Il Regno di Dio è dentro di te

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PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUI COMANDAMENTI, 11/A: NON COMMETTERE ADULTERIO

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PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUI COMANDAMENTI, 11/A: NON COMMETTERE ADULTERIO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 24 ottobre 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel nostro itinerario di catechesi sui Comandamenti arriviamo oggi alla Sesta Parola, che riguarda la dimensione affettiva e sessuale, e recita: «Non commettere adulterio».
Il richiamo immediato è alla fedeltà, e in effetti nessun rapporto umano è autentico senza fedeltà e lealtà.
Non si può amare solo finché “conviene”; l’amore si manifesta proprio oltre la soglia del proprio tornaconto, quando si dona tutto senza riserve. Come afferma il Catechismo: «L’amore vuole essere definitivo. Non può essere “fino a nuovo ordine”» (n. 1646). La fedeltà è la caratteristica della relazione umana libera, matura, responsabile. Anche un amico si dimostra autentico perché resta tale in qualunque evenienza, altrimenti non è un amico. Cristo rivela l’amore autentico, Lui che vive dell’amore sconfinato del Padre, e in forza di questo è l’Amico fedele che ci accoglie anche quando sbagliamo e vuole sempre il nostro bene, anche quando non lo meritiamo.
L’essere umano ha bisogno di essere amato senza condizioni, e chi non riceve questa accoglienza porta in sé una certa incompletezza, spesso senza saperlo. Il cuore umano cerca di riempire questo vuoto con dei surrogati, accettando compromessi e mediocrità che dell’amore hanno solo un vago sapore. Il rischio è quello di chiamare “amore” delle relazioni acerbe e immature, con l’illusione di trovare luce di vita in qualcosa che, nel migliore dei casi, ne è solo un riflesso.
Così avviene di sopravvalutare per esempio l’attrazione fisica, che in sé è un dono di Dio ma è finalizzata a preparare la strada a un rapporto autentico e fedele con la persona. Come diceva San Giovanni Paolo II, l’essere umano «è chiamato alla piena e matura spontaneità dei rapporti», che «è il graduale frutto del discernimento degli impulsi del proprio cuore». È qualcosa che si conquista, dal momento che ogni essere umano «deve con perseveranza e coerenza imparare che cosa è il significato del corpo» (cfr Catechesi, 12 novembre 1980).
La chiamata alla vita coniugale richiede, pertanto, un accurato discernimento sulla qualità del rapporto e un tempo di fidanzamento per verificarla. Per accedere al Sacramento del matrimonio, i fidanzati devono maturare la certezza che nel loro legame c’è la mano di Dio, che li precede e li accompagna, e permetterà loro di dire: «Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre». Non possono promettersi fedeltà «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», e di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita, solo sulla base della buona volontà o della speranza che “la cosa funzioni”. Hanno bisogno di basarsi sul terreno solido dell’Amore fedele di Dio. E per questo, prima di ricevere il Sacramento del Matrimonio, ci vuole un’accurata preparazione, direi un catecumenato, perché si gioca tutta la vita nell’amore, e con l’amore non si scherza. Non si può definire “preparazione al matrimonio” tre o quattro conferenze date in parrocchia; no, questa non è preparazione: questa è finta preparazione. E la responsabilità di chi fa questo cade su di lui: sul parroco, sul vescovo che permette queste cose. La preparazione deve essere matura e ci vuole tempo. Non è un atto formale: è un Sacramento. Ma si deve preparare con un vero catecumenato.
La fedeltà infatti è un modo di essere, uno stile di vita. Si lavora con lealtà, si parla con sincerità, si resta fedeli alla verità nei propri pensieri, nelle proprie azioni. Una vita intessuta di fedeltà si esprime in tutte le dimensioni e porta ad essere uomini e donne fedeli e affidabili in ogni circostanza.
Ma per arrivare ad una vita così bella non basta la nostra natura umana, occorre che la fedeltà di Dio entri nella nostra esistenza, ci contagi. Questa Sesta Parola ci chiama a rivolgere lo sguardo a Cristo, che con la sua fedeltà può togliere da noi un cuore adultero e donarci un cuore fedele. In Lui, e solo in Lui, c’è l’amore senza riserve e ripensamenti, la donazione completa senza parentesi e la tenacia dell’accoglienza fino in fondo.
Dalla sua morte e risurrezione deriva la nostra fedeltà, dal suo amore incondizionato deriva la costanza nei rapporti. Dalla comunione con Lui, con il Padre e con lo Spirito Santo deriva la comunione fra di noi e il saper vivere nella fedeltà i nostri legami.

 

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Dio misericordioso

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LE OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALI – 4 CONSOLARE GLI AFFLITTI

