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LA PREGHIERA È LUCE PER L’ANIMA

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010302_giovanni-crisostomo_it.html

LA PREGHIERA È LUCE PER L’ANIMA

« La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. È, infatti, una comunione intima con Dio. Come gli occhi del corpo vedendo la luce ne sono rischiarati, così anche l’anima che è tesa verso Dio viene illuminata dalla luce ineffabile della preghiera. Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine, ma che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno.
Non bisogna infatti innalzare il nostro animo a Dio solamente quando attendiamo con tutto lo spirito alla preghiera. Occorre che, anche quando siamo occupati in altre faccende, sia nella cura verso i poveri, sia nelle altre attività, impreziosite magari dalla generosità verso il prossimo, abbiamo il desiderio e il ricordo di Dio, perché, insaporito dall’amore divino, come da sale, tutto diventi cibo gustosissimo al Signore dell’universo. Possiamo godere continuamente di questo vantaggio, anzi per tutta la vita, se a questo tipo di preghiera dedichiamo il più possibile del nostro tempo.
La preghiera è luce dell’anima, vera conoscenza di Dio, mediatrice tra Dio e l’uomo. L’anima, elevata per mezzo suo in alto fino al cielo, abbraccia il Signore con amplessi ineffabili. Come il bambino, che piangendo grida alla madre, l’anima cerca ardentemente il latte divino, brama che i propri desideri vengano esauditi e riceve doni superiori ad ogni essere visibile.
La preghiera funge da augusta messaggera dinanzi a Dio, e nel medesimo tempo rende felice l’anima perché appaga le sue aspirazioni. Parlo, però, della preghiera autentica e non delle sole parole.
Essa è un desiderare Dio, un amore ineffabile che non proviene dagli uomini, ma è prodotto dalla grazia divina. Di essa l’Apostolo dice: Non sappiamo pregare come si conviene, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili (cfr. Rm 8, 26b). Se il Signore dà a qualcuno tale modo di pregare, è una ricchezza da valorizzare, è un cibo celeste che sazia l’anima; chi l’ha gustato si accende di desiderio celeste per il Signore, come di un fuoco ardentissimo che infiamma la sua anima.
Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà mediante la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza. »
Dalle « Omelie » di san Giovanni Crisostomo, vescovo (Om. 6 sulla preghiera; PG 64, 462-466)

Orazione
Accompagna con la tua benevolenza, Padre misericordioso, i primi passi del nostro cammino penitenziale, perché all’osservanza esteriore corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito.

A cura dell’Istituto di Spiritualità:
Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino

Publié dans:preghiera (sulla) |on 20 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

PREGHIERA, SOLITUDINE E SILENZIO

http://bibbiafrancescana.org/2015/02/preghiera-solitudine-e-silenzio/

PREGHIERA, SOLITUDINE E SILENZIO

Pubblicato il 10 febbraio, 2015

“Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto e là pregava” (Mc 1,35)
Sfogliando le pagine dei Vangeli, ci imbattiamo spesso in un Gesù che, prima che il buio della notte ceda il passo alle prime luci dell’alba, si ritira sul “monte” o “in luoghi solitari” per pregare.
Silenzio, dato dai tempi scelti (notte o alba), e solitudine sembrano essere due elementi importanti per la preghiera di Gesù, spazio in cui Egli si mette in ascolto profondo del Padre e di se stesso, trae la forza per vivere il Suo ministero e la sua missione fino in fondo.
Anche nell’esperienza di Francesco troviamo questi due elementi. Le Fonti Francescane, infatti, ci testimoniano che Francesco spesso prega di notte e ricerca luoghi solitari: “Cercava sempre un luogo appartato dove potersi unire, non solo con lo spirito, ma con le singole membra al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola con il mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto. Assorto in Dio e dimentico di se stesso, non gemeva né tossiva, era senza affanno il suo respiro e scompariva ogni altro segno esteriore” (FF 681). Francesco si immerge nel silenzio perché sia Dio a parlare, vivere, operare in lui, così la preghiera diventa il luogo in cui egli impara sempre più a obbedire al suo Signore. Vivere la preghiera nel silenzio e nella solitudine è per Francesco possibilità di coltivare e custodire la sua relazione con Dio, ma anche luogo in cui lasciarsi plasmare il cuore da Lui, permettere che “tutto ciò che è amaro si trasformi in dolcezza” per, poi, andare incontro ai fratelli, ai poveri e alla gente ed entrare in relazione con loro.
Possiamo osare nel dire che nella preghiera vissuta nel silenzio e nella solitudine sia Gesù che Francesco trovano la “carica” per affrontare la loro giornata, le loro relazioni, i vari eventi. È qui che imparano ad amare e lasciarsi amare, ad ascoltare, a donarsi…
Anche per noi cristiani, allora, diventa fondamentale trovare spazi di solitudine e silenzio, oggi che siamo “bombardati” da messaggi e voci di vario tipo e spesso circondati da ansia, frenesia, ecc.
Trovare dei “luoghi deserti” o, comunque, costruire dentro di noi una “dimora permanente” a Dio, ci permette di stare da soli con noi stessi e con Lui, di metterci in ascolto della Sua volontà, ma anche di quanto si muove nel nostro cuore, di lasciar purificare le nostre relazioni… Solitudine e silenzio diventano così spazi abitati da Dio e possibilità di recuperare noi stessi e crescere in umanità. Tutto questo non è semplice, né scontato, richiede un cammino graduale e paziente, ma è fondamentale per la nostra vita spirituale. Il Signore doni anche a noi, come a Francesco, di “essere non tanto uomini e donne che pregano, quanto piuttosto noi stessi tutti trasformati in preghiera vivente” (cf. FF 682).

BENEDETTO XVI – LA PREGHIERA ATTRAVERSA TUTTA LA VITA DI GESÙ (2011)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111130.html

BENEDETTO XVI – LA PREGHIERA ATTRAVERSA TUTTA LA VITA DI GESÙ (2011)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 30 novembre 2011

