Chiesa di San Pietro e Paolo, (Ohio)

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PIETRO E PAOLO: LA CONVERSIONE E IL MARTIRIO

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PIETRO E PAOLO: LA CONVERSIONE E IL MARTIRIO

Domenica 29 giugno, Santi Pietro e Paolo. «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente!» così risponde Simone, figlio di Giona, alla domanda di Gesù: «Voi chi dite che io sia?» Il Voi dice che l’interrogativo era diretto a tutti i Suoi apostoli; ma è Pietro che risponde? a nome di tutti. È Pietro che riconosce in Gesù di Nazaret: il Cristo ossia il Messia; il Figlio di Dio… il Vivente! Ma tale risposta impone a Cristo una precisazione; quindi dice: Pietro, questa tua confessione ha origine in Dio, ti è stata rivelata dal Padre mio… non è cosa tua!

DI SANDRO SPINELLI

25/06/2003 di Archivio Notizie

Domenica 29 giugno, Santi Pietro e Paolo: «Ora sono veramente certo che il Signore mi ha strappato dalla mano di Erode» (At 12,1-11); «Benedetto il Signore che libera i suoi amici» (Salmo 33); «Ora per me è pronta la corona di giustizia» (2 Tm 4,6-8.17-18); «Tu sei Pietro: a te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16,13-19)

DI SANDRO SPINELLI
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente!» così risponde Simone, figlio di Giona, alla domanda di Gesù: «Voi chi dite che io sia?» Il Voi dice che l’interrogativo era diretto a tutti i Suoi apostoli; ma è Pietro che risponde? a nome di tutti. È Pietro che riconosce in Gesù di Nazaret: il Cristo ossia il Messia; il Figlio di Dio… il Vivente! Ma tale risposta impone a Cristo una precisazione; quindi dice: Pietro, questa tua confessione ha origine in Dio, ti è stata rivelata dal Padre mio… non è cosa tua!
Ora noi possiamo goderne perché con questa risposta-confessione di Pietro, è stato stretto un nuovo legame tra la conoscenza umana e il mistero del Dio vivente! In un altro momento della storia e in un’altra regione, un legame altrettanto nuovo è stato allacciato tra il Mistero e Saulo di Tarso. Soltanto Dio Padre poteva rivelare persuasivamente a Saulo tutto quanto è riferito a Suo Figlio Gesù e così penetrare e abbattere la barriera dell’opposizione che questo servo fervente dell’Antico aveva eretta.
Il Signore s’è fatto conoscere da quest’uomo dopo averlo disarcionato dal suo cavallo e averlo accecato. Cioè dopo aver annullato i punti che egli riteneva sua forza. Così Saulo risulta essere tra i primi uomini della storia umana per i quali Cristo divenne «segno di contraddizione», ma nei quali a vincere fosse Cristo e non l’uomo. Anzi, con sorpresa grande per noi, proprio questa opposizione di Saulo, si è dimostrata un terreno particolarmente fertile perché vi possa attecchire e fiorire la rivelazione di Cristo Gesù.
Cristo Gesù ha poi unito le anime di questi due: di Simone al quale il Signore stesso ha dato nome Pietro e di Saulo che – dopo la sua elezione ad Apostolo – ha cominciato a chiamarsi Paolo. Li ha quindi condotti a Roma dove hanno edificato e glorificato la Chiesa. Ora noi, chiesa fondata da Cristo sui pilastri che sono gli Apostoli, possiamo contemplare tutte le grandi opere di Dio (Atti 2, 11) che si sono attuate in questi due testimoni del Signore: l’apostolato svolto e il martirio subito.
Ci sono, nella Cappella Paolina in Vaticano, due grandi affreschi di Michelangelo – gli ultimi della sua attività di pittore (circa il 1550); descrivono: la conversione di Paolo e il martirio di Pietro. È di grande potenza espressiva l’economia di composizione; in entrambi gli affreschi, una linea verticale taglia dall’alto in basso lo spazio dell’opera; intorno a questo asse l’artista ha quindi realizzato il suo lavoro. Ebbene, nella conversione di Paolo (a sinistra entrando nella Cappella) questa linea verticale è costituita dall’accecante bagliore che dal cielo, da Dio tocca Paolo che sta correndo sul suo cavallo… ne arresta la sua prepotente azione e la converte in potenza missionaria. Nel martirio di Pietro (parete destra, entrando) la linea compositiva è costituita dall’asse verticale della croce che porta il martire a testa in giù. Qui, la fierezza dello sguardo di Pietro punta diritta all’osservatore e pare interrogarlo: «Per Cristo, sei disposto anche tu a questo?».
Paolo e Pietro sono – con evidenza – due vasi di creta che sanno e possono contenere e ridonare la grandezza di Dio: cioè la Sua Presenza tra gli uomini, la santità ch’è sola del Signore, l’efficacia di ogni azione compiuta in Suo nome. In tal modo ci è dato riconoscere che i vasi di creta, nelle mani di Dio diventano roccia! Roccia ferma e sicura a cui approdare per assaporare la salvezza, su cui sostare per vivere in pace, su cui continuare il lavoro di edificazione del Regno di Dio che è la Chiesa. È proprio grazie alla Chiesa che tutto il contenuto di questa festa… si dipana in tutti i giorni della storia e in ogni luogo della terra a favore di ciascun uomo. È proprio grazie alla Chiesa che la nostra fede continua ad essere alimentata dall’eredità di Pietro capo e garante, e dall’eredità di Paolo: il grande missionario appassionato solo della proclamazione del Vangelo.
L’odierno brano di Vangelo si conclude, infine, parlando di chiavi; ed è proprio a questo versetto che si riferiscono le due chiavi incrociate che si trovano nello stemma papale. Queste stanno ad indicare il potere che Gesù ha dato ai suoi apostoli: «tutto ciò che legherete sulla terra, sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierete sulla terra, sarà sciolto nei cieli». Avere le chiavi è infatti il segno della potestà. Da quel giorno… tutto ciò che è stato legato qui, sulla terra è rimasto legato anche nei cieli e tutto quanto che è stato sciolto qui sulla terra, è rimasto sciolto anche nei cieli; infatti ai Suoi apostoli Cristo ha dato il potere di sigillare durante il progredire della storia e ha garantito che parimenti è sigillato nella gloria del regno che non passa.
Questa festa di Pietro e Paolo è dunque celebrazione dell’unità del gregge di Cristo. In Pietro e nei suoi successori troviamo il criterio sicuro di permanenza nella genuina tradizione evangelica, la garanzia della fede e l’esperienza della continua rigenerazione del perdono offerto dal Signore Gesù.

ss. Pietro e Paolo

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Publié dans : immagini sacre | le 27 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II (2001)

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SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II (2001)

Venerdì 29 giugno 2001

1. « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16,16).

