da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio)

 ciao, mi trasferirò verso febbraio marzo, spero di poter lavorare un po’ di più in questo periodo

papa benedetto xvi

Papa Benedetto XVI/ Joseph Ratzinger

da In Cammino verso Gesù Cristo, San Paolo Ed. 2004, 56.57,

La decisione per Dio è una decisione del pensiero  insieme della vita: le due realtà si richiamano a vicenda: Questo nesso lo descrive con drammaticamente Agostino nella storia dell propria conversione, laddove parla delle ingannevoli forme di vita di un’esistenza totalmente orientata alla materialità…Agostino riferisce come egli, per così dire, si fosse nascosto dietro le proprie spalle, e come Dio attraverso la parola dell’amico lo abbia tratto fuori da quel nascondiglio, cosicché egli potesse guardarsi in volto1

Perciò la Chiesa antica considerava il camino verso la fede precisamente come un tragitto intellettivo, nel quale l’uomo si confronta con la « dottrina della verità » ed i suoi argomenti, ma si trova anche inserito in una nuova comunità dove sono per lui possibili nuove esperienze e intime speranze.

…per conoscere Cristo è necessaria la sequela. Soltanto allora si può sperimentare dove egli abita. La domanda « Dove abiti? » (Tu chi sei?), riceve sempre la medesima risposta: « Venite e vedrete » (Gv 1,38ss)

1 cfr. Confessiones VIII 5,12 e VIII 7,16

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

San Paolo, Inno alla carità

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

Publié dans : biblica | le 10 juin, 2007 |2 Commentaires »

CARLO MARIA MARTINI LE CONFESSIONI DI PAOLO – CONVERSIONE E DELUSIONE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_confessioni_di_paolo4.htm

CARLO MARIA MARTINI LE CONFESSIONI DI PAOLO – CONVERSIONE E DELUSIONE

Ci proponiamo di riflettere su come Paolo ha vissuto il periodo che comprende circa dieci anni dall’evento di Damasco. Se collochiamo l’incontro di Damasco verso l’anno 34-35 arriviamo fino al 45-46, che segna l’inizio della prima missione dell’ Apostolo veramente riuscita, a Cipro ed in Asia Minore.
Sono dieci anni di esistenza oscura e difficile.
Paolo non ne parla molto, forse anche per un certo pudore, perché dovrebbe dire delle cose spiacevoli verso la comunità che l’ha accolto: qua e là, però, qualcosa trapela.
Teniamo poi presente che egli incomincia a scrivere dopo 13-14 anni dall’esperienza di Damasco, quando ha ormai raggiunto la maturità e la pienezza del Mistero di Cristo che aveva visto.
Vogliamo capire cosa è successo, perché rappresenta un tipico approfondimento doloroso e insieme costruttivo della conversione fondamentale.
Signore, tu tieni in mano ogni cosa. Tu hai tenuto in mano la vita di Paolo in maniera aperta e grandiosa dal momento della sua conversione. Tu non l’hai mai abbandonato anche nei momenti difficili in cui egli forse non sapeva che cosa gli stava succedendo. Tu ti sei manifestato a lui con amore misericordioso forse proprio là dove stava per abbandonare il ministero. Donaci di comprendere la tua misericordia su di noi perché possiamo, con fiducia, accettare la tua guida, credere nel significato provvidenziale di ciò che è avvenuto e avviene nella nostra esistenza cristiana e sacerdotale. A gloria tua, nella forza dello Spirito, per intercessione di Maria e di tutti i Santi. Amen.
Per la nostra riflessione:
- prima leggeremo i testi;
- poi ci domanderemo qual è la storia che si può ricavare da questi testi;
- in un terzo momento vedremo quali sono le motivazioni dietro la storia;
- ci chiederemo qual è stata l’esperienza di Paolo in quei dieci anni;
- infine concluderemo con una parola su di noi.
I testi« Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio. Tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: « Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti? ». Saulo frattanto si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo. Trascorsero cosi parecchi giorni e i Giudei fecero un complotto per ucciderlo; ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta. Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo. Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Cosi egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore e parlava e discuteva con gli Ebrei di lingua greca; ma questi tentarono di ucciderlo. Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria» (At 9, 19-31).
Già qui si potrebbe notare, un po’ maliziosamente, anche se non è nell’intenzione del testo, che, partito Paolo per Tarso, la Chiesa è in pace; si è tolta di mezzo una persona che creava scompiglio e disturbo.
Un altro testo interessante lo troviamo nella lettera ai Galati: «Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre… si compiacque di rivelare a me suo Figlio… senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni, andai a Gerusalemme per consultare Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: « Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere ». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito» (Gal 1, 15 – 2,1). È un’altra serie di fatti.
Per analogia con questi quattordici anni, aggiungiamo un altro testo: «Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò fuorché delle mie debolezze» (2 Cor 12, 1-5).
Paolo è molto rispettoso nel descrivere l’atmosfera di questi anni, ma qualche volta si scatena. Come, ad esempio, nella lettera ai Filippesi, là dove, ritrovandosi in situazione analoga a quelle già vissute, dice: «Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere! Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Gesù Cristo, senza avere fiducia nella carne, sebbene io possa confidare anche nella carne» (Fil 3, 2-4). Ritornano alcune frasi della lettera ai Galati che fanno pensare ad un collegamento delle emozioni di quel tempo.
La storia dei fatti
Cosa è avvenuto in realtà? Alcuni fatti sono abbastanza evidenti. Dopo la conversione, Paolo comincia a predicare, probabilmente non abitando sempre a Damasco; e qui c’è la sua permanenza in Arabia, forse nei dintorni delle città presso popolazioni arabe, perché la sua presenza non era tanto gradita.
Ad un certo punto le autorità si preoccupano e suscitano una tale opposizione che deve fuggire. Non si legge che la comunità lo abbia né sostenuto né richiamato: rappresentava un fattore di disturbo, anche se lo ammiravano per il suo zelo.
Dopo questa fuga non si ricorda più che sia ritornato a Damasco o abbia di nuovo coltivato quel gruppo di discepoli.
A Gerusalemme succede un po’ la stessa cosa: non dei pericoli clamorosi come quelli di Damasco, e quindi non una fuga cosi avventurosa. Però la sua predicazione diventa via via troppo vistosa, i fratelli si preoccupano di lui e lo riportano in patria. In altre parole, viene ringraziato e rimandato.
Ai due eventi di Damasco e di Gerusalemme segue un periodo di assoluta solitudine in patria e di sconforto. Lo si deduce dal fatto che questo tempo termina con la grande visione di cui parla la seconda lettera ai Corinti, che si può considerare come una ripresa che il Signore fa della prima apparizione di Damasco. La nuova visione della gloria di Dio, della quale forse era stato tentato di dubitare, chiude: un periodo di solitudine e di amarezza.
Riassumendo, i dieci anni dalla prima conversione sono stati anni di difficoltà, di scontri, di disagi provocati dal suo modo troppo focoso di predicare, dal suo esporsi eccessivamente. Sono stati anche anni di solitudine, di silenzio, di sconforto.
Quando Paolo racconta queste cose, le vive ormai nella pienezza del suo secondo ministero, e quindi non vi indugia più.
È interessante notare questa sequenza dei quattordici anni che viene ripetuta due volte. Il primo doppio settenario va dalla conversione alla seconda visita a Gerusalemme.
L’altro doppio settenario è quello indicato nella seconda lettera ai Corinti: tra il momento della visione e il momento in cui scrive la lettera. Mentre scrive, la sua vita gli appare come due periodi sabbatici. Gli Ebrei, infatti, solevano, a quel tempo, calcolare anche gli eventi e la vita secondo un ciclo settenario che corrispondeva al periodo che si concludeva con l’anno sabbatico.
Dopo ventotto anni dalla conversione, Paolo ha imparato a calcolare la vita secondo un ritmo sacro: ha già visto in una luce provvidenziale ciò che gli è avvenuto e si è addirittura accorto che questo coincideva con il computo sacro del tempo. Ma mentre viveva quei periodi intermedi, non aveva ancora la chiarezza del perché la sua vita si svolgesse così.
La storia dei dieci anni dopo Damasco (che copre l’arco dell’età di Paolo dai 25-30 anni ai 35-40 anni) possiamo ricostruirla, dunque, come disagio a Damasco, incomprensione a Gerusalemme, momenti di solitudine e di sconforto.
Le motivazioni dei fatti
Ci chiediamo: durante questo tempo c’è in Paolo qualcosa che non ha girato bene, oppure tutta la colpa è degli altri che non l’hanno capito, l’hanno osteggiato, non l’hanno difeso, hanno preferito disfarsi di lui, non l’hanno saputo valorizzare? Probabilmente, come in ogni cosa umana, il torto sta da entrambe le parti.
È vero che soprattutto i giudeo-cristiani, legati ad una visione angusta dell’apostolato, con molte paure e molte riserve, non l’hanno capito, non l’hanno saputo valorizzare nel timore che il suo modo di agire producesse più danno che vantaggio. Gli avversari poi si sono scagliati contro di lui perché intuivano che era un uomo-chiave. Dai primi e dai secondi, con quegli accordi taciti che talora avvengono, Paolo è stato eliminato.
Al di là di questo, però, io penso che Paolo stesso, interrogato, confesserebbe che qualcosa anche in lui non ha girato del tutto bene. Gli è accaduto ciò che avviene nelle conversioni grandi e rapide, in cui tutto appare nella luce migliore e più pura, e il motivo della conversione non è un cambiamento di bandiera o di campo, ma è la nuova visione della vita che in Gesù gli si presenta: è il totalmente altro, è l’opera di Dio.
Ma quando poi si tratta di riprendere la vita quotidiana, l’uomo si ritrova se stesso, e Paolo si butta nella nuova missione con lo stesso entusiasmo con cui si era buttato in quella precedente, trasferisce il suo zelo da un campo all’altro e ritorna ad appassionarsi dell’opera come se fosse sua.
Allora il Signore permette un periodo di durissima prova di purificazione perché impari che la conversione non gli ha fatto cambiare oggetto di attività, ma ha formato in lui un altro modo di essere, un altro modo di vedere le cose, che deve macerare lentamente prima di integrarsi nella sua personalità.
Le idee erano chiare, le parole anche; però il modo istintivo di agire ritornava ad essere quello di prima.
Facendo queste reinterpretazioni stiamo forse parlando più di noi che di Paolo. Nel cammino della ricerca di Dio noi desideriamo chiarire sempre meglio le nostre motivazioni, ma sappiamo bene che ciò non va d’accordo con l’immediato cambiamento del nostro modo istintivo e possessivo di collocarci in rapporto alle cose e alle situazioni. Questa possessività si trasferisce dal campo materiale al campo spirituale, dal campo degli interessi economici a quello degli interessi dello spirito e ci ritroviamo sempre un po’ noi stessi, sempre bisognosi di purificazione continua, al di là delle parole che diciamo o dei bei concetti che formuliamo.

