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BENEDETTO XVI – SANT’ATANASIO DI ALESSANDRIA – FESTA 2 MAGGIO (2007)

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BENEDETTO XVI – SANT’ATANASIO DI ALESSANDRIA – FESTA 2 MAGGIO (2007)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 20 giugno 2007

Cari fratelli e sorelle,

continuando la nostra rivisitazione dei grandi Maestri della Chiesa antica, vogliamo rivolgere oggi la nostra attenzione a sant’Atanasio di Alessandria. Questo autentico protagonista della tradizione cristiana, già pochi anni dopo la morte, venne celebrato come «la colonna della Chiesa» dal grande teologo e Vescovo di Costantinopoli Gregorio Nazianzeno (Discorsi 21,26), e sempre è stato considerato come un modello di ortodossia, tanto in Oriente quanto in Occidente. Non a caso, dunque, Gian Lorenzo Bernini ne collocò la statua tra quelle dei quattro santi Dottori della Chiesa orientale e occidentale – insieme ad Ambrogio, Giovanni Crisostomo e Agostino –, che nella meravigliosa abside della Basilica vaticana circondano la Cattedra di san Pietro.
Atanasio è stato senza dubbio uno dei Padri della Chiesa antica più importanti e venerati. Ma soprattutto questo grande Santo è l’appassionato teologo dell’incarnazione del Logos, il Verbo di Dio, che – come dice il prologo del quarto Vangelo – «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Proprio per questo motivo Atanasio fu anche il più importante e tenace avversario dell’eresia ariana, che allora minacciava la fede in Cristo, riducendolo ad una creatura «media» tra Dio e l’uomo, secondo una tendenza ricorrente nella storia, e che vediamo in atto in diversi modi anche oggi. Nato probabilmente ad Alessandria, in Egitto, verso l’anno 300, Atanasio ricevette una buona educazione prima di divenire diacono e segretario del Vescovo della metropoli egiziana, Alessandro. Stretto collaboratore del suo Vescovo, il giovane ecclesiastico prese parte con lui al Concilio di Nicea, il primo a carattere ecumenico, convocato dall’imperatore Costantino nel maggio del 325 per assicurare l’unità della Chiesa. I Padri niceni poterono così affrontare varie questioni, e principalmente il grave problema originato qualche anno prima dalla predicazione del presbitero alessandrino Ario.
Questi, con la sua teoria, minacciava l’autentica fede in Cristo, dichiarando che il Logos non era vero Dio, ma un Dio creato, un essere «medio» tra Dio e l’uomo, e così il vero Dio rimaneva sempre inaccessibile a noi. I Vescovi riuniti a Nicea risposero mettendo a punto e fissando il «Simbolo della fede» che, completato più tardi dal primo Concilio di Costantinopoli, è rimasto nella tradizione delle diverse confessioni cristiane e nella Liturgia come il Credo niceno-costantinopolitano. In questo testo fondamentale – che esprime la fede della Chiesa indivisa, e che recitiamo anche oggi, ogni domenica, nella Celebrazione eucaristica – figura il termine greco homooúsios, in latino consubstantialis: esso vuole indicare che il Figlio, il Logos, è «della stessa sostanza» del Padre, è Dio da Dio, è la sua sostanza, e così viene messa in luce la piena divinità del Figlio, che era negata dagli ariani.
Morto il Vescovo Alessandro, Atanasio divenne, nel 328, suo successore come Vescovo di Alessandria, e subito si dimostrò deciso a respingere ogni compromesso nei confronti delle teorie ariane condannate dal Concilio niceno. La sua intransigenza, tenace e a volte molto dura, anche se necessaria, contro quanti si erano opposti alla sua elezione episcopale e soprattutto contro gli avversari del Simbolo niceno, gli attirò l’implacabile ostilità degli ariani e dei filoariani. Nonostante l’inequivocabile esito del Concilio, che aveva con chiarezza affermato che il Figlio è della stessa sostanza del Padre, poco dopo queste idee sbagliate tornarono a prevalere – in questa situazione persino Ario fu riabilitato –, e vennero sostenute per motivi politici dallo stesso imperatore Costantino e poi da suo figlio Costanzo II. Questi, peraltro, che non si interessava tanto della verità teologica quanto dell’unità dell’Impero e dei suoi problemi politici, voleva politicizzare la fede, rendendola più accessibile – secondo il suo parere – a tutti i sudditi nell’Impero.
La crisi ariana, che si credeva risolta a Nicea, continuò così per decenni, con vicende difficili e divisioni dolorose nella Chiesa. E per ben cinque volte – durante un trentennio, tra il 336 e il 366 – Atanasio fu costretto ad abbandonare la sua città, passando diciassette anni in esilio e soffrendo per la fede. Ma durante le sue forzate assenze da Alessandria, il Vescovo ebbe modo di sostenere e diffondere in Occidente, prima a Treviri e poi a Roma, la fede nicena e anche gli ideali del monachesimo, abbracciati in Egitto dal grande eremita Antonio con una scelta di vita alla quale Atanasio fu sempre vicino. Sant’Antonio, con la sua forza spirituale, era la persona più importante nel sostenere la fede di sant’Atanasio. Reinsediato definitivamente nella sua sede, il Vescovo di Alessandria poté dedicarsi alla pacificazione religiosa e alla riorganizzazione delle comunità cristiane. Morì il 2 maggio del 373, giorno in cui celebriamo la sua memoria liturgica.
L’opera dottrinale più famosa del santo Vescovo alessandrino è il trattato su L’incarnazione del Verbo, il Logos divino che si è fatto carne divenendo come noi per la nostra salvezza. Dice in quest’opera Atanasio, con un’affermazione divenuta giustamente celebre, che il Verbo di Dio «si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio; egli si è reso visibile nel corpo perché noi avessimo un’idea del Padre invisibile, ed egli stesso ha sopportato la violenza degli uomini perché noi ereditassimo l’incorruttibilità» (54,3). Con la sua risurrezione, infatti, il Signore ha fatto sparire la morte come se fosse «paglia nel fuoco» (8,4). L’idea fondamentale di tutta la lotta teologica di sant’Atanasio era proprio quella che Dio è accessibile. Non è un Dio secondario, è il Dio vero, e tramite la nostra comunione con Cristo noi possiamo unirci realmente a Dio. Egli è divenuto realmente «Dio con noi».
Tra le altre opere di questo grande Padre della Chiesa – che in gran parte rimangono legate alle vicende della crisi ariana – ricordiamo poi le quattro lettere che egli indirizzò all’amico Serapione, Vescovo di Thmuis, sulla divinità dello Spirito Santo, che viene affermata con nettezza, e una trentina di lettere «festali», indirizzate all’inizio di ogni anno alle Chiese e ai monasteri dell’Egitto per indicare la data della festa di Pasqua, ma soprattutto per assicurare i legami tra i fedeli, rafforzandone la fede e preparandoli a tale grande solennità.
Atanasio è, infine, anche autore di testi meditativi sui Salmi, poi molto diffusi, e soprattutto di un’opera che costituisce il best seller dell’antica letteratura cristiana: la Vita di Antonio, cioè la biografia di sant’Antonio abate, scritta poco dopo la morte di questo Santo, proprio mentre il Vescovo di Alessandria, esiliato, viveva con i monaci del deserto egiziano. Atanasio fu amico del grande eremita, al punto da ricevere una delle due pelli di pecora lasciate da Antonio come sua eredità, insieme al mantello che lo stesso Vescovo di Alessandria gli aveva donato. Divenuta presto popolarissima, tradotta quasi subito in latino per due volte e poi in diverse lingue orientali, la biografia esemplare di questa figura cara alla tradizione cristiana contribuì molto alla diffusione del monachesimo, in Oriente e in Occidente. Non a caso la lettura di questo testo, a Treviri, è al centro di un emozionante racconto della conversione di due funzionari imperiali, che Agostino colloca nelle Confessioni (VIII,6,15) come premessa della sua stessa conversione.
Del resto, lo stesso Atanasio mostra di avere chiara coscienza dell’influsso che poteva avere sul popolo cristiano la figura esemplare di Antonio. Scrive infatti nella conclusione di quest’opera: «Che fosse dappertutto conosciuto, da tutti ammirato e desiderato, anche da quelli che non l’avevano visto, è un segno della sua virtù e della sua anima amica di Dio. Infatti non per gli scritti né per una sapienza profana né per qualche capacità è conosciuto Antonio, ma solo per la sua pietà verso Dio. E nessuno potrebbe negare che questo sia un dono di Dio. Come infatti si sarebbe sentito parlare in Spagna e in Gallia, a Roma e in Africa di quest’uomo, che viveva ritirato tra i monti, se non l’avesse fatto conoscere dappertutto Dio stesso, come egli fa con quanti gli appartengono, e come aveva annunciato ad Antonio fin dal principio? E anche se questi agiscono nel segreto e vogliono restare nascosti, il Signore li mostra a tutti come una lucerna, perché quanti sentono parlare di loro sappiano che è possibile seguire i comandamenti e prendano coraggio nel percorrere il cammino della virtù» (93,5-6).
Sì, fratelli e sorelle! Abbiamo tanti motivi di gratitudine verso sant’Atanasio. La sua vita, come quella di Antonio e di innumerevoli altri Santi, ci mostra che «chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino» (Deus caritas est, 42).

«IO CERCO IL TUO VOLTO, O SIGNORE» (Sl. 26, 8) – Sant’ Anselmo *

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_a.htm#LA PRIMAVERA ETERNA

«IO CERCO IL TUO VOLTO, O SIGNORE» (Sl. 26, 8) – Sant’ Anselmo *

Nato nel 1033 ad Aosta, Anselmo sognava fin dall’infanzia di raggiungere Dio e ancor giovane si dedicò allo studio e alla preghiera. Dopo essersi lasciato un po’ sedurre dalle attrattive del mondo, giunse in Normandia e, a 27 anni, si fece monaco nell’abbazia di Bec, di cui poi divenne abate. Nel 1093 dovette lasciare il monastero per divenire arcivescovo di Canterbury, dove, a causa delle investiture laiche, ebbe a lottare con il re d’Inghilterra. Esiliato per ben due volte, ebbe la gioia di finire i suoi giorni nella propria diocesi nel 1109, essendosi infine ristabilita la pace.
S. Anselmo ci ha lasciato un’opera letteraria in cui si nota una continua preoccupazione teologica. La sua celebre massima: «Fides quaerens intellectum» è divenuta quella di tutta la scolastica, ma in lui la riflessione teologica si radica costantemente in un’esperienza di Dio profonda e intensamente personale.

