da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio)

 

papa benedetto 2005 dopo l'elezzione

(foto di Papa Benedetto su legno che comperai subito dopo l’elezione, non ha ancora lo stemma)

Papa Benedetto XVI/ Joseph Ratzinger

da In Cammino verso Gesù Cristo, San Paolo Ed. 2004, 56.57,

La decisione per Dio è una decisione del pensiero  insieme della vita: le due realtà si richiamano a vicenda: Questo nesso lo descrive con drammaticamente Agostino nella storia dell propria conversione, laddove parla delle ingannevoli forme di vita di un’esistenza totalmente orientata alla materialità…Agostino riferisce come egli, per così dire, si fosse nascosto dietro le proprie spalle, e come Dio attraverso la parola dell’amico lo abbia tratto fuori da quel nascondiglio, cosicché egli potesse guardarsi in volto1

Perciò la Chiesa antica considerava il camino verso la fede precisamente come un tragitto intellettivo, nel quale l’uomo si confronta con la « dottrina della verità » ed i suoi argomenti, ma si trova anche inserito in una nuova comunità dove sono per lui possibili nuove esperienze e intime speranze.

…per conoscere Cristo è necessaria la sequela. Soltanto allora si può sperimentare dove egli abita. La domanda « Dove abiti? » (Tu chi sei?), riceve sempre la medesima risposta: « Venite e vedrete » (Gv 1,38ss)

1 cfr. Confessiones VIII 5,12 e VIII 7,16

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

San Paolo, Inno alla carità

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

Publié dans : biblica | le 10 juin, 2007 |2 Commentaires »

la peccatrice lava i piedi a Gesù

per it

Publié dans : immagini sacre | le 20 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

NELL’UMILTÀ DI DIO L’ESALTAZIONE DELL’UOMO

http://www.korazym.org/25755/nellumilta-di-dio-lesaltazione-delluomo/

NELL’UMILTÀ DI DIO L’ESALTAZIONE DELL’UOMO

4 settembre 2016 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

L’uomo biblico è il credente che si colloca nella luce del Signore. Riconoscendo la propria bassezza e nullità, il cristiano celebra in sé la grazia del Signore che colma il vuoto e illumina il nascondimento. Nella santa Scrittura l’umiltà è realizzata dai poveri di Jahweh, cioè dagli umili di Dio che sono gli uomini di fede che vivono nella luce del Signore. L’umile per eccellenza è Verbo fatto Carne e Cibo di vita. Esemplare sublime è la Vergine Madre sua Maria. Il Magnificat ritrae mirabilmente l’umiltà come povertà della risorsa dell’uomo scelto da Dio che solo nell’umile opera grandi cose: Il Signore ha guardato l’umiltà della sua serva…ha esaltato gli umili. Il vero umile è il povero che crede, non confida in se stesso, ma si abbandona nelle mani del suo vero Dio e solo Signore nella certezza che la propria vita riuscirà nella misura in cui farà agire nella propria esistenza l’onnipotenza divina che renderà feconda la sterilità umana, perché nulla è impossibile a Dio.
C’è, però, il pericolo diabolico della falsa umiltà, che è subdola superbia che provoca antipatia e rigetto perché si tratta di vivere nella non verità su Dio e su sé stessi. Anche dal punto di vista soltanto umano la persona intelligente non perde nulla a restare nei propri limiti vivendo in una sapiente modestia. La storia, che è sempre maestra di vita, ci insegna che istintivamente gli orgogliosi, gli autoesaltati, gli arrivisti, gli autosufficienti sono umiliati e i poveri di spirito che vivono nella verità dell’umiltà sono esaltati.
L’apostolo Paolo scrivendo ai cristiani di Roma li ammonisce con queste parole: Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi (12,16).
La grande lezione all’umanità è data dallo stesso Maestro e Signore Gesù. Non conosco altri signori e maestri! Il Figlio dell’uomo è venuto per servire l’uomo nell’umiltà dell’essere umano, anzi, nell’umiliazione della croce. Incarnazione e Redenzione sorprendono e sconvolgono. Il fatto poi che Gesù dichiara di non essere venuto per essere servito ma per servire e mettere la propria esistenza per la redenzione dell’umanità, nella mente superba potrebbe suscitare comprensibile reazione. Soltanto l’umile di cuore comprende e adora il mistero che, prima dell’ultima Cena, Gesù si fa servo e lava i piedi ai suoi discepoli. La croce, poi, sarà il posto di umiliazione del Cristo Redentore, del Servo di Jahweh che si addossa sulle spalle il peso del peccato e dell’umiliazione dell’uomo. Soltanto alla luce di questo Mistero possiamo valutare la dimensione dell’umiltà cristiana che è ben diversa dalla modestia, dalla convenienza, da quei falsi giochi che ci inducono a non far brutte figure. La vera umiltà si costruisce sull’esempio di quella di Gesù.
Cos’è l’Eucaristia se non il Sacramento dell’umiltà di Cristo? Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi…. Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue…versato per voi e per tutti. L’Eucaristia celebra il banchetto in cui Cristo “serve” l’uomo donando il suo Corpo e il suo Sangue. L’umiltà raggiunge il suo culmine nella carità che è donazione di se stessi. Cristo è il primo e il modello di chi è dedito al servizio. Solo agli umili Dio rivela i suoi segreti, innalzandoli a sé. Soltanto con l’atteggiamento dell’umiltà è possibile creare l’assemblea cristiana che si riunisce per celebrare la Cena del Signore e non per fare spettacoli di se stessi e delle proprie cose.
Il cristiano è lontano dal praticare quella sorta di umiltà esteriore, soltanto teorica, dottrinale o intellettuale che lascia ciascuno al proprio destino. La falsa umiltà, poi, che non è pura verità e nemmeno libertà di coscienza ma effetto d’immaginazione e di autoesaltazione, porta sempre a manifestazioni insopportabili e talvolta squilibranti. Sappiamo che il demonio gioca sempre a tendere i suoi lacci e i suoi inganni.
Nella parabola del fariseo e del pubblicano, Gesù ci istruisce che la regola fondamentale di chi siede alla mensa del Regno è sempre questa: Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (cf Lc 18, 9-14). Il fariseo giudica e condanna gli altri misurandoli superficialmente con il proprio metro di giudizio. Facendosi termine di paragone si sostituisce all’unica misura che è la santità di Dio, e da qui scoppia la sua superbia orgogliosa. Egli, infatti, ha un concetto parziale e perciò falso di umiltà che è sempre verità, sia quando si configura a Dio, sia quando si rapporta ai fratelli.
Chi siamo noi che presumiamo violare con i nostri giudizi e con le nostre critiche il santuario della coscienza altrui? Quella del fariseo è la condanna di un metodo astratto ed estraneo del vivere religiosamente. A Gesù, però, è bastata l’umiltà del pubblicano più che l’umiliazione, il suo cuore contrito e umiliato. Così nel silenzio dell’umiltà è fiorito il miracolo della misericordia.Solo il prodigio della misericordia ci viene in aiuto per renderci umili. Solo la vera umiltà accoglie quella misericordia che, a sua volta, rende misericordioso il cuore dell’uomo.

