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EUCARESTIA: SERVIZIO E CONDIVISIONE

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EUCARESTIA: SERVIZIO E CONDIVISIONE

Nel narrare l’Ultima Cena, i tre evangelisti sinottici Matteo, Marco e Luca – oltre a Paolo in 1 Corinzi 11,23-32 – riferiscono l’istituzione dell’Eucaristia, mentre Giovanni non ne parla. In cambio, però, Giovanni narra – con particolari molto interessanti e importanti – l’episodio della lavanda dei piedi. Probabilmente, il quarto evangelista ha voluto colmare la lacuna dei tre Sinottici e al tempo stesso mettere in evidenza che l’Eucaristia non può limitarsi al rito, ma deve aprirsi su una vera fraternità tra i discepoli, così da sapersi aiutare e servire con amore, umiltà e generosità.

Comunione e servizio È importante soffermarci sulle parole con le quali Gesù commenta e spiega il gesto – molto umile – di lavare i piedi agli Apostoli. «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio perché, come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (Giovanni 13,12-17). Dice il Santo Padre nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia (n. 20): “Significativamente, il Vangelo di Giovanni – là dove i Sinottici narrano l’istituzione dell’Eucaristia – propone, illustrandone così il significato profondo, il racconto della lavanda dei piedi, in cui Gesù si fa maestro di comunione e di servizio (Giovanni 13,1-20). Da parte sua, l’apostolo Paolo qualifica indegno di una comunità cristiana il partecipare alla Cena del Signore, quando ciò avvenga in un contesto di divisione e di indifferenza verso i poveri (cf 1 Corinzi 11,17-22.27-34)”. Nel precedente articolo abbiamo riflettuto sull’Eucaristia come segno di comunione e di unità; l’atteggiamento di servizio e di condivisione è appunto a vantaggio della comunione e dell’unità. Non si può vivere una autentica comunione e non si può formare una vera unità, se non si è disponibili al servizio e alla condivisione.

Servizio e condivisione Un segno di tale servizio e condivisione – nelle nostre celebrazioni eucaristiche – lo si dà particolarmente durante l’offertorio. In antico, durante l’Eucaristia si raccoglievano, da parte dei fedeli, innanzitutto il pane e il vino per la celebrazione; in più si aggiungevano offerte libere (soprattutto di cibi e indumenti) per i più poveri. A poco a poco, la materia necessaria per l’Eucaristia venne preparata dai sacerdoti stessi (come avviene oggi: sono i responsabili delle varie chiese a procurarsi le ostie e il vino per la Messa), mentre si continuava a dare importanza ai doni per le necessità dei fedeli in stato di povertà. Oggi l’offerta si riduce al denaro, strumento utile e non ingombrante, che poi i sacerdoti devono trasformare in opere necessarie per il culto e per i poveri. Il gesto, ovviamente, ha perso molto del suo significato originale. Non sarebbe male se qualche sacerdote particolarmente ispirato trovasse altri modi per interpretare questo momento così importante, di servizio e di condivisione, con un contenuto meno impersonale e più partecipato. Ma non occorre nemmeno aspettare le iniziative ingegnose di qualche sacerdote: gli stessi fedeli, i singoli cristiani possono e devono aprirsi al servizio e alla condivisione, e in questo modo continuano nella loro vita quella dimensione di carità che è l’essenza e il fine dell’Eucaristia.

Dinamismo della comunione Possiamo affermare che l’Eucaristia resta il centro propulsore del servizio e della condivisione, che poi ogni comunità è chiamata ad attuare, organizzando un vero e proprio programma di ricerca dei veri bisognosi, per aiutarli a vivere una vita più sicura e dignitosa. Che scopo ha rinnovare il dono di Se stesso, che Gesù ha compiuto nell’Ultima Cena donandosi agli Apostoli sotto il segno del pane e del vino? Se tutto si dovesse ridurre a una semplice – sebbene reale – Presenza di Cristo sull’altare, Gesù non avrebbe compiuto questo gesto straordinario e quasi inimmaginabile. Se Gesù ha trasformato il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue, è principalmente perché anche noi sappiamo donarci ai fratelli, come si è donato Lui! Certamente, noi non siamo chiamati a trasformarci in pane e in vino, ma siamo chiamati a servire il prossimo in tutti i modi e nelle misure più generose! Ancora il Papa (Ecclesia de Eucharistia, 24) afferma: “Il dono di Cristo e del suo Spirito (…) innalza l’esperienza di fraternità insita nella comune partecipazione alla stessa mensa eucaristica a livelli che si pongono ben al di sopra di quello della semplice esperienza conviviale umana”.

Necessità della compartecipazione Su questo punto, oggi noi cristiani siamo troppo inadempienti: andiamo tante volte a Messa e facciamo tante comunioni, ma in che modo traduciamo il gesto di Gesù di lavare i piedi agli Apostoli e di donarsi a loro? Facciamoci qualche domanda: Quanti poveri conosciamo? E quanti ne frequentiamo? Quale tipo di aiuto diamo ai malati, a chi soffre, a chi è solo, a chi non ha lavoro o non ha un tetto, una casa? Di che cosa sappiamo privarci per venire in aiuto a chi non ha? Inoltre, di fronte a questi problemi, ci limitiamo ad aspettare che qualcuno venga a chiederci aiuto, o sappiamo andare a cercare i bisognosi? Nelle nostre parrocchie, che cosa si organizza per queste opere evangeliche – eucaristiche! – di servizio e di solidarietà? In tanto le nostre Eucaristie domenicali sfociano e continuano nella settimana, in quanto le traduciamo in amore e servizio, in gioiosa condivisione, in offerta di aiuto e consolazione… Non riduciamo le nostre Messe a un momento in cui chiediamo di tutto al Signore, ma poi non sappiamo muovere un dito, o scomodarci per accogliere il grido di chi ha bisogno!

Una Chiesa a misura di Dio La Messa deve aiutarci ad acquisire lo stile di Dio. Solo così si costruisce la Chiesa e si edifica la santità dei cristiani. Il motivo fondamentale per cui oggi noi vediamo – nei Paesi di lunga tradizione cristiana come il nostro – un pauroso e vertiginoso decadere della fede e della virtù cristiana è principalmente questo: non sappiamo – e nemmeno pensiamo! – donarci al prossimo. Riprendiamo dai poveri; oggi molti accattoni chiedono l’elemosina. In non pochi casi si tratta di persone che non hanno voglia di lavorare e preferiscono farsi mantenere chiedendo l’elemosina. Ma la via del dare qualche spicciolo non è la più giusta e nemmeno la più opportuna. Ai poveri (veri e meno veri) occorre prima di tutto offrire l’aiuto di una vita dignitosa; invece del denaro, dar loro il lavoro (e insegnare a voler lavorare). Cioè: non dare la pappa fatta, ma aiutarli – fin dove lo possono (per età, salute e situazione familiare) – a ricostruirsi una vita dignitosa.

Eucaristia e apostolato Certamente, tutto questo non è quasi mai possibile farlo da soli, ed è per questo che le parrocchie e le varie associazioni e movimenti cristiani devono organizzarsi per costruire un programma semplice e chiaro, preciso ed efficace, dove tutti i cristiani di buona volontà si aiutano e collaborano: questa è già in qualche modo Eucaristia, è Comunione! Possiamo concludere questa meditazione, cercando di individuare alcuni gesti, alcune azioni che aiutino noi e il nostro prossimo a capire di più l’Eucaristia e a viverla meglio. Proviamo a condurre a Messa qualche persona amica (magari, facendocela amica proprio con l’invito a partecipare alla Messa). Fondiamo la nostra amicizia su questa compartecipazione, senza darci arie di volere insegnare, ma solo con lo scopo di trovarci insieme davanti a Gesù. Nella conversazione che può seguire, non è difficile portare l’accento sul significato dell’Eucaristia, come convito di amici e come volontà di farci gli uni disponibili agli altri. In seguito, si può combinare insieme anche qualche opera di servizio (appoggiandosi, per es. alla San Vincenzo). L’apostolato non sempre deve essere fatto con le parole e con la catechesi, ma molto spesso può attuarsi nel compiere insieme qualche opera di fraternità e condivisione. Andare insieme a compiere qualche opera buona: ecco un modo splendido di “continuare l’Eucaristia”! Da una parte la Messa conduce alla carità e – dall’altra – la carità conduce all’Eucaristia!

Don Rodolfo Reviglio

 

Publié dans:EUCARESTIA (SULL) |on 8 mars, 2016 |Pas de commentaires »

MARIA NELLA PIÙ ANTICA PREGHIERA EUCARISTICA

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MARIA NELLA PIÙ ANTICA PREGHIERA EUCARISTICA

Introduzione

L’anafora della Tradizione apostolica figura la più antica anafora eucaristica finora conosciuta. È un testo che affascina gli studiosi della liturgia. I motivi di tale fascino sono vari : l’antichità del testo, la teologia arcaica, l’influsso che ha esercitato sulla struttura e sui contenuti delle altre preghiere eucaristiche, l’aura di mistero che la circonda, poiché non sappiamo chi ne sia l’autore (attribuita un tempo a Ippolito di Roma), quale il luogo di composizione (di incerta origine – alessandrina ?, romana ?) quale la data precisa, se pure certamente molto antica :
Lo scritto risale al primo quarto del terzo secolo (vale a dire prima di 225) il testo scritto trasmette una tradizione che risale probabilmente molto più presto ancora ; l’originale greco è perso, ne abbiamo delle traduzioni latine, copte, arabi, etiopi…
In quel tempo, la creazione dell’anafora era libera, l’autore della tradizione apostolica ha scritto questo bel testo, come una proposta e non già siccome una norma fissa.
Nel 1970 è entrata nel Missale Romanum come Prece eucaristica II.

1) Presentazione dell’anafora
Il passaggio della liturgia ebraica alla liturgia cristiana fu progressivo. Il genere letterario dell’anafora eucaristica della tradizione apostolica è la Berakah, ed il Birkat hamazon, la preghiera ebraica che fa il memoriale degli avvenimenti della liberazione che Dio ha compiuto (senza un avvenimento di saluto, non c’è liturgia) e offre un ringraziamento a Dio per i beni della creazione.
Allontanandosi dai suoi modelli giudaici l’anafora della Tradizione apostolica rivolge immediatamente la lode riconoscente al Signore per aver inviato nel mondo il suo «diletto servo Gesù Cristo [...] come salvatore e redentore», nel Cristo la storia della salvezza è riassunta. Alla creazione vi è solo un riferimento: «per mezzo del quale [il Verbo] facesti ogni cosa ».
Questa preghiera si è ispirata alle omelie pasquali della liturgia della notte di Pasqua (la Pasqua nel suo doppio senso di passione dell’agnello messo a morte e nel senso di passaggio verso il Padre e verso la gloria) a cominciare dal celebre Perì Pascha di Meliton di Sardo nel secondo secolo.
È una preghiera trinitaria, si rivolge al Padre, per il Cristo, col santo Spirito : « [Noi] ti rendiamo grazie o Dio per il tuo diletto servo Gesù Cristo (…) [a te] Padre, e al Figlio con il santo Spirito »
La preghiera esprime una realtà su Gesù (cristologia): Gesù è il figlio amatissimo del Padre, come fu manifestato nel suo battesimo al Giordano ed alla sua trasfigurazione.
La preghiera esprime la sua missione di salvezza (soteriologia).
La preghiera esprime il disegno del Padre e l’unione del Padre con il Figlio: il Padre e il Figlio sono inseparabili. L’idea di messaggero sottolinea che il Cristo è mandato del Padre (Gv 5), compie la salvezza la quale è il disegno del Padre. Il Cristo è « il tuo Verbo inseparabile per cui hai creato tutto » si ispira del Prologo di Giovanni (Gv 1). Il Cristo è chiamato « servo », in latino « puer », in greco « pais » che significa servo, come nei carmi del servo del libro di Isaia.
Dio salva tramite la sua solidarietà con noi, perché si è fatto uomo.
Gesù è la manifestazione del Padre « si è manifestato come tuo Figlio », questa manifestazione è stata data sulla croce e nella Risurrezione.

