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CORRERE NELLA VIA DELLA SALVEZZA – SAN SIMEONE IL NUOVO TEOLOGO

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CORRERE NELLA VIA DELLA SALVEZZA – SAN SIMEONE IL NUOVO TEOLOGO

Catechesi XXVIII              

Fratelli e padri, fate attenzione come ascoltate. Il Cristo Dio dice infatti: “Scrutate le Scritture” (Giovanni 5, 39). E perché dice questo? Per prima cosa perché noi siamo istruiti sulla via che conduce alla salvezza; poi, perché camminando senza distrarci, con la pratica dei comandamenti, arriviamo fino alla salvezza delle nostre anime. E che cos’è dunque la nostra salvezza? Gesù, il Cristo, come l’Angelo, drizzandosi davanti ai pastori, disse loro: “Ecco che vi annuncio una Buona Notizia, una grande gioia: vi è nato oggi un Salvatore, che è il Cristo Signore, nella città di David” (Luca 2, 10-11). Affrettiamoci, dunque, tutti e ciascuno, miei cari, corriamo con forza, senza caricarci di nulla di pesante, di mondano, di ingombrante, che rischierebbe di farci rallentare il passo e di impedirci di arrivare e di entrare nella città di David. Vi prego, per la grazia che opera in voi, non trascurate la vostra salvezza, ma presto! Ponendo fine a questa specie di sonno della cattiva presunzione e della negligenza, non arrestiamoci, non sediamoci: fino a che, usciti dal mondo, troviamo e vediamo là in alto il nostro Salvatore e Dio, per prostrarci e cadere ai suoi piedi. Ed allora, non fermiamoci fino a quando anche lui ci dica: “Voi, voi non siete del mondo, ma sono io che vi ho scelto dal mondo” (Giovanni 15, 19).             Come dunque si arriva a non essere del mondo? Crocifiggendoti per il mondo, ed il mondo per te, come ha già detto Paolo: “Per me il mondo è stato crocifisso ed io per il mondo” (Galati 6, 14). “E qual è il rapporto, tu chiedi, di queste parole con le precedenti?”. Risposta: “Altre sono le parole, ma unico e identico è il senso delle une e delle altre”. Come infatti colui che è al di fuori della casa non vede quelli che sono chiusi all’interno, così chi è crocifisso per il mondo e mortificato non ha davanti alle cose del mondo alcuna sensazione. Ed ancora come il corpo morto né davanti ai corpi viventi né davanti ai corpi che giacciono con lui, non prova la minima sensazione, così chi nello Spirito divino è uscito dal mondo, essendo in compagnia di Dio, non può provare alcuna sensazione davanti al mondo ed alle cose del mondo.             È così, di conseguenza, fratelli, che si produce, prima della morte e prima della resurrezione dei corpi, la resurrezione delle anime, in opera, in potenza, in esperienza ed in verità. Infatti, essendo eliminati i sentimenti mortali dall’intelligenza immortale e la mortalità cacciata dalla vita, l’anima allora, come resuscitata dai morti, vede se stessa, senza dubbio possibile, come si vedono quelli che si svegliano dal sonno, e riconosce colui che l’ha resuscitata, Dio, e, comprendendo e rendendogli grazie, adora e glorifica la sua infinita bontà. Il corpo, al contrario, in rapporto ai suoi propri desideri, non ha il minimo soffio, movimento o ricordo, ma si trova in simile caso del tutto morto ed inanimato. Capiterà frequentemente in queste condizioni che l’uomo dimentichi per così dire persino le sue facoltà naturali, poiché la sua anima ha un’esistenza tutta intellettuale è al di sopra della natura. Ed è normale: “Camminate con lo Spirito, dice infatti la Scrittura, e non realizzate il desiderio della carne” (Galati 5, 16). Infatti morta, come ho detto, per la venuta dello Spirito, la carne ci lascerà ormai senza noie e vivrete senza inciampi, poiché “la legge non è fatta per il giusto” (1 Timoteo 1, 9), secondo il divino apostolo, cioè per colui che ha una condotta al di sopra della legge. “Là infatti – dice – dove è lo Spirito del Signore, là anche è la libertà” (2 Corinti 3, 17), libertà sicuramente dalla schiavitù della legge. Giacché la legge è una guida, un pedagogo, un conduttore ed un maestro di giustizia, poiché dice: “Tu farai questo e quello” ed al contrario: “Questo e quello tu non lo farai”. Ma per la grazia e per la verità, non è così. Ma come, allora? “Farai e dirai tutto secondo la grazia che ti è stata donata e che parla in te, come è scritto: ‘E saranno tutti istruiti da Dio’, poiché non apprenderanno il bene dalle lettere e dai caratteri, ma si istruiranno nel Santo Spirito, e non nella parola solamente, ma nella luce della parola e nella parola della luce, misticamente iniziati alle cose divine. Ed allora infatti che per voi stessi come per il prossimo, è detto, voi sarete maestri”, e più ancora: la luce del mondo, il sale della terra (Matteo 5, 14; 13).             Quelli dunque che vivevano prima della grazia, poiché erano sotto la legge, si trovano ugualmente sotto la sua ombra; ma quelli che sono arrivati dopo la grazia e la luce, sono stati liberati dall’ombra o schiavitù della legge, cioè sono innalzati al di sopra di essa, come per una scala – la vita evangelica – trasportati nelle altezze e partecipando alla vita del legislatore, sono legislatori essi stessi piuttosto che osservanti della legge.   Trad. di C. R. L.  

Publié dans:Ortodossia, santi scritti |on 11 juillet, 2016 |Pas de commentaires »

L’ASCESI, UN MEZZO DA AMARE – Paul Evdokimow

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L’ASCESI, UN MEZZO DA AMARE

Paul Evdokimow *

Paul Evdokimov è morto il 16 settembre 1970. Nato a Pietroburgo nel 1901, aveva iniziato gli studi di teologia a Kiev. La rivoluzione del 1917 lo costringe all’esilio e termina gli studi in Francia. Intellettuale di gran classe, dottore in filosofia ed in teologia, professore presso l’Istituto Saint-Serge, resta laico, ed è in qualità di laico, cosciente del sacerdozio comune dei fedeli, che mette al servizio della Chiesa una conoscenza profonda della tradizione ed un acuto senso dei segni del tempo e delle sue istanze. Già prima del 1940 è noto come pioniere dell’ecumenismo e, nel 1962, sarà inviato in qualità di ‘osservatore’ al Concilio Vaticano II. Le sue opere, segnatamente sulla teologia dello Spirito Santo, hanno stabilito la convergenza e l’accordo possibili fra le posizioni cattoliche e quelle ortodosse.

Le forme particolari dell’ascesi riflettono l’epoca che attua tale ascesi e si adattano alla sua mentalità. Nelle condizioni della vita moderna, sotto il peso del sovraffaticamento e dell’usura nervosa, la sensibilità si trasforma. La medicina protegge la vita e la prolunga, diminuendone al tempo stesso la resistenza alle sofferenze ed alle privazioni. L’ascesi cristiana non è mai stata fine a se stessa, è soltanto un mezzo, un metodo a servizio della vita, e come tale cercherà di assuefarsi alle nuove necessità. Un tempo l’ascesi dei Padri del deserto imponeva digiuni e privazioni intense ed estenuanti; oggi la lotta si sposta. L’uomo non ha bisogno di un dolorismo supplementare; cilicio, catene, flagellazioni, rischierebbero di sfibrarlo inutilmente. La mortificazione del nostro tempo consisterà nella liberazione dal bisogno di stupefacenti: fretta, rumore, eccitanti, droga, alcoli di tutti i generi. L’ascesi consisterà più che altro nel riposo imposto, nella disciplina della quiete e del silenzio, dove l’uomo ritrova la facoltà di concentrarsi per la preghiera e la contemplazione, perfino in mezzo a tutti i rumori del mondo, nella metropolitana, fra la folla, ai crocicchi di una città; ma più di ogni altra cosa, l’ascesi consisterà nella facoltà di comprendere la presenza degli altri, gli amici di ciascun incontro. Il digiuno, all’opposto della macerazione inflitta, sarà la rinuncia gioiosa al superfluo, la sua spartizione con i poveri, un equilibrio sorridente, spontaneo, pacato. Al di là della ascesi fisica e psicologica del Medio Evo si dovrebbe ricercare l’ascesi escatologica tipica dei primi secoli, cioè quell’atto di fede che faceva dell’essere umano nella sua complessità l’attesa gioiosa della Parusia, l’attesa non tanto cronologica, quanto qualitativa, che sa discernere il termine ultimo ed unico; I quanto, secondo il Vangelo, il tempo è breve e «lo  Spirito e la Sposa dicono: Vieni! ». In questo modo, l’ascesi si trasforma in attenzione ai chiami del Vangelo, alla scala delle beatitudini; cercherà umiltà e la purezza del cuore, al fine di liberare il proprio prossimo e restituirlo a Dio. In un mondo affaticato, schiacciato dalle preoccupazioni e dagli affanni, che vive a ritmi 3mpre più frenetici, il compito è di trovare e vivere «l’iniziativa spirituale» che conduce a sedersi alla tavola dei pec3tori, a benedire ed a spezzare il pane insieme con loro… Nessuna ascesi, priva dell’amore, avvicina a Dio: «Noi saremo giudicati per il male che abbiamo compiuto, ma soprattutto per il bene che abbiamo omesso e perché non amiamo il nostro prossimo», dice san Massimo. Oggi l’ascesi nella vita spirituale protegge lo spirito dal dominio del mondo e raccomanda di «vincere il male creando il bene». Ne consegue che l’ascesi non rimane nient’altro che un mezzo, che una strategia. L’uomo può suscitare un’atmosfera morbosa, allucinante, in cui vede ovunque il male ed il peccato. Ora, l’ascesi evangelica trascina non tanto per eccesso di paura, quanto per eccesso d’amore traboccante di tenerezza cosmica. Santa Dorotea offre una bella immagine della salvezza sotto forma di un cerchio il cui centro è Dio e la cui circonferenza è formata a tutti gli uomini. Più ci si avvicina al centro – Dio – più i raggi del cerchio, il prossimo, si avvicinano gli uni agli altri. Sant’Isacco diceva al suo discepolo: «Ecco, fratello, un comandamento che ti affido: la misericordia trabocchi sempre dalla tua bilancia, fino al momento in cui sentirai in te tesso la misericordia che Dio prova per te e per il mondo».  * L’Orthodoxie, in «Unité chrétienne: Pages Documentaires», Lione, nov. 1970, pp. 34-35 e 41.

