LINK ALLA MESSA DEL GIORNO ED AL COMMENTO DAL SITO: « EVANGILE AU QUOTIDIEN »

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

28.11.2007

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA CELEBRAZIONE DELLA XLIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2011

LIBERTÀ RELIGIOSA, VIA PER LA PACE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20101208_xliv-world-day-peace_it.html

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link al mio blog in lingua inglese:
Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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incamminoverso @ 1:25
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Ascension of the Lord

Posté le Vendredi 18 mai 2012

Ascension of the Lord dans immagini sacre ascension

http://www.goarch.org/chapel/saints_view?contentid=943

incamminoverso @ 18:48
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GIOVANNI PAOLO II: SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE (1985)

Posté le Vendredi 18 mai 2012

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850516_ascensione_it.html

VISITA PASTORALE NEI PAESI BASSI

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Lussemburgo – Giovedì, 16 maggio 1985

1. “Predicate il vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15).

Queste parole del Signore restano valide ogni giorno, da quasi duemila anni. Ma oggi assumono un significato affatto particolare, perché oggi la Chiesa celebra il giorno in cui furono pronunciate per la prima volta: il giorno dell’Ascensione di Cristo.
“Ascende il Signore; gioiscono i cieli” (cf. Sal 47, 6). È anche il giorno del suo congedo dalla terra. Gesù di Nazaret termina definitivamente la sua missione messianica in Israele, il popolo eletto del Vecchio Testamento. Con la sua croce e la sua risurrezione egli ha costituito la nuova ed eterna alleanza. Con la sua carne e il suo sangue ha istituito l’Eucaristia: vittima unica di questa nuova alleanza tra Dio e gli uomini. Ed ecco le sue ultime parole su questa terra. Le rivolge agli apostoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15).
2. Queste parole del Signore che se ne va sono state osservate dalla Chiesa nel corso della sua storia con coraggio e spirito di sacrificio, e ancora oggi diventano di nuovo realtà. Anche questa regione, dove si trova oggi il vostro Paese del Lussemburgo, era già dai tempi antichi meta dei missionari che annunziarono ai vostri antenati la lieta novella del Signore risorto e asceso. Già nel periodo tardo romano il Vangelo fu annunziato nella vostra regione da soldati e commercianti e da missionari itineranti isolati provenienti da Treviri e da Liegi.
Molti importanti monasteri e abbazie furono fondati qui e svolsero le loro opere benefiche. Voglio ricordare il monastero di Echternach dove viene venerata ancora oggi la tomba del suo fondatore San Willibrordo. Il vostro Paese, nella fedeltà alla fede cattolica dei vostri padri, resse bene alle bufere della Riforma e alle tendenze ostili alla fede e alla Chiesa al seguito della Rivoluzione francese. Frutto ben meritato di questa fede matura e convinta fu la fondazione della diocesi autonoma del Lussemburgo nel 1870. E così voi formate oggi una Chiesa locale pienamente sviluppata; quella Chiesa locale che si è riunita qui per una grande celebrazione di fede alla quale voglio partecipare anch’io come pellegrino e fratello, come Vescovo di Roma e successore di San Pietro.
Saluto con gioia il vostro vescovo monsignor Hengen, con tutti gli altri vescovi e sacerdoti e religiosi presenti. Saluto con deferenza la famiglia granducale e i rappresentanti del governo e della società. Il mio saluto va infine a tutti voi, all’intero popolo di Dio nel Lussemburgo e ai numerosi ospiti convenuti dalle nazioni confinanti. La mia visita è rivolta a voi tutti. A nome di Cristo voglio incoraggiare e rafforzare voi tutti che, insieme con noi, costruite la grande comunità di quella Chiesa, che sa essere solidale anche con quelli che si sono stancati della loro fede e si sono estraniati dalla vita ecclesiale. Anche a costoro, dovunque seguano la nostra celebrazione eucaristica nella festa dell’Ascensione, voglio estendere il nostro saluto e la nostra mano fraterna. Raccomandiamo loro, e noi tutti che siamo raccolti, davanti alla venerata immagine di Maria, in particolar modo all’intercessione alla “Consolatrice degli afflitti”, alla Madre della speranza e della consolazione per il popolo di Dio pellegrino.
3. Ascensione di Cristo significa ritorno al Padre: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e ritorno al Padre” (Gv 16, 28).
Dio stesso è entrato attraverso il suo Figlio nella storia del mondo e dell’umanità. In questo modo sostanza del Padre, si è fatto uomo. Per opera dello Spirito Santo è nato dalla Vergine Maria. Ha vissuto la sua vita terrena come vero uomo; ma quest’uomo cresciuto nel mezzo del popolo di Israele, chiamava Dio suo Padre. Poteva dire: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30). E da questa profonda unione con il Padre insegnò anche a noi uomini a pregare: “Padre nostro . . .”. Questa preghiera contiene inoltre l’intero Vangelo, l’intera lieta novella. Questa lieta novella dice: tu, uomo, hai la tua origine in Dio, e in Dio si trova anche la tua meta finale. In lui trovi la vita eterna.
Questa è la verità che Cristo ci ha rivelato: ha annunziato questo una volta per tutte al suo popolo d’Israele e a tutti gli uomini del mondo. La sua missione messianica si rivela proprio nel fatto che egli è uscito dal Padre e ritorna a lui. Il suo cammino terreno passa così attraverso ogni “cuore umano inquieto”, che cerca e aspetta la salvezza.
Quanto profonde e significative sono le parole che Gesù rivolge al Padre alla fine dei suoi giorni su questa terra: “E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Gv 17, 5). Queste parole parlano della eterna unità trinitaria del Figlio con il Padre nello Spirito Santo. Richiamano anche alla morte di Cristo sul Calvario e annunziano nello stesso tempo che questa morte conduce alla risurrezione. Quella stessa gloria che Dio ha dall’eternità, viene donata ora anche al Figlio dell’uomo, che siede alla destra del Padre.
Per un certo tempo – il Vangelo parla di quaranta giorni – fu rivelata quella gloria del Risorto anche agli uomini, alla giovane Chiesa. Il suo compimento viene raggiunto nella gloria di Cristo quando con la sua Ascensione ritorna definitivamente al Padre.
4. I momenti del congedo prima del ritorno al Padre ci sono descritti negli Atti degli apostoli. Trovandosi per l’ultima volta a tavola con essi, ordina agli apostoli di attendere che si adempia la promessa del Padre, quella che ha annunciato loro: “Giovanni ha battezzato con acqua . . . voi avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 5.8). Queste parole concordano perfettamente con il comando di Gesù alla fine del Vangelo di Marco: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15).
Ecco, con l’Ascensione termina il tempo di Cristo su questa terra e incomincia il tempo della Chiesa. Dieci giorni dopo, alla Pentecoste, questo tempo della Chiesa viene rivelato e annunziato solennemente dallo Spirito Santo, che scende sugli apostoli nel cenacolo di Gerusalemme. Ogni istante di questo cammino della Chiesa attraverso la storia contiene tuttavia le sue radici profonde nella vita e nell’agire messianico di Cristo sulla terra. Incontriamo così sempre di nuovo il mistero dell’Ascensione.
Nel suo pellegrinaggio attraverso i secoli la Chiesa annunzia sempre colui che è uscito dal Padre, è venuto nel mondo, ha poi lasciato il mondo ed è tornato al Padre. È Cristo, il Figlio eterno di Dio, che ora rimane con il Padre come uomo. In questo modo è così diventato la “via” dell’uomo, la via per tutti gli uomini che, tutti senza eccezione, sono chiamati alla sua sequela, sulla via al Padre.
5. Fratelli e sorelle carissimi: la Chiesa del Lussemburgo è chiamata a sua volta a seguire la via di Gesù Cristo; è anch’essa una Chiesa pellegrina. Ma dove si trova oggi? Quale è la sua via nel 1985?