Ecco il testo antico :
« Ti ringraziamo, o Dio, per[2] il tuo diletto Servo Gesù Cristo, che negli ultimi tempi mandasti a noi [come] salvatore e redentore e messaggero della tua volontà ;
lui, che è il tuo inseparabile Verbo, per mezzo del quale facesti ogni cosa, e [che], nella tua compiacenza, mandasti dal cielo nel seno di una Vergine ;
ed egli essendo stato concepito nel grembo, si incarnò e si manifestò [come] tuo Figlio, nato dallo Spirito santo e dalla Vergine.
Egli, volendo compiere la tua volontà e acquistarti un popolo santo, stese le mani mentre pativa, per liberare dalla passione coloro che in te hanno creduto.
Egli, quando si consegnava alla volontaria passione, per sciogliere [il potere del] la morte e rompere i vincoli del diavolo per calpestare l’inferno e illuminare i giusti, per fissare il limite [della morte] e manifestare la risurrezione, prendendo il pane [e] rendendo ti grazie, disse: « Prendete, mangiate: questo è il mio corpo, che per voi sta per essere spezzato ». Allo stesso modo [ prese] anche il calice, dicendo : « Questo è il mio sangue, che per voi sta per essere versato. Quando fate questo, [voi] fate il mio memoriale ! »
Celebrando dunque il memoriale della sua morte e risurrezione [noi] ti offriamo il pane e il calice, rendendo ti grazie perché ci hai resi degni di stare dinanzi a te e di servirti.
E ti chiediamo di mandare il tuo Spirito santo sull’offerta della santa Chiesa, [perché,] radunando[li] in un solo [corpo], dia a tutti coloro che partecipano ai santi [misteri] di essere riempiti di Spirito santo, per la conferma della fede nella verità, affinché ti lodiamo e ti glorifichiamo per il tuo servo Gesù Cristo, per mezzo del quale a te [è] la gloria e l’onore, ( [a te] Padre, e al Figlio con il santo Spirito) nella tua santa Chiesa,ora e nei secoli dei secoli, Amen. »

Maria nell’anafora della Tradizione apostolica
Nel «rendimento di grazie», la Vergine è menzionata due volte (non sono ricordati infatti né gli angeli né i patriarchi né i profeti né gli apostoli o martiri) :
« Ti ringraziamo, o Dio, per il tuo diletto Figlio Gesù Cristo, che negli ultimi tempi mandasti a noi come salvatore e redentore e messaggero della tua volontà [...], mandasti dal cielo nel seno di una Vergine ed egli essendo stato concepito nel grembo, si incarnò e si è manifestò come Figlio tuo, nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine».
– «gli ultimi tempi» sono quelli in cui Dio ha mandato sulla terra il suo «Figlio diletto», il suo «Verbo inseparabile» perché si facesse uomo. L’espressione «ultimi tempi» è da collegare con Galati 4,4 («Quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna») e con la grande tradizione giovannea del Figlio quale «inviato dal Padre». Il tempo in cui è venuto Gesù è l’ultimo non solo in senso cronologico, ma anche in senso qualitativo : determina la «pienezza del tempo», espressione che designa il compimento definitivo dell’epoca preparatoria e l’inizio di un’epoca nuova che dà significato e valore a tutto l’arco della storia.
- « mandasti a noi come salvatore e redentore e messaggero della tua volontà [...], che hai mandato dal cielo nel seno di una Vergine » : l’Incarnazione è un invio : in essa uno invia, il Padre, l’altro è inviato, il Figlio. L’invio ha un percorso di kenosis: dal cielo, cioè da Dio, al grembo di una Vergine. Lo scopo è la salvezza del genere umano.
- L’espressione « nel seno di una Vergine » attesta la fede della Chiesa nella reale umanità di Cristo contro la tendenza del docetismo gnostico a ridurre il corpo del signore a una semplice apparenza, Dio visita realmente il suo popolo ; l’espressione rileva anche la singolarità dell’evento e la sua origine divina: il fatto inaudito di una Vergine che concepisca e partorisca (cf. Is 7, l4 ; Mt l, 23 ; Lc 1,27. 31) è opera non dell’uomo ma dello Spirito di Dio (cf. Lc 1,35)[3] ; « Vergine » allude anche alla perfezione morale di Maria.
- « ed egli essendo stato concepito nel grembo » («in utero habitus») : ritroviamo affermata la realtà dell’Incarnazione. Tuttavia di essa viene considerata ora non tanto la scesa del Verbo nel grembo di Maria quanto la sua permanenza nel ventre della Vergine.
- «nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine». L’espressione riecheggia la formula del simbolo battesimale di cui la stessa Tradizione fornisce uno dei testi più antichi : «Credi in Cristo Gesù, Figlio di Dio, che è nato per mezzo dello Spirito Santo dalla Vergine Maria [...] è morto ed è risorto il terzo giorno ?» (Tradizione Apostolica 21). Il motivo per cui viene rivolta al battezzando questa domanda prima che egli venga immerso nelle acque del fonte battesimale è evidente: perché la concezione-nascita verginale di Cristo, Figlio di Dio, appartiene al nucleo centrale della fede.
Quest’arcaica menzione della Vergine non scomparirà più dall’anafora eucaristica ma sarà un elemento presente in ogni prece eucaristica, destinato ad acquisire progressivo rilievo cultuale.
Il motivo di tale menzione non è venerare la Madre del Signore ma glorificare Dio per il dono di Gesù, suo Figlio, nato dalla Vergine. Ma tale menzione, che ha luogo in un contesto marcatamente liturgico, mette in rilievo la funzione essenziale che Maria ha svolto nella storia della salvezza : essa è la madre Vergine di Cristo, Verbo di Dio, salvatore dell’uomo.
Dal punto di vista liturgico non è fuori luogo affermare che la venerazione alla Madre del Signore è sorta presso l’altare del Signore e il fonte battesimale.

[1] Cf. Meliton di Sardes, De corpo e anima, traduction de O. Perler, SC 123, Cerf, 1966, p.238-240
[2] Dobbiamo riconoscere alla preposizione latina « Per + accusativo » un valore causale (ringraziamo per Cristo, a causa di lui) e non semplicemente un valore mediale (ringraziamo per mezzo di Cristo).
[3] l’affermazione della maternità verginale era tanto più necessaria in quanto, fin dalla fine del secolo I, in ambienti eterodossi di matrice giudeo-cristiana gli ebioniti ed altri -, essa veniva negata : Gesù – sostenevano era figlio di Giuseppe e di Maria, concepito e nato come tutti gli altri uomini.
Bibliografia :
Ignazio CALABUIG, Il culto di Maria in occidente, In Pontificio Istituto Liturgico sant’Anselmo, Scientia Liturgica, sotto la direzione di A.J. CHUPUNGCO, vol V, Piemme 1998. p. 270
C. GIRAUDO. La struttura letteraria della preghiera eucaristica. Saggio sulla genesi letteraria di una forma. Roma, Pontificio Istituto Biblico, 1981, (Analecta Biblica 92). Cap. VII / II. L’anafora della Tradizione apostolica, pp. 290-295.
C. GIRAUDO. Eucaristia per la Chiesa. Prospettive teologiche sull’eucaristia a partire dalla «lex orandi» Roma – Brescia I E. P .U .G . Morcelliana, 1989, pp. 410-411.

F. Breynaert

GIOVANNI PAOLO II E IL CORPUS DOMINI

http://www.comunitanext.org/2012/06/giovanni-paolo-iie-il-corpus-domini/

GIOVANNI PAOLO II E IL CORPUS DOMINI

di don Mariusz Frukacz

6 giugno 2012

CZESTOCHOWA, (ZENIT.org)- Un giorno alla Solennità del Corpus Domini, una ricorrenza cui il beato Giovanni Paolo II era molto legato. Sull’argomento Zenit ha intervistato monsignor Stanislaw Nowak, arcivescovo di Czestochowa.
Eccellenza, come ricorda il giorno in cui Giovanni Paolo II ha rinnovato la tradizione della processione del Corpus Domini a Roma?
Mons. Stanislaw Nowak: Ricordo sempre quanto si parlava a Cracovia dei primi giorni del pontificato di Giovanni Paolo II e di quanto succedeva a Roma dopo l’elezione del cardinale Wojtyla sul Trono di San Pietro.
Soprattutto ricordo che si parlava tanto del fatto che Giovanni Paolo II avrebbe rinnovato la processione del Corpus Domini a Roma. Si diceva che il Santo Padre aveva voluto compiere questo gesto perché amava infinitamente questa processione, di cui era molto coinvolto anche in quanto vescovo di Cracovia.
Va detto, infatti, che, già come vescovo di Cracovia, Karol Wojtyla attribuiva una grande importanza nella processione Corpus Domini in quanto “professione di fede in Dio sulla strada”, al centro della città. Aveva sofferto molto quando, ai tempi del comunismo, fu interrotta la grande tradizione di Cracovia – risalente a prima della seconda guerra mondiale – di svolgere la processione eucaristica fino alla piazza principale della città.
Il grande arcivescovo di Cracovia suo predecessore, Adam Sapieha, aveva guidato questa processione fino alla piazza principale, attraversando con il Santissimo Sacramento le strade della centro storico. Durante la dura era comunista, purtroppo, non fu possibile organizzare tutto questo: la processione aveva luogo soltanto sulla collina del castello di Wawel ed era vietato andare per le strade della città.
Da cardinale, quindi, Karol Wojtyla lottò tanto per riportare la processione del Corpus Domini per le strade.
Perché, dunque, la processione del Corpus Domini sulle strade della città è stata così importante per il cardinale Wojtyla?
Mons. Stanislaw Nowak: In Polonia esisteva la grande tradizione dei quattro altari durante la processione pubblica del Corpus Domini e come cardinale di Cracovia, il beato Wojtyla ha predicato la parola di Dio con grande attualità in ciascuno dei quattro altari.
Egli parlò di libertà, chiedendo il rispetto da parte dello Stato per le tradizioni cattoliche e del ripristino della Facoltà di Teologia a Cracovia. La processione del Corpus Domini, quindi, all’epoca di Wojtyla era, da un lato, una grande confessione di fede e, dall’altro, un richiamo alle autorità dello Stato a ristabilire la giustizia in Polonia.
Alla luce di questo, possiamo dire che esiste una relazione interessante fra il rinnovamento della processione del Corpus Domini a Roma e quella di Cracovia. Quando l’allora cardinale Karol Wojtyla fu eletto Papa, rinnovando e celebrando la prima processione a Roma, allo stesso tempo le autorità comuniste diedero il permesso cha la processione del Corpus Domini tornasse nella piazza principale di Cracovia. E questo, per noi polacchi fu una grande gioia.
*Mons. Stanislaw Nowak è nato l’11 luglio 1935 in Jeziorzany. Ordinato sacerdote il 22 giugno 1958 dall’Arcivescovo di Cracovia Eugeniusz Baziak, iniziò il ministero pastorale nell’Arcidiocesi di Cracovia – come un vicario – in Choczni vicino a Wadowice, in Ludzmierz e Rogoznik Podhale.
Negli anni 1963-1979 è stato il padre spirituale del Seminario di Cracovia e, allo stesso tempo, ha proseguito gli studi specializzati in teologia negli anni dal 1967 al 1971 presso l’Istituto Cattolico di Parigi.
Dal 1971 è stato, poi, docente alla cattedra di Teologia della vita interiore della Pontificia Facoltà di Teologia a Cracovia e, dal 1981, alla Facoltà di Teologia della Pontificia Accademia di Teologia. Nei anni 1984-1992 mons. Nowak è stato il quarto ordinario vescovo della diocesi di Czestochowa e, dal 1992 è il primo Metropolita di Czestochowa.
Durante i miei studi a Roma ho potuto partecipare per tre volte alla processione del Corpus Domini, guidata da Giovanni Paolo II, negli anni 2001-2003, dunque nell’ultimo periodo del suo grande Pontificato.
Il Santo Padre era già un uomo che aveva patito molte sofferenze; allo stesso tempo, però, era un uomo di straordinaria forza spirituale, e per questo posso dire che, durante la processione del Corpus Domini, il beato Wojtyla ha dato una grande testimonianza dell’amore di Cristo presente nel Santissimo Sacramento.
Ricordo che una volta andai molto vicino al Santo Padre e avvertii subito la sua grande fede e il profondo amore che da lui traspariva. Quando guardò Cristo fu davvero un’emozione unica, perché amava veramente Cristo: lo ha portato con sé fino alla fine, con la Sua croce, quando, nonostante la sofferenza, guidò la processione del Corpus Domini.
Questa processione, infatti, è stata per me un’esperienza profonda, una lezione di fede, di amore e di umiltà. Credo che quando Giovanni Paolo II ha seguito Cristo per le strade della Città Eterna, dalla Basilica di San Giovanni in Laterano fino alla Basilica di Santa Maria Maggiore, ha insegnato a tutti a rivolgere il nostro sguardo a Cristo, imparando quindi a guardare con amore, ma anche con umiltà e pace, dentro il cuore di ogni persona che incontriamo sul cammino della nostra vita.
La solennità del Corpus Domini risale al 1264, per volontà di Papa Urbano IV che istituì la festa «affinché il popolo cristiano riscoprisse il valore del mistero eucaristico». A distanza di più di 700 anni la tradizione continua ininterrotta: Benedetto XVI, infatti, presiederà, questo giovedì, la Santa Messa sul sagrato di San Giovanni in Laterano, per poi guidare la processione del Corpo di Cristo fino alla basilica di Santa Maria Maggiore.
“Un momento importante per la fede dei cristiani e per la vita ecclesiale della Diocesi di Roma” ha dichiarato il cardinale Vicario, Agostino Vallini. Soprattutto un’occasione “per ringraziare il Signore del dono inestimabile dell’Eucaristia, per testimoniare pubblicamente la nostra fede e l’unità della Chiesa di Roma intorno al suo Vescovo”.
In vista di tale evento, ZENIT ha incontrato padre Giuseppe Midili, O.Carm., direttore dell’Ufficio Liturgico del Vicariato di Roma, che ci ha raccontato la storia e il significato di questa festa in cui “la Chiesa si manifesta come Corpo unico e unitario”.
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Il Corpus Domini celebra l’Eucarestia, fulcro della fede cristiana. Qual è il significato di questa solennità?
Padre Midili: Eucaristia significa rendimento di grazie. Ogni giorno – specialmente la domenica – la Chiesa si raduna per celebrare i santi misteri e rendere grazie al Padre per il dono del Figlio, che ha offerto la sua vita in sacrificio per noi e ci ha meritato la salvezza. La solennità del Corpo e del Sangue del Signore è l’occasione liturgica di un ringraziamento speciale. La comunità cristiana si raduna per prendere coscienza che solo nell’Eucaristia trova il culmine e la fonte di tutta la sua vita. Ogni atto di fede, ogni forma di pietà, di devozione, ogni forma di autentica carità non può prescindere mai da questo sacramento, che è costitutivo del cristiano.
A quando risale la nascita di tale ricorrenza?
Padre Midili: La solennità del Corpo e del Sangue del Signore fu istituita nel 1264 da papa Urbano IV, perché il popolo cristiano potesse partecipare con speciale devozione alla Santa Messa e alla processione e così testimoniasse la fede in Gesù, che ha voluto rimanere presente sotto le specie del pane e del vino consacrati. Nel corso dei secoli questa solennità ha costituito il punto più alto di devozione eucaristica, perché ha unito l’adorazione devota a quell’evento originante imprescindibile che è la celebrazione della Messa.
La celebrazione del Corpus Domini a san Giovanni in Laterano è entrata nella tradizione della diocesi di Roma grazie a Giovanni Paolo II. Perché il beato Papa ha voluto dargli una così grande
importanza?
Padre Midili: Sin dall’anno 1979 Papa Giovanni Paolo II volle che a Roma la solennità del Corpo e Sangue del Signore si celebrasse il giovedì, perché proprio il giovedì santo Gesù radunò i suoi discepoli e durante la cena istituì il nuovo ed eterno sacrificio, il convito nuziale dell’amore. Mentre nella sera del giovedì santo si rivive il mistero di Cristo che si offre nel pane spezzato e nel vino versato, nella ricorrenza del Corpus Domini questo stesso mistero viene proposto all’adorazione e alla meditazione del Popolo di Dio.
Il Papa volle celebrare nella Cattedrale di Roma, insieme con tutti i sacerdoti e i fedeli della città, perché l’Eucaristia è mistero di comunione con Dio, ma anche tra le persone. La migliore immagine di Chiesa, infatti, è quella che si costituisce intorno al Vescovo, per celebrare i divini misteri, mangiare e bere del Corpo e Sangue del Signore, rendere grazie e così testimoniare la comunione e l’amore che Gesù ha insegnato.
Qual è il senso di celebrare questa festa nella piazza antistante la Basilica di San Giovanni?
Padre Midili: Piazza S. Giovanni è allo stesso tempo il sagrato della Basilica Cattedrale di Roma, ma è anche il luogo delle manifestazioni pubbliche per la città e per l’Italia; spesso è teatro di concerti, di eventi politici e purtroppo anche di scontri; è l’agorà degli antichi. È diventata un simbolo del nostro paese, è un sagrato-piazza.
Celebrare la Santa Messa in un luogo così significativo nel giorno della festa dell’Eucaristia ribadisce che Gesù è in mezzo al suo popolo in ogni momento della vita. Con la sua presenza egli santifica la quotidianità, vede e risana la sofferenza, è per tutti un segno di speranza. Gesù non è lontano da noi e dalla nostra vita, ma è sempre presente, si è fatto vicino. Possiamo incontrarlo nell’Eucaristia celebrata e nel pane consacrato. Egli ci viene incontro.
Il Corpus Domini è un momento fondamentale per il popolo cristiano. Soprattutto la processione, guidata dal Santo Padre, è un evento di grande impatto la cui idea centrale è che “Cristo cammina in mezzo a noi”….
Padre Midili: La Santa Messa e la processione nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore sono un unico evento, che manifesta la Chiesa come Chiesa. É la festa della comunità radunata. I credenti si ritrovano insieme per celebrare il sacrificio di Cristo e nella celebrazione rendono grazie a Dio per tutto quello che hanno ricevuto. La migliore immagine di Chiesa è quella che si raduna intorno al suo Vescovo per celebrare i santi misteri, mangiare e bere del Corpo e del Sangue del Signore, rendere grazie e così testimoniare la comunione e l’amore che Gesù ci ha insegnato.
L’adorazione è prosecuzione dell’Eucaristia celebrata, testimonianza d’amore e di fede verso Gesù, prolungamento del ringraziamento dopo ogni S. Comunione. La processione è cammino di sequela. Ancora una volta la Chiesa si identifica con il popolo in cammino, che segue il suo maestro. Si ripete l’esperienza dei discepoli di Emmaus, che percorrono un tratto di strada con Gesù e lo ascoltano mentre li istruisce. Nella processione eucaristica la comunità cammina con Gesù, ma non lo riconosce più mentre spezza il pane. Noi riconosciamo il Maestro presente in quel pane.

