Matteo 18,15-20

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10 SETTEMBRE 2017 | 23A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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10 SETTEMBRE 2017 | 23A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Come deve regolarsi la comunità cristiana di fronte a chi sbaglia? Può e deve intervenire, ma lo fa con amore e rispetto e senza avere fretta di escludere dalla comunione ecclesiale chi è andato fuori strada.

La parola di Dio
Ezechiele 33,7-9. Iahvè ha posto Ezechiele come « sentinella » per gli Israeliti, e lo invita ad avere il coraggio di parlare a nome suo, e di ammonire chi è infedele alla sua legge.
Romani 13,8-10. Continuiamo a leggere la lettera di Paolo ai Romani. Questa volta il tredicesimo apostolo ci invita ad amarci, perché l’amore – dice – è la legge del cristiano. Anzi, solo chi ama adempie e osserva pienamente la legge.
Matteo 18,15-20. Anche Gesù invita i suoi discepoli a richiamare chi sbaglia, ma dice di farlo senza avere fretta di escludere i peccatori dalla comunità. E assicura la sua presenza quando ci mettiamo in preghiera.

Riflettere
« Se tuo fratello commetterà una colpa contro di te », dice il vangelo. Ma l’espressione « contro di te » manca in molti dei manoscritti più importanti. Nell’intenzione di Matteo doveva essere una mancanza grave, tanto da coinvolgere la comunità attraverso un procedimenti in tre tempi (cf. D. J. Harrington, Il Vangelo di Matteo, Sacra pagina, Elledici).
Si pensa immediatamente alla sinagoga ebraica, dalla quale veniva escluso chiunque non accettasse la legge in tutte le sue implicanze. Ma il riferimento è puramente formale, perché la prassi della chiesa si poneva finalità ben diverse.
Il principio doveva essere quello espresso dalla frase conclusiva del paragrafo precedente, dove si dice che « è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda » (Mt 18,14).
La questione dunque è questa: come comportarsi quando un discepolo sbaglia e commette una colpa? La risposta di Gesù è articolata e apparentemente rigorosa, in realtà manifesta la stessa attenzione misericordiosa che ha caratterizzato la sua vita pubblica.
Le sue parole invitano a uno sforzo di ricupero verso chi ha sbagliato, a riconciliare un fratello, a non avere fretta di allontanare qualcuno dalla comunità.
Di fatto il passo di Matteo segue la parabola della pecora smarrita e precede la domanda di Pietro: « Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? ». « Settanta volte sette », risponde Gesù, suggerendo una misericordia senza limiti.
La prima cosa da fare, dice Gesù, è quella di non tirarsi indietro se vi è il dovere di correggere un fratello. Di non lavarsene le mani. E di intervenire di persona, incontrandolo a tu per tu, senza timidezze o disprezzo, senza avere fretta di rendere troppo presto le cose grosse, di lanciare denunce e scomuniche.
Quando ci si parla, diventa più facile riconoscere l’errore che si è commesso. Ma si potrà capire se si tratta davvero di una mancanza che rompe davvero la comunità, oppure di qualcosa che ci dà fastidio per motivi personali e diversi, di certi formalismi propri di una religione settaria. Diceva padre Ernesto Balducci, con la consueta efficacia: « Perché non siamo riconcilianti? Perché in noi non ha avuto adeguata signoria la parola del Signore. Hanno avuto signorìa altre parole ».
Leggiamo Ezechiele che dice: « O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia ». Ma noi ci attacchiamo invece a parole che non vengono della bocca di Dio e pensiamo che tutto ciò che ci passa per la testa sia volontà di Dio e al posto di essere uomini di riconciliazione diventiamo all’interno delle nostre comunità seminatori di divisione.
Dopo aver provato a riconquistare il fratello « fra te e lui solo », il vangelo suggerisce: « prendi con te due o tre persone ». Magari chi è più capace di te di intervenire. E non tanto perché il giudizio diventi più ufficiale e rigido, quanto perché il dialogo diventi più convincente e sia più facile « guadagnare il fratello ».
Ma se anche questo non funziona, il vangelo insiste: allora « dillo all’assemblea » (il termine usato è ecclesìa), cioè coinvolgi l’intera comunità, soprattutto nei responsabili. Ma ancora una volta come estremo tentativo di ricuperare il fratello.
Se anche questo tentativo fallisce, è contemplato infine il caso in cui l’individuo non voglia saperne di abbandonare un atteggiamento negativo. Allora può essere un dovere allontanare il recidivo dalla comunità, proprio perché essa possa essere se stessa e non ne venga intaccata la sua fisionomia introducendovi delle grosse divisioni.
Ma più che una vera e propria espulsione, si tratta semplicemente di una presa d’atto di una situazione sostanzialmente inaccettabile; non quindi di una visione diversa delle cose. Perché una comunità matura non emargina nessuno, e permette a visioni diverse e non di sostanza di poter convivere.
Il brano si conclude con l’assicurazione che la preghiera di due persone che vivono in comunione viene ascoltata. Gesù garantisce la sua presenza quando due o tre sono riuniti nel suo nome.
Anche in questo caso, l’obiettino è la fraternità. Se i cristiani non sono divisi, ma vivono la riconciliazione e l’amicizia, potranno contare sulla presenza di Gesù e l’efficacia piena della preghiera.

