LINK ALLA MESSA DEL GIORNO ED AL COMMENTO DAL SITO: « EVANGILE AU QUOTIDIEN »

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

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link al mio blog in lingua inglese:
Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

 

 

incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

incamminoverso @ 1:25
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Seventh Day of Creation (from the 1493 Nuremberg Chronicle)

Posté le Mardi 2 septembre 2014

 Seventh Day of Creation (from the 1493 Nuremberg Chronicle) dans immagini sacre 640px-Nuremberg_chronicles_-_f_5v

http://en.wikipedia.org/wiki/Genesis_creation_narrative

incamminoverso @ 19:38
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ASCESA VERSO L’ALTO – INCONTRO CON L’ »ALTRO » – Enzo Bianchi

Posté le Mardi 2 septembre 2014

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_bianchi31.htm

ASCESA VERSO L’ALTO – INCONTRO CON L’ »ALTRO »

In cammino verso casa, con lo sfondo di pace delle montagne… Il Rifugio Mulaz, tra le Pale di San Martino, nelle Dolomiti trentine! Il tramonto sul Monte Torraggio, in provincia di Imperia, al confine tra Italia e Francia… Dal Trentino, le Torri del Vajolet, nel Catinaccio, in Val di Fassa!
ENZO BIANCHI
(« Jesus », Maggio 2009)

«Sollevo i miei occhi verso i monti, da dove verrà l’aiuto?» (« Salmo 121, 1″). Il « Salmista » non aveva grandi vette davanti a sé: pellegrino verso Gerusalemme, il Monte Sion, spingeva lo sguardo verso un’altura spirituale, verso l’Altro che non poteva che trovarsi in alto rispetto alla comune condizione umana. Invocazione, imprecazione, distacco, estraniamento, abbandono: tutto questo esprimiamo con il nostro levare gli occhi al cielo, con lo sguardo proteso che pare aver bisogno di alture per poter davvero far spiccare il volo al nostro anelito. In realtà, il nostro sguardo, anche quando si alza, « si posa » alla ricerca di un luogo in cui sostare per riprendere il cammino. Quante volte nell’ascendere verso una vetta fermiamo il passo, apparentemente per riprendere il fiato, in realtà per misurarci una volta ancora con l’altrove, segno di un Altro che sembra sempre rinviare l’appuntamento a una cima ulteriore, nascosta rispetto a quella più a ridosso di noi. Allora i nostri occhi si attardano a ripercorrere idealmente sentieri che paiono danzare attorno alle falde della montagna, visitano baite e villaggi, discendono lieti dalle cime innevate ai pendii boscosi fino ai pascoli verdeggianti, rincorrono gli irrefrenabili torrenti, si riflettono nelle calme acque di laghetti alpini…
La montagna invita a una duplice contemplazione, a due prospettive speculari e complementari: salendo si fissa lo sguardo sulla vetta, ci si protende verso l’ »al-di-là », l’ulteriore, quasi a incalzare l’irraggiungibile di cui pure calchiamo le radici rocciose. Una volta in vetta, invece, lo sguardo si distende rappacificato in un volgersi che non è retrospettivo ma piuttosto onnicomprensivo: rileggiamo il percorso appena compiuto e nel contempo la realtà dalla quale ci siamo innalzati, abbracciamo con un solo sguardo il mondo che credevamo di conoscere e a volte, per pura grazia, come San Benedetto poco prima di morire, ci può essere dato di vedere «davanti agli occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole» (cfr. Gregorio Magno, « Dialoghi 11,35″). La terra che tanto amiamo è lì, teneramente abbracciata al cielo cui aneliamo: questa duplice contemplazione che si dischiude nelle altezze parla alle profondità del nostro intimo e ci invita a intraprendere un viaggio la cui lunghezza non si può misurare perché fatto di memorie e di attese, di radici e di desiderio di spiccare il volo.
Capiamo meglio, allora, come mai la montagna – fosse anche «un’umile collina» come il Monte Sion celebrato nei « Salmi » o come il dolce declivio verso il Lago di Tiberiade che ha sentito scorrere sulla sua superficie la pace delle « Beatitudini » e lo sciamare delle folle benedette – ha sempre simboleggiato il distacco dal quotidiano per perseguire l’ascesa, una ricerca di sé non « autistica » ma aperta al futuro, all’inatteso. Sì, accostarsi alla montagna è un cammino di ascesa interiore, vissuto con tutto il proprio corpo: i sensi spirituali si affinano grazie a quanto sperimentano le nostre membra. Così l’incontro tra il cielo e la terra è evocato dalla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, le alterne vicende dell’esistenza paiono simboleggiate dalla sequenza di salite e discese, la leggerezza e la semplicità sono richieste affinché l’ascesa non sia frenata dall’attaccamento all’inutile o al superfluo, il discernimento è acuito e l’oblio contrastato dal non poter tralasciare nulla di essenziale, per quanto apparentemente trascurabile, la vigilanza è tenuta desta dallo scrutare i segni del tempo e del cielo… Anche il rarefarsi dell’aria, il repentino mutare delle condizioni meteorologiche, il brusco contrasto tra passaggi ombreggiati e accecanti riflessi di sole sulla neve contribuiscono a una purificazione che nasce dalla sorprendente scoperta di come la complementarietà degli opposti plasmi il nostro sentire interiore.
Sì, inoltrarsi in montagna – ma anche solo ripercorrere con la mente e con il cuore le balze che si sono imparate a conoscere dai « racconti biblici » e dalle narrazioni di quanti ci hanno preceduto nel cammino della vita – rappresenta una inesauribile esplorazione interiore: davvero, come scriveva Dag Hammarskjold, uomo di fede e amante della montagna, «il viaggio più lungo è il viaggio interiore». Un viaggio che richiede e al contempo stimola coraggio e resistenza, capacità di ascolto e di silenzio, solidarietà e fiducia in sé stessi e negli altri, attenta valutazione delle proprie forze per metterle al servizio di un’impresa nata in noi stessi ma destinata a dilatarsi su quanti ci stanno accanto.
Davvero muoversi «verso l’alto» può essere l’occasione non di irrefrenabile superbia ma, al contrario, di faticosa e liberante ascesi verso una dimensione più grande di noi e al contempo alla nostra portata. Da dove, infatti, ci verrà l’aiuto? «Dal Signore che ha fatto cielo e terra», canta il « Salmo », dal Signore che ha voluto che cielo e terra si toccassero in un abbraccio infinito.

incamminoverso @ 19:36
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STRANIERI E PELLEGRINI di Enzo Bianchi (priore di Bose)

Posté le Mardi 2 septembre 2014

http://web.tiscalinet.it/INDACO/g_pe_stp.html

STRANIERI E PELLEGRINI

di Enzo Bianchi (priore di Bose)

Secondo la Scrittura, l’uomo non ha qui stabile dimora. Cammina (come Abramo, come Israele, come Gesù, come la Chiesa) verso una meta. La vita di fede è un pellegrinaggio, un itinerario di morte, in vista di una vita.
In ogni esperienza religiosa, dunque per l’uomo religioso, il pellegrinaggio è un cammino di un certo tempo verso un luogo simbolicamente centrale. Questo itinerario è ricerca del contatto con il divino e dei rinnovamento della propria vita. E esperienza spazio-temporale che dà senso allo spazio e al tempo, al cui interno si vive la quotidianità. La centralità di un « luogo sacro » verso cui si cammina (l’autentico pellegrinaggio si compie a piedi) è evidente esteriorizzazione del bisogno di avere in sé un centro, di avere un centro nella propria vita. Il pellegrinaggio è evidentemente legato al problema del senso della vita e, in particolare, del senso religioso dell’esistenza umana. Così ha scritto il teologo Virgil Elizondo a proposito di questo fenomeno visto negli ambienti cristiani: « Non c’è alcun mandato della Chiesa che prescriva i pellegrinaggi, eppure il numero delle persone che vanno in pellegrinaggio continua ad aumentare, mentre diminuisce la frequentazione delle liturgie prescritte dalla Chiesa. (1)

Il Dio della storia
All’interno della Scrittura, l’esperienza del pellegrinaggio è illuminata dal proprium della rivelazione del Dio Uno. Egli si rivela nella storia, per cercare un 1 alleanza con l’uomo e manifesta il suo volto di Dio personale in Gesù Cristo, colui che pone se stesso quale « via » del credente. Per la Bibbia, che pure conosce la prassi e anche la legislazione che regola il pellegrinaggio, ciò che è centrale è l’autenticità della relazione con Dio, in nome della quale il pellegrinaggio è comandato ed è anche contestato radicalmente. Non può pertanto stupire che la tradizione biblica conosca il comando che ordina il pellegrinaggio al tempio tre volte all’anno, in occasione delle tre grandi feste d’Israele (Pesacb, Sbavulot, Sukkot.- cf Dt 16,16-17), e il suo contrappunto profetico, che ne critica le deviazioni e le perversioni idolatriche: « Non rivolgetevi a Betel, non andate a Galgala, non passate a Bersabea, … ma cercate il Signore e vivrete » (Am 5,56). Per comprendere allora il legame profondo tra fede dell’uomo biblico e esperienza del suo cammino tutto orientato verso un fine (com’è il pellegrinaggio), occorre guardare anzitutto a due esperienze fondanti che sono anche divenute figure essenziali della fede biblica: l’esperienza dei nomadismo e quella dell’esodo.

