da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio)

 

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(foto di Papa Benedetto su legno che comperai subito dopo l’elezione, non ha ancora lo stemma)

Papa Benedetto XVI/ Joseph Ratzinger

da In Cammino verso Gesù Cristo, San Paolo Ed. 2004, 56.57,

La decisione per Dio è una decisione del pensiero  insieme della vita: le due realtà si richiamano a vicenda: Questo nesso lo descrive con drammaticamente Agostino nella storia dell propria conversione, laddove parla delle ingannevoli forme di vita di un’esistenza totalmente orientata alla materialità…Agostino riferisce come egli, per così dire, si fosse nascosto dietro le proprie spalle, e come Dio attraverso la parola dell’amico lo abbia tratto fuori da quel nascondiglio, cosicché egli potesse guardarsi in volto1

Perciò la Chiesa antica considerava il camino verso la fede precisamente come un tragitto intellettivo, nel quale l’uomo si confronta con la « dottrina della verità » ed i suoi argomenti, ma si trova anche inserito in una nuova comunità dove sono per lui possibili nuove esperienze e intime speranze.

…per conoscere Cristo è necessaria la sequela. Soltanto allora si può sperimentare dove egli abita. La domanda « Dove abiti? » (Tu chi sei?), riceve sempre la medesima risposta: « Venite e vedrete » (Gv 1,38ss)

1 cfr. Confessiones VIII 5,12 e VIII 7,16

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

San Paolo, Inno alla carità

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

Publié dans : biblica | le 10 juin, 2007 |2 Commentaires »

moltiplicazione dei pani e dei pesci

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Publié dans : immagini sacre | le 1 août, 2020 |Pas de Commentaires »

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (02/08/2020)

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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (02/08/2020)