Attualizzare
Il cuore del messaggio di questa domenica è la parola di Paolo: « Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole » (Rm 13,8).
La parola di Dio di questa domenica fa riferimento alla vita della prima comunità cristiana a cui si riferisce spesso l’evangelista Matteo. Non si tratta di una chiesa di perfetti: ci sono tra loro arrivisti e ambiziosi, ma anche situazioni gravemente in contrasto con il vangelo e che, oltre a scandalizzare i credenti più fragili, disorientano l’intera comunità.
Ebbene, di fronte a questi problemi che nascono inevitabilmente in una comunità che cresce, l’intento è quello di lasciarsi guidare dall’amore e dal desiderio della riconciliazione. « Ama e fa ciò che vuoi », dice sant’Agostino. « Sia che tu taccia, taci per amore, sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che tu perdoni, perdona per amore ».
Anche l’antico testamento conosceva l’importanza del richiamo fraterno. Oltre al brano di Ezechiele, « sentinella » di Iahvè, invitato a vigilare sul comportamento del popolo e a richiamare chi sbaglia, ricordiamo ciò che diceva la legge: « Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni » (Dt 19,15).
Naturalmente qui si parla di fatti gravi, di mancanze pubbliche che possono danneggiare la comunità. Fatti che rendono indubbiamente ogni dialogo difficile. Non sarà mai semplice richiamare un ladro, un giovane tossicodipendente o addirittura uno spacciatore di droga, un industriale fuori legge, un marito/una moglie infedeli. Paolo richiama i Corinzi per un grave caso di immoralità (« Si sente dovunque parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra i pagani, al punto che uno convive con la moglie di suo padre » (1Cor 5,1).
Di fronte a questo impegno potrebbe esserci chi dice: « Io mi faccio gli affari miei! »; oppure, sul versante opposto, può esserci chi si sente rispondere: « Pensa per te! Impicciati degli affari tuoi ». E il dialogo si tronca sul nascere.
Non c’è dubbio però che Gesù abbia voluto affidare agli apostoli e a Pietro in particolare il « potere » di rimettere o di non rimettere questo tipo di mancanze, che possono disorientare la comunità ecclesiale.
Ma le parole di Gesù ci dicono che una eventuale esclusione dalla comunità è un fatto grave, e si deve sentire la responsabilità di farla precedere da un dialogo fraterno e serrato che ha come obiettivo il ricupero di chi è fuori strada.
Come ha fatto lui, che ha sempre avuto un occhio di riguardo e di preferenza per i peccatori e gli esclusi.
Compassione e misericordia sono parole importanti nel vocabolario ecclesiale. Ognuno di noi sa per esperienza personale che il bene lo compiamo a occhi aperti e a volte con una certa fatica, mentre un comportamento sbagliato è spesso frutto di debolezza.
Abbiamo in noi una forza di attrazione e una fragilità che ci fanno scegliere il male anche quando vediamo lucidamente che sarebbe meglio scegliere il bene. Come dice Paolo: « Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio » (Rm 7,19).
Come comportarsi allora quando un discepolo sbaglia e fa del male a qualcuno? Purtroppo la prima nostra reazione è spesso quella di spargere la notizia ai quattro venti, ad amici e conoscenti. Ci piace mettere il naso negli affari altrui, spettegolare. Magari non lo facciamo con cattiveria, forse pensiamo che, parlandone, in qualche modo qualcuno avrà il coraggio di avvisare chi sta sbagliando.
Eppure, entrando in dialogo « a tu per tu », da soli, come dice il vangelo, si capirebbero molte cose. L’altro potrebbe spiegarsi, giustificarsi. Si riuscirebbe a entrare nella sua pelle e capire meglio le motivazioni del suo comportamento.
Ciò che stiamo dicendo, può essere applicato magnificamente anche all’interno di quella cellula di chiesa che è la famiglia. Il parlarsi, costruire un clima di dialogo aperto e costruttivo, potrebbe risolvere tante rotture e superare tanti conflitti. Ma si deve essere animati da sincero amore per volerlo fare. Il più delle volte si lascia correre, lasciando che i rapporti si logorino.
Ma anche sul posto di lavoro, dove i conflitti nascono spesso da banalità e quotidiane rivalità, poi però durano nel tempo. Il 2 ottobre è la giornata internazionale della non violenza. Ebbene, una ditta di prodotti omeopatici festeggia con solennità ogni anno questa giornata per proporsi il miglioramento dei rapporti tra i dipendenti all’interno dell’azienda. Convinti che è importante superare il clima di conflittualità nei rapporti di lavoro, anche per migliorare la produzione.
Anche ciò che dice Gesù della preghiera esaudita di due persone che si accordano e che vivono la fraternità, si applica bene alla famiglia. Qui Gesù si rende presente, quando ci si sente uniti nel suo nome.
Ma, concludendo, di fronte al problema della correzione fraterna, la prima verifica da fare è quella di domandarci se le nostre comunità cristiane sono costruite sulla fratellanza vera, in modo che un intervento di questo tipo sia possibile. Gesù dice: « Se il tuo « fratello » commette una colpa… ». Siamo davvero una comunità di fratelli, o persone anonime che una volta ogni tanto si ritrovano negli stessi banchi in chiesa?
Perché, se si è comunità, non sarà difficile scoprire anche la propria responsabilità nei confronti di chi ha sbagliato. In ogni caso è l’intera comunità che si trova impegnata verso il fratello in difficoltà, nello stesso sforzo di ricupero, di riconversione.
Un caso particolare di « correzione fraterna » è quello verso chi è in autorità nella chiesa e nella società. « Ci sono troppi silenzi pericolosi, nella politica, nell’economia, nella scuola, nella famiglia: silenzi che fanno tanto male a tutti.. » (mons. Antonio Riboldi). A volte l’autorità può essere di scandalo presso la gente del popolo, esercitare il potere in modo ingiusto.
Gesù ha graffiato i farisei e i maestri della legge coraggiosamente, smascherando la loro ipocrisia, la loro vanità e la loro cupidigia. Lo ha fatto anche per aiutare gli indifesi ad aprire gli occhi.
Correggere fraternamente chi è in autorità e in generale chi va quasi orgoglioso del proprio comportamento ingiusto è una cosa difficile. Ma chi potrebbe intervenire si assume una grande responsabilità a tacere, perché proprio per la posizione che occupa, chi è in autorità si trova nelle condizioni di scandalizzare di più, se non addirittura di impedire la costruzione della comunità.
Naturalmente chi è in autorità dovrebbe dimostrarsi disponibile alla correzione, costruirsi meno castelli e steccati, manifestare meno sicurezza.
Ma quando non ci si sente di correggere fraternamente chi è in autorità non è leale sparlare, criticare negativamente, contribuire a fare il vuoto attorno al responsabile. In ogni caso il rifiuto radicale del dialogo, la quasi soddisfazione per aver trovato il superiore in difetto, non ha nulla a che vedere con il comportamento di Gesù nei confronti dell’autorità ebraica. Bisogna saper sorridere sui piccoli difetti, che non intaccano la sostanza. Però chiudere un occhio su tutto è segno di superficialità, è non prendere sul serio il ruolo decisivo dell’autorità nella comunità e l’impegno di evangelizzazione a cui la chiesa è chiamata.

