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L’ICONA DELLA NATIVITÀ DEL SIGNORE

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L’ICONA DELLA NATIVITÀ DEL SIGNORE

Tradotto perTradizione Cristiana da E. M. dicembre 2011

Sull’icona della Natività di nostro Signore, è raffigurato tutto il messaggio evangelico dell’incarnazione del nostro Salvatore dalla Vergine Maria, insieme ad altri dettagli aggiunti dalla santa Tradizione. Su molte icone della Natività ci sono un gran numero di dettagli, in altre meno. Nel diagramma qui mostrato, tratto da un disegno per un’icona, possiamo individuare almeno 8 elementi principali.

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(1) Il focus dell’icona, ovviamente, è la nascita di nostro Signore dalla sua Purissima Vergine Madre Maria; Lei viene mostrata più grande di tutte le altre figure, sdraiata su una stuoia, e che guarda non verso il suo Figlio neonato, ma piuttosto con amore e compassione verso il suo sposo, san Giuseppe (7), vedendo la sua afflizione e lo smarrimento per questa nascita molto singolare e divina. Egli viene mostrato in basso a sinistra, mentre conversa con Satana, travestito da vecchio pastore. La postura di san Giuseppe è quella del dubbio e del travaglio interiore, per lui che si chiedeva se fosse possibile che il concepimento e la nascita non venissero da qualche unione umana segreta; come beato egli serviva la Madre di Dio e il suo Figlio divino, nonostante questi pensieri e tentazioni, e per proteggerla dai pettegolezzi maligni della gente che non poteva ancora comprendere come fosse possibile un così grande mistero. Nostro Signore è mostrato in fasce, che giace in una mangiatoia, “perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Cfr Luca 2). Lo sfondo del presepe è una caverna buia (3), che ci ricorda immediatamente la grotta in cui fu sepolto nostro Signore, 33 anni dopo, avvolto in un sudario. Nella grotta ci sono un bue e un asino, dettagli non citati negli evangeli, ma che rappresentano una caratteristica invariabile di ogni icona della Natività, la scena è stata inserita per mostrare il compimento delle parole del profeta Isaia: “Il bue conosce il suo Proprietario e l’asino la greppia del suo Padrone, ma Israele non mi conosce, e il popolo non mi ha considerato” (Isaia 1, 3). (2) Al di sopra di questa composizione centrale, nel centro stesso dell’icona vi è la stella meravigliosa proveniente dal cielo, che ha guidato i Magi (6) al luogo dove giaceva il nostro Salvatore; essa ci ricorda la sfera celeste che vediamo sulle icone della Teofania, o della Pentecoste, dovunque è indicato l’intervento divino.
Lateralmente si vedono i santi angeli (4) mentre glorificano Dio e portano la buona novella della nascita del Signore ai pastori (5). Il fatto che pastori Ebrei e magi pagani furono tra i primi ad adorare il Signore ci mostra l’universalità di questo grande evento, inteso per la salvezza di tutta l’umanità.
Il dettaglio finale di questa icona, la scena del lavaggio del Signore (8) è un elemento che ha causato qualche polemica nel corso dei secoli. In alcune chiese dei santi monasteri del Monte Athos, la scena negli affreschi è stata deliberatamente cancellata e sostituita con cespugli o pastori; era opinione comune che questa scena fosse degradante verso Cristo, che non aveva bisogno di essere lavato, essendo nato in una maniera miracolosa da una vergine pura. Ma noi manteniamo questa immagine sulle nostre icone, essendo parte della santa tradizione trasmessaci; davvero essa non degrada il Signore, ma lo esalta, come è evidente nella preghiera per la levatrice stabilita al momento del battesimo di un bambino: (dal Potrebnik del vecchio rito, seconda Preghiera per la levatrice) “Maestro e Signore, nostro Dio… Che giacesti in una mangiatoia e benedicesti la levatrice Salome* che credette in un’onorevole verginità…” [* secondo la Tradizione, Salome era figlia di san Giuseppe dal suo precedente matrimonio]. Chi, più efficacemente di una levatrice, potrebbe testimoniare la nascita divina e verginale? Perciò facciamo bene a comprendere l’importanza di questa scena beata.
Infine, mentre osserviamo l’icona come una composizione unita, non possiamo che essere pieni di gioia, non solo a causa dei colori brillanti e delle attività festive ivi rappresentate, ma per la gioiosa notizia della nostra salvezza da essa proclamata in modo così chiaro. In essa, tutta la creazione gioisce per la nascita del nostro Signore: il cielo (una stella e gli angeli), la terra (le montagne, le piante e gli animali); e soprattutto l’umanità, rappresentata più perfettamente nella figura della nuova Eva, la purissima Madre di Dio.

Cristo è nato! Glorificatelo!

Testo originale in: http://www.churchofthenativity.net/

Publié dans:arte sacra, NATALE 2012, Ortodossia |on 15 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

Una preghiera per l’Avvento di sant’Ambrogio

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 Una preghiera per l’Avvento di sant’Ambrogio

Ambrogio celebra la Messa assistito dai diaconi (Milano – Basilica di s. Ambrogio)
Sant’Ambrogio (340-397), Vescovo e Dottore della Chiesa (una dei primi quattro grandi dottori d’Occidente), la cui festa ricorre oggi, ci ispira nel cammino dell’Avvento con questa bellissima preghiera di invocazione, tutta trapuntata di citazioni e allusioni bibliche. E’ tratta dai suoi scritti in commento ai Salmi, ma – come si vede – è un colloquio con Gesù, una richiesta ardente della sua venuta come Pastore a prendersi cura della pecorella smarrita. Il Signore, che viene « in persona » ci accoglie in Maria « vergine immune, per effetto della grazia, da ogni macchia di peccato », come la sentiamo cantare da Ambrogio in questa vigilia dell’Immacolata Concezione.
Una vita antica del Santo fu scritta da Paolino, suo segretario, e si può leggere a questo link.

CERCA, O SIGNORE, LA TUA PECORA STANCA
dal Commento al Salmo CXVIII 22, 28-30 di S. Ambrogio di Milano

Ps. 118, 176: Quaere servum tuum, quia mandata tua non sum oblitus…

Vieni dunque, Signore Gesù, cerca il tuo servo[Sal 118,176]
cerca la tua pecora stanca.
Vieni, pastore,
cerca, come Giuseppe cercava le pecore[Gn 37,14].
Ha errato la tua pecora,
mentre tu indugi, mentre ti aggiri sui monti.
Lascia andare le tue novantanove pecore
e vieni a cercare la sola pecora che ha errato[Mt 18,12 ss; Lc 15,4].
Vieni senza cani, vieni senza cattivi operai,
vieni senza il servo mercenario,
che non sa passare per la porta[Gv 10,1-7].
Vieni senza aiutante, senza messaggero.
Già da tempo aspetto la tua venuta.
Infatti so che verrai,
«poiché non ho dimenticato i tuoi comandamenti»[Sal 118,176].
Vieni non «con la verga,
ma con carità e in spirito di mansuetudine»[lCor 4,21].
Non esitare a lasciare sui monti le tue novantanove pecore,
poiché i lupi rapaci[Mt 7,15; At 20,29] non possono attaccarle finché stanno sui monti.
Nel paradiso il serpente è riuscito a nuocere solo una volta,
ma dopo che Adamo ne è stato scacciato
ha perduto l’esca e là non potrà più nuocere.
Vieni da me, che sono tormentato dall’attacco di lupi pericolosi.
Vieni da me, che sono stato scacciato dal paradiso
e le cui piaghe sono da tempo penetrate dai veleni del serpente,
da me che ho errato lontano dalle tue greggi su quei monti.
Anche me tu avevi collocato qui,
ma il lupo notturno mi ha allontanato dai tuoi ovili.
Cercami, poiché io ti cerco,
cercami, trovami, prendimi, portami.
Tu puoi trovare colui che cerchi,
ti degni di prendere colui che hai trovato,
ti porti sulle spalle colui che hai preso.
Non ti infastidisce un peso che ti ispira pietà,
non ti pesa un trasporto di giustizia.
Vieni dunque, Signore, poiché anche se ho errato,
tuttavia «non ho dimenticato i tuoi comandamenti»
e conservo la speranza della medicina.
Vieni, Signore, perché tu solo sei in grado
di far tornare indietro la pecora errante
e non rattristerai quelli da cui ti sei allontanato.
E anche loro si rallegreranno del ritorno del peccatore.
Vieni ad attuare la salvezza sulla terra, la gioia nel cielo.
Vieni, dunque, e cerca la tua pecora
non per mezzo dei servitori,
non per mezzo dei mercenari,
ma tu in persona.
Accoglimi nella carne che è caduta in Adamo.
Accoglimi non da Sara[Gn 17,15], ma da Maria,
perché sia non soltanto una vergine inviolata,
ma una vergine immune, per effetto della grazia,
da ogni macchia di peccato.
Portami sulla croce che da la salvezza agli erranti,
soltanto nella quale c’è riposo per gli affaticati,
soltanto nella quale vivranno tutti quelli che muoiono.

Testo preso da: Una preghiera per l’Avvento di sant’Ambrogio http://www.cantualeantonianum.com/2012/12/ambrogio-celebra-la-messa-assistito-dai.html#ixzz2HV1hXRIg
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LA LITURGIA DEL NATALE A BETLEMME

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LA LITURGIA DEL NATALE A BETLEMME

I luoghi in relazione al Natale di Nostro Signore sono stati oggetto di venerazione dai primi tempi del cristianesimo.

LA FESTA DELL’EPIFANIA 
I primi documenti liturgici (l’Itinerario della pellegrina spagnola Egeria e il Lezionario Armeno di Gerusalemme che riferisce usi liturgici dei secoli IV e V) ci danno notizie della celebrazione della festa di Epifania.
L’Epifania apriva l’anno liturgico con una celebrazione il giorno 5 gennaio verso le quattro del pomeriggio nel Luogo dei Pastori non lontano da Betlemme. La celebrazione iniziava con i salmi che presentano la figura del pastore. Così il Salmo 22 che dice: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla »; seguiva l’alleluia: « Tu, pastore d’Israele, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge » (Sal 79,1). Questi canti profetici preparavano l’ambiente alla proclamazione del Vangelo di Luca (2,8-20) con cui si celebrava l’annuncio della Buona Novella degli Angeli ai pastori, l’Inno di Gloria e Pace del coro degli Angeli, l’andata pronta e gioiosa dei pastori al luogo della Nascita del Salvatore e il loro ritorno al Campo, chiamato ininterrottamente dei Pastori o Ovile in memoria di questi avvenimenti. Al Vangelo seguivano undici letture dell’Antico Testamento. I fedeli nella contemplazione ricordavano gli antichi prodigi della divina Provvidenza, al fine di prepararsi al mistero della nascita del Messia.
Dopo questo familiare dialogo del popolo, raccolto in festa, con la Parola di Dio si passava alla celebrazione dell’Eucaristia col cantico di Daniele (3,52a-90) e a suo tempo si leggeva il Vangelo di san Matteo (2,1-12) o della manifestazione; infatti narra la peregrinazione dei Magi dall’Oriente al seguito della Stella per adorare il neonato Re dei Giudei, l’incontro con Erode, il riapparire della Stella, l’adorazione con l’offerta dei doni e il ritorno per altra via al loro paese.
La celebrazione vespertina appena descritta era celebrata dalle comunità di Gerusalemme e Betlemme unite. Ma una volta finita la funzione, il vescovo di Gerusalemme tornava con i suoi, perché doveva celebrare la liturgia in città. Qui arrivavano prima che si facesse giorno, cioè quando il chiarore era tale da permettere di distinguere le persone. Quelli di Betlemme, invece, in particolare clero e monaci, entrati nella chiesa della Natività, con inni e antifone continuavano la veglia fino all’alba.
Il giorno della festa di Epifania la comunità di Gerusalemme nella celebrazione dell’eucarestia leggeva il Vangelo di san Matteo (1,18-25), che racconta come avvenne la nascita dell’Emmanuele, Dio con noi. Lo stesso Vangelo si leggeva con ogni probabilità nel luogo della Natività del Signore.
La celebrazione dell’Epifania, che si protraeva per ben otto giorni, univa le due città vicine nell’ambiente festivo. La letizia pervadeva l’animo di tutto il clero, monaci e fedeli. I paramenti del clero apparivano splendenti con ricami in seta e oro. E non basta, ma anche gli edifici sacri si vestivano a festa con lo splendore di tende sontuose. Inoltre l’illuminazione di torce, candelabri e lucerne illuminava a giorno le veglie festive che salutavano la nascita del Signore della Luce. Lui, infatti, Sole dall’Oriente, si manifestava a tutto il mondo come gioioso araldo del Mattino.

