MESSA DEL GIORNO E VANGELI, LINK UTILI

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

laudato-si-it

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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incamminoverso @ 1:25
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ACT 9, 1 – LA CONVERSION DE SAUL

Posté le Mardi 4 août 2015

ACT 9, 1 -  LA CONVERSION DE SAUL dans immagini sacre 13%20FRENCH%20MASTER%20CONVERSION%20OF%20PAULB

http://www.artbible.net/2NT/ACTS%2009_01%20THE%20CONVERSION%20OF%20SAUL…LA%20CONVERSION%20DE%20SAUL/slides/13%20FRENCH%20MASTER%20CONVERSION%20OF%20PAULB.html

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LA FRAGILITÀ DEL MALE – BONHOEFFER

Posté le Mardi 4 août 2015

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LA FRAGILITÀ DEL MALE – BONHOEFFER

Così fu ucciso Bonhoeffer teologo devoto a Dio e al mondo. Settant’anni fa fu giustiziato dai nazisti il grande studioso protestante. Che fece dell’amore per la vita il centro della sua fede

(Vito Mancuso) Esattamente 70 anni fa, all’alba del 9 aprile 1945, completamente nudo, veniva giustiziato nel lager nazista di Flossenbürg il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer che scontava così la sua partecipazione alla Resistenza. Nel 1955 il medico del lager H. Fischer-Hüllstrung rilasciò una testimonianza, da allora ripetutamente citata, secondo cui il condannato prima di svestirsi si era raccolto in preghiera: «La preghiera così devota e fiduciosa di quell’uomo straordinariamente simpatico mi ha scosso profondamente; anche al luogo del supplizio egli fece una breve preghiera, quindi salì coraggioso e rassegnato la scala del patibolo, la morte giunse dopo pochi secondi».
Il medico concludeva: «Nella mia attività medica di quasi cinquant’anni non ho mai visto un uomo morire con tanta fiducia in Dio». Oggi sappiamo che queste belle parole edificanti sono una menzogna. Con esse il medico intendeva in realtà coprire la propria responsabilità, visto che il suo compito, come testimoniato da un sopravvissuto del lager, Jørgen Mogensen, diplomatico danese, era di rianimare i condannati per sottoporli al supplizio una seconda volta e prolungarne l’agonia. Inoltre secondo Mogensen a Flossenbürg non vi era alcun patibolo e Bonhoeffer morì come l’ammiraglio Canaris e il generale Oster, suoi superiori nelle fila della resistenza, «lentamente strangolati a morte da una corda che saliva e scendeva a partire da un gancio di ferro conficcato in una parete» e rianimati più volte dal medico per ripetere sadicamente la procedura. Bonhoeffer quindi non fu impiccato bensì ripetutamente strangolato, e non morì dopo pochi secondi. Quanto alla «tanta fiducia in Dio», è bello sperarlo.
Aveva da poco compiuto 39 anni ed era una delle intelligenze più brillanti della teologia tedesca, docente all’Università di Berlino a 25 anni, lontano parente di Goethe, il padre titolare della cattedra berlinese di neuropsichiatria. Dopo l’avvento al potere di Hitler, il 30 gennaio 1933, mentre le chiese tedesche stipulavano accordi con il regime nazista (Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, firmò il Concordato il 20 luglio 1933), Bonhoeffer il 1° febbraio, a distanza di due giorni, manifestava alla radio la preoccupazione per la trasformazione del concetto di Führer in quello di Verführer, “seduttore”. Tre mesi dopo pubblicava il saggio La Chiesa di fronte alla questione ebraica e dopo “la notte dei cristalli” del 9 novembre ’38 prese a ripetere ai suoi studenti: «Solo chi grida per gli ebrei può cantare il gregoriano». La stessa logica imbevuta di rettitudine e di giustizia lo condusse nella Resistenza per uccidere Hitler, perché «se un pazzo alla guida di un auto travolge i passanti, il mio compito non è solo curare i feriti ma anzitutto fermare quel pazzo» (Gandhi il 4 novembre 1926 aveva espresso la medesima idea con un esempio simile).
Venne arrestato il 5 aprile ‘43 e rinchiuso nel carcere di Tegel dove trascorse un anno e mezzo (poi il carcere berlinese della Gestapo, poi Buchenwald, infine Flossenbürg). Anche a causa del fatto che era nipote del comandante di Berlino generale Paul von Hase, a Tegel Bonhoeffer trascorse un periodo relativamente confortevole: nacquero così le lettere e gli scritti poi pubblicati nel ‘51 con il titolo Resistenza e resa, oggi punto di riferimento capitale della teologia contemporanea. In una lettera all’amico Bethge si legge: «Posso ben immaginare che qualche volta cominci a odiare il sole. E però, sai, vorrei poterlo percepire ancora una volta in tutta la sua forza, quando ti arde sulla pelle e a poco a poco infiamma tutto il corpo, sicché sai di nuovo che l’uomo è un essere corporeo; vorrei farmi stancare da lui anziché dai libri e dalle idee, vorrei che risvegliasse la mia esistenza animale, non quella animalità che sminuisce l’essere uomo, ma quella che lo libera dall’ammuffimento e dall’inautenticità di un’esistenza solo spirituale, e rende l’uomo più puro e più felice».
A parlare così non è un materialista, ma chi ha fatto della fede il centro della vita. Egli però avverte che la tradizionale impostazione religiosa è ormai inadeguata a esprimere la potenza spirituale della vita. A partire dalla forza del sole Bonhoeffer intuisce che lo spirito non scende dall’alto a dispetto della materia, ma sale dal basso, dal calore della natura, quasi come un’effusione della materia, come già avevano espresso Teilhard de Chardin sul fronte cattolico e Pavel Florenskij sul fronte ortodosso, aprendo territori inesplorati alla teologia cristiana. Così il 30 aprile ‘44 all’amico: «Ti meraviglieresti, o forse addirittura ti preoccuperesti delle mie idee teologiche e delle loro conseguenze». Quali idee? Quelle secondo cui «il divino non è nelle realtà assolute , ma nella forma umana naturale».
Scrivendo alla fidanzata, Bonhoeffer spiega la sua idea di fede: «Non intendo la fede che fugge dal mondo, ma quella che resiste nel mondo e ama e resta fedele alla terra malgrado tutte le tribolazioni che essa ci procura. Il nostro matrimonio deve essere un sì alla terra di Dio, deve rafforzare in noi il coraggio di operare e di creare qualcosa sulla terra. Temo che i cristiani che osano stare sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in cielo». Grazie a parole come queste la teologia protestante del dopoguerra ebbe quel formidabile scossone noto come “teologia della secolarizzazione” che vide protagonisti nomi quali Bultmann, Gogarten, Tillich e che contribuì a suscitare la “théologie nouvelle” in ambito cattolico e da questa il rinnovamento del Vaticano II. Oggi di questo teologo devoto tanto a Dio quanto al mondo, vengono pubblicati da Piemme, con il titolo La fragilità del male, alcuni scritti. L’editore dichiara che si tratta di “scritti inediti”, in realtà non tutti lo sono, perché quelli datati dopo il 5 aprile 1943 sono editi in Italia in Resistenza e resa.
Si tratta di testi occasionali, provenienti da prediche, lezioni esegetiche e meditazioni. Così il lettore incontra, nella limpida prosa di Bonhoeffer, temi quali la paura, il dolore, la morte, la guerra, la solitudine, il peccato, la tentazione, la collera di Dio, il diavolo, il dolore di Gesù… Fa da epigrafe questa frase del ’39: «Di solito, nel corso delle nostre esistenze, non parliamo volentieri di vittoria: è una parola troppo grande. Negli anni abbiamo subito troppe sconfitte, troppi momenti di debolezza, e cedimenti troppo gravi ce l’hanno sempre preclusa. Tuttavia, lo spirito che abita in noi vi anela, desidera il successo finale contro il male e contro la morte». In qualunque modo ne sia avvenuta la morte a Flossenbürg settant’anni fa, la vita di Bonhoeffer rimane oggi una promessa per il “successo finale” del bene e della vita.
IL LIBRO Dietrich Bonhoeffer, La fragilità del male

incamminoverso @ 18:43
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BONHOEFFER E LA PAURA DELL’INFINITO

Posté le Mardi 4 août 2015

http://sperarepertutti.typepad.com/sperare_per_tutti/2015/04/bonhoeffer-e-la-paura-dellinfinito.html

BONHOEFFER E LA PAURA DELL’INFINITO

Dal volume di scritti di Dietrich Bonhoeffer, ucciso nel campo di concentramento di Flossenbürg il 9 aprile 1945, La fragilità del male (Milano, Piemme, 2015, pagine 176, euro 17,50). Un testo che sembra rispondere alle mie considerazioni sulla paura di credere a partire da « Il Regno » di Emmanuel Carrère.