EUCARISTIA, PANE DEL CAMMINO, FONTE E CULMINE DELLA VITA CRISTIANA

http://www.loradigesu.it/Eucares_donPasqMorelli.html

EUCARISTIA, PANE DEL CAMMINO, FONTE E CULMINE DELLA VITA CRISTIANA

Cristiani: “… non si nasce, si diventa …”– come ha ben detto Tertulliano (Apologetico 18, 4) – e questo avviene con un progressivo inserimento nel mistero di Cristo e della sua Chiesa.
« Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane » (1 Cor 10, 16-17)
Non trovo espressione più adeguata per entrare nel merito di questi due versetti dell’Apostolo ai cristiani di Corinto del commento di S. Agostino, il quale scrive: « Se vuoi comprendere il corpo di Cristo, ascolta l’apostolo che dice ai fedeli: Voi però siete il corpo di Cristo, le sue membra (1 Cor 12,27). Se voi, dunque, siete il corpo di Cristo e le sue membra, sulla mensa del Signore viene posto il vostro sacro mistero: il vostro sacro mistero voi ricevete. A ciò che voi siete, voi rispondete Amen e, rispondendo, lo sottoscrivete. Odi infatti: « Il corpo di Cristo » e rispondi: « Amen ». Sii veramente corpo di Cristo, perché l’Amen (che pronunci) sia vero! » (Disc. 272). In questa semplice parola: « amen » è sintetizzata la realtà più preziosa che ogni uomo possiede, la fede. Ogni volta che ci poniamo dinanzi all’eucaristia dovremmo sentire forte il bisogno di rinnovare la fede, che purtroppo percepiamo sempre troppo debole, per entrare con coerenza all’interno di quel mistero che per grazia siamo chiamati a celebrare. La fede è in grado di suscitare in noi quello « stupore eucaristico » (EdE 6), mediante il quale scopriamo che sempre qualcosa di nuovo è posto sotto i nostri occhi.
L’eucaristia ci consente di essere partecipi di un mistero mediante il quale Cristo continua a vivere realmente in mezzo ai suoi e permane come una presenza viva e perenne nella vita della sua Chiesa. Il mistero dell’altare, infatti, dà la prova che Dio non è un’idea astratta, ma una persona opera e agisce nella storia, in mezzo all’umanità come una presenza unica, insostituibile, anche se ancora una volta, espressa nel linguaggio umano che obbliga a una kenosi perenne di quell’iniziale spogliarsi della gloria di Dio per entrare nel mondo degli uomini. L’eucaristia, da questa prospettiva, è davvero la continuazione e amplificazione del mistero dell’Incarnazione. La trasformazione che lo Spirito Santo compie del pane nel Corpo di Cristo non è altro che il rinnovarsi di quel primo momento con il quale il Figlio di Dio venne concepito nel seno della Vergine per divenire uno di noi. Quanto il pane della vita possa essere di genuino sostegno nella nostra vita lo percepiamo ogni volta che nell’eucaristia poniamo i nostri pensieri, le nostre attese e le nostre difficoltà. Sull’altare c’è davvero la nostra vita; nella quotidianità della celebrazione si condensa il giorno dopo giorno del nostro ministero in una circolarità tale che mentre, da una parte, sappiamo dove porre il nostro lavoro, dall’altra, abbiamo certezza della strada che dobbiamo seguire.
Nell’eucaristia, la Chiesa ci chiede di rendere grazie al Padre per esprimere in maniera visibile ciò che essa stessa è: segno della presenza del Signore risorto e strumento di comunione tra i fratelli. Solo a questa condizione comprendiamo cosa significa per noi appartenere e presiedere « un’assemblea santa », una « stirpe sacerdotale », « popolo chiamato a rendere il culto al Signore » (cf. 1 Pt 2,9). Nel celebrare l’eucaristia, « fonte e culmine » della vita della Chiesa e quindi dell’opera di evangelizzazione, noi celebriamo il mistero della nostra esistenza di fede. In un periodo come il nostro, carico di una cultura che impone l’acquisizione di ogni cosa solo in forza del desiderio di possedere, l’eucaristia insegna come percepire l’essenziale della vita. Senza la scoperta della gratuità, d’altronde, difficilmente potremmo pensare di raggiungere obiettivi che qualifichino la nostra stessa esistenza umana. Senza la scoperta della gratuità verrebbe meno ogni possibile comprensione dell’amore genuino, che nulla chiede in cambio e si cadrebbe nella sola pretesa dell’egoismo che ci farebbe cadere giorno dopo giorno in un abisso di illusione. La vita cristiana se non ha alla base la gratuità della nostra donazione non può essere realmente efficace e l’unità che siamo chiamati a rendere visibile rischia di essere precaria o, al massimo, riesce a diventare un palliativo emotivo, ma non un segno del Corpo di Cristo.
Se viviamola nostra vita in maniera eucaristica, allora più facilmente scopriremo che la gratuità del dono trasforma a tal punto da divenire noi stessi un dono. Ricevo Cristo, ma divento nello stesso istante offerta che si dona a lui e ai fratelli. Nutrirsi di Cristo diventa per noi porsi in un cammino irreversibile che mentre ci pone dinanzi a ciò che il Padre vuole per noi e da noi, nello stesso tempo ci consente di sapere che diventiamo noi stessi « corpo » che viene donato. Qui, infatti non siamo dinanzi a un « darsi » generico di Dio, ma è sempre un donarsi « per noi ».
Nutrirsi del corpo e del sangue di Cristo realizza con lui un’unità talmente inscindibile, « un solo corpo », che a noi non è più permesso partecipare a nessun’altra mensa sacra (cfr. vv 19-22), né condividere il nostro corpo con altri (cfr. 1 Cor 6,15-20); ciò significa che la nostra vita, appartiene solo a lui. « Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito… Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte »: Paolo non poteva trovare espressione più forte di questa per indicare l’unità basilare che sta a fondamento del nostro essere cristiano. L’essere espropriato di sé per divenire corpo di Cristo è quanto attesta il sacramento dell’eucaristia.
Il nostro impegno a costruire la comunità giorno dopo giorno è possibile solo se la fondiamo sulla comunione eucaristica. Questa un’unità è già stata data nel mistero pasquale, ma deve essere da noi conservata perché il mondo creda. Questo ci fa dire che verso la celebrazione dell’eucaristia devono convergere tutte le strade della nostra pastorale. Niente come l’eucaristia attesta al mondo che sono superate realmente tutte le barriere e le divisioni: di razza, di popolo, di lingua, di condizione sociale, di costume, di pensiero, di progettazione…
Diamo, pertanto, spazio all’azione dello Spirito che permette alla Chiesa di celebrare l’eucaristia come promessa di comunione e germe di unità. La preghiera contenuta nell’anafora di Ippolito Romano, unitamente all’esempio dei santi e tanti altri beati e servi di Dio, che hanno fatto dell’eucaristia il centro focale della loro esistenza, possano essere di sostegno per rendere il nostro sacerdozio un’eucaristia viva: « Fa scendere il tuo Santo Spirito sull’offerta della santa Chiesa, e dopo averli riuniti, concedi a tutti i santi che la ricevono di essere ripieni di Spirito Santo per fortificarli nella fede e nella verità, affinché ti lodiamo e glorifichiamo tramite tuo Figlio Gesù Cristo, per mezzo del quale a te viene la gloria e l’onore, Padre e Figlio con lo Spirito Santo nella santa Chiesa ora e nei secoli dei secoli » (Tradizione apostolica, 4).
Mons Pasquale Morelli

Publié dans:EUCARESTIA (SULL) |on 18 juin, 2014 |Pas de commentaires »

L’EUCARISTIA FA LA CHIESA E GENERA LA CARITÀ

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=129130

SCHEDA QUINTA: CHI COSTRUISCE LA CHIESA?

L’EUCARISTIA FA LA CHIESA E GENERA LA CARITÀ

Se facessimo una inchiesta tra i giovani (e non giovani) su cosa è Eucaristia; cosa vuol dire; quando si realizza; se è lo stesso che la Messa; che importanza ha l’Eucaristia per la Chiesa, e perché; se si va (se tu ci vai ) a messa, perché sì o perchè no…: quali sarebbero presumibilmente le risposte? Ma tu stesso personalmente cosa risponderesti?
Di qui parte la nostra ricerca piuttosto impegnativa prendendo la direzione di marcia dataci da Benedetto XVI nella citata Esortazione Apostolica, Sacramentum Caritatis, ai nn. 14 -15.
* Eucaristia principio causale della Chiesa
14. Attraverso il Sacramento eucaristico Gesù coinvolge i fedeli nella sua stessa « ora »; in tal modo Egli ci mostra il legame che ha voluto tra sé e noi, tra la sua persona e la Chiesa. Infatti, Cristo stesso nel sacrificio della croce ha generato la Chiesa come sua sposa e suo corpo.(…). La Chiesa, in effetti, « vive dell’Eucaristia”(…) . C’è un influsso causale dell’Eucaristia alle origini stesse della Chiesa. L’Eucaristia è Cristo che si dona a noi, edificandoci continuamente come suo corpo. Pertanto, nella suggestiva circolarità tra Eucaristia che edifica la Chiesa e Chiesa stessa che fa l’Eucaristia, la causalità primaria è quella espressa nella prima formula: la Chiesa può celebrare e adorare il mistero di Cristo presente nell’Eucaristia proprio perché Cristo stesso si è donato per primo ad essa nel sacrificio della Croce. La possibilità per la Chiesa di « fare » l’Eucaristia è tutta radicata nella donazione che Cristo le ha fatto di se stesso. Anche qui scopriamo un aspetto convincente della formula di san Giovanni: « Egli ci ha amati per primo » (1 Gv 4,19) (…). Egli è per l’eternità colui che ci ama per primo.
Sono affermazioni che toccano un nodo sostanziale della verifica cui il Papa invita tutta la sua diocesi di Roma: il nodo tra chiesa, eucaristia e carità. Ne abbiamo parlato nella scheda precedente, ora l’approfondiamo dal punto di vista dell’Eucaristia. Crediamo che su questo legame si richiede a tanti (ai più?) cristiani (giovani) di oggi, una vera e propria conversione.

