il « Padre nostro »

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PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL “PADRE NOSTRO”: 15. MA LIBERACI DAL MALE

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PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL “PADRE NOSTRO”: 15. MA LIBERACI DAL MALE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 15 maggio 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Eccoci infine arrivati alla settima domanda del “Padre nostro”: «Ma liberaci dal male» (Mt 6,13b).
Con questa espressione, chi prega non solo chiede di non essere abbandonato nel tempo della tentazione, ma supplica anche di essere liberato dal male. Il verbo greco originale è molto forte: evoca la presenza del maligno che tende ad afferrarci e a morderci (cfr 1 Pt 5,8) e dal quale si chiede a Dio la liberazione. L’apostolo Pietro dice anche che il maligno, il diavolo, è intorno a noi come un leone furioso, per divorarci, e noi chiediamo a Dio di liberarci.
Con questa duplice supplica: “non abbandonarci” e “liberaci”, emerge una caratteristica essenziale della preghiera cristiana. Gesù insegna ai suoi amici a mettere l’invocazione del Padre davanti a tutto, anche e specialmente nei momenti in cui il maligno fa sentire la sua presenza minacciosa. Infatti, la preghiera cristiana non chiude gli occhi sulla vita. È una preghiera filiale e non una preghiera infantile. Non è così infatuata della paternità di Dio, da dimenticare che il cammino dell’uomo è irto di difficoltà. Se non ci fossero gli ultimi versetti del “Padre nostro” come potrebbero pregare i peccatori, i perseguitati, i disperati, i morenti? L’ultima petizione è proprio la petizione di noi quando saremo nel limite, sempre.
C’è un male nella nostra vita, che è una presenza inoppugnabile. I libri di storia sono il desolante catalogo di quanto la nostra esistenza in questo mondo sia stata un’avventura spesso fallimentare. C’è un male misterioso, che sicuramente non è opera di Dio ma che penetra silenzioso tra le pieghe della storia. Silenzioso come il serpente che porta il veleno silenziosamente. In qualche momento pare prendere il sopravvento: in certi giorni la sua presenza sembra perfino più nitida di quella della misericordia di Dio.
L’orante non è cieco, e vede limpido davanti agli occhi questo male così ingombrante, e così in contraddizione con il mistero stesso di Dio. Lo scorge nella natura, nella storia, perfino nel suo stesso cuore. Perché non c’è nessuno in mezzo a noi che possa dire di essere esente dal male, o di non esserne almeno tentato. Tutti noi sappiamo cosa è il male; tutti noi sappiamo cosa è la tentazione; tutti noi abbiamo sperimentato sulla nostra carne la tentazione, di qualsiasi peccato. Ma è il tentatore che ci muove e ci spinge al male, dicendoci: “fa questo, pensa questo, va per quella strada”.
L’ultimo grido del “Padre nostro” è scagliato contro questo male “dalle larghe falde”, che tiene sotto il suo ombrello le esperienze più diverse: i lutti dell’uomo, il dolore innocente, la schiavitù, la strumentalizzazione dell’altro, il pianto dei bambini innocenti. Tutti questi eventi protestano nel cuore dell’uomo e diventano voce nell’ultima parola della preghiera di Gesù.
È proprio nei racconti della Passione che alcune espressioni del “Padre nostro” trovano la loro eco più impressionante. Dice Gesù: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). Gesù sperimenta per intero la trafittura del male. Non solo la morte, ma la morte di croce. Non solo la solitudine, ma anche il disprezzo, l’umiliazione. Non solo il malanimo, ma anche la crudeltà, l’accanimento contro di Lui. Ecco che cos’è l’uomo: un essere votato alla vita, che sogna l’amore e il bene, ma che poi espone continuamente al male sé stesso e i suoi simili, al punto che possiamo essere tentati di disperare dell’uomo.
Cari fratelli e sorelle, così il “Padre nostro” assomiglia a una sinfonia che chiede di compiersi in ciascuno di noi. Il cristiano sa quanto soggiogante sia il potere del male, e nello stesso tempo fa esperienza di quanto Gesù, che mai ha ceduto alle sue lusinghe, sia dalla nostra parte e venga in nostro aiuto.
Così la preghiera di Gesù ci lascia la più preziosa delle eredità: la presenza del Figlio di Dio che ci ha liberato dal male, lottando per convertirlo. Nell’ora del combattimento finale, a Pietro intima di riporre la spada nel fodero, al ladrone pentito assicura il paradiso, a tutti gli uomini che erano intorno, inconsapevoli della tragedia che si stava consumando, offre una parola di pace: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Dal perdono di Gesù sulla croce scaturisce la pace, la vera pace viene dalla croce: è dono del Risorto, un dono che ci dà Gesù. Pensate che il primo saluto di Gesù risorto è “pace a voi”, pace alle vostre anime, ai vostri cuori, alle vostre vite. Il Signore ci dà la pace, ci dà il perdono ma noi dobbiamo chiedere: “liberaci dal male”, per non cadere nel male. Questa è la nostra speranza, la forza che ci dà Gesù risorto, che è qui, in mezzo a noi: è qui. E’ qui con quella forza che ci dà per andare avanti, e ci promette di liberarci dal male.

