da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio)

 ciao, mi trasferirò verso febbraio marzo, spero di poter lavorare un po’ di più in questo periodo

papa benedetto xvi

Papa Benedetto XVI/ Joseph Ratzinger

da In Cammino verso Gesù Cristo, San Paolo Ed. 2004, 56.57,

La decisione per Dio è una decisione del pensiero  insieme della vita: le due realtà si richiamano a vicenda: Questo nesso lo descrive con drammaticamente Agostino nella storia dell propria conversione, laddove parla delle ingannevoli forme di vita di un’esistenza totalmente orientata alla materialità…Agostino riferisce come egli, per così dire, si fosse nascosto dietro le proprie spalle, e come Dio attraverso la parola dell’amico lo abbia tratto fuori da quel nascondiglio, cosicché egli potesse guardarsi in volto1

Perciò la Chiesa antica considerava il camino verso la fede precisamente come un tragitto intellettivo, nel quale l’uomo si confronta con la « dottrina della verità » ed i suoi argomenti, ma si trova anche inserito in una nuova comunità dove sono per lui possibili nuove esperienze e intime speranze.

…per conoscere Cristo è necessaria la sequela. Soltanto allora si può sperimentare dove egli abita. La domanda « Dove abiti? » (Tu chi sei?), riceve sempre la medesima risposta: « Venite e vedrete » (Gv 1,38ss)

1 cfr. Confessiones VIII 5,12 e VIII 7,16

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

San Paolo, Inno alla carità

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

Publié dans : biblica | le 10 juin, 2007 |2 Commentaires »

Bosch John The Baptist In The Wilderness Madrid

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http://www.artbible.net/3JC/-Mat-03,01-John%20the%20baptist_Jean%20Baptiste/slides/15%20BOSCH%20JOHN%20THE%20BAPTIST%20IN%20THE%20WILDERNESS%20M.html

Publié dans : immagini sacre | le 2 décembre, 2016 |Pas de Commentaires »

4 DICEMBRE 2016 | 2A DOMENICA DI AVVENTO A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/01-Avvento_A/Omelie/2-Domenica/10-2a-Avvento_A_2016-UD.htm

4 DICEMBRE 2016 | 2A DOMENICA DI AVVENTO A | OMELIA

Per cominciare
I profeti dell’antico testamento parlando dei tempi messianici usano immagini sorprendenti: tronchi secchi che germogliano, la steppa arida che fiorisce, il deserto che torna a vivere. Mentre le dure parole del Battista invitano a una condotta di vita austera nell’attesa della venuta di Gesù: « Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino ». Sono le stesse parole di Gesù quando comincia a predicare.

La parola di Dio
Isaia 11,1-10. Una visione idillica e grandiosa. Isaia presenta l’identikit del messia, che governerà su Israele con saggezza, giustizia e giusto rigore. Poi la splendida visione di un mondo nuovo, in cui l’armonia e la pace saranno totali, tra gli uomini e gli stessi animali.
Romani 15,4-9. Anche Paolo auspica per i cristiani di Roma la medesima armonia preannunciata da Isaia. Invita i romani in particolare ad « accogliersi gli uni gli altri », ad avere gli stessi sentimenti di Cristo, che si è fatto servo e ha usato misericordia a tutti i popoli.
Matteo 3,1-12. Matteo presenta la figura di Giovanni, che per attendere la venuta del messia sceglie per sé un luogo desertico, presso un’ansa del fiume Giordano. Deserto dice privazione, assenza di qualsiasi sicurezza e il Battista viene presentato proprio così: vestito con rudezza, nutrito di locuste e miele selvatico. A chi va da lui per farsi battezzare chiede una conversione radicale. Minaccia che la venuta del messia sarà accompagnata da un giudizio durissimo e senza misericordia.

Riflettere
Il Battista sente su di sé il mandato di preparare la via al Signore che viene e prepara la gente con un battessimo di penitenza. Sente con gioia che il messia è vicino e sferza con parole di fuoco i presenti, ma lo fa anche con la sua vita tutta d’un pezzo, con le sue scelte scomode, la sua austerità.
Sono questi i mezzi e gli atteggiamenti che la liturgia ci invita ad assumere. A scegliere per sé un po’ di deserto, modi più essenziali di vita, « fare un frutto degno della conversione ».
Le parole del Battista, che parla della venuta del messia come di giorni in cui « pulirà la sua aia e brucerà la pula con il fuoco inestinguibile » ci confermano l’urgenza di prendere sul serio questo tempo di Avvento, tempo di attesa.
La liturgia è orientata alla seconda venuta di Gesù, quella dell’ultimo giudizio. C’è un motivo ricorrente in queste quattro settimane di Avvento, un ritornello quasi ossessionante: « Vieni, Signore Gesù! ». E poiché non può trattarsi di una nuova venuta nella carne, l’invocazione non può che riguardare la sua seconda venuta nella gloria.
I cristiani dei primi secoli vivevano con profonda consapevolezza questa attesa. Oggi, al contrario, il cristianesimo sembra disinteressarsi della cosiddetta Parusìa. La parola greca parusía significa sia presenza, sia ritorno e indicava la solenne visita ufficiale di un sovrano alle città di una provincia dell’impero.
In realtà noi viviamo più spesso come se il Signore non dovesse più tornare. Ma almeno in Avvento dovremmo interrogarci su che cosa può significare per noi il suo ritorno, anche se le luci del Natale sono lì insistenti a distrarci.
Avvento è dunque attesa di Gesù, e non di un Gesù che si rifà bambino e che nasce di nuovo in una greppia. Attendiamo il suo ritorno glorioso alla fine dei tempi. Attendiamo la pienezza della salvezza. Attendiamo un amico che già conosciamo.
Sì, se amiamo Gesù lo attendiamo. Come un bambino attende il papà che ritorna la sera, come l’amico che attende la visita di un amico. Attendiamo: non vediamo l’ora. E aspettando, non stiamo con le mani in mano.
Si tratta, dunque, di girare un po’ le cose al contrario. Non tanto di vivere l’Avvento per prepararsi bene al Natale. Quanto, piuttosto, di cogliere nel Natale la promessa dell’Avvento, segno e pegno della sua seconda venuta: « Tu che aspetti la salvezza del Signore, rallegrati, egli è già venuto e presto tornerà ».
Isaia parla di germogli che spuntano, di virgulti che germogliano. Usa immagini che parlano di realtà nuovissime. Il tempo dell’attesa del messia, così come il nostro Avvento di oggi, è tempo da vivere nella speranza. Il Signore verrà, dobbiamo attenderci qualcosa di profondamente innovativo, di meravigliosamente nuovo.
Frutto di questa attesa sono anche rapporti nuovi, « avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola si renda gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo » (seconda lettura).

