Archive pour la catégorie 'Terra Santa'

Cesarea Marittima (il porto antico)

pensieri e it - Copia

Publié dans:immagini, Terra Santa |on 23 août, 2017 |Pas de commentaires »

GERUSALEMME, DOVE LA PASQUA SI « RESPIRA » – (« Avvenire », 8/4/’08)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_matino5.htm

GERUSALEMME, DOVE LA PASQUA SI « RESPIRA »

Veduta di Gerusalemme, città santa e incrocio di culture…

Gennaro Matino

(« Avvenire », 8/4/’08)

Essere a Gerusalemme in questi giorni è « respirare » Pasqua, farla passare attraverso le proprie narici e lasciarsi « inebriare » dal « grido » dell’assurdo: «Cristo è davvero risorto». Un grido che coinvolge, che arriva allo stomaco, e commuove come l’amore innocente che « spacca » la banalità del vivere. Essere qui è « respirare » la pace, non quella che il mondo ancora non conosce, ma quella che arriva dentro, che fa rinascere l’uomo dall’Alto e lo apre a nuovi orizzonti. La « Basilica della Resurrezione » è un « crocevia » di popoli, pianto di genti e gioia incontenibile di sorprese. Il marmo dell’unzione, subito all’ingresso del « tempio », è unto misto di olio profumato e lacrime, tenute nascoste da tempo, ora libere di essere versate, senza « pudore ». Poco importa del rumore « estraneo », non si avverte fastidio per i passi del « passeggero » distratto arrivato qui da turista, per pura curiosità, non distraggono i « flash » delle « fotocamere », veloce contatto con una pietra che resta con il solo sapore del marmo. Chi è qui per sfondare il « muro » dell’apparenza, chi è qui per rimuovere la pietra e « oltrepassare » la barriera del « terzo giorno » è troppo teso e coinvolto per non abbracciare la luce di Pasqua, nemmeno sente il rumore dei passi senza memoria. Qui, proprio in questo « sepolcro », il Figlio dell’uomo ha sconfitto la morte, quella definitiva, ma non ancora quella che i figli degli uomini si portano dentro. Essere a Gerusalemme in questi giorni è anche essere protagonisti di un tempo che ancora non riesce a lasciarsi coinvolgere dal « grido » della vita, della pace, la stessa pace che il Risorto annuncia ai discepoli prigionieri nel « cenacolo ». Non puoi non farti domande di senso quando partecipi alla « memoria » del popolo eletto, pregando a quel « muro » che racconta « vestigia » passate e ricorda il tempio distrutto mentre i giovani, ormai adulti per quella comunità, leggono la « Torah ». Non puoi non farti provocare dall’altro « muro », diverso da quello del pianto, ma comunque bagnato di lacrime, eretto per dividere il destino di due popoli. Qui, o altrove, il « muro » innalzato dall’odio insensato, da menzogne passate per verità, è sempre lo stesso, uguale in qualunque frontiera che mette uomo contro uomo, fratello contro fratello. Testimone occasionale, alla barriera di uno dei tanti « check-point », ho visto il pianto di chi in casa propria si sente « prigioniero ». Un padre, israeliano, tre bambini per mano, cercava di tornare a casa da Betlemme, ma il varco non era quello giusto, da lì passano solo le auto e l’altro varco era già stato chiuso.
«Devo tornare a casa, mia moglie è in pena». «Da qui non si passa». Una risposta secca, « metallica » come il rumore delle armi, che non lascia spazio al dialogo, alla pietà, alla compassione. La voce dell’uomo, a guardia di quel confine contro natura, non aveva più nulla di umano. «Da qui non si passa». Faccia a faccia, l’ebreo e l’ebreo, il padre e la guardia. L’uno col volto segnato dalla sofferenza, l’altro, senza espressione, col fucile puntato. Grida, urla, « spintoni », tre creature impaurite e il loro pianto dirotto. Ripensavo al « sepolcro » vuoto, ma l’immagine che ora tornava alla mia mente era quella di Cristo nell’ »Orto degli Ulivi », sentivo la sua angoscia, la sua paura, la stessa che ora provavano quei bambini, « avvinghiati » alle gambe del padre, ancora troppo piccoli per bere quel « calice » amaro. Quanto lontana mi sembrava Gerusalemme, quanta distanza aveva provocato quel pianto di bambini, che ora evocava in me il pianto di Maria ai piedi della Croce. Quante madri ancora dovranno piangere i loro figli. Quanto lontana mi sembrava, adesso, la « Basilica della Resurrezione », eppure ero ancora a Gerusalemme.

 

Publié dans:OTTAVA DI PASQUA, Terra Santa |on 6 avril, 2015 |Pas de commentaires »

GETSEMANI, NELL’ORTO DELL’AGONIA

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GETSEMANI, NELL’ORTO DELL’AGONIA