I patriarchi
L’esperienza del nomadismo e dei semi-nomadismo dei padri d’Israele (Abramo, Isacco e Giacobbe), ha fatto sì che il « Dio dei padri » fosse appunto un Dio di « qualcuno », non tanto di una località, di un luogo sacro. Il Dio rivelato della Bibbia è il « Dio dell’altro », che lega la sua presenza alle persone. Ora l’esperienza dei padri è normante e decisiva per tutto l’Israele successivo. E la loro esperienza è quella di chi non ha stabile dimora, di colui che deve dire di se stesso. « Io sono straniero e di passaggio » (Gen. 23,4).
La lettera agli Ebrei, rileggendo l’esperienza di Abramo, Isacco e Giacobbe, coglie questo aspetto di fede vissuta come cammino in obbedienza alla parola di Dio e come essere stranieri: « Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della stessa promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso » (Eb 11,8-10). Questa esperienza di essere stranieri sarà sempre presente nel cuore del credente, anche dopo la sedentarizzazione e l’installazione nella terra promessa. Lo mostra, fra le diverse testimonianze, la preghiera di Davide « Tutto proviene da te, Signore; noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato. Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri. Come un’ombra sono i nostri giorni sulla terra e non c’è speranza » (Cr 29,15).

La vita? Un pellegrinaggio!
Ma questa esperienza è costitutiva anche della fede dei cristiano. La prima lettera di Pietro parla dei cristiani come « stranieri e pellegrini » (1 Pt. 2,11), che dimorano temporaneamente sulla terra, ma non qui hanno la loro dimora definitiva. Questo è il tempo (e lo spazio) del loro pellegrinaggio: « Comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio » (I Pt 1,17). La tipologia di Abramo, che ha lasciato la sua terra, la patria, il clan famigliare, la sicurezza e il conforto del « noto », per obbedire alla parola di Dio, dice che la fede è questo cammino di obbedienza senza contare su alcuna umana sicurezza (2). La categoria della stranierità, non solo è stata vissuta da Gesù stesso come categoria di rivelazione, ma è anche vitale per la Chiesa che vive sempre più la condizione di minoranza e che è chiamata a confrontarsi quotidianamente con uomini e donne radicalmente « altri » per religione, cultura, etica, ecc. Secondo il quarto Vangelo, Gesù è sentito come straniero perché la sua origine e provenienza è « da Dio », « dall’alto » e perché la sua lingua non è capita dal suoi interlocutori (Gv 8,43), ma proprio questa sua stranierità diviene lo spazio a partire dal quale è possibile la rivelazione di Dio e dunque l’incontro e la comunione. Il Dio biblico è il Dio che si rivela a degli stranieri (i figli d’Israele in Egitto) e che si fa straniero (secondo Ezechiele, Dio segue i figli d’Israele nella deportazione a Babilonia). Soprattutto nel NT, Dio si fa straniero in Cristo per incontrare l’uomo, e lo stesso itinerario di Cristo da Dio verso l’uomo è un pellegrinaggio (3), che culmina nella croce, vero luogo di comunione fra ogni uomo e Dio.

L’esodo
L’altra grande esperienza fondante la fede biblica è costituita dall’esodo. Esso è un cammino scandito da tre momenti: uscita da – passaggio attraverso – entrata in.
Uscire dall’Egitto, la casa di schiavitù, per entrare nella terra promessa passando attraverso il deserto: tutto questo è il movimento dell’esodo, come movimento di liberazione e di salvezza. Specificando però che il terzo momento, la terra, funziona più come scopo, meta, futuro che genera e suscita il dinamismo del presente (dunque come promessa e come senso), che come possesso. Una volta entrato nella terra, Israele continuerà a ritenersi ospite in quella terra che è di Dio: « La terra è mia e voi siete presso di me stranieri e di passaggio » (Lv 25,23). La lettera agli Ebrei, rileggendo tipologicamente e applicando al cristiani il cammino dei figli di Israele nel deserto per quarant’anni (4), parlerà di una meta, di un riposo, che è davanti al credente e che richiede al cristiano fede e speranza, perseveranza e fedeltà, vigilanza e lotta contro le tentazioni, essenzialità e povertà, dimensioni che contrassegnano anche il cammino di Cristo sulla terra. Cammino che il NT ha letto come esodo dal Padre per ritornare al Padre e che traccia la via al cammino dei credenti.

L’orizzonte escatologico
Negli Atti degli apostoli, i cristiani sono chiamati « seguaci della via » (cf. At 9,2; 18,25.26, 19,9-93; 22,4; 24,14.22), e il cammino che essi percorrono è un esodo verso la patria celeste (Fil 3,20), la città futura (Eb 13,14) cioè verso la comunione con Dio per sempre. Questo esodo è orientato da Cristo che è la « via » (Gv 14,5-6). 1 cristiani sono coloro che seguono Cristo (1 Pt. 2,21), che camminano in Cristo (Col. 2,6) e nello Spirito (5,6), in una vita nuova (Rm 6,4), nell’amore (Ef 5,2), nella fede (2Cor 5,7). Spesso il verbo greco peripatéo, « camminare », è tradotto dalla Bibbia CEI con « comportarsi » o espressioni equivalenti (lCor 3,3; Ef 5,8; Col 1,10; lTs 2,12; 4,1.12- ecc.), essi sono pronti a convertirsi, cioè a ritornare dopo aver commesso il peccato, ovvero dopo aver sbagliato strada… Di questo cammino esodico mi pare urgente sottolineare soprattutto la dimensione escatologica. Il regno di Dio è la meta di tale cammino, e il Regno non coincide con la Chiesa: essa resta pellegrina e in ricerca di un Regno che la eccede. Anche la dimensione escatologica deve essere assunta dalla Chiesa oggi sia a livello ecclesiologico che spirituale. Questo significa ripensare la Chiesa a partire dal regno di Dio, vero criterio di autenticità della tradizione, e assumere la dimensione della povertà non solo come estrinseca (Chiesa per i poveri), ma costitutiva (Chiesa povera). Significa anche riconoscere il posto che Israele mantiene nella storia di salvezza e cogliere Israele come pungolo escatologico, significa confessare la dimensione di peccato che traversa la Chiesa e che ostacola il suo cammino; significa vivere la fede come perseveranza e fedeltà.

Incamminarsi verso Gerusalemme
Tutto questo pone i cristiani in quell’atteggiamento di umiltà, di umile risolutezza che è lo stesso atteggiamento di Gesù quando ha reso duro il suo volto per incamminarsi verso Gerusalemme (cf Lc 9,51), cioè verso la passione e morte cui sarebbe seguita la glorificazione, la resurrezione. Ma il concreto cammino di Gesù che rivela agli uomini la salvezza di Dio è di kenosi, di abbassamento. Anche il cammino di Israele nel deserto, vero cammino di libertà verso la salvezza, era sentito dai figli d’Israele come cammino di morte più che di vita. Questo è anche il cammino della fede. Un cammino che riflette in sé il dinamismo pasquale, cammino in cui la preghiera fa del credente un errante, nel tempo più ancora che nello spazio, un cercatore di Dio più che un esploratore di « luoghi sacri ». In questo cammino, infatti, occorre saper vedere l’invisibile: come Mosè quando lasciò l’Egitto (Eb 11.27), anche noi « non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne » (2 Cor 4,17-18).

