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BENEDETTO XVI – MARIA VERGINE: ICONA DELLA FEDE OBBEDIENTE (2012)

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BENEDETTO XVI – MARIA VERGINE: ICONA DELLA FEDE OBBEDIENTE (2012)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 19 dicembre 2012

Cari fratelli e sorelle,

nel cammino dell’Avvento la Vergine Maria occupa un posto particolare come colei che in modo unico ha atteso la realizzazione delle promesse di Dio, accogliendo nella fede e nella carne Gesù, il Figlio di Dio, in piena obbedienza alla volontà divina. Oggi vorrei riflettere brevemente con voi sulla fede di Maria a partire dal grande mistero dell’Annunciazione.
«Chaîre kecharitomene, ho Kyrios meta sou», «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Sono queste le parole – riportate dall’evangelista Luca – con cui l’arcangelo Gabriele si rivolge a Maria. A prima vista il termine chaîre, “rallegrati”, sembra un normale saluto, usuale nell’ambito greco, ma questa parola, se letta sullo sfondo della tradizione biblica, acquista un significato molto più profondo. Questo stesso termine è presente quattro volte nella versione greca dell’Antico Testamento e sempre come annuncio di gioia per la venuta del Messia (cfr Sof 3,14; Gl 2,21; Zc 9,9; Lam 4,21). Il saluto dell’angelo a Maria è quindi un invito alla gioia, ad una gioia profonda, annuncia la fine della tristezza che c’è nel mondo di fronte al limite della vita, alla sofferenza, alla morte, alla cattiveria, al buio del male che sembra oscurare la luce della bontà divina. E’ un saluto che segna l’inizio del Vangelo, della Buona Novella.
Ma perché Maria viene invitata a rallegrarsi in questo modo? La risposta si trova nella seconda parte del saluto: “il Signore è con te”. Anche qui per comprendere bene il senso dell’espressione dobbiamo rivolgerci all’Antico Testamento. Nel Libro di Sofonia troviamo questa espressione «Rallégrati, figlia di Sion,… Re d’Israele è il Signore in mezzo a te… Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente» (3,14-17). In queste parole c’è una duplice promessa fatta ad Israele, alla figlia di Sion: Dio verrà come salvatore e prenderà dimora proprio in mezzo al suo popolo, nel grembo della figlia di Sion. Nel dialogo tra l’angelo e Maria si realizza esattamente questa promessa: Maria è identificata con il popolo sposato da Dio, è veramente la Figlia di Sion in persona; in lei si compie l’attesa della venuta definitiva di Dio, in lei prende dimora il Dio vivente.
Nel saluto dell’angelo, Maria viene chiamata “piena di grazia”; in greco il termine “grazia”, charis, ha la stessa radice linguistica della parola “gioia”. Anche in questa espressione si chiarisce ulteriormente la sorgente del rallegrarsi di Maria: la gioia proviene dalla grazia, proviene cioè dalla comunione con Dio, dall’avere una connessione così vitale con Lui, dall’essere dimora dello Spirito Santo, totalmente plasmata dall’azione di Dio. Maria è la creatura che in modo unico ha spalancato la porta al suo Creatore, si è messa nelle sue mani, senza limiti. Ella vive interamente della e nella relazione con il Signore; è in atteggiamento di ascolto, attenta a cogliere i segni di Dio nel cammino del suo popolo; è inserita in una storia di fede e di speranza nelle promesse di Dio, che costituisce il tessuto della sua esistenza. E si sottomette liberamente alla parola ricevuta, alla volontà divina nell’obbedienza della fede.
L’Evangelista Luca narra la vicenda di Maria attraverso un fine parallelismo con la vicenda di Abramo. Come il grande Patriarca è il padre dei credenti, che ha risposto alla chiamata di Dio ad uscire dalla terra in cui viveva, dalle sue sicurezze, per iniziare il cammino verso una terra sconosciuta e posseduta solo nella promessa divina, così Maria si affida con piena fiducia alla parola che le annuncia il messaggero di Dio e diventa modello e madre di tutti i credenti.
Vorrei sottolineare un altro aspetto importante: l’apertura dell’anima a Dio e alla sua azione nella fede include anche l’elemento dell’oscurità. La relazione dell’essere umano con Dio non cancella la distanza tra Creatore e creatura, non elimina quanto afferma l’apostolo Paolo davanti alle profondità della sapienza di Dio: «Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33). Ma proprio colui che – come Maria – è aperto in modo totale a Dio, giunge ad accettare il volere divino, anche se è misterioso, anche se spesso non corrisponde al proprio volere ed è una spada che trafigge l’anima, come profeticamente dirà il vecchio Simeone a Maria, al momento in cui Gesù viene presentato al Tempio (cfr Lc 2,35). Il cammino di fede di Abramo comprende il momento di gioia per il dono del figlio Isacco, ma anche il momento dell’oscurità, quando deve salire sul monte Moria per compiere un gesto paradossale: Dio gli chiede di sacrificare il figlio che gli ha appena donato. Sul monte l’angelo gli ordina: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito» (Gen 22,12); la piena fiducia di Abramo nel Dio fedele alle promesse non viene meno anche quando la sua parola è misteriosa ed è difficile, quasi impossibile, da accogliere. Così è per Maria, la sua fede vive la gioia dell’Annunciazione, ma passa anche attraverso il buio della crocifissione del Figlio, per poter giungere fino alla luce della Risurrezione.
Non è diverso anche per il cammino di fede di ognuno di noi: incontriamo momenti di luce, ma incontriamo anche passaggi in cui Dio sembra assente, il suo silenzio pesa nel nostro cuore e la sua volontà non corrisponde alla nostra, a quello che noi vorremmo. Ma quanto più ci apriamo a Dio, accogliamo il dono della fede, poniamo totalmente in Lui la nostra fiducia – come Abramo e come Maria – tanto più Egli ci rende capaci, con la sua presenza, di vivere ogni situazione della vita nella pace e nella certezza della sua fedeltà e del suo amore. Questo però significa uscire da sé stessi e dai propri progetti, perché la Parola di Dio sia la lampada che guida i nostri pensieri e le nostre azioni.
Vorrei soffermarmi ancora su un aspetto che emerge nei racconti sull’Infanzia di Gesù narrati da san Luca. Maria e Giuseppe portano il figlio a Gerusalemme, al Tempio, per presentarlo e consacrarlo al Signore come prescrive la legge di Mosé: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» (cfr Lc 2,22-24). Questo gesto della Santa Famiglia acquista un senso ancora più profondo se lo leggiamo alla luce della scienza evangelica di Gesù dodicenne che, dopo tre giorni di ricerca, viene ritrovato nel Tempio a discutere tra i maestri. Alle parole piene di preoccupazione di Maria e Giuseppe: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», corrisponde la misteriosa risposta di Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo essere nelle cose del Padre mio?» (Lc 2,48-49). Cioè nella proprietà del Padre, nella casa del Padre, come lo è un figlio. Maria deve rinnovare la fede profonda con cui ha detto «sì» nell’Annunciazione; deve accettare che la precedenza l’abbia il Padre vero e proprio di Gesù; deve saper lasciare libero quel Figlio che ha generato perché segua la sua missione. E il «sì» di Maria alla volontà di Dio, nell’obbedienza della fede, si ripete lungo tutta la sua vita, fino al momento più difficile, quello della Croce.
Davanti a tutto ciò, possiamo chiederci: come ha potuto vivere Maria questo cammino accanto al Figlio con una fede così salda, anche nelle oscurità, senza perdere la piena fiducia nell’azione di Dio? C’è un atteggiamento di fondo che Maria assume di fronte a ciò che avviene nella sua vita. Nell’Annunciazione Ella rimane turbata ascoltando le parole dell’angelo – è il timore che l’uomo prova quando viene toccato dalla vicinanza di Dio –, ma non è l’atteggiamento di chi ha paura davanti a ciò che Dio può chiedere. Maria riflette, si interroga sul significato di tale saluto (cfr Lc 1,29). Il termine greco usato nel Vangelo per definire questo “riflettere”, “dielogizeto”, richiama la radice della parola “dialogo”. Questo significa che Maria entra in intimo dialogo con la Parola di Dio che le è stata annunciata, non la considera superficialmente, ma si sofferma, la lascia penetrare nella sua mente e nel suo cuore per comprendere ciò che il Signore vuole da lei, il senso dell’annuncio. Un altro cenno all’atteggiamento interiore di Maria di fronte all’azione di Dio lo troviamo, sempre nel Vangelo di san Luca, al momento della nascita di Gesù, dopo l’adorazione dei pastori. Si afferma che Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19); in greco il termine è symballon, potremmo dire che Ella “teneva insieme”, “poneva insieme” nel suo cuore tutti gli avvenimenti che le stavano accadendo; collocava ogni singolo elemento, ogni parola, ogni fatto all’interno del tutto e lo confrontava, lo conservava, riconoscendo che tutto proviene dalla volontà di Dio. Maria non si ferma ad una prima comprensione superficiale di ciò che avviene nella sua vita, ma sa guardare in profondità, si lascia interpellare dagli eventi, li elabora, li discerne, e acquisita quella comprensione che solo la fede può garantire. E’ l’umiltà profonda della fede obbediente di Maria, che accoglie in sé anche ciò che non comprende dell’agire di Dio, lasciando che sia Dio ad aprirle la mente e il cuore. «Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore» (Lc 1,45), esclama la parente Elisabetta. E’ proprio per la sua fede che tutte le generazioni la chiameranno beata.
Cari amici, la solennità del Natale del Signore che tra poco celebreremo, ci invita a vivere questa stessa umiltà e obbedienza di fede. La gloria di Dio non si manifesta nel trionfo e nel potere di un re, non risplende in una città famosa, in un sontuoso palazzo, ma prende dimora nel grembo di una vergine, si rivela nella povertà di un bambino. L’onnipotenza di Dio, anche nella nostra vita, agisce con la forza, spesso silenziosa, della verità e dell’amore. La fede ci dice, allora, che l’indifesa potenza di quel Bambino alla fine vince il rumore delle potenze del mondo.