LA FESTA DEL NATALE AL 25 DICEMBRE 
In questi tempi la festa dell’Epifania si celebrava il 6 gennaio come dice il Lezionario Armeno e commemorava il duplice mistero della Nascita e dell’Epifania o Manifestazione del Salvatore alle genti.
Ma nel secolo V al tempo del vescovo Giovenale (421-452), imitando l’uso di Roma, anche la chiesa di Gerusalemme celebrava la festività del Natale il 25 dicembre, giorno in cui si festeggiavano i santi Giacomo e Davide. Il Lezionario Georgiano di Gerusalemme (dei secoli V-VIII) testimonia la festa del Natale il 25 dicembre. Secondo questo documento liturgico all’ora sesta, cioè mezzogiorno del 24, la Comunità di Gerusalemme, superando il freddo della stagione e la fatica del cammino piuttosto scomodo, s’incamminava all’Ovile o Campo dei Pastori. Nella stazione liturgica si leggeva il Vangelo dell’Annuncio degli Angeli ai pastori, la loro andata frettolosa a Betlemme, l’Adorazione al Bambino e il loro ritorno al Campo (Lc 2,8-20). Subito dopo la Comunità, emulando i pastori, s’incamminava verso la Città di Davide e, attraversando la piccola pianura, saliva il pendio del colle ed entrava nella Grotta della Natività. Quì si faceva l’ufficio vespertino con la lettura della Nascita di Gesù (Mt 1,18-25).
A mezzanotte si celebrava una veglia con salmi, letture bibliche e cantici che trovavano il loro culmine nel Vangelo di san Luca (2,1-7) con la Nascita di Gesù, l’avvolgimento in fasce e la deposizione nella mangiatoia. Verso l’alba veniva celebrata la Divina Liturgia o Eucaristia. L’alba veniva salutata con la proclamazione del Vangelo dell’Epifania o Manifestazione alle genti; veniva letto il Vangelo di Matteo (2,1-23) che contiene il mistero dell’adorazione dei Magi, la Fuga in Egitto e il ritorno dall’Egitto.

IL BATTESIMO DEL SIGNORE 
Lo stesso Lezionario Georgiano pone la festa dell’Epifania il 6 gennaio con inizio all’ora nona della vigilia. Siccome il 6 gennaio si commemorava il Battesimo del Signore, la Comunità di Gerusalemme non veniva a Bettlemme per la liturgia. Si leggevano i brani della Predicazione di Giovanni il Battista, il Battesimo del Signore e la discesa dello Spirito Santo su di Lui (Lc 3,1-18; Mc 1,1-11; Gv 1,1-28 e Mt 3,1-17). Il fatto salvifico del Battesimo trovava espressione rituale nella benedizione dell’acqua che veniva effettuata la vigilia di Epifania fuori della chiesa cattedrale o Martyrium, dopo la sinassi vespertina. Alla fine del secolo VI il Pellegrino di Piacenza ci parla di questa benedizione che avveniva presso il Giordano nel luogo dove fu battezzato il Signore e per l’occasione molti si facevano battezzare. Inoltre il Calendario Palestino-Georgiano del secolo X dice che all’Epifania presso il Giordano nella chiesa di san Giovvanni Battista si celebrava la grande sinassi eucaristica.

GLI SPAZI DELLA CELEBRAZIONE 
Da quanto sin qui detto appare che la chiesa di Gerusalemme ha voluto celebrare i misteri salvifici della Natività, Epifania e Battesimo di Gesù nei luoghi stessi in cui erano avvenuti.
Il Carme anacreontico 19 di san Sofronio, patriarca di Gerusalemme (634-638), parla dei luoghi in rapporto con gli avvenimenti evangelici celebrati nella liturgia, gli stessi che sono ancora oggi venerati: La Basilica che comprende la Grotta della Natività del Salvatore, nella stessa Grotta la lastra « profumata » dove oggi vediamo la Stella, la Mangiatoia dove fu deposto il Salvatore e la tomba dei santi Innocenti. A questi bisogna aggiungere il Campo dei Pastori e la Grotta del latte in relazione con la Fuga in Egitto. In tempi succesivi si venerarono anche altri luoghi come è il caso della cella e della tomba di san Girolamo presso la Grotta della Natività.
Nel tempo moderno questi luoghi continuano ad essere meta di pellegrinaggi da parte dei Cristiani provenienti da tutto il mondo. In tutto il tempo dell’anno i pellegrini possono celebrare una liturgia che è propria del luogo sacro.
All’aspetto religioso non si può dissociare quello culturale o informativo. Il pellegrino era introdotto alla conoscenza dei luoghi e nello stesso tempo al Mistero di Cristo. Questo fu l’ideale coltivato dal clero e dai religiosi nei tempi antichi e lo è tutt’oggi per il Francescano che dai tempi del santo Fondatore vive in Terra Santa.
I Francescani han portato avanti questo ministero nel modo che le vicissitudini storiche hanno loro permesso. E ciò avviene attraverso la Liturgia ufficiale quotidiana e la pietà popolare, per esempio le processioni. Sono forme espressive religiose che sono mutate secondo le epoche storiche per ciò che riguarda i testi e i percorsi. Ma i luoghi stessi che ricordano la Nascita del Nostro Salvatore sono in ogni tempo fecondi di vita spirituale.

Enrique Bermejo Cabrera ofm

Publié dans:NATALE 2012, Terra Santa |on 7 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

« Non c’è posto per lui » – Omelia del Santo Padre nella Messa della Notte per il Natale 2012

http://www.zenit.org/article-34712?l=italian

« NON C’È POSTO PER LUI »

Omelia del Santo Padre nella Messa della Notte per il Natale 2012

CITTA’ DEL VATICANO, Wednesday, 26 December 2012 (Zenit.org).
Riprendiamo di seguito il testo integrale dell’omelia tenuta da Benedetto XVI durante la Santa Messa della Notte per la Solennità del Natale 2012, celebrata martedì 24 dicembre alle ore 22 nella Basilica Vaticana.
***
Cari fratelli e sorelle!
Sempre di nuovo la bellezza di questo Vangelo tocca il nostro cuore – una bellezza che è splendore della verità. Sempre di nuovo ci commuove il fatto che Dio si fa bambino, affinché noi possiamo amarlo, affinché osiamo amarlo, e, come bambino, si mette fiduciosamente nelle nostre mani. Dio dice quasi: So che il mio splendore ti spaventa, che di fronte alla mia grandezza tu cerchi di affermare te stesso. Ebbene, vengo dunque a te come bambino, perché tu possa accogliermi ed amarmi.
Sempre di nuovo mi tocca anche la parola dell’evangelista, detta quasi di sfuggita, che per loro non c’era posto nell’alloggio. Inevitabilmente sorge la domanda su come andrebbero le cose, se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta. Ci sarebbe posto per loro? E poi ci viene in mente che questa notizia, apparentemente casuale, della mancanza di posto nell’alloggio che spinge la Santa Famiglia nella stalla, l’evangelista Giovanni l’ha approfondita e portata all’essenza scrivendo: « Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto » (Gv 1,11). Così la grande questione morale su come stiano le cose da noi riguardo ai profughi, ai rifugiati, ai migranti ottiene un senso ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi? Ciò comincia col fatto che non abbiamo tempo per Dio. Quanto più velocemente possiamo muoverci, quanto più efficaci diventano gli strumenti che ci fanno risparmiare tempo, tanto meno tempo abbiamo a disposizione. E Dio? La questione che riguarda Lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è impostata in modo che Egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra bussare alla porta del nostro pensiero, Egli deve essere allontanato con qualche ragionamento. Per essere ritenuto serio, il pensiero deve essere impostato in modo da rendere superflua l’ »ipotesi Dio ». Non c’è posto per Lui. Anche nel nostro sentire e volere non c’è lo spazio per Lui. Noi vogliamo noi stessi, vogliamo le cose che si possono toccare, la felicità sperimentabile, il successo dei nostri progetti personali e delle nostre intenzioni. Siamo completamente « riempiti » di noi stessi, così che non rimane alcuno spazio per Dio. E per questo non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri. A partire dalla semplice parola circa il posto mancante nell’alloggio possiamo renderci conto di quanto ci sia necessaria l’esortazione di san Paolo: « Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare! » (Rm 12,2). Paolo parla del rinnovamento, del dischiudere il nostro intelletto (nous); parla, in generale, del modo in cui vediamo il mondo e noi stessi. La conversione di cui abbiamo bisogno deve giungere veramente fino alle profondità del nostro rapporto con la realtà. Preghiamo il Signore affinché diventiamo vigili verso la sua presenza, affinché sentiamo come Egli bussa in modo sommesso eppure insistente alla porta del nostro essere e del nostro volere. Preghiamolo affinché nel nostro intimo si crei uno spazio per Lui. E affinché in questo modo possiamo riconoscerlo anche in coloro mediante i quali si rivolge a noi: nei bambini, nei sofferenti e negli abbandonati, negli emarginati e nei poveri di questo mondo.
C’è ancora una seconda parola nel racconto di Natale sulla quale vorrei riflettere insieme a voi: l’inno di lode che gli angeli intonano dopo il messaggio circa il neonato Salvatore: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del suo compiacimento ». Dio è glorioso. Dio è luce pura, splendore della verità e dell’amore. Egli è buono. È il vero bene, il bene per eccellenza. Gli angeli che lo circondano trasmettono in primo luogo semplicemente la gioia per la percezione della gloria di Dio. Il loro canto è un’irradiazione della gioia che li riempie. Nelle loro parole sentiamo, per così dire, qualcosa dei suoni melodiosi del cielo. Là non è sottesa alcuna domanda sullo scopo, c’è semplicemente il dato di essere colmi della felicità proveniente dalla percezione del puro splendore della verità e dell’amore di Dio. Da questa gioia vogliamo lasciarci toccare: esiste la verità. Esiste la pura bontà. Esiste la luce pura. Dio è buono ed Egli è il potere supremo al di sopra di tutti i poteri. Di questo fatto dovremmo semplicemente gioire in questa notte, insieme agli angeli e ai pastori.
Con la gloria di Dio nel più alto dei cieli è in relazione la pace sulla terra tra gli uomini. Dove non si dà gloria a Dio, dove Egli viene dimenticato o addirittura negato, non c’è neppure pace. Oggi, però, diffuse correnti di pensiero asseriscono il contrario: le religioni, in particolare il monoteismo, sarebbero la causa della violenza e delle guerre nel mondo; occorrerebbe prima liberare l’umanità dalle religioni, affinché si crei poi la pace; il monoteismo, la fede nell’unico Dio, sarebbe prepotenza, causa di intolleranza, perché in base alla sua natura esso vorrebbe imporsi a tutti con la pretesa dell’unica verità. È vero che, nella storia, il monoteismo è servito di pretesto per l’intolleranza e la violenza. È vero che una religione può ammalarsi e giungere così ad opporsi alla sua natura più profonda, quando l’uomo pensa di dover egli stesso prendere in mano la causa di Dio, facendo così di Dio una sua proprietà privata. Contro questi travisamenti del sacro dobbiamo essere vigilanti. Se un qualche uso indebito della religione nella storia è incontestabile, non è tuttavia vero che il « no » a Dio ristabilirebbe la pace. Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo. Allora egli non è più l’immagine di Dio, che dobbiamo onorare in ciascuno, nel debole, nello straniero, nel povero. Allora non siamo più tutti fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre che, a partire dal Padre, sono in correlazione vicendevole. Che generi di violenza arrogante allora compaiono e come l’uomo disprezzi e schiacci l’uomo lo abbiamo visto in tutta la sua crudeltà nel secolo scorso. Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile. Nella Notte Santa, Dio stesso si è fatto uomo, come aveva annunciato il profeta Isaia: il bambino qui nato è « Emmanuele », Dio con noi (cfr Is 7,14). E nel corso di tutti questi secoli davvero non ci sono stati soltanto casi di uso indebito della religione, ma dalla fede in quel Dio che si è fatto uomo sono venute sempre di nuovo forze di riconciliazione e di bontà. Nel buio del peccato e della violenza, questa fede ha inserito un raggio luminoso di pace e di bontà che continua a brillare.
Così Cristo è la nostra pace e ha annunciato la pace ai lontani e ai vicini (cfr Ef 2,14.17). Come non dovremmo noi pregarlo in quest’ora: Sì, Signore, annuncia a noi anche oggi la pace, ai lontani e ai vicini. Fa’ che anche oggi le spade siano forgiate in falci (cfr Is 2,4), che al posto degli armamenti per la guerra subentrino aiuti per i sofferenti. Illumina le persone che credono di dover esercitare violenza nel tuo nome, affinché imparino a capire l’assurdità della violenza e a riconoscere il tuo vero volto. Aiutaci a diventare uomini « del tuo compiacimento » – uomini secondo la tua immagine e così uomini di pace.
Appena gli angeli si furono allontanati, i pastori dicevano l’un l’altro: Orsù, passiamo di là, a Betlemme e vediamo questa parola che è accaduta per noi (cfr Lc 2,15). I pastori si affrettavano nel loro cammino verso Betlemme, ci dice l’evangelista (cfr 2,16). Una santa curiosità li spingeva a vedere in una mangiatoia questo bambino, del quale l’angelo aveva detto che era il Salvatore, il Cristo, il Signore. La grande gioia, di cui l’angelo aveva parlato, aveva toccato il loro cuore e metteva loro le ali.
Andiamo di là, a Betlemme, dice la liturgia della Chiesa oggi a noi. Trans-eamus traduce la Bibbia latina: « attraversare », andare di là, osare il passo che va oltre, la « traversata », con cui usciamo dalle nostre abitudini di pensiero e di vita e oltrepassiamo il mondo meramente materiale per giungere all’essenziale, al di là, verso quel Dio che, da parte sua, è venuto di qua, verso di noi. Vogliamo pregare il Signore, perché ci doni la capacità di oltrepassare i nostri limiti, il nostro mondo; perché ci aiuti a incontrarlo, specialmente nel momento in cui Egli stesso, nella Santissima Eucaristia, si pone nelle nostre mani e nel nostro cuore.
Andiamo di là, a Betlemme: con queste parole che, insieme con i pastori, ci diciamo l’un l’altro, non dobbiamo pensare soltanto alla grande traversata verso il Dio vivente, ma anche alla città concreta di Betlemme, a tutti i luoghi in cui il Signore ha vissuto, operato e sofferto. Preghiamo in quest’ora per le persone che oggi lì vivono e soffrono. Preghiamo perché lì ci sia pace. Preghiamo perché Israeliani e Palestinesi possano sviluppare la loro vita nella pace dell’unico Dio e nella libertà. Preghiamo anche per i Paesi circostanti, per il Libano, per la Siria, per l’Iraq e così via: affinché lì si affermi la pace. Che i cristiani in quei Paesi dove la nostra fede ha avuto origine possano conservare la loro dimora; che cristiani e musulmani costruiscano insieme i loro Paesi nella pace di Dio.
I pastori si affrettavano. Una santa curiosità e una santa gioia li spingevano. Tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure Egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante. Perché non dovremmo essere presi anche noi dalla curiosità di vedere più da vicino e di conoscere ciò che Dio ci ha detto? Preghiamolo affinché la santa curiosità e la santa gioia dei pastori tocchino in quest’ora anche noi, e andiamo quindi con gioia di là, a Betlemme – verso il Signore che anche oggi viene nuovamente verso di noi. Amen.

