LINK ALLA MESSA DEL GIORNO ED AL COMMENTO DAL SITO: « EVANGILE AU QUOTIDIEN »

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

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link al mio blog in lingua inglese:
Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

 

 

incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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incamminoverso @ 1:25
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San Luca Evangelista che dipinge in’icona della Vergine Maria

Posté le Vendredi 17 octobre 2014

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SAN LUCA EVANGELISTA – 18 OTTOBRE

Posté le Vendredi 17 octobre 2014

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SAN LUCA EVANGELISTA

18 OTTOBRE

ANTIOCHIA DI SIRIA – ROMA (?) – PRIMO SECOLO DOPO CRISTO

Figlio di pagani, Luca appartiene alla seconda generazione cristiana. Compagno e collaboratore di san Paolo, che lo chiama «il caro medico», è soprattutto l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli. Al suo Vangelo premette due capitoli nei quali racconta la nascita e l’infanzia di Gesù. In essi risalta la figura di Maria, la «serva del Signore, benedetta fra tutte le donne». Il cuore dell’opera, invece, è costituito da una serie di capitoli che riportano la predicazione da Gesù tenuta nel viaggio ideale che lo porta dalla Galilea a Gerusalemme. Anche gli Atti degli Apostoli descrivono un viaggio: la progressione gloriosa del Vangelo da Gerusalemme all’Asia Minore, alla Grecia fino a Roma.
Protagonisti di questa impresa esaltante sono Pietro e Paolo. A un livello superiore il vero protagonista è lo Spirito Santo, che a Pentecoste scende sugli Apostoli e li guida nell’annuncio del Vangelo agli Ebrei e ai pagani. Da osservatore attento, Luca conosce le debolezze della comunità cristiana così come ha preso atto che la venuta del Signore non è imminente. Dischiude dunque l’orizzonte storico della comunità cristiana, destinata a crescere e a moltiplicarsi per la diffusione del Vangelo. Secondo la tradizione, Luca morì martire a Patrasso in Grecia.

Patronato: Artisti, Pittori, Scultori, Medici, Chirurghi
Etimologia: Luca = nativo della Lucania, dal latino

Emblema: Bue
Martirologio Romano: Festa di san Luca, Evangelista, che, secondo la tradizione, nato ad Antiochia da famiglia pagana e medico di professione, si convertì alla fede in Cristo. Divenuto compagno carissimo di san Paolo Apostolo, sistemò con cura nel Vangelo tutte le opere e gli insegnamenti di Gesù, divenendo scriba della mansuetudine di Cristo, e narrò negli Atti degli Apostoli gli inizi della vita della Chiesa fino al primo soggiorno di Paolo a Roma.
I medici-chirurghi sono cristianamente sotto la protezione dei Santi Cosma e Damiano, i martiri guaritori anargiri vissuti nel III secolo e attivi gratuitamente in Siria. Anche altri santi “minori “ sono invocati, specialmente per alcune branche specialistiche come l’oculistica e l’odontoiatria. Ma il principe patrono della categoria è, senza ombra di dubbio, San Luca evangelista, che una lunga tradizione vuole originario di Antiochia, tanto da essere denominato “il medico antiocheno”.
Come è noto, tale importante città, che corrisponde all’attuale Antakia nella Turchia sudorientale, fu fondata quale capitale del regno di Siria nel 301 a.C.; vi fiorì una numerosa colonia giudaica e fu poi sede di una delle più antiche comunità cristiane. Luca, il cui nome è probabilmente abbreviazione di Lucano, vi nacque come pagano, ma diventò proselita o quanto meno simpatizzante della religione ebraica.
Egli non era discepolo di Gesù di Nazaret; si convertì dopo, pur non figurando nemmeno come uno dei primitivi settantadue discepoli. Diventò membro della comunità cristiana antiochena, probabilmente verso l’anno 40. Fu poi compagno di San Paolo (Tarso, inizio I° secolo/ forse 8 d.C.-Roma, 67 ca.) in alcuni suoi viaggi. Lo si trova con l’apostolo delle genti a Filippi, Gerusalemme e Roma. Sostanzialmente suo discepolo, condivise la visione universale paolina della nuova religione e, allorché decise di scrivere le proprie opere, lo fece soprattutto per le comunità evangelizzate da Paolo, ossia in genere per convertiti dal paganesimo. Si incontrò tuttavia anche con San Giacomo il Minore, capo della Chiesa di Gerusalemme, con San Pietro, più a lungo con San Barnaba e forse con San Marco.
La qualifica di medico attribuita a Luca viene confermata, secondo gli studiosi, dall’esame interno delle sue opere. La sua cultura e la preparazione specifica erano sicuramente note tra le comunità di cui faceva parte; potrebbe addirittura avere curato la Madre del Signore. Certamente la sua cultura generale e la sua esperienza degli uomini erano piuttosto notevoli. Prove ne siano lo stile e l’uso della lingua greca nonché la struttura stessa dei suoi scritti: il terzo Vangelo e gli Atti degli Apostoli. La data di composizione degli Atti viene fatta risalire agli anni 63-64, quella del Vangelo ad un anno o due prima. Luca coltivava anche l’arte e la letteratura. Un’antica tradizione lo vuole addirittura autore di alcune “Madonne” che si venerano ancora ai nostri giorni, come in Santa Maria Maggiore a Roma.
Egli è il solo evangelista a dilungarsi sull’infanzia di Gesù ed a narrare episodi della vita della Madonna che gli altri tre non hanno riferito. Le fonti della sua narrazione furono i racconti dei discepoli e delle donne che vissero al seguito di Gesù; quasi sicuramente i Vangeli di Matteo e di Marco, che lui conosceva. Con la precisione cronologica e spesso geografica con la quale riferì delle vicende del Vangelo, così egli, insieme a tanta passione, raccontò negli Atti i primi passi della comunità cristiana dopo la Pentecoste.
Per alcuni studiosi Luca avrebbe scritto parecchio nella regione della Beozia, regione dell’antica Grecia confinante a sud con il golfo di Corinto e l’Attica. Tale regione fu sede di regni importanti come quello di Tebe. Per i Greci addirittura l’evangelista sarebbe morto in quei luoghi all’età di ottantaquattro anni, senza essersi mai sposato e senza avere avuto figli. Per altri invece egli sarebbe morto in Bitinia, regione nord-occidentale dell’odierna Turchia.
Per la verità nulla di certo si sa della vita di Luca dopo la morte di San Paolo. Addirittura non si conosce sicuramente se egli abbia terminato la propria esistenza terrena con una morte naturale oppure come martire appeso ad un olivo. Ovviamente ignoto è il luogo della prima sepoltura. Vi sono tre città soprattutto che si appellano ad una tradizione di traslazione del corpo dell’evangelista: Costantinopoli, Padova e Venezia. Sono città quindi intorno alle quali e dalle quali si diffuse il suo culto. Recentissimi studi avrebbero dimostrato che sue sono le spoglie mortali, eccezione fatta per il capo, conservate a Padova nella basilica benedettina di Santa Giustina. In tale città veneta sarebbero giunte per sottrarle alla distruzione degli iconoclasti e là già nel XIV secolo fu per loro costruita una cappella ed un’Arca, detta appunto di San Luca.
II simbolo di San Luca evangelista è il vitello, animale sacrificale. II 18 ottobre viene celebrata nella Chiesa universale la sua solennità, la solennità di Colui che Dante ha definito lo “scriba della mansuetudine di Cristo” per il predominio, nel suo Vangelo, di immagini di mitezza, di gioia e di amore.