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LE OPERE DI MISERICORDIA SAPIRITALI – 4 CONSOLARE GLI AFFLITTI

Consolare ha molti sinonimi: confortare uno afflitto per la perdita di una persona cara, sollevare qualcuno per qualche disgusto familiare, e anche incoraggiare chi è depresso, e così pure alleviare i dolori, i pianti, le lontananze e anche rallegrare gli spiriti affranti. E sempre con parole affettuose, sincere, misurate e ancor più con i fatti. Gli afflitti sono facilmente riconoscibili quando, per esempio, vediamo qualcuno dal volto addolorato, avvilito, abbattuto, depresso per una morte, una malattia, un male incurabile e per problemi familiari particolarmente insolubili.
Tutti i battezzati hanno ricevuto l’unzione dello Spirito Santo e sono stati quindi abilitati, sull’esempio di Gesù, a lenire le ferite degli sfiduciati, a offrire motivi di vivere e di sperare, e anche di lottare, a coloro che non vedono una via d’uscita dalle loro difficoltà e apprensioni affettive, economiche e di salute.
Alcuni si sentono emarginati e tagliati fuori da ogni posto di lavoro, dalla famiglia, dalle amicizie. È necessario aiutarli a reagire, ad aver fiducia in se stessi, bisogna offrire loro tempo e amicizia perché non si rassegnino al peggio. E poiché ogni creatura è proiettata al di là di ogni disperazione, diamo a loro una mano.
Beati coloro che custodiscono la parola di Dio e la mettono in pratica. Se tu la conservi e la metti in pratica, la parola di Dio ti custodisce, ti conserva e ti consola. Dice il Profeta Isaia: “Mia forza e mio canto è il Signore. Egli è la mia salvezza” (Is 12,2).

Preghiera di adorazione
Rit. Signore Gesù, donaci lo Spirito Consolatore.
Caro Gesù, un giorno passando per la città di Naim, ti sei imbattuto in un funerale: un giovinetto, figlio unico di madre vedova, veniva portato al cimitero. “Non piangere” hai detto alla donna, e, fermato il feretro, hai soggiunto: “Fanciullo, te lo dico io, alzati”. Hai consolato una mamma, hai restituito la vita a un ragazzo (cfr Lc 7,11-16).
Rit. Signore Gesù, donaci lo Spirito Consolatore.
Caro Gesù, la tua profonda amicizia per Lazzaro, Marta e Maria è dolcemente scolpita nel nostro cuore. Quando Lazzaro morì sei corso anche tu a Betania e vedendo Maria che piangeva, il tuo cuore ha ceduto, e anche tu sei scoppiato in pianto. E poi davanti alla sua tomba hai gridato “Lazzaro, vieni fuori!”. O amato consolatore, ripeti a noi oggi quelle parole: “Non ti ho sempre detto che se crederai vedrai la gloria di Dio?” (cfr Gv 11,1-45).
Rit. Signore Gesù, donaci lo Spirito Consolatore.
Caro Gesù, ricordati del Getsemani, quando a Pietro, Giacomo e Giovanni avevi detto: “La mia anima è triste fino alla morte, restate qui e vigilate con me”. Eri tu che cercavi d’essere consolato nella tua tristissima agonia. Ma quelli, stanchi, dormivano mentre tu pregavi e sudavi sangue. Ancora oggi, dal tuo tabernacolo, arriva a noi il tuo lamento: “Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non li ho trovati” (Sal 69,21). (Cfr Mt 26.36-46).
Rit. Signore Gesù, donaci lo Spirito Consolatore.
Caro Gesù, nel nostro cuore risuona la beatitudine: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Mt 5,4). Noi che ora, con fede e pazienza, viviamo nell’afflizione, saremo consolati nel tuo Regno. Questo è vero. Però sappiamo che sei tu colui che ci consola ogni giorno nel nostro cammino terreno. Le prove delle tue consolazioni sono tante che non le possiamo contare e per tutte ti diciamo grazie.
Rit. Signore Gesù, donaci lo Spirito Consolatore.
Caro Gesù, con il tuo esempio tu ci sospingi ad avvicinare coloro che sono afflitti dai mali del corpo e dell’anima. Con la tua parola ci attiri dolcemente e vuoi che convinciamo tutti a rivolgersi al tuo cuore misericordioso, soprattutto nei momenti più difficili della loro vita, perché tu hai detto: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28).
Rit. Signore Gesù, donaci lo Spirito Consolatore.

Come consolare gli afflitti
Le afflizioni umane sono tante quante sono le persone, e i loro risvolti sono infiniti, per cui si può ben affermare che tutte le nostre buone parole che usiamo per dare un conforto, rischiano – il più delle volte – di cadere nel vuoto. Quello che vale veramente è visitare con discrezione, ascoltare di buon grado, senza interrompere, fare nostre, con sincerità, le pene degli afflitti, dimostrando che siamo vicini a loro, senza affettazione, e pregare con loro lo Spirito Consolatore.
Ricordiamo che l’afflitto è Lui, Gesù, colui che pende dalla croce, il nostro Dio che salva. Il suo dolore non lo troviamo tanto nelle mani e nei piedi inchiodati, quanto nel cuore trafitto. Il cuore è ciò che vi è di più profondo e intimo e segreto sia in Gesù che in tutti quelli che visitiamo con la nostra consolazione.
Sia accogliere per consolare come l’andare a consolare è sempre un muoverci, un camminare verso il Golgota, dove è piantata la croce.
Percorriamo la Via Crucis con loro che sono schiacciati da afflizioni d’ogni genere. Basta vedere qualche telegiornale o sentire il racconto di un missionario. C’è un buon terzo degli abitanti del mondo che vive e muore distrutto da varie tribolazioni: fame, sete, guerre, epidemie, ecc. È un preciso dovere interessarci di queste terribili calamità che affliggono tanta gente, e se siamo al corrente di qualche iniziativa concreta non vergogniamoci di aderirvi. Se non altro cerchiamo di non essere avari di preghiere e suppliche al buon Dio, a Colui che indichiamo con il nome di Consolatore: vieni Spirito Creatore, vieni ottimo Consolatore.
Portiamo consolazione a chi è solo, alle famiglie tribolate, ai giovani senza avvenire, e non facciamo pesare il nostro intervento. Non deve essere una elemosina ma una cosa dovuta, un dare a Gesù Cristo.
Singolarmente e come comunità è bene partecipare a raccolte di generi diversi e di denaro. Se qualcuno ha il coraggio e la salute può spendere di persona arruolandosi presso qualche associazione come volontario. È molto importante essere sensibili e pronti a comunicare in un qualsiasi modo: consolazione, sostegno, vicinanza, condivisione.
Verso le persone sole e bisognose, prestiamo il nostro aiuto di vera consolazione, ma non per denaro: poniamoci al loro fianco, perdiamo un po’ di tempo per ordinare la casa, per fare le loro commissioni, con il sorriso, sicuri che non sono loro che ci guadagnano di più, ma noi.
Quando ci sentiamo delusi, traditi, non compresi, o ci vengono a mancare le forze, quando ci troviamo oppressi da situazioni troppo gravose, e la nostra fede vacilla, e la speranza non ci sostiene più, allora, se ascoltiamo i fratelli con il cuore stesso di Gesù, non avremo il tempo di fermarci sulle nostre miserie: e noi saremo consolati.