 

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la bellezza di Cristo

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LA BELLEZZA DI DIO

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LA BELLEZZA DI DIO

7 Maggio 2017

La ricerca del ‘Bello’, nel suo valore più elevato, è sempre stata un itinerario di avvicinamento al divino, come ha scritto Simone Weil: “[…] in tutto ciò che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello c’è come una specie di incarnazione di Dio […]; quindi tutta l’arte di prim’ordine è per essenza religiosa [in quanto] testimonianza in favore dell’Incarnazione. Una melodia gregoriana testimonia quanto la morte di un martire”. Come leggiamo infatti nell’Idiota di Fedor M. Dostoevskij, “La Bellezza salverà il mondo”. La Bibbia testimonia ampiamente lo stupore dell’uomo dinanzi al fascino della Bellezza di Dio, che supera ogni bellezza umana, poiché sempre fragile, sottoposta alla caducità. Nella Bibbia si parla anzitutto della bellezza degli elementi del creato, che rimanda a quella del Creatore. Per la Bibbia il bello (tov / buono), riferito alle cose o alle persone, significa ciò che è ordinato, senza difetti, proporzionato e armonioso in tutte le sue parti. La bellezza è anche la tenerezza dei sentimenti, la verità, ma è soprattutto espressione della santità divina (cf Sal 25,8), perché è Dio la bellezza-bontà sperimentabile quasi in modo sensoriale: “Assaporate e gustate quanto è buono (bello) Jhwh” (Sal 27,13). Il mondo biblico, volendo esprimere la felicità delle origini della creazione, ricorre all’immagine della bellezza dell’Eden: “Il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva modellato; fece spuntare dal terreno ogni sorta di alberi, attraenti per la vista e buoni da mangiare” (Gn 2,8-9). Anche dell’albero proibito si dice che il frutto ”era buono da mangiare, seducente per gli occhi e attraente” (Gn 3,6). La bellezza di Dio nella Bibbia viene espressa anche con il tema della Sapienza divina che è vitale, feconda, benefica. Essa è come le piante più belle della flora palestinese (come il cedro e l’umile rosa di Gerico), con il loro lussureggiante fogliame, con i fiori, i frutti, che rimandano al godimento spirituale che viene donato dalla Sapienza (cf Sir 24,12-17). Tutte le opere della creazione di Dio sono buone (belle): ”Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco era molto buono” (Gn 1,31). La bellezza del Creatore emerge soprattutto nell’uomo, creato a sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26-27); ne riflette meglio il suo splendore, la sua gloria e la sua grandezza (cf Sal 8). Tale bellezza si manifesta soprattutto attraverso i personaggi che hanno avuto un ruolo particolare nel piano salvifico di Dio, sono più vicini al suo cuore. I personaggi biblici che hanno grandi qualità morali e spirituali, sono sempre presentati con la caratteristica della bellezza fisica.
Nel Nuovo Testamento il binomio bellezza-bontà è del tutto assente. Coloro che vengono chiamati da Dio per realizzare il suo disegno salvifico (Maria, Giovanni Battista, Giuseppe), sono persone comuni, di cui si evidenziano anche i difetti, la vita di peccato (Matteo, la Maddalena) e non c’è nessun riferimento all’aspetto fisico. Sul monte Tabor la gloria di Dio si manifesta attraverso la luce e il candore delle vesti. Ciò dipende dal fatto che nel Nuovo Testamento emerge la sapienza della croce, per cui è grande e bello dinanzi a Dio tutto ciò che è stoltezza e realtà sgradevole dinanzi agli uomini. Ciò che conta non è il vigore fisico, ma la debolezza accettata per testimoniare la fede, non la potenza e la forza, ma la