 

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE OMELIA (02-02-2019)

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE OMELIA (02-02-2019)

Movimento Apostolico – rito romano
I miei occhi hanno visto la tua salvezza

Perché lo Spirito Santo muova di noi cuore, mente, desideri, volontà, anima, spirito, corpo, bocca, orecchi, mani, ogni cellula del nostro essere, è necessario che dimoriamo nella Legge del Signore. La sua azione è sempre duplice: dal peccato prima deve condurci nella grazia, dalla disobbedienza all’obbedienza, dalla morte alla vita. Solo dopo può prendere la nostra vita nelle sue mani e condurla secondo la divina volontà. Ma perché Lui possa condurci, muoverci, spingerci è obbligatorio per noi crescere in grazia e verità. Il peccato ci fa massi di piombo. Siamo inamovibili. La grazia ci rende come foglie secche. Possiamo rimanere sulle ali del vento dello Spirito Santo. Più si cresce in grazia e in sapienza e più la nostra resistenza viene meno. Gesù è stato condotto fin sulla croce, perché la sua crescita nell’obbedienza è stata al massimo delle umane possibilità. Simeone è uomo giusto, vive nel timore del Signore, ama la Legge del suo Dio. Ad essa ha consacrato la sua vita. Anche Maria e Giuseppe amano la Legge del loro Dio. La osservano in ogni loro precetto. Lo Spirito Santo può muovere gli uni e gli altri. Può far sì che si incontrino nel tempio del Signore. Si vive nella Legge, ci si incontra nella casa di Dio, per cantare la sua verità, il suo amore, la sua giustizia, la sua grande misericordia. Questo avviene sempre quando si dimora nella Legge del Signore. Quando invece si è fuori, lo Spirito non può operare e nessun incontro potrà mai avvenire. Chi è fuori della Legge non conosce lo Spirito di Dio.
Simeone mandato dallo Spirito di Dio nel tempio, vede con gli occhi dello Spirito Santo il Bambino che Maria porta tra le braccia. Lo riconosce con la sapienza dello Spirito che è nel suo cuore. Parla di Lui con la bocca dello Spirito che si fatta sua bocca. Il Figlio di Maria è la luce che Dio ha mandato nel mondo perché le genti fossero illuminate sul suo vero mistero. Non c’è vera conoscenza di Dio se non nella luce che è Cristo Gesù. Non si tratta di una luce che emana da Cristo, come la luce che viene emanata dal sole. Conosce il Padre chi diviene con Cristo un solo corpo, una sola vita, una sola luce. Chi non diviene luce di Cristo nella luce di Cristo mai potrà conoscere il mistero del Padre. Cristo e il Padre sono un solo mistero. Cristo è nel mistero del Padre, conosce il Padre. Il cristiano è nel mistero di Cristo, conosce Cristo, conosce il Padre. Cristo è la luce del Padre. Conosciamo il Padre se siamo luce di Cristo.
Madre di Dio, Angeli, Santi, fateci luce per illuminare dalla e nella luce di Cristo.
egge non conosce lo Spirito di Dio.

SOLENNITÀ DI N. S. GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO –ANNO B “TU LO DICI, IO SONO RE!”

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SOLENNITÀ DI N. S. GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO –ANNO B “TU LO DICI, IO SONO RE!”

Carissimi fratelli e sorelle,

chiudiamo oggi l’anno liturgico con la Solennità di N. S. Gesù Cristo Re dell’Universo. La liturgia di questo anno B ci propone la contemplazione di Gesù Re sotto la luce di due particolari riflettori.

La prima fonte di luce che illumina oggi questa festa di Cristo Re è la figura del “Figlio dell’Uomo”, immagine biblica inaugurata da Daniele. Questa figura di Daniele appartiene all’ambito, del Cielo, di Dio e da questi riceve il potere regale per instaurare il suo Regno che è Regno universale ed eterno che si contrappone come vincente sui vari regni umani che hanno oppresso Israele.
A quest’immagine si identificò Gesù in numerosi occasioni della sua vita anzi dai Vangeli sembra proprio che questo fosse il titolo preferito da Gesù che, spessissimo, parlando in terza persona parlava di sé come del “Figlio dell’Uomo”.
I quattro evangelisti riportano un totale di ben 78 volte in cui il Signore Gesù parla di sé come “Figlio dell’uomo”, di queste 78 volte ne ricordiamo due in particolare, due tra le più significative, la prima quando chiese a suoi apostoli: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’Uomo” (Mt 16,13), e l’altra quando durante il suo processo davanti a Caifa dirà: “D’ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo” (Mt 26,64).
Questa stessa immagine viene ripresa da Giovanni nella sua Apocalisse in cui la identifica nel Cristo Risorto e vivo, come abbiamo ascoltato nella prima lettura odierna:
“ Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen! Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (Ap 1,5-8)
La seconda fonte di luce che illumina la nostra festa odierna è l’episodio, riportato nel Vangelo di Giovanni che abbiamo appena proclamato, del dialogo tra Gesù e Ponzio Pilato. Dialogo nel quale Gesù si propone, senza mezzi termini come “Re”, ma Re di una dimensione non terrena, Re di un Regno che non è di questo mondo. Regno, cioè, che non ha le caratteristiche terrene di forza e potenza materiale, ma Regno spirituale, Regno dei cuori, Regno dei semplici, dei piccoli, degli umili, Regno dei figli di Dio.
Nel Vangelo di Giovanni solo nella Passione si parla di questo Regno e Gesù muore appunto perché “Re dei Giudei” come farà scrivere Pilato in tre lingue, romano, greco e ebraico, come motivazione della condanna a morte. E la croce viene vista in questo Vangelo come il trono glorioso di questo Re.
Negli altri Vangeli, invece, sono tanti, sin dall’inizio, i discorsi che Gesù fa intorno al Regno che Lui è venuto ad inaugurare. Marco e Luca parlano di questo Regno come del “Regno di Dio” (Mc 1,15; 4,11 ecc.; Lc 4,43; 6,20 ecc.). Matteo più attento alla delicatezza dell’uso ebraico di non pronunciare mai il nome santissimo di “Dio” – perché pronunciarlo sarebbe già come bestemmiarlo – ne parla come il “Regno dei cieli” (Mt 3,1; 4,17; ecc.) o come il “Regno del Padre” (Mt 13,43; 26,29).
Quando Gesù, il Maestro, parlava del “Regno del Padre” si capisce che evocava una realtà ben nota ai suoi uditori. Nell’insegnamento di Gesù, il Regno di Dio si presenta anzitutto come un intervento di Dio nel corso della storia.
Nella Storia della Salvezza noi vediamo come Dio voglia stabilire il suo Regno in mezzo agli uomini. “Regno” richiama “autorità” – “potere” – “dominio”, ora questo Regno di Dio non è però un Regno alla maniera umana, ma tutta sua: è “autorità” che non opprime ma che illumina, è “potere” che non schiavizza, ma libera; è un “dominio” che non schiaccia, ma innalza.
I PROFETI più antichi avevano visto questo Regno come il giudizio di Dio su Israele e i peccatori, i PROFETI più recenti vedevano questo Regno in un mondo ricreato che vive all’ombra della presenza di Dio. Gli autori APOCALITTICI descrivono lo stabilirsi del Regno secondo lo scenario di una catastrofe cosmica. Nei libri SAPIENZIALI il Regno di Dio è presentato come il frutto della sapienza divina che aveva messo la sua tenda in mezzo al popolo d’Israele. I SALMI del Regno hanno particolarmente sottolineato l’avvento futuro del Regno di Dio. È Dio stesso che stabilirà il suo Regno sulla terra. È Dio che regnerà, vestito di maestà; è Lui che giudicherà le nazioni e sarà gioia grande per chi Lo ama e terrore e angoscia per coloro che non vivono nel suo amore.
Ora, tutto questo, tutte queste idee sul Regno echeggiavano nel cuore degli ascoltatori di Gesù quando parlava del Regno del Padre suo.
Poiché Gesù è Dio, trovano dunque in Lui il compimento tutte le promesse divine: Dio che viene in persona per stabilire il suo Regno tra gli uomini. Il Nuovo Testamento annuncia il Regno come imminente in forza della morte e risurrezione del Cristo, o come già avvenuto nella sua persona, e pone l’accento sul suo carattere essenzialmente interiore, fondato sulla carità. Noi cristiani viviamo nell’attesa della manifestazione piena di questo Regno alla fine dei tempi.
Ora, Gesù ci ha parlato di questo Regno come:
* a un uomo che « uscì a seminare“ e sparse il suo seme dovunque ma crebbe solo sulla terra buona (Mc 4,1ss);
* a un uomo che “ha seminato del buon seme nel suo campo”, ma vede crescere in esso anche l’erba cattiva (Mt 13,24ss);
* “a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami” (Mt 13,31ss);
* “al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti » (Mt 13,33);
* “a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo” (Mt 13,44);
* “a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Mt 13,45);
* “a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci” (Mt 13,47ss);
* “un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce” (Mc 4,26ss)
* “a un re che volle fare i conti con i suoi servi” (Mt 18,23ss);
* “a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio”, ma gli invitati si scusano e non partecipano provocando l’ira del re che chiamerà così alla festa i poveri e gli ultimi (Mt 22,2ss);
* “a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna” (Mt 20,1);
* “a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo”, ma, “cinque di esse erano stolte e cinque sagge” (Mt 25,1ss).
Gesù parla ancora del Regno come proprietà dei poveri e dei perseguitati: vostro è il Regno (Lc 6,20).
Ci dice ancora che difficilmente un ricco potrà entrarvi (Lc 18,25) e sarebbe meglio per noi tagliarci una mano un’arto e entrarvi monchi piuttosto che rimanervi fuori (Lc 9,43).
Ci ha detto ancora che per entrarvi è necessario una rinascita nell’acqua e nello spirito (Gv 3,5), e che questo Regno è dei piccoli e che se non diventeremo bambini non vi entreremo (Lc 18,17).
È un Regno che soffre violenza e solo coloro che si sforzano e si fanno violenza vi entreranno (Mt 11,12) e se cercheremo questo Regno con tutte le nostre forze, ogni cosa ci verrà data in più (Mt 6,33)
Gesù ci ha invitato a pregare il Padre perché questo Regno venga presto nella sua pienezza (Mt 6,10) e ci ha detto di non scoraggiarci perché questo Regno è già presente nel mondo (Lc 17,21) ed è un Regno aperto a tutti (Lc 13,28) e le sue porte si aprono immediatamente a chi con fiducia invoca il Suo Nome come Lo invocò il ladrone pentito che sulla croce disse: «Gesù ricordati di me quando sarai nel tuo Regno» (Lc 23,42).
Una domanda dobbiamo porci tutti al termine di quanto ascoltato: siamo uomini e donne del Regno? O meglio desideriamo appartenere veramente a questo Regno? Uomini nuovi e donne nuove che hanno nel cuore, nella mente, nell’anima il Signore Gesù, uomini nuovi e donne nuove che desiderano annunciare a tutti questo Regno, Regno di semplicità e di verità, di umiltà e di servizio, di purezza e gioia. Essere testimoni autentici, veri, credibili di questo Regno, ecco l’invito, ecco il desiderio, ecco la missione, ecco la vocazione che Gesù Re dona oggi a tutti noi: portare a tutti l’annuncio di gioia che il Regno di Dio è in mezzo a noi!
Maria SSma, che fu la prima a ricevere l’annuncio della realizzazione delle promesse del Padre e di questo Regno è il membro più eccelso perché da Lei è nato il “Re dei Re”, ci aiuti ad essere nel piccolo mondo della nostra quotidianità, un piccolo segno di speranza e di amore, un piccolo, ma autentico segno di questo Regno.
Amen.

j.m.j.