Publié dans : meditazioni | le 20 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

« amatevi gli uni gli altri »

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Publié dans : immagini sacre | le 17 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

V DOMENICA DI PASQUA (C) COMMENTO

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V DOMENICA DI PASQUA (C) COMMENTO

“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”
Commento di Enzo Bianchi
Adrian Paci, Centro di Permanenza Temporanea, 2007.

Nel vangelo secondo Giovanni è sempre il Risorto, il Cristo Signore che parla e agisce, sicché questo testo vuole mostrarci il Cristo in mezzo a noi che, nella sua gloria, continua a consegnarci le parole essenziali per comprendere e partecipare al mistero dell’umanizzazione di Dio. Cosa annuncia alla chiesa il Cristo risorto e vivente? Che è lui il pastore buono e noi le sue pecore (IV domenica di Pasqua), che ci ha lasciato un comandamento ultimo e definitivo (V domenica), che ci dona lo Spirito consolatore (VI domenica), che accanto al Padre intercede per noi (VII domenica).
Sostiamo dunque sul brano liturgico odierno, tratto dai “discorsi di addio” che il quarto vangelo estende per ben quattro capitoli (cf. Gv 13,31-16,33). Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli, per rivelarsi quale Signore e Maestro che si fa servo fino a dare la vita per loro (cf. Gv 13,1-20), poi ha annunciato il tradimento da parte di uno dei Dodici, Giuda (cf. Gv 13,21-30). Perché quest’ultimo è giunto a tanto? Solo Dio conosce l’abisso del cuore umano (cf. Ger 11,20; 12,3; 17,9-10; 20,12), ma noi possiamo supporre che Giuda non abbia agito per sete di denaro, anche se il quarto vangelo lo descrive come ladro e attaccato ai soldi (cf. Gv 12,6): per consegnare il proprio maestro occorreva una ragione più forte di trenta denari… Possiamo invece pensare che Giuda abbia fatto arrestare Gesù perché era cresciuto dentro di lui il rancore nei suoi confronti. Chiamato da Gesù, lo aveva seguito, ma poi si era accorto che il Dio rivelato da Gesù non era conforme alla sua immagine di Dio: ciò che Gesù faceva e diceva, sembrava sempre di più una contraddizione alla fede ricevuta dai padri, dunque egli era giunto a ritenerlo un “eretico” da eliminare, affinché la fede ne traesse giovamento. Non ci può essere altra ragione se non un odio religioso, perché nei vangeli non ci sono segni di relazioni personali ferite né di un “io minimo” da parte di Giuda.
Ormai Gesù, conoscendo la reazione interiore di Giuda ai suoi gesti e alle sue parole, si sentiva inibito ad agire e a parlare, a dire tutto in confidenza e libertà. Quando vi è la presenza di qualcuno che ha “l’occhio cattivo” (Mt 20,15) e nel suo essere tiene vivo il pregiudizio che diventa efficace prima ancora di aver ascoltato, quando qualcuno cova il rancore, allora è meglio tacere, non per blocco psicologico, ma per “sottomissione” (eulábeia: Eb 5,7). Ecco perché sta scritto all’inizio del nostro brano: “Quando (Giuda) fu uscito, Gesù disse…”. Ormai Gesù è libero di parlare con parrhesía, e rivela: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito”.
Ora ha inizio la glorificazione di Gesù e insieme la glorificazione di Dio in Gesù stesso, perché il tradimento nei confronti di Gesù e la sua consegna in mano a quelli che lo uccideranno non è una sconfitta ma un evento di gloria. Sì, è difficile capire questa visione “al contrario” della realtà, ma bisogna esercitarsi ad avere una visione degli eventi che non è la nostra bensì quella di Dio. E cosa vede Dio? Che nel Figlio consegnato splende più che mai l’amore di Gesù e anche il suo proprio amore, quello di chi lascia che tale consegna avvenga. Allo stesso modo, lo sguardo di Gesù sulla sua passione ormai iniziata con l’uscita di Giuda dal cenacolo non è uno sguardo che venga da carne e sangue (cf. Gv 1,13), cioè dalla capacità umana, ma viene per rivelazione da Dio stesso. Gesù sa che “non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13), e allora con l’uscita inarrestabile di Giuda ecco l’epifania dell’amore, la gloria dell’amante che splende e si impone. La croce è gloria non perché sia strumento di dolore, ma perché è il segno della fine inflitta a chi ha amato, a chi è giusto, a chi liberamente e per amore ha deposto la propria vita per gli altri. Presto questa glorificazione si manifesterà mediante l’intervento di Dio, che darà al Figlio la propria gloria risuscitandolo da morte. Così Gesù legge ai discepoli gli eventi delle ore successive: non una sconfitta, non un fallimento, ma una manifestazione della gloria di Dio, nel senso che Dio ha “peso” (kavod) nella storia, fino a decidere eventi che danno salvezza.
