MESSA DEL GIORNO E VANGELI, LINK UTILI

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

laudato-si-it

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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incamminoverso @ 1:25
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Sinagoga di Roma

Posté le Mercredi 1 juillet 2015

Sinagoga di Roma dans immagini sacre

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PAPA WOJTYLA E I FRATELLI MAGGIORI

Posté le Mercredi 1 juillet 2015

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PAPA WOJTYLA E I FRATELLI MAGGIORI

Oltre a fornire una grande messe di documenti e testimonianze, il volume riesce a comunicare gli aspetti più umani di una stagione di distensione nei rapporti ebraico-cristiani

di Giovanni Ricciardi

«La Chiesa di Cristo scopre il suo “legame” con l’ebraismo, “scrutando il suo proprio mistero”. La religione ebraica non è “estrinseca”, ma in un certo qual modo “intrinseca” alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti». Un applauso scrosciante accoglieva, quasi vent’anni fa, queste parole di Giovanni Paolo II nella sinagoga di Roma. Il Papa stava citando il documento conciliare Nostra aetate, di cui quest’anno ricorre il quarantennale: una pietra miliare nei rapporti tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo. Dopo questa solenne premessa viene la famosa frase in cui il Papa chiamava gli ebrei «fratelli maggiori». Un momento storico, quello della visita di Karol Wojtyla alla sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, che il recente libro di Lorenzo Gulli, ex giornalista Rai, testimone privilegiato di quell’evento, pone al centro della sua riflessione. Ma senza dimenticare che esso fu il culmine di un percorso che aveva radici profonde. E il libro di Gulli, presentato nella cornice dell’Institutum Patristicum Augustinianum lo scorso 9 novembre, ha il pregio di raccogliere e offrire nei particolari non solo la cronaca dettagliata di quell’avvenimento, la sua preparazione, il suo solenne svolgimento, le riflessioni e le emozioni a posteriori dei protagonisti, ma anche il lungo cammino che lo rese possibile. Lo stesso Giovanni Paolo II aveva rievocato, nella sua visita alla sinagoga, il cordiale incontro e la benedizione che Giovanni XXIII aveva dato agli ebrei romani, un sabato mattina, mentre uscivano dalla sinagoga. Elio Toaff, in più occasioni, come nell’intervista concessa a Raitre qualche giorno dopo la visita di Wojtyla alla sinagoga – e riportata in appendice al volume –, ha ricordato con commozione la notte in cui era accorso anche lui, fra tanti romani, in piazza San Pietro alla notizia che Angelo Roncalli si stava spegnendo: «Un gesto spontaneo che rispondeva a un’esigenza della mia coscienza. E debbo dire che l’unica cosa che ha stonato in quel momento è che qualcuno mi ha riconosciuto e voleva che mi facessi avanti; naturalmente ho cercato di nascondermi più che potevo, perché proprio non apparisse come una messa in scena». Un fatto anzitutto umano, prima ancora di ogni considerazione teologica o politica, di ogni costruzione di pensiero.  Il libro di Gulli, oltre a fornire una grande messe di documenti e testimonianze, riesce a comunicare proprio gli aspetti più umani di questa stagione di distensione nei rapporti ebraico-cristiani: ripercorre l’esperienza diretta del giovane Karol Wojtyla a contatto con la tragedia della Shoah; il coinvolgimento di tanti religiosi e religiose, specie a Roma, per la salvezza di molti ebrei durante la guerra; i grandi gesti di apertura di Giovanni Paolo II durante tutto il suo pontificato. Inoltre il libro dà voce a testimonianze prese a caldo durante quei momenti, come quella di Jerzy Kluger, compagno di scuola di Karol Wojtyla, sopravvissuto all’Olocausto e presente alla storica giornata romana del 1986 (registrata allora dal microfono di Gulli): «Per me era una cosa grande. Pensavo solo a mio padre, al mio povero padre. Lui sarebbe stato tanto felice di assistere a questo grande giorno». Lo stesso Toaff ha rievocato, alla presentazione del volume, lo scorso 9 novembre, la grande emozione che lo colse quando Giovanni Paolo II scese dalla macchina e gli venne incontro quel pomeriggio, sulla porta della sinagoga.  Il volume pone infine l’accento sulla prosecuzione di questa tradizione di dialogo e di amicizia, dopo Giovanni Paolo II, con Benedetto XVI. Il suo messaggio, del 30 aprile, per il novantesimo compleanno di Toaff, pieno di un caloroso affetto, ma soprattutto la visita alla sinagoga di Colonia dell’uomo che, giovane teologo, aveva contribuito, al seguito del cardinale Frings, alla stesura del documento conciliare Nostra aetate, rappresentano la continuità e l’approfondimento di una strada che la Chiesa percorre sempre «scrutando il suo proprio mistero». 

incamminoverso @ 18:53
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A GERUSALEMME SALGONO LE MOLTITUDINI DEL SIGNORE, SALMO 122 LECTIO, C.M. MARTINI

Posté le Mercredi 1 juillet 2015

http://www.nostreradici.it/salmo-ascensioni.htm

A GERUSALEMME SALGONO LE MOLTITUDINI DEL SIGNORE  

[Tratto da: Carlo Maria Martini, Lettura ecumenica della Parola, 9-10 settembre 1994, in AA.VV. Gerusalemme patria di tutti, EDB, Bologna 1995]

« Lectio » del Salmo 122    

[Testo del Salmo]