Ma vediamo i punti toccati
- Dice il Papa nel documento citato che esiste una “suggestiva circolarità tra Eucaristia che edifica la Chiesa e la Chiesa stessa che fa l’Eucaristia”. L’abbiamo scelto nel titolo di queste schede. Però è la prima parte che fa da fondamento, la seconda è conseguenza bella e necessaria ( lo vediamo nella scheda successiva).
- Alla base sta il sacrificio di Cristo sulla croce il venerdì santo seguito dalla risurrezione (domenica di pasqua) che garantisce la validità del sacrificio stesso. La Pasqua si manifesta quale testimonianza dell’assoluto amore di Dio per noi e perciò è causa della nostra salvezza. Ma perché possa raggiungere ogni uomo, distante nel tempo e nello spazio, Gesù nell’Ultima Cena (il giovedì santo) istituisce il rito dell’Eucaristia o Messa per cui il sacrificio della croce realizzato una volta per sempre duemila anni fa, viene ricordato, anzi attualizzato in ogni tempo e in ogni luogo (è il senso di quel ‘fate questo in memoria di me’). Dunque dal sacrificio di Gesù risorto dai morti che ci raggiunge mediante l’Eucaristia, da questa catena di amore inaudito, nasce la Chiesa.
La Chiesa nasce ogni volta si può dire da questo infinito gesto di amore di Cristo con il suo carico di liberazione dal male, di vita nell’amore, di impegno missionario, di speranza oltre la morte. Ad ogni Messa la Chiesa si trova a ‘mangiare e bere’, nutrirsi di Gesù, a purificarsi, a ricevere perdono e prendere forza alla sorgente.
L’Eucaristia, dunque, è costitutiva dell’essere e dell’agire della Chiesa. La Messa non è tutto nella Chiesa, ma senza Messa la Chiesa non può esistere.
* La Chiesa è la comunione eucaristica con Gesù che si tramuta in comunione tra persone.
“L’antichità cristiana designava con le stesse parole Corpus Christi il Corpo nato dalla Vergine Maria, il Corpo eucaristico e il Corpo ecclesiale di Cristo. Questo dato ben presente nella tradizione ci aiuta ad accrescere in noi la consapevolezza dell’inseparabilità tra Cristo e la Chiesa. L’Eucaristia si mostra così alla radice della Chiesa come mistero di comunione” (Sacramentun caritatis, n. 15).
E’ quanto Benedetto XVI ha sottolineato con riferimenti concreti in particolare al Convegno di Roma
“La comunione e l’unità della Chiesa, che nascono dall’Eucaristia, sono una realtà di cui dobbiamo avere sempre maggiore consapevolezza, anche nel nostro ricevere la santa comunione, sempre più essere consapevoli che entriamo in unità con Cristo e così diventiamo noi, tra di noi, una cosa sola. Dobbiamo sempre nuovamente imparare a custodire e difendere questa unità da rivalità, da contese e gelosie che possono nascere nelle e tra le comunità ecclesiali. In particolare, vorrei chiedere ai movimenti e alle comunità sorti dopo il Vaticano II, che anche all’interno della nostra Diocesi sono un dono prezioso di cui dobbiamo sempre ringraziare il Signore, vorrei chiedere a questi movimenti, che ripeto sono un dono, di curare sempre che i loro itinerari formativi conducano i membri a maturare un vero senso di appartenenza alla comunità parrocchiale. Centro della vita della parrocchia, come ho detto, è l’Eucaristia, e particolarmente la Celebrazione domenicale. Se l’unità della Chiesa nasce dall’incontro con il Signore, non è secondario allora che l’adorazione e la celebrazione dell’Eucaristia siano molto curate, dando modo a chi vi partecipa di sperimentare la bellezza del mistero di Cristo. Dato che la bellezza della liturgia «non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce» (Sacramentum caritatis n. 35), è importante che la Celebrazione eucaristica manifesti, comunichi, attraverso i segni sacramentali, la vita divina e riveli agli uomini e alle donne di questa città il vero volto della Chiesa.
I riferimenti sono così concreti e pratici che non vi è bisogno di spiegazione
* Infine l’Eucaristia genera la carità
Lo afferma il Papa in Sacramentum Caritatis.
Eucaristia, pane spezzato per la vita del mondo (n. 88)
« Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo » (Gv 6,51). Con queste parole il Signore rivela il vero significato del dono della propria vita per tutti gli uomini. Egli esprime attraverso un sentimento profondamente umano l’intenzione salvifica di Dio per ogni uomo, affinché raggiunga la vita vera. Ogni Celebrazione eucaristica attualizza sacramentalmente il dono che Gesù ha fatto della propria vita sulla Croce per noi e per il mondo intero. Al tempo stesso, nell’Eucaristia Gesù fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al Mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo”.

Notiamo
- Chi incontra Gesù entra nell’area della vita compresa radicalmente come dono.
- L’Eucaristia che della vita di Gesù è la ‘memoria vivente’, specie del suo ultimo supremo gesto di amore sulla croce, genera, come in Gesù, un dinamismo di amore intelligente, generoso, concreto verso ogni uomo, accolto quale nostro fratello perché sia per lui che per noi Cristo è morto (cfr 1Cor 8 ,16).
- Andare a Messa è imparare ad amare, è accogliere la sfida di amare secondo il cuore di Gesù.

Proponiamo il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù nell’ultima Cena . Si vorrà rimarcare l’intreccio di due mondi: quello di Gesù e quello dei discepoli, con in testa Pietro, è la Chiesa in germe. Gesù fa loro il dono di tutto se stesso (“mio corpo, mio sangue per voi”); i discepoli non capiscono, incespicano, tradiscono, fuggono, vorrebbero la spada, ma Gesù ‘il più grande’ fa capire che dall’eucarestia può venire solo un atteggiamento di servizio. E infatti in questa occasione Gesù lava i piedi dei discepoli invitandoli a imitarlo con l’amore reciproco, “come io ho amato voi” (cfr Giov 13,1-20).

Dal Vangelo secondo Luca 22, 14-32
Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi». « Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo. E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele. Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli».

“L’Eucaristia è veramente compresa, capita, non semplicemente quando la si celebra, la si adora, la si riceve con le dovute disposizioni, ma soprattutto quando essa diviene la sorgente della nostra vita personale e il modello operativo che impronta di sé la vita comunitaria dei credenti … Significa vivere di attenzione di ascolto, di disponibilità , di valorizzazione dei doni degli altri , di perdono…Ricevendo il corpo e il sangue di Cristo, impariamo a guardare il mondo come lo vedeva Gesù dalla croce; a guardare il mondo, la storia, la comunità, la chiesa, i nostri problemi avendo capito qualcosa dell’infinta misericordia del Padre e per ciascuno di noi. E sentiremo allora il bisogno di spenderci anche noi per la salvezza dell’umanità, di fare dell’Eucaristia un ringraziamento di lode a Dio, donando nella quotidianità l’amore del Padre ai fratelli” (Card. C.M. Martini, Prendete il largo!, 113)

*Al cuore di questa scheda sta lo stretto legame tra Eucaristia e Chiesa. Ritieni di aver capito abbastanza questo rapporto? Non sarebbe meglio dialogare con l’animatore su quanto qui esposto?
* L’Eucaristia fa la Chiesa, dice il Papa. In che senso? Le tue eucaristie o messe domenicali ti fanno essere più Chiesa?
* Diceva S. Caterina: “Andare a Messa è esporsi a fuoco”. E’ una frase retorica o può essere vera?
* Ti sei dato una ragione circa l’obbligo alla Messa domenicale? Viene dagli uomini di Chiesa, o nasce dal valore che ci ha messo Dio?
* La carità che nasce dall’Eucaristia è una bontà generica o ha dei lineamenti specifici?

La preghiera del Padre Nostro è nel cuore dell’Eucaristia. Viene in conseguenza del dono che Gesù fa di sé con la consacrazione. Collega Dio, il Padre, e tutti noi come fratelli. Preghiamola insieme, invocazione per invocazione, lentamente, come fossimo a Messa.
Signore oggi abbiamo compreso, almeno in parte, che per essere tuoi discepoli occorre far parte della tua Chiesa, ma diventiamo tua Chiesa se facciamo Eucaristia. Perché lì, in quell’azione scopriamo che tu ci fai dono non solo di qualcosa, ma di te stesso, anzi di te stesso nel momento supremo in cui ci offri non una buona parola, o un gesto di amicizia, ma la tua stessa vita, la dai a noi quando eravamo e siamo ancora peccatori, così poco coraggiosi.
Signore aiutaci a cogliere e vivere il miracolo della Messa.

CORPUS DOMINI – LA FESTA

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90912

CORPUS DOMINI

22 giugno (celebrazione mobile)

Con questa festa onoriamo e adoriamo il “Corpo del Signore”, spezzato e donato per la salvezza di tutti gli uomini, fatto cibo per sostenere la nostra “vita nello Spirito”. L’Eucaristia è la festa della fede, stimola e rafforza la fede. I nostri rapporti con Dio sono avvolti nel mistero: ci vuole un gran coraggio e una grande fede per dire: “Qui c’è il Signore!”.

Martirologio Romano: Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo: con il suo sacro nutrimento egli offre rimedio di immortalità e pegno di risurrezione.

La festività del Corpus Domini ha una origine più recente di quanto sembri. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia ed è stata istituita grazie ad una suora che nel 1246 per prima volle celebrare il mistero dell’Eucaristia in una festa slegata dal clima di mestizia e lutto della Settimana Santa. Il suo vescovo approvò l’idea e la celebrazione dell’Eucaristia divenne una festa per tutto il compartimento di Liegi, dove il convento della suora si trovava.
In realtà la festa posa le sue radici nell’ambiente fervoroso della Gallia belgica – che San Francesco chiamava amica Corporis Domini – e in particolare grazie alle rivelazioni della Beata Giuliana di Retìne. Nel 1208 la beata Giuliana, priora nel Monastero di Monte Cornelio presso Liegi, vide durante un’estasi il disco lunare risplendente di luce candida, deformato però da un lato da una linea rimasta in ombra: da Dio intese che quella visione significava la Chiesa del suo tempo, che ancora mancava di una solennità in onore del SS. Sacramento. Il direttore spirituale della beata, il Canonico di Liegi Giovanni di Lausanne, ottenuto il giudizio favorevole di parecchi teologi in merito alla suddetta visione, presentò al vescovo la richiesta di introdurre nella diocesi una festa in onore del Corpus Domini.
La richiesta fu accolta nel 1246 e venne fissata la data del giovedì dopo l’ottava della Trinità. Più tardi, nel 1262 salì al soglio pontificio, col nome di Urbano IV, l’antico arcidiacono di Liegi e confidente della beata Giuliana, Giacomo Pantaleone. Ed è a Bolsena, proprio nel Viterbese, la terra dove è stata aperta la causa suddetta che in giugno, per tradizione si tiene la festa del Corpus Domini a ricordo di un particolare miracolo eucaristico avvenuto nel 1263, che conosciamo sin dai primi anni della nostra formazione cristiana. Infatti, ci è raccontato che un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il bianco corporale di lino liturgico (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina.
Venuto a conoscenza dell’accaduto Papa Urbano IV istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini estendendola dalla circoscrizione di Liegi a tutta la cristianità. La data della sua celebrazione fu fissata nel giovedì seguente la prima domenica dopo la Pentecoste (60 giorni dopo Pasqua). Così, l’11 Agosto 1264 il Papa promulgò la Bolla « Transiturus » che istituiva per tutta la cristianità la Festa del Corpus Domini dalla città che fino allora era stata infestata dai Patarini neganti il Sacramerito dell’Eucaristia. Già qualche settimana prima di promulgare questo importante atto – il 19 Giugno – lo stesso Pontefice aveva preso parte, assieme a numerosissimi Cardinali e prelati venuti da ogni luogo e ad una moltitudine di fedeli, ad una solenne processione con la quale il sacro lino macchiato del sangue di Cristo era stato recato per le vie della città. Da allora, ogni anno in Orvieto, la domenica successiva alla festività del Corpus Domini, il Corporale del Miracolo di Bolsena, racchiuso in un prezioso reliquiario, viene portato processionalmente per le strade cittadine seguendo il percorso che tocca tutti i quartieri e tutti i luoghi più significativi della città.
In seguito la popolarità della festa crebbe grazie al Concilio di Trento, si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa. Se nella Solennità del Giovedì Santo la Chiesa guarda all’Istituzione dell’Eucaristia, scrutando il mistero di Cristo che ci amò sino alla fine donando se stesso in cibo e sigillando il nuovo Patto nel suo Sangue, nel giorno del Corpus Domini l’attenzione si sposta sull’intima relazione esistente fra Eucaristia e Chiesa, fra il Corpo del Signore e il suo Corpo Mistico. Le processioni e le adorazioni prolungate celebrate in questa solennità, manifestano pubblicamente la fede del popolo cristiano in questo Sacramento. In esso la Chiesa trova la sorgente del suo esistere e della sua comunione con Cristo, Presente nell’Eucaristia in Corpo Sangue anima e Divinità.