Una volta indicata quell’“ora” che giungerà presto, mancando ormai poco tempo al suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1), Gesù esprime le sue ultime volontà, rivela il suo testamento, dà il comando riassuntivo di tutta la Legge; un “comandamento nuovo” (entolè kainé) non perché sia una parola nuova rivolta da Dio ai credenti, ma nel senso che è ultimo e definitivo, dopo il quale non ve ne saranno altri: “Amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (cf. anche Gv 15,12). Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Con tenerezza, chiamandoli “piccoli figli” (teknía), Gesù rivela ai discepoli l’essenziale: “Amatevi gli uni gli altri”. Ci attenderemmo: “Amatemi”, e invece no: “Amatevi”! Subito è pronta l’obiezione: ma dove va a finire l’amore di Dio? Gesù però ha ben compreso ciò che il discepolo amato, dopo essere stato con lui, espliciterà nella sua Prima lettera: “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e l’amore di lui è compiuto in noi” (1Gv 4,12); ovvero, Dio è presente e in quell’amore reciproco si sente amato veramente, perché vede che la sua volontà è realizzata (cf. 1Gv 5,3).
Quanta perdita di tempo in discorsi che distinguono tra amore “verticale” e amore “orizzontale”, quante accuse reciproche tra fratelli cosiddetti “mondani” e fratelli cosiddetti “spiritualisti”: ragionamenti di persone tarde di orecchi e di cuore! Perché l’amore, quando è veramente tale, non può non essere amore di Dio e amore per i fratelli e le sorelle, ossia amore di Dio che in noi – lo sappiamo o meno – si fa amore per gli altri. Se ci si ama a vicenda, allora si sta insieme; e quando si sta insieme, allora Gesù, il Vivente, è presente (cf. Mt 18,20), il Risorto è in mezzo a noi (cf. Mt 28,20). E quando amiamo l’altro dandogli da mangiare, da bere, vestendolo, visitandolo in carcere o nella malattia, allora amiamo Cristo che è realmente presente, presente più che mai davanti a noi. Dunque l’amore deve innanzitutto essere reciproco, amore verso l’altro, che se è fratello nella fede deve rispondere con amore; in ogni caso, amore verso l’altro sempre, che risponda o no, perché questa è la volontà di Gesù Cristo. Molti oggi piangono, annunciando “la morte di Dio” nel nostro mondo, e forse questo è vero; o meglio, è vero se l’amore è morto, ma finché c’è un frammento di amore vissuto tra gli umani, là Dio è presente, è vivo e Cristo è tra di noi! La salvezza, ossia la vita di ciascuno di noi, dipende dall’osservanza di questo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri”.
Ma Gesù dà anche la forma, la misura, lo stile di questo amore: “Amatevi come (kathós) io ho amato voi”. Si tratta di amare l’altro come lo ama Gesù, cioè accogliendolo così com’è, perdonandolo e rimettendogli i peccati, prendendosi fedelmente cura di lui, rendendolo fratello o sorella fino alla morte, fino a deporre la vita per lui/lei. C’è nell’amore cristiano una forma, uno stile determinato da Gesù e da lui testimoniato nei vangeli. Se Gesù è maestro, lo è soprattutto nell’arte dell’amare. Si fa presto a parlare di amore o a credere di vivere l’amore, ma viverlo come lo ha vissuto Gesù, a prezzo del dono della vita, è arte, è un capolavoro di amore, quindi è manifestazione della gloria di Dio che è gloria dell’amare. Così questo amore diventa “segno”, cioè un segnale che dove vi è tale amore, là vi è vita cristiana, vita del discepolo di Gesù. Il discepolo di Gesù, infatti, non si distingue perché prega (pregano tutti gli uomini religiosi e anche i non religiosi quando sono nell’angoscia!); non si distingue perché fa miracoli (in tutte le religioni ci sono taumaturghi); non si distingue perché ha una sapienza raffinata (l’oriente ha elaborato una sapienza che rivaleggia con la nostra occidentale): no, si distingue perché ama, ama come Gesù!

