno, e il suo latte diventerà il sangue di Dio. Qualche volta la tentazione è così forte da farle dimenticare che è Dio. Lo stringe tra le braccia e dice: “bambino mio”. Ma altri momenti rimane interdetta e pensa: “lì c’è Dio”. E viene presa da un religioso orrore per quel Dio muto, per quel bambino che incute timore. Tutte le madri in qualche momento si sono arrestate così di fronte a quel frammento ribelle della loro carne che è già il loro bambino, sentendosi in esilio davanti a quella vita nuova che è stata fatta con la loro vita e che è abitata da pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato strappato più crudelmente di questo da sua madre, perchè è Dio e supera in tutti i modi ciò che essa può immaginare. Ma penso che ci siano anche altri momenti, fuggevoli e veloci, in cui essa avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo Figlio, il suo Bambino, è Dio. Lo guarda e pensa: “questo Dio è mio Figlio. Questa carne divina è mia carne. E’ fatto di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la forma della mia, mi assomiglia. E’ Dio che mi assomiglia”. Nessuna donna ha potuto avere il suo Dio per sé sola, un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che ride. E’ uno di questi momenti che dipingerei, se fossi pittore, Maria. (J.P.Sarthre) Il giorno dopo Maria, donna feriale, riprese il lavoro quotidiano. S’intrufolò nella fila delle donne che andavano alla fontana, senza che alcun cenno lasciasse supporre alle compagne che nel suo seno tesseva l’Infinito. Forse solo il sorriso aveva una gravità che non si era mai vista. Fra poco l’attenderà la sua prima processione: direzione Ain-Karin, al civico di Zaccaria ed Elisabetta. Perchè quando tu apri la tua porta a Dio non avrai più nessuna casa. Solo Lui.   (Teologo Borèl) Gennaio 2014 – autore: Don Marco Pozza

Publié dans:Maria Vergine |on 7 juin, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – IL GIORNO DEL SÌ

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PAPA FRANCESCO – IL GIORNO DEL SÌ

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il giorno del sì

Lunedì, 4 aprile 2016

«Sì»: per il cristiano non c’è altra risposta alla chiamata di Dio. E soprattutto non ci deve essere mai l’atteggiamento di chi fa finta di non capire e si gira dall’altra parte. È proprio nella solennità del’Annunciazione del Signore, lunedì mattina 4 aprile, che il Papa ha invitato a vivere una vera e propria «festa del sì», celebrando la messa nella cappella della Casa Santa Marta. E un «sì» convinto stamani lo hanno pronunciato i sacerdoti che hanno concelebrato con Francesco nel giorno del loro cinquantesimo anniversario di ordinazione. E anche le religiose vincenziane che lavorano a Santa Marta che hanno rinnovato i voti. «È tutta una storia che finisce e incomincia in questa solennità che oggi celebriamo: la storia dell’uomo, quando esce dal paradiso» ha voluto subito far notare il Papa all’inizio dell’omelia. Dopo il peccato, infatti, il Signore comanda all’uomo di camminare e riempire la terra: «Sii fecondo e vai avanti». Ma «il Signore era attento a quello che faceva l’uomo». Tanto che «alcune volte, quando l’uomo sbagliò, Lui punì l’uomo: pensiamo a Babele o al diluvio». Così Dio sempre «guardava cosa faceva l’uomo: a un certo punto, questo Dio che guardava e custodiva l’uomo, decise di fare un popolo e chiama nostro padre Abramo: “Esci dalla tua terra, dalla tua casa”». E Abramo «obbedì, ha detto “sì”» al Signore «ed è partito dalla sua terra senza sapere dove sarebbe andato». È «il primo “sì” del popolo di Dio». E proprio «con Abramo, Dio — che guardava il popolo — incominciò a “camminare con”. E camminò con Abramo: “Cammina nella mia presenza” gli ha detto».

Dio, ha spiegato il Papa, «fece poi lo stesso con Mosè, al quale a ottant’anni disse: “Fa’ questo”. E Mosè a ottant’anni — è anziano — dice “sì!”. E va a liberare il popolo».

Ma Dio, ha affermato ancora il Pontefice, «fece lo stesso con i profeti»: pensiamo per esempio a Isaia che, quando il Signore gli dice di andare a dire le cose al popolo, risponde di avere «le labbra impure». Ma «il Signore purifica le labbra di Isaia e Isaia dice “sì!”». E anche con Geremia, ha ricordato il Papa, avviene lo stesso: «Signore, io non so parlare, sono un ragazzino!» è la prima risposta del profeta. Ma Dio gli comanda di andare comunque e lui risponde «sì!». Sono «tanti, tanti» quelli «che hanno detto “sì”», è davvero una «umanità di uomini e donne anziani che hanno detto “sì” alla speranza del Signore». E nell’omelia Francesco ha voluto ricordare anche Simeone e Anna. «Oggi — ha spiegato — il Vangelo ci dice la fine di questa catena di “sì” e l’inizio di un altro “sì” che incomincia a crescere: il “sì” di Maria». Proprio «questo “sì” fa che Dio — ha affermato il Pontefice — non solo guardi come va l’uomo, non solo cammini con il suo popolo, ma che si faccia uno di noi e prenda la nostra carne». Infatti «il “sì” di Maria apre la porta al “sì” di Gesù: “Io vengo per fare la tua volontà”». E «questo “sì” che va con Gesù durante tutta la vita, fino alla croce: “Allontana da me questo calice, Padre, ma sia fatta la tua volontà”». È «in Gesù Cristo che, come dice Paolo ai corinzi, vi è il “sì” di Dio: Lui è il “sì”». «È una bella giornata — ha rimarcato il Papa — per ringraziare il Signore di averci insegnato questa strada del “sì”, ma anche per pensare alla nostra vita». Oltrettutto «alcuni di voi — ha detto rivolgendosi direttamente ai sacerdoti presenti alla messa — celebrano il cinquantesimo di sacerdozio: bella giornata per pensare ai “sì” della vostra vita». Ma «tutti noi, durante ogni giorno, dobbiamo dire “sì” o “no”, e pensare se sempre diciamo “sì” o tante volte ci nascondiamo, con la testa bassa, come Adamo e Eva, per non dire “no”» facendo finta di non capire «quello che Dio chiede». «Oggi è la festa del “sì”» ha rilanciato Francesco. Infatti «nel “sì” di Maria c’è il “sì” di tutta la storia della salvezza e incomincia lì l’ultimo “sì” dell’uomo e di Dio: lì Dio ricrea, come all’inizio con un “sì” ha fatto il mondo e l’uomo, quella bella creazione: con questo “sì” io vengo per fare la tua volontà e più meravigliosamente ricrea il mondo, ricrea tutti noi». È «il “sì” di Dio che ci santifica, che ci fa andare avanti in Gesù Cristo». Ecco perché oggi è la giornata giusta «per ringraziare il Signore e per domandarci: io sono uomo o donna del “sì” o sono uomo o donna del “no”? O sono uomo o donna che guardo un po’ dall’altra parte, per non rispondere?». Il Papa ha quindi espresso la speranza «che il Signore ci dia la grazia di entrare in questa strada di uomini e donne che hanno saputo dire il “sì”». E dopo aver avuto un pensiero per i sacerdoti, Francesco ha concluso rivolgendosi alle religiose della comunità di Santa Marta: «In questo momento, in silenzio, le suore che sono in questa Casa rinnoveranno i voti: lo fanno ogni anno, perché San Vincenzo era intelligente e sapeva che la missione che affidava loro era molto difficile, e per questo ha voluto che ogni anno rinnovassero i voti. Noi in silenzio accompagniamo la rinnovazione».

 

NATIVITÀ DELLA VERGINE MARIA -e- OMELIA ANGELO SCOLA

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NATIVITÀ DELLA VERGINE MARIA -e- OMELIA ANGELO SCOLA

La celebrazione della nascita della Beata Vergine Maria (l’unica, insieme a Giovanni Battista e a Gesù stesso, di cui si celebra non solo il trapasso, ma la nascita terrena) è stata introdotta dal papa Sergio I (687-701) nel solco della tradizione orientale.

La Natività, come tutte le principali festività mariane, è di origine orientale. Nella Chiesa romana è attestata con sicurezza verso la metà del secolo VII. Forse la datazione iniziale di questa festa risale alla consacrazione di una chiesa a Gerusalemme (dedicata a S. Anna) nelle vicinanze della piscina probativa.
Già la tradizione antica notava che nella Chiesa si celebra solo la Natività di due personaggi: S. Giovanni Battista e Maria Santissima. Evidentemente la ragione di fondo per Maria, oltre alla sua perfezione e dignità unica, è quella della sua posizione ed importanza in ordine alla salvezza. L’entrata nel mondo di questa creatura ha un rilievo unico, sovrapersonale, universale. La festività odierna si colloca pertanto in un rapporto immediato con la solennità dell’Immacolato concepimento e con quella dell’Annunciazione del Signore.

Predestinata ad essere la Madre del Salvatore
La festa della Natività di Maria si ricollega ed è un prolungamento di quella del suo Immacolato Concepimento, di cui ripete i motivi, le espressioni di lode, ammirazione ed esultanza.
La Natività di Maria è « speranza e aurora di salvezza al mondo intero ». In Lei e con Lei le promesse diventano ormai speranza certa. Quello che è stato sospirato, desiderato, atteso, con la Natività di Maria diviene inizio del compimento dell’opera salvifica. Il concetto è espresso con un’immagine bellissima e particolarmente significativa in ordine al mutarsi dei tempi della salvezza: Maria compare nella scena di questo mondo come l’aurora che annuncia e precede il sorgere del sole.
Dio ha scelto Maria per diventare la Madre di Gesù Cristo. Secondo la fede della Chiesa, tutta la persona e l’esistenza di Maria sono improntate a questa chiamata eccezionale. Questo è il motivo per cui noi guardiamo al suo ingresso in questo mondo, alla sua nascita, con venerazione e con riconoscenza; e anche se la data esatta di questa nascita non ci è nota, essa cade inequivocabilmente negli anni immediatamente precedenti quella santa notte di Betlemme.
È volontà di Dio che noi diventiamo fratelli e sorelle di Gesù e che « prendiamo parte alla sostanza e alla forma di suo Figlio »; in Gesù egli ha « reso giusti » e « glorificato » già tutti coloro che ha chiamato alla sua sequela. Meravigliose parole dell’apostolo, in cui la Chiesa riconosce la parola di Dio stesso! Sì, grandi cose il Signore ha fatto rendendoci membri della sua Chiesa. Una gioia e una riconoscenza spontanee devono sgorgare dal nostro cuore; la nostra risposta deve essere quella di amare Dio con il corpo e con l’anima, con il cuore e con la ragione, con tutte le nostre forze.
Solo allora anche su di noi si potrà adempiere quanto la lettera di San Paolo afferma grandiosamente all’inizio: « Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (cf. Rm 8, 28-30). Come sono diventate vere queste parole per Gesù stesso, che attraverso il sacrificio della sua vita è divenuto il nostro Redentore; ma come sono diventate vere anche per Maria, la prima redenta, che per amore del Figlio è rimasta preservata dal peccato ed è quindi divenuta la Madre di tutti i redenti.
In questo modo Maria, attraverso la sua vocazione ad essere la Madre di Cristo, partecipa in misura particolare a quella chiamata comune, rivolta da Cristo a tutti gli uomini e che può essere realizzata in comunione con lui.
Se noi veneriamo il mistero della nascita di Maria con amore, ci renderemo conto sempre più chiaramente che mediante il suo « sì » e attraverso la sua maternità Dio è con noi.
Questo vale anche per quella primissima sorgente della comunità umana che noi chiamiamo famiglia. L’odierna festa della nascita di Maria e il mistero della nascita umana di Dio nel grembo della Sacra Famiglia guidano la nostra attenzione proprio sulla famiglia.
A ragione possiamo pensare che la Madre del Signore sia nata in una famiglia religiosa e devota. Maria stessa prega molto. Nel Magnificat, famosa lode della potenza e gloria del Signore, essa ci insegna l’indirizzo principale di ogni preghiera: « L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore » (Lc 1, 46-47). Cantate anche voi questa lode a Dio! Mostrate a Dio, mediante la fedele partecipazione alle celebrazioni eucaristiche della domenica e dei giorni feriali, che lo amate e onorate sopra ogni cosa e contemporaneamente siete pronti a dare a quest’amore un’espressione concreta e comunitaria! Andate al Signore eucaristico nel tabernacolo e pregate lì il Dio misteriosamente presente per voi stessi, per la vostra famiglia, per le vostre famiglie della vostra patria, per la famiglia dell’umanità e per la famiglia di Dio nella Chiesa! Esorto voi tutti, bambini, ragazzi e adulti, laici e sacerdoti, religiosi e religiose, sani e malati, impediti e attempati: pregate! Sì, mantenetevi fedeli alla preghiera quotidiana! La preghiera è la forza che veramente cambia e libera la nostra vita; nella preghiera avviene l’autentico « incontro con la vita ».

