LINK ALLA MESSA DEL GIORNO ED AL COMMENTO DAL SITO: « EVANGILE AU QUOTIDIEN »

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

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link al mio blog in lingua inglese:
Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

 

 

incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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incamminoverso @ 1:25
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Murillo, San Pietro

Posté le Vendredi 22 août 2014

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COMMENTO A ROMANI 11,33-36

Posté le Vendredi 22 août 2014

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Romani%2011,33-36

BRANO BIBLICO SCELTO : ROMANI 11,33-36

33 O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!
34 « Infatti, chi mai ha potuto conoscereil pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? 35 O chi gli ha dato qualcosa per primo, si che abbia a riceverne il contraccambio? ». 36 Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

COMMENTO
Romani 11,33-36

Inno alla sapienza di Dio
Nella terza parte della lettera ai Romani (cc. 9-11) Paolo ha dato la sua spiegazione, ispirata alle Scritture, del mistero di Israele, concludendo che alla fine anche tutto il popolo eletto sarà salvato. Al termine di questa riflessione Paolo eleva un inno di lode a Dio, che è riportato nel testo liturgico. Il brano si apre con la lode (v. 33), prosegue con due citazioni bibliche (vv. 34-35) e termina con una ulteriore esaltazione di Dio (v. 36).
La lode iniziale è espressa da Paolo con due esclamazioni ispirate dalla riflessione sul mistero di Dio a cui ha appena accennato (cfr. v. 25): «O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (v. 33). Con la prima di queste due esclamazioni egli esalta la grandezza di Dio come creatore. La profondità riguarda tre aspetti: la sua «ricchezza» (ploutos), che consiste nelle risorse inesauribili della sua potenza, la sua «sapienza» (sophia), che è l’attributo manifestato da Dio nella creazione, la sua «scienza» (gnôsis) che è la conoscenza intima e diretta che Dio ha di tutte le realtà create. Ma è possibile che si Paolo attribuisca a Dio una ricchezza che è tanto più profonda in quanto ha come oggetto la sapienza e la conoscenza. Con la seconda esclamazione Paolo esalta Dio come colui che conduce gli esseri umani alla salvezza: i suoi «giudizi» (krimata, decisioni) sono insondabili e le sue «vie» (hodoi), cioè le sue scelte, sono inaccessibili: l’uomo può vedere solo gli effetti delle decisioni divine, ma le sue scelte profonde sono al di fuori della sua portata.
Per motivare il carattere trascendente e misterioso di Dio Paolo si pone poi tre domande che formula con le parole stesse della Scrittura. Per le prime due egli utilizza letteralmente, secondo la traduzione dei LXX, un passo del Secondo Isaia in cui si dice: «Chi ha conosciuto (ebr.: diretto) il pensiero (ebr.: Spirito) del Signore e chi mai è stato suo consigliere (per istruirlo)?» (Is 40,13; cfr. Ger 23,18) (v. 34). Questo testo si riferisce al decreto con cui il re persiano Ciro ha decretato il ritorno nella loro terra dei giudei esuli in Babilonia: questa svolta era umanamente inconcepibile, ma ciò che l’uomo non poteva neppure immaginare, e tanto meno suggerire, Dio lo ha compiuto di sua spontanea iniziativa. È significativa nella traduzione greca la sostituzione dello «Spirito» di JHWH con il suo «pensiero» (noun), che esprime più direttamente la sua attività decisionale.
Per la terza domanda Paolo si serve invece di un difficile testo ricavato dal libro di Giobbe (Gb 41,3). Letteralmente nel TM si dice: «Chi mi ha fatto un anticipo ch’io debba rimborsare? Tutto ciò che c’è sotto il cielo mi appartiene». Nel contesto, in cui si parla della forza del Leviatan, questa frase non ha senso. Nei LXX perciò il testo viene così tradotto: «Non temi perché è stata fatta una preparazione da me? Poiché chi c’è che mi resista?». La CEI, accogliendo una lettura diversa del testo, traduce: «Chi mai lo ha assalito e si è salvato? Nessuno sotto tutto il cielo». Abbandonando la traduzione greca da lui comunemente utilizzata, Paolo si rifà chiaramente al TM, traducendolo in questo modo: «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?» (v. 35). Anche qui si attende una risposta negativa: nessuno può pensare neppure lontanamente di aver dato qualcosa a Dio e pretendere così che Dio sia debitore nei suoi confronti. Dio è totalmente al di sopra e al di fuori della portata di ogni sua creatura. Un passo dell’Apocalisse di Baruc esprime un pensiero analogo a quello delle tre domande poste da Paolo: «Ma chi, Signore, mio Signore, comprenderà il tuo giudizio? O chi investigherà la profondità della tua via? O chi calcolerà la gravità del tuo sentiero? O chi potrà calcolare la tua incomprensibile intelligenza? O chi mai tra i nati (di donna) troverà il principio o il compimento della tua sapienza?» (2Bar 14,8-9).
Alle tre domande fa seguito una piccola professione di fede in forma innica (dossologia) in cui si dice: «Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose » (v. 36a). In queste parole riecheggia un testo attribuito a Marco Aurelio, il quale, rivolgendosi alla Natura esclama: «Tutte le cose sono da te, in te e per te (ek sy panta, en soi panta, eis se panta)». Questa formula ha un chiaro significato panteistico. Ma Paolo, pur utilizzandola, si ispira alla teologia biblica della creazione. Anzitutto Dio è presentato come il principio supremo dal quale tutte le cose hanno origine (ex autou); egli è anche la causa strumentale, cioè colui per mezzo del quale (di’autou) tutte le cose sono state fatte (creazione); infine egli è la meta verso cui gli esseri umani devono orientarsi (eis auton) per trovare il significato della loro vita (salvezza). Questa dossologia si avvicina al genere dell’«elogio della Sapienza», nel quale si afferma che per mezzo della Sapienza tutte le cose vengono da Dio e a lui ritornano (cfr. Pr 8,22-36; Sir 24,1-22; Sap. 7,22-30); nel NT questo genere letterario è utilizzato a volte in chiave cristologica (cfr. 1Cor 8,6; Gv 1,1-14; Col 1,15-20). Qui invece Dio campeggia sovrano sia nel campo sia della creazione che della salvezza. La dossologia termina con la formula «A lui la gloria nei secoli. Amen» (v. 36b) con la quale a Dio solo viene attribuita la lode da parte di tutte le creature.

Linee interpretative
Il mistero di Israele offre a Paolo lo spunto per mettere a fuoco il mistero di Dio, così come era sentito e vissuto nella religione israelitica. Proprio per la sua santità e trascendenza Dio non solo non può essere visto dalle sue creature, ma neppure può essere rappresentato con immagini o invocato con il suo nome. Dio resta il totalmente altro, che nessuno può conoscere o definire. Di lui l’uomo può parlare solo per analogia, cioè facendo ricorso a un linguaggio fortemente metaforico e simbolico, subito negando però che le immagini usate possano dire qualcosa di oggettivo riguardo a Dio. Perciò nessuno può pretendere di ottenere qualcosa da lui o chiamarlo in causa se non l’ottiene. Nonostante ciò Dio è la causa da cui ha avuto origine il genere umano e il fine a cui ciascuno deve tendere se vuole dare un senso alla propria vita e ottenere così la salvezza. Questo modo di pensare mette Dio al di fuori e al di sopra di ogni meschina strumentalizzazione. Di fronte a lui l’uomo non può che inchinarsi, riconoscendo in lui il proprio limite, e al tempo stesso la possibilità di superare se stesso e di proiettarsi verso l’infinito.
Questo Dio misterioso e nascosto non è però del tutto irraggiungibile, in quanto egli ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Quindi è proprio e solo nell’altro essere umano che l’uomo può trovare la vera immagine di Dio. Ciò avviene quando l’individuo si rende contro che l’altro rappresenta il limite invalicabile dei propri desideri e dei propri egoismi. Il riconoscimento dell’alterità e della trascendenza di ogni essere umano sta alla base della possibilità di stabilire con tutti rapporti di solidarietà e di amore. È qui che trova la sua fonte e la sua ragione di essere il precetto che impone di amare il prossimo come se stessi: se uno non scopre fino in fondo l’alterità dell’altro vi potrà essere forse nei suoi confronti un atteggiamento di pietà, ma non di amore. Non per nulla nella religione israelitica si afferma il principio, sfociato poi nel cristianesimo, secondo cui l’amore verso Dio non può attuarsi se non mediante l’amore per i propri simili.