Condividere e benedire
don Alberto Brignoli

Fare l’elemosina o un’azione caritativa non è mai stato facile, ancora meno lo è ai nostri tempi. Non si sa mai se sia giusto dare o meno, se sia meglio dare soldi oppure beni materiali (cibo, vestiti e quant’altro), se le persone siano da aiutare in maniera incondizionata oppure vadano valutate per le loro reali necessità, se tocca a noi aiutare chi è nella necessità o se sia meglio affidarli a chi ha competenze e risorse maggiori delle nostre, eccetera. Spesso, le domande che ci facciamo al riguardo sono talmente numerose e talmente complesse che, alla fine, perdiamo del tempo prezioso per fare il bene, soprattutto quando si tratta di un’emergenza. Per contro, se facciamo le cose senza ponderarle e senza pensarci, rischiamo a volte di fare danni peggiori rispetto al bene che vorremmo fare. La carità, insomma, va pensata, e va pensata bene: ma senza trascurare la sua essenza, quella di elemosina, di “compassione” e quindi della necessità di un dono gratuito.
Carità ponderata e carità elemosinata: è un dilemma che ci accompagna da sempre, forse – per noi cristiani – da quella sera in cui Gesù, scendendo dalla barca per andare in un luogo solitario a pregare, vide una gran folla, soprattutto di malati, e ne ebbe compassione. Come i discepoli, del resto, compassionati da una folla che, sul far della sera, si trovava ancora nel deserto e non aveva possibilità di mangiare qualcosa se non tornando nei villaggi vicini: molto intelligentemente, i discepoli avevano già individuato una soluzione a una situazione emergenziale di fame e di penuria, ovvero avvicinare la gente ai centri abitati. La carità dei discepoli era una carità pensata, programmata, previdente. La carità di Gesù, invece, era immediata, compassionevole, incondizionata, senza troppe teorie: “Non occorre che vadano: voi stessi date loro da mangiare”. Se volessimo attualizzare queste parole, potremmo dire: “Non c’è bisogno che vadano alla mensa della Caritas o al refettorio popolare: provvedete voi alle loro necessità”. Come poi vada a finire, lo sappiamo bene: ma quello che a noi importa non è il miracolo compiuto da Gesù (che, non c’è ombra di dubbio, avrebbe potuto benissimo fare a meno del misero contributo dei discepoli), bensì il modo con cui lo ha compiuto e con il quale ha voluto far capire ai discepoli, e a noi, cosa significhi essere solleciti verso le necessità dei fratelli, cosa significhi, in fondo, fare la carità, fare del bene a chi ha bisogno.
Che cosa significa, allora, fare la carità? Che cosa significa dare e fare del bene a chi si trova nel bisogno?
Significa, innanzi, avere gli stessi sentimenti del Maestro, che, sceso dalla barca, alla vista della grande folla, “sentì compassione per loro”: e questo, nel momento in cui stava recandosi in un luogo solitario a pregare. Quante volte anche noi, giustamente e doverosamente, vogliamo ritagliarci degli spazi di riposo, di intimità, di isolamento dal mondo nei quali non vogliamo vedere e sentire parlare di nessuno, men che meno di problemi e di necessità: eppure, anche lì, non possiamo esimerci dal chiudere gli occhi di fronte a una situazione di miseria, la quale assume un’importanza enorme, unica, rispetto a qualsiasi nostro desiderio di solitudine e di isolamento dal mondo
Fare del bene a chi ha bisogno significa, poi, evitare di prendere decisioni affrettate, immediate, anche se a volte sembrano ragionevoli, perché spesso possono nascondere un’insidia, così come è stato per i discepoli: l’insidia di risolvere le cose “delegando” la carità agli altri, a chi è competente, a chi sa come si fanno le cose, alle strutture adatte, nascondendo noi stessi dietro le nostre responsabilità, dicendo – come fecero i discepoli – che “ormai è tardi”, che “non abbiamo qui nulla”, che quello che possiamo fare noi è poco, quindi è inutile farlo. E soprattutto, l’insidia della soluzione più facile e più immediata: quella del denaro, quella di fare in modo che la folla vada a “comprarsi da mangiare”, perché in fondo, si sa, dove ci sono i soldi si può comprare tutto, mercanteggiare tutto…spesso anche la carità stessa…
Ma Gesù non mercanteggia, e non ragiona con la logica del “comprare”, bensì con la logica del “condividere”. Poco o tanto che esso sia, “condividere” ciò che abbiamo può fare molto, può fare la differenza. Con i soldi, la folla non si sarebbe potuta sfamare: perché ci siano negozi sufficienti per cinquemila uomini (senza contare donne e bambini) non basterebbero certo i villaggi di una zona desertica della Galilea. Quindi, come spesso accade, quando si ragiona con la logica del denaro, quella sera avrebbe mangiato solo “qualcuno” e, ovviamente, “qualcuno” che il denaro ce l’aveva e che, avidamente, avrebbe comprato tutto quello che poteva, perché abituato a negoziare, a fare “negozio”.
La carità, invece, non ragiona con la logica del “negoziare”, bensì – come dicevamo – del “condividere”, poco o tanto che esso sia: quando un bene è condiviso, la carità fa miracoli, e li fa in maniera abbondante, in proporzioni spaventose e inimmaginabili (uno a mille, ci dice il Vangelo, un pane per mille persone, un pane solo per l’eternità…come Cristo Pane del Cielo).
E non è una carità fatta “in qualche modo”: è una carità fatta bene, in abbondanza (ne avanza anche per un’altra situazione di necessità) e soprattutto fatta con dignità, con la gente invitata a mangiare “seduta sull’erba”, cosa che a noi pare normale o addirittura dettata dall’emergenza, ma che per l’ebreo viaggiatore e pellegrino (abituato a mangiare in piedi) era una cosa inconsueta, riservata solo ai signori, che non mangiavano se non sdraiati, ben comodi. Una carità ben fatta ha bisogno di questo: di un pane “dato”, e non “gettato” a qualche modo; di un pane “consegnato” perché condiviso, e non “preso” perché comprato.
Fare la carità, per chi segue il Maestro, significa, in definitiva, avere compassione, condividere, spezzare per moltiplicare, donare dignità insieme con il pane; e, soprattutto, “recitare la benedizione”, benedire il pane, dire bene di quel poco che abbiamo.
Perché quando il poco che hai sei capace di benedirlo, stai pur certo che non avrai mai necessità di nulla. Per te, e per il mondo intero.

