da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio)

 

papa benedetto 2005 dopo l'elezzione

(foto di Papa Benedetto su legno che comperai subito dopo l’elezione, non ha ancora lo stemma)

Papa Benedetto XVI/ Joseph Ratzinger

da In Cammino verso Gesù Cristo, San Paolo Ed. 2004, 56.57,

La decisione per Dio è una decisione del pensiero  insieme della vita: le due realtà si richiamano a vicenda: Questo nesso lo descrive con drammaticamente Agostino nella storia dell propria conversione, laddove parla delle ingannevoli forme di vita di un’esistenza totalmente orientata alla materialità…Agostino riferisce come egli, per così dire, si fosse nascosto dietro le proprie spalle, e come Dio attraverso la parola dell’amico lo abbia tratto fuori da quel nascondiglio, cosicché egli potesse guardarsi in volto1

Perciò la Chiesa antica considerava il camino verso la fede precisamente come un tragitto intellettivo, nel quale l’uomo si confronta con la « dottrina della verità » ed i suoi argomenti, ma si trova anche inserito in una nuova comunità dove sono per lui possibili nuove esperienze e intime speranze.

…per conoscere Cristo è necessaria la sequela. Soltanto allora si può sperimentare dove egli abita. La domanda « Dove abiti? » (Tu chi sei?), riceve sempre la medesima risposta: « Venite e vedrete » (Gv 1,38ss)

1 cfr. Confessiones VIII 5,12 e VIII 7,16

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

San Paolo, Inno alla carità

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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Publié dans : biblica | le 10 juin, 2007 |2 Commentaires »

Matteo 20, 1-16

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Publié dans : immagini sacre | le 23 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

24 SETTEMBRE 2017 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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24 SETTEMBRE 2017 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Gesù ci sorprende raccontando una parabola paradossale che afferma la sua predilezione per gli « ultimi ». È il modo di operare di Dio: la sua bontà supera la logica umana e la semplice giustizia distributiva.

La parola di Dio
Isaia 55,6-9. « I miei pensieri non sono i vostri pensieri… », dice il Signore per bocca di Isaia: « Quanto il cielo sovrasta la terra… i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri ». Pensieri antichi degli ebrei in esilio, ma che si applicano perfettamente alla parabola che la liturgia ci propone oggi.
Filippesi 1,20c-27a. Incomincia oggi la lettura della lettera ai Filippesi, che ci accompagnerà per quattro domeniche. Paolo incontra i Filippesi nel suo secondo viaggio. Si reca in Macedonia spinto da una visione e avrà sempre cari quegli abitanti. Paolo si è perfino fatto aiutare da loro, mentre lo ha sempre evitato da parte delle altre comunità, per non apparire interessato. Nel brano che ci viene presentato oggi, afferma che Gesù è la ragione della sua vita: desidera raggiungerlo, ma accetta di continuare a essere al suo servizio predicando tra di loro il vangelo.
Matteo 20,1-16a. Gesù racconta una parabola sconcertante, ma solo perché presenta la bontà sorprendente di Dio, che ha della giustizia un’idea assolutamente personale.

Riflettere
La parabola raccontata da Matteo evidentemente ha una finalità ben precisa: Gesù afferma che di fronte alla salvezza gli uomini sono tutti radicalmente uguali. Gli operai dell’ultima ora in realtà sono i pagani dell’epoca apostolica, che hanno soppiantato i « figli della promessa e dell’alleanza », indifferenti di fronte al Dio fatto uomo.
La parabola è verosimile e si rifà a una situazione molto diffusa al tempo di Gesù. Il lavoro a giornata era normale, e a quel tempo tutto sommato era una fortuna per la sopravvivenza di molte famiglie.
Anche il comportamento del padrone non è del tutto assurdo, dal momento che i grandi latifondisti erano signori assoluti e non vi era alcuna legge o contratto che regolasse il rapporto di lavoro tra operai e padroni.
Gesù del resto per trasmettere un suo messaggio racconta un episodio-parabola tratto dalla vita del tempo, senza preoccuparsi se in questo racconto il comportamento del protagonista potrebbe apparire discutibile: la stessa cosa aveva fatto raccontando la parabola del fattore infedele (Lc 16,1-13) o quella del padrone che pretende di essere servito (Lc 17,7-10).
Ciò che in questa parabola diventa certamente elemento di novità è prima di tutto la premura del padrone nell’invitare gli operai al lavoro. Soprattutto nell’invito agli ultimi si nota il suo disappunto nel vederli oziosi. È la bontà e l’insistenza di Dio che chiama tutti a lavorare nella sua vigna, anche chi apparentemente è più lontano da lui.
Ed è altrettanto sorprendente e provocatorio il fatto di cominciare a dare il salario dagli ultimi, da quelli cioè che hanno lavorato solo un’ora. E così la protesta di chi ha lavorato l’intera giornata ci pare giusta e logica. Oggi ci si appellerebbe ai sindacati. Ma si direbbe che tutto è fatto a proposito, proprio allo scopo di provocare una reazione.
Gesù intende presentare un caso di bontà imprevedibile. Il padrone diventa icona di Dio, sovranamente libero e misericordioso, che ama di amore inventivo. Egli è il padrone buono, che nel fare i suoi doni non si lascia condizionare dalle opere compiute, ma unicamente dal suo amore.
La parabola è autobiografica di Gesù e sottolinea che i peccatori, gli esclusi, i pubblicani, gli ultimi, cioè quelli che nella storia della salvezza non avevano peso, dopo la sua venuta sono stati portati al livello di importanza degli scribi e farisei, indifferenti e addirittura ostili di fronte alla sua predicazione.
La parabola intende anche spiegare come mai nell’epoca apostolica il regno di Dio, il nuovo Israele, si sia aperto anche ai nuovi convertiti, i pagani. E nella nuova comunità ecclesiale tutti si trovano sullo stesso piano di fronte alla salvezza, sia chi vi è approdato dall’esperienza ebraica, sia i nuovi convertiti dal paganesimo.
Gli stessi dodici apostoli non hanno fatto parte della gerarchia ebraica, eppure ora occupano i primi posti.