http://www.nostreradici.it/salmo-ascensioni.htm

Nel testo ebraico questo salmo è intitolato Cantico delle ascensioni o delle ascesi, dei gradini, delle salite, un titolo che caratterizza ben quindici salmi (dal 120 al 134), detti pure I canti del pellegrinaggio, raccolti insieme per servire da cantici del pellegrinaggio a Gerusalemme. Nella versione originale, il 122 è anche il primo dei quindici che viene attribuito a Davide, insieme ai due successivi (dei rimanenti uno è ascritto a Salomone mentre per gli altri non ci sono ipotesi). Certamente c’è un motivo per tale attribuzione, pur se non si ritiene che essa sia autentica e storica perché il salmo sarebbe stato composto più tardi, quando il pellegrinaggio a Gerusalemme era diventato un’abitudine. In ogni caso, Davide è il fondatore della città e il Salmo 122 presuppone Davide come un personaggio: « Là ha sede il trono di giustizia, il trono di Davide » (v. 5). Probabilmente, parlando di Gerusalemme come città « costruita, salda e compatta », il salmista intende riferirsi alla città ricostruita dopo l’esilio, che diventa quindi il vanto e la gioia di Israele. L’attribuzione del salmo a Davide è comunque fondata, perché esso testimonia un grande amore alla città costruita da Davide quale capitale del suo popolo. Quali sono gli elementi costitutivi del salmo? Anzitutto notiamo una inclusione, cioè una parola che ricorre all’inizio e alla fine: casa del Signore, dimora del Signore. « Andiamo alla dimora del Signore » (v. 1); « Per la casa del Signore » (v. 9). È interessante osservare come poi non si parli più di questa casa, ma piuttosto della città: ciò significa che dapprima Gerusalemme è vista in particolare come luogo del tempio e poi anche come città nel suo insieme. Un altro elemento fondante è la triplice menzione di Gerusalemme (vv. 2. 3. 6), descritta nelle sue porte, nelle sue mura, nei suoi baluardi. Appellata tre volte, delineata con tre caratteristiche e indicata con il pronome « tu »: « alle tue porte », « sia pace a chi ti ama ». Altro elemento strutturale del salmo è che Gerusalemme è vista quale luogo di pace. Ben quattro le occorrenze di questo termine: « domandate pace per Gerusalemme », « sia pace a coloro che ti amano », « sia pace sulle tue mura », « su di te sia pace ». Il gioco di parole è evidente: « Gerusalemme » veniva interpretata quale « città dello shalom », della pace: sia pace alla città della pace, domandate pace per la città della pace. Infine il salmo è caratterizzato anche da altre ripetizioni che gli imprimono un ritmo poetico, molto bello: le tribù, le tribù del Signore, i seggi di giustizia, i seggi della casa di Davide. Vi cogliamo, pur se non possiamo penetrare a fondo il ritmo dell’originale, quell’affiato che ne fa un poema, un cantico, qualcosa che nasce dal cuore e, attraverso ritmi, ripetizioni, assonanze (sono tante nel testo ebraico) mette in luce un’anima innamorata di Gerusalemme. Tenendo conto di questi elementi formali, cerchiamo di capire la struttura logica del salmo, facilmente suddivisibile secondo le tappe di un pellegrinaggio. Un pellegrinaggio viene anzitutto deciso; immaginiamo che il salmo venga cantato da un gruppo di pellegrini che giungono alle porte della città. Essi devono fermarsi per sbrigare alcune pratiche burocratiche previste prima dell’ingresso; si riposano e contemplano la città. Contemplandola ripensano all’inizio del cammino, al momento in cui hanno deciso di partire; è il v. 1, « Quale gioia quando mi dissero: ‘Andremo alla casa del Signore »‘. Dopo l’inizio, è immediatamente sottolineato l’arrivo: ora ci siamo, « i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! » (v. 2). Al v. 3 Gerusalemme viene contemplata dall’esterno, ammirata quale costruzione salda e compatta, in cui tutto è unità. È un riferimento alla città sul monte, che dà l’impressione di compattezza (sulla roccia), e insieme alla situazione spirituale della città, salda perché fondata sul Signore, unificata dallo Spirito di Dio. Quindi, Gerusalemme è contemplata nelle sue caratteristiche e nel suo ruolo (w. 4-5). Si tratta di una riflessione a livello morale: meta di pellegrinaggio, luogo di culto, di lode, di testimonianza della gloria di Dio, centro amministrativo e politico: « I seggi del giudizio, i seggi della casa di Davide », casa a cui fu promessa la perpetuità. Dunque un centro religioso e un centro politico-amministrativo a cui si guarda con fiducia per i beni che ci attendono dalla responsabilità politica che ricade su Gerusalemme. A questo punto segue la preghiera che può essere pensata a due cori, partendo dal v. 6: « Domandate pace per Gerusalemme ». Anzi, colui che ha espresso la sua gioia, magari il capo- pellegrinaggio, rivolge un invito ai compagni pellegrini: « Do- mandate… ». E all’invito risponde il coro: « sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi » (v. 7). Il capo, allora, riprende da solo: « Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: ‘Su di te sia pace!’. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene » (w. 8-9). Qui ritorna l’appellazione a Gerusalemme con il « tu », come a una persona amica che si incontra e cui si augura il bene, la pace. Dunque, due cori, nel senso di un solista e di un gruppo. Sul tempo in cui il salmo è stato scritto ho già accennato un’ipotesi: il tempo dopo l’esilio, quando il tempio è ricostruito e il popolo va in pellegrinaggio alla città santa, l’unico simbolo rimasto dell’unità di Israele.

« Meditatio »del Salmo 122    Per rileggere il messaggio, sono possibili diverse piste, diverse linee. Ne ho scelte tre: una lettura storico-esistenziale (messianica); una lettura più specificamente cristiana; e una terza personale, che riguarda ciascuno di noi. Gli elementi di una lettura storico-esistenziale sono i grandi simboli del cammino umano contenuti nel salmo, che ne fanno una realtà di tutti i tempi, di tutti i luoghi, di tutte le culture. Due sono i principali. n primo è il pellegrinaggio, menzionato non quale tema specifico, bensì nel suo decidersi, nel suo compiersi. È un grande simbolo del cammino umano, della vita dell’uomo e dell’umanità, della vita di tutti gli uomini e di tutte le donne considerati come collettività. n simbolo avverte: se la vita umana è colta come pellegrinaggio, allora essa non è un vagare senza scopo e neppure una fuga dal paradiso, priva di speranza; al contrario, è un camminare verso un termine. Questa è già un’apertura straordinaria per accogliere l’esistenza umana come una realtà che ha un senso preciso. E quando abbiamo riconosciuto che tale cammino ha un senso e una meta, scoppia la gioia: « Quale gioia… ». Gerusalemme è l’altro simbolo, la meta stessa del cammino. Un simbolo universale perché si tratta di una città, di un luogo di incontro, un luogo di relazioni molteplici, dove i diversi si ritrovano. Quindi l’umanità non va verso una dispersione, una Babele confusa, ma verso un luogo nel quale tutti si incontreranno, si capiranno, intesseranno rapporti reciproci. Questa città è salda, non delude. n tema della saldezza è il più ripreso dal Nuovo Testamento, che non cita esplicitamente il Salmo 122 però ne riprende il contenuto: andiamo verso una città salda, solida, ben costruita, compatta, dove tutto è unità. Questo è il termine del cammino umano. Ed è anche il luogo d’incontro armonioso e aperto con Dio, dove Dio è lodato e dove c’è ordine perché la legge è fatta osservare, dove c’è il trono di giustizia e ci sono i seggi del giudizio. L’umanità va verso un luogo dove la giustizia, quella di Dio, non la nostra, trionfa. Dove, soprattutto, l’umanità spera di vivere l’ideale della pace e della sicurezza: « Domandate pace per Gerusalemme, su di te sia pace e tranquillità nelle tue mura, sicurezza nelle tue case ». L’umanità è così definita come colei che anela a una tale città, che va verso di essa e trova speranza nella fiducia di camminare e di essere condotta alla meta. Una visione quindi molto positiva, anzi propositiva perché ne derivano molte conseguenze per il modo di camminare dei popoli. Da questa visione nasce pure una certa pazienza storica: a noi spetta di porre le premesse affinché si vada sempre meglio verso la città armoniosa, unita, capace di lodare l’Eterno, di vivere l’ordine della giustizia. Una lettura cristiana ci fa subito pensare a Gesù che ha vissuto profondamente la gioia del Salmo 122. Già a dodici anni aveva esclamato: quale gioia ho provato ascoltando i miei genitori che mi dicevano: andiamo alla dimora del Signore! E probabilmente l’ha cantato alle porte di Gerusalemme quella prima volta e poi ogni volta, fino all’ultimo pellegrinaggio nel quale si avviava piangendo verso la città santa: « Oh, se tu riconoscessi ciò che giova alla tua pace! ». Anzi, nel testo greco il salmo usa l’espressione erofesafe de fa eis eirenen (v. 6) ripresa dal Nuovo Testamento: se tu riconoscessi le cose che riguardano la pace di Gerusalemme. Dunque Gesù ha cantato questo salmo nella gioia e nella sofferenza sapendo che la sua sofferenza era parte del cammino di Gerusalemme e dell’umanità verso la pace. Partendo dalla lettura che ne ha fatto Gesù, ci domandiamo se il Salmo 122 risuona anche negli scritti apostolici neotestamentari. Non mi sono venute alla mente citazioni specifiche, tuttavia il tema della città salda è molto presente. Ef 2, 19-20, 22: « Voi non siete più stranieri ne ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti [...] In Gesù ogni costruzione cresce bene ordinata per essere tempio santo del signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio ». Questo tema è penetrato fortemente nello spirito di Paolo, che ne fa un simbolo interpretativo della crescita della comunità cristiana, che è la realtà che viene edificata come la città del salmo. L’aspetto di pellegrinaggio verso tale città è però presente in particolare in Eb 11 e in Eb 12: Abramo ha potuto partire e lasciare tutto in quanto « aspettava la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso » (11, 10); « Chi dice così, dimostra di essere alla ricerca di una patria » (11, 14), pellegrino sulla terra; « Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città » (11, 15-16). E ancora: « Vi siete accostati alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste » (12, 22), ecco la menzione diretta. Alla città che fa parte delle cose incrollabili: « Rimangono le cose che sono incrollabili. Perciò riceviamo in eredità un regno incrollabile » (12, 27-28). Riassumendo il messaggio del salmo: l’uomo è in cammino, pellegrino verso una città salda, compatta, nella quale Dio è lodato, nella quale è la pienezza della pace, una città che non delude e per cui vale la pena abbandonare le altre città. Nella spiritualità del Nuovo Testamento è penetrato inoltre il pensiero delle moltitudini, di tutte le tribù della terra. Le moltitudini salgono ora verso tale città, e tutte sono chiamate « moltitudini del Signore ». Così, la lettura cristiana diventa lettura ecclesiale; la chiesa non è la meta, la grande città, ma è un popolo in marcia verso quella città. Se Israele testimonia « là » la tua gloria, Signore, se « là » ha sede il trono di giustizia, i nostri interessi sono veramente là? È il « là » di questa città verso cui camminiamo il nostro criterio di giudizio storico? Perché, se è così, allora tutte le altre realtà sono relative, tutti gli eventi (storici, sociali, politici, culturali, ecclesiali) vanno valutati tanto quanto rispondono a un cammino verso la città compatta, pacifica, giusta, oppure rallentano o fanno deviare il cammino. Quindi il cristiano, interrogato sulle sue speranze, dovrebbe rispondere spontaneamente: le mie speranze sono la Gerusalemme celeste, sono là le mie speranze. È il « là » della pienezza dell’azione di Dio nel suo popolo, nell’umanità. La lettura più personale del salmo dà spazio a tante riflessioni. Pensiamo ai pellegrinaggi che ciascuno di noi ha fatto a Gerusalemme e nei quali probabilmente ha cantato, evocato, recitato il Salmo 122 allorché ha visto le mura della città. Nella preghiera potremmo ringraziare il Signore per le esperienze che ci ha donato nei nostri pellegrinaggi, per quanto ci ha fatto capire su Gerusalemme. Ogni volta che ne rivediamo le mura, proviamo una fortissima emozione. E se non siamo mai stati a Gerusalemme, come immaginiamo il pellegrinaggio verso la città santa, come lo viviamo nella preghiera? « Andiamo con gioia! » è parola che esprime la tensione verso il pellegrinaggio, equivale a dire: sapevo che sarebbe venuto questo momento e penso a ciò che da sempre ho desiderato.