L’esperienza vissuta da Paolo
Possiamo, a questo punto, chiedere a Paolo: Come hai vissuto questi dieci anni? Che cosa è stata per te questa prova di solitudine e di emarginazione rispetto alla comunità? Che cosa pensavi a Tarso la sera, in riva al fiume,’ quando andavi a passeggiare là, solo, e nessuno ti conosceva e riandavi alla via di Damasco? Che cosa sono state le prime prediche a Gerusalemme mentre ti sentivi tanto lontano da quel mondo, e a un certo punto ti veniva quasi l’idea che tutto fosse stato un sogno? Come hai vissuto questa esperienza drammatica?
Paolo ci ricorda innanzi tutto che non è stato il primo a vivere questa esperienza.
Mosé, cacciato dall’Egitto e dimenticato dal suo popolo, molti secoli prima di lui ha vissuto nel deserto una simile esperienza. Anche Elia si è sentito abbandonato da tutti, è fuggito nel deserto, tremendamente solo.
Parlandoci dei suoi sentimenti, Paolo ci può dire che la prima reazione è stata certamente di indignazione, di rivalsa ed anche di risentimento. Perché perdere le forze e la vita per gente che tratta male, per una Chiesa e per dei cosiddetti fratelli che non ne vogliono sapere? È un risentimento che cova dentro, che non lascia in pace e che alla fine – come sempre accade – diventa anche risentimento contro Dio. Perché Cristo mi ha chiamato con tante parole per poi ridurmi a lavorare nella mia bottega di T arso senza prospettive? C’è veramente un disegno di Dio sulla mia vita oppure sono sogni del passato? Che cosa volevano dire quelle parole che mi erano risuonate all’orecchio (le parole che riprenderà nel discorso ad Agrippa: «Ti sono apparso per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani» – At 26, 16-17)? Il risentimento contro Dio è la difficoltà ad accettare la provvidenza e il modo misterioso e incomprensibile dell’azione divina.
Paolo è passato – possiamo dire con certezza – per questi momenti. Sono momenti attraverso i quali passano i santi. Nessun santo è stato risparmiato da questo travaglio interiore e quindi nemmeno l’Apostolo. Ma dopo l’indignazione e il risentimento, come succede con la grazia di Dio quando la prova viene macerata dentro, emerge la riflessione e nasce una domanda piccola ma capace di squarciare il nero di un cielo che non presenta aperture: «E se ci fosse anche qui una parola provvidenziale di Dio per me? ». Al termine dell’ora media, mi veniva in mente, ascoltando il brano biblico da Giobbe 5, 17-20, che una parola come questa può essere penetrata adagio adagio, quasi come una medicina, nel cuore di Paolo. « Felice l’uomo che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell’Onnipotente, perché egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana. Da sei tribolazioni ti libererà e alla settima non ti toccherà il male; nella carestia ti scamperà dalla morte e in guerra dal colpo della spada ».
Lui che certamente leggeva e rileggeva la Scrittura, viene medicato dalla Parola di Dio che anche qui attua la sua funzione di balsamo, di liberazione e di consolazione.
Riascoltandola, la riflessione diventa illuminazione e Paolo rientra in quella luminosa rivelazione che era stato l’incontro di Damasco. Vi rientra secondo due linee che appaiono dalle sue lettere.
a) Una linea è una riflessione escatologica che svilupperà nella 1 Corinti: «Fratelli, il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno» (1 Cor 7, 29 ss.). Paolo ridimensiona il suo zelo appassionato, accorgendosi che si era legato a progetti immediati, mentre il Regno di Dio è al di là e al di sopra di tutto; che le cose per buone e interessanti che siano, passano, « ma è il Signore che rimane.
b) Una seconda linea è una illuminazione: l’opera è di Dio: è Dio che pone tempi e condizioni.
Si attua: per Paolo una seconda espropriazione di sé. La prima, quando aveva buttato dietro di sé i suoi privilegi di fariseo, di ebreo figlio di ebrei. La seconda espropriazione sta nel dover perdere ciò di cui poteva giustamente vantarsi: apostolo dalla parola facile, dal linguaggio persuasivo, focoso, violento, molto superiore alla timida espressione degli altri di Gerusalemme.
Paolo capisce che tutto questo è importante, ma l’opera è del Signore: «Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone» (Rm 14, 4). Nelle nostre ipotesi le cose dovevano andare in un certo modo, però è il Signore che ha in mano l’opera: «Che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? » (1 Cor 3, 5). E prosegue: «Siamo ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. lo ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Non c’è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio» (1 Cor 3, 5-9). Non siete il « mio» campo, il « mio» edificio: è l’edificio di Dio.
Attraverso le esperienze dolorose Paolo giunge alla percezione molto semplice che Dio è il Signore e che il ministro di Dio si prepara liberando il cuore da tutto ciò che poteva essere successo proprio, divenendo strumento sempre più adatto nelle mani di Dio.
Nella visione del terzo cielo descritta nella seconda lettera ai Corinti, l’Apostolo comprende cose che non sappiamo perché non le abbia volute descrivere. Certamente riprende coscienza dell’assolutezza e della trascendenza indescrivibile del mistero di Dio che gli era diventato così vicino nell’apparizione del Cristo da sembrargli suo, mentre in realtà è al di là di ogni capacità umana di parlarne e di disporne.
È a questo punto che giunge a T arso la notizia che è arrivato Barnaba per dire a Paolo che, se vuole, ad Antiochia c’è una comunità giovane che lo desidera. Gli propone di andare con lui per cominciare a lavorare. È il secondo momento dell’attività apostolica. Egli riprende, in forma nuova, ciò che già dieci anni prima aveva iniziato con tanto zelo ma mettendoci dentro non poco di sé. Nel misterioso disegno di Dio, tutto questo aveva dovuto passare per il fuoco purificatore.
Una domanda per noi
Dopo aver cercato di interpretare la vicenda di Paolo nel suo esilio di Tarso, ci facciamo l’ultima domanda: il nostro zelo per chi è?
È difficile rispondere perché lo zelo è fondamentale nell’impegno apostolico; la parola stessa indica qualcosa che divora, che coinvolge. Proprio perché ci coinvolge tanto, corriamo il rischio della possessività.
- Quando ci siamo convertiti nella seconda maniera?
- Ci sono stati, nella nostra vita, momenti nei quali la prima conversione, la prima integrazione tranquilla delle realtà battesimali nella famiglia, nella parrocchia – pur senza indicare una conversione precisa -, è stata rimessa alla prova, magari in un’esperienza nella quale alcuni aspetti della nostra possessività apostolica sono stati vagliati, passati attraverso il setaccio e forse attraverso difficoltà che ei hanno notevolmente colpito?
- A prescindere da quando il Signore ei ha chiamati alla seconda conversione, qual è la qualità del nostro zelo?
Lo zelo autentico è quello che coinvolge profondamente senza mettere in questione noi stessi. Se siamo respinti o se non troviamo lo sbocco che desideriamo, ciò non deve diventare un problema personale che causa depressioni, sconforti e che porta al limite dell’abbandono o al limite della rassegnazione.
Tutto questo avviene, quasi sempre, perché siamo fatti in maniera che non possiamo buttarci in una cosa senza coinvolgerei in essa e non possiamo coinvolgerei storicamente senza che la nostra figura, anche personale e psicologica, vi sia dentro. Non possiamo vivere le vicende in cui l’opera di Dio si manifesta senza sentircene toccati e talora in maniera dolorosa. Ma è proprio lì che la Provvidenza ei attende e non per rimproverarci. Se Paolo è passato tra queste prove noi non siamo migliori di lui. Se lui si è sentito coinvolto nella propria immagine, capiterà anche a noi. Non ei viene detto di non aspettarci questo tempo: piuttosto, ei è detto che è un tempo provvidenziale, che è tempo di rivelazione del mistero di Dio, che è apparizione di Cristo sulla via di Damasco.
Non ci viene chiesto di essere invulnerabili ma di aprire gli occhi al disegno misericordioso di Dio. Come per Paolo c’è stata una via di misericordia, così anche per noi: in tutte le difficoltà, piccole o grandi, che il nostro coinvolgimento apostolico comporta, c’è una parola misericordiosa di salvezza.
La parola di Giobbe: «Dio ferisce e risana », prova che il Signore ei ama e ei purifica perché vuole fare di noi dei servitori adatti del Vangelo, interiormente liberi.
Chiediamo l’intercessione di Maria. Lei che fin dall’inizio ha vissuto questa libertà ma che ha dovuto integrarla alla sua vita attraverso la sofferenza, domandi al Signore di farei passare attraverso le prove senza che la nostra libertà interiore ne sia condizionata, diminuita, o mortificata. Il Signore ei purifichi e la nostra libertà sia pronta per riprendere ad Antiochia l’esperienza della nuova chiamata di Paolo.