Il vostro Paese, il Lussemburgo, ha saputo superare bene molte difficoltà nel passato e respingere numerose minacce: minacce di guerra, di sconvolgimenti politici, di privazione e miseria. Grazie al vostro dinamismo il tenore di vita è migliorato nel Paese. Un aeroporto, stazioni radiotelevisive, organismi e banche internazionali hanno aperto la vostra città all’Europa e l’hanno resa accogliente per tutti. “Il Lussemburgo appartiene alla società dell’opulenza con i suoi vantaggi, le sue ombre e i suoi eccessi”; così si esprimeva il vostro quarto sinodo diocesano.
Ma oggi, in questo luogo che è stato testimone della prima venerazione dell’immagine della “Consolatrice degli afflitti”, vorrei riprendere alcune importanti domande che vi furono poste dal vostro vescovo nella sua lettera pastorale dello scorso ottobre: “Che ne è della fede e della preghiera nelle nostre famiglie, della santificazione della domenica, della trasmissione della fede alle giovani generazioni? Cosa manca alla nostra comunità di fede, di fronte allo scarso numero delle vocazioni sacerdotali e religiose? La nostra speranza, sale della terra che deve ridare sapore, ossia senso e pienezza alla vita di tanti uomini, sarebbe forse diventata piatta e insipida nel vuoto spirituale della nostra epoca? Le nostre comunità cristiane sono ancora quelle città sulla montagna la cui luce splende agli occhi degli uomini, affinché rendano gloria al Padre che è nei cieli? L’amore che Dio ha per noi, ci apre ancora gli occhi a ciò che deve cambiare nei nostri rapporti umani, affinché la nostra società sia permeata sempre più di giustizia e d’amore?”.
Il Cristo ci ha insegnato a vivere la nostra vita come un cammino verso il Padre. In quanto cristiani, la nostra riflessione e la nostra azione devono guardare continuamente al Dio dei cieli, e devono anche assegnargli il primo posto. “Padre nostro che sei nei cieli”: poiché ci è permesso di dire questa preghiera, riprendiamola senza stancarci. Se contempliamo l’Ascensione di Cristo, se andiamo al Padre nella sua sequela, non è per guardare al cielo come a un sogno, non è per rimanere passivi e dimenticare le nostre responsabilità quotidiane negli avvenimenti concreti. Al contrario, il Padre nostro ci insegna nello stesso tempo a pregare e a fare tutto il possibile affinché la volontà di Dio si compia sin da ora tra di noi, perché “il cielo venga sulla terra”, perché il regno di Dio s’instauri nei nostri cuori, nelle nostre famiglie e nella società.
Ma gli uomini di oggi, accecati dal progresso e dal benessere, volgono spesso il loro sguardo solo verso la terra; non guardano più in là del mondo in cui si chiudono, accettano la secolarizzazione. Si organizza coscientemente il proprio stile di vita in funzione delle sole realtà di questo mondo, senza curarsi di Dio e della sua volontà. È da sempre quella stessa tentazione di dimenticare Dio, o almeno di vivere come se non esistesse (cf. Sap 2, 19). Questa maniera di vivere, nella quale ci si rifiuta di guardare al Padre che è nei cieli, non può tuttavia soffocare l’aspirazione profonda dell’uomo, perché il suo è un destino di eternità. Il suo accecamento lo conduce quindi a nutrirsi d’illusioni, a idolatrare le realtà terrene: ne resta profondamente deluso e assume comportamenti suicidi. Quando l’uomo crede di potersi realizzare con le sue sole forze, mette a tacere il desiderio di Dio che è in lui per dedicarsi alla ricerca insaziabile ed egoistica del piacere.
Ma vorrei essere per voi un messaggero di gioia (cf. 2 Cor 1, 24); nel nome di colui che ci ha promesso la pienezza della vera vita, proprio in questa festa dell’Ascensione di Cristo, vi incoraggio a volgere il vostro sguardo, i vostri pensieri e la vostra ricerca “in alto”, verso Cristo che ci precede. Abbiamo bisogno di questo sguardo volto al cielo, perché ci aiuta a fare buon uso dei beni temporali; non perderemo così il bene eterno, ossia l’amicizia di Dio. Abbiamo bisogno di volgere il nostro sguardo di credenti a Dio, che è il nostro Padre comune. Lui solo ci rende capaci di quella fratellanza così necessaria per avere il coraggio di combattere la fame tra gli uomini, di stabilire la pace nel mondo, di attenuare i conflitti, per vincere il male con il perdono e scegliere la vita piuttosto che la morte.
6. Le parole che Mosè rivolgeva al popolo di Dio nell’antica alleanza conservano il loro valore per noi cristiani: “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza” (Dt 30, 19).
Il nostro cammino di pellegrini sulla terra esige che scegliamo continuamente tra la “vita” e la “morte”: la vita eterna si trova solo in Dio; da solo, il mondo in definitiva può offrire agli uomini solo la certezza della morte. La fede orienta il nostro sguardo verso il Padre, ci trascina verso di lui attraverso Cristo che ha vinto il mondo. Aprite a Dio la vostra vita, aprite a Dio la vostra vita di ciascun giorno con la preghiera. Pregate ogni giorno il Padre nostro, come i cristiani ebbero consuetudine di fare sin dai primi tempi.
Aprite a Dio la vostra settimana di lavoro santificando la domenica e partecipando regolarmente all’Eucaristia. Osservate il giorno del Signore come un bene prezioso; sarà così possibile evitare di diventare schiavi del lavoro o dei divertimenti. Nel matrimonio e nella famiglia ricordate le vostre responsabilità gli uni verso gli altri. Santificate la vita del focolare secondo l’insegnamento della Chiesa! Vivete della fede affinché la fede cristiana possa crescere anche nei vostri figli e nei giovani.
Scegliete la vita che Dio vi dà nella Chiesa attraverso Cristo, perché la sua promessa è eterna. Nella vita, date il primo posto ai valori spirituali e religiosi, prima dei valori materiali. Difendete i valori morali fondamentali nella società; solo essi garantiscono una vita comune degna dell’uomo. Chi s’impegna risolutamente in favore del diritto e della giustizia laddove esercita le sue responsabilità personali può anche difendere fermamente le grandi aspirazioni dei popoli e dell’umanità. E colui che lo fa nello spirito di Cristo sa di contribuire alla venuta del regno di Dio nella nostra epoca; nel Padre nostro noi preghiamo specialmente perché questa via venga preparata. Nonostante tutte le minacce reali che la guerra atomica e la degradazione morale fanno pesare sull’umanità, il credente sa a chi alla fine apparterrà il futuro. Il Vangelo dell’Ascensione ce lo annuncia: “Egli tornerà”. Dio è il primo, sarà anche l’ultimo. Gesù è l’Alfa e l’Omega dell’intera storia, colui che è, che era e che viene (cf. At 1, 8).
7. Carissimi fratelli e sorelle, possa la mia visita pastorale, ispirata al tema del Padre nostro, aiutarvi a prendere meglio coscienza della grazia della vostra vocazione cristiana e delle vostre responsabilità. La festa dell’Ascensione dà una forza incomparabile alla preghiera del Signore: celebrando il Cristo asceso ai cieli, tutta la comunità si volge al Padre, come facciamo umilmente ogni giorno nella preghiera che il Signore ci ha affidato.
L’apostolo Paolo ha scritto nella sua Lettera agli Efesini: “Che il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e quale è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti” (Ef 1, 17-19).
In questo Paese, i testimoni della fede hanno annunciato il Cristo, lui, l’uomo glorificato sulla croce e “seduto alla destra del Padre”. In questo Paese, molte generazioni di uomini hanno ripetuto la preghiera del Padre nostro. Voi stessi l’avete scelto come tema conduttore della visita che sta compiendo tra di voi il Vescovo di Roma, il successore di Pietro.
Questa preghiera sia per voi sempre un sostegno, carissimi fratelli e sorelle: possa essa aiutare la vostra generazione e le generazioni che seguiranno a conoscere Dio più profondamente; possa “illuminare gli occhi del vostro cuore”, affinché nulla vi turbi o vi acciechi; possa rendervi sempre più coscienti “della speranza data a voi cristiani dal suo appello”; possa farvi comprendere “quale regno vi dà la gloria senza prezzo dell’eredità” che Cristo ci ha lasciato, grazie alla sua nascita dalla Vergine Maria; possa farvi scoprire “l’infinita potenza che dispiega per noi credenti”: quella potenza che è stata manifestata dalla sua risurrezione e dalla sua Ascensione.

