da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio)

STO CAMBIANDO CASA, NON POTRÒ LAVORARE TUTTI I GIORNI, MI ASPETTATE?, MI VENITE A TROVARE?

 

da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio) dans Bibbia: commenti alla Scrittura

Papa Benedetto XVI/ Joseph Ratzinger

da In Cammino verso Gesù Cristo, San Paolo Ed. 2004, 56.57,

La decisione per Dio è una decisione del pensiero  insieme della vita: le due realtà si richiamano a vicenda: Questo nesso lo descrive con drammaticamente Agostino nella storia dell propria conversione, laddove parla delle ingannevoli forme di vita di un’esistenza totalmente orientata alla materialità…Agostino riferisce come egli, per così dire, si fosse nascosto dietro le proprie spalle, e come Dio attraverso la parola dell’amico lo abbia tratto fuori da quel nascondiglio, cosicché egli potesse guardarsi in volto1

Perciò la Chiesa antica considerava il camino verso la fede precisamente come un tragitto intellettivo, nel quale l’uomo si confronta con la « dottrina della verità » ed i suoi argomenti, ma si trova anche inserito in una nuova comunità dove sono per lui possibili nuove esperienze e intime speranze.

…per conoscere Cristo è necessaria la sequela. Soltanto allora si può sperimentare dove egli abita. La domanda « Dove abiti? » (Tu chi sei?), riceve sempre la medesima risposta: « Venite e vedrete » (Gv 1,38ss)

1 cfr. Confessiones VIII 5,12 e VIII 7,16

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

San Paolo, Inno alla carità

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

Publié dans : biblica | le 10 juin, 2007 |2 Commentaires »

COMMUNION OF THE APOSTLES

COMMUNION OF THE APOSTLES dans immagini sacre 13%20COMMUNION%20OF%20THE%20APOSTLES
http://www.artbible.net/3JC/-Mat-26,26_The%20last%20supper_La%20Cene/2nd_15th_Siecle/slides/13%20COMMUNION%20OF%20THE%20APOSTLES.html

Publié dans : immagini sacre | le 26 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI – OMELIA BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110623_corpus-domini.html

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì, 23 giugno 2011

Cari fratelli e sorelle!

La festa del Corpus Domini è inseparabile dal Giovedì Santo, dalla Messa in Caena Domini, nella quale si celebra solennemente l’istituzione dell’Eucaristia. Mentre nella sera del Giovedì Santo si rivive il mistero di Cristo che si offre a noi nel pane spezzato e nel vino versato, oggi, nella ricorrenza del Corpus Domini, questo stesso mistero viene proposto all’adorazione e alla meditazione del Popolo di Dio, e il Santissimo Sacramento viene portato in processione per le vie delle città e dei villaggi, per manifestare che Cristo risorto cammina in mezzo a noi e ci guida verso il Regno dei cieli. Quello che Gesù ci ha donato nell’intimità del Cenacolo, oggi lo manifestiamo apertamente, perché l’amore di Cristo non è riservato ad alcuni, ma è destinato a tutti. Nella Messa in Caena Domini dello scorso Giovedì Santo ho sottolineato che nell’Eucaristia avviene la trasformazione dei doni di questa terra – il pane e il vino – finalizzata a trasformare la nostra vita e ad inaugurare così la trasformazione del mondo. Questa sera vorrei riprendere tale prospettiva. Tutto parte, si potrebbe dire, dal cuore di Cristo, che nell’Ultima Cena, alla vigilia della sua passione, ha ringraziato e lodato Dio e, così facendo, con la potenza del suo amore, ha trasformato il senso della morte alla quale andava incontro. Il fatto che il Sacramento dell’altare abbia assunto il nome “Eucaristia” – “rendimento di grazie” – esprime proprio questo: che il mutamento della sostanza del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo è frutto del dono che Cristo ha fatto di se stesso, dono di un Amore più forte della morte, Amore divino che lo ha fatto risuscitare dai morti. Ecco perché l’Eucaristia è cibo di vita eterna, Pane della vita. Dal cuore di Cristo, dalla sua “preghiera eucaristica” alla vigilia della passione, scaturisce quel dinamismo che trasforma la realtà nelle sue dimensioni cosmica, umana e storica. Tutto procede da Dio, dall’onnipotenza del suo Amore Uno e Trino, incarnato in Gesù. In questo Amore è immerso il cuore di Cristo; perciò Egli sa ringraziare e lodare Dio anche di fronte al tradimento e alla violenza, e in questo modo cambia le cose, le persone e il mondo. Questa trasformazione è possibile grazie ad una comunione più forte della divisione, la comunione di Dio stesso. La parola “comunione”, che noi usiamo anche per designare l’Eucaristia, riassume in sé la dimensione verticale e quella orizzontale del dono di Cristo. E’ bella e molto eloquente l’espressione “ricevere la comunione” riferita all’atto di mangiare il Pane eucaristico. In effetti, quando compiamo questo atto, noi entriamo in comunione con la vita stessa di Gesù, nel dinamismo di questa vita che si dona a noi e per noi. Da Dio, attraverso Gesù, fino a noi: un’unica comunione si trasmette nella santa Eucaristia. Lo abbiamo ascoltato poco fa, nella seconda Lettura, dalle parole dell’apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Corinto: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1 Cor 10,16-17). Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: “Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Conf. VII, 10, 18). Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui. Questo passaggio è decisivo. Infatti, proprio perché è Cristo che, nella comunione eucaristica, ci trasforma in Sé, la nostra individualità, in questo incontro, viene aperta, liberata dal suo egocentrismo e inserita nella Persona di Gesù, che a sua volta è immersa nella comunione trinitaria. Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre anche agli altri, ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui. La comunione eucaristica mi unisce alla persona che ho accanto, e con la quale forse non ho nemmeno un buon rapporto, ma anche ai fratelli lontani, in ogni parte del mondo. Da qui, dall’Eucaristia, deriva dunque il senso profondo della presenza sociale della Chiesa, come testimoniano i grandi Santi sociali, che sono stati sempre grandi anime eucaristiche. Chi riconosce Gesù nell’Ostia santa, lo riconosce nel fratello che soffre, che ha fame e ha sete, che è forestiero, ignudo, malato, carcerato; ed è attento ad ogni persona, si impegna, in modo concreto, per tutti coloro che sono in necessità. Dal dono di amore di Cristo proviene pertanto la nostra speciale responsabilità di cristiani nella costruzione di una società solidale, giusta, fraterna. Specialmente nel nostro tempo, in cui la globalizzazione ci rende sempre più dipendenti gli uni dagli altri, il Cristianesimo può e deve far sì che questa unità non si costruisca senza Dio, cioè senza il vero Amore, il che darebbe spazio alla confusione, all’individualismo, alla sopraffazione di tutti contro tutti. Il Vangelo mira da sempre all’unità della famiglia umana, un’unità non imposta da fuori, né da interessi ideologici o economici, bensì a partire dal senso di responsabilità gli uni verso gli altri, perché ci riconosciamo membra di uno stesso corpo, del corpo di Cristo, perché abbiamo imparato e impariamo costantemente dal Sacramento dell’Altare che la condivisione, l’amore è la via della vera giustizia. Ritorniamo ora all’atto di Gesù nell’Ultima Cena. Che cosa è avvenuto in quel momento? Quando Egli disse: Questo è il mio corpo che è donato per voi, questo è il mio sangue versato per voi e per la moltitudine, che cosa accadde? Gesù in quel gesto anticipa l’evento del Calvario. Egli accetta per amore tutta la passione, con il suo travaglio e la sua violenza, fino alla morte di croce; accettandola in questo modo la trasforma in un atto di donazione. Questa è la trasformazione di cui il mondo ha più bisogno, perché lo redime dall’interno, lo apre alle dimensioni del Regno dei cieli. Ma questo rinnovamento del mondo Dio vuole realizzarlo sempre attraverso la stessa via seguita da Cristo, quella via, anzi, che è Lui stesso. Non c’è nulla di magico nel Cristianesimo. Non ci sono scorciatoie, ma tutto passa attraverso la logica umile e paziente del chicco di grano che si spezza per dare vita, la logica della fede che sposta le montagne con la forza mite di Dio. Per questo Dio vuole continuare a rinnovare l’umanità, la storia ed il cosmo attraverso questa catena di trasformazioni, di cui l’Eucaristia è il sacramento. Mediante il pane e il vino consacrati, in cui è realmente presente il suo Corpo e Sangue, Cristo trasforma noi, assimilandoci a Lui: ci coinvolge nella sua opera di redenzione, rendendoci capaci, per la grazia dello Spirito Santo, di vivere secondo la sua stessa logica di donazione, come chicchi di grano uniti a Lui ed in Lui. Così si seminano e vanno maturando nei solchi della storia l’unità e la pace, che sono il fine a cui tendiamo, secondo il disegno di Dio. Senza illusioni, senza utopie ideologiche, noi camminiamo per le strade del mondo, portando dentro di noi il Corpo del Signore, come la Vergine Maria nel mistero della Visitazione. Con l’umiltà di saperci semplici chicchi di grano, custodiamo la ferma certezza che l’amore di Dio, incarnato in Cristo, è più forte del male, della violenza e della morte. Sappiamo che Dio prepara per tutti gli uomini cieli nuovi e terra nuova, in cui regnano la pace e la giustizia – e nella fede intravediamo il mondo nuovo, che è la nostra vera patria. Anche questa sera, mentre tramonta il sole su questa nostra amata città di Roma, noi ci mettiamo in cammino: con noi c’è Gesù Eucaristia, il Risorto, che ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Grazie, Signore Gesù! Grazie per la tua fedeltà, che sostiene la nostra speranza. Resta con noi, perché si fa sera. “Buon Pastore, vero Pane, o Gesù, pietà di noi; nutrici, difendici, portaci ai beni eterni, nella terra dei viventi!”. Amen.