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Publié dans : immagini sacre | le 16 janvier, 2017 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 6. SALMO 115. LE FALSE SPERANZE NEGLI IDOLI

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170111_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 6. SALMO 115. LE FALSE SPERANZE NEGLI IDOLI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 11 gennaio 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nello scorso mese di dicembre e nella prima parte di gennaio abbiamo celebrato il tempo di Avvento e poi quello di Natale: un periodo dell’anno liturgico che risveglia nel popolo di Dio la speranza. Sperare è un bisogno primario dell’uomo: sperare nel futuro, credere nella vita, il cosiddetto “pensare positivo”.
Ma è importante che tale speranza sia riposta in ciò che veramente può aiutare a vivere e a dare senso alla nostra esistenza. È per questo che la Sacra Scrittura ci mette in guardia contro le false speranze che il mondo ci presenta, smascherando la loro inutilità e mostrandone l’insensatezza. E lo fa in vari modi, ma soprattutto denunciando la falsità degli idoli in cui l’uomo è continuamente tentato di riporre la sua fiducia, facendone l’oggetto della sua speranza.
In particolare i profeti e sapienti insistono su questo, toccando un punto nevralgico del cammino di fede del credente. Perché fede è fidarsi di Dio – chi ha fede, si fida di Dio –, ma viene il momento in cui, scontrandosi con le difficoltà della vita, l’uomo sperimenta la fragilità di quella fiducia e sente il bisogno di certezze diverse, di sicurezze tangibili, concrete. Io mi affido a Dio, ma la situazione è un po’ brutta e io ho bisogno di una certezza un po’ più concreta. E lì è il pericolo! E allora siamo tentati di cercare consolazioni anche effimere, che sembrano riempire il vuoto della solitudine e lenire la fatica del credere. E pensiamo di poterle trovare nella sicurezza che può dare il denaro, nelle alleanze con i potenti, nella mondanità, nelle false ideologie. A volte le cerchiamo in un dio che possa piegarsi alle nostre richieste e magicamente intervenire per cambiare la realtà e renderla come noi la vogliamo; un idolo, appunto, che in quanto tale non può fare nulla, impotente e menzognero. Ma a noi piacciono gli idoli, ci piacciono tanto! Una volta, a Buenos Aires, dovevo andare da una chiesa ad un’altra, mille metri, più o meno. E l’ho fatto, camminando. E c’è un parco in mezzo, e nel parco c’erano piccoli tavolini, ma tanti, tanti, dove erano seduti i veggenti. Era pieno di gente, che faceva anche la coda. Tu, gli davi la mano e lui incominciava, ma, il discorso era sempre lo stesso: c’è una donna nella tua vita, c’è un’ombra che viene, ma tutto andrà bene … E poi, pagavi. E questo ti dà sicurezza? E’ la sicurezza di una – permettetemi la parola – di una stupidaggine. Andare dal veggente o dalla veggente che leggono le carte: questo è un idolo! Questo è l’idolo, e quando noi vi siamo tanto attaccati: compriamo false speranze. Mentre di quella che è la speranza della gratuità, che ci ha portato Gesù Cristo, gratuitamente dando la vita per noi, di quella a volte non ci fidiamo tanto.
Un Salmo pieno di sapienza ci dipinge in modo molto suggestivo la falsità di questi idoli che il mondo offre alla nostra speranza e a cui gli uomini di ogni tempo sono tentati di affidarsi. È il salmo 115, che così recita:

«I loro idoli sono argento e oro,
opera delle mani dell’uomo.
Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Le loro mani non palpano,
i loro piedi non camminano;
dalla loro gola non escono suoni!
Diventi come loro chi li fabbrica
e chiunque in essi confida!» (vv. 4-8).