24 AGOSTO 2014 – 21A DOMENICA – LECTIO DIVINA : MT 16,13-20

Posté le Vendredi 22 août 2014

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/21a-Domenica-A/03-21a-Domenica-A-2014-JB.htm

24 AGOSTO 2014 | 21A DOMENICA A – T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

LECTIO DIVINA :MT 16,13-20

Il vangelo ci ha appena ricordato uno dei momenti più importanti di tutto il ministero pubblico di Gesù che, contemporaneamente, costituì un vissuto incancellabile per quanti lo seguivano più da vicino. Dopo un periodo sufficiente di convivenza coi suoi discepoli che l’avevano accompagnato mentre predicava il Regno di Dio ed avevano presenziato ai portenti che faceva, Gesù si allontana dalla gente e rimane da solo coi suoi seguaci più vicini. Lontano da quanto possa distrarli, Gesù si interessa di sapere quello che dice la gente di Lui e che loro stessi pensano. Non è semplice curiosità quella che spinse Gesù a fare una simile domanda, ma la sua intenzione era di obbligare i suoi a che prendessero partito per lui e pubblicamente proclamassero chi era per loro e che cosa si aspettavano da lui seguendolo. Chiunque vuole essere discepolo di Gesù finisce sempre per sentirsi obbligato di definirsi definendolo: a Gesù non basta che lo si segua da vicino, è necessario che lo si conosca in realtà e che lo si proclami senza complessi.
In quel tempo, 13giunto nella regione di Cesarea di Filipo, Gesù domandò ai suoi discepoli:
« Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo? »
14 Essi risposero: « Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o uno dei profeti. »
15 Egli domandò loro: « E voi, chi dite che io sia? »
16 Simon Pietro prese la parola e disse: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo. »
17 Gesù gli rispose: « Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.
18 E io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa.
19 A te darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai sulla terra, sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli. »
20 E comandò ai discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo
1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Conosciuto già un certo fallimento nella sua missione personale (Mt 13,53-58; 15,1-9; 16,1-4) Gesù si concentra sui suoi seguaci. Per riuscire in una maggiore intimità, lascia la Galilea e le moltitudini. Durante il tragitto verso Cesarea di Filippo, Gesù provoca i suoi discepoli affinché si dichiarino. Il testo è la cronaca di una conversazione iniziata e sostenuta da Gesù con le sue domande. Non cammina con chiunque: vuole sapere quello che dice la gente di lui, e così prepara la vera questione: chi è egli per loro?
Nella loro risposta i discepoli rispondono su quello che si dice di Gesù; nonostante la pluralità di personaggi con i quali viene paragonato, il popolo lo vede come profeta. Curiosamente, Gesù non reagisce davanti a quello che ascolta; non sembra interessargli molto la confusione regnante tra la gente, perché rinnova la domanda diretta ai suoi interlocutori. Dietro tanta convivenza ed ascolto, dietro tanti portenti visti e tanto insegnamento specifico, chi è per essi Gesù? L’interesse di Gesù per l’opinione dei suoi discepoli lo incuriosisce: non gli basta avere con essi una vita di intimità condivisa, è arrivato il momento della confessione pubblica; il compagno di strada si deve fare pubblico testimone.
E Pietro confessa quello che il Padre gli ha messo nel cuore: definendo Gesù per quello che significa per Dio, il suo Messia e suo Figlio, fa suo il punto di vista di Dio, accetta la sua opzione. Benedicendolo, Gesù riconosce che la sua fede non è merito suo ma grazia concessa da Dio. Pietro non conosce Gesù perché ha convissuto con lui, bensì perché Dio glielo ha concesso rivelandogli la sua identità. E Gesù riconosce che questo uomo, beato perché premiato, può essere pietra e base di un nuovo popolo credente: non smetterà di essere debole per ciò, ma merita la fiducia, perché si è dichiarato per Gesù, vedendolo alla luce di Dio e non alla misura dei suoi desideri o sentimenti. Il potere nel cielo, l’autorità sulla terra, l’ottiene chi accetta che Gesù è Dio, e come Dio desidera: la fede è ben motivata quando si vede tutto, Gesù compreso, secondo Dio. Solo una fede che viene concessa può essere base e fondamento pietra angolare della fede comunitaria.

2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
Prima di chiedere la loro opinione personale, Gesù vuole sapere dai suoi discepoli che cosa è quello che la gente sta dicendo su di lui. Non sappiamo che cosa portò Gesù ad informarsi sulle dicerie che la sua missione aveva svegliato tra il popolo. Il fatto è che volle conoscerlo dalla bocca dei suoi prossimi. In questo modo, li obbligava ad interessarsi di quanto, sul maestro, pensava il popolo. Il discepolo di Gesù che vuole vivere tutta la vita vicino a lui, non deve disinteressarsi di quanto il mondo pensi sul suo Maestro: vivere occupati nella sequela non ci dispensa di preoccuparci di quello che Gesù significa per gli altri.
Prova del nostro interesse per Gesù è l’interesse che mostriamo nel sapere se la gente condivide il nostro entusiasmo per lui. Difficilmente dimostreremmo che le nostre convinzioni e la nostra fede sono sentite e sincere, se non ci preoccupa che il mondo non si informi su Gesù, né ci faccia male che non sia conosciuto quanto basta o non è amato tanto quanto lo facciamo noi. Rimanere contenti perché, vivendo oggi in una società interessata sempre meno per il nostro Signore, riusciamo, e non è poco, a conservare intatta la nostra fede in Lui, non è sufficiente; avrebbe poco valore per noi il Gesù che seguiamo, se non ci preoccupasse che sono meno i suoi discepoli o che pochi l’apprezzano come noi.
Con la sua domanda, in realtà, Gesù preparava ancora i suoi discepoli per una sfida più decisiva. Non interessava molto a Gesù quello che pensassero i suoi contemporanei di lui; cercava, piuttosto, di preparare i suoi seguaci davanti alla questione decisiva: chi era egli per loro? L’interesse di Gesù per l’opinione dei suoi è autentico e la risposta improrogabile: devono proclamare pubblicamente quello che in gran segreto tante volte hanno pensato. Finalmente devono arrischiarsi a dire quello che tante volte hanno sentito in privato. Gesù non si accontenta che loro abbiano seguito e condiviso il suo lavoro e la sua intimità. La sequela di Gesù non è mai tema privato che compete solo alla coscienza del discepolo e che accade nella più stretta intimità: senza professione pubblica, senza dire ad alta voce quello che sa il cuore, nessun discepolo supera la prova. Il compagno di Gesù deve farsi suo testimone; l’intimo di Cristo, il suo predicatore.
Non basta, dunque, alimentare buoni sentimenti senza opere che li manifestino. Bisogna dire quello che si pensa e pubblicare quello che si vive; non sono le intenzioni buone quelle che fanno il buon discepolo, bensì la sua vita fatta messaggio. Gesù non sopporta nelle sue compagnia persone che non si definiscono che non optano per lui che non sanno chi è o non osano farlo in pubblico. Egli stesso continua oggi a sfidare tutti quelli che desiderano essere suoi discepoli; egli è colui che vuole sapere da noi stessi la nostra opinione. Se ancora non abbiamo sentito quella domanda di Gesù, se non ce l’ha fatta ancora, è probabile che non ci abbia considerati ancora come i suoi seguaci più vicini: in realtà, la fece solo a chi lo seguiva da vicino e dagli inizi.
Dovremmo augurarci di sentire oggi di nuovo la domanda di Gesù: se non ci siamo visti mai obbligati a prendere posizione davanti a lui, chissà è perché non siamo stati sufficientemente vicini a lui affinché potesse dirigerci la sua parola. Recuperiamo il tempo perduto; basterebbe che ci sentiamo interpellati da Gesù. Chi è egli realmente per noi? Cosa significa, in concreto, nel quotidiano, nelle nostre vite? Dipenderà da quello che gli rispondiamo pubblicamente, davanti agli altri e, specialmente, alla sua presenza, affinché, come a Pietro, ci consideri degni di lui e beati perché il Padre si degna di rivelarci i suoi segreti.
Confessare Gesù non è semplicemente dire l’opinione che ci siamo fatti di lui e neanche confessare la fede che riceviamo dai nostri genitori; accettandolo come Cristo e Figlio di Dio, Pietro non proclamò quello che sentiva per Gesù, ma quello che Dio voleva. Pietro non espresse il suo pensiero personale, disse quello che Dio gli aveva messo nel suo cuore. Credere in Cristo Gesù suppone, dunque, fare nostro il punto di vista di Dio, vedere Gesù come Dio stesso lo vede, sentire per lui quello che Dio sente, contemplarlo alla sua luce ed amarlo come Dio vuole. Non è legittimo che ci immaginiamo Gesù alla misura dei nostri desideri ed in conformità alla nostra necessità; non sarebbe quello il Gesù autentico, il vero figlio di Dio: confessare Cristo è accettarlo come Dio lo volle. Un Gesù modellato secondo le nostre preferenze non starebbe all’altezza delle preferenze divine: Gesù, il Messia, il Figlio di Dio, è sempre molto meglio di quanto noi avremmo potuto desiderare. Ma, per sperimentarlo, bisogna accettarlo realmente è, come Dio ce lo diede.
Solo i discepoli che, come Pietro a Cesarea, vedono e proclamano Gesù come Dio lo ha rivelato a loro, saranno chiamati ad essere pietra e fondamento della fede per gli altri. Il credente ha assicurato il potere nel cielo e gode di autorità sulla terra, ogni volta che fonda la sua esistenza in Cristo Gesù, il Figlio di Dio. Nel suo interesse per conoscere la nostra opinione su di lui, Gesù si interessa di sapere se l’abbiamo accettato come Dio ce lo ha mostrato, come suo Figlio e nostro Cristo. Se oggi trovasse tra noi un credente così, lo proclamerebbe beato e gli confiderebbe di nuovo la missione di essere pietra e base della fede degli altri. Siamo chiamati a proclamare senza complessi la nostra fede; non è il mondo che ce lo chiede, ma il nostro stesso Signore. E tutti siamo così chiamati ad essere, come Pietro, roccia della fede e pilastro della fedeltà dei nostri fratelli.
Sentiamoci spinti da Gesù a dirgli che cosa rappresenta per noi. Beato chi, tra di noi lo confessa come Dio lo vede: niente si dovrà invidiare a Pietro! La sua ‘missione’, essere fondamento ed appoggio della fedeltà degli altri, sta a portata di quanti riescono a proclamare la loro fede in Gesù, Messia e Figlio di Dio. È la nostra opportunità, perché non approfittarne?

JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

incamminoverso @ 18:55
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SULLE ICONE : MADONNA GRECA, CAPO RIZZUTO, CALABRIA

Posté le Mercredi 20 août 2014

http://www.reginamundi.info/icone/Madonna-greca.asp

SULLE ICONE : MADONNA GRECA, CAPO RIZZUTO, CALABRIA dans immagini sacre e testo icona-Madonna-grecaPArt

MADONNA GRECA, CAPO RIZZUTO, CALABRIA

Si dice sia stata scritta direttamente dall’Evangelista Luca, ma di certo l’Icona della Madonna della Passione è una delle immagini più venerate dell’isola di Creta, da dove, a partire dal XIV secolo, si irradiò in tutta Europa. Il modello nel XV secolo divenne molto popolare in tutto l’oriente, come nel Veneto e nel meridione d’Italia; celebre è l’Icona della “Madonna del Perpetuo Soccorso”, oppure la Madonna dell’Elemosina di Biancavilla.
Una nota leggenda popolare vuole che il 5 agosto di un non definito anno un contadino calabrese fosse uscito per pascolare le pecore nei pressi della spiaggia di Capo Rizzuto e qui trovasse sulla spiaggia, trasporta dalle onde del mare, una Icona sacra raffigurante la Madonna con in braccio il bambino.
« …Un bel mattino di agosto, 5 di quel mese, colà dove l’onda azzurrognola dell’Ionio lambisce le rive di Capo Rizzuto, venne veduto ad un contadino, lì per avventura traentesi alla pastura degli armenti, ondeggiar lieve lieve sulla mobile superficie dell’onda una tavola, coronata dalle iridi della luce nascente, e avvicinarsi secondo che le aure quella spingevan verso il lido, e quasi dall’onda riverente su quello deporsi. Quella tavola miracolosa rivelava le sembianze di Maria Vergine, avente fra le braccia il Divin Pargoletto » (Salvatore Cristofaro di San Marco Argentano: In onore di Maria Vergine madre di Dio, che si venera in Isola come protettrice sotto il titolo di Madonna Greca. Edizione 3°, Catanzaro, 1896 ).
L’Icona che, vuoi per tradizione, vuoi per analogia alle altre più note, si suppose provenire dalla Grecia fu presto una copiosa sorgente di miracoli; fu detta “Madonna Greca” ed attirò grandi masse di pellegrini. Ad essa furono dedicati due momenti di festa religiosa: il lunedì successivo alla prima domenica di Maggio, con un pellegrinaggio da Isola a Capo Rizzuto, in ricordo di quello guidato da San Luca di Melicuccà, primo vescovo di Isola, allorchè tutta la popolazione si mosse per invocare la fine di una lunga siccità; il 5 Agosto, giorno del ritrovamento dell’icona, quando questa viene portata in processione sul mare da una folta schiera di piccole imbarcazioni.
Oggi la sacra Icona è custodita all’interno di una splendida cappella del Duomo di Capo Rizzuto, che fu sede vescovile di iniziale rito greco fino al 1818, anno in cui fu soppressa e accorpata all’allora Diocesi di Crotone.
Per cercare di formulare delle ipotesi sull’anno d’arrivo dell’Icona in Calabria, occorre considerare che, come lo storico locale padre Ughelli sottolinea, la cittadina di Isola di Capo Rizzuto sia situata in “una pianura fertile e boscosa a 4 miglia dal mare” parecchio esposta al rischio di incursioni piratesche, “in 80 anni è stata devastata due volte dai Turchi: la prima volta da Barbarossa e quindi da Dragut, rais dei pirati; infatti, non era circondata dalle mura, ma abitata nei villaggi”. Anche se la prima citazione della città di Isola la troviamo al secolo nono nell’elenco delle sedi vescovili di rito greco e subalterni a Costantinopoli, è poco probabile che l’Icona sia sopravvissuta alle devastazioni del Barbarossa prima, dei saraceni poi.
Come poteva un’icona di questo pregio e di questa fama rimanere malgrado tutto nella cattedrale benedettina di Capo Rizzuto? D’altro canto padre Ferdinando Ughelli evidenzia come al suo tempo “nella città di Isola non c’è nessuna chiesa parrocchiale oltre alla Cattedrale e né c’è qualche Oratorio per l’esiguità del territorio all’interno delle mura. Così la cura delle anime dell’intera città è gestita dai Canonici e c’è un convento dei Terziari Francescani, fondato dallo stesso Caracciolo. ».
Nel XV secolo a seguito delle continue vittorie turche, con la conquista di Creta e dei territori albanesi, è molto probabile che un gruppo di profughi con il loro prezioso tesoro abbiano lasciato la patria per cadere poi nelle mani di una qualche unità saracena nello specchio di mare antistante le coste calabre. Intorno al 1482, a seguito della vittoria dei turchi musulmani sulla terra d’Albania, diversi gruppi di profughi lasciarono la loro patria per dirigersi in Sicilia, ove una nutrita colonia di albanesi si era già insediata nella Piana degli Albanesi, vicino Palermo. Il periodo migliore per intraprendere la navigazione nel mediterraneo era sempre e comunque quello estivo. Data la sua enorme somiglianza (differisce solo per la presenza degli angeli) con la Madonna dell’Elemosina di Biancavilla (CT), forse l’Icona si trovava su uno di questi convogli. Risulta così fortemente suffragata l’ipotesi dell’appartenenza dell’Icona alla scuola cretese.
D’altro canto una delle prime notizie storiche che riguarda l’esistenza del quadro della Beata Vergine ad Nives (l’Icona fu rinvenuta il 5 agosto, data della storica nevicata romana), detta la « Cona greca », risale alla visita pastorale, fatta alla diocesi d’Isola, verso la fine del 1594 dal decano Nicolao Tiriolo da Catanzaro, vicario generale del vescovo Annibale Caracciolo, uno dei Prelati più zelanti e munifici verso la diocesi d’Isola. Da questa visita pastorale si apprende che la Cappella della “Cona greca” godeva di un “Beneficio”consistente “ in cinque ducati ” . Ricopriva la carica di procuratore della Cona Greca Don Desiderio De Onofrio, tesoriere della cattedrale d’Isola, che ebbe tale incarico direttamente dal vescovo Annibale Caracciolo, per amministrare anche i beni della Cappella della Cona Greca, come si legge dagli atti della stessa visita pastorale. Poteva rimanere tanto tempo nascosta un’Icona miracolosa di così grande pregio?