A Maria consolatrice
Rit. O Maria, Consolatrice degli afflitti, prega
per noi.
O Maria, benedetta fra tutte le donne, il Padre nostro è intervenuto con grande misericordia e con numerosi segni di consolazione lungo tutta la storia del popolo Ebreo e quando venne il tempo stabilito dall’eternità tu sei stata scelta quale Madre terrena dell’eterno Figlio suo, il tuo dolce Gesù, nostra somma consolazione.
Rit. O Maria, Consolatrice degli afflitti, prega
per noi.
O Maria, figlia prediletta del Padre, non ti sei allontanata da Gerusalemme quando Gesù è stato condannato a morte, ma lo hai seguito fino al Calvario, e sotto la croce hai ricevuto la beatitudine promessa a coloro che piangono: Donna, ecco tuo figlio, ti ha detto, e a Giovanni: Ecco tua madre. E tu, da quel momento, le braccia piene di compassione hai aperto per accogliere noi tuoi figli.
Rit. O Maria, Consolatrice degli afflitti, prega
per noi.
O Maria, dolcissima Madre nostra, il Figlio tuo Gesù non poteva non favorirti della più bella consolazione, quella di vederlo, sentirlo e toccarlo risorto e glorioso all’alba della Domenica di Pasqua. Così tu hai consolato e confermato nella fede i discepoli del nostro Salvatore.
Rit. O Maria, Consolatrice degli afflitti, prega
per noi.
O Maria, Consolata e Consolatrice, dopo l’Ascensione di Gesù, tu, nel Cenacolo, insieme agli Apostoli, hai implorato con ardore e hai atteso con somma fiducia e certezza lo Spirito Consolatore, perché prendesse possesso di tutta l’assemblea. Supplica lo stesso Spirito Santo che scenda su di noi perché possiamo consolare gli afflitti.
Rit. O Maria, Consolatrice degli afflitti, prega
per noi.
O Maria, Madre della Chiesa, tu che abiti nel cielo di Dio, continua, ti preghiamo, la tua opera materna in favore nostro, di noi oppressi sotto il peso di mille tribolazioni. Tu, porta del cielo e stella del mare, soccorri il tuo popolo devoto che anela a risorgere e abbi pietà di noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.
Rit. O Maria, Consolatrice degli afflitti, prega
per noi.
O Maria, Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, vieni! Orsù, Avvocata nostra, vieni in aiuto, con il tuo materno amore, a quanti ti invocano con fiducia in questa valle di lacrime, fino a quando spunterà il giorno glorioso del Signore Gesù.
Rit. O Maria, Consolatrice degli afflitti, prega
per noi.

Timoteo Munari SDB 

Publié dans : OPERE DI MISERICORDIA | le 23 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »

Gesù il servo di tutti

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) TRA VOI PERÒ NON È COSÌ

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) TRA VOI PERÒ NON È COSÌ

don Luciano Cantini

Voi non sapete quello che chiedete
Siamo talmente “malati” di umanità – papa Francesco direbbe “mondanità” – che neanche ci rendiamo conto della distanza tra l’umano e il divino, tra i poteri degli uomini e il potere di Dio. La confusione è tale che a Dio chiediamo ogni cosa senza neppure renderci conto di quello che chiediamo. Giacomo e Giovanni chiedono di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. Come per dire vogliamo essere i tuoi viceministri, condividere il potere in un consesso in cui gli altri non contano. La stessa storia di potere che si ripete da generazioni, anche oggi.
L’equivoco nasce dalla comprensione del potere di Dio: Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato? La domanda dal sapore profetico nasconde la realtà verso cui sta camminando il Signore e verso cui cammineranno anche i suoi apostoli: la Croce. Il Battesimo di cui sta parlando Gesù è la sua umiliazione e l’espulsione dal genere umano con la condanna a morte. Gesù, nella sua vita, non ha mai avuto un atteggiamento di potere, di dominio, o di qualche interesse o ambizione, anzi quando il potere sembrava affacciarsi sulla sua strada ha preferito andare altrove (cfr. Mc 1,35).
Tutta la Scrittura, ed il Vangelo in particolare, è la storia di « perdenti », e a nessun uomo verrebbe in mente di chiedere a Dio “la grazia di perdere”.
Gli altri dieci
Giacomo e Giovanni si erano avvicinati a Gesù con lo scopo di garantirsi un posto, un privilegio, una garanzia per il futuro. La loro richiesta non è diretta, segue un percorso di avvicinamento, prima fisico, poi verbale – «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo» – prima di arrivare al dunque. In questa manovra di avvicinamento al Maestro c’è un progressivo allontanamento dagli altri, una sorta di esclusione, non una attenzione, nessuna fraternità né comunione: il potere tende ad isolare, privilegiare, escludere, allontanare… Certamente i due si erano messi d’accordo, avevano complottato, studiato una strategia, prima ancora di separare e di escludere gli altri si erano separati e esclusi da soli. Forse più che il desiderio di arrivare in alto è stata la paura di perdere, l’incertezza del futuro che li ha mossi.
Dal momento che metti alla porta qualcuno sei tu che ti rendi prigioniero di te stesso… è storia infinita di persone, di gruppi, di sette, di popoli e nazioni.
Allora Gesù li chiamò a sé
Sembra ripetersi la storia di quando Gesù salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui (Mc3,13) per costituire la comunità dei dodici. Gesù “chiama a sé”, chiede una azione di fede verso di lui per ricucire le fratture e ristabilire la comunione, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali (Mt 23,37).
Gesù non rimprovera, non punisce, non si indigna come gli altri dieci, non caccia via nessuno, semplicemente li chiama a sé insegnando prima ancora con l’atteggiamento che con le parole.
Quanto abbiamo ancora da imparare, noi che vorremmo riempire le prigioni e gettare le chiavi, che ci immaginiamo come una società di buoni (senza esserlo) col desiderio di escludere le mele marce incapaci di riconoscere il verme che rosicchia la nostra mela.
Tra voi però non è così
È una affermazione precisa, non una prospettiva o un suggerimento, né una dichiarazione d’intenti: tra voi non è così. Tra voi discepoli, apostoli, tra voi comunità… tra voi chiesa. Non c’è nessun posto comodo, nessuna sede di potere, nessuna posizione di prestigio. Due sono le parole che caratterizzano le relazioni tra cristiani: diakonos (colui che serve, servitore) e doulos (servo, schiavo). Nella Chiesa non c’è esercizio di potere anche se non mancano manifestazioni di peccato, piuttosto un servizio di autorità che scaturisce dalla testimonianza di vita di chi l’esercita; come Gesù che stupiva egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi (Mc 1, 22).
Roberto Benigni, nella scenografia de “La vita è bella”, afferma: Guarda i girasoli: s’inchinano al sole, ma se vedi uno che è inchinato un po’ troppo significa che è morto. Tu stai servendo, però non sei un servo. Servire è l’arte suprema. Dio è il primo servitore; Lui serve gli uomini, ma non è servo degli uomini.

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San Luca Evangelista

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Publié dans : immagini sacre | le 17 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »

L’EVANGELISTA (Luca), MARIA E L’ARCANGELO

http://www.stpauls.it/coopera03/0205cp/0205cp08.htm

L’EVANGELISTA (Luca), MARIA E L’ARCANGELO

Il pittore Benedetto Bonfigli (o Bonfiglio) nell’Annunciazione conservata nella Galleria d’arte di Perugia mette l’evangelista Luca tra l’Arcangelo Gabriele e la Madonna, intento a prendere appunti, per descrivere poi « accuratamente » il dialogo della salvezza. Il bue alato, simbolo dell’evangelista, lascia pazientemente che il rotolo dell’intervista scorra sul suo capo cooperando inconsapevolmente all’avvenimento evangelico.
Luca consultò gli apostoli e chi aveva visto e udito il Maestro, soprattutto la sua divina Madre.
IL TITOLO ufficiale che spetta a san Luca è quello di « evangelista », cioè trasmettitore di buone notizie. Ma siccome la Buona Notizia per eccellenza è il Vangelo, noi possiamo arricchire questo titolo aggiungendovi quello di san Luca « giornalista », il quale prende direttamente le informazioni alla fonte e le comunica ai destinatari del suo tempo ed a quelli che verranno nei secoli. Quando lo fa nello spirito cristiano, anche attualmente, il professionista comunicativo diventa un annunciatore del Vangelo. Ci induce ad accentuare questa identificazione una grandiosa tela del pittore Benedetto Bonfigli (o Bonfiglio) dedicata all’Annunciazione. Questo artista, nato nella metropoli umbra verso il 1420 e morto nel 1496, condivide con Pietro Vannucci (il Perugino) la palma del più illustre pittore di questa città, ed è uno dei più autorevoli rappresentanti dell’arte italiana del Quattrocento.
Da che mondo è mondo, si sa che dietro ogni artista, a parte la sua cultura personale, c’è uno o più ecclesiastici che lo ispirano e lo consigliano. Per comprendere a fondo il significato di questo dipinto, riprodotto nell’Enciclopedia Treccani e nella Cattolica, bisogna partire dal prologo del Vangelo di Luca, che contiene anche la dedica ad un non meglio identificato « illustre Teofilo ». Gli esperti considerano questa pagina come la più perfetta del Nuovo Testamento, anche sotto l’aspetto letterario. L’evangelista-giornalista scrive: « Molti hanno già cercato di mettere insieme un racconto degli avvenimenti verificatisi fra noi, così come ce li hanno trasmessi coloro che fin dall’inizio furono testimoni oculari e ministri della parola ». Nel prosieguo del discorso chiarisce ancora meglio il metodo che ha seguito: « Tuttavia anch’io, dopo aver indagato accuratamente ogni cosa fin dall’origine, mi sono deciso a scrivertene con ordine, egregio Teofilo, affinché tu abbia un’esatta conoscenza di quelle cose intorno alle quali sei stato catechizzato ».
Nessuna opera d’arte ha interpretato con più modernità la diligenza nella ricerca delle notizie relative al mistero rappresentato. Qui l’evangelista si immerge addirittura totalmente in esso, e l’impostazione « giornalistica » di questa immersione rende evidente il suo impegno « professionale ». Luca era originario di Antiochia di Siria, e si convertì al Cristianesimo verso l’anno 40 dopo Cristo, perciò non conobbe personalmente il Cristo, ma consultò gli apostoli e gli uomini e le donne che avevano visto e udito il Maestro, soprattutto la sua divina Madre.
Secondo una tradizione immemorabile, ascoltò personalmente i racconti della Madonna. I primi capitoli del suo Vangelo narrano i dettagli della nascita e dell’infanzia di Gesù. La narrazione è talmente particolareggiata e colorita che gli studiosi non dubitano che li apprese dalla viva voce della Madonna. La tela di cui stiamo parlando conferma in maniera indiscutibile la sua « curiosità » e l’impegno di apprendere le notizie dalla fonte più autorevole.
Anche la descrizione degli inizi della « Comunità post-pasquale », cioè della Chiesa, viene fatta da Luca sotto la dettatura di Maria. Come ben si sa, era lei che presiedeva questa comunità, quando gli Apostoli radunati nel Cenacolo erano ancora sotto shoc per la vergogna di essersi eclissati al momento della Passione e Morte del loro Maestro. La fede incrollabile di lei sostenne i primi cristiani. I dettagli relativi all’invocazione ed all’evento della Pentecoste glieli raccontò la Madre di Dio.
Le Madonne di San Luca
Un’altra conferma viene dal fatto che la tradizione unanime lo presenta come pittore non solo sotto l’aspetto letterario, ma proprio come genio del pennello e della tavolozza. Si tramanda che una ricca matrona gli affidò l’incarico di dipingere il ritratto della Madre di Dio, cosa che egli fece con brillantezza e genialità. Secondo una pia tradizione, la regina Eudossia (secolo V) da Gerusalemme inviò all’imperatrice bizantina Pulcheria un’icona col ritratto della Madonna dipinto dal terzo evangelista.