Gesù Cristo: vero Figlio di Dio! Gesù Cristo: vero uomo, che siede “alla destra di Dio”. Amen.

La preghiera al termine della messa

O Cristo, Signore, Figlio diletto del Padre,
amico dell’uomo, maestro che ami la vita,
tu non dimentichi nessuna creatura.

Guarda la Chiesa che è nel Lussemburgo,
infondi in lei il soffio vivificante e il fuoco del tuo Spirito.

Imprimile il sigillo dello Spirito Santo,
ricorda ai battezzati che essi sono membri del tuo corpo.
Dimora nei loro cuori con la fede.
Fa’ che trovino le loro radici e il loro fondamento nell’amore.
Aprili alla lode della tua gloria.

O Cristo, Signore, potenza e sapienza di Dio,
tu condurrai ogni cosa al suo compimento,
perché la potenza del tuo amore supera ogni conoscenza;
tu puoi darci più di quanto noi sappiamo domandare.

Dona al tuo popolo uno spirito di sapienza,
illumina gli occhi del suo cuore
affinché accolga nella tua parola il fermento di tutta la sua vita:
della famiglia e della società, del lavoro e del tempo libero,
dell’infanzia e della giovinezza,
dell’età adulta e della vecchiaia.

O Cristo, sapienza di Dio,
riflesso splendente della sua gloria ed espressione del suo essere,
tu sostieni l’universo con la potenza della tua parola.
Insegna a questo popolo il vero senso delle cose di questo mondo
e l’amore dei beni eterni,
affinché egli sappia disporre dei tuoi doni
distinguendo il bene e il male.

Donagli l’amore all’interno delle famiglie,
la giustizia nelle relazioni sociali,
la verità nei mezzi di comunicazione,
la riconciliazione nei conflitti.

Aiuta gli uomini di questo Paese a utilizzare il tempo,
per servire il Padre tuo e tutti i loro fratelli,
per amarsi contro le forze del male
e vivere da figli della luce.

O Cristo, Figlio di Dio,
ti sei spogliato prendendo la condizione di servo,
e divieni simile agli uomini fino alla morte di croce.
Primogenito tra i morti, Cristo risorto,
attraverso di te è piaciuto al Padre riconciliare tutti gli esseri.
Mediante il nostro battesimo nella tua morte e nella tua risurrezione,
tu concedi anche a noi di vivere una vita nuova.

Per mezzo della Vergine Maria, Madre tua dal cuore immacolato,
noi ti preghiamo:
facci scoprire i tesori di sapienza nascosti in te.
Con Maria, noi vogliamo conservarli
e meditarli nel nostro cuore.
Con Maria, presente in mezzo ai discepoli,
donaci di essere testimoni fedeli,
nella fede e nell’amore.

Amen.                           

incamminoverso @ 18:46
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Commento su Atti 1,11: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?

Posté le Vendredi 18 mai 2012

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=22740

Commento su Atti 1,11

Eremo San Biagio 

Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?

Come vivere questa Parola?