Dunque nel testamento di Gesù vi sono
il comandamento nuovo,
lo stile e la forma,
il segno (o significatività).

Poveri uomini e povere donne che nel mondo tentano ogni giorno di amare come Gesù, con il suo stile, e sentono questo come l’impegno più grande e significativo: questi sono i discepoli di Gesù, i cristiani. Tutto il resto è scena, scena religiosa che passa con questo mondo (cf. 1Cor 7,31). Il giudizio che ci attende tutti avverrà sull’amore e su nient’altro, per ogni uomo o donna che abbia o non abbia conosciuto e creduto in Gesù Cristo, il Vivente, il Signore: egli ci ha chiesto di amarci tra noi umani, perché solo così si sente amato da noi!

http://www.monasterodibose.it

il « Padre nostro »

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Publié dans : immagini sacre | le 15 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL “PADRE NOSTRO”: 15. MA LIBERACI DAL MALE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2019/documents/papa-francesco_20190515_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL “PADRE NOSTRO”: 15. MA LIBERACI DAL MALE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 15 maggio 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Eccoci infine arrivati alla settima domanda del “Padre nostro”: «Ma liberaci dal male» (Mt 6,13b).
Con questa espressione, chi prega non solo chiede di non essere abbandonato nel tempo della tentazione, ma supplica anche di essere liberato dal male. Il verbo greco originale è molto forte: evoca la presenza del maligno che tende ad afferrarci e a morderci (cfr 1 Pt 5,8) e dal quale si chiede a Dio la liberazione. L’apostolo Pietro dice anche che il maligno, il diavolo, è intorno a noi come un leone furioso, per divorarci, e noi chiediamo a Dio di liberarci.
Con questa duplice supplica: “non abbandonarci” e “liberaci”, emerge una caratteristica essenziale della preghiera cristiana. Gesù insegna ai suoi amici a mettere l’invocazione del Padre davanti a tutto, anche e specialmente nei momenti in cui il maligno fa sentire la sua presenza minacciosa. Infatti, la preghiera cristiana non chiude gli occhi sulla vita. È una preghiera filiale e non una preghiera infantile. Non è così infatuata della paternità di Dio, da dimenticare che il cammino dell’uomo è irto di difficoltà. Se non ci fossero gli ultimi versetti del “Padre nostro” come potrebbero pregare i peccatori, i perseguitati, i disperati, i morenti? L’ultima petizione è proprio la petizione di noi quando saremo nel limite, sempre.
C’è un male nella nostra vita, che è una presenza inoppugnabile. I libri di storia sono il desolante catalogo di quanto la nostra esistenza in questo mondo sia stata un’avventura spesso fallimentare. C’è un male misterioso, che sicuramente non è opera di Dio ma che penetra silenzioso tra le pieghe della storia. Silenzioso come il serpente che porta il veleno silenziosamente. In qualche momento pare prendere il sopravvento: in certi giorni la sua presenza sembra perfino più nitida di quella della misericordia di Dio.
L’orante non è cieco, e vede limpido davanti agli occhi questo male così ingombrante, e così in contraddizione con il mistero stesso di Dio. Lo scorge nella natura, nella storia, perfino nel suo stesso cuore. Perché non c’è nessuno in mezzo a noi che possa dire di essere esente dal male, o di non esserne almeno tentato. Tutti noi sappiamo cosa è il male; tutti noi sappiamo cosa è la tentazione; tutti noi abbiamo sperimentato sulla nostra carne la tentazione, di qualsiasi peccato. Ma è il tentatore che ci muove e ci spinge al male, dicendoci: “fa questo, pensa questo, va per quella strada”.
L’ultimo grido del “Padre nostro” è scagliato contro questo male “dalle larghe falde”, che tiene sotto il suo ombrello le esperienze più diverse: i lutti dell’uomo, il dolore innocente, la schiavitù, la strumentalizzazione dell’altro, il pianto dei bambini innocenti. Tutti questi eventi protestano nel cuore dell’uomo e diventano voce nell’ultima parola della preghiera di Gesù.
È proprio nei racconti della Passione che alcune espressioni del “Padre nostro” trovano la loro eco più impressionante. Dice Gesù: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). Gesù sperimenta per intero la trafittura del male. Non solo la morte, ma la morte di croce. Non solo la solitudine, ma anche il disprezzo, l’umiliazione. Non solo il malanimo, ma anche la crudeltà, l’accanimento contro di Lui. Ecco che cos’è l’uomo: un essere votato alla vita, che sogna l’amore e il bene, ma che poi espone continuamente al male sé stesso e i suoi simili, al punto che possiamo essere tentati di disperare dell’uomo.
Cari fratelli e sorelle, così il “Padre nostro” assomiglia a una sinfonia che chiede di compiersi in ciascuno di noi. Il cristiano sa quanto soggiogante sia il potere del male, e nello stesso tempo fa esperienza di quanto Gesù, che mai ha ceduto alle sue lusinghe, sia dalla nostra parte e venga in nostro aiuto.
Così la preghiera di Gesù ci lascia la più preziosa delle eredità: la presenza del Figlio di Dio che ci ha liberato dal male, lottando per convertirlo. Nell’ora del combattimento finale, a Pietro intima di riporre la spada nel fodero, al ladrone pentito assicura il paradiso, a tutti gli uomini che erano intorno, inconsapevoli della tragedia che si stava consumando, offre una parola di pace: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Dal perdono di Gesù sulla croce scaturisce la pace, la vera pace viene dalla croce: è dono del Risorto, un dono che ci dà Gesù. Pensate che il primo saluto di Gesù risorto è “pace a voi”, pace alle vostre anime, ai vostri cuori, alle vostre vite. Il Signore ci dà la pace, ci dà il perdono ma noi dobbiamo chiedere: “liberaci dal male”, per non cadere nel male. Questa è la nostra speranza, la forza che ci dà Gesù risorto, che è qui, in mezzo a noi: è qui. E’ qui con quella forza che ci dà per andare avanti, e ci promette di liberarci dal male.