La paura è in un certo qual modo il nostro principale nemico. Essa si annida nel cuore dell’uomo e lo mina interiormente finché egli crolla improvvisamente, senza opporre resistenza e privo di forza. Corrode e rosicchia di nascosto tutti i fili che ci uniscono al Signore e al prossimo. Quando l’essere umano in pericolo tenta di aggrapparsi alle corde, queste si spezzano, ed egli, indifeso e disperato, si lascia cadere tra le risate dell’inferno.
Allora la paura lo guarda sogghignando e gli dice: ora siamo soli, tu e io, e ora ti mostro il mio vero volto. Chi ha conosciuto e si è abbandonato a questo sentimento in un’orribile solitudine — la paura di fronte a una grave decisione, la paura di un destino avverso, la preoccupazione per il lavoro, la paura di un vizio a cui non si può più opporre resistenza e che rende schiavi, la paura della vergogna, la paura di un’altra persona, la paura di morire — sa che è soltanto una maschera del male, una forma in cui il mondo ostile a Dio cerca di ghermirlo. Non c’è nulla nella nostra vita che ci renda evidente la realtà di queste forze ostili al Creatore come questa solitudine, questa fragilità, questa nebbia che si diffonde su ogni cosa, questa mancanza di vie di uscita e questa folle agitazione che ci assale quando vogliamo uscire da questa terribile disperazione. Avete mai visto qualcuno assalito dalla paura? Il suo viso è orribile quando è bambino e continua a essere spaventoso anche da adulto: quella fissità dello sguardo, quel tremore animalesco, quella difesa supplichevole. La paura fa perdere all’uomo la sua umanità. Non sembra più una creatura di Dio, ma del diavolo; diventa un essere devastato, sottomesso.
Abbiamo paura della quiete. Siamo così abituati all’agitazione e al rumore, che il silenzio ci appare minaccioso e lo rifuggiamo. Passiamo da un’attività all’altra per non dover stare soli, per non essere costretti a guardarci allo specchio. Ci annoiamo, a tu per tu con noi stessi. Spesso le ore che siamo costretti a trascorrere in solitudine ci sembrano le più tristi e le meno fruttuose. Ma non abbiamo soltanto il timore di noi e di scoprirci; temiamo molto di più l’Onnipotente. Vorremmo evitare che disturbi la nostra tranquillità e ci smascheri, creando un rapporto esclusivo a due per poi disporre di noi secondo la sua volontà. Questo incontro misterioso ci preoccupa e cerchiamo di sottrarci a questa esperienza. Ci teniamo alla larga dal pensiero di Dio, per evitare che Egli arrivi inaspettatamente e ci rimanga troppo vicino. Sarebbe terribile doverlo guardare negli occhi e doversi giustificare. Dal nostro volto potrebbe scomparire per sempre il sorriso. Potrebbe, per una volta, accadere qualcosa di molto serio a cui non siamo più abituati.
Questa paura è una caratteristica della nostra epoca. Viviamo con l’ansia di essere improvvisamente avvolti e manovrati dall’infinito. Allora preferiamo vivere in società, andare al cinema o a teatro per poi essere portati al cimitero, piuttosto che rimanere un minuto di fronte al Signore.
Il cristianesimo ha sempre prodotto l’opposizione forte e sdegnata di una filosofia aristocratica che esaltava la forza e il potere, in contrapposizione con i nuovi valori di rifiuto della violenza ed esaltazione dell’umiltà. Anche nella nostra epoca siamo testimoni di questa lotta. Il cristianesimo resiste o fallisce con la sua protesta rivoluzionaria contro l’arbitrio e la superbia del potente, con la sua difesa del povero. Credo che i cristiani facciano troppo poco, e non troppo, per rendere chiaro questo concetto. Si sono adattati troppo facilmente al culto del più forte. Dovrebbero dare molto più scandalo, scioccare molto più di quanto facciano ora.

incamminoverso @ 18:42
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Ladder of Divine Ascent

Posté le Lundi 3 août 2015

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incamminoverso @ 18:55
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ALCUNE PREGHIERE DI SANT’AGOSTINO

Posté le Lundi 3 août 2015

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ALCUNE PREGHIERE DI SANT’AGOSTINO

1. Tu sei grande, Signore
Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te. (Confessioni I, 1, 1)

2. Chi mi farà riposare in Te?
Chi mi farà riposare in Te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali, e il mio unico bene abbraccerei: Te. Cosa sei tu per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti e ti adiri verso di me e minacci, se non ubbidisco, gravi sventure, quasi fosse una sventura lieve l’assenza stessa di amore per te? Oh, dimmi, per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me? Di’ all’anima mia: la salvezza tua io sono. Dillo, che io l’oda. Ecco, le orecchie del mio cuore stanno davanti alla tua bocca, Signore. Aprile e di’ all’anima mia: la salvezza tua io sono. Rincorrendo questa voce io ti raggiungerò, e tu non celarmi il tuo volto. Che io muoia per non morire, per vederlo. (Confessioni I, 5, 5)

3. La casa della mia anima
Angusta è la casa della mia anima perché tu possa entrarvi: allargala dunque; è in rovina: restaurala; ma chi potrà purificarla, a chi griderò, se non a te? Purificami, Signore dalle mie brutture, ignote a me stesso, e risparmia al tuo servo le brutture degli altri (Confessioni I, 5, 6)

4. Cosa amo, quando amo il mio Dio
Ciò che sento in modo certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti. Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, non le dolci melodie, non la fragranza dei fiori, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ove è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Questo amo, quando amo il mio Dio. (Confessioni X, 6, 8 )

5. Io cerco la felicità della vita
Come ti cerco, dunque Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della vita. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te. (Confessioni X, 20, 29)

6. Sei Tu il nostro vero godimento
Lontano, Signore, lontano dal cuore del tuo servo che si confessa a te, lontano il pensiero che qualsiasi godimento possa rendermi felice. C’è un godimento che non è concesso agli empi, ma a coloro che ti servono per puro amore, e il loro godimento sei tu stesso. E questa è la felicità: godere per Te, di Te, a causa di Te, e fuori di questa non ve n’è altra. Chi crede che ve ne sia un’altra, persegue un godimento, ma non il vero. (Confessioni X, 22, 32)

7. Tardi ti amai
Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Tu eri dentro di me ed io ero fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace (Confessioni X, 27, 38)

8. Quanto ci amasti, Padre buono
Quanto ci amasti, Padre buono, che non risparmiasti il tuo unico Figlio, consegnandolo agli empi per noi! Quanto amasti noi, per i quali Egli, non giudicando una usurpazione la sua uguaglianza con te, si fece suddito fino a morire in croce, ci rese, da servi, tuoi figli nascendo da te e servendo a noi! A ragione è salda la mia speranza in lui che guarirai tutte le mie debolezze. Senza di lui dispererei. Le mie debolezze sono molte e grandi, ma più abbondante è la tua medicina. (Confessioni X, 43, 69)

