Archive pour le 20 août, 2008

San Bernardo di Chiaravalle

San Bernardo di Chiaravalle dans immagini sacre

20 August is the feast of St Bernard of Clairvaux whose statue stands overlooking Rosary Square in Lourdes

photo of Lawrence OP,

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San Bernardo: Dai «Discorsi sul Cantico dei Cantici»

20 agosto  San Bernardo di Chiaravalle

Liturgia delle Ore – Ufficio delle Letture 

Seconda Lettura
Dai «Discorsi sul Cantico dei Cantici» di san Bernardo, abate
(Disc. 83,4-6; Opera omnia, ed. Cisterc. 2 [1958] 300-302)

Amo perché amo, amo per amare
L’amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. È a se stesso merito e premio. L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l’amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente. Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere. L’amore è il solo tra tutti i moti dell’anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari; l’unico con il quale possa contraccambiare il prossimo e, in questo caso, certo alla pari. Quando Dio ama, altro non desidera che essere amato. Non per altro ama, se non per essere amato, sapendo che coloro che l’ameranno si beeranno di questo stesso amore. L’amore dello Sposo, anzi lo Sposo-amore cerca soltanto il ricambio dell’amore e la fedeltà. Sia perciò lecito all’amata di riamare. Perché la sposa, e la sposa dell’Amore non dovrebbe amare? Perché non dovrebbe essere amato l’Amore?
Giustamente, rinunziando a tutti gli altri suoi affetti, attende tutta e solo all’Amore, ella che nel ricambiare l’amore mira a uguagliarlo. Si obietterà, però, che, anche se la sposa si sarà tutta trasformata nell’Amore, non potrà mai raggiungere il livello della fonte perenne dell’amore. È certo che non potranno mai essere equiparati l’amante e l’Amore, l’anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo, il Creatore e la creatura. La sorgente, infatti, da sempre molto più di quanto basti all’assetato.
Ma che importa tutto questo? Cesserà forse e svanirà del tutto il desiderio della sposa che attende il momento delle nozze, cesserà la brama di chi sospira, l’ardore di chi ama, la fiducia di chi pregusta, perché non è capace di correre alla pari con un gigante, gareggiare in dolcezza col miele, in mitezza con l’agnello, in candore con il giglio, in splendore con il sole, in carità con colui che è l’Amore? No certo. Sebbene infatti la creatura ami meno, perché è inferiore, se tuttavia ama con tutta se stessa, non le resta nulla da aggiungere. Nulla manca dove c’è tutto. Perciò per lei amare così è aver celebrato le nozze, poiché non può amare così ed essere poco amata. Il matrimonio completo e perfetto sta nel consenso dei due, a meno che uno dubiti che l’anima sia amata dal Verbo, e prima e di più.

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20 agosto: San Bernardo di Chiaravalle Abate e dottore della Chiesa

dal sito: 

http://santiebeati.it/index.html

San Bernardo di Chiaravalle Abate e dottore della Chiesa

20 agosto

Digione, Francia, 1090 – Chiaravalle-Clairvaux, 20 agosto 1153

Bernardo, dopo Roberto, Alberico e Stefano, fu padre dell’Ordine Cistercense. L’obbedienza e il bene della Chiesa lo spinsero spesso a lasciare la quiete monastica per dedicarsi alle più gravi questioni politico-religiose del suo tempo. Maestro di guida spirituale ed educatore di generazioni dei santi, lascia nei suoi sermoni di commento alla Bibbia e alla liturgia un eccezionale documento di teologia monastica tendente, più che alla scienza, all’esperienza del mistero. Ispirò un devoto affetto all’umanità di Cristo e alla Vergine Madre. (Mess. Rom.)

Patronato: Apicultori

Etimologia: Bernardo = ardito come orso, dal tedesco

Emblema: Bastone pastorale, Libro

Martirologio Romano: Memoria di san Bernardo, abate e dottore della Chiesa, che entrato insieme a trenta compagni nel nuovo monastero di Cîteaux e divenuto poi fondatore e primo abate del monastero di Chiaravalle, diresse sapientemente con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni, finché nel territorio di Langres in Francia riposò nel Signore.

A ventidue anni si fa monaco, tirando con sé una trentina di parenti. Il monastero è quello fondato da Roberto di Molesmes a Cîteaux (Cistercium in latino, da cui cistercensi). A 25 anni lo mandano a fondarne un altro a Clairvaux, campagna disabitata, che diventa la Clara Vallis sua e dei monaci. È riservato, quasi timido. Ma c’è il carattere. Papa e Chiesa sono le sue stelle fisse, ma tanti ecclesiastici gli vanno di traverso. È severo anche coi monaci di Cluny, secondo lui troppo levigati, con chiese troppo adorne, « mentre il povero ha fame ».
Ai suoi cistercensi chiede meno funzioni, meno letture e tanto lavoro. Scaglia sull’Europa incolta i suoi miti dissodatori, apostoli con la zappa, che mettono all’ordine la terra e l’acqua, e con esse gli animali, cambiando con fatica e preghiera la storia europea. E lui, il capo, è chiamato spesso a missioni di vertice, come quando percorre tutta l’Europa per farvi riconoscere il papa Innocenzo II (Gregorio Papareschi) insidiato dall’antipapa Pietro de’ Pierleoni (Anacleto II). E lo scisma finisce, con l’aiuto del suo prestigio, del suo vigore persuasivo, ma soprattutto della sua umiltà. Questo asceta, però, non sempre riesce ad apprezzare chi esplora altri percorsi di fede. Bernardo attacca duramente la dottrina trinitaria di Gilberto Porretano, vescovo di Poitiers. E fa condannare l’insegnamento di Pietro Abelardo (docente di teologia e logica a Parigi) che preannuncia Tommaso d’Aquino e Bonaventura.
Nel 1145 sale al pontificato il suo discepolo Bernardo dei Paganelli (Eugenio III), e lui gli manda un trattato buono per ogni papa, ma adattato per lui, con l’invito a non illudersi su chi ha intorno: « Puoi mostrarmene uno che abbia salutato la tua elezione senza aver ricevuto denaro o senza la speranza di riceverne? E quanto più si sono professati tuoi servitori, tanto più vogliono spadroneggiare ». Eugenio III lo chiama poi a predicare la crociata (la seconda) in difesa del regno cristiano di Gerusalemme. Ma l’impresa fallirà davanti a Damasco.
Bernardo arriva in una città e le strade si riempiono di gente. Ma, tornato in monastero, rieccolo obbediente alla regola come tutti: preghiera, digiuno, e tanto lavoro. Abbiamo di lui 331 sermoni, più 534 lettere, più i trattati famosi: su grazia e libero arbitrio, sul battesimo, sui doveri dei vescovi… E gli scritti, affettuosi su Maria madre di Gesù, che egli chiama mediatrice di grazie (ma non riconosce la dottrina dell’Immacolata Concezione).
Momenti amari negli ultimi anni: difficoltà nell’Ordine, la diffusione di eresie e la sofferenza fisica. Muore per tumore allo stomaco. È seppellito nella chiesa del monastero, ma con la Rivoluzione francese i resti andranno dispersi; tranne la testa, ora nella cattedrale di Troyes.
Alessandro III lo proclama santo nel 1174. Pio VIII, nel 1830, gli dà il titolo di Dottore della Chiesa.