DA UN’OMELIA DEL PATRIARCA ANGELO SCOLA
Liturgia: Michea 5, 1-4a; dal Salmo 87; Rm 8, 28-30; Mt 1, 1-16. 18-23.
1. «Tutti là sono nati. … L’uno e l’altro è nato in essa. … Là costui è nato. … Il Signore ha posto in te le sorgenti della vita» (Salmo Responsoriale, 87). La Liturgia dell’odierna Solennità è tutta tramata dal tema della nascita. Commentando questo Salmo Sant’Agostino esclama: «L’Altissimo ha fondato questa città per nascervi, allo stesso modo che ha creato sua madre per nascere da lei. Quale promessa, quale speranza, fratelli miei! Ecco per noi l’Altissimo, che ha fondato la città, le dice: Madre!» (Sant’Agostino, Commento al Salmo 87).
La profezia di Michea, alludendo al tempo in cui sorgerà il Messia a Betlemme, riprende il tema della nascita. Afferma: «Quando colei che deve partorire partorirà…» (Mic 5,2, Prima Lettura).
Il Vangelo di Matteo che abbiamo sentito proclamare rivela il cuore della Festa di oggi: la nascita verginale di Gesù, a cui quella di Maria è ordinata. Ricostruendo puntigliosamente la genealogia di Gesù, da Abramo fino a Giuseppe, lo sposo di Maria, con quell’impressionante litania di nomi – noti e sconosciuti, giganti della fede ed empi, santi e peccatori… – Matteo ripete per decine di volte il potente «generò».
Il centro a cui conducono e da cui partono tutte le linee prospettiche della storia della salvezza, è la nascita nel corpo mortale del Figlio di Dio. In vista di questo mistero centrale fu decretata la nascita della Beata Vergine Maria.
Sotto la Sua speciale protezione Giovanni Tolomei volle mettere la sua persona, scegliendo il nome di Bernardo, un grande Padre del monachesimo innamorato della Vergine. Alla Natività di Maria ha intitolato la famiglia benedettina da lui fondata che per secoli ha custodito, servito e vivificato il Santuario di Nostra Signora del Pilastrello, di cui avete lungo tutto l’anno festeggiato il quinto centenario.
2. La nascita di Maria Vergine è, in un certo senso, lo spartiacque della storia della salvezza, come genialmente intuì, fin dal VII secolo, un Padre della Chiesa parlando della festa odierna: «L’ombra della notte si ritira all’appressarsi della luce del giorno… La presente festa è come una pietra di confine fra il Nuovo e l’Antico Testamento» (Andrea di Creta, Discorso 1; PG 97, 806-810).
Oggi dobbiamo ritornare a riflettere con forza sul significato del nascere e del generare. È necessario, perché la catena delle generazioni (dai bisnonni ai pronipoti) trovi un nuovo slancio educativo. La promessa di bene che il bambino incontra nella nascita e nei rapporti iniziali con i suoi cari è chiamata ad attuarsi mediante il compito della trasmissione e dell’assunzione del senso pieno della vita. Così Maria fece con Gesù. Così dobbiamo fare noi. La nascita non è solo un inizio biologico ma, come diceva il Servo di Dio Giovanni Paolo II, la nascita dipende dall’origine (genealogia), la cui ultima radice è il Padre creatore. Il Vangelo di oggi ce lo ha ricordato. I nostri bimbi non diventano uomini se non sono aiutati a scoprire questa origine. Tocca agli adulti (genitori ed educatori) questo compito affascinante e arduo di testimoniare ai figli la verità della vita nel concreto modo di amare (fidanzamento, matrimonio e famiglia) e di lavorare (professione, costruzione di vita buona).
Per questo rischioso compito educativo ci riempie di speranza l’affermazione di San Paolo ai Romani (Seconda Lettura): «Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati ciamati secondo il suo disegno» (Rm 8, 28).
3. Davide ed Abramo, nello scarno resoconto di Matteo, sono i due pilastri portanti dell’interminabile fuga delle arcate delle generazioni del popolo dell’Alleanza che conducono a Gesù. In Lui la genealogia salvifica si conclude e si compie, ma Egli è in Se stesso e per noi l’ultimo e il «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8, 29). In questo paradosso – che l’ultimo sia in realtà il primo – emerge con forza il mistero di Gesù Cristo. Egli è il disegno compiuto del Padre, l’ordo unico dell’uomo, della storia e del cosmo. In Lui, a Sua immagine, noi siamo stati «predestinati e creati, giustificati, chiamati alla gloria» (cfr. Rm 8, 29). Il disegno compiuto del Padre che, nello Spirito, svela la natura dell’uomo e della storia è Cristo Signore.
4. Con la nascita del Signore, a cui è stata ordinata la nascita della Vergine Sua Madre, entra nel mondo quella che Paolo non esita a definire come nuova creatura. Questa novità risplende in modo eminente nella Beata Vergine Maria, «speranza e aurora di salvezza per il mondo intero» (Postcommunio). Il monastero, immagine luminosa di tutta la comunità cristiana, è il configurarsi, nello spazio e nel tempo, della novità di vita portata da Cristo Signore. E la “cifra” di tale novità è l’amore di Dio, quel quaerere Deum di cui ha parlato il Santo Padre nell’indimenticabile visita al Collegio des Bernardins di un anno fa. Ma l’amore di Dio è inscindibile dall’amore dei fratelli: «Da’ quello che hai: te e tutto. Te e tutto disponi secondo la sua santissima volontà» (Bernardo Tolomei, Epistolario, Lettera N. 3. «… l’amore, trasformando l’amante nell’amato, fa di più cose una cosa sola» (op. cit., Lettera N. 7).
Con l’intercessione di Maria anche noi vogliamo almeno un poco imitare questa carità. Per il bene delle nostre persone e a favore di tutti i nostri fratelli uomini. Amen.

STUDI MARIANI / MARIA e i PADRI della CHIESA: LA SANTITA’ DI MARIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/studi/06-07/010-Santita_di_Maria.html

STUDI MARIANI / MARIA e i PADRI della CHIESA:  LA SANTITA’ DI MARIA

La più antica preghiera cristiana indirizzata alla Madonna è stata scoperta in Egitto. È diventata una delle più celebri antifone mariane:

« Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, o Santa Madre di Dio. Nelle nostre necessità non respingere le nostre suppliche, ma liberaci sempre da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta ». Risale all’inizio del terzo secolo ed in Egitto, proprio in questo periodo, viveva Origene (185-254), che era nato ad Alessandria, la grande metropoli, la seconda città dell’Impero Romano, per importanza e per numero di abitanti.

Un’intelligenza superiore Marco, discepolo di Pietro ed autore del secondo Vangelo, vi aveva annunciato la Buona Novella e fondato una comunità cristiana che non cessava di segnalarsi per la vitalità e la crescita. Origene era un personaggio di spicco di questa Chiesa. Dotato di una intelligenza straordinaria, è stato paragonato ad una specie di Platone dell’antichità cristiana. Nonostante la grande penuria di mezzi materiali che nell’antichità ostacolava l’attività scrittoria, egli ha composto un numero impressionante di libri, giunti a noi solo in parte. Per le sue doti di intelligenza e, soprattutto, di pietà, il suo vescovo Demetrio lo nominò direttore di una scuola di teologia, dove i catecumeni venivano preparati al Battesimo. Questa scuola si chiamava Didaskaleion. Origene possedeva una vasta cultura, che spaziava dalla filosofia alle lingue antiche. La sua passione era la Bibbia. Sin da bambino, accanto a suo padre, Leonide, un fervente cristiano che morirà martire, ne aveva imparato moltissimi brani a memoria.

Un metodo nuovo Origene commentò quasi tutti i Libri della Sacra Scrittura ed adoperò un metodo per interpretare la Bibbia che ebbe grande successo: l’allegoria. Per mezzo di questo metodo, il lettore, guidato dallo Spirito Santo, riesce a cogliere un significato nascosto, superiore, profondo in ogni parola della Bibbia. Nutriti da questo alimento, i cristiani si perfezionano sempre più e diventano, come Origene diceva, “spirituali”, per assomigliare sempre di più al Verbo divino. Nessuna meraviglia che Origene abbia visto nella Madonna il modello di tutti i cristiani che desiderano elevarsi dalla terra al cielo. In altre parole, Origene, commentando i passi del Vangelo che parlano della Madonna, ne ha messo in evidenza la sua eccellente santità. Valga ad esempio questa citazione, tratta dalle Omelie sul Vangelo di Luca, quando Origene interpreta allegoricamente le “montagne” della Giudea attraversate da Maria per andare a trovare sua cugina Elisabetta. “Era necessario anche che Maria, dopo il colloquio con l’angelo, salisse verso la montagna e dimorasse sulle vette. Per questo sta scritto: In quei giorni Maria si alzò e si recò alla montagna. Essa doveva ugualmente, poiché non era pigra nello zelo, affrettarsi sollecitamente e, ripiena di Spirito Santo, essere condotta sulle vette ed essere protetta dalla potenza di Dio, dalla cui ombra era stata ricoperta”. Le cime delle colline di Giuda sono il simbolo dei vertici nella vita spirituale. La Madonna, in quanto ripiena di Spirito Santo che è il promotore della santità, ne ha raggiunto dunque le sommità.

La discepola perfetta Tra i Padri della Chiesa (anche se questo titolo solo parzialmente può essere attribuito ad Origene, in quanto ha insegnato delle dottrine poi considerate erronee dalla Chiesa), Origene è il primo che mette in evidenza questo elemento della teologia e della devozione mariana: la Madonna come perfetta discepola di Cristo. Quando pensiamo e parliamo della Madonna, infatti, noi possiamo avere due diversi approcci. Il primo consiste nell’esaltare i suoi privilegi e perciò ricorrere alla sua potente intercessione. Il secondo, invece, sottolinea le virtù morali e teologali della Madonna, che pertanto viene considerata un modello, supremo, da imitare. Entrambi gli atteggiamenti sono importanti ed utili. Origene, senza dimenticare il primo, ha evidenziato anche il secondo e gli siamo grati. Talvolta, però, e solo molto raramente, la sua presentazione delle virtù della Madonna non è convincente, anche per inappropriato uso dell’allegoria. Che cosa rappresenta la “spada che trafigge l’anima di Maria”, secondo la profezia di Simeone nel Tempio? Per Origene è il simbolo delle incertezze e delle inquietudini che agiteranno l’anima della Madonna. Ecco il suo commento all’episodio della Presentazione nel Tempio: “E anche l’anima tua – di te, che sai di aver generato senza intervento di uomo, in stato di verginità, di te che hai udito da Gabriele: lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà – sarà trafitta dalla spada dell’infedeltà, sarà ferita dalla punta aguzza del dubbio. Pensieri contradditori ti dilanieranno quando vedrai che colui che avevi sentito chiamare «figlio di Dio» e sapevi essere nato senza intervento di uomo, è crocifisso e sta per morire, tormentato dai supplizi degli uomini”.