Publié dans : CORPUS DOMINI, Papa Benedetto XVI | le 26 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

29 MAGGIO 2016 | 9A DOMENICA: CORPUS DOMINI – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/09a-Corpus_Domini/12-09a-Corpus-Domini-C_2016-UD.htm

29 MAGGIO 2016 | 9A DOMENICA: CORPUS DOMINI – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Molte parrocchie hanno ripreso oggi a festeggiare in modo speciale la solennità del « Corpus Domini ». Ed ecco la processione per le strade dei paesi o del quartiere, i fiori, i canti popolari, gli addobbi alle finestre. È Gesù che passa per le nostre strade, che prende possesso delle nostre case, che benedice il nostro quotidiano. La parola di Dio

Genesi 14,18-20. Melchisedek, re di Salem, offre ad Abramo, uomo di fede, pane e vino e lo benedice. Abramo ricambia dandogli la decima di tutto ciò che possiede. Melchisedek è figura di Gesù e il gesto di Abramo giustifica l’usanza della decina tra il popolo ebraico. 1 Corinzi 11,23-26. In questo passo della lettera di Paolo, il più antico racconto della istituzione eucaristica. Paolo afferma di trasmettere un rito che lui stesso a sua volta ha ricevuto: la decisione di Gesù di rimanere tra di noi, nella chiesa, proprio nella notte in cui viene tradito. Luca 9,11b-17. Gesù predica il regno di Dio e sfama con pane e pesce la moltitudine che lo ha seguito e ascoltato. L’evangelista Luca descrive i gesti di Gesù come di uno che ha ben presente la celebrazione eucaristica già vissuta dalla prima comunità cristiana.

Riflettere  » L’eucaristia è ricordo, « memoria », della passione e morte di Gesù. « Ogni volta che il sacerdote rinnova il sacrificio eucaristico, nella preghiera di consacrazione ripete: « Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue ». Lo dice prestando la voce, le mani e il cuore a Cristo » (Benedetto XVI). È come se anche noi fossimo ancora là, come diceva l’ebreo, ricordando il passaggio del mar Rosso. Riviviamo quella tragica vigilia, l’abbandono degli apostoli e il tradimento di Giuda, la decisione di Gesù di rimanere tra noi con un gesto a lungo preparato.  » Oggi l’eucaristia è il sacramento centrale, il più importante, il culmine di tutta la vita cristiana, a cui tendono tutti gli altri sacramenti.  » L’evangelista Giovanni al capitolo 13 sostituisce la lavanda dei piedi all’istituzione dell’eucaristia: « Gesù sapeva di aver avuto dal Padre ogni potere; sapeva pure che era venuto da Dio e che a Dio ritornava. Allora si alzò da tavola, si tolse la veste e si legò un asciugamano attorno ai fianchi, versò l’acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli…. ».  » Papa Ratzinger, parlando dell’eucaristia la lega anche lui alla lavanda dei piedi, secondo il racconto di Giovanni 13. Dice « Nella lavanda dei piedi compare quello che Gesù fa e quel che egli è. Lui, che è il Signore, si abbassa; depone gli abiti della gloria e si fa schiavo, quello che sta presso la porta e compie per noi il lavoro servile della lavanda dei piedi. Il gesto servile del lavare i piedi aveva come senso il rendere gli uomini atti al convito, atti alla comunione, così che potessero sedere gli uni con gli altri a tavola. Gesù Cristo ci rende atti a stare a tavola e alla comunione, davanti a Dio e gli uni per gli altri ».  » L’eucaristia è il dono di un amore grande, senza misura, che ci viene lasciato « nella notte in cui Gesù viene tradito ». Gesù si rivela maestro di comunione e di perdono, nonostante l’assoluta inadeguatezza dell’uomo.  » L’eucaristia è memoriale, sintesi della vita e delle scelte di Gesù. I discepoli a Emmaus lo riconobbero quando Gesù spezzò il pane. La comunità primitiva si confronta con Gesù, impara a conoscerlo e a vivere come lui, ogni volta che « fa l’eucaristia », cioè quando si incontra per la « frazione del pane », per orientare la propria la vita ed entrare in una mentalità di servizio e di condivisione. Parlando di questo episodio evangelico, in cui Gesù moltiplica i cinque pani e i due pesci, non si dice mai che cosa ne è stato dei pesci e quale significato possano avere. Gesù del resto parla di se stesso come « pane di vita » e non fa riferimento ai pesci. Ma si sa che il pesce nella chiesa dei primi secoli, quella delle catacombe, aveva assunto un significato cristologico: la parola greca icthùs (pesce) era l’acrostico di Gesù, Cristo, Figlio, di Dio, Salvatore.

Attualizzare Nel vangelo di questa domenica Gesù moltiplica il pane per sfamare chi l’ha seguito. È un miracolo che intende sfamare materialmente, dopo che Gesù ha sfamato la fame di verità di chi l’ha finora ascoltato. Una fame richiama l’altra: c’è una fame che non può essere sfamata solo dal pane materiale. E c’è un pane spirituale che richiama la necessità di dare il pane e di sfamare chi non ha il cibo per ogni giorno. Celebrare l’eucaristia vuol dire dunque fare memoria sia della moltiplicazione dei pani, sia dell’ultima cena di Gesù. « Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò », dice Gesù, che negli anni della vita pubblica ha sfamato la fame di verità e anche la fame materiale di chi gli sta vicino. Un teologo indiano afferma di aver capito il sacrifico di Gesù in questo modo: « Vedendo il papà che divideva tra noi il poco cibo che c’era, lasciando se stesso per ultimo, ho capito che cosa significa credere che Cristo ci dà da mangiare la sua carne ». Questo è un compito che spetta a noi oggi, e alle nostre comunità. Gesù agli apostoli che dicevano: « Rimanda la folla, perché possa procurarsi da mangiare », dice: « Dategli voi stessi da mangiare »; come a dire: « Condividete ciò che avete, preoccupatevi voi stessi della loro fame… ». E non solo per dare loro il cibo materiale, ma anche quello spirituale. Le stesse parole suonano ai nostri orecchi oggi, con lo stesso significato. « Sono una menzogna le eucaristie che non celebrano anche l’impegno concreto di tutta la comunità perché si moltiplichi il pane materiale, in modo che ce ne sia per tutti e ne avanzi » (Fernando Armellini). Ma lasciamo ancora a papa Benedetto XVI il compito di attualizzare questa giornata speciale. « Perché c’è tanta fame nel mondo? Perché tantissimi bambini devono morire di fame, mentre altri sono soffocati dall’abbondanza? Perché il povero Lazzaro deve continuare ad aspettarsi invano le briciole del ricco gaudente, senza poter varcare la so-glia della sua casa? », si domanda Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI in un suo intervento sulla festa del Corpus Domini. E risponde: « Non perché la terra non sia in grado di produrre pane per tutti. Nei paesi dell’Occidente si offrono indennizzi per la distruzione dei frutti della terra allo scopo di sostenere il livello dei prezzi, mentre altrove c’è chi patisce la fame. La mente umana sembra più abile nell’escogitare sempre nuovi mezzi di distruzione, invece che nuove strade per la vita. È più ingegnosa nel far arrivare in ogni angolo del mondo le armi per la guerra, piuttosto che portarvi il pane ». Risposte su misura per dare un senso pieno alla festa del Corpus Domini. Perché questo significa portare l’eucaristia per le strade delle nostre città, ricuperando riti secolari che si direbbe mal si combinano con l’attuale società. Continua papa Ratzinger: « Il Signore si è fatto carne, il Signore è diventato pane, noi lo portiamo per le vie delle nostre città e dei nostri paesi. Lo immergiamo nella quotidianità della nostra vita, le nostre strade diventano le sue strade. Egli non deve restare rinchiuso nei tabernacoli discosto da noi, ma in mezzo a noi, nella vita d’ogni giorno. Deve camminare dove noi camminiamo, deve vivere dove noi viviamo ». E dice che nell’eucaristia ci viene incontro il domani di Dio, dove comincia a prendere corpo il regno di Dio.