Publié dans:Ortodossia, Paul Evdokimow |on 23 juin, 2016 |Pas de commentaires »

ALZIAMO LO SGUARDO E I SENSI VERSO LE PORTE CELESTI DI MANUEL NIN

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ALZIAMO LO SGUARDO E I SENSI VERSO LE PORTE CELESTI DI MANUEL NIN

fonte: (L’Osservatore Romano 2 giugno 2011)  

L’Ascensione, celebrata il quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, è una delle grandi feste comuni a tutte le Chiese cristiane. Testimoniata già da Eusebio di Cesarea attorno al 325, nella tradizione bizantina si prolunga per una settimana nella sua ottava. Due tropari del mattutino sono dell’innografo Romano il Melode (+555) e appartengono al lungo kontàkion, inno che Romano compone per la festa e nel quale si snodano i diversi aspetti teologici della celebrazione, che porta nei libri liturgici bizantini il titolo di Ascensione del Signore e Dio e salvatore nostro Gesù Cristo. Romano parte dalla narrazione biblica dell’ascensione nel vangelo di Luca e negli Atti degli apostoli, e la sviluppa lungo le 18 strofe del poema, ognuna delle quali si conclude sempre con lo stesso versetto: « Non mi separo da voi. Io sono con voi e nessuno sarà contro di voi », che riprende tre testi biblici (Aggeo, 1, 8, Matteo, 28, 20 e soprattutto Romani, 8, 31). Tutta l’economia della salvezza portata a termine da Cristo è vista da Romano come la restaurazione della piena comunione tra il cielo e la terra, di cui l’Ascensione diventa il sigillo: « Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi ». L’ascensione del Signore, inoltre, non è un allontanarsi dagli uomini, un lasciarli soli, bensì un pegno del suo amore, della sua consolazione: « Eleviamoci, leviamo in alto occhi e mente, alziamo lo sguardo e i sensi verso le porte celesti, pur essendo mortali; immaginiamo di andare al monte degli Ulivi e di vedere il Redentore portato da una nube: di là, lui che ama donare, ha distribuito doni ai suoi apostoli, consolandoli come un padre, guidandoli come figli e dicendo loro: Non mi separo da voi: io sono con voi e nessuno è contro di voi ». Romano si sofferma poi sulla protezione e la cura che il Signore ha avuto e ha dei discepoli e della Chiesa. Con un’immagine presa dal Deuteronomio (32, 11), Cristo sul monte dell’ascensione è paragonato all’aquila che dall’alto sorveglia e protegge la sua nidiata, immagine che la tradizione bizantina poi applica anche alla cura del vescovo verso la sua chiesa: « I discepoli, condotti sul monte degli Ulivi, circondavano il loro benefattore, e lui stendendo le mani come ali, coprì come un’aquila il nido affidato alle sue cure e disse ai suoi uccellini: Vi ho protetti da ogni male: amatevi dunque come io vi ho amati. Non mi separo da voi: io sono con voi e nessuno sarà contro di voi. Come Dio e Creatore dell’universo io stendo sopra di voi le mie mani, quelle legate e inchiodate sul legno. Nel chinare il vostro capo sotto queste mani voi riconoscete quel che faccio: io impongo su voi le mie mani come battezzandovi e vi mando pieni di luce e di saggezza ». L’ascensione provoca la tristezza e il lamento degli apostoli che presentano a Cristo l’elenco di ciò che ognuno di essi ha fatto e lasciato, quasi un modello delle condizioni richieste al cristiano: « Abbiamo rinunciato a tutta la nostra vita, siamo diventati stranieri e pellegrini sulla terra. Pietro, il primo tra di noi a farsi tuo seguace, si privò di tutti i suoi averi. Andrea suo fratello abbandonò i suoi beni terreni e si caricò sulle spalle la tua croce. Tu vuoi trascurare e disdegnare l’amore dei figli di Zebedeo? Essi ti anteposero perfino il loro padre. Noi amiamo te più di ogni altro ». Romano descrive ancora l’ascensione di Cristo con profusione di dettagli, servendosi di versetti dei Salmi letti in chiave cristologica: « Dio fece segno ai santi angeli che preparassero per i suoi santi piedi la salita, ed essi gridarono a tutti i principati celesti: Sollevate i cancelli e spalancate le gloriose porte celesti per il Signore della gloria! O nubi, distendetevi sotto colui che avanza. Signore, il tuo trono è pronto. Innalzati, vola sulle ali del vento ». È da notare ancora il collegamento tra la nube che copre e nasconde Cristo allo sguardo degli apostoli e Maria sua madre: « La nuvola discese ad accogliere colui che è il condottiero delle nubi, lo prese e lo sorresse: o piuttosto fu sorretta, poiché quello stesso che era portato portava colei che lo reggeva, come una volta Maria. La Scrittura allude a Maria chiamandola nuvola [cfr. Isaia 19, 1], ella che fu custodita da lui mentre dimorava in lei ».  

Publié dans:feste del Signore, Ortodossia |on 6 mai, 2016 |Pas de commentaires »

QUATTRO CATECHESI SULLA PREGHIERA – DEL VESCOVO TEOFANE IL RECLUSO

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QUATTRO CATECHESI SULLA PREGHIERA – DEL VESCOVO TEOFANE IL RECLUSO

(questa è la prima)

