da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio)

 

papa benedetto 2005 dopo l'elezzione

(foto di Papa Benedetto su legno che comperai subito dopo l’elezione, non ha ancora lo stemma)

Papa Benedetto XVI/ Joseph Ratzinger

da In Cammino verso Gesù Cristo, San Paolo Ed. 2004, 56.57,

La decisione per Dio è una decisione del pensiero  insieme della vita: le due realtà si richiamano a vicenda: Questo nesso lo descrive con drammaticamente Agostino nella storia dell propria conversione, laddove parla delle ingannevoli forme di vita di un’esistenza totalmente orientata alla materialità…Agostino riferisce come egli, per così dire, si fosse nascosto dietro le proprie spalle, e come Dio attraverso la parola dell’amico lo abbia tratto fuori da quel nascondiglio, cosicché egli potesse guardarsi in volto1

Perciò la Chiesa antica considerava il camino verso la fede precisamente come un tragitto intellettivo, nel quale l’uomo si confronta con la « dottrina della verità » ed i suoi argomenti, ma si trova anche inserito in una nuova comunità dove sono per lui possibili nuove esperienze e intime speranze.

…per conoscere Cristo è necessaria la sequela. Soltanto allora si può sperimentare dove egli abita. La domanda « Dove abiti? » (Tu chi sei?), riceve sempre la medesima risposta: « Venite e vedrete » (Gv 1,38ss)

1 cfr. Confessiones VIII 5,12 e VIII 7,16

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

San Paolo, Inno alla carità

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

Publié dans : biblica | le 10 juin, 2007 |2 Commentaires »

La seconda venuta del Signore

imm  it Così+anche+voi_+quando+vedrete+accadere+queste+cose,+sappiate+che+egli+è+vicino,+è+alle+porte.

Publié dans : immagini sacre | le 16 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – « ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO VENIRE SULLE NUBI DEL CIELO”

http://www.pasomv.it/omelie/testiomelie/ordinario/b/#33

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – « ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO VENIRE SULLE NUBI DEL CIELO”