L’ELEVAZIONE DELL’OSTIA E DEL CALICE ALLA CONSACRAZIONE EUCARISTICA (sito Vaticano)

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/details/ns_lit_doc_20110628_elevazione_it.html  

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE

L’ELEVAZIONE DELL’OSTIA E DEL CALICE ALLA CONSACRAZIONE EUCARISTICA

(dal link direi che la data è 28 giugno 2011)

A pochi giorni dalla solennità del Corpus Domini, ci piace concludere questa terza annata della nostra rubrica «Spirito della Liturgia» trattando dell’elevazione dell’Ostia e del Calice, subito dopo la consacrazione, all’interno della Messa. L’introduzione nel Canone di questo gesto risale all’inizio del sec. XII per l’Ostia, mentre l’elevazione del Calice si imporrà più lentamente e verrà ufficialmente prescritta solo dal Messale di san Pio V (1570). Le fonti individuano la Francia come luogo di origine dell’elevazione eucaristica e sembrano suggerire che il motivo circostanziale fu la volontà di evitare che i fedeli adorassero l’Ostia già all’inizio della consacrazione, quando il sacerdote prende il pane nelle mani, per pronunciare le parole del Signore. Sin dalla prima metà del Novecento, diversi autori hanno però sostenuto che il vero motivo dell’introduzione dell’elevazione sarebbe stato il desiderio, da parte del popolo cristiano, di guardare l’Ostia. L’opera probabilmente più indicativa al riguardo è quella di E. Dumoutet, Le désir de voir l’hostie et les origines de la dévotion au Saint-Sacrament (Paris, 1926). J.A. Jungmann, uno dei più noti liturgisti del secolo scorso, subì l’influenza di questo libro, come si nota da quanto dice sull’elevazione nel suo famoso libro del 1949 Missarum sollemnia: «È sorto [nel sec. XII] tra i fedeli un movimento religioso volto ad ottenere che sia loro concesso di posare lo sguardo su quel Santissimo Sacramento al quale osano appena di accostarsi» (ediz. it., II, p. 159). Già nel 1940, però, G.G. Grant, in un articolo pubblicato su Theological Studies, aveva mostrato che la tesi sostenuta da Dumoutet non poteva dirsi davvero fondata. Essa supponeva nel popolo una forma di devozione eucaristica, che in realtà sappiamo essere stata più effetto che causa dell’introduzione dell’elevazione. Grant sosteneva che l’elevazione fosse dovuta piuttosto a motivi dottrinali, ossia per innalzare una solida barriera liturgica contro gli errori degli eretici riguardo la presenza reale. In questo senso, l’introduzione dell’elevazione risponderebbe alla stessa preoccupazione che ha spinto Benedetto XVI a distribuire la Comunione solo in ginocchio e sulla lingua: mettere un punto esclamativo sulla dottrina della presenza reale (cf. Luce del mondo, Città del Vaticano 2010, pp. 219-220). Ma Jungmann, pur citando Grant nel primo dei due volumi di Missarum sollemnia, mantenne la posizione di Dumoutet, presentando tutti gli argomenti che da quel momento in poi sarebbero divenuti affermazioni ripetute, negli scritti e nelle conferenze di molti teologi e pastori. Tutto quello che lì dice, come pure il legame che individua tra l’introduzione dell’elevazione e la nascita dell’adorazione eucaristica, viene presentato in fondo in termini di degenerazione, più che di progresso (cf. I, pp. 103 ss.). La riforma liturgica post-conciliare della Messa ha dimezzato il numero delle genuflessioni che il sacerdote compie alla consacrazione, ma non ha eliminato l’elevazione dell’Ostia e del Calice. Nonostante ciò, la tesi Dumoutet-Jungmann ha continuato ad essere proposta, lasciando emergere la convinzione che elevare e guardare l’Ostia consacrata sarebbe segno di una fede poco matura, se non addirittura di una fede scaduta a livello di superstizione o di magia – certo questo, ieri come oggi, è sempre possibile; ma non è detto che rappresenti il significato del gesto in sé. Dobbiamo al contrario riconoscere che l’introduzione dell’elevazione alla consacrazione è un punto di vero progresso nella storia della Santa Messa. È da qui che nasce quel movimento di fede eucaristica che sfocia prima nel Corpus Domini (1264) e poi in tutte le forme di sana devozione eucaristica sviluppate fino ai nostri giorni. La contemplazione adorante dell’Ostia e del Calice appena consacrati non fa altro che esprimere due punti assolutamente fermi della fede cattolica sull’Eucaristia: la transustanziazione, che avviene nell’istante stesso in cui termina la dizione delle parole consacratorie da parte del sacerdote (cf. san Tommaso, Summa Theologiae III, 75, 7); e la presenza reale di Cristo nel sacramento. In realtà, l’elevazione esprime anche l’aspetto sacrificale della Messa, che per motivi di spazio non possiamo qui sviluppare. La duplice elevazione e le genuflessioni manifestano, e allo stesso tempo favoriscono, il giusto modo di accostarsi al Cristo eucaristico, modo segnalato da san Paolo prima (cf. 1Cor 11), e poi da sant’Agostino, con le celebri parole riprese da Benedetto XVI in Sacramentum caritatis, n. 66. Rileggiamo il testo del Pontefice: «Mentre la riforma [post-conciliare] muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra la Santa Messa e l’adorazione del Ss.mo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce dell’esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento. Già Agostino aveva detto: “nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo”». Il fatto che durante il primo millennio cristiano non vi fosse l’uso di elevare l’Ostia alla vista dei fedeli, non significa che tale gesto vada contro la purezza della fede: significa soltanto che esso all’epoca non era stato ancora sviluppato, e che verrà introdotto in seguito, come valida manifestazione della stessa fede eucaristica dei Padri. Ai Padri, infatti, non sono affatto estranei né il senso di adorazione verso l’Eucaristia, né l’importanza del guardare con gli «occhi della fede». I limiti di questo breve articolo non ci consentono di dilungarci. Basterà perciò ricordare un testo che negli ultimi decenni è divenuto piuttosto noto, in quanto attesta l’uso del primo millennio di ricevere la Comunione sul palmo della mano da parte dei fedeli. In questo testo delle Cathechesi mistagogiche, san Cirillo di Gerusalemme imparte alcune raccomandazioni a coloro che comunicano, affinché non vadano dispersi i frammenti eucaristici. L’attenzione si sofferma in genere su questo aspetto. Non si nota, pertanto, che egli accenna anche al tema del guardare l’Ostia consacrata prima di portarla alla bocca e che parla di questo guardare come di un sacramentale, un’azione che santifica l’uomo purificandone lo sguardo. Ecco parte del testo: «Quando tu ti avvicini [a ricevere la Comunione], non andare con le giunture delle mani rigide, né con le dita separate; ma facendo della sinistra un trono alla destra, dal momento che questa sta per ricevere il re, e facendo cavo il palmo, ricevi il Corpo di Cristo, rispondendo “amen”. Poi, santificando con cura gli occhi con il contatto del santo corpo, prendi facendo attenzione a non perderne nulla…» (V, 21). Come minimo, si può dire che al tempo dei Padri non esisteva l’elevazione delle Specie consacrate, ma che se vi fosse stata, essi non l’avrebbero osteggiata. La Institutio Generalis del Messale di Paolo VI (qui nell’ediz. 2008) valorizza il guardare l’Ostia consacrata durante la Messa: al n. 222 essa prescrive che, al momento dell’elevazione, «i concelebranti sollevano lo sguardo verso l’Ostia consacrata e il Calice» (n. 222 e ugualmente ai nn. 227, 230 e 233). Per quanto riguarda la «forma straordinaria» del Rito Romano, l’Ordo servandus del Messale di Giovanni XXIII stabilisce che il celebrante, rialzatosi dalla prima genuflessione rivolta all’Ostia appena consacrata, «alza l’Ostia in alto e tenendo fissi su di essa gli occhi (cosa che fa anche all’elevazione del Calice), la presenta con riverenza al popolo affinché l’adori» (VIII, 5). Lungi dal rappresentare una degenerazione della fede eucaristica, l’elevazione dell’Ostia e del Calice consacrati fu un vero progresso nella storia della Celebrazione eucaristica, progresso che va salvaguardato e valorizzato mediante l’opportuna catechesi liturgica e il modo corretto di compiere il gesto da parte dei sacerdoti. D’altro canto, sarebbe incomprensibile ai nostri giorni opporsi ad una pratica che permette ai fedeli una maggiore partecipazione attiva ai sacri riti. L’innesto dell’elevazione dell’Ostia e del Calice nel Canone è un segno del fatto che la liturgia della Chiesa non è un oggetto da dissezionare sul tavolo della “sala operatoria” degli esperti, bensì è soggetto vivo della fede e della preghiera ecclesiali: «Purtroppo, forse, anche da noi Pastori ed esperti, la Liturgia è stata colta più come un oggetto da riformare che non come soggetto capace di rinnovare la vita cristiana, dal momento in cui “esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della Liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa dalla Liturgia attinge la forza per la vita”» (Benedetto XVI, Discorso nel 50° di fondazione del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, 06.05.2011).

 

IL CORPO DI CRISTO: L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA NEL CENACOLO DI LEONARDO

http://www.zenit.org/it/articles/il-corpo-di-cristo

IL CORPO DI CRISTO

L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA NEL CENACOLO DI LEONARDO

ROMA, 03 GIUGNO 2013 (ZENIT.ORG) RODOLFO PAPA

La Solennità del Corpo e Sangue di Cristo ci fa meditare sulla istituzione della Eucaristia, su quel mirabile momento che l’arte ha tante volte cercato di rappresentare. Un esempio di sublime meditazione artistica sulla istituzione della Eucaristia è il celeberrimo Cenacolo di Leonardo.
Il Cenacolo dipinto da Leonardo per il Convento domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano nel corso della storia ha subito numerose ferite e numerosi ritocchi –fino all’ultimo recente restauro–, tanto che è difficile risalire all’immagine originale, tuttavia senz’altro la collocazione spaziale e la costruzione prospettica risultano ancora completamente indicative delle vere intenzioni leonardiane.
Leonardo intendeva rappresentare il reale cenacolo gerosolimitano nella Gerusalemme ficta del convento domenicano. Infatti, secondo una nota tradizione, tuttora viva in verità, la meditazione sugli eventi narrati nel Vangelo consiste in una ricostruzione interiore degli ambienti tale da poter rendere presente l’oggetto della meditazione, così da poter contemplare quanto l’anima va riflettendo.
La vita spirituale risulta in questo modo arricchita di rappresentazioni interiori, secondo quanto ben esprime, per esempio, il Zardino de Oration, un testo di spiritualità, scritto nel 1454 circa e pubblicato a Venezia nel 1494: «La quale historia [della Passione] acciò che tu meglio la possi imprimere nella mente, e più facilmente ogni acto de essa ti si reduca alla memoria, ti serà utile e bisogno che ti fermi ne la mente lochi e persone. Come una citade, la quale sia la citade de Hierusalem, pigliando una citade la quale ti sia bene pratica. Nella quale citade tu trovi li lochi principali neli quali forono exercitati tutti li acti de la passione: come è uno palacio nel quale sia el cenaculo dove Cristo fece la cena con li discipuli … Ancora è dibisogno che ti formi nela mente alcune persone, le quali tu habbi pratiche e note, le quale tutte representino quelle persone che principalmente intervennero de essa passione … Così adunque avendo formate tutte queste cose nela mente, sì che quivi sia posta tutta la fantasia, entrarai nel cubicolo tuo e sola e solitaria [l’esortazione è rivolta all’anima devota] discacciando ogni altro pensiero exteriore. Incominciarai a pensare il principio de essa passione …» (cap. XV: “Come meditare la vita di Cristo”).
La finzione artistica si pone al servizio di questa pratica di meditazione, rappresentando i luoghi in cui l’anima incontra Cristo. Il convento domenicano di San Marco a Firenze esemplifica magnificamente questa funzione dell’arte: ogni cella possiede un affresco e l’intero convento diventa edificio di contemplazione. Ebbene Leonardo voleva rappresentare  proprio il luogo dell’ultima cena, che nei Vangeli risulta descritto: «Et ipse vobis demostrabit coenaculum grande, stratum; et illic parate nobis» (Mc XIV, 15), «Et ipse ostendet vobis coenaculum magnum stratum, et ibi parate» (Lc XXII,12).
“Coenaculum” – che corrisponde al greco anagaion– significa stanza al piano superiore, con funzione di magazzino ma anche di foresteria. “Stratum” –in greco estrwmenon– significa invece provvisto di tappeti, e nella Bibbia di Niccolò Malerni, che Leonardo probabilmente consultava, è  reso con “apto a questo” nel racconto di Luca e con “atto acciò apparechiato” in quello di Marco. Dunque il cenacolo era una stanza al piano superiore, preparata per il pasto: e così Leonardo lo rappresenta. Infatti il dipinto parietale di Leonardo copre la metà superiore della parete (copre m 4,6 x 8,8), e ha un punto di vista posto a circa sei metri (oggi risulta inferiore perché il pavimento è stato rialzato di più di un metro rispetto a quello originale).
Dunque viene allestito esattamente un ambiente posto al secondo piano, e per guardarlo si viene invitati a salire, a viverci spiritualmente dentro. Inoltre esso è dipinto nel refettorio, proprio nel luogo in cui i frati mangiano, cosicché ogni loro pasto è un pasto con Cristo, e ciascun frate è invitato ad essere un apostolo, presente all’ultima cena del Signore. Ricordiamo quanto il grande domenicano san Tommaso d’Aquino riporta a proposito del cenacolo nella sua Catena Aurea: «Ambrosius: In superioribus autem magnum habet stratum, ut magnum meritum eius advertas, in quo Dominus cum discipulis sublimium virtutum eius delectatione requiesceret» (Catena aurea in Luca Ev., cap. XXII) ed ancora «Hieronimus: Coenaculum grande Ecclesia magna est, in qua narratur nomen Domini, strata varietate virtutum et linguarum» (Catena Aurea in Marci Ev., cap. XIV).
Il significato dell’ultima cena viene descritto sulla parete che fronteggia l’intervento leonardiano: sulla parete di fronte risultava infatti già affrescata (nel 1495) una Crocifissione di Giovanni di Montorfano. L’ultima cena si compie nella crocifissione: i frati sono invitati a seguire Gesù sul Golgota. Il Cenacolo di Leonardo interagisce con l’intero edificio del convento: vi erano infatti presenti altri dipinti  del maestro vinciano. Padre V.M. Monti nel suo Catalogus Superiorum Cenobi Ord. Praed. S. Mariae Gratiarum (Milano, Archivio di Stato) ricorda un’immagine del Redentore collocata in una lunetta sulla porta tra il convento e la chiesa delle Grazie, e un’immagine dell’Assunta fra i santi Domenico e Pietro da Verona con Ludovico il Moro e Beatrice d’Este, posta sulla lunetta sopra l’ingresso principale della chiesa verso il convento: distrutti il primo nel 1603 per l’ampliamento di una porta, la seconda nel 1594.  Dunque la meditazione sul grande mistero d’amore della crocifissione, si completava nella contemplazione del trionfo dello stesso amore nella Redenzione, il cui luogo è proprio la Chiesa.
Ogni santità viene ricondotta a Cristo, con la mediazione di Maria, Sua madre, da Lui assunta in cielo. Il percorso del frate nel convento è dunque il percorso della sua anima, continuamente nutrita di meditazione. Un altro grande domenicano, sant’Antonino, invitata a coltivare l’anima come fosse un “hortus conclusus” (peraltro, gli arazzi millefleurs con cui Leonardo addobba il cenacolo fanno riferimento proprio all’“hortus conclusus”): «Sia resa l’anima come un “giardino chiuso”, nel quale non siano piantati faggi e querce, che producono frutti per gli animali, ma fiori di rosa, gigli di vallata, viole e germogli profumati, come peschi e alberi che di tal maniera portano frutti soavi. Così in un’anima siffatta siano rimeditati gli esempi dei martiri, dei confessori, delle vergini, e come sono i fiori, di tal maniera siano i germogli delle sante lezioni e parole, e i frutti delle opere buone» (Summa theologica, III, tit. XIV, cap. V, col. 657 a-b).