mitezza, l’umiltà, la povertà e la semplicità, non la ricchezza e lo splendore agli occhi degli uomini. La bellezza di Dio si manifesta soprattutto nell’uomo dei dolori, nel Crocifisso che è lo stesso Unigenito del Padre Celeste. Il Nuovo Testamento evidenzia quindi che Gesù è l’icona del Padre (cf Col 1,15), è l’irradiazione della gloria divina (cf Eb 1,3), perchè è passato per l’annientamento, rinunciando allo splendore divino: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6). La bellezza di Dio si manifesta nel Cristo, per il fatto che ha donato tutto se stesso per amore dell’umanità, come il pastore buono che dà la vita per le pecore (cf Gv 10,11.14), e si è fatto servo di tutti. Gesù ci manifesta che la bellezza di Dio è quella dell’amore. Lo splendore dell’alba di Pasqua, che supera le tenebre del venerdì santo, attesta il fulgore della vita che vince la morte, della riconciliazione che vince l’odio e la separazione. Per il cristianesimo la “bellezza si è compiuta una volta per sempre nel giardino fuori di Gerusalemme: sulla roccia del Calvario sta la Croce della Bellezza […]” (B. Forte). Il Verbo si è sottoposto alla kenosis; Colui che “è il più bello tra i figli degli uomini” (Sal 45,3) è diventato Colui che “non aveva più né bellezza, né decoro” (Is 53,2). S. Agostino ha sottolineato il motivo di questo mistero paradossale: “Egli non aveva bellezza né decoro per dare a te bellezza e decoro. Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità, affinchè tu possa correre amando e amare correndo […]. Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello”. L’amore infinito di Colui che ha il volto sfigurato, lo rende il più bello tra i figli degli uomini. Egli ha rinunciato alla sua bellezza divina per rendere noi belli, non secondo l’aspetto fisico, bensì nell’amore, nel servizio, nella testimonianza. L’umanità spesso smarrisce il vero senso della bellezza; si lascia prendere dalla vertigine di ciò che è appariscente, e trasforma il bello in spettacolo, in bene di consumo, abbandonandosi all’immediatamente fruibile. La bellezza che si è resa trasfigurata e crocifissa ci redime dalla seduzione dell’effimero. Il grido di abbandono del più bello tra i figli degli uomini (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mc 14,34) ci libera dall’abbaglio delle bellezze caduche, per rivelarci il vero Bello, il volto del Padre misericordioso, che per amore ci dona il Figlio Crocifisso (cf Rm 8,32) e lo Spirito di Amore (cf Gv 19,30), Autore della rinascita nella vera bellezza. La vittoria pasquale del Crocifisso dà senso anche alle fragili bellezze terrene, che sono un segno della bellezza divina, nonostante il loro limite, quando rispecchiano la Sapienza divina e il suo progetto salvifico. Un’icona della trasfigurazione della bellezza terrena è Maria di Nazareth, la giovane e umile donna totalmente protesa all’accoglienza della bellezza divina. Maria non è un mito, non è un’astrazione, ma una donna concreta che è vissuta nella società ebraica. E’ questa concreta femminilità che rivela la bellezza dell’Eterno; è l’incontro tra la bellezza terrena e quella divina. La Vergine Madre figlia del suo Figlio, coperta dall’ombra dello Spirito (cf Lc 1.35), diventa la dimora santa del Verbo di Dio fra gli uomini. Maria è l’icona della Bellezza trinitaria, è “il santuario e il riposo della Santissima Trinità” (San Luigi Maria Grignion de Monfort), il grembo della Bellezza divina (H.U. von Balthasar). In Maria tota pulchra, la Donna Bella secondo il piano salvifico di Dio, si rende presente in modo eminente l’esistenza umana redenta, protesa alla contemplazione del Bello Assoluto.