Lettura dell’Icona
L’Icona appartiene al modulo delle “Madonne della Passione”, di cui uno dei più antichi prototipi è un affresco presso il monastero di Arakos a Cipro. Verso la fine del XIV secolo questa tipologia divenne molto popolare nell’Isola di Creta e da lì si diffuse in tutto il mondo ortodosso. L’Icona della “Madonna Greca” propone la Madonna col Bambino, affiancato da due angeli, l’arcangelo Gabriele a destra e l’arcangelo Michele a sinistra entrambi posti su delle nuvolette, a mani giunte in atto di adorazione. Le mani del Bambino si aggrappano alla mano della Madre, mentre Ella con la destra indica il Salvatore del mondo. L’Icona è fortemente somigliante alla più nota “Maria Santissima del Perpetuo Soccorso”, alla quale, fatta eccezione del particolare degli strumenti della passione in mano agli angeli e a qualche differenza, spesso soltanto cromatica, si avvicina moltissimo. Fatta eccezione per l’assenza degli angeli, l’Icona risulta la gemella della « Mater Elemosinae » di Biancavilla, datate fra il XIV ed il XV secolo.

Madonna Greca | Capo Rizzuto | Calabria
Santa Maria dell’Elemosina (Biancavilla) – Madonna Greca (Capo Rizzuto)

D’altro canto la tecnica con pittura a tempera d’uovo usata per “scrivere” questa Icona avvalora ulteriormente l’ipotesi di datazione dell’Immagine fra il XIV ed il XV secolo.
L’anonimo iconografo ha voluto apportare una significativa semplificazione al modulo base, che vede gli attrezzi della passione in mano agli angeli: qui essi hanno una funzione “consolatoria”, ciò non di meno egli non ha rinunciato alla rappresentazione dell’angoscia del Cristo, che, meditando la sua futura Passione, si aggrappa alla Madre e perde, per il movimento brusco, un sandalo. Nell’icona la parte inferiore raffigurante i piedi del Bambino è purtroppo andata persa, ma risulta assai probabile, per l’assonanza a tutti gli altri modelli, che il bambino fosse privo di un sandalo. Nell’Icona viene evidenziato anche il trionfo di Cristo sulla sofferenza e sulla morte, come si evince dal fondo dorato (simbolo della Risurrezione) e dalla realtà luminosa senza tempo del Regno dei Cieli.
La mano della Madonna, che si incontra con quelle del Bambino, è il punto centrale dell’Icona, in cui si può scorgere da un lato la realtà dell’incarnazione, dall’altro l’immenso gesto di tenerezza, attraverso il quale Gesù consola Maria e quindi la Chiesa tutta. Tutto ciò, come di consueto nella tradizione bizantina, è raffigurato nella parte basse dell’Icona solitamente demandata alla rappresentazione delle cose terrene; la parte alta, gli angeli ed il fondo oro esprimono la Luce della Gloria di Dio. La mano destra di Maria accoglie quelle del Figlio, sottolineando così l’umanità di Cristo e nel contempo lo indica.
I volti di Maria e di Gesù, mentre i loro occhi fissano benignamente il fedele, si incontrano in un momento di immensa intimità, contatto però che non produce ombre, anzi un colpo di luce, irradiato dal Figlio, brilla sotto l’occhio sinistro della Madre e continua fino alle labbra, ove raggiunge la massima intensità, volendo enfatizzare le parole di Maria “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5).
Il collo gonfio di Gesù ne simboleggia la pienezza dello spirito « Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri. »(Is. 61,1).
La particolare raffigurazione degli organi di senso (occhi senza luccichìo, naso sottile e lungo, narici piccole, bocca sempre chiusa), esprimono in modo molto evidente lo stato di apatheia di Maria, il distacco da ogni eccitazione, tipico di coloro che ormai vivono nell’assoluta perfezione. « Quando la mente non è più dispersa nelle cose esterne, né sperduta nel mondo a causa dei sensi, allora essa ritorna in sé; e per mezzo di sé stessa ascende al pensiero di Dio » (San Basilio il Grande). Ed ancora di più: « Siate in pace con la vostra anima e allora cielo e terra saranno in pace con voi. Entrate prontamente nel tesoro che è dentro di voi, e così vedrete le cose che sono in cielo; perché una sola è l’entrata che conduce ad entrambi. La scala che porta al Regno è nascosta nella vostra anima. Sfuggite il peccato, immergetevi in voi stessi, e nella vostra anima scoprirete la scala su cui ascendere » (S. Isacco di Siria, VII sec.).
L’armonia con cui viene rappresentata Maria la colloca nella perfezione del mondo spirituale. Secondo la teoria dei tre cerchi di Panovsky, per la rappresentazione dei volti, l’iconografo si è servito, come di consueto, del modulo che corrisponde alla lunghezza del naso; in questo modo la testa è inscritta in due cerchi, mentre il nimbo è determinato da un terzo. Nella visione frontale il centro dei cerchi è situato alla radice del naso, tra i due occhi, questa parte del naso è situata a sua volta al centro della testa, sede della sapienza. Nella nostra Icona, ove il volto della Vergine è rappresentato a tre quarti, il centro è spostato sul margine dell’occhio destro, rispettando sempre perfettamente il modulo del naso. L’Asse del naso forma con gli occhi un angolo retto, perché il volto non è concepito in profondità, ma in planimetria. Il mento e la fronte restano alla distanza di un modulo, in questo modo le misure verticali, segno della gloria di Dio restano fisse, “eternamente immutabili” mentre quelle orizzontali sono delle semplici frazioni. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.” (Mc. 13,31). Questo tipo di rappresentazione permette ai volti di aprirsi verso lo spettatore, mentre la curva delle loro teste diviene ancora più espressiva e come gravida di intelligenza (E. Sedler, L’Icona immagine dell’invisibile). La grande maturità raggiunta nell’astrazione delle forme, strutturate in modo tale da riflettere non l’apparenza (la corporeità di Maria e di Gesù), ma la loro essenza: il loro nucleo spirituale, la loro verità eterna è tipica del periodo medievale. L’esigenza del rispetto dei canoni delle proporzioni, secondo il manuale d’iconografia cristiana, ha due significati specifici: solamente colui che ha il cuore puro entrerà nel Regno dei Cieli; è nella carne che il cristiano impegna il combattimento più duro, ma anche il più glorioso.
Sul nimbo di Maria sono presenti tracce di una ricca decorazione a racemi, realizzata a pastiglia in oro, tecnica tipica del XIV secolo, elemento che contribuisce anch’esso alla datazione dell’opera nel periodo stimato. Le vesti coprono il corpo di Maria in modo estremamente razionale, ma senza esprimere alcuna materialità volumetrica. Nelle icone Mariane il vero e il bene si offrono alla contemplazione e dalla loro simbiosi scaturisce il bello. La materia reale e concreta perde drasticamente profondità fino ad addivenire ad una proiezione della natura, lasciando completamente il suo posto alla luce spirituale, all’essenza più intima delle cose, quella che tocca l’animo di chi contempla, edificando. In questa Icona tutto concorre alla celebrazione della Bellezza, al punto da divenire espressione tangibile ed immediata dell’immensa fiducia nella potente intercessione della Madonna, d’altro canto Lei stessa rispose, quando interrogata: « Sono così bella perché amo così tanto. »

incamminoverso @ 19:15
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TEOLOGIA SILENZIOSA – padre Jérôme (Jean Kiefer) ocso