Carissimi fratelli e sorelle,

approssimandosi la fine dell’anno liturgico che si concluderà domenica prossima con la Solennità di Cristo Re, la Chiesa ci invita a riflettere su quelle che sono le verità ultime, dalla Solennità dei Santi – possiamo dire – la Chiesa ci parla di quelli che chiamiamo Novissimi: morte, giudizio, purgatorio, paradiso, inferno, fine del mondo, giudizio universale.
Ma prima di entrare nel merito vorrei affrontare un punto difficile che emerge dall’odierno Vangelo: Gesù parlando ai suoi della fine del mondo dice una frase oscura: “Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”. A causa di questa frase alcuni rimangono fortemente perplessi sulla divinità di Gesù Cristo per il ragionamento che spontaneamente viene da fare dicendo: “Ma se Gesù è Dio come poteva non conoscere quella data?” Alcuni poi passano dalla perplessità alla negazione della sua divinità.
Allora è bene che noi conosciamo i criteri di lettura della Bibbia e quindi degli stessi Vangeli che ne sono il cuore. Il criterio fondamentale con cui noi cattolici leggiamo la Scrittura – non dobbiamo mai dimenticarcelo! – è la fede! Cioè noi leggiamo la Scrittura nella precomprensione del deposito della nostra fede, fede che ci è stata trasmessa dagli Apostoli. Per cui se un brano biblico sembrerebbe affermarmi una qualunque cosa che è nettamente contraria alla mia fede, io devo cercare altre possibili interpretazioni del brano e, se non ne trovassi, dovrei ammettere con umiltà di trovarmi davanti ad un passo oscuro, che non capisco e di fronte al quale faccio il mio atto di fede in quello che Santa Madre Chiesa mi ha trasmesso, rifiutandone categoricamente una interpretazione non conforme alla fede.
Ciò premesso, quale spiegazione conforme alla nostra fede potremmo dare a questo passo oscuro? Dobbiamo innanzi tutto partire dal dato di fede per cui noi crediamo che Gesù Cristo è Dio con il Padre e lo Spirito Santo e in quanto Dio non poteva non sapere qualcosa e quindi Lui sapeva benissimo quella data.
Ma allora Gesù Cristo avrebbe detto una bugia? Impossibile, Lui è la “Verità” (Gv 14,6)! Dio non può mentire né ingannare nessuno! E questo appunto perché Dio, infatti Dio, essendo perfettissimo, non può mentire perché se mentisse non sarebbe perfetto!
E allora? La Chiesa ha sempre interpretato questo passo difficile supponendo che Gesù poté affermare di non sapere in quanto in Lui sussistevano due conoscenze: una umana e una divina e quindi Lui in quanto Dio conosceva tutto, in quanto uomo doveva imparare, così come imparò a leggere e a scrivere, come imparò l’umile arte del falegname e tante altre cose. Quella data, dunque, da Lui conosciuta in quanto Dio, gli era ignota in quanto uomo. La coesistenza di queste due conoscenze è un mistero: è il mistero dell’incarnazione! Come può Dio essere anche vero uomo? Di fronte a questo mistero possiamo solo inginocchiarci e adorare!
Ma chiediamoci anche: Perché il Signore Gesù non ci ha rivelato quella data? Evidentemente perché il Padre non gli aveva dato questo compito e non glielo diede perché questa conoscenza non ci serviva, anzi averla sarebbe stato per noi terribile e controproducente. Pensateci un po’: cosa avrebbe significato per l’umanità conoscere che la fine del mondo sarebbe avvenuta, non so, magari nel 3589 d.C.? Sarebbero accadute due cose: per tutte le persone delle epoche precedenti quella data, si sarebbe persa l’atmosfera spirituale dell’attesa amorosa e per la generazione vivente a quella data, l’attesa si potrebbe tramutare in terrore, ansia e angoscia per molti e in ogni caso avrebbe messo quest’ultima generazione in una condizione di privilegio in quanto, sapendo la data della fine, avrebbero potuto anche prepararsi ad essa convertendosi a Dio e al suo Cristo che viene a chiudere la storia, e questo per la sola paura di finire all’inferno. Ma Dio vuole che noi ci avviciniamo a Lui per amore e non per terrore!
Chiarito tutto questo, volevo farvi osservare come sia la prima lettura tratta dal libro di Daniele, sia il discorso di Gesù riportato dal Vangelo di oggi sono espressi in un linguaggio apocalittico, si tratta di un genere letterario caratterizzato da immagini molto forti e terrificanti che parla di terremoti, catastrofi planetarie, eventi terrificanti. Questo stile letterario nacque nel terribile periodo della persecuzione greca, in tempo di oppressione e di martirio circa nel II° secolo a. C., si sviluppò poi nella persecuzione romana di Nerone e ha nel libro dell’Apocalisse di S. Giovanni la sua massima espressione biblica. Questo stile letterario voleva, tramite un linguaggio così vivo e sconvolgente, trasmettere ai fedeli che vivevano momenti di terrore, la certezza della signoria di Dio sulla storia, è quindi animato da una grande speranza e vuole infondere fiducia nell’intervento definitivo di Dio, rivelando (apocalisse=rivelazione) il vero senso della storia dell’umanità.