Secondo Origene, la fede della Madonna ha conosciuto dunque il dubbio. La redenzione di Cristo è universale Perché Origene incorre in questo errore? Perché la riflessione teologica della Chiesa non aveva ancora approfondito adeguatamente l’Immacolata Concezione di Maria. Maria, agli occhi di Origene, necessitava della Redenzione di Cristo e dunque, affetta dal peccato, aveva mancato in qualcosa. “Se la Vergine non subì lo scandalo durante la passione del Signore, Gesù non morì per i suoi peccati”. Origene pone dunque un problema giusto: la Redenzione di Cristo è universale, tutte le creature ne hanno beneficiato, compresa sua Madre. La soluzione che dà è però inesatta. Occorrerà attendere l’intuizione di un altro acuto teologo, vissuto molti secoli dopo, Duns Scoto, un francescano. La Redenzione di Cristo nei confronti della Madonna precede la sua concezione. Il fuoco di Grazia che divampa dalla Passione di Cristo ha eccezionalmente forgiato la santità perfetta della Madonna, esente da ogni dubbio e tanto più da ogni peccato, già prima della sua venuta all’esistenza. A parte questa “nota stonata”, Origene canta sempre le lodi di Maria. Egli è, per esempio, il primo ad adoperare un termine che i nostri fratelli cristiani dell’Oriente, cattolici ed ortodossi, amano molto per parlare della Madonna: panaghía, cioè “tutta santa”. A chi obiettava che nel Vangelo alcune espressioni di Gesù sembrerebbero mostrare una certa freddezza di Gesù verso sua Madre, Origene oppone un argomento risolutore: “Se Maria è stata proclamata beata dallo Spirito Santo, per bocca di Elisabetta, come il Signore avrebbe potuto rinnegarla?”. E, soprattutto, Origene, commentando le parole del Signore sulla Croce “ecco tuo figlio”, invita tutti i discepoli a fare come Giovanni, ad assomigliare a Gesù, dunque a farsi santi, per essere accolti come figli di e da Maria. “Chiunque infatti è perfetto, non è più lui a vivere, ma in lui vive Cristo; perciò quando si parla di lui a Maria, si dice: «ecco il tuo figlio, cioè Gesù Cristo»”. Seguendo questo insegnamento impartito da Origene, la devozione a Maria si salda con la ragione più profonda dell’essere cristiani, puntare alla “perfezione”, secondo l’espressione amata dal dottore alessandrino, o, praticare “la misura alta della vita cristiana”, per dirla con le parole coniate da un altro grandissimo devoto della Madonna, il Papa Giovanni Paolo II. Insomma, Maria e la santità: un binomio inscindibile.

Roberto SPATARO

LA FORZA DELLA FEDE E DELLA DEVOZIONE POPOLARE MARIANA, L’MMACOLATA CONCEZIONE – STEFANO DE FIORES

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LA FORZA DELLA FEDE E DELLA DEVOZIONE POPOLARE MARIANA, L’MMACOLATA CONCEZIONE

 STEFANO DE FIORES

Giustamente si ritiene che il sensus fidelium, per il fatto di essere un elemento costitutivo del sensus Ecclesiae, viene ad assumere un ruolo di fondamentale importanza nella definizione dogmatica di una verità di fede. – Il caso dell’Immacolata concezione. Un fatto chiaro si evince dalla storia del dogma dell’Immacolata concezione: la precedenza del senso cristiano popolare, intuitivamente a favore del privilegio mariano, sulla teologia a lungo ondeggiante pro o contro di esso e sul Magistero che si pronuncia in forma definitiva solo nel 1854. Non è certo facile documentare la fede popolare in quanto essa non si è espressa con scritti, ma con fatti, attività e iniziative di ordine cultuale o artistico. Spesso dovremo accontentarci della testimonianza indiretta offertaci da teologi, siano essi favorevoli o critici nei riguardi della fede popolare. Noi vogliamo parlarne, anche per l’esigenza ecumenica che si avverte oggi di riaprire il dossier sull’Immacolata concezione. Dall’Oriente ortodosso e dall’Occidente evangelico, infatti, si auspica un dialogo tra le Chiese cristiane che conduca ad una migliore conoscenza reciproca e forse anche ad una formulazione migliore e senz’altro più condivisibile.

Epoca patristica La prima indicazione circa l’origine straordinaria e santa di Maria si trova nel Protovangelo di Giacomo o Natività di Maria (II secolo), che racconta come Anna l’abbia concepita senza intervento di uomo essendo Gioacchino ancora nel deserto. Non si ha qui un dato storico attendibile, poiché l’autore dell’apocrifo non conosce bene la tradizione ebraica e scrive probabilmente in Egitto in un genere letterario chiaramente popolare e fantasioso che eserciterà molto influsso sulla gente e sugli artisti. Epifanio e, più tardi, Bernardo rigetteranno la versione della concezione verginale da parte di Anna. Tuttavia tale racconto, sorto in ambiente popolare, contiene certamente delle istanze teologiche e, pur non specificando l’assenza di peccato originale in Maria, rappresenta «una prima presa di coscienza intuitiva e mitica della santità perfetta e originale di Maria nella sua stessa concezione». Fino al Concilio di Nicea (325) non si hanno determinazioni particolari circa l’assenza di peccato ab initio in Maria, ma i Padri abbondano nell’esaltare la Tuttasanta con «epiteti ornanti», confermando l’alta idea che il popolo si era fatta di lei. Nella polemica pelagiana tale perfezione e dignità di Maria diviene un presupposto su cui puntano Pelagio (+ ca. 422) e Giuliano di Eclano (+ 454) e che lo stesso Agostino (+430) riferisce e condivide: cioè, che la Madre del Signore «va riconosciuta senza peccato dal nostro senso religioso». Di fronte ai due assertori dell’Immacolata concezione, che non la proponevano però in un contesto di dipendenza salvifica da Cristo, Agostino protesta: «Escludiamo dunque la santa Vergine Maria, nei riguardi della quale, per l’onore del Signore, non voglio si faccia questione alcuna di peccato». D’altra parte, il suo « traducianesimo » e il giusto principio della necessità della Redenzione gli impediscono di ammettere per Maria un’eccezione. Comunque egli respinge l’accusa di assoggettare Maria al diavolo – ciò che ripugnava alla coscienza cristiana – ricorrendo alla grazia della rigenerazione in un’espressione famosa, ma non priva di ambiguità: «Quanto a Maria, non la consegniamo affatto in potere al diavolo in conseguenza della sua nascita; tutt’altro, perché sosteniamo che questa conseguenza viene cancellata dalla grazia della rinascita». Nella posizione agostiniana negativa circa l’Immacolata concezione per motivi teologici, e tuttavia attenta alla pietà popolare, si intravede il contrasto tra dottrina dei colti e intuito del popolo, contrasto che si risolverà con la vittoria di quest’ultimo.

Medioevo Il ruolo trainante del popolo cristiano nella maturazione della teologia dell’Immacolata concezione è testimoniato espressamente da alcuni teologi a partire dal secolo XI. Si evidenzia un crescendo nel comportamento del popolo, che in un primo momento celebra senza problemi la festa della Concezione, poi si scandalizza allorché viene negato il privilegio mariano, infine reagisce anche violentemente contro gli assertori del peccato originale in Maria. Il benedettino Eadmero (+ ca. 1134), discepolo di Sant’Anselmo, nel suo Trattato sulla concezione della B. Maria Vergine oppone «la pura semplicità e l’umile devozione» dei poveri, i quali celebrano la festa della Concezione della Madre di Dio, alla «scienza superiore e disquisizione valente» dei ricchi ecclesiastici o secolari, che aboliscono la festa dichiarandola priva di fondamento. Eadmero opta senz’altro per i semplici, perché a loro e non ai superbi Dio si comunica, e «mosso dall’affetto della pietà e della sincera devozione per la Madre di Dio» si pronuncia per la concezione di Maria libera da ogni peccato. Nel 1435, durante il Concilio di Basilea, il canonico Giovanni di Romiroy si appella alla devozione popolare come al primo motivo che deve indurre i Padri conciliari a porre fine alla controversia circa l’Immacolata concezione. Si toglierebbe così l’occasione di scandalizzare il popolo cristiano, che viene offeso quando sente affermare che Maria è stata macchiata dal peccato originale.          

Epoca moderna Nel corso dei secoli la fede popolare si conferma a favore dell’Immacolata concezione, nonostante l’opposizione di una parte della teologia dotta. Nel Quattrocento la controversia sull’Immacolata concezione si acuisce soprattutto in occasione di dispute organizzate in cui intervengono i fautori delle due posizioni pro o contro. I fedeli che assistono reagiscono in genere a favore del privilegio mariano. Sono note la disputa di Imola (1474-75) da cui uscì vittorioso il domenicano Vincenzo Bandello, quella di Roma (1477) indetta da Sisto IV tra Bandello e il Ministro generale dei Minori Francesco Sanson che riportò la vittoria, quelle di Brescia, Ferrara, Firenze…, tutte della seconda metà del secolo. Tali dispute, e altrettanto si dica della predicazione, sono cause di scandalo o di violenze da parte dei fedeli, che per esempio rumoreggiano e vogliono lapidare il predicatore Battista da Levanto che si rifiuta di asserire apertamente il privilegio, o costringono alla prova del fuoco… Ma qui il senso dei fedeli non può essere preso in considerazione perché appare troppo diviso per l’una o l’altra sentenza. Progressivamente la posizione immacolista guadagna spazi sempre più vasti. Nel Cinquecento il domenicano Melchior Cano rivendica ai teologi saggi e competenti (e non al volgo) la facoltà di discernere la verità o falsità delle proposizioni in materia di fede. Egli infatti deve riconoscere che se questo compito appartenesse al popolo la questione circa l’Immacolata concezione sarebbe risolta, in quanto appena il volgo sente affermare che la Beata Vergine ha contratto il peccato originale, subito esso si sente «turbato, percosso, torturato». Anzi, anche in Spagna si rivela impossibile sostenere dal pulpito tale opinione, poiché il popolo reagisce contro i predicatori con mormorii, clamore e perfino violenze. Se Dionigi Certosino (+1471) pronuncia la parola «horremus» («inorridiamo») dinanzi all’attribuzione del peccato originale a Maria, G. Vasquez (+1604) riconosce che la credenza nell’Immacolata concezione è divenuta un fatto universale e profondamente radicato: «Essa è talmente cresciuta e inveterata con i secoli, da far sì che nessun uomo possa esserne staccato o smosso». Questa fede popolare si esprime nel secolo XVII con l’istituzione di varie Confraternite sotto il titolo dell’Immacolata concezione, con preghiere come l’aggiunta in qualche litania dell’invocazione «sancta Virgo praeservata» (Parigi 1586), con la dedica di cappelle o altari all’Immacolata, con numerose espressioni artistiche, quali 25 tele dedicate alla Purísima dal Murillo (+1685).

Il « Voto del sangue »Un movimento promozionale senza analogie si determina nel Seicento a partire dalle Università: quello includente il giuramento di difendere l’Immacolata concezione fino all’effusione del sangue. Ad emettere nel 1617 il votum sanguinis è l’Università di Granada, preceduta da quella di Siviglia e seguita dalle altre spagnole e da alcune italiane. Tale gesto si diffuse presto tra gli Ordini religiosi, i Santi, le Confraternite e i fedeli. Esso provocò pure una lunga controversia, iniziata con l’opposizione di L. A. Muratori (+1750) al cosiddetto «voto sanguinario». In varie opere pseudonime il celebre erudito ha attaccato questo voto bollandolo come imprudente, gravemente colpevole e ispirato da pietà non illuminata. Infatti, per lui non è lecito esporre la propria vita per un’opinione qual è appunto l’Immacolata concezione, non dichiarata di fede dal Magistero. La tesi muratoriana ha suscitato una levata di scudi in varie nazioni dell’Europa; la più efficace apologia resta quella di Sant’ Alfonso de Liguori (+1787). Questi ha contestato che affermare l’Immacolata concezione sia opinabile, in quanto esistono due motivi che garantiscono come certa questa dottrina: il consenso dei fedeli e la celebrazione universale della festa dell’Immacolata. Cade pertanto l’argomento del Muratori. Tra le risposte all’opera di Muratori è da ricordare quella del sacerdote ascolano Francesco Antonio Marcucci, fondatore delle Pie Operaie dell’Immacolata concezione, poi Vescovo di Montalto e Vicegerente di Roma (+1798). Nello scritto latino Causa Immaculatae Conceptionis (1743) a noi non pervenuto ma riassunto dallo stesso Marcucci nell’Orazione dell’Immacolata, sotto lo pseudonimo di Syllepsio Picentino, egli prende posizione nei confronti delle opere di Muratori De ingeniorum moderatione in religioso negotio (1714) e De superstitione vitanda sive censura voti sanguinarii in honorem Immaculatae Conceptionis (1740) in cui il grande erudito riteneva dell’Immacolata concezione un’opinione potenzialmente falsa e condannava il «voto di sangue».