Coraggio, debole uomo, lascia per un po’ le tue occupazioni, sottraiti un poco al tumulto dei tuoi pensieri. Allontana ora le opprimenti preoccupazioni, respingi le cure laboriose. Renditi libero un poco per Dio e riposa in lui. Entra nella camera della tua anima, lascia tutto ciò che non è Dio e che non può aiutarti a trovarlo. Chiudi la porta (Mt. 6, 6) e cercalo.
Ed ora parla, anima mia, e con tutta te stessa di’ al Signore: Cerco il tuo volto, o Signore, cerco ansiosamente il tuo volto (Sl. 26, 8).
Ora tu, o Signore mio Dio, insegna al mio cuore dove e come cercarti, dove e come trovarti. Signore, se non sei qui, se sei lontano, dove ti cercherò? Se poi tu sei presente ovunque, perché non ti vedo? Tu certo dimori in una luce inaccessibile: ma questa luce inaccessibile dov’è e come potrò raggiungerla? Chi mi condurrà e mi introdurrà in essa perché io possa vederti? E poi, attraverso quali segni, sotto quale aspetto ti cercherò? Non ti ho visto mai, Signore mio Dio, né conosco il tuo Volto. Che farà, o Altissimo Signore, che farà questo tuo esiliato che è lontano da te? Che farà il tuo servo, tormentato dal ‘desiderio di te e respinto tanto lontano dal tuo volto? Egli desidera ardentemente di vederti, ma il tuo volto è troppo lontano da lui; vuole avvicinarsi a te, ma inaccessibile è la tua dimora. Brama trovarti e non sa dove tu sei. Aspira a cercarti e non conosce il tuo volto. Signore, tu sei il mio Dio e il mio Signore, ma non ti ho visto mai. Tu mi hai creato e rinnovato e ogni bene che posseggo mi è stato dato da te, ma io ancora non ti conosco. Sono stato fatto proprio per vederti e non ho ancora realizzato ciò per cui sono stato fatto. Miserabile sorte dell’uomo che ha perduto ciò per cui è stato creato!…
E tu, Signore, fino a quando? (Sl. 6, 4) Fino a quando, o Signore, ti ‘dimenticherai di noi? Fino a quando nasconderai il tuo volto? Quando volgerai a noi il tuo sguardo e ci ascolterai? (Cfr. Sl. 12) Quando illuminerai i nostri occhi e ci mostrerai il tuo volto? Guarda, o Signore, esaudisci, illumina, mostra a noi te stesso. Ridona a noi il bene della tua presenza: senza di essa siamo così infelici! Abbi pietà dei faticosi sforzi che compiamo nel cammino verso di te: noi infatti non possiamo nulla senza di te. Tu che ci inviti, aiutaci.
Ti scongiuro, o Signore, che non abbia a disperarmi sospirando a te, ma che respiri nella speranza… Mi sia concesso di intravedere la tua luce almeno da lontano, almeno dal fondo della mia miseria. Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco, perché non ti posso cercare se tu non mi insegni, né trovare se tu non ti mostri. Possa cercarti con il mio desiderio e desiderarti nella ricerca. Ti possa trovare amandoti e, trovandoti, ti possa amare.

* Proslogion, 1; Librairie Philosophique J. Vrin – Parigi 1954 – pp. 6-10.

 

Publié dans:Padri della Chiesa e Dottori |on 30 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

MARTIRIO DI S. POLICARPO – MEMORIA 23 FEBBRAIO

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MARTIRIO DI S. POLICARPO – MEMORIA 23 FEBBRAIO