 

il tesoro nel campo

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Publié dans : immagini sacre | le 24 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO

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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO

IL TESORO DI GESÙ CRISTO E DEL REGNO – ENZO BIANCHI

Il vangelo di questa domenica ci presenta le ultime parabole raccolte da Matteo nel capitolo tredicesimo, detto appunto “discorso parabolico”. Come nelle precedenti parabole, Gesù non fa ricorso a idee astratte ma consegna delle immagini, affinché gli ascoltatori accolgano facilmente la parola, la conservino nel cuore e, ricordandola, la attualizzino nel loro quotidiano. Queste immagini mirano ancora una volta a far comprendere la dinamica del regno dei cieli, il modo in cui Dio può regnare ed effettivamente regna in quanti sono capaci di ritornare a lui, di convertirsi e di aderire alla buona notizia portata da Gesù Cristo.

Delle tre parabole odierne le prime due sono inseparabili, mentre la terza, a livello tematico, sembra una ripresa della parabola del buon grano e della zizzania (cf. Mt 13,24-30.36-43). Gesù dice innanzitutto: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. C’è un tesoro nascosto, dunque a lungo ignorato e sotterrato in un campo, certamente per proteggerlo da eventuali rapine: se però è stato nascosto, è per essere ritrovato al tempo opportuno. Il contadino che possiede quel campo disseppellisce il tesoro e, colto da grande stupore, agisce come un uomo accorto: subito nasconde nuovamente il tesoro, poi mette in vendita tutto ciò che possiede, valutato molto poco rispetto al tesoro scoperto. Con il denaro ricavato può dunque comprare quel campo, così da diventare proprietario anche di quel tesoro preziosissimo.
La parabola è semplice, comprensibilissima, perché “l’altra cosa” significata dal tesoro è proprio il regno dei cieli, l’unica realtà che giustifica la vendita di tutto ciò che si ha per poter prendere parte ad esso, come Gesù afferma più avanti, rivolto a un giovane ricco: “Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo. Poi vieni, seguimi!” (Mt 19,21). Allo stesso modo, qui Gesù rivela all’ascoltatore di allora, così come a noi oggi, che il regno di Dio è il tesoro che non ha prezzo e proprio per questo al fine di acquisirlo occorre spogliarsi di tutti gli averi, le ricchezze, le proprietà. Se infatti queste sono una presenza nella vita dell’essere umano e regnano su di lui, impediscono proprio a Dio di regnare (cf. Mt 6,24: “Non potete servire Dio e Mammona, l’idolo della ricchezza!”).
D’altronde, già nel discorso della montagna Gesù aveva avvertito con chiarezza: “Non accumulate tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore” (Mt 6,19-21). Chi vuole seguire Gesù e prendere parte al Regno veniente, deve spogliarsi di tutto ciò che ha, di ciò che nella vita umana è assicurazione e garanzia. Questo lo si può fare se si comprende il mistero del regno dei cieli affidato proprio ai discepoli (cf. Mt 13,11) e se si resta consapevoli di portare questo tesoro in vasi di creta, mostrando così che esso viene da Dio e non da noi stessi (cf. 2Cor 4,7).
Qualcosa di analogo accade anche a un mercante, che nell’esercizio del suo mestiere un giorno scopre una perla di grandissimo valore. Da mercante qual è, si esercita anche alla ricerca di perle preziose, ma pure lui è sorpreso e stupito quando trova questa perla unica. Come fare per possederla? Vende tutti i suoi averi e la compra, perché ai suoi occhi essa ha un valore inestimabile: vale la pane vendere tutto, sacrificare tutto per questa realtà scoperta e valutata come incomparabile. Entrambe le parabole hanno come veri protagonisti gli oggetti, il tesoro e la perla, che si impadroniscono dei due uomini, li afferrano e causano le loro azioni. Nello stesso tempo, per l’appunto, entrambe mettono l’accento sulle azioni, cioè sulla risposta umana di fronte al dono incommensurabile del regno dei cieli.
