MESSA DEL GIORNO E VANGELI, LINK UTILI

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

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incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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incamminoverso @ 1:25
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Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Posté le Vendredi 27 mars 2015

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DOMENICA DELLE PALME – Gianfranco Ravasi

Posté le Vendredi 27 mars 2015

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DOMENICA DELLE PALME

Gianfranco Ravasi

Isaia 60, 4-7; Filippesi 2, 6-11; Marco 14,1 – 15,47

La liturgia di oggi ci presenta a commento del racconto della passione di Marco un brano tratto dal Libro delle consolazioni di Isaia e un inno della Chiesa primitiva che Paolo ha inserito nella lettera ai Filippesi.
Nel contesto dell’annuncio di speranza e di consolazione del Secondo Isaia (Is 40-55) si inseriscono i quattro Carmi del Servo di Jahweh nei quali la Chiesa ha sempre visto una prefigurazione del Messia, e soprattutto della sua passione. In effetti il terzo di questi Carmi, quello che leggiamo in questa domenica, è una composizione autobiografica che racconta l’esperienza di persecuzione di cui è vittima il profeta. Annunciatore della Parola di Dio agli sfiduciati (v. 4), ai quali si presenta come modello di costanza nella speranza, il profeta subisce persecuzione e violenza. È percosso sulla schiena, secondo il trattamento riservato agli stolti e alle bestie (Gb 16, 7-11; Prov 10, 13; 19, 29) lui che è il sapiente per eccellenza perché porta la Parola di Dio.
L’inno cristologico della lettera ai Filippesi era, con ogni probabilità, originariamente una professione di fede molto antica ad uso liturgico che Paolo inserisce nella lettera per invitare i cristiani di quella comunità a vivere secondo uno stile ispirato alla vita di Cristo.
Si parte proprio dalla preesistenza e dalla divinità (v, 6) per sottolineare il senso della vicenda terrena del Cristo. Egli da quella condizione si è abbassato, ha «svuotato» se stesso facendosi «servo», come l’uomo che è servo del peccato, e condividendo anche la morte (vv. 7-8), cioè la radicalità estrema della realtà umana. Fin qui il soggetto è stato Gesù; d’ora in poi l’inno descrive l’intervento di Dio su questa storia: il soggetto sarà il Padre.
«Perciò» il Padre lo ha esaltato al di sopra di tutto (v. 9), lo ha fatto oggetto di adorazione universale (v. 10) e gli ha dato il titolo di «Signore» (v. 11), termine col quale la Bibbia greca traduceva Jahweh (Kyrios).
La professione di fede nella divinità di Cristo è in stretta connessione con la sua vicenda terrena. Nelle coppie terminologiche «condizione di Dio» — «simile all’uomo» e «servo» — «Signore» è racchiuso il mistero di Gesù Cristo nostro Signore. Proprio perché il Cristo ha attraversato l’intera vicenda umana, l’uomo può essere recuperato a Dio e riconquistato nella sua totalità.
E, parallelamente, solo la vicenda di Gesù e in particolare la croce ci permettono di incontrare Dio che si rivela nel suo Figlio.
Guidati da queste due chiavi di lettura possiamo allora accingerci a leggere il racconto della passione. Andremo a cercare un uomo trattato come un buffone, rifiutato dai suoi contemporanei e che invece parla a nome di Dio (prima lettura), e un uomo che attraverso la sua vicenda mostrerà il vero volto di Dio, perché egli solo può dire di Dio Abbà-Padre (seconda lettura).
Con l’arresto (14, 43-51) Gesù è abbandonato dai discepoli che fuggono spaventati: il racconto del giovanetto che fugge nudo sembra il tipo dell’atteggiamento di chi finora ha seguito Gesù, ma non ha ancora capito quale mistero racchiuda veramente quest’uomo.
Quella domanda sulla vera identità di Gesù che ha fatto da motivo conduttore per tutto il vangelo di Marco comincia a ricevere ora una risposta definitiva: la croce dirà veramente chi egli sia. Durante il processo (14, 52-65) Gesù svela la sua vera identità, per la prima volta dice chiaramente che egli è il Figlio di Dio. Di fronte a questa rivelazione scattano però il rifiuto e la condanna del Sinedrio e il rinnegamento di Pietro (14, 66-72).
In modo quasi ironico anche l’autorità romana riconoscerà la verità di Gesù solo nella motivazione della condanna: in una coreografia che richiama le apparizioni pubbliche dei re, con un ministro alla destra e uno alla sinistra, è crocefisso il «re dei giudei». Di fronte alla croce, però, Marco colloca il vertice tematico del suo vangelo: ora è possibile professare veramente il riconoscimento del Cristo, ora è possibile la fede. Il centurione romano per primo riconoscerà in quell’uomo crocefisso il Figlio di Dio (15, 39).
Anche noi allora dobbiamo guardare alla croce per riconoscere il Figlio di Dio, per ripulire la nostra fede dagli idoli che ci siamo fatti, magari manipolando secondo i nostri schemi il Dio della croce, per professare la nostra fede limpida assieme al centurione romano.
Il Dio della croce ci si presenta come il Dio che si «svuota» e condivide la situazione dell’uomo: questa è la lettura della sua vicenda terrena secondo la professione di fede dell’inno di Filippesi. Il Dio della croce non è il Dio che sta lassù e al quale dobbiamo strappare la vita eterna, ma è il Dio che viene quaggiù per offrirci la sua comunione. Lui si è fatto nostro fratello chiamandoci a farci fratelli gli uni degli altri, perché così siamo in comunione con lui. La via della salvezza diventa allora la via della condivisione e della solidarietà contro l’egoismo e l’individualismo.
Il Dio della croce non è nemmeno un Dio che ci strappa al mondo, che cancella la vicenda di questa storia umana, è il Dio che è venuto nella storia dell’uomo per dare ad essa un significato. Anche la morte non è più un fallimento, una fine, ma è un momento decisivo, come per Cristo è stata il momento della completa adesione a Dio. La via della salvezza allora non è la via del disinteresse per questo mondo, della fuga per cercare qualcos’altro, ma la via in cui si vive la storia per il suo vero valore: una storia che Dio ha fatto la sua storia di salvezza.
Infine il Dio della croce non è il Dio della resa dei conti, non è il Dio che giudica secondo la giustizia dell’uomo, ma è il Dio misericordioso e disponibile, che aspetta che l’uomo torni a lui come il padre della parabola di Lc 15. Non è il Dio che pianifica giustiziando i cattivi, ma che aspetta che tutti possano salvarsi: il Dio della croce vuole che nessuno si perda (Gv 3, 17). La via della salvezza è allora quella della misericordia, quella che fugge i giudizi affrettati, quella protesa a sollevare gli uomini, quella che si preoccupa di perderne il meno possibile lungo la strada.
Questa liturgia è anche un concreto invito catechetico allo studio e alla meditazione del ciclo evangelico «Passione-Pasqua», una delle prime «schede» della predicazione cristiana apostolica, uno dei primi articoli di fede del credo cristiano (1 Cor 15, 3-5; At 13). Si tratta di pagine destinate a credenti che celebrano liturgicamente la Pasqua del Signore: At 4, 24-31 presenta appunto la Commemorazione della Passione in un contesto di preghiera. Non è quindi, come abbiamo visto, una mera biografia o un racconto drammatico che voglia suscitare commozione sentimentale.
È invece una narrazione «profetica» che cerca di svelare negli eventi la presenza salvifica di Dio che, divenendo nel Figlio uomo, può salvare l’uomo. Marco in particolare ci offre un testo fortemente kerigmatico pur secondo l’ottica del «segreto messianico»; l’obbiettività dei fatti è dura, realistica, scandalosa. Ma questa paradossalità diviene annuncio di salvezza. Infatti è dalla croce che si ha la piena e più alta adesione di fede.
La Passione, allora deve diventare il vero thesaurus credentium, come scriveva l’Imitazione di Cristo.
O, come suggeriva una glossa agostiniana, la narrazione della Passione, «diretta dalla fede, deve dirigere la fede».