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 7 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

MARIA INCINTA DI GESÙ – DI GIANFRANCO RAVASI

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MARIA INCINTA DI GESÙ – DI GIANFRANCO RAVASI

Mistero e sacralità del concepimento. C’è un bellissimo proverbio dei Berberi… che afferma: «Se una madre ha nel ventre il figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore».

C’è un bellissimo proverbio dei Berberi, popolazione discendente dagli antichi Egizi e stanziata nelle regioni montuose dell’Algeria e del Marocco, che afferma: «Se una madre ha nel ventre il figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore». Tutte le grandi culture e le più modeste hanno sempre celebrato con rispetto e amore la gestazione. Si legga, solo per fare un esempio a noi vicino, la stupenda strofa del Salmo 139 che canta la misteriosa azione di Dio che sta «tessendo» e «impastando» la creatura umana all’interno del grembo della madre, realizzando così un vero capolavoro: «Sei tu che hai creato i  miei reni, mi hai intessuto nel grembo di mia madre. Ti ringrazio perché con atti miracolosi mi hai fatto meraviglioso. Il mio scheletro non ti era nascosto quando fui plasmato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Anche l’embrione i tuoi occhi l’hanno visto e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni, già formati prima ancora che ne esistesse uno solo» (13-16). Le immagini sono quelle del tessitore e del vasaio: talora nell’arte egizia si raffigura nel grembo della donna incinta un tornio, simbolo del dio Khnum, il creatore. Giobbe, in un’altra strofa di grande suggestione, immagina che Dio sia nel grembo della madre – oltre che tessitore e vasaio – come un pastore che sta impastando una forma di cacio: «Sono state le tue mani a plasmarmi e a modellarmi in tutto il mio profilo (…) Come argilla mi hai maneggiato (…) Non mi hai forse colato come latte e fatto cagliare come cacio? Non mi hai rivestito di pelle e di carne, non mi hai intessuto di ossa e di tendini?» (10, 8-11). Secondo la curiosa scienza medica del tempo si riteneva che l’embrione fosse la semplice coagulazione del seme maschile, favorita dal mestruo della donna: tra l’altro, si deve notare che l’ovulo femminile verrà  identificato solo nel 1827 da Karl Ernst von Baer. Il libro biblico della Sapienza, infatti, mette in bocca a Salomone queste parole: «Fui formato di carne nel seno d’una madre, durante dieci mesi (lunari), consolidato nel sangue mestruale, frutto del seme d’un uomo e del piacere compagno del sonno» (7, 1-2). Ma c’è qualcosa di più nella Bibbia: Dio chiama il feto non solo a essere creatura umana ma anche a una vocazione, a un destino, a una meta che l’esistenza dovrà poi attuare. Quante volte si ripete che Isacco, Sansone, Samuele, Isaia, Geremia, lo stesso Israele, il Servo del Signore, il Battista, Paolo e così via sono stati chiamati da Dio fin dal «seno materno». Per tutti citiamo un passo del racconto della vocazione di Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni!» (1, 5). Un padre della Chiesa di Cappadocia in Turchia, Gregorio di Nissa, fratello di san Basilio, vissuto nel iv secolo esclamava: «Il modo con cui l’uomo viene al mondo è inspiegabile e inaccessibile alla nostra comprensione. Come infatti il seme umano, questa sostanza umida, informe e fluida può solidificarsi divenendo una testa, gambe e costole, come può formare il cervello tenero e molle e la cassa ossea così dura e resistente che lo racchiude, come può in una parola produrre questo insieme così complesso che è il corpo? Il seme, prima informe, si organizza e cresce sotto l’effetto dell’arte ineffabile di Dio» (Patrologia Graeca, 46, 667). D’altronde, come si è detto, questa specie di sacralità del feto e del grembo materno è celebrata da tutti i popoli. Basta solo come esempio quanto è scritto nel celebre poema babilonese della creazione, l’Enuma Elish, nella vi tavoletta: «Il dio Marduk decise di creare un capolavoro. Voglio dire un reticolo di sangue, formare un’ossatura e suscitare un essere il cui nome sarà: Uomo. Sì, voglio creare un essere umano, un uomo!». Se ogni sbocciare della vita umana è un evento mirabile, se ogni esperienza di madre è straordinaria, unica è però l’«attesa» della donna di cui ora vorremmo parlare alle soglie del Natale, quella di Maria di Nazaret, incinta di Gesù. San Paolo, nell’unica menzione che ci offre della figura di Maria nei suoi scritti, la presenta semplicemente come madre del Cristo, «Figlio di Dio nato da donna, nato sotto la legge» (Galati, 4, 4). E non ci sarà nessun imbarazzo nell’arte cristiana, soprattutto nelle miniature dei libri d’ore, a raffigurare Maria gravida col ventre ormai ingrossato, mentre la Chiesa etiopica in un genere di inni detto malkee (effigie) esalta le parti del corpo di Maria, sulla scia dei ritratti della sposa presenti nel Cantico dei cantici (4 e 7), arrivando a identificare fino a 52 organi e benedicendo soprattutto il grembo che ha portato Gesù. Per Maria, come è noto dal Vangelo di Luca, tutto era iniziato in quel giorno in cui nel modesto villaggio di Nazaret ella aveva avuto un’esperienza eccezionale: è quella che si è soliti chiamare Annunciazione, una scena divenuta uno dei modelli più luminosi dell’arte cristiana. L’immaginazione di tutti corre, credo, in modo spontaneo all’intatto splendore dell’Annunciazione del Beato Angelico nel Convento di San Marco a Firenze. Noi, invece, immaginiamo ora di entrare nella Nazaret antica, il cuore dell’attuale città della Galilea. Allora essa era un villaggio insignificante e semitroglodita: infatti le povere case erano per buona parte addossate a grotte che fungevano da dispensa, da soggiorno estivo invernale, da camera per ospiti. Ora i pellegrini vedono incombere su Nazaret la mole della basilica francescana progettata dall’architetto italiano Giovanni Muzio e inaugurata nel 1969. Ma questo edificio, come è noto, ingloba nel suo interno non solo le reliquie dei precedenti edifici bizantini e crociati ma anche una grotta che fin dalle origini cristiane era stata una sorta di sinagoga-chiesa giudeo-cristiana gestita dai cosiddetti «fratelli del Signore», cioè i membri della sua parentela e del suo clan. Contadini e gente modesta, essi avevano però conservato il ricordo vivo e ininterrotto della residenza di Maria. Ed è su queste pareti molto umili che è stata trovata quella che potremmo definire come la prima Ave Maria. Ascoltiamo la testimonianza dello stesso scopritore, il francescano Bellarmino Bagatti, famoso archeologo, scomparso nel 1990: «Nell’intonaco dell’edificio-sinagoga si trovò un’iscrizione in caratteri greci. Essa recava in alto le lettere greche XE e, sotto, MAPIA. È ovvio riferirsi alle parole greche che il Vangelo di Luca mette in bocca all’angelo annunziatore: Cháire Maria (Ave Maria). L’ignoto autore di quell’iscrizione aveva insomma voluto ripetere il gentile saluto. Nell’intonaco di una colonna si è trovata quest’altra iscrizione: «In questo santo luogo di M(aria) ha scritto». Nell’intonaco di un’altra pietra, che contiene molti graffiti, ce n’è uno in armeno, nel quale si legge la parola keganuish, la quale è il titolo «bella ragazza» che gli armeni sogliono dare a Maria. Nella stessa casa di Maria si praticava il culto di lei fin dalle origini della Chiesa, perché lì essa era stata scelta a «madre di Cristo». Sullo sfondo di questa grotta che aveva accanto a sé una povera residenza la «bella ragazza» Maria riceve quell’annunzio assolutamente sorprendente: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (…) Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Luca, 1, 32-33.35). Le parole che l’angelo pronunzia assomigliano a un piccolo Credo che offre una perfetta definizione dell’identità del Cristo. Egli è il Grande in assoluto, re eterno, discendente davidico, Figlio dell’Altissimo e Figlio di Dio, il Santo per eccellenza. Non siamo di fronte, dunque, al pur mirabile mistero di ogni nascita umana ma a qualcosa di assoluto e di supremo, che non fiorisce dalle normali vicende della concezione e della procreazione. È per questo che il racconto lucano insiste sulla verginità di Maria: «Non conosco uomo», essa risponde all’angelo. Più che all’intenzione di conservare la verginità anche durante il matrimonio come voto, come voleva l’interpretazione di alcuni Padri della Chiesa, questa frase rimanda al mistero che l’evangelista vuole esaltare. Gesù non nasce dalla carne e dal sangue ma dallo Spirito Santo. Pur percorrendo la via biologica dell’embrione, del feto e del neonato, egli non è concepito dal seme di Giuseppe ma dall’ingresso di Dio stesso, attraverso il suo Spirito fecondatore, nel grembo di Maria che Luca compara all’arca dell’alleanza di Sion. Infatti, nell’originale greco abbiamo kecharitoméne, che è un participio passivo «teologico», cioè avente come soggetto sottinteso Dio: Maria è stata pervasa dalla grazia divina che risplende nel Figlio Gesù, la presenza perfetta di Dio tra gli uomini. Di fronte allo sconcerto di Maria e alla sua esitazione, san Bernardo costruisce una deliziosa meditazione: «L’angelo aspetta la tua risposta, o Maria! Stiamo aspettando anche noi, o Signora, questo tuo dono che è dono di Dio. Sta nelle tue mani il prezzo del nostro riscatto. Rispondi presto, o Vergine, pronuncia, o Signora, la parola che terra e inferi e persino il cielo aspettano. Apri dunque, o Vergine beata, il tuo cuore alla fede, le tue labbra alla parola, il tuo seno al Creatore. Ecco, colui che è il desiderio di tutte le genti, sta fuori e bussa alla tua porta (…)  Alzati, corri, apri! Alzati con la tua fede, corri col tuo affetto, apri col tuo consenso». L’esegeta americano Raymond Edward Brown nel suo saggio sulla Nascita del Messia (edizioni Cittadella) mette giustamente a confronto le due annunciazioni parallele, quella a Elisabetta per la nascita del Battista e quella a Maria, e conclude: «Nell’annunciazione della nascita di Giovanni Battista ci troviamo di fronte a un ardente desiderio e a una preghiera da parte dei genitori che sentono molto la mancanza di un figlio; siccome, però, Maria è una vergine che non è ancora andata a vivere con il proprio marito, non esiste da parte sua ardente desiderio o umana attesa di avere un figlio: si tratta della sorpresa della donazione. Non si ha più a che fare con la supplica da parte dell’uomo e il generoso esaudimento da parte di Dio: qui ci troviamo davanti all’iniziativa di Dio che oltrepassa qualsiasi cosa sognata da uomo o da donna». Per un momento lasciamo il testo evangelico e inoltriamoci nel mondo della pietà popolare dei primi secoli, rappresentato soprattutto dai cosiddetti Vangeli apocrifi, espressione di fede e di folclore, di storia e di fantasia. Scegliamo il testo più famoso, il Protovangelo di Giacomo (ma sarebbe meglio chiamarlo La Natività di Maria), scoperto da un umanista francese, Guglielmo Postel, morto nel 1582, opera da collocare già nel ii secolo. L’annunciazione a Maria viene descritta in due tappe: la prima alla fontana del villaggio, che ancor oggi è indicata a Nazaret e la cui sorgente è all’interno dell’attuale chiesa ortodossa di San Gabriele; la seconda all’interno della sua abitazione. Leggiamo la narrazione: «Presa la brocca, Maria uscì ad attingere acqua. Ecco all’improvviso una voce: Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta fra le donne! Maria guardava intorno, a destra e a sinistra, per scoprire donde veniva la voce. Tutta tremante, tornò a casa, posò la brocca, prese la porpora, si sedette su uno sgabello e si mise a filare. Ma ecco un angelo del Signore davanti a lei: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Signore di tutte le cose. Tu concepirai per la sua parola! Udendo ciò, Maria restò perplessa, pensando: Dovrò io concepire per opera del Signore Dio vivente e poi partorire come ogni altra donna? Ma l’angelo del Signore le disse: Non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra la potenza del Signore. Perciò l’essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell’Altissimo». Ritornando al testo evangelico