Publié dans:feste del Signore |on 23 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – LA TAVOLA È GIÀ APPARECCHIATA

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – LA TAVOLA È GIÀ APPARECCHIATA

don Giacomo Falco Brini

Come si può parlare di Gesù nostro Signore, realmente presente nel sacramento dell’Eucarestia? Se non invochiamo lo Spirito Santo, impossibile. Ma se lo invochiamo perché ci illumini, non credo ci neghi questo aiuto. Bisogna però coinvolgere tutte le facoltà. Perché se ne vuoi parlare solo con e all’intelletto, non serve a niente. Sr. Elvira Petrozzi, fondatrice della comunità “Il Cenacolo”, nel 2005 (anno dell’Eucarestia), davanti a tutti i vescovi del mondo riuniti con il papa per il Sinodo, cominciò il suo intervento dicendo che l’Eucarestia si può capire solo con il cuore. Questa semplice affermazione dice quasi tutto. Ho fatto la mia 1a comunione come tutti, all’età di 8-9 anni. Una memoria davvero bella per la festa familiare e parrocchiale. Però non ricordo alcuna consapevolezza del contatto con Gesù. Poi la crescita e il lento, inesorabile allontanamento dalla vita sacramentale intorno ai 13 anni.
Vi risparmio quello che sta in mezzo. Intorno ai 21 anni riprendo a frequentare la messa a causa della malattia di un caro amico, solo per essergli vicino, poiché si risvegliò il suo interesse per le cose della fede. Le domande su quello a cui assistevo di nuovo in chiesa fioccavano continuamente. Trovai per grazia di Dio un sacerdote che seppe parlarmi e guidarmi alla riscoperta della preghiera. Così, spontaneamente, nel tentativo di ricominciare a pregare, mi trovai spesso nella mia parrocchia da solo, di pomeriggio. Ricordo che le prime volte rimanevo colpito dalla solitudine di quel posto. La chiesa era vuota, c’era tanto silenzio, non c’era mai nessuno prima delle 18.00. Venne un giorno come tanti in cui, trovandomi sempre da solo, guardavo il Tabernacolo dell’Eucarestia. Non posso spiegare esattamente cosa sia avvenuto. Niente di sensazionale, niente di straordinario, nessuna esperienza mistica. Solo la intima certezza che non ero solo. Lì dentro c’era qualcuno. Avvertii chiaramente, per la prima volta, la sua Presenza. Lo ricordo bene, perché quel pomeriggio passò molto in fretta: trascorse un’ora come se fosse stata solo un minuto.
Gesù è veramente presente nell’Eucarestia. Man mano che camminavo nella fede, diventò sempre più forte il bisogno di ritrovarmi davanti al suo mistero nel Tabernacolo. Fu una immensa grazia, il resto è la mia storia. Molte volte mi sono chiesto in preghiera perché il Signore ha scelto di essere presente così. Gliel’ho chiesto anche direttamente, ma non ho mai avuto risposta. Certe volte mi parve che mi rimandasse a leggere il vangelo. Nella sua storia possiamo sempre rintracciare tante strade per rispondere ai nostri interrogativi. Per esempio, il vangelo con cui oggi celebriamo solennemente il dono dell’Eucarestia, ci parla dell’invio dei discepoli per la preparazione della cena di Pasqua. Gesù da loro alcune istruzioni, ma quello che colpisce è che i discepoli trovano una sala già pronta per l’evento (Mc 14,13-16). Nel giorno della prima Eucarestia nella storia della chiesa questo è un segnale importantissimo. E’ Dio che prepara per primo la cena, non noi. Gesù si identifica corporalmente con quel pane che si spezza, con quel vino che si offre a chi lo accoglie (Mc 14,22-24).
Come se dicesse ad ogni uomo che gli apre fiduciosamente il suo cuore: “ecco, Io ti sono sempre vicino, fino alla fine dei tuoi giorni (Mt 28,20). Sono con te in questo pane e questo vino perché voglio stare sempre insieme a te, come in una tavola imbandita il pane e il vino sono indispensabili. Sono in questo pane perché tu possa gustare il mio amore nella tua vita, e sono in questo vino perché voglio essere la gioia del tuo cuore, perché tu possa “brindare” sempre con me la gratitudine per il dono della tua vita. Sono in questo pane e questo vino perché tu scopra la fedeltà del mio amore, proprio come il pane e il vino accompagnano fedelmente la tua tavola. Sono in questo pane perché tu non abbia paura di me, perché ai tuoi occhi tu scopra che sono disarmato e così anche tu possa disarmarti con me. Sono in questo vino perché il mio sangue scorra nelle tue vene, perché tu diventi sempre più carne della mia carne e spirito nel mio Spirito. Vivere insieme, amare gli altri insieme: questo è vivere veramente! In questo modo la tua vita così fragile e incerta entra nella mia vita certa e sicura, la vita eterna. Io in te e tu in me (Gv 6,54-56). Ricordati: sei sempre invitato a questa cena, la tavola è già apparecchiata, il cibo è già pronto (Lc 14,17), c’è bisogno solo del tuo cuore (Ap 3,20) e del tuo aiuto per preparare e invitare a questa tavola chi ancora non mi conosce (Lc 14,21-23).”
Grazie Signore Gesù! Grazie. Grazie. Grazie. Sia lodato e ringraziato in ogni momento, il Santissimo e divinissimo Sacramento! Figli, se sapeste quanto Dio vi ama, piangereste di gioia (La Vergine Maria a uno dei veggenti di Medjugorje). Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, come era nel principio, ora e sempre nei secoli dei secoli!

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE AL TEMPIO E PURIFICAZIONE DI MARIA

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE AL TEMPIO E PURIFICAZIONE DI MARIA

«Luce e gloria del popolo»
+ Dal Vangelo secondo Luca 2,22-32
«Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

Sono trascorsi 40 giorni dal Santo Natale e la liturgia della Chiesa ci invita a celebrare la festa della Presentazione di Gesù al tempio. Si tratta di un’antichissima festa che, secondo l’attendibile testimonianza della pellegrina spagnola Egeria, veniva ricordata a Gerusalemme già verso la metà del IV secolo. A tutt’oggi questa festa è celebrata solennemente non solo nella Chiesa cattolica, ma anche in quella anglicana e in quella ortodossa. Fino alla riforma del calendario (stabilita dal Papa Paolo VI nel 1969) questa festa veniva denominata festa della Purificazione di Maria.
Nel suo racconto dell’infanzia di Gesù, san Luca sottolinea come Maria e Giuseppe fossero fedeli alla Legge del Signore. Con profonda devozione compirono tutto ciò che era prescritto dopo il parto di un primogenito maschio. Si trattava di due prescrizioni molto antiche: una riguardava la purificazione della puerpera, l’altra il riscatto del primogenito mediante un sacrificio. Nel mondo giudaico si riteneva che il parto fosse causa per la donna di impurità rituale. Infatti era prescritto che essa si astenesse per quaranta giorni dalle pratiche rituali, dopo di che avrebbe dovuto sottoporsi a un rito di purificazione come descritto dal libro del Levitico (Lv 12,6.8).
La riforma liturgica ha restituito alla celebrazione il titolo di “presentazione del Signore” che aveva in origine. L’oggetto centrale della festa è Cristo Signore che entra nel suo tempio e si offre in sacrificio. La dimensione cristologia è quindi il tema essenziale, come in tutti gli eventi della salvezza.
La purificazione di Maria e la presentazione del Signore – tipiche della tradizione ebraica – costituiscono, nell’intento di san Luca, la cornice entro cui collocare il vero nucleo di questa festa: l’incontro del Signore con il popolo dei credenti rappresentato dai vegliardi Simeone e Anna. Il vecchio Simeone proclamò Gesù « salvezza » dell’umanità, « luce per illuminare le genti » e « segno di contraddizione » perché avrebbe svelato i pensieri dei cuori e annunciato con parola profetica la sua offerta suprema a Dio e la sua vittoria finale. Nell’atteggiamento profetico dei due vegliardi c’è tutta l’Antica Alleanza che esprime la gioia dell’incontro con il Redentore. Alla vista del Bambino, Simeone e Anna intuirono che era proprio Lui l’Atteso delle genti. Simeone recitò poi un cantico, composto nello stile dei salmi biblici, nel quale affermò di poter ormai morire in pace perché con i suoi occhi aveva isto l’avvento della salvezza.
La presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme è strettamente collegata con il mistero dell’Epifania. L’Epifania mette infatti in evidenza la presenza e l’azione dello Spirito Santo, che guida gli uomini ad incontrare e a riconoscere il Salvatore e a darne poi testimonianza. Nel momento della presentazione lo stesso Spirito anticipa e prepara – 30 anni prima – l’epifania sulla riva del Giordano e tutta la missione messianica di Gesù di Nazaret. Un incontro che prende significato profetico e voce storica e che inaugura pubblicamente nel luogo sacro al culto dell’unico e vero Dio, l’era di Cristo.
Proprio per questo contenuto celebrativo, la festa odierna viene chiamata ancora oggi in Oriente l’Ypapanté, cioè l’Incontro. L’incontro tra l’amore condiscendente di Dio e l’attesa del popolo eletto.
Dalla pagina evangelica narrata da Luca è possibile cogliere facilmente come si siano compiute le antiche profezie attraverso il ripetersi dell’espressione «per adempiere la Legge». Inoltre è agevole comprendere il contenuto di questa festa liturgica: “Quando venne il tempo della purificazione secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme, per offrirlo al Signore” L’evangelista parla di due cerimonie tra loro intrecciate: la purificazione rituale di Maria e la presentazione di Gesù al tempio. Secondo la Legge ebraica, la donna dopo il parto doveva astenersi per quaranta giorni dalle pratiche rituali, dopo di che avrebbe offerto un sacrificio. Era stabilita l’offerta di un agnello, ma i poveri avrebbero potuto dare al suo posto una coppia di tortore o di giovani colombe (Lv 12,1-8). Maria osservò la Legge mosaica come un’israelita perfettamente obbediente alla Legge del Signore e in codesto spirito si presentò al Tempio. La seconda cerimonia consisteva nell’offerta del primogenito; infatti ogni maschio primogenito era sacro al Signore. La Presentazione al Tempio del primogenito significava che egli era offerto a Dio in ricordo degli eventi dell’Esodo e Dio lo restituiva ai genitori.
Paolo VI nella Marialis Cultus, considera congiuntamente questa ricorrenza liturgica come festa mariana e come festa del Signore: « La festa del 2 febbraio, a cui è stata restituita la denominazione di Presentazione del Signore, deve essere considerata, perché sia pienamente colta tutta l’ampiezza del suo contenuto, come memoria congiunta del Figlio e della Madre, cioè celebrazione di un mistero di salvezza operato da Cristo, a cui la Vergine fu intimamente unita quale Madre del Servo sofferente di Iahvè … »( 7).