di padre Rosario Pierri ofm | marzo-aprile 2010

La basilica dell’Agonia, presso il Getsemani, opera dell’architetto italiano Antonio Barluzzi.
Nella semioscurità la luce illumina il tabernacolo. L’attenzione si concentra ben presto sulla nuda pietra antistante l’altare, cinta da una ghirlanda in ferro battuto e argento. La poca luce, l’ombra soffusa ci riporta alla potenza delle tenebre che avvolsero Gesù di Nazaret in quell’ora. Due grandi mosaici nelle navate laterali (trasposizione in tessere di due grandi tele di Mario Barberis) rappresentano con grande drammaticità gli eventi che si svolsero in questo luogo: «il bacio del traditore» e l’«Ego sum» (Io sono) di Gesù agli «sgherri che cadono a terra».
Siamo nella basilica dell’Agonia al Getsemani, uno dei luoghi più significativi di Gerusalemme, sul pendio del Monte degli Ulivi, a oriente della valle del Cedron. Come prologo alla Passione l’evangelista Giovanni pone l’incomparabile preghiera che Gesù rivolge al Padre: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il tuo Figlio, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17,1). Tutta la preghiera è essenzialmente un atto rivelativo dell’amore del Padre verso il Figlio e del Figlio verso il Padre e del loro amore verso gli uomini. Terminata la preghiera, l’evangelista scrive: «Gesù andò con i suoi discepoli di là dal torrente Cedron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli» (Gv 18,1). È proprio da questo luogo che inizia la Passione di Gesù.
I luoghi del Monte connessi alla Passione sono tre: la grotta del tradimento, il giardino degli ulivi e la basilica dell’agonia, l’uno vicino all’altro ma distinti. L’uso religioso dell’attuale grotta è testimoniato dai tanti graffiti lasciati sulle pareti dai pellegrini. La relazione del luogo con la memoria dell’agonia di Gesù si deve a un’iscrizione in latino che si trova, guardando l’altare, sulla parete vicina a sinistra: «Hic rex (san)ctus s(u)davit sanguinem… Sepe morabatur Dominus Christus… Mi Pater, si vis, transfer calicem istum a me – « Qui Cristo re sudò sangue… Spesso Cristo Signore vi dimorava… Padre mio, se vuoi, allontana questo calice da me». (Francesco Quaresmi).
La familiarità di Gesù con un luogo di riferimento del Monte degli Ulivi è attestata da Luca 21, 37: «Durante il giorno insegnava nel tempio, la notte usciva e passava la notte sul monte detto degli ulivi». Lo stesso evangelista racconta che, dopo la cena al Sion, Gesù «andò, come al solito, al Monte degli Ulivi, e anche i discepoli lo seguirono» (22,39). Quel luogo doveva essere un punto di ritrovo anche per i discepoli, visto che Giovanni scrive: «Anche Giuda, che lo tradiva, conosceva quel luogo, perché Gesú si era spesso riunito là con i suoi discepoli» (18,2). «Di solito» e «spesso», dunque, Gesù se ne andava in un luogo del Monte, dove si riunivano anche i discepoli.
Il nome Getsemani corrisponde all’aramaico gat semãnê che significa «pressoio per olio». All’interno della grotta vi si trova anche una cisterna e in una nicchia, secondo l’archeologo francescano padre Virgilio Corbo, che studiò il luogo, venivano depositate le travi che sostenevano i pesi per schiacciare le olive.
La tradizione del luogo è molto antica, come dimostra la testimonianza di Eusebio di Cesarea che, nel suo Onomastico (295 d.C.) dei luoghi biblici, descrive il Getsemani come il luogo «dove Cristo si recò a pregare prima della sua Passione. Si trova nei pressi del Monte degli Ulivi, e tuttora vi accorrono i fedeli per pregarvi». Girolamo, riprendendo nel 390 circa il testo di Eusebio, ricorda che, ai suoi tempi, sul luogo si trovava una chiesa: «Nunc ecclesia desuper aedificata est».
La notizia è confermata dalla pellegrina Egeria (400 ca. d.C.), a cui si deve la prima testimonianza della liturgia che celebrava la memoria del luogo: «Quando incomincia il canto del gallo si discende dall’Imbomon (Ascensione) cantando inni e si giunge a quel medesimo luogo dove il Signore pregò, come è scritto nel Vangelo: « Si allontanò quanto un tiro di pietra e si mise a pregare et cetera ». In quel luogo vi è una chiesa elegante (In eo enim loco ecclesia est elegans). Il Vescovo vi entra con tutto il popolo, si dice un’orazione adatta al luogo e al giorno; si dice anche un inno adatto e viene letto quel brano del Vangelo dove (Gesù) disse ai suoi discepoli: « Vigilate, per non entrare in tentazione ». Si legge il brano per intero e si fa di nuovo un’orazione».
La chiesa bizantina fu molto probabilmente costruita tra l’inizio del regno di Teodosio (379-393) e la fine dell’episcopato di Cirillo di Gerusalemme (348-386), quindi, in base alle testimonianze di Girolamo e di Egeria, tra il 379 e il 388. Sono gli Annali di Eutichio, patriarca di Alessandria, che riferiscono dell’edificazione della chiesa di «Gismanie». Dalla medesima fonte apprendiamo che la prima chiesa ad essere distrutta dai persiani nel 614 fu proprio la chiesa del Getsemani, i mosaici scoperti, infatti, portano tracce di incendio. Negli Annali si legge che la chiesa rimase in rovina fino al decimo secolo. Nel 1102 Sevulfo ricorda l’esistenza di un oratorio sul luogo dove il Signore pregò. Un decennio più tardi (1112) vi sorgeva la chiesa del Salvatore, che, con l’arrivo del Saladino (1187) conobbe lo stesso destino di quella bizantina. Da quei giorni i pellegrini parleranno della chiesa del Salvatore solo per ricordarne le rovine («Vicende storiche della chiesa dell’Agonia al Getsemani», in La Terra Santa 1921 n. 2, 24-25).
La tradizione associa il giardino degli ulivi alla preghiera di Gesù. Dopo la celebrazione della cena pasquale, l’annuncio del tradimento di un discepolo e la predizione del rinnegamento di Pietro, una volta giunti al luogo del Monte, Gesù «disse loro: « Pregate, per non entrare in tentazione ». Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: « Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà ». Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’agonia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. E, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: « Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione »» (Lc 22, 40-46).
Il pellegrino Teodosio (circa 530 d.C.) annota: «Là c’è la valle di Giosafat, dove Giuda tradì il Signore… Là il Signore lavò i piedi ai discepoli e fece la cena… Ora molte persone vengono qui e mangiano con devozione i loro cibi… e accendono lumi là dove il Signore lavò i piedi agli apostoli, perché quello è il luogo della grotta».
Al tradimento fa riferimento qualche decennio più tardi l’Anonimo piacentino (570 d.C.): «Scendendo dal Monte Oliveto nella valle del Getsemani, nel luogo dove il Signore fu tradito…».
Già qualche secolo prima (333 d.C.), tuttavia, il pellegrino anonimo di Bordeaux parla della roccia del tradimento, probabilmente riferendosi allo stesso luogo dei due precedenti pellegrini: «Andando da Gerusalemme… per salire sul Monte Oliveto c’è la valle che si chiama di Giosafat. Sul lato sinistro… c’è anche la roccia dove Giuda Iscariota tradì Cristo». Seguiamo ancora l’evangelista Luca: «Mentre (Gesù) parlava ancora, ecco una folla; e colui che si chiamava Giuda, uno dei dodici, la precedeva, e si avvicinò a Gesú per baciarlo. Ma Gesù gli disse: « Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo? » » (22,47-48).
La denominazione «orto o giardino degli ulivi» dipende senz’altro dal fatto che il luogo è compreso nell’area del Monte degli Ulivi, anche se, alla fine del 1300 in quel piccolo recinto oggi conosciuto con quel nome, non c’erano olivi. Testimonianze del diciassettesimo secolo parlano di sette-otto piante di olivo, segno che il luogo collegato alla memoria non era esteso ed era ben delimitato.
L’acquisto dell’area del Getsemani, che comprende anche quella parte antistante il santuario al di là della strada nella valle del Cedron, fu un’operazione lunga e complessa, sintetizzabile in 29 date che vanno dal 9 novembre 1661 al marzo del 1905, quando per 57 mila franchi, gli armeni cedettero ai frati il terreno a sud dell’Orto. Nel novembre del 1661 «la S. Custodia comprò per mezzo dei suoi dragomanni 14 chirati (il chirato è la ventiquattresima parte di una proprietà – ndr) e cinque sesti di chirato dell’Orto del Getsemani dai villani di Siloe». Interessante sapere che, dopo l’acquisto di un altro chirato e mezzo (dell’Orto) il 5 febbraio 1662, nonostante la mancanza di qualche documento legale di proprietà per un altro chirato e due terzi, «tutto l’Orto del Getsemani era in possesso dei Francescani, e ne sborsavano annualmente una certa tassa al legato pio della scuola di Salahie, prevedendo i Religiosi che altri acquistassero il terreno limitrofo». Altri diciotto chirati «immediatamente a mezzogiorno dell’Orto» passarono nelle mani della Custodia il 2 maggio 1681, dove «dopo due secoli, fu trovato il vero luogo dell’Agonia di Gesù, ove ora sorge l’attuale Basilica» («I faticosi e progressivi acquisti per il sacro Orto di Getsemani e dintorni fatti dalla Custodia di Terra Santa», La Terra Santa 1924 n. 5, 147-148).
La Custodia di Terra Santa, nel 1924, diede mandato all’architetto Antonio Barluzzi (1884 – 1960) di costruirvi una chiesa (vedi box a p. 52). In un primo tempo Barluzzi pensò di erigerla su quanto rimaneva del periodo crociato, intendendone rispettare i resti e le dimensioni. Di quella chiesa rimanevano le tre absidi costruite su tre rocce, che sono i tre luoghi dove la tradizione vuole che Gesù si sia inginocchiato. Su quella centrale era stato elevato l’altare.
Nel corso dei lavori vennero alla luce le rovine di una chiesa bizantina che si rivelò essere la chiesa d’epoca teodosiana. La qualità dei materiali impiegati e la fattura dei ritrovamenti, tra cui un capitello e parti dei mosaici del pavimento, rivelarono quanto fosse davvero «elegante» la chiesa visitata da Egeria.
La grande scala d’accesso al santuario fu però terminata solo nel maggio del 1959, così come la sistemazione del muro perimetrale prospiciente alla strada.
La Custodia potè effettuare i lavori, dopo aver trovato un accordo con le autorità amministrative del tempo. Nel corso del 1958 il municipio eseguì i lavori di sistemazione della strada, a cui la Custodia contribuì cedendo parte dell’Orto della valle del Cedron e versando «una notevole contribuzione pecuniaria» («Il Getsemani dopo gli ultimi restauri», La Terra Santa, agosto – settembre 1959, p. 241).

Publié dans:OTTAVA DI PASQUA, Terra Santa |on 6 avril, 2015 |Pas de commentaires »

BETLEMME NELL’ANTICO TESTAMENTO: RE DAVIDE

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BETLEMME NELL’ANTICO TESTAMENTO: RE DAVIDE

Nell’Antico Testamento la città di Betlemme, viene nominata ben 44 volte e porta il nome di « Betlem di Giudea » dalla tribù cui apparteneva, per distinguerla dalla località omonima, appartenente alla tribù di Zabulon, in Galilea. Betlemme è ricordata per la prima volta nella Bibbia a proposito di Rachele, moglie di Giacobbe, che morì nei pressi della città al momento di dare alla luce Beniamino, « il figlio della vecchiaia ». Essa fu sepolta sulla strada che conduce da Gerusalemme a Betlemme (Gen 35.19). Inoltre ricordiamo la storia di Elimelec e della moglie Noemi, che dopo aver soggiornato in terra di Moab ritornarono a Betlemme con la nuora Rut. Quest’ultima si sposò con Booz e dalla loro discendenza nacque Iesse dal quale nacque David. Una delle grandi glorie di Betlemme è l’aver dato i natali a Davide, che qui fu consacrato re di Israele al posto di Saul dal profeta Samuele per ordine di Dio (1Sam 16, 1-14). Davide, il più giovane tra i suoi fratelli, fu scelto per indicazione del Signore. Il suo fascino e il suo grande coraggio lo fecero subito diventare una figura di spicco per il regno, fino a diventare re degli Ebrei. Per tale ragione Betlemme è anche chiamata la « città di Davide ». Ma la sua vera grandezza sta nell’essere la città dove è nato Gesù, Messia e Figlio di Dio. Il profeta Michea l’aveva predetto in questi termini: » E tu, Betlemme di Efrata così piccola per esser fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono sin dall’antichità, dai giorni più remoti » (5,1). Il Messia, secondo il profeta Michea, oltre che nascere a Betlemme, doveva anche essere un discendente di Davide secondo la carne. Ebbene, proprio nei dintorni di Betlemme fiorì l’idillio di Rut, la coabita, con Booz (Ruth 2, 8-22). Dal loro matrimonio nacque Obed, genitore di Isai (Iesse), che fu padre di Davide, al cui casato apparteneva Giuseppe, lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù.

NEL NUOVO TESTAMENTO La fede nel compimento dell’annuncio profetico circa la nascita di un discendente di Davide a Betlemme era ben radicata nella tradizione giudaica al tempo di Gesù. Infatti quando Erode chiede ai sommi sacerdoti il luogo della nascita del Messia questi gli rispondono senza indugio:  » A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta » (Mt 2, 5). Sia Matteo che Luca riferiscono che Gesù nacque  » a Betlemme di Giudea, al tempo di Erode » (Mt 2,1a), ossia « nella città di Davide chiamata Betlemme » (Lc 2, 4). Luca racconta inoltre che Giuseppe, membro della casa di Davide, in compagnia di Maria sua sposa, che era incinta, si mise in viaggio da Nazaret verso Betlemme, a causa del censimento romano che obbligava ogni ebreo a farsi registrare nel proprio luogo di origine. Il racconto di Matteo sembra invece voler suggerire che Maria e Giuseppe fossero da sempre residenti a Betlemme e che solo in seguito si spostarono a Nazaret. Inoltre altri episodi della nascita di Gesù si svolgono a Betlemme. Luca narrerà la venuta dei pastori (Lc 2, 8-20); mentre Matteo aggiungerà il racconto della venuta dei Magi d’Oriente e del loro viaggio a Betlemme (Mt 2, 1-12) e quello della strage degli innocenti e la fuga della Santa Famiglia in Egitto (2, 13-23).