È il modo che conta
« Ho imparato molto dai cani. Anni fa, facevo ingoiare tutti i giorni una cucchiaiata d’olio di fegato di merluzzo al mio cucciolo di pastore tedesco. Lo tenevo per il collo, gli aprivo la bocca a forza per fargli entrare il cucchiaio. Un giorno, il cane mi sfuggì di mano, rovesciando la medicina sul pavimento. Poi cominciò a leccare il cucchiaio. L’olio di fegato gli piaceva, ma non il mio modo di darglielo » (Emily Ann Smith) .

Amare la verità
« Chi fa il male e poi vuole che nessuno glielo contesti, è testimone di fronte alla sua coscienza di amare se stesso più della verità. Tutti però sappiamo che nessuno vive in modo da non peccare in qualcosa, e quindi solo chi non pretende di essere dichiarato giusto da chiunque, contro ogni verità, desidera davvero di far trionfare la verità più di se stesso. Pietro infatti accettò il rimprovero di Paolo, e Davide ascoltò con umiltà un suddito che lo riprendeva, perché i superiori onesti, capaci di non cedere all’orgoglio, ritengono un devoto ossequio da parte dei sudditi il manifestare onestamente la verità. Occorre quindi che l’esercizio del potere sia moderato da sistemi che diano la possibilità ai sudditi di manifestare liberamente le loro giuste opinioni » (san Gregorio Magno).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 8 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Creazione della luce

19_Richmond_Creation of light

Publié dans : immagini sacre | le 6 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

BONAVENTURA DA BAGNOREGIO – IL MONDO È « VESTIGIO DELLA SAPIENZA DI DIO »

http://disf.org/bonaventura-libro-natura-dio

BONAVENTURA DA BAGNOREGIO – IL MONDO È « VESTIGIO DELLA SAPIENZA DI DIO »