NOTE
1) Elizondo V., « Il pellegrinaggio. Un rituale permanente dell’umanità », Editoriale di Conciliurn 4 (1996), pp. 11- 15.
2) Cf Manicardi L., I cristiani: stranieri e pellegrini, Qiqajon, Bose 1997.
3) Langkammer H., Il pellegrino Cristo e a sua sequela », in Communio 153 (1997) pg. 27-37.
4) Cf. Bianchi E., Il deserto: valenze spirituali, Qiqajon, Bose 1993.

incamminoverso @ 19:34
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Panagia Portaitissa (the original icon)

Posté le Lundi 1 septembre 2014

Panagia Portaitissa  (the original icon) dans immagini sacre 368px-Iveron

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incamminoverso @ 20:38
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GESU’, IL CONSACRATO DELLO SPIRITO SANTO – Olivier Clément

Posté le Lundi 1 septembre 2014

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01041998_p-17_it.html

GESU’, IL CONSACRATO DELLO SPIRITO SANTO

Olivier Clément

Nei Vangeli, Gesù si presenta come il « consacrato » dello Spirito, come suo « unto ». L’Oriente cristiano scopre in questo senso una cristologia pneumatologica dominata dal mistero della « pneumatizzazione » compiuto nella « carne », vale a dire nell’umanità di Gesù. Cristo è « esistenza nello Spirito » (Jean Zizioulas) L’incarnazione è opera dello Spirito ed è nello Spirito, attraverso la sua potenza, che Gesù realizza i « segni », guarisce i malati, caccia i demoni, annuncia la Buona Novella.
Il Padre resuscita Gesù con il suo Spirito e gli concede di diffonderlo ( Atti 2, 22-23). Lo Spirito è ormai questa Vita, più forte della morte che uscì dal costato del Crocifisso con l’ acqua e il sangue ( Gv. 19,34), l’acqua del battesimo, il sangue dell’eucarestia, « pneumatizzati » e « pneumatizzanti ». La promessa dell’ « altro Consolatore » (Gv. 13, 31-16, 33 e 17, 1_26) si realizza nella Pentecoste: Cristo, ormai, viene a noi nello Spirito Santo. L’opera di Cristo ha reso possibile la venuta plenaria dello Spirito. Ha reso l’uomo capace di divenire « pneumatoforo ». Lo Spirito, in collaborazione con la nostra libertà, delinea, poco a poco, attraverso la comunione dei Santi, il volto di Cristo che viene ( S. Massimo il Confessore).
Nella Chiesa (che unisce, senza confonderle, la « cattolicità » cattolica e la « cattolicità » ortodossa, apparentemente opposte, in realtà complementari), Dio è presente « in tutti noi » ( Ef. 4, 6) , grazie alla piena rivelazione del suo Spirito. Le prime professioni di fede – e, a modo suo, il credo Niceo-Costantinopolitano – affermano con lo stesso slancio: « Credo nello Spirito Santo, nella Santa Chiesa cattolica, per la resurrezione della carne ». Fede nel battesimo – dell’acqua e dello Spirito – e nella  » vita del mondo che verrà, « che verrà » , che ci attiene già nei sacramenti della Chiesa e che la santità anticipa e prefigura: « E’ nel corpo di Cristo che si accede alla fonte dello Spirito ( S. Ireneo di Lione).
In San Paolo, particolarmente, l’espressione ecclesiale « Corpo di Cristo » ha un senso nettamente eucaristico, le parole « eucarestia » e « chiesa » sono intercambiabili ( per es. in I Cor. 11,8). Ora l’Eucarestia è al contempo comunione nel Corpo di Cristo e « comunione nello Spirito Santo ». Lo Spirito ci integra al « corpo pneumatico » del Resuscitato. La Chiesa è così ripiena dei doni multiformi dello Spirito. La sua struttura è « epicletica »; essa riceve il suo Signore con umiltà e pentimento nello Spirito, in risposta alla epìclesi. Lo Spirito integra i doni dei fedeli e i fedeli come dono, al « corpo pneumatico » del Signore.
L’epiclesi si identifica nell’aspetto escatologico dell’Apocalisse (22, 17), nel Mararatha dell’eucarestia primitiva, perché si realizzi la « parusìa sacramentale » che anticipa e prepara la Parusia ultima, definitiva.
L’eucarestia, per la tradizione siriaca, è « fuoco e Spirito ».  » Colui che si nutre di questo corpo con fede si nutre con esso del fuoco dello Spirito Santo » ( S. Efrem il Siriano).
Il ministero consacrato appare come il carisma di ordine e di pace donato dallo Spirito nella continuità della successione apostolica, tanto alla chiesa ortodossa quanto alla Chiesa cattolica: l’imposizione delle mani dei tre vescovi consacratori designano il luogo cristico e conciliare in cui discende lo Spirito.
Questo ministero apostolico determina l’ « edificazione » del Corpo unico da parte di ogni genere di carisma personale. Il più alto è quello dell’ « uomo apostolico » géron, starets, che diviene coscientemente, qualunque sia il suo posto nella gerarchia, un « pneumatofono ». L’apostolicità ministeriale è al servizio dell’apostolicità mistica. Per questo il ministero non può essere esercitato se non nella comunione del Popolo di Dio, « sacerdozio regale » (1 P 2, 9) e « regalità » dei sacerdoti » ( Ap 5, 10) . Esso ricorda e aiuta a prendere coscienza poiché « ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza ». (1 Gv. 2, 20)
Nella « comunione dello Spirito Santo », Koinonia, la Chiesa partecipa alla vita trinitaria. La comunione è quella delle coscienze personali ( è il tema, caro all’ecclesiologia russa, della sobornost), ed è anche quello delle Chiese locali, vale a dire, in senso proprio, delle comunità eucaristiche. Essa si articola intorno a tutta una gerarchia di centri di raccordo – metropoli, patriarcati, primato universale- che impediscono alle chiese locali di opporsi tra loro o di isolarsi.
La Tradizione è la « pneumatosfera », che rende la Parola viva e attuale in tutti i frangenti della storia. Essa compone la storia vera, quella della Comunione dei Santi, autentico testamento dello Spirito: elaborazioni dottrinali, esperienze spirituali, opere di santità e di bellezza. Radicata nel mistero pasquale, rivolta per mezzo di esso verso la Parusia , escatologica, dunque, la tradizione è al contempo la memoria vivente della Chiesa, il suo spirito critico e la sua capacità innovativa. Non bisogna confondere – questa è la grande tentazione orientale- la tradizione con le tradizioni: lo Spirito, a questo riguardo, dovrebbe permettere di « discernere » gli spiriti. Come diceva S. Ireneo di Lione, è juvenescens!
Nella celebrazione, lo Spirito presenta, « ri-presenta », l’opera di Cristo. L’uomo diviene il celebrante della « liturgia cosmica ».
A coloro che accettano di offrire la loro scienza, la loro arte, la loro capacità tecnica, la loro responsabilità politica e sociale, lo Spirito concede in cambio la forza di scoprire il mondo, non per distruggerlo, ma per trasfigurarlo, di servire gli uomini e non di asservirli, di conoscere, ma nel rispetto degli esseri e delle cose; di creare la bellezza, non in senso riduttivo, bensì per « risvegliare ». E’ così che lo Spirito irradiante del culto ( poiché il vero profetismo è sacramentale) è stato e potrebbe ridivenire il fermento di una autentica cultura.
La preghiera personale, interiorizzando la grazia sacramentale, provoca una « pneumatizzazione » progressiva dell’essere umano.
Nello Spirito, l’intelligenza si unisce al « cuore »: si risveglia allora una « sensibilità » che non è di ordine sentimentale ma di ordine ontologico, la « sensibilità dello Spirito », vale a dire la capacità di « sentire Dio al di là di tutto e in tutto ».
Il « battesimo dello Spirito » nella grande tradizione monastica, si identifica nel « dono delle lacrime », lacrime di pentimento, « ascetiche », poi di gioia e di gratitudine, « pneumatiche ». Poco a poco, talvolta all’istante, l’uomo sente aprirsi in lui, al di là della dimensione spazio-tempo, il respiro dell’immenso, il « respiro dello Spirito ». Allora la preghiera raggiunge la spontaneità della vita, il ritmo del cuore, la celebrazione cosmica.
E appaiono i « frutti » dello Spirito: la visione del mistero degli esseri e delle cose, i carismi del servizio e dell’amore attivo. L’uomo nello Spirito è « separato dal tutto » e « unito al tutto », percepisce l’unità fondamentale degli uomini in Cristo contemporaneamente al carattere unico di ciascuna persona, riceve il dono della « simpatia », della « compassione », vale a dire la capacità di « sentire in sintonia » per guarire e consolare.
Può ricevere il « discernimento degli spiriti » e divenire un autentico padre spirituale (o « madre spirituale ») che risveglia, libera, mette in cammino.
Lo Spirito è dato a tutti e tutti, a diversi livelli, sono chiamati a questa « sensibilità » spirituale che spinge l’uomo, inevitabilmente, alla preghiera e alla responsabilità. Lo Spirito apre a ciascuno lo spazio infinito della sua libertà creatrice. Ogni gesto creatore d’amore, di giustizia e di bellezza, anticipa la trasfigurazione del mondo dell’Ottavo Giorno.
La vera tenerezza fra un uomo e una donna, il paziente impegno del riformatore sociale, la ricerca del dotto laddove essa rispetta e si stupisce, sono atti creatori, come lo è la lotta interiore dell’asceta che si fa trasparente alla luce del Regno. (Nicolas Berdiaev).
Nel fervore e nell’intelligenza dello Spirito, tutte le Chiese, a diversi livelli, prendono posto nella Chiesa, tutte le religioni, tutte le culture presentano e compongono la realtà del « pancristianesimo ». Nel fervore e nell’intelligenza dello Spirito, Cristo incessantemente viene, ritorna; ogni istante è la Parusia..