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Colloquio di Benedetto XVI con il clero di Bolzano-Bressanone

dal sito:


http://zenit.org/article-15190?l=italian

Colloquio di Benedetto XVI con il clero di Bolzano-Bressanone

BRESSANONE, martedì, 19 agosto 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo del colloquio di Benedetto XVI con il clero della diocesi di Bolzano-Bressanone, durante l’incontro svoltosi mercoledì 6 agosto nel Duomo di Bressanone.

* * *

Michael Horrer, seminarista – Santo Padre, mi chiamo Michael Horrer e sono seminarista. In occasione della XXIII Giornata mondiale della Gioventù di Sydney, in Australia, alla quale ho partecipato con altri giovani della nostra diocesi, Lei ha ribadito continuamente ai 400 mila giovani presenti l’importanza dell’opera dello Spirito Santo in noi giovani e nella Chiesa. Il tema della Giornata era: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni» (At 1, 8). Ora noi giovani siamo ritornati — rafforzati dallo Spirito Santo e dalle Sue parole — nelle nostre case, nella nostra diocesi ed alla nostra vita quotidiana. Santo Padre, come possiamo vivere concretamente qui, nel nostro Paese e nella nostra vita quotidiana, i doni dello Spirito Santo e testimoniarli agli altri, in modo che anche i nostri parenti, amici e conoscenti sentano e sperimentino la forza dello Spirito Santo e noi possiamo esercitare la nostra missione di testimoni di Cristo? Cosa ci può consigliare, per fare in modo che la nostra diocesi rimanga giovane nonostante l’invecchiamento del clero e rimanga anche aperta all’opera dello Spirito di Dio che guida la Chiesa?

Grazie per questa domanda. Sono contento di vedere un seminarista, un candidato al sacerdozio di questa diocesi, nel cui volto posso in un certo senso ritrovare il volto giovane della diocesi, e sono contento di sentire che Lei, insieme ad altri, è stato a Sydney, dove in una grande festa della fede abbiamo sperimentato insieme proprio la giovinezza della Chiesa. Anche per gli australiani è stata una grande esperienza. Inizialmente avevano guardato a questa Giornata mondiale della gioventù con grande scetticismo perché ovviamente avrebbe portato con sé molti impedimenti nella vita quotidiana, molti fastidi, come ad esempio per il traffico eccetera. Ma alla fine l’abbiamo visto anche dai media, i cui pregiudizi si sono sbriciolati pezzo per pezzo tutti si sono sentiti coinvolti da questa atmosfera di gioia e di fede; hanno visto che i giovani vengono e non creano problemi di sicurezza e nemmeno di altro genere, ma sanno stare insieme con gioia. Hanno visto che anche oggi la fede è una forza presente, che è una forza capace di dare il giusto orientamento alle persone, per cui c’è stato un momento in cui abbiamo veramente sentito il soffio dello Spirito Santo che spazza via i pregiudizi, che fa capire agli uomini che sì, qui troviamo quello che ci tocca da vicino, questa è la direzione in cui dobbiamo andare; e così si può vivere, così si apre il futuro.

A ragione Lei ha detto che è stato un momento forte, dal quale abbiamo riportato a casa una fiammella. Nella vita quotidiana, però, è molto più difficile percepire concretamente l’operare dello Spirito Santo o addirittura essere personalmente mezzo affinché Egli possa essere presente, affinché si verifichi quel soffio che spazza via i pregiudizi del tempo, che nel buio crea la luce e ci fa sentire che la fede non solo ha

un futuro, ma è il futuro. Come possiamo realizzare ciò? Certamente, da soli non ne siamo in grado. Alla fine, è il Signore che ci aiuta, ma noi dobbiamo essere strumenti disponibili. Direi semplicemente: nessuno può dare quello che non possiede personalmente, cioè: non possiamo trasmettere lo Spirito Santo in modo efficace, renderlo percepibile, se noi stessi non gli siamo vicini. Ecco perché io penso che la cosa più importante sia che noi stessi rimaniamo, per così dire, nel raggio del soffio dello Spirito Santo, in contatto con lui. Soltanto se saremo continuamente toccati interiormente dallo Spirito Santo, se Egli ha la sua presenza in noi, soltanto allora possiamo anche trasmetterlo ad altri, Egli allora ci dà la fantasia e le idee creative sul come fare; idee che non si possono programmare ma che nascono nella situazione stessa, perché lì lo Spirito Santo sta operando. Quindi, primo punto: dobbiamo noi stessi rimanere nel raggio del soffio dello Spirito Santo. Il Vangelo di Giovanni ci racconta come, dopo la Risurrezione, il Signore viene dai discepoli, soffia su di loro e dice:

«Ricevete lo Spirito Santo». Questo è un parallelo alla Genesi, dove Dio soffia sull’impasto di terra e questo prende vita e diventa uomo. Ora l’uomo, che interiormente è oscurato e mezzo morto, riceve nuovamente il soffio di Cristo ed è questo soffio di Dio che gli dà una nuova dimensione di vita, gli dà la vita con lo Spirito Santo. Possiamo quindi dire: lo Spirito Santo è il soffio di Gesù Cristo e noi, in un certo senso, dobbiamo chiedere a Cristo di soffiare sempre su di noi affinché in noi questo soffio diventi vivo e forte e operi nel mondo. Ciò significa dunque che dobbiamo tenerci vicini a Cristo. Noi lo facciamo meditando la sua Parola. Noi sappiamo che l’autore principale delle Sacre Scritture è lo Spirito Santo. Quando attraverso di essa noi parliamo con Dio, quando in essa non cerchiamo soltanto il passato ma veramente il Signore presente che ci parla, allora è come se noi ci trovassimo come ho detto anche in Australia a passeggiare nel giardino dello Spirito Santo, parliamo con Lui, Egli parla con noi. Ecco, imparare ad essere di casa in questo ambito, nell’ambito della Parola di Dio è una cosa molto importante che, in un certo senso, ci introduce nel soffio di Dio. E poi, naturalmente, questo ascoltare, camminare nell’ambito della Parola deve trasformarsi in una risposta, una risposta nella preghiera, nel contatto con Cristo. E, naturalmente, innanzitutto nel Santo Sacramento dell’Eucaristia, nel quale Egli ci viene incontro ed entra in noi, quasi si fonde con noi. Ma poi anche nel Sacramento della Penitenza, che sempre ci purifica, che lava via le oscurità che la vita quotidiana ripone in noi.