Saluto
La Chiesa di Dio che dimora a Smirne alla Chiesa di Dio che è a Filomelio e a tutte le comunità della santa Chiesa cattolica di ogni luogo. La misericordia, la pace e la carità di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo abbondino.
L’argomento della lettera
I. 1. Vi scriviamo, fratelli, riguardo ai martiri e al beato Policarpo che sigillandola col suo martirio ha fatto cessare la persecuzione. Quasi tutti gli avvenimenti svolti accaddero perché il Signore ci mostrasse di nuovo un martirio secondo il Vangelo. 2. Infatti, come il Signore, egli attese di essere arrestato, perché anche noi divenissimo suoi imitatori, non preoccupandoci solo di noi, ma anche del prossimo. E’ della carità sincera e salda volere non solo salvare se stesso ma anche tutti i fratelli.
Contemplare con gli occhi del cuore
II, 1. Beati e generosi sono tutti i martìri che avvengono per volontà del Signore. Bisogna che noi siamo più religiosi per attribuire a Dio la potenza di tutte le cose. 2. Chi non si meraviglierebbe della loro generosità, della loro pazienza e del loro amore a Dio? Lacerati dai flagelli, al punto da lasciar vedere l’anatomia del corpo sino alle vene e alle arterie, rimanevano fermi, sebbene gli astanti, mossi a compassione, piangessero. Essi ebbero tale forza che nessuno emise un gemito o un sospiro dimostrando a tutti che, nel momento in cui venivano messi alla prova, i generosi martiri di Cristo non erano nel loro corpo, ma che il Signore stando vicino parlasse loro. 3. Presi dalla grazia di Cristo, disprezzavano i tormenti del mondo, acquistandosi, per un momento solo, la vita eterna. Il fuoco dei tormenti disumani era freddo per loro. Avevano davanti agli occhi, per sfuggirlo, quello eterno e che non si spegne mai. Con gli occhi del cuore contemplavano i beni riservati ai pazienti, che nè orecchio intese, nè occhio vide, nè cuore di uomo ha immaginato, additati loro dal Signore, perché non erano più uomini, ma angeli. 4. Similmente quelli che furono condannati alle fiere sopportarono tormenti orribili, stesi su conchiglie e straziati con altre forme di torture varie, perché si cercava, se fosse stato possibile, di indurli all’abiura.
Germanico
III, 1. Molto macchinò contro di loro il diavolo, ma grazie a Dio non prevalse in tutto. Il generosissimo Germanico con la sua costanza sostenne la loro debolezza e fu mirabile nella lotta contro le fiere. Il proconsole lo esortava dicendo di aver pietà della sua giovinezza, ma egli, aizzandola, attirava contro di sè la belva, desideroso di allontanarsi al più presto da questa vita ingiusta ed iniqua. 2. Per ciò tutta la folla meravigliata della elevatezza d’animo della razza pia e generosa dei cristiani ebbe a gridare: « Abbasso gli atei! Si cerchi Policarpo ».
Quinto
IV. Un frigio di nome Quinto, da poco venuto dalla Frigia, vedendo le fiere fu terrorizzato. Egli si era offerto spontaneamente e spingeva gli altri allo stesso passo. Il proconsole, dopo molte insistenze, lo persuase a giurare e a sacrificare. Perciò, fratelli, non approviamo coloro che si costituiscono, poiché il Vangelo non insegna così.
II rifugio
V, 1. Policarpo, uomo assai meraviglioso, a sentire ciò, non si scompose e volle rimanere in città, ma i più lo esortavano ad allontanarsi. Si ritirò in campagna, poco lontano dalla città e si trattenne con pochi. Non faceva altro giorno e notte che pregare per tutti e per le comunità cristiane del mondo, come era suo costume. 2. Mentre stava in preghiera, tre giorni prima di essere catturato, ebbe la visione del suo guanciale arso dalle fiamme. Rivoltosi a quelli che erano con lui disse: « Devo essere bruciato vivo ».
Il tradimento
VI, 1. Poiché quelli che lo cercavano non si fermavano, egli si trasferì in un’altra campagna e subito vi giunsero coloro che lo inseguivano. Non avendolo trovato, presero due giovani schiavi. Uno di essi torturato confessò. 2. (Ormai) gli era impossibile rimanere nascosto, perché anche i suoi lo tradivano. Il capo della polizia, che aveva avuto dalla sorte lo stesso nome di Erode, aveva premura di condurlo allo stadio, perché si fosse compiuto il suo destino divenendo simile a Cristo, e i traditori avessero ricevuto lo stesso castigo di Giuda.
La cattura
VII, 1. Di venerdì all’ora di pranzo, guardie e cavalieri con le consuete armi, conducendosi il giovane schiavo, partirono come se inseguissero un ladrone. Arrivando verso sera lo trovarono coricato in una casetta al piano superiore. Anche di là avrebbe potuto fuggire in un altro podere, ma non volle dicendo: « Sia fatta la volontà di Dio ». 2. Sentendo che erano arrivati, scese a parlare con loro, meravigliati della sua veneranda età, della sua calma e di tanta preoccupazione per catturare un uomo così vecchio. Subito ordinò di dar loro da mangiare e da bere quanto ne volevano e chiese che gli concedessero un’ora per pregare tranquillamente. 3. Lo concessero, e stando in piedi incominciò a pregare pieno di amore di Dio, tanto che per due ore non si poté interromperlo. Quelli che lo ascoltavano erano stupiti e molti si pentivano di essere venuti a prendere un sì degno e santo vegliardo.
Grande sabato
VIII, 1. Quando terminò la preghiera, ricordandosi di tutti quelli che aveva conosciuto, piccoli e grandi, illustri e oscuri e di tutta la Chiesa cattolica sparsa per la terra, e giunse l’ora di andare, facendolo sedere su un asino lo condussero in città. Era il giorno del grande sabato. 2. Il capo della polizia e il padre di costui, Niceta, gli vennero incontro. Lo fecero salire sul cocchio e sedendogli vicino cercavano di persuaderlo dicendo: « Che male c’è a dire: Cesare Signore, offrire incenso con tutto ciò che segue e salvarsi? ». Dapprima non rispose loro, poiché quelli insistevano disse: « Non voglio fare quello che mi consigliate ». 3. Essi, avendo perduto la speranza di persuaderlo, gli rivolsero parole crudeli e lo spinsero in fretta, tanto che nello scendere dal cocchio si sbucciò lo stinco. Ma lui senza voltarsi, come se nulla fosse successo, allegro si incamminò verso lo stadio. Vi era un tumulto tale che nessuno poteva farsi ascoltare.
Abbasso gli atei!
IX, 1. A Policarpo che entrava nello stadio scese una voce dal cielo: « Sii forte, Policarpo, e mostrati valoroso ». Nessuno vide chi aveva parlato, quelli dei nostri che erano presenti udirono la voce. Infine, mentre veniva tradotto, si elevò un grande clamore per la notizia che Policarpo era stato arrestato. 2. Portato davanti al proconsole, questi gli chiese se fosse Policarpo. Egli annuì e (il proconsole) cercò di persuaderlo a rinnegare dicendo: « Pensa alla tua età » e le altre cose di conseguenza come si usa: « Giura per la fortuna di Cesare, cambia pensiero e di’: Abbasso gli atei! ». Policarpo, invece, con volto severo guardò per lo stadio tutta la folla dei crudeli pagani, tese verso di essa la mano, sospirò e guardando il cielo disse: « Abbasso gli atei! ». 3. Il capo della polizia insistendo disse: « Giura e io ti libero. Maledici il Cristo ». Policarpo rispose: « Da ottantasei anni lo servo, e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il mio re che mi ha salvato? ».
Sono cristiano
X, 1. Insistendo ancora gli disse: « Giura per la fortuna di Cesare! ». Policarpo rispose: « Se ti illudi che io giuri per la fortuna di Cesare, come tu dici, e simuli di non sapere chi io sono, sentilo chiaramente. Io sono cristiano. Se poi desideri conoscere la dottrina del cristianesimo, concedimi una giornata e ascoltami ». Rispose il proconsole: « Convinci il popolo ». 2. Policarpo di rimando: « Te solo ritengo adatto ad ascoltarmi. Ci è stato insegnato di dare alle autorità e ai magistrati stabiliti da Dio il rispetto come si conviene, ma senza che ci danneggi. Non ritengo gli altri capaci di ascoltare la mia difesa ».
Il fuoco del giudizio futuro
XI, 1. Il proconsole disse: « Ho le belve e ad esse ti getterò se non cambi parere… ». L’altro rispose: « Chiamale, è impossibile per noi il cambiamento dal meglio al peggio; è bene invece passare dal male alla giustizia ». 2. Di nuovo l’altro gli disse: « Ti farò consumare dal fuoco, poiché disprezzi le belve, se non cambi parere…! ». Policarpo rispose: « Tu minacci il fuoco che brucia per un’ora e dopo poco si spegne e ignori invece il fuoco del giudizio futuro e della pena eterna, riservato agli empi. Ma perché indugi? Fa’ quello che vuoi! ».
Policarpo ha confessato di essere cristiano
XII, 1. Nel dire queste ed altre cose era pieno di coraggio e di allegrezza e il suo volto splendeva di gioia. Egli non solo non si lasciò abbattere dalle minacce rivoltegli, ma lo stesso proconsole ne rimase sconcertato e mandò in mezzo allo stadio il suo araldo a gridare tre volte: « Policarpo ha confessato di essere cristiano ». 2. Dopo questo proclama dell’araldo, tutta la moltitudine dei pagani e dei giudei abitanti a Smirne con furore incontenibile e a gran voce gridò: « Questo è il maestro d’Asia, il padre dei cristiani, il distruttore dei nostri dei che insegna a molti a non fare sacrifici e a non adorare ». Gridavano queste cose chiedendo all’asiarca Filippo che lanciasse un leone contro Policarpo. Egli, invece, rispose che non gli era lecito, poiché il combattimento contro le fiere era terminato. 3. Allora concordemente si misero a gridare che Policarpo fosse arso vivo. Doveva compiersi la visione del guanciale, che gli era apparso quando in preghiera l’aveva visto in fiamme, e volto ai fedeli che erano con lui profeticamente disse: « Devo essere bruciato vivo ».
Fermo sulla pira
XIII, 1. Questo fu più presto fatto che detto; subito la folla si mise a raccogliere legna e frasche dalle officine e dalle terme. Soprattutto i giudei con più zelo, come è loro costume, si diedero da fare in questo. 2. Quando il rogo fu pronto, deposte le vesti e sciolta la cintura incominciò a slegarsi i calzari, cosa che precedentemente non faceva, perché ogni fedele si affrettava a chi prima riuscisse a toccargli il corpo. Per la santità di vita era venerato prima del martirio. 3. Subito furono apprestati gli attrezzi necessari per il rogo. Mentre stavano per inchiodarlo egli disse: « Lasciatemi così. Chi mi da la forza di sopportare il fuoco mi concederà anche, senza la vostra difesa dei chiodi, di rimanere fermo sulla pira ».
La preghiera di Policarpo
XIV, 1. Non lo inchiodarono ma lo legarono. Con le mani dietro la schiena e legato come un capro scelto da un grande gregge per il sacrificio, gradita offerta preparata a Dio, guardando verso il cielo disse: « Signore, Dio onnipotente Padre di Gesù Cristo tuo amato e benedetto Figlio, per il cui mezzo abbiamo ricevuto la tua scienza, o Dio degli angeli e delle potenze di ogni creazione e di ogni genia dei giusti che vivono alla tua presenza. 2. Io ti benedico perché mi hai reso degno di questo giorno e di questa ora di prendere parte nel numero dei martiri al calice del tuo Cristo per la risurrezione alla vita eterna dell’anima e del corpo nella incorruttibilità dello Spirito Santo. In mezzo a loro possa io essere accolto al tuo cospetto in sacrificio pingue e gradito come prima l’avevi preparato, manifestato e realizzato, Dio senza menzogna e veritiero. 3. Per questo e per tutte le altre cose ti lodo, ti benedico e ti glorifico per mezzo dell’eterno e celeste gran sacerdote Gesù Cristo tuo amato Figlio, per il quale sia gloria a te con lui e lo Spirito Santo ora e nei secoli futuri. Amen ».
Un profumo come di incenso
XV, 1. Appena ebbe alzato il suo Amen e terminato la preghiera, gli uomini della pira appiccarono il fuoco. La fiamma divampò grande. Vedemmo un prodigio e a noi fu concesso di vederlo. Siamo sopravvissuti per narrare agli altri questi avvenimenti. 2. Il fuoco, facendo una specie di voluta, come vela di nave gonfiata dal vento, girò intorno al corpo del martire. Egli stava in mezzo, non come carne che brucia ma come pane che cuoce, o come oro e argento che brilla nella fornace. E noi ricevemmo un profumo come di incenso che si alzava, o di altri aromi preziosi.
Un maestro profetico
XVI, 1. Alla fine gli empi, vedendo che il corpo di lui non veniva consumato dal fuoco, ordinarono al confector di avvicinarsi e di finirlo con un pugnale. E fatto questo, zampillò molto sangue che spense il fuoco. Tutta la folla rimase meravigliata della grande differenza tra gli infedeli e gli eletti. 2. Tra questi fu il meraviglioso martire Policarpo, vescovo della Chiesa cattolica di Smirne, divenuto ai nostri giorni un maestro apostolico e profetico. Ogni parola che uscì dalla sua bocca si è compiuta e si compirà.
II martire discepolo e imitatore del Signore
XVII, 1. Ma l’invidioso, maligno e perverso, il tentatore della razza dei giusti vide la grandezza del suo martirio e la sua condotta irreprensibile sin dal principio, notandolo cinto della corona dell’immortalità, il premio conseguito che non si può contestare. Egli si adoperò perché il corpo di lui non fosse preso da noi, benché molti desiderassero di farlo, per possedere la sua santa carne. 2. Suggerì a Niceta, il padre di Erode, fratello di Alce, di andare dal governatore perché non consegnasse le spoglie. Lasciando da parte il crocifisso – egli disse – incominceranno a venerare lui. Avevano detto questo per le istigazioni e le insistenze dei giudei, che ci sorvegliavano se noi volessimo prenderlo dal rogo. Erano ignari che non potremo mai abbandonare Cristo che ha sofferto da innocente per i peccatori, per la salvezza di quelli che sono salvi in tutto il mondo, e adorare un altro. 3. Noi veneriamo lui che è Figlio di Dio, e degnamente onoriamo i martiri come discepoli e imitatori del Signore per l’amore immenso al loro re e maestro. Potessimo anche noi divenire loro compagni e condiscepoli!…
II giorno natalizio
XVIII, 1. Il centurione, avendo visto la contesa dei giudei, poste nel mezzo le spoglie le fece bruciare, come era d’uso. 2. Così noi più tardi, raccogliendo le sue ossa, più preziose delle gemme di gran costo e più stimate dell’oro, le ponemmo in un luogo più conveniente. 3. Appena possibile, ivi riunendoci nella serenità e nella gioia, il Signore ci concederà di celebrare il giorno natalizio del martire, per il ricordo di quelli che hanno combattuto prima e ad esercizio e coraggio di quelli che combatteranno.
Martirio secondo il vangelo di Cristo
XIX, 1. Questi i fatti intorno al beato Policarpo che con quelli di Filadelfia fu il dodicesimo a subire il martirio a Smirne. Egli solo è ricordato più di tutti e di lui si parla dovunque, anche tra i pagani. Non soltanto fu un maestro insigne, ma un martire celebre, e tutti desiderano imitare il suo martirio avvenuto secondo il vangelo di Cristo. 2. Con la sua pazienza ha trionfato sul governatore ingiusto, ha conseguito la corona dell’immortalità ed esulta con gli apostoli e tutti i giusti. Egli glorifica Dio Padre onnipotente e benedice il Signore nostro Gesù Cristo, salvatore delle nostre anime, guida dei nostri corpi e pastore della Chiesa cattolica nel mondo.
Darne notizia ai fratelli
XX, 1. Ci avete pregato di essere informati da noi ampiamente sui fatti accaduti. Per il momento li abbiamo riassunti in breve per mezzo di nostro fratello Marcione. Conosciute poi le cose, spedite la lettera ai fratelli più lontani, perché anche questi glorifichino il Signore che fa la scelta dei suoi servi. 2. A lui, che può condurre tutti noi, per sua grazia e suo dono nel regno eterno, mediante suo Figlio, l’unigenito Gesù Cristo, gloria, onore, potenza e grandezza per sempre. Salutate tutti i fedeli. Quelli che sono con noi vi salutano e con tutta la famiglia Evaristo che ha stilato la lettera.
Data del martirio
XXI. Il beato Policarpo ha testimoniato il secondo giorno di Santico, il settimo giorno prima delle calende di marzo, di grande sabato, all’ora ottava. Fu preso da Erode, pontefice Filippo di Tralli e proconsole Stazio Quadrato, re eterno nostro Signore Gesù Cristo. A lui gloria, onore, grandezza, trono eterno di generazione in generazione. Amen.
I Appendice
XXII, 1. Noi vi auguriamo di star bene, fratelli, camminando secondo il Vangelo nella parola di Gesù Cristo, e con lui sia gloria a Dio Padre e allo Spirito Santo, per la salvezza dei santi eletti. Così testimoniò il beato Policarpo, sulle cui orme vorremmo trovarci nel regno di Gesù Cristo. 2. Ciò ha trascritto da Ireneo, discepolo di Policarpo, Gaio che era vissuto con Ireneo. Io, Socrate, ho scritto copiando da Gaio a Corinto. La grazia sia con tutti. 3. E io, Pionio, lo trascrivo ancora dall’esemplare già ricordato, avendolo cercato dopo una rivelazione del beato Policarpo, come dirò in seguito. Lo raccolsi che era quasi distrutto dal tempo, perché il Signore Gesù Cristo raccolga anche me tra i suoi eletti nel suo regno celeste. A lui sia gloria col Padre e col Santo Spirito nei secoli dei secoli. Amen.

