da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio)

STO CAMBIANDO CASA, NON POTRÒ LAVORARE TUTTI I GIORNI, MI ASPETTATE?, MI VENITE A TROVARE?

 

da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio) dans Bibbia: commenti alla Scrittura

Papa Benedetto XVI/ Joseph Ratzinger

da In Cammino verso Gesù Cristo, San Paolo Ed. 2004, 56.57,

La decisione per Dio è una decisione del pensiero  insieme della vita: le due realtà si richiamano a vicenda: Questo nesso lo descrive con drammaticamente Agostino nella storia dell propria conversione, laddove parla delle ingannevoli forme di vita di un’esistenza totalmente orientata alla materialità…Agostino riferisce come egli, per così dire, si fosse nascosto dietro le proprie spalle, e come Dio attraverso la parola dell’amico lo abbia tratto fuori da quel nascondiglio, cosicché egli potesse guardarsi in volto1

Perciò la Chiesa antica considerava il camino verso la fede precisamente come un tragitto intellettivo, nel quale l’uomo si confronta con la « dottrina della verità » ed i suoi argomenti, ma si trova anche inserito in una nuova comunità dove sono per lui possibili nuove esperienze e intime speranze.

…per conoscere Cristo è necessaria la sequela. Soltanto allora si può sperimentare dove egli abita. La domanda « Dove abiti? » (Tu chi sei?), riceve sempre la medesima risposta: « Venite e vedrete » (Gv 1,38ss)

1 cfr. Confessiones VIII 5,12 e VIII 7,16

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

San Paolo, Inno alla carità

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

Publié dans : biblica | le 10 juin, 2007 |2 Commentaires »

The Angels

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https://americangallery.wordpress.com/2010/11/15/william-baxter-palmer-closson-1848-1926/

 

Publié dans : immagini sacre | le 22 août, 2016 |Pas de Commentaires »

PERCHÉ GESÙ SI FECE BATTEZZARE DA GIOVANNI? – Gianfranco Ravasi

http://digilander.libero.it/davide.arpe/BibbiaScoBattesimoGesu.htm  

PERCHÉ GESÙ SI FECE BATTEZZARE DA GIOVANNI?

 a cura di Mons. Gianfranco Ravasi  

Nel vangelo della liturgia della Il domenica per annum (Anno B ndr), si legge questo passo: «Giovanni Battista stava là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: Ecco l’agnello di Dio! E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1,35-37). Com’è evidente, due seguaci del Battista abbandonano il loro maestro e si avviano sulla strada del nuovo “profeta” messianico indicato da Giovanni. Questo fatto si è ripetuto a più riprese durante la vita di Gesù ma, per quanto riguarda i discepoli del Battista, non fu così pacifico come questo racconto sembra dimostrare. Vorremmo, perciò, affrontare — sia pure in modo molto semplificato — la questione, più delicata di quanto appaia, del rapporto tra Cristo e il suo precursore e soprattutto tra le due comunità che si erano create attorno a loro. La figura di Giovanni Battista (cioè il Battezzatore) appare solenne agli esordì della vita pubblica di Gesù, come lo era stato agli inizi stessi del suo ingresso nel mondo, se stiamo al racconto del capitolo 1 di Luca. Non mancano anche tensioni e confronti tra le due figure, registrati soprattutto dal quarto vangelo (Gv 1,6-8; 1,19-39; 3,22-36). Uno studioso italiano, il professor Edmondo Lupieri, ha seguito la vicenda del Battista non solo nei vangeli ma anche nella tradizione successiva, vicenda sospesa tra storia e leggenda, con la costituzione di un gruppo che rimandava al precursore come se fosse lui il vero Messia. Per questa ragione si marca nei vangeli la confessione che Giovanni fa della sua dipendenza e finalizzazione a Gesù, colui che “deve crescere” e occupare la scena della salvezza. In questa luce desta qualche sorpresa la rappresentazione del battesimo di Cristo al Giordano. Gli esegeti fanno notare che l’evento è indubbiamente storico, secondo quel criterio di veri­fica che è definito della “discontinuità”. Infatti mai si sarebbe creato artificiosamente un episo­dio nel quale Gesù risultasse inferiore al Battista e immerso nella folla dei peccatori: questo sarebbe stato in aperta “discontinuità” o difformità con la fede in Cristo della Chiesa delle origini e con l’evocata celebrazione dell’inferiorità del precursore rispetto al Messia. Ma, allora, perché Gesù si è messo in fila lungo le sponde del Giordano per essere battezzato da Giovanni? L’unico evangelista a rispondere al quesito è Matteo, che riferisce questo dialogo tra Gesù e il Battista: «Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me? Ma Gesù gli disse: Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia. Allora Giovanni acconsentì» (3,14-15). Questo dialogo è ancor più marcato in un frammento del vangelo apocrifo detto “degli Ebrei” citato da san Girolamo, ove Gesù inizialmente rifiuta di andare con Maria e i suoi parenti da Giovanni dichiarando: «Che peccato ho commesso perché vada a farmi battezzare da lui?». Gesù — secondo le stesse parole del precursore citate da Matteo — non solo non ha bisogno di un battesimo d’acqua di conversione, ma è superiore allo stesso battezzatore come suo Signore e Messia. Decisiva, allora, è la risposta di Cristo sopra citata, che è modulata secondo il linguaggio matteano e che letteralmente suona così: «E opportuno che noi portiamo a pienezza ogni giustizia». Due sono i termini fondamentali della frase. Da un lato, c’è il verbo greco pleroun, che non è solo il semplice “adempiere” come spesso si traduce (così anche la versione usata nella liturgia, cioè la Bibbia della C.E.I.), ma è il pieno compimento, il portare a pienezza. L’Antico Testamento col suo annunzio è come una sorgente o un fiume che raggiunge il suo approdo ora in Cristo: esso è alla base ed è indispensabile, ma anche rimanda a una meta ulteriore. D’altro lato, c’è il vocabolo dykaiosyne, che di solito è reso con “giustizia”. Anche in questo caso la traduzione può essere fuorviante, perché la “giustizia” a cui si fa riferimento è quella divina e nell’Antico Testamento essa è sinonimo di fedeltà amorosa di Dio, di salvezza. Gesù, allora, afferma che con quel gesto di umiltà egli vuole rappresentare pubblicamente la sua adesione al progetto divino di salvezza: facendosi battezzare in mezzo agli uomini peccatori, Gesù si fa solidale con loro, rivela l’incarnazione, si fa prossimo all’umanità e al suo peccato, proprio com’era nel disegno del Padre celeste. A questo punto ecco aggiungersi, quasi in contrappunto all’atto di fraternità nei confronti dei peccatori, la visione successiva che rivela al mondo il mistero profondo di quell’uomo battezzato: «Si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire sopra di luì. Ed ecco una voce dal cielo che disse: Questi è il Figlio mio, il prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3,16-17).  