In breve, una vita con Cristo nello Spirito Santo, nella Parola di Dio e nella comunione della Chiesa, nella sua comunità viva. Sant’Agostino ha detto: «Se vuoi lo Spirito di Dio, devi essere nel Corpo di Cristo». Nel Corpo mistico di Cristo si trova l’ambito del suo Spirito. Tutto questo dovrebbe determinare lo svolgimento della nostra giornata, in modo che diventi una giornata strutturata, un giorno in cui Dio ha sempre accesso a noi, in cui continuamente si verifica il contatto con Cristo, in cui proprio per questo riceviamo continuamente il soffio dello Spirito Santo. Se faremo questo, se non saremo troppo pigri, indisciplinati o indolenti, allora ci accadrà qualcosa, allora la giornata prenderà una forma e allora la nostra stessa vita prenderà una forma in essa e questa luce emanerà da noi senza che dobbiamo stare a pensarci troppo o che dobbiamo adottare un modo d’agire per così dire «propagandistico»: viene da sé, perché

rispecchia il nostro animo.A questa aggiungerei poi una seconda dimensione, logicamente collegata con la prima: se viviamo con Cristo, anche le cose umane ci riusciranno bene. Infatti, la fede non comporta solo un aspetto soprannaturale, essa ricostruisce l’uomo riportandolo alla sua umanit

à, come mostra quel parallelo tra la Genesi e Giovanni 20; essa si basa proprio sulle virtù naturali: l’onestà, la gioia, la disponibilità ad ascoltare il prossimo, la capacità di perdonare, la generosità, la bontà, la cordialità tra le persone. Queste virtù umane sono indicative del fatto che la fede è veramente presente, che noi veramente siamo con Cristo. E credo che dovremmo fare molta attenzione, anche per quanto riguarda noi stessi, a questo: far maturare in noi l’autentica umanità, perché la fede comporta la piena realizzazione dell’essere umano, dell’umanità. Dovremmo far attenzione a svolgere bene ed in maniera giusta le cose umane anche nella professione, nel rispetto del prossimo, preoccupandoci del prossimo, che è il modo migliore per preoccuparci di noi stessi: infatti, «esserci» per il prossimo è il modo migliore di «esserci» per noi stessi. E da questo nascono poi quelle iniziative che non si possono programmare: le comunità di preghiera, le comunità che leggono insieme la Bibbia o anche l’aiuto fattivo alle persone che sono in necessità, che ne hanno bisogno, che si trovano ai margini della vita, ai malati, agli handicappati e tante altre cose ancora … Ecco che ci si aprono gli occhi per vedere le nostre capacità personali, per prendere le corrispondenti iniziative e saper infondere negli altri il coraggio di fare altrettanto. E proprio queste cose umane poi ci fortificano, mettendoci in qualche modo nuovamente in contatto con lo Spirito di Dio.

Il Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta a Roma mi ha raccontato che a Natale è andato con alcuni giovani alla stazione per portare un po’ di Natale alle persone abbandonate. Mentre egli stesso poi stava ritirandosi, ha sentito uno dei giovani dire all’altro: «Questo è più forte della discoteca. Qui è veramente bello, perché posso fare qualcosa per gli altri!»

. Queste sono le iniziative che lo Spirito Santo suscita in noi. Senza tante parole esse ci fanno sentire la forza dello Spirito e si viene resi attenti a Cristo.

Bè, forse ho detto ora poco di concreto, ma penso che la cosa più importante sia che, innanzitutto, la nostra vita sia orientata verso lo Spirito Santo, perché viviamo nell’ambito dello Spirito, nel Corpo di Cristo, e che poi da questo sperimentiamo l’umanizzazione, curiamo le semplici virtù umane ed impariamo così ad essere buoni nel senso più ampio della parola. In questo modo si acquista sensibilità per le iniziative di bene che poi naturalmente sviluppano una forza missionaria e in un certo senso preparano quel momento in cui diventa sensato e comprensibile parlare di Cristo e della nostra fede.

P. Willibald Hopfgartner ofm – Santo Padre, mi chiamo Willibald Hopfgartner, sono francescano e opero nella scuola e in diversi ambiti del governo dell’Ordine. Nel Suo Discorso di Ratisbona Lei ha sottolineato il legame sostanziale tra lo Spirito divino e la ragione umana. Dall’altro canto, Lei ha anche sempre sottolineato l’importanza dell’arte e della bellezza, dell’estetica. Allora, accanto al dialogo concettuale su Dio (in teologia), non dovrebbe essere sempre di nuovo ribadita l’esperienza estetica della fede nell’ambito della Chiesa, per l’annuncio e la liturgia?

Grazie. Sì, penso che le due cose vadano insieme: la ragione, la precisione, l’onestà della riflessione sulla verità, e la bellezza. Una ragione che in qualche modo volesse spogliarsi della bellezza, sarebbe dimezzata, sarebbe una ragione accecata. Soltanto le due cose unite formano l’insieme, e proprio per la fede questa unione è importante. La fede deve continuamente affrontare le sfide del pensiero di questa epoca, affinché essa non sembri una sorta di leggenda irrazionale che noi manteniamo in vita, ma sia veramente una risposta alle grandi domande; affinché non sia solo abitudine ma verità come ebbe a dire una volta Tertulliano. San Pietro, nella sua prima Lettera, aveva scritto quella frase che i teologi del medioevo avevano preso come legittimazione, quasi come incarico per il loro lavoro teologico: «Siate pronti in ogni momento a rendere conto del senso della speranza che è in voi» apologia del logos della speranza, un trasformare cioè il logos, la ragione della speranza in apologia, in risposta agli uomini. Evidentemente, egli era convinto del fatto che la fede fosse logos, che essa fosse una ragione, una luce che proviene dalla Ragione creatrice, e non un bel miscuglio, frutto del nostro pensiero. Ed ecco perché è universale, per questo può essere comunicata a tutti.