Quella suorina innamorata « Mi ha lasciato un ricordo incancellabile una suorina che abbiamo ospitato per due giorni nella nostra comunità religiosa. Era tornata al suo paese per le elezioni e quindi, a causa del viaggio e degli indispensabili contatti, aveva sospeso quell’adorazione quotidiana a cui era fedele. Quando l’ho condotta a visitare la nostra cappella, ho visto che si è come tuffata davanti al tabernacolo. Proprio come un’innamorata che sia stata troppo a lungo lontana dall’amato. Una impressione che non riuscirò a dimenticare » (don Giuseppe).

Una ricchezza di nomi per spiegare questo sacramento Il Catechismo della Chiesa Cattolica agli articoli 1328-1332 e seguenti spiega i veri significati dell’eucaristia: Eucaristia: rendimento di grazie. Cena del Signore: Ultima Cena, alleanza, cena definitiva con il Signore. Frazione del pane: Emmaus, gesto ebraico del capo famiglia, Pasqua. Assemblea eucaristica: convocazione della comunità che rende visibile la chiesa. Memoriale della Pasqua: morte e risurrezione di Cristo. Santo sacrificio: di lode, spirituale, puro e santo, sostituzione di tutti i sacrifici. Santa e divina Liturgia: tutta la Liturgia trova il suo centro e la sua più densa espressione nella celebrazione di questo sacramento. Comunione: con Cristo, con i fratelli. Santa Messa: si conclude con l’invio (missio) dei fratelli ai fratelli…

Don Umberto DE VANNA sdb

Second tale of creation : the garden of Eden

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http://www.artbible.net/1T/Gen0204_2ndTale_eden/pages/19%20MOREAU%20ADAM%20LE%20MIDI.%20L%20EXTASE.htm

Publié dans : immagini sacre | le 24 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

IL LAVORO

http://ora-et-labora.net/lavoro.html

Tratto dal libro « Vocabulaire de Théologie biblique » – Les Éditions du Cerf – (Traduzione libera)

« Travail » a cura di Jacques Guillet S.J. e Paul de Surgy

IL LAVORO

Dovunque, nella Bibbia, l’uomo è occupato nel lavoro. Tuttavia, poichè questo lavoro dell’artigiano o del piccolo agricoltore è molto diverso dal lavoro intenso e organizzato del mondo moderno, noi siamo portati a credere che la Scrittura ignori la realtà del lavoro o la conosca male. E dato che non vi troviamo dei giudizi di principio sul valore ed il significato del lavoro, talvolta noi siamo tentati di prendere a prestito qualche affermazione casuale e di utilizzarla per dimostrare una nostra teoria. Anche se non risponde a tutte le nostre domande, la Bibbia, presa nella sua globalità, ci introduce nella realtà del lavoro, del suo valore, della sua fatica e della sua redenzione.

I. Valore del lavoro 1. Il comandamento del Creatore – Nonostante l’abituale pregiudizio, il lavoro non deriva dal peccato: prima della caduta, « Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. » (Gn 2, 15). Se il Decalogo prescrive il sabato, è solo alla fine di sei giorni di lavoro (Es 20, 8 ss). Questa settimana di lavoro ricorda i sei giorni che Dio impiegò per creare l’universo e sottolinea che, formando l’uomo « a sua immagine » (Gn 1, 26), Dio ha voluto farlo partecipe del suo disegno. Infatti, dopo aver dato ordine all’universo, l’ha messo nelle mani dell’uomo, a cui ha dato il potere di occupare la terra e di sottometterla (Gn 1, 28). Tutti coloro che lavorano, anche se « Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto » tuttavia, mediante la propria attività, tutti « sostengono le cose materiali (la Creazione) » (Sir 38, 34). Non dobbiamo neanche stupirci che l’azione del Creatore sia spesso descritta tramite i gesti dell’operaio, che da forma all’uomo (Gn 2, 7), fabbrica il cielo « con le (sue) dita » e fissa le stelle al loro posto (Sal 8, 4); al contrario, il grande inno che canta il Dio creatore descrive l’uomo al mattino che « esce al suo lavoro, per la sua fatica fino a sera » (Sal 104, 23; cf. Sir 7, 15). Questo lavoro dell’uomo è la continuazione della creazione di Dio, è il compimento della sua volontà. 2. Valore naturale del lavoro – Questa autentica volontà di Dio non è per niente espressa nei comandamenti dell’Alleanza, nè in quelli del Decalogo, nè in quelli del Vangelo. Ciò è normale, non ci si deve sorprendere: il lavoro è una legge della condizione umana imposta ad ogni uomo, prima ancora che egli sappia di essere chiamato da Dio alla salvezza. Da questo fatto derivano tutte quelle reazioni della Bibbia nei riguardi del lavoro, che interpretano sostanzialmente il giudizio di una coscienza onesta e retta. In particolare se ne trovano negli scritti dei saggi, deliberatamente attenti ad arricchire la religione d’Israele prendendo il meglio dell’esperienza morale dell’umanità. In tal modo la Bibbia si dimostra severa nei confronti dell’ozio per delle semplici ragioni; l’ozioso non ha niente da mangiare (Pr 13, 4) e rischia di morire di fame (Pr 21, 25); niente stimola a lavorare più della fame (Pr 16, 26), e S. Paolo non esita ad utilizzare questo argomento per mostrare in quale stato di aberrazione sono coloro che si rifiutano di lavorare: »che neanche mangino » (2 Ts 3, 10). Ancora, l’ozio è un decadimento; si ammira la donna sempre attiva, poichè « il pane che mangia non è frutto di pigrizia » (Pr 31, 27) e ci si fa beffe degli oziosi: »La porta gira sui cardini, così il pigro sul suo letto » (Pr 26, 14). Non è più un uomo, è  » una pietra imbrattata »,  » una palla di sterco » (Sir 22, 1-2), che si respinge con disgusto. In compenso la Bibbia sa apprezzare il lavoro ben fatto, l’abilità e l’ attaccamento al proprio mestiere del contadino, del fabbro o del vasaio (Sir 38, 26.28.30). E’ colma di ammirazione per i frutti dell’arte, il palazzo di Salomone ( 1 Re 7, 1-12) ed il suo trono, « non ne esistevano di simili in nessun regno » (1 Re 10, 20), ma soprattutto il tempio di Jahve e le sue meraviglie (1 Re 6; 7, 13-50). La Bibbia non ha pietà per la cecità dei fabbricanti di idoli, ma rispetta la loro abilità e si indigna che tanta fatica sia sprecata per un « nulla » (Is 40, 19 ss; 41, 6 ss). 3. Valore sociale del lavoro. – Questa stima del lavoro non nasce solo dall’ammirazione davanti alle realizzazioni dell’arte, bensì si appoggia su una visione molto solida dell’importanza del lavoro nella vita sociale e nei rapporti economici. Senza i contadini e gli artigiani « sarebbe impossibile costruire una città » (Sir 38, 32). All’origine della navigazione troviamo tre fattori: « fu inventata dal desiderio di guadagni e fu costruita da una saggezza artigiana; ma la tua provvidenza, o Padre, la guida » (Sap 14, 2 ss). Concezione realista ed equilibrata, suscettibile di spiegare, a seconda dell’importanza relativa di questi tre elementi, le aberrazioni a cui può andare incontro il lavoro, così come le meraviglie che può realizzare, per esempio quella che permette ai naviganti di « affidare le loro vite anche a un minuscolo legno » e di perfezionare così la Creazione, impedendo che « che le opere della Sapienza siano inutili » (Sap 14, 5).