E poiché si trattava di un fatto oltremodo suggestivo, nel corso dei secoli le Madonne di San Luca spuntarono ovunque. In Italia si attribuisce all’evangelista la Madonna Salus populi romani di S. Maria Maggiore a Roma, ed altre si venerano a Tivoli, Messina, Venezia, Bari, e molte sono disseminate in Europa. A Costantinopoli c’è la basilica dell’Odegìtria, il titolo della Madonna, che significa Indicatrice della via della salvezza, che viene dato anche agli altri ritratti lucani. Un ricordo privilegiato merita poi la Madonna di S. Luca che domina la collina sovrastante la città di Bologna, ed è cara ai credenti ed agli atei; gli stessi comunisti, all’epoca della più feroce guerra fredda manifestavano pubblicamente la più fervida devozione verso quella effigie. Molti pittori si sono sentiti nobilitati dall’opera di questo loro antenato e lo hanno raffigurato mentre dinanzi al cavalletto traccia la fisionomia della SS. Vergine che posa dinanzi a lui sorreggendo teneramente il Figlio. Chiaro che la fantasia congiunge idealmente i fatti verificatisi in tempi inconciliabilmente distanti tra loro.
Il terzo evangelista era medico. Nel narrare i miracoli di Gesù fa una diagnostica rapida, ma precisa presentando spesso una descrizione dettagliata: nella guarigione dell’handicappato, mentre gli altri evangelisti si limitano a dire che si trattava della mano arida, egli precisa che si trattava della mano destra. Raccontando l’agonia di Gesù nel Giardino del Gethsemani precisa il dettaglio psicosomatico: l’angoscia era talmente devastante che il sudore di Gesù si trasformò in gocce di sangue così abbondanti che cadevano a terra.
Il « medico carissimo » di Paolo
Egli seguiva instancabilmente l’apostolo Paolo e lo soccorreva nei disturbi clinici che lo affliggevano. Nel corso dell’ultima prigionia l’Apostolo fa l’elenco dei suoi discepoli che sono dispersi per il mondo, e soggiunge: « solo Luca è con me ». Nella lettera ai Colossesi (4, 14) scrive: « Vi salutano Luca, il medico carissimo, e Dema » aggiungendo poi altri nomi di dolce memoria.
San Girolamo definisce Luca lo « scrivano della mansuetudine di Cristo ». La serie delle « parabole della misericordia » ha affascinato i secoli.
È poi appena il caso di accennare a tutto il libro degli Atti degli Apostoli, che presenta in maniera affascinante i primi passi della comunità cristiana, e la descrizione diligentissima dei viaggi dell’Apostolo, soprattutto quello della navigazione dall’Asia Minore a Pozzuoli, con l’episodio drammatico del naufragio di Malta. Gli storici della marina restano estasiati, perché lo ritengono il più perfetto diario di bordo dell’antichità.
Torniamo alla nostra tela perugina. Il Bonfigli traduce in immagini questa dimensione psicologica, spirituale, e – questo dev’essere accentuato – professionale del terzo evangelista, il quale, com’è noto, era nativo di Antiochia di Siria, ed aveva compiuto tutto il curriculum della formazione classica. L’artista nel delineare la scena evangelica dell’Annunciazione coniuga genialmente l’avvenimento reale con l’arricchimento surreale. In alto è rappresentato l’Eterno Padre circondato dagli angeli, che sorregge il globo terrestre di cui imposta la redenzione mediante l’Incarnazione del Verbo annunciata a Nazaret.
Lo scenario della casetta di Maria è idealizzato, come fanno i pittori di tutte le epoche, con un arredamento da favola e con evidenti reminiscenze classiche, mentre si sa che nella realtà si trattava di una casa povera di una popolana della Palestina di duemila anni fa.
L’evangelista-giornalista Luca è posto dal Bonfigli al centro dell’avvenimento salvifico, che porta a compimento il Protovangelo, cioè la promessa che il Signore aveva fatto a Eva nel paradiso terrestre. Rivolto al serpente tentatore, Dio aveva detto: « Porrò inimicizia tra te e la Donna, tra la tua progenie e la sua. Tu insidierai questo suo figlio, ma egli ti schiaccerà il capo ». Il ritratto lucano è realistico; Bonfigli non ne ingentilisce i tratti, ma li delinea dal vero, accentuando unicamente il senso di stupore del giornalista di fronte ad un dialogo che coinvolge il cielo e la terra. Egli segue con attenzione lo svolgimento dell’evento, prende gli appunti su un interminabile rotolo di papiro, che non si arrotola ordinatamente, ma si svolge capricciosamente, come se lo scrittore non avesse il tempo di ordinarlo, intento com’è a non perdere nemmeno una virgola dell’annuncio fatto a Maria.
Il « pio bove » alato, simbolo del Vangelo di Luca, accovacciato accanto al sacro scrittore, lascia, paziente ed attonito, che il rotolo gli passi sul capo e scenda ai suoi piedi, quasi voglia offrire la sua stupefatta collaborazione all’avvenimento centrale della storia della salvezza. L’avvenimento finale si verificherà nell’escatologia, cioè alla fine dei tempi, quando, ancora una volta, la Donna dell’Apocalisse, vestita di sole e con la luna sotto i piedi, riporterà la vittoria definitiva sul dragone, cioè sul demonio.
Sul ginocchio sinistro di Luca c’è un libro aperto, il Vangelo che egli si accinge a scrivere, quasi sotto la dettatura della Madre di Dio, che conservava nel suo cuore tutti gli avvenimenti della storia salvifica e quello che aveva visto e udito durante le vita del Figlio divino. La pittura diventa strumento di comunicazione, e continua anche oggi a predicare con la bellezza l’intervento di Dio nella storia, ordinato ad effettuare la salvezza dell’umanità.