Sì, siamo di fronte al radicalismo evangelico di Gesù, che ci chiede di spogliarci per accogliere il Regno. E si faccia attenzione: non si tratta di spogliarsi solo all’inizio della sequela, una volta per tutte, ma di rinnovare ogni giorno questa rinuncia, in situazioni diverse e in diverse tappe della vita. Durante il cammino della vita, infatti, anche se all’inizio ci siamo spogliati di ciò che avevamo, riceviamo ancora tante cose e ne acquistiamo di altre. Quella dell’avere, la libido possidendi, è una minaccia che sempre si oppone alla signoria del regno di Dio sulla nostra vita. Per questo con molta sapienza un padre del deserto, abba Pambo, ammoniva: “Dobbiamo esercitarci a spogliarci di ciò che abbiamo fino alla morte, quando ci sarà chiesto di dire ‘amen’ allo spogliarci della nostra stessa vita”.
Questa esigenza radicale ci fa paura, forse oggi più che mai, immersi come siamo nella società del benessere; ma se comprendiamo il dono del Regno, la gioia della buona notizia che è il Vangelo, allora diventa possibile viverla, proprio in virtù della grazia che ci attira e ci fa compiere ciò che non vorremmo e non saremmo capaci di realizzare con le sole nostre forze. Allora potremo dire, insieme all’Apostolo Paolo: “A causa di Cristo … ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui” (Fil 3,7-9). E tutto questo – non va dimenticato – può essere compiuto solo animati dalla gioia, quella di cui Gesù ci parla esplicitamente a proposito del contadino. Chi segue Gesù, dunque, non dice: “Ho lasciato”, ma: “Ho trovato un tesoro”; e non umilia nessuno, non si sente migliore degli altri, ma è semplicemente nella gioia per aver trovato il tesoro. In ultima analisi, infatti, la misura dell’essere discepolo di Gesù è l’appartenenza a lui, non il distacco dalle cose (che se mai ne è una conseguenza): una vera sequela si fa spinti dalla gioia!
La terza parabola narra di “una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così”, spiega Gesù, “sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”. C’è un tempo per pescare e un tempo per valutare le diverse qualità di pesci finiti nella rete. Vi sono pesci buoni e pesci cattivi, come nella comunità cristiana, composta di uomini e donne “pescati” attraverso l’annuncio del Vangelo (cf. Mt 4,19) e riuniti in una comunità che non può essere soltanto di puri e giusti. Ma verrà il giorno del giudizio, e allora vi sarà il discernimento: sarà l’ora della separazione tra quelli che parteciperanno in pienezza al Regno e quelli che, avendo scelto la morte, la gusteranno…
Questa immagine ci spaventa e non vorremmo trovarla tra le parole di Gesù: facciamo fatica a pensarla come Vangelo, come buona notizia. Ma mediante quest’ultima parabola Gesù vuole darci un avvertimento: egli non destina nessuno alla morte eterna, ma mette in guardia, perché sa che il giudizio dovrà esserci. Sarà nella misericordia ma ci sarà, come confessiamo nel Credo: “Il Signore Gesù Cristo … verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo Regno non avrà fine”. D’altronde, rifiutare il dono del Regno non può equivalere ad accoglierlo: è dono, è grazia, è amore!A conclusione del lungo discorso, Matteo registra un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli:
Avete compreso tutte queste cose?
Gli risposero: “Sì”.
Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.
Chi comprende queste parabole di Gesù è come uno scriba che, diventato discepolo di Gesù, possiede un grande tesoro: il tesoro della sapienza (cf. Sap 8,17-18; Pr 2,1-6), tesoro inestimabile e inesauribile (cf. Sap 7,14). Se un discepolo è consapevole di questo tesoro, per dono di Dio può estrarre da esso cose nuove e cose antiche, perché riconosce in ogni parola dell’Antico e del Nuovo Testamento “Gesù Cristo, Sapienza di Dio” (1Cor 1,24). “In Cristo”, infatti, “sono nascosti tutti i tesori della sapienza di Dio” (Col 2,3). Si tratta semplicemente di ribadire questo, di esserne convinti, di non stancarsi di attingere a questo tesoro giorno dopo giorno. È infatti al tesoro di Gesù Cristo, al tesoro che è Gesù Cristo, che ci riconduce ogni nostra ricerca: più passa il tempo, più ci rendiamo conto che è sempre a lui che ritorniamo per confrontare i nostri piccoli passi nell’acquisizione della sapienza. È lui la sua parola, il suo sentire, il suo vivere in noi che potenzia ogni nostro cammino. È lui che sempre di nuovo dice al nostro cuore: “Va’ al largo (cf. Lc 5,4), non stancarti di cercare (cf. Mt 7,7), apri i tuoi orizzonti, perché io sono sempre con te (cf. Mt 28,20)!”.