Cari Amici
Mentre Gesù veniva presentato al Tempio, assai probabilmente, era grande il “via vai” di tante persone tutte prese dai loro impegni: i sacerdoti e i leviti con i loro turni di servizio, i numerosi devoti e pellegrini desiderosi di incontrarsi con il Dio santo di Israele. Nessuno di costoro però si accorse di nulla. Gesù era un bambino come gli altri, figlio primogenito di due genitori molto semplici. Anche i sacerdoti furono incapaci di cogliere i segni della nuova presenza del Messia e Salvatore. Solo due anziani, Simeone ed Anna hanno scoperto la grande novità. Condotti dallo Spirito Santo essi hanno trovato in quel Bambino il compimento della loro lunga attesa e vigilanza. Entrambi hanno contemplato la luce di Dio che veniva a illuminare il mondo e il loro sguardo profetico si aprì al futuro come annuncio del Messia: “Luce per illuminare le genti!”.
Nella festa della Presentazione del Signore al tempio possiamo ammirare tre icone:
- L’icona della luce. La luce parte da Cristo e si irradia su Maria e Giuseppe, su Simeone ed Anna e, attraverso di loro, su tutti. I Padri della Chiesa hanno collegato questa irradiazione al cammino spirituale. Sul volto di Cristo risplende la luce di tale bellezza. Il cristiano è colui che segue Cristo, si lascia raggiungere da lui, diventa suo discepolo, e si fa segno e profezia per essere il riflesso della luce di Cristo nei confronti di ogni uomo che incrocia sulle strade della vita.
- L’icona della profezia, dono dello Spirito Santo. Simeone ed Anna, contemplando il Bambino Gesù, hanno intravisto il suo destino di morte e di risurrezione per la salvezza di tutte le genti e hanno annunciato tale mistero come salvezza universale. Il cristiano è chiamato a tale testimonianza profetica manifestando nel mondo il primato di Dio e la passione per il Vangelo praticato come forma di vita e annunciato soprattutto con la coerenza della vita cristiana.
- L’icona della sapienza di Simeone ed Anna, la sapienza di una vita dedicata totalmente alla ricerca del volto di Dio, dei suoi segni, della sua volontà; una vita dedicata all’ascolto e all’annuncio della sua Parola. La vita cristiana deve diventare ogni giorno di più segno visibile di un’autentica ricerca del volto del Signore e delle vie che conducono a Lui. Cristiano è colui che testimonia ovunque e con audace ardimento l’impegno gioioso e laborioso della ricerca sapiente della volontà divina.
Il mondo contemporaneo vive oggi una condizione segnata spesso da una radicale pluralità, da una progressiva emarginazione della religione, da un relativismo che tocca i valori fondamentali. Ciò esige che la testimonianza cristiana di ogni battezzato sia luminosa e coerente.
Nella festa della Presentazione del Signore al tempio siamo invitati ad andare incontro al bambino Gesù, per riconoscerlo come Colui che è la luce del mondo.
Nell’odierna liturgia contempliamo anche la Beata Vergine Maria, modello di coloro che attendono e aprono docili il cuore all’incontro con il Signore.
Il rito della benedizione delle candele tipico di questa antica Liturgia richiama precisamente l’immagine della vita cristiana paragonata a un pellegrinaggio, a un cammino incontro a Cristo Signore e Salvatore, cammino che si concluderà solo quando lo incontreremo definitivamente nella Gerusalemme celeste. Tale rito della benedizione delle candele, di cui si ha testimonianza già nel X secolo, si ispira alle parole di Simeone: “I miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti”. I ceri accesi con cui ci siamo stati introdotti alla celebrazione sono il segno della vigile attesa del Signore che deve caratterizzare la vita del cristiano che il Signore ha chiamato ad una personale missione nella Chiesa. I ceri accesi sono un forte richiamo a testimoniare al mondo Cristo, la luce che non tramonta.
_______________________
Oggi è anche la Giornata mondiale della vita consacrata. E’ stato papa Giovanni Paolo II a istituirla nel 1997, proprio in occasione della festa della Presentazione di Gesù al tempio, indicando tre motivi che lo spinsero a istituire la Giornata della vita consacrata. Affermò il Papa:
? In primo luogo essa risponde all’intimo bisogno di lodare più solennemente il Signore e ringraziarlo per il grande dono della vita consacrata, che arricchisce e allieta la comunità cristiana con la molteplicità dei suoi carismi e con i frutti di edificazione di tante esistenze totalmente donate alla causa del regno. Non dobbiamo mai dimenticare che la vita consacrata, prima di essere impegno dell’uomo, è dono che viene dall’Alto, iniziativa del Padre…
? In secondo luogo, questa giornata ha lo scopo di promuovere la conoscenza e la stima per la vita consacrata da parte dell’intero popolo di Dio…
? Il terzo motivo riguarda direttamente le persone consacrate, invitate a celebrare congiuntamente e solennemente le meraviglie che il Signore ha operato in loro, per scoprire con più lucido sguardo di fede i raggi della divina bellezza diffusi dallo Spirito nel loro genere di vita e per prendere più viva consapevolezza della loro insostituibile missione nella Chiesa e nel mondo (Messaggio del santo padre Giovanni Paolo II per la Giornata della vita consacrata, 6 gennaio 1997).

Dio onnipotente ed eterno,
guarda i tuoi fedeli riuniti
nella festa della Presentazione al tempio
del tuo unico Figlio fatto uomo,
e concedi anche a noi di essere presentati a te
pienamente rinnovati nello spirito.

Publié dans:feste del Signore, feste di Maria |on 1 février, 2018 |Pas de commentaires »

ALZIAMO LO SGUARDO E I SENSI VERSO LE PORTE CELESTI DI MANUEL NIN

http://fonte-culmine.over-blog.com/article-l-ascensione-del-signore-75488728.html

ALZIAMO LO SGUARDO E I SENSI VERSO LE PORTE CELESTI DI MANUEL NIN

fonte: (L’Osservatore Romano 2 giugno 2011)  

L’Ascensione, celebrata il quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, è una delle grandi feste comuni a tutte le Chiese cristiane. Testimoniata già da Eusebio di Cesarea attorno al 325, nella tradizione bizantina si prolunga per una settimana nella sua ottava. Due tropari del mattutino sono dell’innografo Romano il Melode (+555) e appartengono al lungo kontàkion, inno che Romano compone per la festa e nel quale si snodano i diversi aspetti teologici della celebrazione, che porta nei libri liturgici bizantini il titolo di Ascensione del Signore e Dio e salvatore nostro Gesù Cristo. Romano parte dalla narrazione biblica dell’ascensione nel vangelo di Luca e negli Atti degli apostoli, e la sviluppa lungo le 18 strofe del poema, ognuna delle quali si conclude sempre con lo stesso versetto: « Non mi separo da voi. Io sono con voi e nessuno sarà contro di voi », che riprende tre testi biblici (Aggeo, 1, 8, Matteo, 28, 20 e soprattutto Romani, 8, 31). Tutta l’economia della salvezza portata a termine da Cristo è vista da Romano come la restaurazione della piena comunione tra il cielo e la terra, di cui l’Ascensione diventa il sigillo: « Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi ». L’ascensione del Signore, inoltre, non è un allontanarsi dagli uomini, un lasciarli soli, bensì un pegno del suo amore, della sua consolazione: « Eleviamoci, leviamo in alto occhi e mente, alziamo lo sguardo e i sensi verso le porte celesti, pur essendo mortali; immaginiamo di andare al monte degli Ulivi e di vedere il Redentore portato da una nube: di là, lui che ama donare, ha distribuito doni ai suoi apostoli, consolandoli come un padre, guidandoli come figli e dicendo loro: Non mi separo da voi: io sono con voi e nessuno è contro di voi ». Romano si sofferma poi sulla protezione e la cura che il Signore ha avuto e ha dei discepoli e della Chiesa. Con un’immagine presa dal Deuteronomio (32, 11), Cristo sul monte dell’ascensione è paragonato all’aquila che dall’alto sorveglia e protegge la sua nidiata, immagine che la tradizione bizantina poi applica anche alla cura del vescovo verso la sua chiesa: « I discepoli, condotti sul monte degli Ulivi, circondavano il loro benefattore, e lui stendendo le mani come ali, coprì come un’aquila il nido affidato alle sue cure e disse ai suoi uccellini: Vi ho protetti da ogni male: amatevi dunque come io vi ho amati. Non mi separo da voi: io sono con voi e nessuno sarà contro di voi. Come Dio e Creatore dell’universo io stendo sopra di voi le mie mani, quelle legate e inchiodate sul legno. Nel chinare il vostro capo sotto queste mani voi riconoscete quel che faccio: io impongo su voi le mie mani come battezzandovi e vi mando pieni di luce e di saggezza ». L’ascensione provoca la tristezza e il lamento degli apostoli che presentano a Cristo l’elenco di ciò che ognuno di essi ha fatto e lasciato, quasi un modello delle condizioni richieste al cristiano: « Abbiamo rinunciato a tutta la nostra vita, siamo diventati stranieri e pellegrini sulla terra. Pietro, il primo tra di noi a farsi tuo seguace, si privò di tutti i suoi averi. Andrea suo fratello abbandonò i suoi beni terreni e si caricò sulle spalle la tua croce. Tu vuoi trascurare e disdegnare l’amore dei figli di Zebedeo? Essi ti anteposero perfino il loro padre. Noi amiamo te più di ogni altro ». Romano descrive ancora l’ascensione di Cristo con profusione di dettagli, servendosi di versetti dei Salmi letti in chiave cristologica: « Dio fece segno ai santi angeli che preparassero per i suoi santi piedi la salita, ed essi gridarono a tutti i principati celesti: Sollevate i cancelli e spalancate le gloriose porte celesti per il Signore della gloria! O nubi, distendetevi sotto colui che avanza. Signore, il tuo trono è pronto. Innalzati, vola sulle ali del vento ». È da notare ancora il collegamento tra la nube che copre e nasconde Cristo allo sguardo degli apostoli e Maria sua madre: « La nuvola discese ad accogliere colui che è il condottiero delle nubi, lo prese e lo sorresse: o piuttosto fu sorretta, poiché quello stesso che era portato portava colei che lo reggeva, come una volta Maria. La Scrittura allude a Maria chiamandola nuvola [cfr. Isaia 19, 1], ella che fu custodita da lui mentre dimorava in lei ».  