II. La fatica del lavoro Poichè il lavoro è un dato fondamentale dell’esistenza umana, si trova immediatamente e profondamente colpito dal peccato: « Con il sudore del tuo volto mangerai il pane » (Gn 3, 19). La maledizione divina non ha per oggetto il lavoro, così come non ha per oggetto il parto. Come quest’ultimo è la dolorosa vittoria della vita nei confronti della morte, così la fatica quotidiana ed incessante dell’uomo che lavora è il prezzo con cui deve pagare il potere sul creato che Dio gli ha affidato; il potere rimane, ma la terra, maledetta, oppone resistenza e deve essere domata (Gn 3, 17 ss). Il peggio è che questa faticosa sofferenza, anche se ha per effetto dei risultati spettacolari, come nel caso di Salomone, è resa vana dalla morte: »Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità! » (Qo 2, 22-23). Doloroso, sovente sterile, il lavoro è ancora nell’umanità uno dei terreni dove il peccato dispiega le sue forze in modo terribile. Arbitrarietà, violenza, ingiustizia e rapacità fanno costantemente del lavoro non solo un peso opprimente, ma anche una sorgente di odio e di divisione. Operai frustrati dal misero salario (Ger 22, 13 ; Gc 5, 4), contadini depredati dalle tasse (Am 5,11), popolazioni sottomesse al lavoro obbligatorio da parte di un governo nemico (3 Sam 12, 31) o dal loro stesso sovrano (1 Sam 8, 10-18; 1 Re 5, 27; 12, 1-14), schiavi condannati al lavoro e ad essere percossi (Sir 33, 25-29). Questo triste quadro non è sempre la conseguenza di errori personali, bensì è l’aspetto ordinario del lavoro vissuto dalla razza di Adamo. Israele ha conosciuto questa esperienza in Egitto, nella sua forma più disumana; lavoro forzato, ad un ritmo opprimente, con dei sorveglianti spietati, in mezzo ad un popolo ostile, a vantaggio di un governo nemico, lavoro sistematicamente organizzato per annientare un popolo e toglierli ogni capacità di opposizione (Es 1, 8-14; 2, 11-15; 5, 6-18). In definitiva siamo già all’ « universo dei campi di concentramento », il « campo di lavoro ».

III. La redenzione del lavoro Ma Jahve ha liberato il suo popolo da questo universo disumano, frutto del peccato. La sua alleanza con Israele comporta una serie di prescrizioni destinate a preservare il lavoro, se non da tutto ciò che ha di faticoso, almeno dalle forme distorte dovute alla cattiveria umana. Il sabato è fatto per interrompere l’opprimente continuità del lavoro (Es 20, 9 ss), per assicurare all’uomo e a tutte le attività della terra un tempo di riposo, (Es 23, 12; Dt 5, 14), sull’esempio di un Dio che si è rivelato come un Dio che lavora, che si riposa e che libera dalla schiavitù (Dt 5, 15). Numerosi articoli della Legge sono destinati a proteggere lo schiavo o il salariato, che deve essere pagato il giorno stesso (Lv 19, 13) e non deve esere sfruttato (Dt 24, 14 ss). I profeti richiameranno queste esigenze (Ger 22, 13). Se Israele rimane fedele all’Alleanza, non sarà dispensata dal lavoro, ma questo sarà fecondo, poichè « Dio benedirà l’opera delle sue mani » (Dt 14, 29; 16, 15; 28, 12; Sal 128, 2). Il lavoro produrrà il suo risultato naturale; colui che pianta una vigna gusterà i suoi frutti, colui che costruisce una casa l’abiterà (Am 9, 14; Is 62, 8 ss; cf Dt 28, 30).

IV. Il Nuovo Testamento La venuta di Gesù Cristo proietta sul lavoro i paradossi e le illuminazioni del Vangelo. Nel Nuovo Testamento il lavoro è contemporaneamente esaltato ed ignorato o visto dall’alto, come se fosse un dettaglio senza importanza. E’ esaltato dall’esempio di Gesù, lavoratore (Mc 6, 3) e figlio di lavoratore (Mt 13, 55), e dall’esempio di Paolo che lavora con le sue mani (At 18, 3) e se ne vanta (At 20, 34; 1 Cor 4, 12). Tuttavia i Vangeli mantengono un sorprendente silenzio sul lavoro; sembra che conoscano questa parola solo per indicare le opere a cui occorre applicarsi, cioè quelle di Dio (Gv 5, 17; 6, 28), o per portare come esempio gli uccelli del cielo che « non seminano, nè mietono » (Mt 6, 28). La poca importanza data al lavoro da una parte e la sua valorizzazione dall’altra parte, non rappresentano una contraddizione, ma i due poli dell’atteggiamento fondamentale del cristiano. 1. Il lavoro perituro – « Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna » (Gv 6, 27). Gesù Cristo non ha altra missione che di portare il Regno di Dio e quindi non parla d’altro, poichè questo Regno viene prima di tutto (Mt 6, 33). Tutto il resto, mangiare, bere, vestirsi, non è senza importanza, ma chi se ne preoccupa a tal punto da perdere il Regno, ha perso tutto, anche se avesse conquistato l’universo (Lc 9, 25). Di fronte alla conoscenza di Dio, che è qualcosa di assoluto, tutto il resto perde importanza; in questo mondo, « la cui scena passa » (1 Cor 7, 31), conta soltanto ciò che « tiene uniti al Signore senza distrazioni » (1 Cor 7, 35). 2. Valore positivo del lavoro – Dare al lavoro il suo giusto posto, distinto da Dio, non è per niente svalorizzarlo, al contrario gli si restituisce il suo valore reale nella creazione, valore che è altissimo. Non solo Gesù, come Jahve nell’Antico Testamento, prende a prestito termini e paragoni dal mondo del lavoro; pastore, vignaiolo, medico, seminatore, senza quella sfumatura di comprensione che si nota nel libro del Siracide, così tipica dell’intellettuale, nei confronti del lavoro manuale, della sua necessità e dei suoi limiti (Sir 38, 32 ss); – non solo presenta l’apostolato sotto forma di un lavoro, quello della mietitura (Mt 9, 37; Gv 4, 38) o della pesca (Mt 4, 19); ma egli suppone, da tutto il suo comportamento, un mondo al lavoro, il contadino nel suo campo, la massaia nelle faccende domestiche (Lc 15, 8), e trova anormale il sotterrare un talento senza farlo fruttare (Mt 25, 14-30). Nel caso della moltiplicazione dei pani, ci tiene a far notare che è un’eccezione e che spetta all’uomo preparare e cuocere il proprio pane. Nello stesso spirito di leale adesione alla condizione umana, Paolo dirà « di tenersi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata (oziosamente) », prendendo come pretesto che la parusia è vicina (2 Ts 3, 6). 3. Valore cristiano del lavoro – Come nuovo Adamo, il Cristo permette all’umanità di compiere fino in fondo la missione di dominare il mondo (Eb 2, 5 ss; Ef 1, 9 ss): salvando l’uomo, da al lavoro il suo pieno valore. Rende il suo obbligo più impellente, fondandolo sulle concrete esigenze dell’amore soprannaturale; rivelando la vocazione dei figli di Dio, egli mette in luce tutta la dignità dell’uomo e del lavoro che è al suo servizio, stabilisce una gerarchia di valori che ci permettono di giudicare e di sapere come comportarci nel lavoro. Instaurando il Regno che non è di questo mondo, ma vi si trova come un fermento, il Cristo restituisce la sua qualità spirituale al lavoratore, da al suo lavoro la dimensione della carità e fonda le relazioni generate dal lavoro sul principio nuovo della fraternità nel Cristo (Fil ). In virtù della sua legge d’amore (Gv 13, 34), obbliga a reagire contro l’egoismo ed a fare il possibile per diminuire la fatica degli uomini al lavoro. Tuttavia, facendo partecipe il cristiano del mistero della sua morte e delle sue sofferenze, egli attribuisce un valore nuovo a questa inevitabile fatica. 4. Il lavoro e il nuovo universo – Quando infine il Signore ritornerà e rivestirà tutti gli eletti della sua gloria di risorto, il dominio sull’universo da parte dell’umanità sarà pienamente realizzato attraverso di lui ed in lui, senza ostacoli di peccato, di morte o di sofferenza. Ma, ancor prima dell’ultimo giorno, il lavoro porta il suo contributo nel ritorno della creazione a Dio, nella misura in cui è compiuto nel Cristo. Lo schiavo che sopporta la sua condizione nel Cristo è già  » un liberto affrancato del Signore » (1 Cor 7, 22) e prepara la creazione ad « essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio » (Rm 8, 21). Resterà qualcosa dell’opera realizzata? La Scrittura non incoraggia nessun messianismo temporale;  » passa la scena di questo mondo!  » (1 Cor 7, 31) e la rottura tra lo stato attuale e lo stato futuro del mondo non lascia spazio ad un ordinamento che farebbe passare nel mondo futuro senza sconvolgimenti. Tuttavia, una certa permanenza dell’opera dell’uomo, sotto una forma impossibile da precisare, sembra intravedersi nelle affermazioni paoline sulla dominazione e la ricapitolazione dell’universo attraverso il Cristo (Rm 8, 18 ss; Ef 1, 10; Col 1, 16.20). Senza che nessun testo ci permetta di soddisfare una curiosità fatalmente ingenua e limitata, la Scrittura considerata nel suo insieme ci invita a sperare che la creazione riscattata e liberata continui sempre ad essere l’universo dei figli di Dio riuniti nel Cristo.

