Sant’Efrem il Siro

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BENEDETTO XVI – SANT’EFREM, IL SIRO (306-373) (udienza 2007)

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BENEDETTO XVI – SANT’EFREM, IL SIRO (306-373) (udienza 2007)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 28 novembre 2007

Cari fratelli e sorelle,

secondo l’opinione comune di oggi, il cristianesimo sarebbe una religione europea, che avrebbe poi esportato la cultura di questo Continente in altri Paesi. Ma la realtà è molto più complessa, poiché la radice della religione cristiana si trova nell’Antico Testamento e quindi a Gerusalemme e nel mondo semitico. Il cristianesimo si nutre sempre a questa radice dell’Antico Testamento. Anche la sua espansione nei primi secoli si è avuta sia verso occidente – verso il mondo greco-latino, dove ha poi ispirato la cultura europea – sia verso oriente, fino alla Persia, all’India, contribuendo così a suscitare una specifica cultura, in lingue semitiche, con una propria identità. Per mostrare questa pluriformità culturale dell’unica fede cristiana degli inizi, nella catechesi di mercoledì scorso ho parlato di un rappresentante di questo altro cristianesimo, Afraate il saggio persiano, da noi quasi sconosciuto. Nella stessa linea vorrei parlare oggi di sant’Efrem Siro, nato a Nisibi attorno al 306 in una famiglia cristiana. Egli fu il più insigne rappresentante del cristianesimo di lingua siriaca e riuscì a conciliare in modo unico la vocazione del teologo e quella del poeta. Si formò e crebbe accanto a Giacomo, Vescovo di Nisibi (303-338), e insieme a lui fondò la scuola teologica della sua città. Ordinato diacono, visse intensamente la vita della locale comunità cristiana fino al 363, anno in cui Nisibi cadde nelle mani dei Persiani. Efrem allora emigrò a Edessa, dove proseguì la sua attività di predicatore. Morì in questa città l’anno 373, vittima del contagio contratto nella cura degli ammalati di peste. Non si sa con certezza se era monaco, ma in ogni caso è sicuro che è rimasto diacono per tutta la sua vita e che ha abbracciato la verginità e la povertà. Così appare nella specificità della sua espressione culturale la comune e fondamentale identità cristiana: la fede, la speranza – questa speranza che permette di vivere povero e casto nel mondo, ponendo ogni aspettativa nel Signore – e infine la carità, fino al dono di se stesso nella cura degli ammalati di peste.
Sant’Efrem ci ha lasciato una grande eredità teologica. La sua considerevole produzione si può raggruppare in quattro categorie: opere scritte in prosa ordinaria (le sue opere polemiche, oppure i commenti biblici); opere in prosa poetica; omelie in versi; infine gli inni, sicuramente l’opera più ampia di Efrem. Egli è un autore ricco e interessante per molti aspetti, ma specialmente sotto il profilo teologico. La specificità del suo lavoro è che in esso si incontrano teologia e poesia. Volendoci accostare alla sua dottrina, dobbiamo insistere fin dall’inizio su questo: sul fatto cioè che egli fa teologia in forma poetica. La poesia gli permette di approfondire la riflessione teologica attraverso paradossi e immagini. Nello stesso tempo la sua teologia diventa liturgia, diventa musica: egli era infatti un grande compositore, un musicista. Teologia, riflessione sulla fede, poesia, canto, lode di Dio vanno insieme; ed è proprio in questo carattere liturgico che nella teologia di Efrem appare con limpidezza la verità divina. Nella sua ricerca di Dio, nel suo fare teologia, egli segue il cammino del paradosso e del simbolo. Le immagini contrapposte sono da lui largamente privilegiate, perché gli servono per sottolineare il mistero di Dio.
Non posso adesso presentare molto di lui, anche perché la poesia è difficilmente traducibile, ma per dare almeno un’idea della sua teologia poetica vorrei citare in parte due inni. Innanzitutto, anche in vista del prossimo Avvento, vi propongo alcune splendide immagini tratte dagli Inni sulla natività di Cristo. Davanti alla Vergine Efrem manifesta con tono ispirato la sua meraviglia:

«Il Signore venne in lei
per farsi servo.
Il Verbo venne in lei
per tacere nel suo seno.
Il fulmine venne in lei
per non fare rumore alcuno.
Il Pastore venne in lei
ed ecco l’Agnello nato, che sommessamente piange.
Poiché il seno di Maria
ha capovolto i ruoli:
Colui che creò tutte le cose
ne è entrato in possesso, ma povero.
L’Altissimo venne in lei (Maria),
ma vi entrò umile.
Lo splendore venne in lei,
ma vestito con panni umili.
Colui che elargisce tutte le cose
conobbe la fame.
Colui che abbevera tutti
conobbe la sete.
Nudo e spogliato uscì da lei,
Egli che riveste (di bellezza) tutte le cose»
(Inno sulla Natività11, 6-8).

Per esprimere il mistero di Cristo, Efrem usa una grande diversità di temi, di espressioni, di immagini. In uno dei suoi inni, egli collega in modo efficace Adamo (nel paradiso) a Cristo (nell’Eucaristia):

«Fu chiudendo
con la spada del cherubino,
che fu chiuso
il cammino dell’albero della vita.
Ma per i popoli,
il Signore di quest’albero
si è dato come cibo
lui stesso nell’oblazione (eucaristica).
Gli alberi dell’Eden
furono dati come alimento
al primo Adamo.
Per noi, il giardiniere
del Giardino in persona
si è fatto alimento
per le nostre anime.
Infatti tutti noi eravamo usciti
dal Paradiso assieme con Adamo,
che lo lasciò indietro.
Adesso che la spada è stata tolta
laggiù (sulla croce) dalla lancia
noi possiamo ritornarvi»
(Inno 49,9-11).