21 novembre 1864

In occasione della festività della Presentazione al Tempio della Vergine Santissima trovo opportuno presentarvi quattro catechesi sulla preghiera giacché in essa consiste la nostra attività principale in chiesa. Questa è il luogo della preghiera ed il terreno in cui essa si sviluppa. Perciò, per noi, entrare in chiesa significa avviarci allo spirito della preghiera. Il Signore si è compiaciuto di chiamare suo tempio il cuore dell’uomo. Entrandovi spiritualmente, noi ci presentiamo a Dio e suscitiamo in noi un moto di ascesa verso di Lui, simile al profumo che si leva dall’incenso. Cercheremo di apprendere come ciò si raggiunge. Raccogliendovi in chiesa, naturalmente, voi pregate, sebbene, compiendo in essa le vostre devozioni, certamente non le trascuriate a casa. Perciò potrebbe sembrare superfluo parlarvi del dovere che abbiamo di pregare, visto che voi pregate. Ma la realtà è ben diversa. Penso che non sia inutile indicarvi due o tre regole sul modo di pregare, che vi siano, se non d’insegnamento, almeno di avvertimento.  Quello della preghiera è il primo dovere di un cristiano. Se nella vita quotidiana è valido il principio: “Lo studio dura per tutta la vita”, esso si può applicare a maggior ragione alla preghiera, la cui azione non ammette discontinuità ed i cui gradi non conoscono limiti. Ricordo a questo proposito la saggia usanza degli antichi santi Padri, i quali, in occasione dei loro incontri, salutandosi s’informavano non della loro salute, né di altre cose, ma della preghiera. Si chiedevano a vicenda: “Come va, o, come procede la preghiera?”. L’attività della preghiera era per loro segno della vita spirituale ed essi chiamavano l’orazione respiro dello spirito. C’è il respiro fisico che prova che l’uomo vive, poiché quando viene meno il respiro, viene meno anche la vita. Così avviene anche nella vita spirituale: se c’è la preghiera, vive lo spirito; se questa è assente, non c’è neppure vita spirituale. Tuttavia non sempre preghiamo quando recitiamo una preghiera o compiamo una devozione. Ad esempio, sostare davanti ad un’immagine sacra ed inginocchiarsi dinanzi ad essa non è ancora una preghiera, ma qualcosa di accessorio ad essa. Recitare a memoria le preghiere o leggerle da un libricino o ascoltarne la lettura fatta da un altro non significa pregare, ma è solo un modo o un mezzo per manifestare o far sorgere la preghiera. Essa, in sé, consiste nello sbocciare continuo nel nostro cuore di sentimenti di devozione a Dio, di sentimenti di umiltà, di dedizione, di gratitudine, di lode, di perdono, di intima adesione, di penitenza, di sottomissione alla volontà di Dio, ecc… Noi dobbiamo preoccuparci insomma che durante le nostre preghiere questi sentimenti, o altri ad essi analoghi, penetrino nella nostra anima, affinché, mentre leggiamo le preghiere o ne ascoltiamo la lettura e compiamo prosternazioni, il cuore non sia vuoto, ma sia informato da qualsiasi sentimento rivolto a Dio. Allorché sono presenti questi sentimenti, la nostra preghiera è veramente tale, mentre quando mancano, la preghiera non sussiste ancora. Sembrerebbe che non ci sia cosa più semplice e più naturale per noi della preghiera o del volgere a Dio il nostro cuore. Eppure né in tutti né sempre si verifica questa condizione. Dobbiamo farla sorgere in noi e rafforzarla, oppure, il che è lo stesso, dobbiamo educare in noi lo spirito della preghiera. Il primo metodo da seguire consiste nel leggere o ascoltare una preghiera letta da altri. Compi le devozioni in modo conveniente e sicuramente risveglierai e rafforzerai l’elevazione del tuo cuore a Dio, o entrerai nello spirito della preghiera.  I nostri libri di devozione contengono le orazioni dei Santi Padri, Efrem Siro, Macario l’Egiziano, Basilio il Grande, Giovanni Crisostomo e di altri grandi maestri della preghiera. Poiché costoro erano pervasi dallo spirito della preghiera, essi esposero con parole ciò che questo spirito suggeriva loro e l’hanno trasmesso a noi. Dalle loro parole promana una grande forza di preghiera e chi con attenzione ed impegno interiore penetra in esse, per effetto della legge della reciprocità, inevitabilmente diviene partecipe di questa forza nella misura in cui il suo stato d’animo si avvicina al contenuto della preghiera. Per fare delle nostre devozioni uno strumento effettivo dell’educazione alla preghiera, è necessario che sia la mente che il cuore ne accolgano il contenuto. A questo proposito indicherò tre semplicissimi metodi: non iniziare le tue devozioni senza una, sia pur breve, preparazione; non compierle in qualsiasi modo, ma con attenzione e sentimento; infine non passare subito, dopo aver terminato le preghiere, alle occupazioni normali.  Ammesso pure che per noi la preghiera sia un’attività del tutto abituale, tuttavia ad essa deve precedere una preparazione. Che cosa c’è di più abituale della lettura e della scrittura per coloro che sanno leggere e scrivere? Ciononostante, quando ci sediamo per leggere o per scrivere, non iniziamo immediatamente questo genere di attività, ma indugiamo qualche minuto, per lo meno quanto basta per metterci in una posizione comoda. A maggior ragione è necessaria prima della preghiera una preparazione adatta ad essa, specialmente quando l’attività precedente era di un genere del tutto diverso. Pertanto, accingendoti alla preghiera, sia di mattina che di sera, fa una breve sosta, sedendoti o camminando, e sforzandoti in questo lasso di tempo di allontanare la mente da tutti i pensieri e da tutte le occupazioni di questa terra. Pensa poi chi è Colui al quale stai per rivolgerti con la preghiera e chi sei tu che stai per iniziarla, in modo che la tua anima stia davanti a Dio in uno stato di volontaria umiliazione e di rispettosa paura. In questo atteggiamento rispettoso di fronte a Dio consiste la preparazione; è poca cosa, ma non priva d’importanza. È questo il principio della preghiera ed un buon principio è già metà dell’opera. Dopo aver assunto questo atteggiamento interiore, mettiti dinanzi ad un’immagine sacra e, dopo esserti inchinato alcune volte di fronte ad essa, comincia la solita preghiera: “Gloria a te, Dio nostro, Gloria a te” – “Re del Cielo, Paraclito, Spirito di verità, vieni e prendi dimora in noi…”, ecc… Non leggere in fretta, penetra in ogni parola e porta al cuore il significato di ogni termine, accompagnando la lettura con inchini. In questo consiste la lettura della preghiera, gradita a Dio ed apportatrice di frutti. Penetra in ogni parola e porta sino al cuore il senso di ogni termine, insomma cerca di comprendere quello che leggi e di sentire quello che comprendi. Non c’è alcun bisogno di altre regole. Questi due criteri – l’intelligenza ed il sentimento –, quando si realizzano nel modo dovuto, rendono la preghiera pienamente degna e le comunicano un effetto fecondo. Se leggi le parole della preghiera: “purificaci da ogni turpitudine”, sforzati di sentire la tua miseria, desidera la purezza e, pieno di speranza, chiedila al Signore. Quando leggi le parole: “E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, perdona nel tuo intimo a tutti e, con il cuore che ha perdonato tutto a tutti, chiedi a Dio perdono per te. Se leggi: “Sia fatta la tua volontà”, nel tuo cuore affida al Signore la tua sorte e manifesta la tua incondizionata prontezza di accettare tutto ciò che al Signore piacerà di mandarti. Se procederai così con ogni frase delle tue preghiere, queste saranno recitate in forma conveniente.  Per compiere le tue devozioni con maggior frutto, eccoti alcuni consigli: 1. Proponiti un determinato numero di preghiere[1], con l’approvazione del tuo padre spirituale, che non sia grande, ma tale che lo possa recitare senza fretta nell’ambito dei tuoi impegni quotidiani; 2. Prima di pregare, nei momenti liberi getta uno sguardo alle tue preghiere giornaliere, afferra con la mente il pieno significato di ogni parola e sforzati di sentirla, in modo da sapere precedentemente ciò che devi avere nell’anima ad ogni parola e sforzati di sentirla, in modo da sapere precedentemente ciò che devi avere nell’anima ad ogni parola. Sarà ancor meglio, se imparerai a memoria le preghiere fissate per ogni giorno. Se farai ciò, ti sarà ancora più facile comprendere e penetrare nel senso delle preghiere. Rimane una difficoltà: il pensiero distratto volerà sempre ad altri argomenti. Perciò è necessario questo terzo consiglio: 3. Dobbiamo sforzarci di mantenere desta l’attenzione, sapendo in precedenza che il pensiero cercherà di sfuggire. Poi quando durante la preghiera esso si distrarrà, richiamalo; sfuggirà di nuovo, di nuovo richiamalo. E così ogni volta. Ma allorché la lettura sarà fatta con distrazione – cioè senza attenzione e sentimento –, non dimenticare di ripeterla.  Finché il tuo pensiero non si sarà concentrato su un passo, rileggilo più volte e così riuscirai a penetrarvi con la mente ed il sentimento. Se supererai una volta questa difficoltà, essa forse non si presenterà successivamente, oppure non si presenterà con tale forza. Così dobbiamo comportarci, quando il pensiero sfugge o si distrae. Ma può verificarsi il caso che una parola talmente influisca sull’anima, che questa non si senta di andare oltre nella preghiera e, sebbene la lingua continui a leggere, il pensiero ritorna a quel passo che ha esercitato un effetto così profondo sull’anima. In questo caso vale questo quarto consiglio: 4. fermati e non leggere oltre; trattieni l’attenzione e il sentimento su quel passo, nutri con esso la tua anima o con quei pensieri che esso farà sorgere in te. E non allontanarti da questo stato; anzi, se ti mancasse il tempo, è meglio lasciare incomplete le preghiere, ma non distruggere questo stato d’animo. Esso ti accompagnerà e proteggerà forse anche per tutto il giorno come l’Angelo Custode! Effetti benefici di questo genere sull’anima durante la preghiera indicano che il suo spirito comincia a mettere radici in noi, per cui la conservazione di questo stato è il mezzo più utile per educare e rafforzare in noi lo spirito della preghiera.  Infine, quando termini le tue preghiere, non passare subito a qualsiasi altra occupazione, ma, sia pur brevemente, trattienti e pensa che cosa è avvenuto in te ed a che ti obbliga. Cerca di conservare anche per il tempo successivo, se ti è stato concesso di sentire qualcosa nel tuo animo durante la preghiera. Del resto, se uno ha recitato le sue preghiere con cura, non vorrà egli stesso passare subito ad altre occupazioni. Questa è la caratteristica propria della preghiera! Ciò che i nostri antenati dissero di ritorno da Costantinopoli: “Chi ha gustato il dolce, non vorrà l’amaro”, si verifica anche in quanti hanno bene pregato. Né si deve dimenticare che il gustare la dolcezza della preghiera è il fine della preghiera e che se le orazioni educano lo spirito della preghiera, ciò avviene proprio grazie a questo gusto.  Se metterete in pratica questi brevi consigli, ben presto vedrete il frutto dei vostri sforzi, nella preghiera. E chi ad essi si attiene anche senza seguire questa indicazione, naturalmente già gusta di questo frutto. Ogni preghiera lascia una traccia nell’anima; la sua continuazione ininterrotta nello stesso ordine la radicherà, mentre la sopportazione di questo sforzo produrrà anche lo spirito della preghiera. Che il Signore ce lo conceda per le preghiere della purissima nostra Signora Madre di Dio! Io vi ho così indicato il primo, ed iniziale, metodo con cui educare lo spirito nella preghiera, cioè il compimento della preghiera conformemente al suo fine, a casa di mattina e di sera e qui in chiesa. Ma non è ancor tutto. C’è un altro metodo ed io, se Dio lo vorrà, ve lo indicherò domani.  

   

SAN SILVANO DELL’ATHOS – LE LACRIME DI ADAMO

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SAN SILVANO DELL’ATHOS – LE LACRIME DI ADAMO

Adamo, padre dell’umanità, in paradiso conobbe la dolcezza dell’amore di Dio; così, dopo esser stato cacciato dal paradiso a causa del suo peccato e aver perso l’amore di Dio, soffriva amaramente e levava profondi gemiti. Il deserto intero riecheggiava dei suoi singhiozzi. La sua anima era tormentata da un unico pensiero: « Ho amareggiato il Dio che amo ». Non l’Eden, non la sua bellezza rimpiangeva, ma la perdita dell’amore di Dio che a ogni istante attrae insaziabilmente l’anima a Dio. Così ogni anima, che ha conosciuto Dio nello Spirito santo e ha poi smarrito la grazia, prova lo stesso dolore di Adamo. L’anima soffre e si tormenta per aver amareggiato il Signore che ama. Adamo gemeva, sperduto su una terra che non gli procurava gioia; aveva nostalgia di Dio e gridava: « L’anima mia ha sete del Signore, in lacrime lo cerco. Come potrei non cercarlo? « Quando ero con Dio, l’anima mia si rallegrava nella pace e l’avversario non poteva farmi alcun male. Ora invece lo spirito malvagio si è impadronito di me e tormenta l’anima mia. Ecco perché l’anima mia si strugge per il Signore fino a morire e non accetta conforto alcuno; il mio spirito anela a Dio e nulla di terreno lo consola; ho desiderio ardente di rivedere Dio (cf. Sal 42,2 ss.), di goderlo fino a saziarmene. « Nemmeno per un attimo posso dimenticarmi di lui, l’anima mia langue per lui, gemo dal grande dolore. Abbi pietà di me, o Dio, pietà della tua creatura caduta ». Così gemeva Adamo, e un fiume di lacrime gli solcava il volto, scorreva sul petto e cadeva a terra. Il deserto intero riecheggiava dei suoi singhiozzi. Bestie e uccelli erano ammutoliti di dolore. E Adamo gemeva: per il suo peccato tutti avevano perduto la pace e l’amore. Grande fu il dolore di Adamo dopo la cacciata dal paradiso, ma più grande ancora quando vide il figlio Abele ucciso da Caino. Per l’immane sofferenza piangeva, pensando: « Allora da me usciranno popoli, si moltiplicheranno sulla terra, ma solo per soffrire tutti, per vivere nell’inimicizia e uccidersi a vicenda ». Come oceano immenso era il suo dolore: solo le anime che hanno conosciuto il Signore e il suo ineffabile amore possono capirlo. Io pure ho perso la grazia, e con Adamo imploro: « Abbi pietà di me, Signore. Donami lo spirito di umiltà e di amore ». Come è grande l’amore del Signore! Chi ti ha conosciuto non si stanca di cercarti, e giorno e notte grida: « Desidero te, Signore, in lacrime ti cerco. Come potrei non cercarti? Sei tu che mi hai permesso di conoscerti nello Spirito santo e ora questa divina conoscenza attira incessantemente la mia anima a te ».