LA LITURGIA DEL NATALE A BETLEMME

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LA LITURGIA DEL NATALE A BETLEMME

I luoghi in relazione al Natale di Nostro Signore sono stati oggetto di venerazione dai primi tempi del cristianesimo.

LA FESTA DELL’EPIFANIA 
I primi documenti liturgici (l’Itinerario della pellegrina spagnola Egeria e il Lezionario Armeno di Gerusalemme che riferisce usi liturgici dei secoli IV e V) ci danno notizie della celebrazione della festa di Epifania.
L’Epifania apriva l’anno liturgico con una celebrazione il giorno 5 gennaio verso le quattro del pomeriggio nel Luogo dei Pastori non lontano da Betlemme. La celebrazione iniziava con i salmi che presentano la figura del pastore. Così il Salmo 22 che dice: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla »; seguiva l’alleluia: « Tu, pastore d’Israele, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge » (Sal 79,1). Questi canti profetici preparavano l’ambiente alla proclamazione del Vangelo di Luca (2,8-20) con cui si celebrava l’annuncio della Buona Novella degli Angeli ai pastori, l’Inno di Gloria e Pace del coro degli Angeli, l’andata pronta e gioiosa dei pastori al luogo della Nascita del Salvatore e il loro ritorno al Campo, chiamato ininterrottamente dei Pastori o Ovile in memoria di questi avvenimenti. Al Vangelo seguivano undici letture dell’Antico Testamento. I fedeli nella contemplazione ricordavano gli antichi prodigi della divina Provvidenza, al fine di prepararsi al mistero della nascita del Messia.
Dopo questo familiare dialogo del popolo, raccolto in festa, con la Parola di Dio si passava alla celebrazione dell’Eucaristia col cantico di Daniele (3,52a-90) e a suo tempo si leggeva il Vangelo di san Matteo (2,1-12) o della manifestazione; infatti narra la peregrinazione dei Magi dall’Oriente al seguito della Stella per adorare il neonato Re dei Giudei, l’incontro con Erode, il riapparire della Stella, l’adorazione con l’offerta dei doni e il ritorno per altra via al loro paese.
La celebrazione vespertina appena descritta era celebrata dalle comunità di Gerusalemme e Betlemme unite. Ma una volta finita la funzione, il vescovo di Gerusalemme tornava con i suoi, perché doveva celebrare la liturgia in città. Qui arrivavano prima che si facesse giorno, cioè quando il chiarore era tale da permettere di distinguere le persone. Quelli di Betlemme, invece, in particolare clero e monaci, entrati nella chiesa della Natività, con inni e antifone continuavano la veglia fino all’alba.
Il giorno della festa di Epifania la comunità di Gerusalemme nella celebrazione dell’eucarestia leggeva il Vangelo di san Matteo (1,18-25), che racconta come avvenne la nascita dell’Emmanuele, Dio con noi. Lo stesso Vangelo si leggeva con ogni probabilità nel luogo della Natività del Signore.
La celebrazione dell’Epifania, che si protraeva per ben otto giorni, univa le due città vicine nell’ambiente festivo. La letizia pervadeva l’animo di tutto il clero, monaci e fedeli. I paramenti del clero apparivano splendenti con ricami in seta e oro. E non basta, ma anche gli edifici sacri si vestivano a festa con lo splendore di tende sontuose. Inoltre l’illuminazione di torce, candelabri e lucerne illuminava a giorno le veglie festive che salutavano la nascita del Signore della Luce. Lui, infatti, Sole dall’Oriente, si manifestava a tutto il mondo come gioioso araldo del Mattino.

LA FESTA DEL NATALE AL 25 DICEMBRE 
In questi tempi la festa dell’Epifania si celebrava il 6 gennaio come dice il Lezionario Armeno e commemorava il duplice mistero della Nascita e dell’Epifania o Manifestazione del Salvatore alle genti.
Ma nel secolo V al tempo del vescovo Giovenale (421-452), imitando l’uso di Roma, anche la chiesa di Gerusalemme celebrava la festività del Natale il 25 dicembre, giorno in cui si festeggiavano i santi Giacomo e Davide. Il Lezionario Georgiano di Gerusalemme (dei secoli V-VIII) testimonia la festa del Natale il 25 dicembre. Secondo questo documento liturgico all’ora sesta, cioè mezzogiorno del 24, la Comunità di Gerusalemme, superando il freddo della stagione e la fatica del cammino piuttosto scomodo, s’incamminava all’Ovile o Campo dei Pastori. Nella stazione liturgica si leggeva il Vangelo dell’Annuncio degli Angeli ai pastori, la loro andata frettolosa a Betlemme, l’Adorazione al Bambino e il loro ritorno al Campo (Lc 2,8-20). Subito dopo la Comunità, emulando i pastori, s’incamminava verso la Città di Davide e, attraversando la piccola pianura, saliva il pendio del colle ed entrava nella Grotta della Natività. Quì si faceva l’ufficio vespertino con la lettura della Nascita di Gesù (Mt 1,18-25).
A mezzanotte si celebrava una veglia con salmi, letture bibliche e cantici che trovavano il loro culmine nel Vangelo di san Luca (2,1-7) con la Nascita di Gesù, l’avvolgimento in fasce e la deposizione nella mangiatoia. Verso l’alba veniva celebrata la Divina Liturgia o Eucaristia. L’alba veniva salutata con la proclamazione del Vangelo dell’Epifania o Manifestazione alle genti; veniva letto il Vangelo di Matteo (2,1-23) che contiene il mistero dell’adorazione dei Magi, la Fuga in Egitto e il ritorno dall’Egitto.

IL BATTESIMO DEL SIGNORE 
Lo stesso Lezionario Georgiano pone la festa dell’Epifania il 6 gennaio con inizio all’ora nona della vigilia. Siccome il 6 gennaio si commemorava il Battesimo del Signore, la Comunità di Gerusalemme non veniva a Bettlemme per la liturgia. Si leggevano i brani della Predicazione di Giovanni il Battista, il Battesimo del Signore e la discesa dello Spirito Santo su di Lui (Lc 3,1-18; Mc 1,1-11; Gv 1,1-28 e Mt 3,1-17). Il fatto salvifico del Battesimo trovava espressione rituale nella benedizione dell’acqua che veniva effettuata la vigilia di Epifania fuori della chiesa cattedrale o Martyrium, dopo la sinassi vespertina. Alla fine del secolo VI il Pellegrino di Piacenza ci parla di questa benedizione che avveniva presso il Giordano nel luogo dove fu battezzato il Signore e per l’occasione molti si facevano battezzare. Inoltre il Calendario Palestino-Georgiano del secolo X dice che all’Epifania presso il Giordano nella chiesa di san Giovvanni Battista si celebrava la grande sinassi eucaristica.

GLI SPAZI DELLA CELEBRAZIONE 
Da quanto sin qui detto appare che la chiesa di Gerusalemme ha voluto celebrare i misteri salvifici della Natività, Epifania e Battesimo di Gesù nei luoghi stessi in cui erano avvenuti.
Il Carme anacreontico 19 di san Sofronio, patriarca di Gerusalemme (634-638), parla dei luoghi in rapporto con gli avvenimenti evangelici celebrati nella liturgia, gli stessi che sono ancora oggi venerati: La Basilica che comprende la Grotta della Natività del Salvatore, nella stessa Grotta la lastra « profumata » dove oggi vediamo la Stella, la Mangiatoia dove fu deposto il Salvatore e la tomba dei santi Innocenti. A questi bisogna aggiungere il Campo dei Pastori e la Grotta del latte in relazione con la Fuga in Egitto. In tempi succesivi si venerarono anche altri luoghi come è il caso della cella e della tomba di san Girolamo presso la Grotta della Natività.
Nel tempo moderno questi luoghi continuano ad essere meta di pellegrinaggi da parte dei Cristiani provenienti da tutto il mondo. In tutto il tempo dell’anno i pellegrini possono celebrare una liturgia che è propria del luogo sacro.
All’aspetto religioso non si può dissociare quello culturale o informativo. Il pellegrino era introdotto alla conoscenza dei luoghi e nello stesso tempo al Mistero di Cristo. Questo fu l’ideale coltivato dal clero e dai religiosi nei tempi antichi e lo è tutt’oggi per il Francescano che dai tempi del santo Fondatore vive in Terra Santa.
I Francescani han portato avanti questo ministero nel modo che le vicissitudini storiche hanno loro permesso. E ciò avviene attraverso la Liturgia ufficiale quotidiana e la pietà popolare, per esempio le processioni. Sono forme espressive religiose che sono mutate secondo le epoche storiche per ciò che riguarda i testi e i percorsi. Ma i luoghi stessi che ricordano la Nascita del Nostro Salvatore sono in ogni tempo fecondi di vita spirituale.