Dal manoscritto di Mosca.
II Appendice
1. Ciò ha trascritto dalle opere di Ireneo Gaio, che era vissuto con Ireneo discepolo di Policarpo. 2. Questo Ireneo che all’epoca del martirio del vescovo Policarpo era a Roma, insegnò a molti. Di lui ci sono tramandate numerose opere molto belle ed ortodosse, nelle quali si ricorda di Policarpo che fu suo maestro, ed ebbe a confutare con forza ogni eresia e ci ha trasmesso la regola ecclesiastica e cattolica come l’aveva ricevuta dal santo. 3. Dice anche questo: un giorno Marcione, dal quale sono chiamati i Marcioniti, incontratosi con Policarpo gli disse: « Riconoscici, o Policarpo ». Egli rispose a Marcione: « Ti riconosco, ti riconosco quale primogenito di Satana ». 4. Anche questo si tramanda negli scritti di Ireneo. Nel giorno e nell’ora in cui Policarpo a Smirne subì il martirio, Ireneo, che era nella città di Roma, sentì una voce come di tromba che diceva: « Policarpo è stato martirizzato ». 5. Da queste opere di Ireneo, come si è detto, Gaio aveva trascritto, e da Gaio trascrisse Isocrate a Corinto. Io, Pionio, di nuovo ho trascritto da Isocrate, che ho ricercato dopo la rivelazione di san Policarpo. Lo raccolsi che era fatiscente per il tempo, perché mi raccolga il Signore Gesù Cristo con i suoi eletti nel suo regno celeste. A lui gloria col Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

Publié dans:martiri, Padri della Chiesa e Dottori |on 23 février, 2017 |Pas de commentaires »

IL FIGLIO DI DIO GOVERNA IL MONDO – Clemente Alessandrino

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030131_clemente-alessandrino_it.html

IL FIGLIO DI DIO GOVERNA IL MONDO

Clemente Alessandrino, Stromata, 7,2

« Ciò che vi è di più nobile sulla terra è l’uomo, essere religiosissimo. Nel cielo, invece, è l’angelo, partecipe più da presso e con maggior profondità della vita eterna e beata. Ma perfettissima e santissima, di gran lunga superiore, sommamente dominatrice e regale e benefattrice è la natura del Figlio, la più vicina all’unico onnipotente. Egli è l’essere più nobile, ordinatore di tutto secondo la volontà del Padre ed eccellente governatore dell’universo, compiendo instancabilmente, secondo segreti disegni, tutte quante le cose. Il Figlio di Dio, infatti, mai si allontana dalla sua vetta, essendo indiviso e intatto senza passare da un luogo all’altro, sempre presente in ogni dove e non circoscritto in nessun luogo: tutto spirito, tutto luce paterna, tutto occhio, spettatore e ascoltatore e conoscitore d’ogni cosa, potente scrutatore delle potenze. A lui, Verbo paterno e sostenitore della santa economia, sono sottomesse tutte le schiere degli angeli e degli dèi, grazie a colui che gliele ha sottoposte. A lui appartengono perciò tutti gli uomini: alcuni per averlo conosciuto, altri non ancora; alcuni come amici, altri come servitori fedeli, altri, infine, semplicemente come servi. Egli è il maestro che istruisce lo gnostico con i misteri, il fedele con la buona speranza, colui che è duro di cuore con la disciplina correttrice, attraverso una saggia pedagogia. Così agisce la sua provvidenza in privato, pubblicamente e dappertutto.
Che egli sia il Figlio di Dio e che lui sia colui che noi diciamo Salvatore e Signore, l’attestano apertamente le divine profezie. In questo modo colui che è Signore dei greci e dei barbari, persuade coloro che lo desiderano; infatti non costringe nessuno a ricevere la salvezza da lui nella elezione, né a compiere quanto è richiesto per ottenere la speranza.
Il Figlio di Dio è colui che dà la sapienza ai greci attraverso gli angeli inferiori. Infatti, per antico ordine di Dio, sono angeli distribuiti per le genti (Dt 32,8.9). E che esistano dei prediletti del Signore è opinione dei credenti. Infatti, o il Signore non si prende cura di tutti gli uomini perché non lo può (il che è una bestemmia, in quanto significherebbe attribuire a Dio una dimostrazione di debolezza) o perché non lo vuole, pur essendone in grado (il che non rappresenterebbe certo una prova di bontà); oppure egli si prende invece cura di tutti, come è logico, essendo Signore di tutti. Infatti è il Salvatore: non soltanto di costoro, mentre degli altri no. Secondo la natura di ciascuno, egli ha diviso il suo beneficio fra greci e barbari, fra fedeli ed eletti, predestinati tra costoro e chiamati a suo tempo. Né potrebbe essere geloso di qualcuno, colui che ha chiamato ugualmente tutti; a coloro che credettero straordinariamente, attribuì onori straordinari. Né potrebbe mai essere stato impedito, colui che è Signore di tutto e serve soprattutto la volontà del Padre buono e onnipotente. Neppure mai si potrebbe trovare invidia nel Signore incorruttibile e generato senza inizio: d’altronde le cose umane stesse non sono certo tali da poter suscitare l’invidia del Signore. Diverso è colui che è geloso di chi gli sta a cuore. Non è lecito nemmeno affermare che il Signore non vuole dare la salvezza al genere umano per ignoranza, in quanto non conoscerebbe, cioè, il modo come prendersi cura di ciascuno. L’ignoranza, infatti, non tocca il Dio, che prima della creazione del mondo, fu consigliere del Padre: questa era la sapienza della quale Dio onnipotente si dilettava (Pr 8,30). Il Figlio è infatti la potenza di Dio in quanto fu, prima della creazione di tutte le cose, il principale Logos del Padre e la sua sapienza. Propriamente, egli potrebbe chiamarsi maestro di coloro che da lui sono stati plasmati. Non è distratto da alcun piacere, mai si è distolto dalla cura degli uomini, lui che, avendo accolto la carne corruttibile, la perfezionò verso una condizione di incorruttibilità.
Come poi lo si potrebbe definire Salvatore e Signore, se non fosse Signore e Salvatore di tutti? È Salvatore di coloro che credettero, avendo desiderato conoscerlo; ma è Signore anche di coloro che non hanno creduto fino a che, potendo farlo, ricevono da lui benefici appropriati.
Ogni opera del Signore ha relazione con l’onnipotente e il Figlio rappresenta, per così dire, un’opera paterna. Perciò mai il Salvatore ha in odio gli uomini; anzi, per la sua immensa carità verso di loro, non disprezzò la debolezza della carne umana, ma, rivestitosi di essa, venne fra noi per la comune salvezza degli uomini: è questa, infatti, la fede comune di quanti lo hanno scelto. Egli non trascura mai la sua opera: soltanto all’uomo, di tutti gli animali, è stata concessa la conoscenza al momento della creazione di Dio; né sarebbe stato possibile per gli uomini un trattamento migliore e più conveniente da parte di Dio. È sempre conveniente che l’inferiore venga affidato a chi gli è superiore per natura e che la sua custodia sia concessa a chi è in grado di occuparsene convenientemente.
Ciò che veramente governa e presiede è il Logos divino e la sua provvidenza che tutto controlla, nulla trascurando di quanto la riguardi. Coloro i quali si rivolgono a lui e hanno scelto di essergli uniti, sono iniziati per mezzo della fede. Per volontà del Padre onnipotente, questo Figlio è stato costituito causa di tutti i beni, primo suscitatore del moto, potestà incomprensibile ai sensi. Infatti, non apparve nella sua autentica realtà a coloro che non erano in grado di comprenderlo, a causa della debolezza della carne. Avendo egli accolto la carne sensibile, venne sulla terra per mostrare che è possibile all’uomo obbedire ai comandamenti.
Essendo la potenza paterna, il Figlio di Dio facilmente supera tutto ciò che vuole, nulla trascurando di quanto concerne il suo governo. Se ciò accadesse, infatti, non tutto sarebbe da lui compiuto in modo assolutamente corretto. È una dimostrazione della sua grandissima potenza il fatto ch’egli governi con somma cura tutte le cose, dalle più piccole alle più grandi; egli è il supremo amministratore di tutte le cose e conferisce loro la salvezza, secondo la volontà del Padre, mentre gli altri sono sottoposti ad amministratori subalterni, fino a risalire al grande pontefice. Infatti, da un solo principio iniziale, operante in conformità al volere del Padre, dipendono i principi primi, secondi e terzi.
All’estremo limite del mondo visibile hanno la loro sede gli angeli. Poi discende fino a noi una successione di esseri gerarchicamente ordinati: tutti vengono salvati e salvano attraverso l’intervento e la mediazione di uno solo.