Publié dans:feste del Signore, Ortodossia |on 6 mai, 2016 |Pas de commentaires »

« RICONOSCERE IL MESSIA LADDOVE IL MONDO NON VEDE CHE MORTE E DOLORE » – 2 FEBBRAIO

http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2014/02/2-febbraio-festa-della-presentazione-al.html

2 FEBBRAIO, FESTA DELLA PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI GESÙ

« RICONOSCERE IL MESSIA LADDOVE IL MONDO NON VEDE CHE MORTE E DOLORE »

(ci sono tre letture nel sito, nella stessa pagina, questa è la prima, mi piacciono e le distribuisco nei miei blog)

Siamo figli della Pasqua, e per questo primogeniti. La Presentazione al Tempio di Gesù ci svela la nostra identità, il senso di tutto quanto ci accade: « Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto, dalla condizione servile  » (Es, 13). Queste parole sono la risposta ad ogni « domani » sorto nella storia di Israele e della Chiesa, il « domani » sorto dalla notte di Pasqua. I primogeniti sono la primizia dell’opera di Dio, “il segno di contraddizione offerto il mondo, perché siano svelati i pensieri dei cuori”, e risplenda sulla terra la Verità che il demonio, come il faraone, tenta di occultare. Sui primogeniti riverbera la luce che brilla sul volto di Cristo: ciascuno di noi è la risposta che Dio rivela all’umanità, il segno del suo amore nascosto tra le lacrime che bagnano la storia. Quanti « che significa ciò? » intorno e dentro di noi! « Che significa tutto questo? »: questa mia storia senza capo né coda; questa malattia che s’è portata via mia madre a soli quarant’anni; questo incidente che mi ha strappato mio figlio mentre si affacciava alla vita; questa crisi economica che dissangua la mia famiglia; il tradimento di mio marito; questa depressione che mi inchioda in casa; la bulimia di mia figlia, impazzita dietro ai social e alle diete; e le ingiustizie patite, il dolore innocente, le guerre, i terremoti, il male. « Che significa ciò? », non comprendo… E la tristezza soffoca i giorni nella delusione e nel disincanto, l’ira strattona lingua e mani, e la violenza sgorga indomita a macchiare indelebilmente relazioni e sentimenti. « Tu gli risponderai… » così: Dio ha fatto uscire dalla tomba suo Figlio, ha vinto il male, il peccato e la morte. Tu gli risponderai con la tua vita, crocifissa con Cristo e con Lui risuscitata. La Chiesa è il segno del braccio potente del Signore, capace di liberare dalla condizione servile nei confronti del demonio, dalla schiavitù alla paura della morte. Quel « tu gli risponderai » giunge oggi diritto al nostro cuore; quel « tu » si fa « io » nel mistero che oggi celebriamo. Gesù, un bambino di appena quaranta giorni, è condotto al Tempio per essere offerto al Signore. Il Figlio di Dio, apparso per pura grazia nel seno della Vergine Maria, è ufficialmente e pubblicamente consegnato a suo Padre. Dio gioca a carte scoperte, sin dall’inizio. Gesù è il primogenito perfetto sacro al Signore, tutta la sua vita sarà un cammino verso il compimento della missione affidatagli. Così anche tu ed io, la Chiesa. Per un’insondabile condiscendenza del cuore di Dio, fin da prima della nascita siamo stati eletti e poi, con il battesimo, siamo stati presentati al Tempio, la vita non ci appartiene, è di Cristo, e di ogni uomo che non lo conosce. Per questo è necessario tutto quello che ci accade, e, come accadde a Giuseppe,  il male deve raggiungerci e portarci in Egitto. Secondo i rabbini, la schiavitù in Egitto è stata causata dalla malvagità dei fratelli di Giuseppe che lo hanno venduto per invidia. Il midràsh ci spiega che il prezzo del riscatto dei primogeniti fu fissato dalla Torà in base al denaro ricevuto dai fratelli per la vendita di Giuseppe: « E vendettero Giuseppe per 20 denari… perciò ciascuno di voi dovrà dare per il riscatto di suo figlio cinque Selaìm » (Ber. Rabbà 84, 18). La sapienza di Israele vede nell’offerta dei primogeniti un legame stretto con il peccato. I primogeniti divengono così il segno del riscatto di Giuseppe: il braccio potente del Signore rivela la sua misericordia che perdona riscattando i discendenti di Giacobbe caduti in schiavitù. Gesù, come Giuseppe, è stato venduto per poche monete, e così crocifisso, ucciso e sepolto nella tomba. Ma Dio lo ha riscattato dalla morte, primogenito di molti fratelli, il segno che contraddice per sempre il peccato e la morte. Così, in Lui, l’offerta della nostra vita è il sigillo della misericordia che Dio depone in questa generazione. Siamo la prova e la memoria del suo amore. La nostra vita è stata riscatta da Cristo, come una primizia per ogni uomo. Sei un primogenito della libertà, lo sapevi? ecco la risposta di Dio al male: i primogeniti offerti in sacrificio perché nel mondo operi la vita. La parola ebraica che definisce il « primogenito” deriva dal radicale bkr che significa « portare frutti primaticci « . Siamo chiamati a portare i primi frutti annunciati dal Cantico dei Cantici, i frutti dello Spirito Santo, l’amore capace di lasciarsi crocifiggere, i segni della fede adulta. Per essere fecondi abbiamo però bisogno, come Gesù, che il seme della primogenitura diventi un albero, e non sia calpestato e perduto. Abbiamo bisogno di stare a Nazaret con la nostra famiglia, la comunità dove “lo Spirito Santo sia sopra di noi” e “cresca e si fortifichi” l’uomo nuovo “pieno di Sapienza”. Ci attende, infatti, il compito più importante assegnato dal midrash al primogenito, quello di esercitare il culto sacerdotale (Ber. Rabbà 63, 18).  La nostra vita di primogeniti è una liturgia da servire come sacerdoti santi. Per questo la festa di oggi è immagine di ogni nostro giorno: come Simeone, “siamo nella Gerusalemme” che Dio ha pensato per noi; la vita è il Tempio dove pregare e digiunare, nell’attesa quotidiana di “vedere” il Messia. In ogni circostanza, infatti, Gesù è presentato a noi perché, “vedendolo e abbracciandolo”, possiamo annunciarlo al mondo. Hai visto tua figlia? Neanche ti ha parlato, vero? E quel collega? Ha sparlato di te al dirigente, vero? E il vicino di casa? Ti ha denunciato per una stupidaggine, vero? Ecco, in ciascuno di loro, come nel mal di denti o nella macchina rotta, nel traffico e nella fila alla Posta, ovunque e in chiunque è vivo un Bambino che è Dio. Non è facile riconoscerlo, lo sappiamo bene… E’ più facile rifiutarlo, d’altronde un bambino può essere Dio? Eppure anche oggi lo “Spirito Santo ci muove” a stare dove Dio ci ha messo per vivere nel “timore” di Dio e nell’ “attesa del conforto di Israele”, “servendo Dio giorno e notte, pregando e digiunando”. Per questo sapremo riconoscere il Messia laddove il mondo non vede che morte e dolore. Per questo, anche se “una spada ci trafigge l’anima”,  la nostra vita che “va in pace” nella storia difficile che tutti sfuggono, riflette la “luce che illumina le genti”.

Publié dans:feste del Signore, feste di Maria |on 1 février, 2016 |Pas de commentaires »

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE 2015 – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20150202_omelia-vita-consacrata.html

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE XIX GIORNATA MONDIALE DELLA VITA CONSACRATA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

Domenica, 2 febbraio 2015

Teniamo davanti agli occhi della mente l’icona della Madre Maria che cammina col Bambino Gesù in braccio. Lo introduce nel tempio, lo introduce nel popolo, lo porta ad incontrare il suo popolo. Le braccia della Madre sono come la “scala” sulla quale il Figlio di Dio scende verso di noi, la scala dell’accondiscendenza di Dio. Lo abbiamo ascoltato nella prima Lettura, dalla Lettera agli Ebrei: Cristo si è reso «in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede» (2,17). E’ la duplice via di Gesù: Egli è sceso, si è fatto come noi, per ascendere al Padre insieme con noi, facendoci come Lui. Possiamo contemplare nel cuore questo movimento immaginando la scena evangelica di Maria che entra nel tempio con il Bambino in braccio. La Madonna cammina, ma è il Figlio che cammina prima di Lei. Lei lo porta, ma è Lui che porta Lei in questo cammino di Dio che viene a noi affinché noi possiamo andare a Lui. Gesù ha fatto la nostra stessa strada per indicare a noi il cammino nuovo, cioè la “via nuova e vivente” (cfr Eb 10,20) che è Lui stesso. E per noi, consacrati, questa è l’unica strada che, in concreto e senza alternative, dobbiamo percorrere con gioia e perseveranza. Il Vangelo insiste ben cinque volte sull’obbedienza di Maria e Giuseppe alla “Legge del Signore” (cfr Lc 2,22. 23. 24. 27. 39). Gesù non è venuto a fare la sua volontà, ma la volontà del Padre; e questo – ha detto – era il suo “cibo” (cfr Gv 4, 34). Così chi segue Gesù si mette nella via dell’obbedienza, imitando l’“accondiscendenza” del Signore; abbassandosi e facendo propria la volontà del Padre, anche fino all’annientamento e all’umiliazione di sé stesso (cfr Fil 2,7-8). Per un religioso, progredire significa abbassarsi nel servizio, cioè fare lo stesso cammino di Gesù, che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio» (Fil 2,6). Abbassarsi facendosi servo per servire. E questa via prende la forma della regola, improntata al carisma del fondatore, senza dimenticare che la regola insostituibile, per tutti, è sempre il Vangelo. Lo Spirito Santo, poi, nella sua creatività infinita, lo traduce anche nelle diverse regole di vita consacrata che nascono tutte dalla sequela Christi, e cioè da questo cammino di abbassarsi servendo. Attraverso questa “legge” i consacrati possono raggiungere la sapienza, che non è un’attitudine astratta ma è opera e dono dello Spirito Santo. E segno evidente di tale sapienza è la gioia. Sì, la letizia evangelica del religioso è conseguenza del cammino di abbassamento con Gesù… E, quando siamo tristi, ci farà bene domandarci: “Come stiamo vivendo questa dimensione kenotica?”. Nel racconto della Presentazione di Gesù al Tempio la sapienza è rappresentata dai due anziani, Simeone e Anna: persone docili allo Spirito Santo (lo si nomina 3 volte), guidati da Lui, animati da Lui. Il Signore ha dato loro la sapienza attraverso un lungo cammino nella via dell’obbedienza alla sua legge. Obbedienza che, da una parte, umilia e annienta, però, dall’altra accende e custodisce la speranza, facendoli creativi, perché erano pieni di Spirito Santo. Essi celebrano anche una sorta di liturgia attorno al Bambino che entra nel Tempio: Simeone loda il Signore e Anna “predica” la salvezza (cfr Lc 2,28-32.38). Come nel caso di Maria, anche l’anziano Simeone prende il bambino tra le sue braccia, ma, in realtà, è il bambino che lo afferra e lo conduce. La liturgia dei primi Vespri della Festa odierna lo esprime in modo chiaro e bello: «senex puerum portabat, puer autem senem regebat». Tanto Maria, giovane madre, quanto Simeone, anziano “nonno”, portano il bambino in braccio, ma è il bambino stesso che li conduce entrambi. È curioso notare che in questa vicenda i creativi non sono i giovani, ma gli anziani. I giovani, come Maria e Giuseppe, seguono la legge del Signore sulla via dell’obbedienza; gli anziani, come Simeone e Anna, vedono nel bambino il compimento della Legge e delle promesse di Dio. E sono capaci di fare festa: sono creativi nella gioia, nella saggezza. Tuttavia, il Signore trasforma l’obbedienza in sapienza, con l’azione del suo Santo Spirito. A volte Dio può elargire il dono della sapienza anche a un giovane inesperto, basta che sia disponibile a percorrere la via dell’obbedienza e della docilità allo Spirito. Questa obbedienza e questa docilità non sono un fatto teorico, ma sottostanno alla logica dell’incarnazione del Verbo: docilità e obbedienza a un fondatore, docilità e obbedienza a una regola concreta, docilità e obbedienza a un superiore, docilità e obbedienza alla Chiesa. Si tratta di docilità e obbedienza concrete. Attraverso il cammino perseverante nell’obbedienza, matura la sapienza personale e comunitaria, e così diventa possibile anche rapportare le regole ai tempi: il vero “aggiornamento”, infatti, è opera della sapienza, forgiata nella docilità e obbedienza. Il rinvigorimento e il rinnovamento della vita consacrata avvengono attraverso un amore grande alla regola, e anche attraverso la capacità di contemplare e ascoltare gli anziani della Congregazione. Così il “deposito”, il carisma di ogni famiglia religiosa viene custodito insieme dall’obbedienza e dalla saggezza. E, attraverso questo cammino, siamo preservati dal vivere la nostra consacrazione in maniera light, in maniera disincarnata, come fosse una gnosi, che ridurrebbe la vita religiosa ad una “caricatura”, una caricatura nella quale si attua una sequela senza rinuncia, una preghiera senza incontro, una vita fraterna senza comunione, un’obbedienza senza fiducia e una carità senza trascendenza. Anche noi, oggi, come Maria e come Simeone, vogliamo prendere in braccio Gesù perché Egli incontri il suo popolo, e certamente lo otterremo soltanto se ci lasciamo afferrare dal mistero di Cristo. Guidiamo il popolo a Gesù lasciandoci a nostra volta guidare da Lui. Questo è ciò che dobbiamo essere: guide guidate. Il Signore, per intercessione di Maria nostra Madre, di San Giuseppe e dei Santi Simeone e Anna, ci conceda quanto gli abbiamo domandato nell’Orazione di Colletta: di «essere presentati [a Lui] pienamente rinnovati nello spirito». Così sia.