Per parlare dell’Eucaristia, Efrem si serve di due immagini: la brace o il carbone ardente e la perla. Il tema della brace è preso dal profeta Isaia (cfr 6,6). E’ l’immagine del serafino, che prende la brace con le pinze, e semplicemente sfiora le labbra del profeta per purificarle; il cristiano, invece, tocca e consuma la Brace, che è Cristo stesso:

«Nel tuo pane si nasconde lo Spirito,
che non può essere consumato;
nel tuo vino c’è il fuoco, che non si può bere.
Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino:
ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra.
Il serafino non poteva avvicinare le sue dita alla brace,
che fu avvicinata soltanto alla bocca di Isaia;
né le dita l’hanno presa, né le labbra l’hanno inghiottita;
ma a noi il Signore ha concesso di fare ambedue cose.
Il fuoco discese con ira per distruggere i peccatori,
ma il fuoco della grazia discende sul pane e vi rimane.
Invece del fuoco che distrusse l’uomo,
abbiamo mangiato il fuoco nel pane
e siamo stati vivificati»
(Inno sulla fede10,8-10).

Ed ecco ancora un ultimo esempio degli inni di sant’Efrem, dove egli parla della perla quale simbolo della ricchezza e della bellezza della fede:

«Posi (la perla), fratelli miei, sul palmo della mia mano,
per poterla esaminare.
Mi misi ad osservarla dall’uno e dall’altro lato:
aveva un solo aspetto da tutti i lati.
(Così) è la ricerca del Figlio, imperscrutabile,
perché essa è tutta luce.
Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido,
che non diventa opaco;
e nella sua purezza,
il simbolo grande del corpo di nostro Signore,
che è puro.
Nella sua indivisibilità, io vidi la verità,
che è indivisibile»
(Inno sulla perla 1,2-3).

La figura di Efrem è ancora pienamente attuale per la vita delle varie Chiese cristiane. Lo scopriamo in primo luogo come teologo, che a partire dalla Sacra Scrittura riflette poeticamente sul mistero della redenzione dell’uomo operata da Cristo, Verbo di Dio incarnato. La sua è una riflessione teologica espressa con immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Bibbia. Alla poesia e agli inni per la liturgia, Efrem conferisce un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni teologici e insieme adatti per la recita o il canto liturgico. Efrem si serve di questi inni per diffondere, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa. Nel tempo essi si sono rivelati un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana.

E’ importante la riflessione di Efrem sul tema di Dio creatore: niente nella creazione è isolato, e il mondo è, accanto alla Sacra Scrittura, una Bibbia di Dio. Usando in modo sbagliato la sua libertà, l’uomo capovolge l’ordine del cosmo. Per Efrem è rilevante il ruolo della donna. Il modo in cui egli ne parla è sempre ispirato a sensibilità e rispetto: la dimora di Gesù nel seno di Maria ha innalzato grandemente la dignità della donna. Per Efrem, come non c’è redenzione senza Gesù, così non c’è incarnazione senza Maria. Le dimensioni divine e umane del mistero della nostra redenzione si trovano già nei testi di Efrem; in modo poetico e con immagini fondamentalmente scritturistiche, egli anticipa lo sfondo teologico e in qualche modo lo stesso linguaggio delle grandi definizioni cristologiche dei Concili del V secolo.

Efrem, onorato dalla tradizione cristiana con il titolo di «cetra dello Spirito Santo», restò diacono della sua Chiesa per tutta la vita. Fu una scelta decisiva ed emblematica: egli fu diacono, cioè servitore, sia nel ministero liturgico, sia, più radicalmente, nell’amore a Cristo, da lui cantato in modo ineguagliabile, sia infine nella carità verso i fratelli, che introdusse con rara maestria nella conoscenza della divina Rivelazione.

 

Incredulità di Tommaso

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08 APRILE 2018 – 2A DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA – B | OMELIA

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08 APRILE 2018 – 2A DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA – B | OMELIA

2a Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

Per cominciare
In questa « Domenica in albis » e « della divina misericordia » l’attenzione è ancora tutta puntata sulle apparizioni pasquali, ma da questa domenica anche sul cammino di fede degli apostoli e sulla comunità nata dalla risurrezione. L’amore fraterno sin dalle origini è il legame che tiene unita ed esprime la comunità cristiana.

La Parola di Dio
Atti degli apostoli 4,32-35. Un cuor solo e un’anima sola, fino a condividere i beni che si possiedono: questa è la comunità cristiana nata dalla risurrezione di Gesù. Questa fraternità si fa testimonianza viva e fonte di simpatia tra la gente.
1ª Giovanni 5,1-6. Giovanni non cessa di esortare i cristiani alla fraternità e all’amore vissuto verso Dio e i fratelli. È questo il nuovo comandamento, che caratterizza e verifica la genuinità della nostra fede.
Giovanni 20,19-31. È lo stesso brano di vangelo che viene proposto negli anni A, B e C. È la sera di domenica, il primo giorno della settimana. Gli apostoli non si sono ancora riavuti da ciò che hanno visto subire da Gesù e temono di fare la stessa fine. Gesù li sorprende e si presenta a loro vivo, mostrando le mani e il costato trafitti. Gesù, passando sopra al loro tradimento e alla loro paura, dona a loro il potere di perdonare i peccati. Non c’è Tommaso, e quando gli raccontato di aver visto Gesù, non crede alla loro testimonianza. Otto giorni dopo Gesù è di nuovo tra loro e questa volta c’è anche Tommaso, che, di fronte all’evidenza, è costretto a credere.