da Collationes in Hexämeron, XII, 14-17 – XIII, 12

Rifacendosi implicitamente alla visione del libro in Ap 5,1 e forse di Ez 2,9, per Bonaventura la natura, ovvero la creatura sensibile, è un libro scritto fuori; le creature razionali, sono un libro scritto dentro, perché posseggono una coscienza; la Sacra Scrittura è un libro scritto sia dentro (significati impliciti da trarre), sia fuori (significati espliciti). Questi sono i tre “aiuti” mediante i quali la ragione e la fede ascendono alla contemplazione delle idee esemplari del Creatore
14. Sia la ragione sia la fede conducono alla considerazione di questi splendori esemplari, ma vi è anche un ulteriore triplice aiuto per raggiungere le ragioni esemplari; ed è l’aiuto della creatura sensibile, l’aiuto della creatura spirituale, e l’aiuto della Scrittura sacramentale, che contiene i misteri. Riguardo al mondo sensibile, tutto il mondo è ombra, via, vestigio; ed è il libro scritto di fuori. Infatti in ogni creatura rifulge l’esemplare divino; ma rifulge permisto alla tenebra; ed è come una certa opacità mista alla luminosità. Inoltre tutto il mondo è anche una viache conduce nell’esemplare. Come tu puoi osservare che un raggio di luce che entra attraverso una finestra viene diversamente colorato a seconda dei diversi colori delle diverse parti; così il raggio divino rifulge in modo diverso nelle singole creature e nelle diverse proprietà. È detto nella Sapienza: Nelle sue vie si manifesta [Sap 6,16]. Ancora, il mondo è vestigio della sapienza di Dio. Onde la creatura non è che un certo simulacro della sapienza di Dio, e quasi una certa scultura. E da tutto questo il mondo risulta come un libro scritto al di fuori.
15. Quando, dunque, l’anima mira queste cose, le sembra che si dovrebbe passare dall’ombra alla luce, dalla via alla meta, dal vestigio alla verità, dal libro alla vera scienza che è in Dio. Leggere questo libro è possibile solo agli uomini di altissima contemplazione; ma non è possibile ai filosofi naturali, che conoscono solo la natura delle cose; ma non la riconoscono come vestigio.
16. Altro aiuto per raggiungere l’esemplare eterno, è offerto dalla creatura spirituale, che è come lume, come specchio, come immagine, come libro scritto all’interno. Infatti, ogni creatura o sostanza spirituale è lume; onde è detto nel Salmo: Risplende su di noi, Signore, la luce del tuo volto [Sal 4,7]. Ma assieme a questo, la sostanza spirituale e anche specchio, perché accoglie e rappresenta in se stessa tutte le cose; ha poi anche la natura del lume, affinché giudichi anche intorno alle cose. Infatti tutto il mondo si descrive nell’anima. Inoltre, la sostanza spirituale è anche immagine dell’esemplare eterno; poiché, infatti, è lume e specchio che raccoglie le immagini delle cose, per questo è anche immagine. Infine, come conseguenza di tutto questo, la sostanza spirituale è anche il libro scritto all’interno. Onde nessuno e nessuna cosa può entrare nell’intimità dell’anima, tranne il semplice. Questo poi significa entrare nelle potenze dell’anima; perché, secondo Agostino [De Trinitate, XII, 1, 1], l’intimità dell’anima è la sua sommità; e quanto una potenza è più intima, tanto più è sublime. Questi aiuti li hanno anche i maghi del Faraone.
17, I maghi del Faraone non ebbero però il terzo aiuto, che è quello della Scrittura sacramentale. Ora, tutta la Scrittura è il cuore di Dio, la bocca di Dio, la penna di Dio, il libro scritto fuori e dentro. È detto nel Salmo: Effonde il mio cuore liete parole, io canto al re il mio poema. La mia lingua è stilo di scriba veloce [Sal 44,2]. Dove tutto viene indicato: il cuore è di Dio; la bocca è del Padre; la lingua è del Figlio; lo stilo è dello Spirito santo. Infatti, il Padre parla per mezzo del Verbo o della lingua; ma chi porta a compimento e lo affida alla memoria è lo stilo dello scriba. La Scrittura, dunque, è la bocca di Dio; onde Isaia rimprovera: Guai a voi!… Siete partiti per scendere in Egitto [Is 30,1-2]. Cioè, vi dedicate alle scienze mondane, e non avete interrogato la bocca di Dio [Is 30,2], cioè non interrogate la sacra Scrittura. Infatti, non deve taluno rifugiarsi e confidare nelle altre scienze per conoscere la verità con certezza, se non ha la testimonianza a monte; cioè la testimonianza di Cristo, di Elia, di Mosè; la testimonianza cioè del nuovo testamento, dei profeti e della Legge. Inoltre, la Scrittura è la lingua di Dio; onde si dice nel Cantico: C’è miele e latte sotto la tua lingua [Ct 4,11]; e nel Salmo: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole; più del miele per la mia bocca [Sal 118,103]. Questa lingua dà sapore ai cibi, onde questa Scrittura è paragonata ai pani, che hanno sapore e ristorano. Ancora, la Scrittura è la penna di Dio, e questi è lo Spirito santo. Poiché, come chi scrive può attualmente scrivere le cose passate, le cose presenti, e le cose future; così sono contenute nella Scrittura le cose passate, le cose presenti e le cose future. Onde la Scrittura è il libro scritto al di fuori, perché contiene belle narrazioni storiche e ammaestramenti sulle proprietà delle cose. Ed è anche il libro scritto all’interno, perché contiene misteri e letture diverse.
È certo che l’uomo non decaduto aveva cognizione delle cose create, e, mediante la loro rappresentazione si portava in Dio per lodarlo, venerarlo, amarlo. Per questo sono appunto le creature, e pertanto così si riconducono in Dio. Ma l’uomo, decadendo a causa del peccato, perdette questa cognizione e non vi era più chi riconducesse le cose in Dio. Onde questo libro, cioè il mondo, era come morto e cancellato. Si rese pertanto necessario un altro libro, mediante il quale il libro del mondo fosse illuminato, e che accogliesse le metafore delle cose. Ora la Scrittura è proprio questo libro che pone le similitudini, le proprietà e le metafore delle cose, scritte nel libro del mondo. Pertanto, il libro della Scrittura è restauratore di tutto il mondo, per conoscere, lodare e amare Dio.

Bonavenutura da Bagnoregio, Collationes in Hexämeron, tr. it.: La sapienza cristiana. Le collationes in Hexaemeron, a cura di V. Cherubino Bigi e I. Biffi, Jaca Book, Milano 1985, pp. 175-177, 183-184

Publié dans : San Bonaventura da Bagnoregio, SCRITTI | le 6 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

La gioia cristiana (il fiore stava sotto questo tema)

happy in Christ

Publié dans : immagini | le 4 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

13 CONSIGLI DEI PRIMI CRISTIANI PER VIVERE CON GIOIA

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13 CONSIGLI DEI PRIMI CRISTIANI PER VIVERE CON GIOIA

Se teniamo lo sguardo fisso sulle cose dell’eternità, i contrattempi non ci abbatteranno e la prosperità non ci riempirà di superbia
La vita dei primi cristiani è piena di un’allegria traboccante, perché sanno che stanno facendo in ogni momento della loro giornata ciò che il Signore vuole da loro. La loro gioia non dipende dallo stato d’animo, né dalla salute o da qualsiasi altra causa umana, ma dalla vicinanza di Dio, che è il motivo della loro felicità profonda e senza paragoni.
La loro allegria è capace di sussistere in mezzo a tutte le prove, anche nei momenti più duri e oscuri, come la persecuzione e il martirio. La loro gioia è inoltre contagiosa: trasmetterla è il tesoro più prezioso che possono offrire a quanti li circondano. Molte persone hanno trovato e trovano Dio vedendo l’allegria dei cristiani.