La bellezza del Crocifisso risplende particolarmente attraverso la testimonianza di coloro che si sono conformati a lui; non si può non far riferimento al cantore della bellezza di Dio: Francesco d’Assisi. Egli è stato folgorato dalla bellezza divina, immergendosi in essa fino all’unione estatica. Nella bellezza delle creature il Poverello di Assisi contempla il Bellissimo che le possiede e le riempie, per cui uno dei titoli che attribuisce a Dio è proprio quello della Bellezza. Il Giullare di Dio contempla e loda la Bellezza del Padre celeste, come emerge dalle Lodi di Dio Altissimo, scritte per ringraziarLo del dono della bellezza delle stimmate. ‘Tu sei Bellezza” (FF 261,4). Il Celano nella Vita Seconda attesta che il Santo assisiate “nelle cose belle riconosce la Bellezza somma” (FF 750). La gioia estatica invade l’animo dell’Araldo del Gran Re nel contemplare la bellezza dei fiori e della natura in genere, recuperando il messaggio biblico della contemplazione del creato: “E quale estasi pensi gli procurasse la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza? Subito rivolgeva l’occhio del pensiero alla bellezza di quell’altro Fiore il quale spuntando luminoso nel tempo della fioritura dalla radice di Jesse, con il suo profumo richiama alla vita migliaia e migliaia di morte” (FF 460). Anche il fuoco suscita la sua ammirazione: “Frate mio focu, di bellezza invidiabile fra tutte le creature, l’Altissimo ti ha creato vigoroso, bello e utile” (FF 752). Egli ammirava a tal punto la bellezza e l’utilità del fuoco che “non voleva mai impedire la sua azione” (FF 1816), come quella volta che, prendendo fuoco il suo abito, impedì che venisse spento. La bellezza di tutte le creature viene espressa da Francesco particolarmente nel Cantico di Frate Sole (FF 263). La bellezza di Dio si manifesta per lui soprattutto attraverso il sole, che è Luce radiosa, Vita, Bontà, Amore. Sull’esempio di Cristo povero e umile egli ha ammirato la bellezza di ciò che umanamente è considerato spregevole, e per questo ha amato intensamente Madonna Povertà (cf FF 641). Francesco contempla soprattutto nel Crocifisso di San Damiano la Bellezza di Dio, come pure nell’esperienza personale della Passione del Figlio di Dio. Due anni prima della fine del suo pellegrinaggio terreno gli fu concesso di contemplare la Bellezza sconvolgente della gloria del Cristo Crocifisso: è l’esperienza della Verna, della visione del Serafino trafitto in croce (FF 1225), della Bellezza radiosa e sfigurata dalla Passione nello stesso tempo. Come segno di tutto ciò, egli che in vita non aveva avuto alcuna bellezza, essendosi del tutto assimilato al Crocifisso, dopo l’incontro con sorella morte ottiene il dono della trasfigurazione del suo corpo, segno della bellezza futura (cf FF 1247). E’ questo il premio eterno che viene donato a coloro che sanno rinunciare alle bellezze effimere per amore della Bellezza che viene da altrove, dalla Patria trinitaria, a cui anela fortemente chi si pone senza compromessi alla sequela del Cristo, l’Uomo dei dolori, irradiazione dello splendore celeste. In base alla testimonianza delle Scritture ebraiche, delle Scritture cristiane, della Chiesa, possiamo quindi concludere che “la bellezza che salverà il mondo non è ‘l’armonia’ delle parti, o una ‘forma’ qualsiasi che esprime il senso personale del piacere. Né si riduce alle assenze asimmetriche nella vita sociale e politica di un popolo. Non è bello ciò che piace, ma ciò che riconcilia. Il Cristo, Crocifisso-Risorto, è la Bellezza che salverà il mondo, l’orizzonte ultimo della nostra visione, il possesso finale dei redenti” (E. Scognamiglio).