Publié dans:NATALE 2012, Papa Benedetto XVI |on 26 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Natale, miseria e nobiltà – Omelia di padre Gian Franco Scarpitta

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=27182

Natale, miseria e nobiltà

padre Gian Franco Scarpitta 

Natale del Signore – Messa del Giorno (25/12/2012)

Vangelo: Gv 1,1-18  

Giovanni nel prologo si esprime in fase discendente, mostrando che Dio eterno e creatore si incarna per farsi uomo. Contemplando il presepe però tutto parla di piccolezza, umiltà e nascondimento..
La nascita di Gesù Bambino è apportatrice di gioia soprattutto perché ci parla di un Dio umile e dimesso al punto da annullare se stesso per noi, raggiungendoci nella nostra pochezza e nella nostra peccaminosità. Nessuno avrebbe mai concepito che un profeta potesse sorgere a Nazareth o che il Messia potesse nascere nel grembo di una servilissima donna che lo accudisce nelle asperità di una grotta. Nazareth non aveva nulla da dire al popolo d’Israele in quanto non era contemplata neppure nella Bibbia ebraica e nei testi giudaici. Da quella città non era concepibile che potesse sorgere nulla di buono (Gv 1, 46). Neppure poteva essere razionalmente accettabile che il Signore atteso dalle genti potesse nascere in condizioni di estrema povertà e che potesse rivelarsi innanzitutto ad una categoria sociale fra le più reiette e detestabili come quella dei pastori.
Stando alle aspettative tipicamente umane, il Figlio di Dio dovrebbe pretendere ben altro, esigere maggiore attenzione da parte degli uomini e richiedere un’accoglienza sulla terra degna della sua grandezza. Anzi, per condurre l’uomo a salvezza avrebbe potuto procedere in ben altro modo che incarnarsi, per esempio manifestando la sua potenza per mezzo di prodigi, fatti eclatanti o comunque di estrema evidenza.
Ma il pensiero propriamente umano non collima affatto con quello del nostro Dio, nel quale Onnipotenza e Amore coincidono senza opporsi e l’amore per l’uomo si esplicita nell’umiltà e nell’accettazione dei soprusi e delle umiliazioni. Nasce infatti nel nascondimento, lontano dal plauso degli uomini, in condizioni di estrema indigenza, precarietà e abbandono, accudito da semplici viandanti che sono stati cacciati dalla locanda che per loro diritto avrebbero potuto abitare almeno per quella notte: il caravanserraglio era infatti l’albergo riservato ai pellegrini.
Se per l’uomo è inammissibile procacciare da se stesso la miseria e lo stato di inopia assoluta, non è impossibile a Dio incarnarsi e raggiungere l’uomo nella più assoluta delle precarietà e delle ristrettezze, nella più deprezzabile delle condizioni sociali, mostrando preferenza per la piccolezza e per l’assoluta modestia. Eccolo allora essere concepito all’aperto, avvolto in fasce e deposto in uno spregevole alloggio di fortuna, pieno di insidie e di ostilità (Lc 2, 6 – 7).
Il Dio dei teologi, eccolo lì. Umile, dimesso e rannicchiato al freddo in un alloggio di fortuna alle porte di Betlemme. E’ il Dio – appunto- della teologia speculativa, quello che poi sarà considerato Uno e Trino, con categorie di Amore e di Dono, le quali si intuiscono nei sottili ragionamenti, ma che adesso si palesano in un Evento semplice e dimesso.
Che cosa riflette infatti il Bambino nella greppia se non l’Amore che Dio mostra per l’umanità intera? Che cosa esplicita se non il Dono che egli fa di se stesso specialmente alle categorie più reiette e abbandonate di codesta umanità tormentata?
L’amore è sempre straordinario, se è vero amore. Ciò che Dio manifesta è un amore che ha dello straordinario perché non sussiste in alcuna parte del mondo. Amare vuol dire sempre donare senza riserve; Dio a Betlemme ha donato non qualcosa, ma tutto se stesso disinteressatamente e senza condizioni. A fugare ogni dubbio è il fatto che egli sia Amore e Dono indirizzato soprattutto all’umanità meschina, povera, reietta e peccatrice. A Betlemme Dio è grande non solo perché onnipotente e Signore, ma soprattutto perché è semplice, povero con i poveri, ultimo con gli ultimi, sperduto con chi si è disperso.
Ad enfatizzare la semplicità di Dio era stato già il profeta Michea (5, 1 e ss): « E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che dovrà essere il dominatore d’Israele. » Non sono parole improvvisate queste del profeta minore d’Israele, perché tendono a recuperare le origini e a collocare la nascita del Messia nel contesto vivo della sua genealogia terrena. E anche essa è fatta di persone e di situazioni intensamente umili e semplici: Davide, uomo dalla profonda umanità e dalla spiccata generosità, capace di perdonare e soprattutto di chiedere umilmente perdono; la sua casa, la sua discendenza. Michea può profetizzare così quanto poi riferirà Paolo a chiare lettere: « Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono » (1 Cor 26 – 28). Si riscontra qui che la logica propriamente umana è incompatibile con le aspettative del Dio cristiano: questi si mostra logico e sapiente appunto perché rifugge dall’umano. In tutti i casi la sapienza di Dio è superiore di gran lunga a quella che l’uomo concepisce come tale.
Mentre le nostre scelte si orientano verso le mode dell’ultimo grido e prediligono i posti più elevati e le posizioni più eminenti, mentre la propaganda circuisce con la sua subdola persuasione occulta, facendoci apparire indispensabili cose in realtà del tutto futili e meschine, mentre siamo sempre più avvinti dal sensazionalismo di cose superbe e altisonanti, Dio ci suggerisce la via della semplicità e dell’umiltà. La fuga dalle altezzosità e la ricerca del nascondimento e della semplicità di vita apportano di fatto molte più gratificazioni che non la spettacolarità e il successo umanamente intesi.
E’ da prediligersi la sobrietà, il procacciamento delle cose umili e dimesse, che alla fine esaltano molto di più, ci rendono maggiormente credibili agli altri e procurano inaspettate soddisfazioni e ricompense anche da parte di chi ci sta intorno.
Non è forse vero che quanti lavorano nel silenzio, restando a lungo privi della considerazione degli altri, si mostrino molto più proficui e concreti di coloro che pavoneggiano se stessi nell’effimero esibizionismo di progetti in realtà presuntuosi e arrivistici? Come pure è ineccepibile che i più capaci di carità e di servizio disinteressato e sincero sono proprio coloro che si guardano dall’affermare e dall’autoesaltare se stessi: solo gli umili sono i veri generosi e i veri altruisti. Forse la soluzione di molti dei nostri problemi risiede proprio nel mancato amore per l’umiltà e per la mansuetudine. Da parte di Dio si manifesta una concezione del tutto opposta a quella conclamata dal sistema del nostro vissuto: nelle parole e nelle opere di Gesù Cristo egli rivela che la sua misericordia è indirizzata soprattutto ai più deboli e ai reietti, agli esclusi e a quanti non dispongono di un nome o di una posizione che li renda meritori di attenzione. Egli infatti si rende povero per essere dalla parte dei poveri, si umilia per esaltare quanti subiranno umane sopraffazioni, si espone all’odio e alla persecuzione altrui per recare speranza e fiducia ai vessati e agli oppressi di questo ingiusto sistema, si concede alla violenza e al dolore per glorificare le ferite e il dolore di tutti gli uomini. E’ esaltante notare che nel Signore l’umiltà è una via percorribile anche per noi, poiché le caratteristiche di semplicità di vita che ci vengono richieste non sono per nulla paragonabili all’annullamento di se stesso che Dio ha vissuto nel suo Figlio.
Ecco perché il Natale è un tempo privilegiato: esso ci ispira novità di vita nel Divino Bambino, indicandoci i percorsi migliori della convivenza umana, che non possono non apportare realizzazione, pace e prosperità tanto agognate dall’uomo di tutti i tempi.
Nella Festa del Natale il Signore possa davvero ispirarci quel fervore di semplicità evangelica apportatori di serenità che ci rendono graditi a Dio e garantiscono il nostro reale concorso al bene del mondo. La gioia del Natale sia anche apportatrice di pace e infonda coraggio e fiducia nelle apprensioni facendoci dimenticare eventuali conflitti e dissapori per realizzare fra di noi l’unità e la concordia.
Con questi sentimenti, vi comunico sinceramente gli auguri vivissimi di BUON NATALE e un caro saluto a tutti.