“Ogni persona allegra agisce bene, pensa bene e calpesta la tristezza. La persona triste invece agisce sempre male”
(Erma, “Il Pastore”, II secolo)

Nel suo libro “Il Pastore”, Erma – fratello di papa Pio I –, a metà del II secolo, offre ai cristiani una serie di raccomandazioni sull’importanza di evitare la tristezza e di essere allegri.

1. Lungi da te la tristezza e non angustiare lo Spirito Santo che abita in te, perché non si rivolga a Dio contro di te e si allontani da te. 6. Lo Spirito di Dio dato a questa carne non tollera né tristezza né angustia (Erma, Il Pastore, Comandamenti, 10, 2-4)

2. Rivestiti, dunque, di gioia che è sempre gradita a Dio e gli è accetta. In essa si diletta. Ogni uomo allegro opera bene, pensa bene e disprezza la mestizia.

Invece l’uomo triste si comporta sempre male. Prima agisce male perché contrista lo Spirito Santo che fu dato gioioso all’uomo, poi, contristando lo Spirito Santo, compie l’ingiustizia di non supplicare Dio e di non confessarsi a Lui. La preghiera dell’uomo triste non ha mai la forza di salire all’altare del Signore (Erma, Il Pastore, Comandamenti, 10, 2-4)

3. I santi, mentre vivevano in questo mondo, erano sempre allegri, come se stessero sempre celebrando la Pasqua (Sant’Atanasio, Lettera, 14, 1-2)

4. Sarai sempre allegro e contento, se in tutti i momenti rivolgi a Dio la tua vita, e se la speranza del premio addolcisce e allevia le pene di questo mondo (San Basilio Magno, Omelia sulla gioia, 25)

5. “Chi pratica la misericordia – dice l’Apostolo – lo faccia con gioia”: questa prontezza e questa diligenza raddoppieranno il premio della tua elargizione. Perché ciò che si offre malvolentieri e per forza non risulta in alcun modo gradevole o bello (San Gregorio Nazianzeno, Dissertazione sull’amore per i poveri, 14)

6. Come avete sentito nella precedente lettura nella quale l’Apostolo diceva: “Rallegratevi nel Signore sempre” (Fil 4, 4), la carità di Dio, o fratelli carissimi, ci chiama, per la salvezza delle nostre anime, alle gioie della beatitudine eterna. Le gioie del mondo vanno verso la tristezza senza fine. Invece le gioie rispondenti alla volontà del Signore portano alle gioie durature ed intramontabili coloro che le coltivano assiduamente. Perciò l’Apostolo dice: “Ve lo ripeto ancora: rallegratevi” (Fil 4, 4).

Egli esorta ad accrescere sempre più la nostra gioia in Dio mediante l’osservanza dei suoi comandamenti, perché quanto più avremo lottato in questo mondo per obbedire ai precetti del Signore, tanto più saremo beati nella vita futura, e tanto maggior gloria ci guadagneremo agli occhi di Dio (Sant’Ambrogio, Trattato sulla Lettera ai Filippesi, 1)

7. I seguaci di Cristo vivono contenti e allegri e si gloriano della loro povertà più che i re del loro diadema (San Giovanni Crisostomo, Omelia su San Matteo, 38)

8. Sulla terra perfino l’allegria finisce in tristezza, ma per chi vive secondo Cristo anche le pene si trasformano in gioia (San Giovanni Crisostomo, Omelia su San Matteo, 18)

9. Se teniamo lo sguardo fisso sulle cose dell’eternità e siamo persuasi che tutto ciò che è di questo mondo passa e termina, vivremo sempre contenti e resteremo saldi nel nostro entusiasmo fino alla fine. Il contrattempo non ci abbatterà né la prosperità ci riempirà di superbia, perché considereremo entrambe le cose come caduche e transitorie (Cassiano, Istituzioni, 9)

10. La gioia nel Signore sia sempre crescente, la gioia nel mondo sia sempre più debole fino a spegnersi. Queste cose non si dicono perché quando siamo in questo mondo non dobbiamo avere delle gioie, ma perché, pur situati in questo mondo, dobbiamo già godere nel Signore (Sant’Agostino, Discorso 171, 1)

11. Allora grande e perfetta sarà la gioia, allora pienezza di gaudio, dove non ci allatta più la speranza ma ci nutre il possesso. E tuttavia anche fin d’ora,prima che arrivi per noi il possesso, prima che noi arriviamo al possesso, godiamo nel Signore. Perché non è piccola la gioia che ci viene dalla speranza, a cui poi seguirà il possesso (Sant’Agostino, Discorso 21, 1)

12. Perché non c’è nulla di più infelice della felicità di coloro che peccano
(Sant’Agostino, La vita felice, 10)

13. Questo erano i primi cristiani, e questo dobbiamo essere noi cristiani di oggi: seminatori di pace e di gioia, della pace e della gioia che ci ha portato Gesù (San Josemaría Escrivá, Es Cristo que pasa, 30)

Tratto dal libro Orar con los primeros cristianos, di Gabriel Larrauri (Ed. Planeta)

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Publié dans : meditazioni | le 4 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

La Croce di Cristo

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Publié dans : immagini sacre | le 1 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

3 SETTEMBRE 2017 | 22A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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3 SETTEMBRE 2017 | 22A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Donare la propria vita senza pentimenti e tentennamenti, fino alla croce. È questa la vocazione del cristiano. È stato così per Gesù, per Paolo, per Geremia.