Cari fratelli e sorelle,

nelle ultime catechesi abbiamo riflettuto su alcuni esempi di preghiera nell’Antico Testamento, oggi vorrei iniziare a guardare a Gesù, alla sua preghiera, che attraversa tutta la sua vita, come un canale segreto che irriga l’esistenza, le relazioni, i gesti e che lo guida, con progressiva fermezza, al dono totale di sé, secondo il progetto di amore di Dio Padre. Gesù è il maestro anche delle nostre preghiere, anzi Egli è il sostegno attivo e fraterno di ogni nostro rivolgerci al Padre. Davvero, come sintetizza un titolo del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, «la preghiera è pienamente rivelata ed attuata in Gesù» (541-547). A Lui vogliamo guardare nelle prossime catechesi.
Un momento particolarmente significativo di questo suo cammino è la preghiera che segue il battesimo a cui si sottopone nel fiume Giordano. L’Evangelista Luca annota che Gesù, dopo aver ricevuto, insieme a tutto il popolo, il battesimo per mano di Giovanni il Battista, entra in una preghiera personalissima e prolungata: «Mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo» (Lc 3,21-22). Proprio questo «stare in preghiera», in dialogo con il Padre illumina l’azione che ha compiuto insieme a tanti del suo popolo, accorsi alla riva del Giordano. Pregando, Egli dona a questo suo gesto, del battesimo, un tratto esclusivo e personale.
Il Battista aveva rivolto un forte appello a vivere veramente come «figli di Abramo», convertendosi al bene e compiendo frutti degni di tale cambiamento (cfr Lc 3,7-9). E un gran numero di Israeliti si era mosso, come ricorda l’Evangelista Marco, che scrive: «Accorrevano… [a Giovanni] tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati» (Mc 1,5). Il Battista portava qualcosa di realmente nuovo: sottoporsi al battesimo doveva segnare una svolta determinante, lasciare una condotta legata al peccato ed iniziare una vita nuova. Anche Gesù accoglie questo invito, entra nella grigia moltitudine dei peccatori che attendono sulla riva del Giordano. Ma, come ai primi cristiani, anche in noi sorge la domanda: perché Gesù si sottopone volontariamente a questo battesimo di penitenza e di conversione? Non ha da confessare peccati, non aveva peccati, quindi anche non aveva bisogno di convertirsi. Perché allora questo gesto? L’Evangelista Matteo riporta lo stupore del Battista che afferma: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (Mt 3,14) e la risposta di Gesù: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (v. 15). Il senso della parola «giustizia» nel mondo biblico è accettare pienamente la volontà di Dio. Gesù mostra la sua vicinanza a quella parte del suo popolo che, seguendo il Battista, riconosce insufficiente il semplice considerarsi figli di Abramo, ma vuole compiere la volontà di Dio, vuole impegnarsi perché il proprio comportamento sia una risposta fedele all’alleanza offerta da Dio in Abramo. Discendendo allora nel fiume Giordano, Gesù, senza peccato, rende visibile la sua solidarietà con coloro che riconoscono i propri peccati, scelgono di pentirsi e di cambiare vita; fa comprendere che essere parte del popolo di Dio vuol dire entrare in un’ottica di novità di vita, di vita secondo Dio.
In questo gesto Gesù anticipa la croce, dà inizio alla sua attività prendendo il posto dei peccatori, assumendo sulle sue spalle il peso della colpa dell’intera umanità, adempiendo la volontà del Padre. Raccogliendosi in preghiera, Gesù mostra l’intimo legame con il Padre che è nei Cieli, sperimenta la sua paternità, coglie la bellezza esigente del suo amore, e nel colloquio con il Padre riceve la conferma della sua missione. Nelle parole che risuonano dal Cielo (cfr Lc 3,22) vi è il rimando anticipato al mistero pasquale, alla croce e alla risurrezione. La voce divina lo definisce «Il Figlio mio, l’amato», richiamando Isacco, l’amatissimo figlio che il padre Abramo era disposto a sacrificare, secondo il comando di Dio (cfr Gen 22,1-14). Gesù non è solo il Figlio di Davide discendente messianico regale, o il Servo di cui Dio si compiace, ma è anche il Figlio unigenito, l’amato, simile a Isacco, che Dio Padre dona per la salvezza del mondo. Nel momento in cui, attraverso la preghiera, Gesù vive in profondità la propria figliolanza e l’esperienza della paternità di Dio (cfr Lc 3,22b), discende lo Spirito Santo (cfr Lc 3,22a), che lo guida nella sua missione e che Egli effonderà dopo essere stato innalzato sulla croce (cfr Gv 1,32-34; 7,37-39), perché illumini l’opera della Chiesa. Nella preghiera, Gesù vive un ininterrotto contatto con il Padre per realizzare fino in fondo il progetto di amore per gli uomini.
Sullo sfondo di questa straordinaria preghiera sta l’intera esistenza di Gesù vissuta in una famiglia profondamente legata alla tradizione religiosa del popolo di Israele. Lo mostrano i riferimenti che troviamo nei Vangeli: la sua circoncisione (cfr Lc 2,21) e la sua presentazione al tempio (cfr Lc 2,22-24), come pure l’educazione e la formazione a Nazaret, nella santa casa (cfr Lc 2,39-40 e 2,51-52). Si tratta di «circa trent’anni» (Lc 3,23), un tempo lungo di vita nascosta e feriale, anche se con esperienze di partecipazione a momenti di espressione religiosa comunitaria, come i pellegrinaggi a Gerusalemme (cfr Lc 2,41). Narrandoci l’episodio di Gesù dodicenne nel tempio, seduto in mezzo ai maestri (cfr Lc 2,42-52), l’evangelista Luca lascia intravedere come Gesù, che prega dopo il battesimo al Giordano, ha una lunga abitudine di orazione intima con Dio Padre, radicata nelle tradizioni, nello stile della sua famiglia, nelle esperienze decisive in essa vissute. La risposta del dodicenne a Maria e Giuseppe indica già quella filiazione divina, che la voce celeste manifesta dopo il battesimo: «Perché mi cercavate? Non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49). Uscito dalle acque del Giordano, Gesù non inaugura la sua preghiera, ma continua il suo rapporto costante, abituale con il Padre; ed è in questa unione intima con Lui che compie il passaggio dalla vita nascosta di Nazaret al suo ministero pubblico.
L’insegnamento di Gesù sulla preghiera viene certo dal suo modo di pregare acquisito in famiglia, ma ha la sua origine profonda ed essenziale nel suo essere il Figlio di Dio, nel suo rapporto unico con Dio Padre. Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica risponde alla domanda: Da chi Gesù ha imparato a pregare?, così: «Gesù, secondo il suo cuore di uomo, ha imparato a pregare da sua Madre e dalla tradizione ebraica. Ma la sua preghiera sgorga da una sorgente più segreta, poiché è il Figlio eterno di Dio che, nella sua santa umanità, rivolge a suo Padre la preghiera filiale perfetta» (541).
Nella narrazione evangelica, le ambientazioni della preghiera di Gesù si collocano sempre all’incrocio tra l’inserimento nella tradizione del suo popolo e la novità di una relazione personale unica con Dio. «Il luogo deserto» (cfr Mc 1,35; Lc 5,16) in cui spesso si ritira, «il monte» dove sale a pregare (cfr Lc 6,12; 9,28), «la notte» che gli permette la solitudine (cfr Mc 1,35; 6,46-47; Lc 6,12) richiamano momenti del cammino della rivelazione di Dio nell’Antico Testamento, indicando la continuità del suo progetto salvifico. Ma al tempo stesso, segnano momenti di particolare importanza per Gesù, che consapevolmente si inserisce in questo piano, fedele pienamente alla volontà del Padre.
Anche nella nostra preghiera noi dobbiamo imparare, sempre di più, ad entrare in questa storia di salvezza di cui Gesù è il vertice, rinnovare davanti a Dio la nostra decisione personale di aprirci alla sua volontà, chiedere a Lui la forza di conformare la nostra volontà alla sua, in tutta la nostra vita, in obbedienza al suo progetto di amore per di noi.
La preghiera di Gesù tocca tutte le fasi del suo ministero e tutte le sue giornate. Le fatiche non la bloccano. I Vangeli, anzi, lasciano trasparire una consuetudine di Gesù a trascorrere in preghiera parte della notte. L’Evangelista Marco racconta una di queste notti, dopo la pesante giornata della moltiplicazione dei pani e scrive: «E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra» (Mc 6,45-47). Quando le decisioni si fanno urgenti e complesse, la sua preghiera diventa più prolungata e intensa. Nell’imminenza della scelta dei Dodici Apostoli, ad esempio, Luca sottolinea la durata notturna della preghiera preparatoria di Gesù: «In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli» (Lc 6,12-13).
Guardando alla preghiera di Gesù, deve sorgere in noi una domanda: come prego io? come preghiamo noi? Quale tempo dedico al rapporto con Dio? Si fa oggi una sufficiente educazione e formazione alla preghiera? E chi può esserne maestro? Nell’Esortazione apostolica Verbum Domini ho parlato dell’importanza della lettura orante della Sacra Scrittura. Raccogliendo quanto emerso nell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi, ho posto un accento particolare sulla forma specifica della lectio divina. Ascoltare, meditare, tacere davanti al Signore che parla è un’arte, che si impara praticandola con costanza. Certamente la preghiera è un dono, che chiede, tuttavia, di essere accolto; è opera di Dio, ma esige impegno e continuità da parte nostra; soprattutto, la continuità e la costanza sono importanti. Proprio l’esperienza esemplare di Gesù mostra che la sua preghiera, animata dalla paternità di Dio e dalla comunione dello Spirito, si è approfondita in un prolungato e fedele esercizio, fino al Giardino degli Ulivi e alla Croce. Oggi i cristiani sono chiamati a essere testimoni di preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all’orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, attraverso la nostra preghiera fedele e costante, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio. Anzi, nel percorrere la via della preghiera, senza riguardo umano, possiamo aiutare altri a percorrerla: anche per la preghiera cristiana è vero che, camminando, si aprono cammini.
Cari fratelli e sorelle, educhiamoci ad un rapporto con Dio intenso, ad una preghiera che non sia saltuaria, ma costante, piena di fiducia, capace di illuminare la nostra vita, come ci insegna Gesù. E chiediamo a Lui di poter comunicare alle persone che ci stanno vicino, a coloro che incontriamo sulla nostra strada, la gioia dell’incontro con il Signore, luce per la nostra l’esistenza. Grazie.