9. O Dio, creatore dell’universo
O Dio, creatore dell’universo, concedimi prima di tutto che io ti preghi bene, quindi che mi renda degno di essere esaudito, ed infine di ottenere da te la redenzione. O Dio, dal quale allontanarsi è cadere, verso cui voltarsi è risorgere, nel quale rimanere è aver sicurezza; o Dio, che abbandonare è andare in rovina, a cui tendere è amare, che vedere è possedere; o Dio, al quale ci stimola la fede, ci innalza la speranza, ci unisce la carità; o Dio, che ci rendi degni di essere esauditi; o Dio, che ci unisci; o Dio, che ci induci alla verità piena; o Dio, che ci purifichi e ci prepari ai premi divini: vienimi incontro benevolo. (Soliloqui I, 1.1-4)

10. Ormai Te solo amo
Ormai io te solo amo, te solo seguo, te solo cerco e sono disposto ad essere soggetto a te soltanto, poiché tu solo con giustizia eserciti il dominio ed io desidero essere di tuo diritto. Comanda ed ordina ciò che vuoi, ti prego, ma guarisci ed apri le mie orecchie affinché possa udire la tua voce. Guarisci ed apri i miei occhi affinché possa vedere i tuoi cenni. Allontana da me i movimenti irragionevoli affinché possa riconoscerti. Dimmi da che parte devo guardare affinché ti veda, e spero di poter eseguire tutto ciò che mi comanderai. Sento che devo ritornare a te; a me che picchio si apra la tua porta; insegnami come si può giungere fino a te. Tu mostrami la via e forniscimi ciò che necessita al viaggio. Se con la fede ti ritrovano coloro che tornano a te, dammi la fede; se con la virtù, dammi la virtù; se con il sapere, dammi il sapere. Aumenta in me la fede, aumenta la speranza, aumenta la carità. (Soliloqui I, 1.5)

11. Signore mio Dio, mia unica speranza
Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore. Dammi Tu la forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta. Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto ricevimi quando entro; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa’ che mi ricordi di te, che comprenda te, che ami te. Aumenta in me questi doni. (La Trinità XV, 28.51)

12. Siate vigilanti in ordine alla vostra salvezza
Correte, o miei fratelli, affinché non vi sorprendano le tenebre; siate vigilanti in ordine alla vostra salvezza, siate vigilanti finché siete in tempo. Nessuno arrivi in ritardo al tempio di Dio, nessuno sia pigro nel servizio divino. Siate tutti perseveranti nell’orazione, fedeli nella costante devozione. Siate vigilanti finché è giorno; il giorno risplende; Cristo è il giorno. Egli è pronto a perdonare coloro che riconoscono la loro colpa. (Commento al Vangelo di san Giovanni 12, 13-14)

13. Rientrate nei vostri cuori
Rientrate nei vostri cuori, voi che siete lontani da Dio, e aderite a Dio che vi ha creato. Rimanete stabilmente con Lui e sarete salvi; riposate in Lui e avrete pace. Dove volete andare? In cerca di sofferenze? Dove volete andare? Il bene che desiderate viene da Lui. (Confessioni IV, 12, 18)

14. La dolcezza interiore per Dio
Fratelli, fate vostra la mia avidità, partecipate con me a questo desiderio; amiamo insieme, insieme bruciamo per questa sete, insieme corriamo alla fonte di ogni conoscenza. Presso Dio c’è la fonte della vita, una fonte inesauribile, nella luce di lui c’è una luce che non si oscurerà mai. Desidera questa luce, questa fonte; una luce che i tuoi occhi non hanno mai conosciuto; vedendo questa luce l’occhio interiore si aguzza, bevendo a questa fonte la sete interiore diventa più ardente. Corri alla fonte, anela alla fonte. (Commento sul Salmo 41, 2)

15. Restate uniti alla croce di Cristo!
Come vorrei, o miei fratelli, incidervi nel cuore questa verità! Se volete vivere un cristianesimo autentico, aderite profondamente al Cristo in ciò che egli si è fatto per noi, onde poter giungere a lui in ciò che è e che è sempre stato. È per questo che ci ha raggiunti, per farsi uomo per noi fino alla croce. Si è fatto uomo per noi. (Commento al Vangelo di san Giovanni 2, 3)

16. Tutto è dono di Dio
Tutti sono doni del mio Dio, non io li ho dati a me stesso. Sono beni, e tutti sono io. E’ buono chi mi fece, anzi lui stesso è il mio bene, e io esulto in suo onore per tutti i beni di cui anche da fanciullo era fatta la mia esistenza. Il mio peccato era di non cercare in lui, ma nelle sue creature, ossia in me stesso e negli altri, i diletti, i primati, le verità, precipitando così nei dolori, nelle umiliazioni, negli errori. A te grazie, dolcezza mia e onore mio e fiducia mia, Dio mio, a te grazie dei tuoi doni. Tu però conservameli, così conserverai me pure, e tutto ciò che mi hai donato crescerà e si perfezionerà, e io medesimo sussisterò con te, poiché tu mi hai dato di sussistere. (Confessioni I, 20.31)

incamminoverso @ 18:54
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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA XXX GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2015

Posté le Lundi 3 août 2015

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA XXX GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
2015

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 8)

Cari giovani,
continuiamo il nostro pellegrinaggio spirituale verso Cracovia, dove nel luglio 2016 si terrà la prossima edizione internazionale della Giornata Mondiale della Gioventù. Come guida del nostro cammino abbiamo scelto le Beatitudini evangeliche. L’anno scorso abbiamo riflettuto sulla Beatitudine dei poveri in spirito, inserita nel contesto più ampio del “discorso della montagna”. Abbiamo scoperto insieme il significato rivoluzionario delle Beatitudini e il forte richiamo di Gesù a lanciarci con coraggio nell’avventura della ricerca della felicità. Quest’anno rifletteremo sulla sesta Beatitudine: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8).

1. Il desiderio della felicità
La parola beati, ossia felici, compare nove volte in questa che è la prima grande predica di Gesù (cfr Mt 5,1-12). È come un ritornello che ci ricorda la chiamata del Signore a percorrere insieme a Lui una strada che, nonostante tutte le sfide, è la via della vera felicità.
Sì, cari giovani, la ricerca della felicità è comune a tutte le persone di tutti i tempi e di tutte le età. Dio ha deposto nel cuore di ogni uomo e di ogni donna un desiderio irreprimibile di felicità, di pienezza. Non avvertite che i vostri cuori sono inquieti e in continua ricerca di un bene che possa saziare la loro sete d’infinito?
I primi capitoli del Libro della Genesi ci presentano la splendida beatitudine alla quale siamo chiamati e che consiste in comunione perfetta con Dio, con gli altri, con la natura, con noi stessi. Il libero accesso a Dio, alla sua intimità e visione era presente nel progetto di Dio per l’umanità dalle sue origini e faceva sì che la luce divina permeasse di verità e trasparenza tutte le relazioni umane. In questo stato di purezza originale non esistevano “maschere”, sotterfugi, motivi per nascondersi gli uni agli altri. Tutto era limpido e chiaro.
Quando l’uomo e la donna cedono alla tentazione e rompono la relazione di fiduciosa comunione con Dio, il peccato entra nella storia umana (cfr Gen 3). Le conseguenze si fanno subito notare anche nelle loro relazioni con sé stessi, l’uno con l’altro, con la natura. E sono drammatiche! La purezza delle origini è come inquinata. Da quel momento in poi l’accesso diretto alla presenza di Dio non è più possibile. Subentra la tendenza a nascondersi, l’uomo e la donna devono coprire la propria nudità. Privi della luce che proviene dalla visione del Signore, guardano la realtà che li circonda in modo distorto, miope. La “bussola” interiore che li guidava nella ricerca della felicità perde il suo punto di riferimento e i richiami del potere, del possesso e della brama del piacere a tutti i costi li portano nel baratro della tristezza e dell’angoscia.
Nei Salmi troviamo il grido che l’umanità rivolge a Dio dal profondo dell’anima: «Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?» (Sal 4,7). Il Padre, nella sua infinita bontà, risponde a questa supplica inviando il suo Figlio. In Gesù, Dio assume un volto umano. Con la sua incarnazione, vita, morte e risurrezione Egli ci redime dal peccato e ci apre orizzonti nuovi, finora impensabili.
E così, in Cristo, cari giovani, si trova il pieno compimento dei vostri sogni di bontà e felicità. Lui solo può soddisfare le vostre attese tante volte deluse dalle false promesse mondane. Come disse san Giovanni Paolo II: «è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E’ Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande» (Veglia di preghiera a Tor Vergata, 19 agosto 2000: Insegnamenti XXIII/2, [2000], 212).