Attualizzare
La cosa che colpisce di più nella parabola è ancora l’amore inventivo di Dio, la sua ricerca degli operai per la sua vigna (al mattino presto, verso le nove, a mezzogiorno, alle tre del pomeriggio, alle cinque di sera…), il suo andare incontro anche a quelli che se ne stanno senza far niente.
Ma l’imprevedibilità di Dio, che nasce dall’amore, non viene capita dagli operai della prima ora. E riesce difficile anche a noi, cittadini e cristiani benpensanti, a cui non piace troppo la gratuità. Ma l’operare di Dio fa parte di una logica diversa, si fonda sulla libertà di Dio. Ancora una volta, all’uomo che cerca di ridurre Dio alla propria dimensione, Dio risponde sconcertandolo.
Si tratta di una nuova giustizia fondata non sul « tanto mi dai, tanto ti do », ma di un modo di giudicare che riesce a leggere nel fondo delle persone e delle situazioni, che si fonda sulla dignità di ogni uomo, sul diritto ad avere ciò che è indispensabile per vivere e per realizzarsi.
È indubbiamente un modo di ragionare che va contro la mentalità di coloro che sono sempre alla ricerca della meritocrazia, della selezione, delle rigide graduatorie, magari dei privilegi. Dice Gesù: « Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 5,20).
È una nuova giustizia che nasce da un supplemento di bontà. Per questo non è facile da accettare, se non ci si mette dal punto di vista di Dio. Perché si dà il caso che quel padrone potrebbe non trovare più gli operai all’alba del giorno dopo, preferendo presentarsi tutti alle cinque del pomeriggio… Così come il fratello del figliol prodigo trova giusto non dover ulteriormente dividere l’eredità con chi ha già sperperato una buona parte del patrimonio famigliare. « Non è giusto », dice, e non vuole fare festa come il padre.
Come dicevamo, la parabola è raccontata da Matteo per dire che la chiesa nata dalla Pasqua si è aperta ai pagani, ultimi arrivati, che hanno poi finito per soppiantare gli ebrei, che pure erano giunti alla fede sin dall’alba.
Ma la parabola è raccontata anche per noi, che viviamo nella chiesa di oggi. Tra di noi ci sono quelli che sono approdati alla fede sin da bambini, che ci vivono senza scossoni, tra messe quotidiane e rosari, e c’è chi fa fatica a credere, chi vive la vita cristiana con apparente superficialità e disinvoltura. E ci sono i « lontani », gli esclusi per le circostanze più diverse, coloro che vivono ai margini dei normali sentieri ecclesiali.
Dobbiamo chiederci se ci interessa questo Dio che manda tutti a lavorare a ogni ora nella sua vigna e ci chiama non a giudicare o a condannare, ma a farci carico della sua bontà e andare a cercarli, imitandolo nell’offrire la salvezza anche a chi è lontano o sfaticato, a chi deve essere spinto per trovare il gusto del lavoro e del vivere. A chi non conosce Dio e non lo vuole conoscere, a chi non ama la chiesa e anzi la rifiuta.
Domandiamoci anche quale spazio lasciamo nelle nostre comunità parrocchiali a coloro che giungono alla fede da strade lontane, che si convertono e diventano magari cristiani doc. Essi sono a volte così diversi dai « praticanti » e portano aria nuova, dando a volte l’impressione di voler sconvolgere le nostre buone abitudini. « Ma che cosa vogliono da noi, che siamo sempre stati qui, battezzati ancora in fasce e cresciuti tra oratorio e parrocchia? ».
C’è gente che teme di perdere il proprio posto in parrocchia, di venire privata della fiducia, di essere scavalcata dall’ultimo arrivato. E c’è chi non crede alla sincerità del loro cambiamento di vita. È stato così persino per Paolo, guardato con diffidenza dai cristiani della prima ora.
Quanto all’atteggiamento degli operai della prima ora, che affermano di avere faticato per l’intera giornata, ricordiamo che lavorare nella vigna di Dio non è mai faticoso, anzi è gioia e privilegio, crescita nella maturazione e nella propria ricchezza interiore. Chi arriva alla fede, in gioventù o in tarda età, sente il privilegio di avere incontrato qualcosa di sorprendente, che dà un senso nuovo alla sua vita.
Ricorda un ragazzo di 17 anni, Alessandro: « Sentivo tanta confusione dentro di me. Giunto alla scuola superiore mi sono ritrovato da solo e senza un progetto, qualcosa per cui vivere. Amavo solo la musica, ma non bastava a riempire la mia vita. Allora mi sono ritirato in un bosco e ho gridato verso Dio: « Se ci sei, fatti vivo, dammi un segno della tua presenza ». Non ero sicuro che mi avrebbe risposto, invece l’ho incontrato. Da quel momento Dio per me non è stato più un’idea, ma una presenza. Mi sono sentito amato. È scomparsa la paura, tutto è diventato bello, ho scoperto di essere nelle mani di Dio ».

Collaboratori nella vigna di Dio
« Da alcuni anni Chiara Castellani è missionaria laica in Congo, unico medico per 100 mila abitanti, e dirige un piccolo ospedale. Sin dal 1992 ha una protesi al posto del braccio sinistro, rimasto schiacciato sotto una jepp in un incidente stradale. Avrebbe anche lei qualche motivo per prendersela con Dio, invece confessa di essere felice, di aver ricevuto già qui, su questa terra il « centuplo » evangelico, in termini di relazioni umane, di intensità di vita. In una parola: di felicità vera, piena » (Gerolami Fazzini).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 23 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Caravaggio, il martirio di San Matteo

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Publié dans : immagini sacre | le 21 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

21 SETTEMBRE – SAN MATTEO, APOSTOLO ED EVANGELISTA

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21 SETTEMBRE – SAN MATTEO, APOSTOLO ED EVANGELISTA

di dom Prosper Guéranger

La chiamata del Signore.

« La vocazione del pubblicano che Gesù invita a seguirlo è tutto un mistero » dice sant’Ambrogio (Commento su san Luca l. v, c. 5). Già parecchie feste di apostoli ci hanno descritta la loro chiamata. ma oggi vediamo chiamare un pubblicano, uno degli uomini che il popolo detestava, perché esigeva per conto di Erode Antipa le tasse di dogana, dazio e pedaggio. Sant’Ambrogio ce lo presenta « avaro e duro, intento a volgere a suo profitto il salario dei braccianti, le pene e i pericoli dei marinai ». Forse sant’Ambrogio è troppo severo e gli attribuisce i difetti dei suoi colleghi, ma, comunque sia, Gesù passò vicino al suo banco di doganiere, a Cafarnao, lo osservò attentamente e gli disse senz’altro: « Seguimi! ».