Adamo piangeva: « Il silenzio del deserto, non mi rallegra. La bellezza di boschi e prati, non mi dà riposo. Il canto degli uccelli, non lenisce il mio dolore. Nulla, più nulla mi dà gioia. L’anima mia è affranta da un dolore troppo grande. Ho offeso Dio, il mio amato. E se ancora il Signore mi accogliesse in paradiso, anche là piangerei e soffrirei. Perché ho amareggiato il Dio che amo ».

Adamo, cacciato dal paradiso, sentiva sgorgare dal cuore trafitto fiumi di lacrime. Così piange ogni anima che ha conosciuto Dio e gli dice: « Dove sei, Signore? Dove sei, mia luce? Dove si è nascosta la bellezza del tuo volto? Da troppo tempo l’anima mia non vede la tua luce, afflitta ti cerca. Nell’anima mia non lo vedo. Perché? In me non dimora. Cosa glielo impedisce? In me non c’è l’umiltà di Cristo né l’amore per i nemici ». Sconfinato, indescrivibile amore: questo è Dio.

Adamo andava errando sulla terra: nel cuore lacrime amare, la mente continuamente in Dio. E quando il corpo esausto non aveva più lacrime da piangere, era lo spirito ad ardere per Dio, non potendo dimenticare il paradiso e la sua bellezza. Ma l’anima di Adamo amava Dio più di ogni altra cosa e, forte di questo amore, a lui incessantemente anelava. Adamo, di te io scrivo; ma tu vedi che troppo debole è la mia mente per capire l’ardore del tuo desiderio di Dio e il peso della tua penitenza. Adamo, tu vedi quanto io, tuo figlio, soffro sulla terra. In me non c’è più fuoco ormai, la fiamma del mio amore si sta spegnendo. Adamo, canta per noi il cantico del Signore: l’anima mia esulti di gioia nel Signore (cf. Lc 1,47), si levi a cantarlo e glorificarlo, come nei cieli lo lodano i cherubini, i serafini e tutte le potenze celesti. Adamo, nostro padre, canta per noi il cantico del Signore: tutta la terra lo senta, tutti i tuoi figli levino i loro cuori a Dio, gioiscano al dolce suono dell’inno del cielo, dimentichino le sofferenze della terra. Adamo, nostro padre, narra il Signore a noi, tuoi figli! L’anima tua conosceva Dio, conosceva la dolcezza e la gioia del paradiso. E ora tu dimori nei cieli e contempli la gloria del Signore. Narraci come il Signore nostro è glorificato per la sua passione, come vengono cantati i cantici in cielo, come sono dolci gli inni proclamati nello Spirito santo. Narraci la gloria di Dio, quanto è misericordioso, quanto ama la sua creatura. Narraci della santa Madre di Dio, quanto è esaltata nei cieli, quali inni la proclamano beata. Narraci come gioiscono i santi lassù, come risplendono di grazia, come amano il Signore, con quale santa umiltà stanno davanti al suo trono. Adamo, consola e rallegra le nostre anime affrante. Narraci: cosa vedi nei cieli? Non rispondi? Perché questo silenzio? Eppure, la terra intera è avvolta di sofferenza. Tanto ti assorbe l’amore divino da non poterti ricordare di noi? Oppure vedi la Madre di Dio nella gloria e non puoi distogliere gli occhi da quella celeste visione e per questo lasci i tuoi figli nella desolazione, orfani di una parola di affetto? È per questo che non ci consoli e non ci permetti di scordare le amarezze della nostra vita terrena? Adamo, nostro padre, non rispondi? Il dolore dei tuoi figli sulla terra tu lo vedi. Perché dunque questo silenzio? Perché?

Adamo risponde: « Figli miei, amati, non turbate la mia pace. Non posso distogliermi dalla visione di Dio. L’anima mia, ferita dall’amore del Signore, si delizia della sua bontà. Chi vive nella luce del volto del Signore non può ricordarsi delle cose terrene ». Adamo, nostro padre, hai forse abbandonato noi, tuoi figli ormai orfani? Ci hai lasciati immersi nell’abisso dei mali della terra? Narraci: come piacere a Dio? Ascolta i tuoi figli dispersi sulla terra: il loro spirito si disperde nei pensieri del loro cuore (cf. Lc 1,5 1) e non può accogliere la divinità. Molti si sono allontanati da Dio, vivono nelle tenebre e camminano verso gli abissi dell’inferno. « Non turbate la mia estasi. Contemplo la Madre di Dio nella gloria e non posso distrarre la mente da questa visione per parlare con voi. Contemplo anche i santi profeti e apostoli e sono pervaso di stupore perché li vedo in tutto simili al Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. « Cammino nell’Eden e ovunque contemplo la gloria del Signore: egli vive in me e mi ha reso simile a lui. A tal punto il Signore glorifica l’uomo! ». Adamo, parla con noi! Siamo tuoi figli e qui sulla terra soffriamo. Narraci come ereditare il paradiso, affinché noi pure, come te, possiamo contemplare la gloria del Signore. Le anime nostre soffrono per la lontananza dal Signore, mentre tu nei cieli ti rallegri ed esulti nella gloria divina. Ti supplichiamo: consolaci! « Figli miei, perché gridate a me? « Il Signore vi ama e vi ha dato i comandamenti della salvezza. Osservateli, soprattutto amatevi gli uni gli altri (cf. Gv 13,34): così troverete riposo in Dio. In ogni istante pentitevi dei vostri peccati: così sarete ritenuti degni di andarvene incontro a Cristo. Il Signore ha detto: ‘Amo quelli che mi amano’ (cf. Gv 14,21) e ‘glorificherò quelli che mi glorificano’ (1Sam 2,30) ». Adamo, prega per noi, tuoi figli! L’anima nostra è oppressa da molti mali. Adamo, nostro padre, nei cieli tu contempli il Signore che è seduto nella gloria alla destra del Padre; vedi i cherubini, i serafini e i santi tutti; ascolti canti celesti e l’anima tua è rapita da tanta dolcezza. Ma noi, quaggiù, esclusi dalla grazia, siamo costantemente afflitti e abbiamo sete di Dio. Si estingue in noi il fuoco dell’amore del Signore, siamo oppressi dal peso delle nostre colpe. Una tua parola ci sia di conforto; canta a noi un canto che ascolti nei cieli: lo senta la terra intera e gli uomini tutti dimentichino le loro miserie. Adamo, la tristezza ci opprime! « Figli miei, non turbate la mia pace. Passato è il tempo delle mie sofferenze. Nella dolcezza dello Spirito santo e nelle delizie del paradiso, come ricordarmi della terra? « Questo solo vi dirò: Il Signore vi ama: vivete nell’amore! ‘Obbedite ai vostri superiori’ (Eb 13,17), umiliate i vostri cuori. « Lo Spirito di Dio allora porrà la sua tenda in voi (cf . Gv 1,14). Viene nella quiete e all’anima dona pace; muto (cf. Sal 19,4), testimonia la sua salvezza. « Cantate a Dio con amore e umiltà di spirito: di questo si rallegra il Signore ».

Adamo, nostro padre, che fare? Cantare, cantiamo. Ma in noi né amore né umiltà.

« Pentitevi davanti al Signore, e pregate. Concederà ogni cosa agli uomini che tanto ama (cf. Gv 3,16). Anch’io mi sono pentito e ho sofferto per aver amareggiato il Signore, perché per i miei peccati la pace e la gioia erano state tolte dalla faccia della terra. Un fiume di lacrime solcava il mio volto, mi scorreva sul petto e cadeva a terra; il deserto intero riecheggiava dei miei singhiozzi. Non potete penetrare l’abisso della mia afflizione, né il mio pianto a causa di Dio e del paradiso. In paradiso ero felice: lo Spirito di Dio mi colmava di gioia, mi preservava libero da sofferenze.

« Ma, cacciato dal paradiso, fiere e uccelli, che prima mi amavano, presero a temermi e a fuggire lontano; pensieri malvagi mi laceravano il cuore; freddo e fame mi tormentavano; il sole mi bruciava, il vento mi sferzava, la pioggia mi inzuppava: ero sfinito dalle malattie e da tutte le disgrazie della terra. Ma tutto sopportavo, sperando in Dio contro ogni speranza (cf. Rm 4,18).