Attualizzare
Domenica scorsa si diceva di « vegliare », oggi si parla di un battesimo di penitenza e di « conversione ». La liturgia ci aggredisce con le severe parole di Giovanni, ruvide come il suo vestito. Bisogna decidersi, non c’è tempo da perdere, se no faremo la fine dell’albero secco, che non avendo più vita viene buttato nel fuoco.
Perché questa urgenza? Perché il Signore viene, il Signore verrà: « Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! ». Conversione dice cambiamento di vita: sono le nostre scelte, il nostro comportamento che testimoniano la nostra avvenuta conversione. « Per l’uomo vivere è cambiare, ed essere perfetti è aver cambiato spesso » (cardinal John Henry Newman, un grande convertito).
La conversione vera la si nota dai frutti: da scelte nuove, da cambiamenti di strada, da modi di fare che prima non conoscevamo e magari non ci piacevano. È un mondo nuovo che dobbiamo costruire (Isaia), dei rapporti nuovi da inventare, fare la scelta di vivere con e per gli altri (san Paolo): di qui la necessità di un cambiamento profondo di vita, non solo di un ritocco di facciata. « Non crediate di poter dire dentro di voi: « Abbiamo Abramo per padre! »" (vangelo): le buone abitudini non bastano più.
Renato Vallanzasca era un boss della malavita. Negli anni ’70 la sua banda ha seminato il terrore a Milano e dintorni. Ha detto di sé: « C’è chi nasce sbirro, io sono nato ladro ». Invece Angela Corradi, che era la donna di questa famosa banda, ha detto di sé: « In casa mi davano solo vanità e formalismi: sono fuggita… sono diventata una criminale, ma nel dolore ho trovato la strada per scoprire Dio. Ora sono suora e la donna di prima non esiste più ».
Jacques Fesch, nel carcere della Santé di Parigi: « In casa mia esisteva solo il denaro e per il denaro io ho commesso un delitto. Se tutti mi insegnavano che è importante solo divertirsi, perché non dovevo uccidere per divertirmi di più? »
Ecco perché come cristiani siamo chiamati a vivere un Natale controcorrente! A non permettere che l’esteriorità ci impedisca un profondo rinnovamento personale. A contrastare almeno un po’ il consumismo dilagante che ne fa, a dispetto della storia, una festa più pagana che cristiana.

Vidi una nuova nascita
Uno dei protagonisti del romanzo « La croce e il pugnale » di David Wilkerson, racconta. « Qualche tempo fa incontrai un serpente gigantesco. Era grasso otto centimetri e lungo più di un metro e venti, e se ne stava lì al sole, incutendo terrore. Ebbi paura e non osai muovermi per molto tempo, e poi d’un tratto, mentre lo osservavo, assistetti a un miracolo. Vidi una nuova nascita. Vidi quel vecchio serpente mutare la sua pelle e lasciarla lì al sole, trasformandosi in un nuovo essere, veramente bello ».

Don Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 2 décembre, 2016 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – 38. PREGARE DIO PER I VIVI E PER I MORTI

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2016/documents/papa-francesco_20161130_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – 38. PREGARE DIO PER I VIVI E PER I MORTI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 30 novembre 2016