Conclusione    In quale modo la Gerusalemme di oggi partecipa, nel suo destino doloroso e tragico, alle benedizioni di Dio, alla promessa di pace?    Partecipa anzitutto attraverso la nostra instancabile preghiera per la sua pace, le nostre preghiere per la città reale e simbolica che conosciamo, di cui tocchiamo le mura: Sia pace sulle tue mura! Ci domandiamo se e come operiamo per la pace di Gerusalemme, la cui pace è simbolo, segno, radice e causa della pace di tante altre città. Il Salmo 122 ci impegna dunque a pregare e a operare per la pace nella giustizia.

incamminoverso @ 18:50
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John of Patmos watches the descent of the New Jerusalem from God in a 14th century tapestry

Posté le Mardi 30 juin 2015

John of Patmos watches the descent of the New Jerusalem from God in a 14th century tapestry dans immagini sacre 1280px-La_nouvelle_J%C3%A9rusalem

https://en.wikipedia.org/wiki/New_Jerusalem#/media/File:La_nouvelle_J%C3%A9rusalem.jpg

incamminoverso @ 18:57
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DEUT. 8, 6-10 “LA TERRA COME EREDITÀ”

Posté le Mardi 30 juin 2015

http://www.firenzevaldese.chiesavaldese.org/archivi/meditazioni/la_terra_come_eredita.htm

DEUT. 8, 6-10 “LA TERRA COME EREDITÀ”

(Chiesa Valdese)

C’è una forza poetica nella descrizione della “terra promessa” che ha trascinato e commosso molte generazioni. La prima cosa che viene descritta è l’acqua (corsi d’acqua, laghi, sorgenti), poi il cibo (frumento, orzo, vigne, fichi, melagrani, olivi, latte, che vuol dire mucche e vitelli, miele selvatico), “mangerai pane a volontà”, “non ti mancherà nulla”; poi si passa al mondo che oggi chiamiamo industriale (ferro  e miniere di rame). C’è un godere della natura spontanea e poi c’è il lavoro umano. Ogni generazione viene dopo altre e può sentire così il proprio rapporto con la terra e con il lavoro, a parte le scoperte che fanno fare passi in avanti all’intera storia umana. Poi c’è la tecnologia che infatti cambia ed allarga i confini dell’utopia della “terra promessa”, forse però a discapito del rapporto con la terra e vera e propria. Vien fatto di chiedersi dov’è questo “paese dove scorre il latte e il miele”, se è da identificare nella sassosa e arida Palestina, o se la parola biblica vuol definire ogni parte della terra, come possibile terra promessa. In effetti, anche se ormai nelle città abbiamo rapporto solo con cemento e asfalto, con l’aggiunta di qualche affollato parco pubblico per portarci i bambini, ogni parte della terra ha particolarità e bellezze che ci lasciano senza fiato, compresi i deserti e i poli ghiacciati. L’altra domanda è: a chi è stato promesso il bel-paese e com’è stato diviso. L’antenato storico della prima promessa è Abramo. “Esci dalla tua terra… e va nel paese che io ti mostrerò” (Gen.12,1). Da lui discendono tutti i popoli della terra, o almeno molti che vi si richiamano. C’è poi come un “ritardo” nella attuazione della promessa della terra: Abramo vi abiterà senza saperlo e poi possederà solo la grotta del campo di Macpela, dove seppellirà Sara (a Hebron), comprandola a Efron l’Ittita (Gen.23). Questo “ritardo” nell’attuazione della promessa corrisponde all’arrivo di Mosé fino al Giordano, al suo vedere dal Monte Nebo la terra promessa, senza potervi entrare. “A te e ai tuoi discendenti” è la formula usata nella promessa divina; come sappiamo la discendenza fa parte della promessa ed è particolarmente importante per Abramo e Sara che sono sterili. I “discendenti” degli israeliti usciti dall’Egitto sono quelli che entreranno con Giosuè nella terra di Canaan passando il Giordano e si insedieranno forse ai margini delle città cananee come pastori semi-nomadi, a volte conquistando, o essendo tollerati, a volte scacciati da altri popoli. Se sono i discendenti i destinatari veri e propri della promessa si può capire come la terra si possa configurare come “eredità”. La terra un tempo poteva esser conquistata o ereditata, non comprata; si pensi alla risposta di Nabot al re Acab che voleva comprare la sua vigna (1 Re 21). La terra promessa è data in eredità dal Signore al suo popolo: “Voi dunque passerete il Giordano e abiterete il paese che il Signore, vostro Dio, vi dà in eredità” (12,10  vedi anche 4,21 e molti altri passi). E’ un concetto giuridico di valenza teologica: il paese viene messo a disposizione, ma rimane proprietà di Dio. “La terra è mia e voi state da me come stranieri e come ospiti” afferma Dio in Lev. 25, 23. Questo concetto sta alla base del principio dell’Anno Sabbatico e del Giubileo. I campi si lavorano per sei anni e poi si lascia la terra riposare per un anno intero, come Dio si riposa dalla buona creazione che ha fatta. Si vivrà bene lo stesso anche se mancherà il raccolto di un anno, perché si potranno conservare provviste negli anni precedenti. I poveri si avvantaggeranno dei raccolti che verranno spontanei dalla terra nell’anno sabbatico. Il Giubileo sarà ogni sette settimane di anni, sette volte sette anni (49 anni) poi squillerà la tromba nel giorno delle Espiazioni e si proclamerà il cinquantesimo anno come anno della Liberazione e del ritorno della terra ai proprietari che se ne erano disfatti per debiti. Siamo in piena utopia; è come sognare ad occhi aperti i nuovi cieli e la nuova terra dell’Apocalisse, dove non ci sarà più il dolore, scomparirà perfino il mare, visto come simbolo del disordine primordiale. Non sappiamo se e per quanto tempo gli ebrei abbiano attuato le regole suggerite da Lev. 25 o se hanno semplicemente continuato a tenerle davanti a sé, come facciamo anche noi, come l’utopia che non c’è, o non c’è ancora, ma dovrebbe esserci perché allora il mondo sarebbe migliore. Certo l’affermazione che Dio è proprietario della terra e noi l’abbiamo in uso sdrammatizza il concetto di possesso e lo universalizza nel momento in cui affermiamo l’unicità di Dio: “I cieli sono i cieli del Signore, ma la terra l’ha data agli uomini” (Sal. 115, 16). E’ come se dicesse l’intera umanità, non solo Israele. Dunque le divisioni sono umane e parziali, modificabili; devono essere ancorate a criteri di giustizia. La terra è lo spazio dove si riconosce l’intervento del Dio Creatore, dove si ascolta la sua chiamata e si risponde osservando i comandamenti. La terra è dove si risponde al Patto di Dio restandovi dentro a qualunque costo. Dio è quello che dà la forza di procurarsi benessere e ricchezze. La terra però è un’eredità che deve esser tenuta per preziosa e per la quale bisogna adoperarsi, se si vuole conservarla altrimenti potrebbe andare perduta. Lo stretto legame che Israele ha visto fra la propria storia e la fede, anche se ci fa problema, va considerato a fondo. Ogni volta che Israele è stato sconfitto e deportato in esilio, invece di inveire contro la malasorte o contro i nemici Israele viene rimproverato dai suoi profeti per non aver obbedito ai comandamenti di Dio, per non esser stato fedele al Patto; per questo viene punito, ma non cancellato dalla storia. Dio non può smentire se stesso e le sue promesse, dunque dopo tempi di angoscia verranno tempi lieti, perché Dio mantiene il giuramento fatto ai padri. La riflessione e raccomandazione che tornano insistenti è che Dio ha scelto il suo popolo non per i suoi meriti, non per il numero o il coraggio (7,7  8,17  9,5) o per la sua giustizia o rettitudine, ma perché Dio lo ama e mantiene il giuramento fatto ai padri. La salvezza per grazia annunciata dal Deuteronomio somiglia alla giustificazione per fede dell’apostolo Paolo. Le opere seguono come l’osservanza ai comandamenti, sono regole di vita che ci sono state date per il nostro bene. Il Bel-Paese si può perdere, forse è già perduto, se lo si lascia degradare negli anni che verranno. Già solo per questo è indispensabile il dialogo interreligioso, la militanza per la pace, la lotta contro la fame e contro le epidemie, la salvaguardia del creato. Forse la vita dell’umanità continua a svolgersi nella tensione fra la promessa del mondo migliore, che quelli che credono ricevono, ma non vi entrano, però possono adoperarsi perché vi entrino i propri discendenti. Questi a loro volta riceveranno anch’essi una promessa che riguarda le successive generazioni. Tuttavia la storia umana non è volta verso un progresso illimitato, perché, come la storia d’Israele, conosce in continuazione sconfitte, esilio, lunghe marce nel deserto, nelle quali si è assistiti dal Signore. Il Dio che ci accompagna e che continua a rinnovare le sue promesse garantisce con la sua ostinata fedeltà il loro compimento, perché ci ama e vuol far di noi il suo popolo nel bel-paese che è la sua/nostra terra.