 

MESSA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II (1984)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1984/documents/hf_jp-ii_hom_19840914_messa-halifax.html

VIAGGIO APOSTOLICO IN CANADA

MESSA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Central Commons (Halifax)

Venerdì, 14 settembre 1984

Ti adoriamo o Cristo e ti lodiamo,
perché con la tua croce hai redento il mondo. Alleluia.

Cari fratelli e sorelle.
1. Come rappresentanti del popolo di Dio nell’arcidiocesi di Halifax, di Cap Breton, di tutta la Nuova Scozia e dell’Isola Principe Edward, siete riuniti in questa acclamazione della liturgia con l’arcivescovo Hayes, con gli altri vescovi e con la Chiesa in tutto il mondo. La Chiesa cattolica celebra oggi la festa dell’Esaltazione della croce di Cristo. Come il Cristo crocifisso è innalzato dalla fede nei cuori di tutti coloro che credono, così egli innalza quegli stessi cuori con una speranza che non può essere distrutta. Poiché la croce è il segno della redenzione, e nella redenzione è contenuta la promessa della risurrezione e l’inizio della nuova vita: l’elevazione dei cuori umani.
All’inizio del mio ufficio nella sede di san Pietro ho cercato di proclamare questa verità con l’enciclica Redemptor Hominis. In questa stessa verità desidero oggi essere unito a tutti voi nell’adorazione della croce di Cristo:
“Non dimenticate le opere di Dio” (cf. Sal 78, 7).
2. Per conformarci all’acclamazione dell’odierna liturgia, seguiamo attentamente il sentiero tracciato da queste sante parole nelle quali ci viene annunciato il mistero dell’Esaltazione della croce.
In primo luogo, in queste parole è contenuto il significato del Vecchio Testamento. Secondo sant’Agostino, il Vecchio Testamento contiene ciò che è pienamente rivelato nel nuovo. Qui abbiamo l’immagine del serpente di bronzo al quale si riferì Gesù nella sua conversazione con Nicodemo. Il Signore stesso ha rivelato il significato di quest’immagine dicendo: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3, 14-15).
Durante il cammino del popolo di Israele dall’Egitto alla Terra Promessa – poiché la gente si lamentava – Dio mandò un’invasione di serpenti velenosi a causa della quale molti perirono. Quando i sopravvissuti compresero la loro colpa chiesero a Mosè di intercedere presso Dio: “Prega il Signore che allontani da noi questi serpenti” (Nm 21, 7).
Mosè pregò e ricevette dal Signore quest’ordine: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta. Chiunque dopo essere stato morso lo guarderà, resterà in vita” (Nm 21, 8). Mosè obbedì all’ordine. Il serpente di bronzo posto sull’asta rappresentò la salvezza dalla morte per tutti coloro che venivano morsi dai serpenti.
Nel libro della Genesi il serpente era il simbolo dello spirito del male. Ma adesso, per una sorprendente inversione, il serpente di bronzo issato nel deserto diventa una raffigurazione del Cristo, issato sulla croce.
La festa dell’Esaltazione della croce richiama alle nostre menti e, in un certo senso, rende attuale, l’elevazione di Cristo sulla croce. La festa è l’elevazione del Cristo redentore: chiunque crede nel Cristo crocifisso avrà la vita eterna.
L’elevazione di Cristo sulla croce costituisce l’inizio dell’elevazione dell’umanità attraverso la croce. E il compimento ultimo dell’elevazione è la vita eterna.
3. Questo evento del Vecchio Testamento è richiamato nel tema centrale del Vangelo di san Giovanni.
Perché la croce e il Cristo crocifisso sono la porta alla vita eterna?
Perché in lui – nel Cristo crocifisso – è manifestato nella sua pienezza l’amore di Dio per il mondo, per l’uomo.
Nella stessa conversazione con Nicodemo Cristo dice: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv 3, 16-17).
La salvezza del Figlio di Dio attraverso l’elevazione sulla croce ha la sua sorgente eterna nell’amore. È l’amore del Padre che manda il Figlio; egli offre suo Figlio per la salvezza del mondo. Nello stesso tempo è l’amore del Figlio il quale non “giudica” il mondo, ma sacrifica se stesso per l’amore verso il Padre e per la salvezza del mondo. Dando se stesso al Padre per mezzo del sacrificio della croce egli offre al contempo se stesso al mondo: ad ogni singola persona e all’umanità intera.
La croce contiene in sé il mistero della salvezza, perché nella croce l’amore viene innalzato. Questo significa l’elevazione dell’amore al punto supremo nella storia del mondo: nella croce l’amore è sublimato e la croce è allo stesso tempo sublimata attraverso l’amore. E dall’altezza della croce l’amore discende a noi. Sì: “La croce è il più profondo chinarsi della divinità sull’uomo. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 8).
4. All’avvento del Vangelo di Giovanni la liturgia della festa di oggi aggiunge la presentazione fatta da Paolo nella sua lettera ai Filippesi. L’apostolo parla di uno svuotamento di Cristo attraverso la croce; e allo stesso tempo dell’elevazione di Cristo al di sopra di tutte le cose; e anche questo ha avuto il suo inizio nella stessa croce:
“Gesù Cristo . . . spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, e apparso in forma umana, umiliò se stesso ancora di più facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 6-11).
La croce è il segno della più profonda umiliazione di Cristo. Agli occhi del popolo di quel tempo costituiva il segno di una morte infamante. Solo gli schiavi potevano essere puniti con una morte simile, non gli uomini liberi. Cristo, invece, accetta volentieri questa morte, la morte sulla croce. Eppure questa morte diviene il principio della risurrezione. Nella risurrezione il servo crocifisso di Jahvè viene innalzato: egli viene innalzato su tutto il creato.
Nello stesso tempo anche la croce è innalzata. Essa cessa di essere il segno di una morte infamante e diventa il segno della risurrezione, cioè della vita. Attraverso il segno della croce, non è il servo o lo schiavo che parla, ma il Signore di tutta la creazione.
5. Questi tre elementi dell’odierna liturgia, il Vecchio Testamento, l’inno cristologico di Paolo e il Vangelo di Giovanni, formano assieme la grande ricchezza del mistero del trionfo della croce.
Trovandoci immersi in questo mistero con la Chiesa, che attraverso il mondo celebra oggi l’Esaltazione della santa croce, desidero dividere con voi, in una maniera speciale, le sue ricchezze, cari fratelli e sorelle dell’arcidiocesi di Halifax, caro popolo della Nuova Scozia, dell’Isola Edward e di tutto il Canada.
Sì, desidero dividere con voi tutte le ricchezze di quella croce santa – che, quale stendardo di salvezza – fu piantata sul vostro suolo 450 anni fa. Da allora la croce ha trionfato in questa terra e, attraverso la collaborazione di migliaia di canadesi, il messaggio di liberazione e di salvezza della croce, è stato diffuso ai confini della terra.
6. Nello stesso tempo desidero rendere omaggio al contributo missionario dei figli e delle figlie del Canada che hanno dato la loro vita così “perché la parola del Signore si diffonda, e sia glorificata come lo è anche tra voi” (2 Ts 3,1). Rendo omaggio alla fede e all’amore che li ha motivati, e al potere della croce che ha dato loro la forza di andare avanti ed eseguire il comando di Cristo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 20).
E nel rendere omaggio ai vostri missionari, rendo parimenti omaggio alle comunità sparse per il mondo che hanno accolto il loro messaggio e segnato le loro tombe con la croce di Cristo. La Chiesa è grata per l’ospitalità loro concessa di un luogo di sepoltura, da dove essi attendono la definitiva esaltazione della croce santa nella gloria della risurrezione e della vita eterna.
Esprimo profonda gratitudine per lo zelo che ha caratterizzato la Chiesa in Canada e vi ringrazio per le preghiere, i contributi e le varie attività attraverso le quali voi sorreggete la causa missionaria. In particolare vi ringrazio per la vostra generosità verso la missione di aiuto delle società da parte della Santa Sede.
7. L’evangelizzazione resta per sempre il sacro retaggio del Canada, che vanta realmente una storia gloriosa dell’attività missionaria in patria e all’estero. L’evangelizzazione deve continuare ad essere esercitata attraverso l’impegno personale, predicando la speranza nelle promesse di Gesù e con la proclamazione dell’amore fraterno. Sarà sempre connessa con l’impianto e l’edificazione della Chiesa e avrà una profonda relazione con lo sviluppo e la libertà come espressione del progresso umano. Al centro di questo messaggio, tuttavia, c’è un’esplicita proclamazione di salvezza in Gesù Cristo, quella salvezza determinata dalla croce. Ecco le parole di Paolo VI: “L’evangelizzazione conterrà sempre – anche come base, centro e insieme vertice del suo dinamismo – una chiara proclamazione che, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto, la salvezza è offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 27).
La Chiesa in Canada sarà se stessa se proclamerà fra tutti i suoi membri, con paole e fatti, l’esaltazione della croce, e sempre che, in patria e all’estero, essa sia una Chiesa evangelizzante.
Anche se queste parole vengono da me, c’è un altro che parla ovunque ai cuori dei giovani. È lo stesso Spirito Santo, ed è lui che fa pressione su ciascuno di noi, come membro di Cristo, per indurci ad abbracciare e a portare la buona novella dell’amore di Dio. Ma ad alcuni lo Spirito Santo sta proponendo il comando di Gesù nella sua forma specifica missionaria: andate a reclutare discepoli di tutte le nazioni. Dinanzi alla Chiesa intera, io, Giovanni Paolo II, proclamo ancora una volta l’assoluto valore della vocazione missionaria. E assicuro tutti i chiamati alla vita ecclesiastica e religiosa che nostro Signore Gesù Cristo è pronto ad accettare e rendere fruttuoso il sacrificio speciale delle loro vite, nel celibato, per l’esaltazione della croce.
8. Oggi la Chiesa, annunciando il Vangelo, rivive in un certo qual modo tutto il periodo che ha inizio il mercoledì delle Ceneri, raggiunge il suo apice durante la Settimana Santa e a Pasqua e prosegue nelle settimane successive fino alla Pentecoste. La festa dell’Esaltazione della santa croce è come il compendio di tutto il mistero pasquale di nostro Signore Gesù Cristo.
La croce è gloriosa perché su di essa il Cristo si è innalzato. Attraverso di essa, il Cristo ha innalzato l’uomo. Sulla croce ogni uomo è veramente elevato alla sua piena dignità, alla dignità del suo fine ultimo in Dio.
Attraverso la croce, inoltre, è rivelata la potenza dell’amore che eleva l’uomo, che lo esalta.
Veramente tutto il disegno di Dio sulla vita cristiana è condensato qui in un modo meraviglioso: il disegno di Dio e il suo senso! Diamo la nostra adesione al disegno di Dio e al suo senso! Ritroviamo il posto della croce nella nostra vita e nella nostra società.