Jesus and children

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Publié dans : immagini sacre | le 21 août, 2016 |Pas de Commentaires »

QUAL È LA SORGENTE DELLA SPERANZA CRISTIANA?

http://www.taize.fr/it_article1198.html

QUAL È LA SORGENTE DELLA SPERANZA CRISTIANA?

Lettera da Taizé: 2003/3

In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15). Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene di specifico, per poter viverlo. Ora, anche se per definizione la speranza guarda al futuro, per la Bibbia essa si radica nell’oggi di Dio. Nella Lettera 2003, frère Roger lo ricorda: «[La sorgente della speranza] è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca». Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perché chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce un’alleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dell’alleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (per es. Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione. Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà – se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione – per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono l’attesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore. Nella Bibbia, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3). Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso l’avvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella mia vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio. Questo radicamento nel presente diventa ancora più forte con la venuta di Gesù Cristo. In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20). Un altro testo di san Paolo è ancora più chiaro. «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Lungi dall’essere un semplice augurio per l’avvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.

Come vivere della speranza cristiana? La speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente oggi, grazie all’identità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione. Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli è offerta, Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio. Così pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? … Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura… Voi mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Marco 16,15; Atti 1,8). Sotto l’impulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con l’umanità priva dalle sue radici in Dio. Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua: «Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente» (Romani 8,18-23). La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi «gemiamo» con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Giovanni 2,8). Sperare, è dunque scoprire dapprima nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un sì di tutto il nostro essere. Gettandoci in questa Vita, siamo portati a porre, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno il loro frutto. Per i primi cristiani, il segno più chiaro di questo mondo rinnovato era l’esistenza di comunità composte da persone di provenienze e lingue diverse. A causa di Cristo, quelle piccole comunità sorgevano ovunque nel mondo mediterraneo. Superando divisioni di ogni tipo che li tenevano lontani gli uni dagli altri, quegli uomini e quelle donne vivevano come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando insieme e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. Atti 2,42-47). Si sforzavano ad avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Filippesi 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti di luce (cfr. Filippesi 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un fuoco sulla terra.

 

Publié dans : meditazioni | le 21 août, 2016 |Pas de Commentaires »

La porta stretta

La porta stretta dans immagini sacre Porta-Stretta

http://www.enzocaruso.net/site/xxi-domenica-del-tempo-ordinario-anno-c/

Publié dans : immagini sacre | le 19 août, 2016 |Pas de Commentaires »

21 AGOSTO 2016 | 21A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/21a-Domenica/12-21a-Domenica-C_2016-UD.htm

21 AGOSTO 2016 | 21A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Qualcuno pone a Gesù una domanda che si fanno in tanti: « Sono pochi quelli che si salvano? ». Gesù non risponde direttamente a questa questione coinvolgente e curiosa, ma invita tutti a mettersi al sicuro, scegliendo la strada della conversione.

La parola di Dio Isaia 66,18-21. Siamo all’ultimo capitolo del libro di Isaia. Il profeta conclude il suo libro rivelando le intenzioni di Dio, che vuole la salvezza universale, e vuole fare di tutti gli uomini un solo popolo. Gerusalemme è il cuore e la città simbolo di questo nuovo popolo di salvati. Ebrei 12,5-7.11-13. Il Signore corregge quelli che ama. È questo il messaggio del capitolo 12 della lettera agli Ebrei. Dopo aver elencato la fede dei grandi dell’antico testamento, e aver presentato la testimonianza di Gesù, che ha accettato una morte vergognosa, morendo in croce, invita i cristiani alla fedeltà anche di fronte alle prove. Sapendo che le prove purificano le intenzioni e testimoniano la nostra fedeltà. Luca 13,22-30. Gesù, in viaggio verso Gerusalemme, attraversa città e villaggi. Rispondendo a una domanda, invita agli ebrei a non dare per scontata la salvezza soltanto perché fanno parte del popolo di Israele. Perché la salvezza è offerta a tutti i popoli e gli ebrei, come tutti, devono sforzarsi di entrare per la porta stretta e vivere da salvati.