Autore: Mario Benatti

incamminoverso @ 19:05
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OMELIA: 19 OTTOBRE – 29A DOMENICA: TRIBUTO A CESARE – IMMAGINE DI GESÙ

Posté le Vendredi 17 octobre 2014

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/29a-Domenica-A/10-29a-Domenica-A-2014-DG.htm

19 OTTOBRE 2014 | 29A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

TRIBUTO A CESARE – IMMAGINE DI GESÙ

Abbiamo udito il Vangelo: i Farisei si accordano con gli Erodiani – loro nemici – e architettano una congiura contro Gesù.
Scelgono alcuni « discepoli », cioè degli studenti che frequentano l’Università di Gerusalemme, ove insegnavano Gamaliele e altri celebri dottori ebrei. Nessuna meraviglia che tra questi discepoli ci fosse anche Saulo, il futuro apostolo delle genti.
Pensavano che mandando degli « studenti », Gesù non avrebbe avuto alcuna diffidenza, e quindi sarebbe stato più facile coglierlo in fallo.
Questi discepoli si presentano a Gesù in umile atteggiamento, con segni di rispetto, di grande fiducia nella sua scienza e veracità. Parlano con lui, usando parole melate: « Maestro, noi sappiamo che sei verace ».
Sono veramente sfacciati, menzogneri e scellerati!
Detestiamo anche noi tutte queste arti di sedurre e ingannare i fratelli, degne dei Farisei e degli Erodiani!
Questi perfidi presentano a Gesù un caso di coscienza: « E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare? ».
L’insidia non poteva essere né più sottile, né più pericolosa. Da cento anni i Romani dominavano in Giudea. I Giudei – e più ancora i Galilei – fremevano sotto questa dominazione straniera e pagana.
La questione posta davanti a Gesù, nell’atrio del tempio, e circondato da tanta gente, era estremamente grave e delicata: si riferiva al « dominio religioso e politico ».
Gesù doveva rispondere con un « sì », o con un « no ». Se avesse affermato che era lecito pagare il censo, l’avrebbero considerato come nemico dell’indipendenza nazionale e amico degli stranieri.
Se diceva che non era lecito, l’accusavano al governatore romano, come ribelle all’autorità di Cesare.
Ma Gesù con poche parole sfatò l’insidia, e stabilì per la prima volta la più stupenda dottrina sui diritti di Dio e su quelli di Cesare e costrinse i suoi avversari ad ammirare la sapienza della sua risposta.
Conoscendo la loro malvagità, disse: « Perché mi tentate, o ipocriti? ». Gesù risponde ai loro elogi con severi rimproveri, innanzi tutto per insegnarci a detestare l’ipocrisia e ad allontanare la schifosa razza degli adulatori.
Poi li chiama « ipocriti », affinché riconoscendo che Egli aveva letto nei loro cuori, non osassero compiere ciò avevano tramato. Essi cercavano di perderlo: Egli li confonde per salvarli. Gesù cercava di richiamarli a migliori sentimenti. Tutto inutile.
Disse loro: « Fatemi vedere la moneta del tributo ». Essi gliela porsero.
Avutala in mano, si rivolse ai suoi avversari e tenendola – com’è naturale – nel palmo della mano sinistra, e segnandola con l’indice della destra, domandò: « Di chi è questa immagine e l’iscrizione? ».
Gli rispondono: « Di Cesare ». – « Ebbene », replicò Gesù: « Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio ».
Cioè: questa moneta l’avete da Cesare, è dunque giusto che la rendiate a lui stesso per i bisogni comuni e per i servigi che vi presta.
Ma Gesù aggiunge subito: « Rendete a Dio ciò che è di Dio ». Questa dottrina così precisa, così netta, mentre è una grande lezione per gl’individui e per gli Stati, è pure una divina sorgente di pace e di sicurezza. Purtroppo è dimenticata e calpestata.
Rendete a Cesare, cioè al principe terreno, l’imposta, il servizio, l’obbedienza, perché egli vi difende con i suoi eserciti dai nemici esterni e conserva l’armonia e l’ordine interno con le sue leggi.
Ma date anche a Dio il culto che gli è dovuto, cioè un tributo di adorazione, di lodi, di obbedienza, di riconoscenza e di amore.
Dice Tertulliano: « Rendete a Cesare l’immagine di Cesare, che è sulla moneta: e a Dio l’immagine di Dio, che è nell’uomo, in modo da rendere a Cesare la moneta e a Dio, te stesso ».
Rendiamo a Dio intatta e santa la nostra anima, che è stata creata a sua immagine e l’ha riscattata con il suo Sangue prezioso. Diamo a Lui il nostro cuore. Lo domanda accoratamente: « Praebe, fili, cor tuum mihi: Dammi, o figlio, il tuo cuore ».
« Di chi è questa immagine e l’iscrizione? ». Risponde S. Agostino: « Nummus Dei sumus: siamo la moneta di Dio ». Queste belle e consolanti parole ci porgono l’occasione di fare alcune riflessioni:

1. Noi tutti portiamo l’immagine di Dio.
Egli infinitamente buono ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Come i sovrani imprimono sulle monete la loro effigie e il loro nome, così Dio ha impresso nella nostra anima la sua immagine in segno di amore, di familiarità e di sovranità, e come pegno di felicità e d’immortalità.
Noi portiamo questa immagine nella nostra anima. Infatti Dio è « spirito »; anche la nostra anima è « spirito », che dà vita al corpo. Dio è « immortale », l’anima nostra è « immortale » e indipendente dal corpo.L’anima nostra è una « trinità creata » ad immagine della « Trinità » increata. Infatti l’anima è una nella sua sostanza, ma con tre facoltà distinte: memoria, intelletto e volontà.
Dio è « libero », l’anima è « libera »… Essa rassomiglia soprattutto a Dio quando partecipa alla sua « santità », alla sua « grazia », alla sua amicizia, alla sua eterna felicità: « divinae effecti consortes naturae »: siamo diventati partecipi della divina natura ».
Portiamo l’immagine di Dio anche nel nostro corpo in modo indiretto, perché Dio, purissimo spirito, non ha corpo; tuttavia il corpo è riverbero di Dio, perché specialmente il volto, in certo modo, è l’immagine dell’anima.
Il nostro corpo poi riproduce la rassomiglianza di Dio, in quanto Dio si è fatto uomo. Secondo alcuni grandi pensatori, quando Dio – nel creare l’uomo – disse: « Faciamus hominem ad imaginem nostram: facciamo l’uomo a nostra immagine », aveva presente il corpo adorabile, di cui un giorno doveva rivestirsi il Verbo Incarnato, e ha plasmato il corpo di Adamo su questo divino modello.