Quest’oggi, solennità dell’ascensione di Gesù, gli sguardi sono sollecitati a volgersi verso un cielo che sembra averci sottratto la sua presenza, proprio come riferiscono gli Atti degli apostoli circa i primi discepoli, protagonisti diretti dell’evento. Ma a riscuoterci ecco la sollecitazione angelica: « Perché state a guardare il cielo? ».
Quel Gesù che « una nube sottrasse ai loro occhi » (At 1,9) si era da loro congedato con una promessa più che rassicurante: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). Non si tratta allora di una separazione, ma di una modalità diversa di rendersi presente, adombrata proprio in quella nube a cui accennano gli Atti.
In tutta la Sacra Scrittura, infatti, la nube indica sempre la presenza misteriosa e operante di Dio. Il richiamo ad essa sta quindi a ricordare che il Risorto è ormai totalmente immesso nella sfera del divino che sfugge alla percezione immediata dei sensi, ma non per questo è meno reale.
Cercarlo in un cielo lontano e astratto non ha senso: Dio è ovunque e con la sua presenza raggiunge e avvolge anche la mia vita. È qui, in quest’oggi che sono chiamato a vivere non fuggendo da una storia che con i suoi chiaro-scuri può crearmi difficoltà, ma immergendomi in essa per illuminarla con il gioioso messaggio di cui sono depositario e testimone.
Forte di questa certezza, voglio far mia la sollecitazione angelica a non cercare Dio lontano da me, ma nell’appello del quotidiano che reclama la mia dedizione. A questo penserò nel mio odierno rientro al cuore.
Insegnami, Signore, ad amare la mia storia, luogo concreto in cui ti posso incontrare quale compagno di viaggio e Maestro che mi indica la via dell’impegno, fuori da ogni sviante spiritualismo.

La voce del Papa

Il Gesù che si congeda non va da qualche parte su un astro lontano. Egli entra nella comunione di vita e di potere con il Dio vivente, nella situazione di superiorità di Dio su ogni spazialità. Per questo « non è andato via », ma, in virtù dello stesso potere di Dio, è ora sempre presente accanto a noi e per noi.

Benedetto XVI

incamminoverso @ 18:43
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Omelia per domenica 20 maggio: Il nostro canto di gioia per l’Ascensione del Signore

Posté le Vendredi 18 mai 2012

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15376.html

Omelia (24-05-2009)

padre Antonio Rungi

Il nostro canto di gioia per l’Ascensione del Signore

Celebriamo oggi l?Ascensione al cielo di nostro Signore Gesù Cristo, mistero della gioia e di speranza per ogni cristiano. Cristo, infatti, sale al cielo tra i canti di gioia del suo popolo in festa, perché va a preparare un posto nel suo Regno per tutti i suoi figli e per gli uomini di buona volontà. La solennità dell?Ascensione ci proietta con la mente ed il cuore al nostro ultimo e definitivo destino, quello della vita oltre il tempo e per un?eternità beata. Oggi, più della stessa solennità della Pasqua i cristiani sono in festa e gioiscono perché il loro Signore e Redentore ritorna al luogo della sua partenza, non dopo aver portato a termine la sua missione redentiva nei confronti del genere umano. Infatti, il Signore Gesù, re della gloria, vincitore del peccato e della morte, oggi è salito al cielo tra il coro festoso degli angeli. Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell?universo, non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria. E? questa la consolante promessa per tutti noi: dove è Lui saremo anche noi. Ma per realizzare questo sogno di eternità è necessario lavorare per la nostra personale santificazione e per quella dei nostri fratelli. Siamo invitati a guardare e a fissare il cielo, ma siamo anche richiamati a camminare con i piedi per terra.
E? bello guardare e fissare l?azzurro del cielo, il sole, la luna, le stelle ed il creato intero che esprimono il senso dell?infinito e dell?eterno, ma è dovere di ciascuno di noi fissare lo sguardo sulle realtà, non sempre positive, di questa nostra martoriata terra, che necessita di testimoni di santità e di vita nuova in Cristo, capace di risvegliare le coscienze dei lontani. Cristo non è infatti lontano, egli è più intimo a noi più del nostro stesso cuore. La sua ascensione è in realtà la nostra maggiore vicinanza a Lui. Egli ci attende in un luogo meraviglioso, eterno, di vera felicità. Il posto è stato prenotato, bisogna far sì che venga occupato quando Egli ci convocherà e noi dobbiamo essere pronti per rispondere: Eccomi Signore, prendimi per mano, Dio mio, verso i pascoli eterni e la gioia senza fine.
Nel racconto circostanziato degli Atti degli Apostoli del momento dell?Ascensione, comprendiamo perfettamente ciò che hanno sperimentato nel loro cuore i discepoli di Gesù: dolore per la partenza, ma certezza e gioia della sua vicinanza, comunque e sempre, anche se in modo diverso rispetto al passato.
Il breve brano del Vangelo di Marco ci dice come stanno esattamente le cose per i cristiani e per la chiesa dopo l?ascensione al cielo del Signore. Noi siamo i suoi missionari, noi siamo i suoi inviati. Dovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo abbiamo il dovere di far conoscere, amare e servire il Signore. E ciò è possibile in vari modi e in molteplici circostanze; ma un modo più rispondente alla cultura di oggi è quello dell?uso dei mass-media. Nell?annuale messaggio del Papa per le comunicazioni sociali, in occasione della giornata mondiale delle comunicazioni che si celebra nel giorno dell?Ascensione, dobbiamo comprendere cosa ci spetta fare per evangelizzare ed andare in tutto il mondo a portare il vangelo. Una volta i missionari camminavano fisiacamente per portare il vangelo, oggi camminano virtualmente attraverso la rete e sicuramente questo nuovo modo di evangelizzare risponde meglio alle attese dei giovani che usano Internet e che in questo modo possono accostarsi indirettamente a Cristo e alla Chiesa. Le comunicazioni sono un?opportunità nuova rispetto al passato: oggi, nell?era della globalizzazione, dobbiamo viaggiare e navigare nella rete telematica per far conoscere Cristo a quanti hanno l?unico modo per comunicare con gli altri.
Il comando del Signore rivolto a tutti i suoi discepoli, quindi anche a noi, ci obbliga ad andare in tutto il mondo per portare la parola della salvezza, senza violare la coscienza e la libertà degli altri, ma semplicemente proponendo la via di Cristo, come via maestra verso la verità e la felicità. La salvezza che Cristo è venuto a portare riguarda tutti e la Chiesa in questo suo compito di evangelizzazione e missione non può assolutamente venir meno, anzi, deve farsi carico dell?esigenza di una nuova evangelizzazione utilizzando anche le nuove tecnologie per incontrare fisicamente e virtualmente il popolo di Dio sparso in tutto il mondo.
Il mistero dell?Ascensione che celebriamo oggi ci impegna a verificare la nostra fedeltà al vangelo e di conseguenza ad annunciare il vangelo con la coerenza della vita, prima di ogni parola che possiamo e dobbiamo dire a questo scopo. Giustamente l?Apostolo Paolo nella seconda lettura di oggi ci richiama ai nostri fondamentali doveri di cristiani anche in questo nostro tempo, che allontana sempre di più dal proprio orizzonte l?esperienza di una fede vissuta e proclamata. Bisogna comportarsi in maniera degna della nostra identità umana e cristiana, come leggiamo nella lettera agli Efesini, oggi.
La grande gioia che pervade il nostro cuore in questo giorno di festa, perché Cristo è andato a prepararci un degno posto a ciascuno di noi nel suo Regno di luce, pace, amore, carità e verità, ci fa elevare con forza la preghiera a Colui è la nostra speranza e la nostra vera felicità: ?Esulti di santa gioia o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria?.