Riflettere…
o La domenica ci propone di accogliere i frutti della risurrezione: Gesù soffia sugli apostoli (è un soffio di vita, come nella Genesi) e infonde il dono dello Spirito, che rende gli apostoli coraggiosi annunciatori del vangelo e li autorizza a rimettere i peccati. È la possibilità di una nuova creazione che nasce dal loro ministero.
o Gesù si presenta agli apostoli salutandoli nel segno della pace. È la stessa pace di cui ha parlato nell’ultima cena: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv 14,27). Gesù risorto si presenta agli apostoli mite e accogliente. Nessun desiderio di vendetta nei confronti della loro durezza di cuore, della vigliaccheria, della loro paura, e della loro fatica a credere che ciò che sta avvenendo è reale. La sua è volontà di perdono, desiderio di riconciliazione anche dopo ogni abbandono.
o Altro dono è quello della ritrovata fiducia, dopo la crisi. Nei giorni della passione gli apostoli hanno provato paura, delusione, incertezza. Si sono dimostrati vili e hanno tradito il loro maestro. Probabilmente nella loro testa giravano gli stessi interrogativi di coloro che ai piedi della croce gli gridavano: « Se sei il messia, il Figlio di Dio, scendi da croce a noi crederemo in te » E pensando ai tanti miracoli compiuti da Gesù della sua vita pubblica: « Ha salvato gli altri, ora salvi se stesso e scenda dalla croce ».
o Ma ora gli apostoli vedono Gesù con occhi nuovi, trovano una forza nuova in se stessi. Gesù con loro è pieno di pazienza e continua ad aiutarli a leggere le scritture, a crescere nella fede: fa vedere che lui è sempre lo stesso, anche ora che è risorto. È sempre lo stesso Gesù, quello di prima della Pasqua: mostra loro le mani e il costato: « Guardate, toccate, non sono un fantasma ».
o Ma Gesù si rivela anche nella sua diversità: entra a porte chiuse, appare in luoghi diversi contemporaneamente, non viene riconosciuto immediatamente. Si trova nel suo stadio definitivo, nella pienezza della vita divina e dei suoi poteri.
o Incontro dopo incontro, la paura e l’incertezza si trasformano in gioia entusiasmante. Si prolunga per alcune settimane l’esperienza della vita pubblica: Gesù mangia con loro, compie ancora per loro dei miracoli, continua a istruirli e a esortarli alla missione. « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ». Dovranno continuare la stessa missione di Gesù.
o Infine nasce a Pasqua il dono della comunione fraterna. Ed è quella che realizza ed esprime la prima comunità cristiana, così come viene descritta nella prima lettura. Un legame di amore che nasce dalla fede, non da sola solidarietà umana. Una fede viva che è collante potente, capace di fondere gli animi e di superare ogni divisione.

Attualizzare
* La prima domenica dopo Pasqua è chiamata « Domenica in albis ». Nei primi tempi della chiesa il battesimo era amministrato durante la notte di Pasqua, e i battezzandi indossavano una tunica bianca che portavano poi per tutta la settimana successiva, fino alla prima domenica dopo Pasqua, detta perciò « domenica in cui si depongono le vesti bianche » (in albis depositis).
* Per iniziativa di Giovanni Paolo II, nella Domenica in albis la chiesa celebra la « Divina Misericordia di Dio ». Con questa festa Giovanni Paolo II ha accolto il desiderio di Gesù stesso che nel 1931, apparendo in una visione privata a una suora polacca suor Faustina Kowalska, proclamata santa dallo stesso Giovanni Paolo II, chiese l’istituzione della festa, proprio nei giorni in cui Gesù esercitava la piena misericordia nei confronti dei suoi apostoli, reintegrandoli integralmente nella missione.
* La Parola di Dio ci propone oggi come modello di vita la prima comunità cristiana e ? in tutti tre gli anni nella seconda domenica di Pasqua ? la prova nella fede di san Tommaso.
* Nella sua vita pubblica, Gesù non è stato un filosofo, né un semplice predicatore e un taumaturgo: ha fatto degli apostoli e dei discepoli una comunità. Quanto alla comunità nata dalla predicazione degli apostoli, pur essendo « moltitudine », vive una ammirabile comunione fraterna, ha radicalizzato la scelta della povertà, vista come scelta di fraternità, tiene tutto in comune, fa in modo che nessuno della comunità sia nel bisogno. Si tratta però di scelte profetiche, che acquistano per noi un carattere di segno, di punto di riferimento.
* Si dice inoltre che la comunità cristiana veniva guardata con simpatia. È stata questa una singolare nota caratteristica dei primi cristiani. Essi « godendo il favore di tutto il popolo » (At 2,47) perché erano unanimi e concordi, erano nella gioia e vivevano nella semplicità di cuore.
* Non sempre oggi è la simpatia la caratteristica dominante dei cristiani. La loro rettitudine morale li rende talvolta freddi e poco espansivi. L’attaccamento alla dottrina poi li fa diventare poco disponibili e poco aperti al dialogo. I loro pensieri rivolti quotidianamente alle cose spirituali e dottrinali possono farli apparire poco sensibili ai problemi più comuni e alle lotte quotidiane.
* Eppure il cristiano deve sforzarsi di diventare radicalmente simpatico: nel senso che non può rifiutare di entrare in sintonia con gli altri. Dovrebbe farlo anche per non correre il rischio di vedersi respingere per colpa propria ciò che predica e ciò che si sforza di testimoniare.
* La seconda lettura insiste sul tema dell’ »amore », sulla stessa linea della prima lettura. È l’amore concreto che verifica il nostro amore verso Dio: chi ama Dio, deve amare anche le sue creature. Questo amore, che è il ritornello di tutta la lettera di san Giovanni, nasce dal Cristo risorto, che ha dato per noi « acqua e sangue ».
* Di questo duplice amore è trasparente la vita dei santi. Sant’Agostino esprime lucidamente lo stile cristiano: « Sempre, in ogni istante, dovete ricordare che bisogna amare Dio e il prossimo. Siccome però Dio ancora non lo vedi, amando il prossimo, meriterai di vederlo; amando il prossimo, purificherai l’occhio per vedere Dio, come afferma chiaramente Giovanni: « Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede » (1Gv 4,20). Amando il prossimo e interessandoti di lui, tu cammini. E dove ti conduce il cammino se non al Signore, cioè a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l’abbiamo sempre con noi. Aiuta dunque il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a colui con il quale desideri rimanere ».
* Quanto a Tommaso, ci ricorda che la comunità cristiana deve essere aperta anche nei confronti di chi fa fatica a credere, superando la tentazione di trasformarsi in ghetto o di realizzare una comunità di perfetti. Saper attendere e rispettare il ritmo di maturazione alla fede di ognuno fa parte della vera fraternità.
* Oggi però più che mancanza di fede, è diffusa l’indifferenza a ogni livello. Essa trova radice spesso nella disperazione e nella frustrazione. L’uomo d’oggi, come Tommaso, ha paura di credere nella vita, di credere in Dio. Ha paura di venire disilluso, di essere ingannato. Ciascuno di noi in questa società ripercorre in qualche modo proprio l’esperienza dell’apostolo Tommaso. Lui, che probabilmente aveva sentito più degli altri la delusione per la tragica e inaspettata morte in croce di Gesù. Messo di fronte al fatto della risurrezione, non ci vuole credere: teme di dover provare altre delusioni. Ma quando Gesù gli si presenta mostrando le piaghe aperte, si convince di non avere mai veramente dubitato.
* Come si vede, sono tanti gli stimoli per vivere in pienezza questa domenica. Il Signore Gesù che ha sorpreso gli apostoli con la sua risurrezione, sorprenda anche noi e ci dia una fede e una gioia nuova. Egli che ha usato misericordia verso la fede incerta di Tommaso e degli apostoli e ha infuso su di loro lo Spirito Santo, ci usi la stessa misericordia e ci doni la gioia del suo Spirito.