Semplicità del Natale – Una meditazione da Gerusalemme del cardinale Carlo Maria Martini – Gerusalemme 2006

http://www.30giorni.it/articoli_id_11831_l1.htm

Semplicità del Natale

«Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono». Una meditazione da Gerusalemme del cardinale Carlo Maria Martini

del cardinale Carlo Maria Martini sj

Gerusalemme, dicembre 2006

Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono. È composto magari di molte figurine disparate, di diversa grandezza e misura: ma l’essenziale è che tutti in qualche modo tendono e guardano allo stesso punto, alla capanna dove Maria e Giuseppe, con il bue e l’asino, attendono la nascita di Gesù o lo adorano nei primi momenti dopo la sua nascita.
Come il presepio, tutto il mistero del Natale, della nascita di Gesù a Betlemme, è estremamente semplice, e per questo è accompagnato dalla povertà e dalla gioia. Non è facile spiegare razionalmente come le tre cose stiano insieme. Ma cerchiamo di provarci.
Il mistero del Natale è certamente un mistero di povertà e di impoverimento: Cristo, da ricco che era, si fece povero per noi, per farsi simile a noi, per amore nostro e soprattutto per amore dei più poveri.
Tutto qui è povero, semplice e umile, e per questo non è difficile da comprendere per chi ha l’occhio della fede: la fede del bambino, a cui appartiene il Regno dei cieli. Come ha detto Gesù: «Se il tuo occhio è semplice anche il tuo corpo è tutto nella luce» (Mt 6, 22). La semplicità della fede illumina tutta la vita e ci fa accettare con docilità le grandi cose di Dio. La fede nasce dall’amore, è la nuova capacità di sguardo che viene dal sentirsi molto amati da Dio.
Il frutto di tutto ciò si ha nella parola dell’evangelista Giovanni nella sua prima lettera, quando descrive quella che è stata l’esperienza di Maria e di Giuseppe nel presepio: «Abbiamo veduto con i nostri occhi, abbiamo contemplato, toccato con le nostre mani il Verbo della vita, perché la vita si è fatta visibile». E tutto questo è avvenuto perché la nostra gioia sia perfetta. Tutto è dunque per la nostra gioia, per una gioia piena (cfr. 1Gv 1, 1-3). Questa gioia non era solo dei contemporanei di Gesù, ma è anche nostra: anche oggi questo Verbo della vita si rende visibile e tangibile nella nostra vita quotidiana, nel prossimo da amare, nella via della Croce, nella preghiera e nell’eucaristia, in particolare nell’eucaristia di Natale, e ci riempie di gioia.
Povertà, semplicità, gioia: sono parole semplicissime, elementari, ma di cui abbiamo paura e quasi vergogna. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene, perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, sono tante le situazioni sbagliate, ingiuste. Come potremmo di fronte a ciò godere di vera gioia? Ma anche la semplicità non va bene, perché sono anche tante le cose di cui diffidare, le cose complicate, difficili da capire, sono tanti gli enigmi della vita: come potremmo di fronte a tutto ciò godere del dono della semplicità? E la povertà non è forse una condizione da combattere e da estirpare dalla terra?
Ma gioia profonda non vuol dire non condividere il dolore per l’ingiustizia, per la fame del mondo, per le tante sofferenze delle persone. Vuol dire semplicemente fidarsi di Dio, sapere che Dio sa tutte queste cose, che ha cura di noi e che susciterà in noi e negli altri quei doni che la storia richiede. Ed è così che nasce lo spirito di povertà: nel fidarsi in tutto di Dio. In Lui noi possiamo godere di una gioia piena, perché abbiamo toccato il Verbo della vita che risana da ogni malattia, povertà, ingiustizia, morte.
Se tutto è in qualche modo così semplice, deve poter essere semplice anche il crederci. Sentiamo spesso dire oggi che credere è difficile in un mondo così, che la fede rischia di naufragare nel mare dell’indifferenza e del relativismo odierno o di essere emarginata dai grandi discorsi scientifici sull’uomo e sul cosmo. Non si può negare che può essere oggi più laborioso mostrare con argomenti razionali la possibilità di credere, in un mondo così.
Ma dobbiamo ricordare la parola di san Paolo: per credere bastano il cuore e la bocca. Quando il cuore, mosso dal tocco dello Spirito datoci in abbondanza (cfr. Rm 5, 5; Gv 3, 34), crede che Dio ha risuscitato dai morti Gesù e la bocca lo proclama, siamo salvi (cfr. Rm 10, 8-12). Tutte le complicazioni, tutti gli approfondimenti che talora ci confondono, tutto ciò che è stato sovrimposto attraverso il pensiero orientale e occidentale, attraverso la teologia e la filosofia, sono riflessioni buone, ma non ci devono far dimenticare che credere è in fondo un gesto semplice, un gesto del cuore che si butta e una parola che proclama: Gesù è risorto, Gesù è Signore! È un atto talmente semplice che non distingue fra dotti e ignoranti, tra persone che hanno compiuto un cammino di purificazione o che devono ancora compierlo. Il Signore è di tutti, è ricco di amore verso tutti coloro che lo invocano.
Giustamente noi cerchiamo di approfondire il mistero della fede, cerchiamo di leggerlo in tutte le pagine della Scrittura, lo abbiamo declinato lungo vie talora tortuose. Ma la fede, ripeto, è semplice, è un atto di abbandono, di fiducia, e dobbiamo ritrovare questa semplicità. Essa illumina tutte le cose e permette di affrontare la complessità della vita senza troppe preoccupazioni o paure.
Per credere non si richiede molto. Ci vuole il dono dello Spirito Santo che egli non fa mancare ai nostri cuori e da parte nostra occorre fare attenzione a pochi segni ben collocati. Guardiamo a ciò che successe accanto al sepolcro vuoto di Gesù: Maria Maddalena diceva con affanno e pianto: «Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto». Pietro entra nel sepolcro, vede le bende e il sudario piegato in un luogo a parte e ancora non capisce. Capisce però l’altro discepolo, più intuitivo e semplice, quello che Gesù amava. Egli «vide e credette», riferisce il Vangelo, perché i piccoli segni presenti nel sepolcro fecero nascere in lui la certezza che il Signore era risorto. Non ha avuto bisogno di un trattato di teologia, non ha scritto migliaia di pagine sull’evento. Ha visto piccoli segni, piccoli come quelli del presepio, ma è stato sufficiente perché il suo cuore era già preparato a comprendere il mistero dell’amore infinito di Dio.
Talora noi siamo alla ricerca di segni complicati, e va anche bene. Ma può bastare poco per credere se il cuore è disponibile e se si dà ascolto allo Spirito che infonde fiducia e gioia nel credere, senso di soddisfazione e di pienezza. Se siamo così semplici e disponibili alla grazia, entriamo nel numero di coloro cui è donato di proclamare quelle verità essenziali che illuminano l’esistenza e ci permettono di toccare con mano il mistero manifestato dal Verbo fatto carne. Sperimentiamo come la gioia perfetta è possibile anche in questo mondo, nonostante le sofferenze e i dolori di ogni giorno.

LA VISITAZIONE: L’INCONTRO DI DUE MADRI

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/meditazioni/06-07/01-Visitazione_di_Maria.html

LA VISITAZIONE: L’INCONTRO DI DUE MADRI

È un gioiello questo piccolo racconto ed è un continuo scoppio di gioia, che ha il suo culmine nel canto del “Magnificat” (1,46-55). Leggiamolo insieme e lasciamoci trasportare dalla fantasia.
«In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna, in fretta, e si diresse verso una città della Giudea. Entrata nella casa di Zaccaria salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo. A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”».
Ci si accorge subito che c’è qualcosa di umano in questo racconto. Luca sa che sta lavorando su eventi realmente accaduti, ma sa anche che il senso di questo evento va ben oltre le apparenze. Anche il lettore più inesperto, leggendo i nomi di Maria ed Elisabetta, sa che si tratta di due madri incinte: Elisabetta da sei mesi, Maria da poco e comprende quella che è la base storica del racconto. Maria salutò Elisabetta e alla voce di Maria rispose subito il bambino che era nel grembo di Elisabetta, ed Elisabetta si sentì colma di Spirito Santo e si mise a lodare Maria riconoscendola come Madre del suo Signore e beata per la sua fede.
Questo piccolo racconto non è però dato a noi nella sua nuda realtà, ma è carico della fede pasquale della comunità cristiana. Non un racconto a sé stante ma viene inserito in un preciso contesto. Infatti, fa da transizione tra i racconti delle due annunciazioni e quello delle due nascite, rispettivamente di Giovanni e di Gesù. Si aggiunga un’altra lettura della comunità cristiana, convinta che Gesù è la pienezza della Legge e il compimento di tutte le profezie. Nel nostro caso però questa lettura non appare direttamente: è soggiacente, tra le righe. Farla emergere significa vedere l’evento dell’incontro delle due madri in tutta la cornice della storia di Israele. Facciamo solo un esempio. Noi sappiamo dal racconto precedente che Maria è l’Arca dell’Alleanza, il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.   
Ora all’inizio del nostro racconto si dice che Maria si mette in viaggio verso la montagna e poi che rimase tre mesi nella casa di Elisabetta e quindi riprende il suo cammino. Questo dato non può non ricordare quello che avvenne ai tempi di Davide (2 Sam 6) quando il re volle trasportare l’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme nel luogo dove Salomone costruirà il tempio. L’Arca si trovava allora a Baalè di Giuda, una cittadina verso l’occidente, Davide la stava trasportando verso Gerusalemme quando un tale si azzardò a toccarla e fu fulminato. Davide ebbe paura del Signore e non volle più portare l’Arca in città, perciò la fece portare nella casa di Obed-Edom a Gat. Dio benedisse quella casa. Allora Davide “dopo tre mesi” si decise a portarla nel luogo del futuro tempio. «Maria rimase tre mesi nella casa di Elisabetta» (1,36) e dalla lettura del testo sappiamo che la casa di Elisabetta fu benedetta dalla presenza di Maria che con Gesù era il segno della presenza di Dio.                    
Poi il giorno della «Presentazione al Tempio» andrà a Gerusalemme. È una meta dove Maria deve giungere e, quando ne parleremo, torneremo a richiamare i tre mesi trascorsi da Elisabetta e sentiremo risuonare altre profezie. È in questo contesto delle profezie che dobbiamo esaminare il nostro testo, vedendo Maria come l’Arca dell’Alleanza, segno della presenza di Dio.

Maria strumento di Dio
Introduciamoci richiamando l’immediato contesto. L’Angelo del Signore disse a Maria: «Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Questo avvenne quando Maria accettò con gioia la missione di madre che Dio le affidava. Come nell’Antico Testamento (Es 40,35), quando la nube coprì con la sua ombra il tabernacolo, la gloria del Signore, cioè la presenza di Dio, riempì la dimora. Maria con il suo «sì» divenne segno della presenza di Dio e perciò realizza in modo pieno l’abitazione del Signore tra gli uomini. Perciò «Maria che si mette in cammino verso la montagna» è segno della presenza di Dio che cammina con il suo popolo nel deserto (Es 40,36).
Il suo andare da Elisabetta non è un voler comprovare la verità di quello che l’Angelo le ha detto, sia perché lei non ha chiesto un segno come invece fece Zaccaria. Lei ha creduto alla parola dell’Angelo e va per gioire con la sua parente del dono del Signore. Entra inattesa nella casa di Elisabetta e la saluta, un’espressione narrativa senza un’esplicita parola. Eppure subito avvenne qualcosa di meraviglioso: «Appena Elisabetta sentì il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo». Questo evento lo descrive il narratore con le sue parole (1,41), ma poi verrà interpretato da Elisabetta che vi aggiunge due note: «Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (1,44). Ciò che conta è quanto realizza la voce di Maria. Sembra proprio che sia per mezzo della sua voce che si faccia sentire la presenza del Signore, del Figlio che porta nel grembo. Sembra che ci sia un’analogia con la presenza di Dio che parlava con Mosè.
Il Signore parlava tra i due Cherubini che erano sopra l’Arca (Es 25,22). Lì la presenza del Signore si rivelava con la sua voce, ora per mezzo della voce di Maria. Maria è come l’Arca dell’Alleanza davanti alla quale si ascolta la voce di Dio. Il saluto è udito nel suo vero significato innanzitutto da Giovanni che subito si sentì colmo di Spirito Santo. Si realizza quanto è stato detto a Zaccaria: «Sarà colmo di Spirito Santo sin dal seno materno» (1,15). Egli saltò di gioia all’udire la voce di Maria ed Elisabetta, dal sussulto del bambino capì il significato profondo della voce di Maria perché anche a lei viene comunicato lo Spirito. È il dono dello Spirito che porta Elisabetta a chiedersi: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?».