Riflettere Gesù è in viaggio verso Gerusalemme, la città per eccellenza, l’orgoglio degli ebrei. Sarà da questa città, centro del popolo eletto, che giungerà a tutti gli uomini la salvezza. Gli viene posta una domanda propria delle scuole teologiche: sono pochi quelli che si salvano? Si discuteva infatti tra gli studiosi se il popolo eletto avrebbe partecipato in blocco al banchetto di Dio o se si sarebbero salvati soltanto i giusti. Chi fa la domanda forse fa parte della categoria degli apocalittici, i quali sostenevano che solo pochi si sarebbero salvati. Oppure è uno che desidera essere personalmente rassicurato. Anche questa volta la risposta di Gesù non si colloca a livello di disputa astratta, ma penetra il tema mettendosi in una prospettiva diversa. Sì, ci sarà l’ingresso alla festa, dice Gesù, e il banchetto è offerto a tutti, non solo agli ebrei. Ma nessuno può essere certo di entrarvi, perché la porta è stretta e resta aperta solo per un periodo limitato. Gesù quindi, che pure tante volte ha confermato la fedeltà di Dio verso il popolo eletto, afferma che di fronte alla salvezza proprio « chi ha mangiato e bevuto con lui » e chi lo ha conosciuto più da vicino può essere escluso: « Non vi conosco » (v. 25). Non sono dunque né il sangue, né l’appartenenza a un popolo, né il fatto di occupare posti di responsabilità e di prestigio che porteranno alla salvezza, ma la genuina fede in Cristo. La salvezza è Dio stesso e ci si salva entrando in sintonia con lui, aprendoci a lui: la salvezza è dono che ci supera, è offerta gratuita di Dio all’uomo. La porta stretta indica l’atteggiamento esatto per aprirsi a Dio. Di fronte alla salvezza saltano le nostre sicurezze e i nostri criteri di giudizio. Ci si mette all’ascolto per essere capaci di obbedire, di realizzare in pratica quello stile di vita che diventi « segno » di sal-vezza.

Attualizzare « Sono molti quelli che si salvano? »: la domanda è ricorrente, la curiosità scontata, perché ci coinvolge direttamente. Ed è la questione centrale di una vita. I più informati sembrano essere gli apocalittici, i visionari, i testimoni di Geova, che ogni tanto predicano come imminente la fine del mondo e il giorno del giudizio di Dio. Anche i cristiani a volte si lasciano prendere dalle previsioni o dalle visioni. La grande santa Teresa d’Avila vedeva le anime cadere all’inferno come fiocchi di neve. Per questo un parroco anni fa distribuiva in chiesa bigliettini con su stampato: « Hai una sola anima, salvata questa è salvato tutto, persa questa è perso tutto ». Alla presunzione degli ebrei, la risposta di Gesù è una doccia fredda. Nessuno può presumere di salvarsi, e ci si deve guardare dallo sbandierare le proprie opere, dal vantare diritti. Alla festa del banchetto di Dio ci si prepara in forma personale, attraverso una fedeltà senza arroganza. Nel giorno del giudizio finale, dicono sicuri gli ebrei nel vangelo di Luca: « Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze ». Ma il Signore risponde: « Voi non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia! ». E nel passo parallelo di Matteo, insistono, facendo riferimento esplicito, più che agli ebrei, ai cristiani dei primi tempi, e a quelli impegnati in prima linea: « Abbiamo parlato in tuo nome, e invocando il tuo nome abbiamo scacciato demoni e abbiamo fatto molti miracoli ». Ma anche in questo caso il Signore ripete: « Non vi ho mai conosciuti, andate via da me » (Mt 7,22-23). È d’obbligo allora togliersi la falsa sicurezza di poter entrare nella salvezza in modo automatico per appartenenza o in forza del proprio darsi da fare. Non basta, perché è il riferimento a Dio, il farsi piccoli nella fedeltà e nell’obbedienza, che diventano criterio positivo di salvezza. Entrare per la porta stretta vuol dire giocare la propria vita mettendosi nelle mani di Dio. Non si è cristiani dunque per tradizione, per eredità. Come non basta essere discendenti di Abramo per salvarsi, così non basta essere stati battezzati o frequentare la messa, essere amici del parroco o della suora. Si è cristiani se ci si è incontrati nella fede con Cristo, se c’è stato un incontro personale vissuto che mi ha cambiato la vita. Il criterio di salvezza, che è l’amore vissuto, la disponibilità al bene, vale anche per chi non è cristiano, perché la salvezza anche oggi è offerta a tutti. Ma Cristo è l’unica via attraverso cui passa la salvezza, anche quella dei non cristiani. Gesù afferma nel modo più esplicito che ogni popolo è chiamato alla stessa salvezza a cui sono chiamati gli ebrei. Non solo, tra di essi ci saranno sacerdoti e leviti e, come dice il profeta Isaia, saranno anch’essi missionari e annunciatori di salvezza. Anzi, chi è stato chiamato per primo alla salvezza, se non sarà fedele, rischia di essere soppiantato da chi viene dopo, e gli ultimi saranno i primi. Senza dubbio il cristiano è nella posizione più felice e più rassicurante, ma nessuno può presumere per questo di salvarsi in modo automatico. Gesù dice: « Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio… ». È inevitabile pensare alle nuove comunità cristiane che nascono in contesti difficili, in Africa, in Asia, in India, in Cina e dimostrano una fede fresca e coraggiosa, così simile a quella delle prime comunità apostoliche. « Tra loro mi prenderò sacerdoti leviti », dice il Signore per bocca di Isaia. E assistiamo ai semi di vocazione che nascono proprio tra questi nostri fratelli, che giungono magari a noi dal Vietnam o dall’Iraq, dall’India e dall’Africa per sostituire nelle parrocchie i nostri anziani sacerdoti.

La porta stretta del cardinale Van Thuan Il vescovo vietnamita François Xavier Nguyen Van Thuan fu imprigionato nel 1975. Rimase in carcere per 13 anni e per 9 anni visse in isolamento, in una stanza senza finestre e a cui toglievano la luce per farlo crollare. Con uno stratagemma dirà la messa quotidiana con tre gocce di vino e una briciola di pane. Gli cambiavano i sorveglianti di continuo, perché era capace di entrare in amicizia con tutti e in qualche modo li trasformava. A un certo punto lo trasferirono attraverso un viaggio di 1700 km nella stiva di una nave insieme ad altre 1500 persone. Un uomo per disperazione tentò il suicidio. Glielo dissero e lui corse a dirgli parole di speranza e diventarono amici. Da quel momento il vescovo diventò un punto di riferimento per tutti, e capì che quella sarebbe diventata la sua diocesi, il suo campo di lavoro.