Enrique Bermejo Cabrera ofm

Publié dans:NATALE 2012, Terra Santa |on 7 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

GERUSALEMME COME MADREPATRIA UNIVERSALE (Gianfranco Ravasi)

http://www.oessg-lgimt.it/OESSG/terrasanta/GerusalemmemadrepatriauniversaleGianfrancoRavasi.htm

GERUSALEMME COME MADREPATRIA UNIVERSALE

di S.Em. Rev.ma il Signor Cardinale Gianfranco Ravasi

Conferenza tenuta a Roma – Casa di Dante – 1 dicembre 2010
O.E.S.S.G. – Luogotenenza Italia Centrale – Sezione Roma

Mi è stato assegnato un tema ben preciso, dal quale vorrei far sbocciare una mia riflessione su Gerusalemme, la città santa, il centro, punto di riferimento, luogo imprescindibile in sede religiosa e letteraria. Il testo che prendiamo qui in esame rappresenta un brano innico brevissimo, facente parte di quella celebre raccolta di componimenti nota col nome di Salterio, i 150 canti o salmi di Israele.
Si tratta del Salmo 87 (86 della liturgia), uno dei cosiddetti “Inni di Sion o a Sion”. Proprio partendo da quei pochi versi, desidererei costruire una mappa ideale della Città Santa di Gerusalemme; ovviamente non una mappa topografica, bensì teologico-spirituale, in un certo senso, anche culturale.

Le tre pietre di Sion
Trattandosi di una mappa, quattro sono i punti cardinali prescelti. Inizierò subito dal primo, desumendolo proprio dall’incipit di questo canto. Sui monti santi – così inizia il Salmo – Egli, Adonai, l’ha fondata; il Signore ama le porte di Sion. Quindi, all’inizio, vediamo la rappresentazione dei monti santi, fondamento della stabilità. I monti, la roccia, la rupe sono simboli che ininterrottamente vengono applicati a Dio partendo appunto da Gerusalemme, una città situata a ottocento metri d’altezza su un colle arido, tant’è vero che una delle decifrazioni filologiche molto ipotetiche della parola ebraica Sijjon è quella di luogo pietroso, quindi secco e arido. Ebbene, proprio la pietra è fondamentale come primo punto cardinale di Gerusalemme, perché le tre grandi religioni e culture che in questa città si incrociano, si intrecciano e perfino si scontrano, sono tutte fondate su una pietra.
Partiamo, perciò, dalla pietra fondante dell’ebraismo, la pietra chiamata dagli ebrei kótel, ossia la parete per eccellenza, quella che tradizionalmente si definisce “Muro del pianto”. Dobbiamo far presente, tuttavia, che tale pietra è, in verità, il punto terminale di un itinerario di pietre che sono lì sottese. Infatti, gli archeologi hanno tentato di ricostruirle genealogicamente: si vede chiaramente che quei massi squadrati sono in stile erodiano, perché facevano parte del tempio che Erode aveva sontuosamente costruito, lo stesso tempio che Gesù frequenterà. Quelle pietre sono riconoscibili per il fatto che, di solito, i massi erodiani presentano una sorta di battitura o fascia che frontalmente accompagna il rettangolo del masso. Lì, dunque, si può dire che abbia sede il tempio di Sion, cioè il cuore dell’ebraismo, un cuore sempre amato, continuamente esaltato, perennemente celebrato e considerato come la stella polare, non solo della spiritualità, ma anche della stessa esistenza giudaica. Si potrebbe quasi affermare che da qui inizia un canto che varca i secoli, partendo proprio dai Salmi biblici che parlano di quella pietra particolare che è il Tempio.
A questo punto, vorrei citarvi un’espressione che mi sembra molto emblematica: l’attingo al Salmo 102, versetto 15, Poiché ai tuoi servi sono care le sue pietre, che nell’originale ebraico si presenta in una veste molto più significativa che le traduzioni, come spesso accade, di solito fanno perdere. Infatti, aveva ragione Cervantes quando diceva che ogni traduzione è come il rovescio di un arazzo, o Mounin nel suo saggio sulla traduzione, La Belle Infidèle, “La bella infedele”. Il testo ebraico dice Ki ratsû ‘abdeka ’et-’abaneha. L’elemento fondamentale risiede in quel ratsû, cioè “sono care” ai tuoi servi le pietre di Sion, le sue pietre. Ratsû, però, in ebraico deriva dal verbo ratsah, che indica un piacere quasi fisico, una comunione passionale, pertanto quella pietra che è fredda, tu la baci come se fosse la tua sposa. Si tratta, quindi, di un verbo che indica piacere – quasi erotico –, un verbo che contiene un nesso istintivo, primordiale.
La seconda pietra, come ben sanno i Cavalieri del Santo Sepolcro e tutti i pellegrini, è quella del Santo Sepolcro, che come anima e cuore ha la pietra ribaltata del sepolcro di Cristo, segno di morte ma al tempo stesso di vittoria sulla morte. Nel Libro dei Proverbi si dice che lo sheol – termine ebraico per designare gli inferi – è come una bocca sempre aperta che inghiotte continuamente i morti. Ebbene, il cristianesimo afferma che questo ciclo inesorabile è interrotto, poiché la pietra tombale viene rovesciata per celebrare la vita. E tale celebrazione pasquale è affidata a quella grande basilica di Gerusalemme che, come è noto, presenta una planimetria particolarmente tormentata. Infatti, come sempre, attorno alle pietre si muovono anche dei corpi che, quindi, trasformano in pietre vive l’edificio materiale. Iniziando dall’imperatrice Elena per poi, via via, proseguire fino ai crociati, alla fine la Basilica del Santo Sepolcro riassume in sé tante dimensioni diverse. Per questa ragione, essa è significativamente chiamata dagli ortodossi non “Basilica del Santo Sepolcro” – che sarebbe evocazione di una pietra morta, almeno apparentemente – , bensì “Basilica della Anástasis”, cioè della Risurrezione, che in arabo suona Qiyama, che vuol dire “ergersi, salire, ascendere” verso l’alto e l’infinito di Dio.
Si arriva, così, alla terza pietra sulla quale si fonda la terza religione e, al tempo stesso, la terza cultura che ha in Gerusalemme la sua patria: si tratta della cosiddetta Qubbet as-Sakhra’, cioè la “Cupola della Roccia”, comunemente detta Moschea di Omar. Una definizione, questa, erronea perché non è una moschea e non fu neppure Omar a definirla tale. Almeno, come si presenta oggi, vediamo che al centro ha una rupe – appunto la Cupola della Roccia – e su questa roccia la spiritualità dell’Islam ha una sua radice. Si racconta, infatti, che da qui il profeta Mohammed sia asceso al cielo sulla sua giumenta alata, entrando, quindi, nella comunione con Dio. Perciò, anche in questo luogo è facile rinvenire una dimensione di eternità e di infinito che trae origine e ha come seme proprio una pietra.
Ecco il primo punto cardinale che volevo ricordare, partendo dai versetti: Sui monti santi è fondata Gerusalemme, sulla pietra l’anima di Gerusalemme si ritrova, su tre pietre che sono meta ininterrotta di moltitudini di pellegrini e visitatori. Esse rappresentano i grandi nodi che tengono insieme la diversità delle professioni di fede e la molteplicità delle persone che accedono a Sion.

«La città di Dio»
Il secondo elemento e secondo punto cardinale presente all’interno di questi due versetti (vv. 2-3) del Salmo è il seguente: il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe, ossia tutte le case, tutte le città della Terra Santa. Inoltre: Di Te si dicono cose gloriose, ‘ir ’elohîm, “città di Dio”, che potrebbe tradursi come città divina. Tra l’altro, si parla delle porte di Sion, e qui il termine porte è ovviamente una metonimia per rappresentare la totalità, ossia le porte e tutto ciò che sta all’interno della porta stessa. Quando Cristo dice: Io sono la porta delle pecore, in un certo senso fa riferimento alla porta del Tempio, quasi dicesse Io sono il nuovo Tempio. Tra l’altro, ricordiamo che la parola Babilonia – Babilu in accadico – ha assunto un significato generico in base a un’etimologia di taglio popolare, ossia luogo della confusione, giocando sull’assonanza col verbo ebraico balal che vuol dire “confondere”. In verità, in lingua accadica si tratta dell’espressione bab ilu, dove bab sta per porta, come in arabo e ilu, il, el, ’elohîm è Dio. Quindi, il suo vero significato è “porta di Dio”, di qui “la città di Dio”, ‘ir ’elohîm.
Con tale termine di solito si esalta una città gloriosa e santa. Ed ecco allora il secondo punto: la città. Non soltanto il tempio in quanto tale, ma tutta la città che nel suo grembo accoglie appunto il tempio. E si va anche oltre, dicendo che l’Altissimo la tiene salda e la rende compatta. Qui abbiamo un’altra componente che vorrei ricordare. Si tratta della teologia legata alla città di Sion, una teologia che paradossalmente è stata in seguito studiata in maniera molto più sofisticata dall’antropologia culturale, ma già presente, ad esempio, nel Salmo 46. Perciò, era già stata idealmente intuita e concepita da Israele. Una delle tesi fondamentali del famoso studioso di storia delle religioni, Mircea Eliade, è quella secondo cui l’organizzazione dello spazio viene fatta dall’uomo primitivo attraverso la costituzione di un centro, ossia il perno attorno al quale ruota tutto l’essere. Ebbene, l’umanità delle origini antiche pone al centro – anche con lo sviluppo della cultura – l’area templare e l’area palatina, quindi il tempio e il palazzo del re. Si tratta del cuore che tiene insieme non soltanto la città, ma il mondo intero che, altrimenti, si sfalderebbe. Infatti, il Salmo 46 rappresenta il mondo che si sta sgretolando in una sorta di “de-creazione”. L’unica a rimanere salda è, invece, Gerusalemme, fondata sulla roccia, come appunto si diceva prima. E tutto questo grazie a due presenze: quella di Dio all’interno del tempio e, quindi, nello spazio e la presenza della divinità nel tempo e, quindi, nella storia attraverso il palazzo reale, dimora della dinastia di Davide. Essa costituisce la sequenza verticale, diacronica lungo i secoli e rappresenterà poi anche la dimensione messianica. Pertanto, Gerusalemme diviene il grembo di questa duplice presenza divina su cui torneremo.
A questo punto, vorrei ricordare un bellissimo aforisma rabbinico che descrive tale universo organizzato in un centro, e lo fa con originalità poetica ispirandosi alla struttura dell’occhio. Il mondo, dice, è come l’occhio: il mare è il bianco dell’occhio, la terra è l’iride, Gerusalemme è la pupilla, mentre l’immagine in essa riflessa è il Tempio.