Il salmista ci presenta, in modo anche un po’ ironico, la realtà assolutamente effimera di questi idoli. E dobbiamo capire che non si tratta solo di raffigurazioni fatte di metallo o di altro materiale, ma anche di quelle costruite con la nostra mente, quando ci fidiamo di realtà limitate che trasformiamo in assolute, o quando riduciamo Dio ai nostri schemi e alle nostre idee di divinità; un dio che ci assomiglia, comprensibile, prevedibile, proprio come gli idoli di cui parla il Salmo. L’uomo, immagine di Dio, si fabbrica un dio a sua propria immagine, ed è anche un’immagine mal riuscita: non sente, non agisce, e soprattutto non può parlare. Ma, noi siamo più contenti di andare dagli idoli che andare dal Signore. Siamo tante volte più contenti dell’effimera speranza che ti dà questo falso idolo, che la grande speranza sicura che ci dà il Signore.
Alla speranza in un Signore della vita che con la sua Parola ha creato il mondo e conduce le nostre esistenze, si contrappone la fiducia in simulacri muti. Le ideologie con la loro pretesa di assoluto, le ricchezze – e questo è un grande idolo – , il potere e il successo, la vanità, con la loro illusione di eternità e di onnipotenza, valori come la bellezza fisica e la salute, quando diventano idoli a cui sacrificare ogni cosa, sono tutte realtà che confondono la mente e il cuore, e invece di favorire la vita conducono alla morte. E’ brutto sentire e fa dolore all’anima quello che una volta, anni fa, ho sentito, nella diocesi di Buenos Aires : una donna brava, molto bella, si vantava della bellezza, commentava, come se fosse naturale: “Eh sì, ho dovuto abortire perché la mia figura è molto importante”. Questi sono gli idoli, e ti portano sulla strada sbagliata e non ti danno felicità.
Il messaggio del Salmo è molto chiaro: se si ripone la speranza negli idoli, si diventa come loro: immagini vuote con mani che non toccano, piedi che non camminano, bocche che non possono parlare. Non si ha più nulla da dire, si diventa incapaci di aiutare, cambiare le cose, incapaci di sorridere, di donarsi, incapaci di amare. E anche noi, uomini di Chiesa, corriamo questo rischio quando ci “mondanizziamo”. Bisogna rimanere nel mondo ma difendersi dalle illusioni del mondo, che sono questi idoli che ho menzionato.
Come prosegue il Salmo, bisogna confidare e sperare in Dio, e Dio donerà benedizione.
Così dice il Salmo:

«Israele, confida nel Signore […]
Casa di Aronne, confida nel Signore […]
Voi che temete il Signore, confidate nel Signore […]
Il Signore si ricorda di noi, ci benedice» (vv. 9.10.11.12). Sempre il Signore si ricorda. Anche nei momenti brutti lui si ricorda di noi. E questa è la nostra speranza. E la speranza non delude. Mai. Mai. Gli idoli deludono sempre: sono fantasie, non sono realtà.
Ecco la stupenda realtà della speranza: confidando nel Signore si diventa come Lui, la sua benedizione ci trasforma in suoi figli, che condividono la sua vita. La speranza in Dio ci fa entrare, per così dire, nel raggio d’azione del suo ricordo, della sua memoria che ci benedice e ci salva. E allora può sgorgare l’alleluia, la lode al Dio vivo e vero, che per noi è nato da Maria, è morto sulla croce ed è risorto nella gloria. E in questo Dio noi abbiamo speranza, e questo Dio – che non è un idolo – non delude mai.

Publié dans : PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE | le 16 janvier, 2017 |Pas de Commentaires »

San Giovanni Battista, Pinturicchio

San Giovanni Battista, Pinturicchio dans immagini sacre Pinturicchio_z03

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Publié dans : immagini sacre | le 14 janvier, 2017 |Pas de Commentaires »

15 GENNAIO 2017 | 2A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

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15 GENNAIO 2017 | 2A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

ECCO L’AGNELLO DI DIO

Per cominciare
Inizia con questa domenica il tempo ordinario dell’anno liturgico. In quest’anno, che per semplicità è stato chiamato anno A, viene letto il vangelo di Matteo. Matteo ci presenterà soprattutto la vita pubblica di Gesù, i suoi discorsi, le parabole, le beatitudini, i miracoli. Oggi però, come avviene sempre nella seconda domenica del tempo ordinario, ci viene presentato un brano dell’evangelista Giovanni, che ci introduce nella vita pubblica di Gesù con la straordinaria testimonianza di Giovanni Battista.

La parola di Dio
Isaia 49,3.5-6. Il « Servo di Iahvè » viene descritto da Isaia come un condottiero che riconduce e riunisce i superstiti di Israele e restaura le tribù di Giacobbe. La sua missione gli è stata affidata fin dal seno materno, ed è destinato a portare la salvezza e la luce a tutte le nazioni. Sono immagini profetiche che solo con la venuta del Cristo cessano di essere oscure. Si ritrovano infatti, pur con accenti diversificati, nel messia Gesù, « luce del mondo ».
1 Corinzi 1,1-3. Inizia con questa domenica la lettura continua della prima lettera ai Corinzi, che ci accompagnerà per otto domeniche. Scritta probabilmente nel 57, Paolo associa alla sua lettera un certo Sostene, che non sappiamo chi sia. « La lettera è una vera e propria radiografia della « parrocchia » più amata da Paolo » (G. Ravasi). Sin dalle prime righe di saluto chiama quelli di Corinto « chiesa di Dio ». Ma Paolo non ha avuto vita facile in quella città. Riuscirà a battezzare solo due persone e una famiglia. Con l’aiuto di altri predicatori, nella città si svilupperà poi una fiorente comunità cristiana.
Giovanni 1,29-34. Il vangelo ci presenta un episodio avvenuto qualche tempo dopo il battesimo di Gesù, a cui Giovanni fa riferimento. Il Battista lo proclama messia e lo fa servendosi dell’immagine dell’agnello, molto familiare agli ebrei. Dice che su di lui si è posato lo Spirito Santo e può testimoniare che è il Figlio di Dio.