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il buon Pastore

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IV Domenica di Pasqua (Anno C) (12/05/2019) – DOMENICA DEL BUON PASTORE

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IV Domenica di Pasqua (Anno C) (12/05/2019) – DOMENICA DEL BUON PASTORE

Ascoltare per credere
padre Gian Franco Scarpitta

Nella Festa della Dedicazione i Giudei incontrano Gesù e lo interrogano a bruciapelo, più per ipocrisia che per soddisfare un desiderio legittimo di verità. Infatti gli domandano: “Fino a quando terrai il nostro animo sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente.” In realtà avrebbero dovuto comprendere essi stessi che egli è il vero Messia (Cristo) per i continui insegnamenti di verità che aveva impartito e anche per le opere di misericordia che attestavano in ogni caso l’identità di Dio Padre, che lui compiva soprattutto a beneficio degli ultimi, dei poveri, dei derelitti. Le opere di cui si parla del resto avevano giovato in un modo o nell’altro anche agli stessi increduli Giudei, se non altro perché avrebbero potuto capire che determinati fenomeni sono di provenienza divina. E invece si mostrano refrattari sia alle parole sia alle opere di Gesù. Il motivo fondamentale è che essi “non sono sue pecore.”
Questa espressione, come osserva Cipriani, potrebbe rimandare all’idea della predestinazione, per la quale Dio avrebbe destinato una parte dell’umanità alla comunione perenne con lui e per ciò stesso alla salvezza e la parte restante al peccato e alla dannazione. Sembrerebbe che Gesù, affermando questa distinzione implicita fra coloro che saranno salvati (le sue pecore) e coloro che si perdono, giustificherebbe questa posizione.
In realtà tutti quanti siamo destinati alla salvezza e ogni uomo per vocazione è orientato verso Dio, in questa vita e in quella futura. Occorre tuttavia che ci si decida risolutamente ad aderire alla parola di Cristo, che con determinazione ci si disponga ad accogliere il suo messaggio e con perseveranza a perseverare nella sua sequela attiva. Le “pecore” sono coloro che ascoltano la parola di Gesù e che si mettono al suo seguito senza riserve, che reagiscono con fiducia disinvolta alle sue sollecitazioni (come appunto fanno le pecore orientate dal loro pastore), che non obiettano alla consistenza dei suoi insegnamenti. Tutti possiamo essere “pecore” perché la redenzione e la salvezza sono destinate universalmente a tutti. Scopo della Chiesa, istituita da Cristo sul fondamento degli apostoli è appunto rendersi presenza sacramentale di colui che “pasce” il popolo di Dio, rendendo discepoli tuti gli uomini di tutte le nazioni nel ministero degli apostoli e dei loro successori. Responsabilità personale di coloro che ricevono l’annuncio è quella di ascoltare, assimilare, credere e seguire, nell’atteggiamento effettivo e reale delle pecore. Gesù infatti continua: “Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco e mi seguono”.
Come potrà invece usufruire dei benefici di salvezza chi si ostina a rifiutare l’annuncio di Cristo, omettendo di mostrarsi docile e remissivo, mostrandosi irriducibile nel non credere perfino di fronte all’evidenza?
Tutti siamo chiamati ad essere pecore di Gesù, perché Gesù non si è risparmiato per nessuno. Ha dato se stesso nel suo sacrificio sulla croce che ha raccolto tutti i popoli dispersi, riunendo lontani e vicini come in una sola persona e agevolando in tutti la vita e la salvezza. A noi è chiesto semplicemente di credere in lui, di aderire e di vivere senza esitazione. Ci viene chiesta una fede forte e radicata nell’umiltà, che ci faccia comprendere e far nostro l’amore inverosimile di chi ci chiama a sé dopo essersi sacrificato risolutamente e dopo aver dato al vita per noi.
Cristo infatti non si mostra pastore se non in conseguenza del suo essere stato “agnello”, vittima immolata il cui sangue sparso ci ha redenti: “L’agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.”(Ap 7,. 16 – 17). Questo fonda l’attendibilità delle affermazioni di Gesù intorno al ruolo di pastore che attribuisce a se stesso: non esercita un dominio gratuito e incondizionato che prorompe dall’alto al solo scopo di imporsi e di sottomettere, ma un ruolo di guida sollecita e paziente che gli deriva nient’altro che dall’amore con cui ha dato se stesso se nza riserve, concedendosi al sacrificio di immolazione. E’ pastore per il fatto che in primo luogo vuole essere agnello. E per l’appunto la salvezza appartiene a Dio seduto sul trono e all’Agnello (Ap 7, 10).
Niente è più convincente dell’amore manifestato per mezzo del sacrificio e appunto il sacrificio consumato da Cristo per tutti noi è un incentivo ad omettere ogni resistenza e a credere senza riserve e a testimoniare.
Nell’esperienza degli apostoli (I Lettura At 13) si evince l’amara esperienza della reticenza continua dei Giudei che si mostrano chiusi e refrattari a Cristo e al suo messaggio anche quando questi agisce nella forma invisibile per mezzo di Paolo e di Barnaba, che senza riserve si rendono latori del suo annuncio incontrando la medesima resistenza dei loro interlocutori. Ciò tuttavia non spegne l’azione dello Spirito e non scoraggia il ministero degli apostoli, perché essi continuano imperterriti e risoluti la loro missione, senza rinnegare la loro vocazione divina. Piuttosto, se gli ostinati Giudei si rifiutano di credere, essi si rivolgeranno ai pagani estendendo così la loro opera ad altri popoli appunto perché la salvezza non è delimitata né circoscritta ma è donata a chiunque crede. Come affermerà sempre Paolo in un altro contesto, la Parola di Dio non è incatenata (2 Tm 2, 10) e non si scoraggia alle ripulse e alle resistenze del cuori induriti. Se in alcuni luoghi è destinata a non portare frutto a causa dell’ostinazione dell’uomo, in altri produce il copioso dono di far comprendere che in essa Cristo è veramente il pastore che ha premura delle sue pecorelle, non importa chi siano, basta che mostrino docilità nell’ascoltarlo e nel seguirlo.
Disporsi all’ascolto e alla sequela produce infatti che si sperimentino i benefici dello stesso Cristo “pastore” che in quanto “agnello” non può non guidarci e sostenerci adeguatamente.
Gesù che ha condiviso le nostre stesse sofferenze addossandosi gli stessi dolori e al contempo condividendo tutte le nostre vicende, come pastore non può che comprenderci e indirizzarci verso sentieri adeguati per i nostri itinerari di vita; ci conduce verso il conseguimento delle mete e degli obiettivi a noi consoni orientandoci nei criteri di scelta vocazionale. E soprattutto conducendo ciascuno di noi alla meta universale della salvezza destinata a chiunque crede.