Publié dans:arte sacra, EUCARESTIA (SULL) |on 3 juin, 2013 |Pas de commentaires »

Da dove veniamo, Genesi 18,1-15 (Lectio)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/lectio.htm#0607

Azione Cattolica Diocesana

Lectio Biblica 2004/05
a cura di Stella Morra

1. DA DOVE VENIAMO…

Genesi 18, 1-15

Premessa

Quest’anno abbiamo scelto di portare avanti una riflessione sull’Eucaristia attraverso un percorso sulla Parola di Dio.
Questo tema continua a tornare nei nostri incontri, nei seminari, nelle discussioni e l’abbiamo scelto con il solito criterio: se una cosa ci interessa, la facciamo per noi, aperta a chi vuole ed  in genere troviamo molte altre persone a cui interessa. Spesso invece nella scelta si usa il criterio opposto, per cui nelle parrocchie offriamo delle cose che noi facciamo con sforzo e ci stupiamo se gli altri non si divertono!
Inoltre, per la chiesa universale, questo è l’anno dell’Eucaristia: il Papa ha invitato tutti a riflettere su questo tema. Anche questa coincidenza ci conforta: ciò che continua a tornare nelle nostre discussioni è un nucleo che riguarda tutti e in questo si vede maggiormente, di questi tempi, la sofferenza e la fatica dei cristiani adulti a rimanere tali e ad essere nutriti come cristiani.
La chiesa ci invita a riflettere su ciò che viviamo con più di fatica,.
Come sempre, secondo un’abitudine dell’Atrio, ecco alcune segnalazioni librarie, per aiutarci a scegliere tra le tante proposte a disposizione.

* “La chiesa dall’Eucaristia”,  documento ufficiale del 2004;
* “Eucaristia – Il pasto e la parola” (Elledici, pp. 168, euro 11,00) scritto dal grande teologo Ghislain Lafont. E’ un testo semplice, vale la pena leggerlo; funziona come una millefoglie: ad ogni strato trovi un’altra crema!

Non so interpretare i motivi per cui il Papa abbia indetto l’anno dell’Eucaristia, ma posso dirvi i motivi per cui questo tema continua a ripresentarsi nei nostri incontri.
Innanzitutto spesso, per un adulto, l’Eucaristia è l’unico punto di contatto con un’appartenenza ecclesiale. Negli anni immediatamente post conciliari ci eravamo abituati a pensare che il cristiano che andava ‘solo’ a messa era una specie di cristiano minimo, ridotto all’osso, mentre c’erano cristiani impegnati che facevano tante cose. Era un pensiero da gruppi giovanili, quando uno sente che cambierà il mondo, per cui fa l’animatore, sta tutte le sere in parrocchia, fa catechismo, animazione…. Siamo diventati tutti un po’ più grandi, non abbiamo più la sensazione di poter cambiare il mondo, siamo più stanchi, non abbiamo più tutte le sere disponibili per stare in parrocchia e fare un sacco di cose….
Paradossalmente questo è diventato per noi un cammino di purificazione: la scoperta che forse si è cristiani davvero quando, al di là degli impegni in parrocchia, si poggia il proprio cristianesimo su altre questioni che sono più grandi, pur sembrando più semplici: sul modo di vivere, di pensare, di organizzarsi l’esistenza nella testa prima che nelle cose che si fanno, sulle cose che si considerano importanti e su quelle che si considerano meno …
Alla fine si ha la sensazione che il proprio essere cristiani sia riportato tutto all’andare a messa, come se questo fosse il minimo, quasi una cosa di cui vergognarsi.
Ridurre l’Eucaristia ad essere il minimo, ci pare non funzioni. L’Eucaristia, almeno per quello che abbiamo studiato al catechismo, è fonte e culmine, memoria del sacrificio della croce, dove Gesù ogni volta per noi muore e resuscita… Questo, più che il minimo, dovrebbe essere il massimo! Nella nostra esperienza quotidiana, però, non è così e spesso si va a messa, e ci si impegna durante la celebrazione, si canta, si fanno vari ‘servizi’… con il risultato che, alla fine della celebrazione, si ha la sensazione di aver fatto semplicemente il catechista per un’ora in più.
Questa riflessione ci ha molto inquietato perché al di là del disagio, il problema è serio e ci domandiamo: che cosa definisce il nostro essere cristiani? Che cosa vuol dire che l’Eucaristia è fonte e culmine?
Seconda considerazione: per noi che ne abbiamo parlato, le riduzioni che l’Eucaristia subisce sono fonte di domande che richiedono riflessioni e risposte. Spesso l’Eucaristia è una specie di esperienza borghese dell’anima – per dirla con un’espressione un po’ forte – in cui si viene coinvolti in una vicenda spirituale che si può vivere in modo più o meno concentrato o distratto a seconda dello stato d’animo con cui vi si partecipa. Come se la questione dell’Eucaristia fosse semplicemente l’esperienza spirituale del singolo… Questa riduzione è insopportabile per una celebrazione che, come sappiamo tutti, è comunitaria – cosa voglia dire in concreto comunitaria, è tutto da vedere….
Qualche volta l’Eucaristia subisce una riduzione di ordine sociologico: tutta l’esperienza è data dalla comunione, per cui se un gruppo ha fatto un bel percorso insieme, la messa di conclusione coinvolge molto, perché tutte le persone si conoscono bene, e per esempio il segno della pace significa tante cose… Ma, allora, se fai una bella cena va bene lo stesso? Perché se tutte le cose che mettiamo in una celebrazione – l’esperienza comune, la conoscenza – rischiano di esserci per  motivi che non hanno niente a che fare con l’Eucaristia, la morte e la resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo…. Qual è il valore aggiunto della grazia del sacramento rispetto ad un’esperienza puramente ’sociologica’?
Tutte queste cose sono il secondo motivo che ci ha arrovellati in questi anni. Di solito sono gli adolescenti che esprimono certi disagi, gli adulti si vergognano. Chi fa l’animatore potrebbe dire « mi annoio a messa »? … Può dirlo a quattordici anni, poi basta!
Io, per esempio, certe volte a messa mi annoio molto e credo che questa sia un’esperienza comune anche per adulti credenti. Spesso mi irrito con le omelie al punto che ormai privilegio le chiese dove la domenica non si fa omelia – cosa assolutamente antiliturgica, contraria le norme di diritto canonico. Quando uno ha quattordici anni tutte queste cose le sbraita, quando ne ha trenta o quaranta non le dice più e se le tiene, ma la sostanza non cambia. Il problema rischia di sussistere ugualmente. Oppure si sceglie e si accetta di sopportare un’ora di noia, col pensiero ‘Il Signore per noi ha fatto tanto!!!’ Una scelta ascetica, cosa senz’altro nobile, ma l’Eucaristia dovrebbe essere il cibo che ci fa vivere! Se diventa un’esperienza ascetica, non c’è più nessun luogo dove ci nutriamo!
A fianco di tutte queste questioni c’è il fatto che l’ Eucaristia – come tutti i punti centrali dell’esperienza credente – va ad innestarsi su un nucleo molto duro e severo della nostra esperienza umana, il nucleo del cibo e della festa.
I due archetipi fondamentali dell’Eucaristia dal punto di vista antropologico, sono il cibo, il pane, la cena e la festa. Questioni che, in questo secolo, sono tra le più problematiche nei nostri paesi. Il nostro è il secolo dei disturbi alimentari, dalla bulimia all’anoressia. Statisticamente abbiamo mediamente un pessimo rapporto con il cibo, ed è un tempo in cui è difficilissimo far festa. Tutti abbiamo un po’ nostalgia delle feste semplici di un tempo, quelle che si facevano con poco, non consumistiche… ma non riusciamo più a trovare il motivo per cui dovremmo far festa.
I temi del cibo e della festa sono molto più dell’esperienza antropologica, sono due delle dimensioni che ci fanno persone, ci fanno vivere e ci fanno vivere con gli altri.
Su questi due  punti di forte disagio della nostra cultura, della nostra esperienza di uomini e donne di questo tempo, su questo nucleo severo, non marginale, pretenderemmo di innestare un’esperienza religiosa che dovrebbe teoricamente funzionare!!!
Cercheremo di affrontare queste questioni a poco a poco con il solito metodo della lectio, facendoci guidare dalla Parola di Dio, con un’offerta di suggestioni che poi ognuno userà come meglio crede, che potranno essere approfondite con letture e percorsi vari che via via troveremo insieme… Useremo sempre lo stesso metodo, di un doppio livello di commento: uno che ci aiuti a riscoprire la nostra struttura antropologica ed uno che ci aiuti a scoprire il valore aggiunto dell’esperienza cristiana. Siccome siamo un po’ carenti su tutti e due gli aspetti, e siccome la Bibbia è sicuramente un’esperienza religiosa ma prima di tutto una grande esperienza di salute mentale, forse ci può aiutare su tutti e due i versanti.

Temi del percorso
Vivremo un percorso che all’inizio propone due grandi orizzonti: Da dove veniamo… e Verso dove andiamo: Il problema si radica molto lontano sia dal punto di vista antropologico, che da quello della novità cristiana. Il problema non è ‘vado alla messa della domenica nella mia parrocchia’, ma è cercare di ricostruire un luogo dell’anima dove l’Eucaristia possa trovare il suo posto. Poi ci saranno sempre Eucaristie più o meno ben celebrate, noi saremo un giorno meglio ed un giorno peggio disposti, avremo, da parte di preti, presidenze dell’Eucaristia più o meno efficaci… questo fa parte dell’esperienza umana e ci sarà comunque.
Ma come sempre, come abbiamo scoperto tante volte in questi anni, occorre aver un luogo dell’anima dove questa esperienza possa radicarsi; questo aiuta anche a sopportare le umane carenze con uno sguardo di misericordia. Non avere un luogo dell’anima rende dei giudici, per cui il problema si riduce ad essere: “il mio parroco predica male”. Forse è anche vero, ma non è quello il problema! Se ho un luogo dell’anima  – per una persona a cui io voglia bene – anche  i suoi difetti  mi inteneriscono. Se voglio bene a una persona, certe piccole manie mi fanno sorridere, perché ho un luogo interno dove entra anche il difetto dell’altro. Se io non ho quel luogo interno la minima cosa che l’altro fa diventa colpa sua, è un problema.
Se da adulti nella fede non troviamo un luogo dell’anima dove mettere l’Eucaristia, non ci sarà mai per noi un modo soddisfacente di celebrare l’Eucaristia e daremo la colpa a noi stessi o agli altri, a seconda del nostro carattere, e non usciremo da questa logica della colpa. Forse se troviamo un luogo interiore, i difetti umani nella loro quotidiana esperienza storica, ci faranno sorridere e diventeranno motivo di tenerezza.
Dopo questi due orizzonti – per cercare di ricostruire un luogo dell’anima e la questione del cibo – Cibo e niente altro? Poi una domanda: Da dove viene il nostro cibo? In marzo affronteremo la questione dura della novità del cristianesimo, quella che ci inquietava quando eravamo piccoli, cioè che per questo cibo serve una morte, un sacrificio. C’è un sacrificio che ci dà questo cibo; è una cosa che ci irrita, ci scandalizza: ma che razza di Dio è quello che vuole un sacrificio per nutrirci? Seguirà il tema Cibo e parole e poi la via di uscita sul tema del corpo Verso un corpo nuovo – che cosa vuol dire corpo personale e sociale, cosa vuol dire essere un corpo avere un corpo e nutrirsi al corpo di Cristo.

Il testo di oggi è l’inizio del capitolo18 della Genesi, 1-15.