La parola di Dio
Geremia 20,7-9. Geremia, non vorrebbe fare il profeta tra la sua gente in un tempo difficile, si sente ingannato e deriso. Nonostante tutto prevale in lui il desiderio di essere fedele: « Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre », dice arrendendosi alla missione a cui viene chiamato.
Romani 12,1-2. Paolo esorta i cristiani a offrirsi a Dio « come sacrificio vivente », a essere genuini, non piattamente condizionati. A mettere a disposizione tutta la loro persona per ciò che è buono e giusto secondo Dio.
Matteo 16,21-27. Dopo la coraggiosa e sorprendete professione di fede di Pietro che abbiamo ricordato domenica scorsa, Gesù parla della sua passione, morte e risurrezione. Ma Pietro, sentendo parlare di croce, non condivide e non l’accetta. E Gesù lo rimprovera.

Riflettere
Pietro ha appena professato la sua fede in Gesù: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! » (Mt 16,16), ma Matteo non teme di ridimensionare immediatamente la fede di Pietro con questo nuovo episodio.
Gesù si accorge che l’atteggiamento della chiesa ebraica si fa sempre più minaccioso nei suoi confronti e vuole preparare i suoi amici a quella che apparirà come una tragica sconfitta. Tuttavia come ogni volta che Gesù entra in questo argomento, e anche adesso, gli apostoli manifestano la loro delusione e il loro disorientamento.
È Pietro che prende la parola, il generoso e l’entusiasta Pietro. Anche questa volta è lui il portavoce degli apostoli. « Dio non voglia, Signore; questo non accadrà mai! »: è la sua reazione e quella degli altri, ed è carica di tutta l’amicizia e l’affetto di cui era capace.
Ma la frase è anche in linea con la fede appena manifestata a Cesarea: una fede vincente, fondata sul riconoscimento della grandezza di Gesù. Per ogni buon ebreo il messia non avrebbe mai potuto essere uno sconfitto.
Gesù però non coglie gli aspetti apparentemente positivi della frase di Pietro e ha verso di lui parole durissime: « Va’ dietro a me, Satana! ».
Gesù sa che la croce per lui sarà l’occasione di portare a termine fino in fondo il piano di Dio, che è così che dimostrerà la serietà di quanto ha predicato e il suo amore profondo per l’uomo. Gesù non ama la croce, ne ha paura, e Pietro con le sue parole glielo ricorda, gli si pone come tentazione con i suoi ragionamenti umani.
Una tentazione, ricordiamolo, che lo accompagnerà sempre, sin dall’inizio, prima di iniziare la vita pubblica, quando per 40 giorni fu tentato nel deserto, e alle tante volte che il popolo vorrà proclamarlo re, al momento decisivo della crisi nell’orto del Getzemani, prima della croce…
« Cari amici », ha detto Benedetto XVI ai giovani della GMG di Madrid, « spesso la croce ci fa paura, perché sembra essere la negazione della vita. In realtà, al contrario, è il sì di Dio all’uomo, l’espressione massima del suo amore ».
Gesù sa che se vorrà essere fedele fino in fondo dovrà inevitabilmente giungere a quella tragica conclusione. La scelta della croce lo accompagnerà a ogni passo, come conseguenza della decisione di scegliere come unica proposta di vita la missione di portare a termine la missione del Padre.
Sarà questa anche la vocazione di ogni vero discepolo di Cristo: seguire il suo stile di vita, fare le sue scelte, accettare la logica del vangelo. Scrive Paolo ai cristiani di Filippi: « A voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui » (1,29).
Prendere la croce, nelle affermazioni di Gesù, vuol dire orientarsi decisamente verso un tipo di esistenza che può comportare lotte, umiliazioni, povertà, privazioni per rimanere fedeli, anche a costo di rimetterci ogni cosa, compresa la vita.
Una croce che non è cercata per se stessa, frutto di autolesionismo. Neanche per Gesù. La croce diventa semplicemente il segno di un amore senza misura e per questo apre a una vita non persa ma realizzata.
Come Cristo ha salvato il mondo con il suo apparente fallimento, giungendo al culmine della sua azione salvifica proprio nel momento della sua Pasqua, così anche per i discepoli, ogni volta che sopportano sofferenza e annientamento per non cedere al compromesso, per essere fedeli, diventano causa di salvezza, manifestazione della potenza di Dio, che dona al mondo la vita per mezzo della loro morte: « Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto » (Gv 12,24).