« Figli miei, sopportate anche voi le fatiche della penitenza; amate le afflizioni; sottomettete il corpo con l’ascesi e la sobrietà; umiliatevi e amate i nemici (cf. Mt 5,44): lo Spirito santo dimorerà in voi. Allora conoscerete e troverete il regno di Dio. « Ma non turbate la mia pace. Per l’amore di Dio non posso ricordarmi della terra. Ho dimenticato tutte le cose terrene, persino lo stesso paradiso da me perduto, perché contemplo la gloria eterna del Signore e la gloria dei santi che risplendono della stessa luce del volto di Dio ». Adamo, canta per noi, cantaci il canto celeste: la terra intera lo ascolti e goda della pace di Dio. Sono inni soavi, cantati nello Spirito santo e noi desideriamo ascoltarli. Adamo aveva perduto il paradiso terrestre. In lacrime lo cercava: « Paradiso mio, paradiso mio, paradiso meraviglioso! ». Ma il Signore nel suo amore gli fece dono, sulla croce (cf. Lc 23,43), di un paradiso migliore di quello perduto, un paradiso celeste dove rifulge la luce increata della santa Trinità.

Come contraccambiare l’amore del Signore per noi (cf. Sal 116,12)?

Publié dans:meditazioni, MONACHESIMO, Ortodossia |on 21 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

L’ANIMA È IL CARRO CHERUBICO CHE PORTA DIO (MACARIO IL GRANDE)

http://www.natidallospirito.com/2015/06/02/lanima-e-il-carro-cherubico-che-porta-dio-macario-il-grande/

SPIRITUALITA ORTODOSSA / DETTI DEI PADRI DEL DESERTO

L’ANIMA È IL CARRO CHERUBICO CHE PORTA DIO (MACARIO IL GRANDE)

1. Il beato profeta Ezechiele contemplò una visione, un’apparizione divina e gloriosa, e ne fece la narrazione descrivendo una visione colma di ineffabili misteri(1). Vide, nella pianura, un carro di cherubini, quattro esseri viventi spirituali, di cui ciascuno aveva quattro volti: uno di leone, uno di aquila, uno di vitello e uno d’uomo. E per ogni volto avevano delle ali, sicché non v’era parte posteriore o rivolta all’indietro; e il loro dorso era colmo di occhi, e il loro ventre similmente era colmo di occhi, e non vi era parte che non fosse colma di occhi. E ogni volto era provvisto di ruote, una ruota dentro l’altra, e nelle ruote vi era lo Spirito. E vide come un trono e, seduto su di essi, una figura dalle sembianze umane e sotto i suoi piedi c’era come uno zaffiro lavorato. Il carro portava il cherubino e gli esseri viventi il Signore, assiso su di essi; ovunque volesse andare, era sempre in direzione di un volto. E vide, sotto il cherubino, come una mano d’uomo che lo sorreggeva e lo portava. 2. E ciò che il profeta vide nella sua sostanza era vero e certo. Indicava tuttavia qualcos’altro e prefigurava una realtà mistica e divina, un mistero nascosto in verità da secoli e da generazioni(2), ma svelato negli ultimi tempi(3) con la manifestazione di Cristo(4). Contemplava infatti il mistero dell’anima che avrebbe accolto il suo Signore e sarebbe divenuta per lui trono di gloria. Poiché l’anima resa degna di avere parte allo Spirito, fonte della sua luce(5), e illuminata dalla bellezza dell’ineffabile gloria del Signore, che l’ha preparata quale trono e sua dimora, diventa tutta luce(6), tutta volto, tutta occhio(7); non vi è in essa parte alcuna che non sia ricolma degli occhi spirituali della luce, cioè non vi è in essa nulla di tenebroso, ma è trasformata tutta intera in luce e spirito ed è tutta colma di occhi; non ha alcuna parte posteriore o che stia a tergo, ma è volto in ogni lato, poiché su di essa è assisa l’ineffabile bellezza della luminosa gloria di Cristo. E come il sole è identico a se stesso in ogni sua parte e non ha lato posteriore o difettoso, ma è tutto interamente glorificato dalla luce ed è tutto luce, uguale in tutte le sue parti, o come il fuoco, la luce stessa del fuoco, è tutta uguale e non ha in sé qualcosa di primo o di ultimo, di maggiore o di minore, così anche l’anima, che è stata perfettamente illuminata dall’ineffabile bellezza della gloria luminosa del volto di Cristo(8), che è in piena comunione con lo Spirito Santo ed è fatta degna di diventare dimora e trono di Dio, diventa tutta occhio, tutta luce, tutta gloria, tutto spirito. Tale la rende il Cristo, che la conduce, la guida, la sostiene, la trasporta e così la prepara e adorna di bellezza spirituale. È detto infatti: Una mano d’uomo stava sotto il cherubino(9), poiché Colui che in essa è trasportato è anche Colui che guida. 1 Cf. Ez 1,4-28. 2 Col 1,26. 3 Cf. 1Pt 1,20. 4 Cf. 2Tm 1,10 5 Il senso di queste parole viene chiarito al § 6: “…quanti possiedono l’anima della luce, cioè la potenza dello Spirito santo, sono dalla parte della luce”. 6 “l’anima vede la luce e diventa tutta luce” afferma Gregorio di Nazianzo (Carmina dogmatica 32, PG 37,512). È l’esperienza della trasfigurazione sovente attestata negli Apophtegmata patrum: di abba Arsenio si dice che era “tutto come di fuoco” (Arsenio 27, PG 65,96C) e il volto di abba Sisoès risplendeva come il sole (cf. Apophtegmata patrum, alph.: Sisoès 14, PG 65,396BC; cf. anche Pambo 1 e 12). Abba Giuseppe di Panefisi affermava “Non ti è possibile diventare monaco, se non diventi tutto di fuoco!” (Apophtegmata patrum, alph. Giuseppe di Panefisi 6, PG 65, 229C). Su questo tema nelle Omelie dello Pseudo-Macario vedi anche: Om. 8,3 e Om. 15,38. 7 I cherubini ricoperti di occhi nella tradizione cristiana sono diventati simbolo della vita contemplativa. Abba Bessarione diceva: “Il monaco deve essere come i cherubini e i serafini: tutto occhi!” (Apophtegmata patrum,alph.: Bessarione 11, PG 65,141D). 8 Cf. 2Cor 4,6. 9 Cf. Ez 1,8; 10,8.

Publié dans:Ortodossia, spiritualità  |on 24 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

LA MORTE DI SAN SERGIO (dalla ‘Vita’ di Epifanio il saggio)

http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2012/09/san-sergio-di-radonez.html

SAN SERGIO DI RADONEZ – LA MORTE

per la vita di San Sergio al sito:
http://www.santiebeati.it/dettaglio/71950

LA MORTE DI SAN SERGIO
(dalla ‘Vita’ di Epifanio il saggio)

“(…) Il Santo visse molti anni continuamente mortificandosi con privazioni e lavoro incessante. Egli compì molti straordinari miracoli e raggiunse un’età avanzata, senza mai mancare al suo posto nel servizio divino; più crebbe la sua vecchiaia, più forte crebbe il suo fervore, per niente indebolito dall’età. Fu avvertito dall’approssimarsi della sua fine sei mesi avanti (…). Poi, il grande asceta cominciò a perdere le forze e nel settembre cadde seriamente malato. Vedendo approssimarsi la sua fine, riunì (…) il suo gregge e sciolse una finale esortazione. Fece loro promettere di rimanere saldi nell’ortodossia per assicurare l’amicizia fra gli uomini; di esser puri di corpo e di anima; di amare con verità; di evitare ogni male e ogni carnale concupiscenza; di esser moderati nel mangiare e nel bere; soprattutto di vestire umilmente; di non dimenticare di amare il prossimo; evitare le controversie e non porre valore negli onori e nelle lodi di questa vita, ma aspettare piuttosto la ricompensa da Dio nella gioia del cielo e nell’eterna beatitudine. Dopo averli istruiti in molte cose, concluse: ‘Io sono, per volere di Dio, vicino a lasciarvi ed io vi affido all’Onnipotente Iddio e all’Immacolata Vergine Madre di Dio, affinché essi siano per voi un rifugio e una rocca di difesa contro le insidie dei vostri nemici’. Quando la sua anima fu vicina a lasciare il suo corpo, egli partecipò del Santissimo Corpo e Sangue. Tenuto nelle braccia dei suoi discepoli e levando le mani al cielo con una preghiera sul labbro, rese la sua pura, santa anima al Signore, nell’anno 6900 (1392) il 25 di settembre, probabilmente all’età di 78 anni. Dopo la sua morte un ineffabile, grato odore emanò dal corpo del santo.
L’intera fraternità si riunì intorno a lui; piangendo e singhiozzando i monaci posero nel feretro il corpo di colui che in vita era stato così nobile e infaticabile; e lo accompagnarono con salmi e orazioni funebri. Il volto del Santo, diversamente dagli altri morti, splendeva del lume di vita come un angelo di Dio, a testimonianza della purezza della sua anima e del premio di Dio per tutte le sue fatiche. Il suo corpo trovò il riposo nel monastero da lui fondato. Molti furono i miracoli che ebbero luogo alla sua morte e dopo; e avvengono ancora dando forza ai deboli, liberando dalle astuzie e malizie dei demoni, dando la vista ai ciechi. Il santo non desiderò rinomanza durante la sua vita né nella morte, ma per il potere dell’Onnipotente Iddio egli fu glorificato. Gli angeli furono presenti al suo passaggio ai cieli aprendo a lui le porte del paradiso e conducendo verso la bramata beatitudine nella pace dei giusti, colui che sempre aveva cercato la gloria della Santissima Trinità”[2].