 

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 15 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

la bellezza di Cristo

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Publié dans : immagini sacre | le 13 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

LA BELLEZZA DI DIO

http://www.centrostudifrancescani.it/site/2017/05/la-bellezza-di-dio/

LA BELLEZZA DI DIO

7 Maggio 2017

La ricerca del ‘Bello’, nel suo valore più elevato, è sempre stata un itinerario di avvicinamento al divino, come ha scritto Simone Weil: “[…] in tutto ciò che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello c’è come una specie di incarnazione di Dio […]; quindi tutta l’arte di prim’ordine è per essenza religiosa [in quanto] testimonianza in favore dell’Incarnazione. Una melodia gregoriana testimonia quanto la morte di un martire”. Come leggiamo infatti nell’Idiota di Fedor M. Dostoevskij, “La Bellezza salverà il mondo”. La Bibbia testimonia ampiamente lo stupore dell’uomo dinanzi al fascino della Bellezza di Dio, che supera ogni bellezza umana, poiché sempre fragile, sottoposta alla caducità. Nella Bibbia si parla anzitutto della bellezza degli elementi del creato, che rimanda a quella del Creatore. Per la Bibbia il bello (tov / buono), riferito alle cose o alle persone, significa ciò che è ordinato, senza difetti, proporzionato e armonioso in tutte le sue parti. La bellezza è anche la tenerezza dei sentimenti, la verità, ma è soprattutto espressione della santità divina (cf Sal 25,8), perché è Dio la bellezza-bontà sperimentabile quasi in modo sensoriale: “Assaporate e gustate quanto è buono (bello) Jhwh” (Sal 27,13). Il mondo biblico, volendo esprimere la felicità delle origini della creazione, ricorre all’immagine della bellezza dell’Eden: “Il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva modellato; fece spuntare dal terreno ogni sorta di alberi, attraenti per la vista e buoni da mangiare” (Gn 2,8-9). Anche dell’albero proibito si dice che il frutto ”era buono da mangiare, seducente per gli occhi e attraente” (Gn 3,6). La bellezza di Dio nella Bibbia viene espressa anche con il tema della Sapienza divina che è vitale, feconda, benefica. Essa è come le piante più belle della flora palestinese (come il cedro e l’umile rosa di Gerico), con il loro lussureggiante fogliame, con i fiori, i frutti, che rimandano al godimento spirituale che viene donato dalla Sapienza (cf Sir 24,12-17). Tutte le opere della creazione di Dio sono buone (belle): ”Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco era molto buono” (Gn 1,31). La bellezza del Creatore emerge soprattutto nell’uomo, creato a sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26-27); ne riflette meglio il suo splendore, la sua gloria e la sua grandezza (cf Sal 8). Tale bellezza si manifesta soprattutto attraverso i personaggi che hanno avuto un ruolo particolare nel piano salvifico di Dio, sono più vicini al suo cuore. I personaggi biblici che hanno grandi qualità morali e spirituali, sono sempre presentati con la caratteristica della bellezza fisica.
Nel Nuovo Testamento il binomio bellezza-bontà è del tutto assente. Coloro che vengono chiamati da Dio per realizzare il suo disegno salvifico (Maria, Giovanni Battista, Giuseppe), sono persone comuni, di cui si evidenziano anche i difetti, la vita di peccato (Matteo, la Maddalena) e non c’è nessun riferimento all’aspetto fisico. Sul monte Tabor la gloria di Dio si manifesta attraverso la luce e il candore delle vesti. Ciò dipende dal fatto che nel Nuovo Testamento emerge la sapienza della croce, per cui è grande e bello dinanzi a Dio tutto ciò che è stoltezza e realtà sgradevole dinanzi agli uomini. Ciò che conta non è il vigore fisico, ma