Attualizzare
Quello della croce è diventato certo un discorso duro per le nostre comunità. Se ne parla con una certa rassegnazione e diventa un fatto incomprensibile, accettato spesso con cuore chiuso. È necessario quindi un vero cambiamento di mentalità, una conversione. La croce, infatti, in quanto insieme di difficoltà e privazioni che sono conseguenza di scelte evangeliche, è un fatto positivo e salvifico, e rientra nella logica vincente di Dio.
La via della croce, che era vista come una maledizione per l’uomo, un supplizio infamante, è motivo di onore e di gloria per il cristiano. Se nella sua vita mancasse questa componente dovrebbe probabilmente dubitare della verità del suo amore e della sua fedeltà a Dio.
Il martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (+ 1857), volendo far conoscere dalla prigione le tribolazioni nelle quali ogni giorno era immerso, scrive: «  »Questo carcere è davvero un’immagine dell’inferno eterno: ai crudeli supplizi di ogni genere, come i ceppi, le catene di ferro, le funi, si aggiungono odio, vendette, calunnie, parole oscene, false accuse, cattiverie, giuramenti iniqui, maledizioni e infine angoscia e tristezza… In mezzo a questi tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la grazia di Dio sono pieno di gioia e letizia, perché non sono solo, ma Cristo è con me ».
Passiamo gran parte delle nostre giornate a liberarci dalle sofferenze, a cercare di curarci per stare meglio, a migliorare il nostro benessere e quello della nostra famiglia. Tutte cose legittime. Ma se vivremo una vita aperta e ci impegneremo a fondo mettendoci del nostro per far sì che le cose nella società e nel mondo attorno a noi cambino in meglio, sappiamo che tutto questo avrà un prezzo.
Anche solo sul piano dell’efficienza umana, nulla si ottiene senza sforzo: dal voler provare la gioia di un’escursione in montagna, al miracolo del mettere al mondo una nuova vita, al semplice superamento di un esame scolastico, è solo andando contro se stessi e al proprio istinto che si possono raggiungere questi obiettivi.
Non illudiamoci. La gioia, l’amore comunitario e una certa vitalità propria della vita evangelica possono a volte farci pensare che il cristiano sia chiamato a una vita di efficienza e non a quella mortificante della croce.
C’è addirittura chi immagina che al cristiano quasi per un privilegio venga negata quella componente di vita dura a cui ogni uomo è costretto dalla natura. Essere dalla parte di Dio significa essere dalla parte vincente, ma non in modo automatico, e non sempre in questa vita.
Pietro afferma che Gesù è il messia, il Figlio di Dio (Mt 16,16), ma in questo riconoscimento non è del tutto disinteressato. La sua cultura gli fa pensare a un messia vincente e sotto sotto pensa di essere coinvolto in questa aspettativa di gloria. D’altra parte non è gli facile in questo momento vedere fino in fondo le cose con gli occhi di Dio, e ragiona come ogni persona di buon senso: « Per carità: questo non ti accada mai! ».
Invece chi ha fede sul serio, di fronte alla croce non si ribella e non bestemmia: sa che la croce è la conseguenza di una donazione a Dio senza riserve. Non l’accetta quindi come un’eventualità indesiderata, ma come uno strumento, il segno di una fedeltà.
Seguire Cristo ha questo significato. Avere fede può voler dire essere disposti a perdere umanamente tutto: il cristiano questo lo sa e non lo teme. « Il male prende la forma di una croce che scava la carne, che piega sotto il dolore: sembra solo sofferenza e umiliazione, e lo è effettivamente, ma è la forma di un amore totale che fa dono di sé fino alla fine… » (Paola Bignardi).
A questa croce è andata incontro Annalena Tonelli, che fece sin da bambina la scelta degli ultimi: « Scelsi di essere per gli altri – i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati – che ero una bambina e così sono stata, e confido di continuare a essere, fino alla fine della mia vita ». Andò incontro alla croce in Somalia la sera del 5 ottobre 2003. Mentre visitata i suoi malati, fu uccisa da un colpo di pistola sparato da gente che aveva scelto di servire.
I nostri ragionamenti umani possono diventare addirittura di inciampo agli altri. Ogni volta che come Pietro consideriamo la sofferenza e la morte come un pericolo da evitare, diventiamo di scandalo, impediamo agli altri di realizzare il piano di Dio nella loro vita.
La logica di Dio è senza dubbio una logica vincente, ma la risurrezione, che è una realtà esaltante, passa attraverso la croce. Non si arriva alla risurrezione scavalcando la sofferenza, ma accettandola.

Margherita, la mamma di san Giovanni Bosco
« Mamma, – chiese don Bosco alla mamma – non verreste a fare da mamma ai miei poveri ragazzi? ». « Se ti pare che tal cosa faccia piacere al Signore, io sono pronta a partire subito ». Margherita lasciò le sicurezze di una vecchiaia gioiosa, attorniata dall’affetto dei suoi nipoti, e si dedicò ad altri figli per dieci lunghi anni, a partire da quel 3 novembre del 1846, quando si mise in cammino verso la grande città, Torino.
Don Bosco e la mamma vissero in povertà e iniziarono a ospitare in casa i ragazzi orfani o privi di una educazione adeguata: il primo bussò alla porta in una sera piovosa e Mamma Margherita gli preparò un lettuccio accanto al fuoco. Da quel giorno Margherita si diede da fare per la cucina e per rammendare gli abiti dei suoi nuovi figli, si dedicò all’orto dell’Oratorio e, come una buona madre, si mise soprattutto a diffondere calore e affetto.
Ebbe un momento di cedimento quando i ragazzi gli devastarono l’orto, distruggendo l’ultimo legame che aveva con la sua vita contadina. Disse: « Giovanni, sono stanca. Lasciami tornare ai Becchi! ». Don Bosco guardò il volto di sua madre e le indicò il crocifisso sulla parete. Lei chinò la testa e tornò a ricucire i vestiti dei suoi ragazzi.

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 1 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

La Maddalena

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PAPA FRANCESCO – IL MISTERO DELLA PAZIENZA DI DIO

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2013/documents/papa-francesco-cotidie_20130628_pazienza-divina.html

PAPA FRANCESCO – IL MISTERO DELLA PAZIENZA DI DIO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 28 giugno 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 148, Sab. 29/06/2013)