Cerchiamo ora di giungere a qualcosa di concreto per la nostra vita spirituale, mettendoci di fronte con fede e con amore alla Parola ascoltata che oggi ci ha ricordato come quel Gesù che ha donato la sua vita per noi sulla croce e che ora “si è assiso alla destra di Dio” (seconda lettura) un giorno ritornerà a chiudere la storia dell’umanità. Di fronte a questa affermazione della nostra fede, viene spontaneo domandarvi e domandare innanzi tutto a me stesso: Ma ci crediamo a questo? Crediamo veramente che Gesù tornerà a chiudere la storia? Ogni domenica lo affermiamo nel “Credo”, ma ci crediamo veramente?
Io spero di sì! E così dolce il pensiero che Lui tornerà! È venuto nell’umiltà del presepe, è vissuto nella povertà, è morto nudo e martoriato su un pezzo di legno per me. Se lo amiamo veramente come non gioire al pensiero che tornerà e tornerà non più così, ma nella potenza del suo splendore e della sua onnipotenza divina (cfr. 1Cor 15,23-28; Fil 2,10; Rm 14,11)? Come non gioire al pensiero che anche le ginocchia più recalcitranti dovranno piegarsi (1Cor 15,24)
Oggetto della speranza cristiana è rivedere il Signore andando “incontro a Lui sulle nubi del cielo” (1Ts 4,17). Vedete, i primi cristiani subirono la fortissima delusione di non vederLo venire, credevano infatti che il suo ritorno fosse imminente, interpretando male alcune frasi di Gesù nelle quali Egli sembra affermare questo. Una di queste frasi è quella odierna, quando Gesù dice che “non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute”. L’equivoco nacque dal fatto che nel discorso di Gesù s’incrociano la visione della distruzione prossima di Gerusalemme ad opera della potenza romana con quella della fine del mondo. Altri passi della Scrittura poi contribuirono ad acuire l’equivoco. Ad esempio: “Sì, verrò presto!” (Ap 22,20) o quella frase che Gesù stesso disse agli Apostoli nel cenacolo: “Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete” (Gv 16,16). Ma Gesù poteva affermare che sarebbe tornato presto perché “davanti al Lui un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2Pt 3,8).
E noi – carissimi fratelli e sorelle – possiamo dire che siamo i figli spirituali di quei cristiani delusi, perché al suo ritorno ormai non ci pensiamo più, non è vero forse? Sì, diciamo di crederci recitando settimanalmente il Credo, lo affermiamo anche dopo ogni consacrazione eucaristica quando diciamo: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”, ma siamo “sinceri” quando lo affermiamo? Il nostro sguardo, il nostro cuore, la nostra persona è proiettata verso quel giorno, sospiriamo quel giorno, preghiamo perché quel giorno venga presto?
Sì, che venga presto quel giorno! Il giorno quando – finalmente! – Lui trionferà, quando sarà inaugurato il suo Regno eterno d’amore e dove noi regneremo con Lui (cfr. Lc 22,30; Mt 25,34; Ap 2,26). Se veramente Lo amiamo non possiamo non fare nostro il grido della Chiesa che in ogni sua preghiera, in ogni sua celebrazione sospira verso quel giorno. La stessa Bibbia si conclude con questo grido di speranza, di attesa, di amore: “Lo Spirito e la Chiesa dicono: Vieni!” invitando ogni fedele ad unirsi ad esso: “Chi ascolta ripeta: Vieni!” (Ap 22,17), “Marana tha: Vieni, o Signore!” (1Cor 16,22).
La vivacità della speranza nel Suo ritorno è il termometro della nostra fede e la misura del nostro amore per Lui. Diamo a Gesù la gioia di vedersi atteso con amore, desiderato, sospirato, Lui viene infatti innanzi tutto “per coloro che lo attendono con amore” (2Tm 4,8). Quel giorno è principalmente il giorno della nostra festa e della nostra gioia! Non lasciamoci sviare dal linguaggio apocalittico che può essere da noi equivocato e indurci a sentimenti di terrore, di paura, di angoscia. No! Non può esserci paura e angoscia nel cuore di chi Lo ama!
Alcune volte mi sono sentito dire: “Sì, padre, lei ha ragione, ma come desiderare quel giorno quando nel cuore porto l’angoscia per il fatto che i miei cari non credono e vivono nel peccato? Che ne sarà di mio figlio che è miscredente?” Questi sono ragionamenti totalmente umani, apparentemente giusti che portano in sé però il limite di una piccola fede in quell’amore infinito che Lui ci porta e che quindi porta verso i nostri cari. E, come ci ricorda s. Pietro, “il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9). A quell’amore misericordioso del Signore Gesù dunque noi affidiamo tutti i nostri cari e tutte le persone umane pregando e sospirando che Lui torni presto per inaugurare il Suo regno di giustizia, di pace e d’amore.
D’altra parte, mai dobbiamo dimenticarci che, se avvolta nel mistero è quella data del Suo ritorno e nessuno sa se ne sarà testimone, tutti sappiamo con certezza che la nostra vita è sempre incerta, potendo ogni ora, ogni istante essere l’ultimo di essa o di quella dei nostri cari. Per questo il desiderio di vedere presto il Signore nel suo ritorno glorioso e trionfante è la preparazione migliore alla nostra morte, giorno in cui Lui ci prenderà con sé per essere sempre con Lui (cfr. Gv 14,3).
Maria SSma che fra poco, nel prossimo tempo dell’Avvento, contempleremo Immacolata e in attesa del parto verginale, ci comunichi quell’ardente desiderio che pulsava nel suo Cuore, il desiderio di vedere il volto di Gesù, suo Figlio Divino e nostro Salvatore.