di Luca, Maria, in seguito alla sua accettazione, espressa con la formula solenne: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Luca, 1, 38), diventa incinta di Gesù. La liturgia cristiana, collocando convenzionalmente la nascita di Cristo il 25 dicembre, sovrapponendola alla festa pagana del dio Sole, ha retrodatato secondo i regolari nove mesi di gestazione l’annunciazione a Maria, datandola al 25 marzo. Questa solennità, che giustamente è definita dalla liturgia «festa del Signore», apparve nel vi secolo in Asia Minore e fu accolta anche a Roma da Papa Sergio (687-701). Famoso è il suo bel prefazio ancor oggi usato, ispirato – pare – all’antica liturgia ispanica: «All’annunzio dell’angelo la Vergine accolse nella fede la tua parola e per l’azione misteriosa dello Spirito Santo concepì e con ineffabile amore portò in grembo il primogenito della nuova umanità». Ma questa improvvisa e sorprendente maternità di Maria creò sconcerto anche in un’altra persona, il promesso sposo Giuseppe. Nella prassi matrimoniale ebraica antica il fidanzamento era considerato a tutti gli effetti il primo atto del matrimonio stesso. A segnalarci questo sconcerto è l’evangelista Matteo che ci narra l’annunciazione a Giuseppe. Di fronte al desiderio di Giuseppe di «ripudiare» – sia pure senza un processo pubblico e col relativo atto ufficiale di ripudio – Maria incinta (per reazione umana o per rispetto di fronte al mistero che si compiva in lei? Il testo matteano può essere interpretato in entrambi i modi), l’angelo Gabriele invita lo sposo promesso di Maria a completare la prassi matrimoniale e a divenire il padre legale di Gesù: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù» (1, 20-21). Molto più pittoresca è, invece, la relazione che gli apocrifi fanno della reazione di Giuseppe di fronte alla scoperta della gravidanza di Maria. Lasciamo ancora la parola al Protovangelo di Giacomo: «Maria era ormai al sesto mese. Giuseppe, tornato a casa dal lavoro, la vide incinta. Allora si schiaffeggiò la faccia, si gettò a terra su un sacco, pianse amaramente e disse: Come farò a guardare e pregare il Signore per lei? L’ho ricevuta vergine dal tempio del Signore e non l’ho custodita! Chi l’ha insidiata? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia contaminandola? Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse: Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore tuo Dio? Perché hai avvilito l’anima tua, tu che sei stata allevata nel Santo dei Santi e ricevevi il cibo dalla mano di un angelo? Maria si mise a piangere amaramente: Io sono pura, non conosco uomo! E Giuseppe: Da che parte viene, allora, quello che hai nel ventre? Maria rispose: Quanto è vero il Dio vivente, questo che è in me non so donde sia!». Confortato dall’angelo, Giuseppe è però costretto dai sacerdoti a sottoporre Maria a una specie di ordalia, detta «della gelosia», e descritta nel capitolo 5 del libro biblico dei Numeri. Essa consisteva nel bere una pozione, chiamata «acqua della prova», che avrebbe rivelato il peccato, facendo morire l’adultera. Maria, sottoposta a questa verifica rituale, ne esce sana e salva. Più aspra e sarcastica sarà, invece, la reazione del mondo giudaico dei primi tempi cristiani nei confronti della concezione verginale di Maria. La testimonianza che abbiamo al riguardo è particolarmente complessa. Essa ci proviene da un autore cristiano, Origene, che cita polemicamente il filosofo platonico del ii secolo, Celso, il quale nella sua opera Dottrina verace presentava a sua volta le argomentazioni di un giudeo ostile al cristianesimo. Ora, una delle accuse riguarda proprio «la storia della nascita di Gesù da una vergine». In realtà, stando sempre al giudeo di Celso, le cose sarebbero andate ben diversamente: «Gesù era originario di un villaggio della Giudea e aveva avuto per madre una povera indigena che si guadagnava da vivere filando. Accusata di adulterio, perché resa incinta da un certo soldato di nome Panthera, fu scacciata da suo marito, un artigiano. Errando in modo miserevole, dette alla luce di nascosto Gesù. Costui, cresciuto, spinto dalla povertà, andò in Egitto a lavorare; qui apprese alcune di quelle arti segrete per cui gli Egiziani sono celebri, ritornò dai suoi tutto fiero per le arti apprese e grazie ad esse si autoproclamò Dio» (Contro Celso, 1, 28.32). Effettivamente alcuni rabbini dei primi anni del secondo secolo chiamano Gesù «figlio di Panthera», una tradizione che continuerà nel giudaismo fino al Medioevo quando nell’opera Generazioni di Gesù si dichiarerà «Giuseppe Pandera» padre di Gesù. Non è da escludere che questo nome «Panthera» non sia che una deformazione della parola greca parthènos, «vergine», che i cristiani applicavano a Maria. Si confermava così, sia pure indirettamente, la dottrina cristiana della verginità di Maria, considerata come un dato comune nella Chiesa delle origini. Una curiosa testimonianza indiretta ci è offerta anche da una frase del celebre prologo del Vangelo di Giovanni, passibile di una duplice lettura, stando ai testi antichi che ce l’hanno trasmesso. Una prima lettura suona così: i figli di Dio, che credono in Cristo, «non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Giovanni, 1, 13). Un’altra lettura, che è attestata anche dai Padri della Chiesa del ii secolo, legge al singolare la frase così da trasformarla in una professione di fede nella concezione verginale di Cristo, «il quale non da sangue – in greco si ha il plurale «sangui» – né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio fu generato». Il plurale «sangui» si spiegherebbe secondo le leggi levitiche della purificazione della donna (Levitico, 12, 4.7; 20, 18). Sta di fatto, comunque, che la frase così letta dichiarerebbe esplicitamente che il figlio di Maria è «l’Unigenito venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità», come ancora si legge nel prologo giovanneo (1, 14), e non giunto a noi attraverso i processi genetici umani. Se, però, si volesse tentare una strada di taglio «comparativistico», considerando la verginità di Maria come un reperto mitologico desunto da qualche altro orizzonte storico-culturale, al di là delle varianti strutturali e tematiche, varrebbe sempre la considerazione che l’allora teologo Joseph Ratzinger proponeva nella sua famosa Introduzione al cristianesimo: «Le leggende extrabibliche di questo tipo sono profondamente diverse dal racconto della nascita di Gesù, sia nel loro vocabolario sia nella loro morfologia concettuale. La divergenza centrale sta nel fatto che, nei testi pagani, la divinità appare quasi sempre come una potenza fecondatrice, generatrice, ossia sotto un aspetto più o meno sessuale, e quindi in veste di ‘padre’ in senso fisico del bimbo redentore. Nulla di tutto ciò nel Nuovo Testamento: la concezione di Gesù è una nuova realtà, non una generazione da parte di Dio. Pertanto, Dio non diventa suppergiù il padre biologico di Gesù». Oltre alla demitizzazione c’è, dunque, una dematerializzazione da introdurre per comprendere correttamente l’originalità dell’evento della generazione di Cristo. Ma ritorniamo ai mesi dell’attesa di Maria. Luca ci offre un episodio, quello della visita di Maria alla cugina Elisabetta anch’essa incinta, in cui riappare il mistero di ciò che sta germogliando nel grembo della madre di Gesù. La narrazione ha come sfondo «la montagna e una città di Giuda» anonima, che però la tradizione bizantina e crociata ha voluto identificare con Ain Karim («sorgente della vigna»), un delizioso villaggio ormai aggregato a Gerusalemme. Esso è ora dominato dal santuario francescano della Visitazione, eretto nel 1939, nel cui cortile esterno è riprodotto, su maioliche in decine e decine di lingue diverse, il canto di Maria, il Magnificat. Ma sono le parole di Elisabetta a esaltare la gestazione di Maria. Infatti, se è vero che il bimbo di Elisabetta, il futuro Giovanni Battista, «esulta di gioia nel suo grembo» appena udita la voce di Maria, la benedizione più solenne è riservata alla «madre del Signore»: «Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!». Si tratta di una frase modellata sull’Antico Testamento, ed entrata poi nella più celebre e costante preghiera mariana, l’Ave Maria. Tutta la prima Alleanza incarnata dal Battista, l’ultimo dei profeti, si rivolge al Figlio di Dio e a sua madre accogliendoli con amore e gioia. Maria resta circa tre mesi dalla cugina, fino alla nascita di Giovanni e poi ritorna a casa sua (cfr. Luca, 1, 56). Ormai anche per lei si avvicina progressivamente il grande momento del parto. L’evangelista, infatti, ci aveva ricordato che Maria aveva ricevuto l’annunciazione «nel sesto mese» dalla concezione del Battista. Quando le ultime settimane stanno per scadere, ecco l’incubo del censimento di Quirinio. Lasciamo ancora la parola a Luca: «Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo» (2, 4-7). Gli apocrifi non si accontentano della sobrietà asciutta del racconto evangelico e quei particolari momenti li vogliono seguire con maggior colore e fantasia. Ecco come il citato Protovangelo di Giacomo descrive quel viaggio (a cui partecipa anche un figlio avuto da Giuseppe, vedovo di un precedente ipotetico matrimonio): «Giuseppe sellò l’asino e vi fece sedere Maria. Il figlio di lui tirava la bestia e Giuseppe li accompagnava. Giunti a tre miglia da Betlemme, Giuseppe si voltò e la vide triste. Disse tra sé: Ormai è ciò che è in lei a crearle travaglio. Ma, voltatosi poco dopo, vide che rideva. Le chiese: Cos’hai, Maria, che vedo il tuo viso ora sorridente ora triste? Rispose: È perché io vedo coi miei occhi due popoli: uno piange e fa cordoglio, mentre l’altro è pieno di gioia ed esulta. Giunti a metà strada, Maria disse a Giuseppe: Calami giù dall’asino perché colui che è in me ha fretta di venire fuori. Egli la calò giù e le disse: Dove posso condurti per mettere al riparo il pudore? Il luogo, infatti, è deserto. Trovò però una grotta, ve la condusse e lasciò presso di lei suo figlio e corse a cercare un’ostetrica nella regione di Betlemme». E da questo momento in avanti comincia per questo autore ignoto del ii secolo una sfilata di prodigi che accompagneranno la nascita del Cristo. Noi ci fermiamo qui davanti a Maria, alle soglie del parto, di quel momento in cui, come dirà Gesù nell’ultima sera della sua vita terrena, «la partoriente è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bimbo, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Giovanni, 16, 21). Lo zelo di alcuni scrittori cristiani antichi e di alcuni mariologi aveva negato a Maria le doglie del parto, considerate frutto del peccato originale.  In realtà nel testo della Genesi, come altrove nella Bibbia, le doglie sono usate come simbolo per indicare piuttosto la frattura che il peccato ha introdotto nell’armonia dell’amore di coppia e nella stessa generazione. L’esperienza della gestazione e di quei dolori, come dice Gesù, in realtà dona una ricchezza particolare alla donna. Una ricchezza che in Maria raggiunse l’ineffabile. Un’esperienza che solo Maria poté assaporare e che noi possiamo soltanto immaginare. Una maternità che sorprendentemente lo scrittore e fìlosofo ateo francese Jean-Paul Sartre ha ben rappresentato anche sotto l’aspetto «psicologico» nel suo primo testo teatrale, Bariona o il figlio del tuono, composto per il Natale del 1940 nello Stalag xiiD nazista di Treviri, dove era stato internato. Scrive infatti: «Maria avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatto di me. Ha i miei occhi. La forma della sua bocca è la forma della mia. M’assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola. Un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride e respira. Un Dio che si può toccare e che ride».   Fonte: L’Osservatore Romano – Giovedì 25 dicembre 2008

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MARIA, FONTE PERENNE D’ISPIRAZIONE PER LA MUSICA (PRIMI SECOLI)

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MARIA, FONTE PERENNE D’ISPIRAZIONE PER LA MUSICA (PRIMI SECOLI)

di Angelo M. Gila osm, in Santa Maria « regina martyrum », Anno XIV – n. 1 – 2011, pp. 38-44.