Sorpresi dalla gioia
Questa domanda dice che Elisabetta si sente indegna della visita di Maria e allo stesso tempo onorata della sua dignità: «È la Madre del mio Signore», un riconoscimento che il narratore fa proprio intendendolo però in modo diverso. Sulla bocca di Elisabetta il termine «Signore» poteva avere un senso puramente messianico e indicava il Messia davidico. E anche Maria la pensava così perché l’Angelo le aveva detto che Dio darà a suo Figlio il trono di Davide, suo padre (1,32). Ben diverso il significato che il termine assume nella predicazione apostolica: «Gesù è il Signore, il Figlio di Dio», come noi continuiamo a pensare.
Torniamo ad Elisabetta: appena ha detto: «A che debbo che la Madre del Signore venga a me», di nuovo ricorda la reazione di Giovanni usando due verbi che le traduzioni non rendono bene: «Si mise a saltare e a rallegrarsi». Quando questi due verbi nella Bibbia in greco si trovano insieme, indicano la gioia che annunzia che stanno irrompendo nella storia i tempi messianici. Qui anticipano quello che un giorno dirà Giovanni il Precursore. Parlando di Gesù come sposo dice: «L’amico dello sposo che è presente, lo ascolta e gioisce alla voce dello sposo» (Gv 3,29).
Veniamo alle lodi che Elisabetta, colma di Spirito Santo, rivolge a Maria. È impossibile distinguerle dalle lodi che la stessa comunità cristiana innalza a Maria. Elisabetta esclamò a gran voce: «Benedetta sei tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo (noi aggiungiamo: Gesù)». La comunità cristiana ha imparato questo tipo di lode dalla sua tradizione ebraica, nella quale quando si loda un uomo o un’eroina, subito dopo si loda Dio (Gn 14,9; Gdc 5,24; Gdt 13,13-19). Nel nostro caso si loda Maria e poi il figlio che porta nel grembo, subito dopo chiamato da Elisabetta: «il mio Signore». Per Elisabetta in un senso puramente messianico, per la comunità come il Signore, il Figlio di Dio, Dio. Ma quello che conta è che la lode data ai portatori di salvezza ha il suo termine in Dio.
Ascoltiamo quella rivolta a Giuditta, la più simile a quella di Elisabetta: «Benedetta sei tu, o figlia, tra tutte le donne e benedetto sia il Signore che ha creato cielo e terra». Nei due casi si celebra la salvezza, ma nel nostro caso è significativo che la comunità cristiana non loda la Madre senza lodare il Signore. Il cammino è da Maria a Gesù. Il contesto in cui questa benedizione risuona prima della nascita di Gesù e dopo il suo concepimento, non è privo di significato. Qui è chiaro che la grandezza di Maria è dovuta al frutto che porta nel grembo. Maria è vista come il Tabernacolo di Dio, come l’Arca dell’Alleanza, cioè come un segno della fedeltà di Dio, per questo dev’essere benedetta.

La fede di Maria
«Beata te che hai creduto nell’adempimento di ciò che Dio ti ha detto» (1,45). Tutto quello che Elisabetta finora ha detto è stata una risposta al saluto di Maria. Ora però con una beatitudine fa risaltare la cooperazione personale di Maria nell’evento che ha motivato la beatitudine. Forse Elisabetta ha detto: «Beata tu…», ma il narratore e la prima predicazione cristiana hanno preferito, secondo lo stile delle beatitudini ricorrere alla terza persona. Le beatitudini infatti riflettono quella gioia e quella felicità che si manifesta in chiunque vive o ha vissuto quello che si dice. Le parole di Elisabetta hanno un valore universale, si possono applicare a chiunque crede. Ciò non toglie nulla al fatto che qui si voglia far risaltare quell’aspetto che caratterizza in modo particolare Maria: la sua fede.
Vi sono altri due passi del Vangelo che mettono in evidenza la fede di Maria. Secondo Luca 11,27-28 una donna tra la folla esclamò: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato». Gesù rispose: «Ancor più beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano».
Maria ha ascoltato Dio e ha dato il suo personale contributo all’opera della salvezza accogliendo la sua missione di Madre. Alla stessa conclusione si arriva ascoltando Gesù che dice: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,19-21). Maria l’ha ascoltata, per questo è diventata Madre del suo Signore. Forse ha ragione Agostino quando dice: «La fede nel cuore, Cristo nel grembo. La sua fede ha preceduto il concepimento del Signore e in lui tutte le cose che il Signore compirà. Come Abramo con la sua fede diede inizio al popolo di Dio ed è chiamato “il Padre dei credenti” così Maria per la sua fede è “la Madre dei credenti”.
La vera grandezza di Maria sta qui. Infatti, vale di più per Maria essere stata discepola della Parola, anziché Madre di Cristo”». Infatti, è madre perché ha accolto la Parola ed è discepola perché ha creduto a quanto le è stato detto dal Signore.
C’è una bella differenza tra la sua fede e quella di Zaccaria. Questi ha creduto dopo il compimento del segno (1,21). Maria ha creduto prima di vedere il segno nella casa di Zaccaria. Per la sua fede Maria è sulla linea di Abramo. Il Patriarca credette alle promesse di Dio, ma non ne vide il compimento: tutte erano sul futuro della sua discendenza. Eppure è in lui che ha inizio sulla terra la fede nel Dio dell’Alleanza e Salvatore. Con Maria ha inizio nella storia la fede in Gesù Cristo. Essa precede tutti i credenti. Abramo divenne per la sua fede il Padre di molte nazioni, Maria è la Madre di tutti i credenti in Cristo e la sua beatitudine è un invito al lettore del Vangelo a continuare il cammino a cui essa ha dato inizio con la sua fede.
Maria-credenti: il binomio dà un carattere ecclesiologico a tutto il racconto. E il fatto che la beatitudine sia collocata alla fine del racconto ha lo scopo di offrire a tutti i credenti un modello di vita. Essi sono invitati a credere nella Parola del Signore e nel suo Vangelo e, partendo dalla fede, a vivere la speranza che si compirà quanto ha detto il Signore. In questo modo la Chiesa che storicamente cammina nella fede in Gesù Cristo, può guardare Maria come colei che li ha preceduti, come colei che cammina davanti a noi e nel suo cammino ci indica dove e come si offre un segno della presenza del Signore, in modo simile a come lo faceva in altri tempi l’Arca dell’Alleanza.

Preghiamo 
Maria, in questa pagina di Vangelo ti presenti a noi come modello di vita. Hai appena concepito Gesù con la potenza dello Spirito Santo e subito senti il bisogno di condividere la tua gioia con altri. Fa’, o Maria, che io sia sempre un diffusore della mia fede e che ci sia tra me e gli altri quella comunicazione dello Spirito che c’è stata tra te ed Elisabetta. O Madre del mio Signore, tu che sei beata per aver creduto, chiedi per me una fede sempre più decisa perché sia
un vero testimone di Cristo e un annunciatore della sua Parola.
O Maria, invoca su di me il dono dello Spirito Santo. Amen!

 Mario Galizzi SDB

« GIOIA PER LA GRATUITÀ DI DIO » – Omelia di mons. Zimowski …

http://www.zenit.org/article-34615?l=italian

« GIOIA PER LA GRATUITÀ DI DIO »

Omelia di mons. Zimowski nella Messa organizzata dall’ASL Roma 3 nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia

ROMA, mercoledì, 19 dicembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito l’omelia pronunciata questa mattina dall’arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, nella Messa organizzata dall’ASL Roma 3 e da lui presieduta nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia.
***
Carissimi confratelli sacerdoti e i religiosi, ed in particolare voi incaricati della cappellania ospedaliera,
Carissimi Direttore dell’ASL Roma 3  e suoi collaboratori, staff medico ed ausiliare
Carissimi ammalati e familiari,
carissimi fratelli e sorelle,
Ringrazio di cuore il Direttore, dott.ssa Maria Sabia, per avermi invitato a presiedere questa Santa Messa in preparazione al Natale, invito che ho accolto con entusiasmo come Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari perché sono contento di poterla celebrare qui, con tutti voi, carissimi amici.
GIOIA PER LA GRATUITÀ DI DIO
“O Germoglio di Iesse,.. vieni a liberarci, non tardare!”
Siamo ormai vicinissimi al Natale e, a partire da oggi, le letture ci presentano ogni giorno parallelismi e contrasti evidenti, per guidarci alla comprensione dei piani di Dio. Le letture odierne ci presentano il caso di due donne, sterili, ma in favore delle quali Dio interviene e compie il miracolo di renderle feconde. Si tratta dell’annuncio della nascita di Sansone e di Giovani Battista, due figli che possiamo descrivere grandi “doni di Dio” per l’umanità.
1. Due figli “dono di Dio”
In entrambi i casi si tratta dunque di donne sterili, con l’aggravante dell’età per Elisabetta, moglie di Zaccaria; in entrambi casi l’angelo del Signore annuncia la nascita di figli che saranno consacrati a Dio perché sono dono del cielo. Il primo, Sansone, sarà destinato, grazie alla sua forza straordinaria, a difendere il popolo israelita dagli attacchi dei filistei; il secondo, Giovanni, camminerà davanti a Cristo con lo spirito e la forza di Elia per preparare un popolo ben disposto quando arriverà il Signore Gesù Cristo.
Comprendiamo dunque che la gloria di Dio si manifesta là dove il Signore compie meraviglie di grazia in ciò che è umanamente considerato debole, ‘povero’. In questo modo Dio rende feconda la verginità, ricca la povertà, forte la debolezza, vittoriosa la sconfitta e gloriosa la croce.
Proprio nella debolezza umana, mostra la potenza e la gratuità del suo amore per noi, Colui il quale “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5, 45). Tutto questo è motivo di gioia per i ‘semplici’, che si aprono a Dio con mitezza e Amore. Poiché la scelta gratuita di Dio è diretta all’uomo, specialmente se povero o sofferente, non perché si sia buoni ma perché buono è chi ci ama così tanto.
2. Gioia per la gratuità di Dio
Tuttavia, per ricevere il dono di Dio, bisogna aprirsi a Lui con fede generosa e lieta fiducia. Quel dono dall’alto suscita gioia, e questa gioia si deve notare nel cuore e nella vita dell’uomo e della donna che sono destinatari della benevolenza del Signore; una felicità che è il carisma di testimonianza di cui oggi ha bisogno il nostro mondo senza speranza e frustrato nella sua fame di felicità dai suoi falsi surrogati.
Non possiamo dubitare di Dio, anche se, come Zaccaria ed Elisabetta, dobbiamo aspettare tutta una vita. Il suo amore per noi non viene mai meno. Tuttavia, anche comprendendo che Dio ci ama molto, a volte dubitiamo come Zaccaria, se davvero Egli vorrà usare il proprio potere a nostro favore.
Osservando con attenzione, Zaccaria appare una figura contraddittoria: infatti, Zaccaria è nel tempio e prega, chiedendo che dal suo matrimonio possa finalmente venire un discendente. Ma nel momento in cui l’angelo ne annuncia l’esaudimento, Zaccaria manca di fiducia e viene punito.
Ritroviamo qui un grande insegnamento sulla preghiera, carissimi fratelli e sorelle: dobbiamo chiedere al Signore con la sicura fiducia di essere esauditi specialmente in questo Anno della Fede. Questa è la preghiera cristiana, la preghiera cioè di chi sa di essere amato, ascoltato e sempre esaudito da un Padre buono e misericordioso. In questo senso il Padre Nostro insegnato da Gesù è insuperabile scuola e modello di preghiera cristiana gradita al cuore di Dio.
Anche noi siamo soggetti ad innumerevoli tentazioni legate all’incredulità e tante forme di mutismo nella preghiera sono frutto di questa incapacità a credere e a meravigliarci davanti alle opere di Dio.
L’atteggiamento di Zaccaria contrasta con l’assoluta fiducia e la disponibilità di Maria, la madre di Gesù, che dà il suo “sì” incondizionato: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.
Carissimi fratelli e sorelle, il precursore del Messia compì pienamente la propria missione ma il suo contributo non è terminato. Giovanni Battista è un uomo per ogni tempo, una figura perennemente attuale, nell’Avvento e sempre non solo. Perché è l’impegno della Chiesa e della comunità cristiana, è proprio il compito anche nostro di essere messaggeri di gioia per il dono di Dio e di agire come suoi precursori oggi nei nostri ambiti familiari, lavorativi e, più in generale, sociali.
La vostra ASL Roma 3 gestisce in effetti uno degli ospedali più antichi del mondo, l’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, del quale non ripeterò qui la gloriosa storia.
Mi limiterò a ricordare che questo antico Arcispedale ha avuto l’onore di conoscere la presenza e il servizio rivoluzionario dei grandi santi della Carità come San Filippo Neri e San Camillo de’ Lellis. Riflettiamo su tutto ciò con ammirazione e gratitudine al Signore per un passato così ricco di vera testimonianza cristiana, che ha reso questi muri un rifugio accogliente per tanti malati, pellegrini, poveri e persone abbandonate.
È del resto anche compito nostro il portare la speranza, l’essere messaggeri della gioia di Cristo medico divino in tutti i centri di cura e di assistenza che, parimenti colpiti dalla crisi, rischiano di diventare luoghi di patimento privi della più piccola luce che la speranza emana. Talvolta ci sentiamo sfidati e scoraggiati dalle difficoltà legate al nostro lavoro e dall’apparente incapacità di cambiare le cose. Ma come ancora più in occasione della nascita del Battista, lasciamo che la potenza divina agisca su questi nostri limiti umani.  Rendiamo dunque i nostri luoghi di cura più umani, più accoglienti e rispettosi della dignità delle persone che si affidano non solo alle nostre competenze tecniche, ma anche alla nostra capacità di comprensione e alla Carità di Cristo che deve animare il nostro lavoro.
Cari amici, come ha detto il Santo Padre Benedetto XVI il 17 novembre scorso ai partecipanti alla nostra XXVII Conferenza Internazionale, “questa assistenza sanante ed evangelizzatrice è il compito che sempre vi attende. Ora più che mai la nostra società ha bisogno di «buoni samaritani» dal cuore generoso e dalle braccia spalancate a tutti, nella consapevolezza che, come spiegato nella sua Enciclica Spe Salvi, «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente».
È questa un’esortazione alla quale pare quanto mai difficile rispondere ma che ribadiamo nella consapevolezza delle forti ripercussioni  che la crisi economica e finanziaria europea ed internazionale  sta avendo nelle politiche sanitarie nazionali. Rinnoviamo in proposito la nostra preoccupazione per le riforme in atto in quanto si ha l’impressione che si tenga conto unicamente dell’aspetto economico del mondo della salute trascurando chi lo anima, dunque chi ne costituisce l’essenza vitale, a partire dalla persona sofferente.
Si parla della riduzione di posti letto ma non si parla di chi sarà privato della possibilità di essere ricoverato, curato o comunque assistito in modo consono al proprio stato di salute. Eppure si tratta di un figlio o di una figlia, di un fratello o di una sorella oppure dei nostri genitori, che appartengono alla generazione che, con il proprio sudore e impegno, ha contribuito a far rinascere anche questo Paese dalle macerie e dalla tremenda sofferenza inflitta dalla Seconda Guerra Mondiale. Ecco che oggi sono loro ad essere bisognosi del nostro aiuto, a loro dobbiamo venerazione e gratitudine che devono essere tradotte oggi nel garantire un’assistenza sanitaria adeguata.
Due anni fa, il nostro Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari ha dedicato la XXV edizione della sua Conferenza Internazionale al tema: “Per una cura della Salute equa ed umana alla luce dell’Enciclica Caritas in Veritate”. Nel Messaggio rivoltoci in tale occasione, Papa Benedetto XVI ha ribadito diversi punti essenziali e, tra questi, l’importanza di una “vera giustizia distributiva che garantisca a tutti, sulla base dei bisogni oggettivi, cure adeguate. Di conseguenza – ha continuato il Santo Padre, – il mondo della salute non può sottrarsi alle regole morali che devono governarlo affinché non diventi disumano”.
Per ben rispondere a tale richiamo, che parrebbe assumere, ogni giorno che passa, sempre più il tono di una sfida “occorre lo sforzo congiunto di tutti ma occorre anche una profonda conversione dello sguardo interiore. Solo se si guarda al mondo con lo sguardo del Creatore, che è sguardo d’Amore – ha in proposito evidenziato Papa Benedetto XVI, – l’umanità imparerà a stare sulla terra nella pace e nella giustizia, destinando” opportunamente le risorse “al bene di ogni uomo ed ogni donna”. Ha poi concluso rilevando come un corretto modello di  sviluppo debba essere “fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla promozione e sulla condivisione del bene comune” ma anche “sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi in previsione di ciò che può accadere domani”.
Ecco, carissimi fratelli e sorelle, malati e operatori sanitari, sappiamo tutti quanti  quanto non sia agevole una tale vostra missione, soprattutto in questo momento di grande incertezza nell’ambito lavorativo, ma il Signore, come ascoltò la preghiera di quella buona coppia di coniugi anziani, Elisabetta e Zaccaria, rendendoli genitori del precursore di Gesù, si rivolge a noi, ascolta la nostra preghiera, ci riempie della sua gioia e ci chiama ad essere suoi collaboratori nel donare la grazia salvifica di questo Natale agli altri, diventando anche noi evangelizzatori, contribuire a combattere i mali del mondo in cui viviamo.
Nell’antifona “O” di oggi invochiamo Cristo come “Germoglio della radice di Iesse”. La radice richiama il fondamento, ciò senza il quale non c’è vita. Così è per noi il riferirsi a Gesù, senza di Lui, carissimi  fratelli e sorelle, viene a mancarci il fondamento della vita, siamo perduti. Per questo lo invochiamo, vieni… non tardare, o Signore!
Che questa consapevolezza ci accompagni nella preparazione al Natale, facendo sì che noi lasciamo che Cristo, sorgente inestinguibile della vita, sani le infertilità dei nostri cuori e trionfi sulla nostra debolezza, sulla nostra sterilità spirituale, sulle nostre preoccupazioni e paure.