Quante volte abbiamo ripetuto questa professione di fede, pronunciata un giorno da Simone, figlio di Giona, nei pressi di Cesarea di Filippo! Quante volte io stesso ho trovato in queste parole un sostegno interiore per proseguire nella missione che la Provvidenza mi ha affidato!
Tu sei il Cristo! L’intero Anno Santo ci ha portati a fissare lo sguardo su « Gesù Cristo unico salvatore, ieri, oggi e sempre ». Ogni celebrazione giubilare è stata un’incessante professione di fede in Cristo, rinnovata in modo corale a duemila anni dall’Incarnazione. Alla domanda, sempre attuale, di Gesù ai suoi discepoli: « Voi chi dite che io sia? » (Mt 16,15), i cristiani del Duemila hanno risposto ancora una volta unendo le loro voci a quella di Pietro: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ».
2. « Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli » (Mt 16,17).
Dopo due millenni, la « roccia » su cui è fondata la Chiesa resta sempre la stessa: è la fede di Pietro. « Su questa pietra » (Mt 16,18) Cristo ha costruito la sua Chiesa, edificio spirituale che ha resistito all’usura dei secoli. Certamente, su basi semplicemente umane e storiche non avrebbe potuto reggere all’assalto di tanti nemici!
Nel corso dei secoli, lo Spirito Santo ha illuminato uomini e donne, di ogni età, vocazione e condizione sociale, per farne « pietre vive » (1 Pt 2,5) di questa costruzione. Sono i santi, che Dio suscita con inesauribile fantasia, ben più numerosi di quanti ne additi solennemente la Chiesa ad esempio per tutti. Una sola fede; una sola « roccia »; una sola pietra angolare: Cristo, Redentore dell’uomo.
« Beato te, Simone figlio di Giona »! La beatitudine di Simone è la stessa di Maria santissima, alla quale Elisabetta disse: « Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore » (Lc 1,45). E’ la beatitudine riservata anche alla comunità dei credenti di oggi, alla quale Gesù ripete: Beata te, Chiesa del Duemila, che custodisci intatto il Vangelo e continui a proporlo con rinnovato entusiasmo agli uomini dell’inizio di un nuovo millennio!
Nella fede, frutto del misterioso incontro tra la grazia divina e l’umiltà umana che ad essa si affida, sta il segreto di quella pace interiore e di quella gioia del cuore che anticipano in qualche misura la beatitudine del Cielo.

3. « Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede » (2 Tm 4,7).
La fede si « conserva » donandola (cfr Enc. Redemptoris missio, 2). E’ questo l’insegnamento dell’apostolo Paolo. Ciò è avvenuto da quando i discepoli, il giorno di Pentecoste, usciti dal Cenacolo e sospinti dallo Spirito Santo, si mossero in ogni direzione. Questa missione evangelizzatrice prosegue nel tempo ed è la maniera normale con cui la Chiesa amministra il tesoro della fede. Di questo suo dinamismo tutti dobbiamo essere attivamente partecipi.
Con tali sentimenti rivolgo il mio più cordiale saluto a voi, cari e venerati Fratelli, che oggi mi fate corona. In modo speciale saluto voi, cari Arcivescovi Metropoliti, nominati nel corso dell’ultimo anno e venuti a Roma per il tradizionale rito dell’imposizione del Pallio. Voi provenite da ventuno Paesi dei cinque continenti. Nei vostri volti contemplo il volto delle vostre Comunità: un’immensa ricchezza di fede e di storia, che nel Popolo di Dio si compone e si armonizza come in una sinfonia.
Saluto anche i novelli Vescovi, ordinati nel corso di quest’anno. Anche voi provenite da varie parti del mondo. Nelle diverse membra del corpo ecclesiale, che voi qui rappresentate, ci sono speranze e gioie, ma non mancano certo le ferite. Penso alla povertà, ai conflitti, talora persino alle persecuzioni. Penso alla tentazione del secolarismo, dell’indifferenza e del materialismo pratico, che mina il vigore della testimonianza evangelica. Tutto ciò non deve affievolire, ma intensificare in noi, venerati Fratelli nell’Episcopato, l’ansia di recare la Buona Novella dell’amore di Dio ad ogni essere umano.
Preghiamo perché la fede di Pietro e di Paolo sostenga la nostra comune testimonianza e ci renda disponibili, se necessario, a giungere sino al martirio.
4. Fu proprio il martirio il suggello della testimonianza resa a Cristo dai due grandi Apostoli che oggi celebriamo. A distanza di qualche anno l’uno dall’altro, versarono il loro sangue qui a Roma, consacrandola una volta per sempre a Cristo. Il martirio di Pietro ha segnato la vocazione di Roma come sede dei suoi successori in quel primato che Cristo gli conferì a servizio della Chiesa: servizio alla fede, servizio all’unità, servizio alla missione (cfr Enc. Ut unum sint, 88).
E’ pressante quest’anelito alla totale fedeltà al Signore; si fa sempre più intenso il desiderio della piena unità di tutti i credenti. Mi rendo conto che, « dopo secoli di aspre polemiche, le altre Chiese e Comunità ecclesiali sempre più scrutano con uno sguardo nuovo tale ministero di unità » (ivi, 89). Ciò vale in modo particolare per le Chiese Ortodosse, come ho potuto notare anche nei giorni passati, nel corso della mia visita in Ucraina. Quanto vorrei che s’affrettassero i tempi della riconciliazione e della reciproca comunione!
In tale spirito, sono lieto di rivolgere il mio cordiale saluto alla Delegazione del Patriarcato di Costantinopoli, guidata da Sua Eminenza Jeremias, Metropolita di Francia ed Esarca di Spagna, che il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I ha inviato per la celebrazione dei santi Pietro e Paolo. La loro presenza aggiunge una particolare nota di gioia alla nostra festa. Intercedano per noi i Santi Apostoli, affinché il nostro impegno congiunto possa sollecitare e preparare la ricomposizione di quell’unità, piena ed armonica, che dovrà caratterizzare la Comunità cristiana nel mondo. Quando questo avverrà, sarà più facile al mondo riconoscere il volto autentico di Cristo.
5. « Ho conservato la fede »! (2 Tm 4,7). Così afferma l’apostolo Paolo facendo il bilancio della sua vita. E sappiamo in quale modo la conservò: donandola, diffondendola, facendola fruttificare il più possibile. Sino alla morte.
Allo stesso modo, la Chiesa è chiamata a conservare il « deposito » della fede, comunicandolo a tutti gli uomini e a tutto l’uomo. Per questo il Signore l’ha inviata nel mondo, dicendo agli Apostoli: « Andate, e fate discepole tutte le nazioni » (Mt 28,19). Questo mandato missionario è più che mai valido ora, all’inizio del terzo millennio. Anzi, di fronte alla vastità del nuovo orizzonte, esso deve ritrovare la freschezza degli inizi (cfr Enc. Redemptoris missio, 1).
Se san Paolo vivesse oggi, come esprimerebbe l’anelito missionario che ha contrassegnato la sua azione a servizio del Vangelo? E san Pietro non mancherebbe certo di incoraggiarlo in questo generoso slancio apostolico, dandogli la sua destra in segno di comunione (cfr Gal 2,9).
Affidiamo, pertanto, all’intercessione di questi due Santi Apostoli il cammino della Chiesa all’inizio del nuovo millennio. Invochiamo Maria, la Regina degli Apostoli, perché ovunque il popolo cristiano cresca nella comunione fraterna e nello slancio missionario.
Possa quanto prima l’intera comunità dei credenti proclamare con un cuor solo e un’anima sola: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! ». Tu sei il nostro Redentore, il nostro unico Redentore! Ieri, oggi e sempre. Amen.

 

La partenza di Abramo da Ur

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Publié dans : immagini sacre | le 26 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

GENESI 12,1-4A – COMMENTO BIBLICO

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GENESI 12,1-4A – COMMENTO BIBLICO

In quei giorni, 1 il Signore disse ad Abràm: « Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. 2 Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione.
3 Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra ».
4 Allora Abràm partì, come gli aveva ordinato il Signore.