La risposta di san Matteo.
Nella parola di Gesù vi sono autorità e tenerezza insieme e l’anima di Matteo, che era retta, fu illuminata da Dio e, lasciato tutto, abbandonato ad un altro l’ufficio, seguì il Signore. Egli meritò così il nome di Matteo, che vuoi dire il donato, ma il dono di Dio avrebbe poi superato di molto il dono che egli aveva fatto di se stesso. Dio era venuto a scegliere sulla terra quanto vi era di più umile e di più disprezzato, per la funzione sociale che compiva, per farne un principe del suo popolo (Sal 112) e dargli la dignità più alta che vi sia al mondo, dopo la Maternità divina, la dignità di Apostolo!

La riconoscenza.
Matteo volle festeggiare la sua chiamata con una grande cena alla quale invitò, non soltanto il Signore e i discepoli, ma anche tutti i suoi amici pubblicani, che furono numerosi al banchetto. Gesù si prestò ad un avvicinamento, che gli permetteva di proseguire la predicazione sul peccato e sul potere che aveva di perdonarlo, ma questo era un bello scandalo per la giustizia sdegnosa e rigida dei farisei, che trattavano come peccatori tutti quelli che non vivevano come loro, e non poterono tacere il loro stupore e la loro disapprovazione.

La risposta di Gesù.
Con la semplicità e bontà che consola chi è giudicato male e nello stesso tempo illumina chi è stato troppo severo, il Signore rispose: « Non coloro che stanno bene hanno bisogno del medico, ma i malati: io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori ». Il Signore è medico, medico dei corpi e più ancora medico delle anime. Se chi è malato ricorre a lui, chi può rimproverarlo? Il medico presta la sua opera a chi lo avvicina: è cosa regolarissima. Gesù è venuto in questo mondo per guarire e restituire la salute, per guarire chi sente di aver bisogno di guarigione. Chi sta bene, o crede di star bene, non ha bisogno del medico e il Signore non è venuto per lui. Chi si crede giusto non ha bisogno delle sue misericordie ed egli si dedica ai peccatori: è venuto per invitarli a penitenza. Infelice chi crede di bastare a se stesso! » (Dom Delatte, L’Evangelo, I, 240, Mame, 1922).

L’Apostolo.
Matteo seguì il Maestro e restò per tre anni in intimità con lui, attento al suo insegnamento, testimone dei suoi miracoli e della sua Risurrezione. Dopo la Pentecoste partì, come gli altri Apostoli, per evangelizzare il mondo. Sant’Ambrogio e san Paolino da Nola parlano della sua predicazione in Persia. Pare sia morto in Etiopia donde il suo corpo sarebbe stato portato a Salerno e la chiesa cattedrale salernitana è a lui dedicata. Clemente di Alessandria lo dice di grande austerità di vita e la tradizione afferma che morì martire, per aver sostenuto i diritti della verginità consacrata a Dio.

L’Evangelista.
La Chiesa sarà sempre riconoscente a san Matteo perché scrisse per il primo, e cioè prima del 70, l’insegnamento che aveva ascoltato dalla bocca stessa del Signore e che, dopo l’Ascensione, era trasmesso oralmente.
Lo scrisse in aramaico per i Giudei già convertiti, ma anche per tutti coloro che non avevano voluto riconoscere in Gesù il Messia promesso ai padri. Egli si propose di dimostrare che il Crocifisso del Calvario era l’erede delle promesse fatte a Davide, il Messia annunziato dai Profeti, colui che era venuto a fondare il vero regno di Dio. Si rivolse anche a tutti i cristiani e anche a noi, che consideriamo il Vangelo la « buona novella per eccellenza, la sola, parlando con esattezza, che esista al mondo: l’annunzio che l’uomo, chiamato prima all’amicizia e alla vita di Dio, poi decaduto da tanta grandezza, vi era riportato dal Figlio di Dio » (Dom Delatte, L’Evangelo, I, vii).

L’umiltà.
Come piacque al Signore la tua umiltà! Ti meritò di essere oggi così grande nel regno dei cieli (Mt 18,1-4), fece di te il confidente dell’Eterna Sapienza incarnata. La Sapienza del Padre, che si allontana dai prudenti e si rivela ai piccoli (ivi 11,25), rinnovò l’anima tua con la sua divina intimità e la riempì del vino nuovo della sua celeste dottrina (ivi 1,21-23). Tu avevi compreso così bene il suo amore che ti scelse per farti il primo storico della sua vita terrestre e mortale che per mezzo tuo l’Uomo-Dio si rivelò al mondo. Insegnamento magnifico il tuo (ivi 5-8) dice la Chiesa nella Messa, raccogliendo l’eredità di colei, che non seppe comprendere né il Maestro né i Profeti che l’annunziarono!

Preghiera.
Evangelista e martire della verginità, veglia sopra la parte eletta del gregge del Signore. Non dimenticare però nessuno di quelli ai quali insegni che l’Emmanuele ebbe il nome di Salvatore (1,21-23). Tutti i redenti ti venerano e ti pregano. Per la via tracciata, per merito tuo, nell’ammirabile Discorso della Montagna, conduci noi tutti al regno dei cieli, che la tua penna ispirata così spesso ricorda.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1096-1099

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Crocifisso Donatello

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Publié dans : immagini sacre | le 19 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

SANTI MARTIRI COREANI (ANDREA KIM TAEGON, PAOLO CHONG HASANG E 101 COMPAGNI) – 20 SETTEMBRE

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SANTI MARTIRI COREANI (ANDREA KIM TAEGON, PAOLO CHONG HASANG E 101 COMPAGNI) – 20 SETTEMBRE

L’azione dello Spirito, che soffia dove vuole, con l’apostolato di un generoso manipolo di laici è alla radice della santa Chiesa di Dio in terra coreana. Il primo germe della fede cattolica, portato da un laico coreano nel 1784 al suo ritorno in Patria da Pechino, fu fecondato sulla meta del secolo XIX dal martirio che vide associati 103 membri della giovane comunità. Fra essi si segnalano Andrea Kim Taegon, il primo presbitero coreano e l’apostolo laico Paolo Chong Hasang. Le persecuzioni che infuriarono in ondate successive dal 1839 al 1867, anziché soffocare la fede dei neofiti, suscitarono una primavera dello Spirito a immagine della Chiesa nascente. L’impronta apostolica di questa comunità dell’Estremo Oriente fu resa, con linguaggio semplice ed efficace, ispirato alla parabola del buon seminatore, dal presbitero Andrea alla vigilia del martirio. Nel suo viaggio pastorale in quella terra lontana il Papa Giovanni Paolo II, il 6 maggio 1984, iscrisse i martiri coreani nel calendario dei santi. La loro memoria si celebra nella data odierna, perché un gruppo di essi subì il martirio in questo mese, alcuni il 20 e il 21 settembre. (Mess. Rom.)