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Con la catechesi di oggi concludiamo il ciclo dedicato alla misericordia. Ma le catechesi finiscono, la misericordia deve continuare! Ringraziamo il Signore per tutto questo e conserviamolo nel cuore come consolazione e conforto.
L’ultima opera di misericordia spirituale chiede di pregare per i vivi e per i defunti. Ad essa possiamo affiancare anche l’ultima opera di misericordia corporale che invita a seppellire i morti. Può sembrare una richiesta strana quest’ultima; e invece, in alcune zone del mondo che vivono sotto il flagello della guerra, con bombardamenti che giorno e notte seminano paura e vittime innocenti, questa opera è tristemente attuale. La Bibbia ha un bell’esempio in proposito: quello del vecchio Tobi, il quale, a rischio della propria vita, seppelliva i morti nonostante il divieto del re (cfr Tb 1,17-19; 2,2-4). Anche oggi c’è chi rischia la vita per dare sepoltura alle povere vittime delle guerre. Dunque, questa opera di misericordia corporale non è lontana dalla nostra esistenza quotidiana. E ci fa pensare a ciò che accadde il Venerdì Santo, quando la Vergine Maria, con Giovanni e alcune donne stavano presso la croce di Gesù. Dopo la sua morte, venne Giuseppe di Arimatea, un uomo ricco, membro del Sinedrio ma diventato discepolo di Gesù, e offrì per lui il suo sepolcro nuovo, scavato nella roccia. Andò personalmente da Pilato e chiese il corpo di Gesù: una vera opera di misericordia fatta con grande coraggio (cfr Mt 27,57-60)! Per i cristiani, la sepoltura è un atto di pietà, ma anche un atto di grande fede. Deponiamo nella tomba il corpo dei nostri cari, con la speranza della loro risurrezione (cfr 1 Cor 15,1-34). È questo un rito che permane molto forte e sentito nel nostro popolo, e che trova risonanze speciali in questo mese di novembre dedicato in particolare al ricordo e alla preghiera per i defunti.
Pregare per i defunti è, anzitutto, un segno di riconoscenza per la testimonianza che ci hanno lasciato e il bene che hanno fatto. È un ringraziamento al Signore per averceli donati e per il loro amore e la loro amicizia. La Chiesa prega per i defunti in modo particolare durante la Santa Messa. Dice il sacerdote: «Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli, che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. Dona loro,Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo, la beatitudine, la luce e la pace» (Canone romano). Un ricordo semplice, efficace, carico di significato, perché affida i nostri cari alla misericordia di Dio. Preghiamo con speranza cristiana che siano con Lui in paradiso, nell’attesa di ritrovarci insieme in quel mistero di amore che non comprendiamo, ma che sappiamo essere vero perché è una promessa che Gesù ha fatto. Tutti risusciteremo e tutti rimarremo per sempre con Gesù, con Lui.
Il ricordo dei fedeli defunti non deve farci dimenticare anche di pregare per i vivi, che insieme con noi ogni giorno affrontano le prove della vita. La necessità di questa preghiera è ancora più evidente se la poniamo alla luce della professione di fede che dice: «Credo la comunione dei santi». È il mistero che esprime la bellezza della misericordia che Gesù ci ha rivelato. La comunione dei santi, infatti, indica che siamo tutti immersi nella vita di Dio e viviamo nel suo amore. Tutti, vivi e defunti, siamo nella comunione, cioè come un’unione; uniti nella comunità di quanti hanno ricevuto il Battesimo, e di quelli che si sono nutriti del Corpo di Cristo e fanno parte della grande famiglia di Dio. Tutti siamo la stessa famiglia, uniti. E per questo preghiamo gli uni per gli altri.
Quanti modi diversi ci sono per pregare per il nostro prossimo! Sono tutti validi e accetti a Dio se fatti con il cuore. Penso in modo particolare alle mamme e ai papà che benedicono i loro figli al mattino e alla sera. Ancora c’è questa abitudine in alcune famiglie: benedire il figlio è una preghiera; penso alla preghiera per le persone malate, quando andiamo a trovarli e preghiamo per loro; all’intercessione silenziosa, a volte con le lacrime, in tante situazioni difficili per cui pregare. Ieri è venuto a messa a Santa Marta un bravo uomo, un imprenditore. Quell’uomo giovane deve chiudere la sua fabbrica perché non ce la fa e piangeva dicendo: “Io non me la sento di lasciare senza lavoro più di 50 famiglie. Io potrei dichiarare il fallimento dell’impresa: me ne vado a casa con i miei soldi, ma il mio cuore piangerà tutta la vita per queste 50 famiglie”. Ecco un bravo cristiano che prega con le opere: è venuto a messa a pregare perché il Signore gli dia una via di uscita, non solo per lui, ma per le 50 famiglie. Questo è un uomo che sa pregare, col cuore e con i fatti, sa pregare per il prossimo. E’ in una situazione difficile. E non cerca la via di uscita più facile: “Che si arrangino loro”. Questo è un cristiano. Mi ha fatto tanto bene sentirlo! E magari ce ne sono tanti così, oggi, in questo momento in cui tanta gente soffre per la mancanza di lavoro; penso anche al ringraziamento per una bella notizia che riguarda un amico, un parente, un collega…: “Grazie, Signore, per questa cosa bella!”, anche quello è pregare per gli altri!. Ringraziare il Signore quando le cose vanno bene. A volte, come dice San Paolo, «non sappiamo come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). E’ lo Spirito che prega dentro di noi. Apriamo, dunque, il nostro cuore, in modo che lo Spirito Santo, scrutando i desideri che sono nel più profondo, li possa purificare e portare a compimento. Comunque, per noi e per gli altri, chiediamo sempre che si faccia la volontà di Dio, come nel Padre Nostro, perché la sua volontà è sicuramente il bene più grande, il bene di un Padre che non ci abbandona mai: pregare e lasciare che lo Spirito Santo preghi in noi. E questo è bello nella vita: prega ringraziando, lodando Dio, chiedendo qualcosa, piangendo quando c’è qualche difficoltà, come quell’uomo. Ma il cuore sia sempre aperto allo Spirito perché preghi in noi, con noi e per noi.
Concludendo queste catechesi sulla misericordia, impegniamoci a pregare gli uni per gli altri perché le opere di misericordia corporale e spirituale diventino sempre più lo stile della nostra vita. Le catechesi, come ho detto all’inizio, finiscono qui. Abbiamo fatto il percorso delle 14 opere di misericordia ma la misericordia continua e dobbiamo esercitarla in questi 14 modi. Grazie.