Siamo una comunità
« Siamo una comunità cosciente di professare un’unica fede di avere un medesimo codice di vita e di sentirsi legata dalla stessa speranza. Ed è la Parola di Dio che nutre la nostra fede, che dà ali alla speranza, che ci rende forti e disciplinati. I depositi versati nella nostra cassa comune sono ispirati dalla carità: non si va a riscuotere denaro per banchetti, gozzoviglie, bicchierate, ma per sostenere i poveri, per aiutare ragazzi e ragazze senza beni e senza genitori, per i servi in pensione e i naufraghi. Adottiamo come se fossero figli nostri i condannati ai lavori forzati nelle miniere, i confinati nelle isole e i relegati nelle prigioni, se si trovano in questa condizione a motivo della loro fede. « Vedi come si amano tra loro », dicono. « Vedi come sono pronti a morire l’uno per l’altro! ». Si chiamano fratelli, e ne sono ben convinti, coloro che sanno di avere come Padre comune Dio, che sono stati chiamati a una vita nuova, che, abbandonata l’ignoranza religiosa comune, sono stati abbagliati dall’unica luce della verità » (Tertulliano).

Don Umberto DEVANNA sd

La pesca miracolosa

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BENEDETTO XVI – LE DONNE A SERVIZIO DEL VANGELO (2007)

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BENEDETTO XVI – LE DONNE A SERVIZIO DEL VANGELO (2007)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 14 febbraio 2007

Saluto ai pellegrini presenti nella Basilica Vaticana:

Cari fratelli e sorelle delle Diocesi Marchigiane!

Vi saluto tutti con affetto e con grande gioia. La Chiesa è riempita dal Popolo di Dio con la gioia della fede. Grazie per la vostra presenza! Saluto tutti, ad iniziare dai Vescovi convenuti a Roma per la Visita ad limina Apostolorum. Un deferente saluto rivolgo alle Autorità civili che non hanno voluto mancare a questo significativo incontro. Benvenuti! Con pensiero grato saluto i sacerdoti, i seminaristi, le persone consacrate. E sono molti: si vede che la Chiesa vive ed è giovane! Saluto poi gli operatori pastorali e voi tutti, membri del Popolo di Dio che vive nella Regione delle Marche. Nell’attuale clima di pluralismo culturale e religioso, ci si rende conto che il messaggio di Gesù non è conosciuto da tutti. Pertanto ogni cristiano è chiamato ad un rinnovato e coraggioso impegno di annuncio e testimonianza del Vangelo. Vogliamo portare a tutti questa luce, che è luce per la vita personale e segnale indicatore di orientamento per la vita sociale.

Cari Fratelli nell’Episcopato, continuate a dedicare ogni sforzo perché la formazione cristiana di base sia curata ugualmente nelle città come nei centri minori; perché tutte le categorie di fedeli siano preparate a ricevere con frutto i Sacramenti, indispensabile nutrimento della crescita nella fede; perché con la pratica dei Sacramenti non si tralasci un’istruzione religiosa solida che resista senza affievolirsi alle diffuse sfide e sollecitazioni d’una società ormai largamente secolarizzata. Guardiamo al futuro con speranza e lavoriamo con appassionata fiducia nella vigna del Signore!

La Vergine Madre di Dio e della Chiesa, guidi e protegga i vostri sforzi e i vostri progetti pastorali. A Lei, a Maria, ci rivolgiamo ora tutti insieme con la preghiera, che ho preparato in vista dell’incontro dei giovani, in programma a Loreto nel prossimo mese di settembre. Ci vedremo dunque nelle Marche, a Loreto. Preghiamo insieme:

Maria, Madre del sì, tu hai ascoltato Gesù
e conosci il timbro della sua voce e il battito del suo cuore.
Stella del mattino, parlaci di Lui
e raccontaci il tuo cammino per seguirlo nella via della fede.

Maria, che a Nazareth hai abitato con Gesù,
imprimi nella nostra vita i tuoi sentimenti,
la tua docilità, il tuo silenzio che ascolta
e fa fiorire la Parola in scelte di vera libertà.

Maria, parlaci di Gesù, perché la freschezza della nostra fede
brilli nei nostri occhi e scaldi il cuore di chi ci incontra,
come Tu hai fatto visitando Elisabetta
che nella sua vecchiaia ha gioito con te per il dono della vita.

Maria, Vergine del Magnificat,
aiutaci a portare la gioia nel mondo e, come a Cana,
spingi ogni giovane, impegnato nel servizio ai fratelli,
a fare solo quello che Gesù dirà.