 

Dal libro Nella comunione dei santi di D. Barsotti

“Epifanio, in pagine di meraviglioso candore, ci narra la vita del santo; l’umile semplicità di questa vita ci sembra in verità una rivelazione di pura bellezza. Sergio è un’icona di Dio.
La breve biografia di Sergio è un prezioso testo di ascetica monastica: la si può considerare veramente un trattato di spiritualità, tanto più efficace perché non è astratto ma vivo, proponendo con la dottrina l’esempio del santo e in questo esempio delineando anche il cammino dell’anima verso la perfezione fino a quella anticipazione della vita paradisiaca sulla quale insistono, nella loro pura semplicità, le ultime pagine.
Se volessimo riassumere brevemente questa dottrina, ci sembrerebbe di chiarirla meglio ponendola a confronto con quella che chiaramente è esposta in altre vite monastiche: Epifanio considera la vita ascetica come una lotta accanita contro il demonio che in questa lotta si avvale prima, come alleata, della concupiscenza carnale (“Il diavolo s’ingegnava di ferirlo coi dardi della concupiscenza, ma il santo vigilante contro questi attacchi del nemico, disciplinava il suo corpo ed esercitava l’anima assoggettandola con le privazioni: ed in questo era protetto dalla grazia del Signore”), poi dei monaci stessi che gli mostrano la loro ostilità.
Come l’unione con Dio ristabilisce la comunità umana, così l’unione con Dio è il ritorno per l’uomo alla vita del paradiso terrestre quando tutto è fraterno con l’uomo. Ma il cammino che porta a questa mèta di unità con gli uomini e con la creazione importa la lotta contro le potenze, il combattimento. L’ascesi non è solo esercizio di virtù, è impegno di redenzione per l’uomo, e l’uomo non si libera dalla schiavitù delle potenze che in quanto ritorna ad essere re di una creazione rinnovata, capo di una umanità che, in lui e per lui, viene nuovamente benedetta da Dio.
Ma la vittoria sul demonio, in cui consiste la perfezione monastica stessa, fa soprattutto il monaco partecipe della vita divina nella sua potenza coi miracoli e con la liberazione dagli ossessi e fa il monaco compagno degli angeli nella preghiera e degno di visioni celesti, dopo averlo fatto padre di numerosa famiglia. Il monaco non dovrebbe aspirare a una missione di paternità spirituale – sembra insinuare lo scrittore – né dovrebbe essere elevato all’ordine gerarchico se non fosse designato a tanta dignità dai doni dello Spirito Santo.
È implicito anche, almeno ci sembra, l’insegnamento che non la vita eremitica, ma la vita cenobitica, l’unione di carità tra i fratelli, sia l’ideale più perfetto della vita cristiana – e in questo preporre la vita cenobitica alla vita eremitica non c’è solo un’influenza della dottrina ascetica di san Basilio, ma anche un sano atteggiamento di opposizione alle intemperanze e all’anarchismo della spiritualità orientale (…)”[3].

LA CONVERSIONE E IL PECCATO

http://www.rocciadibelpasso.it/conversioneepeccato.htm

LA CONVERSIONE E IL PECCATO

ARCHIMANDRITA MARCO (DON VINCENZO)

Esistono due tipi di conversione: una conversione profonda e una superficiale.
La conversione profonda tocca tutto l’essere umano: il suo intelletto, la sua affettività, il suo volere, ecc. La conversione invece superficiale non tocca il centro dell’uomo, ma solo l’esteriorità, per cui è legata alla forma: luoghi, celebrazioni, euforia, per cui venendo a mancare queste cose, l’individuo si sentirà deluso e ingannato.
Succede che nei gruppi di preghiera o nei movimenti sorti dopo il Concilio, l’individuo scopra una realtà che nella Chiesa « ufficiale », non ha mai trovato: la gioiosa euforia della preghiera, la cordialità dei membri, l’accoglienza del presidente, ecc. Tutte cose che lasciano nell’individuo un desiderio di aderire e di cambiare vita.
Se a tutto ciò non segue una lunga catechizzazione con la relativa maturità della fede, l’individuo non persevererà, ma se a tutto ciò seguirà una volontà di approfondire e di accettare la fede nel Cristo della resurrezione e della croce (kenosi e gloria non possono essere distaccate), allora la conversione sarà autentica e duratura poiché è stata inserita nell’intimo del cuore dell’individuo e lo ha portato all’opzione fondamentale, opzione questa che è capace di far superare all’individuo ogni disperazione e ogni peccato, dandogli la forza anche del martirio.
In un convertito del genere il peccato non sarà mai tanto forte da estirpare l’opzione per Cristo, per cui, mi sembra che in tale persona non possa regnare il peccato che genera la morte, come afferma Giovanni nella sua I lettera: « Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio » (1Gv 3,9), e ancora: « Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita;…c’è però un peccato che conduce alla morte… Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte » (1Gv 5,16-17).
Cosa è dunque il peccato che conduce alla morte?
A me pare che si possa definirlo come il peccato che toglie l’opzione per Dio, cioè conduce la persona al disprezzo di Dio e del suo piano di amore la salvezza dell’uomo.
E’ il peccato di autosufficienza che porta all’odio di Dio.
Sempre Giovanni ci aiuta a capire questa tremenda realtà: « Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio » (Gv 15,22-24).
Il peccato è dunque non credere in Cristo inviato dal Padre per la salvezza dell’uomo. Non è l’ateismo il peccato, ma il disprezzo, cioè l’odio per il piano di Dio. Colui che non crede che : « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna » (Gv 3,16), disprezza Dio, non gliene importa niente. La fede non è credere in Dio, perché anche i demoni credono in Dio e tremano ( cfr Gc 2,19), ma credere significa accettare Dio, rivelato in Cristo, quale signore e salvatore della vita dell’uomo.
Possiamo anche dire che esistono due generi di peccato: uno dovuto alla fragilità umana, l’altro invece dovuto al cuore dell’uomo che non accetta Dio come suo signore. Questo peccato è il peccato contro lo Spirito Santo che non può essere rimesso, non perché Dio non voglia, ma perché l’uomo non vuole, questo peccato conduce alla morte, e alla morte eterna.
Il ladro pentito sulla croce ha riconosciuto la signoria di Gesù e ha ottenuto immediatamente non solo il perdono dei peccati, ma anche la remissione della pena, ed entrato lo stesso giorno in Paradiso col Signore, l’altro ladro, invece, non ha voluto riconoscere nel Crocifisso, il Messia Signore, e non ne sappiano la sorte che gli è toccata (cfr Lc 23, 39-43).
Se dunque confesseremo con la nostra bocca che Gesù è il Signore, e crederemo con il nostro cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, saremo salvi (cfr Rm 10,9).

Publié dans:meditazioni, Ortodossia |on 31 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

IL CUORE MATERNO DELL’ORTODOSSIA

http://www.esarcato.it/archivio_testi/theologica/02_zelinskij_maria.html

IL CUORE MATERNO DELL’ORTODOSSIA

Una piccola introduzione al culto mariano

di p. Vladimir Zelinskij

I volti di Maria
«Il cuore dell’ortodossia (soprattutto dell’ortodossia russa), forse, non si è mai espresso così pienamente, come nella venerazione della Madre di Dio e dei santi», dice il filosofo del XX secolo Vladimir Iliyn. «Tutta la nostalgia dell’umanità sofferente che non ha l’audacia di aprire il proprio animo davanti a Cristo per il timore di Dio, – fa eco un altro grande pensatore, Georgij Fedotov, – liberamente e con amore si versa sulla Madre di Dio. Assunta nel ramo divino fino alla dissoluzione con l’Altissimo, lei rimane, a differenza di Cristo, legata con il mondo umano, una madre compassionevole e protettrice».
Il volto ortodosso di Maria ha tante immagini che si trovano in una permanente correlazione. La Sua presenza riempie tutta la vita liturgica della Chiesa, ma anche la devozione personale dei fedeli. Sono davvero innumerevoli le espressioni della pietà mariana nell’anima ortodossa che con tante sfaccettature e sfumature portano verso lo stesso mistero: l’Incarnazione del Figlio di Dio. La Madre rivela che il senso del Verbo che si è fatto carne è davvero inesauribile e Lei fa vedere nella Sua persona la santità della carne della Creazione. La radice della venerazione di Maria è centrata nella fede e nell’amore verso il Suo Figlio, «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), ma in mezzo agli uomini la luce assume la sostanza «materiale» di questo mondo. E la sua prima «materia» è stata la carne di sua Madre, piena dello Spirito. La luce di Cristo arriva come mistero insondabile, come Buona Notizia, come Volto di Cristo tornato a noi, ma anche come purezza della Vergine, tenerezza e protezione della Madre, Sua intercessione ed amore. Tutte queste sono le «sostanze» della Parola (o «impronte» dello Spirito) che entrano nell’anima e nel senso primordiale si fanno carne nell’anima come nella Chiesa.

«La maternità di Dio»
Maria è sempre presente accanto a Gesù ed illumina ciò che il grande teologo russo Sergej Bulgakov chiamò «la maternità di Dio». La rivelazione della maternità di Dio è un altro volto dell’amore di Dio. Maria è come «il canale» privilegiato dell’amore che sgorga sugli uomini. Perciò il fiume della lode e della gratitudine nei confronti di Maria non si esaurisce, anzi, con il tempo trova espressioni sempre nuove; di volta in volta si fa più ricco, più abbondante. Così i nomi delle icone esprimono a modo loro le varie sfaccettature dell’amore di Dio che parla attraverso la Vergine-Madre. Sembra che questi nomi cerchino di indovinare il Suo segreto : «La gioia inaspettata», «La ricerca dei perduti», «La Sollecitatrice per i peccatori», «Il fiume divino d’acqua viva»; «Odighitria» (Colei che guida), «Orante» (Colei che prega), «La Regina dei cieli»… e cosi via. La «fonte vivificante» delle immagini e delle parole nate in seno della fede ortodossa rivela il rapporto intimo con Dio che prende origine nella parola della Scrittura e ci porta altre immagini, che da secoli sono legate indissolubilmente con profezia a Maria : «il paradiso terrestre» (Gn 2,8-10), «il roveto ardente» (Es 3,1-8), «l’acqua dalla roccia» (Es 17,5-7) e tante altre. La fede ortodossa riconosce la Sua presenza ovunque il mistero del Dio Vivente e Misericordioso ci avvicina veramente.
Nella più profonda vita con Dio c’è un rapporto segreto fra il Figlio e la Madre, fra la Parola ed il silenzio, fra la fede fissata e conservata nelle formule conciliari ed il mistero, nascosto nella fonte stessa della fede. Dalla Parola andiamo al silenzio, da Cristo a Maria, dalla Chiesa all’anima e torniamo indietro perché lo Spirito della verità unisce queste realtà in sé come qualche cosa di inseparabile, ma anche di distinto. Il Padre stesso manda il Suo Spirito «che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori» (Ef 3,17) e Gesù diventa concepito nei nostri cuori per mezzo della maternità di Maria. In Maria ogni cuore che «vive mediante la fede» (Rom 1,17) diventa madre e dimora della Parola.
Come dice San Massimo il Confessore: «Ogni anima che crede, concepisce e partorisce il Verbo di Dio, secondo la fede. Il Cristo è il frutto e noi tutti, siamo madri del Cristo».