 

Publié dans:Papa Benedetto XVI, preghiera (sulla) |on 27 novembre, 2017 |Pas de commentaires »

PREGHIERE DEI PADRI DELLA CHIESA

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PREGHIERE DEI PADRI DELLA CHIESA

La nostra preghiera non deve consistere in atteggiamenti del nostro corpo: gridare, rimanere in silenzio, oppure piegare le ginocchia; dobbiamo piuttosto attendere con un cuore sobrio e vigilante che Dio venga e visiti l’anima introducendosi per tutte le sue vie d’accesso, i suoi sentieri e i suoi sensi. (S. Macario il Grande – 300-390 ca. – « Dall’Omelia 33″)

Signore, amico degli uomini, a Te ricorro al mio risveglio, cominciando il compito assegnatomi nella tua misericordia: assistimi in ogni tempo ed in ogni cosa; preservami da ogni seduzione mondana, da ogni influenza del demonio; salvami e introducimi nel tuo Regno eterno. Tu sei infatti il mio Creatore, la fonte ed il dispensatore di ogni bene: in te riposa tutta la mia speranza, ed io ti rendo gloria ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen. (S. Macario il Grande « Preghiere »)

Mio Dio, purifica me, peccatore, che non ho mai fatto il bene davanti a Te; liberami dal male e fa che si compia in me la tua volontà: affinché senza timore di condanna, apra le mie labbra indegne e celebri il tuo Santo Nome: Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen. (S. Macario il Grande « Preghiere »)

Abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà di noi, privi di ogni giustificazione, noi peccatori ti rivolgiamo, o nostro Sovrano, questa supplica: abbi pietà di noi. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Signore, abbi pietà di noi: in te infatti, abbiamo riposto la nostra fiducia; non ti adirare oltremodo con noi, né ricordare i nostri peccati; ma misericordioso come sei, volgi su di noi il tuo sguardo benigno e liberaci dai nostri nemici. Tu infatti sei il nostro Dio e noi siamo il tuo popolo; tutti siamo opera delle tue mani ed abbiamo invocato il tuo nome. Ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen. (S. Macario il Grande « Preghiere »)

Tutti gli esseri ti rendono omaggio, o Dio, quelli che parlano e quelli che non parlano, quelli che pensano e quelli che non pensano. Il desiderio dell’universo, il gemito di tutte le cose, salgono verso di te. Tutto quanto esiste, Te prega e a Te ogni essere che sa vedere dentro la tua creazione, un silenzioso inno fa salire a te. (S. Gregorio di Nazianzo « Poesie dogmatiche »)

Ti ringrazio, Signore; te ringrazio, solo conoscitore dei cuori, giusto re, pieno di misericordia. Ti ringrazio, o senza principio, Verbo onnipotente, tu che sei sceso sulla terra e ti sei incarnato, Dio mio, e sei divenuto – ciò che non eri – uomo simile a me, senza mutazione, senza venir meno, senza qualsivoglia peccato. Al fine, tu impassibile soffrendo ingiustamente da parte di empi, di concedere a me condannato l’impassibilità nell’imitare i tuoi patimenti, o Cristo mio. (S. Simeone il Nuovo Teologo « Inni e Preghiere »)

Ora in noi senza indugio discendi, o Spirito Santo, unità sola col Padre e col Figlio: benigno ancora nei cuori effonditi. Bocca, lingua, intelletto, sensi e forze cantino la tua lode. Divampi in noi la fiamma del tuo amore, fino ad accendere chi ci è vicino. (S. Ambrogio di Milano « Inni »)

Preghiamo che Gesù regni su di noi, che la nostra terra sia liberata dalle guerre e dagli assalti dei desideri carnali e che allora, quando questi saranno cessati, ognuno riposi all’ombra della sua vite, del suo fico, del suo olivo. Sotto la protezione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo riposa l’anima che ha ritrovato in sé la pace della carne e dello spirito. A Dio eterno gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Origene « Omelia XXII sul libro dei Numeri »)

Non ricordare più i miei peccati; se ho mancato, per la debolezza della mia natura, in parole, opere e pensieri. Tu perdonami, tu che hai il potere di rimettere i peccati. Deponendo l’abito del corpo, la mia anima sia trovata senza colpa. Più ancora: degnati, o mio Dio, di ricevere nelle tue mani l’anima mia senza colpa e senza macchia quale una gradita offerta. (S. Gregorio di Nissa « Vita di Santa Macrina »)

Dal cielo è sceso come la luce, da Maria è nato come un germe divino, dalla croce è caduto come un frutto, al cielo è salito come una primizia. Benedetta sia la tua volontà! Tu sei l’offerta del cielo e della terra, ora immolato e ora adorato. Sei disceso in terra per essere vittima, sei salito come offerta unica, sei salito portando il tuo sacrificio, o Signore. (S. Efrem il Siro « Inni »)

Publié dans:preghiera (sulla), preghiere |on 26 avril, 2016 |Pas de commentaires »

GIANFRANCO RAVASI – PREGHIERA: QUANDO L’UOMO PARLA CON DIO

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GIANFRANCO RAVASI – PREGHIERA: QUANDO L’UOMO PARLA CON DIO

«Il pregare è nella religione ciò che è il pensiero nella filosofia. Il senso religioso prega come l’organo del pensiero pensa». Questa dichiarazione del grande poeta romantico tedesco Novalis fa subito comprendere non solo quanto fondamentale sia la preghiera nell’esperienza religiosa, ma anche quanto sia arduo tentarne un profilo descrittivo. Anzi, un filosofo, il danese Søren Kierkegaard, non esitava nel suo diario a comparare il pregare al respirare: «Giustamente gli antichi dicevano che pregare è respirare. Qui si vede quanto sia sciocco voler parlare di un « perché ». Perché io respiro? Perché altrimenti muoio. Così con la preghiera». A lui faceva eco un teologo importante come Yves Congar che nella sua opera Le vie del Dio vivente ribadiva: «Con la preghiera riceviamo l’ossigeno per respirare. Coi sacramenti ci nutriamo. Ma, prima del nutrimento, c’è la respirazione e la respirazione è la preghiera». In questa linea è facilmente comprensibile come il pregare coinvolga tutto l’essere della creatura in una totalità ben espressa, ad esempio, dalle tecniche orientali di contemplazione « corporale » o nel tipico agitarsi dondolante dell’orante ebreo. Il quale, mentre prega, muove anche le giunture del corpo così da attuare quello che, in modo simbolico, aveva evocato lo stesso apostolo Paolo: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale» (Romani 12, 1). Un famoso mistico tedesco vissuto a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, Meister Eckhart, sottolineava che «bisogna pregare con tanto fervore così da tener avvinte tutte le membra e le facoltà umane; orecchi, occhi, bocca, cuore e ogni senso e non cessare finché non si sente di voler essere uno con Colui che è presente e che preghiamo, con Dio». Ma si può anche andare oltre e ritenere con il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein che «pregare è pensare al senso della vita», come egli annotava nei suoi appunti del 1914-1916. Quando l’uomo si rivolge alla divinità cerca, infatti, non solo di penetrare nel mistero del suo interlocutore infinito, ma anche di scavare nel mistero della sua stessa esistenza. tentando di scoprirne un senso e un valore. In questa stessa direzione si potrebbe, allora, riprendere il giuoco di parole creato da un altro importante filosofo del Novecento, il tedesco Martin Heidegger, quando affermava che denken ist danken, cioè che pensare è ringraziare. Per questo si potrebbe condividere un’ultima affermazione teorica, quella del filosofo mistico ebreo Abraham J. Heschel, convinto che «pregare è la grande ricompensa dell’essere uomini». Ora, la preghiera rispecchia necessariamente la particolare visione di Dio dell’orante. Così, a una concezione « fredda » della trascendenza divina corrisponde una preghiera distante e striata dal timore e dal rispetto per l’inconoscibile volontà della divinità. Esemplare è il distacco tra il divino e l’umano marcato dall’orazione musulmana, specchio di un trascendentalismo teologico rigorosissimo. Ma già tra i Sumeri il dio Enlil era invocato così: «Le tue molte perfezioni fanno restare attoniti; la loro natura segreta è come una matassa arruffata che nessuno sa dipanare, è arruffio di fili di cui non si vede il bandolo» (Inno a Enlil, IX, 131-134). Anche nel mondo greco quel «Dio ignoto» che Paolo nomina durante il suo passaggio da Atene (Atti 17, 23) costringe l’orante a invocazioni « negative » come quelle evocate dalle Coefore di Eschilo: «Zeus, Zeus, che dico? Come comincerò» (v. 85). Ma è proprio nella stessa cultura greca che riusciamo a identificare uno splendido modello di spiritualità « calda » in cui il rapporto con Dio è intenso, diretto, personale. Intendiamo riferirci a quel gioiello stoico che è l’Inno a Zeus di Cleante (III secolo a. C.): i suoi trentanove esametri esaltano non solo l’onnipotenza e la giustizia divina, ma anche l’ordine cosmico a cui partecipa l’orante e la stessa « simbiosi », dalle iridescenze panteiste, che connette la divinità al fedele. È curioso ricordare che l’apostolo Paolo nel celebre discorso all’Areopago ateniese evoca il v.5 dell’inno di Cleante, affermando che in Dio «noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: « poiché di lui stirpe noi siamo »» (Atti 17, 28). Tale prospettiva domina nell’ambito biblico dove è facile incontrare frasi salmiche di questo tenore: «Sei il mio Signore, senza di te non ho alcun bene / Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio / Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto / Fuori di te nulla bramo sulla terra / Il mio bene è stare vicino a Dio» (Salmi 16, 2; 22, 10; 27, 10; 73, 25.28). L’invocazione aramaica abba’, papà, che sta alla radice del Padre nostro, la preghiera emblematica del cristiano, è un’illustrazione esemplare di questa intimità orante. A questo punto si potrebbero definire le tipologie della preghiera: esse occupano uno spettro di colori variegatissimo. Due, però, sono le tonalità dominanti: per continuare nel linguaggio cromatico, potremmo dire che si oscilla costantemente tra l’infrarosso della lode e l’ultravioletto della supplica. Entro questi due archetipi si raccoglie l’intera gamma delle orazioni e tutta la sua espressione letteraria. Da un lato, dunque, c’è il colore vivo e forte della lode, della glorificazione, dell’adorazione, del ringraziamento, dell’esaltazione, della celebrazione gioiosa, della contemplazione della divinità e delle sue opere. L’innologia, di taglio mistico, libera da interessi immediati e da richieste, popola tutte le religiosità e tutte le liturgie. «O Signore, nostro Dio, quant’è glorioso il tuo nome su tutta la terra! La tua maestà vorrei cantare lassù nei cieli balbettando come il fanciullo» è l’incipit del celebre Salmo 8 che canta il capolavoro di Dio, la creatura umana. Il Salmo 19 esalta il sole, come il 104, che però dipinge anche uno straordinario arazzo cosmico, mentre nel Salmo 63 è l’adesione totale a Dio a divenire sostanza orante: «O Dio, tu sei il mio Dio, fin dall’alba ti cerco, di te ha sete la mia gola, a te anela la mia carne come terra deserta, arida, senz’acqua / Il tuo amore val più della vita / Io esulto all’ombra delle tue ali». Ma si potrebbe attingere anche all’enorme repertorio delle invocazioni buddhiste e indiane, alle « aretalogie » greche di Ossirinco (Egitto) in cui si cantano le virtù e le perfezioni divine, alla reiterazione dei «novantanove bellissimi nomi di Allah», allo stesso Rosario cristiano: la ripetizione diventa coinvolgimento quasi estatico, «moto perpetuo», della lode, ascensione di luce in luce nel mistero infinito di Dio, contemplazione abbacinata. L’esordio del citato inno di Cleante suona così: «O più glorioso degli immortali, sotto mille nomi sempre onnipotente, Zeus, Signore della natura, che con la legge governi ogni cosa, salve! Perché sei tu che i mortali hanno la gioia d’invocare!» (vv. 1-3). Ma molto più estesa è la regione dalla quale sale il grido gelido e lacerante della supplica, l’ultravioletto della preghiera, che esprime il limite dell’uomo, le sue necessità, il « male di vivere ». Cesare Pavese nel suo diario Il mestiere di vivere annotava: «La massima sventura è la solitudine tant’è vero che il supremo conforto, la religione, consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio. La preghiera è uno sfogo come un amico». La lamentazione classica segue uno spartito strutturale di tipo triangolare, quasi comandato dalle circostanze: al presente amaro si oppone il passato e si prospetta il futuro radioso sperato; all’ »io » dell’orante sofferente si connette l’ »altro » che è il nemico e il male, mentre ci si affida al terzo personaggio decisivo, Dio, il Salvatore. Talora l’io e l’altro si trovano sovrapposti: è il caso delle confessioni del peccato (celebre è il Miserere, il Salmo 51) in cui il nemico si annida all’interno dell’orante stesso. Anche se non mancano suppliche senza speranza esplicita, simili quasi a un vano SOS lanciato verso Dio, imperatore impassibile relegato nel suo cielo dorato, è prevalente la certezza dell’ascolto finale, anche se dilazionato. «La divinità, infatti, non è insensibile alla giusta preghiera» dichiara Menandro (fr. 217), mentre Gesù aveva invitato a «chiedere per ottenere, a bussare» perché ci si aprirà, perché «qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome egli ve lo concederà» (Matteo 7, 7; Giovanni 15, 16).