Riflettere
Gesù è ormai un adulto e ha appena ricevuto il battesimo. Giovanni è il primo personaggio importante che incontra, con cui ha il primo dialogo « serio » alla vigilia della sua vita pubblica. Gesù e Giovanni sono parenti e da bambini probabilmente hanno giocato insieme, stando ai vangeli apocrifi e a tante raffigurazioni artistiche tradizionali. Tra di loro il dialogo si fa profondo. Il Battista è un perfetto testimone, quasi l’ideale di ogni credente. In questo brano confessa: « Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio » (Gv 1,34). Neppure gli apostoli avranno la fede del Battista. Nelle sue parole c’è già la fede matura di chi ha vissuto la Pasqua. È la fede della chiesa primitiva, quella dell’apostolo Giovanni che « vide e credette » (Gv 20,8).
Gesù è abitato dallo Spirito che è sceso su di lui, dice il Battista. E per descriverlo si serve dell’immagine dell’agnello, ben comprensibile per ogni ebreo. Gesù è l’agnello che prende su di sé il nostro peccato; è l’agnello che ci libera dal nostro peccato.
« Io non lo conoscevo, dice il Battista », nel senso che non conosceva Gesù nella sua vera identità. E gli prepara la strada. Anche il Battista, come gli ebrei del suo tempo, attendeva probabilmente un liberatore politico, un nuovo Davide. Mentre Gesù si presenta diverso. Giovanni annuncia il messia con parole minacciose che spingono alla vigilanza, a cambiare vita di fronte ai severi giudizi di colui che sta per venire. Gesù è invece umile e accogliente nei confronti della gente. Il Battista dovrà capire che Gesù è il messia dei miti e dei giusti, degli anawim, di coloro che attendono un liberatore spirituale, sulla linea dei grandi profeti.
Giovanni dice profeticamente che Gesù è il messia che prende su di sé i peccati del suo popolo. Di fatto, come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai tosatori, verrà sacrificato per i nostri peccati (Is 53,7).
L’immagine di Gesù-agnello fa riferimento:
- all’agnello pasquale di Esodo 12, che ha salvato gli ebrei nella prima Pasqua.
- C’è l’allusione agli agnelli che ogni giorno venivano sacrificati nel tempio di Gerusalemme.
- Al « capro espiatorio » su cui, nel giorno del Yom Kippur, si imponevano le mani scaricando su di lui il peccato di tutti e che veniva poi condotto a morire nel deserto.
- Agnello viene chiamato il servo di Iahvè secondo le parole di Isaia 53,7: « Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca ».
- Richiama anche le immagini del capitolo quinto dell’Apocalisse, dove i salvati glorificano l’Agnello e lo seguono…
Racconta il libro della Genesi che Abramo viene chiamato a offrire in sacrificio il figlio Isacco. In viaggio verso il luogo indicato, Isacco gli dice: « Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto? ». Abramo risponde: « Dio stesso provvederà l’agnello, figlio mio! ». Sappiamo che poi l’angelo del Signore ferma il braccio di Abramo levato verso il figlio. Isacco è certamente figura di Gesù, agnello immolato sulla croce per fare fino in fondo la volontà del Padre.

Attualizzare
Da pochi giorni i magi, esemplari ricercatori della verità, se ne sono andati, riprendendo a ritroso il loro cammino, ma portando con sé una fede nuova. Ora è Dio che in Gesù inizia la sua lunga marcia per incontrare gli uomini e proclamare la venuta del regno di Dio.
In tutti e tre gli anni, nella seconda domenica del tempo ordinario il vangelo di Giovanni ci pone di fronte alla figura di Gesù che inizia la sua predicazione, che viene confessato e riconosciuto da Giovanni (anno A); nella sequela di due discepoli del Battista, Andrea e Giovanni, che vogliono conoscere Gesù da vicino (anno B); nella prima nascita della fede in lui a Cana da parte degli apostoli (anno C).
Nel momento in cui Gesù comincia il tempo della predicazione, nasce in chi lo incontra e lo ascolta il fascino della sua persona, il riconoscimento e la condivisione della sua missione.
Se volessimo riassumere il tema di questa domenica, potremmo dire che è questo: di fronte al Battista che dichiara e testimonia chi è Gesù, dovremmo non dare nulla per scontato, e metterci in atteggiamento di ricerca, chiederci se siamo disposti a conoscerlo meglio, in modo nuovo, nella sua identità profonda. Domandarci se ci siamo già messi sulla sua strada, se siamo disposti a trovarlo, incontrarlo, come hanno fatto i magi… Ricordiamo che le prime parole pronunciate da Gesù nel vangelo di Giovanni sono: « Che cosa cercate? ».
Diceva Bonhoeffer: « Il problema che non mi lascia mai tranquillo è quello di sapere che cosa sia veramente per noi il cristianesimo e anche chi sia il Cristo… ».
Dovremmo domandarci se la sua figura ci affascina e dire chiaramente chi sia per noi. Il Battista afferma che « prima non lo conosceva », ma adesso, dopo che gli ha amministrato il battesimo, gli rende piena testimonianza e dice che è l’agnello, il messia, il Figlio di Dio.
Gesù è l’agnello pasquale che toglie il peccato del mondo, dice il Battista. È colui « che battezza nello Spirito ». Dichiariamo allora la nostra volontà di lasciarci battezzare da lui, farci liberare dal nostro peccato. Non tanto dai nostri difetti e dagli inevitabili limiti, che non ci fanno male e non troviamo nemmeno difficile confessare, ma « il peccato » che sta alla radice delle nostre scelte e che blocca il nostro coraggio, la nostra disponibilità e l’amore.
È sintomatico che il programma presentato da Gesù all’inizio della vita pubblica sia proprio un invito alla conversione per essere pronti ad accogliere il regno di Dio che si fa vicino.
Normalmente non si pensa che il peccato possa condizionare le nostre scelte, spegnere il nostro entusiasmo, renderci timorosi di fronte a qualcosa di speciale. Invece è il peccato quella piccola goccia che trasforma in stalattite la nostra anima e la indurisce. È il peccato che frena il nostro slancio, che ci rende dubbiosi di fronte alla scelta di metterci al suo seguito, di condividere la sua missione.
Il sacramento della riconciliazione scioglie la pietra del nostro cuore. Chi si confessa riconosce il condizionamento del proprio peccato, capisce che è più forte di lui, che ha bisogno dell’agnello Gesù per liberasene e ritornare libero.
Gesù è dunque l’agnello che ci salva non tanto portandoci alla terra promessa, ma attraverso un progetto di liberazione in profondità, restituendoci nuovi alla società, alla chiesa, ai nostri vicini, a noi stessi. Per sentirci « santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore » (1Cor 1,2).
La nostra salvezza, che vuol dire la nostra realizzazione e la nostra felicità, passano attraverso Gesù e il suo stile di vita. Per questo ci sforziamo di creare le condizioni perché la nostra ricerca possa diventare l’incontro di due amori, lottando ogni giorno sotto il suo sguardo, facendo di noi delle persone nuove. Per essere come lui « luce delle nazioni » e costruire il regno di Dio.
Perché quando Gesù ci ha illuminati e trasformati, è allora che ci manda e ci affida il suo regno. Lui infatti non è un ospite che si accontenti di abitare in noi, ma vuole raggiungere ogni uomo attraverso la nostra persona, arrivare a tutti coloro che lo cercano, anche a quelli che lo attendono senza saperlo.

I nuovi peccati
Ecco alcuni peccati che potremmo definire « moderni », in cui la responsabilità personale diventa più rilevante: trascurare la famiglia e i figli, tradire qualcuno (non solo la moglie/il marito, ma anche l’amicizia, la fiducia reciproca), dare troppo peso al proprio conto in banca, attaccarsi in modo esagerato ai propri beni, non lavorare come si dovrebbe, rubare, non pagare le tasse…
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 14 janvier, 2017 |Pas de Commentaires »

IL FIGLIO DI DIO GOVERNA IL MONDO – Clemente Alessandrino

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030131_clemente-alessandrino_it.html