La mappa universale di Sion
Affrontando il terzo punto cardinale della nostra riflessione, entriamo proprio nel tema fondamentale che, però, era necessario preparare prima illustrando altri punti fondamentali. Parliamo dell’universalismo. Se è vero che Sion, la città che ha al suo interno il Tempio, quindi una presenza spaziale e storica, è il cuore, il centro del mondo, allora è chiaro che tutti i popoli, ossia l’intera mappa geopolitica, vi devono convergere. Ed ecco allora le parole del poeta ebreo che fa poesia ricorrendo a una sorta di toponomastica dal significato particolare, anche se per il lettore occidentale, probabilmente, dice poco o nulla. Attenzione ai nomi adesso, perché si tratta di una sequenza: Iscriverò Rahab e Babilonia fra quelli che mi riconoscono, dice il Signore. Ecco Filistea, Tiro ed Etiopia, là costui è nato (v. 4). Che significa tutto ciò? Per ora lasciamo l’ultima frase che riprenderemo più tardi e guardiamo questa mappa. Prima di tutto Rahab, che era diventato un mostro acquatico nell’ambito della tradizione mitologica biblica, ma che era anche il termine con cui si definiva l’Egitto, ossia la superpotenza dell’Occidente di allora. Ecco, subito dopo, il termine Babel, Babilonia, che invece era la superpotenza orientale. Perciò, da una parte l’Ovest, dall’altra l’Est. Si passa poi al centro, dove è il poeta, che chiama quest’area Filistea, Pelishtim, cioè la Palestina, un vocabolo, quest’ultimo, che nasce dalla trascrizione del termine “filisteo”. Quindi prosegue citando Sur, la città di Tiro che è in Fenicia e che rappresenta il Nord. Infine, Cush, cioè l’Etiopia, che è il Sud.
Sono stati scelti cinque toponimi per costruire la mappa planetaria di quel tempo quasi per dire che tutti, in fondo, sono nati a Gerusalemme e in questa città hanno la loro sorgente. Detto in altri termini, il poeta ebreo ricorda che queste grandi potenze che incutevano rispetto e timore – l’occidentale e l’orientale, la commerciale di Tiro e, infine, quella che forniva materie prime, cioè l’Etiopia – insomma tutti questi importanti paesi, tutti questi popoli forti e potenti convergono verso Sion, anzi sono retti da un cuore che è la Città Santa, la città di Dio, Gerusalemme.
Questo tema andrebbe commentato con un cantico stupendo, opera del profeta considerato una specie di Dante della letteratura ebraica, cioè Isaia. E proprio nel capitolo 2 del suo libro, questo grande profeta immagina che su tutta la terra si stenda una sorta di coltre oscura, un sudario di tenebra. Solo un monte è illuminato, quasi fosse una sorta di grande asse. Ed ecco che tutti i popoli della Terra cominciano a muoversi verso quel punto cardinale. Da quella città, che è Sion, esce la Parola di Dio personificata. Essa va incontro ai popoli che vengono da ogni luogo e, una volta giunti a Gerusalemme – è, questa, la grande intuizione dello shalom, della pace messianica – lasciano cadere dalle loro mani spade e lance che verranno trasformate in aratri e falci per lavorare la terra e produrre frutti. Così, la guerra finirà per sempre e la pace regnerà come strumento di benessere tra i popoli i quali ormai si stringono la mano. E come suggello, Isaia lancia un appello finale alla casa di Giacobbe perché non resti indietro in questa grande processione dei popoli.
Una stupenda visione, senz’altro, ma, nell’avviarmi verso il quarto e ultimo punto cardinale, vorrei ricordare che in questa rappresentazione, comprendente al suo interno non solo Gerusalemme con il Tempio, ma anche l’intero cosmo, si ha un’altra possibilità di epifania divina, di teofania. Dio, infatti, non si presenta soltanto in Gerusalemme ove, come si legge in I Re 8, nella preghiera di consacrazione del Tempio, shemî sham, ossia “là è il mio nome”, là è la mia presenza. C’è qualcosa di più: tutto l’universo diventa Tempio, un’intuizione, questa, che viene modulata sul fatto che Gerusalemme santifica tutto lo spazio e lo consacra. Il Salmo 148 è particolarmente significativo nel presentare un corale Alleluia, voce verbale ebraica dell’imperativo, ’hallelû-Jah, che vuol dire “lodate il Signore”. Un alleluia corale che è intonato da ventidue o ventitré creature. Ci si aspetterebbe ventuno, cioè tre per sette, dato che il sette è il numero della pienezza. Perché, invece, ventidue (o ventitré, a causa di una ripetizione). E qui la risposta è, per certi versi, addirittura folgorante: ventidue o ventitré sono le lettere dell’alfabeto ebraico. Quindi, tutte le realtà che vengono denominate con l’alfabeto costituiscono idealmente una lode a Dio. E l’uomo è grande all’interno della creazione. Un Salmo bellissimo, il 148, con il semplice ricorso all’elencazione la quale diventa un modo per esaltare il Tempio cosmico universale. I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annunzia il firmamento, come canta il Salmo 19, il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia. Anche qui c’è una sorta di rivelazione cosmica, che si associa alla rivelazione che risuona in Sion attraverso la Torah.
La tradizione cabalistica medievale, dal canto suo, ha portato avanti la riflessione, cercando di risolvere la famosa antinomia tra infinito e spazio. Dio è infinito per definizione, ma il cosmo, che noi consideriamo infinito, non partecipa pienamente dell’infinito di Dio, perché Dio è oltre il cosmo stesso. Esiste un canto cabalistico medievale, di cui vorrei leggere la strofa principale, che va oltre Sion, oltre il Tempio cosmico universale, e tenta di interrogarsi su questo mistero lasciandolo in sospeso mediante un gioco di parole ebraiche. Maqom in ebraico vuol dire “luogo”, e di solito è il luogo per eccellenza, il luogo santo, quindi il Tempio. Il canto medievale dice: wehû hammaqôm shel maqôm we’en lammaqôm meqomô, che vuol dire: “Egli è il luogo” (wehû hammaqôm). Dio è il luogo che assorbe tutti i luoghi. Subito dopo si aggiunge shel maqôm, il luogo “di ogni luogo”, e we’en lammaqôm meqomô, che significa “questo luogo non ha luoghi”. L’intuizione sta nel concepire Dio come il “luogo” per eccellenza, che comprende e consacra tutti i luoghi ma, essendo infinito, Dio non è “luogo”.

«Sono in te tutte le mie sorgenti!»