incamminoverso @ 20:31
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L’ICONA DELLA VERGINE IVÉRSKAYA

Posté le Lundi 1 septembre 2014

http://www.eleousa.net/archivio.php?id=58

Eleousa magazine

Agosto ’14

L’ICONA DELLA VERGINE IVÉRSKAYA

L'ICONA DELLA VERGINE IVÉRSKAYA dans immagini sacre e testo 2009_07_02_00_25_22

Panaghia Portaitissa

L’icona della Vergine Ivérskaja è conservata nel Monastero di Iviron, uno dei venti monasteri ortodossi del Monte Athos, situato nella parte nord-est della Santa Montagna, lungo una piccola baia. Tesori di valore inestimabile vengono custoditi nella sacrestia, mentre la biblioteca è ricca di documenti imperiali e patriarcali, con oltre duemila manoscritti e ventimila libri stampati. Ma il tesoro più grande è questa icona miracolosa, custodita nella Cappella, all’ingresso del Monastero, poiché si ritiene che la sua scomparsa dal Monte Athos è segno premonitore della fine del mondo. La storia del Monastero è quella dell’Icona sono strettamente legate tra loro. Secondo la tradizione, l’Icona fu dipinta dall’evangelista Luca.
Il Monastero, a statuto idiorritmico fu fondato nel 979. E’ dedicato alla Dormizione della Panaghia. Il nome significa « degli iberi », cioè dei georgiani i quali fondarono il monastero e lo tennero per qualche secolo. Attualmente i monaci sono tutti greci. La biblioteca è tra le più ricche dell’Athos, la più ricca in libri stampati dopo quella della Grande Lavra. La storia della sua origine è connessa con le vicende politiche intervenute alla morte di Giovanni I Zimisce (976). Teofano, la vedova di Niceforo II Foca, aveva sposato in prime nozze Romano II (959-963) da cui aveva avuto due figli, per la cui tenera età Niceforo II Foca e poi Giovanni I Zimisce (che era cognato di Romano II) si erano autorizzati a occupare il trono, senza voler sopprimere il diritto dei due bambini. Dopo tredici anni i bambini erano cresciuti e vennero riconosciuti imperatori: erano Basilio II (976-1025) e Costantino VIII (976-1028). A questo punto un pretendente al trono, Barda Scleros, mosse guerra ai giovanissimi imperatori. Intanto all’Athos già da un anno tra i discepoli di sant’Atanasio si trovavano due georgiani di nobile famiglia, Giovanni e suo figlio Eutimio, che era stato in ostaggio alla corte di Costantinopoli. Dopo aver praticato la vita monastica in un cenobio del Monte Olimpo in Misia erano venuti all’Athos nel 975, dove altri georgiani li avevano raggiunti; tra questi il generale Tornikios, che aveva reso grandi servigi all’impero. La madre dei due giovani imperatori, Teofano, che aveva abbandonato il suo esilio monastico per ricoprire il ruolo di imperatrice madre, conoscendo il valore di Tornikios, lo pregò di riprendere le armi in aiuto ai legittimi imperatori. Tornikios, lasciato l’Athos, ottenne dal principe di Georgia David, vassallo dei bizantini, un fortissimo contingente di cavalieri che contribuì alla vittoria decisiva nel 979. Dopo di che ritornò all’Athos e, con i mezzi propri e l’appoggio fornito da Basilio II e dalla madre Teofano, promosse l’iniziativa dei suoi compatrioti Giovanni ed Eutimio e con loro costruì un nuovo monastero per i georgiani che sempre più numerosi accorrevano all’Athos. Fu appunto il monastero che i greci chiamarono Iviron (979 circa). Sant’Eutimio, il primo igumeno di Iviron, si rese celebre per l’immenso lavoro di traduzione e adattamento di scritti ecclesiastici dal greco in georgiano. Per mezzo suo i georgiani conobbero le opere di San Basilio, di san Gregorio Nazianzeno, come pure I Dialoghi del papa San Gregorio Magno. Verso il 1040 venne a Iviron il monaco georgiano Giorgio l’Athonita, che succedette a sant’Eutimio come igumeno e come traduttore; per opera sua il patrimonio letterario costituito dai libri liturgici bizantini passò nella letteratura georgiana. Iviron rimase un centro culturale georgiano fino all’inizio del XVI secolo; da allora lo abitarono solo monaci greci. Tuttavia nella biblioteca vi sono ancora preziosi manoscritti georgiani. Ricordiamo un manoscritto greco con molte miniature del XIII secolo che contiene il romanzo dei santi Barlaam e Ioasaf (o Giosafat), una trasposizione della vita di Buddha sulla persona di Ioasaf, figlio di un re dell’India, che convertito al cristianesimo da santo eremita Barlaam, riuscì a convertire il padre e, rinunciando al regnò, si diede con Barlaam alla vita monastica. Tra i suoi benefattori vi fu il re di Serbia Stefano VII Dusan (1331-1355), che allargando le sue conquiste si rese padrone della Macedonia e dell’Athos (1334). Quando nel 1346 si fece incoronare “imperatore dei greci e dei romani », erano presenti alla cerimonia anche i rappresentanti dei monasteri dell’Athos. In seguito lo stesso Dusan visitò l’Athos elargendo i suoi benefici.
Nel IX secolo, l’ icona miracolosa della Madre di Dio di Iviron era in possesso di una vedova che viveva a Nicea, in Asia Minore. La città non esiste più, ma a suo tempo fu sede di due Concili Ecumenici: il primo, durante il quale furono composti i primi otto articoli del Credo di Nicea, e il settimo, che proclamò la fine dell’iconoclastia. Fu durante il regno dell’ imperatore bizantino iconoclasta Teofilo che alcuni soldati giunsero a casa della vedova, dove in una piccola cappella era conservata l’Icona della Madre di Dio, occupando un posto d’onore nella casa. Uno dei soldati colpì l’icona con la sua spada, e subito iniziò a scorrere sangue dalla guancia destra della Vergine. Scosso da questo miracolo, il soldato immediatamente pentito, entrò in un monastero. Dietro suo consiglio, la vedova pensò di mettere in salvo l’Icona, al fine di scongiurare un’ulteriore profanazione. Dopo aver a lungo pregato, prese l’Icona e la “fissò” sulle onde del mare. Con sua grande sorpresa e gioia, vide che l’Icona non affondava, ma, rimanendo in posizione verticale, si allontanava in direzione ovest.
Molti anni dopo, l’Icona apparve dal mare “in una colonna di fuoco”, come racconta la tradizione Atonita, vicino al Monastero di Iviron. A quel tempo vi era il santo monaco Gabriel, al quale apparve la Madre di Dio che gli disse di essere la loro protettrice e di non aver paura a prendere l’Icona. Obbediente, Gabriel “camminò sulle acque, come su un terreno asciutto”, prese l’Icona e la portò a riva. Era il 12 luglio Poi la collocò nel monastero, ponendola sull’altare. Il giorno dopo, l’icona fu ritrovata sul muro accanto alla porta del monastero. Questo accadde più volte, fino a quando la Santa Vergine rivelò al monaco Gabriel che era suo desiderio proteggere i monaci (13 ottobre). Pertanto, fu costruita una chiesa vicino all’ingresso del monastero, dove tuttora è collocata l’Icona. Essa quindi prese il nome di Madre di Dio di Iviron e per la sua posizione è chiamata “Portaitissa”. Oltre a molti miracoli, l’Icona della “Portaitissa” ha dimostrato la sua protezione durante vari assalti al monastero da parte dei pirati saraceni.
Nel 17° secolo, il Patriarca di Mosca Nikon chiese all’abate del monastero di avere una copia dell’Icona. Fece costruire una cappella accanto alle mura del Cremlino, vicino alla Porta della Risurrezione. Il 13 ottobre 1648 giunse una copia dell’Icona, che fu venerata dalla popolazione russa fino alla Rivoluzione del 1917, quando il tempio fu distrutto e dell’ Icona non si seppe più nulla. Nel 1994 il Patriarca Alessio II ha benedetto la ricostruzione della Cappella e della Porta e una nuova Icona è giunta dal Monte Athos.
Nel mese di novembre 1982, una copia dell’Icona fu portata in Canada, dove è molto venerata. Il 26 settembre 1989, un’altra copia è arrivata a Tbilisi, in Georgia, dal Monastero di Iviron. E’ stata dipinta dai monaci del Monte Athos, quale segno di amore e di gratitudine verso il popolo georgiano.
L’Icona di Iviron è miracolosa e produce abbondante “mirra” durante tutto l’anno, ad eccezione della Settimana Santa, per ricomparire il Sabato Santo.
“Rallegrati, o Beata, che apri le porte del Paradiso ai giusti”.