SPUNTI PASTORALI
1. Il Dio della croce è il Dio «svuotato» (11 lettura), solidale con l’uomo sino alla frontiera estrema, quella della morte. Da questa vicinanza estrema nasce una diversa concezione di Dio: egli non sta lassù, isolato nella sua splendida sfera trascendente, ma si fa solidale e fratello.
Da questa vicinanza estrema nasce una diversa concezione dell’uomo: la «carne» e la storia dell’uomo hanno un senso, contengono un seme di divinità e di eternità che sta crescendo e fiorendo.
Il mondo e l’uomo sono ora santi e consacrati dal passaggio di Dio: è nata la «storia della salvezza». Da questa vicinanza estrema nasce anche una diversa concezione del destino: alla visione del Dio giudice si sostituisce quella del Dio che ama e che si dona per riscattare dal male il suo fratello più debole. Scriveva J. Moltmann nella sua nota opera II Dio crocifisso: «Il Dio della libertà, il vero Dio, non lo si conosce dalla potenza e dalla gloria che egli manifesta nel mondo ma dalla sua impotenza e agonia sofferte sul legno della vergogna, sulla croce di Gesù. Gli dei del potere e dell’opulenza, che vivono nel mondo e nella sua storia, stanno dall’altra parte della croce, perché è in loro nome che Gesù viene crocifisso».