COMMENTO
Genesi 12,1-4a

La chiamata di Abramo
Nella seconda parte della Genesi (Gn 12-50) si narrano le vicende dei Patriarchi, i quali sono presentati non solo come i progenitori, ma anche come i modelli di Israele nel suo rapporto con Dio. Il primo di essi è Abram, al quale verrà poi cambiato il nome in Abraham (Abramo: cfr. Gn 17,5). Abramo non è soltanto il primo dei patriarchi ma è anche quello che ha suscitato maggiore interesse nella riflessione religiosa di Israele. Nel ciclo a lui dedicato (Gn 12,1 – 25,18) si nota però una sproporzione tra la lunghezza del racconto e la povertà del materiale narrativo in esso contenuto. In realtà la storia di Abramo è costruita mediante un accavallarsi di racconti che spesso non sono altro che narrazioni dello stesso fatto desunte da diverse tradizioni. Molti racconti sono eziologie riguardanti l’origine di un luogo di culto. Dio è presentato come colui che dirige gli avvenimenti, entrando personalmente in scena e manifestando direttamente il suo volere.
Nelle vicende di Abramo si intrecciano due temi di grandissima importanza, quello relativo alle promesse divine e quello della fede con cui l’uomo si apre a Dio e alla sua iniziativa salvifica. La fede di Abramo è presentata non come qualcosa di perfetto fin dall’inizio ma piuttosto come un atteggiamento interiore che si sviluppa e giunge a maturazione attraverso difficoltà e prove, cadute e riprese coraggiose.
La vicenda di Abramo si apre con la sua chiamata da parte di Dio. Questa è presentata in un testo probabilmente di origine piuttosto tardiva (Gn 12,1-9) come l’atto di nascita di Israele. La liturgia ne riprende solo i primi versetti. Dio si rivolge ad Abramo con queste parole: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti indicherò» (v. 1). Praticamente Dio gli chiede di abbandonare tutti i suoi legami naturali: patria, clan, famiglia. A quel tempo ciò significava trovarsi soli di fronte a un mondo ostile e pieno di pericoli (cfr. Gn 4,14). Dio inoltre chiede ad Abram di avviarsi verso un paese di cui non gli indica il nome e l’ubicazione. Il lettore può supporre che si tratti della terra di Canaan, verso la quale si era diretto Terach con la sua famiglia (cfr. 11,31), ma Dio non lo dice, e neppure spiega quale sarà il suo rapporto con tale paese. Ad Abramo non resta altro che andare verso l’ignoto, lasciandosi guidare ciecamente da Dio.
Alle richieste divine corrispondono due promesse. Anzitutto Abramo sarà il progenitore di un grande popolo. Umanamente parlando questa promessa non è realizzabile, perché, come il narratore ha annotato poco prima (Gn 11,30), la moglie di Abramo, Sarai, è sterile. Inoltre Dio benedirà Abramo, cioè, secondo la mentalità biblica, lo riempirà di favori e di benessere sia in campo materiale che spirituale. Inoltre renderà grande il suo nome, cioè lo renderà celebre: la grandezza del nome va di pari passo con il possesso di un grande potere. Questa promessa si aggancia al racconto della torre di Babele, dove si dice che l’umanità, ancora indivisa, aveva voluto farsi un nome, e con esso una potenza, mediante la costruzione della torre (cfr. Gn 11,4), e proprio per questo era stata dispersa: per volontà di Dio Abramo diventerà strumento di quell’unità che gli uomini avevano invano cercato di ottenere. Ciò non avrà però lo scopo di aumentare il suo potere, ma di realizzare un bene che viene da Dio e riguarda tutti.
Inoltre Dio farà di Abramo una benedizione. Questa promessa viene specificata in due affermazioni. Anzitutto Dio benedirà quelli che lo benediranno, e maledirà quelli che lo malediranno. Ciò significa che Abramo troverà in Dio la sua costante protezione, in quanto coloro che vorranno fargli del male saranno immediatamente puniti da Dio. Inoltre in lui tutte le famiglie della terra «si diranno benedette», cioè si augureranno l’una all’altra di essere benedette come Abramo (cfr. Gn 48,20); questa promessa ha un’apertura universalistica, che è resa esplicita nella traduzione greca dei LXX e nelle citazioni del NT, dove l’espressione «In te si diranno benedette» è tradotta «In te saranno benedette». Il nome di Abramo viene dunque usato per benedire e, di conseguenza, la benedizione di Abramo passerà a una moltitudine sterminata di gente. È chiaro che ciò avverrà mediante la sua discendenza. Questa promessa è in stridente contrasto con l’insicurezza a cui Abramo deve andare incontro lasciando la propria famiglia e con il fatto che egli non può avere un figlio.
Di fronte alla richiesta e alle promesse divine, Abramo non parla ma si mette in viaggio portando con sé il nipote Lot (v. 4a). In tal modo Abramo è presentato come il modello di una fede radicale nella parola di Dio.
A queste informazioni la tradizione sacerdotale ne aggiunge altre che non sono riprese dalla liturgia: Abramo aveva allora settantacinque anni e, lasciata Carran con la moglie, il nipote e tutti i suoi beni, giunse nella terra di Canaan (vv. 4b-5): in base ai dati riportati precedentemente (cfr. Gn 11,26.32) risulta che Abramo ha dovuto effettivamente separarsi da suo padre Terach che, al momento della sua partenza, era ancora vivo. La migrazione di Abramo richiama da vicino quella dei giudei ritornati nella loro terra al termine dell’esilio.
Il racconto continua con l’arrivo di Abramo a Sichem, presso la Quercia di More; il narratore annota che «nel paese si trovavano allora i cananei» (v. 6b). È solo in questo momento che Dio fa ad Abramo la terza promessa, quella cioè di dare proprio quella terra alla sua discendenza (v. 7). Anche qui si nota un evidente contrasto tra la promessa divina e l’impossibilità, umanamente parlando, che essa si attui. Per gli esuli, che vedevano tutte le difficoltà di un ritorno in quella che consideravano come la loro patria, doveva essere di grande incoraggiamento il potersi rifare a questa promessa totalmente gratuita di cui era portatore il loro lontano antenato. Ancora una volta Abramo tace. Ma proprio in quel luogo costruisce un altare al Signore. Poi si sposta verso sud e si accampa vicino a Betel, dove costruisce un altro altare e invoca il nome di JHWH; infine scende nel deserto del Negev e vi si stabilisce. Questi altari, eretti in una terra abitata da popolazioni straniere, sono piccoli segni di una fede che resiste alla prova e sa attendere che Dio attui le promesse.

Linee interpretative
La chiamata di Abramo ha tutte le caratteristiche dei numerosi racconti di vocazione che si trovano nella Bibbia. Essa mette in luce un progetto divino in base al quale verrà ridata a tutta l’umanità la salvezza (benedizione) persa col peccato. Dio conferisce dunque ad Abramo e, per mezzo suo, al popolo che nascerà da lui non un privilegio, ma un servizio di ampiezza universale. La benedizione che gli è promessa consiste in un grande benessere materiale, che viene visto come conseguenza di una vita giusta. È proprio questo benessere materiale che fa di lui il modello del giusto che attua nella sua vita una totale sottomissione a Dio e per questo viene riempito di doni da parte sua.
Nella risposta silenziosa del patriarca appaiono i connotati essenziali di una autentica esperienza di fede: ascolto, abbandono delle proprie sicurezze, fiducia, disponibilità a mettersi in cammino. Il suo atteggiamento non ha nulla però di una sottomissione cieca e meccanica. L’obbedienza a un comando preciso è una metafora per indicare la sua piena partecipazione a un progetto divino che lo supera, che forse non capisce fino in fondo, ma che dà un senso alle sue scelte di vita. Questo progetto consiste nella nascita di una nuova umanità il cui collante non sarà il potere ma l’amore. L’obbedienza incondizionata a questo progetto dovrà essere la caratteristica fondamentale del popolo che da lui nascerà. In questa prospettiva appare chiaro che non solo per Abramo, ma anche per tutti gli israeliti l’elezione ha senso unicamente se comporta la ricerca di un modo di essere che diventi esempio e modello per tutta l’umanità.

(tema delle letture)

GIOVANNI-PAOLO-II-NON-ABBIATE-PAURA

Publié dans : immagini sacre | le 23 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

25 GIUGNO 2017 | 12A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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25 GIUGNO 2017 | 12A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
« Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio », dice Gesù. Gesù parla agli apostoli e ai missionari e li incoraggia a non essere deboli e timorosi nella loro testimonianza, riponendo la propria sicurezza in Dio.