Tutto ciò affidiamo alla Madonna Santissima, Protettrice degli infermi.
E così sia.

Publié dans:Arcivecovi e Vescovi, NATALE 2012 |on 20 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

RIFLESSIONI SUL SANTO NATALE – Don Arcangelo Tadini

http://www.verolanuova.com/lucesalelievito/donarcangelotadini/Scritti/tadscrit10.html

Don Arcangelo Tadini        

proclamato Beato il 3 ottobre 1999 da Giovanni Paolo II

da, Sermones,
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Archivio Suore Operaie, Botticino Sera
(AI: Sermones, ASO Botticino Sera)
Scritti e Omelie
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RIFLESSIONI SUL SANTO NATALE

Omelia

 A differenza di tutti gli altri bambini che non possono fissare il luogo della loro nascita, Gesù se Io scelse e molti anni prima Io fece predire dai Profeta Michea: Betlemme. Questa predizione ci reca grande meraviglia: e come può non esser tale mentre tutti sappiamo che a Nazareth e non a Betlemme fu annunziato il grande mistero dell’incarnazione, che a Nazareth e non a Betlemme abitava la fortunata donna che doveva darlo alla luce? Come poteva dunque avverarsi questa profezia, come compirsi questo vaticinio? Nelle mani del Signore tutto è grande, tutto è sublime.
Aveva in quel tempo Cesare Augusto, imperatore romano, emanato un editto col quale comandava che tutti i sudditi dell’imperatore si portassero alla capitale, alla città da dove traevano origine per dare il loro nome. Questo comando colpiva anche i Santi Sposi Maria e Giuseppe, e siccome discendevano entrambi dalla stirpe di Davide che era di Betlemme, così essi dovettero portarsi in questa città per darvi il loro nome Sorpresi dalla notte, non avendo ormai più tempo di ritornare a Nazareth si diedero a cercare alloggio per Betlemme; ma mentre per i ricchi e i grandi della terra erano preparati grandi palazzi, ricche sale, per la Madre di Dio e per il suo custode non vi era dove posare capo.
Preoccupati e dolenti dovettero mettersi in viaggio, uscire dalla città e ricoverarsi in una stalla; qui si compì il tempo per il quale Maria doveva dare alla luce il suo Divin Infante e in quella notte stessa nacque al mondo Gesù: il Salvatore del mondo. E quale grande nuova ammirazione! In quale condizione si mostra al suo regno il sovrano dominatore dell’universo! Attorno a lui non ha che un semplice artigiano e una povera donna occupata a coprirlo con fasce. Il suo palazzo consiste in una stalla sordida ed infetta, ed invece di assidersi sopra un trono giace sopra una umile mangiatoia.
Ma, perché o Signore non compariste al mondo quale possente monarca, circondato di splendore, rivestito di maestà? Perché non sceglieste come madre una regina della terra, e come vostro custode un grande del mondo? Oh Gesù mio io v’intendo. Vi siete fatto accessibile a tutti nascendo in una capanna e qui con la più amorosa abiezione preparaste per le nostre povere anime un’accoglienza degna della misericordia di un Dio venuto proprio tra noi per la salute di tutti.
Ah miei cari corriamo tutti, corriamo a Betlemme, corriamo alla scuola di Gesù col sincero desiderio di approfittare dei suoi insegnamenti. In queste sere che precedono la sua comparsa soave nel mondo, affacciamoci assidui alla culla di questo divino Infante ansiosi di imparare da lui la via che sicuri ci conduce al cielo.
E voi o buon Maestro, dateci un cuore attento e pieno di fede affinché vi ascoltiamo; un cuore umile e docile affinché pronti ai vostri voleri facciamo qui in terra sempre la vostra volontà, per avervi in cielo nostra consolazione e nostro premio.
Appena nacque il Salvatore, appena si compì il grande Mistero dell’incarnazione del Verbo, il cielo subito venne a rivelarlo alla terra. Un angelo appositamente mandato da Dio agli uomini porta una notizia sì straordinaria. Ma a chi annunzia per primi questo grande avvenimento?
Andrà forse nei palazzi di Betlemme a scuotere il sonno dei grandi dei secolo, usciti come Gesù dalla stirpe di Davide, e recherà ad essi l’annunzio che dal loro sangue è nato il Salvatore? Andrà egli a trovare i maestri in Israele, i dottori della legge e accennerà loro che è finalmente compiuta l’attesa delle genti, e che, nel tempo segnato dai profeti, il liberatore d’Israele sì sovente promesso e tanto desiderato per sì lungo tempo è ora comparso? Non già, ma uomini semplici e grossolani, che con la custodia dei loro gregge sostentavano meschinamente la vita, questi sono quelli che la divina Provvidenza scelse a primi contemplatori di tale avvenimento. A questi poveri e semplici pastori, prima d’ogni altro, gli angeli scesi apposta dal cielo fanno sentire quel dolce comando: « andate a Betlemme ». Questo per indicare a noi che per essere ammessi alla scuola di Gesù bisogna avere un cuore semplice e distaccato dalle cose della terra.
E’ infatti la semplicità quello che rende l’uomo veramente grande. La semplicità quella che adorna di nuovo pregio le virtù, quella che aggiunge ai sommi ingegni nuovo splendore. E’ per la semplicità appunto che questi poveri uomini meritano di poter essere i primi a attirare sopra di sé gli sguardi dei cielo. Gesù li chiama a sé con trasporti d’amore, vola alle loro braccia, riceve i loro affetti, si lascia abbracciare, baciare e in essi trova le sue delizie e le sue consolazioni.
Oh Gesù caro noi vi intendiamo, l’affetto disordinato alle ricchezze, ai piaceri e agli onori del mondo è come uno spinaio che soffoca nel nostro cuore il seme prezioso della vostra santa parola. Che faremo noi miserabili che ci vediamo sì pieni di attacchi terreni? Ah Signore noi non potremo che istantaneamente pregarvi con Sant’Agostino: « bruciate, tagliate tutto ciò che in noi vi dispiace e mette ostacolo al vostro santo amore, distaccateci dal mondo amareggiando tutti i suoi diletti, deh fate insomma che noi abbiamo a sentire il bisogno di rivolgerci a voi, perché sciolti da ogni legame d’amor terreno, siamo disposti e pronti a seguire i vostri divini insegnamenti. »
Prostriamoci adunque con la faccia per terra e domandiamo a questo nostro buon maestro una vera umiltà e semplicità di cuore. Baciamo la soglia beata di questo umile presepio e qui, prima di passare innanzi, deponiamo ogni pensiero di propria stima, ogni desiderio ed ogni amore di lode, di comparsa, di fasto e preghiamo Gesù che per la sua infinita misericordia ci renda quali dobbiamo essere prima d’accostarci alla sua culla: cioè compresi dei sentimento del nostro niente, della nostra miseria e dei bisogno estremo che abbiamo di essere istruiti da lui.
E voi o caro Gesù, mandateci per carità un raggio del vostro lume che ci faccia capire bene chi noi siamo e chi voi siete, a ciò possiamo amare voi e odiare noi stessi; in questo consiste la vera scienza della salvezza, che voi venite ad insegnarci.
Poniamoci o cari a considerare, in questa sera, attentamente la povertà di Gesù. E questa sia la prima lezione che noi impariamo dall’amabile Maestro e Bambino. Chi direbbe mai al vederlo in sì meschino albergo, ricoperto appena di poveri panni, mal difeso contro i rigori della stagione, chi direbbe che Egli è il Re dei re, ed il Signore dei dominanti? Come riconoscere in questo stato di miseria e di abiezione il Sovrano dominatore dell’universo, il Re della gloria, l’Ente supremo al cui cospetto tutti gli altri esseri s’umiliano e si annientano? Non poteva egli nascere in un luogo meno disagiato? Avere, nascendo, quel che non manca ai più poveri… un tetto che lo ripari, un po’ di fuoco che lo riscaldi, una culla su cui adagiarsi? « Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli hanno i loro nidi; ed il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. » Ma e perché tutto questo? Vedeva bene Gesù Cristo di quanto ostacolo ai conseguimento dei Paradiso sarebbe stato per le anime nostre io sregolato amore dei beni presenti, ci volle dare l’esempio di una povertà, di uno spogliamento così universale, così che, almeno in parte, imitandolo arrivassimo a conseguire i beni eterni. Oh quanto ci dobbiamo confondere nel vedere l’amoroso Salvatore ridotto in questo stato!
La nudità, lo squallore, la miseria che lo circonda ci tuonano al cuore quei « guai » terribile che egli ha minacciato a coloro che vorranno mettere la loro consolazione nelle cose dei mondo; quella nudità e quella miseria ci predica di tenere il cuore distaccato da tutto perché possiamo liberamente servirlo ed amarlo. Quella miseria ci dice che sono beati i poveri di spirito perché di loro è il Regno dei Cieli … Difatti che cosa è mai davanti a Dio tutto lo splendore della terra? La ricchezza o la miseria, lo splendore o l’umiliazione, sono un nulla davanti a Lui. Egli stima più la povertà che tutte le ricchezze del mondo, come dice San Paolo « ogni cosa di terra io stimo fango e sozzura per guadagnarmi Gesù Cristo. » li santo profeta Davide considerando con profetico lume la povertà di Gesù Cristo uscì in questa bella esclamazione:  » Beato chi ha cura del mendico e del povero ».
Dateci lume o Bambino amato affinché intendiamo la lezione salutare della vostra estrema povertà e fateci capire bene come dobbiamo imitarla nelle circostanze particolari della nostra vita… Sentite o Gesù mio quel che proponiamo di fare e benedite con la vostra grazia questi nostri proponimenti. Per amore alla vostra santa povertà noi ci studieremo di servire gli altri in quel che potremo; ci mostreremo sempre contenti di tutto ricevendo tutto come elemosina dalla benefica mano della vostra Provvidenze, senza desiderare né più né meno di quello che ci darete voi. Non permettete mai che il falso splendore delle prosperità terrene ci abbagli e ci faccia perdere di vista la strada che guida al cielo. Imprimeteci bene nel cuore che i beni del mondo non sono beni per noi se non in quanto ci possono servire a guadagnare altri beni non caduchi, mediante le buone opere di carità.
Immaginiamoci o cari di vedere il Divin Pargoletto tremare di freddo su poca paglia; immaginiamoci che Egli ci stenda la fredda sua manina per chiederci qualche soccorso. Ditemi, non vi sentireste forzati a spargere anche tutto il vostro sangue per sopperire al minimo dei suoi bisogni? Orbene in questa sera il Bambino Gesù ci domanda che noi abbiamo a sopportare in pace la povertà che a Lui piacque di mandarci, che l’abbiamo a sopportare per amor suo.
Si, o divino In fante, noi d’ora innanzi stimeremo e adoreremo col più profondo ossequio dello spirito la vostra santa povertà, proponiamo di cercarla più che potremo in noi stessi, di rispettarla, compatirla e soccorrerla nei poveri che la rappresentano.