La gioia del creato
Tutti i credenti hanno Maria come Madre e Cristo come fratello, ma questa maternità e questa fratellanza si aprono nella rivelazione dello Spirito Santo. È lo Spirito che fa vedere anche il miracolo della creazione nella figura umana di Maria.
«In Te gioisce, Colmata di grazia, tutto il creato, la compagine degli Angeli e la progenie degli uomini, o Tempio santificato e Paradiso razionale…» (Liturgia di San Basilio). Nel pensiero liturgico Maria è vista anche come incarnazione della gioia del creato. Ella porta sempre nella Sua memoria il momento eterno quando la creazione fu proclamata dalle labbra del Signore: «la cosa buona» – e il peccato non ancora l’aveva toccata. In Maria tutto il creato si ricapitola, torna alla sua bontà iniziale, sapienziale, quella dello Spirito. In Lei il mondo appare trasfigurato.
Perciò, oltre la preghiera, una delle espressioni principali della sapienza della fede è quella dell’icona. L’icona è l’autentica voce di Maria, l’immagine di ciò che è stato veramente visto e vissuto dalla Chiesa. L’icona è un ricordo escatologico di quel Regno che Dio ci ha preparato, di quelle cose «che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo…» (1 Cor. 2,9). Queste cose si scoprono con amore e l’icona cerca di vederle. L’icona in sostanza deve divenire il luogo visibile dell’abitazione dello Spirito che entra nel cuore degli uomini. Pregare con le icone vuol dire entrare in dialogo interiore con l’immagine – nel nostro caso quella della Madre di Dio. In altre parole: con il Verbo che parla tramite il Suo silenzio, con lo Spirito che si manifesta nel volto umano. E quel volto lascia il proprio sigillo nell’esistenza di colui che entra in rapporto con Dio.
L’icona è una «teofania» che procede dalla fonte sempre nascosta della fede; essa rende testimonianza di questa fonte con la luce che essa risveglia in noi e con la quale caccia «la tristezza dei peccati». La vera immagine di Maria è quella che fa scoprire il «progetto» di Dio su di noi. Quel «progetto» è di creare un uomo aperto a Dio, trasparente per Lui stesso, un «essere deificato» – e si realizza nella santità.

Il modello della santità
La santità nella visione ortodossa, se cerchiamo di esprimerla con la formula trinitaria, è anzitutto l’adozione nel Padre, la vita in Cristo, l’acquisizione dello Spirito Santo, ma anche la parentela con la Santa Vergine.
Uno che era davvero «carne della propria Madre», fu San Serafino di Sarov, uno dei più grandi mistici e santi russi. La figura di San Serafino porta in sé il suo segreto teologico. Egli conosceva non per sentito dire la presenza e la protezione di Maria: tante volte durante la sua vita, Ella stessa, circondata da molti santi, entrava nella sua cella (fatto attestato da molti testimoni oculari), per parlare con lui o per guarirlo. In ogni momento della sua vita Ella gli era sempre vicino.
In San Serafino dire «vita» equivaleva dire «la preghiera». La sua preghiera fu sempre «triado-centrica» e, secondo la tradizione ortodossa, con moltissime invocazioni mariane. San Serafino pregava il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ma sempre davanti ad un’immagine della Madre, come se Ella dovesse portare la sua preghiera alla Santissima Trinità, come se Lei fosse mediatrice della sua supplica. Egli ha pregato per anni davanti alla sola icona chiamata «tenerezza» («u m i l e n i e» – La Vergine con le mani conserte, con gli occhi abbassati e senza il Bambino divino) e davanti ad essa morì. Un giorno la Madre di Dio apparve a Serafino in compagnia di San Giovanni Teologo e di altri santi. Rivolgendosi all’Evangelista definì il santo monaco come uno «della nostra razza» (o della nostra stirpe). La stirpe dei santi e della Madre di Dio era quella dello Spirito. Perciò tutti i doni dello Spirito – e per primo quello della fede –, sono portati o piuttosto «riempiti» da Maria, soprattutto nella vita dei santi.
Non si può neanche contare tutte le apparizioni di Maria ai santi, tutti i miracoli legati alle sue immagini nella storia della Chiesa ortodossa. A volte queste immagini nascono da un miracolo, come la salvezza inaspettata da un pericolo imminente. Le icone miracolose, quelle di Vladimir, di Kazan, di Pociaev, di Tichvin (solo in Russia si trovano alcune centinaia d’icone miracolose), tutte esprimono – in modo ogni volta diverso – il «messaggio» dell’intercessione, il segno della protezione, il mistero della mediazione.

La protezione
«La protezione», in russo «Pokrov», non è soltanto la memoria di un miracolo accaduto in passato, ma è la protezione materna – la quale fa parte della fede stessa che ci mette davanti l’occhio di Dio. Come tutte le feste, essa si ricollega ad un avvenimento mistico e storico: l’apparizione della Madre di Dio nella chiesa di Blacherne, nella Costantinopoli del X secolo. Accompagnata da una nutrita schiera di santi guidati da Giovanni Battista, Maria sarebbe stata vista da un «folle in Cristo», Andrea, e dal suo compagno Ephraim. Sollevato il suo velo (Pokrov), l’avrebbe poi disteso sui due uomini e sulla città di Costantinopoli in segno della protezione contro un attacco imminente delle nave nemiche.
L’idea della protezione è particolare nell’anima dell’ortodossia russa. Fra tutte le feste mariane (la Natività della Madre di Dio, l’Ingresso nel Tempio, L’Annunciazione, la Dormizione) anche dogmaticamente più importanti, «Pokrov» rimane una delle più amate. Nella maggior parte della Russia del Nord il «Pokrov», festeggiato il 14 ottobre (1 ott. secondo il calendario giuliano) coincide spesso con la prima nevicata. La terra si copre di un lenzuolo bianco. La bianchezza del manto di neve è come icona della purezza, di Colei che è senza macchia. Ma nello stesso tempo l’arrivo dell’inverno cela in sé una vaga angoscia: il freddo, la fame (il contadino russo doveva sempre pensare a come sopravvivere durante l’inverno). E questa angoscia si fonde con l’immagine della purezza e insieme danno origine ad una terza immagine, quella della morte. La neve è come negazione della vita precedente, un’altra vita nella prova. Ma il mistero della protezione è ancora più profondo, e la logica razionale non può esprimerlo che con il paradosso. Una delle preghiere mariane più amate nella Chiesa ortodossa, che il popolo canta spesso spontaneamente dopo il vespro, quando l’ufficio è finito, contiene la confessione: «Non abbiamo un altro aiuto, non abbiamo un’altra speranza oltre Te, la nostra Signora, speriamo in Te, lodiamo Te, siamo i tuoi servitori e non ne abbiamo vergogna.» Unico aiuto, unica speranza? Si può chiedere: ma dov’è il Cristo? Il Cristo è visto in Maria e Maria appare nel Cristo, senza confusione e senza divisione, nello stesso mistero della salvezza.

L’Eucarestia ed il tempo liturgico
Il mistero della protezione non si spiega, ma si chiarisce in un altro, quello dell’Eucaristia. La comunione con il Figlio nello Spirito Santo è rivolta a Dio-Padre e si svolge nella memoria e nel cuore di Maria, in cui l’unione perfetta con Dio, fu e rimane pienamente realizzata. Come dice la preghiera: «Facendo memoria della Tuttasanta, intemerata, più che benedetta, gloriosa Sovrana nostra la Madre di Dio e Semprevergine Maria insieme con tutti i santi, affidiamo noi stessi gli uni gli altri e tutta la nostra vita a Cristo Dio».
Gli ortodossi affidano a Maria anche il tempo della Chiesa con i suoi confini ben delineati. Quel tempo serve (diciamo con le parole di Platone) come «immagine mobile dell’eternità». È Maria che apre la finestra all’eternità condensata nella storia del Dio-uomo. Lei è l’accompagnatrice alla salvezza, perciò ogni preghiera indirizzata a Dio si rivolge anche a Maria, come se fosse Lei a fare sempre la mediazione di questa preghiera – che a volte può dire cose che il fedele non ha il coraggio di confessare al suo Giudice e Salvatore. Per questo motivo le preghiere, che dogmaticamente possono essere rivolte solo al Cristo, vanno spesso a Maria. In generale nell’ortodossia il linguaggio del cuore è più eloquente, più impegnativo di quello della ragione e la preghiera liturgica si azzarda spesso a pronunciare cose su cui la dogmatica tace o si esprime in modo un po’ diverso o più discreto. Questa piccola «divergenza» non è mai proclamata come principio, ma è vissuta proprio nel foro interno dell’esperienza spirituale e dà spazio al mistero mariano.
L’anno liturgico che inizia il primo settembre si apre con la prima festa mariana, quella della nascita della Madre di Dio (celebrata l’8 settembre) e finisce con la festa della Dormizione (il 15 agosto). Fra queste due feste passa tutta la storia della nascita, della vita terrestre, della Passione e della Risurrezione di Gesù Cristo. Liturgicamente tutto il tempo della Chiesa ortodossa ed il dramma della Redenzione si svolgono nell’ambito mariano creato dalle feste, dalle preghiere e dalle immagini. La preghiera e l’immagine sono i due modi umani per creare il mondo dove Dio manifesta la Sua presenza all’uomo, il tempio dell’incontro in cui il mistero dell’Incarnazione continua a vivere nella moltitudine delle sue dimore umane.