 

St. Andrew the First called

St. Andrew the First called dans immagini sacre 395px-Martyrdom_of_andrew
http://www.stjudemonastery.org/2009/st-andrew-the-first-called-2/

Publié dans : immagini sacre | le 30 novembre, 2016 |Pas de Commentaires »

BENEDETTO XVI – ANDREA, IL PROTOCLITO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060614.html

BENEDETTO XVI – ANDREA, IL PROTOCLITO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 14 giugno 2006

Cari fratelli e sorelle,

nelle ultime due catechesi abbiamo parlato della figura di san Pietro. Adesso vogliamo, per quanto le fonti permettono, conoscere un po’ più da vicino anche gli altri undici Apostoli. Pertanto parliamo oggi del fratello di Simon Pietro, sant’Andrea, anch’egli uno dei Dodici. La prima caratteristica che colpisce in Andrea è il nome: non è ebraico, come ci si sarebbe aspettato, ma greco, segno non trascurabile di una certa apertura culturale della sua famiglia. Siamo in Galilea, dove la lingua e la cultura greche sono abbastanza presenti. Nelle liste dei Dodici, Andrea occupa il secondo posto, come in Matteo (10,1-4) e in Luca (6,13-16), oppure il quarto posto come in Marco (3,13-18) e negli Atti (1,13-14). In ogni caso, egli godeva sicuramente di grande prestigio all’interno delle prime comunità cristiane.
Il legame di sangue tra Pietro e Andrea, come anche la comune chiamata rivolta loro da Gesù, emergono esplicitamente nei Vangeli. Vi si legge: “Mentre Gesù camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini»” (Mt 4,18-19; Mc 1,16-17). Dal Quarto Vangelo raccogliamo un altro particolare importante: in un primo momento, Andrea era discepolo di Giovanni Battista; e questo ci mostra che era un uomo che cercava, che condivideva la speranza d’Israele, che voleva conoscere più da vicino la parola del Signore, la realtà del Signore presente. Era veramente un uomo di fede e di speranza; e da Giovanni Battista un giorno sentì proclamare Gesù come “l’agnello di Dio” (Gv 1,36); egli allora si mosse e, insieme a un altro discepolo innominato, seguì Gesù, Colui che era chiamato da Giovanni “agnello di Dio”. L’evangelista riferisce: essi “videro dove dimorava e quel giorno dimorarono presso di lui” (Gv 1,37-39). Andrea quindi godette di preziosi momenti d’intimità con Gesù. Il racconto prosegue con un’annotazione significativa: “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo», e lo condusse a Gesù” (Gv 1,40-43), dimostrando subito un non comune spirito apostolico. Andrea, dunque, fu il primo degli Apostoli ad essere chiamato a seguire Gesù. Proprio su questa base la liturgia della Chiesa Bizantina lo onora con l’appellativo di Protóklitos, che significa appunto “primo chiamato”. Ed è certo che anche per il rapporto fraterno tra Pietro e Andrea la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli si sentono tra loro in modo speciale Chiese sorelle. Per sottolineare questo rapporto, il mio predecessore Papa Paolo VI, nel 1964, restituì l’insigne reliquia di sant’Andrea, fino ad allora custodita nella Basilica Vaticana, al Vescovo metropolita ortodosso della città di Patrasso in Grecia, dove secondo la tradizione l’Apostolo fu crocifisso.
Le tradizioni evangeliche rammentano particolarmente il nome di Andrea in altre tre occasioni che ci fanno conoscere un po’ di più quest’uomo. La prima è quella della moltiplicazione dei pani in Galilea. In quel frangente, fu Andrea a segnalare a Gesù la presenza di un ragazzo che aveva con sé cinque pani d’orzo e due pesci: ben poca cosa – egli rilevò – per tutta la gente convenuta in quel luogo (cfr Gv 6,8-9). Merita di essere sottolineato, nel caso, il realismo di Andrea: egli notò il ragazzo – quindi aveva già posto la domanda: “Ma che cos’è questo per tanta gente?” (ivi) – e si rese conto della insufficienza delle sue poche risorse. Gesù tuttavia seppe farle bastare per la moltitudine di persone venute ad ascoltarlo. La seconda occasione fu a Gerusalemme. Uscendo dalla città, un discepolo fece notare a Gesù lo spettacolo delle poderose mura che sorreggevano il Tempio. La risposta del Maestro fu sorprendente: disse che di quelle mura non sarebbe rimasta pietra su pietra. Andrea allora, insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, lo interrogò: “Dicci quando accadrà questo e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per compiersi” (Mc 13,1-4). Per rispondere a questa domanda Gesù pronunciò un importante discorso sulla distruzione di Gerusalemme e sulla fine del mondo, invitando i suoi discepoli a leggere con accortezza i segni del tempo e a restare sempre vigilanti. Dalla vicenda possiamo dedurre che non dobbiamo temere di porre domande a Gesù, ma al tempo stesso dobbiamo essere pronti ad accogliere gli insegnamenti, anche sorprendenti e difficili, che Egli ci offre.