 

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 24 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

il grano e la zizzania

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Publié dans : immagini sacre | le 18 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO

Il discepolo e l’incompiuto
Parabola del grano e la zizzania

Portiamo tutti nel nostro cuore il desiderio recondito di un tempo e di un luogo in cui fiorisca soltanto del buon grano, un tempo e un luogo in cui, finalmente, cessi quella strana mescolanza di bene e di male che è la nostra vita.
Se solo potessimo ritornare a un agognato paradiso terrestre… che nel nostro immaginario suona come il tempo e il luogo in cui non c’erano inconvenienti e magagne di ogni genere. Lo desideriamo a livello sociale, in ambito ecclesiale, lo desideriamo sul piano relazionale e – perché no? – anche su quello più strettamente personale. E, invece, è come se giorno dopo giorno vedessimo svanire ogni prospettiva di miglioramento e quei brevi tentativi di tregua che talvolta abbiamo assaporato, sfumano come una bolla di sapone.
Perché tutto deve essere così complicato e difficile quando – a nostro dire – le nostre intenzioni attingono alla migliore rettitudine? Che cos’è quel mio continuo sbagliare quando con onestà mi sembra di voler realizzare il meglio per me e per chi mi sta attorno? Come giustificare quella continua incoerenza nella quale cado ogni volta di nuovo senza neppure accorgermene? E perché quella malignità che traspare anche nelle buone intenzioni o quelle distorsioni interpretative che non poche volte finiscono per accendere conflitti relazionali che altrimenti non conosceremmo? Perché sono fatto così male? Ci sarà mai un tempo in cui vedere trionfare il bene sul male?
Come stare di fronte all’incompiuto? È a questa domanda che risponde la pagina della parabola del grano e della zizzania.
Come stare di fronte all’incompiuto? Così come fa Dio: con pazienza. La pazienza, infatti, è la capacità di vivere l’incompiuto nella fiducia che si tratta di un non-ancora-compiuto, è la disponibilità a rispettare e attendere i tempi dell’altro. La pazienza è un frutto di quella fede che è capace di rimettersi completamente nelle mani di Dio e perciò riconosce che non spetta a noi decidere tempi e modi.Non poche volte ci scopriamo abitati da uno zelo non equilibrato che indica un rapporto malsano con il tempo: il tempo che ci è donato, infatti, è segno dell’amore di Dio e perciò va vissuto come occasione per esercitare la sua stessa misericordia nei rapporti con gli uomini.
Corriamo tutti il rischio di stare di fronte alla realtà in modo superficiale e sbrigativo, proprio come pretenderebbero i servi della parabola: quanta fretta nel giudicare le scelte altrui, quanta fretta nel vagliare il loro operato, quanta fretta nel decidere cosa accettare e cosa rifiutare, quanta fretta nell’eliminare tutto ciò che non corrisponde alle nostre aspettative!
Che cosa c’è alle radici della mia fretta? Essa, infatti, non è per nulla una dimostrazione di forza: è piuttosto indice di un nostro malessere personale. L’impazienza finisce per allearsi ben presto con l’insipienza di chi sradica tutto. Siamo convinti di conquistare l’onnipotenza mediante delle prove di forza: ma questa è soltanto un’illusione. Troppi nostri metodi sommari finiscono per diventare eccessivamente determinati e per nulla riguardosi. Non poca nostra irruenza, infatti, finisce per celare mali segreti che continuiamo a portarci dentro senza volerli riconoscere.
C’è un nemico dentro e fuori di noi che può essere vinto non già con un odio più intenso bensì con un amore più grande. È necessario, perciò, guardare all’atteggiamento del Padre il quale non ha fretta perché è consapevole che il grano, malgrado tutto, può crescere comunque rigoglioso.
Dio manifesta la sua forza attraverso l’esercizio della pazienza: è la moderazione la prova della sua onnipotenza, consapevole che non c’è peccato che possa tagliare irrimediabilmente i ponti con la misericordia di Dio. La zizzania può diventare buon grano: questo crede Dio e per questo sa attendere. L’Incarnazione del Figlio di Dio non ha provocato come per incanto la trasformazione del mondo. Gesù ha vinto il male proprio riconoscendolo, assumendolo e attraversandolo.

Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 18 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

Il seminatore usci a seminare

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Publié dans : immagini sacre | le 10 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

XV DOMENICA TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO

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XV DOMENICA TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO

“Il seminatore uscì a seminare…”
Enzo Bianchi

L’ordo liturgico ci fa ascoltare per tre domeniche alcune parabole raccolte in Matteo 13, il terzo lungo discorso di Gesù in questo vangelo, detto appunto “discorso parabolico”. Il tempo dell’ascolto entusiasta di Gesù da parte delle folle sembra esaurito e ormai si è palesata l’ostilità dei capi religiosi giudaici, che sono giunti alla decisione di “farlo fuori” (cf. Mt 12,14).
Sì, è accaduto così e accade così anche oggi nei confronti di chi predica e annuncia veramente il Vangelo. E noi possiamo essere non solo perplessi, ma a volte sgomenti: ogni domenica nella nostra terra d’Italia più di dieci milioni di uomini e donne che credono, o dicono di credere, in Gesù Cristo si radunano nelle chiese per ascoltare la parola di Dio e diventare eucaristicamente un solo corpo in Cristo. Eppure constatiamo che a questa partecipazione alla liturgia non consegue un mutamento: non accade qualcosa che manifesti il regno di Dio veniente. Perché succede questo? La parola di Dio è inefficace? Chi la predica, predica in realtà parole sue? E chi ascolta, ascolta veramente e accoglie la parola di Dio? E chi l’accoglie, è poi conseguente, fino a realizzarla nella propria vita?
Quando Matteo scrive questa pagina che presenta Gesù sulla barca intento ad annunciare le parabole, interrogativi simili risuonano anche nella sua comunità cristiana. I cristiani, infatti, sanno che la parola di Dio è dabar, è evento che si realizza; sanno che, uscita da Dio, produce sempre il suo effetto (cf. Is 55,10-11): e allora perché tanta Parola predicata, a fronte di un risultato così scarso? Ma le parabole di Gesù, racconti che vogliono rivelare un senso nascosto, ci possono illuminare. Gesù fa ricorso alla realtà, al mondo contadino di Galilea, a ciò che ha visto, contemplato e pensato, perché si dava del tempo per osservare e trovare ispirazione per le sue parole, che raggiungevano non gli intellettuali, ma gente semplice, disposta ad ascoltare. Avendo visto più volte il lavoro dei contadini, così Gesù inizia a raccontare, con parole molto note, che per questo vanno ascoltate con ancor più attenzione:
Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti!
In questa parabola stupisce la quantità di seme gettato dal seminatore, e chi non sa che in Palestina prima si seminava e poi si arava per seppellire il seme, potrebbe pensare a un contadino sbadato… Invece il seme è abbondante perché abbondante è la parola di Dio, che deve essere seminata, gettata come un seme, senza parsimonia. Ma il predicatore che la annuncia sa che ci sono innanzitutto ascoltatori i quali la sentono risuonare ma in verità non l’ascoltano. Superficiali, senza grande interesse né passione per la Parola, la sentono ma non le fanno spazio nel loro cuore, e così essa è subito sottratta, portata via. Ci sono poi ascoltatori che hanno un cuore capace di accogliere la Parola, possono addirittura entusiasmarsi per essa, ma non hanno vita interiore, il loro cuore non è profondo, non offre condizioni per farla crescere, e allora quella predicazione appare sterile: qualcosa germoglia per un po’ ma, non nutrito, subito si secca e muore. Altri ascoltatori avrebbero tutte le possibilità di essere fecondi; accolgono la Parola, la custodiscono, sentono che ferisce il loro cuore, ma hanno nel cuore altre presenze potenti, dominanti: la ricchezza, il successo e il potere. Questi sono gli idoli che sempre si affacciano, con volti nuovi e diversi, nel cuore del credente. Queste presenze non lasciano posto alla presenza della Parola, che viene contrastata e dunque muore per mancanza di spazio. Ma c’è anche qualcuno che accoglie la Parola, la pensa, la interpreta, la medita, la prega e la realizza nella propria vita. Certo, il risultato di una semina così abbondante può sembrare deludente: tanto seme, tanto lavoro, piccolo il risultato… Ma la piccolezza non va temuta: ciò che conta è che il frutto venga generato!