Amen.

 

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 16 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Madonna and Child

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Publié dans : immagini sacre | le 15 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO 13: CATECHESI SUI COMANDAMENTI, 13: «NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA»

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2018/documents/papa-francesco_20181114_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO 13: CATECHESI SUI COMANDAMENTI, 13: «NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA»

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 14 novembre 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella catechesi di oggi affronteremo l’Ottava Parola del Decalogo: «Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo».
Questo comandamento – dice il Catechismo – «proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri» (n. 2464). Vivere di comunicazioni non autentiche è grave perché impedisce le relazioni e, quindi impedisce l’amore. Dove c’è bugia non c’è amore, non può esserci amore. E quando parliamo di comunicazione fra le persone intendiamo non solo le parole, ma anche i gesti, gli atteggiamenti, perfino i silenzi e le assenze. Una persona parla con tutto quel che è e che fa. Tutti noi siamo in comunicazione, sempre. Tutti noi viviamo comunicando e siamo continuamente in bilico tra la verità e la menzogna.
Ma cosa significa dire la verità? Significa essere sinceri? Oppure esatti? In realtà, questo non basta, perché si può essere sinceramente in errore, oppure si può essere precisi nel dettaglio ma non cogliere il senso dell’insieme. A volte ci giustifichiamo dicendo: “Ma io ho detto quello che sentivo!”. Sì, ma hai assolutizzato il tuo punto di vista. Oppure: “Ho solamente detto la verità!”. Può darsi, ma hai rivelato dei fatti personali o riservati. Quante chiacchiere distruggono la comunione per inopportunità o mancanza di delicatezza! Anzi, le chiacchiere uccidono, e questo lo disse l’apostolo Giacomo nella sua Lettera. Il chiacchierone, la chiacchierona sono gente che uccide: uccide gli altri, perché la lingua uccide come un coltello. State attenti! Un chiacchierone o una chiacchierona è un terrorista, perché con la sua lingua butta la bomba e se ne va tranquillo, ma la cosa che dice quella bomba buttata distrugge la fama altrui. Non dimenticare: chiacchierare è uccidere.
Ma allora: che cos’è la verità? Questa è la domanda fatta da Pilato, proprio mentre Gesù, davanti a lui, realizzava l’ottavo comandamento (cfr Gv 18,38). Infatti le parole «Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo» appartengono al linguaggio forense. I Vangeli culminano nel racconto della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù; e questo è il racconto di un processo, dell’esecuzione della sentenza e di una inaudita conseguenza.
Interrogato da Pilato, Gesù dice: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37). E questa «testimonianza» Gesù la dà con la sua passione, con la sua morte. L’evangelista Marco narra che «il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39). Sì, perché era coerente, è stato coerente: con quel suo modo di morire, Gesù manifesta il Padre, il suo amore misericordioso e fedele.
La verità trova la sua piena realizzazione nella persona stessa di Gesù (cfr Gv 14,6), nel suo modo di vivere e di morire, frutto della sua relazione con il Padre. Questa esistenza da figli di Dio, Egli, risorto, la dona anche a noi inviando lo Spirito Santo che è Spirito di verità, che attesta al nostro cuore che Dio è nostro Padre (cfr Rm 8,16).
In ogni suo atto l’uomo, le persone affermano o negano questa verità. Dalle piccole situazioni quotidiane alle scelte più impegnative. Ma è la stessa logica, sempre: quella che i genitori e i nonni ci insegnano quando ci dicono di non dire bugie.
Domandiamoci: quale verità attestano le opere di noi cristiani, le nostre parole, le nostre scelte? Ognuno può domandarsi: io sono un testimone della verità, o sono più o meno un bugiardo travestito da vero? Ognuno si domandi. I cristiani non siamo uomini e donne eccezionali. Siamo, però, figli del Padre celeste, il quale è buono e non ci delude, e mette nel loro cuore l’amore per i fratelli. Questa verità non si dice tanto con i discorsi, è un modo di esistere, un modo di vivere e si vede in ogni singolo atto (cfr Gc 2,18). Quest’uomo è un uomo vero, quella donna è una donna vera: si vede. Ma perché, se non apre la bocca? Ma si comporta come vero, come vera. Dice la verità, agisce con la verità. Un bel modo di vivere per noi.
La verità è la rivelazione meravigliosa di Dio, del suo volto di Padre, è il suo amore sconfinato. Questa verità corrisponde alla ragione umana ma la supera infinitamente, perché è un dono sceso sulla terra e incarnato in Cristo crocifisso e risorto; essa è resa visibile da chi gli appartiene e mostra le sue stesse attitudini.
Non dire falsa testimonianza vuol dire vivere da figlio di Dio, che mai, mai smentisce se stesso, mai dice bugie; vivere da figli di Dio, lasciando emergere in ogni atto la grande verità: che Dio è Padre e ci si può fidare di Lui. Io mi fido di Dio: questa è la grande verità. Dalla nostra fiducia in Dio, che è Padre e mi ama, ci ama, nasce la mia verità e l’essere veritiero e non bugiardo.