2. Beati i puri di cuore…
Adesso cerchiamo di approfondire come questa beatitudine passi attraverso la purezza del cuore. Prima di tutto dobbiamo capire il significato biblico della parola cuore. Per la cultura ebraica il cuore è il centro dei sentimenti, dei pensieri e delle intenzioni della persona umana. Se la Bibbia ci insegna che Dio non vede le apparenze, ma il cuore (cfr 1 Sam 16,7), possiamo dire anche che è a partire dal nostro cuore che possiamo vedere Dio. Questo perché il cuore riassume l’essere umano nella sua totalità e unità di corpo e anima, nella sua capacità di amare ed essere amato.
Per quanto riguarda invece la definizione di “puro”, la parola greca utilizzata dall’evangelista Matteo è katharos e significa fondamentalmente pulito, limpido, libero da sostanze contaminanti. Nel Vangelo vediamo Gesù scardinare una certa concezione della purezza rituale legata all’esteriorità, che vietava ogni contatto con cose e persone (tra cui i lebbrosi e gli stranieri), considerati impuri. Ai farisei che, come tanti giudei di quel tempo, non mangiavano senza aver fatto le abluzioni e osservavano numerose tradizioni legate al lavaggio di oggetti, Gesù dice in modo categorico: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Mc 7,15.21-22).
In che consiste dunque la felicità che scaturisce da un cuore puro? A partire dall’elenco dei mali che rendono l’uomo impuro, enumerati da Gesù, vediamo che la questione tocca soprattutto il campo delle nostre relazioni. Ognuno di noi deve imparare a discernere ciò che può “inquinare” il suo cuore, formarsi una coscienza retta e sensibile, capace di «discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Se è necessaria una sana attenzione per la custodia del creato, per la purezza dell’aria, dell’acqua e del cibo, tanto più dobbiamo custodire la purezza di ciò che abbiamo di più prezioso: i nostri cuori e le nostre relazioni. Questa “ecologia umana” ci aiuterà a respirare l’aria pura che proviene dalle cose belle, dall’amore vero, dalla santità.
Una volta vi ho posto la domanda: Dov’è il vostro tesoro? Su quale tesoro riposa il vostro cuore? (cfr Intervista con alcuni giovani del Belgio, 31 marzo 2014). Sì, i nostri cuori possono attaccarsi a veri o falsi tesori, possono trovare un riposo autentico oppure addormentarsi, diventando pigri e intorpiditi. Il bene più prezioso che possiamo avere nella vita è la nostra relazione con Dio. Ne siete convinti? Siete consapevoli del valore inestimabile che avete agli occhi di Dio? Sapete di essere amati e accolti da Lui in modo incondizionato, così come siete? Quando questa percezione viene meno, l’essere umano diventa un enigma incomprensibile, perché proprio il sapere di essere amati da Dio incondizionatamente dà senso alla nostra vita. Ricordate il colloquio di Gesù con il giovane ricco (cfr Mc 10,17-22)? L’evangelista Marco nota che il Signore fissò lo sguardo su di lui e lo amò (cfr v. 21), invitandolo poi a seguirlo per trovare il vero tesoro. Vi auguro, cari giovani, che questo sguardo di Cristo, pieno di amore, vi accompagni per tutta la vostra vita.
Il periodo della giovinezza è quello in cui sboccia la grande ricchezza affettiva presente nei vostri cuori, il desiderio profondo di un amore vero, bello e grande. Quanta forza c’è in questa capacità di amare ed essere amati! Non permettete che questo valore prezioso sia falsato, distrutto o deturpato. Questo succede quando nelle nostre relazioni subentra la strumentalizzazione del prossimo per i propri fini egoistici, talvolta come puro oggetto di piacere. Il cuore rimane ferito e triste in seguito a queste esperienze negative. Vi prego: non abbiate paura di un amore vero, quello che ci insegna Gesù e che san Paolo delinea così: «La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (1 Cor 13, 4-8).
Nell’invitarvi a riscoprire la bellezza della vocazione umana all’amore, vi esorto anche a ribellarvi contro la diffusa tendenza a banalizzare l’amore, soprattutto quando si cerca di ridurlo solamente all’aspetto sessuale, svincolandolo così dalle sue essenziali caratteristiche di bellezza, comunione, fedeltà e responsabilità. Cari giovani, «nella cultura del provvisorio, del relativo, molti predicano che l’importante è “godere” il momento, che non vale la pena di impegnarsi per tutta la vita, di fare scelte definitive, “per sempre”, perché non si sa cosa riserva il domani. Io, invece, vi chiedo di essere rivoluzionari, vi chiedo di andare controcorrente; sì, in questo vi chiedo di ribellarvi a questa cultura del provvisorio, che, in fondo, crede che voi non siate in grado di assumervi responsabilità, crede che voi non siate capaci di amare veramente. Io ho fiducia in voi giovani e prego per voi. Abbiate il coraggio di andare controcorrente. E abbiate il coraggio anche di essere felici» (Incontro con i volontari alla GMG di Rio, 28 luglio 2013).
Voi giovani siete dei bravi esploratori! Se vi lanciate alla scoperta del ricco insegnamento della Chiesa in questo campo, scoprirete che il cristianesimo non consiste in una serie di divieti che soffocano i nostri desideri di felicità, ma in un progetto di vita capace di affascinare i nostri cuori!