Sono sfelice Un giovane scrive a un mensile a larga diffusione: « Sono figlio di danarosi professionisti che, grazie a Dio, non mi fanno mancare nulla. Ho solo l’imbarazzo della scelta. Le ragazze mi cadono ai piedi una dopo l’altra, anzi tutte insieme. Posso disporre di soldi quanti ne voglio, perché il papà e il nonno mi hanno aperto un conto in banca. Mi compro quel che mi pare, ho anche un appartamento regalato al compimento del mio 18° anno. Embé, che vuoi di più? – dirà lei. Ma io sono sempre sfelice e scontento. Non so che cosa voglio. E non so a chi rivolgermi ».

Don Umberto DE VANNA sdb

Mary and Jesus in the Church of Dormition, Holy Land

Mary and Jesus in the Church of Dormition, Holy Land dans immagini di chiese Church-of-the-Dormition2

http://www.seetheholyland.net/church-of-the-dormition/

Publié dans : immagini di chiese | le 13 août, 2016 |Pas de Commentaires »

INTRODUZIONE LITURGICA E TEOLOGICA ALLA FESTA DELLA DORMIZIONE DELLA DEIPARA

 http://oodegr.co/italiano/tradizione_index/commentilit/introdfestadormiz.htm  

INTRODUZIONE LITURGICA E TEOLOGICA ALLA FESTA DELLA DORMIZIONE DELLA DEIPARA  

L’ultima grande festa dell’anno liturgico bizantino è Theomitorika, come lo è la prima, all’8 settembre. La data di questa celebrazione non era ancora stata fissata stabilmente nei primi secoli variando in alcune località dove era celebrata il 15 gennaio; fu poi estesa a tutto l’impero d’oriente dall’imperatore Maurizio tra il 588 e il 602, mentre a Roma ad introdurla fu il papa Teodoro I (642-649), proveniente dal clero di Gerusalemme. Dall’1 agosto i fedeli cominciano un digiuno molto rigido di preparazione, l’ultimo dei 4 grandi digiuni della Chiesa. La festa oltre a un giorno di pre-festa ne ha altri 8 di post-festa, durando fino al 23. È la più importante tra le feste Theomitorike e coincide con la festa dell’Assunzione in Occidente. L’Oriente bizantino nel denominarla Koìmesis in greco e Uspenie in slavo, considera piuttosto l’ultimo sonno della Madre di Dio, premessa alla glorificazione in corpo e anima in cielo. Gli Evangeli tacciono al riguardo, l’antica tradizione patristica[1] che si basa anche su apocrifi ha fornito elementi ripresi nell’ufficiatura. La Vergine, divinamente informata dell’ora di ricongiungersi al Figlio, si preparò nella casa di Gerusalemme. Nel frattempo gli apostoli, trasportati sulle nubi dalle estremità della terra dove si eran dispersi per predicare la buona novella, si riunirono attorno a lei, che li salutò, li consolò e, stesasi poi sul suo giaciglio, rese l’anima nelle mani del suo Figlio e Dio. (Nelle icone sempre è raffigurato, dietro alla Vergine, Gesù Cristo con in braccio una bambina in fasce che è l’anima di Maria). Gli apostoli seppellirono il santo corpo nella valle del Cedron, presso il Getzemani, ma tre giorni dopo, quando Tommaso, giunto in ritardo, volle rivedere le amate sembianze, la tomba riaperta fu trovata vuota e una visione della stessa Madre di Dio annunziò loro che era risorta e portata al cielo presso il Figlio. Senza dare importanza ai singoli elementi del racconto, la fede ortodossa, chiaramente espressa nella preghiera, crede nella morte corporale della Vergine e nella sua anticipata glorificazione in cielo con il corpo e l’anima. Ciò non significa che la Madre di Dio è separata dall’umanità, anzi ne è possente e instancabile interceditrice; e se nell’ufficiatura vi sono accenni alla tristezza degli apostoli, predomina però la gioia per il trionfo della Theotókos. La liturgia Ortodossa, dunque, pone la Madre di Dio in una prospettiva escatologica, facendo intravedere per lei anche la possibilità di una risurrezione corporale anticipata? Alcuni testi al pari di certi fatti liturgici possono fornire indizi in questo senso. Il primo fatto è particolarmente noto; se ne può anzi parlare come di un fatto dogmatico ed è l’assenza totale, costatata da sempre, di reliquie corporali della Theotókos. Quest’assenza di venerazione delle spoglie corporali della Madre di Dio è propria di tutte le liturgie e non solo di quella bizantina. Sant’Epifanio di Cipro alla fine del IV secolo affermò di non sapere affatto se la Vergine fosse morta o meno e neppure di conoscere alcunché circa la sua sepoltura[2]. Si sa anche che al tempo di Epifanio il culto dei martiri era strettamente legato al luogo della loro tomba. Più tardi non fu più così, ma la venerazione delle reliquie corporali restò sempre uno degli elementi essenziali nel culto dei santi della Chiesa. Se nell’epoca successiva a quella di Epifanio si parlò della tomba, o anche dei luoghi in cui visse la Vergine, nella Chiesa non si ebbe mai una venerazione riconosciuta di reliquie corporali della Deipara. L’unica venerazione riconosciuta era quella di parti dei vestiti della Vergine e ciò ha dato luogo qua e là alla comparsa di feste come quella della Deposizione della preziosa veste della santissima Theotókos, nel calendario liturgico bizantino fissata al 2 luglio. Tali fatti costituiscono certamente un argomento autorevole per appoggiare la dottrina della risurrezione corporale della santissima Madre di Dio. Un secondo indizio dell’affermarsi di questa dottrina nella liturgia bizantina è rappresentato da una parte dell’innografia della Dormizione della santissima Theotókos (15 agosto). Si tratta della parte in cui ha trovato eco la domanda del vescovo palestinese Teotecno di Livia, i cui sermoni sono stati scoperti e pubblicati da p. Antonio Wenger[3]. Teotecno si chiedeva se il