Ma proprio questo logos

creatore non è soltanto un logos tecnico su questo aspetto torneremo con un’altra risposta è ampio, è un logos che è amore e quindi tale da esprimersi nella bellezza e nel bene. E, in realtà, una volta ho detto che per me l’arte ed i santi sono la più grande apologia della nostra fede. Gli argomenti portati dalla ragione sono assolutamente importanti ed irrinunciabili, ma poi da qualche parte rimane sempre il dissenso. Invece, se guardiamo i Santi, questa grande scia luminosa con la quale Dio ha attraversato la storia, vediamo che lì veramente c’è una forza del bene che resiste ai millenni, lì c’è veramente la luce dalla luce. E nello stesso modo, se contempliamo le bellezze create dalla fede, ecco, sono semplicemente, direi, la prova vivente della fede. Se guardo questa bella cattedrale: è un annuncio vivente! Essa stessa ci parla, e partendo dalla bellezza della cattedrale riusciamo ad annunciare visivamente Dio, Cristo e tutti i suoi misteri: qui essi hanno preso forma e ci guardano. Tutte le grandi opere d’arte, le cattedrali le cattedrali gotiche e le splendide chiese barocche tutte sono un segno luminoso di Dio e quindi veramente una manifestazione, un’epifania di Dio. E nel cristianesimo si tratta proprio di questa epifania: che Dio è diventato una velata Epifania appare e risplende. Abbiamo appena ascoltato l’organo in tutto il suo splendore e io penso che la grande musica nata nella Chiesa sia un rendere udibile e percepibile la verità della nostra fede: dal gregoriano alla musica delle cattedrali fino a Palestrina e alla sua epoca, fino a Bach e quindi a Mozart e Bruckner e così via … Ascoltando tutte queste opere le Passioni di Bach, la sua Messa in sì bemolle e le grandi composizioni spirituali della polifonia del xvi secolo, della scuola viennese, di tutta la musica, anche quella di compositori minori improvvisamente sentiamo: è vero! Dove nascono cose del genere, c’è la Verità. Senza un’intuizione che scopra il vero centro creativo del mondo, non può nascere tale bellezza. Per questo penso che dovremmo sempre fare in modo che le due cose siano insieme, portarle insieme. Quando, in questa nostra epoca, discutiamo della ragionevolezza della fede, discutiamo proprio del fatto che la ragione non finisce dove finiscono le scoperte sperimentali, essa non finisce nel positivismo; la teoria dell’evoluzione vede la verit

à, ma ne vede soltanto metà: non vede che dietro c’è lo Spirito della creazione. Noi stiamo lottando per l’allargamento della ragione e quindi per una ragione che, appunto, sia aperta anche al bello e non debba lasciarlo da parte come qualcosa di totalmente diverso e irragionevole. L’arte cristiana è un’arte razionale pensiamo all’arte del gotico o alla grande musica o anche, appunto, alla nostra arte barocca ma è espressione artistica di una ragione molto ampliata, nella quale cuore e ragione si incontrano. Questo è il punto. Questo, penso, è in qualche modo la prova della verità del cristianesimo: cuore e ragione si incontrano, bellezza e verità si toccano. E quanto più noi stessi riusciamo a vivere nella bellezza della verità, tanto più la fede potrà tornare ad essere creativa anche nel nostro tempo e ad esprimersi in una forma artistica convincente.

Allora, caro Padre Hopfgartner, grazie per la domanda; cerchiamo di fare in modo che le due categorie, quella estetica e quella noetica, siano unite e che in questa grande ampiezza si manifesti l’interezza e la profondità della nostra fede.

Willi Fusaro – Santo Padre, sono don Willi Fusaro, ho 42 anni e sono ammalato dall’anno della mia ordinazione sacerdotale. Sono stato ordinato nel giugno del 1991; poi nel settembre dello stesso anno ho avuto la diagnosi di sclerosi multipla. Sono cooperatore parrocchiale presso la parrocchia del Corpus Domini di Bolzano. Mi ha colpito molto la figura di Giovanni Paolo ii, soprattutto nell’ultimo tempo del suo pontificato, quando portava con coraggio e umiltà, davanti al mondo intero, la sua umana debolezza.

Vista la sua vicinanza al suo amato predecessore, e in base alla sua personale esperienza, quali parole mi può donare e può donare a tutti noi per aiutare davvero i sacerdoti, anziani, ammalati a vivere bene e fruttuosamente il loro sacerdozio nel presbiterio e nella comunità cristiana? Grazie!

Grazie, reverendo. Dunque, anche io direi che per me le due parti del pontificato di Papa Giovanni Paolo ii sono ugualmente importanti. La prima parte nella quale lo abbiamo visto come gigante della fede: egli con un coraggio incredibile, una forza straordinaria, una vera gioia della fede, una grande lucidità, ha portato sino ai confini della terra il messaggio del Vangelo. Ha parlato con tutti, ha aperto nuove strade con i Movimenti, con il dialogo interreligioso, con gli incontri ecumenici, con l’approfondimento dell’ascolto della Parola Divina, con tutto… con il suo amore per la Sacra Liturgia. Lui realmente possiamo dire

ha fatto cadere non le mura di Gerico, ma le mura tra due mondi, proprio con la forza della sua fede e questa testimonianza rimane indimenticabile, rimane una luce per questo nuovo millennio. Ma devo dire che per me anche questi ultimi anni del suo Pontificato non erano di minore importanza, a motivo di questa testimonianza umile della sua passione. Come ha portato la Croce del Signore davanti a noi e ha realizzato la parola del Signore:

«Seguitemi, portando con me, e seguendo me, la Croce»! Questa umiltà, questa pazienza con la quale ha accettato quasi la distruzione del suo corpo, la crescente incapacità di usare la parola, lui che era stato maestro della parola. E così ci ha mostrato mi sembra visibilmente questa verità profonda che il Signore ci ha redento con la sua Croce, con la Passione come estremo atto del suo amore. Ci ha mostrato che la sofferenza non è solo un non, un qualcosa di negativo, la mancanza di qualche cosa, ma è una realtà positiva. Che la sofferenza accettata nell’amore di Cristo, nell’amore di Dio e degli altri è una forza redentrice, una forza dell’amore e non meno potente che i grandi atti che aveva fatto nella prima parte del suo Pontificato. Ci ha insegnato un nuovo amore per i sofferenti e fatto capire che cosa vuol dire «nella Croce e per la Croce siamo salvati». Anche nella vita del Signore abbiamo questi due aspetti. La prima parte dove insegna la gioia del Regno di Dio, porta i suoi doni agli uomini e poi, nella seconda parte, l’immergersi nella Passione, fino all’ultimo grido dalla Croce. E proprio così ci ha insegnato chi è Dio, che Dio è amore e che nell’identificarsi con la nostra sofferenza di esseri umani ci prende nelle sue mani e ci immerge nel suo amore e solo l’amore è il bagno di redenzione, di purificazione e di rinascita.