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 15 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

IL Monte Tabor

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Publié dans : immagini Terra Santa | le 12 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

GIANFRANCO RAVASI – QUATTRO SCRITTI SU GESÙ

https://tanogabo.com/gianfranco-ravasi-quattro-scritti-su-gesu/

GIANFRANCO RAVASI – QUATTRO SCRITTI SU GESÙ

05/03/2016 Scritto da Tanogabo

GESU’ DI EMMAUS
Nel 1623 un grande musicista tedesco, Heinrich Schùtz, compose uno stupendo oratorio intitolato “Storia della risurrezione” (op. 3). Alla partitura egli aggiunse un post-scriptum di poche ma intense righe:
«Signore Gesù Cristo, tu mi hai concesso di cantare la tua risurrezione su questa terra. Nel giorno del tuo giudizio, Signore, richiamami dalla mia tomba e, in cielo, il mio canto, mescolato a quello dei serafini, ti renderà grazie in eterno!».
La narrazione evangelica della Pasqua di Cristo, pur nella sua estrema sobrietà, ha una potenza di speranza da aver mosso tanti cuori, in particolare quelli di coloro che hanno voluto riproporre la loro fede attraverso la bellezza dell’arte. Si pensi solo all’indimenticabile cascata di alleluia del Messia di Hàndel (1742).
Ci fermiamo ora su una delle pagine più affascinanti del Vangelo di Luca: i discepoli di Emmaus (24,13-35).
La cornice cronologica è proprio quella del giorno di Pasqua. Due discepoli stanno camminando sulla strada che da Gerusalemme conduce a un non meglio identificabile villaggio di Emmaus. Il Cristo della gloria pasquale non è riconoscibile coi sensi soltanto: è necessaria una via superiore di conoscenza. Due sono le tappe di questo processo di fede: prima l’ascolto delle Scritture spiegate da Cristo in chiave cristiana; poi lo “spezzare il pane” che, nel linguaggio neotestamentario, allude all’eucaristia. In questi termini abbiamo già ciò che ogni domenica facciamo all’interno delle chiese, ascoltando la Parola di Dio e accostandoci alla mensa del Signore.
Nell’ascolto della Parola «il cuore arde nel petto»; allo spezzare del pane «gli occhi si aprono e lo riconoscono». Ma c’è anche quell’indimenticabile implorazione finale: «Rimani con noi perché si fa sera e il giorno sta ormai declinando!». Lasciamo la parola al grande scrittore francese, Francois Mauriac (1885-1970), e alla sua Vita di Gesù (1936): «A chi di noi, dunque, la casa di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada, una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi. Ce l’avevano preso il mondo, i filosofi e gli scienziati, nostra passione. Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra. Seguivamo una strada, e qualcuno ci veniva a lato. Eravamo soli e non soli. Era la sera. Ecco una porta aperta, l’oscurità d’una sala ove la fiamma del caminetto non rischiara che il suolo e fa tremolare delle ombre. O pane spezzato! O porzione del pane consumata malgrado tanta miseria! Rimani con noi, perché il giorno declina…! Il giorno declina, la vita finisce. L’infanzia sembra più lontana che il principio del mondo, e della giovinezza perduta non sentiamo più altro che l’ultimo mormorio degli alberi morti nel parco irriconoscibile…».
Cristo, presenza ineludibile, è «con noi sino alla fine del mondo» (Matteo 28,20). Il celebre scrittore Kafka all’amico Gustav Janouch che lo interrogava su Cristo aveva risposto: «Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitare».
I VOLTI DEL CRISTO
gesu_belloAgli inizi della tradizione artistica cristiana si fu incerti sul raffigurare Cristo con un aspetto brutto – per renderlo vicino agli ultimi e ai sofferenti – o con un profilo affascinante, per far risplendere la perfezione della sua umanità. I Vangeli non ci dicono nulla sulla sua fisionomia esteriore. Molto, invece, sappiamo dei suoi atti e delle sue parole ed è questa la vera bellezza che ha catturato l’umanità. In questa luce si devono leggere le parole che il grande scrittore russo Fiodor Dostoevskij scriveva alla nipote Sonia in una lettera del gennaio 1868: «Tutti gli scrittori che hanno pensato di raffigurare un uomo positivamente bello si sono sempre dati per vinti. Poiché si tratta di un compito sconfinato. Il bello, infatti, è l’ideale. Al mondo c’è una persona sola positivamente bella: Cristo. L’apparizione di questa persona sconfinatamente, infinitamente bella è già un miracolo infinito». E nei Demoni, ancor più provocatorio, il romanziere russo farà di Gesù anche il segno della verità assoluta: «Se mai si dimostrasse matematicamente che la verità è fuori di Cristo, io starei dalla parte di Cristo!».
Certo è che sempre sono state vere le parole lapidarie pronunziate dal vecchio Simeone mentre stringeva tra le sue braccia Gesù neonato: «Egli è segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Luca 2,34-35). Così il filosofo anticristiano tedesco Friedrich W.Nietzsche, che aveva considerato Cristo l’unico cristiano della storia, finito però in croce, nella sua opera Così parlò Zarathustra (1883-85) reagirà in questa maniera: «È morto troppo presto: avrebbe ritrattato lui stesso la sua dottrina, se fosse giunto alla mia età». Eppure anche Nietzsche non poteva prescindere da quella figura di «ebreo pieno di lacrime e di malinconia», come lo definiva al punto tale da intitolare un suo libro L’Anticristo!
È la stessa confessione che farà in piena rivoluzione sovietica (1918) un conterraneo di Dostoevskij, il poeta Alexander Biok (1880-1921) che, al termine dell’opera I Dodici, confessava: «Quando l’ebbi finita, mi meravigliai io stesso: perché mai Cristo? Davvero Cristo? Ma più il mio esame era attento, più distintamente vedevo Cristo. Annotai allora sul diario: Purtroppo Cristo! Purtroppo proprio Cristo!». Una figura imprescindibile, quindi, e “inevitabile” come lo sono le 64.327 parole greche di quei quattro libretti, i Vangeli.