La parola di Dio
Geremia 20,10-13. Geremia è stato profeta in un periodo difficile della storia di Israele. Ha conosciuto persecuzione, carcere duro e morte in esilio. È un modello per chi non deve arrendersi nell’annunciare la parola di Dio.
Romani 5,12-15. Paolo afferma che come il peccato e la morte sono entrati nel mondo a causa del primo uomo, la salvezza è venuta da Gesù, l’uomo nuovo: una salvezza ben più significativa, avendo dato inizio a una nuova umanità.
Matteo 10,26-33. Continua la lettura del capitolo decimo di Matteo. Chi annuncia il vangelo, dice Gesù, lo deve fare con grande slancio e senza temere le difficoltà, i contrasti e la stessa persecuzione.

Riflettere
Geremia ha profetato tra il 626 a.C. e il 587. Soprattutto negli ultimi vent’anni è stato coinvolto con la storia del suo popolo, che subì due deportazioni per opera di Nabuccodonor, re di Babilonia: la prima nel 597, la seconda nel 587, con la distruzione della città, del tempio, della deportazione dei superstiti e dello stesso re Sedecia.
Sin dal 605 Nabuccodonosor governa sulla Palestina e Geremia invita la popolazione ad accettare questa sottomissione in attesa di tempi migliori, immaginando e minacciando, a nome di Dio, le tragiche conseguenze di una ribellione. Come avverrà.
Geremia fa il profeta quasi contro voglia: « Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me.… » (20,7).
Geremia veniva accusato di scoraggiare la gente e i soldati, fu gettato in una cisterna e poi fu anche lui deportato e probabilmente morì in Egitto.
L’esperienza della coraggiosa e contrastata predicazione di Geremia, si collega al capitolo 10 di Matteo, dove Gesù, scelti i dodici apostoli, li manda in missione, lasciando però ad essi alcune avvertenze, che dovranno caratterizzare il loro comportamento, ma anche l’incoraggiamento a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e ai contrasti a cui andranno incontro.
Gesù in poche battute ripete per tre volte l’invito a « non avere paura ». « Non abbiate paura degli uomini », dice. Parole che sanno di incoraggiamento, di consolazione, di sicurezza. Parole amiche, di chi prevede per i suoi seguaci tempi duri e vuole infondere coraggio. Parole che sanno di realismo, perché è inevitabile che chi segue lui vada incontro alla croce e alla persecuzione.
Parole accompagnate da alcuni passaggi forti, per far capire chi è che dà la forza di superare la paura: « Abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo… » (Mt 10,28). Parole che intendono infondere coraggio e spingere gli apostoli a buttarsi senza riserve nella missione, sapendo di avere Dio dalla loro parte. Nel parallelo passo di Luca si legge: « Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il regno » (Lc 12,32).
La preoccupazione, la paura, può sorgere proprio dall’inadeguatezza e dalla sproporzione delle forze in campo di fronte alla costruzione del regno, e ai poteri forti che potrebbero contrastarle, ma Gesù assicura quel piccolo manipolo di persone che potranno sempre contare su un Padre che si curerà di loro, soprattutto nel momento della difficoltà. L’importante è che, più che ricercare di accrescere la loro forza nelle risorse umane, non perdano la fede in Dio.
« Nessun passero cade a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati » (Mt 10,30-31). È questa la certezza che l’ultima parola la dirà colui che ci manda ad annunciare agli altri la sua parola. Anche gli esseri più piccoli, i passeri, e la cosa più insignificante, i nostri capelli, sono nelle mani del Padre, che se ne prende cura.
« Quello che io vi dico nelle tenebre, voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze » (Mt 10, 27), dice Gesù, che chiede agli apostoli un entusiasmo che non ammette timidezze. Chi si mette al suo seguito deve essere mosso da forti convinzioni, dal bisogno di gridare a tutti la gioia e le convinzioni che si porta dentro.
È un parlare che fa pensare inoltre alla capacità di presentare quel che ha detto Gesù non solo in modo aperto e pubblico, senza complessi di inferiorità o « rispetto umano », ma anche facendo uso, diremmo oggi, di tutti quegli strumenti nuovi (tecnologici) che possano rendere più trasparente il messaggio.
« Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32). Non dimentichiamo che Gesù queste parole le dice a uomini che lo abbandoneranno nel momento del pericolo, che diranno di non conoscerlo, per paura della persecuzione.