incamminoverso @ 20:29
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Le lacrime di San Pietro

Posté le Vendredi 29 août 2014

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GIOVANNI PAOLO II – SALMO 62, 2-9: L’ANIMA ASSETATA DEL SIGNORE

Posté le Vendredi 29 août 2014

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GIOVANNI PAOLO II – SALMO 62, 2-9: L’ANIMA ASSETATA DEL SIGNORE

(LODI DOMENICA 1ª SETTIMANA)

terza Catechesi di SS. Giovanni Paolo II su i Salmi e i Cantici delle Lodi, (mercoledì 25 aprile 2001)

1. Il Salmo 62, sul quale oggi ci fermiamo a riflettere, è il Salmo dell’amore mistico, che celebra l’adesione totale a Dio, partendo da un anelito quasi fisico e raggiungendo la sua pienezza in un abbraccio intimo e perenne. La preghiera si fa desiderio, sete e fame, perché coinvolge anima e corpo.
Come scrive santa Teresa d’Avila, “la sete esprime il desiderio di una cosa, ma un desiderio talmente intenso che noi moriamo se ne restiamo privi” (Cammino di perfezione, c. XXI). Del Salmo la liturgia ci propone le prime due strofe che sono appunto incentrate sui simboli della sete e della fame, mentre la terza strofa fa balenare un orizzonte oscuro, quello del giudizio divino sul male, in contrasto con la luminosità e la dolcezza del resto del Salmo.
2. Iniziamo, allora, la nostra meditazione col primo canto, quello della sete di Dio (cfr vv. 2-4). È l’alba, il sole sta sorgendo nel cielo terso della Terra Santa e l’orante comincia la sua giornata recandosi al tempio per cercare la luce di Dio. Egli ha bisogno di quell’incontro col Signore in modo quasi istintivo, si direbbe “fisico”. Come la terra arida è morta, finché non è irrigata dalla pioggia, e come nelle screpolature del terreno essa sembra una bocca assetata e riarsa, così il fedele anela a Dio per essere riempito di Lui e per potere così esistere in comunione con Lui.
Il profeta Geremia aveva già proclamato: il Signore è “sorgente d’acqua viva”, e aveva rimproverato il popolo per aver costruito “cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (2,13). Gesù stesso esclamerà ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me” (Gv 7,37-38). Nel pieno meriggio di un giorno assolato e silenzioso, promette alla donna samaritana: “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).
3. La preghiera del Salmo 62 s’intreccia, per questo tema, col canto di un altro stupendo Salmo, il 41: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (vv. 2-3). Ora, nella lingua dell’Antico Testamento, l’ebraico, “l’anima” è espressa con il termine nefesh, che in alcuni testi designa la “gola” e in molti altri si allarga ad indicare l’essere intero della persona. Colto in queste dimensioni, il vocabolo aiuta a comprendere quanto sia essenziale e profondo il bisogno di Dio; senza di lui vien meno il respiro e la stessa vita. Per questo il Salmista giunge a mettere in secondo piano la stessa esistenza fisica, qualora venga a mancare l’unione con Dio: “La tua grazia vale più della vita” (Sal 62,4). Anche nel Salmo 72 si ripeterà al Signore: “Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre… Il mio bene è stare vicino a Dio” (vv. 25-28).
4. Dopo il canto della sete, ecco modularsi nelle parole del Salmista il canto della fame (cfr Sal 62,6-9). Probabilmente, con le immagini del “lauto convito” e della sazietà, l’orante rimanda a uno dei sacrifici che si celebravano nel tempio di Sion: quello cosiddetto “di comunione”, ossia un banchetto sacro in cui i fedeli mangiavano le carni delle vittime immolate. Un’altra necessità fondamentale della vita viene qui usata come simbolo della comunione con Dio: la fame è saziata quando si ascolta la Parola divina e si incontra il Signore. Infatti, “l’uomo non vive soltanto di pane, ma l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3; cfr Mt 4,4). E qui il pensiero del cristiano corre a quel banchetto che Cristo ha imbandito l’ultima sera della sua vita terrena e il cui valore profondo aveva già spiegato nel discorso di Cafarnao: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,55-56).
5.Attraverso il cibo mistico della comunione con Dio “l’anima si stringe” a Lui, come dichiara il Salmista. Ancora una volta, la parola “anima” evoca l’intero essere umano. Non per nulla si parla di un abbraccio, di uno stringersi quasi fisico: ormai Dio e uomo sono in piena comunione e sulle labbra della creatura non può che sbocciare la lode gioiosa e grata. Anche quando si è nella notte oscura, ci si sente protetti dalle ali di Dio, come l’arca dell’alleanza è coperta dalle ali dei cherubini. E allora fiorisce l’espressione estatica della gioia: “Esulto di gioia all’ombra delle tue ali”. La paura si dissolve, l’abbraccio non stringe il vuoto ma Dio stesso, la nostra mano s’intreccia con la forza della sua destra (cfr Sal 62,8-9).
6. In una lettura del Salmo alla luce del mistero pasquale, la sete e la fame che ci spingono verso Dio, trovano il loro appagamento in Cristo crocifisso e risorto, dal quale giunge a noi, mediante il dono dello Spirito e dei Sacramenti, la vita nuova e l’alimento che la sostiene.
Ce lo ricorda san Giovanni Crisostomo, che commentando l’annotazione giovannea: dal fianco “uscì sangue e acqua” (cfr Gv 19,34), afferma: “Quel sangue e quell’acqua sono simboli del Battesimo e dei Misteri”, cioè dell’Eucaristia. E conclude: “Vedete come Cristo congiunse a se stesso la sposa? Vedete con quale cibo nutre tutti noi? È dallo stesso cibo che siamo stati formati e veniamo nutriti. Infatti come la donna nutre colui che ha generato con il proprio sangue e latte, così anche Cristo nutre continuamente col proprio sangue colui che egli stesso ha generato” (Omelia III rivolta ai neofiti, 16-19 passim: SC 50 bis, 160-162).

incamminoverso @ 19:41
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LO SFOGO DI GEREMIA – GER.20,7-18

Posté le Vendredi 29 août 2014

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LO SFOGO DI GEREMIA – GER.20,7-18

Dal libro del profeta Geremia (20,7-18)
7) Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me.
8) Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: «Violenza! Oppressione!».
Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. 9) Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!».
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.
10) ‘Sentivo le insinuazioni di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo e lo denunceremo». Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta».
11) “Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori
cadranno e non potranno prevalere; saranno molto confusi perché non riusciranno, la loro vergogna sarà eterna e incancellabile.
12) Signore degli eserciti, che provi il giusto e scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di essi; poiché a te ho affidato la mia causa!
13) Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori. 14) Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto.
15) Maledetto l’uomo che portò la notizia a mio padre, dicendo: «Ti è nato un figlio maschio», colmandolo di gioia.
16) Quell’uomo sia come le città che il Signore ha demolito senza compassione.
Ascolti grida al mattino e rumori di guerra a mezzogiorno,
17) perché non mi fece morire nel grembo materno; mia madre sarebbe stata la mia tomba e il suo grembo gravido per sempre.
18) Perché mai sono uscito dal seno materno per vedere tormenti e dolore
e per finire i miei giorni nella vergogna?