Etimologia: Andrea = virile, gagliardo, dal greco
Emblema: Palma

Martirologio Romano: Memoria dei santi Andrea Kim Tae-gon, sacerdote, Paolo Chong Ha-sang e compagni, martiri in Corea. In questo giorno in un’unica celebrazione si venerano anche tutti i centotrè martiri, che testimoniarono coraggiosamente la fede cristiana, introdotta la prima volta con fervore in questo regno da alcuni laici e poi alimentata e consolidata dalla predicazione dei missionari e dalla celebrazione dei sacramenti. Tutti questi atleti di Cristo, di cui tre vescovi, otto sacerdoti e tutti gli altri laici, tra i quali alcuni coniugati altri no, vecchi, giovani e fanciulli, sottoposti al supplizio, consacrarono con il loro prezioso sangue gli inizi della Chiesa in Corea.
La Chiesa coreana ha la caratteristica forse unica, di essere stata fondata e sostenuta da laici; infatti agli inizi del 1600 la fede cristiana comparve in Corea tramite le delegazioni che ogni anno visitavano Pechino in Cina, per uno scambio culturale con questa Nazione, molto stimata in tutto l’Estremo Oriente.
E in Cina i coreani vennero in contatto con la fede cristiana, portando in patria il libro del grande padre Matteo Ricci “La vera dottrina di Dio”; e un laico, Lee Byeok grande pensatore, ispirandosi al libro del famoso missionario gesuita, fondò una prima comunità cristiana molto attiva.
Intorno al 1780, Lee Byeok pregò un suo amico Lee-sunghoon, che faceva parte della solita delegazione culturale in partenza per la Cina, di farsi battezzare e al ritorno portare con sé libri e scritti religiosi adatti ad approfondire la nuova fede.
Nella primavera del 1784 l’amico ritornò con il nome di Pietro, dando alla comunità un forte impulso; non conoscendo bene la natura della Chiesa, il gruppo si organizzò con una gerarchia propria celebrando il battesimo e non solo, ma anche la cresima e l’eucaristia.
Informati dal vescovo di Pechino che per avere una gerarchia occorreva una successione apostolica, lo pregarono di inviare al più presto dei sacerdoti; furono accontentati con l’invio di un prete Chu-mun-mo, così la comunità coreana crebbe in poco tempo a varie migliaia di fedeli.
Purtroppo anche in Corea si scatenò ben presto una persecuzione fin dal 1785, che si incrudeliva sempre più, finché nel 1801 anche l’unico prete venne ucciso, ma questo non bloccò affatto la crescita della comunità cristiana.
Il re nel 1802 emanò un editto di stato, in cui si ordinava addirittura lo sterminio dei cristiani, come unica soluzione per soffocare il germe di quella “follia”, ritenuta tale dal suo governo. Rimasti soli e senza guida spirituale, i cristiani coreani chiedevano continuamente al vescovo di Pechino e anche al papa di avere dei sacerdoti; ma le condizioni locali lo permisero solo nel 1837, quando furono inviati un vescovo e due sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi; i quali penetrati clandestinamente in Corea furono martirizzati due anni dopo.
Un secondo tentativo operato da Andrea Kim Taegon, riuscì a fare entrare un vescovo e un sacerdote, da quel momento la presenza di una gerarchia cattolica in Corea non mancherà più, nonostante che nel 1866 si ebbe la persecuzione più accanita; nel 1882 il governo decretò la libertà religiosa.
Nelle persecuzioni coreane perirono, secondo fonti locali, più di 10.000 martiri, di questi 103 furono beatificati in due gruppi distinti nel 1925 e nel 1968 e poi canonizzati tutti insieme il 6 maggio 1984 a Seul in Corea da papa Giovanni Paolo II; di questi solo 10 sono stranieri, 3 vescovi e 7 sacerdoti, gli altri tutti coreani, catechisti e fedeli.
Di seguito diamo un breve tratto biografico dei due capoelenco liturgico del gruppo dei 103 santi martiri: Andrea Kim Taegon e Paolo Chong Hasang.
Andrea nato nel 1821 da una nobile famiglia cristiana, crebbe in un ambiente decisamente ispirato ai principi cristiani, il padre in particolare aveva trasformato la sua casa in una ‘chiesa domestica’, ove affluivano i cristiani ed i neofiti della nuova fede, per ricevere il battesimo, scoperto tenne con forza la sua fede, morendo a 44 anni martire.
Aveva 15 anni quando uno dei primi missionari francesi arrivati in Corea nel 1836, lo inviò a Macao per prepararlo al sacerdozio. Ritornò come diacono nel 1844 per preparare l’entrata del vescovo mons. Ferréol, organizzando una imbarcazione con marinai tutti cristiani, andando a prenderlo a Shanghai, qui fu ordinato sacerdote e insieme, di nascosto con un viaggio avventuroso, penetrarono in Corea, dove lavorarono insieme sempre in un clima di persecuzione.
Con la nobiltà del suo atteggiamento, con la capacità di comprendere la mentalità locale, riuscì ad ottenere ottimi risultati d’apostolato. Nel 1846 il vescovo Ferréol lo incaricò di far pervenire delle lettere in Europa, tramite il vescovo di Pechino, ma durante il suo incontro con le barche cinesi, fu casualmente scoperto ed arrestato.
Subì gli interrogatori e gli spostamenti di carcere prima con il mandarino, poi con il governatore e giacché era un nobile, alla fine con il re e a tutti manifestò la fedeltà al suo Dio, rifiutando i tentativi di farlo apostatare, nonostante le atroci torture; alla fine venne decapitato il 16 settembre del 1846 a Seul; primo sacerdote martire della nascente Chiesa coreana.
Paolo Chong Hasang. Eroico laico coreano, era nato nel 1795 a Mahyan, il padre Agostino e il fratello Carlo vennero martirizzati nel 1801, la sua famiglia composta da lui, la madre Cecilia e la sorella Elisabetta, venne imprigionata e privata di ogni bene, furono costretti ad andare ospiti di un parente, ma appena gli fu possibile si trasferì a Seul aggregandosi alla comunità cristiana; perlomeno quindici volte andò in Cina a Pechino in viaggi difficilissimi fatti a piedi, spinto dall’eroismo di una fede genuina, professata nonostante i gravi pericoli.
Collaborò alacremente affinché il primo sacerdote Yan arrivasse in Corea e poi dopo di lui i missionari francesi: il vescovo Imbert ed i sacerdoti Maubant e Chastan.
Fu accolto con la madre e la sorella dal vescovo Imbert, il quale desiderava farlo diventare sacerdote, ma la persecuzione infuriava e un apostata li tradì, facendoli imprigionare.
Paolo Chong Hasang venne interrogato e torturato per fargli abbandonare la religione straniera a cui si era associato, ma visto la sua grande fermezza, venne condannato e decapitato il 22 settembre 1839, insieme al suo caro amico Agostino Nyon, anche lui firmatario di una petizione al papa per l’invio di un vescovo in Corea. Anche la madre e la sorella vennero uccise dopo alcuni mesi.
Il vescovo e i due sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi, vennero decapitati anche loro nel 1839.