Ed eccoci ora all’ultimo punto cardinale che è poi la conclusione di tutto il nostro discorso. Come si può osservare, ci siamo mossi continuamente attorno a una serie di elementi annodati tra loro: il Tempio, la città, l’universo, come un tutto compatto. Noi sappiamo, però, che Sion è, sì, un tempio, quindi uno spazio, espresso attraverso un’architettura, una città globale, ma è anche una presenza viva, che non è solo quella di Dio. Sono presenza viva anche gli uomini e le donne, per questo il Salmo si interroga sull’umanità, ossia sui “cittadini del mondo”, per indicare un autentico universalismo. Infatti, se è vero che Gerusalemme è il cuore, il centro che tiene insieme tutto, essere cittadini di Gerusalemme vuol dire anche essere cittadini del mondo.
Ecco, allora, le parole del poeta che enumera Rahab, Babilonia, Filistea, Tiro, Etiopia. Là costui è nato. Si dirà di Sion: «L’uno e l’altro in essa sono nati». E ancora: Il Signore registrerà nel libro dei popoli: «Là costui è nato». Come si vede, è una marcata ripetizione, che in ebraico suona così: jullad sham / jullad bah, “Là e in essa siamo nati tutti”. Ed è veramente suggestiva quell’immagine di Dio visto quasi come il “sindaco” della città universale di Gerusalemme, che sembra avere davanti a sé l’anagrafe, il libro nel quale registra tutti i popoli della terra, non soltanto gli ebrei, ma il popolo di Cush, cioè gli etiopi, perfino il nemico Babel, perché tutti sono nati lì in Sion. Là ha sede la loro terra. Ed è questa, direi, l’ultima coordinata della straordinaria lettura di Gerusalemme che viene fatta dal Salmo 87.
Pertanto, Gerusalemme, – anche se ciò ha poche probabilità politiche di riuscita – dovrebbe tornare a essere una città internazionale, non appartenente esclusivamente a un solo popolo, perché questo è, in un certo senso, fondamentale nella stessa teologia di Sion. Essa è la città di cui tutti si devono sentire cittadini, in cui tutti devono ritrovare la propria residenza; in Sion tutti hanno una sorta di cittadinanza nativa, anche se poi ciascuno ha la propria cultura. Non si deve dimenticare che, per molti versi, Gerusalemme nella storia è stata a lungo un punto di riferimento e di accoglienza dove convergevano le popolazioni più varie che, però, ritrovavano idealmente lì la loro identità. A Gerusalemme, tenendo conto delle diverse liturgie che vi hanno luogo e delle varie componenti culturali che la città abbraccia, si registrano e si usano almeno dodici alfabeti differenti. Di conseguenza, Gerusalemme, anche in questo caso, rappresenterebbe proprio il convergere vitale di tutti i popoli che ritrovano nella spiritualità di questa città la loro matrice.
Come suggello al percorso che ho proposto, vorrei concludere con una riflessione sul fatto che il cristianesimo tende progressivamente a relativizzare lo spazio di Gerusalemme, soprattutto quell’area fondamentale che è il Tempio. Il cristianesimo, infatti, comincia a far capire che, se si vuole scoprire la vera anima di Gerusalemme, non la si deve più ridurre a un puro e semplice spazio e al possesso di una particella di terra, come purtroppo avviene ancora ai nostri giorni. E qui è spontaneo pensare alla suddivisione del Santo Sepolcro in particelle di spazio, dovuta a ragioni di presenza di ciascuna confessione cristiana. Ma ciò che è più importante è riuscire a rendere vivo tale spazio, a farne la presenza vitale di una realtà trascendente, come la stessa figura di Cristo dimostra senza alcuna astrazione. Come è noto dai Vangeli, Cristo ama e frequenta il tempio di Erode. Tuttavia, nel celebre prologo di Giovanni – ed è, questo, un elemento non immediatamente decifrabile all’interno del testo greco – si dice che il Verbo, ossia il Logos eterno e infinito, pose la sua tenda in mezzo a noi (1,14). E si tratta della tenda della carne, cioè il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi. E la tenda è per eccellenza il Tempio che, però, nella visione cristiana, è fatto di carne, cioè è una persona che reca in sé la presenza suprema del divino, ossia Gesù Cristo. Il Tempio, in un certo modo, viene relativizzato: Cristo stesso dichiara che se sarà distrutto, in soli tre giorni egli lo farà risorgere. Giovanni nota, ovviamente, che Gesù intendeva parlare del suo corpo che risorge vincendo la morte. Ebbene, nel testo greco di Giovanni 1,14 si usa il verbo skenoún e il termine skené indica la tenda, perciò eskénosen strettamente parlando vuol dire “ha piantato la sua tenda” in mezzo a noi. Si potrebbe addirittura cogliere una certa assonanza con la parola fondamentale con la quale gli ebrei definivano la presenza di Dio nel tempio: la shekinà, ove si ha la radicale s-k-n corrispondente alle lettere greche ?, sigma, ?, kappa e ?, ni di skené, “tenda”. In ebraico, invece: shin, kaf, nun. Le stesse consonanti, la stessa radicale per assonanza, pur essendo diverse semanticamente tra loro: una vuol dire “presenza”, l’altra “tenda”. Il prologo di Giovanni afferma, così, che ormai il Tempio è divenuto la persona di Cristo. E Gesù stesso dirà alla samaritana: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre… Ma viene l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Giovanni, 4, 21-23).
Ecco, ancora una volta appare il bisogno di trasferire e trasformare quelle pietre da cui siamo partiti, ossia quella città concreta, in un simbolo, in un segno che rappresenta Dio stesso in mezzo a noi, cioè l’Incarnazione. Vorrei qui ricordare l’impressionante e grandiosa scena finale del libro dell’Apocalisse. L’apostolo Giovanni s’affaccia su una nuova e perfetta Gerusalemme, divenuta ormai città celeste. Egli la guarda e scopre una realtà sorprendente: «In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (21,22). Ma al di là di questa suggestiva immagine simbolica di Sion, Gerusalemme deve tornare a essere un segno concreto da custodire, deve essere soprattutto un segno dell’umanità che avverte in sé la presenza di Dio. Quindi, Gerusalemme è la nostra patria, non già come terra in cui siamo nati, ma come luogo delle nostre profonde origini spirituali, come dice il Salmo 87: «Sono in te tutte le mie sorgenti».
Una volta, da giovane, prendendo parte a lavori di scavo archeologico nel Vicino Oriente, ebbi occasione di ascoltare un archeologo scozzese, che aveva scavato il cosiddetto Colle dell’Ophel, dove sorgeva la città di Davide. Quel lavoro di scavo mirava a scoprire qualche traccia del tempio di Salomone. L’archeologo mi raccontava un fatto curioso: i suoi genitori erano contadini e non erano mai stati neppure a Londra, se non forse quando si erano sposati. La domenica, però, quando entravano nel tempio presbiteriano per cantare inni, quando intonavano i Salmi di Sion, lo facevano con tanta gioia e amore come se la città di Sion la conoscessero bene, quasi fosse la loro patria, proprio perché avevano capito che quella Gerusalemme non era puramente geografica, era ormai diventata un simbolo. E qui, secondo questa forte simbologia, Gerusalemme rimane un grande segno della storia dell’umanità, nelle sue gioie e nei suoi dolori, per questo essa è, sì, gloriosa, ma anche striata di sangue.
Desidero, allora, concludere attingendo di nuovo alla tradizione ebraica, sulla base di un testo rabbinico. Dio sta creando il mondo, gli angeli gli si avvicinano. Su un vassoio il primo angelo regge dieci porzioni di bellezza, ossia la bellezza dell’universo. Dio prende nove porzioni di bellezza e li assegna a Gerusalemme, mentre una sola porzione di bellezza viene destinata al resto del mondo. Il secondo angelo porta un vassoio con dieci porzioni di sapienza e di conoscenza. Dio prende nove porzioni di sapienza e le assegna a Gerusalemme, che è per eccellenza la terra della voce dei profeti, mentre una sola al resto del mondo. E così via. Finché arriva l’ultimo angelo che è cupo, vestito di scuro, anch’egli con un vassoio sul quale, però, ci sono dieci porzioni di dolore, di sofferenza, di pianto, di lacrime. E in questo caso ci si aspetterebbe un ribaltamento dell’equazione nove a uno. E, invece, il testo rabbinico dice che Dio dette nove porzioni di dolore a Gerusalemme e una sola al resto del mondo, proprio perché Gerusalemme deve rappresentare, in ogni situazione, il respiro pieno dell’umanità.

Fonte: Gran Magistero O.E.S.S.G. .

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI, Terra Santa |on 2 février, 2012 |Pas de commentaires »

La Teologia dei Luoghi Santi secondo Leone Magno

dal sito:

http://www.ive.org/mediooriente01.org/pag_res.asp?id=405

TERRA SANTA PATRIA IDEALE DEI CRISTIANI

La Teologia dei Luoghi Santi secondo Leone Magno
 
Dal R.P. Igino GREGO, sdb.
 
Don Igino Grego si è laureato alla Pontificia Università Gregoriana, nella facoltà di Storia Ecclesiastica nel 1969. E’ stato insegnante di Storia della Chiesa. Attualmente è professore di Patrologia-Patristica allo Studio Teologico « San Paolo » di Cremisan, Betlemme.
 