Consideriamo, in questa sera, la promessa che Gesù fa a quelle anime che avranno imparato dal suo esempio l’amore alla povertà e ai poveri. Giacché il santo Profeta Davide dopo di aver detto « Beato chi ha cura del mendìco e del povero » aggiunge: « nel giorno cattivo lo libererà il Signore ». Cosa sia questo giorno cattivo tutti lo intendiamo, i Santi ce lo dissero più volte, è il giorno della morte e per questo giorno appunto il Signore promette la sua speciale assistenza. Si vede proprio non esservi cosa che renda tanto tranquilla e consolante la morte, quanto il distacco sincero dalle cose del mondo e l’esercizio costante delle opere della misericordia. Queste ispirano all’anima una gran fiducia nella bontà di quel Dio che deve essere nostro giudice avendo egli promesso d’usare misericordia ai misericordiosi. E il distacco da ogni cosa terrena ci libera anticipatamente dal maggior affanno che rechi la morte, cioè il dover lasciare tutto. Conviene dunque privarsi volentieri di qualche cosa per amore di Gesù…. Fosse pure una cosa assai cara all’amor proprio, come quell’ornamento, quel comodo, quel diletto, per averlo propizio nel giorno terribile della morte.
Verrà presto o cari per tutti l’ora della morte, per alcuni di noi questa è l’ultima novena del Natale, è l’ultima volta che trattiamo Gesù come Bambino. Presto lo dovremo vedere coi nostri occhi giudice severo, presto lo dovremo sentire pronunciare quella irrevocabile sentenza o di condanna o di premio eterno. Questo spaventevole istante verrà per me e verrà anche per voi. Certo molti di noi l’anno venturo non ci saranno, passati da questa all’altra vita avranno già abbandonato il mondo, saranno entrati nell’eternità. Pensiamo o cari, riflettiamo seriamente. La morte ci sta sempre davanti e noi vi andiamo sempre più avvicinando… E allora che faremo dei beni della terra? Ah, quante più saranno le cose da noi amate in vita, tanti più saranno i nostri tormenti in morte. Gran dire! Tutti i beni del mondo non potranno allora servire ad altro che a affliggerci: e noi ci affanniamo tanto per averli?
Benedetta la povertà del mio Gesù che fa beato il cuore! Intendiamolo adunque che è una vera pazzia l’amare i beni presenti: Gesù solo è un bene vero, un bene eterno. Se attenderemo ad amare Lui solo ci sentiremo felici nel stringerlo povero e crocifisso per amor nostro sul letto di morte e benediremo il momento in cui, per grazia di Gesù, ci saremo distaccati da ogni cosa terrena. Benediremo le privazioni che avremo fatte per soccorrerlo nella persona dei poveri, e con una ineffabile speranza ci prepareremo ad udire da Lui quelle consolanti parole: « venite o benedetti dal Padre mio, venite a possedere il Regno che vi è preparato, poiché io ebbi fame e voi mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere. » Che invito di Paradiso! O Regno eterno! Merita bene di essere guadagnato, con la perdita d’ogni caduco bene del mondo.
Alla nascita di Gesù Salvatore gli angeli del Paradiso, a schiere, a coppie discesero sulla terra per invitare gli uomini a far festa, a rallegrarsi per un sì fausto avvenimento. Ma in mezzo al comune tripudio Gesù solo nel silenzio di una spelonca sospira e piange. Qual è il motivo di queste lacrime? Ecco che Gesù stesso ce lo dice per bocca del suo Profeta: « il mio dolore è sempre innanzi a me ». Senti o anima cristiana? Gesù non può togliere lo sguardo dal quadro doloroso delle umane ingratitudini e piange per dolore e compassione di noi miserabili. Gesù ha sempre presenti allo spirito tutti i peccati, piange la perdizione eterna di tante anime, piange le loro segrete miserie… gli errori e le passioni che le accecano, … i piaceri e le tentazione che le seducano, i pravi abiti che le trascinano all’inferno. Gesù piange al vedere il disprezzo della sua legge e della sua grazia, la dimenticanza dei beni eterni, l’amore disordinato alle cose presenti, l’impero del peccato e del demonio, … la falsa pace nella quale viviamo, sebbene peccatori, sebbene ì bisognosi di penitenza e di lacrime per ottenere misericordia! Ma forse Gesù vede in noi anche al presente qualche cosa che lo fa piangere. Ah, forse noi stessi siamo la più amara cagione delle sue lacrime e del suo dolore.
Si fa piangere Gesù commettendo il peccato, o mettendosi nell’occasione prossima di commetterlo. E avremo cuore ancora di far piangere Gesù? E non ci risolveremo a finirla una buona volta col peccato? Ah se le lacrime di Gesù non ci commuovono, diciamolo pure, pure noi abbiamo in petto un cuore di macigno e dobbiamo temere di essere caduti nella più terribile ostinazione di peccato. Se così fosse, quanto maggior bisogno avremmo della misericordia del santo Bambino, quanta necessità di pregarlo perché lasci cadere la rugiada celeste delle sue lacrime sull’arida terra del nostro povero cuore, affinché si intenerisca alla vista delle sue pene. L’aspetto d’una persona afflitta e piangente muove naturalmente a pietà e desiderio di poterla in qualche modo consolare. E noi non sentiremo il desiderio di consolare Gesù? Farlo cessare dal piangere e asciugare le sue lacrime? Sono i nostri peccati e i peccati di tutti gli uomini che lo fanno piangere e penare: lo sappiamo.. e perché non vorremmo dunque detestare e odiare questi maledetti peccati, fuggire le occasioni che ce lo fanno commettere?
Sì, o amabile Gesù, noi ve lo promettiamo questa sera qui davanti a voi, e la nostra promessa la manterremo a qualunque costo. Dovessimo perdere la vita, noi non vi faremo spargere lacrima alcuna per l’avvenire. Ci prostreremo nelle prossime feste ai piedi del vostro Ministro e là dolendoci di vero cuore domanderemo perdono di tutti i nostri peccati e di quelli ancora che furono commessi dagli altri per colpa nostra. E voi, o amabile Redentore, fate che unendo le nostre lacrime alle vostre esse valgano a cancellare tutte le nostre ingratitudini, e renderci mondi e puri agli occhi vostri.
Oh! Quale consolazione sarà per noi il poter dire con San Tommaso: « Divin Bambinello abbracciatemi affinché noi piangiamo insieme. Voi per amore verso di me, io per amor vostro. Voi mi convertirete e io vi possederò; voi vi consolerete con me e io mi con foderò con voi. »

Oh quale dolcezza, qual bene!
Bandite dunque da noi, caro Gesù, tutti i fallaci godimenti della terra, affinché sospirando e piangendo in questa vita meritiamo la bella sorte di vedervi e possedervi per tutta l’eternità.
Mancherei ad una grande necessità, mi parrebbe di fare un insulto al Dio Bambino se lasciassi passare questa sacra novena in preparazione alla solennità del Natale, senza dirvi almeno due parole sopra la potenza e insieme la dolcezza del nome di Gesù. Purtroppo lo sento, io sono incapace, fallirò certo nel mio intento. Ma e perché non ho io la lingua d’un serafino per lodare ed encomiare questo sì gran bel Nome? Perché non ho io la mente ed il cuore e l’ingegno capace di tributargli quell’omaggio eterno di riverenza che gli si conviene? Gesù! Oh Nome sopra tutti i nomi degno solo di Colui che lo porta! Questo è il nome augusto dell’Unigenito Figlio di Dio, nome che merita perciò riverenza e onore, esso è la letizia degli angeli ed il terrore dell’inferno. Al suono di questo santo Nome, ogni ginocchio si piega nel cielo e negli abissi. Oh potenza, oh grandiosità di questo nome di Gesù che è il nome di un Dio Salvatore! Nessun altro al mondo potrà essere degno di un tal nome, poiché nessuno potrà mai fare quello che ha fatto Gesù.
Dacché Adamo con la sua disubbidienza si ribellò a Dio, le porte del Paradiso si chiusero e più non si sarebbero aperte se Gesù non avesse patito. Noi eravamo schiavi del demonio, condannati alla pena eterna dell’inferno e nessuno fuorché Dio stesso poteva cancellare questo terribile decreto con una soddisfazione adeguata. Se tutte le creature si fossero poste mediatrici di pace fra Dio e l’uomo, non avrebbero potuto ottenerci il perdono. Se tutti gli spiriti beati si fossero offerti in sacrificio d’espiazione per noi, non avrebbero potuto placare la divina giustizia giustamente sdegnata contro di noi. Per salvarci ci voleva Gesù: cioè un Salvatore divino che prendesse sopra di sé il carico dei nostri peccati e si assoggettasse a pagarne la pena. Oh la possanza adunque del nome di Gesù.
Andavano al tempio gli apostoli Pietro e Giovanni per farvi orazione ed un certo uomo infermo dalla sua nascita stava alla porta del tempio domandando elemosina. Vedendo entrare Pietro e Giovanni stese loro la mano sperando di ricevere qualche cosa. Ma Pietro disse « io non ho né argento né oro, quel che ho te lo do. » Lo prese per mano e gli disse. « Nel nome di Gesù alzati e cammina. » Si rassodarono le sue gambe e saltando entrò nel tempio lodando l’onnipotenza del nome di Gesù. Ed era ben giusto poiché egli in forza di questo Nome Santissimo aveva ottenuto la salute, e noi cristiani salvati per virtù di questo Nome cosa faremo? Noi dobbiamo aver viva confidenza in Gesù, domandare e sperare tutto per i meriti di Gesù. Quando ci sentiamo tentati invochiamo Gesù, quando ci vediamo deboli ed afflitti chiamiamo Gesù. Ogni pensiero della nostra mente, ogni palpito del nostro cuore, ogni respiro della nostra vita porti questa dolce impronta « viva Gesù ». Esso sarà quanto il dire: « Viva il Padre, viva l’Amico, viva lo Sposo dell’anima! »
Misuriamo infatti l’altezza e la gloria del dono di Dio e insieme la distanza infinita che c’è tra Lui e noi poveri vermiciattoli della terra, e poi pensiamo che un Dio sì grande per essere nostro Salvatore ha dovuto abbassarsi alla forma di Servo. Non basta: « si è fatto obbediente sino alla morte e alla morte di Croce » cioè alla morte più obbrobriosa che ci potesse essere. Non basta ancora: si è quasi annientato agli occhi nostri nascondendosi sotto le povere specie sacramentali per essere nostro compagno, nostro cibo e nostra vittima fino alla consumazione dei secoli. Ditemi, poteva Egli fare di più? E vi sarebbe sulla terra chi potrebbe fare altrettanto?
Gesù, come voi vi siete donato tutto a noi, noi ci doneremo tutto a voi. Il nostro cuore sia vostro perché voi vi stampiate in mezzo il vostro Nome, affinché il mondo, i demoni e le creature non abbiano a rubarvelo mai più. Scrivete Gesù nella nos fra mente perché si ricordi sempre di voi. Scrivete Gesù sulla nostra bocca affinché volentieri parli di voi, scrivete Gesù su tutte le mie opere, affinché per sola gloria del vostro nome le cominci e le compia.