Publié dans : santi martiri | le 19 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Mount Sinai

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Publié dans : immagini sacre | le 18 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

GIOBBE: L’UOMO CHE NON HA PERSO LA SFIDA CON DIO

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GIOBBE: L’UOMO CHE NON HA PERSO LA SFIDA CON DIO

Le pagine d’apertura della Bibbia (Gn 1-11) non sono le uniche che ci offrono un’immagine dell’atto creativo di Dio e delle sue possibili implicazioni teologiche. Nel saggio esegetico collettivo, La création dans l’Orient Ancien (Parigi 1987) vengono ricordati e commentati almeno sei blocchi di testi biblici antichi che dicono la loro su questo argomento: i Salmi (33, 104, 136, 148), il Secondo Isaia (44-55), Geremia (versetti sparsi), Giobbe (38-41), Sapienza (1, 13-14; 9,), 2Maccabei (7, 28). Gli autori chiariscono che ognuna di queste riprese del tema genesiaco ha il suo taglio, la sua prospettiva interpretativa e, se a tutto ciò aggiungiamo le riprese neotestamentarie dell’argomento (prologo di Giovanni e passi specifici di Paolo), dobbiamo concludere che la Scrittura nel confessare la sua fede nel Creatore è, se non equivoca, per lo meno plurivoca. Vale a dire presenta molte linee interpretative, tese alla continua rilettura problematica e attualizzante del tema, come ci dimostra questa rapida e sorprendente incursione nel libro di Giobbe.

E il serpente tentò Dio
Tutti conosciamo questo scritto e tutti sappiamo che è composto da una cornice narrativa fiabesca in prosa e da un ampio dialogo o dibattito in versi, in cui il protagonista, in contesa con gli amici e con Dio, si mostra ben più campione dei diritti dell’innocente perseguitato che di muta pazienza. Non tutti ci rendiamo conto, però, che la soluzione del problema teologico dell’antico testo fa strettamente corpo con la soluzione del suo problema letterario.
Ma quale è questo problema? Esso è precisamente rappresentato dalla difficoltà di cogliere l’unità compositiva dell’intero testo, di conciliare la pazienza del Giobbe fiabesco con la ribellione di quello dialogico, di dare identità coerente e credibile al Dio « tentato » del prologo e a quello « autocelebrativo » dei capitoli 38-41, di capire perché proprio quest’ultimo dia ragione a Giobbe, che lo ha contestato, e non agli amici, che lo hanno difeso, e perché infine Giobbe ritiri le sue accuse a Dio e con lui si riconcili senza avere apparentemente ricevuto risposta alle sue domande.
Un modo per evitare tutte queste questioni è quello di considerare le diverse parti dell’opera come scritti eterogenei di gran pregio messi insieme da un redattore piuttosto approssimativo. Si semplifica così il problema letterario e si sterilizza quello teologico. E’ la strada scelta dai più, ma non è la nostra: visto che la struttura narrativa e poetica del testo esige di essere valutata nella forma in cui ci è pervenuta e che un’ipotesi di lettura unitaria è suggerita dai rimandi che legano ad incastro fiaba e dialogo; visto, infine, che solo l’intervento di un quarto campione di Dio, l’Elihu dei cap.32-37, risulta sicuramente estraneo all’impianto originario e inserito in secondo momento da altra mano, con altro intento, approfittando del carattere aperto e problematico dell’opera.
Ora la prima indicazione, che ci viene dalla valorizzazione del legame tra cornice narrativa e dialogo, è la focalizzazione del testo sulla relazione uomo-Dio, assai più che sul problema del male. L’avventura inizia in cielo perché, mentre Giobbe vive in terra felice e rispettoso dei divini precetti, Satana, ispettore celeste delle umane cose, riesce a gettare l’ombra del dubbio sulle vere ragioni che lo spingono a tanto esercizio di virtù e di pietà. « Forse che Giobbe crede in Dio per nulla? »: sussurra a Dio (1, 9) e Dio deve metterlo alla prova, privandolo dei beni, dei figli e della salute. Alla fine, dopo il drammatico sviluppo dialogico, in cui il tema del male diventa il terreno di verifica del rapporto uomo-Dio, ecco la logica conclusione di questo tema e non di quello: Giobbe ha detto bene di Dio e non gli amici. E’ il suo sacrificio in loro favore e non il loro parlare a favore di Dio ad ottenere la restaurazione della felice condizione iniziale (42, 7-17). Solo Giobbe, infatti, ha saputo stare faccia a faccia con Dio dimostrando dignità, forza e sincerità; ma anche solo Dio è riuscito a reggere la sfida di Giobbe e a farsi accettare con un discorso altrettanto franco e spregiudicato.
Il problema del male è in tutto ciò il terreno di confronto e di scontro, ma non è il problema centrale, tant’è vero che viene discusso, rimescolato fin dalle fondamenta, ma non risolto e altrettanto si dica del problema della creazione che è qui insistentemente evocato.
Con grande acume lo coglie per noi G. Borgonovo: « Rispetto alla teologia profetica pre-esilica e a quella deuteronomistica della legge e della remunerazione il libro di Giobbe colloca il discorso su Dio nell’orizzonte della creazione, un orizzonte più ampio e fondativo. Per esso non si può spiegare la realtà del male partendo da un’etica dell’alleanza. Bisogna presupporre che il Dio dell’alleanza sia il Dio creatore, colui che ha posto in essere l’uomo e il mondo, in quanto realtà in divenire. Da questo punto di vista l’affermazione del II Isaia che da Jhwh, come unico Dio creatore e salvatore, vengono il bene e il male (Is 45, 7) e il contributo di Ezechiele sul principio della responsabilità individuale (Ez 18) rendono incandescente il problema della teodicea. Proprio dall’unione di tali dottrine poteva, infatti, sorgere l’intollerabile immagine di Dio messa in scena contro Giobbe negli interventi dei suoi amici » (La notte e il suo sole, Roma 1995, p. 338).
Il che ci consente di pensare che il libro di Giobbe, insieme al DeuteroIsaia, potrebbe essere una delle voci che hanno spinto i redattori del Pentateuco a valorizzare il tema creativo fino a farne l’apertura della Torah, anche se è evidentissimo che rispetto ai testi qui confluiti esso affronta questo tema con assoluta originalità e persino con spregiudicatezza.
La figura di Satana, ad esempio, che nella prima pagina del libro tenta Dio a proposito di Giobbe, evoca sottilmente ed ironicamente quella del serpente, che in Genesi 3 tenta Adamo ed Eva a proposito di Dio, e l’esito è lo stesso: il precipitare dell’uomo da una condizione edenica di felicità e benessere ad uno stato di prostrazione e dolore. Né le novità spregiudicate si fermano qui.
Negli interventi di Giobbe, infatti, la visione del creato si presenta coi caratteri di una potenzialità negativa sconosciuta ai testi genesiaci e nell’apologia finale del nostro eroe compare un’inaudita rivendicazione di pienezza e dignità umana superiore a quella di Adamo. E’ in tali discorsi che l’uomo manifesta con estrema chiarezza la coscienza dei propri limiti creaturali, il carico di infelicità che lo minaccia e il sospetto che all’origine di tutti i suoi mali non stiano tali limiti, né una sua colpa, ma l’onnipotenza cieca di un Dio potenzialmente sadico.