 

OMELIA SULL’UMILTÀ – S. BASILIO DI CESAREA (link ai Padri Cappadoci PDF)

http://www.ortodoxia.it/Omelia%20sull%92umilt%E0.htm

OMELIA SULL’UMILTÀ – S. BASILIO DI CESAREA (link ai Padri Cappadoci PDF)

http://www.culturamariana.com/pdf/08-01-2011.pdf

L’uomo doveva restare nella gloria che è presso Dio e avrebbe una grandezza non apparente, ma reale: l’avrebbe fatto grande la potenza di Dio, risplenderebbe per la sapienza divina, gioirebbe per la vita e per i beni eterni. Ma poiché sostituì la brama della gloria divina, e ambì e aspirò a realtà più grandi che non era in grado di afferrare, perse proprio ciò che poteva avere. Per lui, la via di salvezza e la terapia più efficace dell’infermità e per il ritorno alla condizione originale, è l’umiltà e il non far sfoggio di una propria gloria, ma cercare quella che viene da Dio. Così rimedierà alla caduta, così curerà la malattia, così ritornerà al santo comandamento che aveva abbandonato.
Ma il diavolo, che fece cadere l’uomo con la speranza di una falsa gloria, non cessa di provocarlo con gli stessi stimoli e di inventare a tale scopo artifici senza numero.
Gli fa apparire come gran cosa il possesso delle ricchezze, per vantarsene e porvi ogni sollecitudine. Ciò non vale niente per giungere alla gloria, ma tanto per il pericolo in cui si incorre. Il procurarsi ricchezze, infatti, è occasione di avidità, e il possederle non reca alcun prestigio, ma produce un inutile accecamento, una vana esaltazione, e nell’anima una malattia simile a un gonfiore. Non è sano, né benefico il tumore che provoca il gonfiore dei corpi, ma è malsano, nocivo, principio di pericolo e causa di rovina. Tale è anche l’orgoglio per l’anima.
E non solo ci si monta la testa per le ricchezze, e gli uomini non si esaltano unicamente per il tenore di vita e per l’abbigliamento che le ricchezze consentono: allestendo banchetti sontuosi, smodatamente ricchi; indossando abiti eccessivi; edificando enormi palazzi, ornati con ogni ricercatezza; con una moltitudine di servi al seguito e accompagnati da una frotta di parassiti senza numero, ma si esaltano anche, oltre natura, per le cariche a cui sono eletti. Se un popolo conferisce una carica; se stima uno degno di una qualche preminenza e gli affida per decreto la carica del comando supremo, a questo punto, coloro che hanno ottenuto tale dignità, come balzando al di sopra della natura umana, si considerano, come le nubi, al di sopra di tutti e stimano i loro sudditi come polvere da calpestare e si esaltano nei confronti di quelli che hanno loro conferito la dignità e si mostrano arroganti verso coloro mediante i quali pensano di essere qualcuno.
Continuando ad esercitare un potere con ogni follia, la loro gloria è più inconsistente di un sogno e lo splendore che li avvolge è più vano di una fantasia notturna: a un cenno del popolo è sorta, e ad un cenno è svanita.
Così era quel folle del figlio di Salomone, giovane di età, ma ancor più giovane di senno. Al popolo che gli chiedeva di governare con più moderazione, egli minacciò una durezza ancora maggiore, e con la minaccia mandò in rovina il regno; per essa si aspettò di venire considerato un re ancora più grande, per essa fu distrutta la dignità che aveva.
Infondono un’eccessiva fiducia nell’uomo anche la forza delle mani, la velocità dei piedi, la bellezza del corpo: cose che sono divorate dalle malattie e consunte dal tempo. L’uomo non percepisce che ogni carne è come l’erba e ogni gloria umana è come il fiore dell’erba; l’erba si è seccata e il fiore è inaridito.
Tali furono le arroganze dei giganti a causa della loro forza, e la convinzione dello stolto Golia di poter combattere contro Dio. Tale fu Adonia, orgoglioso della sua bellezza; tale fu Assalonne, superbo per la sua straordinaria capigliatura.
2. Ciò che sembra essere poi il più grande e il più sicuro fra tutti i beni che gli uomini possiedono, cioè la sapienza e l’intelligenza, anche questo è vana esaltazione e conferisce una grandezza non vera.
Se si esclude la sapienza che viene da Dio, tutte queste cose non servono a nulla.
Persino al diavolo, infatti, non gli riuscì il sofisma che ideò contro l’uomo, e non si accorse di aver ordito contro se stesso ciò che aveva escogitato contro l’uomo. Non recò nessun grave danno a colui che egli sperava di allontanare da Dio e dalla vita eterna. Tradì solo se stesso, poiché si ribellò a Dio e fu condannato a una morte eterna. E poiché tese un laccio al Signore, a questo laccio fu preso: fu crocifisso proprio quando era intento a crocifiggere, e fu ucciso nell’istante in cui sperò di mettere a morte il Signore.
Ma se il principe del mondo, il primo, supremo e invisibile sofista della sapienza mondana è preso dai suoi sofismi e finisce nell’estrema stoltezza, quanto più i suoi discepoli e seguaci: anche se comprendono un’infinità di cose, dichiarandosi sapienti, sono diventati stolti. Il Faraone ordì con astuzia la distruzione di Israele, ma non si accorse che la sua scaltra macchinazione era stata vanificata là dove non avrebbe mai imma-ginato. Un fanciullo, abbandonato a causa del suo editto di morte, fu alle-vato di nascosto nella casa del re e, dopo aver distrutto la sua potenza e quella di tutto il popolo, condusse Israele alla salvezza. E quell’omicida di Abimelech, figlio illegittimo di Gedeone, che uccise i settanta figli legittimi: egli pensando che fosse un atto sapiente, per rendere più sicuro il dominio sul regno, annientare coloro che lo avevano aiutato nell’omicidio, fu annientato da loro, e finì per mano di una donna e il lancio di una pietra .
Con astuzia, anche tutti i Giudei presero la decisione di uccidere il Signore, dicendosi gli uni gli altri: Se lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i romani e distruggeranno il nostro Luogo e la nostra nazione. Da questa decisione giunsero all’uccisione del Cristo. Con l’intento di salvare essi la nazione e il paese, lo portarono alla rovina me-diante ciò che avevano deliberato; e furono scacciati dal paese e privati delle leggi e del culto.
Da una miriade di esempi si può apprendere perfettamente che è inconsistente la brama della sapienza umana: è piccola e infima, e non gran-de e sublime.
3. Così, nessuno che ragioni bene, sarà orgoglioso, né della propria sapienza, né delle altre realtà di cui abbiamo parlato prima; ma ubbidirà al-le bellissime esortazioni della beata Anna e del profeta Geremia: Non si vanti il sapiente nella sua sapienza, non si vanti il forte nella sua forza, non si vanti il ricco nella sua ricchezza.
Qual è allora il vero vanto? In che cosa l’uomo è grande? In questo – dice – si vanti chi si vanta, di comprendere e di conoscere che io sono il Signore. Questa è la grandezza dell’uomo, questa la sua gloria e magnificenza: conoscere ciò che è veramente grande, aggrapparsi ad esso e cercare la gloria che viene dal Signore della gloria.
Dice poi l’Apostolo: Chi si vanta, si vanti nel Signore; e afferma:
Cristo è diventato per noi sapienza da parte di Dio, giustizia, santificazio-ne e redenzione, perché – come sta scritto – chi si vanta, si vanti nel Si-gnore.
Il perfetto e pieno vanto in Dio, infatti, si ha quando uno non si esalta per la propria giustizia, ma riconosce di essere privo di vera giustizia, e di essere stato giustificato dalla sola fede in Cristo. Anche Paolo si vanta di non tenere in alcun conto la propria giustizia, per cercare invece quella che è mediante il Cristo, la giustizia che è da Dio, basata sulla fede, per conoscere lui e la potenza della sua risurrezione, e la comunione dei suoi pati-menti, conformandomi alla morte di lui, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.
Qui viene meno ogni orgogliosa grandezza. Nulla ti è rimasto per esibire la tua arroganza, o uomo, che hai il vanto e la speranza nel mortificare tutto ciò che ti appartiene e nel cercare in Cristo la vita futura: di essa possediamo le primizie, già siamo in queste realtà, viviamo totalmente nella grazia e nel dono di Dio.
Ed è Dio che opera in noi il volere e l’operare secondo il suo beneplacito.
E’ Dio che mediante il suo Spirito rivela che la sua sapienza è stata predestinata per la nostra gloria.
E’ Dio che concede la forza nelle fatiche: Ho faticato più di tutti – dice Paolo – non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
E’ Dio che libera dai pericoli al di là di ogni speranza umana: Noi – dice – abbiamo avuto in noi stessi la sentenza della morte, perché non mettiamo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che ha risuscitato i morti. E’ lui che ci ha liberati da una tale morte e ci libererà: abbiamo in lui questa speranza che egli ci libererà ancora.
4. Allora dimmi, perché ti esalti per i beni che hai come se fossero tuoi, invece di rendere grazie per i doni a Colui che li ha elargiti? Che hai tu, infatti, che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se non l’avessi ricevuto?
Non tu hai conosciuto Dio con la tua giustizia, ma Dio ha conosciuto te per la sua bontà: Avendo conosciuto Dio – dice – anzi, essendo stati piuttosto conosciuti da Dio.
Non tu hai afferrato il Cristo con la tua virtù, ma il Cristo ha afferrato te con la sua venuta: Perseguo lo scopo – dice – se mai io possa afferrare come sono stato afferrato dal Cristo.
Non voi avete scelto me – dice il Signore – ma io ho scelto voi.
E tu, poiché sei stato onorato, monti in superbia e accogli la misericordia come motivo d’orgoglio?
Allora sappi quello che sei!
Sei come Adamo, cacciato dal paradiso; sei come Saul, abbandona-to dallo Spirito di Dio; sei come Israele, tagliato dalla radice santa : Per la fede – dice – tu resti nella radice; non insuperbirti, ma temi!