Nei Vangeli è, infine, registrata una terza iniziativa di Andrea. Lo scenario è ancora Gerusalemme, poco prima della Passione. Per la festa di Pasqua – racconta Giovanni – erano venuti nella città santa anche alcuni Greci, probabilmente proseliti o timorati di Dio, venuti per adorare il Dio di Israele nella festa della Pasqua. Andrea e Filippo, i due apostoli con nomi greci, servono come interpreti e mediatori di questo piccolo gruppo di Greci presso Gesù. La risposta del Signore alla loro domanda appare – come spesso nel Vangelo di Giovanni – enigmatica, ma proprio così si rivela ricca di significato. Gesù dice ai due discepoli e, per loro tramite, al mondo greco: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (12,23-24). Che cosa significano queste parole in questo contesto? Gesù vuole dire: Sì, l’incontro tra me ed i Greci avrà luogo, ma non come semplice e breve colloquio tra me ed alcune persone, spinte soprattutto dalla curiosità. Con la mia morte, paragonabile alla caduta in terra di un chicco di grano, giungerà l’ora della mia glorificazione. Dalla mia morte sulla croce verrà la grande fecondità: il “chicco di grano morto” – simbolo di me crocifisso – diventerà nella risurrezione pane di vita per il mondo; sarà luce per i popoli e le culture. Sì, l’incontro con l’anima greca, col mondo greco, si realizzerà a quella profondità a cui allude la vicenda del chicco di grano che attira a sé le forze della terra e del cielo e diventa pane. In altre parole, Gesù profetizza la Chiesa dei greci, la Chiesa dei pagani, la Chiesa del mondo come frutto della sua Pasqua.
Tradizioni molto antiche vedono in Andrea, il quale ha trasmesso ai greci questa parola, non solo l’interprete di alcuni Greci nell’incontro con Gesù ora ricordato, ma lo considerano come apostolo dei Greci negli anni che succedettero alla Pentecoste; ci fanno sapere che nel resto della sua vita egli fu annunciatore e interprete di Gesù per il mondo greco. Pietro, suo fratello, da Gerusalemme attraverso Antiochia giunse a Roma per esercitarvi la sua missione universale; Andrea fu invece l’apostolo del mondo greco: essi appaiono così in vita e in morte come veri fratelli – una fratellanza che si esprime simbolicamente nello speciale rapporto delle Sedi di Roma e di Costantinopoli, Chiese veramente sorelle.
Una tradizione successiva, come si è accennato, racconta della morte di Andrea a Patrasso, ove anch’egli subì il supplizio della crocifissione. In quel momento supremo, però, in modo analogo al fratello Pietro, egli chiese di essere posto sopra una croce diversa da quella di Gesù. Nel suo caso si trattò di una croce decussata, cioè a incrocio trasversale inclinato, che perciò venne detta “croce di sant’Andrea”. Ecco ciò che l’Apostolo avrebbe detto in quell’occasione, secondo un antico racconto (inizi del secolo VI) intitolato Passione di Andrea: “Salve, o Croce, inaugurata per mezzo del corpo di Cristo e divenuta adorna delle sue membra, come fossero perle preziose. Prima che il Signore salisse su di te, tu incutevi un timore terreno. Ora invece, dotata di un amore celeste, sei ricevuta come un dono. I credenti sanno, a tuo riguardo, quanta gioia tu possiedi, quanti regali tu tieni preparati. Sicuro dunque e pieno di gioia io vengo a te, perché anche tu mi riceva esultante come discepolo di colui che fu sospeso a te … O Croce beata, che ricevesti la maestà e la bellezza delle membra del Signore! … Prendimi e portami lontano dagli uomini e rendimi al mio Maestro, affinché per mezzo tuo mi riceva chi per te mi ha redento. Salve, o Croce; sì, salve davvero!”. Come si vede, c’è qui una profondissima spiritualità cristiana, che vede nella Croce non tanto uno strumento di tortura quanto piuttosto il mezzo incomparabile di una piena assimilazione al Redentore, al Chicco di grano caduto in terra. Noi dobbiamo imparare di qui una lezione molto importante: le nostre croci acquistano valore se considerate e accolte come parte della croce di Cristo, se raggiunte dal riverbero della sua luce. Soltanto da quella Croce anche le nostre sofferenze vengono nobilitate e acquistano il loro vero senso.
L’apostolo Andrea, dunque, ci insegni a seguire Gesù con prontezza (cfr Mt 4,20; Mc 1,18), a parlare con entusiasmo di Lui a quanti incontriamo, e soprattutto a coltivare con Lui un rapporto di vera familiarità, ben coscienti che solo in Lui possiamo trovare il senso ultimo della nostra vita e della nostra morte.