Giobbe, il riscatto di Adamo
E’ sufficiente ricordare alcune delle affermazioni più incisive del testo. Giobbe inizia con la maledizione del giorno della sua nascita, maledizione che ha sì accenti biografico-esistenziali, ripresi da Geremia (Ger 20, 14-18), ma che subito assume risonanze cosmiche, evocando luci che non risplendono, eclissi di sole, notti prive di computo lunare, incantesimi degni dell’Oceano e di Leviatan, stelle che si negano e aurore che non sorgono (3, 1-9). Non c’è da meravigliarsi se, invitato dagli amici ad affidarsi all’insindacabile giustizia onnipotente di Dio, egli replica che proprio questo lo atterrisce: il potere incontrollabile di un creatore despota che può fare tutto e il contrario di tutto. Può « dispiegare i cieli da solo e cavalcare il mare », ma può anche « impedire al sole di sorgere e tenere sotto sigillo le stelle ». Può condannare l’innocente e ridersela delle tragedie dell’indifeso (9, 1-24). Si interroghino pure le creature del cielo e della terra e in coro confesseranno che quando Lui « blocca le acque tutto inaridisce e quando le libera tutto inonda »; può « rendere potenti i popoli o esiliarli » e può mandare  » a tentoni gli uomini nel buio senza luce » (12, 1-25). E’ Dio, creatore e signore della storia, non l’uomo, la vera minaccia. Dio è in grado di fare ciò che vuole, l’uomo è invece debole, fragile, mortale, più effimero persino di un arbusto (14, 1-22).
Eppure, neanche ad un Dio così immaginato, Giobbe si sottrae o rifiuta la sua attenzione. Lo chiama in giudizio, lo invoca, chiede un mediatore per confrontarsi con Lui e infine si presenta come un Adamo, privo di colpe e pronto a non nasconderle. « Non ho come Adamo occultato il mio delitto, né ho celato nel mio petto la mia colpa…Datemi qualcuno che mi ascolti… Il mio rivale scriva la sua accusa. Io me la caricherei sulle spalle e me la cingerei come diadema. Gli renderei conto di tutti i miei passi e come un principe mi presenterei a Lui. »(31, 33-37; trad. Ravasi)..
Giobbe di più non può dire e non dice. Spetta, infatti, a Dio prendere la situazione in pugno. Naturalmente non Dio in persona, come talvolta sembrano ritenere i commentatori, ma Dio come lo mette in scena l’autore del libro, come lo pensa questo singolare contestatore della teologia del patto e della retribuzione. Bisogna ricordarselo per non esagerare il valore della teofania cosmogonica dei capitoli 38-41 e per ricordare che, come nei primi undici capitoli di Genesi, anche qui siamo nel racconto e nell’immagine mitica. Siamo alle prese con una nuova rivisitazione simbolica e teologica del problema della creazione e del rapporto in essa tra bene e male, tra uomo e Dio.