2. « L’iscrizione » che reca ogni anima credente, è il bel nome di « cristiani ».
Dice infatti San Pietro: « Voi siete una stirpe eletta, regale sacerdozio, un popolo santo… ».
I martiri erano ben compresi di questa verità e con santa fierezza rispondevano ai tiranni: « Christiani sumus »: « siamo cristiani ».
Come doveva essere bello Adamo nello stato d’innocenza! Il suo corpo era perfettamente sottomesso allo spirito. Tutte le creature rispettavano in lui l’immagine e il sigillo di Dio.
Il peccato cancellò l’immagine di Dio impressa nell’anima. Fu necessario che Gesù scendesse sulla terra e morisse in croce, per restituire all’anima la rassomiglianza divina.
Quanto rispetto dunque dobbiamo portare a quest’anima, riscattata a così gran prezzo, cioè con il sangue di un Dio fatto uomo.
(Eppure quante volte la macchiamo con i nostri peccati!… Quando pecchiamo, sostituiamo l’immagine del demonio a quella di Dio.
Vedete che stranezza! Noi onoriamo i ritratti dei nostri cari, e disonoriamo l’immagine di Dio nell’anima nostra! Veneriamo le immagini della Madonna, dei Santi e gettiamo nel fango del peccato l’immagine di Dio…
Se abbiamo peccato, abbiamo cancellato dalla nostra anima l’immagine di Dio!
Accostiamoci al tribunale della penitenza: « Sanguis Iesu Christi emundat nos ab omni peccato: il sangue di Gesù ci monda da ogni peccato ». Egli ci restituirà la sua amicizia e farà rivivere in noi la rassomiglianza divina).
Temiamo quindi non solo i peccati gravi, ma anche i peccati veniali, che sono come macchie vergognose su questa immagine. Imitiamo le virtù, gli esempi di Gesù: siamo cristiani, perciò dobbiamo rivestirci del suo Spirito. Lo dice San Paolo: « Induimini Dominum nostrum Iesum Christum: rivestitevi del Signore nostro Gesù Cristo ».
Io immagino che Gesù, come ha guardato la moneta presentatagli, guardi anche la nostra anima, la scruti a fondo, e improvvisamente ci chieda: « Di chi è questa immagine così bene impressa nella tua anima? ». Quale risposta daremo noi al divin Maestro? – « Lo sai, o Gesù, questa immagine sei Tu! ». Diciamoglielo davvero di cuore e gli faremo la cosa più gradita.
NB/ Qui potremmo terminare in questo modo:

1. Conclusione:
Sulle monete le immagini possono variare all’indefinito: può essere rappresentato il re, lo stemma della casa regnante, il principe ereditario, la regina.
Così sulle monete delle nostre anime l’immagine divina può assumere varie forme, a seconda delle nostre particolari devozioni. Può essere rappresentato Gesù Eucaristico, Gesù Crocifisso, Gesù Bambino, Gesù Cristo Re…
Ma non dimentichiamo una cosa importantissima: una faccia della moneta della nostra anima deve recare necessariamente l’immagine della nostra Regina, della Madonna.
Solo così possiamo star sicuri che la nostra moneta non è falsa ed ha corso legale.
Imprimiamo quindi profondamente nel nostro cuore l’immagine della Madonna, e vedremo spiccare inevitabilmente dall’altra parte l’immagine di Gesù, perché il Volto di Gesù è il volto della Madonna: il figlio rassomiglia sempre alla propria mamma (filii matrizzant… »).
E quando al Divin tribunale Gesù ci chiederà: « Di chi è questa immagine? ». Non avremo bisogno di risponderGli: la nostra anima rassomiglierà a Lui, perché somigliante alla Madonna, cioè alla Sua Mamma.
E allora sarà gioia piena, e per sempre.
NB/ Prima della precedente conclusione, si poteva aggiungere ancora quanto segue:

2. Conclusione:
Nei confessionali le anime si fondono come il metallo nel fuoco: si purificano come l’oro nel crogiolo e l’immagine di satana viene sostituita con l’immagine di Gesù crocifisso.
Nella Comunione poi è Gesù stesso, il Sole di giustizia e di santità, che entra nella nostra anima e la riempie del divino splendore della grazia.
Della Madonna la Chiesa esclama: « Un grande prodigio fu visto nel cielo: una Donna vestita di sole ». Ebbene, lo stesso si può dire di chiunque si comunica: « Un grande prodigio fu visto in terra: un uomo rivestito di Gesù ».
Rivestendo di sé un’anima, Gesù vi stampa la sua immagine. (Come Egli lasciò effigiato il suo volto nel lino della Veronica e l’impronta del suo corpo nella S. Sindone, così nella S. Comunione, ma non un’immagine fredda e senza vita, come nella Sindone, bensì viva e palpitante).
S. Margherita Maria Alacoque, ancor novizia, si era presentata a Gesù come una tela bianca da dipingere. Gesù le disse: « Va bene: ogni giorno nella Comunione e nella visita che mi farai, Io darò una pennellata nella tua anima, finché vi sia ultimato il mio ritratto ».
Gesù Sacramentato è l’Artista: la nostra anima è il suo capolavoro. Nel SS.mo Sacramento Egli dà a noi il Suo sangue, la sua vita, tutto se stesso, affinché noi diamo a Lui quest’anima, suo tesoro, sua moneta: « Siamo moneta di Dio… ».
Diamoci dunque a Gesù, e lasciamo che Egli compia in noi il suo capolavoro.
(Frequentiamo la S. Comunione con l’intenzione che Gesù ci renda ogni giorno più buoni, più umili, più caritatevoli, più casti, più mortificati, più conformi alla sua immagine: Il Padre ci ha creati, perché diventiamo « conformi all’immagine della sua bontà » (« conformes fieri bonitatis eius… »).