Attualizzare
Si direbbe che la persecuzione sia parte integrante dell’annuncio del vangelo. Gesù avvisa i suoi sin dall’inizio. Li ha appena scelti e li manda in missione. Ma li mette immediatamente in guardia. Li rende consapevoli che le sue parole non giungeranno a gente disposta a riceverle, ma, proprio perché si tratta di parole liberanti, quindi spesso provocatorie e alternative, sono destinate a non essere immediatamente e facilmente accolte, anzi rifiutate, contrastate, impedite.
Gli Atti degli apostoli ci raccontano che la persecuzione ha accompagnato la chiesa sin dai primi decenni. L’apostolo Giacomo, il diacono Stefano, Pietro e Giovanni hanno sperimentato con il carcere e la vita che la messa in guardia di Gesù non era tanto per dire. Ci sarà sempre chi si difenderà con ogni mezzo alla novità del vangelo, chi non vorrà abbandonare le proprie concezioni di vita e tradizioni.
La storia della chiesa rivela, sin dagli inizi, due movimenti in parallelo. Da una parte la straordinaria audacia e infaticabilità dei primi cristiani e dall’altra la persecuzione, i contrasti. Curiosa però questa intolleranza verso i cristiani, fino a diventare in ogni tempo autentica persecuzione, carcere, martirio. Perché ci si difende dai cristiani, perché danno fastidio e vengono perseguitati o derisi, emarginati? Perché chi è al potere teme coloro che parlano solo di amore, di fraternità, di giustizia?
Ma è stato così in ogni epoca, soprattutto quando il vento dello Spirito ha soffiato più forte e le istituzioni si sono sentite minacciate. Anche oggi in molte nazioni i cristiani subiscono persecuzione, carcere, emarginazione. Sono oltre un centinaio all’anno i missionari che vengono assassinati.
Ma anche nei paesi della democrazia avanzata e del benessere, il cristianesimo conosce l’emarginazione e chi si dichiara cristiano è talvolta oggetto di irrisione e di indifferenza. Molti si vergognano di dirsi cristiani, non si fanno riconoscere, temono di apparire poco moderni, poco aperti, troppo ossequienti ai preti e alla chiesa. Si mimetizzano per evitare disagi, opposizioni, contrapposizioni.
L’impressione è che se le chiese nei giorni di festa sono ancora abbastanza frequentate, si tratta sovente di un cristianesimo vissuto per abitudine. La vita reale sembra rimanere fuori e ogni cristiano vive i propri valori in solitudine, tra l’indifferenza dei più.
I cristiani nella nostra società non appaiono protagonisti e non sono per lo più persone di rottura. Molte battaglie condotte dai vertici sembrano dettate dalla paura di scomparire, lasciano i cristiani indifferenti, mentre il profumo delle verità evangeliche non si diffonde nei media moderni e non riesce a farsi strada, a raggiungere chi è vittima di un pensare comune piatto e scontato.
Il vero cristianesimo dovrebbe modificare profondamente la società e investire i rapporti umani. Il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, ha scritto qualche tempo fa ai suoi diocesani invitandoli al « rispetto e alla gentilezza, che aiutano a umanizzare il territorio: a fare un piacere gratuito, a dare volentieri la precedenza o a cedere un posto, a coltivare sentimenti di fiducia più che di diffidenza…. ». E di fronte al grave problema della casa, ha esortato: « Oso rivolgermi anzitutto alle comunità parrocchiali, agli istituti religiosi, alle realtà del mondo cattolico e alle famiglie che possiedono diverse unità abitative disponibili, perché si offrano a condividere almeno parte delle rispettive proprietà, dandole in locazione a prezzi accessibili ».
La parola di Dio ci invita a ricuperare il coraggio della testimonianza. Ispirandoci alla tenacia di Geremia, a quella degli apostoli, di Paolo. « Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato » (At 4,20), dicono Pietro e Giovanni davanti al tribunale ebraico per giustificare la loro condotta. Chi ha conosciuto il messaggio di Dio non può tenerlo per sé. È lo Spirito che spinge a rendere partecipi anche altri della propria gioia per il dono della vita nuova ricevuta.
Ricordiamo ciò che ha detto ai giovani Giovanni Paolo II a Tor Vergata: « Se sarete quello che dovete essere, metterete il fuoco in tutto il mondo ». A volte si è troppo timidi, quando qualcuno ti canzona o magari ti bestemmia in faccia per provocarti. Mentre i cristiani non temono il confronto e accettano la sfida, sanno rendere ragione delle proprie convinzioni e della propria felicità. Rifiutano il ghetto, non si staccano dalla vita, sanno di costruire la storia.

La fede difficile dei giovani
« Voglio esprimere il mio disagio », dice Cesare, un ragazzo di 16 anni di Vicenza: « Nel mio ambiente, tra gli amici e i compagni di scuola, sono tra i pochi della mia età ad avere il coraggio di definirmi cristiano. E per questo sono spesso offeso e deriso… ». Ha scritto alla rivista Dimensioni Nuove e altri giovani come lui gli hanno risposto che essere cristiani era difficile 2000 anni fa e lo è ancora oggi. Che dirsi cristiani non è cosa da poco, perché non si tratta solo di pronunciare una frase o partecipare a una messa: essere cristiani può significare avere il coraggio di restare in pochi. Ed è esattamente questo che dice Gesù quando chiede ai suoi discepoli di non avere paura, di rendergli aperta testimonianza, di non nascondersi, anzi di sbandierare la propria identità senza complessi.

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Breviario, immagine di Re David

pensiri e it KING DAVID MUSICIAN - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 20 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

«LA VERA DIFFICOLTÀ DELL’UOMO È DI GODERE IL GODIMENTO,… » G.K. Chesterton

http://www.gliscritti.it/blog/entry/1549

«LA VERA DIFFICOLTÀ DELL’UOMO È DI GODERE IL GODIMENTO, DI MANTENERSI CAPACE DI FARSI PIACERE CIÒ CHE GLI PIACE».

IL PROTAGONISTA DI LE AVVENTURE DI UN UOMO VIVO DI G.K. CHESTERTON, DI MARZIA PLATANIA

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 06 /07 /2012 –

Riprendiamo dal sito Cultura cattolica un articolo di Marzia Platania, apparso con il titolo L’innocente: Innocenzo Smith. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
Il Centro culturale Gli scritti (9/7/2012)