 

LA VITA DOPO LA MORTE, SPERANZA DEL CRISTIANO

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LA VITA DOPO LA MORTE, SPERANZA DEL CRISTIANO

Dio ha fatto l’uomo perché sia felice, sulla terra e nel Cielo. Questo saggio è una breve riflessione sulla novità che la dottrina cristiana apporta nei confronti della realtà della morte.

Il senso della novità attraversa tutto il Vangelo, dall’Annunciazione della Madonna alla Risurrezione del Signore. Il Nuovo Testamento parla in mille modi diversi di un nuovo inizio per l’umanità. Perfino la parola “vangelo” indica novità: la “buona novella”. Fin dall’inizio del suo ministero pubblico, Cristo annuncia apertamente la pienezza dei tempi e la venuta del regno di Dio: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credere al vangelo (Mc 1, 15). Ma ciò non significa che il Signore voglia cambiare tutto, come dimostra il fatto che, per parlare dell’indissolubilità del matrimonio, prende come punto di partenza ciò che Dio stabilì nel creare la donna e l’uomo (cfr Mt 19, 3-9; Gn 2, 24). Peraltro, Gesù ha dichiarato: Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento (Mt 5,17); in diverse occasioni, ordinò ai discepoli di obbedire fedelmente ai comandamenti comunicati da Mosè al popolo da parte di Dio. Nella predicazione del Signore c’è, senza dubbio, un’aria nuova, liberatrice. Da una parte, la dottrina di Gesù sviluppa elementi già presenti nell’Antico Testamento, come la rettitudine d’intenzione, il perdono, o la necessità di amare tutti gli uomini senza eccezione, in particolare i poveri e i peccatori. In Cristo si compiono le antiche promesse che Dio ha fatto ai Profeti. D’altra parte, la chiamata del Signore si rivolge in modo radicale e perentorio non a un popolo, ma a tutti gli uomini, chiamati uno a uno. La novità della presenza e dell’azione di Cristo si percepisce anche in un altro modo, a prima vista sconcertante: molti lo rifiutano. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto (Gv 1, 11), dice S. Giovanni. Questo rifiuto da parte degli uomini fa risaltare ancora di più, se possibile, l’incondizionata donazione e carità del Signore verso l’umanità. Inoltre, il rifiuto lo ha portato direttamente alla morte sulla Croce, liberamente accettata, sacrificio unico e definitivo, fonte salvifica per tutti gli uomini. Dio è stato fedele alla sua promessa e la potenza del male non ha potuto estinguere la donazione divina di Gesù, come manifesta la Risurrezione. La forza salvifica che Dio ha introdotto nel mondo per mezzo dell’Incarnazione di suo Figlio, e soprattutto per mezzo della sua Risurrezione, è la novità assoluta, universale e permanente. Si nota fin dall’inizio della predicazione apostolica: con una gioia traboccante, gli apostoli hanno proclamato per tutta la Giudea, nell’Impero Romano e nel mondo intero che Gesù era risuscitato; che il mondo poteva cambiare, che ogni donna, ogni uomo potevano cambiare; che ormai non erano sottomessi alla legge del peccato e della morte eterna. Cristo, seduto alla destra del Padre, dice: Ecco, io faccio nuove tutte le cose (Ap 21,5). In Cristo, Dio ha preso in mano in modo nuovo le redini del mondo e della storia umana per portarle alla piena realizzazione. I cristiani della prima ora, malgrado tutte le difficoltà che hanno avuto, guardavano al futuro con speranza e ottimismo. E contagiavano la loro fede tra tutte le persone che avevano attorno.

La novità della vita eterna dopo la morte Nel mondo pagano era normale considerare il futuro come una semplice ripetizione del passato. Il cosmo esisteva da sempre e, pur con grandi mutazioni cicliche, sarebbe durato per sempre. Secondo il mito dell’eterno ritorno, tutto ciò che ha avuto luogo prima, sarebbe riapparso nel futuro. In questo contesto antropologico-religioso, l’uomo poteva salvarsi solo sfuggendo alla materia, in una specie di estasi spirituale separato dalla carne; o vivendo in questo mondo, come diceva S. Paolo, senza meta né speranza (cfr 1 Ts 4,13; Ef 2,12). Nei primi secoli del Cristianesimo i pagani seguono un’etica più o meno retta; credono in Dio o negli dei e rendono loro un culto frequente, in cerca di protezione o consolazione; ma manca loro la speranza certa di un futuro felice. La morte era soltanto un baratro, qualcosa senza senso. D’altra parte la volontà di vivere per sempre è profonda nell’uomo, come mostravano già allora i filosofi, i letterati, gli artisti, i poeti e, in modo particolare, gli innamorati. L’uomo ha brama di infinito e tale desiderio si manifesta in diversi modi: nei progetti, nel desiderio di avere figli, nell’aspirazione di influire sulla vita delle altre persone, di essere riconosciuto e ricordato; in tutto questo si può indovinare il desiderio umano di eternità. C’è chi pensa all’immortalità dell’anima; ma c’è chi intende l’immortalità come reincarnazione; c’è, infine, chi di fronte al fatto certo della morte decide di impegnarsi al massimo per ottenere il benessere materiale o il riconoscimento sociale: beni che non saranno mai sufficienti, perché non saziano e non dipendono solo dalla propria volontà. In questo il cristiano è realista, perché sa che la morte è la fine di tutti i sogni vani dell’uomo. Nel dilemma tra la morte e l’immortalità, il cristiano ha la certezza che Dio gli ha dato la vita creandolo a sua immagine e somiglianza (cfr Gn 1, 27); sa che quando prova l’angoscia della morte che si avvicina, Cristo agisce in lui, trasformando le sue pene e la sua morte in forza corredentrice. Ed è sicuro che lo stesso Gesù, che ha servito, imitato e amato, lo riceverà in Cielo, colmandolo di gloria dopo la sua morte. La grande e gioiosa verità della fede cristiana è che, per la fede in Cristo, l’uomo può con certezza vincere l’ultimo nemico (1 Cor 15, 26), la morte, aprendosi alla visione perpetua di Dio e alla risurrezione del corpo alla fine dei tempi, quando tutte le cose si saranno compiute in Cristo. La vita non termina qui; siamo sicuri che il sacrificio nascosto e la donazione generosa hanno un senso e un premio che, per la magnanima misericordia di Dio, vanno ben oltre quello che l’uomo potrebbe sperare con le sue sole forze. “Se qualche volta ti inquieta il pensiero di nostra sorella morte, perché ti vedi così piccola cosa, fatti animo e considera: che cosa sarà il Cielo che ci attende, quando tutta la bellezza e la grandezza, tutta la felicità e l’Amore infiniti di Dio si riverseranno nel povero vaso d’argilla che è la creatura umana, per saziarla eternamente, sempre con la novità di una felicità nuova?“ (San Josemaría, Solco, n. 891).