La trascendenza di Dio e l’alterità del creato
Ciò che soprende e lascia interdetti i commentatori è l’assoluta dissonanza tra le richieste di Giobbe e la duplice risposta di Dio. Il primo sollecita un confronto per chiarire la sua posizione e avere spiegazioni sulle cause dei suoi mali e il secondo gli squaderna con sovrabbondanza d’immagini la magnificenza della propria opera di creatore. Non solo, quasi lo sfida a misurarsi con Lui in questa impresa, che tutto comprende: la progettazione e la messa in opera degli astri e del controllo sui loro movimenti, la disciplina delle acque e di ogni altra potenza cosmica, la cura paziente di ben otto specie viventi, tutte selvagge e indomabili per l’uomo, e di due mostri mitici come Behemot e Leviatan, simbolo della violenza e del male. Tutto comprende, meno l’uomo.
Se ritenessimo, come è uso comune, che il libro di Giobbe è una riflessione sul problema del male, non potremmo che concludere che Dio evita la difficoltà, si rifugia nella sua inaccessibilità, schernisce e schiaccia l’uomo dall’alto della sua onnipotenza. Se pensiamo invece, come suggerisce la cornice fiabesca, che la questione in gioco è la relazione uomo-Dio, la loro diversità, ma anche il loro saper stare con dignità l’uno di fronte all’altro, ecco che questi discorsi divini sulla creazione acquistano diversa sonorità. Diventano un’inedita autopresentazione di Dio e della sua trascendente attenzione all’uomo, attraverso un’inedita presentazione dell’alterità della creazione dall’uomo.
In sostanza Dio fa presente a Giobbe, che protesta per la presenza del male nella sua vita, che proprio Lui ha messo in opera e mantiene in vita una molteplicità di esseri naturali, capaci di vivere in totale indipendenza dall’uomo, che Lui sa tenere a bada le stesse potenze del male, senza distruggerle. E così gli rivela che la sua trascendenza non esclude attenzione e cura per l’opera delle sue mani, non è a misura d’uomo, ma neanche insensata e capricciosa. Di fronte all’accusa di Giobbe di essere il despota di un mondo caotico e ingiusto e al tentativo dei suoi amici di costringerlo al ruolo ideologico di difensore dell’ordine costituito, di garante di una giustizia da bempensanti, Dio manifesta la propria diversità dall’uomo, ma anche la propria attenzione a lui e lo fa mettendo in scena una creazione non antropocentricamente ordinata, eppure non inospitale.
Il che è come dire che l’autore del libro di Giobbe segue e propone un modello creativo alternativo sia al racconto Jahvista che a quello Sacerdotale, in quanto rifiuta tanto l’idea del dominio dell’uomo sul mondo animale, quanto quella di una natura uscita perfettamente ordinata e buona dalle mani di Dio. Costitutiva è, infatti, in essa la presenza del mare e del deserto, coi suoi animali irriducibili ad ogni disciplina, ineliminabile quella di Behemot e Leviatan.
A ragione dunque R. Otto considera la teofania di Giobbe come l’espressione dell’ « assolutamente stupendo, del quasi demoniaco, dell’incomprensibile e indecifrabile mistero della creazione e del creatore » (Il Sacro, Milano 1966, p.87). Ma ancor più nel vero è O. Keel quando osserva che tale incomprensibilità non rende impossibile, ma facilita l’incontro dell’uomo con Dio, perché non carica pregiudizialmente né l’uno né l’altro della totale responsabilità del male, ma pone le basi per la loro collaborazione nella lotta contro la sua misteriosa e non invincibile presenza (Dieu répond à Job, Parigi 1988, pp. 129-130).
Ecco perché Giobbe può piegarsi al mistero trascendente di Dio senza perderci la faccia, perché può dire: « Ti conoscevo per sentiro dire, ora i miei occhi ti hanno veduto » (42, 5). Ed ecco perché Dio può, senza pericolo, ammettere che proprio Giobbe, il ribelle, ha parlato bene di lui e con fondamento (42, 8). Ecco infine perché G. Borgonovo può proporre, in luogo di « Per questo ritratto e mi pento sopra la polvere e la cenere » (42, 6), quest’altra traduzione, audace ma non filologicamente infondata: « Detesto polvere e cenere, ma ne sono consolato » (Op, cit., p.285).
L’uomo e Dio faccia a faccia, ambedue in piedi, l’uno immagine dell’alterità misteriosa dell’altro, a confronto in un mondo che contribuisce al dialogo con la sua specifica e problematica presenza. Giobbe nuovo Adamo e Dio nuovo sempre.

Aldo Bodrato 

Publié dans : GIOBBE | le 18 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Matteo 18,21-35

unmerciful

Publié dans : immagini sacre | le 15 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

17 SETTEMBRE 2017 | 24A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/05-Ordinario_A/Omelie/24-Domenica/10-24a-Domenica_A_2017-UD.htm

17 SETTEMBRE 2017 | 24A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
La liturgia oggi ci invita a perdonare, così come Dio perdona noi. Esaminiamoci sin dall’inizio di questa celebrazione. Se nel nostro cuore c’è un forte risentimento verso qualcuno, decidiamo sin d’ora di riconciliarci, affinché la nostra preghiera possa raggiungere Dio.

La parola di Dio
Siracide 27,30-28,7. Il sapiente Ben Sirac, vissuto nel secondo secolo a.C. scopre il legame che c’è tra la nostra richiesta di perdono che chiediamo a Dio nella preghiera e l’esigenza della riconciliazione con coloro verso i quali portiamo rancore.
Romani 14,7-9. Con questa domenica finiamo la lettura continua della lettera ai Romani. Noi apparteniamo a Cristo sempre, dice Paolo, nella vita e nella morte. Tra le cose che ci assimilano di più a Gesù c’è certamente la capacità di perdonare.
Matteo 18,21-35. Gesù ci presenta una parabola paradossale per invitarci a perdonare. Ma anche per dire che il perdono che noi concediamo ai nostri fratelli è infinitamente più piccolo di quello che Dio concede a noi.

Riflettere
L’evangelista Matteo parla alla prima comunità cristiana e nelle ultime domeniche la liturgia ci ha presentato due caratteristiche importanti nella vita dei cristiani: il portare la croce (domenica 22ª) e la correzione fraterna (23ª).
Oggi il vangelo di Matteo ci parla di perdono. Di fatto, poche cose rivelano veramente il cristiano come il perdonare. Infatti chi sa perdonare e dimentica i torti subìti, è grande della stessa grandezza di Dio.
L’uomo di tutti i tempi ha apprezzato questa nobiltà d’animo, anche se presso molti popoli la vendetta era una pratica comune, quasi doverosa.
Quanto al popolo ebraico, nella sua legislazione non solo poneva un limite alla vendetta, ma vietava l’odio e il rancore verso il fratello.
Nei cinque versetti precedenti al nostro brano (Mt 18,15-20), Gesù parla di come regolarsi verso coloro che nella comunità hanno sbagliato. L’invito alla « correzione fraterna » dà l’opportunità a Pietro di porre la domanda: « Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? ». E volendosi sbilanciare nella sua generosità, precisa: « Fino a sette volte? ». Presso gli ebrei l’invito che veniva fatto era di perdonare tre volte. Pietro fa il grande e si spinge molto oltre.
D’altra parte sul piano umano, uno che nei nostri confronti si è comportato molto male per tantissime volte (sette), come potrebbe essere perdonato? Chi ci ha offeso quasi sistematicamente finora, lo farà ancora.
Così pensa probabilmente Gesù, che si pone su un piano diverso e invita a perdonare « sempre », raccontando la parabola del re che condona al servo un debito enorme.
Si tratta sicuramente di una parabola paradossale, ma che rende bene l’idea.
Dio, nella sua generosità, ci perdona oltre ogni misura. Ricordiamo che diecimila talenti rappresentavano un valore enorme. Tanto per capirci, il reddito annuale di Erode il Grande, re della Giudea, poteva essere di 900 talenti. E per la gente comune corrispondeva a vent’anni di lavoro.
Questo ci ricorda che Dio non si nega mai al perdono, nemmeno quando ciò che deve perdonare è un peccato enorme.
Invece il servo che è stato appena perdonato, come dice la parabola, dimostra di non aver capito nulla della grandezza d’animo del re, e non perdona chi aveva verso di lui un debito non piccolissimo, ma di gran lunga inferiore (cento denari potevano corrispondere più o meno a cento giornate lavorative).