L’innocente è naturalmente Innocenzo Smith, protagonista del romanzo “Le avventure di un uomo vivo”. Egli è un uomo decisamente stravagante e di primo acchito sembrerebbe tutto meno che innocente: sul suo capo pendono le accuse di tentato omicidio, abbandono del tetto coniugale, bigamia e forse uccisione delle sventurate mogli, furto.
Il romanzo è appunto diviso in due parti, la prima che enumera gli enigmi di Innocenzo Smith, la seconda alle prese con il processo casalingo che faticosamente li risolve. Tutte le apparenti stranezze del personaggio hanno la soluzione nel nome ch’egli stesso si è dato, annunciando il proprio arrivo: « manalive », l’uomovivo appunto. Il segreto di Innocenzo Smith è che egli si rifiuta di morire, finché è vivo
E poiché la vita è una sorpresa, una piacevole sorpresa nel sentimento immediato di Chesterton, ecco che la vera nemica della vita non é la morte, che ne é solo la fine, ma la noia, l’abitudine. Ciò che ci impedisce di godere delle cose come ne gode il bambino per il quale sono tutte nuove e quindi fatate, intriganti, è solo l’abitudine, la blasfema credenza che ci siano dovuto
“La vera difficoltà dell’uomo non è di godere i lampioni o i panorami, non di godere i denti-di-leone o le braciole, ma di godere il godimento, di mantenersi capace di farsi piacere ciò che gli piace” (GKC, Autobiografia, pag. 331).
L’esistenza di questa difficoltà, di questa sorta di inerzia che si oppone alla profonda felicità che deriverebbe all’uomo semplicemente dal fatto di essere vivo, quando potrebbe benissimo non esserlo, è resa intelligibile solo dalla dottrina della Caduta:
“II paradosso fondamentale del Cristianesimo è che la ordinaria condizione dell’uomo non è il suo stato di sanità e di sensibilità normale: la normalità stessa è un anormalità. Questa è la filosofia profonda della caduta” (GKC, Ortodossia, pag. 216).
Ecco il significato dell’innocenza di Innocenzo Smith. Egli si costringe a fare la più grande fatica per godere di quelle cose di cui tutti godono distrattamente, vale a dire che tutti di solito rinunciano a godere. Tutto ciò che egli fa, lo fa per recuperare quella posizione originale di sorpresa, di gratitudine e di letizia per l’esistenza stessa delle cose.
Così si è guadagnato l’accusa di tentato omicidio per aver puntato il suo revolver contro i pessimisti, perché faccia a faccia con la morte ammettessero la fallacia delle loro dottrine, liberando le loro vite dalla tristezza. Per questo egli lascia la propria moglie per rincontrarla e ricorteggiarla, ritrovando ogni volta i tremiti e gli abissi del primo amore, sicché tutte le mogli con le quali risultava sposato erano in definitiva sempre la sua unica moglie, persa e ritrovata.
Per questo egli entra nella propria casa dalle finestre o dai tetti come un ladro, per riscoprirne il valore e i tesori contenuti come farebbe un estraneo venuto per impossessarsene. Per questo egli ha abbandonato la propria casa, per tornarvi percorrendo in linea retta tutta la circonferenza del mondo.
Perché solo nel controluce della non-esistenza le cose, tutte le cose, manifestano il loro valore; solo davanti al rischio di andare perdute, le cose ritornano ai nostri occhi preziose. Dice Innocenzo Smith all’inizio del romanzo, sostenendo la creazione di uno Stato autonomo consistente nella sola pensione in cui si svolge l’azione, che egli ritiene poter essere autosufficiente: “Soltanto quando avete fatto naufragio sul serio, trovate sul serio ciò che vi occorre” (GKC, Le avventure di un uomo vivo, pag. 62).
“II valore delle cose sta nell’essere state salvate da un naufragio, ripescate dal Nulla all’esistenza. Ma io ho fantasticato (l’idea può sembrare pazzesca) che l’ordine e il numero delle cose non sia che il romantico avanzo del naviglio di Crusoe [...]. Gli alberi e i pianeti mi parevano come salvati dal naufragio, e quando vidi il Matterhorn fui contento che non fosse stato dimenticato nella confusione” (GKC, Ortodossia, pag. 89).
Si chiarisce cosi anche la ragionevolezza della posizione del patriota: dobbiamo fedeltà alle cose perché sono un dono, qualcosa che non ci era dovuto e ci è stato dato.
“Nessun uomo ha veramente misurato la vastità del debito verso quel qualsiasi essere che l’ha creato e che lo ha reso capace di chiamarsi qualcosa. Dietro il nostro cervello, per così dire, v’era una vampa o uno scoppio di sorpresa per la nostra stessa esistenza: scopo della vita artistica e spirituale era di scavare questa sommersa alba di meraviglia, cosicché un uomo seduto su una sedia potesse comprendere all’improvviso di essere veramente vivo, ed essere felice” (GKC, Autobiografia, pag. 94)
Lo stesso scopo Innocenzo Smith raggiunge con il puntare una rivoltella alla tempia dei pessimisti.
L’inizio delle sue avventure data appunto dal giorno in cui minacciò di morte il suo insegnante di filosofia, minacciando contemporaneamente se stesso; perché se il professore in cui aveva riposto tutta la sua giovanile fiducia, avesse realmente accettato la morte come una liberazione, così come stava dicendo dovesse fare ogni uomo ragionevole, egli avrebbe dovuto seguirlo sulla stessa via.
Per Innocenzo Smith, come per Chesterton, non vi può esser distacco tra la filosofia che si professa e i criteri secondo i quali si agisce. II professore, però, messo alle strette preferisce senza esitare la vita alle proprie teorie e si rifugia, per sfuggire al suo allievo improvvisamente « impazzito », sul cornicione della finestra.
Per lasciarlo tornare sano e salvo nella stanza Innocenzo esige da lui un atto religioso, un ringraziamento a Dio per averlo salvato dai propri sofismi. Ottenutolo insiste:
« Ringraziate Dio anche per le anatre giù nella vasca ». II celebre pessimista espresse a mezza voce il suo vivo desiderio di ringraziare Dio per le anatre della vasca. « E non dimenticate i paperi », insisté Innocenzo, implacabile. Eames concedette fievolmente anche i paperi. « Nulla, mi raccomando, dovete dimenticare. E cosi rendete grazie al Cielo per le Chiese, le Cappelle, i villini, la gente ordinaria, le pozzanghere, le pentole e i tegami, i bastoni, i cenci, gli ossi, e le tende a pallini ». « Sta bene, sta bene » ripeteva la vittima disperata « bastoni, cenci, ossi, tende ». « Tende a pallini, mi pare di avere detto » (GKC, Le avventure…, pag. 136).