A proposito delle parole di Gesù, della loro bellezza e forza è suggestivo quello che scrisse un altro scrittore ateo, il francese André Gide (1869-1951), che ebbe un rapporto tormentato con Cristo. Confessava nella sua opera Numquid et tu? (1922): «Penso che non si tratti di credere alle parole del Cristo perché il Cristo è figlio di Dio, quanto di comprendere che egli è figlio di Dio perché la sua parola è divina e infinitamente più alta di tutto ciò che l’arte e lasaggezza degli uomini possono proporci. Signore, non perché mi sia stato detto che tu eri il figlio di Dio ascolto la tua parola; ma la tua parola è bella al di sopra di ogni parola umana, e da questo io riconosco che sei il figlio di Dio».
L’ “AGONIA” DI GESU’
Ci stiamo avvicinando al vertice della Quaresima: i giorni ci conducono a quell’evento capitale della fede cristiana che è la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Quella vicenda è giunta a noi attraverso le pagine altissime dei Vangeli che sono divenute anche una sorgente di arte e di bellezza. Lo stesso dolore è trasfigurato, la morte è glorificata, il silenzio di Dio diventa parola misteriosa. Noi ora ci fermeremo su una scena preliminare, quella che si consuma sotto gli ulivi del Getsemani: alcime analisi scientifiche hanno rivelato nei loro ceppi una datazione di 2.500 anni. Gesù sotto lo stormire di quelle fronde aveva a lungo pregato in solitudine, rivelando in quell’appello rivolto al Padre celeste tutta la realtà della sua umanità: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice…». Luca, l’evangelista che era stato medico, aveva segnalato anche quella terribile “diapedesi” della pelle di Cristo, giunta persino a trasudare sangue.
L’intensità di questa “agonia” di Gesù potrebbe essere riproposta anche attraverso la forza dell’arte che l’ha voluta spesso raffigurare. Pensiamo solo alI’emoziònante tela di Andrea Mantegna(1460), conservata al museo di Tours, con la pesante materialità dei discepoli assonnati in primo piano e col Cristo sospeso su una rupe, solitario in tesa orazione. «Gesù sarà in agonia sino alla fine del mondo: non bisogna dormire fino a quel momento», scriveva Pascal, il celebre filosofo francese nei suoi Pensieri (n. 736). Un tema che percorrerà anche un notissimo romanzo – divenuto anche un film bellissimo di Bresson- dello scrittore francese Bernanos, il Diario di un curato di campagna (1936), il cui protagonista è definito «prigioniero della santa Agonia».
Un altro francese, il poeta Alfred de Vigny, nel 1839 aveva proposto nel Monte degli Ulivi quelle ore notturne vissute da Gesù e le aveva trasformate nei simbolo dell’angoscia di ogni persona, quando attorno ad essa si addensa il silenzio di un Dio apparentemente «muto, cieco, sordo al grido delle sue creature». Un’esperienza drammatica per il Figlio di Dio fatto uomo, come ricordava un altro poeta francese, Gérard de Nerval, nel suo sonetto Il Cristo degli Ulivi (1854): «Dio manca all’altare del mio sacrificio… Dio non c’è! Dio non è più! Ma essi continuano a dormire…».
Ma vorremmo invitare chi conosce bene la musica a meditare su quella scena ascoltando l’unico oratorio scritto da Beethoven, Cristo al monte degli Ulivi op. 85 (1802-1803), che io ebbi la fortuna di ascoltare eseguito sullo sfondo del monte degli Ulivi nel 1995, per la celebrazione del terzo millennio di Gerusalemme. Tre sono i protagonisti: Gesù (tenore), Pietro (basso) e un serafino (soprano). Emozionante è l’aria del serafino che dialoga col coro e con Gesù per consolarlo (è un recitativo). Ma le ultime parole di Cristo sulla croce, secondo Luca, saranno una preghiera di fiducia e non di desolazione: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (23,46).
CRISTO SAMARITANO
buon samaritanoLo scrittore Luigi Santucci (19 18-1999) in un suo racconto intitolato Samaritano apocrifo ricorda che questo personaggio evangelico — che abbiamo iniziato a presentare la scorsa settimana, attingendo alla parabola di Luca 10,25-37 — è divenuto nei secoli cristiani una specie di icona posta nei «vestiboli dei lazzaretti e dei luoghi pii». Ma qua! è il vero senso della parabola di Gesù, una delle più celebri e più belle del Vangelo? La risposta è da cercare in un abile contrasto tra due domande presenti nella cornice del racconto. In essa un dottore della legge chiede a Cristo: «Chi è mai il mio prossimo?». L’ebraismo Ilsolveva questo interrogativo “oggettivo” sulla base di una serie di cerchi concentrici che si allargavano ai parenti e agli Ebrei. Gesù, in finale di parabola, rilancia la domanda allo scriba ma con un mutamento significativo: «Chi ha agito come prossimo?». Come è evidente, c’è un ribaltamento: invece di interessarsi “oggettivamente” a definire il vero o falso prossimo, Gesù invita a comportarsi “soggettivamente” da prossimo nei confronti di tutti coloro che sono nella necessità.
In questa luce il Samaritano — a differenza del levita e del sacerdote ebreo che «passano òltre dall’altra parte» della strada su cui giace lo sventurato, mezzo morto — autenticamente è prossimo del sofferente, senza interrogarsi su chi è questo prossimo da aiutare. È per questo che una tradizione posteriore ha visto nel ritratto del buon Samaritano un’immagine di Cristo stesso. E, infatti, interessante notare che sulle mura di un edificio crociato diroccato, chiamato liberamente “il khan (caravanserraglio) del buon Samaritano” posto proprio sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico, un anonimo pellegrino medievale ha inciso in latino questo graffito:
«Se persino sacerdoti o leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che Cristo è il buon Samaritano che avrà sempre compassione di te e nell’ora della tua morte ti porterà alla locanda eterna».
Questa pagina evangelica di forte tensione drammatica ma anche di grande fragranza spirituale e lettera-~ ria illustra in modo esemplare il messaggio cristiano dell’amore che pervade tante parole di Gesù, a partire dall’appello del Discorso della Montagna: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Matteo 5,43-44). Per giungere fino al testamento dell’ultima sera di Gesù: «Vi do un comandamento nuovo: Amatevi gli uni gli altri; come io vi ho amati, così anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo tutti vi riconosceranno come miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13,34-35). Anche nell’apocrifo Vangelo di Tommaso Gesù ripete: «Ama il tuo fratello come l’anima tua. Proteggilo come la pupilla dei tuoi occhi».