 La Repubblica — 10 aprile 2004

BENEDETTO XVI – L’UOMO IN PREGHIERA (4) LOTTA NOTTURNA E INCONTRO CON DIO (GEN 32,23-33)

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110525.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 25 maggio 2011

L’UOMO IN PREGHIERA (4) LOTTA NOTTURNA E INCONTRO CON DIO (GEN 32,23-33)

Cari fratelli e sorelle,

Oggi vorrei riflettere con voi su un testo del Libro della Genesi che narra un episodio abbastanza particolare della storia del Patriarca Giacobbe. È un brano di non facile interpretazione, ma importante per la nostra vita di fede e di preghiera; si tratta del racconto della lotta con Dio al guado dello Yabboq, del quale abbiamo sentito un brano. Come ricorderete, Giacobbe aveva sottratto al suo gemello Esaù la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie e aveva poi carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, ormai molto anziano, approfittando della sua cecità. Sfuggito all’ira di Esaù, si era rifugiato presso un parente, Labano; si era sposato, si era arricchito e ora stava tornando nella terra natale, pronto ad affrontare il fratello dopo aver messo in opera alcuni prudenti accorgimenti. Ma quando è tutto pronto per questo incontro, dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, Giacobbe, rimasto solo, viene aggredito improvvisamente da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta una notte. Proprio questo combattimento corpo a corpo – che troviamo nel capitolo 32 del Libro della Genesi – diventa per lui una singolare esperienza di Dio. La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo, dunque, migliore per Giacobbe, per entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista. Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno. Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica “un uomo” in modo generico, “uno, qualcuno”; si tratta, quindi, di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero. È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l’unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel “qualcuno” sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio. L’episodio si svolge dunque nell’oscurità ed è difficile percepire non solo l’identità dell’assalitore di Giacobbe, ma anche quale sia l’andamento della lotta. Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio; i verbi utilizzati sono spesso senza soggetto esplicito, e le azioni si svolgono in modo quasi contraddittorio, così che quando si pensa che sia uno dei due a prevalere, l’azione successiva subito smentisce e presenta l’altro come vincitore. All’inizio, infatti, Giacobbe sembra essere il più forte, e l’avversario – dice il testo – «non riusciva a vincerlo» (v. 26); eppure colpisce Giacobbe all’articolazione del femore, provocandone la slogatura. Si dovrebbe allora pensare che Giacobbe debba soccombere, ma invece è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; e il Patriarca rifiuta, ponendo una condizione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto» (v. 27). Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito, ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere. Il rivale, che sembra trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: “Come ti chiami?”. E il Patriarca risponde: “Giacobbe” (v. 28). Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino. Conoscere il nome vuol dire allora conoscere la verità dell’altro e questo consente di poterlo dominare. Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro. Ma in questo gesto di arrendersi anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario, che gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (v. 29). “Giacobbe” era un nome che richiamava l’origine problematica del Patriarca; in ebraico, infatti, ricorda il termine “calcagno”, e rimanda il lettore al momento della nascita di Giacobbe, quando, uscendo dal grembo materno, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (cfr Gen 25,26), quasi prefigurando lo scavalcamento ai danni del fratello che avrebbe consumato in età adulta; ma il nome Giacobbe richiama anche il verbo “ingannare, soppiantare”. Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l’altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l’ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è “Dio è forte, Dio vince”. Dunque Giacobbe ha prevalso, ha vinto – è l’avversario stesso ad affermarlo – ma la sua nuova identità, ricevuta dallo stesso avversario, afferma e testimonia la vittoria di Dio. E quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, ma si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. Quella benedizione che il Patriarca aveva chiesto all’inizio della lotta gli viene ora concessa. E non è la benedizione ghermita con inganno, ma quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso. Così, al termine della lotta, ricevuta la benedizione, il Patriarca può finalmente riconoscere l’altro, il Dio della benedizione: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (v. 31), e può ora attraversare il guado, portatore di un nome nuovo ma “vinto” da Dio e segnato per sempre, zoppicante per la ferita ricevuta. Le spiegazioni che l’esegesi biblica può dare riguardo a questo brano sono molteplici; in particolare, gli studiosi riconoscono in esso intenti e componenti letterari di vario genere, come pure riferimenti a qualche racconto popolare. Ma quando questi elementi vengono assunti dagli autori sacri e inglobati nel racconto biblico, essi cambiano di significato e il testo si apre a dimensioni più ampie. L’episodio della lotta allo Yabboq si offre così al credente come testo paradigmatico in cui il popolo di Israele parla della propria origine e delinea i tratti di una particolare relazione tra Dio e l’uomo. Per questo, come affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, «la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza» (n. 2573). Il testo biblico ci parla della lunga notte della ricerca di Dio, della lotta per conoscerne il nome e vederne il volto; è la notte della preghiera che con tenacia e perseveranza chiede a Dio la benedizione e un nome nuovo, una nuova realtà frutto di conversione e di perdono. La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio. Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. E ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato; lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto. Grazie.