Ambientazione
•Il profeta Geremia nasce attorno al 650 a.C., poiché era un figlio tanto atteso, gli venne dato il nome di Géremia che significa: «Jahvè ha liberato il grembo». Nel 626 a.C. il giovane impacciato e timido riceve la vocazione profetica che lo inserisce nel mondo turbolento della vita sociale e religiosa.
•Nel suo libro troviamo alcuni capitoli che ci descrivono il suo dramma interiore, una specie di «confessione» che ci rivela una personalità sensibilissima e fortemente emotiva le cui espressioni sfiorano talvolta l’imprecazione della disperazione.
•Egli vive il dramma di una persona affezionata alla sua patria, alla sua religione, alla vita semplice e pulita, mentre si vede costretto dalla sua missione a fare la voce della Cassandra, ad essere scomunicato, perseguitato dai suoi stessi concittadini e denunciato perfino da amici e parenti. Egli fu chiamato a rinunciare perfino ad una famiglia propria, a vivere da solitario circondato di odio, quasi maledetto da Dio. La sua vita è un segno di contraddizione, tanto che perfino la sua vocazione subisce una profonda crisi contrassegnata da un’estenuante ricerca del perché. Perché Dio comanda ad un uomo di dire cose che nessuno vuole ascoltare? Perché gli empi prosperano e perché i traditori sono tranquilli?
•Il brano che ci viene proposto segue la carcerazione durante la quale Geremia era stato flagellato e tenuto prigioniero legato ai ceppi in prigione. Uscendo, lancia la sua terribile invettiva contro il sacerdote del tempio che lo aveva fatto imprigionare, ma subito dopo accusa anche il Signore di averlo sedotto e maledice il giorno della propria nascita!

La struttura del brano
— Confessione – denuncia contro Dio seduttore (vv. 7-8);
— Descrizione del tormento interiore (v. 9);
— Motivo dello sconforto ed esaudimento della supplica (vv.10-13);
— Maledizione del giorno della propria nascita (vv. 14-18).

I dettagli del racconto
— Confessione – denuncia contro Dio seduttore (vv. 7-8) v. 7: Dio si è comportato con Geremia come un uomo che inganna una donna attraendola per impadronirsi di lei e possederla. Rasentando la bestemmia, il profeta accusa Dio di vigliaccheria, per averlo attratto con inganno facendogli credere una cosa per l’altra! E dopo essersi fidato del Signore egli si trova disilluso. Il ministero profetico gli ha portato solo obbrobrio e disprezzo, come conseguenza degli annunci e della predicazione. Coloro che lo sentono se ne fanno beffe.
v. 8: Le grida del profeta: «Violenza ed oppressione», sono l’equivalente del nostro: «Aiuto!». La missione profetica gli ha creato nemici dai quali il profeta sembra di non essere in grado di difendersi da solo e per questo ogni giorno è costretto a chiedere aiuto.
— Descrizione del tormento interiore (v. 9)
v. 9: La tentazione di rinunciare è fortissima. Anche il profeta giunge alla decisione di non profetizzare più, ossia di rinunciare ad obbedire al Signore. Tuttavia, la Parola di Dio accolta nel suo cuore sprigiona un fuoco incontenibile che tocca ogni fibra del suo essere (= ossa) e che brucia ogni determinazione, anche la più risoluta. La Parola di Dio appare un incendio incontenibile.
— Motivo dello sconforto ed esaudimento della supplica (vv.10-13)
v. 10: Con linguaggio simile a quello dei salmi di lamentazione il profeta descrive anzitutto la congiura scatenata contro di lui, facendo terra bruciata. L’attesa di coloro che attendono una denuncia qualsiasi per scatenarsi ed accanirsi a loro volta. Perfino gli amici lo hanno abbandonato e spiano la sua vita in attesa di vederlo cadere in disgrazia per approfittare della sua debolezza e vendicarsi.
v. 11: Pur nella convinzione di essere stato sedotto da Dio, il profeta sa di non essere da lui abbandonato e vede già la sconfitta di coloro che lo perseguitano. Saranno essi a cadere, a patire la confusione e a subire una vergogna incancellabile.
V.12: Dopo aver rinfacciato a Dio la sua slealtà, ora il profeta lo invoca quale giudice e vendicatore dei giusti.
V.13: Rifacendosi alle prove già superate in passato il profeta invita i suoi lettori a lodare Dio perché lo ha liberato dalle mani dei malfattori, donandoci in questo modo una magnifica preghiera di lamento, di fiducia e di ringraziamento che al di là delle espressioni formali ci permette di sondare le angosce interiori del vero profeta.
— Maledizione del giorno della propria nascita (vv. 14-18)
v. 14: La pausa di refrigerio apportata dalla preghiera non lenisce la profonda ferita; la sofferenza e lo spasimo non accennano a diminuire, forse acuite anche in prossimità dell’ormai inevitabile catastrofe nazionale contro la quale aveva tenacemente ma inutilmente combattuto. Di fronte a tanta amarezza, il profeta preferirebbe non essere mai nato e nella sua esacerbazione maledice il giorno della propria nascita.
vv. 15-18: Nella maledizione del giorno della nascita il profeta coinvolge anche l’uomo, che secondo le usanze del tempo, portava al padre del nascituro l’annuncio dell’avvenimento. L’uomo che portò a suo padre Chelkia trepidante la sospirata buona novella (in ebraico suona come «evangelo») di un maschio continuatore della stirpe paterna, viene maledetto al pari di una città distrutta e fumante, come tante di quelle che gli eserciti di Nabucodonosor lasciavano dietro di sé nella loro temibile avanzata.
In questa riflessione emerge perfino il rammarico di non essere stato soffocato dalle levatrici prima ancora di uscire dal grembo materno e di non aver avuto in esso la propria bara! La vita del profeta trova qui una sintesi drammatica: dalla nascita alla morte, un’intera esistenza condotta fra dolori, tormenti e vergogna!

La parola chiave
La parola chiave di questo brano potrebbe essere colta nel versetto 9, dove il profeta rivela il suo dramma interiore. Egli si sente diviso tra il desiderio di non pensare più al Signore e l’amore insopprimibile verso di lui: «Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».

Che cosa dice di Dio
•Il Signore entrando nella vita di Geremia la sconvolge. Lo
chiama ad una vocazione senza avvisarlo circa quello che in-contrerà nell’esplicare la sua missione. E il profeta accetta di vivere con fedeltà anche una missione scomoda. Quando il Signore chiama non è tenuto a spiegarsi e a rivelarci tutti i suoi piani. Cosicché il rapporto di chi è chiamato con lui è sempre di obbedienza, mai invece concordato: il capostipite di questa tipologia religiosa è nientemeno che Abramo.
•Per il fatto di attirare a sé il profeta per affidargli una missione che lo fa soffrire e che talvolta lo lascia solo, Dio viene descritto con l’immagine ardita del seduttore e in altre occasioni viene chiamato addirittura: «torrente infido». Agli occhi del profeta Dio appare inaffidabile, proprio come dichiara il serpente nel racconto del peccato originale.
•Pare essere soprattutto la debolezza della Parola di Dio il vero motivo della sofferenza del profeta. Egli deve pronunciare oracoli, deve richiamare alla fede persone che non vogliono ascoltare la Parola di Dio, cosicché il profeta si trova con una minaccia che non scuote le coscienze, con una parola che non incute né timore né rispetto. Quella parola che aveva fatto breccia in modo così violento nel suo cuore, sembra una freccia spuntata quando viene rivolta all’uditorio e ai fedeli in genere. Dio, che chiede obbedienza e sacrificio dal suo profeta, sembra rivelarsi quasi incapace di difenderlo nelle insidie.

Che cosa dice di Geremia e di noi
•Il profeta obbediente non teme di gridare la propria delusione sul comportamento «inaffidabile» di Dio. E’ importante sottolineare la crisi del profeta. Forte ed intensa appare la sua preghiera-accusa nei confronti di Dio. Geremia che aveva accettato la missione e che ad essa aveva legato tutta la sua vita, con altrettanta franchezza e libertà apostrofa Dio. Anzi gli rivela perfino la sua decisione di non pensare più a lui e, solo perché incapace di attuare la sua decisione, ritorna sui suoi passi. E bella questa preghiera schietta e libera, che lo fa sentire vicino ad ogni persona che vive un rapporto difficile con Dio.
•L’ acme della crisi arriva al «tedium vitae» che sfocia nella disperazione, quando il profeta dichiara che avrebbe preferito non essere mai nato e maledice il giorno in cui egli vide la luce. L’obbedienza a Dio gli ha fatto perdere il gusto di vivere, quasi anticipo di quella terribile agonia nell’orto del Getsemani. Tuttavia, mentre il Signore Gesù cammina sereno verso Gerusalemme e la sua passione, il profeta sembra sperimentare solo l’amarezza e la fatica dell’obbedienza.
•La preghiera esprime bene la fiducia nel Dio vendicatore, ma sembra fermarsi lì: all’autore resta la magra consolazione di vedere che Dio rende giustizia dei suoi nemici, ma non gli restituisce la gioia di vivere. In tutto ciò questa pagina di Geremia descrive una vicenda in cui la fede obbedienziale appare la porta stretta da valicare, la strada in salita da percorrere, ed in ogni caso tutt’altro che una relazione consolatoria.