incamminoverso @ 18:42
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Jesus said to his disciples: “No one can serve two masters…

Posté le Jeudi 17 mai 2012

Jesus said to his disciples: “No one can serve two masters... dans immagini sacre

http://cacina.wordpress.com/2011/02/

incamminoverso @ 17:10
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Un tempo di silenzio perchè Dio parli (Enzo Bianchi)

Posté le Jeudi 17 mai 2012

http://www.monasterodibose.it/content/view/855/343/1/1/lang,it/

Un tempo di silenzio perchè Dio parli 

 ENZO BIANCHI, Pregare la Parola,
Introduzione alla «lectio divina»,

…sii dunque avvolto dal silenzio e il tempo della lectio ritmi la tua vita…
Cerca che il luogo della lectio divina e l’ora del giorno ti permettano il silenzio esteriore, preliminare necessario al silenzio interiore.
Il Maestro è qui e ti chiama (cf. Giovanni 11,28) e per udirne la voce devi far tacere le altre voci, per ascoltare la Parola devi abbassare il tono delle parole. Ci sono tempi più adatti al silenzio rispetto ad altri: nel cuore della notte, al mattino presto, alla sera… vedi tu secondo il tuo orario di lavoro, ma resta fedele al tempo e determinalo nella tua giornata una volta per tutte. Non è serio andare incontro al Signore quando hai un vuoto tra gli impegni da riempire con la preghiera come se il Signore fosse un tappabuchi. E non dire mai: «Non ho tempo!», perché così tu dichiari di essere idolatra: il tempo della giornata è al tuo servizio e non tu schiavo del tempo!
Sii dunque avvolto dal silenzio e il tempo della lectio ritmi la tua vita. Tu sai che bisogna pregare sempre, senza stancarsi mai (cf. Luca 18,1-8 e 1 Tessalonicesi 5,17), ma sai anche che occorrono dei tempi precisi e specifici per fare questo esplicitamente e visibilmente onde sostenere la memoria Dei in tutta la tua giornata. Sei un innamorato del Signore o tendi a esserlo? Allora non disdegnare di consacrare a lui quel tempo che consacri abitualmente, senza fatica, ogni giorno a tua moglie, a tuo marito, ai tuoi familiari, ai tuoi amici.
Un tempo di silenzio perchè Dio parli   
E non dimenticare che questo tempo per la lectio deve essere sufficientemente lungo, non un ritaglio. Devi prendere calma, devi essere in pace, certamente alcuni minuti non bastano. Per la lectio occorre almeno un’ora, dicono i Padri…
Nella giornata quante parole ascolti! Quante letture fai! Che le parole non soffochino la Parola: anche in questo devi essere vigilante. Se le parole mondane sono abbondanti, che primato concreto può avere la Parola su di esse? Fare la lectio divina puntualmente ogni giorno non ti esime mai dal verificare il rapporto tra Parola e parole. Queste per la loro quantità e la loro qualità possono soffocare la voce divina e non permettere che questa cresca e dia in te il suo frutto (cf. Marco 4,13-20). Che senso ha leggere di tutto, alimentarsi di argomenti mondani, fare letture che lasciano profonde tracce di impurità nel cuore e poi pretendere di vivere della Parola che esce dalla bocca di Dio? Se non vigili sul rapporto Parola-parole nella tua vita sei condannato a restare dilettante, un orecchiante paralizzato nei confronti di un vero cammino di iniziazione.

incamminoverso @ 17:09
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« NON PREGHIAMO IL ROSARIO MECCANICAMENTE, MA CON IL CUORE »

Posté le Jeudi 17 mai 2012

http://www.zenit.org/article-30694?l=italian

« NON PREGHIAMO IL ROSARIO MECCANICAMENTE, MA CON IL CUORE »

Intervista al cardinale Prosper Grech dopo la Messa per la Madonna di Fatima celebrata in Santa Maria delle Grazie alle Fornaci