la debolezza accettata per testimoniare la fede, non la potenza e la forza, ma la mitezza, l’umiltà, la povertà e la semplicità, non la ricchezza e lo splendore agli occhi degli uomini. La bellezza di Dio si manifesta soprattutto nell’uomo dei dolori, nel Crocifisso che è lo stesso Unigenito del Padre Celeste. Il Nuovo Testamento evidenzia quindi che Gesù è l’icona del Padre (cf Col 1,15), è l’irradiazione della gloria divina (cf Eb 1,3), perchè è passato per l’annientamento, rinunciando allo splendore divino: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6). La bellezza di Dio si manifesta nel Cristo, per il fatto che ha donato tutto se stesso per amore dell’umanità, come il pastore buono che dà la vita per le pecore (cf Gv 10,11.14), e si è fatto servo di tutti. Gesù ci manifesta che la bellezza di Dio è quella dell’amore. Lo splendore dell’alba di Pasqua, che supera le tenebre del venerdì santo, attesta il fulgore della vita che vince la morte, della riconciliazione che vince l’odio e la separazione. Per il cristianesimo la “bellezza si è compiuta una volta per sempre nel giardino fuori di Gerusalemme: sulla roccia del Calvario sta la Croce della Bellezza […]” (B. Forte). Il Verbo si è sottoposto alla kenosis; Colui che “è il più bello tra i figli degli uomini” (Sal 45,3) è diventato Colui che “non aveva più né bellezza, né decoro” (Is 53,2). S. Agostino ha sottolineato il motivo di questo mistero paradossale: “Egli non aveva bellezza né decoro per dare a te bellezza e decoro. Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità, affinchè tu possa correre amando e amare correndo […]. Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello”. L’amore infinito di Colui che ha il volto sfigurato, lo rende il più bello tra i figli degli uomini. Egli ha rinunciato alla sua bellezza divina per rendere noi belli, non secondo l’aspetto fisico, bensì nell’amore, nel servizio, nella testimonianza. L’umanità spesso smarrisce il vero senso della bellezza; si lascia prendere dalla vertigine di ciò che è appariscente, e trasforma il bello in spettacolo, in bene di consumo, abbandonandosi all’immediatamente fruibile. La bellezza che si è resa trasfigurata e crocifissa ci redime dalla seduzione dell’effimero. Il grido di abbandono del più bello tra i figli degli uomini (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mc 14,34) ci libera dall’abbaglio delle bellezze caduche, per rivelarci il vero Bello, il volto del Padre misericordioso, che per amore ci dona il Figlio Crocifisso (cf Rm 8,32) e lo Spirito di Amore (cf Gv 19,30), Autore della rinascita nella vera bellezza. La vittoria pasquale del Crocifisso dà senso anche alle fragili bellezze terrene, che sono un segno della bellezza divina, nonostante il loro limite, quando rispecchiano la Sapienza divina e il suo progetto salvifico. Un’icona della trasfigurazione della bellezza terrena è Maria di Nazareth, la giovane e umile donna totalmente protesa all’accoglienza della bellezza divina. Maria non è un mito, non è un’astrazione, ma una donna concreta che è vissuta nella società ebraica. E’ questa concreta femminilità che rivela la bellezza dell’Eterno; è l’incontro tra la bellezza terrena e quella divina. La Vergine Madre figlia del suo Figlio, coperta dall’ombra dello Spirito (cf Lc 1.35), diventa la dimora santa del Verbo di Dio fra gli uomini. Maria è l’icona della Bellezza trinitaria, è “il santuario e il riposo della Santissima Trinità” (San Luigi Maria Grignion de Monfort), il grembo della Bellezza divina (H.U. von Balthasar). In Maria tota pulchra, la Donna Bella secondo il piano salvifico di Dio, si rende presente in modo eminente l’esistenza umana redenta, protesa alla contemplazione del Bello Assoluto.