Parliamo della croce in modo particolare a tutti coloro che soffrono, e trasmettiamo il suo messaggio di speranza ai giovani. Continuiamo a proclamare fino ai confini della terra il suo potere salvifico: “Exaltatio Crucis!”: la gloria della santa croce!
Fratelli e sorelle: “Non dimenticate mai le opere del Signore”! Amen.

IL VOLTO NASCOSTO E TRASFIGURATO DI CRISTO

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/TEOLOGIA%20SIMBOLICA/VoltonascostoetrasfiguratodiCristo-Vcongresso.htm

IL VOLTO NASCOSTO E TRASFIGURATO DI CRISTO

Atti dal V Congresso Internazionale sul Volto di Cristo

Pontificia Università Urbaniana
Roma 20-21 OTTOBRE 2001

Il Volto Santo di Manoppello

Questo quinto Congresso internazionale sul Volto dei Volti, Cristo si propone di incentrare le sue lezioni sul tema Il volto nascosto a trasfigurato di Gesù.
La parte dedicata al Volto nascosto intende richiamare l’attenzione su alcuni degli innumerevoli modi nei quali la riflessione può individuare il Volto di Cristo nell’uomo; la seconda parte, invece, dedicata al Volto trasfigurato di Cristo, con esplicito riferimento all’episodio evangelico della trasfigurazione sul Tabor, si prefigge di illustrare, dal punto di vista teologico, della tradizione, del magistero della Chiesa, della liturgia, della letteratura, dell’arte figurativa, della musica a della pietà cristiana la bimillenaria contemplazione del Volto trasfigurato di Cristo.
Riconoscere Cristo nell’uomo è impulso alla fede, motivo di speranza, anima della carità soltanto se attraverso questa immagine umanizzata si risale al Volto divino della Persona di Gesù: quel Volto che fece dire ad uno dei testimoni della trasfigurazione: « Ciò che era fin da principio, ciò che non abbiamo udito, ciò che non abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che non abbiamo contemplato a ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita … di ciò rendiamo testimonianza e questo vi annunziamo… » (1 Gv 1,1-3).
Le lezioni che saranno tenute a questo Congresso – come già avvenuto per quelle dei precedenti Congressi celebrati – saranno raccolte in un volume d’arte arricchito di una ricca galleria di mirabili illustrazioni tutte incentrate sul tema del Volto di Cristo. Card. Fiorenzo Angelini

APERTURA DEL CONGRESSO
Card. Fiorenzo Angelini

Aprendo il V Congresso, il Card. Fiorenzo Angelini, ha ricordato che l’intuizione che fu all’origine della creazione dell’Istituto Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo fu quella di ricuperare, in un mondo massimamente visualizzato, una presentazione di Cristo incentrata sulla riflessione sul Suo Volto. Quindi ha aggiunto che il Santo Padre, sensibilissimo al potere dei mezzi di comunicazione di massa, salutò subito con grande favore questa nostra iniziativa. Lo fece inviando un messaggio indimenticabile al IV Congresso e lo ha fatto, all’inizio di quest’anno, con la Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte – che ha il suo nucleo nell’invito a « far risplendere il Volto di Cristo davanti alle generazioni del terzo millennio » (n.16). In questo impegno di « far vedere » il Volto di Cristo il Papa ha ravvisato l’eredità più vera e più feconda del grande Giubileo dell’anno Duemila.
Negli interventi del Santo Padre vanno moltiplicandosi i richiami al Volto di Cristo. E quanto sia inesauribile questo tema lo hanno dimostrato le molte iniziative sorte sotto l’impulso dato dall’Istituto Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo. Come segnalato dalla rivista Il Volto dei Volti, il tema del Volto di Cristo è stato oggetto di mostre, di Convegni internazionali, nazionali e regionali; sono sempre più numerose le riviste scientifiche e divulgative che affrontano questo argomento. Con le oltre 100 lezioni che, nell’arco di cinque anni, sono state dedicate al tema del Volto dei Volti e con la ricca galleria iconografica riunita nei cinque volumi che raccolgono gli Atti dei Congressi, noi abbiamo la fierezza – ha concluso il cardinale – di offrire un contributo di grande rilevanza a quella nuova evangelizzazione che riconduce al Volto di Gesù la presentazione del suo messaggio.

PROLUSIONE

« CHI HA VISTO ME HA VISTO IL PADRE » (Gv 14,9).IL VOLTO DI CRISTO NELLA SACRA SCRITTURA
Card. Joseph Ratzinger
L’antico desiderio dell’uomo di vedere Dio aveva assunto nell’AT la forma di « ricerca del Volto di Dio ». I discepoli di Gesù sono uomini che cercano il Volto di Dio. Filippo espone questo desiderio al Signore e ne riceve una risposta sorprendente, nella quale la novità del NT, il nuovo che fa irruzione in Cristo appare concentrato come in un cristallo: Sì, si può vedere Dio. Chi vede Cristo, vede Lui. Un testo centrale dell’AT, Es 32-34, ripreso da Paolo in 2 Cor 3,4-4,6.32-34, mostra un legame tra i due Testamenti sul tema del « vedere Dio ». Mosé parla « faccia a faccia con Dio », ma non può vedere Suo volto altrimenti ne morrebbe. Questo testo dell’AT introduce al NT, la cui novità non è un’idea, ma è un fatto, meglio: una persona, Gesù Cristo. A partire da lui si riorganizzano i molteplici motivi della pietà veterotestamentaria ed acquisiscono, proprio anche dopo la fine del tempio, una nuova concretezza. Da questa consapevolezza è nata la grande arte delle icone che certamente non possono pretendere di essere il punto finale della nostra ricerca del volto di Cristo.
Possiamo distinguere tre punti nodali nella pietà cristiana, fondata sul NT, della ricerca del Volto di Cristo e del Volto di Dio. Innanzitutto la sequela, cioè l’orientamento di tutta quanta l’esistenza all’incontro con Gesù. In questa sequela, un posto centrale spetta all’amore del prossimo. Noi tuttavia (secondo elemento) possiamo sempre solo riconoscere Gesù stesso nei poveri e nei sofferenti se il suo volto diviene a noi vicino soprattutto nel mistero dell’Eucaristia, in cui il chicco di grano che muore diventa pane della vita. Così l’Eucaristia diviene un vedere, come era avvenuto con i discepoli di Emmaus. Il terzo elemento è quello escatologico. Come la contemplazione dell’icona rinvia al di là di essa, così la celebrazione eucaristica ha in sé questa dinamica: essa è un andare verso il Cristo che viene, verso quel « risveglio » nel quale egli stesso ci sazierà con il suo Volto, con il Volto del Dio trinitario.