Un giudizio si accompagna ad una grazia e il giudice ti chiederà conto di come hai usato i doni ricevuti.
Se però, nonostante questo, non capisci che hai trovato grazia, ma al culmine dell’incoscienza consideri la grazia come una tua personale opera buona, non credere di valere di più del beato apostolo Pietro. Infatti non puoi superare nell’amore verso il Signore colui che lo amava così intensa-mente che desiderava morire per lui. Ma poiché con grande orgoglio disse: Se anche tutti saranno scandalizzati a causa tua, io però non sarò mai scandalizzato, fu tradito dalla paura per gli uomini e cadde nel rinnegamento. Poi rimediò alla caduta con l’umiltà, e imparò ad avere compassione dei deboli scoprendo la propria debolezza; e conobbe chiaramente, che come quando stava per essere sommerso nel mare fu la destra del Cristo a sollevarlo, così quando rischiò di perire nei flutti dello scandalo a causa della mancanza di fede, fu custodito dalla potenza del Cristo, il quale gli predisse ciò che sarebbe accaduto, dicendo: Simone, Simone, ecco che Satana vi ha reclamati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli.
Con questo avvertimento, Pietro fu aiutato nel modo giusto: poiché gli fu insegnato a deporre l’arroganza e a usare misericordia verso i deboli.
Quel fariseo, invece, duro e orgoglioso oltre misura, che non solo confidava in se stesso, ma disprezzava anche il pubblicano davanti a Dio, perse la gloria della giustizia per l’accusa dell’orgoglio. E il pubblicano se ne andò giustificato a differenza di quello, poiché glorificò il Dio santo e non osò sollevare lo sguardo; ma cercò soltanto il perdono, facendosi accusatore di se stesso nell’atteggiamento, nel battersi il petto e nell’esclusiva ricerca del perdono.
Guarda dunque e fa attenzione all’avvertimento del grave danno che procura l’orgoglio. Insuperbendosi, il fariseo subì la perdita della giustizia; confidando in sé, perse la ricompensa. Fu inferiore all’umile e al peccatore, poiché si considerò superiore a lui; e non attese il giudizio di Dio, ma emise il proprio.
Ma tu non esaltarti mai contro nessuno, neppure contro i grandi peccatori. Spesso l’umiltà salva chi ha commesso molti e gravi peccati. Non ti considerare dunque più giusto di un altro perché, giustificato dal tuo giudzio, tu non sia condannato dal giudizio di Dio. Dice Paolo: Non giudico me stesso; non ho infatti coscienza di nessuna colpa; ma non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore.
5. Vuoi comportarti bene? Ringrazia Dio e non esaltarti contro il prossimo: Ciascuno – dice – esamini il proprio operato e allora troverà motivo di vanto solo in se stesso e non in un altro. Infatti, che vantaggio hai recato al prossimo per aver testimoniato la fede, o per aver sofferto l’esilio per il nome del Cristo, o per aver perseverato nelle fatiche del di-giuno? Non è di altri il guadagno, ma tuo.
Temi di cadere come cadde il diavolo. Egli si innalzò contro l’uomo e cadde per mano di un uomo; e fu calpestato da colui che era stato calpestato.
Fu simile anche la caduta degli Israeliti. Si esaltarono infatti contro le genti, considerandole impure; e proprio loro divennero impuri, mentre le genti furono purificate. La loro giustizia divenne come panno di donna che ha le mestruazioni, mentre l’iniquità e l’empietà delle genti furono cancellate in virtù della fede.
Ricorda sempre la verità del proverbio che dice: Dio resiste agli or-gogliosi, ma agli umili dà grazia.
Sempre tieni in mente la parola del Signore: Chi si umilia sarà innalzato, e chi si innalza sarà umiliato.
Non essere un giudice parziale di te stesso e non stimarti in modo lusinghiero; ciò avviene se pensi di avere qualcosa di buono e lo calcoli con precisione, mentre di proposito dimentichi i tuoi peccati. Non esaltarti per le opere buone di oggi, approvando te stesso per il male fatto di recente e in passato; ma quando il presente ti innalza, il passato ti spinga al ricordo e plachi l’insensato orgoglio.
E se ti capita di vedere da vicino chi commette un peccato, non gua-dare solo questo di lui, ma considera anche quanto ha fatto o fa di bene, e, esaminando ogni aspetto e non soffermandoti sui dettagli, spesso scoprirai che egli è migliore di te. Neanche Dio, infatti, esamina l’uomo in modo parziale: Io infatti – dice – vengo a riunire le loro opere e i loro pensieri; e un giorno, rimproverando Giosafat per il peccato appena commesso, gli ricordò anche le opere buone, dicendo: Tuttavia in te si sono trovate cose buone.
6. In ogni momento cantiamo a noi stessi queste e simili cose riguardo all’orgoglio, abbassando noi stessi per essere innalzati, imitando il Signore che è disceso dal cielo fino all’estrema umiltà, per essere dall’umiltà elevati alla giusta altezza.
Troviamo, infatti, nella vita del Signore ogni insegnamento sull’umiltà. Da bambino, subito, è in una grotta; e non in un letto, ma deposto in una mangiatoia; abita nella casa di un carpentiere e di una madre povera, sottomesso alla madre e al suo promesso sposo; impara, ascoltando ciò che non aveva bisogno di apprendere, e per le domande che pone e per le risposte che dà, stupisce per la sua sapienza. Si sottomette a Giovanni, e il Sovrano riceve il battesimo dal servo. A nessuno si oppone di quanti insorgono contro di lui; e non ricorre al suo ineffabile potere, ma cede come se fossero più forti di lui e fornisce a un potere limitato la forza ad esso proporzionata. Sta di fronte ai sommi sacerdoti come uno che è giudicato; è condotto al cospetto del governatore, sostiene il giudizio, e potendo accusare chi gli muoveva false accuse, sopporta in silenzio i calunniatori. Servi e schiavi vilissimi gli sputano addosso; è messo a morte, e al-la morte più infame presso gli uomini.
Così, tutto mostrò all’uomo, dall’inizio alla fine; e da ultimo, dopo una così grande umiltà, manifesta la gloria, glorificando assieme a sé coloro che hanno avuto parte al suo disonore.
I primi di essi furono i beati discepoli, che percorsero la terra poveri e nudi, non con sapienza di linguaggio, non con una moltitudine di seguaci; soli, erranti, solitari, attraversarono la terra e il mare; furono flagellati, lapidati, perseguitati e infine uccisi.
Questi sono per noi i paterni e divini insegnamenti. Imitiamo costoro, per giungere noi dall’umiltà alla gloria eterna, che è il dono perfetto e vero del Cristo.
7. Come giungeremo dunque alla salutare umiltà, dopo aver abbandonato il tumore distruttivo dell’orgoglio?
Se la eserciteremo in tutto, e in nulla la trascureremo, per non subirne un danno. L’anima, infatti, assomiglia alle opere e riceve l’impronta e la forma di ciò che fa. Esercita dunque in tutto la povertà: nell’abito, nel vestito, nel camminare e nello star fermo, nella preparazione dei cibi, nella preparazione del letto, nella casa e negli arredi della casa. Anche nella parola, nel canto, e nel rapporto con il prossimo, guarda che tutto si realizzi nell’umiltà piuttosto che nella superbia.
Che io non senta, nei discorsi, millanterie da sofista, né voci eccessivamente voluttuose nei canti, e neppure discussioni sprezzanti e violenti; ma in tutto e per tutto elimina la superbia.
Sii buono con l’amico, dolce con i familiari, paziente con gli sfrontati, amante dei poveri; consolatore degli afflitti, attento a quelli che soffr-no; mai indifferente con nessuno; dolce nel rivolgere la parola, garbato nel rispondere, generoso, affabile con tutti.
Non elogiarti e non permettere che altri ti elogino, non prestare fede a una parola di adulazione, e nascondi per quanto possibile i tuoi successi.
Accusa te stesso dei tuoi peccati e non attendere che siano gli altri a rimproverarti; per assomigliare a quel giusto, che avendo in tribunale il di-ritto a parlare per primo, accusò se stesso; per essere come Giobbe che non ebbe timore di confessare il proprio peccato davanti all’intera città.
Non essere severo nelle minacce, né impulsivo; non rimproverare mosso da passionalità – questo infatti è un comportamento arrogante ; non condannare per cose da nulla come se tu stesso fossi giusto sotto ogni aspetto.
Accogli i peccatori e rafforzali spiritualmente, come ammonisce l’Apostolo: guardando su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione.
Metti tanto impegno per non essere glorificato dagli uomini, quanto gli altri per essere glorificati, se ti ricordi del Cristo che ha detto che la deliberata ostentazione davanti agli uomini e il bene fatto per essere da loro ammirati comporta la perdita della ricompensa di Dio; dice, infatti: Hanno già ricevuto la loro ricompensa. Non rovinare dunque te stesso per voler figurare davanti agli uomini. Poiché Dio è acuto osservatore, tu ama la gloria che viene da Dio: egli, infatti, concede la splendida ricompensa.
E se hai ricevuto l’onore del primo posto e gli uomini ti rispettano e ti lodano?
Comportati come coloro che stanno sottomessi, non dominando sulle porzioni del gregge – dice – né secondo i principi del mondo, poiché il Signore ha comandato che chi vuole essere primo, sia servo di tutti.
Insomma, insegui l’umiltà come se fosse proprio la tua amante: Diventa suo amante, e ti glorificherà.
Così procederai sicuro verso la gloria, quella vera, quella che è fra gli angeli, quella che è accanto a Dio. E il Cristo ti riconoscerà come suo discepolo davanti agli angeli e ti glorificherà se diverrai imitatore della sua umiltà, di lui, che ha detto: Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le anime vostre.
A lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli.