corpo teoforo di colei che è la Madre della Vita poteva conoscere o no la corruzione della morte. Così una parte dell’innografia della Dormizione afferma che l’anima di Maria, dopo la morte, è stata accolta nella gloria celeste e che, anche dopo aver lasciato la terra, la Madre di Dio non ha abbandonato la Chiesa terrena e continua a intercedere per i fedeli del Figlio suo. In questo senso si può citare il tropario della festa: Nella tua maternità hai conservato la verginità; nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio. Sei passata alla vita, tu che sei la Madre della Vita, e con la tua intercessione liberi le nostre anime dalla morte. Ma accanto a ciò si trovano altri componimenti innografici che sono stati influenzati dalle idee di Teotecno di Livia e anche da quelle di san Germano di Costantinopoli (m. 733)[4], di sant’Andrea di Creta (m. 760)[5] e soprattutto di san Giovanni Damasceno (m. 760)[6], particolarmente dal suo secondo sermone sulla dormizione. In esso san Giovanni Damasceno riprende il racconto dell’avvenimento come circolava nella Chiesa del tempo, con i suoi dettagli più o meno leggendari, e se ne serve per proclamare la fede nella risurrezione corporale della Deipara. L’esempio di testi che esprimono questa fede è dato dal kontàkion della festa: La tomba e la morte non prevalsero sulla Madre di Dio, che prega incessantemente per noi e resta ferma speranza d’intercessione. Infatti colui che abitò un seno sempre vergine ha assunto alla vita colei che è la Madre della Vita. Molto significativo è anche il megalinario del canone 2° della festa che celebra l’esaltazione corporale della Madre di Dio: Gli angeli furono colti da stupore vedendo la dormizione della Vergine. In che modo la Vergine si innalza dalla terra al cielo? Si potrebbe anche citare nel canone di Cosma il tropario 4° della 1a ode e nel canone di Teofane Graptos, compreso nel mattutino (órthros) del 14 agosto, il primo tropario dell’ode 5a. Infine sono molto significativi, nell’affermazione della risurrezione corporale della Madre di Dio, il canone slavo della vigilia[7] e l’Acàtisto, pure slavo, per la Dormizione della Madre di Dio[8]. Esiste ancora un terzo indizio. È rappresentato dalla generale domanda di intercessione rivolta dalla Chiesa alla Tuttasanta. Le preghiere in cui la Chiesa domanda aiuto alla Theotókos sono assai più numerose di quelle in cui chiede l’aiuto dei santi. Ciò implica: a. Il fatto che la fede della Chiesa nell’efficacia delle preghiere della Madre di Dio presenta Maria più vicina al Figlio e agli uomini che gli altri santi. Ciò potrebbe indicare che ella ha ripreso vita[9] in un grado più intenso degli altri santi. b. L’«onnipresenza» della Theotókos nella liturgia e nella preghiera della Chiesa Ortodossa[10]. Grazie ai theotókia e agli staurotheotókia, l’innografia mariana supera largamente, presso i bizantini, lo stretto quadro delle feste Theomitorike e appare anche nella celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali. Quanto alle feste Theomitorike, esse sono diventate molto numerose nell’anno liturgico grazie allo sviluppo delle feste votive e delle feste di icone. Le preghiere rivolte alla Vergine sono, possiamo dire, innumerevoli, sia nella pietà liturgica che in quella privata. Ne risulta che la Deipara è straordinariamente presente in tutte le akolouthìai, in tutte le ufficiature pubbliche e private. Questa «onnipresenza» può essere anche espressione della fede in una ripresa della vita d’oltretomba infinitamente gloriosa e intensa, che farebbe pensare puramente e semplicemente alla risurrezione. c. Gli interventi miracolosi – sempre numerosi, sempre possibili – della Vergine nella vita della Chiesa e dei fedeli. Abbiamo appena ricordato il moltiplicarsi delle feste devozionali della Madre di Dio accanto alle sue feste storiche, che hanno rapporto con gli avvenimenti della storia della salvezza. La lista di queste feste devozionali non è chiusa. Ciò dimostra, ancora una volta, che la Madre di Dio è particolarmente viva dopo la sua dormizione ed è vicina agli uomini. Dobbiamo infine ricordare un quarto indizio offerto dalla liturgia. Si tratta dell’ufficio della sepoltura della Vergine, detto «Glorificazione della santissima Theotókos»[11]. Questo ufficio, nella sua struttura, ricorda quello della sepoltura di Cristo, celebrato nel grande sabato. La sua variante gerosolimitana, più antica, viene celebrata il 14 agosto nel Getzemani in relazione con la dormizione. L’immagine della Vergine stesa su un letto, posta al centro della chiesa durante l’ufficio, vi resta fino al 24 agosto, ultimo giorno della festa. La sua variante russa, celebrata dapprima nei grandi monasteri, è attualmente diffusa anche nelle chiese parrocchiali[12]. Per quanto si riferisce all’annuncio della risurrezione della Madre di Dio, è molto più espressiva che non l’ufficio del Getzemani. La festa viene celebrata dopo il 15 agosto, perché, come raccontano gli apocrifi, la risurrezione della Theotókos fu conosciuta tre giorni dopo la sua deposizione nella tomba. Proprio come l’órthros del grande sabato, l’ufficio russo comporta delle strofe con tropari intercalati tra i versetti del Salmo 118. Questi tropari esprimono lo stupore dei credenti di fronte al mistero della sepoltura e della risurrezione di colei che è la Madre della Vita. Seguono gli euloghitària (benedizioni), che proclamano trionfalmente la risurrezione corporale della Theotókos, proprio come il grande sabato gli euloghitària