Publié dans : CAR. GIANFRANCO RAVASI | le 12 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

L’obolo della povera vedova

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Publié dans : immagini sacre | le 9 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – “HA DATO PIÙ DI TUTTI”

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – “HA DATO PIÙ DI TUTTI”

Carissimi fratelli e sorelle,

ci avviamo verso la fine di questo anno liturgico e già appare, nella Liturgia della Parola, l’accenno all’evento finale della storia di questo nostro mondo, che è il ritorno glorioso di Gesù, “senza più nessuna relazione col peccato” – come ci ha ricordato la Lettera agli Ebrei – ritorno che avverrà soprattutto per “coloro che l’aspettano per la loro salvezza”, salvezza intesa in senso pieno e totale come realizzazione piena del proprio essere e non semplicemente e solo come salvezza dall’inferno, dalla dannazione.
La prima volta è venuto in relazione al peccato: per prendere su di sé i nostri peccati e stracciare, con il suo corpo straziato e martoriato, “il documento scritto del nostro debito” (Col 2,14). La seconda volta verrà per consegnare il premio – che è Lui stesso – a coloro che “attendono con amore la sua manifestazione” (2Tm 4,8).
Una domanda per scavare nel nostro spirito e vedere se troviamo l’acqua viva (cf Gv 4,14; 7,38) dell’amore o l’acqua stantia della tiepidezza: il ritorno di Gesù è oggetto di una mia reale amorosa attesa?
Lasciamo ora questo argomento in quanto avremo modo di riprenderlo nelle prossime domeniche di questo finale dell’anno liturgico e, soprattutto, poi, ne prossimo Tempo di Avvento, e veniamo al resto della Liturgia della Parola che oggi ha come suo centro due vedove: l’ospitalità della prima viene compensata dal miracolo di Elia (prima lettura) e l’umile generosità della seconda merita da Gesù un elogio che non ha l’eguale (Vangelo).
Ciò che accomuna le due vedove è sia la situazione di povertà: povertà affettiva perché private, con la morte, dall’affetto e vicinanza del marito e povertà effettiva, perché oltre tutto sono prive di beni materiali ed entrambe sono poverissime; sia la grande generosità d’animo: entrambe sono capace di dare tutto, e dando tutto, danno se stesse, si consegnano generosamente non tenendo nulla per sé fidandosi della Provvidenza del buon Dio.
Entrambe quindi ci danno una lezione di amore, di amore vero e l’amore è vero solo quando rende la persona capace di dare se stessa e non semplicemente delle cose, quando ciò che diamo tocca la nostra persona, allora e solo allora stiamo veramente amando. Finché stiamo dando il superfluo, il sovra più non abbiamo ancora verificato la nostra capacità di amare, essa si verifica e si attua solo nella donazione di qualcosa che ci tocchi, qualcosa quindi che non sia superfluo, cioè qualcosa che se ne possa fare a meno senza esserne toccato, bisogna che quel qualcosa che dono produca un vuoto in me, faccia sentire la sua mancanza. Quando noi siamo capaci di dare qualcosa che ci costa, allora stiamo amando sul serio e quella cosa che stiamo dando diventa segno di quell’amore più o meno grande che ha motivato il gesto, per cui la cosa donata diventa segno della persona stessa che nel dono dona se stessa. Certamente quanto più il dono costerà alla persona, quanto più la cosa donata era necessaria, quanto più amore occorrerà per donarla. Entrambe le nostre vedove dando tutto ciò che posseggono, danno se stesse, perché si privano di ciò che hanno per darlo agli altri: la vedova di Zarepta per far mangiare Elia, la vedova del Vangelo per dare gloria a Dio e così facendo manifestano l’amore più grande possibile: dare tutto se stessi per l’altro.
Entrambe realizzano questo gesto di amore nell’abbandonarsi a Dio, nell’affidarsi a Lui totalmente. L’amore vero comporta sempre necessariamente quest’abbandonarsi in Dio della persona che, amando, rischia sempre qualcosa, perde necessariamente le proprie sicurezze e rimane senza appoggi. Chi desidera sempre sicurezze e punti d’appoggio materiali non sarà mai capace di amare nella verità, perché ha una tremenda paura di rischiare se stesso. È questa paura che attanaglia il cuore di tanti oggi e che li blocca all’amore: avendo perso Dio come fondamento, come riferimento e come affidamento, rimangono incapaci di giocarsi, di rischiare perché hanno paura di perdere qualcosa e volendo quindi salvare se stessi ad ogni costo, vivono in se stessi il fallimento dell’amore, l’incapacità di amare e di realizzare amore. E ogni volta che si aprono all’amore, l’apertura è sempre con condizioni, a tempo più o meno indeterminato: finché va, finché mi torna comodo e non ci sono intoppi, finché ci guadagno qualcosa…, sempre pronti a riprendersi quanto si è dato all’altro con riserva e mai in modo assoluto e totale. Chi, invece, ama non ha paura di rischiare qualcosa e di perderla e ama solo chi è capace di donarsi senza condizioni e senza riserve.
Ma veniamo ora più in particolare alla pagina evangelica e vediamo cosa essa possa dire al nostro cuore.
Gesù è nel Tempio di Gerusalemme che insegna di guardarsi dai modi di fare superficiali, vuoti e ipocriti di molti scribi che ostentano boriosamente se stessi ricercando riconoscimenti e primi posti, sfruttando anche gli altri a proprio beneficio. In questo contesto Gesù si siede di fronte al tesoro del Tempio, al luogo dove i fedeli ebrei gettavano le loro offerte, si siede e guarda la gente che va a gettare la propria offerta.
Fermiamoci un istante a gustare questo sguardo di Gesù: c’era folla e Lui stava lì, da parte, seduto e guardava inosservato e disatteso dalle persone. È così tutta la nostra vita: non c’è un istante di essa che possa sottrarsi allo sguardo penetrante di Gesù. Tutta la nostra vita si svolge sotto il suo sguardo a cui nulla sfugge. Se si pensasse di più a questa verità quante cose belle si farebbero in più e quante cose brutte in meno: Lui c’è, c’è sempre, e guarda dal suo angoletto nascosto nel più profondo del cuore di ognuno, guarda la nostra vita: guarda i nostri pensieri, affetti, sentimenti, atteggiamenti, comportamenti, parole, ciò che facciamo e ciò che subiamo.
Gesù guarda, si compiace e si rallegra…oppure Gesù guarda e si rattrista amareggiato.
Gesù “sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte”. Chissà cosa pensava, Gesù, quando guardava questi ricconi che gettavano sonoramente i loro oboli perché li sentissero tutti e li ammirassero. Si tratta di un rischio reale e concreto per tutti. La ricerca del complimento, del compiacimento altrui, fare le cose solo in funzione dell’apparenza per suscitare plauso attorno a sé, il far bella figura, suscitare ammirazione e così credersi di essere qualcuno. I soldi, i troppi soldi, portano sempre con sé questo rischio. E Gesù sta lì e li guarda mentre loro, impastati di vanità e di superbia, offrono a Dio il loro superfluo.
Ma, ad un certo punto il Maestro chiama i suoi discepoli più intimi e addita loro, gioiosamente compiaciuto, una vedova che aveva donato due spiccioli e la loda affermando che lei, proprie lei, nella sua povertà aveva donato al Signore più di tutti, “poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
“Ha dato più di tutti”: Lui non guarda infatti l’esteriorità, la quantità di quanto di dona, Gesù guarda il cuore, guarda come dona il cuore, guarda se quel cuore è bello, aperto, generoso e allora gioisce perché vede l’amore e l’amore Lo fa gioire.
Se quella povera vedova “ha dato più di tutti”, significa anche che lei era la più ricca di tutti, possedeva un grande tesoro, quale? Il suo stesso cuore ferito dall’amore, un cuore capace di dare tutto e non tenersi nulla per sé. Un cuore così è padrone del mondo, non possedendo nulla possiede tutto perché possiede Dio (cf 1Cor 3,22-23).
Impariamo da questa vedova ad amare, ce lo chiede lo stesso Gesù, infatti, invitando gli Apostoli a guardarla, implicitamente ha invitato anche noi, oggi, a farlo, a guardarla con attenzione per scoprire la bellezza di quel gesto umile e nascosto, che fa’ gioire e glorifica Dio stesso.
Ma l’invito di Gesù è anche un invito a scoprire le tante e tante persone che in questo nostro povero mondo sanno dare tutto con amore e per amore. Nessun telegiornale parlerà mai di loro, sono troppo umili e nascoste, eppure sono tante, più di quanto si possa pensare e sono proprio loro che reggono il mondo, perché attirano su di esso lo sguardo compiaciuto e benevolo di Dio Amore.
La Vergine Maria, che di tutte queste persone è stata la prima e lì, all’Annunciazione, seppe consegnare tutta se stessa, senza riserve, all’Amore perché la fecondasse, ci aiuti ad aprire senza paura il nostro cuore alle esigenze più alte dell’amore, perché nella nostra vita possa sempre più trasparire la presenza ineffabile di quel Gesù che Lei portò fisicamente in grembo e diede alla luce a Betlemme, e che oggi, nella sua grazia, vive e regna nel cuore di chi, come noi, Lo ama. Amen.