incamminoverso @ 18:55
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L’ANIMA – CARD. G. RAVASI (Sapienza 9-15)

Posté le Mardi 30 juin 2015

http://www.lodp.org/2012/11/25/lanima-card-g-ravasi/

L’ANIMA – CARD. G. RAVASI

Pubblicato il 25 novembre 2012

Un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda  d’argilla grava la mente dai molti pensieri.  Sapienza 9-15.

” Secondo il pensiero biblico l’anima non è altro che la persona vivente nella sua carne. L’uomo è l’essere vivente nella sua totalità e non l’anima separata e distinta dal corpo.” Queste e simili frasi sono comuni in tutti i testi che trattano la concezione della persona umana secondo le Scritture (la cosiddetta ” Antropologia Biblica”). Ed effettivamente se noi contempliamo l’uomo così come appare nelle pagine sacre, lo scopriamo simile ad un microcosmo compatto, un essere unitario e vitale, nel quale non si può separare anima e carne, come farà la cultura Greca, convinta che il corpo sia la tomba dell’anima. Non per nulla essa esalterà l’immortalità dell’anima spirituale, mentre la concezione biblica opterà per la risurrezione dell’essere umano integrale e la Pasqua di Cristo ne è la suprema attestazione. Certo non mancano neanche nella Bibbia frasi che riflettono la visione greca, come appare spesso nel libro della Sapienza, composto in epoca greco-romana, che esalta l’immortalità dell’anima giusta, e che ad esempio offre frasi di questo genere: ” Un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri” (9-15). Tuttavia il sottofondo ideale di questo libro e il filo continuo della Bibbia è una costante rappresentazione dell’unità psicofisica della persona. Certo, questo non significa che non si riconosca nella creatura una presenza trascendente oltre alla rùah, che è lo spirito vitale posseduto anche dagli animali. Si parla infatti di una nishmat-hajjim, una sorta di “respiro di vita” che è “esclusivo di Dio e degli uomini” e che è insufflato in essi dal Creatore. Ora questa realtà è definita dalla Bibbia come una “fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore” (Prv, 20-27). L’immagine, molto orientale vuole descrivere quella che noi chiamiamo la coscienza, capace di penetrare nel segreto dell’interiorità umana personale.  Questa è in pratica – secondo la Bibbia – che è quindi non solo alla radice dell’autocoscienza, ma anche della consapevolezza morale. Se passiamo al Nuovo Testamento, troviamo passi che a prima vista sembrino opporre anima e corpo. “Non temete quelli che uccidono il corpo ma non hanno il potere di uccidere l’anima. Temete quelli che hanno il potere di fare perire anima e corpo nella Geenna” (Mt. 10-28). Tuttavia è facile comprendere che non siamo nell’orizzonte culturale Greco, per il fatto che Gesù parla”uccidere e far perire l’anima”, un assurdo per la concezione dell’anima spirituale. Cristo, allora qui e altrove si veda (Mt 16. 25-26), intende considerare con la parola “anima”( in greco psjchè) la vita trascendente e piena, “l’intimità divina” offerta alla creatura attraverso la grazia. La suprema sciagura, non è dunque la morte fisica, ma il perdere la comunione vitale con Dio, radice della nostra risurrezione e della vita eterna con lui. E’ ciò che San Paolo puntualizzerà introducendo un nuovo termine, pnèuma, “spirito”. L’uomo nella sua realtà creaturale – dice l’Apostolo – è un corpo “psichico” ossia dotato della psychè, l’anima vitale,  ma Dio gli dona il suo stesso spirito che lo rende “corpo spirituale”. La prima qualità dell’essere umano (“psichico”) lo vota alla morte, e solo con lo Spirito Divino a noi donato che entriamo nell’eternità e nella gloria del Risorto (1 Cor 15. 42-44).