proclamano la risurrezione di Cristo. La Madre di Dio non può non avere avuto una morte speciale, diversa da quella di ogni altro mortale: Gli apostoli gloriosi, ti conoscono, o Vergine senza macchia, sei una donna, mortale e allo stesso tempo, in modo soprannaturale, sei Madre di Dio; perciò ora tendono verso di te mani tremanti, mentre ti vedono risplendente di gloria, tabernacolo che ha custodito Dio. «Il tabernacolo che ha custodito Dio», è questo l’epiteto più frequente che attesta l’obiettività religiosa degli ortodossi. Possiamo esaltare la Vergine con ogni genere di litania che ne evochi la bellezza, ma la ragione reale di questa esaltazione non è in lei, ma in ciò che si compì attraverso di lei, in ciò che scelse liberamente: l’offerta di generare il Signore. O apostoli, raccolti qui da ogni parte del mondo, seppellite il mio corpo al Getzemani: e Tu, figlio mio e mio Dio, ricevi il mio spirito. Per divino comando il capo degli apostoli giunse dall’estremità della terra per seppellirti… Una morte reale, dunque, e una sepoltura reale, sono seguite da una conclusione reale: l’ascensione al cielo del corpo benedetto della Vergine senza l’attesa del Giudizio Finale. Questi sono gli indizi liturgici dell’esistenza nella Chiesa Ortodossa della dottrina della risurrezione corporale della Madre terrena di Gesù Cristo. Che ne dice la teologia ortodossa? I teologi russi del XX secolo, con Bulgakov da una parte, Florovskij e Lossky dall’altra, considerano la risurrezione della Madre di Dio come dogma rivelato. La teologia greca si mantiene riservata[13]. Questa riservatezza si spiega entro certi limiti con la reticenza ortodossa di fronte all’immacolata concezione proclamata da Pio IX dogma di fede cattolica nel 1854 e che appare il fondamento teologico del dogma dell’assunzione, dichiarato da Pio XII nel 1950. Ora, invece, bisogna ricordare che, secondo i teologi ortodossi che ammettono la risurrezione corporale della Theotókos, questa risurrezione non può essere che frutto della risurrezione di Cristo e conseguenza della maternità divina di Maria. Un altro motivo per cui l’ortodossia si oppone a questa dottrina è la mancanza del semper che deve accompagnare ogni dogma rivelato, come ha sostenuto san Vincenzo di Lérins[14]. Infatti sembra che questa dottrina sia stata completamente ignorata nei primi quattro o cinque secoli della storia cristiana. A questo, tuttavia, si potrebbe rispondere che l’assenza di reliquie corporali della Deipara, in tale periodo e dopo, è un’argomentazione a silentio che può sostituire il semper. L’oikos 11° dell’inno Acàtisto saluta la santissima Madre paragonandola alla terra promessa[15], quella terra dove è detto che scorrono latte e miele[16]. Parlare della Deipara in questo modo significa porre la Madre terrena del Figlio di Dio fatto uomo in una prospettiva Teologica; essa è la terra data in possesso perenne ad Abramo ed alla sua discendenza[17], al Nuovo Israele. La terra della promessa che nei profeti è il luogo in cui il nuovo popolo sarà reinsediato da Dio, che Ezechiele[18] e Zaccaria[19] vedono purificata e sacralizzata: terra santa[20]; terra che potrà essere chiamata, come Gerusalemme, Sposa di Dio[21], partecipe della salvezza, terra delle delizie[22] di una nuova umanità. Così che la promessa di eredità della terra fatta a coloro che sono “miti”[23], assume un significato escatologico, come sembra abbia un significato escatologico, secondo l’autore dell’acatisto, la venerazione di Colei che ha partorito Dio. Senza doversi, dunque, pronunciare definitivamente sulla domanda se la risurrezione corporale della Theotókos sia un dogma rivelato (ciò si deve risolvere per via conciliare ed è quello che un concilio dovrebbe fare se un giorno nella Chiesa la venerazione della Madre di Dio fosse messa in questione in un modo o nell’altro), si può già fin d’ora affermare che la Chiesa ha effettivamente collegato la sua visione della Madre di Dio con la propria attesa escatologica. Mariologia ed escatologia sono in relazione, come lo sono ecclesiologia ed escatologia e ugualmente ecclesiologia e mariologia. Così la Theotókos è figura della Chiesa. Ora la Chiesa, corpo di Cristo e tempio del Santo Spirito, ha già ricevuto in Maria il compimento escatologico. Perciò la Theotókos, vera Madre di Dio nella quale si è incarnato il Lògos divino concepito per opera del Santo Spirito, Madre Vergine prima, durante e dopo il parto, è la personificazione della Chiesa sia nel suo mistero sia come Madre dei fedeli. Ella è dunque proprio l’icona escatologica della Chiesa, che la venera come tale nella sua preghiera, poiché vede in lei un segno del regno futuro, segno che annuncia la terra nuova sotto cieli nuovi[24]. Tutto questo la Chiesa celebra in questa ultima festa dell’anno liturgico, il compimento della promessa di eredità alla discendenza della Donna, il conseguimento dei cieli nuovi e terra nuova[25] ai suoi soffi. Questa festa ci rammenta che la morte per noi credenti non può incutere timore, che l’angoscia del distacco ed il dolore sono solo temporanei. Veramente la morte non ha più potere su di noi e la gioia della vita eterna, che la Deipara già gode essendone segno e compimento, ci attende: Egli l’ha portata nei cieli. Danza con lei nella gloria, e noi ci rivolgiamo a Cristo: «Benedetto sei tu, Dio glorioso, e Dio dei nostri padri»… il Tabernacolo della gloria è salito fino a Sion, dove le voci pure di coloro che fanno festa cantano di ineffabile gioia.