Publié dans : Papa Benedetto XVI, SANTI APOSTOLI | le 30 novembre, 2016 |Pas de Commentaires »

Jesus with the father

Jesus with the father dans immagini sacre

https://answersinactionpassantino.wordpress.com/2014/05/22/not-my-will-but-yours-be-done-did-jesus-want-to-avoid-the-cross/

Publié dans : immagini sacre | le 28 novembre, 2016 |Pas de Commentaires »

IL SIGNIFICATO DEL TEMPO DELL’AVVENTO

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/VITA%20CRISTIANA/tempoavventoCarmeloSAnnaCarpineto.htm

IL SIGNIFICATO DEL TEMPO DELL’AVVENTO

a cura del Monastero Carmelo Sant’Anna a Carpineto Romano

INQUADRAMENTO LITURGICO

Il tempo liturgico che va dai primi vespri del 2 dicembre fino ai primi vespri di Natale (esclusi) è quello dell’Avvento.
Tale tempo liturgico ruota attorno a due prospettive principali. La prima prospettiva è data dalla parola avvento (dal latino adventus che vuol dire venuta, arrivo) e sta ad indicare. La seconda prospettiva è escatologica, riguarda cioè la fine dei tempi, e indica la seconda venuta del Signore alla fine dei tempi.
Il Tempo di Avvento, dunque, ha una doppia caratteristica: preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.
Le letture del Vangelo nelle singole domeniche hanno una caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (Il e III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell’Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia. Le letture dell’Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo.
Il colore liturgico è il viola.
Nel corso dell’Avvento si celebra la solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, la Vergine Madre del Signore e Madre nostra. Il tempo d’Avvento è tempo mariano per eccellenza perché Maria è in « dolce attesa » del Figlio. Anche noi siamo chiamati a diventare « generatori di Dio », come diceva il carmelitano beato Tito Brandsma.

PREPARIAMOCI AD ACCOGLIERE IL SIGNORE GESÙ
Eccoci giunti al tempo forte dell’Avvento: viene il Signore Gesù.
Chi di noi dovendo ricevere in casa un amico o un illustre ospite non la riordinerebbe, preparando fin nei minimi dettagli ogni cosa, pranzo compreso? Tutti ci daremmo da fare per rendere gradita la visita dell’amico.
Ecco, viene Gesù. Che facciamo?
« A te Signore, elevo l’anima mia, Dio mio in te confido; che io non sia confuso » (Sl 24,1).
Fissiamo lo sguardo su Gesù, lo accogliamo nella nostra vita, nella nostra interiorità.
Importante è creare silenzio in noi, silenzio di intimità, silenzio di ascolto della Parola, silenzio per il Signore.
« Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie » (Is 63, 16).
Pratichiamo, dunque, la giustizia, in noi e attorno a noi. Camminiamo sulle vie del Signore, con rettitudine, con amore. Il cambiamento inizia in noi, dentro di noi. Da noi, non dagli altri.
Il Signore ci concede « tutti i doni, quelli della Parola e quelli della scienza » (1Cor 1, 3): ma i doni vengono dal Signore non sono nostri.
Il Vangelo di Marco di questa prima domenica di Avvento ci richiama continuamente con questi termini: state attenti, vegliate, vigilate.
Rientrare in noi, custodire la Parola, fare silenzio.
Si ricomincia l’Avvento con animo lieto, vigilanti, con buona volontà.
Si parte con entusiasmo, ordunque!
Concedici, Signore la perseveranza, la fedeltà, la costanza.
Da Te ogni dono di grazia, di sapienza, di scienza per vigilare, per amare, per ascoltare, per servire.
Tu vieni, vieni sempre, e ci prendi per mano, ci conduci, ci porti a Te.
Tu ci metti a custodire la casa in attesa del tuo ritorno: che non ci si addormenti in questa attesa perchè Tu torni, tu vieni, vieni sempre.
Donaci uno sguardo di fede, uno sguardo lungimirante per vedere lontano, per leggere la storia, questa storia che viviamo, con Te presente.

APPROFONDENDO IL SIGNIFICATO DELL’AVVENTO
Tempo di grazia, tempo di luce, tempo di risveglio… Dio nasce in un profondo silenzio. Il mese di novembre, mese in cui abbiamo ricordato i nostri defunti, si chiude con la prima domenica di Avvento. Entriamo nel mese che sancisce l’inizio dell’anno liturgico.
Avvento significa attesa, ma anche silenzio, interiorità, intimità. Vorremmo che l’attesa, in silenzio e preghiera, fosse condivisa con Maria, madre di Gesù, per ripensare a tutta la storia della salvezza che proprio in Gesù trova compimento. Gesù il Verbo, la Parola del Padre che diventa uomo in tutto tranne che nel peccato.
Attendere amorevolmente in preghiera il Natale del Signore perché l’amore del Padre si manifesta attraverso il Figlio Suo Unigenito, e Figlio di Maria Vergine.
Dicembre è il mese che ci lascia estasiati davanti allo spettacolo della neve che riveste di splendida veste monti, alberi, tetti delle case. Splendore di bellezza è la natura così rivestita e, a prescindere dal freddo, tanta pura bellezza ci fa gioire, di più, ci riscalda il cuore con sentimenti nuovi.
Non lasciamo raffreddare i cuori in questo mese, ascoltiamo il silenzio ovattato del soffice cadere della neve lenta e pur tuttavia frettolosa e, nell’attesa del grande avvenimento, nella natura potremmo rinvenire simboli di quel che accadrà nella « notte di luce », del 24/25 dicembre.
Il Verbo di Dio verrà nel silenzio… verrà in fretta perché l’Amore vuole subito manifestarsi.
Ecco, proprio come la neve silenziosa e frettolosa. L’amore nasce nel silenzio ma in tutta fretta. Troppi secoli, infatti, erano passati dalla caduta di Adamo ed Eva e la nascita del Salvatore. L’Amore aveva davvero atteso troppo!
E finalmente contempleremo l’Amore, la tenerezza di un Dio fatto bambino, fatto uomo come noi.
Se ci saremo ben preparati nel silenzio, nella preghiera, Gesù ci abbraccerà, di colmerà l’anima dei suoi doni, primo fra tutti la pace, poi la gioia e ancora l’amore.
Abbracciàti a Gesù sarà più leggero vivere, e abbracciati a Lui impareremo l’arte più difficile: amare non a parole ma fattivamente e con tenerezza.
Gesù ci farà dono di ciò che oggi manca: i valori. Ma il dono dei doni è sentire: « Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama ».