di Salvatore Cernuzio
ROMA, giovedì, 17 maggio 2012 (ZENIT.org) – “Avete presente le fontane a piazza San Pietro? Quelle a due piani, dove dalla fonte principale sgorga l’acqua che bagna il primo livello e, da quello, scende al secondo? Ecco, questa è la grazia di Maria: una grazia che sovrabbonda che riempe Lei e poi arriva a tutti noi”.
È questo uno dei tanti significativi esempi utilizzati dal cardinale maltese Prosper Grech, nella Messa vespertina di ieri, presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie alle Fornaci, dove l’immagine della Vergine di Fatima sarà ospitata fino al 20 maggio, insieme alle reliquie dei Beati Francesco e Giacinta.
Ieri è stata la giornata dedicata ai malati e ai sofferenti. Al termine della sua omelia, tutta incentrata sulla preghiera dell’Ave Maria, il porporato ha infatti distribuito il sacro olio per l’unzione degli infermi a numerosi fedeli malati giunti in Chiesa per salutare la Madonna pellegrina.
“Maria è salute degli infermi”, ha ricordato nella sua meditazione, “Lei dà la forza di sopportare la sofferenza e i mali”. Ricordando l’importanza della preghiera e invitando i fedeli a “non abbandonarla in questo mese mariano”, il cardinal Grech ha sottolineato poi che la Madonna “è via sicura che porta a Cristo, rifugio certo verso la salvezza”.
Intervistato da ZENIT, il cardinale ha spiegato che “dipende dalla nostra fede” credere nel potere d’intercessione di Maria e, dunque, nell’efficacia della preghiera.
“Si può anche pregare Maria senza fede – ha affermato – e Lei, nella sua misericordia, può anche ascoltare”. Ma solo attraverso “una relazione personale con Cristo e poi con Sua Madre”, si può giungere ad “una preghiera che esce dal cuore e che risponde con il cuore di Maria”.
“Quante Ave Maria abbiamo pregato nella nostra vita? Migliaia e migliaia, io credo”, ha proseguito il porporato, “e cosa preghiamo noi? Prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”. 
“Maria in quell’ultimo momento – ha spiegato – ci tiene la mano, non soltanto per confortarci, ma per darci la fede per fare quel salto nelle braccia di Cristo, in modo che Lei ci presenti a Gesù e Gesù al Padre”.
“La penitenza, il digiuno e la preghiera, sono vie concrete di salvezza indicate da Maria”, aveva affermato il cardinale nell’omelia.
Anche durante l’intervista ha ribadito questo concetto, dicendo: “Gesù ha predicato in tutto il suo Vangelo la penitenza per i nostri peccati per entrare nel Regno di Dio. E sua Madre lo ripete in ogni apparizione: la confessione, atto di vera e sincera contrizione, e la preghiera”.
La preghiera, in particolare, è un atto fondamentale per la vita del cristiano, soprattutto quella rivolta alla Madonna: “Ciò che noi non osiamo chiedere al Padre o per paura o per mancanza di fede – ha detto – lo rimettiamo nelle mani della Mamma”.
E Lei, ha aggiunto il porporato, più volte “ha indicato nel Rosario uno strumento forte nelle mani del cristiano al quale bisogna tornare. Una via non solo di preghiera, ma di meditazione”.
Una forma di orazione che sembra ormai passata o che, come ha osservato il cardinale, viene recitata meccanicamente.
“Nel terzo mistero glorioso, ad esempio, diciamo: lo Spirito Santo è disceso sugli apostoli… Padre Nostro che sei nei cieli… Ave Maria e via dicendo. Ma che significato ha questo per noi? Davvero stiamo riflettendo sul fatto che lo Spirito Santo è sceso sugli apostoli, sulla Chiesa e quindi su di me? Bisogna entrare pienamente nel significato di queste parole”, ha asserito.
Alla domanda di quale sia il senso di questo mese mariano, tempo di grazia in cui fioriscono tante iniziative che fanno volgere il cuore a Maria, il cardinal Grech ha risposto che esso è “un tempo ricco di opportunità per noi, perché si riscopre la devozione per la Madre di Dio che nella Chiesa cattolica è cominciata dall’inizio e continuerà sempre in quanto intimamente unita al Signore”.
Un ultimo pensiero il cardinale l’ha rivolto ai malati e ai sofferenti, nella giornata di ieri, a loro dedicata: “Sul mio stemma ho “In te Domine speravi” e naturalmente “non confundar in aeternum”, cioè in Te Signore ho sperato, a Te mi affido perché non sia perduto per sempre. Questa dovrebbe essere la nostra preghiera continua. Affidiamola a Maria, la Madre, affinché la offra a Gesù”.

incamminoverso @ 17:07
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Creazione dell’uomo

Posté le Mercredi 16 mai 2012

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http://truthopia.wordpress.com/2009/05/03/ii-creation-and-the-origin-of-man-b-genesis-and-creation/

incamminoverso @ 17:08
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LA PROVA DI ADAMO (Soren Kierkegaard)

Posté le Mercredi 16 mai 2012

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_i.htm#LA PROVA DI ADAMO

LA PROVA DI ADAMO

Soren Kierkegaard *

Kierkegaard (1813-1855) nato a Copenaghen, fu educato con austerità nel luteranesimo. Da studente, si immerse con una specie di frenesia nella filosofia e nella teologia. Dal 1843 al 1850 pubblicò le sue opere più importanti, non prive di vigore. Secondo le sue stesse affermazioni, nei suoi libri, anche se di carattere letterario e filosofico, si prefigge uno scopo religioso, mettendo la sua abilità di scrittore a servizio della rivelazione di cui sottolinea tutte le esigenze. La sua ricerca appassionata si allontana a volte dalle grandi certezze cristiane, ma pur nella sua angoscia Kierkegaard ha potuto lasciarci una testimonianza commovente, prova questa che egli era già sensibilizzato alla angoscia dell’anima moderna. La sua influenza del resto, è sentita ancora nel nostro tempo.

Leggiamo nella Scrittura: E Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Abramo, Abramo dove sei? Ed egli rispose Eccomi, sono qui (Gen. 22,1). Ora dimmi: tu, a cui io mi rivolgo, tu avresti fatto lo stesso? Nel veder venire da lontano verso di te la tremenda prova -imposta dalla provvidenza, non avresti forse detto alle montagne «copritemi» e alle colline «cadetemi addosso»? Oppure, avendo più coraggio, non avresti rallentato il tuo passo lungo la strada, pensando con nostalgia ai sentieri di una volta? E al sentire la chiamata, saresti rimasto zitto, oppure avresti risposto forse piano piano, quasi in un bisbiglio? Ma non fu tale la risposta di Abramo; pieno di coraggio, di gioiosa fiducia, egli rispose ad alta voce: Eccomi!
Leggiamo in seguito: Abramo si alzò di buon mattino (Gen. 22,3). Si affrettò, quasi andasse a una festa e di buon mattino si trovò nel luogo indicatogli, sul monte Moria. Non disse niente a Sara, niente a Eleazaro: chi poteva capirlo? E la prova, per la sua stessa natura, non gli aveva forse imposto l’impegno del silenzio?
Tagliò la legna, legò Isacco, accese il fuoco, afferrò il coltello (Gen. 22,9-10). Lo sappiamo: sono stati tanti i padri che, con la morte del loro figlio, hanno sentito di perdere quanto avevano di più caro al mondo; hanno visto crollare tutte le speranze riposte nell’avvenire: pure non c’è mai stato certamente un figlio della promessa nel senso in cui Isacco lo era per Abramo. Ci sono stati tanti padri che hanno perduto un figlio, ma era la mano di Dio che lo toglieva loro, era la volontà immutabile e imperscrutabile dell’Onnipotente. Non fu così per Abramo. A lui era riservata una prova molto più dura e la sorte di Isacco era sospesa al coltello che il patriarca aveva in mano. E lui stava li, uomo solo davanti alla sua unica speranza! Ma non esitò, non si mise a guardare intorno ansiosamente, non scongiurò il cielo con la preghiera. Sapeva che era Dio onnipotente a metterlo alla prova e che quello era il più grande sacrificio che potesse essergli ,chiesto. Ma sapeva anche che nessun sacrificio è troppo grande quando chi lo chiede è Dio: e afferrò il coltello…
O venerabile padre Abramo! Quando sei tornato a casa dal monte Moria, tu non hai avuto bisogno di parole che ti consolassero di una perdita. Non avevi forse ottenuto tutto, mentre Isacco rimaneva con te? E da allora il Signore non te lo prese più, anzi hai potuto sedere felice a tavola con lui nella tua tenda, così come farai in cielo per tutta l’eternità. O venerabile padre Abramo! Da quel giorno migliaia d’anni sono passati, ma tu non hai affatto bisogno che un tardo ammiratore strappi all’oblio la tua memoria: in ogni lingua si parla di te fra gli uomini, e tuttavia tu ricompensi più splendidamente di chiunque altro quelli che ti ammirano. Infatti in cielo, nel tuo seno, essi conoscono la felicità: e sul<la terra tu affascini. il loro cuore e i loro occhi con la luce della tua azione straordinaria.