 

[1] Cfr. S. Jean Damascene, Homélies sur la Nativité et la Dormition a cura di P. Voulet, Sources Chrétiennes 80, Paris 1961, pp. 24-36. [2] Panarion Haereses, 78, nn. 10-12, PG 42, 716 AD; GCS 37 (Epifanio, 3), pp. 461-462. [3] A. Wenger, L’Assomption de la Très Sainte Vierge dam la tradition byzantine des VI-X siècles, Etudes et Documents, Istituto di Studi Bizantini, Parigi 1955, pp. 100-103. [4] PG 98, 340-372. [5] PG 97, 1045-1109. [6] PG 96, 700-761. [7] Edizione speciale dei Minèa (Menaia), San Pietroburgo 1895. [8] «Raccolta degli Acàtisti slavi», Kiev 1693, pp. 115, 120, 125. [9] Cfr. sopra, par. I, 2. [10] A. Kniazeff, La toute-présence liturgique de la Theotòkos, in Questions liturgique, Lovanio, n. 1 (1973) pp. 45s (cfr. nota 15). [11] Cfr. S. Salaville, Marie dans la liturgie byzantine ou greco-slave in Maria, I, p. 284. La variante russa dell’ufficio è stata data recentemente dal patriarcato di Mosca e anche, tra gli emigrati, da p. Valent Romensky. [12] Questa ufficiatura era molto diffusa anche nella Magna Grecia Ortodossa, dove, nonostante la spietata latinizzazione, è sopravvissuta nella pietà popolare presso alcuni paesi di Calabria, dove le donne la sera del 14 agosto portano in processione l’immagine della Madre di Dio fino al cimitero locale, per riportarla poi in chiesa il giorno successivo. Da alcuni anni questa tradizione unitamente all’ufficiatura è stata ripresa nel paesino di Gallicianò (fraz. di Condofuri), nell’area grecanica di Calabria, presso la chiesa ortodossa di “Panagia di Grecia”, da alcuni anni ricostruita.

[13] Cfr. Maria, VII, pp. 275-311. [14] Commonitorium, cap. II, PL 50, 639s. [15] Rallegrati, o terra promessa; rallegrati, tu, da cui scaturisce latte e miele. [16] Esodo 3, 8. [17] Genesi 17, 8. [18] Ezechiele 47, 13 – 48, 35. [19] Zaccaria 14. [20] Zaccaria 2, 16; 2 Maccabei 1, 7; Sapienza 12, 3. [21] Isaia 62, 4. [22] Malachia 3, 12. [23] Matteo 5, 4. [24] Cfr. A. Kniazeff, Dormition de Marie dans l’Eglise orthodoxe in Cahiers marials, 88 (15-6.1973), pp. 145-156. [25] Isaia 65, 17; Apocalisse 21, 1.  

Publié dans : feste di Maria, liturgia, LITURGIA: STUDI | le 13 août, 2016 |Pas de Commentaires »

Lc 12,49-50

Lc 12,49-50 dans immagini sacre Fuoco-sulla-terra

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Publié dans : immagini sacre | le 12 août, 2016 |Pas de Commentaires »

14 AGOSTO 2016 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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14 AGOSTO 2016 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Gesù invita gli uomini del suo tempo a leggere la storia, a non temere contrasti e difficoltà, a superarli con coraggio e determinazione per annunciare il vangelo e costruire un futuro di pace. Lo ha fatto lui per primo, con l’impazienza di chi porta nel cuore un fuoco destinato a propagarsi.

La parola di Dio Geremia 38,4-6.8-10. Geremia profetizza contro la guerra e i collaboratori del re lo accusano di scoraggiare i soldati e l’intero popolo. Per questo viene imprigionato e andrà incontro a momenti di grande sofferenza. È stato questo il compito di Geremia: profetizzare controcorrente in un tempo difficile. Ebrei 12,1-4. I cristiani non devono scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, tenendo fisso lo sguardo su Gesù. È l’esempio che ha dato lui che deve spingerci a non fermarci. Di fronte a ciò che ha provato Gesù, ogni cristiano sa che può fare molto di più. Luca 12,49-57. Anche Gesù come i profeti ha provato il fuoco della persecuzione. Egli sa che lo attende una prova terribile, ma è impaziente di portarla a termine. E sa anche che i suoi discepoli saranno coinvolti in queste vicende drammatiche. E li invita a prepararsi.