Amen.

A cura di Giorgio Sgargi

 

PROFETI HANNO ANNUNZIATO CHE GLI UOMINI AVREBBERO VISTO DIO – SANT’IRENEO *

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_a.htm#I PROFETI HANNO ANNUNZIATO CHE GLI UOMINI AVREBBERO VISTO DIO

PROFETI HANNO ANNUNZIATO CHE GLI UOMINI AVREBBERO VISTO DIO – SANT’IRENEO *

S. Ireneo di Lione (seconda metà del Il secolo), originario dell’Asia Minore, è il primo grande teologo dell’età patristica. Il suo pensiero, d’ispirazione profondamente biblica, è nello stesso tempo semplice, vigoroso e profondo. Opposto al dualismo gnostico, tale pensiero si sintetizza in una visione d’unità: la ricapitolazione universale nel Cristo. L’unione con il Figlio, preparata dallo Spirito Santo, ci conduce alla visione del Padre annunciata dai profeti.
Uno solo è Dio che, nel Verbo e nella Sapienza, ha fatto tutte le cose disponendole con armonia. Egli è il Creatore, colui che ha destinato questo mondo al genere umano. Per la sua grandezza, egli è inconoscibile a tutti quelli che sono stati fatti da lui: nessun essere infatti, né passato né presente, ha mai potuto investigare la sua altezza. Ma per la sua bontà, egli è sempre conosciuto in colui, grazie al quale ha creato ogni cosa. Questi è il suo Verbo, il nostro Signore Gesù Cristo. Egli, negli ultimi tempi, si è fatto uomo in mezzo agli uomini, per ricongiungere il termine con il suo principio, cioè l’uomo con Dio. Per questo i profeti, che ricevevano dallo stesso V’erba il carisma della profezia, preannunciarono la sua venuta nella carne. Grazie alla sua incarnazione, si è compiuta – secondo il desiderio del Padre – la fusione e la comunione di Dio con l’uomo. Sin dall’inizio, il Verbo aveva fatto sapere che Dio si sarebbe manifestato agli uomini, avrebbe vissuto con loro sulla terra, avrebbe parlato e si sarebbe reso presente alla sua creatura, salvandola e facendosi conoscere sensibilmente. In tal modo egli ci avrebbe salvati dalle mani dei nostri nemici (Lc. 1, 71), cioè da ogni spirito del male, e ,ci avrebbe concesso di servirlo in santità e giustizia ogni giorno della nostra vita (Lc. 1, 74-75), perché l’uomo intimamente unito allo Spirito di Dio potesse entrare nella gloria del Padre…
Preannunciavano perciò i profeti che Dio sarebbe stato visto dagli uomini, così come dice il Signore: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt. 5, 8). In realtà, data la sua grandezza e la sua gloria ineffabile, nessuno potrà vedere Dio e vivere (Es. 33, 20), perché il Padre è incomprensibile. Ma, per la sua bontà, per H suo amore verso gli uomini e per la sua onnipotenza, egli dà a coloro che lo amano anche la capacità di vederlo. Questo precisamente avevano affermato i profeti, perché ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio (Lc. 18, 27). L’uomo, da se stesso, non potrà mai vedere Dio: sarà Dio stesso che, di sua propria volontà, si mostrerà agli uomini, a chi vuole, quando vuole, come vuole. Dio è onnipotente: egli si manifestò un tempo per mezzo dello Spirito nella parola dei profeti, si fa vedere per mezzo del Figlio nell’adozione a figli, si farà contemplare – ne,I regno dei cieli – nella sua paternità. Lo Spirito prepara l’uomo per il Figlio di Dio, il Figlio lo conduce al Padre e il Padre dona l’incorruttibilità e la vita eterna. E la vita eterna nasce, per chi lo contempla, dalla visione di Dio. Come infatti chi vede la luce è nella luce e partecipa al suo splendore, così chi vede Dio è in Dio e partecipa alla sua luce. Ora, lo splendore di Dio dà vita: così, chi vede Dio entrerà nella vita.

* Contra haereses, liber IV, 20, 4-5: «Sources Chrétiennes» 100, Le Cerf, Parigi 1965, pp. 635-641.

SAN GREGORIO DI NISSA, GRANDE CATECHESI. 32, 2

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Omelie dei padri della chiesa sulla Santa Croce

SAN GREGORIO DI NISSA, GRANDE CATECHESI. 32, 2

Che la croce nasconda un significato assai profondo, se ne sono accorti coloro che hanno conosciuto gli arcani misteri. La tradizione ci insegna questo: nel Vangelo ogni cosa è detta o fatta in funzione di una vita più elevata e divina, mentre in ogni occasione si manifesta chiaramente una mescolanza di umanità e divinità, giacché, la voce e l’azione pratica appartengono alla sfera umana, mentre il significato recondito inerisce alla dimensione divina; ora, stando così le cose, non sarebbe giusto soffermarsi unicamente su di un aspetto, trascurando l’altro, ma occorre, invece, considerare l’elemento mortale in quello immortale, esaminando accuratamente, peraltro,, anche la componente più propriamente divina presente nell’uomo. E proprio della sostanza divina, infatti, permeare di sé, ogni cosa, raggiungendo, in ogni direzione, tutto ciò che esiste… Del che siam resi edotti proprio in virtù della croce: questa, infatti, è divisa in quattro parti, in maniera che, a partire dal suo punto centrale, si contano quattro bracci ad esso congiunti; ora, colui che fu disteso sulla croce perché, ci facesse dono della sua morte, nell’attirare a sé e nel plasmare tutte le cose, le unifica, nonostante le loro diverse nature, nel segno di un accordo e di un’armonia universali. Ogni cosa, infatti, può esser considerata nella sua parte superiore come in quella inferiore come anche da un punto di vista trasversale. Se, dunque, ti soffermi a riflettere sulla struttura del cielo o su quella della terra ovvero su ciò che entrambe le trascende il tuo pensiero s’incontrerà ogni volta con la divinità, l’unica ad esser contemplata in tutto ciò che esiste ed a contenere, nella sua essenza, ogni cosa. Se, poi, questa divinità debba esser chiamata natura o ragione o virtù e potenza o sapienza o con qualcun’altra di queste sublimi definizioni che possa mostrare con maggior eloquenza le qualità di colui che è sommo ed eminentissimo, la nostra fede non suscita alcun problema a, questo riguardo, né per l’espressione né per il nome né per il significato dei termini. Giacché, allora, l’intera creazione guarda a lui, dispiegandoglisi intorno, e, in virtù del suo tramite, perviene alla propria intrinseca unità, mentre ciò che si trova al di sopra si salda con ciò che sta al di sotto e le cose che si trovano di traverso si congiungono, grazie a lui, le une con le altre; stando così le cose, dicevo, occorreva che noi non fossimo indotti soltanto per sentito dire alla considerazione della divinità, ma che la nostra stessa vista divenisse maestra di più sublimi pensieri. In seguito ad un’esperienza del genere, il grande Paolo si senti spinto ad istruire nei misteri la comunità di Efeso, conferendo ad essa, attraverso la propria dottrina, la capacità di conoscere che cosa siano la profondità, la larghezza, la lunghezza e l’altezza (cf. Ef. 3, 18). Ebbene, l’Apostolo, così facendo, chiama con il nome che lo compete ciascuno dei bracci della croce. L’altezza, infatti, è la parte che va al di sopra; la profondità, quella che si protende verso il basso, per larghezza e lunghezza, infine, son da intendersi i bracci trasversali. Altrove, rivolgendosi ai Filippesi, Paolo rende conto con maggior chiarezza, credo, di questo significato, allorché dice: Nel nome di Gesù Cristo ogni ginocchio si pieghi, nel cielo, sulla terra e negli inferi (Fil. 2, 10). Qui egli comprende sotto un’unica denominazione il braccio trasversale, dal momento che considera terrestre tutto ciò che si trova fra il cielo e gl’inferi.

Publié dans:Padri della Chiesa e Dottori |on 15 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

PREGHIERE DEI PADRI DELLA CHIESA

http://orantidistrada.blogspot.it/2012/03/preghiere-dei-padri-della-chiesa.html

PREGHIERE DEI PADRI DELLA CHIESA

La nostra preghiera non deve consistere in atteggiamenti del nostro corpo: gridare, rimanere in silenzio, oppure piegare le ginocchia; dobbiamo piuttosto attendere con un cuore sobrio e vigilante che Dio venga e visiti l’anima introducendosi per tutte le sue vie d’accesso, i suoi sentieri e i suoi sensi.
(S. Macario il Grande – 300-390 ca. – « Dall’Omelia 33″)

Signore, amico degli uomini, a Te ricorro al mio risveglio, cominciando il compito assegnatomi nella tua misericordia: assistimi in ogni tempo ed in ogni cosa; preservami da ogni seduzione mondana, da ogni influenza del demonio; salvami e introducimi nel tuo Regno eterno. Tu sei infatti il mio Creatore, la fonte ed il dispensatore di ogni bene: in te riposa tutta la mia speranza, ed io ti rendo gloria ora e sempre e nei secoli dei secoli.
Amen.
(S. Macario il Grande « Preghiere »)

Mio Dio, purifica me, peccatore, che non ho mai fatto il bene davanti a Te; liberami dal male e fa che si compia in me la tua volontà: affinché senza timore di condanna, apra le mie labbra indegne e celebri il tuo Santo Nome: Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.
(S. Macario il Grande « Preghiere »)

Abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà di noi, privi di ogni giustificazione, noi peccatori ti rivolgiamo, o nostro Sovrano, questa supplica: abbi pietà di noi. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Signore, abbi pietà di noi: in te infatti, abbiamo riposto la nostra fiducia; non ti adirare oltremodo con noi, né ricordare i nostri peccati; ma misericordioso come sei, volgi su di noi il tuo sguardo benigno e liberaci dai nostri nemici. Tu infatti sei il nostro Dio e noi siamo il tuo popolo; tutti siamo opera delle tue mani ed abbiamo invocato il tuo nome. Ora e sempre e nei secoli dei secoli.
Amen.
(S. Macario il Grande « Preghiere »)

Tutti gli esseri ti rendono omaggio, o Dio, quelli che parlano e quelli che non parlano, quelli che pensano e quelli che non pensano. Il desiderio dell’universo, il gemito di tutte le cose, salgono verso di te. Tutto quanto esiste, Te prega e a Te ogni essere che sa vedere dentro la tua creazione, un silenzioso inno fa salire a te.
(S. Gregorio di Nazianzo « Poesie dogmatiche »)

Ti ringrazio, Signore; te ringrazio, solo conoscitore dei cuori, giusto re, pieno di misericordia. Ti ringrazio, o senza principio, Verbo onnipotente, tu che sei sceso sulla terra e ti sei incarnato, Dio mio, e sei divenuto – ciò che non eri – uomo simile a me, senza mutazione, senza venir meno, senza qualsivoglia peccato. Al fine, tu impassibile soffrendo ingiustamente da parte di empi, di concedere a me condannato l’impassibilità nell’imitare i tuoi patimenti, o Cristo mio.
(S. Simeone il Nuovo Teologo « Inni e Preghiere »)