Nel tempo presente Benché sia certo che la novità cristiana si riferisce principalmenteall’altra vita, all’aldilà, la Chiesa insegna che la novità della Risurrezione di Cristo è già presente, in qualche modo, sulla terra. Per quanto l’universo possa durare così come lo conosciamo, siamo già “negli ultimi tempi”, sicuri che il mondo è stato redento, perché Cristo ha sconfitto il peccato, la morte, il demonio. Il regno di Dio è in mezzo a voi (Lc 17, 21); in mezzo non solo come una presenza esterna, ma anche dentro al credente, nell’anima in grazia, con una presenza reale, attuale, efficace, anche se non ancora del tutto visibile e completa. Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi (cfr 1 Cor 10, 11). La rinnovazione del mondo è irrevocabilmente acquisita e in certo modo realmente anticipata in questo mondo; difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di vera santità (…).Siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo veramente (cfr 1 Gv 3, 1), ma non siamo ancora apparsi con Cristo nella gloria (cfr Col 3, 4), nella quale saremo simili a Dio, perché lo vedremo qual è (Gv 3, 2) (Concilio Vaticano II, Cost. Lumen gentium, n. 48). La Chiesa è depositaria sulla terra della presenza anticipata del regno di Dio; cammina quaggiù come pellegrina, ma tutto il potere salvifico di Dio agisce già in qualche modo nel tempo presente, per mezzo della parola rivelata e dei sacramenti, specialmente dell’Eucaristia, potere salvifico che si manifesta anche nella vita santa dei cristiani, che vivono nel mondo, senza essere mondani (cfr Gv 17, 14). Il cristiano è davanti al mondo e nel mondo, alter Christus, ipse Christus; un altro Cristo, lo stesso Cristo: si stabilisce così una certa polarità nella vita della Chiesa e di ogni credente, tra il momento presente – occasione di accogliere la grazia – e la pienezza finale, tensione che ha molte conseguenze per la vita del cristiano e per la comprensione del mondo. Il cristiano vive unito a Dio e per Dio e si sforza per comunicare i beni divini agli altri. Nella vita futura, la grazia, o vita soprannaturale, si trasformerà in gloria e l’uomo raggiungerà un’immortalità completa nella risurrezione dai morti. Nella vita presente, invece, anche se perfezionata dalla grazia, l’esistenza umana possiede una propria autonomia, che si deve applicare ai diversi ambiti: personale, famigliare, sociale e politico. La vita soprannaturale accoglie, perfeziona e porta a pienezza la natura, senza annullarla né sostituirla. Questa tensione si manifesta pure nella nozione cristiana del tempo e della storia. Per il pensiero pagano quasi sempre fatalista, gli eventi della storia erano previsti e determinati in anticipo dal fatum, dal destino. Il tempo trascorreva intoccabile e imperterrito, spettatore muto e passivo, e abbracciava il corso della storia. Ma il tempo cristiano non è solo tempo che passa, è spazio creato da Dio per una crescita e un progresso, per la storia e la redenzione. Dio agisce con la sua Provvidenza nel tempo, per portare il mondo e la storia alla loro pienezza. Il Signore ha voluto contare sulla risposta intelligente e libera degli uomini, sulle preghiere dei santi e le buone azioni di molti, per influire sul corso degli eventi. Poiché sono immagine di Dio, le creature umane possono cambiare la storia; alcune volte in peggio, come è accaduto con il peccato di Adamo ed Eva; ma soprattutto in modo positivo, partecipando attivamente alla realizzazione del disegno divino, proprio perché l’evento più rilevante ed efficace, quello che ha dato alla storia del mondo il cambio più radicale, è stato l’Incarnazione del Figlio di Dio. E la collaborazione umana più profonda e duratura ai piani divini per cambiare il corso della storia è stata portata a termine dalla Madonna, quando accolse con il fiat il Figlio di Dio nel suo seno. I cristiani vivono nel mondo coscienti dei peccati propri e altrui, ma convinti che il miglior modo per approfittare del tempo è servire Dio, per migliorare il mondo che ci ha affidato. In qualche modo, il tempo è plasmato dall’uomo, è umanizzato. «La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata “in stato di via”, verso una perfezione ultima, alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina Provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione». (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 302). Il Signore non ha fatto tutto dall’inizio, fino all’ultimo particolare. A poco a poco, contando sull’intelligenza e la perseverante collaborazione delle creature, avvicina ciascuna di esse verso il suo fine. Il potere salvifico di Dio si fa normalmente presente nella vita dell’uomo in modo nascosto e interiore; in modo simile la Provvidenza Divina opera soavemente e in modo normale, non solo nei grandi eventi, ma anche in quelli apparentemente più piccoli. Per questo il Signore invita alla piena fiducia: Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. (Mt 6, 31-33). “Dio – spiegava san Josemaría –, che è la bellezza, la grandezza, la sapienza, ci annuncia che gli apparteniamo, che siamo stati scelti come oggetto del suo amore infinito. È necessaria una forte vita di fede per non sciupare questa meraviglia che la Provvidenza divina affida alle nostre mani, ci vuole una fede come quella dei Magi, che ci faccia convinti che né deserto, né tempeste, né la quiete delle oasi ci impediranno di giungere alla meta della Betlemme eterna, della vita definitiva in Dio” (San Josemaría, È Gesù che passa, n. 32). Dall’inizio della sua esistenza terrena, il Signore colmò colei che sarebbe stata la Madre di suo Figlio di una straordinaria abbondanza di doni, umani e soprannaturali. Concepita senza peccato originale, Lei è la piena di grazia (cfr Lc 1, 28). Nella sua vita, in mezzo a infinite prove e oscurità, ha vissuto eroicamente la fede, rafforzando con il suo esempio i primi discepoli. Alla fine della sua vita, esente da ogni peccato, fu assunta in Cielo in corpo e anima, per partecipare per sempre, come Regina degli Angeli e di tutta la creazione, della gloria del Signore. In lei si è verificata pienamente la promessa divina di condurre gli uomini alla gloria. Per questo, la Madonna è per ogni uomo, spes nostra, faro che ci illumina e causa della nostra speranza.

Publié dans : VITA ETERNA | le 24 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

Mark Chagall, Dio creatore

 

Mark Chagall, Dio creatore dans immagini sacre pag12b+

http://www.piaunionedeltransito.org/pia/it/il-nostro-cammino-spirituale/36-fede/298-da-dio-qpadreq-a-dio-creatore

Publié dans : immagini sacre | le 23 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

LA SOFFERENZA – COSA DICE LA BIBBIA SULLA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI?

http://www.taize.fr/it_article1202.html

LA SOFFERENZA – COSA DICE LA BIBBIA SULLA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI?