Posté le Mercredi 20 août 2014

http://www.ansdt.it/Testi/CulturaMonastica/Jerome/index.html

TEOLOGIA SILENZIOSA

padre Jérôme (Jean Kiefer) ocso

Che lo si voglia o no, l’unione dell’uomo con Dio, le condizioni e le esigenze di questa unione costituiscono una vera e propria scienza. Dobbiamo pertanto acconsentire a farci insegnare qualche piccolo principio normativo e intangibile circa questa scienza. Non avrebbe alcun senso voler inventare tutto da sé. Inoltre, nella vita spirituale, come nel lavoro manuale o nello sport, il conoscere un po’ di tecnica rende tutto più interessante e dà sicurezza. Non possiamo andare alla ricerca di Dio con mezzi qualsiasi né in una direzione scelta a caso.
Oggi la spiritualità come scienza è sottostimata, a favore di uno studio quasi esclusivo della Bibbia. Cerchiamo di ragionarci un po’ sopra.
Ho iniziato a leggere ogni giorno la sacra Scrittura molto tempo prima che questa pratica si diffondesse. Per 25 anni, ogni anno, l’ho letta da cima a fondo. Non c’è bisogno di aggiungere che ne ho ricavato benefici, incoraggiamento e conoscenza nella misura delle mie possibilità. Nonostante ciò sono arrivato alle seguenti due conclusioni: per prima cosa, la sacra Scrittura non può fornire da sola il leggero supporto di cui ha bisogno l’orazione non discorsiva; in secondo luogo, la sacra Scrittura non è in grado di insegnarci tutto quanto è necessario sapere circa la vita interiore. Molte nozioni indispensabili possono essere acquisite soltanto per mezzo della teologia dogmatica e della dottrina dei maestri spirituali. Per poter prendere quelle decisioni che si presentano lungo tutta una vita di preghiera e non soltanto ai suoi inizi, il nostro spirito ha bisogno di principi formulati chiaramente, principi a cui sono giunti spiriti più competenti di noi con la loro esperienza e le loro riflessioni. O meglio, i più qualificati tra gli amici di Dio, aiutati senza alcun dubbio da un carisma divino, ci hanno lasciato carte stradali eccellenti e utili libretti di istruzioni per ogni tipo d’auto. Se mancassimo di queste carte e di questi libretti, non conosceremmo mai con sufficiente esattezza il viaggio che Dio vuoi farci fare, né come effettuarlo né per quali sentieri. Rischieremmo di ritardare, di incorrere in incidenti e, quello che è peggio, di rinunciare nel bel mezzo del viaggio. La parola di Dio non vanifica la parola degli amici di Dio, i nostri fratelli maggiori, i nostri maestri. La Rivelazione non sopprime la riflessione su esperienze che si rivelano per tutti uguali. È evidente quanto la preghiera, e soprattutto la preghiera monastica vissuta lungo tutta una vita, abbia bisogno di un impegno metodico. Ora, la Bibbia non contiene informazioni al riguardo. Bisogna quindi che le cerchiamo nella dottrina dei maestri spirituali. Non rinunciamo a questa sostanza e a questa solidità e informiamoci presso coloro che hanno avuto successo.
Vuole che le faccia capire di cosa si tratta con qualche esempio? Prendiamo una situazione classica, tipica degli inizi e che per questo motivo riveste una notevole importanza. Un monaco comincia a vivere la sua vita interiore. Gli verranno richiesti sforzi per ridurre i propri difetti, per acquisire delle virtù e per esercitarsi nell’orazione discorsiva. Questo vuol dire che deve già assimilare modesti ma ben precisi elementi dottrinali. Se il nostro monaco mostra di essere fedele in queste pratiche, Dio può decidere di prendere la situazione in mano: per mezzo di prove chiaramente provvidenziali, deciderà di organizzare Egli stesso gli sforzi che il nostro monaco faceva in precedenza, e sospenderà l’orazione discorsiva per sostituirvi un’orazione contemplativa. Se l’interessato non vuole ostacolare questi cambiamenti, bisognerà di nuovo che possegga al riguardo insegnamenti sicuri. Infine, se Dio non intraprende queste iniziative, non è certo possibile costringervelo, né fare alcunché per meritarle, ma solo offrirsi ad esse in umile dipendenza. Il monaco, infatti, non deve accontentarsi di aspettare queste grazie, ma può fare realmente qualcosa per prepararvisi. Ciò richiede ancora una volta svariate precise conoscenze, molto più particolareggiate che le precedenti. Forse lei troverà nella sacra Scrittura qualche direttiva circa la prima di queste tre tappe, ma certamente nulla di preciso riguardo alle altre due. Di conseguenza, deve prima conoscere la dottrina spirituale se vuole trovare nella Scrittura un qualche aiuto per la vita della sua anima.
Ecco perché le auguro di aspirare a far suo questo bel sapere, questa bella scienza dell’avvicinarsi a Dio e alla sua amicizia. Le auguro prima di tutto il sapere dottrinale. Mi dica, per esempio, che cosa significa « i differenti modi di innaffiare un giardino » oppure « l’acquisito, l’infuso, il sentito e il non sentito » o ancora « le quarte dimore ». È capace di associare o di distinguere appropriatamente queste tre nozioni? Non è che l’inizio dell’arte! Mi risponderà: « Io prego spontaneamente, senza tecnica né dottrina, e questo mi basta ». In effetti le basta se si accontenta di volare raso terra tutta la vita. Ma il volo raso terra pone le condizioni di una fine prematura del viaggio a causa di un accidente del terreno del tutto banale. Perciò è meglio volare un tantino al di sopra degli ostacoli.
Le grazie d’unione a Dio sono dei mezzi e pertanto bisogna sapersene servire non appena ci vengono offerte. Mediti sulla parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte, perché in questo caso trova una diretta applicazione. Bisogna avere la propria lampada accesa e provvista di olio quando sopravviene la grazia o l’autore della grazia. Ne va delle nostre possibilità.
Questa scienza, che raccoglie le regole dell’amicizia divina, mi pare possa essere denominata « teologia silenziosa » e distinta dalla « teologia predicabile ». Prendo in prestito entrambe le espressioni dal cardinale Charles Journet (Connaissance et inconnaissance de Dieu, L.U.F.-Egloff, 1943, p. 109). Chi cerca prima di tutto l’intimità con Dio troverà meno verità e amore, in una parola meno possibilità, nella teologia predicabile che in quella silenziosa. Ma quest’ultima, ovviamente, bisogna che meriti il nome di teologia e ne soddisfaccia le esigenze. E non si comporti nel momento del bisogno come la ghiaietta sotto le ruote in una curva un po’ stretta. Sintesi allo stesso tempo di saggezza e di scienza, deve essere ampia, tranquilla, orientata alla pratica e in più: sicura, precisa, speculativa, definita e capace di definire. Pensate alla vocazione di un monaco: il monaco deve acquisire questa teologia silenziosa in base al tempo che dedica alla vita interiore. Ora, questa teologia esige più rigore, lavoro e continuità che la teologia predicabile, per la quale è sufficiente che, una volta riempita, la pentola sia rimessa sul fuoco con una certa frequenza. Della teologia silenziosa l’anima invece deve vivere, poiché essa è, nella certezza e nella verità, la base dell’unione con Dio. E detta delle scelte, educa il cuore, suscita e guida le aspirazioni, influenza l’orazione.
Il monaco ha dunque bisogno di questa scienza che l’esegesi da sola non può rimpiazzare