Sogni e visioni
Questo è un episodio estremamente citato, un po’ meno letto. Conosciamo tutti la vicenda dei tre viandanti di Mamre, il querciolo, il pranzo di Abramo … Come spesso accade per la Bibbia, però, non leggiamo il testo con le parole che ha e la struttura sua propria.
L’episodio è misterioso; un po’ onirico quanto al genere letterario. Abramo sta nel deserto davanti alla tenda nell’ora calda e … ha un’insolazione: vede una cosa strana, un’apparizione! Per i racconti che riguardano i patriarchi, questo era un genere letterario molto comune per descrivere la realtà: sognano, hanno visioni…
C’è una ragione storica: questi testi sono stati scritti in un tempo di cultura cosiddetta prescientifica, dove la comunicazione tra i mondi era più facile, senza troppe porte, e si comprendeva di più il rapporto tra mondo divino e mondo umano. Uno chiudeva gli occhi, dormiva … e vedeva Dio, gli parlava, discuteva … Oppure appariva un angelo, e il personaggio di turno non si spaventava, ma gli parlava… e cominciava a trafficare con l’angelo.
Noi ci sentiamo più furbi, perché pensiamo che non sia possibile avere delle visioni così, se uno non ha bevuto o fumato qualcosa di strano. In realtà abbiamo trasferito questo tema della comunicazione tra mondi diversi nell’interiorità: facciamo lo stesso ragionamento, ma lo facciamo dentro anziché fuori.
Tutti noi abbiamo, dentro, un piano terra, quello ragionevole, razionale che non fa domande idiote da quattordicenne, che non spera troppo nei miracoli, ma agisce, si organizza per campare. Poi c’è un primo livello ‘seminterrato’ in cui stanno un po’ di senso di magia, il nostro animo bambino, l’animo che quand’è innamorato riesce a divertirsi anche con piccole cose e che ci farebbe piacere che ogni tanto qualcuno lo chiamasse fuori, a farsi vedere. C’è un secondo seminterrato dove stanno i nostri desideri più profondi, per esempio il desiderio che la vita funzioni, che qualcuno ci spieghi, che ci sia sempre una casa dove tornare. Il luogo dei desideri seri e profondi che in genere abbiamo confinato nel secondo seminterrato e che siamo sostanzialmente certi che nessuno potrà chiamare fino al piano terra – al massimo arrivano al primo seminterrato.
La nostra comunicazione tra cielo e terra è diventata una comunicazione tra terra e sotto terra. Non ho usato a caso queste immagini!
L’averlo spostato dentro ha due controindicazioni: innanzitutto ci siamo giocati una sorta di oggettività, una realtà, una storicità: è tutto soggettivo. Per esempio ci siamo giocati la grande comunicazione, perché non potendo raccontare di visioni d’angeli, non sappiamo mai come raccontare le cose serie che ci animano e in genere diciamo: “non te lo so spiegare, non si può capire”. Ci siamo giocati una comunicabilità.
In secondo luogo aver spostato dentro i sogni, i desideri, fa sì che invece di guardare verso l’alto, guardiamo l’ombelico, cioè siamo diventati tutti un po’ più narcisisti. E le visioni che abbiamo sono commisurate solo su noi stessi.

Alzare gli occhi …
“Abramo alzò gli occhi”.
Sarebbe divertente cercare da Genesi1-1 fino ad Apocalisse 21 tutte le volte che  nella Bibbia c’è questa espressione frequentissima centrale e decisiva: alzare gli occhi,  o il suo omologo, volgere lo sguardo… In tutta la Bibbia quando succede qualcosa, quando c’è un incontro con Dio, c’è sempre uno che alza gli occhi o che volge lo sguardo.
E’ chiaro che se noi abbiamo un problema di seminterrati non alzeremo mai gli occhi!
Sarebbe bellissimo leggere il vangelo di Giovanni, in cui continuamente si alzano gli occhi e tutte le volte che si alzano gli occhi succede una cosa.
La mia domanda è: forse non succedono più delle cose perché non alziamo gli occhi!?!
“Egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno”.
L’immagine è assolutamente sonnolenta. Abramo è seduto, non fa niente, fa caldo. Ha già ricevuto la promessa. Dio, che gli ha detto: “I tuoi discendenti saranno più numerosi delle stelle del cielo, della sabbia del mare..”… nel frattempo, dalla promessa in poi, lui è invecchiato!
Di Abramo non diciamo mai questo piccolo particolare che è anche nostro: nel frattempo siamo invecchiati! Per esempio, dalla promessa ricevuta di una chiesa diversa – nel Concilio Vaticano 2° – ad oggi… nel frattempo siamo invecchiati.
Abramo è invecchiato, e non è successo niente. Lui ci ha provato, si è dato da fare e, secondo la legge antica dei popoli della zona, ha preso la schiava Agar per avere una discendenza, perché Sara non gli dava un figlio. E’ nato Ismaele, che secondo la tradizione è il capostipite del mondo islamico, diciamo noi oggi, con tutti i problemi dei rapporti tra fratelli e fratellastri tipici della scrittura, ovviamente, perché da Abramo nascerà Isacco, capostipite di Israele, ma è nato anche Ismaele! In ogni caso Abramo si è dato da fare: c’è stata una promessa, sembrava che la promessa non si concretizzasse, lui stava invecchiando ed ha trovato una soluzione. Ha fatto del suo meglio, ha messo in moto ciò che dipendeva da lui.

… Avere fame
Nell’ora più calda del giorno Abramo stava seduto davanti alla tenda, tra la promessa e il sospetto che la promessa fosse una fregatura – perché poi aveva dovuto darsi da fare lui. E non c’era altro da fare se non stare seduto fuori al caldo, davanti alla tenda, perché nel frattempo è invecchiato!
Proprio lì  “alzò gli occhi”. Traduco con una frase che penso sia sufficientemente chiara.
Per apprezzare il cibo dell’Eucaristia bisogna avere fame. Per avere le visioni bisogna alzare gli occhi. Per desiderare il compimento della promessa bisogna essere delusi dal suo non compimento.
Forse noi non abbiamo abbastanza fame per l’Eucaristia, forse non alziamo gli occhi per vedere angeli; forse non abbiamo preso così sul serio una promessa da essere delusi dal fatto che non si è compiuta. Se l’esperienza del cristianesimo è per noi l’esercizio di un ‘felice compito’, che cosa c’è da aspettare? Il problema è ridotto a quello che faccio io, ma così generiamo solo sempre figli di una schiava! Il problema è che l’esperienza del cristianesimo è il cibo per una fame, per un desiderio, per lo sforzo di alzare ancora una volta gli occhi nella delusione.
Forse la domanda da farsi sarebbe. “Qual era la promessa su cui abbiamo creduto? Qual è la delusione che abbiamo lasciato entrare sottilmente senza scaldarci troppo? E poi, dopo questa promessa e questa delusione, sedersi nell’ora calda del giorno sapendo che non c’è più niente da fare.

Singolare e plurale
Altra annotazione. Abramo vide tre uomini.
“Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: ‘Mio Signore…”.
Tutto il testo nell’originale e nella traduzione, è molto incerto tra il singolare e il plurale. Questi sono tre, sono uno, chissà. Noi diciamo: è la Trinità, abbiamo una risposta perfetta, peccato che viviamo venti secoli dopo e la applichiamo  ad un testo che non funzionava così.
In tutta la storia dei patriarchi, prima dell’alleanza esplicita tra Dio e il popolo di Israele, l’incertezza linguistica tra il singolare e il plurale sul nome di Dio è costante. Uno dei nomi con cui Dio è chiamato è Eloim, che è un plurale – il cui singolare peraltro è Elia.
Questa incertezza tra singolare e plurale ha radici storiche, con cui non vi annoio. A me sembra, tuttavia, che debba esserci un motivo serio se questa, come molte altre espressioni, sono rimaste nella scrittura per venti secoli, perché gli agiografi non si sono fatti scrupolo di cambiare quello che non tornava se e quando non serviva. Se questo è il testo che noi possiamo leggere dopo tanti anni di riflessione credente, è perché lì c’è anche un segnale!
A me piace pensare che questo singolare e plurale rende Abramo veramente nostro fratello! Ma questa è una riflessione mia, collocata dentro questa cultura, questo tempo, queste vite che sono le nostre. Noi siamo molto incerti tra un drammatico narcisismo e un drammatico sovraffollamento dell’anima. Di fronte al mondo io sono al singolare, ma di fronte a me di solito sono un condominio, senza avere quasi mai chiaro chi sia l’amministratore, cioè chi sia che sta governando tutti i condòmini. Noi siamo molto incerti nel capire noi stessi tra un singolare e un plurale, perché ci piacerebbe essere unici, unitari, avere una sola idea, avere un solo comportamento – come dice la scrittura, avere una sola parola – però non è così. Abbiamo tante emozioni, tanti desideri, tanti pensieri spesso contrastanti. Siamo di fronte ad un Dio che ben capisce che cosa vuol dire essere singolari e plurali insieme; siamo di fronte ad un Dio che si presenta a noi parlando il linguaggio della nostra vita, un Dio che non si offre a noi con una vita che noi non riconosciamo, o una vita mutilata, in cui uno per forza deve diventare a tutti i costi singolare. Siamo di fronte ad un Dio che imbandisce un banchetto dove si può essere singolari e plurali, e anche essere incerti sul fatto se si è singolari o plurali.
L’Eucaristia, da questo punto di vista è una grande scuola, perché nell’Eucaristia non si può mai dire una cosa sola, bisogna sempre dirne due insieme, per esempio è un’esperienza partecipativa, non si fa un’Eucaristia senza che la comunità presente in qualche modo partecipi, ma è anche un’esperienza di passività, di un dono ricevuto dal Signore e nessuna delle due cose può essere esclusa. E’ un’esperienza di santi – l’Eucaristia è il cibo dei santi – ma è un’esperienza di peccatori, l’Eucaristia serve a chi è in strada, a chi ha le mani sporche. Il banchetto imbandito da Dio è un banchetto singolare e plurale. Direi in modo provocatorio, per andare a colpire una delle cose su cui di solito ci incartiamo: non è obbligatorio fare una scelta.

Di promessa in promessa
Una promessa che sembra non essere stata mantenuta diventa, noi diremmo, un risultato. Dio funziona così: promette, fa un po’ penare, poi, quando meno lo si aspetta… una promessa che sembra non essere mantenuta diventa un’altra promessa:
“Tornerò da te fra un anno a questa data  e allora Sara, tua moglie,  avrà un figlio” .
Quando i tre se ne vanno, non si vede niente: Isacco, non c’è ancora. Ma la logica è: una promessa sembra perdersi nelle tortuose vie della storia; Abramo cerca di rimanere fedele; arriva il momento buono, lui è ospitale… e qual è il risultato? Un’altra promessa! E dopo la nascita di Isacco? “Prendi tuo figlio Isacco, portalo sul monte di Moria e offrimelo in sacrificio!…” Ogni promessa, se esaudita, diventa un’altra promessa. Anche qui ci sarebbe un po’ da ragionare: se Dio compisse le sue promesse domani, sarebbe la fine del mondo!!! E forse sarebbe anche una buona idea, ci riposeremmo. Fino a che il mondo non finirà, le promesse avranno in sé una parte di compimento e una parte che, in modi strani e misteriosi, diventerà un’altra promessa.
Noi diciamo che l’Eucaristia è pane, ma se guardiamo l’ostia, tutto ci viene in mente tranne il pane. Lo diciamo con convinzione, pane… ma quale pane? Diciamo che rappresenta il corpo di Cristo… ma quale corpo? Nell’Eucaristia noi facciamo l’esercizio bambino e automatico di raddoppiare le promesse.

Dal cibo condiviso e dal sorriso
Poi c’è tutta una bella storia sul riso.
“ ‘Perché Sara ha riso…..?’…   Allora Sara negò: ‘Non ho riso!’… ‘Sì, hai proprio riso’ ”.
Sembra che questi tre angeli siano un po’ permalosi. Ma il tema del riso attraversa tutta la storia di Abramo. Nella pagina precedente, al capitolo 17, al versetto 17 si dice: “Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: ‘Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all’età di novanta anni  potrà partorire?’ ”.
E al capitolo 21,versetto 6, alla nascita di Isacco: “Allora Sara disse: ‘Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me!’.
Secondo la tradizione, il nome Isacco significa “figlio del sorriso”, proprio per connetterlo a questo tema del riso che attraversa tutta la sua storia.
Isacco, figlio del sorriso, è l’innocente destinato al sacrificio, proprio come Gesù, che è il grande sorriso di Dio sulla storia, finirà in croce! In Dio c’è uno strano rapporto tra il riso, il sorriso e la morte, il dolore! E l’Eucaristia, luogo della nostra festa è anche il luogo in cui facciamo memoria del sacrificio di Cristo.
Come si dimostra in questo testo, Dio ama coloro che sorridono. Ma cosa avremo mai da ridere? Oltre che sorridere, ci sono altre cose e forse bisogna ricevere dalla stessa mano il sorriso e l’ordine del sacrificio? Forse fanno parte del condominio i tempi di riso e i tempi di lacrime?
Cosa vuol dire che in qualche modo noi veniamo dal cibo, da questo banchetto preparato da Abramo per i suoi ospiti e dal riso?  Questo testo ci viene offerto come orizzonte di partenza:  noi siamo tutti figli di Abramo. Veniamo da un cibo condiviso e da un sorriso nascosto, ma smascherato. Per avere un luogo dentro di noi per l’Eucaristia, forse bisogna riconoscere il banchetto da cui veniamo e il sorriso da cui nasciamo.
Banchetto per tutti
Vi faccio notare che non è un caso che al versetto 8 si dica: “Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello”.
Questa  è una delle cose più gravi che si possano fare, secondo la legge ebraica: mescolare carne e latte. E’ proibito ancora oggi dalle  regole di purezza. Gli ebrei osservanti hanno due frigoriferi e due completi da cucina per non rischiare di usare lo stesso coltello sul formaggio e sulla carne, perché è una delle cose più gravi che potrebbero succedere. E Abramo, il padre al quale tutti si richiamano, compie un gesto chiaramente impuro.
Questo è un altro bellissimo elemento: il banchetto per i tre ospiti viene preparato in modo impuro: Abramo mescola le cose che non dovrebbe mescolate. Il banchetto a cui siamo invitati non è un banchetto per i puri.
Ho trovato su internet e stampato sullo stesso foglio due immagini che riguardano questo testo: il primo dipinto da Marc Chagall, ebreo, del ‘900 e l’icona della Trinità di Rubliev. E’ inquietante guardarle insieme perché è molto evidente che tra l’una e l’altra c’è la venuta di Gesù Cristo. L’immagine di Chagall è una lettura dell’episodio dal punto di vista dell’antico testamento; l’icona di Rubliev legge l’episodio a partire dal nuovo testamento. Si vede dai tavoli, che sono girati in maniera opposta. Nel primo caso, la lettura ebraica della vicenda, gli angeli danno la schiena a chi guarda. Quel banchetto per noi è chiuso! Non c’è posto, siamo osservatori che sbirciano di nascosto dietro alle spalle degli ospiti.
Nella Trinità di Rubliev  è esattamente il contrario: i tre sono seduti dai tre lati esterni, il lato vuoto è dalla parte di chi guarda il quadro, non solo, ma addirittura la prospettiva è rovesciata.
In tutti e due i quadri ricorre il tema del sacrificio: in uno è rappresentato il sacrificio di Isacco, nell’altro il sacrificio dell’agnello pasquale nella coppa che sta sul tavolo. Noi togliamo sempre dal banchetto l’aspetto duro, doloroso, il prezzo che è stato pagato per questo invito a pranzo. Ma non si può togliere, neppure in un’immagine armoniosa, bella, non sanguinolenta.
Nella nostra cultura, è ben comprensibile una logica, fatta di cibo, di festa a cui si è invitati. Ci pare normale che Dio, che sa fare le feste, ci inviti. In realtà tutti e due i quadri ci dicono che questa non è una festa qualsiasi, è una festa il cui padrone di casa è Dio e segue una logica particolare: l’innovazione evangelica è qualcosa di più della nostra semplice esperienza umana,!