Saint Pierre et Paul

Posté le Lundi 29 juin 2015

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FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO – GIOVANNI XXIII, 1962

Posté le Lundi 29 juin 2015

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FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI

ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII

Basilica Vaticana

 Giovedì, 28 giugno 1962

Le care impressioni della visita al Laterano nei secondi Vesperi di S. Giovanni — in esultanza commossa innanzi al fervore così vivo di quella folla tutta popolare e modesta, ma vibrante di sentimento filiale intorno al Papa, il suo Vescovo di Roma — sono invito continuo a letizia spirituale, per questa celebrazione dei primi Vesperi della festa di S. Pietro in Vaticano. Come è bello ed insieme edificante questo chiudersi del Testamento Antico col Precursore di Cristo e l’aprirsi del Nuovo sulle indicazioni di lui, nella luce e dell’umile pescatore di Galilea, chiamato al governo del Testamento eterno, della Chiesa universale. Sul mare del mondo verso Roma Venerabili Fratelli! quanti qui siete, e diletti figli, non vi torni discaro qualche pensiero che intendiamo esprimervi a comune edificazione. Con S. Giovanni noi eravamo a sentirne la voce profetica nel deserto, quando insisteva sul Parate viam Domini: rectas facite semitas eius [1]. Cioè: strada del Signore da preparare: vie giuste da rettificare e da percorrere, sino a raggiungere la salvezza per tutti. Questa sera, siamo invece come sul mare, nella barca di Pietro, il pescatore, dove Gesù era salito, e di là parlava alle turbe. S. Luca racconta il bell’episodio. — Finito che Gesù ebbe di parlare, disse a Simone: « Va al largo con la barca, e calate le reti per la pesca ». Gli rispose Simone: « Maestro, abbiamo faticato tutta una notte senza prender nulla, ma sulla tua parola calerò le reti ». Così fece infatti, e ne seguì una pescagione copiosissima [2]. Su questa pagina evangelica, Padri della Chiesa e commentatori di ogni tempo amarono trattenersi. Dai loro scritti — ricordiamo particolarmente quelli di Leone e Gregorio — scende una dottrina, la cui nota di solennità è divenuta familiare all’orecchio ed al buon gusto di quanti hanno tra mano abitualmente il Messale ed il Breviario. Distintissimo fra questi il primo, il Magno, della cui morte gloriosa abbiamo festeggiato il centenario il 15 novembre scorso. In questa vigilia ci attira in modo speciale il pensiero di un altro Pontefice, grande lui pure, Papa Innocenzo III, che questa pagina di S. Luca ha saputo felicemente riassumere sotto amabili significazioni e figure. Il mare di Galilea, su cui Gesù si posa, è il secolo, diremo meglio il mondo intero, che egli è venuto a redimere. La barca di Pietro è la Santa Chiesa, di cui Pietro, Simone il pescatore, fu fatto capo. L’ordine di Gesù a Pietro e ai suoi perchè vadano al largo e portino a più vasto ardimento la pescagione, il  Duc in altum dell’umile naviglio, è Roma, la capitale del mondo di allora, riservata a divenire, più tardi, la vera capitale, e il centro elevato e luminoso del mondo cristiano. La rete da gettarsi su le onde per la conquista delle anime è la predicazione apostolica. La Chiesa di Cristo diffusa « Ubique Terrarum»   Che spettacolo questo mare di Galilea, chiamato a rappresentare i secoli e i popoli! Aquae multae: populi multi: mare magnum totum saeculum; così lo chiama Papa Innocenzo. Mare grande e spazioso. Il libro dei Salmi lo designa bene, anche più vivacemente : pieno di pesci d’ogni genere: animalia pusilla cum magnis: illic naves pertransibunt [3]. Come il mare è turbolento e amaro, così il secolo, così il mondo degli uomini, è turbato dalle amarezze e dai contrasti: non mai pace e sicurezza; non mai riposo e tranquillità; sempre e dappertutto timore e tremore: ubique labor et dolor. L’Evangelista S. Giovanni [4] scrisse che il mondo è tutto posto sulla malignità. Il sorriso è commisto al gemito: i punti estremi del gaudio sono occupati dal lutto [5]. L’uccello è nato per il volo: l’uomo è destinato al pesante lavoro [6]. Il libro dell’Ecclesiastico è anche più incisivo : — Una continua occupazione è riservata a tutti gli uomini, un giogo preme sulle spalle di tutti i figli di Adamo. Nel mare i pesci più piccoli sono divorati dai più grandi: così nel mondo i piccoli uomini sono schiacciati dai forti e dai prepotenti [7]. Ebbene è sulla vastità di questo mondo che si stende la misericordia dell’Altissimo, a redenzione dalla schiavitù, ad elevazione delle più nobili energie; è su questo mondo che il Padre Celeste ha mandato il Figlio suo Unigenito, rivestito di umana carne, per assistere tutti i figli dell’uomo nello sforzo della loro risurrezione dalle miserie di quaggiù, e per riaccompagnarli fino alle altezze della eterna vita. È su questo mare immenso della umanità purificata dalla virtù del Sangue di Cristo, che lo stesso Verbo del Padre propter nos homines et propter nostram salutem descendit de caelis, et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est; homo et Salvator mundi, et totius mundi per Ecclesiam Sanctam suam Rex gloriosus et immortalis per saecula. Geniale commento di Innocenzo III La Chiesa di Cristo diffusa ubique terrarum viene rappresentata nel Vangelo dalla barca di Pietro, che Gesù predilesse, da cui sovente amò parlare come Maestro dei popoli, e che in una circostanza particolarmente misteriosa e solenne — questa di cui riferisce S. Luca nel capo quinto del suo Vangelo — volle indicare agli Apostoli suoi, come il punto più elevato delle divine conquiste del suo Regno. Avete passato una notte infeconda di navigazione col nihil cepimus. Ora dico a te, o Pietro, duc in altum: al largo la barca; e a tutti i suoi: gettate le reti, come fecero in perfetta obbedienza: et concluserunt piscium multitudinem copiosam. Diletti figli! È a questo punto della lettura evangelica che papa Innocenzo III, nella festa di S. Pietro se ne esce con vigore esultante: L’altezza di questo mare, altitudo maris istius, di cui Gesù benedetto disse a S. Pietro:  duc in altum, è Roma, quae primatum et principatum super universum saeculum obtinebat et obtinet. La divina Provvidenza volle esaltare questa città : perchè come nel tempo del paganesimo trionfante essa sola aveva la dominazione sopra tutta la gentilità sparsa nel mondo, così dopo la venuta di Gesù Redentore iniziatasi la Cristianità, era degno e conveniente che la Chiesa Santa sola tenesse la dignità del magistero e del governo sopra tutti i fedeli della terra. E Papa Innocenzo prosegue a proclamare come Iddio abbia trovato e voluto consonum et dignum, che colui che era il capo e principe della Chiesa, costituisse la sede religiosa e principale, presso la città, che aveva il principato e il governo secolare. Per questo Gesù disse a Pietro Duc in altum, come a dire : Va a Roma e trasferisci te e i tuoi a quella città, e là gettate le vostre reti per la pesca. Così evidente parrà quanto il Signore abbia amato ed ami questa Sede augusta, e questa Roma meritasse il nome di sacerdotale e di regia, imperiale ed apostolica, depositaria ed in esercizio di dominio non solo sopra i corpi, ma anche di magistero sulle anime. Ben più nobile ora e degna di autorità divina che non fosse nel passato di potestà terrena. È assai toccante sentire dalle parole del grande Papa il richiamo della pia tradizione del Domine, quo vadis: e delle parole di Gesù a Pietro, tremante e fuggitivo: « Vado a Roma per farmi crocifiggere un’altra volta ». Interessante anche la differenza, secondo S. Luca, di espressioni di Gesù, che a S. Pietro parla in singolare: Duc in altum: e poi prosegue in plurale al resto degli Apostoli: Laxate retia in capturam. Il solo Pietro, come solo principe della Chiesa universale, è veduto nell’altezza della sua suprema prelatura. Non possiamo però dimenticare che anche a S. Paolo, come a lui, sarebbe stato affidato il compito di stendere in Roma la rete apostolica della sacra predicazione. Una spirituale conversazione come questa Nostra, Venerabili Fratelli e diletti figli, che introduce alla festa di S. Pietro, è naturale che si adorni come di duplice corona, che insieme conferma l’associarsi dei due grandi Apostoli, nella ammirazione e nel culto. Papa Innocenzo arriva fino alla bella comparazione di questi due grandi apostoli della Chiesa Romana, della Chiesa universale, in riferimento storico, poetico e contraddistinto ai due fondatori della Roma primitiva, cioè a Romolo e Remo, le cui due sepolture, al dire degli archeologi, giacevano quasi a parallela distanza dall’un capo all’altro della città; cioè Pietro dalla parte dove Romolo fu tumulato: e Remo dalla parte dove fu indicata la tomba di S. Paolo. Grande rispetto noi dobbiamo e amiamo rendere ai vetustissimi ricordi della Roma primitiva — come commentava allora Papa Innocenzo — ai duo fratres secundum carnem, qui urbem istam corporaliter non sine divina providentia — condiderunt, et honorabilibus iacent tumulata sepulcris. Ma è ben giusto che la nostra religiosa tenerezza si volga con particolare sentimento ai duo fratres secundum fidem, Petrus et Paulus, qui urbem istam spiritualiter fundaverunt, gloriosis basilicis tumulati.