Non esiste «un protocollo dell’azione di Dio sulla nostra vita», ma possiamo esser certi che, prima o poi, egli interviene «a modo suo». Per questo non dobbiamo farci prendere dall’impazienza o dallo scetticismo, anche perché quando ci scoraggiamo e «decidiamo di scendere dalla croce, lo facciamo sempre cinque minuti prima della rivelazione». È questo invito a saper accettare e a riconoscere i tempi di Dio quello che il Papa ha rivolto durante la messa celebrata questa mattina, venerdì 28 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Tra i presenti, personale della Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, guidato dal direttore Patrizio Polisca.
Dio cammina sempre con noi «e questo è sicuro» ha detto il Pontefice. «Dal primo momento della creazione — ha spiegato — il Signore si è coinvolto con noi. Non ha creato il mondo, l’uomo, la donna, e li ha lasciati. Ci ha creati a sua immagine e somiglianza». Dunque fin dall’inizio dei tempi c’è «questo coinvolgimento del Signore nella nostra vita, nella vita del suo popolo», perché «il Signore è vicino al suo popolo, molto vicino. Lui stesso lo dice: quale popolo sulla terra ha un Dio tanto vicino come voi?».
«Questa vicinanza del Signore — ha affermato Papa Francesco — è un segno del suo amore: lui ci ama tanto che ha voluto camminare con noi. La vita è un cammino che lui ha voluto fare insieme a noi. E sempre il Signore entra nella nostra vita e ci aiuta ad andare avanti». Ma, ha precisato, «quando il Signore viene, non sempre lo fa alla stessa maniera. Non esiste un protocollo dell’azione di Dio sulla nostra vita. Una volta lo fa in una maniera, un’altra volta lo fa in un’altra maniera. Ma lo fa sempre. Sempre c’è questo incontro fra noi e il Signore».
Nel passo del vangelo di Matteo (8, 1-4) della liturgia del giorno «abbiamo visto — ha evidenziato il Santo Padre — come il Signore entra subito nella vita di questo lebbroso». Racconta l’evangelista che «quando Gesù scese dal monte molta folla lo seguì. Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”. Tese la mano e lo toccò dicendo: “Lo voglio!”». Dunque Gesù interviene «subito: la preghiera e il miracolo».
Al contrario, nella prima lettura, tratta dal libro della Genesi (17, 1.9-10.15-22), «vediamo — ha spiegato il Papa — come il Signore entra nella vita di Abramo passo dopo passo, lentamente. Quando Abramo aveva ottantanove anni», Dio gli aveva assicurato la nascita di un figlio. «Oggi abbiamo letto che a novantanove anni, dieci anni dopo, gli promette un figlio. Sono passati dieci anni. I saggi ci dicono: per il Signore un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno» ha sottolineato il Pontefice.
«Il Signore — ha proseguito — segue sempre il suo modo di entrare nella nostra vita. Tante volte lo fa tanto lentamente che noi siamo nel rischio di perdere un po’ la pazienza: “ma, Signore, quando?”. E preghiamo e preghiamo, ma non viene il suo intervento sulla nostra vita». Altre volte, invece, «pensiamo a quello che il Signore ci ha promesso, ma è tanto grande che siamo un po’ increduli, un po’ scettici, e come Abramo un po’ di nascosto sorridiamo».
Infatti il brano della Genesi «ci dice che Abramo nasconde la sua faccia e sorride. Un po’ di scetticismo: “Ma come io, a cent’anni quasi, avrò un figlio e mia moglie a novant’anni avrà un figlio!”». E «lo stesso — ha aggiunto il Pontefice — farà Sara alle Querce di Mamre, quando i tre angeli» ripetono l’annuncio «ad Abramo mentre lei era un po’ nascosta dietro la porta della tenda: spiava sicuro per sentire di cosa parlavano gli uomini, ma questo è sempre successo… E lei, quando ha sentito questo, sorrise. Sorrise di scetticismo».
Lo stesso accade anche a noi, come ha fatto notare Papa Francesco: «Quante volte, quando il Signore non viene, non fa il miracolo e non ci fa quello che noi vogliamo che lui faccia, diventiamo o impazienti — “ma non lo fa!” — o scettici: “non può farlo!”».
«Il Signore prende il suo tempo — ha continuato il Pontefice — ma anche lui, in questo rapporto con noi, ha tanta pazienza. Non soltanto noi dobbiamo avere pazienza. Lui ne ha, lui ci aspetta. E ci aspetta fino alla fine della vita, insieme al buon ladrone che proprio alla fine ha riconosciuto Dio. Il Signore cammina con noi, ma tante volte non si fa vedere, come nel caso dei discepoli di Emmaus».
«Il Signore — ha detto ancora il Santo Padre — è coinvolto nella nostra vita, questo è sicuro, ma tante volte non lo vediamo. E questo ci chiede pazienza. Ma il Signore, che cammina con noi, anche lui ha tanta pazienza con noi: il mistero della pazienza di Dio che, nel camminare, cammina al nostro passo»
«Alcune volte — ha spiegato Papa Francesco — nella vita le cose diventano tanto oscure. C’è tanto buio. E noi abbiamo voglia, se siamo in difficoltà, di scendere dalla croce. E questo è il momento preciso: la notte è più buia quando è prossima l’aurora. E sempre, quando noi scendiamo dalla croce, lo facciamo cinque minuti prima che venga la rivelazione. È il momento dell’impazienza più grande». Qui ci viene in aiuto l’insegnamento di Gesù, che «sulla croce sentiva che lo sfidavano: “scendi, scendi, vieni!”». Ci vuole perciò «pazienza fino alla fine, perché lui ha pazienza con noi. Lui entra sempre. Lui è coinvolto con noi. Ma lo fa a modo suo e quando lui pensa che sia meglio, ci dice soltanto quello che ha detto ad Abramo: “Cammina nella mia presenza e sii perfetto, sii irreprensibile”: è proprio la parola giusta».
Il Pontefice ha concluso l’omelia pregando il Signore perché conceda a tutti la grazia di «camminare sempre nella sua presenza cercando di essere irreprensibili. Questo è il cammino con il Signore e lui interviene, ma dobbiamo aspettare: aspettare il momento camminando sempre nella sua presenza e cercando di essere irreprensibili».

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