Questi racconti in parabole non erano comuni tra i rabbini del tempo di Gesù, e anche per questo i discepoli gli chiedono conto del suo stile particolare nell’annunciare il Regno che viene. Gesù risponde loro con parole che ci stupiscono, ci intrigano e ci chiedono grande responsabilità: “A voi è stata consegnata la conoscenza dei misteri del regno dei cieli”. Nel passo parallelo di Marco, a cui Matteo si ispira, queste parole di Gesù sono ancora più forti: “A voi è stato consegnato il mistero del regno di Dio” (Mc 4,11). Sì, proprio ai poveri discepoli è stato affidato e consegnato, da Dio (passivo divino), ciò che riguarda il suo regno. Per dono di Dio essi hanno accesso a una conoscenza che li rende capaci di vedere il velo alzato sul mistero, su ciò che era stato nascosto per essere svelato. Non è un privilegio per i discepoli, ma una grande responsabilità: a loro è stata data la conoscenza di come Dio agisce nella storia di salvezza!
Ecco però, subito dopo, l’annuncio di una contrapposizione: vi sono invece altri che vedendo non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono, restando chiusi nella loro autosufficienza, nella loro autoreferenzialità religiosa. E si badi bene ai semitismi di queste parole di Gesù, ispirate al profeta Isaia (cf. Is 6,9-10): esse non vogliono indicare arbitrio da parte di Dio, il quale consegnerebbe il Regno ad alcuni e lo negherebbe ad altri. Si deve invece comprendere che chi è destinatario della parola predicata da Dio e non l’ascolta, ma la lascia cadere, non resta nella situazione di partenza. La “parola di Dio”, sempre “viva ed efficace” (Eb 4,12), quando è accolta, salva, guarisce e vivifica; al contrario, quando è rifiutata, causa la malattia della sclerocardia, della durezza del cuore, che diventa sempre più insensibile alla Parola, sempre più incapace di sentirsi toccato e ferita da essa. È così, ma non per volontà di Dio, bensì per il rifiuto da parte dell’essere umano: gli viene offerta la vita, ma non la accoglie, e di conseguenza va verso la morte…
Sovente il popolo di Israele, ma anche il popolo dei discepoli di Gesù, ha un cuore indurito, ha orecchi chiusi, ha occhi accecati, e così non solo non comprende ma neppure discerne la parola del Signore e non fa nessun tentativo di conversione, di ritorno a Dio, il quale sempre ci attende per guarire i nostri orecchi e i nostri occhi. Basterebbe riconoscere e affermare: “Siamo ciechi, siamo sordi, parlaci Signore!”. Eppure quella dei giorni terreni di Gesù era “un’ora favorevole” (2Cor 6,2), l’ora della visita di Dio (cf. Lc 19,44), l’ora della misericordia del Signore (cf. Lc 4,19). Perciò Gesù dice ai discepoli che lo circondano: “Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti dell’antica alleanza hanno desiderato di essere presenti nei giorni del Messia, hanno sognato di vederlo in azione e di ascoltare le sue parole, ma a loro non è stato possibile. Voi invece, voi che ho chiamato e che mi avete seguito, avete potuto vedere con i vostri occhi e ascoltare con i vostri orecchi”. Addirittura il discepolo amato potrà aggiungere, con audacia: “Avete potuto palpare con le vostre mani la Parola della vita” (cf. 1Gv 1,1). Non un’idea, non un’ideologia, non una dottrina, non un’etica, ma un uomo, Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, venuto da Dio! “Voi lo avete incontrato e ne avete fatto esperienza con i vostri sensi. Sì, beati voi!”.
Dunque, a noi che ogni domenica ascoltiamo la Parola e accogliamo la sua semina nel nostro cuore, non resta che vigilare e stare attenti: la Parola viene a noi e noi dobbiamo anzitutto interiorizzarla, custodirla, meditarla e lasciarci da lei ispirare; dobbiamo perseverare in questo ascolto e in questa custodia nel nostro cuore; dobbiamo infine predisporci alla lotta spirituale per custodirla, farle spazio, difenderla da quelle presenze che ce la vorrebbero rubare. In breve, basta avere fede in essa: la Parola, “il Vangelo è potenza di Dio” (Rm 1,16).