L’obiezione di Ivan Karamazov, nel celebre romanzo di Dostoievski, resta per molti il più grande ostacolo alla fede in un Dio d’amore: ci si può fidare di Dio in un mondo dove dei bambini sono torturati? Se Dio è buono, come può permettere la sofferenza degli innocenti? Testimone della ricerca spirituale dell’uomo lungo i secoli, la Bibbia stessa è alle prese con questa domanda. I salmi ci presentano lo smarrimento dei fedeli di fronte alla felicità dei malvagi e all’infelicità dei giusti: «Invano dunque ho conservato puro il mio cuore e ho lavato nell’innocenza le mie mani, poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina… Ma io a te, Signore, grido aiuto, e al mattino giunge a te la mia preghiera. Perché, Signore, mi respingi, perché mi nascondi il tuo volto?» (Salmo 73,13-14; 88,14-15). Chiaramente, la vecchia spiegazione che fa della pena una conseguenza del peccato non funziona sempre, esistono innumerevoli casi in cui la sofferenza non è la conseguenza di un’esistenza lontana da Dio. Nelle Scritture ebraiche, la figura di Giobbe è l’esempio tipico che suscita questo interrogativo. Uomo giusto e pio attraversa molte prove, ma rifiuta di abbandonare sia l’affermazione della sua innocenza sia la sua relazione con il Signore. Restando unito sino alla fine a questi due poli, Giobbe vede la sua lotta con il Signore sfociare in una nuova scoperta. Non si tratta di una spiegazione intellettuale, come di una giustificazione della sofferenza, cosa mostruosa che Dio non può mai dare, ma è piuttosto la rivelazione di un contesto dove tutto cambia di prospettiva. Giobbe comprende che il tentativo di gettare su Dio la responsabilità della sofferenza porta a un vicolo cieco, all’errore più grande. Scartata questa falsa pista, il campo è ormai libero per una comprensione più vera. Infatti questa visione è presente sin dall’inizio della rivelazione biblica. Il primo innocente che incontriamo nelle pagine della Bibbia è Abele, ingiustamente ucciso da suo fratello Caino. A questo proposito l’autore della Genesi scrive delle parole stupefacenti: «Il Signore disse a Caino: Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Genesi 4,10). Nella Bibbia il sangue è la vita (vedi Levitico 17,11.14), e questa vita annientata dalla malvagità umana ritrova paradossalmente una voce. Lungi dall’essere soffocato dalla violenza degli uomini, il desiderio di vita che abita il cuore della vittima è liberato attraverso la sua innocenza ferita. Il suo grido giunge fino a Dio e provoca il suo intervento. Questa stessa dinamica è presente nella storia della salvezza, nel racconto dell’Esodo. Quel che fa scendere Dio sulla terra non è qualche atto di prodezza o di dedizione da parte degli esseri umani, ma piuttosto il grido che nasce dalla loro oppressione. I lamenti degli schiavi mettono in moto un vasto processo di liberazione nel quale Dio si fa presente ( vedi Esodo 2,23-25). Con i profeti d’Israele, si fa un ulteriore passo in avanti. Essi sperimentano fin nella loro carne che Dio, l’Innocente per eccellenza, è rifiutato da un popolo che si crede autosufficiente. Come Osea costretto a sopportare con pazienza il tradimento della sua amata, immagine della fedeltà di Dio con il suo popolo infedele. Come Geremia esposto all’esclusione e alla persecuzione, «uomo di litigio e di contrasto per tutto il paese», condannato a rimanere solo con una «piaga incurabile» (Geremia 15,10.17-18). Occorrerebbe del tempo per comprendere che quegli uomini ci danno, in effetti, un’idea del cuore stesso di Dio, quando soffrono per non essere ascoltati né capiti. Se la vita dei profeti rivela che la sofferenza degli innocenti non solo spinge Dio all’azione per ristabilire la giustizia ma è anche il luogo privilegiato in cui gli esseri umani possono entrare nel suo mistero, una figura misteriosa che troviamo in Isaia 40-55 esprime questa verità molto chiaramente. Si tratta di un essere umano, descritto come l’ultimo degli ultimi, «oggetto di disprezzo», che ama e così prende su di sé tutta la malvagità degli altri trasformandola in sofferenza (vedi Isaia 53). Ed ecco che quest’uomo apparentemente respinto è effettivamente il Servo di Dio, cioè qualcuno che realizza sulla terra la volontà divina di salvezza. Se «al Signore è piaciuto prostrarlo con la sofferenza» (Isaia 53,10), è per esaltarlo davanti a tutti, affinché tutti vedano in lui l’attività di Dio stesso: Dio riconcilia a sé coloro che lo rifiutano, prendendo su di sé le conseguenze della loro infedeltà. La vita di Gesù ci dice qualcosa di più? Non è un caso che i primi cristiani si siano soffermati su questi capitoli d’Isaia, quando cercavano nelle Scritture delle luci per comprendere la sorte del loro maestro, Gesù. Le guarigioni che egli compie testimoniano già la sua volontà di prendere su di sé per amore le sofferenze degli altri (vedi Matteo 8,16.17). Però è soprattutto il suo modo d’affrontare una morte atroce che rompe il cerchio infernale del male. La condanna di un giusto che risponde con il perdono (vedi Luca 23,17.34) permette l’adempimento del disegno di Dio che è quello di rendere giuste le moltitudini (vedi Isaia 53,10-11). In altre parole, la sofferenza di un innocente vissuta fino in fondo dona a tutti gli esseri umani la leggerezza di un’innocenza ritrovata. Il sangue di Gesù è «più eloquente di quello di Abele» (Ebrei 12,24) perché suscita la venuta di Dio sulla terra come sorgente inesauribile di una nuova vita. L’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse di san Giovanni, presenta questo processo al capitolo 6, attraverso la sua visione sullo svolgimento della storia umana. Si tratta di un libro chiuso da sette sigilli. I primi quattro descrivono l’umanità abbandonata a se stessa, come una curva inesorabile che discende verso la morte. Con il quinto sigillo entriamo nel movimento inverso, l’attività salvatrice di Dio. E questa comincia giustamente con il grido delle «anime che furono immolate…» (Apocalisse 6,9-11), in cui bisogna vedere non solo i martiri cristiani, ma «tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue dell’innocente Abele» (Matteo 23,35; vedi Apocalisse 18,24). In Dio, il sangue degli innocenti diviene portatore di un dinamismo che contrasta gli effetti distruttori della violenza. La loro apparente sconfitta inaugura un movimento di liberazione che culmina nella croce di Cristo. È ciò che è manifestato dall’apertura del sesto sigillo, dove si parla del «grande giorno dell’ira dell’Agnello» (Apocalisse 6,17). L’«ira di Dio» è la parola caratteristica utilizzata nella Bibbia per esprimere la sua risposta al peccato, risposta che tende a ristabilire la giustizia disprezzata. Qui, si riferisce all’atto con il quale Gesù prende su di sé tutto il male umano, subendone le conseguenze fino all’estremo, nel suo stesso corpo (vedi 1 Pietro 2,21-24). Donando la sua vita fino in fondo, Gesù condivide la sorte di tutte le vittime innocenti e così assicura che la loro pena non è stata vana. Porta le loro sofferenze all’interno della propria relazione con colui che chiama Abbà, Padre, e poiché il Padre lo ascolta sempre (vedi Giovanni 11,42), noi abbiamo la certezza che questa sofferenza non va perduta. Essa conduce alla scomparsa dell’antico ordine mondiale segnato dall’ingiustizia, e all’apparizione «di nuovi cieli e di una nuova terra, dove la giustizia abiterà» (2 Pietro 3,13). Ecco la risposta definitiva, frutto di una vita vissuta, data a Ivan Karamazov e a Giobbe. Lungi dal tollerare anche solo per un istante la sofferenza degli innocenti, nel suo Figlio unigenito Dio beve con loro quel calice amarissimo e, così facendo, la trasforma in una coppa di benedizione per tutti.

Publié dans : BIBBIA, DOLORE E SOFFERENZA | le 23 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