 

PREGARE CON UN SALMO – SALMO 131 (130) di sr. Anna Maria Tittarelli r.c.

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PREGARE CON UN SALMO – SALMO 131 (130)   di sr. Anna Maria Tittarelli r.c.  

Israele ha manifestato nei salmi tutta la vita dell’uomo, le speranze e le attese della storia. Questa manifestazione Cristo l’ha fatta propria, l’ha riconosciuta e l’ha compiuta  e per questo la Chiesa ce la offre perché anche noi impariamo a pregare come il Cristo  ha fatto, nella storia e per il mondo.  I Salmi sono la nostra vita divenuta preghiera.

“Nei salmi come in uno specchio ritroviamo anche il nostro volto”.                              

(S. Atanasio)

“Preghi? Sei tu che parli a Dio. Leggi? È Lui che ti parla. I salmi sono contemporaneamente Parola di Dio al suo fedele e parola d’uomo a Dio.”                                          

  (S. Gerolamo) SALMO 131 (130)      

… come bimbo svezzato…

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia. Speri Israele nel Signore, ora e sempre.

Sguardo a Dio, il Signore! Sguardo su di sé: nel cuore nello sguardo nessun orgoglio nessuna superbia ma umiltà verità.  Immagine del bimbo tra le braccia della mamma. Tra le braccia del Dio della tenerezza che ci ama più di una madre: tranquillità e sicurezza                 fiducia abbandono filiale   speranza per l’oggi e per il futuro  

L’ESPERIENZA DEL SALMISTA Il salmista nella sua preghiera si rivolge al Signore esprimendo il suo stato d’animo con l’immagine di un lattante tranquillo, sazio e silenzioso, stretto al seno di sua madre. Il sorriso materno sembra venire a cicatrizzare le sue ferite piccole e grandi dovute ad esperienze negative. Rannicchiato nella calda intimità di un amore tenero e forte, il giusto guarda senza più invidia il mondo e le sue grandezze. La pace è una conquista raggiunta vincendo la tentazione dell’orgoglio e della superbia che rovina la vita propria e quella degli altri; lasciando spazio alla vera umiltà che non è mediocrità o disinteresse, ma è riconoscimento della propria situazione, della propria realtà. Quello del salmista è un cammino di liberazione dalle passioni per giungere ad una libertà e ad un sereno equilibrio che gli permette di godere la gioia e la pace di vivere alla presenza di Dio. Egli si sente profondamente e teneramente amato da Dio che, come una sollecita mamma, lo fa crescere cullandolo tra le sue braccia. Il salmista sperimenta la consolazione di Dio e il suo amore appas-sionato, descritto dal profeta Isaia:  (dice il Signore:) “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, Io invece non ti dimenticherò mai…” (49,15) “…i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio così Io vi consolerò…” (66,13) “Dice il Signore Dio, il Santo di Israele: <Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza>”  (30,15) Il salmista termina la sua preghiera augurando a tutto il popolo quella libertà, quella pace del cuore che è frutto della speranza e di un abbandono totale in Dio. La pienezza di Dio genera calma e silenzio, e la felicità di essere un <bimbo> amato!   L’ESPERIENZA DI GESU’

Un bambino tra le braccia della madre: immagine tanto umana, ordinaria; ma quando il Figlio di Dio in persona  si è abbandonato a quel modo nelle braccia di Maria, questa umile realtà ha assunto un carattere sacro che ci rimanda all’amore di tenerezza di Dio. L’esperienza che Gesù bambino ha fatto, ce l’ha rivelata parlandoci di Dio che è Padre nel suo amore forte e appassionato; che è <madre>  nel suo affetto di tenerezza e nella sua sollecitudine. Credendo a questo amore possiamo veramente abbandonarci e vivere come bambini: “…se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. …” (Mt 18,2-5)  Diventare come bambino nel senso di Cristo è un segno della maturità cristiana. Gesù, nella sua sollecitudine, vuol farci recuperare la dimensione della pace e della serenità che si appoggia più nel Signore che nelle cose: “…perché vi affannate? ..non state con l’animo in ansia…cercate il regno di Dio…”  (Lc 12,22-32) È a coloro che si sentono <piccoli> che viene rivelato il mistero dell’amore salvifico di Dio: per questo Gesù loda e benedice il Padre.      (cfr. Mt 11,25-26) Gesù ha vissuto continuamente unito al Padre, sentendosi Figlio che riceve tutto da Lui e che tutto dona al Padre, con il quale è in comunione d’amore: “…non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite.” (Gv 8,28-29) Gesù ha sperimentato in pienezza l’abbandono nelle mani del Padre, tutta la sua vita, fino alla fine: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46)  

LA MIA ESPERIENZA CRISTIANA

Uno degli aspetti fondamentali della vita cristiana è l’atteggiamento di umiltà e di semplicità: caratteristiche del bambino che si affida totalmente all’amore della madre e del padre. Stare tra le braccia di Dio è l’esperienza più gioiosa che posso fare: ho già sentito  questa  pace del cuore,  questa  sicurezza in  Dio? Il nostro mondo di oggi è un mondo di violenza, di rumore, di velocità: mi lascio prendere da tutto questo oppure cerco quei valori di silenzio, di semplicità, di preghiera, che fanno maturare la mia vita cristiana? So cercare in Dio la pienezza della mia vita, rinunziando a crearmi ambizioni e desideri di successo secondo il criterio del mondo? La pace del cuore deriva dall’umiltà che è superamento della tentazione dell’orgoglio, della presunzione che mi allontana da Dio: come posso fare questa esperienza di umiltà?   ADORAZIONE Guardo Gesù che si è fatto Bambino, che ha sperimentato cosa vuol dire crescere come figlio amato. Anch’io sono una figlia, un figlio, amato dal Padre che vuole riversare su di me tutti i suoi doni di tenerezza, di sicurezza, di grazia e di consolazione. Guardo alla mia vita e chiedo perdono al Signore per la mia poca umiltà, per quell’orgoglio che mi ha allontanato da Lui, che mi ha dato la presunzione di sentirmi migliore degli altri. Mi lascio prendere tra le braccia di questo Dio e chiedo a Gesù la grazia di convertirmi per diventare quel bambino che Lui vuole: un bambino felice perché si abbandona a Colui dal quale si sente protetto.

Preghiera Guarda Signore, il mio cuore umiliato ma pentito e perdona tutti i miei peccati: quando ho cercato di fare cose che oltrepassano le mie forze; quando mi sono vantato presso i semplici; quando mi sono sforzato per glorificare me stesso. Mi umilio profondamente perché tu, Signore, possa discendere fino a me.                            

S. Agostino

LA PREGHIERA, UN CAMMINO – ENZO BIANCHI

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LA PREGHIERA, UN CAMMINO – ENZO BIANCHI

« L’opera più difficile è la preghiera ». La preghiera cristiana appare come la faticosa e quotidiana lotta per uscire dalle immagini manufatte del divino per andare verso il Dio rivelato nel Cristo crocifisso e risorto, vera immagine di Dio consegnata all’umanità.              