 

incamminoverso @ 19:13
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San Bernardo di Chiaravalle

Posté le Mardi 19 août 2014

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BENEDETTO XVI: SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE – 20 AGOSTO

Posté le Mardi 19 août 2014

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20091021_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 21 ottobre 2009

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE – 20 AGOSTO

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare su san Bernardo di Chiaravalle, chiamato “l’ultimo dei Padri” della Chiesa, perché nel XII secolo, ancora una volta, rinnovò e rese presente la grande teologia dei Padri. Non conosciamo in dettaglio gli anni della sua fanciullezza; sappiamo comunque che egli nacque nel 1090 a Fontaines in Francia, in una famiglia numerosa e discretamente agiata. Giovanetto, si prodigò nello studio delle cosiddette arti liberali – specialmente della grammatica, della retorica e della dialettica – presso la scuola dei Canonici della chiesa di Saint-Vorles, a Châtillon-sur-Seine e maturò lentamente la decisione di entrare nella vita religiosa. Intorno ai vent’anni entrò a Cîteaux, una fondazione monastica nuova, più agile rispetto agli antichi e venerabili monasteri di allora e, al tempo stesso, più rigorosa nella pratica dei consigli evangelici. Qualche anno più tardi, nel 1115, Bernardo venne inviato da santo Stefano Harding, terzo Abate di Cîteaux, a fondare il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Qui il giovane Abate, aveva solo venticinque anni, poté affinare la propria concezione della vita monastica, e impegnarsi nel tradurla in pratica. Guardando alla disciplina di altri monasteri, Bernardo richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri. Intanto la comunità di Chiaravalle diventava sempre più numerosa, e moltiplicava le sue fondazioni.
In quegli stessi anni, prima del 1130, Bernardo avviò una vasta corrispondenza con molte persone, sia importanti che di modeste condizioni sociali. Alle tante Lettere di questo periodo bisogna aggiungere numerosi Sermoni, come anche Sentenze e Trattati. Sempre a questo tempo risale la grande amicizia di Bernardo con Guglielmo, Abate di Saint-Thierry, e con Guglielmo di Champeaux, figure tra le più importanti del XII secolo. Dal 1130 in poi, iniziò a occuparsi di non pochi e gravi questioni della Santa Sede e della Chiesa. Per tale motivo dovette sempre più spesso uscire dal suo monastero, e talvolta fuori dalla Francia. Fondò anche alcuni monasteri femminili, e fu protagonista di un vivace epistolario con Pietro il Venerabile, Abate di Cluny, sul quale ho parlato mercoledì scorso. Diresse soprattutto i suoi scritti polemici contro Abelardo, un grande pensatore che ha iniziato un nuovo modo di fare teologia, introducendo soprattutto il metodo dialettico-filosofico nella costruzione del pensiero teologico. Un altro fronte contro il quale Bernardo ha lottato è stata l’eresia dei Catari, che disprezzavano la materia e il corpo umano, disprezzando, di conseguenza, il Creatore. Egli, invece, si sentì in dovere di prendere le difese degli ebrei, condannando i sempre più diffusi rigurgiti di antisemitismo. Per quest’ultimo aspetto della sua azione apostolica, alcune decine di anni più tardi, Ephraim, rabbino di Bonn, indirizzò a Bernardo un vibrante omaggio. In quel medesimo periodo il santo Abate scrisse le sue opere più famose, come i celeberrimi Sermoni sul Cantico dei Cantici. Negli ultimi anni della sua vita – la sua morte sopravvenne nel 1153 – Bernardo dovette limitare i viaggi, senza peraltro interromperli del tutto. Ne approfittò per rivedere definitivamente il complesso delle Lettere, dei Sermoni e dei Trattati. Merita di essere menzionato un libro abbastanza particolare, che egli terminò proprio in questo periodo, nel 1145, quando un suo allievo, Bernardo Pignatelli, fu eletto Papa col nome di Eugenio III. In questa circostanza, Bernardo, in qualità di Padre spirituale, scrisse a questo suo figlio spirituale il testo De Consideratione, che contiene insegnamenti per poter essere un buon Papa. In questo libro, che rimane una lettura conveniente per i Papi di tutti i tempi, Bernardo non indica soltanto come fare bene il Papa, ma esprime anche una profonda visione del mistero della Chiesa e del mistero di Cristo, che si risolve, alla fine, nella contemplazione del mistero di Dio trino e uno: “Dovrebbe proseguire ancora la ricerca di questo Dio, che non è ancora abbastanza cercato”, scrive il santo Abate “ma forse si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione. Mettiamo allora qui termine al libro, ma non alla ricerca” (XIV, 32: PL 182, 808), all’essere in cammino verso Dio.
Vorrei ora soffermarmi solo su due aspetti centrali della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesù – insiste Bernardo dinanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è “miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore (mel in ore, in aure melos, in corde iubilum)”. Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, “scorre come il miele”. Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca – l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno. “Arido è ogni cibo dell’anima”, confessa, “se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”. E conclude: “Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV, 6: PL 183,847). Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. E questo, cari fratelli e sorelle, vale per ogni cristiano: la fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più. Che questo possa avvenire per ciascuno di noi!
In un altro celebre Sermone nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione, il santo Abate descrive in termini appassionati l’intima partecipazione di Maria al sacrificio redentore del Figlio. “O santa Madre, – egli esclama – veramente una spada ha trapassato la tua anima!… A tal punto la violenza del dolore ha trapassato la tua anima, che a ragione noi ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio superò di molto nell’intensità le sofferenze fisiche del martirio” (14: PL 183,437-438). Bernardo non ha dubbi: “per Mariam ad Iesum”, attraverso Maria siamo condotti a Gesù. Egli attesta con chiarezza la subordinazione di Maria a Gesù, secondo i fondamenti della mariologia tradizionale. Ma il corpo del Sermone documenta anche il posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza, a seguito della particolarissima partecipazione della Madre (compassio) al sacrificio del Figlio. Non per nulla, un secolo e mezzo dopo la morte di Bernardo, Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Divina Commedia, metterà sulle labbra del “Dottore mellifluo” la sublime preghiera a Maria: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile ed alta più che creatura,/termine fisso d’eterno consiglio, …” (Paradiso 33, vv. 1ss.).
Queste riflessioni, caratteristiche di un innamorato di Gesù e di Maria come san Bernardo, provocano ancor oggi in maniera salutare non solo i teologi, ma tutti i credenti. A volte si pretende di risolvere le questioni fondamentali su Dio, sull’uomo e sul mondo con le sole forze della ragione. San Bernardo, invece, solidamente fondato sulla Bibbia e sui Padri della Chiesa, ci ricorda che senza una profonda fede in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione, da un intimo rapporto con il Signore, le nostre riflessioni sui misteri divini rischiano di diventare un vano esercizio intellettuale, e perdono la loro credibilità. La teologia rinvia alla “scienza dei santi”, alla loro intuizione dei misteri del Dio vivente, alla loro sapienza, dono dello Spirito Santo, che diventano punto di riferimento del pensiero teologico. Insieme a Bernardo di Chiaravalle, anche noi dobbiamo riconoscere che l’uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio “con la preghiera che con la discussione”. Alla fine, la figura più vera del teologo e di ogni evangelizzatore rimane quella dell’apostolo Giovanni, che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro.
Vorrei concludere queste riflessioni su san Bernardo con le invocazioni a Maria, che leggiamo in una sua bella omelia. “Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, – egli dice – pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l’aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l’esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta…” (Hom. II super «Missus est», 17: PL 183, 70-71).

 

incamminoverso @ 19:15
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LECTIO LIBRO DEI PROVERBI : “IL CONVITO DELLA SAPIENZA” – 9,1-6. 10-12

Posté le Mardi 19 août 2014

http://www.adonaj.net/old/preghiera/lectio28.htm

LECTIO DIVINA 28 – LIBRO DEI PROVERBI

“IL CONVITO DELLA SAPIENZA” – 9,1-6. 10-12

Introductio.