La salmodia e l’innodia sono le prime arcaiche espressioni del canto cristiano antico. La Vergine Maria, in ragione e in dipendenza di Cristo, vi occupa un posto indicativo. Tra i primi cantori di Maria spiccano Efrem ed Ambrogio, due innografi del IV secolo, altamente rappresentativi dell’Oriente e dell’Occidente. Quello degli inizi è il momento più difficile da studiare sotto l’aspetto musicale, ma anche il più suggestivo per le prime testimonianze che lascia trasparire. Se l’età dei Padri della Chiesa non deve essere mitizzata per quanto concerne il canto, è tuttavia significativo prendere atto che dovunque germinò il Vangelo fiorì il canto del Popolo di Dio « coro del Signore »1. Sotto l’aspetto mariano, i testi probabilmente o certamente destinati al canto, che ci sono pervenuti, di ogni area ecclesiale dell’Oriente e dell’Occidente, sono inizialmente limitati ma densi di contenuto e di afflato poetico e lirico2.

Il canto sacro nei primi secoli Il Salterio, paradigma della vita di ogni essere umano – con la sua potenza lirica e profetica – è stato, come per gli ebrei così anche per le prime generazioni cristiane che si sentivano il compimento del Popolo ebraico, motore di sviluppo e nutrimento del canto sacro orante dei primi secoli. Come risulta dai vari inni neotestamentari il Magnificat (Lc 1, 46-55), il Benedictus (Lc 1, 68-79), ecc., accanto alla salmodia sinagogale si affiancò l’innodia (componimento poetico cantato) tipicamente cristiana, quale libera espressione dello Spirito. In questo contesto Paolo invitava gli Efesini ad intrattenersi con salmi, inni, cantici spirituali, cantando ed inneggiando al Signore con tutto il cuore (cf. Ef 5,19; At 1, 16). Poiché gli eretici avevano trasformato gli inni in strumento di propaganda teologica, l’innologia cristiana fu nei secoli II e III molto limitata e guardata con sospetto soprattutto in Occidente3. Tertulliano nel 160 scriveva: « Noi desideriamo che si canti [...] non il genere di salmo degli eretici e degli apostati, e di Valentino il platonico, ma quelli di Davide, che sono molto santi e del tutto ammessi, classici »4. In seguito, come vedremo, superato il pericolo dell’inquinamento eretico, l’innodia acquisterà un suo statuto liturgico in pienezza. Nei confronti della musica che oggi diremmo « musica leggera » o « mondo delle canzonette » c’è un’indicazione saggia da parte di Clemente di Alessandria: « Si scelgano musiche dignitose, allontanando il più possibile le musiche di effetto svenevole»5. Numerose sono le testimonianze sulla pratica, del canto nelle origini cristiane. Ricordiamo oltre a Paolo (Ef. 5,19), i passi della lettera di Plinio il Giovane all’imperatore Traiano: « In un giorno determinato, prima dell’alba, [i cristiani] sogliono adunarsi e cantare a Cristo come a un Dio »6. Sant’Atanasio nella lettera a Marcellino insegna sapientemente con quale spirito bisogna cantare gli inni e i salmi, affinché questi siano accetti a Dio, di giovamento allo spirito e di edificazione ai fedeli che ascoltano . E’ storica l’impressione profonda, che produsse la massa popolare inneggiante al Signore, sui soldati satelliti di Ario, accorsi in Chiesa per arrestare Atanasio. La viva passione e il profondo sentimento con cui i fedeli accompagnavano il salmo, colpirono talmente i soldati, che questi ne rimasero commossi e non ebbero l’ardire di mettere le mani sul vescovo Atanasio8. S. Sant’Agostino rileverà la bellezza ed importanza del canto nella liturgia cristiana con queste parole « Non si vede cosa possa esistere di meglio, di più utile, di più santo che cantare le lodi sacre »9. Giustamente lo studioso K. H. Bartels ha potuto rilevare che « il canto è senza dubbio parte integrante della liturgia protocristiana »10. Nei confronti dell’uso degli strumenti musicali, sia si tratti di quelli usati nei loro ambienti sociali che di quelli documentati dalla Bibbia per la preghiera dell’AT, i Padri mostrano atteggiamenti diversi e poco entusiasti11. C’è invece un’idea insistente e comune a tutti i Padri: è l’uomo il vero strumento, è la persona l’organo perfetto. Affrontare i] discorso delle « forme musicali » nei primi secoli è cosa ardua poiché nessuna melodia ci è giunta, se non un frammento di un inno cristiano, scoperto ad Ossirinco, recante una notazione musicale risalente al III secolo. E’ questo il primo testo cristiano con indicazioni musicali: la notazione è in forma letterale, secondo la scala diatonica ipolidia12. Sembra che questo fosse il tono musicale preferito dai primi cristiani e che la declamazione (recitazione in tono solenne) e la cantillazione(declamazione propriamente ritmica e intonata) fossero le tecniche dei primi cristiani. Comunque prendiamo atto che l’inno è ed era la forma più popolare e accessibile al canto. La salmodia doveva essere di tipo responsoriale: il cantore declamava il salmo e il popolo, a intervalli regolari, rispondeva con un ritornello13. E’ scontato che sotto l’aspetto tecnicamente melodico, gli inizi del canto cristiano sono avari di notizie concrete e i rilievi sono in gran parte ipotetici ed approssimativi. E’ invece significativo prendere atto che numerose sono le testimonianze sulla pratica del canto nelle origini e sulla conoscenza dei testi cantati quali il Salterio ebraico e gli inni ecclesiali. In altri termini i primi cristiani vivevano il canto come espressione cristiana e nutrivano il canto con la Parola di Dio e la parola della Chiesa. In questo contesto di salmodia e di innodia di alto contenuto biblico ed ecclesiale, troviamo i primi segni della presenza di Maria nel canto cristiano.

Presenza della Vergine nel canto dei Salmi Le prime testimonianze della presenza della Vergine Maria nel canto sacro dei primi secoli, fioriscono all’interno dei Salmi dell’AT amorosamente riletti, sapientemente attualizzati alla luce del mistero di Cristo, pregati coralmente in sintonia con la liturgia ebraica matrice di quella cristiana. Il Salterio, uno dei libri de]l’A.T che più spesso appare citato nel N.T., era considerato tra i più validi testimoni della rivelazione. Questo spiega perché i Padri, « Evangelisti del Salterio » fin dal secolo II, « cristologizzarono » il Salterio poiché Gesù aveva insegnato: « Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi » (Lc 24, 44). Pertanto i salmi furono celebrati quale profezia su Cristo14. In questo contesto in alcuni versetti salmici accanto alla figura di Cristo, si riconobbe profetizzata anche la Vergine Maria sempre legata a Cristo e al suo mistero15. Pertanto in ragione di Cristo, anche Maria entrò nel canto profetico dei salmi quale, per fare qualche esempio dell’ampio patrimonio profetico – mariano, « tabernacolo » dal quale uscì Cristo vero sole di giustizia e luce del mondo (Sal 19,6)16; la nuova « terra vergine » dalla quale fu plasmato Cristo (Sal 67, 6)17; « grembo » nel quale fiorì il frutto Cristo (Sal 22,10-11)18. E’ importante prendere atto dello stabilirsi e diffondersi della «lettura mariologica dei salmi» fin dai primissimi secoli dal momento che il salterio era ritenuto dappertutto libro profetico ed era generalmente usato quale « libro celebrato e cantato » negli incontri cultuali della Chiesa primitiva.

Presenza della Vergine nella prima innografia cristiana I primi segni della presenza di Maria nel canto cristiano fioriscono anche all’interno della prima innodia cristiana che si affianca, all’inizio cautamente, alla salmodia ebraica quale « lode divina » e libera espressione dello spirito. L’area geografica è orientale e le testimonianze sono poche ma ricche di contenuto. Tra i documenti di una arcaica innodia, ricordiamo, in quanto contenenti elementi mariani, le Odi di Salomone (dal sec II al IV), l’inno dell’ascensione – glorificazione di All-Moâllakah (sec. IV) e il tropario Sub tuum praesidium ( sec. III-IV ). La XIX Ode di Salomone sottolinea la parte attiva della Vergine Maria nell’evento dell’incarnazione; il parto indolore di Maria in antitesi con la pena del « dolore del parto » di Eva19; il testo doll’inno di All-Moallakah presenta Maria al momento dell’ascensione e sottolinea il potere intercessivo della Madre di Dio21. Nella stupenda preghiera del Sub tuum praesidium si invocano la protezione e la custodia della Madre di Dio21. Possiamo solo immaginare le forme musicali di questi inni con elementi mariani. Facilmente si trattava della cosiddetta « cantillazione »22. Una cosa comunque merita attenzione sotto l’aspetto mariano: l’antica innografia, anche a motivo del potere della musica e della popolarità degli inni, ha contribuito alla diffusione della dottrina mariana23.

I primi cantori di Maria Nel IV secolo sotto l’aspetto liturgico – musicale sia in Oriente che in Occidente registriamo un notevole sviluppo dell’innodia. In Oriente occupa un posto di primo piano il poeta lirico Efrem il Siro. In Occidente è stato Ilario di Poitiers (†367) il primo appassionato Padre della Chiesa a tentare la via della lirica religiosa latina. Seguito da Eusebio di Vercelli e, soprattutto, da Ambrogio di Milano che si può definire il padre dell’innodia occidentale. Efrem Siro (†373), massimo poeta dell’era patristica, nacque in Mesopotamia a Nisibi (l’attuale Nusaybin in Turchia). Svolse una intensa attività pastorale attraverso la poesia e il canto. Compose dei Memra, poemi destinati alla recitazione e dei Madrasha, inni da cantare, spesso parafrasi di citazioni bibliche, introducendo tecniche metriche nuove, quali l’isosillabismo dei versi e le formule abecedarie (acrostici). Si trattava di espedienti che servivano alle assemblee per facilitare la memorizzazione. In maniera suggestiva un biografo ci racconta la pedagogia religiosa del diacono Efrem, maestro di coro: «Quando Sant’Efrem vide la passione degli abitanti di Edessa per il canto, istituì la contropartita dei giochi e delle danze dei giovani. Formò cori di religiose a cui insegnò gli inni divisi in strofe con ritornelli. Mise in questi inni pensieri delicati e istruzioni spirituali sulla Natività, la Passione, la Resurrezione e l’Ascensione, come anche sui confessori, la penitenza e i defunti. Le vergini si riunivano la domenica, nelle grandi feste e nei giorni commemorativi dei martiri; ed egli, come un padre, stava in mezzo a loro e le accompagnava con l’arpa. Le suddivise in cori per canti alternati, ed insegnò loro le diverse arie musicali, in guisa che tutta la città gli si riunì attorno e gli avversari furono coperti di vergogna e dovettero sparire»25. E’ passato alla storia ed è stato giustamente definito « Cetra dello Spirito Santo ». Per un teologo poeta come lui, Maria diventa oggetto di particolare attenzione ed i suoi misteri sono espressi con simboli lirici di indescrivibile bellezza. Definisce Maria: L’occhio illuminato e luminoso del mondo26; l’orecchio nuovo attraverso il quale è germogliata la Vita27; icona della kenosi del Verbo28. Presenta nel canto poetico note teologiche originali come il paragonare la Vergine Maria al monte Sinai29, «colei che ci ha dato il pane di conforto al posto del pane di fatica che diede Eva»30. Canta Cristo risorto apparso a Maria sua madre31. Ilario di Poitiers (†363) merita molta attenzione perché, sull’esempio di Efrem tentò per primo in Occidente di inserire gli inni nella liturgia per familiarizzare i fedeli con la teologia, proteggere la loro ortodossia e associarli più intimamente alle celebrazioni liturgiche. Il suo sforzo non fu un successo. Era troppo uomo di pensiero per trovare la vena popolare e lirica. Nell’Inno a Cristo e nell’Inno al Natale canta la «Vergine puerpera», segno vivente della divinità di Cristo32. Ambrogio di Milano (†397): a questo grande vescovo si deve il merito storico indiscusso della diffusione degli inni nel culto liturgico delle Chiese Occidentali. Oltre che squisito omileta, Ambrogio è stato anche un valente compositore di inni, scritti per educare il popolo alla fede. Agostino ricorda con struggente nostalgia la melodia e le parole degli inni di Ambrogio: «Non da molto tempo la Chiesa milanese aveva introdotto questa pratica consolante e incoraggiante, di cantare affratellati, all’unisono delle voci e dei cuori, con grande fervore»33. Effettivamente questi inni si presentano in una piacevole forma artistica. La poesia è piena di eleganza, di gravità romana, di fede sentita. La forma scelta da Ambrogio per i suoi inni è quella del dimetro giambico acatalettico: esso è semplice, fluido, musicale. Dall’Oriente egli deve avere tratto l’uso del canto alternato e forse anche il modo melodico. In essi Ambrogio, riferendosi ad At 2,15, parla di «sobria ebrezza». In due inni, entrati nella liturgia, accosta la Madre del Signore in una teologia altamente ispirata35. Ambrogio anche nell’innodia si dimostra abile nel mantenere alto il livello teologico ed insieme riesce ad abbinarlo alla vena poetica. Incisive e solenni le sue affermazioni: «Tutti i tempi ammirino: un tale parto si addice a Dio. . .Dio dimora nel tempio»36.