D. Severino GALLO sdb

incamminoverso @ 19:03
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Sant’Ignazio di Antiochia – Basilica di San Clemente, Roma;

Posté le Jeudi 16 octobre 2014

Sant’Ignazio di Antiochia - Basilica di San Clemente, Roma;  dans immagini sacre

http://www.arautos.org/view/show/46718-testimonianza-sigillata-col-sangue 

incamminoverso @ 18:55
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BENEDETTO XVI – SANT’IGNAZIO D’ANTIOCHIA – 17 OTTOBRE

Posté le Jeudi 16 octobre 2014

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070314_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 14 marzo 2007

SANT’IGNAZIO D’ANTIOCHIA – 17 OTTOBRE

Cari fratelli e sorelle,

nel nostro nuovo ciclo di catechesi appena iniziato stiamo passando in rassegna le principali personalità della Chiesa nascente. La scorsa settimana abbiamo parlato di Papa Clemente I, terzo Successore di san Pietro. Oggi parliamo di sant’Ignazio, che è stato il terzo Vescovo di Antiochia, dal 70 al 107, data del suo martirio. In quel tempo Roma, Alessandria e Antiochia erano le tre grandi metropoli dell’Impero romano. Il Concilio di Nicea parla di tre «primati»: ovviamente, quello di Roma, ma vi erano poi anche Alessandria e Antiochia che vantavano un loro «primato». Sant’Ignazio, come s’è detto, era Vescovo di Antiochia, che oggi si trova in Turchia. Qui, in Antiochia, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, sorse una comunità cristiana fiorente: primo Vescovo ne fu l’apostolo Pietro – così ci dice la tradizione –, e lì «per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (At 11,26). Eusebio di Cesarea, uno storico del IV secolo, dedica un intero capitolo della sua Storia Ecclesiastica alla vita e all’opera letteraria di Ignazio (3,36). «Dalla Siria», egli scrive, «Ignazio fu mandato a Roma per essere gettato in pasto alle belve, a causa della testimonianza da lui resa a Cristo. Compiendo il suo viaggio attraverso l’Asia, sotto la custodia severa delle guardie» [che lui chiama «dieci leopardi» nella sua Lettera ai Romani 5,1], «nelle singole città dove sostava, con prediche e ammonizioni, andava rinsaldando le Chiese; soprattutto esortava, col calore più vivo, di guardarsi dalle eresie, che allora cominciavano a pullulare, e raccomandava di non staccarsi dalla tradizione apostolica» (3,36,3-4). La prima tappa del viaggio di Ignazio verso il martirio fu la città di Smirne, dove era Vescovo san Policarpo, discepolo di san Giovanni. Qui Ignazio scrisse quattro lettere, rispettivamente alle Chiese di Efeso, di Magnesia, di Tralli e di Roma. «Partito da Smirne», prosegue Eusebio, «Ignazio venne a Troade, e di là spedì nuove lettere»: due alle Chiese di Filadelfia e di Smirne, e una al Vescovo Policarpo. Eusebio completa così l’elenco delle lettere, che sono giunte a noi come un prezioso tesoro. Leggendo questi testi si sente la freschezza della fede della generazione che ancora aveva conosciuto gli Apostoli. Si sente anche in queste lettere l’amore ardente di un Santo. Finalmente da Troade il martire giunse a Roma, dove, nell’Anfiteatro Flavio, venne dato in pasto alle bestie feroci.
Nessun Padre della Chiesa ha espresso con l’intensità di Ignazio l’anelito all’unione con Cristo e alla vita in Lui. Perciò abbiamo letto il brano evangelico sulla vigna, che secondo il Vangelo di Giovanni è Gesù. In realtà, confluiscono in Ignazio due «correnti» spirituali: quella di Paolo, tutta tesa all’unione con Cristo, e quella di Giovanni, concentrata sulla vita in Lui. A loro volta, queste due correnti sfociano nell’imitazione di Cristo, più volte proclamato da Ignazio come «il mio» o «il nostro Dio». Così Ignazio supplica i cristiani di Roma di non impedire il suo martirio, perché è impaziente di «congiungersi con Gesù Cristo». E spiega: «E’ bello per me morire andando verso (eis) Gesù Cristo, piuttosto che regnare sino ai confini della terra. Cerco Lui, che è morto per me, voglio Lui, che è risorto per noi … Lasciate che io sia imitatore della Passione del mio Dio!» (Romani 5-6). Si può cogliere in queste espressioni brucianti d’amore lo spiccato «realismo» cristologico tipico della Chiesa di Antiochia, più che mai attento all’incarnazione del Figlio di Dio e alla sua vera e concreta umanità: Gesù Cristo, scrive Ignazio agli Smirnesi, «è realmente dalla stirpe di Davide», «realmente è nato da una vergine», «realmente fu inchiodato per noi» (1,1).
L’irresistibile tensione di Ignazio verso l’unione con Cristo fonda una vera e propria «mistica dell’unità». Egli stesso si definisce «un uomo al quale è affidato il compito dell’unità» (Filadelfiesi 8,1). Per Ignazio l’unità è anzitutto una prerogativa di Dio che, esistendo in tre Persone, è Uno in assoluta unità. Egli ripete spesso che Dio è unità, e che solo in Dio essa si trova allo stato puro e originario. L’unità da realizzare su questa terra da parte dei cristiani non è altro che un’imitazione, il più possibile conforme all’archétipo divino. In questo modo Ignazio giunge a elaborare una visione della Chiesa, che richiama da vicino alcune espressioni della Lettera ai Corinti di Clemente Romano. «E’ bene per voi», scrive per esempio ai cristiani di Efeso, «procedere insieme d’accordo col pensiero del Vescovo, cosa che già fate. Infatti il vostro collegio dei presbiteri, giustamente famoso, degno di Dio, è così armonicamente unito al Vescovo come le corde alla cetra. Per questo nella vostra concordia e nel vostro amore sinfonico Gesù Cristo è cantato. E così voi, ad uno ad uno, diventate coro, affinché nella sinfonia della concordia, dopo aver preso il tono di Dio nell’unità, cantiate a una sola voce» (4,1-2). E dopo aver raccomandato agli Smirnesi di non «intraprendere nulla di ciò che riguarda la Chiesa senza il Vescovo» (8,1), confida a Policarpo: «Io offro la mia vita per quelli che sono sottomessi al Vescovo, ai presbiteri e ai diaconi. Possa io con loro avere parte con Dio. Lavorate insieme gli uni per gli altri, lottate insieme, correte insieme, soffrite insieme, dormite e vegliate insieme come amministratori di Dio, suoi assessori e servi. Cercate di piacere a Colui per il quale militate e dal quale ricevete la mercede. Nessuno di voi sia trovato disertore. Il vostro Battesimo rimanga come uno scudo, la fede come un elmo, la carità come una lancia, la pazienza come un’armatura» (6,1-2).
Complessivamente si può cogliere nelle Lettere di Ignazio una sorta di dialettica costante e feconda tra due aspetti caratteristici della vita cristiana: da una parte la struttura gerarchica della comunità ecclesiale, e dall’altra l’unità fondamentale che lega fra loro tutti i fedeli in Cristo. Di conseguenza, i ruoli non si possono contrapporre. Al contrario, l’insistenza sulla comunione dei credenti tra loro e con i propri pastori è continuamente riformulata attraverso eloquenti immagini e analogie: la cetra, le corde, l’intonazione, il concerto, la sinfonia. E’ evidente la responsabilità peculiare dei Vescovi, dei presbiteri e dei diaconi nell’edificazione della comunità. Vale anzitutto per loro l’invito all’amore e all’unità. «Siate una cosa sola», scrive Ignazio ai Magnesi, riprendendo la preghiera di Gesù nell’Ultima Cena: «Un’unica supplica, un’unica mente, un’unica speranza nell’amore … Accorrete tutti a Gesù Cristo come all’unico tempio di Dio, come all’unico altare: Egli è uno, e procedendo dall’unico Padre, è rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell’unità» (7,1-2). Ignazio, per primo nella letteratura cristiana, attribuisce alla Chiesa l’aggettivo «cattolica», cioè «universale»: «Dove è Gesù Cristo», egli afferma, «lì è la Chiesa cattolica» (Smirnesi 8,2). E proprio nel servizio di unità alla Chiesa cattolica, la comunità cristiana di Roma esercita una sorta di primato nell’amore: «In Roma essa presiede degna di Dio, venerabile, degna di essere chiamata beata … Presiede alla carità, che ha la legge di Cristo e porta il nome del Padre» (Romani, prologo).
Come si vede, Ignazio è veramente il «dottore dell’unità»: unità di Dio e unità di Cristo (a dispetto delle varie eresie che iniziavano a circolare e dividevano l’uomo e Dio in Cristo), unità della Chiesa, unità dei fedeli «nella fede e nella carità, delle quali non vi è nulla di più eccellente» (Smirnesi 6,1). In definitiva, il «realismo» di Ignazio invita i fedeli di ieri e di oggi, invita noi tutti a una sintesi progressiva tra configurazione a Cristo (unione con Lui, vita in Lui) e dedizione alla sua Chiesa (unità con il Vescovo, servizio generoso alla comunità e al mondo). Insomma, occorre pervenire a una sintesi tra comunione della Chiesa all’interno di sé e missione-proclamazione del Vangelo per gli altri, fino a che attraverso una dimensione parli l’altra, e i credenti siano sempre più «nel possesso di quello Spirito indiviso, che è Gesù Cristo stesso» (Magnesi 15).
Implorando dal Signore questa «grazia di unità», e nella convinzione di presiedere alla carità di tutta la Chiesa (cfr Romani, prologo), rivolgo a voi lo stesso augurio che conclude la lettera di Ignazio ai cristiani di Tralli: «Amatevi l’un l’altro con cuore non diviso. Il mio spirito si offre in sacrificio per voi, non solo ora, ma anche quando avrà raggiunto Dio … In Cristo possiate essere trovati senza macchia» (13). E preghiamo affinché il Signore ci aiuti a raggiungere questa unità e ad essere trovati finalmente senza macchia, perché è l’amore che purifica le anime.