Maria, poni il tuo sguardo sull’Agorà dei giovani,
perché sia il terreno fecondo della Chiesa italiana.
Prega perché Gesù, morto e risorto, rinasca in noi
e ci trasformi in una notte piena di luce, piena di Lui.

Maria, Madonna di Loreto, porta del cielo,
aiutaci a levare in alto lo sguardo.
Vogliamo vedere Gesù. Parlare con Lui.
Annunciare a tutti il Suo amore.

* * *Le donne a servizio del Vangelo

Cari fratelli e sorelle,

oggi siamo arrivati al termine del nostro percorso tra i testimoni del cristianesimo nascente che gli scritti neo-testamentari menzionano. E usiamo l’ultima tappa di questo primo percorso per dedicare la nostra attenzione alle molte figure femminili che hanno svolto un effettivo e prezioso ruolo nella diffusione del Vangelo. La loro testimonianza non può essere dimenticata, conformemente a quanto Gesù stesso ebbe a dire della donna che gli unse il capo poco prima della Passione: «In verità vi dico, dovunque sarà predicato questo vangelo nel mondo intero, sarà detto anche ciò che costei ha fatto, in memoria di lei» (Mt 26,13; Mc 14,9). Il Signore vuole che questi testimoni del Vangelo, queste figure che hanno dato un contributo affinchè crescesse la fede in Lui, siano conosciute e la loro memoria sia viva nella Chiesa. Possiamo storicamente distinguere il ruolo delle donne nel Cristianesimo primitivo, durante la vita terrena di Gesù e durante le vicende della prima generazione cristiana.
Gesù certamente, lo sappiamo, scelse tra i suoi discepoli dodici uomini come Padri del nuovo Israele, gli scelse perché «stessero con lui e anche per mandarli a predicare» (Mc 3,14-l5). Questo fatto è evidente, ma, oltre ai Dodici, colonne della Chiesa, padri del nuovo Popolo di Dio, sono scelte nel numero dei discepoli anche molte donne. Solo molto brevemente posso accennare a quelle che si trovano sul cammino di Gesù stesso, cominciando con la profetessa Anna (cfr Lc 2,36-38) fino alla Samaritana (cfr Gv 4,1-39), alla donna siro-fenicia (cfr Mc 7,24-30), all’emorroissa (cfr Mt 9,20-22) e alla peccatrice perdonata (cfr Lc 7,36-50). Non mi riferisco neppure alle protagoniste di alcune efficaci parabole, ad esempio alla massaia che fa il pane (Mt 13,33), alla donna che perde la dracma (Lc 15,8-10), alla vedova che importuna il giudice (Lc 18,1-8). Più significative per il nostro argomento sono quelle donne che hanno svolto un ruolo attivo nel quadro della missione di Gesù. In primo luogo, il pensiero va naturalmente alla Vergine Maria, che con la sua fede e la sua opera materna collaborò in modo unico alla nostra Redenzione, tanto che Elisabetta poté proclamarla «benedetta fra le donne» (Lc 1,42), aggiungendo: «beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). Divenuta discepola del Figlio, Maria manifestò a Cana la totale fiducia in Lui (cfr Gv 2,5) e lo seguì fin sotto la Croce, dove ricevette da Lui una missione materna per tutti i suoi discepoli di ogni tempo, rappresentati da Giovanni (cfr Gv 19,25-27).
Ci sono poi varie donne, che a diverso titolo gravitarono attorno alla figura di Gesù con funzioni di responsabilità. Ne sono esempio eloquente le donne che seguivano Gesù per assisterlo con le loro sostanze e di cui Luca ci tramanda alcuni nomi: Maria di Magdala, Giovanna, Susanna e «molte altre» (cfr Lc 8,2-3). Poi i Vangeli ci informano che le donne, a differenza dei Dodici, non abbandonarono Gesù nell’ora della Passione (cfr Mt 27,56.61; Mc 15,40). Tra di esse spicca in particolare la Maddalena, che non solo presenziò alla Passione, ma fu anche la prima testimone e annunciatrice del Risorto (cfr Gv 20,1.11-18). Proprio a Maria di Magdala San Tommaso d’Aquino riserva la singolare qualifica di «apostola degli apostoli» (apostolorum apostola), dedicandole questo bel commento: «Come una donna aveva annunciato al primo uomo parole di morte, così una donna per prima annunziò agli apostoli parole di vita» (Super Ioannem, ed. Cai, § 2519).