L’AVVENTO E MARIA
Siamo alla prima Domenica di Avvento e si può dire che ci troviamo anche all’inizio della preparazione alla novena dell’Immacolata. Riflettiamo insieme: Dio scende fino a noi, soltanto per Amore.
Che faremo noi? Ciò che possiamo e dobbiamo fare, è questo:
vivere nella gioia che il Signore viene a salvarci e sforzarci di convertirci dal profondo del cuore.
La conversione la dimostriamo in un unico modo: amando Dio e i fratelli. Amare vuol dire: perdonarci e perdonare.
Talora non perdoniamo a noi stessi di essere come siamo e allora diventa difficile perdonare agli altri: manca la pace nel nostro cuore, manca l’accettazione dei nostri limiti.
Come possiamo accettare gli altri? L’amore scaturisce da un cuore in pace con se stesso, in armonia con se stesso: facciamo unità dentro di noi e faremo unità con gli altri.
L’Avvento ci porta ad approfondire la conoscenza di Gesù per vedere se siamo o no sua trasparenza. Gesù, infatti, è trasparenza del Padre.
Cerchiamo di essere trasparenza del Figlio obbediente al Padre in profonda umiltà.
Come si apre l’anno liturgico e si conclude. Con la celebrazione della Solennità di Cristo Re abbiamo chiuso l’anno liturgico, ora con l’Avvento riapriamo l’anno liturgico.
E’ come se dicessimo: una vita nasce, una vita muore. In questo alternarsi è racchiusa la nostra vita e in questo alternarsi dobbiamo realizzare la nostra salvezza.
Il Signore ci dà l’opportunità per realizzarla se ci poniamo con docile disponibilità all’ascolto dello Spirito.
L’anno liturgico ci facilita un cammino costante, scandito dalla Parola, dal tempo di Dio.
L’Avvento è una prima tappa, la prima opportunità offertaci dal Signore per riflettere sul mistero dell’Incarnazione, che celebreremo solennemente il 24 e il 25 dicembre.
Il Cristo, nostro Signore, si è incarnato nel seno della Vergine Maria, per salvare l’uomo, per salvarci tutti, riscattarci dal peccato originale, dalla morte antica.
Salvare l’uomo prendendo un corpo di carne come il nostro e sperimentando con esso quanto l’uomo sperimenta di sentimenti, di dolore, di gioia, di debolezza, di fame e di sete, di sofferenza, di fatica e di insuccesso.
L’Avvento è un momento davvero favorevole per far memoria di quanto il Signore ha compiuto di meraviglie per l’uomo, per noi.
E’ questa una contemplazione che deve portarci al rendimento di grazie a Dio.
Guardiamo Maria, la Stella, e andiamo insieme ai pastori all’incontro inafferrabile di Colui che nella Notte del tempo nasce nel nostro tempo, luce senza fine.
La sua venuta ci doni la pace, l’amore, la concordia e la fraternità.per non rallegrarci da soli.
Prepariamoci insieme al Natale del Figlio di Dio, con l’amore, con la preghiera, con la carità fraterna.
Guardiamo Maria e impariamo da Lei a essere uomini e donne di fede, di silenzio, di preghiera, di ascolto della Parola di Dio. Con l’augurio, così, di vivere una meravigliosa festa di Maria e un fruttuoso Avvento.

Publié dans : Tempi Liturgici: Avvento | le 28 novembre, 2016 |Pas de Commentaires »

Noach Arc

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Publié dans : immagini sacre | le 26 novembre, 2016 |Pas de Commentaires »

COMMENTO AL BRANO DI ISAIA 2, 1-5 (prima lettura)

http://dimensionesperanza.it/dossier-pace/item/600-commento-al-brano-di-isaia-2-1-5-comunita-s-egidio.html