Il Volto Nascosto di Cristo
DALLA SINDONE ALLA FIGURA UMANA DI GESU’
Prof. Luigi E. Mattei
Il noto scultore Prof. Luigi Mattei ha illustrato la realizzazione de Il Corpo dei corpi, statua bronzea da lui ricavata dalla trasposizione tridimensionale della figura corporea tramamdata dalla Sindone di Torino. L’opera ha impressionato ed attratto folle di visitatori, pellegrini e fedeli, dall’anno 2000 nella Santa Gerusalemme di Bologna ? la Basilica di Santo Stefano – e nel Museo della Sindone a Torino. Nel descrivere il suo lavoro, il Prof. Mattei ha rilevato che l’attuazione di un’opera scultorea, che rispetti i valori tridimensionali insiti nell’immagine dell’Uomo che fu avvolto nella Sindone, consente nuovi percorsi nell’ambito semiotico, geometrico, iconologico ed estetico. La restituzione fisica del Volto dei volti permette una più profonda visibilità dei significati, consegnando alla verità del corpo la sacralità dello spirito. L’opera plastica ottenuta sembra così aver assunto una forza propria, tendente a trasmettere un nuovo, per ora quasi impercettibile messaggio. Tale vero e proprio identikit del Cristo, ha dato risultati sorprendenti, il Corpo sembra animarsi nella vitalità e nella forza espressa. La ricostruzione tridimensionale del Corpo dell’Uomo della Sindone è parsa allo scultore la più umana, la più doverosa delle risposte al messaggio « divino » contenuto nel telo; il Corpo ottenuto permette una lettura pacata e completa, consentendo il rapporto diretto, immediato, con la figura di un uomo crocifisso che subì la flagellazione ed a cui una lancia trapassò il costato dopo la morte.
Per ottenere la fusione a cera persa sono stati realizzati gli stampi presso la fonderia Sancisi Arte di Faenza. Così il fuoco, che ha spesso insidiato la Sindone, accrescendone il fascino ma anche occultandone dati eventualmente utili alla scienza, ancora una volta è diventato protagonista, con i suoi 1200° della colata di fusione, costituendo l’elemento che ne ha reso possibile e duraturo il recupero tridimensionale.

I SETTE PERSONAGGI DELLA TRASFIGURAZIONE
Mons. Gianfranco Ravasi
G. Ravasi esamina l’episodio della Trasfigurazione come un vero e proprio dramma nel senso originario del termine. Struttura, svolgimento, attori, scansioni temporali fanno sì che l’evento sia capace di riproporsi davanti ai nostri occhi nella sua azione e nel suo messaggio con una sua efficacia rappresentativa. I dati del testo, nella triplice redazione sinottica, vengono ricomposti secondo una trama affidata a sette personaggi che, a livelli diversi e secondo ruoli differenti, reggono l’intero dramma. I sette personaggi sono: Gesù, il protagonista. Egli domina per tutto lo svolgimento del dramma ed è subito presentato col suo nome proprio di Gesù, scandito quattro volte nella redazione di Marco (9,2.4.5.8). A lui sono destinati altri titoli solenni che vengono proposti nel prosieguo del racconto e nell’apparire dei vari attori dell’evento. Gli esegeti, infatti sono concordi nel ritenere che la finalità ultima della scena è proprio quella di svelare la persona di Cristo come signore della gloria, maestro, figlio di Dio e la sua missione di profeta e legislatore perfetto e definitivo. Dopo Gesù, abbiamo i tre spettatori, Pietro, Giacomo e Giovanni. E’ un gruppo privilegiato che, a più riprese, riveste una posizione eminente così da costituire i portatori speciali della rivelazione di Cristo. Quindi abbiamo altri due personaggi e testimoni: Mosè ed Elia che rappresentano l’inizio e la fine della storia che si adempie in Gesù, giudice escatologico.
Se Mosè è per eccellenza l’incarnazione della legge divina che egli rivela a Israele, Elia rappresenta la profezia che da lui prende idealmente l’avvio. Siamo ormai giunti alle soglie dell’ultimo atto del dramma della Trasfigurazione. Ora sarà dal cielo che si affaccerà l’ultimo personaggio a suggellare l’evento, rivelandosi come l’altro protagonista con Gesù. A sciogliere l’enigma della scena della Trasfigurazione è una presenza-assenza, quella del Padre. Il Padre, perciò, completa il ritratto del volto di Cristo che è certamente Signore, rabbí, maestro, culmine della legge e della profezia ma che è soprattutto Figlio e Salvatore.

LA BELLEZZA, VIA AL VOLTO DI CRISTO
Thomas Spidlik, SJ
P. Thomas Spidlik analizza la « via della bellezza » attraverso la testimonianza delle icone. Il volto umano è oggetto principale dell’iconografia sacra, dato che l’uomo è stato creato ad immagine di Dio e, come microcosmo, rappresenta tutta la realtà: unisce il mondo visibile e invisibile, umano e divino. I veri artisti però riescono a fare un « ritratto », a presentare il volto umano così che unisce diversi momenti di vita, come, per esempio, mitezza e fermezza, dolcezza e risolutezza.
L’icona, tuttavia, è ancora di più. Deve presentare il volto umano come trasfigurato dallo Spirito Santo. Dato che lo Spirito è comune a tutti i santi, sulle icone diminuisce l’individualità e sono sottolineati più i tratti comuni della vita nello Spirito. Ma non è sempre in modo uguale. Così ad esempio le icone russe sono più vicine ai ritratti che quelle greche. Ma devono sempre essere vere icone, divine e umane insieme, testimoniare la vita dello Spirito nella vita umana.
L’iconografo sacro deve presentare il volto non svuotato, ma pieno di vita dello Spirito, il quale dà senso ai tratti umani. Per farlo l’iconografia tradizionale ha sviluppato un simbolismo eloquente. In conformità con l’ideale monastico, l’ascesi, il sacrificio della carne aumenta la forza dello Spirito. Perciò sulle icone l’aspetto esteriore del volto è di solito caratterizzato con sobiretà e discrezione. La luce sulle icone non è esterna, ma proviene dall’interno del volto e lo rende trasparente.
Tutto questo simbolismo ha i suoi fondamenti dogmatici, sviluppati nelle numerosissime omelie dei Padri e degli autori bizantini sulla Trasfigurazione.
La contemplazione è progressiva. Se la luce taborica rppresenta lo scopo finale, il suo inizio è la fede.
La Trasfigurazione ci invita quindi alla conversione della nostra visione del mondo. Ci insegna a scoprire il suo vero senso: l’universo « trasformato » per mezzo di Cristo.

IL VOLTO PROFETICO DI GESU’. DALLA KENOSI ALLA TRASFIGURAZIONE
P. Bonifacio Honings, OCD
Premesso che nell’Antico Testamento si delinea un volto di Dio molto imperfetto, prevalentemente antropomorfico, P. Honings spiega la necessità della rivelazione anticotestamentaria di essere portata a compimento. Comunque, il Dio che si rivela nell’Antico Testamento da parte dei profeti è lo stesso Dio che Gesù rivela nel Nuovo Testamento: non si tratta di un « altro Dio », ma semplicemente di un « Dio altro ». Il principio della progressività ci obbliga a leggere la Sacra Scrittura tenendo presente che la rivelazione va da uno stadio meno perfetto a uno stadio più perfetto fino a giungere con Cristo alla sua piena e definitiva perfezione.
La Bibbia rivela un passaggio dell’immagine di un Dio violento conforme alla cultura di tutti i popoli della stessa area geografica del popolo di Dio, all’immagine di un Dio non-violento. Il volto profetico di Gesù rivela che l’auto-partecipazione di Dio all’umanità e al mondo, la sua espressione riflessa e auto-attestazione hanno raggiunto il loro punto culminante, irripetibile ed escatologico attraverso l’unione ipostatica in lui e mediante il suo mistero pasquale. Gesù è perciò il profeta per eccellenza; infatti, l’autocomunicazione di Dio e la sua espressione personificata è lo stesso Gesù.
I profeti avevano annunciato che il Salvatore sarebbe nato dalla Vergine Maria. Questo annuncio diventa realtà quando l’angelo Gabriele viene mandato ad una vergine di nome Maria. Il Figlio di Dio è questo bimbo che nascerà in Betlemme dove si delineano i primi tratti del volto kenotico del Figlio dell’Altissimo. Proprio il vangelo dell’infanzia rivela in modo sorprendente il volto della kenosis di Gesù. Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, diventa come uno che non è ancora capace di parlare: diventa un infans, per rivelare il volto misericordioso del Padre. San Luca, descrivendo la trasfigurazione del volto di Gesù nei minimi particolari, la connette con il primo annuncio della passione. Il volto della trasfigurazione era un anticipo, perchè l’onore e la gloria finale della vita terrena di Gesù dovevano brillare, per sempre, sul volto del risorto. Dinanzi al volto profetico di Gesù della kenosis e della risurrezione, tutto l’universo dovrà piegarsi. Ecco perchè Gesù ritiene molto importante dimostare che il suo volto di Risorto è lo stesso volto di quello kenotico.

IL VOLTO ISPIRATO DI GESÙ DAVANTI AI SUOI GIUDICI
Avv. Oreste Biscazza Terracini
L’Avv. Oreste Terracini, di religione ebraica, affronta il tema del Volto di Gesù davanti ai suoi giudici sottolineando tre momenti: il processo, l’ispirazione e il volto.
Gesù, in realtà, ha avuto solo uno pseudo processo. Le fonti a disposizione, infatti, nel caso della Giudea collegabili essenzialmente a Giuseppe Flavio, prospettano, da parte di Roma, il quadro di semplici « operazioni di polizia », non correlate ad una regolare procedura. L’unico tribunale che in quel tempo ed in quel luogo avesse il potere di condannare a morte, purché il reo fosse imputato di un delitto per il quale il diritto di Roma prevedesse tale pena, era il prefetto-procuratore romano. Non era il caso di Gesù.
Dopo aver illustrato la concreta situazione della Giudea del tempo, lo studioso rileva, quanto alla ispirazione, che in Gesù deve essere sottolineata la fierezza e la regalità del volto. Un volto compreso di profonda e totale ebraicità, tanto da esprimersi con il contorno di dodici apostoli, scelti con riferimento specifico alle dodici Tribù di Israele. Tuttavia, più che all’aspetto fisico del Volto di Gesù che probabilmente corrispondeva ai tratti che gli scienziati, aiutati dai moderni metodi di indagine, hanno potuto ricostruire con una certa fedeltà, si deve pensare alla espressione che quel volto ha assunto e mantenuto nei momenti nei quali Gesù ha vissuto le sue tragiche e definitive esperienze. Quale fu l’ispirazione che mosse Gesù nella convinzione di essere nel giusto, ad agire ed a sostenere con tanto coraggio la sua sofferenza? Il volto di Gesù, nel tormento della sua passione, non può che aver avuto l’espressione di fierezza ebraica di chi è convinto di essere destinatario di regole di vita che esprimono una tale santità interiore da costituire fine e principio di ogni umana possibile moralità, per la quale anche morire diventa sofferenza da affrontare con orgogliosa dignità. Il volto dell’ispirato, emarginato, ribelle, difensore dei diritti degli umili e dei semplici, incarna la poesia ebraica dell’umanità umiliata di ogni tempo dai poteri corrotti ed arroganti che poggiano sull’ignoranza, sull’ingiustizia e sull’idolatria.
Coloro di noi – ha concluso l’oratore – che hanno avuto in se la forza di credere , vivere e morire per i principi di fede morale che hanno ispirato Gesù, hanno avuto sul volto la stessa luce di Dio.

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