3. … perché vedranno Dio
Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna risuona continuamente l’invito del Signore: «Cercate il mio volto!» (Sal 27,8). Allo stesso tempo ci dobbiamo sempre confrontare con la nostra povera condizione di peccatori. E’ quanto leggiamo per esempio nel Libro dei Salmi: «Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro» (Sal 24,3-4). Ma non dobbiamo avere paura né scoraggiarci: nella Bibbia e nella storia di ognuno di noi vediamo che è sempre Dio che fa il primo passo. E’ Lui che ci purifica affinché possiamo essere ammessi alla sua presenza.
Il profeta Isaia, quando ricevette la chiamata del Signore a parlare nel suo nome, si spaventò e disse: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono» (Is 6,5). Eppure il Signore lo purificò, inviandogli un angelo che toccò la sua bocca e gli disse: «E’ scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato» (v. 7). Nel Nuovo Testamento, quando sul lago di Gennèsaret Gesù chiamò i suoi primi discepoli e compì il prodigio della pesca miracolosa, Simon Pietro cadde ai suoi piedi dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8). La risposta non si fece aspettare: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (v. 10). E quando uno dei discepoli di Gesù gli chiese: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», il Maestro rispose: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,8-9).
L’invito del Signore a incontrarlo è rivolto perciò ad ognuno di voi, in qualsiasi luogo e situazione si trovi. Basta «prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 3). Siamo tutti peccatori, bisognosi di essere purificati dal Signore. Ma basta fare un piccolo passo verso Gesù per scoprire che Lui ci aspetta sempre con le braccia aperte, in particolare nel Sacramento della Riconciliazione, occasione privilegiata di incontro con la misericordia divina che purifica e ricrea i nostri cuori.
Sì, cari giovani, il Signore vuole incontrarci, lasciarsi “vedere” da noi. “E come?” – mi potrete domandare. Anche santa Teresa d’Avila, nata in Spagna proprio 500 anni fa, già da piccola diceva ai suoi genitori: «Voglio vedere Dio». Poi ha scoperto la via della preghiera come «un intimo rapporto di amicizia con Colui dal quale ci sentiamo amati» (Libro della vita, 8, 5). Per questo vi domando: voi pregate? Sapete che potete parlare con Gesù, con il Padre, con lo Spirito Santo, come si parla con un amico? E non un amico qualsiasi, ma il vostro migliore e più fidato amico! Provate a farlo, con semplicità. Scoprirete quello che un contadino di Ars diceva al santo Curato del suo paese: quando sono in preghiera davanti al Tabernacolo, «io lo guardo e lui mi guarda» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2715).
Ancora una volta vi invito a incontrare il Signore leggendo frequentemente la Sacra Scrittura. Se non avete ancora l’abitudine, iniziate dai Vangeli. Leggete ogni giorno un brano. Lasciate che la Parola di Dio parli ai vostri cuori, illumini i vostri passi (cfr Sal 119,105). Scoprirete che si può “vedere” Dio anche nel volto dei fratelli, specialmente quelli più dimenticati: i poveri, gli affamati, gli assetati, gli stranieri, gli ammalati, i carcerati (cfr Mt 25,31-46). Ne avete mai fatto esperienza? Cari giovani, per entrare nella logica del Regno di Dio bisogna riconoscersi poveri con i poveri. Un cuore puro è necessariamente anche un cuore spogliato, che sa abbassarsi e condividere la propria vita con i più bisognosi.
L’incontro con Dio nella preghiera, attraverso la lettura della Bibbia e nella vita fraterna vi aiuterà a conoscere meglio il Signore e voi stessi. Come accadde ai discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35), la voce di Gesù farà ardere i vostri cuori e si apriranno i vostri occhi per riconoscere la sua presenza nella vostra storia, scoprendo così il progetto d’amore che Lui ha per la vostra vita.
Alcuni di voi sentono o sentiranno la chiamata del Signore al matrimonio, a formare una famiglia. Molti oggi pensano che questa vocazione sia “fuori moda”, ma non è vero! Proprio per questo motivo, l’intera Comunità ecclesiale sta vivendo un periodo speciale di riflessione sulla vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Inoltre, vi invito a considerare la chiamata alla vita consacrata o al sacerdozio. Quanto è bello vedere giovani che abbracciano la vocazione di donarsi pienamente a Cristo e al servizio della sua Chiesa! Interrogatevi con animo puro e non abbiate paura di quello che Dio vi chiede! A partire dal vostro “sì” alla chiamata del Signore diventerete nuovi semi di speranza nella Chiesa e nella società. Non dimenticate: la volontà di Dio è la nostra felicità!

4. In cammino verso Cracovia
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Cari giovani, come vedete, questa Beatitudine tocca molto da vicino la vostra esistenza ed è una garanzia della vostra felicità. Perciò vi ripeto ancora una volta: abbiate il coraggio di essere felici!
La Giornata Mondiale della Gioventù di quest’anno conduce all’ultima tappa del cammino di preparazione verso il prossimo grande appuntamento mondiale dei giovani a Cracovia, nel 2016. Proprio trent’anni fa san Giovanni Paolo II istituì nella Chiesa le Giornate Mondiali della Gioventù. Questo pellegrinaggio giovanile attraverso i continenti sotto la guida del Successore di Pietro è stata veramente un’iniziativa provvidenziale e profetica. Ringraziamo insieme il Signore per i preziosi frutti che essa ha portato nella vita di tanti giovani in tutto il pianeta! Quante scoperte importanti, soprattutto quella di Cristo Via, Verità e Vita, e della Chiesa come una grande e accogliente famiglia! Quanti cambiamenti di vita, quante scelte vocazionali sono scaturiti da questi raduni! Il santo Pontefice, Patrono delle GMG, interceda per il nostro pellegrinaggio verso la sua Cracovia. E lo sguardo materno della Beata Vergine Maria, la piena di grazia, tutta bella e tutta pura, ci accompagni in questo cammino.

Dal Vaticano, 31 gennaio 2015
Memoria di san Giovanni Bosco

FRANCESCO

incamminoverso @ 18:52
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Iusti vivent in aeternum – Prediche di Meister Eckhart

Posté le Samedi 1 août 2015

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticacristiana/predicheeckhart.htm#sant