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 10 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

venite a me…

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Publié dans : immagini sacre | le 3 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

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OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.
don Luca Garbinetto
Il Vangelo è dei piccoli

Gli anawin, nell’Antico Testamento, erano i poveri d’Israele che vivevano in atteggiamento di totale fiducia e abbandono verso il Signore, desiderosi di essere fedeli agli insegnamenti e ai precetti della Legge. Consapevoli della propria debolezza, a volte scoprendo a proprie spese il peso della vita, sceglievano di abbassare la fronte per riconoscere l’assoluta Maestà di Dio. Erano gli umili, senza pretese né abilità particolari da rivendicare o esporre dal punto di vista della Legge, eppure totalmente consegnati al Signore della Legge. A volte inevitabilmente impuri, eppure fortemente radicati nella Parola.
Al loro stile fa riferimento Gesù, che esulta di gioia nel riconoscere la presenza del Padre dentro i cuori dei piccoli. Gode della loro presenza, il Maestro, scegliendoli come propri compagni di strada e discepoli. E ne manifesta l’identità più intima, proponendo se stesso come modello. La via della piccolezza, riconosciuta e consegnata, infatti, è la via della gioia. Solo il povero si può riconoscere figlio.
Ecco perché Gesù ha scelto la follia della kenosis, dell’abbassamento. Dio si è mostrato debole non per porre una parentesi nella sua esistenza onnipotente, ma per svelare il segreto dell’onnipotenza: la relazione, la fiducia, l’affidamento. Il legame intimo tra Padre e Figlio, possibile solamente perché l’uno ha bisogno dell’altro per essere se stesso, diviene paradigma, ma anche ambiente vitale per gli uomini religiosi – ?religo’ significa ?legare’ – che accolgono la bellezza di un vincolo liberatore.
Nel linguaggio biblico, il giogo fa riferimento alla Legge. Nei campi, si tratta di un attrezzo necessario affinché i buoi possano essere orientati da chi guida verso il giusto sentiero e compiere adeguatamente la loro missione, scavando solchi affinché venga innestata la vita. Una dinamica di necessità e dipendenza, ma anche di servizio e di fecondità. Gli Ebrei cercavano di sottostare al giogo della Legge per essere felici, cioè graditi a Dio.
Ma ?i dotti e i sapienti’ a un certo punto tendono sempre a presumere di saperne di più della guida, a voler gestire da soli lo strumento: fuor di metafora, a imporre e a imporsi norme e criteri insopportabili pur di guadagnarsi il merito di imbastire il giogo migliore. Rinunciando però a portarlo, troppo carico di orpelli intollerabili; e scaricandolo sulle spalle dei più piccoli, di chi non ha ragioni e forze per scrollarsi di dosso l’inutile.
Gesù allora non evita il giogo, non lo toglie. Lo trasforma. Consegna il suo. Il giogo è attrezzo sempre a doppio posto; proponendo di prendere il suo giogo su di noi, Gesù implicitamente promette e rassicura: dall’altra parte c’è Lui, a portare la sua parte. E dietro, a guidare il cammino, c’è il Padre, l’Agricoltore, Colui che conosce bene non solo il campo da lavorare e la linea da seguire, ma soprattutto i figli che lo aiutano nel lavoro.
Il ristoro proveniente dal Figlio, allora, non è l’oziosa paralisi di chi, riconoscendosi inadeguato, viene posto al lato del sentiero della vita. È invece l’avventura entusiasmante del percorso da intraprendere insieme, è l’invito a fare strada, alzandosi in piedi anche se la fatica è tanta, è l’entusiasmo di avviarsi insieme su per il sentiero, pur in salita, ma con una prospettiva di vita.
Così il peso diventa leggero. Perché ci sente degni di camminare e di portarlo. Si porta in due, si hanno le spalle coperte, si prospetta un orizzonte, uno scopo, un valore che ha il sapore di frutti da raccogliere. Mistero grande, rivelato a coloro che rinunciano a saperne più del contadino e, alla scuola del Figlio, raccolgono l’eredità di essere anch’essi figli. Una fragilità, infatti, una debolezza pesa più di un macigno se è portata da soli, se non vi è un legame a farci da contrappeso.
La benevolenza del Padre, la sua infinita prodigalità, ha voluto trasformare l’indigenza in opportunità di affidamento. E così, schierato tra i miti, identificato con gli anawin, Gesù coinvolge e raccoglie, quasi come una chioccia i suoi pulcini, l’interminabile schiera degli scartati, schiacciati dal giudizio dei legislatori – anziché rinnovati dalla freschezza della Legge. E avviene in questo modo il miracolo della Chiesa, comunità dei discepoli, carovana di piccoli che hanno teso la mano e, lasciandosi sollevare dalla dolce fermezza del Fratello, hanno intrapreso con Lui la paziente opera di aratura e seminagione nel campo del mondo.
Perché i poveri evangelizzeranno la terra.

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