Riflessioni
•La pagina di Geremia riguarda innanzitutto coloro che nella Chiesa, oggi, hanno il compito di predicare. Importa ricordarlo anche ai fedeli, affinché possano comprendere le eventuali crisi vocazionali. Questa pagina, infatti, sembra dire che il sacerdote, lungi dall’essere protetto, talvolta è invece esposto alla crisi non da motivazioni esterne, ma anzitutto dalla stessa dinamica della sua missione, che lo espone
all’incomprensione, alla delusione alla tentazione di non pensare più a Dio. Si era impegnato a servire il Signore, fidandosi di lui. E ad un tratto si accorge che quella Parola è debole, non ha il successo assicurato, viene contestata, non ha il potere di compiere miracoli e di cambiare le situazioni. La gente un po’ lo ascolta, e un po’ lo deride, non tiene conto della sua predicazione, lasciandolo deluso e frustrato.

L’esperienza di Geremia non riguarda solamente coloro che hanno una missione simile a quella del profeta, ma riguarda anche tutti coloro che accettano la parola del Signore, che si fidano e che poi si trovano delusi da un Dio seduttore.
Capita dunque anche a noi.
Pensiamo a coloro che accolgono la yocazione alla paternità e alla maternità con chiara motivazione cristiana e poi sperimentano l’insufficienza del loro esempio, l’abbandono di Dio, il tra-viamento dei figli. Dov’è, si chiedono, la potenza della fede?
A che giova l’aver seguito gli insegnamenti della Chiesa?

•Impariamo che, se talvolta la parola del Signore è consolatrice, e lenisce i nostri guai, tante altre volte essa assomiglia ad una spada a doppio taglio che penetra nel nostro cuore e nella nostra vita. A Dio si viene dunque primariamente perché è Dio e non per cercare consolazioni improbabili e comunque non garantite.
La sofferenza ha purificato la fede del profeta. Questa purifica anche la nostra, perché il dramma del profeta non sta tanto nel sentirsi tradito da Dio, quanto piuttosto nel sentirsi attratto ed innamorato da un Dio che lo seduce e poi lo fa soffrire.
Egli non riesce a dimenticare questo Dio, che diventa per lui un tormento.
•Queste confessioni di Geremia ci richiamano infine alla debolezza della Parola incarnata, alla debolezza di Betlemme e del Golgota. Un richiamo che non ci convince mai pienamente e la tentazione è sempre pronta ad affacciarsi provocandoci: perché il Signore non distrugge i nemici, perché non dà alla sua Chiesa la forza, la gloria, le possibilità economiche, le possibilità di avere successo nei mass media? Perché i cristiani debbono lottare contro difficoltà di ogni tipo?
Gesù risponde: Perché in questo modo io ho rivelato il Padre. Questa debolezza è una caratteristica del ministero della missione ed è espressa molto bene nella realtà più povera e più inerme che ci sia: l’Eucaristia. Non c’è nulla di più debole, di più incapace ad agire, di più passivo del pane, del vino, dell’Eucaristia; eppure in essa Dio compie il massimo della rivelazione del suo amore.
Scrive il Cardinale Martini: «Forse non ci basterà una vita per comprendere appieno la lezione; noi tendiamo ad attribuire al nostro ministero e alla Chiesa un certo prestigio e potere mondano: certamente il Signore ci darà delle soddisfazioni umane, ma dobbiamo sapere che la Chiesa è maggiormente se stessa là dove è più simile al Cristo di Betlemme, al Cristo della croce, al Cristo dell’ Eucaristia, cioè alla voce debole e fedele di Geremia».
•Un ultimo insegnamento cogliamo infine tutti noi, preti e fe-
deli, da questa pagina. Quando la Parola ci viene a mancare,
quando è debole in noi che siamo afferrati dallo scoraggiamento e dallo sconforto, noi siamo sempre servi del Signore e le sofferenze che sperimentiamo ci rendono simili all’agnello mansueto.
Non è dunque contrario alla vocazione sacerdotale o matrimo-
niale avvertire stanchezza, disgusto, disagio, ripugnanza, debolezza; se apriamo gli occhi, ci accorgiamo che proprio in tali condizioni è davvero presente il Signore.

incamminoverso @ 19:40
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22A DOMENICA – OMELIA DI APPROFONDIMENTO: MT 16,21-27

Posté le Vendredi 29 août 2014

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/22a-Domenica-A/03-22a-Domenica-A-2014-JB.htm

31 AGOSTO 2014 | 22A DOMENICA A – T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

LECTIO DIVINA : MT 16,21-27

La croce continua ad essere la prova da superare dal discepolo di Cristo. Anche se ha passato molto tempo alla sua sequela, per quanto sia entusiasmato di lui, per quanto sappia su di lui e per quanto lo ami, il discepolo autentico non smette di sentire autentica ripugnanza ad accettare la croce nella sua vita. Curiosamente, quel ripudio della croce lo autentica come discepolo, è la ‘sua’ prova. Il vangelo ce lo ricorda oggi; con ciò vuole dirci che non dovremmo sorprenderci troppo se, davanti al dolore ingiustificato o di fronte alla morte, sempre ingiusta, ci ribelliamo; neanche Pietro, il più coraggioso dei suoi discepoli, si sentiva disposto ad accettare che la croce fosse la sorte fissata dal suo Signore. La risposta di Gesù a Pietro ci mette in guardia sul rischio che corriamo quando lasciamo che ci vinca la resistenza ad accettare la croce: chi la rifiuta perde anche Cristo.
In quel tempo,
21 Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, i sommi sacerdoti e gli scribi, essere ucciso e resuscitare il terzo giorno.
22 Pietro lo portò in disparte e si mise a riprenderlo:
- Dio non voglia, Signore! Questo non ti accadrà mai. »
23 Gesù si voltò e disse a Pietro:
- »Togliti dalla mia vista, Satana, perché mi sei di inciampo; tu pensi secondo gli uomini, non secondo Dio. »
24Allora disse Gesù ai suoi discepoli:
- »Chi vuol venire con me rinneghi se stesso prenda la sua croce e mi segua.
25 Se uno vuole salvare la sua vita, la perderà; ma colui che la perda a causa mia la troverà.
26 Che cosa serve all’uomo guadagnare il mondo intero, se perde la sua vita? 0 che cosa potrà dare per recuperarla?
27 Perché il Figlio dell’uomo verrà tra i suoi angeli, con la gloria del Padre suo, ed allora renderà ad ognuno secondo la sua condotta. »
1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Il passaggio evangelico non è comprensibile se non si tiene conto del suo contesto immediato: Gesù menziona per la prima volta ai suoi discepoli la croce, dopo essere riuscito ad essere riconosciuto come Cristo e figlio di Dio. L’annuncio della necessaria passione è l’insegnamento per i seguaci credenti. Primo bisogna sapere, per rivelazione gratuita di Dio, chi è Gesù e, solo dopo, si saprà come dovrà essere. Solo ai credenti beati, come lo fu Pietro, Gesù confida la sua sorte.
Nel progetto narrativo di Matteo la scena della confessione di Pietro ed il primo annuncio della passione apre una nuova tappa: d’ora in poi, Gesù si dedicherà con maggiore intensità all’istruzione dei suoi discepoli (16,21-20,34), pretendendo di convincerli che il suo riconoscente messianismo passa obbligatoriamente per l’accettazione del rifiuto del popolo e la morte in croce.
Di nuovo è Pietro che, facendosi portavoce dei discepoli, espressa pubblicamente la resistenza più netta. Appena credente beato, si rifiuta chiaramente di accettare quell’annuncio: amava troppo il suo signore ed era tanto radicato nella fede del suo popolo che aspettava un messia onnipotente e non poteva accettare il nuovo insegnamento del maestro messia ed osò rimproverarlo in privato, e, con evidente delicatezza.
Gesù reagì senza sfumature, con violenza inusitata: a nessun altro, né al più feroce nemico discepolo, lo chiama Satana, in tutto il vangelo. E l’aveva appena chiamato beato, per essere stato credente! Meno male che, di seguito, si capisce: con la sua ‘buona volontà’ si sta opponendo alla volontà del suo Dio; il suo vero amore, ma mal guidato, sta servendo da ‘scandalo’: Gesù non pensa di inciampare dove ha inciampato Pietro, perché egli sa che pensa come Dio. Per non disubbidire a Dio, Gesù è capace di licenziare il primo che credette in lui.
La lezione non finisce con Pietro. Dirigendosi a tutti, per la prima volta nel vangelo, Gesù fa della sequela una opzione. Tutto era incominciato con un ordine di Gesù: seguitemi (4,19); seppero a chi seguire, ma non sapevano verso dove. Quando glielo annuncia, dà libertà al seguace: chi vuol venire con me (16,24). La sequela diventa libera quando il discepolo di Gesù arriva a conoscere la meta: convivere con chi cammina verso la croce impone la croce come modo di vita.
Gesù risponde a Pietro che si era opposto che il ‘suo’ messia soffrisse, annunciando che non solo lui, ma anche chi lo segue, avrà lo stesso destino. La croce non è opzionale per il seguace del Crocefisso; è opzionale il seguirlo. Ed aggiunge tre argomenti, di diversa natura, per dare forza alla sua affermazione: i due primi sono di tipo sapienziale: consegnare la vita non è perderla; la vita si perde, se si vuole salvarla; nessun bene assicura la vita: la vita è il bene più prezioso, perché non ha prezzo. L’ultima espressione esprime una convinzione di fede: chi deve affrontare ancora un giudizio, non è libero di fare quello che gli piace; il Signore che deve venire, deciderà sulla nostra sorte come noi abbiamo deciso sulla nostra; ratificherà la nostra opzione: solo chi porta liberamente la sua croce sarà riconosciuto come vero discepolo.