Lodiamo Dio nostro Padre che ci ha chiamato ad ascoltare la sua Parola. Preghiamo Maria Vergine Madre perché ci assista nel ricevere lo Spirito Santo.
Vieni, Santo Spirito, nei nostri cuori e accendi
In essi il fuoco del tuo amore. Vieni, Spirito Santo,
e donaci per intercessione di Maria che ha saputo
contemplare, raccogliere gli eventi della vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia di
Leggere e rileggere le Scritture per farne anche
In noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire da questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora più
Grande: quella di cogliere l’opera di Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo. Amen.

Lectio.
Come si è formato il Libro? In linea generale si può ricostruire la storia in questi termini: partendo da un materiale popolare di detti e sentenze in genere brevi, incisivi e figurati. Al tempo di Salomone si raccolsero assieme i primi scritti, sotto l’influsso della civiltà egiziana con cui il figlio ed erede di David ebbe rapporti molto stretti (1 Re 4,3).
Il lavoro di raccolta ed elaborazione della sentenza, che in ebraico si chiama “masal”, perdura per tutta la monarchia e risente delle civiltà con cui Israele ha relazione.
Se leggiamo con attenzione il Testo, ne ricaviamo un quadro e un’idea della sapienza abbastanza particolare. Si tratta, infatti, di conoscenza della vita, di abilità tecnica, di comportamento sociale in cui non entra alcun elemento religioso specifico. Se vogliamo, è una sapienza laica, accessibile anche all’uomo assennato, retto ed esperto fuori della rivelazione (capp. 10-29).
Probabilmente questa parte del testo fu completata prima dell’esilio di Babilonia (587 a.C.). Il Libro, nella sua forma attuale fu invece completato un secolo dopo, in pratica ad esilio ultimato, per definire l’aspetto morale della nuova comunità. Fu allora che fu aggiunta la prima parte, capp. 1-9, nella quale è descritta la radice e la natura della Sapienza, o meglio, la Sapienza nel suo fondamento teologico, dove troviamo i versetti che preghiamo oggi.
Il popolo deve avvertire che non esiste per lui una morale, per così dire, laica, ma solo una risposta di fedeltà alle proposte di Dio che si rendono note attraverso la Sapienza. In altre parole, la sapienza umana sta nell’accogliere e nel rispondere alla Sapienza divina, ed alla radice il timore del Signore. Questa idea cardine del prologo intende, infatti, mostrare in che cosa il sapiente d’Israele è diverso dai sapienti degli altri popoli, benché si regoli sulle stesse massime. Di fatto, non sono queste che lo definiscono savio, bensì il temere Dio e l’aderire alla Sapienza (=Signore Sapienza o Signore Follia: dipende dalle scelte): poste queste condizioni, i criteri degli altri popoli possono valere per lui, non prima.
Se è importante leggerli sapendo che rappresentano un certo grado di maturazione della coscienza del popolo di Dio, è altrettanto importante cogliere che essi aspettano il loro compimento. Tale compimento è, evidentemente, in due direzioni: quella della Sapienza divina che si rivela nel Figlio Salvatore, e quella della sapienza umana che si realizza nell’accettarne il dono di salvezza.

Leggiamo il cantico tutti insieme attentamente.
Meditatio.
Nei primi capitoli del Libro sono riassunte in maniera plastica i quadri vivi della Sapienza e della Stoltezza (=Signora Sapienza e Signora Follia). Ognuna di loro invita l’uomo, scervellato e capriccioso, ad un banchetto festoso. La Signora Sapienza gli pone davanti la vita, mentre sulla tavola della Signora Follia c’è solo la morte. Noi mediteremo l’invito della Signora Sapienza con qualche accenno alla Signora Follia per meglio comprendere il senso dei versetti oggetto della preghiera.

Il Canto dell’invito della Signora Sapienza consiste di tre parti:
-Costruzione della casa e allestimento del banchetto vv.1-2;
-Invio delle ancelle ad invitare la gente vv.3-6;
-Scelta della vita o della morte vv.10-12.

Diciamo subito fuori metafora che l’uomo non è solo. Nessuno può illudersi di muoversi in un mondo asettico e vuoto in cui può vivere senza decidere e senza scegliere, ma ognuno ( e l’esperienza d’ogni giorno lo insegna) si muove in un universo popolato di voci contrastanti che lo chiamano e lo sollecitano, con maggiore o minore intensità, con inviti più o meno densi di contenuto, tanto che è necessario schierarsi: sperare di potere rimanere neutrali è un’illusione pura e semplice. Com’è un’illusione sperare di vivere saggiamente senza contrasti o follemente senza conseguenze.
Per questo motivo, confrontiamo subito i vv. 1-6. 10-12 (Signora Sapienza), con i vv.13-18 (Signora Follia); quasi fossero le due tavole di un dittico, tenendo presente però che le due protagoniste, non vi sono raffigurate staticamente, solenni come le immagini delle icone, ma come due personaggi vivi e dotati, ciascuno, di una propria vitalità.
La Signora Sapienza è una donna che si dà da fare secondo un ordine mentale, noi diremmo: secondo una gerarchia di valori e un chiaro obiettivo. Il suo progettare e agire sono identificati da sette verbi: Edificare, scolpire, macellare, mescolare (il vino nell’antichità non si bevevo mai puro, ma sempre mescolato con acqua, miele, aromi; perciò doveva essere assaggiato, come alle nozze di Cana, per sapere se era stato trattato al punto giusto), imbandire, mandare, proclamare.
Sette è un bel numero, confermato da quello delle colonne della casa della Signora Sapienza: significa che costei sa quel che vuole, appunto, e che sa come arrivarci, fino ai dettagli eleganti. Tanto che prende l’iniziativa di inviare messaggeri e sa offrire ai suoi invitati cibo e bevande di qualità. La Signora Sapienza agisce apertamente, invita perché ha delle proposte autentiche da fare, in cui non c’è nulla da tenere nascosto. Incarna quindi un modo di essere che si propone non come pura apparenza, ma come progetto che sa attuarsi, durare e proporsi.
Della Signora Follia diremo soltanto che benché abbia i tratti in comune con la Signora Sapienza, le due donne rappresentano due realtà molto diverse e, anzi, due direzioni opposte per chi transita sulla strada della vita. Esse usano a tratti un linguaggio simile, talché si richiede grande attenzione per discernere la verità dei loro discorsi.
Ascoltare e dare retta all’una o all’altra, accettare cioè di sedere alla loro tavola e di condividere il loro cibo, non è perciò cosa da prendere alla leggera: è questione di vita o di morte.
Rileggiamo il cantico in silenzio attenti ai suggerimenti dello Spirito santo.

Contemplatio.
O mio Dio, tu mi inviti nella casa della Sapienza, dove mi viene imbandita una mensa con pane e vino: cibi semplici ma che danno la vita. Il tuo è un invito chiaro ed insistente: saggio è colui che presuppone una relazione con Te, che ha un atteggiamento umile ed accogliente nei Tuoi confronti; stolto è colui che ti si oppone, che disprezza il Tuo invito, che orienta le proprie scelte su basi differenti. Signore, ti supplico, fammi sapere quel che vuoi da me; fammi intendere che quando voglio ciò che tu vuoi, allora voglio il mio maggior bene, perché certamente Tu non vuoi che il meglio per me.
Io sono spesso incoerente: ragiono di virtù e santità, ma agisco in conformità a passioni e vizi poco combattuti. Ho gran cura di non oltrepassare il limite del peccato.
Il pane e il vino, che ci offri alla mensa della Sapienza, è il Corpo ed il Sangue di Gesù, Tuo Figlio Unigenito, nostro salvatore, cibo della nostra vita eterna, ma devo accoglierlo con atteggiamento umile, seguendone l’esempio, come ci insegna Maria, la nostra Mamma Celeste.
“ O Gesù, tu sei la luce a coloro che aprono gli occhi per vederti; ma a quelli che li chiudono, sei pietra d’inciampo” (Bossuet, meditazioni sul Vangelo).