Perciò mi sembra che noi tutti e sempre di nuovo in un mondo che vive di attivismo, di giovinezza, dell’essere giovane, forte, bello, del riuscire a fare grandi cose dobbiamo imparare la verità dell’amore che si fa passione e proprio così redime l’uomo e lo unisce con Dio amore. Quindi vorrei ringraziare tutti coloro che accettano la sofferenza, che soffrono con il Signore e vorrei incoraggiare tutti noi ad avere un cuore aperto per i sofferenti, per gli anziani e capire che proprio la loro passione è una sorgente di rinnovamento per l’umanità e crea in noi amore e ci unisce al Signore. Ma alla fine è sempre difficile soffrire. Mi ricordo la sorella del cardinale Mayer: era molto ammalata, e lui le diceva, quando era impaziente: «Ma, vedi, tu sei adesso con il Signore». E lei ha risposto: «Per te è facile dire questo, perché tu sei sano, ma io sono nella passione». È vero, nella passione vera diventa sempre difficile unirsi realmente al Signore e rimanere in questa disposizione di unione con il Signore sofferente. Preghiamo dunque per tutti i sofferenti e facciamo quanto sta in noi per aiutarli, mostriamo la nostra gratitudine per il loro soffrire e assistiamoli in quanto possiamo, con questo grande rispetto per il valore della vita umana, proprio della vita sofferente sino alla fine. È questo un messaggio fondamentale del cristianesimo, che viene dalla teologia della Croce: che la sofferenza, la passione è presenza dell’amore di Cristo, è sfida per noi ad unirci con questa sua passione. Dobbiamo amare i sofferenti non solo con le parole, ma con tutta la nostra azione e il nostro impegno. Mi sembra che solo così siamo cristiani realmente. Ho scritto nella mia Enciclica Spe salvi

che la capacità di accettare la sofferenza e i sofferenti è misura dell’umanità che si possiede. Dove manca questa capacità, l’uomo è ridotto e ridimensionato. Quindi preghiamo il Signore perché ci aiuti nella nostra sofferenza e ci induca ad essere vicini a tutti i sofferenti in questo mondo.

Karl Golser – Santo Padre! Mi chiamo Karl Golser, sono professore di teologia morale qui a Bressanone e anche direttore dell’Istituto per la giustizia, la pace e la tutela della creazione; anche canonico. Mi piace ricordare il periodo in cui ho potuto lavorare con Lei alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Come Lei sa, la Chiesa cattolica ha profondamente forgiato la storia e la cultura nel nostro Paese. Oggi però, a volte abbiamo la sensazione che, come Chiesa, ci siamo un po’ ritirati in sagrestia. Le dichiarazioni del magistero pontificio in merito alle grandi questioni sociali non trovano il giusto riscontro a livello di parrocchie e di comunità ecclesiali. Qui, in Alto Adige, ad esempio, le autorità e molte associazioni richiamano fortemente l’attenzione sui problemi ambientali e in particolare sui cambiamenti climatici: gli argomenti principali sono lo scioglimento dei ghiacciai, le frane in montagna, i problemi del costo dell’energia, il traffico e l’inquinamento atmosferico. Molte sono le iniziative a favore della tutela dell’ambiente. Nella consapevolezza media dei nostri cristiani, però, tutto questo ha ben poco a che vedere con la fede. Cosa possiamo fare per portare maggiormente nella vita delle comunità cristiane il senso di responsabilità nei riguardi del creato? Come possiamo arrivare a vedere sempre più insieme la Creazione e la Redenzione? Come possiamo vivere in modo esemplare uno stile di vita cristiano, che sia durevole? E come unirlo ad una qualità di vita, che sia attraente per tutti gli uomini della nostra terra?

La ringrazio molto, caro professor Golser: sicuramente Lei potrebbe rispondere molto meglio di me a tali questioni, ma proverò lo stesso a dire qualcosa. Lei ha dunque toccato il Tema Creazione e Redenzione ed io penso che questo legame inscindibile debba ricevere nuovo rilievo. Negli ultimi decenni, la dottrina della Creazione era quasi scomparsa in teologia, era quasi impercettibile. Ora ci accorgiamo dei danni che ne derivano. Il Redentore è il Creatore e se noi non annunciamo Dio in questa sua totale grandezza di Creatore e di Redentore togliamo valore anche alla Redenzione. Infatti, se Dio non ha nulla da dire nella Creazione, se viene relegato semplicemente in un ambito della storia, come può realmente comprendere tutta la nostra vita? Come potrà portare veramente la salvezza per l’uomo nella sua interezza e per il mondo nella sua totalità? Ecco perché per me, il rinnovamento della dottrina della Creazione ed una nuova comprensione dell’inscindibilità di Creazione e Redenzione riveste una grandissima importanza.

Dobbiamo riconoscere nuovamente: Lui è il creator Spiritus

, la Ragione che è in principio e dalla quale tutto nasce e di cui la nostra ragione non è che una scintilla. Ed è Lui, il Creatore stesso, che è pure entrato nella storia e può entrare nella storia ed operare in essa proprio perché Egli è il Dio dell’insieme e non solo di una parte. Se riconosceremo questo, ne conseguirà ovviamente che la Redenzione, l’essere cristiani, semplicemente la fede cristiana significano sempre e comunque anche responsabilità nei riguardi della Creazione. Venti-trenta anni fa si accusavano i cristiani non so se questa accusa sia ancora sostenuta di essere i veri responsabili della distruzione della Creazione, perché la parola contenuta nella Genesi «Soggiogate la terra» avrebbe portato a quella arroganza nei riguardi del creato di cui noi oggi sperimentiamo le conseguenze. Penso che dobbiamo nuovamente imparare a capire questa accusa in tutta la sua falsità: fino a quando la terra è stata considerata creazione di Dio, il compito di «soggiogarla» non è mai stato inteso come un ordine di renderla schiava, ma piuttosto come compito di essere custodi della creazione e di svilupparne i doni; di collaborare noi stessi in modo attivo all’opera di Dio, all’evoluzione che Egli ha posto nel mondo, così che i doni della creazione siano valorizzati e non calpestati e distrutti.Se osserviamo quello che

è nato intorno ai monasteri, come in quei luoghi siano nati e continuino a nascere piccoli paradisi, oasi della creazione, si rende evidente che tutte queste cose non sono soltanto parole, ma dove la Parola del Creatore è stata compresa nella maniera corretta, dove c’è stata vita con il Creatore redentore, lì ci si è impegnati a salvare la creazione e non a distruggerla. In questo contesto rientra anche il capitolo 8 della Lettera ai Romani, dove si dice che la creazione soffre e geme per la sottomissione in cui si trova e che attende la rivelazione dei figli di Dio: si sentirà liberata quando verranno delle creature, degli uomini che sono figli di Dio e che la tratteranno a partire da Dio. Io credo che sia proprio questo che noi oggi possiamo constatare come realtà: il creato geme lo percepiamo, quasi lo sentiamo e attende persone umane che lo guardino a partire da Dio. Il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra e lo consumiamo solo per noi stessi. E lo spreco della creazione inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi; inizia dove non esiste più alcuna dimensione della vita al di là della morte, dove in questa vita dobbiamo accaparrarci il tutto e possedere la vita nella massima intensità possibile, dove dobbiamo possedere tutto ciò che è possibile possedere.