« L’opera più difficile è la preghiera ». Quanti giovani si sono sentiti dare questa risposta dall’anziano. E la difficoltà, come la preghiera, resta nel tempo pur assumendo sfumature differenti. Ogni generazione, e ogni uomo in ogni generazione, ha il compito di raccogliere l’eredità di preghiera che gli viene consegnata e la responsabilità di ridefinirla. E di ridefinirla vivendola! E oggi è difficilmente comprensibile quella definizione della preghiera come « elevazione dell’anima a Dio » che ha traversato tanto l’Oriente come l’Occidente. Dopo Auschwitz è stato posto l’interrogativo circa la possibilità stessa della preghiera. Ma io penso che la risposta non debba limitarsi a rimpiazzare il titolo di « Onnipotente » dato da sempre a Dio con quello di « Impotente » (vi è chi parla dell’ “onnidebolezza” di Dio). Mi sembra che così si resti sempre all’interno di una logica di teodicea. Invece, prendendo sul serio il fatto che molti anche ad Auschwitz, come in tanti altri inferni terreni, sono morti pregando, penso che si possa comprendere la preghiera come cammino del credente verso il suo Dio. O meglio, come coscienza di tale cammino. La preghiera cristiana appare così come lo spazio di purificazione delle immagini di Dio. Dunque come la faticosa e quotidiana lotta per uscire dalle immagini manufatte del divino per andare verso il Dio rivelato nel Cristo crocifisso e risorto, vera immagine di Dio consegnata all’umanità.           Se la preghiera è il colloquio fra Dio e l’uomo, fatto di ascolto della Parola divina contenuta nelle Scritture e di risposta umana (risposta che implica anche responsabilità), essa allora è la via che apre l’uomo alla dimensione della comunione, con Dio e con gli altri uomini. Così essa diviene adattamento dell’uomo all’ambiente divino, vita davanti a Dio e con Dio, relazione con Dio. Nella preghiera il cuore, cioè il centro della persona, si concentra su Colui che gli parla, che lo chiama, e così si decentra da sé entrando nel movimento dell’ “estasi”, dell’uscita da sé per conoscere e incontrare il Signore. Così avviene la preghiera: come costante e interminabile itinerario del credente verso il suo Dio, un Dio la cui conoscenza non è mai già data, ma sempre « diviene » in una storia, in una vita. E non è neppure mai pienamente realizzata: la preghiera infatti è ricerca del volto di Dio, ricerca incessante e ostinata da parte di colui che è stato vinto da una Presenza, anche se forse questi non saprà mai pienamente render ragione, tradurre verbalmente l’esperienza ineffabile che ha vissuto, che l’ha segnato e che ha fatto di lui un credente.            La preghiera allora è la coscienza della vita cristiana come cammino verso Dio. Un Dio che è invisibile e silenzioso, ma la cui invisibilità e il cui silenzio sono quelli del Padre: non è l’assente, ma il Presente che cela la sua presenza dietro al silenzio e al nascondimento, è il Padre che, grazie al suo ritiro e al suo silenzio fa della sua presenza un appello, una chiamata, una vocazione. E così la preghiera, forma di comunicazione con Colui che non si vede e che resta nel silenzio, può rispondere a tale appello liberando la libertà dell’uomo, la sua espressione, portando l’orante alla conoscenza di sé mentre lo guida alla ricerca di Dio. La preghiera dell’uomo a Dio è la risposta alla preghiera che Dio rivolge all’uomo. In questo dialogo entra tutto l’uomo: l’uomo è attesa, domanda, desiderio, relazione… e la preghiera conosce le sue molteplici modulazioni: ringraziamento, invocazione, intercessione, richiesta…           « Norma » della preghiera cristiana è la preghiera di Gesù, il Figlio di Dio: la sua preghiera conosce anche il non-esaudimento nel momento cruciale del Getsemani, quando Gesù chiede al Padre che « passi da lui quell’ora » tragica, che gli possa essere risparmiato il calice dell’amarezza, ma tutto rimette al compimento della volontà di Dio, non della sua. La preghiera non è la sublimazione del desiderio umano, la richiesta che Dio compia la nostra volontà, ma il cammino attraverso il quale avviene il riconoscimento e l’accettazione della volontà di Dio. Cioè avviene la sempre migliore conoscenza di Dio e il conseguente adeguamento della relazione a tale conoscenza. L’esperienza mostra che la preghiera muta in una stessa persona, al trascorrere degli anni. Solo così essa è reale relazione con Dio, relazione che resta viva, che non si atrofizza. Fine di tale cammino e di tale relazione è la conformazione di una vita all’immagine di Dio che è Gesù il Cristo.

(Teologo Borèl) Luglio 2012 – autore: Enzo Bianchi

Publié dans:Enzo Bianchi, preghiera (sulla) |on 1 mars, 2016 |Pas de commentaires »

UMORISMO, ULTIMO DONO DELLA PREGHIERA

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UMORISMO, ULTIMO DONO DELLA PREGHIERA

ALESSANDRO MAGGIOLINI

La preghiera non intristisce? Non toglie il gusto della vita? Non rende incapaci di sorridere? Non lega ad una maschera di ascetica truce? Non impone il disinteresse per ciò che passa? Non consegna ad una fatalità senza scampo, a cui occorre soltanto piegarsi, come giunchi al passare della corrente?… Niente, e così sia: e ci teniamo la nostra mestizia. Insomma, i credenti che pregano, sanno ancora cantare, raccontare una barzelletta, godere delle cose di ogni giorno? Nel mondo d’oggi fan da orchestra o da platea?… Verrebbe voglia di prendere in contropiede le domande. Davvero viviamo in un mondo che scoppia dalla felicità? O ridiamo a comando: quando il comico giunge alla battuta e alla televisione, fuori campo, compare il cartello luminoso: «applausi», e tutti battono le mani come collegiali? E il comico è felice, dentro; o fa il mestiere di suscitare l’ilarità? E son canti di allegria quelli che si ascoltano al juke-box – e magari non si capisce una parola -, o sono un modo di coprire col rumore una tristezza che non si riesce ad accettare? E gli stessi giovani, che dovrebbero essere il domani, la speranza, la freschezza dell’esistenza, son davvero felici, spensierati e serenamente impegnati come talvolta si assicura? O affogano spesso nella noia? O si inaspriscono spesso nella rabbia, nell’odio? Non vale imbastire polemiche. Ma occorre pure accordarsi su che cosa voglia dire gioia, serenità, pace, allegria. È il chiasso della bisboccia? È l’evasione dai problemi? È il darsi pacche sulle spalle? È lo stordirsi fino all’esaurimento?…

Torniamo alla preghiera. C’è un «test» infallibile per valutare se si tratta di preghiera autentica o di contraffazione. Ed è questo: vedere se ci si alza dal colloquio con Dio rasserenati ed impegnati al tempo stesso, o se ci si alza affranti o irritati. Nel secondo caso, quel che si è fatto non è preghiera: è narcisismo; un guardarsi allo specchio per detestarsi – ne abbiamo tutti i motivi – o per compiacerci – fa tenerezza questa candida e un po’ stupida esaltazione di noi stessi -; o è un caricarci di aggressività: il prender coscienza delle esigenze dell’uomo e il buttarci con risentimento, con disperazione nel nostro compito di aiutare i fratelli, camusianamente, senza neppure la consolazione d’avere un Dio da bestemmiare, contro cui avventarci. No, la preghiera vera è genesi d’umorismo. D’umorismo, che è cosa diversa dall’ironia e dal sarcasmo. L’ironia è atteggiamento freddo, arido, distaccato. Il sarcasmo è perfino disprezzo e volontà di distruzione: parte da uno scetticismo cattivo che mette in ridicolo per umiliare, per annientare… L’umorismo… L’umorismo, dicevo, è frutto della preghiera. Bisogna chiederlo al Signore perché è arte difficile, e non sempre la natura lo consente pienamente. E un osservare le persone e le cose con simpatia, sapendo cogliere gli aspetti positivi anche là dove tutto sembrerebbe da condannare – il mezzo bicchiere pieno, non il mezzo bicchiere vuoto -; è un riuscire a godere delle vicende più usuali, quelle che càpitano nei giorni qualsiasi e che ci lasciamo scivolare accanto senza neppure badarci… E tutto ciò non con l’aria indifferente del disinteressato, dallo scettico blu, ma con la partecipazione cordiale di chi vuole costruire la storia, mutare il mondo, o non so cosa; ma pure non si lascia impaurire dall’ultimo fatto di cronaca: guarda lontano e si impegna come può. Come Dio, questo supremo barzellettista e comico che «gioca – dice la Scrittura – nel mondo», ma pure vi è presente fino a morirne… La preghiera: consola e spinge ad assumere le proprie responsabilità. Non c’è ideologia che riesca a consolare una donna brutta. Non c’è politica Che riesca ad esigere, col pane, i gerani alla finestra… Eppure si tratta di cose importanti… Lasciatemi ripetere una frase vieta, amici: un cristiano triste è un triste cristiano. Per invitare a pregare.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 18 février, 2016 |Pas de commentaires »