Queste tende a pallini erano state pochi istanti prima portate dal professore Eames come prove della essenziale infelicità umana, di cui la loro bruttezza era un riflesso: da qui l’insistenza di Innocenzo perché egli ringrazi Dio in modo particolare per esse. Non solo le cose belle sono un dono, ma anche le cose brutte. Non solo la rosa ha un valore infinito, di fronte alla possibilità di un mondo che non conoscesse la bellezza di una rosa, ma anche i brutti lampioni verdi hanno un valore infinito, che tutti riconosceremmo se naufragassimo su un’isola deserta, senza nulla che ci faccia lume. Tutto è bello, se guardato da questo particolare punto di vista.
“Tutto era magnifico, paragonato al nulla” (Ibidem, pag. 140).
L’inconsistenza delle cose, la semplice constatazione che esse non si sono fatte da sé, non consistono in se stesse e perciò sono caduche, mortali, non conduce alla disperazione e al disprezzo per esse, ma alla gioia e alla riconoscenza: perché disperazione e disprezzo oblitererebbero un dato oggettivo, che esse, malgrado tutto, ci sono. Neppure la morte è male per l’uomo innocente: dice Innocenzo Smith nel corso del romanzo:
“Con il nostro spirito fiacco, empiremmo della nostra decrepitudine l’eternità, se non fossimo mantenuti giovani dalla morte. La Provvidenza ci ha tagliato l’immortalità a pezzetti, come la nutrice taglia a bastoncelli il pane imburrato al bambino” (GKC, Le avventure…, pag. 140).
Questa posizione originale non è però affatto semplice o immediata, è frutto, come dicevamo, di un lavoro. Dice il giornalista Moon che pure si fa difensore di Innocenzo Smith nel casalingo processo che offre la materia al romanzo:
“Non mettetevi in testa, vi prego, che un atteggiamento simile davanti alla vita mi sembri facile, o sollevi in modo particolare le mie simpatie. [...]. Per conto mio sento che l’uomo è legato ad un destino angoscioso; e che non c’è scampo alla trappola del dubbio e del decadere. Ma posto che un rimedio ci sia allora, per Cristo e san Patrizio, non può essere che cotesto. Per conservarsi felici come un bambino o come un cane, non c’è che essere innocenti come il bambino; o, come il cane, incapaci di peccato. [...]. Innocenzo è felice per la ragione ch’egli è innocente. Può sfidare le convenzioni appunto perché sa osservare i comandamenti” (Ibidem, pag. 217).
Quando uno dei due accusatori del processo obietta a questa teoria affermando di non credere che l’innocenza, la bontà, basti per essere felice, la risposta è definitiva: « E allora » riprese tranquillamente Michele « ditemi un po’ un’altra cosa. Chi di noi ci si è provato? » (Ibidem, pag. 217).
È difficile per l’uomo essere buono. L’innocenza di Innocenzo Smith è l’unica innocenza che all’uomo, dopo la Caduta, è concessa. Non un’innocenza primitiva, spontanea, ma una innocenza che deve essere continuamente riconquistata, attraverso un lavoro e una sorveglianza su di sé, attraverso una ascesi. È un’innocenza che consiste nell’osservare i comandamenti, che non erano necessari all’innocenza primeva, perché ha ormai conosciuto la colpa. In ognuno degli episodi criminosi, che poi rivelano avere di criminoso solo l’apparenza,
Innocenzo stesso o un altro dei personaggi coinvolti affermano di avere finalmente compreso la natura malvagia degli atti che si accingevano o credevano di compiere. Innocenzo dopo aver puntato la pistola contro il proprio professore: “Ho imparato per la prima volta che l’assassinio è veramente una colpa” (Ibidem, pag. 140). Il curato socialista che l’accompagna durante l’atto di derubare la propria casa: “per la prima volta capivo che, tutto considerato, rubare è veramente una colpa”. (Ibidem, pag. 163). Di nuovo Innocenzo Smith, parlando in Russia con un seguace di Ibsen: “M’avete persuaso che, abbandonando la propria moglie, uno realmente commette qualche cosa di iniquo e pericoloso”. (Ibidem, pag. 185).
L’innocenza agisce come una cartina di tornasole, distinguendo tra il vero male, la colpa da ciò che solo sembra male, il contravvenire alle convenzioni. Lavorando contro l’abitudine per recuperare la propria innocenza, sia Innocenzo che gli altri personaggi che vengono a contatto con la sua vivificante presenza riacquistano la limpidità di giudizio sul bene e sul male. Più profondamente, solo facendo l’esperienza del male e rifiutandola, l’uomo può ancora essere innocente. Quando fu chiesto a Chesterton perché fosse entrato nella Chiesa Cattolica egli rispose « per liberarmi dai miei peccati » (riferito da Chesterton stesso in Autobiografia, pag. 327).
L’innocenza non è più possibile senza la fatica di un lavoro su di sé come quello cui si sottomette Innocenzo, e più profondamente senza un luogo ove sia possibile il perdono. Solo nell’innocenza, però, diventa possibile la felicità. Fin dall’inizio Innocenzo Smith irrompe nel romanzo come un gran vento, un vento di gioia, di rumorosa e dirompente allegria, che meraviglia e conquista tutti; e solo la sua presenza permette agli altri personaggi di uscire da una oppressiva impasse che è una profonda incapacità di agire per la propria felicità.
L’innocenza del protagonista diventa così in un certo senso contagiosa, facendolo in qualche modo segno della Chiesa, luogo del perdono da cui l’uomo può continuamente ricominciare la sua via. Egli va via, lasciando dietro a sé due coppie in procinto di sposarsi, capaci finalmente di prendere una decisione impegnativa per la propria felicità.
Solo il medico cui ha sparato, mancandolo di proposito, poiché stava affermando che non avrebbe festeggiato il proprio compleanno, giacché la vita non è qualcosa che meriti di essere festeggiato, (evento che ha dato il via al processo casalingo), se ne va via tale quale, senza aver in nulla cambiato le proprie opinioni. Quando persino l’altro accusatore del processo gli grida dietro che in realtà il colpo sparato da breve distanza l’ha mancato di parecchi metri, Moon, il difensore, ribatte sottovoce che il colpo lo ha mancato di parecchi anni, che Innocenzo è arrivato tardi e ch’essi hanno parlato, in realtà, con un uomo che è già morto.

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