* Fear and Trembling – Oxford University Press, Londra 1946 pp. 19-22.

incamminoverso @ 17:04
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L’unità dei cristiani abita nella preghiera – Intervista con il cardinale Kurt Koch (2011)

Posté le Mercredi 16 mai 2012

http://www.30giorni.it/articoli_id_77341_l1.htm

L’unità dei cristiani abita nella preghiera

Intervista con il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani

di Giovanni Cubeddu

Creato cardinale da papa Benedetto XVI nel concistoro del 20 novembre 2010, Kurt Koch è stato dal 1995 vescovo di Basilea e per tre anni, dal 2007 sino al 2010, presidente della Conferenza episcopale svizzera. Lo scorso primo luglio il Papa lo nominò presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani. E in tale carica il cardinale Koch ha già fatto visita al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e al patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill. Non per questo, come lui ci dirà, viene meno però il suo interesse precipuo per le Chiese nate dalla Riforma. 

KURT KOCH: Gli impegni non mancano, e bisogna dosarli tra la sezione orientale e quella occidentale del nostro Pontificio Consiglio.
Comincerei dalla prima, ricordando l’incontro con tutte le Chiese ortodosse, a Vienna nel settembre 2010, nell’ambito della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, occasione in cui abbiamo compiuto un passo importante: abbiamo cioè definito la necessità per la Chiesa di avere un protos, cioè un vertice a livello locale, regionale e universale, e di approfondire anche gli studi storici sulla modalità con cui il primato del vescovo di Roma esisteva nel primo millennio della Chiesa indivisa. Sono gli stessi argomenti del precedente nostro incontro a Cipro nel 2009. Gli ortodossi hanno però deciso successivamente di non continuare con questo studio storico, ritenendolo oggettivamente complesso e non consono alla Commissione. È iniziato invece l’approfondimento teologico e sistematico della relazione tra primato e sinodalità, che sarà oggetto dell’incontro del prossimo anno.
Con gli ortodossi orientali avete tenuto un convegno a gennaio, durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
Ci siamo concentrati in primo luogo sulle questioni cristologiche, dato che alcune Chiese ortodosse orientali non hanno accettato il Concilio di Calcedonia del 451 e che da qui era necessario ripartire. Siamo usciti da questo incontro riconoscendo che le differenze tra noi non concernono la fede ma certe modalità di espressione. Nel 1984 il Papa e il Patriarca siro ortodosso di Antiochia avevano sottoscritto una comune professione di fede circa l’incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo e l’ospitalità reciproca nei sacramenti della riconciliazione, dell’eucaristia e dell’unzione degli infermi, laddove vi fossero casi urgenti. Oggi vogliamo invece approfondire le questioni ecclesiologiche e il primato petrino.
La sezione occidentale?
Siamo spettatori del fatto che nelle Chiese nate dalla Riforma è in atto una grande frammentazione.
La prima necessità è allora discutere con i riformati della natura della Chiesa, perché la dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della fede Dominus Iesus ha affermato che nel mondo protestante non vi sono Chiese in senso proprio ma comunità ecclesiali. E nel libro-intervista Luce del mondo, papa Benedetto dice che ci troviamo qui di fronte a un altro tipo di Chiesa. Infatti è così, e non spetta a noi definire il concetto ecclesiale delle Chiese della Riforma, bensì a loro stesse. Ecco perché ci compete dialogare sulla natura della Chiesa: ciascuna denominazione infatti ha la propria concezione di cosa sia l’unità al proprio interno. Il movimento ecumenico ha tra i suoi fini quello di riscoprire tale molteplicità, visto che sul tema dell’unità esistono e competono le diverse idee confessionali.
Un secondo aspetto è il grande cambiamento che si va radicando nel pensiero delle comunità riformate: esse non vedono più come approdo del movimento ecumenico l’unità visibile nella fede, nei sacramenti e nel ministero, ma reclamano la permanenza di una pluralità di Chiese che si riconoscano le une con le altre, la cui totalità produrrebbe infine la Chiesa di Cristo. Un po’ come delle case-famiglia, da cui ogni tanto parte un invito ai vicini per qualche festività. Ai cattolici e agli ortodossi tale posizione non piace. Non è questo l’unico e indiviso corpo di Cristo, ciò non corrisponde alla preghiera di Gesù che tutti i discepoli siano uniti, come lo sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. 
Qual è la risposta adeguata?
Nessun cammino comune potrà essere realizzato al di fuori della spiritualità ecumenica cioè senza la preghiera.
Il movimento ecumenico nacque col proporre nel mese di gennaio la Settimana di preghiera per l’unità. L’idea venne da un anglicano convertito al cattolicesimo, Paul Wattson, e da un episcopaliano americano, Spencer Jones, e fu appoggiata via via dai pontefici nei tempi recenti, e approfondita da Paul Couturier, un protagonista della spiritualità ecumenica. Essa sta a ricordarci che noi uomini non possiamo realizzare questa unità, possiamo magari porre qualche transitoria condizione storica, che poi lo Spirito Santo utilizza.
Questo è il fondamento dell’ecumenismo, e questo vorrei approfondire durante il mio mandato.
Lei prima ha affermato che nel dialogo tra i cristiani, unità non ha un’accezione condivisa. Che cosa propone?
L’unità nella stessa fede, nella celebrazione dei sacramenti e nel riconoscimento dei ministeri nella Chiesa non significa un’omologazione, perché le differenze tra le Chiese esistono e non è necessario eliminarle. Dobbiamo far scomparire solo quelle che hanno comportato la rottura tra noi e necessitano di una guarigione. Le altre… restino pure. Papa Benedetto lo ha ripetuto agli anglicani che chiedono di entrare nella Chiesa cattolica: potete conservare le vostre tradizioni. Ecco l’unità nella diversità e la diversità nell’unità: altrimenti c’è soltanto un’unificazione omologante, estranea alla sostanza stessa del cattolicesimo. L’insieme degli ordini religiosi e delle forme di vita ecclesiale compongono anche nella storia della Chiesa un giardino con molti fiori e noi non vogliamo rimpiazzarlo con una monocoltura, la Chiesa non lo è. Lo stesso valga nel campo dell’ecumenismo.
Con la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus il cammino comune compiuto con gli anglicani è avanzato.
La Chiesa d’Inghilterra è nata perché il Papa non accettò le seconde nozze del re, e questo ha un po’ garantito che gli anglicani si mantenessero, in fondo, più cattolici di altri. Nella Curia romana abbiamo una separazione chiara delle competenze. La Congregazione per la Dottrina della fede ha la responsabilità per Anglicanorum coetibus; il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei cristiani continua con il dialogo ecumenico.
Ritorniamo alle diverse concezioni di unità.
Esistono, dicevamo, due stili dell’ecumenismo. L’uno cerca l’unità visibile, lavora e prega per questa. L’altro lascia sussistere la pluralità odierna, la codifica, e chiede il riconoscimento ultimo di tutte le Chiese come quote-parti della Chiesa di Cristo. I vescovi cattolici, ortodossi e luterani che sostengono la prima via sono felici che la Santa Sede proponga l’unità e la pluralità; gli altri lo sono di meno. Nell’omelia per i Vespri della festa della Conversione di san Paolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, papa Benedetto ha detto che non possiamo rinunciare al fine dell’ecumenismo, cioè all’unità visibile nella fede, nei sacramenti e nel ministero.
Nel testo del Direttorio ecumenico si ricorda in più passi che esistono mezzi di salvezza al di fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica.
La Chiesa di Gesù Cristo non è un’idea astratta, che non esiste ancora, ma è nella Chiesa cattolica, intesa come soggetto storico. E ciò non implica affatto che i cattolici siano cristiani migliori degli altri, ma solo che nella Chiesa cattolica esistono i mezzi della salvezza. È un fatto oggettivo. Allora, quando sento che ci sono dei fedeli protestanti che intendono farsi cattolici dico loro: «Non dovete lasciare nulla, ricevete qualcosa di più», cioè i mezzi di salvezza presenti nella Chiesa cattolica. Che non sono un merito della Chiesa, ma un regalo del Signore.
Con questo è già sottinteso che anche nella altre Comunità ecclesiali esistono mezzi di salvezza.