Iusti vivent in aeternum – Prediche di Meister Eckhart

I giusti vivranno in eterno, e la loro ricompensa è presso Dio. Notate bene il senso di queste parole; anche se di suono semplice e comune, sono assai degne di attenzione e molto buone.
I giusti vivranno. Chi sono i giusti? Un testo dice: È giusto chi dà a ciascuno quel che gli spetta; chi dà a Dio ciò che gli spetta, ai santi ed agli angeli ciò che loro spetta, al suo prossimo ciò che gli spetta.
L’onore appartiene a Dio. Chi sono quelli che onorano Dio? Quelli che sono completamente usciti da loro stessi, che non cercano assolutamente niente che sia loro proprio in alcuna cosa, qualsiasi sia, grande o piccola; e non considerano niente, né al di sopra né al di sotto di loro, né accanto né all’interno; che non mirano né al bene né all’onore, né alla soddisfazione né al piacere, né alla utilità né alla interiorità, né alla santità né alla ricompensa né al regno dei cieli; che sono usciti da tutto questo, da tutto ciò che è loro proprio: queste persone rendono onore a Dio, veramente lo onorano e gli danno quel che gli spetta.
Si deve dare della gioia agli angeli ed ai santi. Meraviglia delle meraviglie! Può un uomo nella sua vita mortale dare della gioia a quelli che sono nella vita eterna? Sì, in verità. Ogni santo ha un grandissimo piacere ed una gioia inesprimibile per tutte le opere buone; per una buona volontà o un buon desiderio, essi hanno una gioia così grande che nessuna bocca è capace di esprimerla, né alcun cuore può immaginare quanta gioia provano. Perché è così? Perché essi amano Dio oltremisura, lo amano tanto che il suo onore è loro più caro della propria beatitudine. Ma non solo gli angeli e i santi: Dio stesso ne prova una gioia tanto grande, come se in ciò stesse la propria beatitudine, e vi è legato il suo essere, la sua soddisfazione, il suo piacere. Notatelo bene, dunque! Se non volessimo servire Dio per nessuna altra ragione che la grande gioia che provano quelli che sono nella vita eterna, e Dio stesso, potremmo farlo di buon grado e con tutto il nostro impegno.
Si deve anche portare il nostro aiuto a quelli che sono nel purgatorio, e a quelli che sono ancora in vita.
Un uomo cosiffatto è giusto in un senso, ed in un altro senso lo sono quelli che accolgono da Dio tutte le cose, qualsiasi siano, nello stesso modo – si tratti di cosa grande o piccola, piacevole o fastidiosa -, sempre nello stesso modo, una cosa come un’altra, né più né meno. Se pensi che una cosa sia più di un’altra, sbagli. Devi del tutto spogliarti della tua propria volontà.
Di recente ho avuto questo pensiero: se Dio non volesse come me, io vorrei comunque come lui. Molti vogliono avere in ogni cosa una propria volontà, ma questo è male, insozza le cose. Altri si comportano un po’ meglio, vogliono quel che Dio vuole, non vogliono nulla contro la sua volontà, e, se fossero malati, vorrebbero che fosse volontà di Dio il loro esser sani. Così costoro vogliono che Dio voglia secondo la loro volontà, invece di volere secondo la sua. Si può ammetterlo, ma non è bene. I giusti non hanno assolutamente volontà propria: quel che Dio vuole è per essi del tutto uguale, per quanto grande sia il disagio.
I giusti prendono la giustizia tanto sul serio, che, se Dio non fosse giusto, non gli darebbero più importanza che a un fagiolo, e sono così saldamente radicati nella giustizia e tanto usciti da se stessi, che non danno importanza né alle pene dell’inferno né alle gioie del paradiso, né a qualsiasi altra cosa. Sì, se tutti i tormenti di quelli che sono all’inferno, uomini o demoni, o tutti i tormenti che mai furono e saranno sulla terra, fossero legati alla giustizia, essi non vi darebbero la minima importanza, tanto fermamente tengono a Dio ed alla giustizia. Per l’uomo giusto niente è più triste e doloroso di ciò che è contrario alla giustizia, ovvero di non essere lo stesso in tutte le cose. Come può essere ciò? Se una cosa può farli gioire ed un’altra rattristarli, essi non sono giusti; di più: se sono gioiosi in un tempo, lo sono in ogni tempo; se sono piu gioiosi in un tempo e meno in un altro, allora sono in torto. Chi ama la giustizia, le sta così saldamente vicino che ciò che ama è il suo essere; nulla può distoglierlo, e non fa attenzione a nient’altro. Sant’Agostino dice: Dove l’anima ama, essa è più veramente che là dove dà vita. Questo testo ha un suono semplice e comune, e tuttavia a stento qualcuno comprende ciò che significa; nondimeno esso dice il vero. Chi comprende l’insegnamento sulla giustizia ed il giusto, comprende tutto quel che dico.
« I giusti vivranno ». Tra tutte le cose, nessuna è tanto amabile e desiderabile come la vita. Nello stesso modo, nessuna vita è tanto cattiva e penosa che l’uomo non voglia tuttavia vivere. Un testo dice: Più una cosa è vicina alla morte, più è penosa. Tuttavia, per quanto cattiva sia la vita, essa vuole vivere. Perché mangi? Perché dormi? Per vivere. Perché desideri beni o onori? Lo sai molto bene. Ma perché vivi? Per vivere, e tuttavia non sai perché vivi. Tanto desiderabile in sé è la vita, che la si desidera per se stessa. Quelli che sono all’inferno, nel tormento eterno, non vorrebbero perdere la loro vita, né i demoni né le anime, giacché la loro vita è così nobile che sgorga direttamente da Dio nell’anima. Essi vogliono vivere, tanto direttamente sgorga la loro vita da Dio. Cosa è la vita? L’essere di Dio è la mia vita. Se la mia vita è l’essere di Dio, bisogna che l’essere di Dio sia il mio essere, e l’essenza di Dio la mia essenza, né più né meno.
Essi vivono in eterno « presso Dio », proprio accanto a Dio, né al di sotto né al di sopra. Essi operano le loro opere presso Dio, e Dio opera pressa di loro. San Giovanni dice: Il verbo era presso Dio. Era assolutamente simile ed accanto, né sotto né sopra, ma simile. Quando Dio creò l’essere umano, fece la donna dal fianco dell’uomo perché gli fosse simile. Non la formò a partire dalla testa o dai piedi, perché non fosse né sopra né sotto di lui, ma gli fosse simile. Nello stesso modo l’anima giusta deve essere simile a Dio ed accanto a Dio, del tutto simile, né sotto né sopra.
Chi sono quelli in tale modo simili? Solo coloro che non sono simili a niente, sono simili a Dio. Niente è simile all’essenza divina, in essa non v’è immagine né forma. Alle anime che in questo modo sono simili, il Padre similmente dona e non fa loro mancare niente. Ciò che il Padre può fare, lo dona a questa anima in modo simile, in verità, quando essa non è più simile a se stessa che a un’altra, e non deve essere più vicina a se stessa che a un’altra. Essa non deve desiderare il proprio onore, il proprio vantaggio, o qualsiasi cosa le appartenga, né considerarla più di un bene appartenente a un altro. E ciò che è proprio a chiunque altro, non le deve essere né estraneo né lontano, male o bene che sia. Tutto l’amore verso le cose del mondo è fondato sull’amore di sé. Se tu avessi abbandonato questo, avresti abbandonato l’intero mondo.
Il Padre genera il Figlio nell’eternità, simile a se stesso. Il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo: era identico a lui nella stessa natura. Dico ancora di più: lo ha generato nell’anima mia. Non solo essa è accanto a lui e, nello stesso modo, egli è accanto ad essa, che gli è simile, ma è in essa, e il Padre genera il Figlio nell’anima nello stesso modo con cui lo genera nell’eternità, non diversamente. Lo deve fare, ne abbia gioia o dolore. Il Padre genera incessantemente il Figlio, ed io dico ancora: egli mi genera come suo Figlio e lo stesso Figlio. Dico di più: mi genera non solo in quanto suo Figlio, ma in quanto lui stesso, e lui in quanto me, e me in quanto suo essere e sua natura. In questa più interna fonte, io scatuisco nello Spirito santo; è questa una sola vita, un solo essere, una sola operazione. Tutto ciò che Dio opera è uno, perciò egli mi genera in quanto suo Figlio, senza alcuna differenza. Mio padre secondo la carne non è, propriamente parlando, mio padre, ma lo è soltanto per una piccola parte della sua natura, ed io sono separato da lui; egli può essere morto ed io vivo. Perciò il Padre celeste è davvero mio padre, infatti io sono suo figlio ed ho da lui tutto quel che ho, e sono lo stesso Figlio, e non un altro. Il Padre opera una sola opera, perciò egli mi opera come suo Figlio unico, senza alcuna differenza.
Noi siamo totalmente trasformati e cambiati in Dio. Fate caso a questo paragone! Nello stesso modo in cui, nel Sacramento, il pane è trasformato nel corpo del Signore, per quanto pane vi sia, esso è comunque un solo corpo. Nello stesso modo, se tutti i pani fossero trasformati nel mio dito, non vi sarebbe tuttavia più di un dito. Se, d’altra parte, il mio dito fosse trasformato in pane, questo sarebbe quanto quello. Infatti ciò che è trasformato in un’altra cosa fa tutt’uno con essa. Nello stesso modo io sono trasformato in lui, in guisa tale che egli mi opera come suo essere, uno, non simile; per il Dio vivente, è vero che non v’è alcuna differenza.
Il Padre genera incessantemente il Figlio. Quando il Figlio è generato, non prende niente dal Padre, perché ha tutto, ma quando il Padre lo genera, egli prende dal Padre. Di conseguenza, noi non dobbiamo desiderare nulla da Dio, come se fossimo estranei. Nostro Signore dice ai suoi discepoli: Io non vi ho chiamato servi, ma amici. Chi desidera qualcosa dall’altro è un servo, e chi ricompensa è un signore. Mi chiedevo di recente se volessi ricevere o desiderare qualcosa da Dio. Ci rifletto molto bene, perché se ricevessi qualcosa da Dio, sarei al di sotto di lui come un servo, e lui, donando, come un signore. Non dobbiamo essere così nella vita eterna.
Proprio qui ho detto una volta, ed è vero: Se l’uomo si appropria o prende qualcosa di esteriore a se stesso, non è bene. Non si deve cogliere o considerare Dio come esterno a noi stessi, ma come nostro bene proprio e come cosa che è in noi stessi; non si deve neppure servire od agire in vista di un perché: né per Dio, né per il proprio onore, né per qualsiasi altra cosa fuori di sé, ma soltanto per ciò che è in sé suo essere proprio e sua propria vita. Molte persone semplici si immaginano che devono considerare Dio come lassù, e loro quaggiù. Non è così. Io e Dio siamo uno. Con la conoscenza accolgo Dio in me, con l’amore penetro in lui. Alcuni dicono che la beatitudine non risiede nella conoscenza ma solo nella volontà. Essi hanno torto, infatti se risiedesse solo nella volontà, non vi sarebbe unità. Agire e divenire sono una cosa sola. Quando il falegname non lavora, la casa non si fa. Quando la scure non agisce, anche il divenire è fermo. Dio ed io siamo uno in questa operazione: egli opera ed io divengo. Il fuoco trasforma in sé ciò che gli è portato, che diventa sua natura. Non è il legno che trasforma in sé il fuoco, ma il fuoco che trasforma in sé il legno. Nello stesso modo noi siamo trasformati in Dio, in guisa tale che lo conosceremo come egli è. San Paolo dice: Così lo conosceremo, io lo conoscerò come lui mi conoscerà, né più né meno, assolutamente nello stesso modo. I giusti vivranno eternamente, e la loro ricompensa è accanto a Dio, del tutto simile.
Che Dio ci aiuti ad amare la giustizia in se stessa e Dio senza perché. Amen.