Anche nell’ambito della Chiesa primitiva la presenza femminile è tutt’altro che secondaria. Non insistiamo sulle quattro figlie innominate del “diacono” Filippo, residenti a Cesarea Marittima e tutte dotate, come ci dice san Luca, del «dono della profezia», cioè della facoltà di intervenire pubblicamente sotto l’azione dello Spirito Santo (cfr At 21,9). La brevità della notizia non permette deduzioni più precise. Piuttosto dobbiamo a san Paolo una più ampia documentazione sulla dignità e sul ruolo ecclesiale della donna. Egli parte dal principio fondamentale, secondo cui per i battezzati non solo «non c’è più né giudeo né greco, né schiavo, né libero», ma anche «né maschio, né femmina». Il motivo è che «tutti siamo uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3,28), cioè tutti accomunati nella stessa dignità di fondo, benché ciascuno con funzioni specifiche (cfr 1 Cor 12,27-30). L’Apostolo ammette come cosa normale che nella comunità cristiana la donna possa «profetare» (1 Cor 11,5), cioè pronunciarsi apertamente sotto l’influsso dello Spirito, purché ciò sia per l’edificazione della comunità e fatto in modo dignitoso. Pertanto la successiva, ben nota, esortazione a che «le donne nelle assemblee tacciano» (1 Cor 14,34) va piuttosto relativizzata. Il conseguente problema, molto discusso, della relazione tra la prima parola – le donne possono profetare nell’assemblea – e l’altra – non possono parlare -, della relazione tra queste due indicazioni, apparentemente contraddittorie, lo lasciamo agli esegeti. Non è da discutere qui. Mercoledì scorso abbiamo già incontrato la figura di Prisca o Priscilla, sposa di Aquila, la quale in due casi viene sorprendentemente menzionata prima del marito (cfr At 18,18; Rm 16,3): l’una e l’altro comunque sono esplicitamente qualificati da Paolo come suoi sun-ergoús «collaboratori» (Rm 16,3).
Alcuni altri rilievi non possono essere trascurati. Occorre prendere atto, ad esempio, che la breve Lettera a Filemone in realtà è indirizzata da Paolo anche a una donna di nome «Affia» (cfr Fm 2). Traduzioni latine e siriache del testo greco aggiungono a questo nome “Affia” l’appellativo di “soror carissima” (ibid.) e si deve dire che nella comunità di Colossi ella doveva occupare un posto di rilievo; in ogni caso, è l’unica donna menzionata da Paolo tra i destinatari di una sua lettera. Altrove l’Apostolo menziona una certa «Febe», qualificata come diákonos della Chiesa di Cencre, la cittadina portuale a est di Corinto (cfr Rm 16,1-2). Benché il titolo in quel tempo non abbia ancora uno specifico valore ministeriale di tipo gerarchico, esso esprime un vero e proprio esercizio di responsabilità da parte di questa donna a favore di quella comunità cristiana. Paolo raccomanda di riceverla cordialmente e di assisterla «in qualunque cosa abbia bisogno», poi aggiunge: «essa infatti ha protetto molti, anche me stesso». Nel medesimo contesto epistolare l’Apostolo con tratti di delicatezza ricorda altri nomi di donne: una certa Maria, poi Trifena, Trifosa e Perside «carissima», oltre a Giulia, delle quali scrive apertamente che «hanno faticato per voi» o «hanno faticato nel Signore» (Rm 16,6.12a.12b.15), sottolineando così il loro forte impegno ecclesiale. Nella Chiesa di Filippi poi dovevano distinguersi due donne di nome «Evodia e Sìntiche» (Fil 4,2): il richiamo che Paolo fa alla concordia vicendevole lascia intendere che le due donne svolgevano una funzione importante all’interno di quella comunità.
In buona sostanza, la storia del cristianesimo avrebbe avuto uno sviluppo ben diverso se non ci fosse stato il generoso apporto di molte donne. Per questo, come ebbe a scrivere il mio venerato e caro Predecessore Giovanni Paolo Il nella Lettera apostolica Mulieris dignitatem, «la Chiesa rende grazie per tutte le donne e per ciascuna… La Chiesa ringrazia per tutte le manifestazioni del “genio” femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del Popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità: ringrazia per tutti i frutti della santità femminile» (n. 31). Come si vede, l’elogio riguarda le donne nel corso della storia della Chiesa ed è espresso a nome dell’intera comunità ecclesiale. Anche noi ci uniamo a questo apprezzamento ringraziando il Signore, perché egli conduce la sua Chiesa, generazione dopo generazione, avvalendosi indistintamente di uomini e donne, che sanno mettere a frutto la loro fede e il loro battesimo per il bene dell’intero Corpo ecclesiale, a maggior gloria di Dio. 