«Psalmus responsorius»: un inno alla Vergine Maria (prima metà sec. IV). L’anonimo autore di questa composizione poetica in 12 strofe (altre mancano), ritrovata in un papiro latino a Barcellona, chiama la sua composizione Psalmus responsorius. Questo testo è stato pubblicato da Ramón RocaPuig nel 196537. Il genere poetico è quello della responsio: «I cui elementi sono il « cursus », l’armonia dei suoni e la distribuzione dei termini similari, un abbozzo di rima, in varia proporzione, alla formazione dei versi e delle strofe. E’ notevole l’influsso esercitato dal cursus e dall’armonia dei suoni, meno quello dei termini similari. Con ciò non si dice che l’autore proceda rigidamente, ma che, contro una certa unità, combina liberamente versi e strofe, senza altra restrizione all’infuori di quella che gli impongono il suo estro poetico e la padronanza della lingua latina»38. Sotto l’aspetto musicale si può supporre, a giudicare dal titolo « Psalmus responsorius », che la tecnica innologica fosse quella di tipo responsoriale. Il poemetto esalta alcuni eventi che ebbero la Vergine come protagonista: nascita, presentazione al tempio, sposalizio con Giuseppe, annunciazione, nascita di Gesù, fuga in Egitto, miracolo di Cana. Le fonti principali sono il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo di Matteo e il Vangelo di Giovanni. A conclusione di queste Veloci note ricordiamo un celebre testo agostiniano che presenta il canto quale profezia di speranza: «Qui e lassù si cantano le lodi di Dio, ma qui da gente angustiata, lassù da gente viva per l’eternità; qui nella speranza, lassù nel reale possesso; qui in via, lassù in patria. Cantiamolo dunque adesso, fratelli miei, non per esprimere il gaudio del riposo ma per procurarci un sollievo nella fatica. Come sogliono cantare i viandanti, canta e cammina» (Sermo 256). In questo contesto di speranza i nostri antichi progenitori di fede hanno voluto si facesse anche memoria di colei che sulla terra ha cantato il Magnificat e ora lo canta nella gioia dell’eternità.

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MARIA E I PADRI DELLA CHIESA

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MARIA E I PADRI DELLA CHIESA

Don Juan Carlos Casté, EP

(stralcio, ossia ho messo solo la parte che riguarda più strettamente Maria)

La devozione alla Santissima Vergine Maria si sviluppa a partire dai primissimi tempi del Cristianesimo. Furono i Padri della Chiesa che gettarono le pietre fondamentali per la costruzione del grande edificio della mariologia. Dopo l’Ascensione di No­stro Signore, più precisamente a partire da Pentecoste, è cominciata la grande epopea della diffusione del Vangelo nel mondo intero. Nel medesimo tempo in cui an­nunciavano ai popoli la Buona Novella della Redenzione e della Per­sona divina e umana del Signore Ge­sù, gli Apostoli e i primi discepoli dif­fondevano anche l’amore, la tenerez­za e la devozione a Colei che era sta­ta scelta dall’Altissimo per essere la Madre del Redentore, la Vergine dalla quale Egli era nato in forma mira­colosa, che Lo aveva accompagnato per tutta la vita.

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La mariologia nei Padri della Chiesa Come prima abbiamo affermato, la devozione alla Santissima Ver­gine Maria è cominciata con la stessa Chiesa e si è sviluppata fin dai pri­missimi tempi del Cristianesimo. Sono stati, infatti, i Santi Padri a gettare le pietre fondamentali per la costruzione del grande edificio della mariologia. Nei loro scritti si trovano in germe gli elementi dottrinali che – svilup­patisi nel corso dei secoli con la spe­culazione teologica e con il sensus fi­delium, sotto l’ispirazione dello Spiri­to Santo – hanno facilitato più tar­di la proclamazione dei diversi dog­mi mariani, come quello dell’Immacolata Concezione (1854) e dell’Assunzione della Madonna in Cielo, in corpo e anima (1950). Il linguaggio predicato dai Padri della Chiesa brilla per la profondità teologica e per l’amore alla Santissi­ma Vergine Maria. ‘Ea raison ne fait que parler, c’est l’amour qui chante », disse un intellettuale francese. Gli scritti dei Santi Padri fanno le due cose: oltre a solidi monumenti dottrinali, sono veri canti di queste grandi anime a Colei che fu considerata « degna » di essere la Madre di Dio. Vediamo, ora, alcuni dei più importanti testi mariologici dei primi secoli del Cristianesimo, come pure le circostanze in cui i loro autori li concepirono.

Sant’Ignazio di Antiochia Discepolo dell’Apostolo Giovanni, Ignazio fu il terzo Vescovo di Àntiochia, suc­cedendo all’Apostolo Pie­tro e a Sant’Evodio. Come narrano gli Atti degli Apo­stoli, sorse in questa cele­bre città una florida comu­nità cristiana, e in questa `per la prima volta i discepo­li furono chiamati Cristiani » (At 11, 26). Dopo aver ret­to la sua diocesi per quasi 40 anni, Sant’Ignazio fu cattu­rato, portato a Roma e dato in pasto alle fiere, nell’Anfi­teatro Flavio, nell’anno 107. Nelle sue lettere, si sen­te l’amore ardente di un santo che fa frequenti allusioni alla Vergine Ma­ria: « Gesù, nostro Dio, l’Unto, fu por­tato da Maria nel Suo grembo, secon­do il piano salvifico di Dio; era in ve­rità del lignaggio di Davide, genera­to, senza dubbio, per opera dello Spi­rito Santo. Egli fu dato alla luce e fu battezzato alfine di santificare l’acqua con i Loro patimenti. » Nella stessa Lettera agli Efesini, così si esprime: « Uno solo è il medico corporale e spirituale, generato e non generato, Dio nato in carne, nella mor­te vita vera, nato da Maria e da Dio, primo passibile e poi impassibile, Gesù Cristo Nostro Signore ».

Sant’Ireneo di Lione Ireneo nacque con ogni probabilità a Smirne (oggi Izmir, in Tirchia), tra gli anni 135 e 140. Nella sua giovi­nezza, frequentò la scuola del Vesco­vo San Policarpo, il quale a sua volta era stato discepolo dell’Apostolo Giovanni. Quando si trasferì dall’Asia Mi­nore in Gallia? Non si sa, ma questo trasferimento deve aver coinciso con i primi sviluppi della comunità cristiana di Lione: lui si trova­va lì, già presbitero, nell’an­no 177. Lottò contro l’ere­sia gnostica, ma la sua ope­ra oltrepassa di gran lunga la confutazione di questa eresia. Si può dire che egli nasce come il primo grande teologo della Chiesa, come il creatore della teologia si­stematica. Egli stesso parla del sistema della teologia, ossia, della coerenza inter­na di tutta la Fede. Ecco l’interessante pa­rallelo tracciato da questo insigne Padre della Chiesa tra Eva e la Santissima Ver­gine Maria: « Per mezzo dell’Angelo, fu annunciato convenien­temente alla Vergine Maria, già soggetta al potere di un uomo, che il Signore sareb­be venuto da lei e che la sua creazione, che é alimentata da Lui, l’avrebbe condotta a Lui stesso; che, con l’obbe­dienza nell’albero, avrebbe ricapitolato la disubbidien­za avuta nell’albero; e che avrebbe riparato la seduzione per la quale fu malignamente sedotta quel­la vergine Eva, che era già destinata a un uomo. « Dunque, come questa fu sedotta dalla parola di un Angelo, per allonta­narsi da Dio, disobbedendo alla Sua parola, così Quella fu istruita dalla parola dell’Angelo, in modo da porta­re Dio, obbedendo alla Sua parola. E se Eva aveva disobbedito a Dio, Ma­ria Si chinò al suo potere per obbe­dirLo, così la Vergine Maria divenne l’avvocata della prima vergine, Eva. « E come il genere umano fu lega­to alla morte per mezzo di una vergine, così ne fu liberato per mezzo di una Vergine. Infatti: la disobbedien­za di una vergine fu controbilanciata dall’ obbedienza di una Vergine. Ol­tre a questo, fu riparato il peccato del primo uomo con la retta condotta del Primogenito, e la prudenza del serpen­te fu vinta dalla semplicità della colomba, che ha sciolto i legami che ci tenevano legati alla morte». In un altro passo, afferma: « Coloro che considerano Gesù un semplice uomo nato da Giuseppe [ ...] negando Emanuele che nacque dalla Vergine, sono privati del suo dono, che è la vita eterna; non accogliendo il Verbo, fon­te di incorruttibilità, permangono nella loro carne mortale e sono tributari del­la morte perché non ricevono l’antidoto della vita». »

Origene di Alessandria Una delle maggiori intelligenze dell’antichità cristiana è Origene, fi­glio del martire San Leonida, cate­chista. In tutta la sua vita, egli ebbe un ardente desiderio del martirio e si può dire che questo gli fu concesso, poiché nel 250, durante la persecuzione di Decio, fu catturato e torturato cru­delmente, morendo, tre anni dopo, a causa di que­sti tormenti. Origene incorse in alcu­ni errori dottrinali che pre­giudicarono la sua fama, ma conviene chiarire che essi, alla sua epoca, non erano stati condannati dal Magistero, pertanto, erano ancora materia di libera di­scussione nell’ambiente te­ologico. Morì con l’aureo­la di confessore della Fe­de. Papa Benedetto XVI ha fatto un caloroso elogio di questo « grande maestro della Fede », nell’Udien­za Generale del 25.aprile 2007: « Origene di Alessan­dria è realmente una delle personalità determinanti per tutto lo sviluppo del pensie­ro cristiano ». Scrittore di grande profondità cristologica, e, allo stesso tempo, uno dei pri­mi a dichiarare che la Ma­dre di Gesù fu sempre Vergine: « Gesù Cristo, Colui che è venuto al mondo, è nato dal Padre prima di ogni creatura. Dopo aver coadiuvato, co­me ministro del Padre, nella creazione dell’universo – `tutto fu fatto da Lui, e senza di Lui niente è stato fatto’ (Gv 1, 3) , Si umiliò negli ultimi giorni, Si fece uomo, Si incarnò (cfr Fl 2, 7-8), senza smettere di essere Dio. Assunse un corpo simile al nostro e fu differente da noi solamente in quanto nato dalla Vergine e dallo Spirito Santo ». Riflettendo sulla visita della Ma­donna a Sua cugina Santa Elisabet­ta, l’alessandrino tesse dei bei com­menti: « Penetrando nelle orecchie di Elisabetta, la voce del saluto di Ma­ria arrivò anche allo stesso Giovanni, che esultò. E la madre, parlando co­me per bocca del figlio e come profe­tessa, esclamò ad alta voce: `Benedetta sei Tu tra le donne e benedetto è il frut­to del Tuo ventre’ (Lc 1, 42). Ora pos­siamo comprendere nella sua pienezza il significato dell’affrettato viaggio di Maria fino alla regione montagnosa, così come della Sua entrata nella ca­sa di Zaccaria e del Suo saluto a Eli­sabetta. Tutto questo è successo in mo­do che Maria rendesse Giovanni (seb­bene ancora nel grembo materno) par­tecipe del potere che aveva ricevuto da Colui a cui aveva concepito. Giovan­ni, a sua volta, avrebbe fatto sua ma­dre partecipe del dono di profezia da lui ricevuto. È molto significativo che tali doni siano concessi in una regio­ne montagnosa, perché nulla di gran­de può essere ottenuto dalle persone che, per la loro insignificanza, devono esser designate come valli… ».