IL FIGLIO DI DIO GOVERNA IL MONDO

Clemente Alessandrino, Stromata, 7,2

« Ciò che vi è di più nobile sulla terra è l’uomo, essere religiosissimo. Nel cielo, invece, è l’angelo, partecipe più da presso e con maggior profondità della vita eterna e beata. Ma perfettissima e santissima, di gran lunga superiore, sommamente dominatrice e regale e benefattrice è la natura del Figlio, la più vicina all’unico onnipotente. Egli è l’essere più nobile, ordinatore di tutto secondo la volontà del Padre ed eccellente governatore dell’universo, compiendo instancabilmente, secondo segreti disegni, tutte quante le cose. Il Figlio di Dio, infatti, mai si allontana dalla sua vetta, essendo indiviso e intatto senza passare da un luogo all’altro, sempre presente in ogni dove e non circoscritto in nessun luogo: tutto spirito, tutto luce paterna, tutto occhio, spettatore e ascoltatore e conoscitore d’ogni cosa, potente scrutatore delle potenze. A lui, Verbo paterno e sostenitore della santa economia, sono sottomesse tutte le schiere degli angeli e degli dèi, grazie a colui che gliele ha sottoposte. A lui appartengono perciò tutti gli uomini: alcuni per averlo conosciuto, altri non ancora; alcuni come amici, altri come servitori fedeli, altri, infine, semplicemente come servi. Egli è il maestro che istruisce lo gnostico con i misteri, il fedele con la buona speranza, colui che è duro di cuore con la disciplina correttrice, attraverso una saggia pedagogia. Così agisce la sua provvidenza in privato, pubblicamente e dappertutto.
Che egli sia il Figlio di Dio e che lui sia colui che noi diciamo Salvatore e Signore, l’attestano apertamente le divine profezie. In questo modo colui che è Signore dei greci e dei barbari, persuade coloro che lo desiderano; infatti non costringe nessuno a ricevere la salvezza da lui nella elezione, né a compiere quanto è richiesto per ottenere la speranza.
Il Figlio di Dio è colui che dà la sapienza ai greci attraverso gli angeli inferiori. Infatti, per antico ordine di Dio, sono angeli distribuiti per le genti (Dt 32,8.9). E che esistano dei prediletti del Signore è opinione dei credenti. Infatti, o il Signore non si prende cura di tutti gli uomini perché non lo può (il che è una bestemmia, in quanto significherebbe attribuire a Dio una dimostrazione di debolezza) o perché non lo vuole, pur essendone in grado (il che non rappresenterebbe certo una prova di bontà); oppure egli si prende invece cura di tutti, come è logico, essendo Signore di tutti. Infatti è il Salvatore: non soltanto di costoro, mentre degli altri no. Secondo la natura di ciascuno, egli ha diviso il suo beneficio fra greci e barbari, fra fedeli ed eletti, predestinati tra costoro e chiamati a suo tempo. Né potrebbe essere geloso di qualcuno, colui che ha chiamato ugualmente tutti; a coloro che credettero straordinariamente, attribuì onori straordinari. Né potrebbe mai essere stato impedito, colui che è Signore di tutto e serve soprattutto la volontà del Padre buono e onnipotente. Neppure mai si potrebbe trovare invidia nel Signore incorruttibile e generato senza inizio: d’altronde le cose umane stesse non sono certo tali da poter suscitare l’invidia del Signore. Diverso è colui che è geloso di chi gli sta a cuore. Non è lecito nemmeno affermare che il Signore non vuole dare la salvezza al genere umano per ignoranza, in quanto non conoscerebbe, cioè, il modo come prendersi cura di ciascuno. L’ignoranza, infatti, non tocca il Dio, che prima della creazione del mondo, fu consigliere del Padre: questa era la sapienza della quale Dio onnipotente si dilettava (Pr 8,30). Il Figlio è infatti la potenza di Dio in quanto fu, prima della creazione di tutte le cose, il principale Logos del Padre e la sua sapienza. Propriamente, egli potrebbe chiamarsi maestro di coloro che da lui sono stati plasmati. Non è distratto da alcun piacere, mai si è distolto dalla cura degli uomini, lui che, avendo accolto la carne corruttibile, la perfezionò verso una condizione di incorruttibilità.
Come poi lo si potrebbe definire Salvatore e Signore, se non fosse Signore e Salvatore di tutti? È Salvatore di coloro che credettero, avendo desiderato conoscerlo; ma è Signore anche di coloro che non hanno creduto fino a che, potendo farlo, ricevono da lui benefici appropriati.
Ogni opera del Signore ha relazione con l’onnipotente e il Figlio rappresenta, per così dire, un’opera paterna. Perciò mai il Salvatore ha in odio gli uomini; anzi, per la sua immensa carità verso di loro, non disprezzò la debolezza della carne umana, ma, rivestitosi di essa, venne fra noi per la comune salvezza degli uomini: è questa, infatti, la fede comune di quanti lo hanno scelto. Egli non trascura mai la sua opera: soltanto all’uomo, di tutti gli animali, è stata concessa la conoscenza al momento della creazione di Dio; né sarebbe stato possibile per gli uomini un trattamento migliore e più conveniente da parte di Dio. È sempre conveniente che l’inferiore venga affidato a chi gli è superiore per natura e che la sua custodia sia concessa a chi è in grado di occuparsene convenientemente.
Ciò che veramente governa e presiede è il Logos divino e la sua provvidenza che tutto controlla, nulla trascurando di quanto la riguardi. Coloro i quali si rivolgono a lui e hanno scelto di essergli uniti, sono iniziati per mezzo della fede. Per volontà del Padre onnipotente, questo Figlio è stato costituito causa di tutti i beni, primo suscitatore del moto, potestà incomprensibile ai sensi. Infatti, non apparve nella sua autentica realtà a coloro che non erano in grado di comprenderlo, a causa della debolezza della carne. Avendo egli accolto la carne sensibile, venne sulla terra per mostrare che è possibile all’uomo obbedire ai comandamenti.
Essendo la potenza paterna, il Figlio di Dio facilmente supera tutto ciò che vuole, nulla trascurando di quanto concerne il suo governo. Se ciò accadesse, infatti, non tutto sarebbe da lui compiuto in modo assolutamente corretto. È una dimostrazione della sua grandissima potenza il fatto ch’egli governi con somma cura tutte le cose, dalle più piccole alle più grandi; egli è il supremo amministratore di tutte le cose e conferisce loro la salvezza, secondo la volontà del Padre, mentre gli altri sono sottoposti ad amministratori subalterni, fino a risalire al grande pontefice. Infatti, da un solo principio iniziale, operante in conformità al volere del Padre, dipendono i principi primi, secondi e terzi.
All’estremo limite del mondo visibile hanno la loro sede gli angeli. Poi discende fino a noi una successione di esseri gerarchicamente ordinati: tutti vengono salvati e salvano attraverso l’intervento e la mediazione di uno solo.

 

Publié dans : Padri della Chiesa e Dottori, SCRITTI | le 7 janvier, 2017 |Pas de Commentaires »

The Baptism of the Lord

The Baptism of the Lord dans immagini sacre epiphany-iconM

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Publié dans : immagini sacre | le 6 janvier, 2017 |Pas de Commentaires »

8 GENNAIO 2017 | BATTESIMO DI GESÙ – ANNO A | OMELIA

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8 GENNAIO 2017 | BATTESIMO DI GESÙ – ANNO A | OMELIA

FIGLI DI DIO

Con questa Domenica che ci ricorda il battesimo di Gesù al Giordano – si conclude il periodo natalizio e incomincia quello che ci ricorda la vita pubblica di Gesù.
Il battesimo di Gesù è appunto l’avvenimento che dà inizio alla missione del Signore, alla sua predicazione in mezzo al popolo

1. Il battesimo di Gesù e il nostro battesimo
La festa di oggi non riguarda soltanto Gesù, ma riguarda anche tutti noi, ognuno di noi.
Infatti, se Gesù si è fatto battezzare da Giovanni il Battista, non l’ha fatto per se stesso. Il battesimo di Giovanni era un rito di penitenza e di purificazione dai peccati. Ora, che bisogno aveva del battesimo Gesù, l’Agnello immacolato, colui che non solo è senza peccato, ma che è venuto a togliere i peccati del mondo?
Certamente Gesù non aveva bisogno dl battesimo, ma allora perché si è fatto battezzare?
Dobbiamo rispondere che si è fatto battezzare perché si è reso solidale con noi, si è talmente immedesimato con noi da prendere su di sé i nostri peccati.
Dunque Gesù, immergendo il suo corpo santissimo nel Giordano, immergeva insieme tutti noi, e tutti i nostri peccati.
Non possiamo dunque rimanere indifferenti o estranei all’avvenimento riferito dal Vangelo di oggi.
In certo senso, il battesimo di Gesù al Giordano è il nostro battesimo. Ognuno di noi è coinvolto in questo avvenimento, ognuno di noi può dire: « Il Signore mi ha tanto amato che si è fatto battezzare per me, per i miei peccati ».
Non per nulla, secondo alcuni teologi, per es. San Tommaso d’Aquino, è proprio al momento del battesimo al Giordano che Gesù ha istituito il sacramento del battesimo, dando alle acque il potere di lavare i peccati e di far rinascere alla vita divina della grazia.
Gesù si è immerso nelle acque, non per fasi santificare dalle acque, ma per santificare le acque.