Rosario F. Esposito

 

Publié dans : Santi Evangelisti | le 17 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »

Santa Teresa d’Avila

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Publié dans : immagini sacre | le 16 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »

BENEDETTO XVI – SANTA TERESA D’AVILA [DI GESÙ] – 15 ottobre

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BENEDETTO XVI – SANTA TERESA D’AVILA [DI GESÙ]

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 2 febbraio 2011

Cari fratelli e sorelle,

nel corso delle Catechesi che ho voluto dedicare ai Padri della Chiesa e a grandi figure di teologi e di donne del Medioevo ho avuto modo di soffermarmi anche su alcuni Santi e Sante che sono stati proclamati Dottori della Chiesa per la loro eminente dottrina. Oggi vorrei iniziare una breve serie di incontri per completare la presentazione dei Dottori della Chiesa. E comincio con una Santa che rappresenta uno dei vertici della spiritualità cristiana di tutti i tempi: santa Teresa d’Avila [di Gesù].
Nasce ad Avila, in Spagna, nel 1515, con il nome di Teresa de Ahumada. Nella sua autobiografia ella stessa menziona alcuni particolari della sua infanzia: la nascita da “genitori virtuosi e timorati di Dio”, all’interno di una famiglia numerosa, con nove fratelli e tre sorelle. Ancora bambina, a meno di 9 anni, ha modo di leggere le vite di alcuni martiri che le ispirano il desiderio del martirio, tanto che improvvisa una breve fuga da casa per morire martire e salire al Cielo (cfr Vita 1, 4); “voglio vedere Dio” dice la piccola ai genitori. Alcuni anni dopo, Teresa parlerà delle sue letture dell’infanzia e affermerà di avervi scoperto la verità, che riassume in due principi fondamentali: da un lato “il fatto che tutto quello che appartiene al mondo di qua, passa”, dall’altro che solo Dio è “per sempre, sempre, sempre”, tema che ritorna nella famosissima poesia “Nulla ti turbi / nulla ti spaventi; / tutto passa. Dio non cambia; / la pazienza ottiene tutto; / chi possiede Dio / non manca di nulla / Solo Dio basta!”. Rimasta orfana di madre a 12 anni, chiede alla Vergine Santissima che le faccia da madre (cfr Vita 1, 7).
Se nell’adolescenza la lettura di libri profani l’aveva portata alle distrazioni di una vita mondana, l’esperienza come alunna delle monache agostiniane di Santa Maria delle Grazie di Avila e la frequentazione di libri spirituali, soprattutto classici di spiritualità francescana, le insegnano il raccoglimento e la preghiera. All’età di 20 anni, entra nel monastero carmelitano dell’Incarnazione, sempre ad Avila; nella vita religiosa assume il nome di Teresa di Gesù. Tre anni dopo, si ammala gravemente, tanto da restare per quattro giorni in coma, apparentemente morta (cfr Vita 5, 9). Anche nella lotta contro le proprie malattie la Santa vede il combattimento contro le debolezze e le resistenze alla chiamata di Dio: “Desideravo vivere – scrive – perché capivo bene che non stavo vivendo, ma stavo lottando con un’ombra di morte, e non avevo nessuno che mi desse vita, e neppure io me la potevo prendere, e Colui che poteva darmela aveva ragione di non soccorrermi, dato che tante volte mi aveva volto verso di Lui, e io l’avevo abbandonato” (Vita 8, 2). Nel 1543 perde la vicinanza dei famigliari: il padre muore e tutti i suoi fratelli emigrano uno dopo l’altro in America. Nella Quaresima del 1554, a 39 anni, Teresa giunge al culmine della lotta contro le proprie debolezze. La scoperta fortuita della statua di “un Cristo molto piagato” segna profondamente la sua vita (cfr Vita 9). La Santa, che in quel periodo trova profonda consonanza con il sant’Agostino delle Confessioni, così descrive la giornata decisiva della sua esperienza mistica: “Accadde… che d’improvviso mi venne un senso della presenza di Dio, che in nessun modo potevo dubitare che era dentro di me o che io ero tutta assorbita in Lui” (Vita 10, 1).
Parallelamente alla maturazione della propria interiorità, la Santa inizia a sviluppare concretamente l’ideale di riforma dell’Ordine carmelitano: nel 1562 fonda ad Avila, con il sostegno del Vescovo della città, don Alvaro de Mendoza, il primo Carmelo riformato, e poco dopo riceve anche l’approvazione del Superiore Generale dell’Ordine, Giovanni Battista Rossi. Negli anni successivi prosegue le fondazioni di nuovi Carmeli, in totale diciassette. Fondamentale è l’incontro con san Giovanni della Croce, col quale, nel 1568, costituisce a Duruelo, vicino ad Avila, il primo convento di Carmelitani Scalzi. Nel 1580 ottiene da Roma l’erezione in Provincia autonoma per i suoi Carmeli riformati, punto di partenza dell’Ordine Religioso dei Carmelitani Scalzi. Teresa termina la sua vita terrena proprio mentre è impegnata nell’attività di fondazione. Nel 1582, infatti, dopo aver costituto il Carmelo di Burgos e mentre sta compiendo il viaggio di ritorno verso Avila, muore la notte del 15 ottobre ad Alba de Tormes, ripetendo umilmente due espressioni: “Alla fine, muoio da figlia della Chiesa” e “E’ ormai ora, mio Sposo, che ci vediamo”. Un’esistenza consumata all’interno della Spagna, ma spesa per la Chiesa intera. Beatificata dal Papa Paolo V nel 1614 e canonizzata nel 1622 da Gregorio XV, è proclamata “Dottore della Chiesa” dal Servo di Dio Paolo VI nel 1970.
Teresa di Gesù non aveva una formazione accademica, ma ha sempre fatto tesoro degli insegnamenti di teologi, letterati e maestri spirituali. Come scrittrice, si è sempre attenuta a ciò che personalmente aveva vissuto o aveva visto nell’esperienza di altri (cfr Prologo al Cammino di Perfezione), cioè a partire dall’esperienza. Teresa ha modo di intessere rapporti di amicizia spirituale con molti Santi, in particolare con san Giovanni della Croce. Nello stesso tempo, si alimenta con la lettura dei Padri della Chiesa, san Girolamo, san Gregorio Magno, sant’Agostino. Tra le sue opere maggiori va ricordata anzitutto l’autobiografia, intitolata Libro della vita, che ella chiama Libro delle Misericordie del Signore. Composta nel Carmelo di Avila nel 1565, riferisce il percorso biografico e spirituale, scritto, come afferma Teresa stessa, per sottoporre la sua anima al discernimento del “Maestro degli spirituali”, san Giovanni d’Avila. Lo scopo è di evidenziare la presenza e l’azione di Dio misericordioso nella sua vita: per questo, l’opera riporta spesso il dialogo di preghiera con il Signore. E’ una lettura che affascina, perché la Santa non solo racconta, ma