Riflettere Il profeta Geremia a modo suo è icona di Gesù: mette in guardia gli uomini del suo tempo e predica il rifiuto della guerra, ma appare profeta di sventure e per questo viene perseguitato, imprigionato e ucciso. Il primo messaggio di questa domenica è quindi un messaggio di coraggio: il cristiano non deve fermarsi di fronte alle difficoltà. I sovrani e i capi degli ebrei hanno spesso creduto di costruire la pace e di consolidare il loro regno attraverso alleanze militari e le « guerre sante », guidate in qualche modo da Iahvè, che ne assicurava la vittoria, come al tempo dei grandi patriarchi. Per i profeti invece, la pace si costruisce fidandosi di Iahvè. E non è mai soltanto elimi-nazione della guerra, ma l’insieme di quelle cose che rendono felice l’uomo, comprese la ricchezza, la fertilità dei campi e i beni della terra. I profeti assicurano che con la venuta del messia la terra subirà una trasformazione: i fiumi scorreranno latte e miele, ci sarà armonia perfino tra gli animali: l’agnello e il lupo vivranno insieme, il leone si ciberà di fieno, il serpente velenoso giocherà con il bambino. Soprattutto trionferà la giustizia e non sarà più praticato il mestiere della guerra, perché gli uomini avranno trasformato le loro armi in falci e in aratri (cc. 2 e 11 di Isaia). Del messia in particolare, alcuni testi biblici cari agli ebrei dicono anche che avrà il compito di eliminare i nemici e di mettere in ginocchio tutte le nazioni perché rendano gloria al popolo eletto. Ma per i profeti sarà soprattutto un uomo che garantirà un futuro di pace: « Egli è giusto e valoroso, umile, cavalca un asino. Farà sparire i carri di Efraim e i cavalli di Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato e annunzierà la pace delle genti » (Zc 9,9-10). Gesù è un uomo di pace: è l’atteso « principe della pace » annunciato dai profeti. È il messia che libera l’uomo da ogni schiavitù e oppressione. Ma la sua è una pace diversa: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi » (Gv 14,27). La pace di Gesù è paragonabile, come dice il vangelo di oggi, a un « fuoco » che si propaga per riscaldare e purificare ogni cosa. Chi si incontra con Gesù non può rimanere com’era prima: la sua parola è un fuoco che consuma, che giudica e separa ciò che è buono da ciò che è falso. Gesù sembra impaziente perché questo fuoco non è ancora acceso come dovrebbe. Divamperà infatti quando lui consumerà il sacrificio della croce: allora in quel battesimo di sangue, Gesù darà una prova decisiva della sua fedeltà e gli apostoli passeranno, dopo il tradimento, attraverso il fuoco purificante del pentimento. La pace di Gesù sarà profonda, ma non si realizzerà senza provocare rotture e divisioni. Proprio perché il suo messaggio arriva al cuore dell’uomo e si inserisce al centro delle situazioni, provoca reazioni e contrasti, anche violenti. Così è stato per Gesù; sarà così anche per ogni vero discepolo.

Attualizzare Per Gesù la pace è prima di tutto una faccenda personale, si inserisce tra gli obiettivi più profondi nella costruzione della propria personalità. La pace riassume per così dire tutti quegli obiettivi di maturazione che sono indispensabili per raggiungere la pienezza delle proprie possibilità di sviluppo personale. L’uomo vive spesso nella paura, nell’insicurezza, nel disorientamento. Gesù lo invita a essere prima di tutto in pace con se stesso, abbandonando ogni atteggiamento irrazionale e ogni angoscia non motivata. Dice l’Imitazione di Cristo: « Vi sono alcuni che hanno pace in sé e stanno in pace con gli altri. E vi sono altri che non hanno pace e non la lasciano vivere: gravosi agli altri, e ancor più gravosi a se stessi. Ma vi sono alcuni che mantengono se stessi in pace e procurano di rimettere in pace anche gli altri ». Si può essere in pace con se stessi anche in modo falso, cioè ci può essere chi intuisce la lotta che deve compiere con se stesso per raggiungere la pace, ma non se la sente, non ha il coraggio di fare guerra al proprio quieto vivere e alla propria pigrizia. Eppure una componente di lotta per superare la propria paura istintiva di fronte alle difficoltà è necessaria, così come è stato necessario per Gesù uno strappo violento per riuscire ad accettare la croce. La pace per Gesù è una condizione di vita: è libertà personale profonda, è pienezza di vita, è rispetto per la dignità dell’uomo, è progresso comunitario costruito con lo sforzo di molti. Questa concezione di vita naturalmente si scontra con gli interessi egoistica-mente individuali, con progetti di vita limitati e chiusi. In questo senso la pace è dono di Dio, così come è dono di Dio ogni realtà che ci supera, ogni ideale qualitativamente superiore, in cui venga chiesto all’uomo un superamento dei propri limiti, un coraggio che vada contro una logica puramente di sopravvivenza. Costruire la pace significa anticipare i tempi nuovi, rendere presente il futuro, vivere nel domani. È realizzare una nuova creazione, anticipare sin d’ora modelli di vita che Gesù stesso dice che troveranno espressione normale al termine della storia. L’uomo di pace è anche un uomo scomodo, controtendenza. Non può essere un pacifista a oltranza, non può rifiutarsi di lottare per non rompere equilibri o per non suscitare risentimenti. Chi vuole la pace non può essere quindi un uomo meschino e pauroso, che teme di affrontare la realtà. Non è ripiegato su se stesso, indeciso, rinunciatario. Sa ciò che vuole, se lo propone con decisione, non teme di denunciare le realtà ingiuste, di chiamare con il proprio nome gli errori. L’uomo di pace è un uomo aperto alla collaborazione con tutti coloro che come lui vogliono la pace. È un uomo di comunione, di dialogo, di fraternità: non ricerca distinzioni a ogni costo, non pretende contrapposizioni, non chiede di vedere la carta d’identità o una tessera di appartenenza, prima di collaborare. L’uomo di pace è un ottimista: sa che la storia cammina per tempi lunghi, ma che è guidata dal Dio della pace, impegnato prima dell’uomo a costruire un futuro dal volto più umano. Guarda quindi al presente senza pessimismi e scoraggiamento, si impegna con serenità e con realismo, senza gingillarsi in contestazioni inutili e senza piangere sul proprio tempo.

Non dite che siamo pochi « Non dite che siamo pochi, non dite che l’impegno è troppo grande per noi. Dite forse che due o tre ciuffi di nubi sono pochi in un angolo di cielo d’estate? In un momento si stendono ovunque… guizzano i lampi, scoppiano i tuoni e piove su tutto. Non dite che siamo pochi: dite soltanto che siamo » (Lee Kwang Su).

Don Umberto DE VANNA sdb

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