incamminoverso @ 18:11
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Jesus and disciples in boat

Posté le Vendredi 31 juillet 2015

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incamminoverso @ 18:52
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LA CONVERSIONE E IL PECCATO

Posté le Vendredi 31 juillet 2015

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LA CONVERSIONE E IL PECCATO

ARCHIMANDRITA MARCO (DON VINCENZO)

Esistono due tipi di conversione: una conversione profonda e una superficiale.
La conversione profonda tocca tutto l’essere umano: il suo intelletto, la sua affettività, il suo volere, ecc. La conversione invece superficiale non tocca il centro dell’uomo, ma solo l’esteriorità, per cui è legata alla forma: luoghi, celebrazioni, euforia, per cui venendo a mancare queste cose, l’individuo si sentirà deluso e ingannato.
Succede che nei gruppi di preghiera o nei movimenti sorti dopo il Concilio, l’individuo scopra una realtà che nella Chiesa « ufficiale », non ha mai trovato: la gioiosa euforia della preghiera, la cordialità dei membri, l’accoglienza del presidente, ecc. Tutte cose che lasciano nell’individuo un desiderio di aderire e di cambiare vita.
Se a tutto ciò non segue una lunga catechizzazione con la relativa maturità della fede, l’individuo non persevererà, ma se a tutto ciò seguirà una volontà di approfondire e di accettare la fede nel Cristo della resurrezione e della croce (kenosi e gloria non possono essere distaccate), allora la conversione sarà autentica e duratura poiché è stata inserita nell’intimo del cuore dell’individuo e lo ha portato all’opzione fondamentale, opzione questa che è capace di far superare all’individuo ogni disperazione e ogni peccato, dandogli la forza anche del martirio.
In un convertito del genere il peccato non sarà mai tanto forte da estirpare l’opzione per Cristo, per cui, mi sembra che in tale persona non possa regnare il peccato che genera la morte, come afferma Giovanni nella sua I lettera: « Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio » (1Gv 3,9), e ancora: « Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita;…c’è però un peccato che conduce alla morte… Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte » (1Gv 5,16-17).
Cosa è dunque il peccato che conduce alla morte?
A me pare che si possa definirlo come il peccato che toglie l’opzione per Dio, cioè conduce la persona al disprezzo di Dio e del suo piano di amore la salvezza dell’uomo.
E’ il peccato di autosufficienza che porta all’odio di Dio.
Sempre Giovanni ci aiuta a capire questa tremenda realtà: « Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio » (Gv 15,22-24).
Il peccato è dunque non credere in Cristo inviato dal Padre per la salvezza dell’uomo. Non è l’ateismo il peccato, ma il disprezzo, cioè l’odio per il piano di Dio. Colui che non crede che : « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna » (Gv 3,16), disprezza Dio, non gliene importa niente. La fede non è credere in Dio, perché anche i demoni credono in Dio e tremano ( cfr Gc 2,19), ma credere significa accettare Dio, rivelato in Cristo, quale signore e salvatore della vita dell’uomo.
Possiamo anche dire che esistono due generi di peccato: uno dovuto alla fragilità umana, l’altro invece dovuto al cuore dell’uomo che non accetta Dio come suo signore. Questo peccato è il peccato contro lo Spirito Santo che non può essere rimesso, non perché Dio non voglia, ma perché l’uomo non vuole, questo peccato conduce alla morte, e alla morte eterna.
Il ladro pentito sulla croce ha riconosciuto la signoria di Gesù e ha ottenuto immediatamente non solo il perdono dei peccati, ma anche la remissione della pena, ed entrato lo stesso giorno in Paradiso col Signore, l’altro ladro, invece, non ha voluto riconoscere nel Crocifisso, il Messia Signore, e non ne sappiano la sorte che gli è toccata (cfr Lc 23, 39-43).
Se dunque confesseremo con la nostra bocca che Gesù è il Signore, e crederemo con il nostro cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, saremo salvi (cfr Rm 10,9).

incamminoverso @ 18:50
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OMELIA XVIII DOMENICA DEL T.O.

Posté le Vendredi 31 juillet 2015

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/18a-Domenica-B-2015/10-18a-Domenica-B-2015-UD.htm

2 AGOSTO 2015 | 18A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

18A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

Per cominciare
Prosegue la lettura del capitolo sesto di Giovanni, iniziata domenica scorsa. Dopo lo spettacolare miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù invita la folla a riflettere su colui che ha compiuto questo prodigio e di aprirsi a un altro pane, che li sfamerà per sempre.

La parola di Dio
Esodo 16,2-4.12-15. La liberazione dall’Egitto è stata grandiosa, ma il viaggio nel deserto si fa difficile e gli ebrei si lamentano con Mosè e Aronne, che chiedono pane e carne. Dio risponde mandando al popolo la manna e le quaglie.
Efesini 4,17.20-24. Agli Efesini Paolo ricorda che sono diventati nuove creature con il battesimo, abbandonando la precedente vita pagana e la loro vecchia condotta. E li esorta a non smettere di rinnovarsi e di vivere la vita nuova.
Giovanni 6,24-35. Dopo la moltiplicazione del pane, Gesù si ritira in un luogo solitario per pregare, ma la gente continua a cercarlo. Il miracolo li ha colpiti e sono vivamente interessati a non chiudere quell’esperienza. Gesù inizia con loro un dialogo che si farà man mano più intenso, nel quale rivelerà fino in fondo la propria identità.