1. Terra Santa, dolce patria mia
 I cristiani, come i fedeli delle altre religioni, hanno i loro Luoghi Santi ai quali desiderano pellegrinare, almeno una volta nella vita, perché pensano che in essi Dio si manifesti in modo tutto particolare.
I Luoghi Santi cristiani si trovano soprattutto nella Palestina, chiamata per antonomasia la « Terra Santa ».
 La visita a tali luoghi è un’esigenza che si sviluppa con il crescere della Fede, perché si desidera vedere ed ammirare con i propri occhi quei luoghi « dove fu annunziato e si compì ciò che contiene la Scrittura », come si esprimeva Melitone di Sardi, uno dei primi pellegrini della Terra Santa[1]. Si pensa infatti che questa esperienza è come una visita, un ritorno ai patri lidi della fede, dove si incontra più facilmente che altrove il Redentore. Il pellegrinaggio diventa perciò una specie di sacramento della vita « che va in cerca del Signore per incontrarlo di fronte e di fianco ». La Terra Santa infatti è il mistero della salvezza inquadrato, ubicato, storicizzato: è, come è stata ben definita, il quinto vangelo!
Tutte queste idee erano già ben presenti in Leone Magno papa (440-461), nella lettera inviata al criptomonofisita Giovenale, patriarca di Gerusalemme, il 4 febbraio del 454[2]. Per Leone Magno i Luoghi Santi facilitano la conoscenza della nostra fede, diventano un « luogo teologico » in quanto ci parlano di Cristo e della sua vita terrena. Ci aiutano, in altre parole, a credere più facilmente, rendendoci quasi palpabile la nostra fede. Essi, infatti, sono un « pedagogo » per andare a Cristo e ci servono ad ubicare quello che altrove si è obbligati a credere per l’insegnamento della fede. Ritorneremo più avanti su questi concetti.
L’attrattiva verso la Terra Santa iniziò perciò molto presto. Certi scrittori orientali ci parlano, per esempio, di un viaggio a Gerusalemme fatto dalla moglie dell’imperatore Claudio[3] o di Protonice [4], una nobildonna romana vissuta nello stesso tempo, e affermano che in quella occasione esse avrebbero fatto consegnare ai cristiani il sepolcro di Cristo, ed inoltre avrebbero riconosciuto la vera croce con la risurrezione di una loro figlia, miracolo che altre fonti attribuiscono ai tempi di Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. Non sappiamo che valore storico abbiano queste testimonianze, ma è certo che ci tramandano delle antiche tradizioni.
Sant’Ireneo (135/40- 202ca.), parlando dell’unità della fede delle diverse chiese, enumera anche quella « della città madre dei cittadini della nuova alleanza », cioè Gerusalemme [5]. E il già menzionato Melitone di Sardi, vissuto nello stesso secolo, visitò la Palestina per conoscere meglio il canone dei libri sacri dell’Antico Testamento, e venne così a conoscenza di alcune trasposizioni di certi ricordi che i cristiani avevano fatto dal monte Moria al Golgota, per cui questo era divenuto « il centro del mondo e il Monte sacro per eccellenza » [6].
Verso il 250 troviamo a Gerusalemme anche il presbitero e poi martire San Pionio di Smirne, che parla di una sua visita « alla terra dei giudei » e delle sue impressioni sul Mar Morto dove vide « un’acqua che non si presta né per nutrire né per tenere animali e che rigetta da se stessa gli uomini appena li riceve » [7].
La ‘moda’ di visitare i Luoghi Santi palestinesi si era dunque diffusa un po’ ovunque e ne abbiamo varie conferme, tra le quali ricordiamo quella di Firmiliano, vescovo di Cesarea di Capadocia che, scrivendo nel 234 a San Cipriano di Cartagine, parla di una certa donna che per farsi notare andava scalza sulla neve e gridava che « aveva fretta di recarsi in Giudea e a Gerusalemme, come se venisse di là » [8].
Nel III secolo si recò in Terra Santa anche Origine, allo scopo di studiare le varie località e confrontare la loro corrispondenza con la Sacra Scrittura.
Intanto Gerusalemme era andata acquistando una tale importanza da divenire una specie di « bandiera » in opposizione alle città pagane, per cui Tertuliano, con tono oratorio non privo di sarcasmo, scriveva: « Che c’è dunque in comune tra Atene e Gerusalemme, tra l’Accademia e la Chiesa? Tra gli eretici e i cristiani? La nostra dottrina è nata sotto il portico di Salomone, il quale anche lui ci insegnò che il Signore va cercato in semplicità di cuore » [9]. Senza dubbio il nostro polemista aveva davanti a sé i discorsi di Gesù pronunciati sotto il « portico di Salomone » (cfr. Gv 10,23), ed i miracoli ivi compiuti dagli apostoli (cfr. At 5,12).
 L’attrattiva per la Terra Santa si sviluppò però in modo del tutto straordinario dal secolo IV in poi, favorita dalla pace costantiniana e anche dalla « curiosità » suscitata dai racconti che correvano nei riguardi dei « milites Christi », cioè i monaci. Ricordiamo al riguardo la grande risonanza che ebbe in occidente la Vita di Sant’Antonio, scritta e diffusa da Sant’Atanasio, un vero « best-seller » del IV secolo.
 Numerosissimi furono perciò i cristiani anche illustri[10], che pellegrinarono dal IV secolo in poi verso la Terra Santa e a Gerusalemme in particolare. Il deserto di Giuda incominciò così, a popolarsi di eremiti, di piccole colonie di anacoreti, di cenobi e di laure, fino a raggiungere una popolazione monastica non solo numerosa, ma pittoresca e poliglotta. 
Sono proprio i grandi monaci provenienti del mondo greco: Eutimio (377-473), Teotisto (morto nel 467), Saba (439-532), Teodosio (424-529) ed altri, che illuminano e fecondano il deserto del Battista, loro modello e protettore. Ma anche gli occidentali non sono stati da meno dei loro emuli greci; così vi troviamo due colonie latine: una sul Monte degli Ulivi con Rufino (345ca.-411) e le due Melanie, l’anziana (morta nel 409) e la giovane (383-440); e l’altra a Betlemme con Girolamo (340-420), Paola (347-406) e la figlia Eustochio (morta nel 419). Così che quando verso la fine del IV secolo la pellegrina Eteria visitò i Luoghi santi, s’imbatté dappertutto con dei monaci. Lo stesso capitò ad altri pellegrini, tra i quali ricordiamo in modo particolare San Gregorio Nisseno, che visitò Gerusalemme nei mesi autunnali del 381, riportandone poche buone impressioni, tanto che alcuni hanno pensato che egli condannasse i pellegrinaggi, ma non è affatto vero![11]
  Come spiegare tutto ciò? Non certo per girovagare e fare del turismo, ma per il desiderio di conoscere la patria del Signore, per ammirare i luoghi santificati dalla sua presenza terrena, per potenziare la propria fede e quindi per amare di più Colui che per noi tutti si è fatto nostro compagno di viaggio e guida verso la casa del Padre.
 