Sant’Ippolito di Roma Presbitero romano, certamente di origine orientale, che visse nel III se­colo, Sant’Ippolito afferma che il Si­gnore Gesù è nato dallo Spirito San­to e dalla Santissima Vergine Ma­ria: « Ma il Signore non avrebbe potu­to peccare, poiché fuori era formato, in quanto natura umana, di legni incor­ruttibili, che significa: con l’intervento della Vergine e dello Spirito Santo, ed era rivestito dentro e fuori dal Verbo di Dio, come oro purissimo ».

Sant’Ilario di Poitiers Insigne Padre della Chiesa d’Oc­cidente e « una delle grandi figure di Vescovi del secolo IV », come afferma Papa Benedetto XV1,’ fu Sant’Ila­rio di Poitiers. Di fronte agli ariani, che consideravano il Figlio di Dio co­me una semplice creatura, Ilario con­sacrò tutta la sua vita alla difesa del­la Fede nella divinità di Gesù Cristo, Dio come il Padre, che Lo generò fin dall’eternità. Non contiamo su dati sicuri sulla maggior parte della vita di Ilario. Le fonti antiche dicono che nacque a Poi­tiers in Francia, probabilmente ver­so l’anno 310. Di famiglia abbiente, ri­cevette una formazione letteraria che può esser riconosciuta con chiarezza nei suoi scritti. Pare che non sia stato educato in ambiente cristiano. Egli stesso ci para di un cammino di ricerca della veri­tà, che lo ha portato poco a poco al ri­conoscimento di Dio creatore e di Dio incarnato, ucciso per darci la vita eter­na. Battezzato intorno all’anno 345, fu eletto Vescovo della sua città natale nel 353 o 354. Negli anni seguenti, Ila­rio scrisse la sua prima opera, il Com­mento al Vangelo di Matteo. Si tratta del più antico commento in latino che si conosce di questo Vangelo. Nel 356 fu esiliato in Asia Minore, dall’Impe­ratore Costanzo. Morì nel 365. I suoi scritti contengono numero­si e devoti riferimenti alla Madonna. Sul concepimento e il parto virginale di Maria, afferma: « E fuori discussione che Lei non concepì per opera di un uomo, nel da­re alla luce, ma dalla Sua carne formò la carne [del Figlio], che Si sviluppò senza l’umiliazione dell’unione carnale della nostra natura. Fu madre di un es­sere perfetto, senza sperimentare dan­no alcuno alla sua integrità». Aggiunge, spiegando un pas­so della prima lettera di San Pa­olo ai Corinzi: « Il beato Apostolo esprime perfettamente il suo pensie­ro sull’ ineffabile mistero della nasci­ta del corpo [di Cristo] quando dice: ‘Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cie­lo’ (I Cor 15, 47). Quando Lo chiama uomo, vuole indicare la Sua nasci­ta dalla Vergine che, svolgendo quel­lo che è proprio di una madre nel con­cepimento e nella nascita di un uomo, ha rispettato la legge naturale propria del sesso. Quando poi l’Apostolo di­ce: `Il secondo uomo viene dal Cielo, attesta la Sua origine, poiché Egli sce­se nel seno della Vergine quando scese su di Lei lo Spirito Santo. Per questo [Cristo], visto che è uomo e proviene dal Cielo, ha la Sua nascita dalla Ver­gine e il Suo concepimento dallo Spi­rito. E lo stesso Apostolo che si espri­me in questa maniera! ».

Hanno difeso la verità senza timore Toccò ai Santi Padri vivere in un’ epoca bellissima, ma difficile. Bel­lissima perché essi videro con i pro­pri occhi come il gregge di Gesù Cri­sto, la Chiesa da Lui fondata, si diffu­se con rapidità vertiginosa, nonostan­te le persecuzioni. Allo stesso tempo difficile, perché cominciarono a sor­gere le eresie. Essi ebbero la missio­ne di difendere la Chiesa da quei se­minatori di zizzania che furono gli eresiarchi. Difesero la verità senza timore. Per questo il loro linguaggio ha, molte volte, una spiccata nota di polemica, di veemenza, una certa rudezza anche, ma di innegabile bellezza e virilità! Nei loro scritti e omelie, si sente qualcosa che sa di aurora, di raggi di sole nascente. Non è ancora il chiaro­re del mezzogiorno, ma piuttosto la prima luce. Per così dire, si sente l’eco della voce del Signore. Commentan­do le lettere di Sant’Ignazio di Antio­chia, Benedetto XVI ha affermato: « Leggendo questi testi, si sente il vigore della Fede della generazione che anco­ra aveva conosciuto gli Apostoli». » Questo slancio iniziale, tutto pie­no dello Spirito Santo, diede impul­so, configurò e solidificò la dottrina cristiana per sempre. (Tratto da: ‘Araldi del Vangelo’)

Publié dans:Maria Vergine |on 27 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

GERUSALEME, MADRE DI DIO, Frédéric Manns

http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/dialogue/madre_di_dio.html

GERUSALEME, MADRE DI DIO

Frédéric Manns

Nel dialogo inter religioso Maria ha poco spazio, bisogna ammetterlo. Se i musulmani rispettano la madre di Issa, non è sempre così da parte dei giudei.
La comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme, preoccupata del rispetto dei fratelli maggiori, ribadisce che è impossibile di tradurre in ebraico l’espressione Maria, madre di Dio, senza provocare la loro indignazione. Per non turbare nessuno ella propone di tradurre ’em immanouel o ’em Yeshouah Eloheynou.
Il concilio di Efeso, che ha donato a Maria il titolo di Theotokos, ha conosciuto le stesse difficoltà e le stesse reticenze. Le obiezioni non mancarono da parte di Nestorio. Nonostante tutto, la Chiesa ha affermato che Maria è la Theotokos o la Dei Genitrix.
E’ un dato di fatto che l’inculturazione del messaggio cristiano, è stata fatta nel mondo ellenistico. Ma, poiché è impossibile riscrivere la storia al rovescio, una riflessione preliminare deve ricordare il significato dell’espressione: Maria madre di Dio.
Il catechismo della Chiesa universale al paragrafo 466 così si esprime:  » Il Verbo unendosi nella sua persona una carne animata da un’anima razionale è diventato uomo.
L’umanità di Gesù non ha altro soggetto che la persona divina del Figlio di Dio che l’ha assunta è fatta sua sin dal concepimento. Per questo il concilio di Efeso ha proclamato nel 431 che Maria è diventata a pieno titolo Madre di Dio per mezzo del concepimento umano del Figlio di Dio nel suo seno: « Madre di Dio non già perché il Verbo di Dio ha preso da lei la sua natura divina, ma perchè è da lei che prende il corpo sacralizzato dotato di un anima razionale unita al quale nella sua persona il Verbo è detto nascere secondo la carne ».
Più avanti, al paragrafo 495, il catechismo continua:  » Maria chiamata nei Vangeli madre di Gesù è chiamata anche sotto l’ispirazione dello Spirito la Madre del mio Signore (Lc 1,43).
Di fatto, colui che Maria ha concepito come uomo per l’azione dello Spirito e che è diventato suo Figlio secondo la carne è il Figlio eterno del Padre, la seconda persona della Trinità. La Chiesa riconosce che Maria è la Theotokos ».
La traduzione ebraica di Lc 1,43: ’em ’adony potrebbe servire da modello ad una versione moderna dell’espressione Maria, madre di Dio.
La versione siriaca del Vangelo di Luca ha così tradotto: ’emeh de mary, Mar essendo il titolo riservato a Dio.
L’espressione Maria « Madre di Dio » non dovrebbe turbare i fratelli maggiori, perchè è un titolo assegnato a Gerusalemme. Sofonia 3,5 diceva che Dio abita nel seno di Gerusalemme (beqirbah).
Per il fatto che la città contiene la presenza simbolica di Dio, essa è chiamata Madre di Dio. Ciò che risulta dal Targum del Cantico del Cantici III, 11  » Uscite figlie di Sion, guardate il re Salomone con il diadema con il quale sua madre l’ha coronato, il giorno delle sue nozze, il giorno della gioia del suo cuore. »
Quando il re Salomone venne per celebrare la dedicazione del santuario, un araldo gridò ad alta voce dicendo così: Uscite abitanti delle regioni della terra d’Israele e popolo di Sion. E guardate il re Salomone con il diadema e la corona con il quale il popolo della casa d’Israele lo incoronò il giorno della dedicazione del Tempio. E rallegratevi per la festa dei Tabernacoli per 14 giorni.
In questo commentario le figlie di Sion sono gli abitanti della terra d’Israele e il popolo di Gerusalemme. Il re Salomone è Dio. Il nome Salomone indica direttamente Dio in tutto il Targum. La madre del Re è il popolo della casa d’Israele. La corona che il popolo ha posato su Dio è il Tempio.
Israele è madre di Dio fino a quando contiene la presenza di Dio nel Tempio. Il midrash Sifra Lev 9,221 attribuisce la stessa interpretazione alla tenda del convegno nel deserto dopo la teofania del Sinai. La presenza di Dio in mezzo al suo popolo fa di quest’ultimo la madre di Dio.
L’espressione » Maria madre di Dio », in effetti, non turba i fratelli maggiori giudei più che l’affermazione dell’Incarnazione di Dio.
Questo mistero è rifiutato allo stesso modo in nome della trascendenza di Dio. Significa che i cristiani hanno rinunciato al monoteismo stretto per tornare alla mitologia greca?. L’accusa è frequente anche nei centri aperti al dialogo inter religioso. La fede al Cristo nella teologia cristiana si rende piena in Maria, madre di Dio secondo l’umanità, di una luce nuova. Paradossalmente Maria non cessa di svelare il viso umano di Dio. Sergio Boulgakov afferma che il segreto che Maria svela è quello della maternità di Dio.
L’amore di Dio ha un viso femminile, numerosi teologi lo hanno ricordato recentemente. Maria svela ancora un altro segreto: quello della Chiesa: « Non c’è che una sola Vergine Madre e mi piace chiamarla Chiesa », scriveva Clemente di Alessandria.  » La Madre di Dio è la Chiesa che prega », afferma dal proprio lato S. Boulgakov.
Esiste dunque un legame stretto e profondo tra la presenza di Maria e l’azione della Chiesa, tra la purificazione dell’anima in Maria e quella nella Chiesa. L’autore di questa purificazione è lo Spirito di Dio. Maria è la Chiesa sono le due manifestazioni visibili di Colui che resta invisibile. Lo Spirito è la Vergine e la Vergine è la Chiesa, secondo l’affermazione di S. Ambrogio.
Le icone di Maria dai titoli più svariati non fanno altro che sottolineare gli aspetti diversi della Chiesa Vergine e madre. Maria è ugualmente all’origine della memoria della Chiesa. Ella meditava tutte i ricordi della Chiesa delle origini nel suo cuore. Ella è l’archetipo e la personificazione della Chiesa, corpo di Cristo e Tempio dello Spirito.
Infine, Maria, accogliendo Dio in lei al momento dell’Annunciazione, dimostra che la natura umana può essere completamente trasfigurata da Dio. Ella è l’immagine dell’anima fecondata dallo Spirito che genera il Signore .
La Pentecoste, dove Maria è presente come madre della Chiesa, non è altro che la missione della Chiesa mirante a umanizzare l’umanità tentata dalla bestialità. Stranamente Maria di Nazareth, cantata dal mondo intero e dipinta da innumerevoli artisti, non ha trovato posto nell’enciclopedia giudaica, Un’omissione sorprendente, almeno per la donna giudea più celebre del mondo intero.

« I grandi mistici e i grandi atei s’incontrano », diceva Dostoïevski. E perché ci parlano di un Dio più grande del nostro cuore, delle nostre rappresentazioni mentali e le nostre ricerche spirituali.
Questo Dio si rivela Altro e, affinché Egli viva, le nostre raffigurazioni rassicuranti di Dio e di Maria devono scomparire.

Traduzione I.M.

 

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