Io credo, quindi, che istanze vere ed efficienti contro lo spreco e la distruzione del creato possono essere realizzate e sviluppate, comprese e vissute soltanto là, dove la creazione è considerata a partire da Dio; dove la vita è considerata a partire da Dio e ha dimensioni maggiori nella responsabilità davanti a Dio e un giorno ci sarà donata da Dio in pienezza e mai tolta: donando la vita, noi la riceviamo. Così, credo, dobbiamo tentare con tutti i mezzi che abbiamo di presentare la fede in pubblico, specialmente là dove riguardo ad essa c’è già sensibilità. E penso che la sensazione che il mondo forse ci stia scivolando via perché siamo noi stessi a cacciarlo via e il sentirci oppressi dai problemi della creazione, proprio questo ci dia l’occasione adatta in cui la nostra fede può parlare pubblicamente e può farsi valere come istanza propositiva. Infatti, non si tratta soltanto di trovare tecniche che prevengano i danni, anche se è importante trovare energie alternative ed altro. Ma tutto questo non sarà sufficiente se noi stessi non troveremo un nuovo stile di vita, una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne; una disciplina della responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro, perché è responsabilità davanti a Colui che è nostro Giudice e in quanto Giudice è

Redentore, ma appunto veramente anche nostro Giudice.

Penso quindi che sia necessario mettere in ogni caso insieme le due dimensioni Creazione e Redenzione, vita terrena e vita eterna, responsabilità nei riguardi del creato e responsabilità nei riguardi degli altri e del futuro e che sia nostro compito intervenire così in maniera chiara e decisa nell’opinione pubblica. Per essere ascoltati dobbiamo contemporaneamente dimostrare con il nostro stesso esempio, con il nostro proprio stile di vita, che stiamo parlando di un messaggio in cui noi stessi crediamo e secondo il quale è possibile vivere. E vogliamo chiedere al Signore che aiuti noi tutti a vivere la fede, la responsabilità della fede in maniera tale che il nostro stile di vita diventi testimonianza, e poi a parlare in maniera tale che le nostre parole portino in modo credibile la fede come orientamento in questo nostro tempo.

Franz Pixner, decano a Kastelruth – Santo Padre, mi chiamo Franz Pixner e sono il parroco di due grandi parrocchie. Io stesso, insieme a molti confratelli e anche laici, ci preoccupiamo del carico crescente nella cura pastorale a causa, per esempio, delle unità pastorali che si stanno creando: la pesante pressione del lavoro, la mancanza di riconoscimento, le difficoltà riguardo al Magistero, la solitudine, la diminuzione del numero dei sacerdoti ma anche delle comunità di fedeli. Molti si domandano che cosa Dio ci stia chiedendo in questa situazione, e in quale modo lo Spirito Santo ci voglia incoraggiare. In questo contesto nascono domande, per esempio in merito al celibato dei sacerdoti, all’ordinazione di viri probati al sacerdozio, al coinvolgimento dei carismi, in particolare anche dei carismi delle donne, nella pastorale, all’incarico a collaboratrici e collaboratori formati in teologia di conferire il battesimo e tenere omelie. Si pone anche la domanda di come noi sacerdoti, di fronte alle nuove sfide, possiamo aiutarci a vicenda in una comunità fraterna, e questo nei diversi livelli di diocesi, decanato, unità pastorale e parrocchia. La preghiamo, Santo Padre, di darci un buon consiglio per tutte queste domande. Grazie!

Caro decano, Lei ha aperto tutto il fascio di domande che occupano e preoccupano i pastori e noi tutti in questa nostra epoca e certamente Lei sa che io non sono in grado di dare in questo momento una risposta a tutto. Immagino che Lei avrà modo di ragionare ripetutamente di tutto questo anche con il suo Vescovo, e noi a nostra volta ne parliamo nei Sinodi dei Vescovi. Noi tutti, credo, abbiamo bisogno di questo dialogo tra di noi, del dialogo della fede e della responsabilità, per trovare la retta via in questo tempo sotto molti aspetti difficile per la fede e faticoso per i sacerdoti. Nessuno ha la ricetta pronta, stiamo cercando tutti insieme.

Con questa riserva, che cioè insieme a voi tutti mi trovo in mezzo a questo processo di fatica e di lotta interiore, cercherò di dire qualche parola, appunto come parte di un dialogo più ampio. Nella mia risposta vorrei considerare due aspetti fondamentali. Da un lato, l’insostituibilità del sacerdote, il significato e il modo del ministero sacerdotale oggi; dall’altro lato e questo oggi risalta più di prima la molteplicità dei carismi e il fatto che tutti insieme sono Chiesa, edificano la Chiesa e per questo dobbiamo impegnarci nel risvegliare i carismi, dobbiamo curare questo vivo insieme che poi sostiene anche il sacerdote. Egli sostiene gli altri, gli altri sostengono lui, e soltanto in questo insieme complesso e variegato la Chiesa può

crescere oggi e verso il futuro.Da una parte, ci sar

à sempre bisogno del sacerdote che è completamente dedito al Signore e perciò completamente dedito all’uomo. Nell’Antico Testamento c’è la chiamata alla santificazione che più o meno corrisponde a quello che noi intendiamo con la consacrazione, anche con l’ordinazione sacerdotale: c’è qualche cosa che viene consegnata a Dio e perciò viene tolta dalla sfera del comune, data a Lui. Ma questo poi significa che ora è a disposizione di tutti. Poiché è stata tolta e data a Dio, proprio per questo ora non è isolata ma è stata sollevata nel «per», nel per tutti. Penso che questo si possa dire anche del sacerdozio della Chiesa. Significa che, da un lato, siamo consegnati al Signore, tolti dal comune, ma, dall’altro, siamo consegnati a Lui perché in questo modo possiamo appartenergli totalmente e totalmente appartenere agli altri. Penso che dovremmo continuamente cercare di mostrare questo ai giovani a loro che sono idealisti, che vogliono fare qualcosa per l’insieme mostrare che proprio questa «estrazione dal comune» significa «consegna all’insieme» e che questo è un modo importante, il modo più importante per servire i fratelli. E di questo poi fa parte anche quel mettersi a disposizione del Signore veramente nella completezza del proprio essere e trovarsi quindi totalmente a disposizione degli uomini. Penso che il celibato sia un’espressione fondamentale di questa totalità e già per questo un grande richiamo in questo mondo, perché esso ha senso soltanto se noi crediamo veramente alla vita eterna e se crediamo che Dio ci impegna e che noi possiamo esserci per Lui.