2. La teologia dei Luoghi Santi secondo San Leone Magno
Erano queste le idee che certamente rivolgeva nel proprio cuore il papa Leone Magno (440-461), un papa vissuto tanti secoli fa, quando ancora il peregrinare ai Luoghi Santi del cristianesimo era un’impresa e un privilegio che pochi potevano permettersi. Egli tuttavia comprendeva molto bene l’importanza della Terra santificata dalla presenza corporale del Salvatore per la propria fede e santificazione, in quanto poteva diventare un « pedagogo » per andare a Cristo più facilmente.
San Leone Magno è il difensore della consustanzialità del Cristo con noi, cioè della sua vera umanità che, assumendola, è diventata « la nostra scala, in modo che possiamo salire a lui per mezzo di lui stesso »[12]. E’ il Cristo nella sua vita e nella sua Passione oppure nell’opera redentrice che il papa ama predicare, il Cristo che è nostro modello per l’obbedienza, la bontà, l’umiltà e la semplicità di vita. E’ tutta la vita del Redentore che si trasfigura in esempio luminoso e con la sua redenzione mediante il suo sangue, siamo consacrati a Dio nella nuova alleanza. Cristo è il Dio vivente che ha preso il volto umano. E’ il Dio dal volto umano per un uomo dal volto divino.
Cristo ha realizzato tutto questo mediante la sua Incarnazione, per cui oggi non è più possibile ottenere la salvezza se non si crede alla sua doppia consustanzialità: consustanziale al Padre e consustanziale alla Madre. In altre parole: bisogna credere che Gesù è vero Dio e vero Uomo, come è stato solennemente definito nei Concili di Nicea (325) e di Calcedonia (451).
Il senso e la portata del disegno di salvezza appaiono nei vari avvenimenti che li accompagnano. Ciascuno di essi riflette pienamente nell’Incarnazione del Verbo, non solo le intenzioni di Dio sull’umanità, ma anche i suoi attributi di bontà, di misericordia, di potenza e di gloria. L’umanità assunta rende visibile la gloria di Dio e il suo amore.
Questi dovevano essere i sentimenti che invadevano l’anima del grande Pontefice, mentre scriveva a Giovenale, patriarca di Gerusalemme, una lunga lettera mista di gioia e tristezza. Gioia, per il ritorno in sede di Giovenale, dopo un forzato esilio causato di luttuosi episodi accaduti in Palestina in seguito al Concilio di Calcedonia (451); tristezza, perché Giovenale non aveva sempre difeso l’ortodossia come doveva fare un vescovo custode del deposito della Fede, e perché gli avvenimenti accaduti, erano stati provocati in gran parte dal suo comportamento ambizioso ed ambiguo. 
 E’ da questa lettera papale, datata il 4 febbraio 454, che noi ricaviamo il pensiero leonino sui Luoghi Santi, così validi per la difesa della fede e per la santificazione personale. Leggiamone alcuni brani.
            Scrive il Papa: « Se a nessuno dei vescovi è lecito ignorare ciò che deve predicare, è certo però che il meno scusabile, tra tutti che non conoscono la fede, è qualsiasi cristiano che abiti a Gerusalemme, perché egli non soltanto dalle parole dalla Sacra Scrittura, ma dalle testimonianze stesse dei luoghi trae l’insegnamento per penetrare l’intima virtù del Vangelo. Qui infatti è impossibile non vedere quel che altrove è illecito non credere. Quale sforzo dovrebbe fare l’intelligenza, là dove è maestra la visione diretta? E come potrebbero rimanere dubbi i misteri dell’umana salvezza, di cui si è letto o si è udito, laddove tutti si impongono ai sensi della vista e del tatto? Qui sembra quasi che il Signore parli ancora con la sua voce fisica a tutti coloro che sono esitanti, e dica loro: «Perché voi siete turbati e perché nei vostri cuori si levano questi pensieri? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Palpatemi e osservatemi, perché uno spirito non ha la carne e le ossa, che vedete che io ho» (Lc 24,38-49) »[13].
Per San Leone quindi i Luoghi Santi facilitano la conoscenza della fede, diventano un « luogo teologico », in quanto ci parlano di Cristo e della sua vita terrena. Ci aiutano, in altre parole, a credere più facilmente rendendoci quasi visibile e palpabile la nostra fede.
            Queste idee papali servono a tutti i cristiani, ma sono utilissimi per coloro che non credono alla realtà della natura umana del Verbo. Tale verità era stata negata anche da Giovenale, per cui Leone si rivolge al suo interlocutore lontano, affinché sappia trar profitto dai luoghi dove abita e abbia poi il coraggio di vivere queste verità e quindi di insegnarle. Per questo il Pontefice mette in risalto soprattutto i momenti salienti della vita umana del Salvatore: nascita a Betlemme, crescita a Nazaret, passione, morte ed ascensione a Gerusalemme. Ecco le sue parole:
            « Devi servirti, o fratello carissimo, dei documenti inoppugnabili della fede cattolica, difendendo la predicazione degli evangelisti con prove dirette, che ti offrono i Luoghi santi in cui risiedi.
            Vicino a te è Betleem, nella quale spuntò luminoso il parto salvifico della Vergine della stirpe davidica, che poi fu avvolto nei panni ed accolto in una mangiatoia per la ristrettezza dell’albergo. Vicino a te fu proclamata dagli Angeli, adorata dai Magi e avidamente ricercata da Erode attraverso la strage di tanti bambini l’infanzia del Salvatore.
            Vicino a te è il luogo (Nazaret) dove crebbe la sua fanciullezza, dove maturò la sua adolescenza, dove mediante un regolare sviluppo corporeo per la sua natura umana raggiunse la statura dell’uomo perfetto, soggetto peraltro al bisogno del cibo per placare la fame e del sonno per il necessario riposo, né immune dal pianto che esprime la compassione e dalla paura che nasce dal timore.
            Difatti uno solo e sempre lo stesso è colui che « nella condizione di Dio » operò i grandi miracoli della sua potenza e « nella condizione di schiavo » subì la spietate crudeltà della passione. Tutto questo incessantemente ti dice la croce stessa, questo ti annuncia a gran voce la pietra del sepolcro, nel quale il Signore giacque per la sua natura umana, ma dal quale risorse per la sua potenza divina.
            Quando poi ti dirigi al Monte degli Ulivi per venerare il luogo della sua ascensione, non ti sembra forse che risuoni ancora al tuo orecchio quella voce angelica, che ai discepoli rimasti stupiti mentre il Signore si levava in alto diceva: «Uomini di Galilea, perché state riguardando verso il Cielo? Quel Gesù, che, partito da voi, si è levato al cielo, ritornerà nella stessa maniera in cui l’avete visto salire al cielo» (At 1,11).
            Dunque la realtà della croce conferma la realtà della generazione di Cristo, essendo colui che è crocifisso nella nostra carne lo stesso che nasce nella nostra carne, mentre questa, per l’assenza di qualsiasi peccato, non avrebbe potuto subire la morte, se non fosse stata come la nostra.
            Fu appunto per ridonare a tutti la vita che Cristo prese su di sé la causa di tutti e , pagando per tutti, abolì completamente la forza del vecchio chirografo (cfr. Col 2,14), a cui egli solo fra tutti non era impegnato: e la conseguenza fu che, come per la colpa di un uomo tutti erano diventati peccatori, così per l’innocenza di un uomo tutti tornarono ad essere innocenti (cfr. Rm 5, 18-9). La giustizia per gli uomini sgorgò di quella fonte, donde pure fu assunta l’umana natura.
            Per nessuna ragione infatti è estraneo alla vera natura del nostro corpo colui, del quale l’evangelista proprio all’inizio del suo alto messaggio scrive: «Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di David, figlio di Abramo»(Mt 1,1), in perfetta corrispondenza con l’insegnamento dell’apostolo San Paolo, che dice: «(Gli israeliti sono discendenti) dei patriarchi, dai quali è nato (Gesù) Cristo secondo la carne, che è al di sopra di tutte le cose, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9,5), e che parimenti nella lettera a Timoteo afferma: «Ricorda che Cristo risuscitò da morte, essendo nato dalla stirpe di David» (2Tm 2,8) ».
            Fin qui il Pontefice, il quale, prevedendo che questi argomenti « locali » non sarebbero bastati a convincere il presule gerosolimitano, lo invita a considerare ciò che ha appreso nel suo lungo episcopato, una trentina d’anni circa, dalle testimonianze della scrittura, dalla tradizione dei Padri e in ultimo dalla famosa Lettera papale inviata a Flaviano patriarca di Costantinopoli.
            Questi vari documenti e testimonianze serviranno a Giovenale per difendere « il mistero ineffabile della nostra redenzione e della nostra speranza », e per vigilare attentamente su coloro che « ne hanno un’idea confusa per la loro ignoranza o, peggio, lo combattono per la loro malizia ». Infatti, conclude il Pontefice, noi crediamo proprio quello che descrivono questi testi autorevoli, e cioè: « E’ da escludere che la divinità abbia potuto patire nella sua essenza, o che la verità abbia mentito nell’assunzione della nostra natura ». Parole solenni papali che escludono sia la passibilità della natura divina, sia l’irrealtà della natura umana di Cristo.
             Concludiamo: conoscere- ammirare- amare; ecco l’utilità dei Luoghi Santi secondo il papa Leone Magno. Il circuito dell’amore, in altre parole, è trifase: conoscenza- ammirazione- amore. Infatti, più si ama più si desidera conoscere l’amato, e la potenziata conoscenza spinge all’aumento dell’ammirazione e dell’amore.
            I due poli: conoscenza del Cristo secondo la carne, nella quale comprendiamo anche la scoperta della sua Terra, e conoscenza del Cristo secondo lo spirito sono complementari. L’uno arricchisce l’altro.
            L’esperienza della Terra Santa è in realtà il ritrovamento della dimensione divina e umana del Salvatore. E’ la riscoperta diretta dell’umanità assunta dal Figlio di Dio, per cui è anche figlio della razza umana, fratello vero e universale di tutti gli uomini. E’ il senso ritrovato dell’Incarnazione del Verbo di Dio, che si è fatto nostro compagno di viaggio lungo gli aspri sentieri della vita, condividendo con noi gioie e speranze fino alla Gerusalemme celeste, dove insieme prenderemo posto al banchetto eterno nella casa del Padre suo e nostro.
——————————-
 
[1] Eusebio, Historia Ecclesiastica, IV, 26, 14. C.G. del Ton, Eusebio di Cesarea. Storia ecclesiastica, Roma (1964), 320
[2] Leone Magno, Epistola 139,1; Patrologia latina 54, 1103-1105. Leone Magno, Omelie e lettere, a cura di T. Mariucci, Torino (1969) 623-4. I. Grego, San Leone Magno e la Terra Santa, in « Asprenas » 32 (1985), 311-334 (specialmente 331-2)
[3] In Patrologia Orientalis, 21, 464-66. B. Bagatti, Alle origini della Chiesa II- Le comunità gentilo-cristiane, Città del Vaticano (1982), 11-12
[4] In Patrologia Orientalis, 7, 787
[5] Ireneo de Lione, Contro le eresie e gli altri scritti. Introduzione e traduzione di E. Bellini, Milano (1981) 247
[6] In Patrologia Greca 5, 1216-7. E. Testa, Il Golgota porto della quiete, in AA.VV., Studia Hierosolymitana I, Studi Archeologici. SBF Jerusalem (1976) 197-244. I. Grego, Il Golgota monte sacro dei cristiani, in « Bibbia e Oriente » 21 (1891) 115-125, 231-234
[7] Eusebio, Historia, IV, 15,46. G. del Ton, op.cit. 292. J.-M. Sauget, Pionio, in « Bibliotheca Sanctorum », 10, 119-21
[8] Cipriano, Opere, a cura di G. Toso, Torino (1980) 730. Lettera 75; in Patrologia Latina 4, 413-4 (riassunto).
[9] De praescriptione haereticorum VII, 9 in « Corpus scriptorum latinorum » (CCL) I, 193 e in PL 2,20. C. Moreschini, Opere scelte di Fl. Tertuliano, Torino (1974) 128
[10] H. Leclercq, Pélerinages aux Lieux Saints, in « DACL » XIV 65-176
[11] I. Grego, San Gregorio Nisseno e la Terra Santa. Un avversario del pellegrinaggio ai Luoghi Santi?, in « L’epoca patristica e la pastorale della mobilità umana ». Padova (1989) 54-79
[12] Leone Magno, Discorso 25,3; in T. Mariucci, op.cit. 147
[13] Ibid., in T.Mariucci, op.cit. 624-5

Publié dans:Terra Santa |on 8 août, 2011 |Pas de commentaires »

Video: Il Papa al Monte Nebo(link al sito): un momento particolare del Santuario mantenuto dalla Custodia

dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php?article5777

Video: Il Papa al Monte Nebo: un momento particolare del Santuario mantenuto dalla Custodia
Franciscan Multimedia Center

Messo on line il sabato 9 maggio 2009

La visita che Papa Benedetto XVI farà al Monte Nebo il 9 maggio sarà breve, ma intensa e carica di significato.

Capita in un momento particolare del Santuario mantenuto dalla Custodia di Terra Santa sin dagli anni 30 del secolo scorso. La monumentale Basilica costruita nel corso del IV secolo sulla cima in cui la tradizione localizza la visione che ha il Profeta Mosè della tanto agognata Terra Promessa prima di morire (cf Dt 34,1-8), ampliata in quelli successivi con tappeti musivi di pregevole fattura, è in questo periodo oggetto di un radicale intervento di restauro che prevede una nuova copertura al posto di quella costruita da P. Virgilio Corbo nel 1963 e la risistemazione dei lacerti musivi pavimentali. Nonostante il cantiere di lavoro in corso, Sua Santità avrà modo di visitare il santuario, debitamente arrangiato per la eccezionale visita. Accolto dai frati che si occupano del mantenimento del luogo e dell’accoglienza dei numeroso pellegrini, entrerà nella navata centrale della chiesa per pregare e si affaccerà dal balcone naturale ad ammirare la vista sulla valle del Giordano e sul Mar Morto, emulando Mosè e ripetendo quello che fece il suo predecessore, Giovanni Paolo II nel marzo del 2000.

La Custodia ha il suo canale su You Tube videocustodia

Publié dans:immagini, Terra Santa |on 9 mai, 2009 |Pas de commentaires »

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