LA PREGHIERA COME LOTTA. DI DAVID MARIA TUROLDO

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LA PREGHIERA COME LOTTA. DI DAVID MARIA TUROLDO

Uno dei luoghi comuni più stolti e funesti (la stoltezza è sempre dannosa) è che la preghiera sia <<alienazione>>, fuga mundi, <<abdicazione delle proprie responsabilità>> e via dicendo sciocchezze in proposito. Chi parla così è gente che non sa nulla di cose spirituali, e ignora un fatto: che se c’è un uomo da temere, se c’è un autentico rivoluzionario, uno che non obbedisca a nessuno tranne che a Dio; se c’è uno pericoloso, questi è – in modo particolarissimo – l’uomo di prehiera. Si capisce: uomo di autentica fede e di vissuta preghiera. Come Cristo, che perciò sarà ucciso. <<Passava tutta la notte in preghiera>> (luca 6, 12), e poi nel giorno operava. E così, in occasione di ogni avvenimento decisivo <<si ritirava in solitudine a pregare>> (Luca 5, 16), poi si calava nella lotta: basti ricordare il passaggio dall’orto del Getzemani all’ultima notte, a lottare con la morte. E rimarrà solo, abbandonato da tutti, e sarà invincibile: contro tutti i pontefici e i politici,  gli scribi e i farisei e la folla, tutti per l’occasione divenuti amici. Egli invece, proprio in quelle circostanze, dirà: <<Confidate in me, io [oggi] ho vinto il mondo>> (Giovanni 16, 33). Ha vinto il sistema, non ha ceduto, non ha accettato compromessi, perchè <<Dio era con lui>> (Atti 10, 38): perciò lo risusciterà anche dai morti, quando appunto <<Iddio lo avrà esaudito per la sua pietà>> (Ebrei 5, 7). E così continuerà anche dopo, specialmente dopo! Neppure la morte conterà più per un uomo di preghiera. E quanto era stato prefigurato e predetto dalle vite e dalle parole dei profeti, veri uomini di preghiera e di scontro, che costellano tutta la storia della salvezza: una storia mai pacifica. Si potrebbe leggere sotto questo aspetto lo stesso Esodo, per tutto dire: un’opera che è, prima che di lotta, proposta di ricerca e di colloquio con Dio. Di un Dio che parla a Mosè e al suo popolo; e di un popolo che è salco e liberato quando ascolta il suo Dio. E tale è l’essenza più vera della preghiera. Sotto questo aspetto si potrebbe anche dire che tutta la Bibbia non è che un grande unico esodo, che finisce precisamente con la vittoria sulla morte: programma di vita che attende di avverarsi in ciascuno di noi. In proposito, cioè a riferimento della preghiera come lotta di liberazione e salvezza, sarà bene portare almeno alcuni episodi: esempi classici di oranti che prima si caricano di Dio e poi scendono in guerra. Uno di questi è l’episodio di Mosè sul monte (Esodo 17, 8-13), sopra la pianura dove si combatteva l’aspra e incerta battaglia di Giosuè contro Amalek (contro questa figura di nemico eterno di Israele, come risulta dal monumento al milite ignoto ebreo eretto a Parigi nel 1956, dove si legge la famosa iscrizione: <<Ricordati di Amalek>>). Fin d’allora Mosè è presentato come l’immagine di una preghiera ininterrotta e vittoriosa. Per la quale bastava tenere le braccia levate al cielo, e rimanere così, in silenzio. Per dire che le sorti sono decise al di sopra di noi, e però mai senza il nostro coinvolgimento e responsabilità, e rischio e nostra donazione totale. Cioè, mai senza che noi, appunto, guidati dalla fede in questa visione e confidenti nell’arma segreta della preghiera, scendiamo in battaglia e ci buttiamo allo sbaraglio. Tutto questo mentre la preghiera continua assoluta. Infatti, quando a Mosè cadevano le braccia, ecco che l’esercito di Giosuè perdeva; quando invece le braccia tornavano a levarsi, ecco che l’esercito di Giosuè perdeva; quando invece le braccia tornavano a levarsi, ecco che l’esercito di Israele avanzava. E perchè la stanchezza di Mosè fosse vinta e Giosuè non avesse a perdere, Aronne e Cur pensarono di tenere alte le stanche braccia del vegliardo con delle pietre, e così non venisse rotta la preghiera, il rapporto segreto e decisivo. Si badi, in base al racconto, che non occorre si facciano discorsi (noi parliamo troppo, mentre il Padre sa e ci ama); basta che uno stia sul monte con il bastone di Dio in mano e con le braccia levate. Cosa che per noi ora è garantita in eterno: e guarderemo al monte soltanto. Lassù terremo lo sguardo immobile, là dove Uno ha sempre le braccia alte nel cielo, aperte sul mondo… (D.M.Turoldo, Chiesa che canta, 6, Bologna 1982, p. 54) Altro evento famoso, sarebbe la vicenda di Giuditta. Per capirci subito, è bene ricordare, da una parte, Nabucodonosor e tutto ciò che il suo nome e il suo regno significava per Israele, ricordare le armate di Oloferne venute dalla grande Ninive. Dall’altra, tutta la Giudea sbigottita, in preda a indescrivibile tremore: Quando gli israeliti che abitavano in tutta la Giudea sentirono la fama di Oloferne, comandante di Nabucodonosor, aveva fatto agli altri popoli e come aveva messo a sacco tutti i loro templi eli aveva votati allo sterminio, furono presi da indescrivibile terrore all’avanzarsi di lui e furono costernati a causa di Gerusalemme e del tempio del Signore, loro Dio [...] Nello stesso tempo ogni Israelita levò il suo grido a Dio con fervida insistenza e tutti si umiliarono con grande impegno. Essi con le mogli e i bambini, i loro armamenti e ogni ospite e mercenario e i loro schiavi si cinsero di sacco i fianchi. Ogni uomo e donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore.[...] Il Signore porse l’orecchio al loro grido e volse lo sguardo alla loro tribolazione, mentre il popolo digiunava da molti giorni in tutta la Giudea e in Gerusalemme davanti al santuario del Signore onnipotente. (Giuditta 4, 1-13) Da ricordare, nel mezzo del racconto, il discorso di Achior, condottiero degli ammoniti, ispirato dal profondo timore per la stessa natura d’Israele, di questo popolo da non prendere mai alla leggera, per via precisamente del suo misterioso rapporto con la divinità: <<Io riferirò la verità sul conto di questo popolo>> (Giuditta 5, 5). Tutta una storia che doveva indurre chiunque a riflettere, come risulta dalla stessa conclusione di Achior <<Ora [...], se vi è qualche aberrazione in questo popolo, perchè ha peccato contro il suo Dio, se cioè ci accorgiamo che c’è in mezzo a loro questo inciampo [nel caso cioè che non è più fedele a Dio], avanziamo e diamo loro battaglia>>; diversamente, non li si attacchi per <<non diventare oggetto di scherno davanti a tutta la terra: poichè il loro Dio si è fatto loro scudo>> (Giuditta 5, 20-21). Consiglio terribile, non ascoltato, anzi deriso dagli ufficiali, dalla turba, e specialmente dalla boria di Oloferne: Il loro Dio?… <<E che altro dio c’è se  non Nabucodonosor?>> (Giuditta 6, 2). Invece sarà proprio un altro Dio che non è Nabucodonosor (e neppure Hitler) a decidere la sorte. Sarà, in questa occasione, un Dio che si serve di una donna, di una giovane vedova (doveva essere bellissima, per sedurre tutti: <<Era molto avvenente nella persona>> [Giuditta 8, 7]; tanto bella che per lei si canterà una specie di canto alla bellezza, fattasi potenza e grazie invincibile: <<Tu sei la gloria di Gerusalemme>> [Giuditta 15, 9]; lo stesso inno che poi si canterà per un’altra Donna chiamata tota pulchra, vittoriosa perfino sul famoso serpente). Dunque, Betulia era assediata da ogni parte ormai, e la sete doveva inaridire le gole di tutti gli israeliti fino a rendere rauche le voci che gridavano al cielo. Gli anziani stavano per cedere e consegnare la città al nemico. E’ allora che Giuditta decide di agire. Proprio dopo aver pregato con la faccia a terra e sparsa la cenere sul capo, <<messo allo scoperto il sacco di cui sotto era rivestita, nell’ora che veniva offerto nel tempio in Gerusalemme l’incenso della sera>> (Giuditta 9, 1). A questo punto la preghiera di Giuditta parla da sè: Signore, Dio del padre mio Simeone, tu hai messo nella sua mano la spada della vendetta contro gli stranieri, contro coloro che hanno sciolto a ignominia la cintura di una vergine [...] Per questo hai consegnato alla morte i loro capi e al sangue quel loro giaciglio [...] Dio, Dio mio, ascolta anche me che sono vedova [...] Or ecco gli assiri hanno aumentato la moltitudine del loro esercito, vanno in superbia per i loro cavalli e cavalieri, si vantano della forza dei loro fanti, poggiano la loro speranza sugli scudi e sulle lance, sugli archi e sulle fionde e ignorano che tu sei il Signore che disperdi