2. Si aprì il cielo…
Noi dunque possiamo meditare i particolari del racconto evangelico, come se ci riguardassero personalmente: perché possiamo dire, in un certo senso, che in Gesù ognuno di noi veniva battezzato.
Il Vangelo di San Luca ricorda un particolare che deve attirare la nostra attenzione. Dice: « Si aprì il cielo e discese su Gesù lo Spirito Santo in forma di colomba. E si udì la voce del Padre: « Questo è il mio Figlio prediletto ».
Si aprì il cielo. Il cielo talvolta ci sembra chiuso. Dio non ci parla, Dio tace.
Il silenzio di Dio! Perché Dio non interviene, non si fa sentire, perché sembra lasciarci soli? Forse che ci abbia dimenticati… Talvolta proviamo un senso di vuoto… abissale…

3. Dio parla
Ma non è così. Il cielo non è chiuso su di noi. Il cielo si è aperto nel giorno del nostro battesimo. Dio non tace. Egli ha parlato.
Mediante la fede infusa in noi il giorno del battesimo ci ha rivelato il mistero della sua vita intima, il suo segreto.
Ci ha rivelato che Egli è Padre, e che ha un Figlio uguale a Lui, eterno come Lui, nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio da Dio, Luce da Luce. Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del padre.
E ci ha rivelato che il Padre e il Figlio sono legati da un comune soffio di amore, lo Spirito Santo, che è la terza Persona della SS. Trinità, che è Signore e dà la vita, che procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio deve essere adorato e glorificato.
E ci ha rivelato che il Figlio, è disceso dal cielo, si è fatto uomo, è nato dalla Vergine Maria. Sono i due misteri principali della fede: Trinità e Incarnazione.

4. Dio vuole farci entrare nella sua vita.
Dunque Dio si è rivelato. Ma ha parlato non soltanto per farci conoscere il mistero, ma anche per farci entrare nel mistero, per associarci alla sua vita.
Nel battesimo noi riceviamo il perdono di tutti i peccati e mediante la grazia santificante (che è simboleggiata dalla veste candida)) siamo elevati al livello della vita divina della SS. Trinità.
In certo senso, anche su di noi è disceso lo Spirito Santo, anche su di noi è risuonata la voce del Padre: « Questo è mio figlio prediletto ».
Infatti nel battesimo diventiamo figli adottivi di Dio, fratelli di Gesù, e templi vivi dello Spirito Santo, che abita nel profondo della nostra anima.
E così, divenuti figli di Dio e animati dallo Spirito Santo, possiamo rivolgerci a Dio con piena fiducia, sapendo che Egli è un Padre che ci ama, che ci è vicino, che ci vuole felici, non ci abbandona mai e ci ha preparato un posto in Paradiso.
Possiamo rivolgerci a Lui dicendo: Padre nostro. Ci pensiamo? Chiamare Dio, l’Eterno, l’Infinito, il Creatore dell’universo, chiamarlo Padre, Padre nostro…E tutto questo avviene per il dono della grazia santificante, che ci è data nel battesimo.
Giustamente San Leone Magno esclama: « Riconosci, o cristiano la tua dignità! ».
C’è una cerimonia nel battesimo quanto mai ricca di significato e di poesia: dopo che il bambino è stato purificato nell’acqua battesimale, il sacerdote prende una piccola veste tutta bianca e la depone sul novello battezzato.
Poi pronuncia queste splendide parole: « Prendi questa veste candida e immacolata: e portala senza macchia al tribunale di Nostro Signore Gesù Cristo, perché tu abbia la vita eterna ».
Difficilmente si potrebbe immaginare un simbolo più gentile e sublime della grazia, che adorna la nostra anima di candore, rendendola divinamente bella e candidata al cielo.
Che importa se l’occhio materiale, abbagliato dalle cose sensibili, non riesce a contemplare questa intima bellezza e il fulgore divino della grazia?
Talvolta anche il diamante è nascosto sotto una rude incrostazione, ma lo sguardo e il cuore dell’esperto cercatore non si fermano all’incrostazione.
E’ ciò che deve fare la nostra anima: deve scendere nelle profondità, per scoprire lo splendore della grazia santificante.
S. Agostino paragona gli effetti del battesimo… alla transustanziazione eucaristia. Dice infatti: « I battezzati sono divenuti corpo mistico di Gesù, come il pane e il vino, dopo la consacrazione, diventano il suo corpo reale.
Il battesimo rappresenta e suppone una certa estensione e quasi un prolungamento dell’Incarnazione di Gesù, un’applicazione dell’unione ipostatica, fatta all’anima.
In certo modo, siamo una … continuata incarnazione di Gesù. E’ meraviglioso, splendido, divino!
L’ Armonia del 31 maggio 1931, narra questo episodio capitato al Card. Schuster, pochi giorni prima, nella sua visita pastorale a Monza.
In un collegio, dopo una mattinata laboriosissima, l’Arcivescovo, impartita la S. Cresima, posò per una foto di gruppo. Volle presenziare anche alla colazione dei convittori.
Si mise a conversare con alcuni, e riferendosi alla fotografia, disse che verrà un tempo in cui non solo l’immagine esteriore, ma anche l’interiore sarà carpita dall’obiettivo… e sorridendo domandò a un bimbo:
- Che cosa si vedrebbe in te?
- Si vedrebbe Gesù! Cari Fratelli e Sorelle, facciamo in modo che nella nostra anima in grazia si veda sempre lo splendido Volto di Gesù, Verbo Incarnato.

Allora anche la Madonna sarà felice nel vedere in noi… altrettanti Gesù…

Don Severino GALLO sdb (+)

Solemnity of the Epiphany of the Lord

 Solemnity of the Epiphany of the Lord dans immagini sacre epiphany
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Publié dans : immagini sacre | le 4 janvier, 2017 |Pas de Commentaires »

6 GENNAIO 2017 | EPIFANIA DI GESÙ – ANNO A | OMELIA

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6 GENNAIO 2017 | EPIFANIA DI GESÙ – ANNO A | OMELIA

Per cominciare
Il Natale di Gesù avviene nell’umiltà del presepe. L’Epifania invece sottolinea l’importanza dell’evento, presentando questi strani personaggi venuti da lontano, quasi a rappresentare tutti i popoli della terra chiamati alla salvezza. Oggi, più di ogni altra, è « festa missionaria ».

La parola di Dio
Isaia 60,1-6. Con un linguaggio immaginifico siamo invitati a gioire per una convergenza straordinaria di tutti i popoli verso la futura Gerusalemme. Li attira nel loro cammino una grande luce che li investe e li illumina. È un messaggio di pace universale che raggiunge tutta Gerusalemme.
Efesini 3,2-3a.5-6. Paolo ricorda agli Efesini di aver ricevuto il ministero di annunciare il vangelo ai pagani. Un ministero nuovo per una realtà nuova: la destinazione universale del vangelo e il dono a tutti della salvezza in tutta la sua pienezza.
Matteo 2,1-12. Una storia, quella narrata dall’evangelista Matteo, che nei suoi dettagli non può essere interamente storica. Ma Matteo presenta l’atteggiamento dei magi come esemplare per ogni cercatore di Dio: mentre gli ebrei, i vicini e i più preparati, non accolgono il messia, anzi gli tendono delle insidie, i magi partono da lontano e affrontano un lungo viaggio per conoscerlo e adorarlo.