«Dimora santa», porta della salvezza
Fra di esse Maria è vista sempre come prima immagine dell’ineffabile presenza di Dio, l’abitazione splendida della divina Trinità:
«Vergine pura, – dice un inno bizantino, – noi ti esaltiamo con cantici, quale castissima dimora del Verbo, ricettacolo dello Spirito Santo e oggetto della compiacenza del Padre: per tuo mezzo, infatti, avvenne il contratto della nostra salvezza».
Questa dimora è anche un luogo dove l’uomo scopre sempre il mistero dell’amore di Dio rivolto a noi uomini. Di più: questo amore ci salva fino al punto che il nome di Maria diventa il nome della salvezza:
«Maria venerabile dimora del Signore, risolleva noi caduti nell’abisso di paurosa disperazione, di colpe e di afflizioni, perché Tu sei la salvezza dei peccatori, loro aiuto e sicura difesa, e Tu salvi i Tuoi servi» (Icona «Gioia inaspettata»).
La parola «dimora» cela in sé un triplice senso: cristocentrico, escatologico e soteriologico. Cristocentrico: perché «in Cristo… abita tutta la pienezza della divinità» (Col.2, 9) e noi adoriamo la Madre di Dio come abitazione, come luogo sacro di questa pienezza. Escatologico: perché «la pienezza della divinità» è il destino del «mondo che verrà» e noi vediamo in Maria il segno e la promessa di questa deificazione della stirpe umana quando Dio sarà «tutto in tutti» (1 Cor. 15,28). Soteriologico: perché «non vi è, infatti, altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati» (Atti, 4,12), ma il tempio dove questo nome è venerato «nello Spirito» è Maria.
Nel mondo liturgico ortodosso Maria ha tantissimi nomi che riflettono non soltanto il miracolo inesauribile della Sua presenza, ma tramite i Suoi nomi tutta la Chiesa di Cristo si fa intravedere. Così Cristo dice nel Vangelo : «Io sono la via» (cf. Gv 14,6), e la Chiesa si riversa in Maria: «Salve, o Priva di macchia, che hai generato la via della vita….» Cristo dice : «Io sono la verità» e la Chiesa in uno dei suoi inni ricorda le parole paoline (cf. Col 1,26): «Il mistero da secoli nascosto ed agli angeli stessi sconosciuto, per Te, o Madre di Dio, è stato manifestato agli uomini…». Cristo dice: «Io sono la vita» e la Chiesa canta : «Sappiamo Vergine, che sei l’albero della vita…». Alla verità aperta, proclamata rispetto al Cristo ed alla Redenzione si aggiunge un’altra verità che riguarda Maria. E spesso si tratta della stessa verità, ma che trova la sua espressione nelle preghiere mariane, poiché solo in questo modo discreto ed intimo si può esprimere la profondissima certezza della fede. Questa fede, a volte, venera Maria come un «alter ego» materno del Suo Figlio. Cristo dice: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv. 10,9), e la Chiesa glorifica continuamente Maria come porta mistica:

«Salve, unica porta per la quale solo il Verbo è passato…»
«O mistica porta della vita, purissima genitrice di Dio…»
«Madre di Dio, porta del cielo, aprici la porta della Tua misericordia…».

La salvezza entra per questa porta che è nello stesso tempo il dono fatto a Dio dagli uomini, come dice un inno del mattutino ortodosso.
«Cosa Ti offriremo, o Cristo, per esserTi mostrato sulla terra? Ognuna delle creature create da Te, Ti offre infatti la Sua riconoscenza: gli Angeli il canto; i cieli la stella; la terra una grotta; il deserto un presepio; ma noi una Vergine Madre!»

Publié dans:Maria Vergine, Ortodossia |on 28 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

CORRERE NELLA VIA DELLA SALVEZZA – San Simeone il Nuovo Teologo

http://oodegr.co/italiano/tradizione_index/insegnamenti/correresalvezzasimeone.htm

CORRERE NELLA VIA DELLA SALVEZZA

San Simeone il Nuovo Teologo – Catechesi XXVIII

Fratelli e padri, fate attenzione come ascoltate. Il Cristo Dio dice infatti: “Scrutate le Scritture” (Giovanni 5, 39). E perché dice questo? Per prima cosa perché noi siamo istruiti sulla via che conduce alla salvezza; poi, perché camminando senza distrarci, con la pratica dei comandamenti, arriviamo fino alla salvezza delle nostre anime. E che cos’è dunque la nostra salvezza? Gesù, il Cristo, come l’Angelo, drizzandosi davanti ai pastori, disse loro: “Ecco che vi annuncio una Buona Notizia, una grande gioia: vi è nato oggi un Salvatore, che è il Cristo Signore, nella città di David” (Luca 2, 10-11). Affrettiamoci, dunque, tutti e ciascuno, miei cari, corriamo con forza, senza caricarci di nulla di pesante, di mondano, di ingombrante, che rischierebbe di farci rallentare il passo e di impedirci di arrivare e di entrare nella città di David. Vi prego, per la grazia che opera in voi, non trascurate la vostra salvezza, ma presto! Ponendo fine a questa specie di sonno della cattiva presunzione e della negligenza, non arrestiamoci, non sediamoci: fino a che, usciti dal mondo, troviamo e vediamo là in alto il nostro Salvatore e Dio, per prostrarci e cadere ai suoi piedi. Ed allora, non fermiamoci fino a quando anche lui ci dica: “Voi, voi non siete del mondo, ma sono io che vi ho scelto dal mondo” (Giovanni 15, 19).
Come dunque si arriva a non essere del mondo? Crocifiggendoti per il mondo, ed il mondo per te, come ha già detto Paolo: “Per me il mondo è stato crocifisso ed io per il mondo” (Galati 6, 14). “E qual è il rapporto, tu chiedi, di queste parole con le precedenti?”. Risposta: “Altre sono le parole, ma unico e identico è il senso delle une e delle altre”. Come infatti colui che è al di fuori della casa non vede quelli che sono chiusi all’interno, così chi è crocifisso per il mondo e mortificato non ha davanti alle cose del mondo alcuna sensazione. Ed ancora come il corpo morto né davanti ai corpi viventi né davanti ai corpi che giacciono con lui, non prova la minima sensazione, così chi nello Spirito divino è uscito dal mondo, essendo in compagnia di Dio, non può provare alcuna sensazione davanti al mondo ed alle cose del mondo.
È così, di conseguenza, fratelli, che si produce, prima della morte e prima della resurrezione dei corpi, la resurrezione delle anime, in opera, in potenza, in esperienza ed in verità. Infatti, essendo eliminati i sentimenti mortali dall’intelligenza immortale e la mortalità cacciata dalla vita, l’anima allora, come resuscitata dai morti, vede se stessa, senza dubbio possibile, come si vedono quelli che si svegliano dal sonno, e riconosce colui che l’ha resuscitata, Dio, e, comprendendo e rendendogli grazie, adora e glorifica la sua infinita bontà. Il corpo, al contrario, in rapporto ai suoi propri desideri, non ha il minimo soffio, movimento o ricordo, ma si trova in simile caso del tutto morto ed inanimato. Capiterà frequentemente in queste condizioni che l’uomo dimentichi per così dire persino le sue facoltà naturali, poiché la sua anima ha un’esistenza tutta intellettuale è al di sopra della natura. Ed è normale: “Camminate con lo Spirito, dice infatti la Scrittura, e non realizzate il desiderio della carne” (Galati 5, 16). Infatti morta, come ho detto, per la venuta dello Spirito, la carne ci lascerà ormai senza noie e vivrete senza inciampi, poiché “la legge non è fatta per il giusto” (1 Timoteo 1, 9), secondo il divino apostolo, cioè per colui che ha una condotta al di sopra della legge. “Là infatti – dice – dove è lo Spirito del Signore, là anche è la libertà” (2 Corinti 3, 17), libertà sicuramente dalla schiavitù della legge. Giacché la legge è una guida, un pedagogo, un conduttore ed un maestro di giustizia, poiché dice: “Tu farai questo e quello” ed al contrario: “Questo e quello tu non lo farai”. Ma per la grazia e per la verità, non è così. Ma come, allora? “Farai e dirai tutto secondo la grazia che ti è stata donata e che parla in te, come è scritto: ‘E saranno tutti istruiti da Dio’, poiché non apprenderanno il bene dalle lettere e dai caratteri, ma si istruiranno nel Santo Spirito, e non nella parola solamente, ma nella luce della parola e nella parola della luce, misticamente iniziati alle cose divine. Ed allora infatti che per voi stessi come per il prossimo, è detto, voi sarete maestri”, e più ancora: la luce del mondo, il sale della terra (Matteo 5, 14; 13).
Quelli dunque che vivevano prima della grazia, poiché erano sotto la legge, si trovano ugualmente sotto la sua ombra; ma quelli che sono arrivati dopo la grazia e la luce, sono stati liberati dall’ombra o schiavitù della legge, cioè sono innalzati al di sopra di essa, come per una scala – la vita evangelica – trasportati nelle altezze e partecipando alla vita del legislatore, sono legislatori essi stessi piuttosto che osservanti della legge.

Trad. di C. R. L.

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