« Vi darò un cuore nuovo…metterò dentro di voi uno spirito nuovo »

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Publié dans : immagini sacre | le 9 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

LECTIO DIVINA DI EZECHIELE 36,16-28 – UN CUORE NUOVO…UNO SPIRITO NUOVO

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LECTIO DIVINA DI EZECHIELE 36,16-28 – UN CUORE NUOVO…UNO SPIRITO NUOVO

Settima lettura della veglia pasquale

6 Mi fu rivolta questa parola del Signore: 17 “Figlio dell’uomo, la casa d’Israele, quando abitava il suo paese, lo rese impuro con la sua condotta e le sue azioni. Come l’impurità di una donna nel suo tempo è stata la loro condotta davanti a me. 18 Perciò ho riversato su di loro la mia ira per il sangue che avevano sparso nel paese e per gli idoli con i quali l’avevano contaminato. 19 Li ho dispersi fra le genti e sono stati dispersi in altri territori: li ho giudicati secondo la loro condotta e le loro azioni. 20 Giunsero fra le nazioni dove erano spinti e disonorarono il mio nome santo, perché di loro si diceva: Costoro sono il popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese. 21 Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo, che gli Israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. 22 Annunzia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. 23 Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore – parola del Signore Dio – quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. 24 Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. 25 Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; 26 vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27 Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. 28 Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio.
L’ultima lettura anticotestamentaria della veglia pasquale si proietta nel tempo di Pentecoste come la promessa s’indirizza alla realizzazione. Il dono dello Spirito chiude infatti le meditazioni sull’itinerario della storia di salvezza, configurata e prefigurata nella prima Alleanza già a partire dalla Creazione.
Il profeta Ezechiele, sacerdote del tempio, è tra i primi deportati in Babilonia già undici anni prima della caduta di Gerusalemme. Nella prima parte del libro a lui attribuito gli viene trasmessa dal Signore una pesante, quanto inascoltata, serie di oracoli di giudizio contro Israele, sino alla rovina del 586 a.C. L’esperienza che egli fa di Dio è indicata dalla usuale formula profetica: la parola del Signore mi fu rivolta; oppure da la mano del Signore venne su di me o, inedita ancora, da lo spirito (ruach) mi sollevò o mi trasferì.
Questo spirito di Dio, presente nell’A.T., rigorosamente trascritto con la iniziale minuscola, nella progressività della rivelazione non è ancora una persona divina. Prima che lo spirito di Dio sia percepito come soffio creativo della Genesi, la ruach del Signore è stata intesa come categoria di prossimità del Dio trascendente, potente a investire un uomo per farne una “parola del Signore” o ”guida carismatica” di Israele, come in un travaso di potenza (Gdc 3,10; 6,34; 15,14; 1Sam 11,6; 19,20).[1] Così “Ruah definisce la libera volontà di relazione di Dio… ; ha senso solo a livello relazionale”.[2]
Perché d’altronde anche l’uomo, biblicamente, nella sua globalità complessa è spirito, ruach (gr. pneuma), come dimensione di energia, campo di percezione del divino.[3] Infatti nella prima Alleanza l’azione dello Spirito “rimaneva orientata verso la Creazione….appariva sempre come venuta da Dio e rivolta verso il mondo: eseguiva … la sua volontà, portava la sua parola…, irradiava sulla creazione”. Mentre nella nuova Alleanza “la sua opera è quella di orientare i cristiani a Dio , di suscitare in loro il dialogo con Lui. Non solo lo Spirito viene da Dio, ma ritorna a Dio, fa parlare a Dio”.[4]
Questo testo è tratto dalla terza parte del libro, che, a partire dalla distruzione di Gerusalemme, presenta inaspettatamente giudizi di salvezza. Già a una prima lettura si delinea questa struttura:

La casa d’Israele
Quando abitava il paese
Impurità – idolatria
Dispersione tra le genti
Profanazione del Nome
Santificazione del Nome
Ricomposizione dalle genti
Purificazione – cuore nuovo, spirito nuovo
Abiterete la terra
Mio popolo *

L’oracolo inizia con la rievocazione dello scenario di infedeltà ripetuto all’infinito dalla casa d’Israele in Canaan. Attraverso le rigide categorie linguistiche sacerdotali di purità-impurità, di santo–profano, si dice del fallimento, del non senso e della debolezza dell’uomo. Segue la disgregazione d’Israele come dispersione nei vari orizzonti della schiavitù. Qui Dio si scopre così strettamente legato al destino dell’uomo, così compagno di cammino e di disgrazia, da restare coinvolto anch’egli nella melma della deportazione. Questo Nome Santo (la sua essenza), disonorato davanti le genti – si ripete ben quattro volte – parlerebbe di un Dio impotente a salvare e perdente nella lotta. Ma a questo punto della parabola discendente in cui anche il Signore è sceso con l’uomo, quasi invischiato nella sua fragilità, il ciclo si inverte. Dio, come in una resurrezione, agisce per restaurare il suo nome, santificandolo davanti le genti. Sgorgante dalla gratuità più assoluta, l’immeritata salvezza sarà compiuta dal Signore stesso, perchè, se l’uomo può diventare infedele, egli… non può rinnegare se stesso (2Tim 2-13).
Ecco così accumularsi impetuosi i futuri di Dio per quattro lunghi versetti (vv 24-28): Vi prenderò…radunerò,… condurrò,..toglierò,… porrò,… come in un restauro della primitiva creazione.
Poiché indurirono il cuore come un diamante per non udire la legge e le parole che il Signore … rivolgeva loro mediante il suo spirito, per mezzo dei profeti del passato (Zc 7,12) sarà prima necessaria la eliminazione della sclerokardia con la radicale sostituzione del cuore (centro decisionale) che non ascolta con un cuore che ascolti (v. 26). Dopo sarà possibile l’effusione dello spirito, ormai destinato alla totalità del popolo, come principio operante e la santificazione (v. 23) e la particolare attitudine, ricevuta anch’essa in dono, a “vivere” la legge (v.27) come libera adesione interiore: “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo” (Ger 31,33).
Nuova alleanza che giungerà a compimento nel mistero pasquale di Cristo e nel dono conseguente dello Spirito come invochiamo in una versione lucana del Pater: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo Spirito su di noi e ci purifichi” (Lc 11,2- 3), mentre Paolo ci ricorda: “voi siete una lettera di Cristo…, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori” (2Cor 3,3). Sarà la inabitazione dello Spirito, nel tempo della Chiesa, che si misura a partire da:”il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2Cor 3,17).
In ultimo il ciclo si chiude con l’invito genesiaco “Abiterete la terra” e “voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” a rilanciare tra l’escaton e la storia la sfida di una comunione possibile.

[1] Soltanto nel Trito-Isaia (63,10.11), in epoca postesilica, e in Sl 51,13 appare la dizione spirito santo.
[2] Voce ruah, spirito in Diz. Teol. dell’A.T., Marietti 1982.
[3] Così come è carne, basar (gr. sarx), come dimensione di debolezza e creaturalità, campo di percezione dello spazio e del tempo. E’ anima, nefesh (gr. psichè), come dimensione di vitalità. E’ cuore, leb (gr. kardia), come dimensione razionale, campo di percezione del sé e degli altri.
[4] J. Guillet, Grands thèmes bibliques, pp 179-180

* sul sito lo schema è proposto in modo sfalzato, potete vedete dal link

Publié dans : BIBLICA: STUDI | le 9 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

corner prayer

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Publié dans : immagini sacre | le 7 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