Viva adunque Gesù in eterno; sia sempre lodato e ringraziato il Santissimo Nome di Gesù.
Molte sono ancora le istruzioni che ci dà Gesù Bambino. Tutte ci sarebbero di estrema necessità, ma il tempo ci manca, già siamo giunti all’ultimo giorno della novena. Perciò questa sera impareremo da Gesù la virtù della santa umiltà come quella che racchiude in sé tutte le altre. Come quella che Gesù pose a fondamento della sua celeste dottrina. Immaginiamoci dunque che Egli stesso ci dica al cuore quelle dolci parole « impara da me ad essere umile di cuore ». Che gloria sarà per noi imparare da Gesù! Egli ci dice: « impara da me » affinché abbiamo a concepire una stima altissima della santa umiltà, vedendola praticata in modo sì eminente dal nostro Maestro divino. Guarda o anima cristiana come Gesù confonde la superbia del mondo: « impara da me » Egli dice, non a far miracoli, non a predicare, non a comandare, ma ad essere umile di cuore.
Anche noi applichiamoci d’ora innanzi con ogni studio ad acquistare questo tesoro nascosto della santa umiltà di cuore. Umiltà di cuore che ci faccia amare una vita abbietta e nascosta agli occhi degli uomini, e ci renda chiaro abbassarci a tutti, sottometterci a tutti e ricevere volentieri da Gesù qualunque umiliazione. Quando pure fossero le maggiori umiliazioni di questo mondo non potrebbero confrontarsi con quelle che abbracciò Gesù per amor nostro. Egli è Dio che si abbassa e noi siamo povere creature. Egli è santo e noi siamo peccatori. A Lui è dovuto ogni onore e gloria in cielo e in terra, e noi meritiamo ogni obbrobrio a questo mondo e nell’inferno per i nostri peccati. Procuriamoci dunque questa umiltà del cuore che nasca in noi dalla sincera convinzione del nostro nulla e della nostra miseria.

AI: « Sermones », ASO Botticino

Publié dans:Beati, NATALE 2012 |on 20 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Il paradosso de “Il Natale” di Alessandro Manzoni

http://www.atuttascuola.it/collaborazione/samuele/italiano/paradosso.htm

Il paradosso de “Il Natale” di Alessandro Manzoni

di Samuele Gaudio

Negli anni successivi alla sua conversione, avvenuta all’incirca nel 1810, Alessandro Manzoni progetta di scrivere un ciclo di dodici inni sacri, dedicandoli alle ricorrenze dell’anno liturgico. Non è difficile riuscire a immaginare come questi componimenti, dei quali portò a compimento solo cinque, possano esser stati facilmente considerati una conseguenza quasi forzata della sua conversione, “giustificati” dall’evidente ed eccessivo entusiasmo religioso dello scrittore. Così accade che vengano agevolmente etichettati come espressioni mal riuscite di una forzata enfasi spirituale e riposti in qualche stantio angolo della memoria. Pressappoco com’è accaduto alla serie di crocefissi dipinti da William Congdon  che proprio come gli inni sacri sono stati realizzati proprio dopo la conversione del pittore; considerati dai critici come il suo tradimento nei confronti dell’arte stessa. C’è davvero una così discorde dicotomia tra arte e fede?
Accade però che accostandosi al testo di un inno manzoniano, come per esempio Il Natale, con la disposizione di un umile e aperto lettore, si possa svelare la reale capacità poetica di Manzoni, tesa a rendere ognuno partecipe dell’imponente annuncio che permea il testo. Egli ci chiama in causa, la poesia dell’inno è corale e collettiva, si rende portavoce di ogni uomo; sono proprio da interpretare in questo senso le parole Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio (vv. 29-30). Il destinatario dell’avvenimento cristiano, così potentemente affermato nella sua evidenza, è l’uomo, tutti gli uomini, rappresentati da quel ci insistentemente ripetuto. Anche la struttura formale e ritmica sembra orientata a voler rispondere alla necessità della poesia di farsi interprete dei sentimenti della collettività, che sfociano nella gioia e nella festosità del riconoscimento della salvezza donata all’uomo dalla nascita del figlio di Dio. Il carattere festoso si può riconoscere nella volontà di Manzoni di accostarsi a un tipo di metro più breve e regolare nel ritmo (il componimento consta di sedici strofe di ottonari) riproducendo cadenze più vicine alle forme della poesia popolare. Egli si discosta così dal periodare solenne dei suoi precedenti componimenti più classicisti. Il primo e il terzo verso di ogni strofa è sdrucciolo, sono rimati tra loro rispettivamente il secondo e il quarto poi il quinto e il sesto con rima baciata, la strofa termina con un verso tronco.
Il componimento si potrebbe dividere in quattro parti distinte. Nella prima (vv. 1-28) Manzoni attraverso l’ampia metafora del masso che rovina al fondo del colle descrive la situazione dell’umanità prima dell’avvento di Cristo, viene attestata l’impossibilità dell’uomo di riconquistare la vetta del colle, ovvero la salvezza, perduta a causa del peccato. Sembra che la disperazione dell’uomo non possa lasciare spazio che a una flebile speranza, nella domanda di una possibile e immeritata grazia. La seconda parte (vv. 29-56) esplode nell’annuncio della nascita del figlio di Dio, che ha profanato Se Stesso assumendo forma umana, incarnandosi, per salvare l’uomo. In questi versi richiama il salmo di Isaia, ponendosi in continuità con la tradizione degli inni del cristianesimo primitivo. Nella terza parte Manzoni (vv. 57-98) narra i fatti che storicamente sono occorsi quella notte, riprendendo alcune frasi del vangelo di Luca, evidenziando come anche i pastori sono chiamati a essere partecipi dell’accaduto. L’ultima parte è una ninna nanna al bambino Gesù (vv. 99-112) dove si fonde in un’opposizione il carattere più popolare del canto con la consapevolezza della natura regale, divina di Cristo; paradosso evidente ad esempio tra il verbo e la natura del soggetto corrispondente nei versi in cui coloro che sono presenti alla nascita  vedono vagire il Re del ciel (v. 98).
Questa opposizione si riscontra anche nel modo in cui sono bilanciati nel testo termini diversi e discordanti, anche volti ad indicare lo stesso oggetto, ad esempio vertice e cima antica, oppure lunga erta montana e calle. Manzoni avvicina espressioni di diversa natura, ottenendo una rudezza espressiva che è caratteristica degli inni, essa è resa veicolo di realtà spirituali e da questo aspetto prende vita lo stile paradossale degli inni. Dal fatto cioè che quelle realtà trascendenti di cui Manzoni vuole annunciare la verità nell’inno trovano la loro espressione nella carne di quelle parole rudi, forzate, sembrerebbero improprie, ma è proprio attraverso queste parole che arrivano a raggiungere fisicamente la miseria dell’uomo e a salvarla . È un paradosso di cui si rende fautore Dio stesso, il quale non ha ribrezzo di farsi carne, di umiliarsi, donandosi all’uomo perché l’uomo possa donare sé a Dio. Con gli inni sacri Manzoni non “tradisce” l’arte in nome della fede ma la eleva in funzione di uno scopo più nobile e assoluto, quello di rendere maggiormente evidente e accessibile a tutti gli uomini l’esistenza di un fatto ,che accade nella storia, il quale rende possibile la loro salvezza.
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Non è difficile riuscire a immaginare come il Natale di Manzoni possa esser stato facilmente considerato una conseguenza quasi forzata della conversione manzoniana, “giustificato” dall’evidente ed eccessivo entusiasmo religioso dello scrittore. Così accade che venga agevolmente etichettato come espressione mal riuscite di una forzata enfasi spirituale e riposto in qualche stantio angolo della memoria. Pressappoco com’è accaduto alla serie di crocefissi dipinti da William Congdon  che proprio come gli inni sacri, ciclo di cui Il Natale fa parte  sono stati realizzati proprio dopo la conversione del pittore; considerati dai critici come il suo tradimento nei confronti dell’arte stessa. C’è davvero una così discorde dicotomia tra arte e fede?
Negli anni successivi alla sua conversione, avvenuta all’incirca nel 1810, Alessandro Manzoni progetta di scrivere un ciclo di dodici inni sacri, dedicandoli alle ricorrenze dell’anno liturgico. questi componimenti, dei quali portò a compimento solo cinque, Accade però che accostandosi al testo di un inno manzoniano, come per esempio Il Natale, con la disposizione di un umile e aperto lettore, si possa svelare la reale capacità poetica di Manzoni, tesa a rendere ognuno partecipe dell’imponente annuncio che permea il testo. Egli ci chiama in causa, la poesia dell’inno è corale e collettiva, si rende portavoce di ogni uomo; sono proprio da interpretare in questo senso le parole Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio (vv. 29-30) 
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Negli anni successivi alla sua conversione al cattolicesimo Alessandro Manzoni progetta di scrivere un ciclo di dodici inni sacri, dedicandoli alle ricorrenze dell’anno liturgico. Non è difficile riuscire a immaginare come questi componimenti, dei quali portò a compimento solo cinque, possano esser stati facilmente considerati una conseguenza quasi forzata della sua conversione, “giustificati” dall’evidente ed eccessivo entusiasmo religioso dello scrittore. Così accade che vengano agevolmente etichettati come espressioni mal riuscite di una forzata enfasi spirituale e riposti in qualche stantio angolo della memoria. Pressappoco com’è accaduto alla serie di crocefissi dipinti da William Congdon  che proprio come gli inni sacri sono stati realizzati proprio dopo la conversione del pittore; considerati dai critici come il suo tradimento nei confronti dell’arte stessa. C’è davvero una così discorde dicotomia tra arte e fede?                                                                           Accade però che accostandosi al testo di un inno manzoniano, come per esempio Il Natale, con la disposizione di un umile e aperto lettore, si possa svelare la reale capacità poetica di Manzoni, tesa a rendere ognuno partecipe dell’imponente annuncio che permea il testo. Egli ci chiama in causa, la poesia dell’inno è corale e collettiva, si rende portavoce di ogni uomo; sono proprio da interpretare in questo senso le parole Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio (vv. 29-30).

Publié dans:Letteratura italiana, NATALE 2012 |on 18 décembre, 2012 |Pas de commentaires »
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