Un momento della celebrazione dei Vespri, presieduta da Benedetto XVI, nella festa della Conversione di san Paolo apostolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma, il 25 gennaio 2011 [© Osservatore Romano]
Quale è il punto nel dialogo con le Chiese della Riforma?
Con loro certamente non possiamo cominciare dal primato. Con la Riforma è nata un’altra Chiesa, e ciò non era quanto Lutero si attendeva, lui chiedeva il rinnovamento della Chiesa cattolica. L’ecumenista protestante Wolfhart Pannenberg ha detto che l’esistenza di nuove Chiese non è il successo ma l’insuccesso della Riforma. Questo giudizio mi aiuta molto in vista dell’anno 2017, cinquecentesimo anniversario della Riforma, perché mi interroga su come gli stessi protestanti vedano oggi la Riforma: un impegno per il rinnovamento della Chiesa o una rottura? A me personalmente interessa moltissimo che i riformati parlino non solo dei cinquecento anni trascorsi dopo la rottura, ma anche e soprattutto dei duemila anni della vita della Chiesa, di cui millecinquecento trascorsi insieme. Sono molto contento che il neopresidente della Comunità evangelica in Svizzera, il pastore Gottfried Locher, si sia definito non un protestante ma un cattolico riformato. Cioè cattolico con l’esperienza della Riforma, mantenendo altresì il fondamento della stessa fede apostolica, comune sino al 1517. È un mio auspicio che si guardino le cose in questo modo.
Pensa di poter lavorare anche per l’unità della Chiesa in Cina?
Sinora non ne abbiamo avuto modo. È soprattutto nelle competenze della Segreteria di Stato. Conosciamo la delicatezza di quella realtà e la delicatezza della lettera, piena di compassione, che papa Benedetto scrisse ai fedeli cinesi nel 2007. Se il nostro Consiglio può facilitare qualcosa in futuro, ben venga…
Come?
Questo dipenderà da ciò che potrebbero chiedere gli organismi competenti della Curia. Ma per la Cina, nella mia preghiera personale, già compio tutto quello che posso fare.
Nel dialogo con gli ebrei gli spunti non le sono mancati. Iniziamo dall’indicazione che viene dal libro-intervista del Papa, cioè un’adesione a quanto san Paolo confessava circa il rapporto tra cristiani ed ebrei.
Sono certo della bontà di quanto san Paolo ci ha trasmesso, lui ci aiuta ancora oggi. Come pure sono certo che il Papa abbia seguito san Paolo nel redigere la nuova versione della preghiera del Venerdì Santo. Papa Benedetto è molto sensibile al tema ebraico, a cominciare dal fatto che non chiama più gli ebrei i «fratelli maggiori», ben sapendo quanto sia problematica la definizione di «fratello maggiore» nell’Antico Testamento. A me piacerebbe approfondire un dialogo teologico.
Su quali temi?
I cristiani credono nell’universalità della salvezza in Gesù Cristo, d’altra parte però si dice che una missione verso gli ebrei è assolutamente impossibile. Come possono queste due affermazioni non essere incompatibili? Ecco anche perché la nuova preghiera del Venerdì Santo ha sollevato tante discussioni.
Vorrei comprendere meglio che cosa significhi per un ebreo la fede cristiana e la relazione tra ebrei e cristiani. Il dialogo di papa Benedetto con il rabbino Neusner, nel primo libro Gesù di Nazaret, è per me rilevante, è esattamente il dialogo teologico che immagino. E circa la missione sistematica verso gli ebrei… la Chiesa non la cerca. Ma noi cristiani confessiamo la fede in Gesù, e la deponiamo gratis di fronte alla libertà dell’altro. 
Esiste un Leitmotiv che l’accompagna dall’inizio del suo lavoro a Roma?
C’è chi dice che Benedetto XVI non sia interessato all’ecumenismo con le Chiese nate dalla Riforma, dato che le Chiese ortodosse sono più vicine a noi, e tale affermazione non corrisponde al vero. Quando il Papa mi chiese di assumere questo incarico, disse che era necessario avere una persona che conoscesse le comunità ecclesiali nate dalla Riforma non solo attraverso gli studi fatti ma grazie all’esperienza. Il Papa nutre una grande speranza nel movimento ecumenico. Infatti, abbiamo questo testo, il Direttorio ecumenico, che ci rammenta che ogni vescovo nella sua diocesi è il principale responsabile dell’ecumenismo. Sarà sempre utile a tutti rileggere e usare questo documento. In ogni diocesi esistono realtà ecumeniche particolari, e il vescovo locale ha la prima responsabilità riguardo ad esse. Il nostro Pontificio Consiglio vuole essere anche al servizio della Chiesa locale quando questo sia richiesto e desiderato.

incamminoverso @ 17:02
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