Il Sacro Ministero della grande predicazione Notate la precisa significazione dei contrasti: duo fratres secundum carnem et corporaliter condentes: i due Santi Patroni di Roma, fratres secundum fidem: spiritualiter fundatores, gloriosis basilicis honorificentissime tumulati. Non dobbiamo dimenticare le reti dei pescatori, all’ordine di Gesù gettate nel mare e raccolte a gran fatica, a gran trionfo di apostolica obbedienza. La rete simbolica che oggi stesso, in intreccio floreale, sta sulle soglie di questa Basilica Vaticana. Come la barca di Pietro significa la Chiesa, come il mare mosso rappresenta il secolo e il mondo agitato, come Roma il centro dell’attività cattolica ed apostolica: così le reti sono figurazione del ministero della predicazione popolare. Papa Innocenzo approfitta dell’accenno per dare in sintesi istruttiva e fervorosa i caratteri sacri e peculiari della eloquenza pastorale : che è quanto dire del ministero sacro per la conquista e il nutrimento prezioso, di cui il sacerdozio cattolico deve essere distributore alle anime dei fedeli. Il provvido predicatore deve preparare i suoi saggi di istruzione popolare e anche più elaborata per qualunque classe e levatura. Saper variare di argomento, di tono, di colore : ora circa le virtù, ora circa i vizi, ora circa i premi ed ora circa i castighi, della misericordia e della giustizia, assai su questi due temi, ora con semplicità, ora con sottilità, ora secondo la storia ed ora secondo l’allegoria : presentazione di autorità, di similitudini, di ragioni, di esempi. Questi sono i fili e gli intrecci, di cui sono fatte le reti, capaci, resistenti, preziose. Queste le reti più sicure ed efficaci per convincere le anime alla chiarezza di visione della buona dottrina apostolica, per portarle al fervore, alla santificazione, alla letizia. Di queste reti si sono serviti i Beatissimi Apostoli Pietro e Paolo. Le loro Lettere ci parlano ancora dal fondo della loro età. Per questa predicazione Roma si è convertita dall’errore alla verità, dai vizi alle virtù: ed è divenuta  domina gentium, maestra del mondo.

Onore nel tempo ai beati principi degli Apostoli La venerazione, che ogni buon cattolico nutre per gli Apostoli di Cristo di tutti i tempi e di tutti i popoli, deve mantenere il suo fervore : anzi nella imminente celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, che vuole essere tutto un profluvio di celeste dottrina, aumentare di ispirazione, di pacifica e santa esaltazione. Ma di questi due primi e beati Apostoli di Roma, Pietro e Paolo, sempre in eco alla tradizione dei secoli come Padri e Patroni principali e preclarissimi, dobbiamo particolarmente studiare i grandi insegnamenti, a splendore delle intelligenze, a fiamma dei cuori. Ci piace por termine a questa effusione di sentimenti e di voti paterni con la fervente invocazione augurale del grande Pontefice Innocenzo III, uno dei più insigni e gloriosi della Chiesa e della storia: Illos patres et patronos debet specialiter et principaliter honorare Roma inclita nostra, quatenus, meritis et precibus eorum adiuta, ita nunc salubriter conservetur in terris, ut tandem feliciter coronetur in caelis. Praestante Domino nostro Iesu Christo, qui est super omnia Deus benedictus in saecula saeculorum. Amen [8].

[1] Cfr. Matth. 3, 3; Marc. 1, 3; Luc. 3, 4. [2] Cfr. Luc. 5, 1-7. [3] Ps. 103, 25-26. [4] 1 Io. 5, 19. [5] Prov. 14, 13. [6] Iob. 5, 7. [7] Cfr. Eccl. 40 e 13. [8] Innocentii III, Opera omnia, Sermo XXII, in solemnitate B. Apostolorum Petri et Pauli, Migne PL 207, col. 555, ss.

 

L’IDENTIKIT DELLA PRIMA LETTERA DI PIETRO

Posté le Lundi 29 juin 2015

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L’IDENTIKIT DELLA PRIMA LETTERA DI PIETRO

 di Francesco Bargellini    Nota come la «lettera della speranza», 1Pietro si rivolge a tutti i cristiani per consolare e incoraggiare a stare saldi nelle avversità. Lo sguardo del pastore e la sapienza del teologo si fondono in una sintesi sorprendente. Chi è dunque il suo autore?

Il mittente si presenta come «Pietro apostolo di Gesù Cristo» (1,1) e, alla fine, esortando i presbiteri a pascere il gregge di Dio volentieri e con animo generoso, come «co-presbitero (sympresbýteros), testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi» (5,1). Inoltre, nei saluti finali, oltre a Silvano, l’autore menziona Marco come suo «figlio». La più antica tradizione (cf. Papia di Gerapoli) attesta che Marco fu l’interprete di Pietro a Roma e che compose il suo vangelo rielaborando la predicazione dell’apostolo. Dagli Atti e dalla tradizione paolina (cf. Col 4,10; 2Tm 4,11) emerge come una figura di mediazione tra Pietro e Paolo, testimoniando «un cristianesimo capace di integrare tradizioni diverse: quella paolina e quella petrina, e più ampiamente le tradizioni giudaico-palestinesi con quelle sviluppatesi nella diaspora e nella missione ai pagani»[1].

Autore e datazione Di fronte a tutti questi elementi diversi studiosi pensano che l’autore sia l’apostolo Pietro. Lo scritto (presupposto dalla Seconda lettera di Pietro: cf. 2Pt 3,1) sarebbe perciò databile negli anni 60 prima del martirio a Roma. Per altri invece è da attribuire a Silvano (già discepolo di Paolo: 1Ts 1,1; 2Ts 1,1; 2Cor 1,19): come avrebbe potuto un umile pescatore di Galilea scrivere in un greco tanto elegante? Lo confermerebbe la notizia che l’autore dà nei saluti finali: «Vi ho scritto brevemente per mezzo di Salvano» (5,12). Silvano non è un semplice trascrittore delle parole di Pietro, ma un vero autore. In tal caso la lettera andrebbe datata tra la fine degli anni 60 e la conclusione del I secolo.  Nei saluti finali si trova un importante indizio per identificare il luogo di composizione della lettera: «Vi saluta la comunità che vive a Babilonia e anche Marco, figlio mio» (5,13). Babilonia è un noto crittogramma, usato da scrittori giudaici e cristiani, per indicare la capitale dell’impero romano (cf. Ap 17,5 dove però Babilonia incarna il male). Tale uso è attestato tra i cristiani solo dopo il 70 d.C., cioè dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme. Per altri, invece, il luogo di composizione è da ricercare in un importante centro dell’Asia Minore, dal momento che la 1Pietro mostra una conoscenza diretta della tribolata situazione di quelle comunità cristiane.  L’attribuzione diretta o indiretta della 1Pietro all’apostolo è dunque sostenibile. In particolare, l’ipotesi di Silvano come autore non è affatto da scartare. Tuttavia, una folta schiera di commentatori giudica la 1Pietro uno scritto pseudepigrafico databile dopo il 90: all’epoca di Domiziano (persecuzione del 96) o addirittura di Traiano (persecuzione del 110/111). In genere, però, si indica il decennio compreso tra l’80 e il 90.  Anche se non esistono argomenti decisivi pro o contro la paternità petrina, l’impressione generale è che la realtà storica, sociale e religiosa presupposta non sia più quella tipica della prima generazione cristiana. Per questa ragione uno studioso della 1Pietro scrive: Se dunque non può essere tratta alcuna conclusione definitiva, la migliore ipotesi di lavoro è quella che sia opera pseudonima di un autore anonimo il quale, nel tentativo di essere apostolico, attinse alla tradizioni storicamente associate a Simon Pietro. Al di là di questo, l’autore resta per noi ignoto[2]. Si può forse aggiungere che l’autore della 1Pietro è espressione di una comunità petrina di Roma e che parla come interprete di una tradizione vivente. Prestando la voce a Pietro, parla come avrebbe fatto l’apostolo nella mutata realtà storico-sociale in cui i destinatari vivono[3].