Quindi, il sacerdozio è insostituibile perché nell’Eucaristia esso, partendo da Dio, sempre edifica la Chiesa, perché nel Sacramento della Penitenza sempre ci conferisce la purificazione, perché nel Sacramento il sacerdozio è, appunto, un essere coinvolto nel «per» di Gesù Cristo. Ma io so bene, quanto oggi sia difficile quando un sacerdote si trova a guidare non più soltanto una parrocchia di facile gestione, ma più parrocchie, unità pastorali; quando deve essere a disposizione per questo consiglio e per quell’altro e così via quanto sia difficile vivere una tale vita. Credo che in questa situazione sia importante avere il coraggio di limitarsi e la chiarezza nel decidere le priorità. Una priorità fondamentale dell’esistenza sacerdotale è lo stare con il Signore e quindi l’avere tempo per la preghiera. San Carlo Borromeo diceva sempre: «Non potrai curare l’anima degli altri se lasci che la tua deperisca. Alla fine, non farai più niente nemmeno per gli altri. Devi avere tempo anche per il tuo essere con Dio». Vorrei quindi sottolineare: per quanti impegni possano sopraggiungere, è una vera priorità di trovare ogni giorno, direi, un’ora di tempo per stare in silenzio per il Signore e con il Signore, come la Chiesa ci propone di fare con il breviario, con le preghiere del giorno, per così potersi sempre di nuovo arricchire interiormente, per ritornare come dicevo rispondendo alla prima domanda nel raggio del soffio dello Spirito Santo. E a partire da ciò ordinare poi le priorità

: devo imparare a vedere cosa sia veramente essenziale, dove sia assolutamente richiesta la mia presenza di sacerdote e non posso delegare nessuno. E allo stesso tempo devo accettare umilmente quando molte cose che avrei da fare e dove sarebbe richiesta la mia presenza non posso realizzare perch

é riconosco i miei limiti. Io credo che una tale umiltà sarà compresa dalla gente. E con ciò devo ora collegare l’altro aspetto: saper delegare, chiamare le persone alla collaborazione. Io ho l’impressione che la gente lo capisce e che anche lo apprezza, quando un sacerdote sta con Dio, quando bada al suo incarico di essere colui che prega per gli altri: Noi dicono non siamo capaci di pregare tanto, tu devi farlo per me: in fondo, è il tuo mestiere, per così dire, essere quello che prega per noi. Vogliono un sacerdote che onestamente si impegni a vivere con il Signore e poi sia a disposizione degli uomini i sofferenti, i moribondi, i bambini, i giovani (queste, direi, sono le priorità) ma che poi sappia anche distinguere le cose che altri possono fare meglio di lui, dando così spazio a quei carismi. Penso ai movimenti e a molteplici altre forme di collaborazione nella parrocchia. Su tutto questo si ragiona insieme anche nella Diocesi stessa, si creano forme e si promuovono gli interscambi. A ragione Lei ha detto che in ciò è importante guardare al di là della parrocchia verso la comunità della diocesi, anzi, verso la comunità della Chiesa universale, che a sua volta, deve poi rivolgere lo sguardo per vedere cosa succede in parrocchia e quali conseguenze ne derivano per il singolo sacerdote.

Poi Lei ha toccato ancora un altro punto, molto importante ai miei occhi: i sacerdoti, anche se magari vivono geograficamente più lontani gli uni dagli altri, sono una vera comunità di fratelli che devono sostenersi ed aiutarsi a vicenda. Questa comunione tra i sacerdoti è oggi quanto mai importante. Proprio per non piombare nell’isolamento, nella solitudine con le sue tristezze, è importante che possiamo incontrarci regolarmente. Sarà compito della Diocesi stabilire come realizzare al meglio gli incontri tra sacerdoti oggi c’è la macchina che facilità gli spostamenti affinché comunque sperimentiamo sempre di nuovo lo stare insieme, impariamo l’uno dall’altro, ci correggiamo a vicenda e vicendevolmente ci aiutiamo, ci rincuoriamo e ci consoliamo, affinché in questa comunione del presbiterio, insieme al Vescovo, possiamo rendere il nostro servizio alla Chiesa locale. Appunto: nessun sacerdote è sacerdote da solo, noi siamo presbiterio e solo in questa comunione con il Vescovo ognuno può rendere il suo servizio. Ora, questa bella comunione, da tutti riconosciuta su piano teologico deve poi anche tradursi in pratica, nei modi determinati dalla Chiesa locale. E deve allargarsi, perché anche nessun Vescovo è Vescovo da solo, ma soltanto Vescovo nel Collegio, nella grande comunione dei Vescovi. È questa comunione per la quale vogliamo sempre impegnarci. E penso che questo sia un aspetto particolarmente bello del cattolicesimo: attraverso il Primato, che non è una monarchia assoluta, ma un servizio di comunione, possiamo avere la certezza di questa unità, così che in una grande comunità

a tante voci, tutti insieme facciamo risuonare la grande musica della fede in questo mondo.

Preghiamo il Signore che ci consoli sempre quando pensiamo di non farcela più; sosteniamoci gli uni gli altri, e allora il Signore ci aiuterà a trovare insieme le strade giuste.

Paolo Rizzi, parroco e docente di teologia all’Istituto Superiore di scienze religiose – Santo Padre, sono Paolo Rizzi, parroco e docente di teologia all’Istituto Superiore di scienze religiose. Gradiremmo il suo parere pastorale sulla situazione riguardo ai sacramenti della Prima Comunione e della Confermazione. Sempre più spesso i bambini, i ragazzi e le ragazze che ricevono questi sacramenti si preparano con impegno per quanto riguarda gli incontri di catechesi, ma non partecipano all’Eucaristia domenicale e allora vien fatto di domandarsi: che senso ha tutto questo? Alle volte verrebbe voglia di dire: «Ma allora state a casa del tutto!». Invece si continua come sempre ad accettarli, pensando che in ogni caso è meglio non spegnere lo stoppino dalla fiamma tremolante. Si pensa cioè che comunque il dono dello Spirito possa incidere anche al di là di quello che vediamo e che in un’epoca di transizione come questa sia più prudente non prendere decisioni drastiche. Più in generale, trenta-trentacinque anni fa io pensavo che ci stessimo avviando ad essere un piccolo gregge, una comunità di minoranza più o meno in tutta l’Europa. Che si dovesse quindi donare i Sacramenti solo a chi si impegna veramente nella vita cristiana. Poi, anche per lo stile del pontificato di Giovanni Paolo II, ho riconsiderato le cose. Se è possibile fare previsioni per il futuro, Lei cosa pensa? Quali atteggiamenti pastorali ci può indicare? Grazie.