incamminoverso @ 18:54
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INTRODUZIONE ALLA BIBBIA / 7 – I GENERI LETTERARI

Posté le Jeudi 16 octobre 2014

http://www.sambrogiodimignanego.it/Sito%20Parrocchia/n_rifles/Bib007.htm

INTRODUZIONE ALLA BIBBIA / 7 – I GENERI LETTERARI

[Parrocchia di S. Ambrogio in Mignanego (GE) ]

Oggi non ci si veste come ieri, né domani come oggi; né nella stessa epoca ci si veste allo stesso modo in tutti gli angoli della terra.
Qualcosa del genere accade anche riguardo al nostro modo di parlare e di scrivere: oggi non si scrive come ieri, né l’o­rientale scrive come l’occidentale.
Perfino le stesse parole non hanno sempre lo stesso signifi­cato. La differenza aumenta quanto più gli uomini sono distanti nel tempo e nello spazio. Un orientale di tremila anni fa è diverso in tutto da un occidentale dei nostri giorni. Inoltre c’è diversità nei modi di esprimere il pensiero: esi­stono la poesia, la storia, l’allegoria, il romanzo, ecc. Il poeta non scrive come uno studioso: il primo si permette certe libertà (immagini, paragoni, iperboli), mentre il secondo deve attenersi ai dati precisi, ai termini esatti.
I diversi modi di esprimere per iscritto il pensiero, che si sono usati e si usano in determinate epoche e luoghi, ven­gono chiamati generi letterari. La loro conoscenza è di grande importanza: essi possono aiutarci a chiarire alcune cose fondamentali riguardanti la Bibbia, a leggerla e com­prenderla meglio.
Infatti, come in ogni letteratura di qualsiasi paese o nazione, anche nei Libri Sacri, che sono scritti da uomini per gli uomini, si ha notevole diversità di generi letterari.
Nei 73 libri della Bibbia troviamo, infatti, storie vere, roman­zi storici, allegorie, favole, parabole, poemi, poesie, leggen­de, proverbi, simbolismi, antropomorfismi (cioè attribuzio­ni a Dio di forme umane), ecc. Perfino in uno stesso libro o capitolo a volte coesistono generi letterari diversi.
Molte persone, senza rendersene conto, nel leggere la Bibbia assumono lo stesso atteggiamento che se leggessero un autore moderno. Ma non può essere così! Non si può parla­re, per esempio, del lago di Tiberiade, descrivendolo come se fosse il lago di Garda! Sarebbe un controsenso.
Gli scrittori biblici, infatti, come Isaia, Geremia, Giovanni, ecc., sono molto diversi da noi oggi. Vissero tanti anni fa le stesse verità che viviamo noi, ma le espressero in modo molto differente.
E noi, se li leggiamo come autori moderni, corriamo il rischio di fermarci solo al loro modo di dire le cose e di non arriva­re a capire ciò che vollero dire.
Così finiamo per non comprendere la Bibbia.
È dunque necessario per noi affrontare, sia pure in breve, l’importante problema dei generi letterari.