Ora in noi senza indugio discendi, o Spirito Santo, unità sola col Padre e col Figlio: benigno ancora nei cuori effonditi. Bocca, lingua, intelletto, sensi e forze cantino la tua lode. Divampi in noi la fiamma del tuo amore, fino ad accendere chi ci è vicino.
(S. Ambrogio di Milano « Inni »)

Preghiamo che Gesù regni su di noi, che la nostra terra sia liberata dalle guerre e dagli assalti dei desideri carnali e che allora, quando questi saranno cessati, ognuno riposi all’ombra della sua vite, del suo fico, del suo olivo. Sotto la protezione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo riposa l’anima che ha ritrovato in sé la pace della carne e dello spirito. A Dio eterno gloria nei secoli dei secoli.
Amen.
(Origene « Omelia XXII sul libro dei Numeri »)

Non ricordare più i miei peccati; se ho mancato, per la debolezza della mia natura, in parole, opere e pensieri. Tu perdonami, tu che hai il potere di rimettere i peccati. Deponendo l’abito del corpo, la mia anima sia trovata senza colpa. Più ancora: degnati, o mio Dio, di ricevere nelle tue mani l’anima mia senza colpa e senza macchia quale una gradita offerta.
(S. Gregorio di Nissa « Vita di Santa Macrina »)

Dal cielo è sceso come la luce, da Maria è nato come un germe divino, dalla croce è caduto come un frutto,
al cielo è salito come una primizia. Benedetta sia la tua volontà! Tu sei l’offerta del cielo e della terra, ora immolato e ora adorato. Sei disceso in terra per essere vittima, sei salito come offerta unica, sei salito portando il tuo sacrificio, o Signore.
(S. Efrem il Siro « Inni »)

PRIMA LA BONTÀ ERA NASCOSTA (DA SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE)

http://www.gliscritti.it/

PRIMA LA BONTÀ ERA NASCOSTA (DA SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE)  

dai « Discorsi » di san Bernardo, abate (Disc. 1 per l’Epifania, 1-2; PL 133, 141-143)

Si sono manifestate la bontà e l’umanità di Dio Salvatore nostro (cfr. Tt 2, 11). Ringraziamo Dio che ci fa godere di una consolazione così grande in questo nostro pellegrinaggio di esuli, in questa nostra miseria. Prima che apparisse l’umanità, la bontà era nascosta: eppure c’era anche prima, perché la misericordia di Dio è dall’eternità. Ma come si poteva sapere che è così grande? Era promessa, ma non si faceva sentire, e quindi da molti non era creduta. Molte volte e in diversi modi il Signore parlava nei profeti (cfr. Eb 1, 1). Io – diceva – nutro pensieri di pace, non di afflizione (cfr. Ger 29, 11). Ma che cosa rispondeva l’uomo, sentendo l’afflizione e non conoscendo la pace? Per questo gli annunziatori di pace piangevano amaramente (cfr. Is 33, 7) dicendo: Signore, chi ha creduto al nostro annunzio? (cfr. Is 53, 1). Ma ora almeno gli uomini credono dopo che hanno visto, perché la testimonianza di Dio è diventata pienamente credibile (cfr. Salmo 92, 5). Per non restare nascosto neppure all’occhio torbido, Egli ha posto nel sole il suo tabernacolo (cfr. Salmo 18, 6). Ecco la pace: non promessa, ma inviata; non differita, ma donata; non profetata, ma presente. Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato dato un Piccolo (cfr. Is 9, 5) in cui però « abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2, 9). Quando venne la pienezza dei tempi, venne anche la pienezza della divinità. Venne Dio nella carne per rivelarsi anche agli uomini che sono di carne, e perché fosse riconosciuta la sua bontà manifestandosi nell’umanità. Manifestandosi Dio nell’uomo, non può più esserne nascosta la bontà. Quale prova migliore della sua bontà poteva dare se non assumendo la mia carne? Proprio la mia, non la carne che Adamo ebbe prima della colpa. Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l’aver egli assunto la nostra stessa miseria. Signore, che è quest’uomo perché ti curi di lui e a lui rivolga la tua attenzione? (cfr. Salmo 8, 5; Eb 2, 6). Da questo sappia l’uomo quanto Dio si curi di lui, e conosca che cosa pensi e senta nei suoi riguardi. Non domandare, uomo, che cosa soffri tu, ma che cosa ha sofferto lui. Da quello a cui egli giunse per te, riconosci quanto tu valga per lui, e capirai la sua bontà attraverso la sua umanità. Come si è fatto piccolo incarnandosi, così si è mostrato grande nella bontà; e mi è tanto più caro quanto più per me si è abbassato. Si sono manifestate – dice l’Apostolo – la bontà e l’umanità di Dio nostro Salvatore (cfr. Tt 3, 4). Grande certo è la bontà di Dio e certo una grande prova di bontà egli ha dato congiungendo la divinità con l’umanità.

IL SIGNIFICATO ULTRATEMPORALE E ULTRAMONDANO DELLA CROCE – Ireneo di Lione,

http://www.clerus.org/clerus/dati/1999-03/16-2/LaCroceneiPadridellaChiesa.rtf.html

IL SIGNIFICATO ULTRATEMPORALE E ULTRAMONDANO DELLA CROCE

Ireneo di Lione, Dimostrazione della predicazione apostolica, 31-34

Alla fine di questo secolo Gesù Cristo si sarebbe manifestato al mondo intero come uomo, egli che è il Verbo di Dio che in sé ricapitola tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra. Egli unì dunque l’uomo con Dio operò l’unione di Dio con l’uomo; noi uomini non avremmo potuto in alcun modo partecipare all’incorruttibilità se egli non fosse venuto tra noi. Infatti, se l’incorruttibilità fosse rimasta invisibile ed occulta, non ci sarebbe stata di utilità alcuna. Perciò egli si fece visibile, affinché ricevessimo la partecipazione, in ogni senso, a questa incorruttibilità. E perché nella prima creatura, Adamo, noi tutti eravamo stati incatenati alla morte per la disobbedienza, fu necessario che i lacci di morte venissero rotti dall’obbedienza di colui che per noi si era fatto uomo. La morte aveva regnato sulla carne; per mezzo della carne bisognava che essa venisse perciò abolita, e l’uomo venisse liberato dalla sua schiavitù. Per questo, il Verbo si fece carne, affinché il peccato fosse abolito per mezzo della carne – grazie alla quale aveva ottenuto potere, diritto di possesso e dominio – e più non dimorasse in noi. Per questo, il Signore assunse una « corporeità » identica a quella della prima creatura, per combattere in maniera ravvicinata in favore dei padri, e vincere in Adamo colui che in Adamo ci aveva colpiti. Ora da dove procede la sostanza della prima creatura? Dalla volontà, dalla sapienza di Dio e da una terra vergine, perché Dio non aveva ancora fatto piovere, dice la Scrittura, prima che l’uomo fosse stato fatto, e non vi era nessuno che lavorasse la terra (Gen. 2, 5). Dunque, da questa terra, mentre era ancora vergine, Dio prese del fango e ne plasmò l’uomo, capostipite della nostra umanità. Ricapitolando in sé quest’uomo, il Signore assunse la stessa economia della sua « corporeità », nascendo da una Vergine per volontà e sapienza di Dio. Mostrò così l’identità della sua « corporeità » con quella di Adamo e divenne quello ch’era stato descritto all’inizio, cioè l’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1, 26). Come per l’opera di una vergine che aveva disobbedito l’uomo fu ferito, cadde e morì, così per l’opera di una vergine che ha obbedito alla parola di Dio l’uomo è stato rianimato, e dalla Vita ha ricevuto la vita. Il Signore è venuto a cercare la pecorella smarrita, ed era l’uomo che s’era perduto; e se egli non ha assunto una qualunque altra carne umana diversamente plasmata, ma per mezzo di questa stessa Vergine che era della razza di Adamo, ha voluto mantenere la somiglianza con questa nostra carne plasmata, tutto ciò è avvenuto per uno scopo ben preciso: perché Adamo venisse ricapitolato nel Cristo – e così ciò che era mortale venisse assorbito e inghiottito dall’immortalità – ed Eva venisse ricapitolata in Maria e così una Vergine, divenendo l’avvocata di un’altra vergine, distruggesse e cancellasse la disobbedienza di quella vergine con la sua obbedienza verginale. Il peccato ch’era stato commesso per mezzo di un legno, fu distrutto per mezzo dell’obbedienza patita sul legno conformemente alla quale il Figlio dell’uomo, in obbedienza a Dio ` fu inchiodato sul legno: distrusse in tal modo la scienza del male e rivelò e comunicò la scienza del bene. Il male è appunto disobbedire a Dio mentre il bene è obbedirgli. Per questo il Verbo disse per bocca di Isaia profeta, che preannunciava il futuro – erano profeti appunto perché annunciavano il futuro — il Verbo, ripeto, così disse: Io non mi rifiuto, né contesto; ho presentato le mie spalle alle percosse e le mie guance agli schiaffi; non ho sottratto il mio volto all’ignominia degli sputi (Is. 50, 6). Dunque, per quell’obbedienza cui si è sottomesso inchiodato fino alla morte sul legno, egli ha distrutto l’antica disobbedienza commessa per il legno. E poiché è il Verbo di Dio, anche lui onnipotente, che per la sua natura invisibile è presente tra noi in questo universo che egli abbraccia in tutta la sua lunghezza e larghezza, altezza e profondità – infatti, è per opera del Verbo di Dio che tutte le cose quaggiù sono state disposte e strutturate – per questo la crocifissione del Figlio di Dio si è compiuta anche lungo tutt’e quattro queste dimensioni, quando egli ha tracciato sull’universo il segno della sua croce. Infatti, col suo farsi visibile, ha dovuto rendere visibile la partecipazione di questo nostro universo alla sua crocifissione, per mostrare, con la sua forma visibile, l’azione che egli esercita sull’universo visibile: che egli cioè illumina l’altezza cioè tutto ciò che è nel cielo, che contiene la profondità, cioè quanto esiste nelle viscere della terra, che estende la sua lunghezza da oriente a occidente, che governa come nocchiero la regione di Arturo e la larghezza del Mezzogiorno, chiamando d’ogni parte coloro che sono dispersi, alla conoscenza del Padre.  

 

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