COMMENTO AL BRANO DI ISAIA 2, 1-5

Pubblicato da Fausto Ferrari

Comunità S. Egidio

Il profeta Isaia ci parla di un mondo in cui regna la pace, in cui tutti i popoli vanno « verso il monte del Signore ». E oggi siamo riuniti per pregare insieme per la pace in tutte le terre. La preghiera ci raccoglie e ci sostiene in una via di pace.
La nostra domanda di pace non viene dal desiderio egoista di preservare il nostro benessere:
come se, succeda quello che succeda, volessimo comunque restare fuori dal problemi e dalle difficoltà di chi vive situazioni di guerra e di violenza. Non c’è un desiderio egoistico di tirarci fuori dalle responsabilità di un aiuto, di una solidarietà, di una vicinanza. La nostra domanda di pace viene dal constatare che tanti, troppi, conflitti sono ancora aperti. E non si fa niente o molto poco per chiuderli, per trasformare « le spade in vomeri » e « le lance in falci », come dice il passaggio del profeta Isaia. Sono i conflitti che si svolgono in tanti Paesi di questo mondo.
Purtroppo la guerra è ancora una realtà in tante parti. Li bisogna intervenire con generosità e con intelligenza, perché la vita di tanti popoli non sia ingoiata da un mostro che tante volte sembra ingovernabile o invincibile. C’è tanto lavoro per gli « uomini di buona volontà ». In tanti Paesi, nel Sud e nel Nord del mondo, si vive preoccupati per il proprio futuro. Anche perché, con il passare degli anni, ci si rende conto che niente di solido è stato costruito nelle relazioni internazionali. Forse abbiamo sprecato quella occasione di costruire un mondo di pace che in certi momenti ci era stata offerta. Ed oggi, purtroppo, la guerra è diventata una realtà diffusa un po’ ovunque come un’oscura malattia.
Com’è possibile un mondo senza guerra? Molti affermano che è impossibile, dicendo che bisogna essere realisti. E aggiungono magari che ci si deve abituare alla guerra, all’uso della forza bellica. Sì, lo sappiamo: il mondo non è ideale. Ci sono minacce di guerra, c’è l’uso del terrorismo, si costruiscono arsenali di morte che finiscono in mani irresponsabili per sete di guadagno degli uni e per follia degli altri. Il mondo è pieno di covi di violenza.
Eppure, la profezia di Isaia che ci parla di un mondo di pace non è solo un sogno. Essa ci indica una strada percorribile. Ed il Signore stesso ci invita a liberarci dal pessimismo e dalla rassegnazione. Le difficoltà del nostro tempo, le minacce, il terrorismo, i regimi bellicosi, i tanti conflitti aperti non sono per noi l’ultima parola.
Il profeta Isaia, in un’epoca antica, segnata anch’essa da tante guerre e conflitti di ogni genere, alzò sul mondo una parola di pace. La nostra preghiera di oggi vuole essere come quell’ »alto monte » di cui parla il profeta, sul quale si costruisce « il tempio del Signore » e a cui « affluiscono tutte le genti ». Non siamo soli nella preghiera. Siamo in comunione con tanti che hanno raccolto in tutto il mondo la stessa intenzione di preghiera e che hanno dato lo stesso appuntamento in tanti Paesi diversi. Davvero siamo su un alto monte cui « affluiscono tutte le genti ».
Questo ci dà la forza e l’audacia per guardare il futuro nostro e dell’umanità. Non è un compito troppo difficile o che spetta solo al potenti, ma è responsabilità di tutti. La preghiera ci chiede di allargare i confini del nostro cuore per ascoltare la voce dei molti popoli che ci invitano a salire oltre noi stessi per chiedere al Signore di indicarci le sue vie e i suoi sentieri.
La parola di Dio ci indica un cammino, lo illumina come una lampada che risplende anche nei tanti luoghi della terra oscurati della guerra. Noi non abbiamo paura di camminare su questa strada di pace. Sappiamo di non essere soli e di incontrare in questo cammino le attese di tanti. E in questa giornata in cui la Chiesa Cattolica celebra la giornata mondiale per la pace ci facciamo prossimi e solidali alla voce di Giovanni Paolo Il, che si è levata contro la cultura della guerra.
L’anno scorso abbiamo celebrato il quarantesimo anniversario della prima enciclica sulla guerra da parte di un papa, quella del Beato Giovanni XXIII, la Pacem in terris, cioè « la pace in tutte le terre ». Giovanni XXIII non si rassegnò alla cultura della guerra inevitabile, nonostante che il mondo fosse carico della minaccia nucleare. La pace non è impotenza; non è egoismo pauroso: e un nuovo nome, un nome eterno, dell’impegno per l’uomo. Questa è la realtà! La pace – diceva Giovanni XXIII – è un « bene comune universale », che appartiene al mondo intero. D’altra parte la guerra – ne siamo convinti – è un male che rischia di contagiarsi ben al di là di quelli che si combattono. Per questo ogni avventura di guerra ci trova pensosi, come ogni esperienza di conflitto ci trova impegnati a cercare la via d’uscita.
Ancora una volta, la nostra preghiera vuole attingere a queste parole impegnative: Pacem in terris! Pace in tutte le terre! E vogliamo unire la nostra voce a quella del Papa Giovanni Paolo Il, che ha fatto sua – in tante occasioni e di fronte a tante minacce – la voce del suo predecessore. E’ la richiesta che viene certamente dal cuore della Chiesa cattolica; ma non solo. E’ una richiesta che condividono i cristiani di tutto il mondo. E sale anche da altre religioni, da tanta gente ragionevole in ogni parte del mondo. E’ la richiesta della pace in tutte le terre!
Per questo oggi alziamo la nostra preghiera e diciamo che la pace è possibile. Oggi comprendiamo meglio che la visione del profeta di un’umanità che trasforma strumenti di guerra e di morte in strumenti di lavoro e di pace non è un sogno irrealizzabile. Come credenti ci rivolgiamo con fiducia al Signore. Sappiamo che Dio ha pensieri di pace e aiuterà e sosterrà l’opera degli operatori di pace.

 

Il santo Profeta Isaia

Il santo Profeta Isaia dans immagini sacre Giovanni_Di_Piamonte_-_The_Prophet_Isaiah_-_WGA09481

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Publié dans : immagini sacre | le 25 novembre, 2016 |Pas de Commentaires »
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