Riflettere…
o La prima lettura di questa domenica, tratta dall’Esodo, si collega indubbiamente al vangelo. Il riferimento è alla manna e alle quaglie, ma anche alla figura di Mosè. Nell’episodio di Cafarnao la manna viene nominata cinque volte come simbolo del « pane di vita ». Ma in Giovanni è ben presente anche Mosè, che è ricordato per ben 13 volte nel suo vangelo.
o La manna, cibo che scende dal cielo, è stato un segno prodigioso dell’amore di Dio e venne considerata in seguito un cibo spirituale, che rimandava a significati più alti: « Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore » (Dt 8,2-3).
o Secondo alcuni biblisti, quaglie e manna potrebbero essere fenomeni naturali, essendo presenti ancora al giorno d’oggi. Le quaglie emigrano a stormi fra l’Africa, l’Arabia e i paesi del Mediterraneo e sostano anche nella penisola del Sinai. Quanto alla manna, sarebbe la secrezione biancastra di un arbusto che cresce nel deserto del Sinai, la Tamarix mannifera. « Dio avrebbe dunque nutrito il suo popolo facendogli trovare questi alimenti lungo il cammino; divennero il segno della sua protezione e del suo amore. Le quaglie e la manna apparvero, ai credenti, doni del cielo » (Ferdinando Armellini).
o Il capitolo sesto di Giovanni, che stiamo leggendo da domenica scorsa, è specialissimo. Non solo perché si distende per oltre 70 versetti (la liturgia, oltre a questa, ce lo proporrà nelle prossime tre domeniche), ma perché Gesù si concede alle folle intrecciando un dialogo spiritualmente ricchissimo e con gente che non appare particolarmente preparata a comprenderlo. Gesù si rivela loro apertamente, così come ha fatto con la samaritana, alla quale ha detto qualcosa che richiama da vicino questo momento: « Se uno beve l’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna » (Gv 4, 14).
o La folla va in cerca di Gesù. Lo cercano perché hanno mangiato e si sono saziati. Sono semplicemente curiosi e soprattutto interessati al pane materiale, al miracolo sensazionale. Non vanno oltre nei significati possibili del clamoroso prodigio a cui hanno assistito e partecipato. Sono perfino disposti a riconoscere che Gesù è l’atteso messia e a farlo re, perché scuota il giogo del dominio straniero e risolva i loro problemi. Ma non saranno disposti ad andare oltre.
o Il dialogo comincia con una domanda banale: « Rabbì, quando sei venuto qua? ». Gesù invece li provoca e li invita a « darsi da fare » non per ottenere ancora quel pane materiale destinato a perire, ma ad aprirsi a lui, che può dare un pane « che dura per la vita eterna ».
o La folla ancora una volta non pare capire, o non intende ancora sbilanciarsi, e domanda: « Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? ». Gesù risponde senza mezzi termini: Dovete credere che « io sono il pane che discende dal cielo, mandato dal Padre e che dà la vita al mondo. Pane che sfama per sempre ».
o Ma alla folla non basta il miracolo grandioso compiuto da Gesù, chiede nuovi segni per poter credere, segni più convincenti. Come se la moltiplicazione dei pani e dei pesci non reggesse il confronto con il miracolo della manna e delle quaglie dati al popolo da Mosè nel deserto per 40 anni.
o Gesù gioca quindi a carte scoperte e dice: « Sono io la manna che aspettavate ». Tra gli ebrei vi era una credenza secondo la quale il messia sarebbe venuto in una festa di Pasqua e allora sarebbe cominciata a cadere la manna dal cielo. Gesù precisa che non è stato Mosè a dare agli esiliati il pane del cielo, perché Mosè stesso se ne è cibato, come gli altri. È stato il Signore a dare la manna. Mosè ha solo riconosciuto l’origine del dono e ha invitato il popolo a ringraziare.
o Ed ecco l’invito proposto nel modo più esplicito: sollevatevi dal pane materiale, che può soddisfare la fame soltanto per un giorno e datevi a bisogni più alti. Voi cercate qualcosa che al momento vi interessa molto, ma ciò di cui avete bisogno è altro e non lo sapete.
o Certo nutrirsi ha la sua importanza. E Gesù lo ha ben dimostrato facendo il miracolo. Ma il suo non è stato soltanto un gesto di umanità, di solidarietà sociale. Agli ascoltatori, che credono di essere esonerati dalla fatica per il cibo quotidiano chiedendo: « Signore, dacci sempre questo pane » – esattamente come la Samaritana aveva chiesto l’acqua promessa per sentirsi sollevata dall’impegno di andare al pozzo ogni giorno (Gv 4,15) – Gesù chiarisce fino in fondo il senso del discorso: « Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! ». Egli è venuto da Dio, perché coloro che lo accolgono « abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza » (Gv 10,10).
o Dal punto di vista teologico, tutta la scena è orientata verso una fede esplicita nei confronti di Gesù e nello stesso tempo ha un chiaro significo eucaristico. Un’indicazione ci viene anche dal fatto che dal versetto 23 si parla di « pane » al singolare e non dei « pani ». E per esprimere l’azione di grazie, Gesù usa il verbo eucharisteo.

Attualizzare
* Gesù si rivela e si direbbe che lo faccia di preferenza con la gente semplice, meno complicata, a volte nemmeno in grado di capire. Pensiamo al discorso così profondo che ha intessuto con la samaritana (Gv 4,1-26), che poi si fa annunciatrice entusiasta del messia tra i suoi compaesani.
* Ma si rivela anche al notabile Nicodemo, che è incuriosito dalle parole e dai miracoli di Gesù. Anche quest’uomo trova difficile comprendere e accettare fino in fondo ciò che Gesù dice. In seguito però prenderà le sue difese davanti al sinedrio (Gv 7,50) e alla fine si occuperà della sepoltura di Gesù (Gv 19,39).
* Quella folla si ferma al miracolo, le basta il miracolo. Non immagina e non cerca altro che il prodigio e la possibilità di perpetuarlo. Così si erano comportati i dieci lebbrosi guariti da Gesù: solo uno, un samaritano, comprende e torna indietro per « lodare Dio a gran voce, e per prostrarsi davanti a lui, ai suoi piedi, per ringraziarlo » (Lc 17,15). Solo questo samaritano ha capito che più importante della guarigione è colui che ha il potere di guarire.
* Gesù si rivela come colui che è in grado di saziare la fame e spegnere la sete di ogni uomo. Noi ci rivolgiamo a tante fonti, siamo afferrati e spesso bloccati nella espansione del nostro spirito da tante cose che ci appesantiscono e ci condizionano.
* Dio ci dà anche il pane, cioè il necessario per vivere, e spesso anche di più, ma noi gli chiediamo altro, e ci comportiamo come bambini capricciosi che non vengono ascoltati nelle loro richieste, anche le più banali e inutili. Eppure Dio che « non esaurisce i nostri desideri, è fedele alle sue promesse » (Dietrich Bonhoeffer) e risponderà al nostro profondo bisogno di felicità e di autenticità.
* Altre volte non abbiamo fame, siamo sazi, indifferenti, apatici. È la malattia del consumismo. « Assicuratevi di portare con voi tutto il superfluo per il vostro inutile viaggio », ha scritto con ironia in vista dell’estate il quotidiano spagnolo El Pais.
* In compenso siamo denutriti nella fede. Non abbiamo il desiderio di ricercare, di approfondire, di vivere in una dimensione più a misura della nostra grandezza di figli di Dio. Ci basta il benessere assicurato, il conto in banca, una bella casa… Un piatto pieno di carne, la bocca piena di manna. Troppo poco per dare un senso alla nostra vita, per spegnere la nostra fame e la nostra sete. « Appena compresi che Dio esiste, capii che non potevo far altro che vivere per lui. Dio è così grande, c’è una tale differenza fra Dio e tutto ciò che non è Dio… » (Charles de Foucauld).
* Incontriamo oggi Gesù nella sua parola e nell’eucaristia. La parola diventa paradigmatica, le situazioni, i « sì » e i « no » attorno a Gesù, diventano i nostri « sì » e i nostri « no ». Le sue parole, che ci vengono riproposte, ci interpellano, ci sfidano, ci invitano a metterci sempre di più al suo seguito, alla sua scuola, a crescere nella fede in lui.
* La moltiplicazione dei pani si collega sicuramente all’eucaristia. Essa è il segno più esplicito che Gesù ci ha lasciato alla vigilia della sua Pasqua. Saremo invitati a rifletterci nelle prossime domeniche. Diciamo sin d’ora che non dobbiamo cadere nel facile tranello nel quale caddero i presenti alla moltiplicazione del pane. Dobbiamo vedere il pane e il vino dell’altare con fede, lasciandoci accompagnare dai riti, ma senza bloccarci nell’umile segno che è l’ostia, un piccolo pezzo di pane azzimo; e nemmeno nei vari riti che accompagnano la consacrazione.
* L’eucaristia non è solo un rito, né un oggetto di pietà, come un rosario o una candela. È Cristo stesso da vedere con gli occhi della fede. Il fatto strepitoso che Gesù continua a realizzare in ogni messa, ci faccia scoprire il suo volto con fede nuova, la possibilità di una esistenza più significativa, una nuova amicizia con Dio.

Il primo impulso dell’essere umano verso la felicità
« Nel suo essere frutto della terra e del lavoro dell’uomo, della natura e della cultura, il pane esprime il bisogno, ciò che davvero è necessario per vivere. Non a caso la parola pane indica cibo essenziale e non superfluo: quando diciamo che non c’è pane, evochiamo fame e carestia.
Chi mangia il pane con un altro non condivide solo lo sfamarsi, ma inizia con il condividere la fame, il desiderio di mangiare, che è anche il primo impulso dell’essere umano verso la felicità. E in tutto questo impariamo che la nostra fame non è solo di pane, ma anche di parole che escono dalla bocca dell’altro: abbiamo bisogno che il pane venga da noi spezzato e offerto a un altro, che un altro ci offra a sua volta il pane, che insieme possiamo consumarlo e gioire, abbiamo soprattutto bisogno che un Altro ci dica che vuole che noi viviamo, che vuole non la nostra morte ma, al contrario, salvarci dalla morte » (Enzo Bianchi, Il pane di ieri).

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA

incamminoverso @ 18:49
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