Allora, non posso dare una risposta infallibile in questo momento, posso solo cercare di rispondere secondo quanto vedo io. Devo dire che io ho percorso una strada simile alla sua. Quando ero più giovane ero piuttosto severo. Dicevo: i Sacramenti sono i Sacramenti della fede, e quindi dove la fede non c’è, dove non c’è prassi di fede, anche il Sacramento non può essere conferito. E poi ho sempre discusso quando ero arcivescovo di Monaco con i miei parroci: anche qui vi erano due fazioni, una severa e una larga. E anch’io nel corso dei tempi ho capito che dobbiamo seguire piuttosto l’esempio del Signore, che era molto aperto anche con le persone ai margini dell’Israele di quel tempo, era un Signore della misericordia, troppo aperto secondo molte autorità ufficiali con i peccatori, accogliendoli o lasciandosi accogliere da loro nelle loro cene, attraendoli a sé nella sua comunione.

Quindi io direi sostanzialmente che i Sacramenti sono naturalmente Sacramenti della fede: dove non ci fosse nessun elemento di fede, dove la Prima Comunione fosse soltanto una festa con un grande pranzo, bei vestiti, bei doni, allora non sarebbe più un Sacramento della fede. Ma, dall’altra parte, se possiamo vedere ancora una piccola fiamma di desiderio della comunione nella Chiesa, un desiderio anche di questi bambini che vogliono entrare in comunione con Gesù, mi sembra che sia giusto essere piuttosto larghi. Naturalmente, certo, deve essere un aspetto della nostra catechesi far capire che la Comunione, la Prima Comunione, non è un fatto «puntuale», ma esige una continuità di amicizia con Gesù, un cammino con Gesù. Io so che i bambini spesso avrebbero intenzione e desiderio di andare la domenica a Messa, ma i genitori non rendono possibile questo desiderio. Se vediamo che i bambini lo vogliono, che hanno il desiderio di andare, mi sembra sia quasi un Sacramento di desiderio, il «voto» di una partecipazione alla Messa domenicale. In questo senso dovremmo naturalmente fare il possibile nel contesto della preparazione ai Sacramenti, per arrivare anche ai genitori e diciamo così svegliare anche in loro la sensibilità per il cammino che fanno i bambini. Dovrebbero aiutare i loro bambini a seguire il proprio desiderio di entrare in amicizia con Gesù, che è forma della vita, del futuro. Se i genitori hanno il desiderio che i loro bambini possano fare la Prima Comunione, questo loro desiderio piuttosto sociale dovrebbe allargarsi in un desiderio religioso, per rendere possibile un cammino con Gesù

.

Direi quindi che, nel contesto della catechesi dei bambini, sempre il lavoro con i genitori è molto importante. E proprio questa è una delle occasioni di incontrarsi con i genitori, rendendo presente la vita della fede anche agli adulti, perché dai bambini mi sembra possono reimparare loro stessi la fede e capire che questa grande solennità ha senso soltanto, ed è vera ed autentica soltanto, se si realizza nel contesto di un cammino con Gesù, nel contesto di una vita di fede. Quindi convincere un po’, tramite i bambini, i genitori della necessità di un cammino preparatorio, che si mostra nella partecipazione ai misteri e comincia a far amare questi misteri. Direi che questa è certamente una risposta abbastanza insufficiente, ma la pedagogia della fede è sempre un cammino e noi dobbiamo accettare le situazioni di oggi, ma anche aprirle a un di più, perché non rimanga alla fine solo qualche ricordo esteriore di cose, ma sia veramente toccato il cuore. Nel momento nel quale veniamo convinti, il cuore è toccato, ha sentito un po’ l’amore di Gesù, ha provato un po’ il desiderio di muoversi in questa linea e in questa direzione. In quel momento, mi sembra, possiamo dire di aver fatto una vera catechesi. Il senso proprio della catechesi, infatti, dovrebbe essere questo: portare la fiamma dell’amore di Gesù, anche se piccola, ai cuori dei bambini e tramite i bambini ai loro genitori, aprendo così di nuovo i luoghi della fede nel nostro tempo.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 20 août, 2008 |Pas de commentaires »

Villa Sciarra a Roma, buona notte

Villa Sciarra a Roma, buona notte dans immagini buon...notte, giorno

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 20 août, 2008 |Pas de commentaires »

Ognuno alla sua ora

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=08/20/2008#

San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie, 64,3

Ognuno alla sua ora

« Andate anche voi nella mia vigna ». Fratelli, forse vi domandate perché tutti i lavoratori non sono stati chiamati contemporaneamente nella vigna del Signore ? Vi risponderò che il disegno di Dio era stato di chiamarli tutti contemporaneamente. Ma loro non hanno voluto venire appena sono stati chiamati, cioè all’alba, e questo è stato dovuto al loro rifiuto. Per questo motivo Dio in persona viene a chiamare ciascuno personalmente… nell’ora in cui pensava che si sarebbe arreso e avrebbe risposto al suo invito.

Questo lo nota chiaramente Paolo riguardo a se stesso : « Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio » (Gal 1, 15). Quando Dio si compiacque se non quando ebbe visto che Paolo avrebbe ceduto alla sua chiamata ? Certo, Dio avrebbe voluto chiamarlo fin dall’inizio della sua vita, ma poiché Paolo non si sarebbe arreso alla sua voce, Dio ha preferito chiamarlo soltanto nel momento in cui egli gli avrebbe risposto. Così Dio ha chiamato il buon ladrone soltanto all’ultima ora, benché avesse potuto farlo prima se avesse previsto che quest’uomo avrebbe ceduto alla sua chiamata.

Dunque se gli operai della parabola dicono che nessuno li ha presi a giornata, occorre ricordarsi della pazienza di Dio… Lui, mostra a sufficienza che ha fatto quanto poteva da parte sua, affinché tutti possano venire fin dalla prima ora del giorno. Così la parabola di Gesù ci fa vedere che gli uomini si danno a Dio in età molto diverse. E Dio vuole ad ogni costo impedire che quelli che sono stati chiamati per primi disprezzino gli ultimi.

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