j.m.j.

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 9 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Lavanda dei piedi

lavanda_piedi_quadro

Publié dans : immagini sacre | le 7 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO -CATECHESI SUI COMANDAMENTI, 12: NON RUBARE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2018/documents/papa-francesco_20181107_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO -CATECHESI SUI COMANDAMENTI, 12: NON RUBARE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 7 novembre 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuando la spiegazione del Decalogo, oggi arriviamo alla Settima Parola: «Non rubare».
Ascoltando questo comandamento pensiamo al tema del furto e al rispetto della proprietà altrui. Non esiste cultura in cui furto e prevaricazione dei beni siano leciti; la sensibilità umana, infatti, è molto suscettibile sulla difesa del possesso.
Ma vale la pena di aprirci a una lettura più ampia di questa Parola, focalizzando il tema della proprietà dei beni alla luce della sapienza cristiana.
Nella dottrina sociale della Chiesa si parla di destinazione universale dei beni. Che cosa significa? Ascoltiamo che cosa dice il Catechismo: «All’inizio, Dio ha affidato la terra e le sue risorse alla gestione comune dell’umanità, affinché se ne prendesse cura, la dominasse con il suo lavoro e ne godesse i frutti. I beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano» (n. 2402). E ancora: «La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio» (n. 2403).[1]
La Provvidenza, però, non ha disposto un mondo “in serie”, ci sono differenze, condizioni diverse, culture diverse, così si può vivere provvedendo gli uni agli altri. Il mondo è ricco di risorse per assicurare a tutti i beni primari. Eppure molti vivono in una scandalosa indigenza e le risorse, usate senza criterio, si vanno deteriorando. Ma il mondo è uno solo! L’umanità è una sola![2] La ricchezza del mondo, oggi, è nelle mani della minoranza, di pochi, e la povertà, anzi la miseria e la sofferenza, di tanti, della maggioranza.
Se sulla terra c’è la fame non è perché manca il cibo! Anzi, per le esigenze del mercato si arriva a volte a distruggerlo, si butta. Ciò che manca è una libera e lungimirante imprenditoria, che assicuri un’adeguata produzione, e una impostazione solidale, che assicuri un’equa distribuzione. Dice ancora il Catechismo: «L’uomo, usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri» (n. 2404). Ogni ricchezza, per essere buona, deve avere una dimensione sociale.
In questa prospettiva appare il significato positivo e ampio del comandamento «non rubare». «La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza» (ibid.). Nessuno è padrone assoluto dei beni: è un amministratore dei beni. Il possesso è una responsabilità: “Ma io sono ricco di tutto…” – questa è una responsabilità che tu hai. E ogni bene sottratto alla logica della Provvidenza di Dio è tradito, è tradito nel suo senso più profondo. Ciò che possiedo veramente è ciò che so donare. Questa è la misura per valutare come io riesco a gestire le ricchezze, se bene o male; questa parola è importante: ciò che possiedo veramente è ciò che so donare. Se io so donare, sono aperto, allora sono ricco non solo in quello che io possiedo, ma anche nella generosità, generosità anche come un dovere di dare la ricchezza, perché tutti vi partecipino. Infatti se non riesco a donare qualcosa è perché quella cosa mi possiede, ha potere su di me e ne sono schiavo. Il possesso dei beni è un’occasione per moltiplicarli con creatività e usarli con generosità, e così crescere nella carità e nella libertà.
Cristo stesso, pur essendo Dio, «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso» (Fil 2,6-7) e ci ha arricchiti con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9).
Mentre l’umanità si affanna per avere di più, Dio la redime facendosi povero: quell’Uomo Crocifisso ha pagato per tutti un riscatto inestimabile da parte di Dio Padre, «ricco di misericordia» (Ef 2,4; cfr Gc 5,11). Quello che ci fa ricchi non sono i beni ma l’amore. Tante volte abbiamo sentito quello che il popolo di Dio dice: “Il diavolo entra dalle tasche”. Si comincia con l’amore per il denaro, la fame di possedere; poi viene la vanità: “Ah, io sono ricco e me ne vanto”; e, alla fine, l’orgoglio e la superbia. Questo è il modo di agire del diavolo in noi. Ma la porta d’entrata sono le tasche.
Cari fratelli e sorelle, ancora una volta Gesù Cristo ci svela il senso pieno delle Scritture. «Non rubare» vuol dire: ama con i tuoi beni, approfitta dei tuoi mezzi per amare come puoi. Allora la tua vita diventa buona e il possesso diventa veramente un dono. Perché la vita non è il tempo per possedere ma per amare. Grazie.

 

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 7 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »
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