CHE COSA INSEGNA LA CHIESA
Pio XII, affrontando questo tema nell’enciclica che scrisse sullo studio delle Sacre Scritture, la Divino afflante Spiritu, ci ricorda: « Gli antichi orientali non impiegavano sempre le stesse forme e gli stessi modi di dire di noi oggi, ma quelli che erano usati correntemente dagli uomini del loro tempo e dei loro paesi ».
Quindi aggiunge che, per conoscere il vero senso degli scritti sacri, occorre determinare bene il genere let­terario a cui appartengono.
In un’altra enciclica, la Humani generis, lo stesso Pio XII afferma a proposito della Genesi: « È in un certo senso assolutamente necessario che l’interprete retroceda con il pensiero ai lontani e remoti secoli dell’Oriente, in modo che, aiutandosi con le risorse della storia, del­l’archeologia, dell’etnologia e delle altre scienze, possa discernere e riconoscere quali generi letterari hanno voluto impiegare e hanno usato di fatto gli autori di quell’età antica ».
Perciò il cristiano, nel leggere la Bibbia, deve saper riconoscere quale genere letterario ha davanti a sé, cioè deve saper distinguere tra la realtà e la fin­zione, tra il nucleo storico e il rivestimento lettera­rio che lo esprime. Altrimenti finisce per imbatter­si in infiniti controsensi.
Per prevenire il lettore da certe delusioni, nate in massima parte dall’ignoran­za, tutte le Bibbie cattoliche recano note esplicative. Molte di esse contengono un’introduzione per ciascun libro, per far sì che il lettore, prima di accingersi alla lettura, acquisisca una certa ambientazione. Non si assume lo stesso atteg­giamento di fronte a un racconto storico o a una poesia o a un romanzo.
Di conseguenza, dobbiamo fare attenzione a non attribuire al testo ispirato un senso che non ha. Invece di accomodarlo al nostro modo di intendere, dobbia­mo accomodare noi stessi ad esso e attribuirgli il senso che gli ha dato l’autore. Questa osservazione è di capitale importanza se vogliamo, nella lettura della Bibbia, ascoltare la Parola di Dio e non la parola umana.
Una maggiore conoscenza dell’Antico Oriente e l’applicazione dei generi lette­rari permettono di dare interpretazioni più ragionevoli a passi biblici che prima erano interpretati comunemente alla lettera.
Per esempio:
• il frutto dell’albero del paradiso
• la creazione di Eva dalla costola di Adamo
• il potere misterioso dei capelli di Sansone
• il carro di fuoco di Elia ed Enoc
• la balena di Giona, ecc.
Senza dubbio è molto difficile interpretare rettamente molti passi biblici, in particolare dell’Antico Testamento. La loro retta comprensione richiede uno studio serio e impegnativo. E per aver dimenticato questo, molti cristiani cadono in un’interpretazione superficiale e troppo letterale della Sacra Scrittura, disattendendo penosamente ciò che è più impor­tante, cioè il messaggio racchiuso nei fatti fondamentali.

CERCARE I FATTI FONDAMENTALI
Noi occidentali oggi ci esprimiamo in modo realistico e diretto, mentre gli anti­chi popoli orientali erano soliti esprimersi attraverso fantasie, immagini o rap­presentazioni animate.
Ora, leggendo i loro testi, noi dovremo imparare a distinguere e cercare anzi­tutto le idee e i fatti fondamentali.
Un esempio
I primi undici capitoli della Genesi
Essi ci rendono conto, in forma di poema popolare, di alcuni fatti e verità fon­damentali della religione:
• l’esistenza di un Dio personale, superiore al mondo
• la creazione del mondo e dell’uomo da parte di Dio
• la dignità della persona umana
• il matrimonio
• il peccato originale e la promessa di un Redentore.
Per di più ci danno anche la risposta ai problemi umani più vitali:
• chi è Dio?
• chi è l’uomo?
• perché esistono il male, la sofferenza, la morte?
I racconti di questi capitoli sono espressi in forma di scene animate, il loro gene­re letterario ha rapporto con la storia, con la leggenda popolare, con la parabo­la, con l’apocalisse cosmogonica (rivelazione sulla formazione dell’universo), e tuttavia non è né storia in senso stretto, né pura leggenda e tanto meno mito (favole, finzioni astratte).
Così anche i libri di Tobia, Giuditta, Ester, Giona apparten­gono a questo genere letterario, chiamato midrash, che è simile a una parabola o a un racconto storico, ma in realtà si propone di dare un insegnamento morale.

MA PERCHÉ DIO NON HA PARLATO IN MODO PIÙ CHIARO?
Viene da obiettare: se la Bibbia dice cose tanto importanti, se ci comunica il pensiero di Dio, la sua parola, perché Dio non ci ha parlato più chiaramente? Così potremmo capirlo tutti senza tanti sforzi.
Invece dobbiamo costatare che la Bibbia riflette una menta­lità, una cultura e un linguaggio molto diversi dai nostri. Ad esempio, per l’uomo biblico « i cedri del Libano » simbo­leggiano un qualcosa d’imponente, che mette soggezione per la sua bellezza e superiorità; « mangiare carni grasse » o vedere come « l’olio profumato discende dalla barba di Aronne » era una squisitezza sopraffina.
E come è difficile interpretare il senso di peccato di cui parla Genesi (il « frutto proibito »), o ricevere come Parola di Dio il comando di sterminare i nemici!
Nonostante ciò, esistono testi fonda­mentali, che contengono verità irri­nunciabili, abbastanza comprensibili da un lettore senza troppi pregiudizi. Per esempio dal racconto della crea­zione (Gn 1), senza entrare in una spiegazione dettagliata sui diversi modi di raccontare lì presenti, emer­ge con facilità la verità di fede: Dio ha creato tutto l’esistente con la potenza della sua parola (« Disse… e così fu fatto ») e quanto è stato da lui creato è buono (« E vide Dio che tutto era buono »).
I progenitori sono stati collocati nel centro stesso della creazione.
In linguaggio dotto diciamo che la Bibbia è la Parola di Dio inculturata, cioè che ha trovato la sua espressione in una cultura, una lin­gua, una mentalità determinate, quelle del popolo ebraico.
(Cultura = forma basilare di pensare, sentire e vivere la real­tà, propria di un gruppo di persone, in un luogo e in un tempo determinati).