Attualizzare
In ogni tempo, in ogni civiltà, c’è sempre stato un grande bisogno di riconciliazione. Oggi basta guardare un telegiornale o aprire un quotidiano per rendersene conto. Anche nel nostro piccolo, alzi la mano chi non ha mai avuto qualcosa da perdonare o da farsi perdonare.
Gesù ci invita a un perdono illimitato, gioioso, generoso. Ci invita a perdonare subito. Un rancore coltivato, si trasforma in rabbia, richiama magari odio e vendetta, crea solchi spessi tra noi e chi ci ha offeso.
Perdoniamo, perché Dio ha perdonato a noi tanto e tante volte. Perdoniamo per non portarci nel cuore dei pesi inutili e ingombranti. La vita è ricca di compiti e di doveri e dobbiamo conservare o ricuperare al più presto le forze nostre e degli altri.
Perdoniamo, perché un giorno dovremo morire e di fronte alla morte anche la mancanza più grave appare piccola cosa.
Mons. Antonio Riboldi racconta che un giorno si trovò presso il letto di un mafioso che era stato colpito da un suo nemico e stava morendo. Inveiva contro di lui. Mons. Riboldi, data la gravità della situazione, lo invitò con coraggio al perdono. Il mafioso disse: « Se muoio lo perdono, ma se non muoio lo ammazzo! ».
Così siamo noi. Il perdono sarà sempre qualcosa di difficile, soprattutto se ci faremo guidare dal nostro orgoglio ferito, e non da sentimenti superiori, riflettendo sulla pietà e misericordia che Dio ha da sempre ha avuto nei nostri confronti.
Si tratta di imparare la misericordia e ricordare la fragilità umana, che vede il bene, ma sceglie il male. Chi ci offende gravemente è spesso più una persona piena di problemi, che una persona cattiva. In molti casi è verissimo che « la miglior vendetta è il perdono », perché dal perdono possono essere ricreati rapporti incredibilmente nuovi e nascere rapporti di amicizia.
Ma la spinta più forte a perdonare viene soprattutto dalla parola e dall’esempio di Gesù: « Non si perdona perché l’altro cambi », dice Frère Roger di Taizé. « Sarebbe un calcolo che non ha nulla a che vedere con la gratuità dell’amore del vangelo. È per Cristo che si perdona ».
Certo il primo impegno di ognuno dovrebbe essere quello di fare in modo da non doverci fare perdonare nulla dagli altri. La vita è già abbondantemente generosa di croci e non è il caso che noi ne gettiamo qualcuna addosso ad altri con le nostre crudeltà nel parlare e nell’operare. Pensiamo alla sofferenza che procuriamo, evitiamo di dividerci per questioni banali, spesso per motivi ereditari, vedendo sempre delle ingiustizie perpetrate nei nostri confronti.
Il dovere del perdono non ci esime tuttavia dall’accettare con coraggio e determinazione le lotte della vita, i doverosi contrarsi per far riconoscere il giusto diritto nostro o degli altri. Nessun cristiano può arrendersi di fronte al bene da fare o a un male da sradicare soltanto perché qualcuno potrebbe offendersi, avercela a male, rompere con noi.
Permettiamo però agli altri di essere se stessi. Lasciamo agli altri il diritto di esistere e di respirare, di essere diversi da noi. Verso qualcuno siamo di una intolleranza senza limiti: tutto ciò che fanno ci urta e ci dà fastidio. « Quando il mondo ci urta, non è il mondo, ma siamo noi che dobbiamo cambiare » (Alberto Bevilacqua). Lasciamo agli altri quei comportamenti che a noi appaiono difettosi, e in realtà sono solo un modo diverso di vedere le cose. Accettiamo anche il livello di maturazione a cui può essere arrivato chi ci sta vicino, facendo qualcosa, se ci pare doveroso e utile, per aiutarlo a riflettere e a crescere.
Oggi è quasi normale, dopo un gravissimo danno subito, sentirsi chiedere dal cronista di turno: « È disposto a perdonare? ». È una domanda di cattivo gusto. Perché il perdono porta sempre con sé una buona dose di fatica e quando la riconciliazione vuole essere seria, non la si può né ricevere, né dare a cuor leggero. Qualcosa deve cambiare da una parte e dall’altra. Soprattutto sarà possibile quando avremo capito, come dice Paolo, che è solo il Signore in grado di giudicare fino in fondo la responsabilità delle persone di fronte a certi comportamenti.
Infine perdoniamo di cuore e nei fatti. Non sarà sempre facile e possibile (perché a volte è l’altro che proprio non accetta la riconciliazione), ma non ci si può limitare a un perdono che doniamo a patto che quel fratello non ci giri più intorno. Purché non sia costretto a porgergli la mano e a fargli capire con il mio modo di fare che siamo ancora fratelli.
Il « segno della pace » che a ogni messa ci scambiamo, è un piccolo gesto simbolico. A chi porgiamo il nostro semplice gesto di fraternità probabilmente non dobbiamo perdonare nulla, ma esprima il nostro più vivo desiderio di riconciliazione verso tutti, la nostra piena disponibilità al perdono.
Paolo agli Efesini scrive: « Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira » (4,26). È un’espressione che si applica bene soprattutto nella famiglia, nel rapporto di coppia. Che la giornata si concluda sempre dandosi il perdono reciproco, sapendo che anche i più piccoli screzi e le divergenze inevitabili possono con il tempo creare pesanti divisioni difficili da superare. Alcuni di questi pensieri sono espressi così bene in questa brano poetico di Ignazio Amico:

Potersi dire: ho sbagliato
Parliamo,
non chiudiamoci nel silenzio,
mano nella mano, senza abbassare il capo,
ma guardandoci negli occhi con coraggio,
ammettiamo i nostri errori;
non importa se sono più gravi i miei o i tuoi,
sapere chi ha sbagliato per prima non consola,
ma è urgente liberarci da ogni astio,
senza né vinti né vincitori,
ritrovar la fiducia l’un nell’altro,
e lasciar che dal cuore una risata
esploda sulla nostra stupidità,
che per un attimo ci ha fatto scordare
che niente al mondo è più bello dell’amore.
Rompere la catena con il perdono

« Nulla vi è di più tenace del ricordo delle umiliazioni e delle ferite del passato. Esso riesce a tenere vivo il sospetto, anche da una generazione all’altra. Il perdono del vangelo è ciò che ci permette di andare al di là del ricordo. Saremo fra quelli che raccolgono le loro energie per sbarrare il passo alle antiche o nuove forme di diffidenza? » (frère Roger Schultz).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 15 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »
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