Destinatari I destinatari sono indicati all’inizio della 1Pietro come membri della diaspora del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia e della Bitinia (1,1). Si tratta di un’estesa area geografica che ricopre la parte settentrionale dell’Asia Minore (l’odierna Turchia), abitata da cristiani convertiti da Paolo o, preferibilmente, evangelizzati da predicatori itineranti oriundi da Gerusalemme[4].  Non è facile precisare condizione sociale e origine etnica dei destinatari della lettera. Le citazioni e le numerose allusioni all’Antico Testamento sembrerebbero favorire la loro provenienza dal mondo giudaico. Diversi indizi depongono però a favore di un’origine pagana, come mostrano gli accenni alla loro condizione profana prima della conversione (cf. 1,14.18; 2,10.25; 4,3-4). Inoltre la sorpresa suscitata dalla persecuzione (cf. 4,12) sarebbe meno comprensibile se i destinatari fossero di origine giudaica. Infine, la familiarità con l’Antico Testamento non è un argomento decisivo, perché tutti i cristiani erano istruiti nelle sacre Scritture e perché le vicende storiche d’Israele (cf. il diluvio come prefigurazione del battesimo: 3,20-21) e le figure bibliche (cf. Sara: 3,5-6) sono applicate alla vita cristiana, segno che la Chiesa ha assunto il ruolo di popolo eletto prima rivestito da Israele.  È perciò preferibile pensare che quelle comunità fossero composte da pagani e da ebrei convertiti, anche se la maggioranza doveva essere rappresentata da cristiani provenienti dal mondo pagano.  Per delineare la condizione economica e sociale dei destinatari il «codice familiare» di 1Pt 2,18-3,7 rappresenta una preziosa fonte di informazione. Un’attenta lettura di questo codice consente di superare una diffusa convinzione, per la quale le comunità cristiane dell’Asia Minore erano sostanzialmente formate dagli strati più poveri della società, da gente emarginata sul piano sia politico che culturale, probabilmente di estrazione rurale.  Tale posizione fa leva su due punti: a un’ampia esortazione agli schiavi non ne corrisponde un’altra simile ai padroni. Inoltre, il fatto che i cristiani siano definiti «stranieri e pellegrini» (v. 2,11) è letto come un richiamo allo status politico dei destinatari prima della conversione.  Il limite di questa posizione, oltre che dalla debolezza delle prove, deriva dal fatto che trascura altri dati ricavabili dalla lettera: l’attenzione agli schiavi in 1Pt 2,18-25 non significa che costituissero la maggioranza o che fossero privi di cultura. La stessa qualificazione dei destinatari come «stranieri e pellegrini» non comporta un riferimento alla loro condizione politica antecedente alla conversione. L’autore si rivolge infatti a loro «come stranieri e pellegrini». Si può concludere che le comunità destinatarie della 1Pietro Fossero costituite da persone provenienti dai più vari strati sociali ed economici (…) e dunque ogni tentativo di circoscrivere i destinatari a una sola classe sociale o economica non corrisponde all’effettiva situazione di notevole varietà presente fra loro[5].

Genere letterario e finalità La 1Pietro si presenta a prima vista come una lettera, incorniciata da un prescritto epistolare che indica mittente, destinatari e il consueto saluto (1,1-2) e, alla fine, da un postscritto con i saluti finali di rito da parte della comunità che vive in Babilonia e di Marco e un’invocazione di pace su tutti quanti sono in Cristo (5,12-14). Va aggiunto che, come avviene nelle lettere, idee-chiave enunciate all’inizio sono sviluppate all’interno dello scritto: «eletto» (1,1; cf. 2,4.6.9); «pellegrino» (1,1; cf. 2,11); «obbedienza» (1,2; cf. 1,14.22); «speranza/sperare» (1,3; cf. 1,13.21; 3,5.15); ecc.  È sufficiente per dire che è una lettera? Il suo tono impersonale mal si concilia con la caratteristica basilare di una lettera che, per sua natura, suppone una relazione reciproca tra mittente e destinatari. Anche se si tenta di spiegare l’anomalia con i numerosi destinatari, resta il fatto che nella 1Pietro manca ciò che contraddistingue una lettera.  Muovendo da questa costatazione e dal taglio parenetico dello scritto (frequenza di imperativi, uso dell’esegesi tipologica, attenzione alla condotta, ecc.), altri studiosi vedono nella 1Pietro un’omelia con una cornice epistolare, confortati dalla dichiarazione dell’autore in 5,12: «Vi ho scritto brevemente per mezzo di Silvano, che io ritengo fratello fedele, per esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio». Alcuni vanno oltre e, rilevando la presenza di accenni battesimali (cf. 1,23; 2,2; 3,21), sostengono che la 1Pietro è un’omelia battesimale o, addirittura la trascrizione di un rito battesimale in atto o un vero rituale per la celebrazione battesimale durante la veglia pasquale.  A questo problema si collega quello dell’unità letteraria: la 1Pietro è uno scritto unitario o combina due scritti indipendenti composti in tempi diversi? I sostenitori di quest’ultima ipotesi fanno notare che la dossologia in 4,11 crea una netta cesura all’interno dello scritto. Inoltre, tra 1,1-4,11 e 4,12-5,11 si notano differenze di contenuto e di accento. Tali osservazioni, però, non sono decisive: lo scritto di 1Pietro è concepito come una «lettera», anche se il materiale in essa contenuto risente della tradizione omiletica, catechistica e liturgica della prima chiesa[6]. È il momento di chiedersi quale sia lo scopo principale della 1Pietro: che cosa si prefigge il suo autore? La presenza di materiale liturgico/omiletico proveniente dalla tradizione (cf. gli inni cristologici in 1,18-21; 2,4-8; 2,21-25; 3,18-22) non implica che la 1Pietro sia un’omelia battesimale. Questo materiale è in realtà usato per motivare delle comunità scoraggiate e “perseguitate”, richiamandole alla loro nuova identità come popolo di Dio e all’eredità di fede e di speranza che deriva dalla redenzione di Cristo. Sentendosi alienati dentro una società diventata per loro estranea e addirittura ostile, questi cristiani sono tentati di fuggire dalla realtà in cui vivono, “emigrando” da quelle istituzioni che li rifiutano sottoponendoli a vessazioni di ogni genere.  Di fronte a questo pericolo la lettera risponde che non è strano per i cristiani essere come «stranieri e pellegrini» nel mondo (2,11), perché sono stati eletti da Dio «come edificio spirituale», per essere «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (cf. 2,5.9). Questa nuova identità impone ai cristiani di vivere nella società con «una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita» (2,12). In questo senso, i codici domestici nella 1Pietro indicano come tradurre la fede nella vita secondo la condizione sociale di ciascuno. Spicca, in particolare, l’esortazione agli schiavi (chiamati significativamente «familiari»), dove l’autore comanda di sottomettersi ai padroni additando l’esempio di Cristo, che «non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca» (2,22-24).