LA BIBBIA PARLA DI DIO CON LINGUAGGIO UMANO
Chi ha scritto la Bibbia aveva come evidente obiettivo di raccontare come Dio si è fatto compagno di viaggio d’un intero popolo.
O se si vuole, dal punto di vista umano, come un popolo, di generazione in generazione, ha sperimentato, creduto, amato, servito e disobbedito questo Essere trascendente chiamato DIO, con la convinzione che tra lui e Dio esisteva una relazione indelebile, a volte difficile, però sempre bella: la relazione dell’Alleanza.
Si può comprendere così come, a causa di questa motiva­zione religiosa, la Bibbia sia piena di indicazioni religiose, e che di conseguenza impieghi con tanta abbondanza un lin­guaggio simbolico, costellato di immagini.
Si comprenderà, quindi, come Dio invada la storia, grande e piccola, degli uomini:
• entri nella tenda di Abramo
• abiti in un tempio
• susciti profeti
• compia miracoli
• ascolti il grido di dolore del popolo
• abbia compassione dei suoi peccati, ecc.
Persino il Figlio di Dio si fa uomo ed abita tra gli uomini, è persona dentro la storia e portatore di un mistero sovruma­no. Come parlare di tutto questo senza rompere qualsiasi schema troppo rigido?
La Bibbia è una testimonianza di fede impressionante. Impressionante perché, dentro fatti concreti, lo scrittore biblico legge il mistero, un progetto di salvezza, la presenza di un TU incomprensibile, ma personale, vivo e reale.

incamminoverso @ 18:52
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Lergo 16 ottobre 1943, Roma

Posté le Mercredi 15 octobre 2014

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incamminoverso @ 19:50
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LA SHOAH E LA MEMORIA : LA VALLE DELLE OSSA SECCHE

Posté le Mercredi 15 octobre 2014

http://www.la-shoah-e-la-memoria.it/mostre/poesie.htm

LA SHOAH E LA MEMORIA

(poesie composte nei lager, o successivamente dai sopravvissuti)

LA VALLE DELLE OSSA SECCHE

In ricordo del mio amato zio Eugenio,
dello zio Jacob e di sua moglie Ilona,
dello zio Ernesto e di sua moglie Ethel, della zia Rachele,
e di tutti i miei familiari uccisi
dai nazisti ad Auschwitz

Nella valle delle ossa secche
Non vi sono tombe, non vi sono lapidi —
I resti pietrificati
Di vittime innocenti della persecuzione
Coperti da macchie di sangue
Sono disseminati ovunque,
Incutendo orrore e sgomento
Sul terreno argilloso.
Fui testimone della loro ingiusta esecuzione —
Vennero portati a forza
Nelle camere di sterminio,
Presi a calci e picchiati da pugni crudeli —
Avevano numeri tatuati sui polsi
E lo Scudo di David sui petti —
Andarono incontro alla morte
Pronunciando la preghiera sacra
Con l’ultimo respiro:
“ASCOLTA ISRAELE, IL SIGNORE È NOSTRO DIO
IL SIGNORE È UNO —”
Martiri coraggiosi della stirpe ebraica,
Membri della mia famiglia,
Compagni di prigionia,
Son passati tanti anni
Da quando ve ne siete andati —
Ma io ricordo ancora il vostro grido disperato:

“Decadranno i nostri corpi,
Marcirà la nostra carne,
Se sopravvivrai ad Auschwitz
Non lasciare, per favore, che su di noi cada l’oblio!”

La mia vita fu risparmiata
Per l’intervento di Dio,
Conosco lo scopo di quella protezione celeste:
Far ritorno con il ricordo
Della vostra sofferenza e del vostro dolore,
Far sì che non siate morti invano,
Esaudire il vostro ultimo desiderio,
Non lasciar mai perire i vostri spiriti coraggiosi —

Magda Herzenberger 

incamminoverso @ 19:49
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PAPA BENEDETTO XVI AL CAMPO DI AUSCHWITZ-BIRKENAU – 28 maggio 2006

Posté le Mercredi 15 octobre 2014

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/may/documents/hf_ben-xvi_spe_20060528_auschwitz-birkenau_it.html

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN POLONIA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

VISITA AL CAMPO DI AUSCHWITZ

Auschwitz-Birkenau, 28 maggio 2006

Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa.
Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: « Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui… Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro della morte e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa ». Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra: « Sono sei milioni di Polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazione”, ricordò allora il Papa. Qui egli elevò poi il solenne monito al rispetto dei diritti dell’uomo e delle nazioni, che prima di lui avevano elevato davanti al mondo i suoi Predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e aggiunse: “Pronuncia queste parole […] il figlio della nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio. E non lo dice per accusare, ma per ricordare. Parla a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati…”.
Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco. Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco – figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell’onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell’intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. Sì, non potevo non venire qui. Il 7 giugno 1979 ero qui come Arcivescovo di Monaco-Frisinga tra i tanti Vescovi che accompagnavano il Papa, che lo ascoltavano e pregavano con lui. Nel 1980 sono poi tornato ancora una volta in questo luogo di orrore con una delegazione di Vescovi tedeschi, sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione. È ancora questo lo scopo per cui mi trovo oggi qui: per implorare la grazia della riconciliazione – da Dio innanzitutto che, solo, può aprire e purificare i nostri cuori; dagli uomini poi che qui hanno sofferto, e infine la grazia della riconciliazione per tutti coloro che, in quest’ora della nostra storia, soffrono in modo nuovo sotto il potere dell’odio e sotto la violenza fomentata dall’odio.
Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente: “…Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose… Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svégliati, perché dormi, Signore? Déstati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!” (Sal 44,20.23-27). Questo grido d’angoscia che l’Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d’aiuto di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e domani – soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi.
Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l’uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell’egoismo, della paura degli uomini, dell’indifferenza e dell’opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l’abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall’altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui. Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza – una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell’universo, ma che è una cosa sola con l’amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell’amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell’irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio.
Il luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria, è il luogo della Shoa. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Come Giovanni Paolo II ho percorso il cammino lungo le lapidi che, nelle varie lingue, ricordano le vittime di questo luogo: sono lapidi in bielorusso, ceco, tedesco, francese, greco, ebraico, croato, italiano, yiddish, ungherese, neerlandese, norvegese, polacco, russo, rom, rumeno, slovacco, serbo, ucraino, giudeo-ispanico, inglese. Tutte queste lapidi commemorative parlano di dolore umano, ci lasciano intuire il cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l’immagine di Dio. Alcune lapidi invitano ad una commemorazione particolare. C’è quella in lingua ebraica. I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall’elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: « Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello » si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte. C’è poi la lapide in lingua polacca: In una prima fase e innanzitutto si voleva eliminare l’élite culturale e cancellare così il popolo come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava ad esistere, a un popolo di schiavi. Un’altra lapide, che invita particolarmente a riflettere, è quella scritta nella lingua dei Sinti e dei Rom. Anche qui si voleva far scomparire un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli. Esso veniva annoverato tra gli elementi inutili della storia universale, in una ideologia nella quale doveva contare ormai solo l’utile misurabile; tutto il resto, secondo i loro concetti, veniva classificato come lebensunwertes Leben – una vita indegna di essere vissuta. Poi c’è la lapide in russo che evoca l’immenso numero delle vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il regime del terrore nazionalsocialista; al contempo, però, ci fa riflettere sul tragico duplice significato della loro missione: hanno liberato i popoli da una dittatura, ma sottomettendo anche gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell’ideologia comunista. Anche tutte le altre lapidi nelle molte lingue dell’Europa ci parlano della sofferenza di uomini dell’intero continente; toccherebbero profondamente il nostro cuore, se non facessimo soltanto memoria delle vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore. Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell’orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation – come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia. Con profondo rispetto e gratitudine ci inchiniamo davanti a tutti coloro che, come i tre giovani di fronte alla minaccia della fornace babilonese, hanno saputo rispondere: « Solo il nostro Dio può salvarci. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto » (cfr Dan 3,17s.).
Sì, dietro queste lapidi si cela il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l’odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l’opera dell’odio. Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. Vogliono portarci a quei sentimenti che si esprimono nelle parole che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all’orrore che la circonda: « Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare ».
Grazie a Dio, con la purificazione della memoria, alla quale ci spinge questo luogo di orrore, crescono intorno ad esso molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene. Poco fa ho potuto benedire il Centro per il Dialogo e la Preghiera. Nelle immediate vicinanze si svolge la vita nascosta delle suore carmelitane, che si sanno particolarmente unite al mistero della croce di Cristo e ricordano a noi la fede dei cristiani, che afferma che Dio stesso e sceso nell’inferno della sofferenza e soffre insieme con noi. A Oswiecim esiste il Centro di san Massimiliano e il Centro Internazionale di Formazione su Auschwitz e l’Olocausto. C’è poi la Casa Internazionale per gli Incontri della Gioventù. Presso una delle vecchie Case di Preghiera esiste il Centro Ebraico. Infine si sta costituendo l’Accademia per i Diritti dell’Uomo. Così possiamo sperare che dal luogo dell’orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l’amore.
L’umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una « valle oscura ». Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia – con un Salmo d’Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza … Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni » (Sal 23, 1-4. 6).