La bellezza del Crocifisso risplende particolarmente attraverso la testimonianza di coloro che si sono conformati a lui; non si può non far riferimento al cantore della bellezza di Dio: Francesco d’Assisi. Egli è stato folgorato dalla bellezza divina, immergendosi in essa fino all’unione estatica. Nella bellezza delle creature il Poverello di Assisi contempla il Bellissimo che le possiede e le riempie, per cui uno dei titoli che attribuisce a Dio è proprio quello della Bellezza. Il Giullare di Dio contempla e loda la Bellezza del Padre celeste, come emerge dalle Lodi di Dio Altissimo, scritte per ringraziarLo del dono della bellezza delle stimmate. ‘Tu sei Bellezza” (FF 261,4). Il Celano nella Vita Seconda attesta che il Santo assisiate “nelle cose belle riconosce la Bellezza somma” (FF 750). La gioia estatica invade l’animo dell’Araldo del Gran Re nel contemplare la bellezza dei fiori e della natura in genere, recuperando il messaggio biblico della contemplazione del creato: “E quale estasi pensi gli procurasse la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza? Subito rivolgeva l’occhio del pensiero alla bellezza di quell’altro Fiore il quale spuntando luminoso nel tempo della fioritura dalla radice di Jesse, con il suo profumo richiama alla vita migliaia e migliaia di morte” (FF 460). Anche il fuoco suscita la sua ammirazione: “Frate mio focu, di bellezza invidiabile fra tutte le creature, l’Altissimo ti ha creato vigoroso, bello e utile” (FF 752). Egli ammirava a tal punto la bellezza e l’utilità del fuoco che “non voleva mai impedire la sua azione” (FF 1816), come quella volta che, prendendo fuoco il suo abito, impedì che venisse spento. La bellezza di tutte le creature viene espressa da Francesco particolarmente nel Cantico di Frate Sole (FF 263). La bellezza di Dio si manifesta per lui soprattutto attraverso il sole, che è Luce radiosa, Vita, Bontà, Amore. Sull’esempio di Cristo povero e umile egli ha ammirato la bellezza di ciò che umanamente è considerato spregevole, e per questo ha amato intensamente Madonna Povertà (cf FF 641). Francesco contempla soprattutto nel Crocifisso di San Damiano la Bellezza di Dio, come pure nell’esperienza personale della Passione del Figlio di Dio. Due anni prima della fine del suo pellegrinaggio terreno gli fu concesso di contemplare la Bellezza sconvolgente della gloria del Cristo Crocifisso: è l’esperienza della Verna, della visione del Serafino trafitto in croce (FF 1225), della Bellezza radiosa e sfigurata dalla Passione nello stesso tempo. Come segno di tutto ciò, egli che in vita non aveva avuto alcuna bellezza, essendosi del tutto assimilato al Crocifisso, dopo l’incontro con sorella morte ottiene il dono della trasfigurazione del suo corpo, segno della bellezza futura (cf FF 1247). E’ questo il premio eterno che viene donato a coloro che sanno rinunciare alle bellezze effimere per amore della Bellezza che viene da altrove, dalla Patria trinitaria, a cui anela fortemente chi si pone senza compromessi alla sequela del Cristo, l’Uomo dei dolori, irradiazione dello splendore celeste. In base alla testimonianza delle Scritture ebraiche, delle Scritture cristiane, della Chiesa, possiamo quindi concludere che “la bellezza che salverà il mondo non è ‘l’armonia’ delle parti, o una ‘forma’ qualsiasi che esprime il senso personale del piacere. Né si riduce alle assenze asimmetriche nella vita sociale e politica di un popolo. Non è bello ciò che piace, ma ciò che riconcilia. Il Cristo, Crocifisso-Risorto, è la Bellezza che salverà il mondo, l’orizzonte ultimo della nostra visione, il possesso finale dei redenti” (E. Scognamiglio).

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il buon Pastore

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Publié dans : immagini sacre | le 10 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

IV Domenica di Pasqua (Anno C) (12/05/2019) – DOMENICA DEL BUON PASTORE

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IV Domenica di Pasqua (Anno C) (12/05/2019) – DOMENICA DEL BUON PASTORE