La struttura letteraria  La lettera si presenta come una serie di esortazioni che mirano a sostenere la fede e la speranza delle comunità destinatarie con motivazioni di ordine teologico e cristologico, tutte attinte al patrimonio della tradizione. Anche se questa finalità generale dà allo scritto una certa unità, va riconosciuto che tra le singole esortazioni non è individuabile un vero collegamento logico. È per questa ragione che qualcuno indica la successione e lo sviluppo delle esortazioni, rinunciando a una precisa articolazione dello scritto. All’indirizzo-saluto (1,1-2) e al ringraziamento iniziale (1,3-12), infatti, seguono sette esortazioni che accentuano ora l’uno ora l’altro tema. Prima dei consueti saluti alla fine della lettera (5,13-14), l’autore ribadisce lo scopo del suo scritto (5,12).  Se si presta però attenzione alle motivazioni teologiche offerte a sostegno della parenesi, è possibile notare la prevalenza della motivazione battesimale all’inizio (1,13-2,10), di quella cristologica nella parte centrale (2,11-3,22/4,11) e di quella escatologica alla fine (4,1/4,11-5,11). Indizi di ordine sia sintattico che lessicale confermano tale divisione: la prima parte (1,3-2,10) è delimitata dalla parola «misericordia», la seconda (2,11-4,11) è aperta dall’appello «carissimi» ed è chiusa dalla dossologia di 4,11 e la terza parte (4,12-5,11) è aperta e chiusa nello stesso modo (cf. 4,12 e 5,11).

Indirizzo e saluto iniziale                               1,1-2

I. Nuova vita e missione dei rigenerati          1,3-2,10 – Benedizione trinitaria (1,3-12) – Vita d rigenerati (1,13-25) – Pietre vive, sacerdozio regale (2,1-10)

II. Condotta nella società pagana                   2,11-4,11 – Nella società e in famiglia (2,13-3,12) – Dare ragione della speranza (3,13-22) – Una grande carità (4,1-11)

III. Sofferenze e perseveranza nell’attesa      4,12-5,11 – Lieti di soffrire per Cristo (4,12-19) – Codice di comportamento ecclesiale (5,1-5) – Chiamati alla gloria eterna (5,6-11)

Conclusione e saluti finali                                  5,12-14

Nella prima parte è delineata la vita e la missione nuove di quanti sono stati rigenerati dalla parola di Dio. Questa sezione culmina in 2,10, dove sono contrapposti il passato e il presente dei credenti: Un tempo voi eravate non popolo, ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia. Nella seconda parte si indica la condotta che i credenti devono tenere nella società e nella famiglia, per testimoniare con coerenza la loro fede e la loro speranza (cf. 3,15), attirando al vangelo i pagani. Da segnalare il codice familiare in 2,13-3,12: all’interno di una cornice generale, spiccano i rapporti dei servi verso i padroni (2,18-25: cf. la motivazione cristologica), delle mogli verso i mariti (3,1-6: cf. l’esempio di Sara), e viceversa (3,7).  La terza parte indica come comportarsi nella «casa/famiglia di Dio» (il termine «chiesa» è assente in 1Pietro): ecco il codice ecclesiale di 5,1-5. L’esortazione a perseverare nell’attesa della salvezza finale chiude la sezione[7].

I rapporti con gli altri scritti del Nuovo Testamento  L’autore ricorre spesso agli scritti dell’Antico Testamento, soprattutto il Pentateuco, il profeta Isaia e i Salmi, per confermare le sue affermazioni sul prestabilito piano salvifico di Dio (cf. 1,2.20) e per verificare come i profeti predicessero la passione e la gloria di Cristo, mossi dal suo stesso Spirito. I paralleli si estendono anche agli scritti nel Nuovo Testamento. Con la lettera di Giacomo condivide termini o espressioni identici come: «diaspora» (1,1; cf. Gc 1,1), la gioia nelle prove (1,6-7; cf. Gc 1,2-4), la «rigenerazione mediante la Parola» (1,23; cf. Gc 1,18), il «culto spirituale» (2,5; cf. Gc 1,26-27), ecc. Tale situazione è spiegabile non tanto dalla dipendenza letteraria di 1Pietro da Giacomo, quanto dal fatto che entrambi gli scritti attingono in modo autonomo da una comune tradizione.  È comunque con le lettere di Paolo che la lettera mostra i maggiori punti di contatto sia a livello di fraseologia sia a livello di pensiero: ad esempio, «in Cristo» (3,16; 5,10.14), «libertà» (2,16), le sofferenze di Cristo (1,11; 4,13; 5,1), «giustizia» (2,24, 3,14), ecc.  Le differenze sono tuttavia più impressionanti: 1Pietro parla di giustizia/giustificazione senza precisare «per fede». Ignora altri temi caratteristici di Paolo come la tensione tra fede e opere, la chiesa come corpo di Cristo, la preesistenza di Cristo. Si può dire che la 1Pietro sia un’opera in gran parte indipendente, non più vicina al pensiero di Paolo o più lontana da esso di quanto Pietro lo sia stato storicamente da Paolo verso la fine delle loro vite (…) 1 e 2 Pt possono essere considerate come un corpo petrino distinto dal molto più esteso corpus paolino[8].

La collocazione tra le «lettere cattoliche» 1Pietro e 1Giovanni rappresentano il nucleo germinale del “corpo” canonico che va sotto il nome di «lettere cattoliche». Sono chiamate così da Eusebio nella Storia ecclesiastica (2,23,25) all’inizio del IV sec. L’ordine di successione nel canone (Gc-1Pt-2Pt-1Gv-2Gv-3Gv-Gd) sembra derivare da un famoso passo della lettera ai Galati, dove le «colonne» della Chiesa di Gerusalemme sono elencate secondo la stessa sequenza: …e riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa [Pietro] e Giovanni, ritenute le colonne, diedero a me e a Barnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi (Gal 2,9). Pietro e Giovanni sono gli apostoli più vicini a Gesù, mentre Giacomo e Giuda si presentano come «fratelli del Signore», membri della stretta cerchia familiare di Gesù che avrebbe assunto la guida della Chiesa madre di Gerusalemme. Il rapporto privilegiato di queste figure con il Signore spiega come, in alcuni elenchi della Chiesa occidentale, le lettere loro attribuite si trovino tra gli Atti degli apostoli e le lettere di Paolo.  A parte gli indizi rinvenibili nella Prima lettera di Clemente, nella lettera di Policarpo ai Filippesi e in Papia, la 1Pietro comincia a essere esplicitamente testimoniata verso la fine del II secolo da Ireneo e da Clemente di Alessandria. Dal III secolo è inclusa tra gli scritti incontestati del Nuovo Testamento, a differenza della 2Pietro. La strana assenza dal Canone di Muratori potrebbe dipendere dal cattivo stato di conservazione del documento. Le Chiese siriache accettano la 1Pietro dal V secolo uniformandosi così alla posizione comune.

[1] E. Bosetti, La prima lettera di Pietro, EMP, Padova 20102, 16.

[2] P.J. Achtemeier, La prima lettera di Pietro. Commento storico esegetico, LEV, Città del Vaticano 2004, 108. [3] A. Chester – R.P. Martin, La teologia delle lettere di Giacomo, Pietro e Giuda, Paideia, Brescia 1998, 116-118. [4] R.E. Brown – J.P. Meier, Antiochia e Roma. Chiese madri della cattolicità antica, Cittadella, Assisi 1987, 159-161. [5] Achtemeier, La prima lettera di Pietro, 130-131. [6] R. Fabris, Lettera di Giacomo e Prima lettera di Pietro. Commento pastorale e attualizzazione, EDB, Bologna 1980, 154. [7] M. Mazzeo, Lettere di Pietro. Lettera di Giuda, Edizioni Paoline, Milano 2002, 18-23. [8] R.E. Brown, Introduzione al Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia 2001, 940.

Saint Pierre et Saint Paul, Localisation Limousin

Posté le Dimanche 28 juin 2015

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