Il posto dell’Eucaristia
Questo testo – spero di essere riuscita a mostrarvelo – ha un grande fascino, molto forte per noi oggi, perché amiamo questi testi un po’ magici, non troppo razionali, dove c’è un suono che ci fa aspettare con il fiato in gola un finale che speriamo diverso tutte le volte che lo leggiamo.
E’ un testo poetico, ma nello stesso tempo va a toccare quei nodi – il cibo, il riso, la discendenza – che sono tra i più delicati, che sono i luoghi più potenti della nostra vita. E’ in mezzo a questi nodi che bisogna trovare un posto per l’Eucaristia. Non si può trovare altrove, semplicemente come una pia pratica, come un esercizio di dovere rispetto ad una regola. Non si può semplicemente sperare che sia una delle cose che come adulto responsabile devo fare. In mezzo a questo luogo duro e delicato, questo luogo discriminante della nostra vita, laddove si giocano poi gli atteggiamenti fondamentali che “ci fanno”, è lì che troviamo il posto per l’Eucaristia!
E’ un punto delicato, molto profondo, nel secondo, anche terzo scantinato, ma ha una visibilità evidente. Forse in questo spazio dovremmo imparare a trovare un posto per l’Eucaristia, se vogliamo davvero che sia fonte, culmine, radicamento della vita cristiana. Ci vorrà un po’ di esercizio per trovare lì il suo posto, però non possiamo pretendere che l’Eucaristia sia ciò che deve essere se sta nella nostra vita come un soprammobile!
Forse questo percorso con la scrittura ci aiuterà a scavare un po’ in questi seminterrati ed a trovare lo spazio per l’esperienza dell’Eucaristia.

Fossano, 20 novembre 2004

 (Testo non rivisto dall’autore)

La spiritualità eucaristica di Papa Paolo VI

dal sito:

http://www.zenit.org/article-27816?l=italian

La spiritualità eucaristica di Papa Paolo VI

ROMA, sabato, 3 settembre 2011 (ZENIT.org).- La figura e l’opera di Paolo VI sono state rievocate il 6 agosto agosto, trentatreesimo anniversario della sua morte, in due celebrazioni, una nella Basilica di San Pietro e l’altra nella chiesa parrocchiale di San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo.
Nell’omelia della Messa celebrata nella Basilica vaticana l’Arcivescovo-vescovo di Trieste, monsignor Giampaolo Crepaldi, ha inserito il ricordo del Pontefice bresciano nel suo rapporto profondo con l’Eucaristia.
Riportiamo di seguito il testo integrale dell’omelia di mons. Crepaldi.

* * *

Eminenze, Eccellenze, Confratelli nel Sacerdozio, carissimi fratelli e sorelle,
È con animo commosso che presiedo questa celebrazione eucaristica presso l’altare della Cattedra nella Basilica Vaticana in memoria del Servo di Dio Papa Paolo VI, continuando la devota tradizione avviata dall’Arcivescovo Pasquale Macchi, solerte e generoso Segretario del compianto Pontefice. Questa Basilica, nella quale risuonò più volte il Magistero di Papa Montini, resta un coinvolgente memoriale di straordinari eventi ecclesiali legati al ministero del defunto Pontefice: le sessioni del Concilio da Lui presiedute, gli incontri con il Patriarca Atenagora, la soppressione delle scomuniche e la proschinesi da Lui voluta quale gesto riparatorio per le divisioni del 1054 con il suo inginocchiarsi davanti al Metropolita Melitone. Un Pontefice, Paolo VI, che designò quale Pastore della Chiesa di Monaco il teologo Ratzinger, oggi Benedetto XVI, elevato da  Lui anche alla porpora cardinalizia.  Cari fratelli e sorelle, che siete venuti in questo luogo di singolare significatività per tutto l’Orbe Cattolico a fare memoria dell’opera e della persona di Paolo VI, consentitemi una breve riflessione su quanto il Servo di Dio ha offerto all’intera Chiesa Cattolica circa il mistero dell’Eucaristia. Vuole essere questo un piccolo contributo per preparaci al meglio alla celebrazione, nel prossimo settembre, del Congresso Eucaristico Nazionale Signore da chi andremo?
Paolo VI costruì la sua spiritualità sull’Eucarestia, celebrata ed adorata. I pomeriggi delle domeniche — non impegnate nei viaggi apostolici o nelle visite alla Parrocchie romane — venivano trascorsi nella sua cappella — resa preziosa da opere di artisti da Lui apprezzati e conosciuti — davanti al Tabernacolo, dove rimaneva in lunga e orante adorazione, affidando a Cristo eucaristico problemi e soluzioni per il rinnovamento spirituale e pastorale della Chiesa. Sì, l’Eucaristia, assieme alla preghiera del Rosario, contraddistinse la pietas di Montini, sacerdote, vescovo e Sommo Pontefice. L’educazione giovanile presso i sacerdoti dell’Oratorio delle Grazie di Brescia, dove l’amore alla liturgia e lo spirito liturgico comunicato da uomini di formidabile statura, quali il futuro card. Giulio Bevilacqua ed il futuro vescovo di Crema mons. Carlo Manziana, influì in maniera determinante sulla formazione spirituale del giovane Montini. I suoi soggiorni nell’Abbazia benedettina di Engelberg in Svizzera e le Settimane a Camaldoli affinarono il suo spirito ad una vita eucaristico-liturgica “actenta ac devota”. L’affermazione di de Lubac — l’Eucarestia fa la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucarestia — Montini la propose e la sottolineò al suo presbiterio ambrosiano quale interiore tensione da vivere nella quotidianità della vita pastorale. È ancora viva, per auditu, l’ammirazione dei fedeli di Melkal per la compostezza liturgica e la presenza adorante nella chiesa parrocchiale di quel piccolo villaggio delle Alpi Svizzere, dove l’arcivescovo Montini passava con il fratello Francesco e la sua famiglia qualche giorno di vacanza, ai primi di agosto, negli anni del suo ministero a Milano. Montini era solito leggere davanti al Tabernacolo della sua cappella nell’arcivescovado le lettere che gli pervenivano dai più stretti collaboratori del S. Padre. Eucaristia e ministero petrino erano per Lui in stretta connessione. Non è forse sulle rive del lago di Tiberiade, non lontano da Cafarnao, che il Signore Gesù ci offrì la dottrina del pane eucaristico che è il suo Corpo dato per la vita del mondo, e non è grazie alla fede di Pietro — Signore da chi andremo? —, che Cristo Gesù, riconoscendo la volontà del Padre, conferì il primato al Pescatore di Galilea, costituendolo sua Roccia per la fede di chi avrebbe guardato a Cristo quale salvatore e redentore?
Il Papa Paolo VI, pur in una rispettosa attenzione verso ogni realtà culturale, sociale e religiosa, era ben consapevole della missione che il Signore gli aveva affidato. A Ginevra, nell’ambito di un incontro ecumenico, davanti ai rappresentanti delle Chiese sorelle e delle Comunità ecclesiali affermò: «Sono Pietro e in virtù di questo pondus indico e cerco con voi la strada della verità e dell’unità». Quel memorabile discorso — come fu confidato da mons. Macchi ad un sacerdote suo collaboratore per la causa di beatificazione di Paolo VI — lo limò, lo lesse e rilesse davanti all’Eucaristia. È proprio nell’Eucaristia, vero Corpo e Sangue di Cristo, mistero grande della nostra fede, che si deve cercare l’anima apostolica di Paolo VI. La strada del dialogo, da Lui indicata quale attenzione di carità evangelica per l’offerta della verità all’uomo moderno, sia credente che non credente, trae le sue radici da quel dialogo fatto Persona che è Cristo Gesù, il quale continuamente si pone alla ricerca di chi è smarrito o si è allontanato. Ricordava Jean Guitton che quando si recava a Castel Gandolfo per la compilazione del suo libro Dialoghi con Paolo VI, il Santo Padre, per prima cosa, lo invitava a fare una breve visita al Santissimo nella Cappella del Palazzo Apostolico. Fu proprio in una di quelle visite che Guitton suggerì al Papa di coprire le scene di guerra affrescate in quel luogo santo.
Possiamo ben dire che per comprendere la figura e l’opera di Paolo VI è necessario scoprire il suo rapporto profondo con l’Eucaristia, Mistero Pasquale di Cristo per la salvezza del mondo, vera e reale presenza del Signore in mezzo ai Suoi e per l’autentica riforma di ogni cristiano e dell’intero Popolo di Dio.  E’ questa presenza che noi dobbiamo cercare perché solo in Essa vi sono parole di vita eterna. Così l’Arcivescovo Montini si esprimeva nell’omelia del Corpus Domini a Milano nel 1956: «Infatti l’Eucaristia diffonde sopra di noi e dentro di noi un invito a penetrare, oltre lo schermo delle specie sensibili, fino alla realtà d’una divina presenza. Questo invito fa scuola per tutta la nostra vita spirituale ed intellettuale.  Di che cosa, infatti, ha maggiormente bisogno la nostra vita, sovreccitata dagli aspetti sensibili, esteriori, materiali, fenomenici della scena terrena, se non di essere richiamata, da un lato, alla vita interiore e superiore dello spirito, dall’altro, all’intelligenza profonda del Pensiero, della divina Sapienza, che governa il mondo e le sue leggi? Ed ancora. Ci parla l’Eucaristia, nel suo segno sacramentale, di un sovrano disegno di pace e di unione. “Come questo pane macinato era prima grano sparso qua e là per i colli — dice un antichissimo testo cristiano (Didachè, IX) —, e poi divenne una cosa sola, così si raccolga la tua Chiesa, o Signore, dai confini della terra nel tuo regno; perché tua è la gloria e la potenza per Gesù Cristo nei secoli”. Segno di pace e di unione della Vita divina con la nostra; di pace e di unione dei nostri cuori fra loro, resi fratelli e solidali dalla comunione con l’unico Cristo. E di quale più urgente rimedio, di quale più solido vincolo ha bisogno il mondo in cui viviamo, la nostra vita sociale, la nostra stessa città, che quello d’un legame sincero ed affettuoso di fraternità, di concordia di sentimenti e di opere, di unità di pensiero e di fede, di pace e di amore? E poi ancora. Ci è segno l’Eucaristia d’un dono, infinitamente amoroso e generoso, d’un dono totale di Cristo per la nostra salvezza; è il Suo sacrificio, che si rispecchia e si contiene nel sacramento; è la Sua immolazione resa presente e perenne.
E non dovremmo esultare che questa pubblica esaltazione del sacrificio redentore di Cristo venga a proclamare fra noi, anche nella nostra vita civile contro l’egoismo che paralizza e soffoca il senso sociale, la legge della bontà generosa, dell’eroismo salvatore, del sacrificio di sé per il bene altrui, e che ancora ci richiami a rigenerare nell’amore la nostra vita privata, familiare e sociale? Sì; Gesù, anche nell’Eucaristia, è Maestro…» (Mons. G.B. Montini, Discorso al termine della processione del Corpus Domini, Milano 31.5.1956).
A Voi, cari Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, a voi estimatori del Servo di Dio Paolo VI, a Voi che lo Spirito ha costituito Assemblea dei Redenti in questa solenne celebrazione, rivolgo a me e a tutti voi questo umile invito: seguiamo, ascoltiamo Cristo, Pastore e Maestro, lasciandoci accompagnare dalla fede nell’Eucaristia del Servo di Dio Paolo VI, che auspichiamo di venerare presto tra i Beati.

Basilica Vaticana, 6 agosto 2011
Trasfigurazione del Signore

Publié dans:EUCARESTIA (SULL), Papa Paolo VI |on 9 septembre, 2011 |Pas de commentaires »
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