LA GRANDEZZA DEL COSMO COME PROBLEMA ESISTENTIVO E TEOLOGICO – KARL RAHNER

http://www.disf.org/rahner-grandezza-cosmo-teologia

LA GRANDEZZA DEL COSMO COME PROBLEMA ESISTENTIVO E TEOLOGICO – KARL RAHNER

Filosofi e teologi contemporanei

1981

da un contributo in Nuovi Saggi

In questo brano Rahner si chiede se l’enorme allargamento di orizzonti spazio-temporali, che giunge a creare nell’uomo l’idea di essersi ormai “perso” nel cosmo, abbia una qualche valenza teologica. Egli ne conclude che gli uomini, mentre riconoscono e accettano il loro “abbandono” cosmico, con ciò si pongono già al di sopra di esso e lo possono condividere come espressione e mediazione di una profonda esperienza della contingenza, quale vera esperienza teologica e creaturale. Rahner si dichiara infine possibilista circa l’esistenza di vita su altri mondi diversi dalla Terra. Un’altra questione, che non possiamo non toccare in questa trattazione, riguarda la grandezza del cosmo, così come essa viene accettata dalle odierne scienze naturali. Certo, non esiste qui neppure l’apparenza di un contrasto diretto tra le affermazioni delle scienze naturali e quelle della teologia tradizionale, perché questa non ha mai fatto delle affermazioni circostanziate sulla grandezza dell’universo. Tuttavia anche qui si annida una difficoltà non indifferente. L’esser persi nel cosmo come espressione e mediazione di un’ultima esperienza della contingenza Almeno fino a quando l’immagine geocentrica del mondo rimase in piedi, l’esperienza ingenua del cristiano ritenne ovviamente il cosmo come la casa che Dio creò per lui e per la storia della sua salvezza, la casa visibile della sua esistenza, che era stata edificata per lui e per lui esisteva. Certo, anche allora l’idea del cosmo condeterminante la sua esperienza religiosa non era del tutto unitaria, perché, per esempio, non riusciva a inquadrare tanto facilmente gli angeli, che da un lato, quali puri spiriti, non erano facilmente inseribili nell’edificio del cosmo e, dall’altro, dovevano eventualmente pur abitare in una delle sfere del cielo. Comunque il fatto che, per esempio, ancora un Suarez inserisca l’«ascensione di Cristo» fino al «caelum empyreum» nel cosmo antico e si domandi se il Cristo glorificato risieda nella sfera più alta del cielo o sopra di essa, mostra quanto l’antica immagine del mondo fosse amalgamata coi dogmi cristiani (si giungeva a pensare che i vulcani conosciuti fossero collegati al fuoco dell’inferno). Oggi il cristiano è costretto a vivere su un minuscolo pianeta sito nel sistema solare che appartiene a sua volta a una galassia di centomila anni luce d’estensione con trenta miliardi di stelle, galassia che è a sua volta solo una tra circa un miliardo di altre galassie dell’universo. Di fronte a un universo del genere non è certo facile per l’uomo sentirsi come colui per il quale in fondo questo cosmo esiste. In un simile cosmo dalla grandezza sterminata e non più immaginabile, l’uomo può sentirsi come un fenomeno marginale e casuale, specie quando egli sa di esser il risultato di un’evoluzione che è a sua volta costretta a lavorare con molti e inverosimili casi. Sotto questo aspetto l’uomo dalla mentalità scientifica è sopraffatto ancor più da un senso esistentivo di vertigine, allorché viene a sapere che il Logos eterno di Dio, che muove questo miliardo di galassie, dovrebbe esser diventato uomo su questo minuscolo pianeta che esiste disperso da qualche parte come un granello di polvere nell’universo. Tale senso di vertigine, che viene naturalmente rimosso dalla coscienza quotidiana, non va messo a tacere con sublimi riflessioni sullo spazio e sul tempo, come quelle suggeriteci da una fisica moderna che diventa inevitabilmente sempre meno immaginabile. Rimane la questione di sapere se e come il cristiano normale e l’uomo di tutti i giorni possano a poco a poco abituarsi a considerarsi persi nel cosmo. Quanto l’uomo pensa di sé, del proprio destino e della propria grandezza per altri motivi, non viene infatti smascherato come falso da questo abbandono nel cosmo sterminato (i motivi della teologia sono sempre validi perlomeno quanto quelli della fisica moderna, anche se esigono atteggiamenti ultimi diversi per poter esser attuati esistentivamente). La questione sta solo nel sapere come le due visuali del mondo possano coesistere nella medesima coscienza, senza che l’una si accaparri l’energia dell’uomo a sfavore dell’altra. Tale situazione va anzitutto ammessa e sopportata con serenità, visto che anche l’uomo dalla mentalità scientifica (pure al di fuori del cristianesimo) nelle sue decisioni vitali esistentive si prende più seriamente — e ciò a giusto titolo e in maniera inevitabile — di quanto la sua insignificanza cosmica sembrerebbe permettergli. Oggi e soprattutto in futuro l’uomo e il cristiano dovranno inoltre rendersi conto in maniera più chiara e radicale che essi, mentre riconoscono e accettano il loro «abbandono» cosmico, con ciò si pongono già al di sopra di esso e lo possono condividere come espressione e mediazione di quell’ultima esperienza della contingenza, che sentono e accettano necessariamente in virtù della loro antica fede e nella loro qualità di creature finite di fronte al Dio infinito. In questa luce possiamo senz’altro dire che il cosmo è diventato addirittura «più teologico» per l’uomo, che lo orienta cioè in maniera più inesorabile di prima all’esperienza e all’accettazione della sua creaturalità. Partendo di qui, il senso di vertigine cosmica può esser senz’altro interpretato come un momento dello sviluppo della coscienza teologica dell’uomo. Quando l’odierna coscienza scientifica dell’uomo parte dal fatto ritenuto ovvio (benché la cosa non sia poi affatto tanto ovvia) che l’esplorazione scientifica del cosmo non potrà mai arrivare a una conclusione, e quando in virtù della teologia dell’incomprensibilità di principio di Dio tale convinzione diventa un dato teologico, allora l’esperienza di una specie di incommensurabilità dell’universo è in un certo senso solo il corrispettivo spaziale che ci si poteva propriamente attendere (ovviamente in un momento successivo). La dissoluzione di un radicamento (Behaustheit) spaziale dell’uomo ad opera di uno sradicamento (Unbehaustheit) spaziale riflettente il carattere della sua esistenza religiosa è in fono un momento legittimo del suo destino. Quando poi la fisica moderna intraprende a decifrare la grandezza finita dell’universo effettivo, documenta ancora una volta la peculiarità dello spirito di fronte alla materia, spirito capace di porre se stesso e il proprio mondo di fronte a sé, e rende percettibile all’uomo la finitudine creaturale del mondo nonostante la sua incommensurabilità. Storia dello spirito su un’altra stella? In tale contesto non possiamo passare completamente sotto silenzio una questione, che oggi è di moda, anche se non è del tutto nuova, cioè la questione se si possa concepire su altre « stelle » l’esistenza di esseri corporeo-spirituali identici o simili agli uomini. In fondo, neppure le scienze naturali saranno in grado di dare una risposta alla questione di fatto. Né al riguardo sarà possibile rispondere neppure per quanto attiene la possibilità concreta, dal momento che la probabilità calcolata a partire dal numero sterminato delle stelle e la difficoltà dell’evoluzione della vita fino all’«uomo» difficilmente possono essere confrontate tra loro. Tuttavia (e qui ci si allontana dall’antica immagine del mondo), bisogna dire che oggi non si può più escludere la possibilità di principio di un’evoluzione della vita fino a una coscienza intelligente e sarebbe una rappresentazione antropomorfica ritenere che il Dio creatore porti avanti l’evoluzione cosmica in un’altra zona dell’universo fino al punto che esista la possibilità immediata di una vita spirituale, per poi interrompere arbitrariamente tale evoluzione. Del resto, la dottrina tradizionale degli angeli ci dice che anche nel passato la teologia ha dovuto tener conto della coesistenza di altre creature personali con gli uomini e che quindi non pochi problemi teologici non emergono per la prima volta solo ora (vocazione di tutti allo stesso ultimo fine; Cristo capo di tutta la creazione, ecc.). Chi volesse dilettarsi ad approfondire speculativamente questo problema tanto lontano sotto il profilo esistentivo, potrebbe dire che a tali altri esseri corporeo-spirituali bisogna ragionevolmente ascrivere pure un destino soprannaturale nella vicinanza immediata a Dio (nonostante tutta la gratuità della grazia), che però noi non possiamo naturalmente sapere nulla della storia della loro libertà, che tuttavia dobbiamo ammettere. Né di fronte all’immutabilità di Dio in se stesso e all’identità del Logos si potrà dimostrare che una molteplice incarnazione in diverse storie della salvezza sia semplicemente inconcepibile. Diciamo tutto questo solo per mostrare che da parte della teologia non esiste necessariamente alcun veto assoluto contro una storia dello spirito su un’altra stella. Di più il teologo non può dire su tale questione; egli deve limitarsi a ricordare che la rivelazione cristiana ha per scopo la salvezza dell’uomo e non mira a rispondere a domande che non interessano in maniera realmente significativa l’attuazione di tale salvezza nella libertà. Karl Rahner, Nuovi Saggi, Paoline, Roma 1984, vol. IX, pp. 74-79.

Publié dans : COSMOLOGIA, RAHNER KARL | le 23 mai, 2016 |Pas de Commentaires »

Russian icon of the Old Testament Trinity by Andrey Rublev, between 1408-25

Russian icon of the Old Testament Trinity by Andrey Rublev, between 1408-25 dans immagini sacre 800px-Andrej_Rubl%C3%ABv_001

https://en.wikipedia.org/wiki/Holy_Trinity_Icon#/media/File:Andrej_Rubl%C3%ABv_001.jpg

Publié dans : immagini sacre | le 20 mai, 2016 |Pas de Commentaires »
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