mostra di rivivere l’esperienza profonda del suo rapporto con Dio. Nel 1566, Teresa scrive il Cammino di Perfezione, da lei chiamato Ammonimenti e consigli che dà Teresa di Gesù alle sue monache. Destinatarie sono le dodici novizie del Carmelo di san Giuseppe ad Avila. ? loro Teresa propone un intenso programma di vita contemplativa al servizio della Chiesa, alla cui base vi sono le virtù evangeliche e la preghiera. Tra i passaggi più preziosi il commento al Padre nostro, modello di preghiera. L’opera mistica più famosa di santa Teresa è il Castello interiore, scritto nel 1577, in piena maturità. Si tratta di una rilettura del proprio cammino di vita spirituale e, allo stesso tempo, di una codificazione del possibile svolgimento della vita cristiana verso la sua pienezza, la santità, sotto l’azione dello Spirito Santo. Teresa si richiama alla struttura di un castello con sette stanze, come immagine dell’interiorità dell’uomo, introducendo, al tempo stesso, il simbolo del baco da seta che rinasce in farfalla, per esprimere il passaggio dal naturale al soprannaturale. La Santa si ispira alla Sacra Scrittura, in particolare al Cantico dei Cantici, per il simbolo finale dei “due Sposi”, che le permette di descrivere, nella settima stanza, il culmine della vita cristiana nei suoi quattro aspetti: trinitario, cristologico, antropologico ed ecclesiale. Alla sua attività di fondatrice dei Carmeli riformati, Teresa dedica il Libro delle fondazioni, scritto tra il 1573 e il 1582, nel quale parla della vita del gruppo religioso nascente. Come nell’autobiografia, il racconto è teso a evidenziare soprattutto l’azione di Dio nell’opera di fondazione dei nuovi monasteri.
Non è facile riassumere in poche parole la profonda e articolata spiritualità teresiana. Vorrei menzionare alcuni punti essenziali. In primo luogo, santa Teresa propone le virtù evangeliche come base di tutta la vita cristiana e umana: in particolare, il distacco dai beni o povertà evangelica, e questo concerne tutti noi; l’amore gli uni per gli altri come elemento essenziale della vita comunitaria e sociale; l’umiltà come amore alla verità; la determinazione come frutto dell’audacia cristiana; la speranza teologale, che descrive come sete di acqua viva. Senza dimenticare le virtù umane: af­fabilità, veracità, modestia, cortesia, allegria, cultura. In secondo luogo, santa Teresa propone una profonda sintonia con i grandi personaggi biblici e l’ascolto vivo della Parola di Dio. Ella si sente in consonanza soprattutto con la sposa del Cantico dei Cantici e con l’apostolo Paolo, oltre che con il Cristo della Passione e con il Gesù Eucaristico.
La Santa sottolinea poi quanto è essenziale la preghiera; pregare, dice, “significa frequentare con amicizia, poiché frequentiamo a tu per tu Colui che sappiamo che ci ama” (Vita 8, 5) . L’idea di santa Teresa coincide con la definizione che san Tommaso d’Aquino dà della carità teologale, come “amicitia quaedam hominis ad Deum”, un tipo di amicizia dell’uomo con Dio, che per primo ha offerto la sua amicizia all’uomo; l’iniziativa viene da Dio (cfr Summa Theologiae II-?I, 23, 1). La preghiera è vita e si sviluppa gradualmente di pari passo con la crescita della vita cristiana: comincia con la preghiera vocale, passa per l’interiorizzazione attraverso la meditazione e il raccoglimento, fino a giungere all’unione d’amore con Cristo e con la Santissima Trinità. Ovviamente non si tratta di uno sviluppo in cui salire ai gradini più alti vuol dire lasciare il precedente tipo di preghiera, ma è piuttosto un approfondirsi graduale del rapporto con Dio che avvolge tutta la vita. Più che una pedagogia della preghiera, quella di Teresa è una vera « mistagogia »: al lettore delle sue opere insegna a pregare pregando ella stessa con lui; frequentemente, infatti, interrompe il racconto o l’esposizione per prorompere in una preghiera.
Un altro tema caro alla Santa è la centralità dell’umanità di Cristo. Per Teresa, infatti, la vita cristiana è relazione personale con Gesù, che culmina nell’unione con Lui per grazia, per amore e per imitazione. Da ciò l’importanza che ella attribuisce alla meditazione della Passione e all’Eucaristia, come presenza di Cristo, nella Chiesa, per la vita di ogni credente e come cuore della liturgia. Santa Teresa vive un amore incondizionato alla Chiesa: ella manifesta un vivo “sensus Ecclesiae” di fronte agli episodi di divisione e conflitto nella Chiesa del suo tempo. Riforma l’Ordine carmelitano con l’intenzione di meglio servire e meglio difendere la “Santa Chiesa Cattolica Romana”, ed è disposta a dare la vita per essa (cfr Vita 33, 5).
Un ultimo aspetto essenziale della dottrina teresiana, che vorrei sottolineare, è la perfezione, come aspirazione di tutta la vita cristiana e meta finale della stessa. La Santa ha un’idea molto chiara della “pienezza” di Cristo, rivissuta dal cristiano. Alla fine del percorso del Castello interiore, nell’ultima “stanza” Teresa descrive tale pienezza, realizzata nell’inabitazione della Trinità, nell’unione a Cristo attraverso il mistero della sua umanità.
Cari fratelli e sorelle, santa Teresa di Gesù è vera maestra di vita cristiana per i fedeli di ogni tempo. Nella nostra società, spesso carente di valori spirituali, santa Teresa ci insegna ad essere testimoni instancabili di Dio, della sua presenza e della sua azione, ci insegna a sentire realmente questa sete di Dio che esiste nella profondità del nostro cuore, questo desiderio di vedere Dio, di cercare Dio, di essere in colloquio con Lui e di essere suoi amici. Questa è l’amicizia che è necessaria per noi tutti e che dobbiamo cercare, giorno per giorno, di nuovo. L’esempio di questa Santa, profondamente contemplativa ed efficacemente operosa, spinga anche noi a dedicare ogni giorno il giusto tempo alla preghiera, a questa apertura verso Dio, a questo cammino per cercare Dio, per vederlo, per trovare la sua amicizia e così la vera vita; perché realmente molti di noi dovrebbero dire: “non vivo, non vivo realmente, perché non vivo l’essenza della mia vita”. Per questo il tempo della preghiera non è tempo perso, è tempo nel quale si apre la strada della vita, si apre la strada per imparare da Dio un amore ardente a Lui, alla sua Chiesa, e una carità concreta per i nostri fratelli. Grazie.

Publié dans : PAPA BENEDETTO - CATECHESI, Santi | le 16 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »
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