Ascoltare per credere
padre Gian Franco Scarpitta

Nella Festa della Dedicazione i Giudei incontrano Gesù e lo interrogano a bruciapelo, più per ipocrisia che per soddisfare un desiderio legittimo di verità. Infatti gli domandano: “Fino a quando terrai il nostro animo sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente.” In realtà avrebbero dovuto comprendere essi stessi che egli è il vero Messia (Cristo) per i continui insegnamenti di verità che aveva impartito e anche per le opere di misericordia che attestavano in ogni caso l’identità di Dio Padre, che lui compiva soprattutto a beneficio degli ultimi, dei poveri, dei derelitti. Le opere di cui si parla del resto avevano giovato in un modo o nell’altro anche agli stessi increduli Giudei, se non altro perché avrebbero potuto capire che determinati fenomeni sono di provenienza divina. E invece si mostrano refrattari sia alle parole sia alle opere di Gesù. Il motivo fondamentale è che essi “non sono sue pecore.”
Questa espressione, come osserva Cipriani, potrebbe rimandare all’idea della predestinazione, per la quale Dio avrebbe destinato una parte dell’umanità alla comunione perenne con lui e per ciò stesso alla salvezza e la parte restante al peccato e alla dannazione. Sembrerebbe che Gesù, affermando questa distinzione implicita fra coloro che saranno salvati (le sue pecore) e coloro che si perdono, giustificherebbe questa posizione.
In realtà tutti quanti siamo destinati alla salvezza e ogni uomo per vocazione è orientato verso Dio, in questa vita e in quella futura. Occorre tuttavia che ci si decida risolutamente ad aderire alla parola di Cristo, che con determinazione ci si disponga ad accogliere il suo messaggio e con perseveranza a perseverare nella sua sequela attiva. Le “pecore” sono coloro che ascoltano la parola di Gesù e che si mettono al suo seguito senza riserve, che reagiscono con fiducia disinvolta alle sue sollecitazioni (come appunto fanno le pecore orientate dal loro pastore), che non obiettano alla consistenza dei suoi insegnamenti. Tutti possiamo essere “pecore” perché la redenzione e la salvezza sono destinate universalmente a tutti. Scopo della Chiesa, istituita da Cristo sul fondamento degli apostoli è appunto rendersi presenza sacramentale di colui che “pasce” il popolo di Dio, rendendo discepoli tuti gli uomini di tutte le nazioni nel ministero degli apostoli e dei loro successori. Responsabilità personale di coloro che ricevono l’annuncio è quella di ascoltare, assimilare, credere e seguire, nell’atteggiamento effettivo e reale delle pecore. Gesù infatti continua: “Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco e mi seguono”.
Come potrà invece usufruire dei benefici di salvezza chi si ostina a rifiutare l’annuncio di Cristo, omettendo di mostrarsi docile e remissivo, mostrandosi irriducibile nel non credere perfino di fronte all’evidenza?
Tutti siamo chiamati ad essere pecore di Gesù, perché Gesù non si è risparmiato per nessuno. Ha dato se stesso nel suo sacrificio sulla croce che ha raccolto tutti i popoli dispersi, riunendo lontani e vicini come in una sola persona e agevolando in tutti la vita e la salvezza. A noi è chiesto semplicemente di credere in lui, di aderire e di vivere senza esitazione. Ci viene chiesta una fede forte e radicata nell’umiltà, che ci faccia comprendere e far nostro l’amore inverosimile di chi ci chiama a sé dopo essersi sacrificato risolutamente e dopo aver dato al vita per noi.
Cristo infatti non si mostra pastore se non in conseguenza del suo essere stato “agnello”, vittima immolata il cui sangue sparso ci ha redenti: “L’agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.”(Ap 7,. 16 – 17). Questo fonda l’attendibilità delle affermazioni di Gesù intorno al ruolo di pastore che attribuisce a se stesso: non esercita un dominio gratuito e incondizionato che prorompe dall’alto al solo scopo di imporsi e di sottomettere, ma un ruolo di guida sollecita e paziente che gli deriva nient’altro che dall’amore con cui ha dato se stesso se nza riserve, concedendosi al sacrificio di immolazione. E’ pastore per il fatto che in primo luogo vuole essere agnello. E per l’appunto la salvezza appartiene a Dio seduto sul trono e all’Agnello (Ap 7, 10).
Niente è più convincente dell’amore manifestato per mezzo del sacrificio e appunto il sacrificio consumato da Cristo per tutti noi è un incentivo ad omettere ogni resistenza e a credere senza riserve e a testimoniare.
Nell’esperienza degli apostoli (I Lettura At 13) si evince l’amara esperienza della reticenza continua dei Giudei che si mostrano chiusi e refrattari a Cristo e al suo messaggio anche quando questi agisce nella forma invisibile per mezzo di Paolo e di Barnaba, che senza riserve si rendono latori del suo annuncio incontrando la medesima resistenza dei loro interlocutori. Ciò tuttavia non spegne l’azione dello Spirito e non scoraggia il ministero degli apostoli, perché essi continuano imperterriti e risoluti la loro missione, senza rinnegare la loro vocazione divina. Piuttosto, se gli ostinati Giudei si rifiutano di credere, essi si rivolgeranno ai pagani estendendo così la loro opera ad altri popoli appunto perché la salvezza non è delimitata né circoscritta ma è donata a chiunque crede. Come affermerà sempre Paolo in un altro contesto, la Parola di Dio non è incatenata (2 Tm 2, 10) e non si scoraggia alle ripulse e alle resistenze del cuori induriti. Se in alcuni luoghi è destinata a non portare frutto a causa dell’ostinazione dell’uomo, in altri produce il copioso dono di far comprendere che in essa Cristo è veramente il pastore che ha premura delle sue pecorelle, non importa chi siano, basta che mostrino docilità nell’ascoltarlo e nel seguirlo.
Disporsi all’ascolto e alla sequela produce infatti che si sperimentino i benefici dello stesso Cristo “pastore” che in quanto “agnello” non può non guidarci e sostenerci adeguatamente.
Gesù che ha condiviso le nostre stesse sofferenze addossandosi gli stessi dolori e al contempo condividendo tutte le nostre vicende, come pastore non può che comprenderci e indirizzarci verso sentieri adeguati per i nostri itinerari di vita; ci conduce verso il conseguimento delle mete e degli obiettivi a noi consoni orientandoci nei criteri di scelta vocazionale. E soprattutto conducendo ciascuno di noi alla meta universale della salvezza destinata a chiunque crede.

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