Conclusio.
Temere Dio ed aderire alla Sapienza è questo l’invito rivolto al discepolo. Timoroso è il discepolo che accetta la disciplina, è il giovane che accetta la correzione, è il saggio che non presume di sapere, ma pondera prima di decidere. Il rispetto del Signore fa spazio a Dio nell’ambito intellettuale e sapienziale, con la consapevolezza che nessuna sapienza umana regge di fronte a YHWH, perché l’uomo, nonostante la sua intelligenza, non è in grado di padroneggiare tutte le situazioni. Aderire alla sapienza vuol dire accogliere Gesù come Salvatore, come Colui che ci rivela i misteri di Dio, i Suoi piani di salvezza per l’umanità, il senso autentico delle Scritture.

Grazie Santissima Trinità per questa ora di preghiera.
Sia lodato in eterno il Tuo nome.

Neuvaine à l’Esprit Saint

Posté le Lundi 18 août 2014

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incamminoverso @ 19:18
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PAPA FRANCESCO NELLA REPUBBLICA DI COREA – VI GIORNATA DELLA GIOVENTÙ ASIATICA – OMELIA

Posté le Lundi 18 août 2014

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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO NELLA REPUBBLICA DI COREA IN OCCASIONE DELLA VI GIORNATA DELLA GIOVENTÙ ASIATICA
(13-18 AGOSTO 2014)

SANTA MESSA PER LA PACE E LA RICONCILIAZIONE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Cattedrale di Myeong-dong (Seoul)

Lunedì, 18 agosto 2014

Cari fratelli e sorelle,

la mia permanenza in Corea si avvia al termine e non posso che ringraziare Dio per le molte benedizioni che ha concesso a questo amato Paese e, in maniera particolare, alla Chiesa in Corea. Tra queste benedizioni conservo specialmente l’esperienza, vissuta insieme in questi ultimi giorni, della presenza di tanti giovani pellegrini provenienti da tutte le parti dell’Asia. Il loro amore per Gesù e il loro entusiasmo per la diffusione del suo Regno sono stati un’ispirazione per tutti.
La mia visita ora culmina in questa celebrazione della Santa Messa, in cui imploriamo da Dio la grazia della pace e della riconciliazione. Tale preghiera ha una particolare risonanza nella penisola coreana. La Messa di oggi è soprattutto e principalmente una preghiera per la riconciliazione in questa famiglia coreana. Nel Vangelo, Gesù ci dice quanto potente sia la nostra preghiera quando due o tre sono uniti nel suo nome per chiedere qualcosa (cfr Mt 18,19-20). Quanto più quando un intero popolo innalza la sua accorata supplica al cielo!
La prima lettura presenta la promessa di Dio di restaurare nell’unità e nella prosperità un popolo disperso dalla sciagura e dalla divisione. Per noi, come per il popolo di Israele, questa è una promessa piena di speranza: indica un futuro che fin d’ora Dio sta preparando per noi. Tuttavia questa promessa è inseparabilmente legata ad un comando: il comando di ritornare a Dio e di obbedire con tutto il cuore alla sua legge (cfr Dt 30,2-3). Il dono divino della riconciliazione, dell’unità e della pace è inseparabilmente legato alla grazia della conversione: si tratta di una trasformazione del cuore che può cambiare il corso della nostra vita e della nostra storia, come individui e come popolo.
In questa Messa, naturalmente ascoltiamo tale promessa nel contesto dell’esperienza storica del popolo coreano, un’esperienza di divisione e di conflitto che dura da oltre sessant’anni. Ma il pressante invito di Dio alla conversione chiama anche i seguaci di Cristo in Corea ad esaminare la qualità del loro contributo alla costruzione di una società giusta e umana. Chiama ciascuno di voi a riflettere su quanto, come individui e come comunità, testimoniate un impegno evangelico per i disagiati, per gli emarginati, per quanti non hanno lavoro o sono esclusi dalla prosperità di molti. Vi chiama, come cristiani e come coreani, a respingere con fermezza una mentalità fondata sul sospetto, sul contrasto e sulla competizione, e a favorire piuttosto una cultura plasmata dall’insegnamento del Vangelo e dai più nobili valori tradizionali del popolo coreano.
Nel Vangelo di oggi, Pietro chiede al Signore: «Se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». Il Signore risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,21-22). Queste parole vanno al cuore del messaggio di riconciliazione e di pace indicato da Gesù. In obbedienza al suo comando, chiediamo quotidianamente al nostro Padre celeste di perdonare i nostri peccati, «come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Se non fossimo pronti a fare altrettanto, come potremmo onestamente pregare per la pace e la riconciliazione?
Gesù ci chiede di credere che il perdono è la porta che conduce alla riconciliazione. Nel comandare a noi di perdonare i nostri fratelli senza alcuna riserva, Egli ci chiede di fare qualcosa di totalmente radicale, ma ci dona anche la grazia per farlo. Quanto, da una prospettiva umana, sembra essere impossibile, impercorribile e perfino talvolta ripugnante, Gesù lo rende possibile e fruttuoso attraverso l’infinita potenza della sua croce. La croce di Cristo rivela il potere di Dio di colmare ogni divisione, di sanare ogni ferita e di ristabilire gli originali legami di amore fraterno.
Questo, dunque, è il messaggio che vi lascio a conclusione della mia visita in Corea. Abbiate fiducia nella potenza della croce di Cristo! Accogliete la sua grazia riconciliatrice nei vostri cuori e condividetela con gli altri! Vi chiedo di portare una testimonianza convincente del messaggio di riconciliazione di Cristo nelle vostre case, nelle vostre comunità e in ogni ambito della vita nazionale. Ho fiducia che, in uno spirito di amicizia e di cooperazione con gli altri cristiani, con i seguaci di altre religioni e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà che hanno a cuore il futuro della società coreana, voi sarete lievito del Regno di Dio in questa terra. Allora le nostre preghiere per la pace e la riconciliazione saliranno a Dio da cuori più puri e, per il suo dono di grazia, otterranno quel bene prezioso a cui tutti aspiriamo.
Preghiamo dunque per il sorgere di nuove opportunità di dialogo, di incontro e di superamento delle differenze, per una continua generosità nel fornire assistenza umanitaria a quanti sono nel bisogno, e per un riconoscimento sempre più ampio della realtà che tutti i coreani sono fratelli e sorelle, membri di un’unica famiglia e di un unico popolo. Parlano la stessa lingua.
Prima di lasciare la Corea, vorrei ringraziare la Signora Presidente della Repubblica, Park Geun-Hye, le Autorità civili ed ecclesiastiche e tutti coloro che in qualsiasi forma hanno aiutato a rendere possibile questa visita. In special modo, vorrei rivolgere una parola di personale riconoscenza ai sacerdoti della Corea, che quotidianamente lavorano al servizio del Vangelo e alla costruzione del Popolo di Dio nella fede, nella speranza e nella carità. Chiedo a voi, quali ambasciatori di Cristo e ministri del suo amore di riconciliazione (cfr 2 Cor 5,18-20), di continuare a costruire legami di rispetto, di fiducia e di armoniosa cooperazione nelle vostre parrocchie, tra di voi e con i vostri Vescovi. Il vostro esempio di amore senza riserve per il Signore, la vostra fedeltà e dedizione al ministero, come pure il vostro impegno caritatevole per quanti si trovano nel bisogno, contribuiscono grandemente all’opera di riconciliazione e di pace in questo Paese.
Cari fratelli e sorelle, Dio ci chiama a ritornare a Lui e ad ascoltare la sua voce e promette di stabilirci sulla terra in una pace e prosperità maggiori di quanto i nostri antenati abbiano mai conosciuto. Possano i seguaci di Cristo in Corea preparare l’alba di quel nuovo giorno, quando questa terra del calmo mattino godrà le più ricche benedizioni divine di armonia e di pace! Amen.

PREGHIERA DEI FEDELI
Preghiera per il Cardinale Filoni e per l’Iraq:
“Per il Cardinale Fernando Filoni, che doveva essere fra noi, ma che non è potuto venire perché è stato inviato dal Papa al popolo sofferente dell’Iraq, per aiutare i fratelli perseguitati e spogliati, e tutte le minoranze religiose che soffrono in quella terra. Che il Signore gli sia vicino nella sua missione”.

incamminoverso @ 19:17
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