Emmaus

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PAPA FRANCESCO – LA SANTA MESSA – 15. RITI DI CONCLUSIONE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2018/documents/papa-francesco_20180404_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – LA SANTA MESSA – 15. RITI DI CONCLUSIONE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 4 aprile 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buona Pasqua!

Voi vedete che oggi ci sono dei fiori: i fiori dicono gioia, allegria. In certi posti la Pasqua è chiamata anche “Pasqua fiorita”, perché fiorisce il Cristo risorto: è il fiore nuovo; fiorisce la nostra giustificazione; fiorisce la santità della Chiesa. Per questo, tanti fiori: è la nostra gioia. Tutta la settimana noi festeggiamo la Pasqua, tutta la settimana. E per questo ci diamo, una volta in più, tutti noi, l’augurio di “Buona Pasqua”. Diciamo insieme: “Buona Pasqua”, tutti! [rispondono: “Buona Pasqua!”]. Vorrei anche che dessimo la Buona Pasqua – perché è stato Vescovo di Roma – all’amato Papa Benedetto, che ci segue per televisione. A Papa Benedetto, tutti diamo la Buona Pasqua: [dicono: “Buona Pasqua!”] E un applauso, forte.
Con questa catechesi concludiamo il ciclo dedicato alla Messa, che è proprio la commemorazione, ma non soltanto come memoria, si vive di nuovo la Passione e la Risurrezione di Gesù. L’ultima volta siamo arrivati fino alla Comunione e l’orazione dopo la Comunione; dopo questa orazione, la Messa si conclude con la benedizione impartita dal sacerdote e il congedo del popolo (cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 90). Come era iniziata con il segno della croce, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, è ancora nel nome della Trinità che viene sigillata la Messa, cioè l’azione liturgica.
Tuttavia, sappiamo bene che mentre la Messa finisce, si apre l’impegno della testimonianza cristiana. I cristiani non vanno a Messa per fare un compito settimanale e poi si dimenticano, no. I cristiani vanno a Messa per partecipare alla Passione e Risurrezione del Signore e poi vivere di più come cristiani: si apre l’impegno della testimonianza cristiana. Usciamo dalla chiesa per «andare in pace» a portare la benedizione di Dio nelle attività quotidiane, nelle nostre case, negli ambienti di lavoro, tra le occupazioni della città terrena, “glorificando il Signore con la nostra vita”. Ma se noi usciamo dalla chiesa chiacchierando e dicendo: “guarda questo, guarda quello…”, con la lingua lunga, la Messa non è entrata nel mio cuore. Perché? Perché non sono capace di vivere la testimonianza cristiana. Ogni volta che esco dalla Messa, devo uscire meglio di come sono entrato, con più vita, con più forza, con più voglia di dare testimonianza cristiana. Attraverso l’Eucaristia il Signore Gesù entra in noi, nel nostro cuore e nella nostra carne, affinché possiamo «esprimere nella vita il sacramento ricevuto nella fede» (Messale Romano, Colletta del lunedì nell’Ottava di Pasqua).
Dalla celebrazione alla vita, dunque, consapevoli che la Messa trova compimento nelle scelte concrete di chi si fa coinvolgere in prima persona nei misteri di Cristo. Non dobbiamo dimenticare che celebriamo l’Eucaristia per imparare a diventare uomini e donne eucaristici. Cosa significa questo? Significa lasciare agire Cristo nelle nostre opere: che i suoi pensieri siano i nostri pensieri, i suoi sentimenti i nostri, le sue scelte le nostre scelte. E questo è santità: fare come ha fatto Cristo è santità cristiana. Lo esprime con precisione san Paolo, parlando della propria assimilazione a Gesù, e dice così: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,19-20). Questa è la testimonianza cristiana. L’esperienza di Paolo illumina anche noi: nella misura in cui mortifichiamo il nostro egoismo, cioè facciamo morire ciò che si oppone al Vangelo e all’amore di Gesù, si crea dentro di noi un maggiore spazio per la potenza del suo Spirito. I cristiani sono uomini e donne che si lasciano allargare l’anima con la forza dello Spirito Santo, dopo aver ricevuto il Corpo e il Sangue di Cristo. Lasciatevi allargare l’anima! Non queste anime così strette e chiuse, piccole, egoiste, no! Anime larghe, anime grandi, con grandi orizzonti… Lasciatevi allargare l’anima con la forza dello Spirito, dopo aver ricevuto il Corpo e il Sangue di Cristo.
Poiché la presenza reale di Cristo nel Pane consacrato non termina con la Messa (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1374), l’Eucaristia viene custodita nel tabernacolo per la Comunione ai malati e per l’adorazione silenziosa del Signore nel Santissimo Sacramento; il culto eucaristico fuori della Messa, sia in forma privata che comunitaria, ci aiuta infatti a rimanere in Cristo (cfr ibid., 1378-1380).
I frutti della Messa, pertanto, sono destinati a maturare nella vita di ogni giorno. Possiamo dire così, un po’ forzando l’immagine: la Messa è come il chicco, il chicco di grano che poi nella vita ordinaria cresce, cresce e matura nelle opere buone, negli atteggiamenti che ci fanno assomigliare a Gesù. I frutti della Messa, pertanto, sono destinati a maturare nella vita di ogni giorno. In verità, accrescendo la nostra unione a Cristo, l’Eucaristia aggiorna la grazia che lo Spirito ci ha donato nel Battesimo e nella Confermazione, affinché sia credibile la nostra testimonianza cristiana (cfr ibid., 1391-1392).
Ancora, accendendo nei nostri cuori la carità divina, l’Eucaristia cosa fa? Ci separa dal peccato: «Quanto più partecipiamo alla vita di Cristo e progrediamo nella sua amicizia, tanto più ci è difficile separarci da Lui con il peccato mortale» (ibid., 1395).
Il regolare accostarci al Convito eucaristico rinnova, fortifica e approfondisce il legame con la comunità cristiana a cui apparteniamo, secondo il principio che l’Eucaristia fa la Chiesa (cfr ibid., 1396), ci unisce tutti.
Infine, partecipare all’Eucaristia impegna nei confronti degli altri, specialmente dei poveri, educandoci a passare dalla carne di Cristo alla carne dei fratelli, in cui egli attende di essere da noi riconosciuto, servito, onorato, amato (cfr ibid., 1397).
Portando il tesoro dell’unione con Cristo in vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7), abbiamo continuo bisogno di ritornare al santo altare, fino a quando, in paradiso, gusteremo pienamente la beatitudine del banchetto di nozze dell’Agnello (cfr Ap 19,9).
Ringraziamo il Signore per il cammino di riscoperta della santa Messa che ci ha donato di compiere insieme, e lasciamoci attrarre con fede rinnovata a questo incontro reale con Gesù, morto e risorto per noi, nostro contemporaneo. E che la nostra vita sia sempre “fiorita” così, come la Pasqua, con i fiori della speranza, della fede, delle opere buone. Che noi troviamo sempre la forza per questo nell’Eucaristia, nell’unione con Gesù. Buona Pasqua a tutti!

 

Lunedì dell’Angelo

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LE DONNE, L’ANGELO E IL RISORTO (MT 28, 1-7)

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LE DONNE, L’ANGELO E IL RISORTO (MT 28, 1-7)