2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
Pietro, per avere proclamato Gesù Messia e Figlio di Dio, era appena stato proclamato beato: base della fede dei suoi fratelli, era chiamato ad essere anche amministratore del perdono divino. Essere stato il primo a riconoscere il suo Signore, lo fece meritevole della promessa di Gesù. Dovrebbe farci riflettere che questo discepolo beato – così lo chiamò lo stesso Gesù – subito dopo, si rifiutasse di accettare la morte prossima del suo Signore in una croce. Per Pietro era inconcepibile – perché no? – chi era l’eletto di Dio non poteva cadere nelle mani dei suoi nemici: l’idea che si era fatto del suo Signore gli impediva di accettare il piano di Dio; l’amore che sentiva per lui lo impossibilitava a pensare che dovesse soffrire. L’opposizione di Pietro non poteva non essere bene intenzionata: non si opponeva di soffrire lui, bensì alla sofferenza del suo maestro.
Ma, rifiutandosi di accettare che il suo Signore avrebbe sofferto e sarebbe morto in croce un giorno, lo portava, senza saperlo, al rifiuto di accettare Dio e il suo volere. E Gesù non dubitò di correggerlo severamente e pubblicamente: chi non accetta quello che Dio vuole, rifiuta di sentirsi voluto bene da Dio. Non si conferma come figlio chi fugge dalla sofferenza bensì chi realizza la volontà del Padre. La croce è ‘la fortuna’ dei figli di Dio: opporsi, significa opporsi a Dio stesso. Allontanare la croce dalla propria vita significa perdere la strada verso Dio.
Certamente, non ci dovrebbe stupire che anche noi, come Pietro, ci rifiutiamo con tanta frequenza di accettare le strade di Dio. Se il portavoce dei discepoli, il suo primo rappresentante e la sua testa, resisté a Gesù perché non compisse il suo destino, non è strano che noi, discepoli più mediocri, sentiamo tanta ripugnanza ad accettare la croce. In fondo, come Pietro, anche noi ci facciamo un’idea di Dio, di come è e di come deve essere, che sta ostacolandoci ad accettarlo realmente come è e come vuole comportarsi con noi. Siccome ci immaginiamo di sapere quello che Dio vuole da noi, ci sorprende oltremodo che ci chieda qualcosa di diverso. I credenti spesso soccombiamo alla tentazione di credere di conoscere Dio; e quando realmente si è fatto conoscere, non lo riusciamo a riconoscere come il nostro Dio. Se per noi Dio è strano, se ci risulta strano il suo comportamento, è perché abbiamo familiarizzato con la nostra idea di Lui e normalmente ci afferriamo alla nostra immagine che abbiamo di Lui per non dovere fare la sua volontà.
Evitiamo così, senza renderci conto, con le migliori intenzioni, di trovarci col Dio vero. Riusciamo solo ad avere un’idea di un Dio che vive nella nostra fantasia, un Dio che non inquieta né ci fa male. Quando, come a Pietro, ci costa realmente accettare quello che Dio ci chiede, come Dio ci vuole, allora staremo davanti al Dio vivo, il Dio che ci salva dai nostri propri interessi e ci libera delle sue false immagini. Accettare Dio come è, suppone sempre rinunciare a capirlo del tutto. Rinunciare ad immaginarcelo come meglio ci sembra ed invece, per accettarlo, vuole che lo accogliamo come realmente è per noi. Un Dio che non ci libera dalle immagini con le quali ce lo rappresentiamo, con le illusioni che ci facciamo quando lo seguiamo, ci condannerebbe a seguire le nostre ombre: non è degno di fede il Dio che non è più grande dei nostri desideri, un Dio che sostiene la nostra immaginazione.
Perché, come dovette imparare Pietro, questo Dio che sta dove noi non arriviamo, il Dio che non riusciamo a desiderare né immaginare, è il Padre di Gesù che segnalò la croce come destino finale della sua vita. E perché Gesù accettò una simile fine, che abbiamo la prova di cosa vuole Dio, più di quello che è ragionevole, molto più di quanto avremmo potuto immaginare. Non accettare la croce, per logico e giustificabile che ci sembri, supporrebbe perdere il Dio di Gesù. Questo è, né più né meno, il rischio che stiamo correndo, quando ci impegniamo a vivere una vita cristiana senza croce, quando non riusciamo a vedere la forza redentrice della vita che si sacrifica per gli altri. Vivere schivando la croce è vivere alle spalle al Dio di Gesù. E’, ce lo ha ricordato il vangelo, il rischio dei migliori discepoli di Gesù, quelli che sanno chi è, ma si rifiutano di accettare che sia secondo il volere di Dio.
Gesù giudicò severamente l’atteggiamento di Pietro, il suo rifiuto ad accettare la croce, è evidente nelle sue parole: il discepolo beato si trasforma in Satana, quello che meglio era arrivato a conoscerlo, nel suo peggiore nemico; per resistere a Gesù che voleva dare la sua vita, per ribellarsi di fronte al suo progetto, gli causa il più grave rimprovero e, soprattutto, il rimprovero dello stesso Dio. Perché pensa come un uomo, perché si lascia trasportare dal suo amore per il Maestro, sta smettendo di pensare come Dio e sta allontanandosi dal suo volere. Non volere quello che Dio progetta, non accettare la vita come Dio l’ha pensata, rifiutarsi di accettare il progetto di Dio, benché sia il migliore, ci fa nemici di Dio; non scandalizzarsi di Cristo crocifisso ci eviterebbe di tentare Dio.
Perché, non bisogna dimenticarlo, Pietro non si è opposto a portare la propria croce, si ribellava, piuttosto, al pensiero che Gesù, essendo Figlio di Dio, dovesse prenderla su di sé. Ma, con ciò e senza pretenderlo, si oppose frontalmente a Dio ed al suo volere: incominceremo a sentirci benvoluti da Dio, quando incominciamo ad accettare che nella croce di Cristo sta la nostra salvezza, solo in lei. Dio non ha migliore dimostrazione di quanto ci ha benvoluti che la croce di Cristo. E se tale è il destino del Figlio prediletto, non può essere migliore, non deve essere molto differente, quello che prepara ai suoi figli adottivi. Gesù lo disse chiaro: i suoi discepoli non hanno destino migliore del suo.
Che lo vogliamo o no, si diventa figli di Dio percorrendo il cammino della croce: non c’è altra alternativa. Ci sentiremo, finalmente, benvoluti da Dio senza misura, quando assumiamo la croce come Cristo. Figlio di Dio non è chi vuole esserlo, bensì chi si sente amato nella croce di Cristo. Accettare, dunque, la sua croce e le nostre, suppone accettare Dio come Padre. Per quanto ci costi capirlo, ci giochiamo tutto se non lo accettiamo. Tanto sul serio Gesù prese la croce come destino proprio e dei suoi discepoli che li lasciò liberi di seguirlo, perché non voleva essere accompagnato da chi non portasse, come lui, vicino a lui, la sua propria croce. Nessun vero seguace del crocefisso può sognare di uscirne indenne: la croce è il salario del discepolo di Cristo, il Figlio di Dio.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

incamminoverso @ 19:39
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