incamminoverso @ 19:47
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6 OTTOBRE 1943: UNA DATA FUNESTA CHE NON VA DIMENTICATA

Posté le Mercredi 15 octobre 2014

http://www.focusonisrael.org/2009/10/16/16-ottobre-1943-deportazione-ebrei-roma/

6 OTTOBRE 1943: UNA DATA FUNESTA CHE NON VA DIMENTICATA

NON C’È FUTURO SENZA MEMORIA COLORO CHE NON HANNO MEMORIA DEL PASSATO
SONO DESTINATI A RIPETERLO

Il 16 ottobre 1943

di Gianluigi De Stefano

«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna.
Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.»
(F. Cohen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)

16 ottobre 1943 300×138 16 Ottobre 1943: una data funesta che non va dimenticataÈ il 16 ottobre del 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco.
Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato.
Oggi, documenti fino ad ora segreti, emersi dagli archivi americani, fanno luce su una verità inquietante: il corso degli eventi poteva essere cambiato. Gli alleati sapevano dell’imminente rastrellamento, ma non fecero nulla per impedirla.
Il 25 settembre del 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, riceve l’ordine da Berlino di procedere al rastrellamento del Ghetto della capitale italiana. Il capitano decide però di non eseguire subito l’ordine. Insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, assume sin dal principio un comportamento molto strano. I due uomini si rivolgono, all’indomani dell’ordine ricevuto da Berlino, al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio mil itare all’operazione.
L’oro di Roma
La sera stessa Kappler convoca a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane per ricattarli. La richiesta è cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. La consegna dell’oro avvenne non già a Villa Volkonsky ma a Via Tasso, al numero 155 che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma almeno formalmente “l’Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” ( è ora sede del Museo Storico della Liberazione).
Kappler non si presentò. Non aveva voluto abbassarsi alla formalità di ricevere quell’oro che aveva estorto. Si era fatto sostituire da un ufficiale di grado inferiore, il capitano Kurt Schutz. La pesatura fu eseguita con una bilancia della portata di 5 chili. Ogni pesa ta veniva registrata contemporaneamente da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che si trovavano alle due estremità del tavolo. Alla fine dell’operazione, mentre Almansi aveva segnato dieci pesate, il capitano Schutz dichiarava risentito che le pesate erano nove. Le proteste di tutti gli ebrei presenti irritarono ancor di più il capitano che si opponeva anche a quella che era la via più semplice per sciogliere ogni dubbio: cioè ripetere l’operazione. Finalmente, di fronte alle vive insistenze da parte ebraica, il capitano Schutz diede ordine di ripetere le pesate. Dovette arrendersi alla realtà: i chili erano proprio 50 e gli ebrei non erano imbroglioni.
La retata
La comunità non è, ovviamente, al corrente dell’accordo che i due avevano già fatto con Kesserling. Non può sapere che già era stato deciso di non portare avanti l’ordine di Berlino, almeno fino a quel momento. Kappler mente a tutti, mentirà anche durante il processo a suo carico. La città e il Vaticano si mobilitano (Il Vaticano???? Siamo proprio sicuri?….) per aiutare gli ebrei, l’oro è consegnato nei tempi prestabiliti e la comunità si sente finalmente al sicuro. Ma ai primi di ottobre il governo tedesco invia a Roma il Capitano delle SS Theo Dannecker per procedere alla deportazione e velocizzare i tempi. Dannecker è un “esperto” di fiducia di Eichmann che aveva dato il via ai rastrellamenti di Parigi. Grazie ai documenti ritrovati negli archivi degli Stati Uniti, si scopre ora che Kappler e Moellhausen temevano la reazione dei carabinieri se si fosse proceduto al rastrellamento.
Ma a Dannecker questo aspetto non spaventa e impone la retata. Oggi, però, sempre grazie ai documenti segreti, si scopre che milleduecento persone avrebbero ancora potuto salvarsi, anche dopo l’intervento di Dannecker: gli americani erano entrati in possesso di una trasmittente che decifrava i messaggi nazisti. Per quale motivo allora non alzarono un dito per fermare la strage? E Pio XII perché si limitò solo a protestare? Il Papa, in realtà, era sottoposto ad un tacito ricatto: più di 800mila ebrei si erano rifugiati nelle chiese e nei conventi di tutta Europa, in gran parte occupata dai nazisti (Tacito ricatto???? Mi sembra una ipotesi un pò troppo buona nei confronti di Papa Pio XII…).
Cosa ne fu allora degli ebrei del ghetto di Roma? Abbandonati al loro destino, non ebbero più scampo. Dal Collegio Militare su Via della Lungara a Trastevere alla stazione Tiburtina, da lì ad Auschwitz.

incamminoverso @ 19:44
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