BY GIUSEPPE BETTONI ON 31 MARZO 2013 IN OMELIE

Carissimi, ieri ci siamo abbandonati nell’abbraccio del Crocifisso, un abbraccio affettuoso, un gesto di grande tenerezza che come discepoli ci ha visti baciare il corpo del Cristo e ci siamo lasciati appunto abbracciare da quelle mani stese sul legno della croce e in quelle braccia abbiamo visto il dolore e la morte di tante persone, dei nostri cari e la sofferenza del nostro mondo …
In questa fedeltà a Gesù, rimanendo nell’abbraccio del Signore non veniamo semplicemente trascinati nel sepolcro, non veniamo abbandonati in quella tomba dove, come le donne al mattino di Pasqua, andiamo a cercare l’oggetto dei nostri affetti. L’abbraccio del Cristo ci trascina in una condizione nuova: la risurrezione!
La risurrezione è del corpo ed è una cosa impossibile all’uomo. Non riusciamo a realizzarla, al massimo la immaginiamo, la desideriamo. La risurrezione non riguarda l’anima, perché l’anima è immortale, ma riguarda il nostro corpo, la nostra persona, il nostro essere. E non si tratta di una semplice rianimazione di cadavere come a Lazzaro perché Lazzaro è stato rianimato ma poi è tornato alla morte. Per risurrezione non si intende tonare a una vita precedente, ma a uno stadio che sia pienezza di vita. Vuol dire essere resi partecipi della vita in una condizione totalmente nuova che è la condizione tipica del Figlio di Dio che ha lo spirito di Dio, ha la vita di Dio.
Ne facciamo una qualche esperienza osservando cosa accade alla materia in natura, perché la stessa materia può avere varie forme di vita: può essere un minerale che assimilato dall’erba diventa vegetale e la stessa materia vegetale mangiata dalla bestia diventa vita animale; la materia animale mangiata dall’uomo diventa vita umana… quindi la stessa materia è vita, ed è diversa a seconda del principio che la informa.
Per analogia possiamo dire che il nostro corpo risorto sarà vivificato dallo spirito stesso di Dio. Avremo la vita di Dio, al vita del Risorto!
I vangeli hanno racconti della risurrezione diversi tra loro, ma un punto comune è che le donne vanno al sepolcro, e vedono che il corpo di Gesù non è più lì. Il fatto che il corpo non sia nel sepolcro è la fine dell’unica certezza dell’uomo, l’unica certezza che abbiamo è di essere mortali! La risurrezione è la vittoria sulla memoria dell’uomo mortale e ci viene a dire che non finiamo lì. Trovo suggestiva questa immagine delle donne che sono il grembo della vita e che vanno al sepolcro, vanno nel grembo della madre terra con l’unica certezza che Gesù sia lì e invece trovano il grembo della terra vuoto e mi suggerisce tre pensieri.
1. Anzitutto perché sono le donne e non subito gli apostoli ad accogliere l’annuncio del Risorto? In un contesto nel quale, come dicono alcuni saggi nel Talmud: è meglio che le parole della Torah brucino nel fuoco piuttosto che cadano nelle mani di una donna e che se un padre insegna la Torah a sua figlia, è come se le insegnasse il libertinaggio. In un contesto del genere che il primo annuncio della risurrezione sul quale si fonda la fede cristiana, venga affidato alle donne è una radicale novità che ha qualcosa da dire anche a noi.
Le donne che hanno seguito Gesù fin sul Calvario e hanno poi osservato con cura il luogo del sepolcro, sono le prime testimoni della risurrezione del Messia crocifisso. Esse non appartengono al collegio istituzionale dei Dodici, ma fanno parte della comunità, sono «fedeli semplici», senza particolari incarichi o compiti, eppure sono le protagoniste di quell’esperienza radicale, da cui nasce la Chiesa, cioè della fede, e in questa precedono anche i capi! Potremmo dire che c’è una certa tensione dinamica tra coloro che hanno la funzione apostolica, cioè i capi della comunità ecclesiale che sono chiusi nel cenacolo e sono tentati di tornare al lavoro di prima e gli altri discepoli, rappresentati dalle donne, figura del «discepolo semplice», che invece si pongono in ascolto dell’angelo.
2. Ecco la seconda considerazione. L’angelo è colui che annunzia, è Dio che comunica, è la parola di Dio. Cosa fa la parola di Dio? Spiega alle donne cos’è capitato e cosa devono fare loro. E mentre ascoltano l’angelo, mentre ascoltano la Parola, incontrano il Risorto che dice loro le stesse cose. Infatti Matteo scrive: «Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: “Non abbiate paura; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e la mi vedranno”» (vv 8-9).
È interessante che Gesù dica le stesse parole dell’angelo. Cosa significa? Che quando ascolto la parola del Signore, ascolto il Signore stesso. Attraverso la parola del Vangelo il Signore comunica se stesso e dice: Gesù non è lì.
E qui si opera un cambiamento importante perché da sempre presso tutti i popoli la religione è strettamente connessa col mistero della morte. Il primo segno di cultura è proprio il sepolcro, il culto dei morti. L’angelo annuncia che Dio non è lì, perché Dio è il Dio dei viventi, è risorto.
Dio non lo incontriamo più nel limite della morte, ma nell’ascolto della sua Parola. Una parola che dice alle donne: Guardate il luogo dove era stato deposto…In tutti i vangeli è costante l’invito ad andare a vedere che il grembo della terra è vuoto! Non c’è nulla lì, la vita è altrove. Il Signore non va cercato nel luogo della morte e della paura. Ma allora se non è lì, dove si trova?
3. Ecco l’ultima considerazione: Andate a dire ai discepoli che vi precede in Galilea. Le donne sono inviate agli apostoli in Galilea. Le donne sono mandate dai fratelli, dagli altri perché lì incontreranno il Risorto. La Galilea è il luogo della vita quotidiana, laddove è iniziato il Vangelo, dove Gesù ha vissuto per trent’anni. Il risorto ci precede in Galilea: non è chiuso nel ricordo del passato, ma è davanti a noi a tracciare nuovi sentieri di fraternità.
L’angelo in fondo descrive l’esperienza che avviene in ciascuno di noi mediante la Parola che se viene ascoltata scoperchia la tomba del nostro cuore, realmente ci fa vedere che il Signore non è lì, e ci manda verso i fratelli. Se resti lì non lo incontri. Ricordate che il racconto evangelico ci parla delle guardie pagate per custodire il sepolcro? È la storia di sempre: quelle guardie custodiscono la morte, la menzogna, la corruzione e restano nella loro morte. Se noi vogliamo custodire il potere, l’interesse, l’egoismo non incontreremo mai il Vivente. Da lì non si incontra mai il Risorto.
Rinnoviamo ora i nostri impegni battesimali: diciamo di no alla tristezza dell’egoismo, della paura, della divisione. Torniamo ad affermare l’obbedienza alla Parola, così che la nostra vita vecchia possa risorgere con Cristo. All’inizio della quaresima ci siamo detti che sotto la cenere c’è il fuoco e lungo la quaresima abbiamo cercato di liberare la cenere che gravava sul nostro cuore.
Così all’inizio di questa notte abbiamo acceso un fuoco nuovo come a dire che nell’abbraccio del Risorto non c’è peccato, non c’è paura, non c’è oscurità dalle quali il Signore non ci possa trarre ad un nuovo inizio.

 

Publié dans : Tempo liturgico: Pasqua | le 2 avril, 2018 |Pas de Commentaires »
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