le guerre; Signore è il tuo nome! Abbatti la loro forza con la tua potenza e rovescia la loro violenza con la tua ira [...] Guarda la loro superbia, fà scendere la tua ira sulle teste; infondi a questa vedova la forza di fare quello che ho deciso [...] Spezza la loro alterigia per mezzo di una donna. Perchè la tua forza non sta nel numero, né sugli armati si regge il regno; tu sei invece il Dio deli umili, sei il soccorritore dei derelitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati. Sì, sì, Dio del padre mio e di Israele tua eredità, Signore del cielo e della terra, creatore delle acque, re di tutte le creature, ascolta la mia preghiera [...] Dà a tutto il tuo popolo e a ogni tribù la prova che sei tu il Signore, il Dio d’ogni potere e d’ogni forza e non c’è altri fuori di te, che possa proteggere la stirpe di Israele. (Giuditta 9, 2-14) Questa è preghiera! Preghiera che diventa decisione, forza operante e irresistibile: certezza del fedele e terrore del nemico. Fantasia e bellezza in azione. Con tutto quello che segue: con tutte le conseguenze che ormai si sanno; o meglio: sono risapute da quanti almeno hanno, come Achior, un pò d’intelligenza e di attenzione al mistero della storia, alla storia che è opera non solo di politici e di generali; cose risapute da quanti avvertono che non ci si cimenta con uomini di fede: che mai si conosce sconfitta per un uomo di preghiera, sceso in battaglia. Ma bisogna che sia vera preghiera, come quella di Mosè contro il Faraone; come quella di Giuditta contro Oloferne, <<presso il divano di lui>> (Giuditta 13, 4), fradicio di orgoglio e di orge del potere e di gozzoviglie (finisce infatti sempre così questa gente, sia pure dopo aver sterminato tanti poveri; ma non tutti, non tanti che non rimanga qualcuno che mozzi loro la testa alla fine). Signore, Dio di ogni potenza, guarda propizio in quest’ora [...]: è venuto il momento di pensare [...] (Giuditta 13, 4). E’ il momento in cui la preghiera si fa azione, e tu irrompi nella mischia con la forza di Dio, ma sei tu che devi irrompere. Così, <<con tutta la forza di cui era capace>> (Giuditta 13, 8). Ma chi può mai misurare la forza di un fedele in quel momento? Chi l’ha mai potuta contenere o vincere? Quella è una forza che neppure i più infernali strumenti di tortura e di morte potranno sconfiggere. <<Con tutta la forza di cui era capace… [ed era una donna, una giovane vedova, una fragile creatura] gli staccò la testa. Indi ne fece rotolare il corpo giù dal giaciglio e strappò via le cortine dai sostegni>> (Giuditta 13, 9). Poco dopo, con la testa di Oloferne nel sacco, attraversando il campo nemico, uscì lei e l’ancella <<per la preghiera, secondo il loro uso>> (Giuditta 13, 10). Le stesse cose si dicono per Debora e per Ester e per Anna…, per Maria, la fanciulla di Nazareth che si mette a cantare sui monti di Giudea: <<Ha deposto i potenti dai loro troni [...]; ha disperso i pensieri dei loro cuori [...] Ha mandato via i ricchi a mani vuote [...]>> (Luca 1, 51-53). Un canto da rivoluzione cristiana. Ed è una preghiera, il canto di una fanciulla inerme, della più mite di tutte le creature. E dunque, per riprendere i pregiudizi elencati in apertura d’articolo, ecco che la preghiera è sempre un’azione opposta all’alienazione e a una fuga dal mondo. Certo che esistono anche queste storture: specie quando si pensa alla religione come un’evasione, e ci si rifugia nel grembo di una chiesa per paura, o peggio ancora, per disprezzo del mondo e della storia. Chi ha paura non ha fede, chi disprezza non ama, non è sulla via di Dio. In questo caso la religione e la cosiddetta vita spirituale sono un equivoco, un’ambiguità. Nulla di più illudente di una vita di preghiera nutrita di viltà e di paure: Dio diventa un alibi, un attaccapanni delle nostre responsabilità. Nulla di più offensivo che la preghiera di uno, il quale, nella guerra, ringraziava Iddio perchè la bomba era caduta sulla casa del vicino e aveva risparmiato la sua. Quando in quel caso non c’era che da dividere col fratello con il comune pianto e scendere tutti in campo a lottare, carichi della divina forza, affinchè non si gettassero più bombe sulla casa di nessuno. Questa, e solo questa è preghiera: luce che si fa intelligenza, necessaria comprensione di quello che si deve fare e come fare; e forza per cambiare e far nuove tutte le cose. Perciò , per pregare bene bisogna conoscere il tempo, il proprio tempo, e il proprio impegno e dovere; e la volontà e il disegno di Dio che opera sempre nella storia. Il cielo del nostro Dio è la storia; la storia e la natura e il tempo sono i suoi spazi teologici, il teatro delle sue operazioni, la creazione è il regno inesauribile dei segni della sua presenza, il grande infinito simbolo delle sue manifestazioni. Dunque è qui che si deve agire e operare, e incontrarsi e realizzarsi. Nessuno è tanto <<contemporaneo>> e presente alla propria epoca quanto il vero uomo di preghiera: tanto da muoversi, come pochi, sul piano del mistero più che esaurirsi nella ingannevole linea dei fenomeni; e cioè, perseguendo un senso di ciò che accade, più che lasciarsi travolgere dall’apparente trionfo di ciò che muore. A questo punto, e allargando a una visione più completa di quanto mi preme dire sull’orante, come ho imparato dai miei maestri di vita spirituale (specie da Vannucci), mi sia consentito di riportare qui alcuni pensieri che ho premesso al libro La nostra preghiera, in uso presso la nostra comunità (La nostra preghiera, liturgia dei giorni, Sotto il Monte 1996, pp. 7-8). [...] Per rispondere al mondo e ai tempi, non già dunque preghiera come alienazione, ma preghiera come ascensione di tutto l’essere in Dio; come salvare l’esistenza dalla dispersione, un riassumerla per riversarla nel mare di Dio. Che vuol dire riassumere la storia, gli avvenimenti e le gioie degli uomini. E a piedi nudi accostarci [...] al roveto che arde e non consuma; e alla sua fiamma scoprire il mistero e leggerne i significati e capire come la nube ancora ci copre, accompagnandoci nel giorno, e la colonna di fuoco ci precede la notte. Che vuol dire ancora: tutta la terra che canta perchè <<io sono la coscienza della terra>>: la terra intera che loda e adora. Perchè così è l’uomo: terra che prega, quando prega; terra che bestemmia e odia, quando odia e bestemmia. <<Altissimo onnipotente bon Signore…>>. Ecco perchè la preghiera è un momento cosmico; e quando il salmo dice che <<narrano i cieli la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani>>, oppure, che <<il giorno al giorno tramanda il messaggio, e la notte alla notte>>, in realtà sono io la voce dei cieli, io che annuncio e che tramando ai giorni e alle notti la lieta notizia: sono io la voce di tutte le creature; per cui l’uomo pio è colui che porta tutta la creazione a Dio, e l’empio è colui che la distacca e la profana, colui che la rende vuota, cioè atea. E’ però non solo il momento dell’ascesa e della conquista, il momento del riassumersi e dell’espandersi nell’infinito di Dio, fino a raggiungere la radice del canto e della pace, ma insieme un caricarsi di Dio per esplodere nel tempo e nella storia con la stessa forza di Dio; cosicchè nulla ti possa fermare nell’obbedirgli, nulla che ti sia di scandalo o d’inciampo: neppure la morte; e tu, pure avanti con gli anni, oppure preso da stanchezza e tentato di scoraggiamento a causa dei tuoi peccati e del peccato del mondo, mai venga meno, ma respirando sempre questo <<respiro di Dio>> (en-tô-theôásma) come il pellegrino russo, tu possa sempre continuare il tuo cammino, e tutta la chiesa con te: la tua famiglia forse, la tua comunità, la piccola come la grande chiesa. Perchè è nella preghiera che Iddio tesse i fili della nostra fraternità: degli sposi tra loro, dei genitori coi figli, dei fratelli; perfino i fratelli di fede con i fratelli di nessuna fede, oppure anche tra fratelli di diversa fede. Perchè i confini dell’uomo di preghiera sono gli stesi confini di Dio, cioè nessun confine. Se abbiamo appunto lo spirito di preghiera: perchè allora è avere lo stesso Spirito santo di Dio in noi, a gemere con gemiti ineffabili, a pregare per noi, a cominciare lo stesso nostro volere e a portarlo a compimento. Questo Spirito che si libra sopra gli abissi…

Publié dans:preghiera (sulla) |on 16 février, 2016 |Pas de commentaires »
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