Riflettere
Oggi si commemora un fatto che ha del fiabesco, del racconto suggestivo. Matteo ci propone questi avvenimenti nella forma del midrash, « cioè come un racconto che ha la sua fondatezza storica, ma che viene proposto mediato dalla predicazione, con una cornice narrativa pedagogicamente adattata per gli uditori e lettori » (mons. Luciano Pacomio). Un racconto che ha un significato teologico-spirituale profondo e che ci riguarda: la venuta dei magi, personaggi misteriosi e simbolici. Essi rappresentano tutti i popoli, ? i pagani, i « gentili », cioè noi, che non siamo ebrei ? chiamati alla salvezza e al riconoscimento dell’identità di Gesù e all’adorazione.
Mentre gli ebrei ? nella loro classe dirigente ? non si accorgono della nascita di Gesù, anzi si dice che la città è turbata dall’arrivo dei magi e il re Erode pensa di uccidere Gesù ? questi magi vengono da lontano, affrontano i rischi di un lungo viaggio, portano doni simbolici, si inginocchiano, riconoscono la sua divinità e lo adorano.
La tradizione ha dato a questi magi dei nomi: Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. I loro resti sarebbero addirittura conservati nella cattedrale di Colonia, in Germania. Ma nulla ci autorizza a dire che furono tre, né che furono dei re come vuole la tradizione, né che questi siano stati i loro veri nomi.
Così pure sono simbolici i doni che i magi offrono: l’oro, a riconoscimento della regalità di Gesù; l’incenso, simbolo della sua divinità; la mirra, a sottolineare la sua umanità.
C’è chi ha notato che nel periodo della nascita di Gesù ci furono fenomeni strani nel cielo, dei movimenti stellari singolari. I magi, che probabilmente erano astronomi, ne intuiscono il significato e si mettono in viaggio.
Nel cielo ci sarebbe stata la congiunzione di Giove con Saturno nella costellazione dei Pesci. Giove era considerato l’astro sovrano dell’universo, la costellazione dei Pesci era vista in relazione alla fine dei tempi, Saturno poi era l’astro dei Giudei. Tanto basta perché qualcuno potesse pensare che tra i Giudei in quel momento fosse nato il sovrano della fine dei tempi, il sovrano definitivo.
Ma queste informazioni, che pure sono curiose e significative, non sono le più importanti in questo giorno. Infatti, anche se Matteo racconta i fatti per sottolineare la straordinarietà degli eventi, in realtà il messaggio che l’Epifania trasmette è di un altro spessore: più che la modalità con cui avvengono gli eventi, ciò che conta è la straordinarietà di ciò che realmente avviene.
Il senso pieno dell’Epifania infatti è soprattutto questo: se il Natale è annientamento, umiltà, l’Epifania è lo svelamento della piena identità di Gesù, attraverso il gesto e i doni dei magi. Di qui l’esigenza di piegare le ginocchia dell’anima e del corpo in un profondo atto di fede e di adorazione.

Attualizzare
I Magi vedono una stella, diventano interessati, si fanno delle domande, si mettono in ricerca, in viaggio. Qualcuno li ha definiti giustamente dei « cercatori di Dio » e in quanto tali sono un punto di riferimento affascinante per la gente del mondo d’oggi.
Sono persone che ragionano, che si comportano con astuzia di fronte ad Erode, e sono colpiti dalla sorprendente semplicità e dal fascino di quel bambino e di sua madre: si inginocchiano, adorano, offrono i loro doni.
Sono stati investiti solo da un barlume di luce, ma si sono messi alla ricerca di Dio. I saggi e gli studiosi di Israele le cose le sanno bene, ma non approfondiscono, non si mettono alla ricerca, vivono nel loro immobilismo senza amore, senza rischi.
« Per il credente Dio non è mai un possesso, non è un oggetto tascabile, ma è una persona che non è mai trovata una volta per sempre, di cui si ha sete. I credenti sono un popolo che cammina nel deserto verso Dio » (Enzo Bianchi).
Oggi, diceva il cardinal Martini, quando era arcivescovo di Milano, ci sono quelli che rifiutano esplicitamente il riferimento a Dio: nessuna inquietudine, nessuna domanda. In essi non penetra alcun discorso religioso. Ci sono poi quei battezzati che dicono di credere in Dio, ma non accettano la comunità cristiana. Il loro cristianesimo è qualcosa di folcloristico, di culturale, di tradizionale, ma non tocca la vita quotidiana. Ci sono quelli che vivono come la gran massa consumistica, senza preoccupazioni morali o religiose, anche se mandano i figli a catechismo e ogni tanto entrano in chiesa. Ci sono infine i credenti: una minoranza variopinta, tra tradizionalisti, fedeli comuni e quelli che fanno parte di movimenti e associazioni ecclesiali.
Un panorama che nell’insieme fa emergere con difficoltà la genuinità della fede vissuta. Anche se tutti dobbiamo riconoscere di essere ancora in cammino verso una vita cristiana sempre più personale e convinta.
Se c’è comunque una categoria di persone a cui Dio sorride, è certamente quella di chi si mette alla sua ricerca, di chi in qualche modo è insaziabile del desiderio di Dio. È l’immagine biblica del roveto ardente: « Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava » (Es 3,2). I magi lo hanno cercato seriamente, senza fare chiasso, lo trovano e sono felici.
Essi sono preceduti dalla « grazia », perché è Dio che li chiama all’incontro. « Noi non potremmo metterci alla ricerca di Dio se non sentissimo dentro di noi che lui ci sta cercando da sempre, anzi che ci ha già trovati, che lui crede in noi anche se noi abbiamo la sensazione di non credere in lui » (Archibald Joseph Cronin).
Oggi è festa missionaria, la più importante. Tutti infatti sono chiamati alla salvezza, a conoscere Dio, senza privilegio di razza o di popolo. Gli ebrei, popolo « eletto », avevano scolpito nella loro carne la chiamata alla salvezza e l’attesa del messia. Da secoli lo attendevano, eppure non lo hanno riconosciuto e accolto. I magi rappresentano tutti gli altri, i cosiddetti « lontani », tutti quelli che sono potenzialmente chiamati alla vera fede. Ogni uomo infatti è figlio di Dio e ne attende la rivelazione, la bella notizia. Questa esigenza grida nel cuore di ogni uomo. « A 28 anni ho conosciuto Dio », dice un giovane, « e penso che siano persi tutti quelli che ho vissuto finora ».

Erode il Grande
Anche le fonti non cristiane dipingono il re Erode come crudele e sospettoso. Dapprima governatore della Galilea, poi, con l’appoggio dei romani espugna Gerusalemme e ottiene da loro il titolo di re. Regna per quasi 40 anni, mantenendo il potere con astuzia e ferocia. Eliminò sistematicamente i suoi avversari politici. Sospettoso persino dei propri familiari, ne fece assassinare una dozzina e mise a morte anche i propri figli, che avevano complottato contro di lui. Prima di morire, chiamò la sorella, e le disse: « So che quando morirò la gente farà una gran festa; io voglio invece che ugualmente abbia dei motivi per piangere. Rinchiudi perciò i capi famiglia e i notabili del popolo nell’ippodromo di Gerico e, appena io morirò, uccidili tutti in modo che, se anche non piangeranno per me, avranno un altro motivo per piangere ».

Umberto DE VANNA sdb

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