LA PREGHIERA, UN DIALOGO GRATUITO D’AMORE

http://www.unionecatechisti.it/Catechesi/Schede/SpiritCat/Scheda02.htm

LA PREGHIERA, UN DIALOGO GRATUITO D’AMORE

Alcune definizioni della preghiera
La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti.
La preghiera è l’intrattenimento con Colui dal quale sappiamo di essere amati.
La preghiera è innanzitutto un dono di Dio.
È presa di coscienza della comunione d’amore che il Padre, per il Figlio Crocifisso risorto,
nello Spirito Santo realizza incessantemente in ognuno di noi.
Pregare: una decisione libera e gioiosa
La preghiera non è un  » dovere « ; non è una imposizione di Dio.
È un invito pressante come è pressante qualsiasi amore, ma sempre e soltanto un invito.
Dio non ci dice:  » Tu devi pregare! altrimenti … « .
Ci dice, come il fidanzato alla fidanzata:  » Ti invito a pregare. Ti aspetto.
Sono a tua disposizione. Vieni a vedermi. Vieni a parlare con me « .
Così noi dobbiamo accostarci alla preghiera  » nella libertà « :
abbiamo la possibilità, la fortuna inaudita di poter entrare in dialogo con Dio, nostro Padre.
Dobbiamo andare a pregare con la gioia con cui si va ad incontrare la persona che più amiamo.
Che cosa ci insegna l’Antico Testamento a proposito della preghiera?
L’Antico Testamento ci presenta l’esempio di grandi uomini di preghiera, come Abramo, Giacobbe, Mosè, Davide, i profeti, e ci offre il libro dei Salmi.
Qual è l’importanza dei Salmi?
I Salmi costituiscono il capolavoro della preghiera dell’Antico Testamento.
Presentano due componenti inseparabili: quella personale e quella comunitaria.
Abbracciano tutte le dimensioni della storia, facendo memoria delle promesse di Dio già realizzate ed esprimendo la speranza della venuta del Messia.
I Salmi valgono ancora oggi?
Usati da Cristo nella sua preghiera e pienamente attuati in lui, i Salmi sono un elemento essenziale e permanente della preghiera della sua Chiesa.
Sono adatti agli uomini di ogni condizione e di ogni tempo.
Che cosa ci insegna il Nuovo Testamento a proposito della preghiera?
Il Nuovo Testamento ci presenta innanzitutto la preghiera perfetta, che è la preghiera filiale di Gesù.
Fatta spesso nella solitudine e nel silenzio, la preghiera di Gesù comporta un’adesione piena d’amore alla volontà dei Padre, fino alla croce, e un’assoluta fiducia di essere esaudita.
Gesù ha pregato: un fatto che vince ogni obiezione contro la preghiera
È necessario comprendere nel giusto senso gli esempi e i testi della Scrittura e della storia dei santi che ci  » chiedono  » di pregare.
Bisogna capire bene le norme e le formule liturgiche della Chiesa, per esempio quella monizione del celebrante durante la messa:  » Pregate, fratelli! « .
lo prego perché voglio pregare, perché in me stesso dono un po’ di libertà allo Spirito Santo che mi vuole far « gridare »:  » Abbà, Padre! « .
Gesù ha pregato suo Padre insistentemente.
Ci ha detto di pregare:  » Vegliate e pregate « .
Ci ha anche insegnato come pregare.
Ci ha promesso il suo Spirito per renderci capaci di pregare.
Gli apostoli nel cenacolo  » erano assidui nella preghiera con Maria  » ( At 1,14 ).
I primi cristiani di Gerusalemme  » erano assidui nella frazione del pane e nella preghiera  » ( At 2,42 ).
San Paolo non cessava di raccomandare alle, sue comunità:
 » Pregate incessantemente  » ( 1 Ts 5,17 ) …
Ed è chiaro che tutti gli annunciatori della Parola di Dio e tutti i santi sono stati uomini di preghiera.
Tutti questi esempi e queste esortazioni sono le ragioni fondamentali e perfettamente sufficienti della nostra preghiera.
Esse rendono vane e inefficaci le montagne di critiche che  » l’uomo moderno  » rivolge oggi alla preghiera.
Ma più che risposte a delle obiezioni, per noi sono  » inviti  » a pregare nella luce e nella libertà della fede.
Per pregare bisogna credere; per credere bisogna pregare Si dice che non esiste una crisi della preghiera, esattamente come non esiste una crisi della fede.
La preghiera è l’espressione concreta e la pietra di paragone della nostra fede.
L’assenza di preghiera o l’accresciuta difficoltà nel pregare sono il test della mancanza di fede o della mancanza di serietà della fede.
Dovunque c’è una fede viva, sgorga o sta per sgorgare la preghiera, una preghiera che è libera e gioiosa decisione della fede, della responsabilità della fede.
In fondo si tratta perciò di comprendere che cos’è la preghiera cristiana ponendola all’interno della fede cristiana, scoprendo sempre meglio chi è il Dio vivente che diventa il Partner della nostra preghiera, e qual è il suo disegno sulla storia degli uomini di cui ci parla nella preghiera.
Non sarà forse inutile ricordare brevemente il  » significato  » della nostra preghiera di cristiani, e diventare così capaci di desiderarla con gioia

Publié dans : preghiera (sulla) | le 7 mai, 2019 |Pas de Commentaires »
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