2. Davanti alla croce di Cristo sfila l’umanità con la sua risposta: c’è il rifiuto drammatico di Giuda, l’odio implacabile del potere sinedrale, la fragilità traditrice di Pietro, la paura del giovinetto anonimo, ma c’è anche il vertice dell’amore e della fede, quello del centurione romano che accoglie nella sua pro-fessione di fede (Mc 15, 39) le parole rivelatrici pronunziate da Gesù durante il suo processo. Si chiude così l’itinerario di tutti i credenti: «Veramente costui è Figlio di Dio!».Dio.

da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola

incamminoverso @ 19:27
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OMELIA 29 MARZO – DOMENICA DELLE PALME

Posté le Vendredi 27 mars 2015

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OMELIA 29 MARZO – DOMENICA DELLE PALME

mons. Antonio Riboldi

Domenica delle Palme

Ci volle un gran coraggio – che è la natura dell’amore – da parte di Gesù per entrare in Gerusalemme quel giorno delle Palme. Lui sapeva molto bene e lo avevano avvertito i suoi, gli Apostoli, che il vaso dell’odio e della volontà di toglierLo di mezzo, in coloro che Gesù, disturbava, perché addirittura metteva in crisi la religione dei padri come da loro era interpretata e insegnata, ormai traboccava. Non si sapeva come questo odio potesse esplodere, ma gli Apostoli percepivano che questa volta poteva succedere qualcosa di tragico; certo non immaginavano neppure che sarebbe finita, come poi accadrà, con l’arresto, la passione e la morte in croce del loro amato Maestro. Eppure Gesù li aveva preparati alla Sua fine.
Aveva detto che Lui un giorno sarebbe salito a Gerusalemme e lì gli scribi e i farisei – ossia quei custodi della legge che Gesù non esitava a definire ‘ipocriti’ per il fatto che erano esigenti nel pretendere l’osservanza della legge, che trasgredivano con facilità, ‘nascondendosi’ dietro un’immagine di un Dio padrone e non il vero Dio d’Israele, che sempre è stato per il Suo popolo un Padre premuroso – innocente, Lo avrebbero fatto arrestare, flagellare e condannare a morte, con la sola colpa di essere la VERITA’ e l’AMORE.
Più volte Gesù aveva affermato che sarebbe stato arrestato e messo a morte, ma che poi il terzo giorno sarebbe risorto, e, con la sua morte e resurrezione, avrebbe aperto a tutti la possibilità della resurrezione, la nostra resurrezione!
Chissà con quanta tristezza nel cuore Gesù andava con il suo pensiero alla sorte che gli sarebbe toccata. E fa una grande impressione, al solo leggere il Vangelo, pensare a Gesù che nella notte del Giovedì, dopo avere celebrato la Pasqua con i suoi, si ritira solo nel Getsemani a pregare, chiedendo la compagnia dei tre diletti apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni.
Quante volte, anche noi, nel momento del dolore e della prova, ci sentiamo come Gesù che suda sangue e cerca la compagnia e il sostegno degli amici, che erano a due passi da Lui.
Ma li trova addormentati. Era davvero solo a soffrire: una sofferenza che, sapendo quello che Lo attendeva, gli fa dire: ‘Padre, se è possibile, passi da me questo calice ‘.
Una preghiera che, se fosse stata accolta dal Padre, avrebbe annullato la nostra possibilità di partecipare alla resurrezione.
Ma Gesù è l’Amore, un Amore che non conosce confini e limiti, ecco dunque la sua consapevole scelta e decisione, come uomo e come Dio: ‘ma si compia in me la tua volontà ».
Suscita tanta tristezza il racconto di Gesù che cerca conforto negli apostoli, che aveva scelto, con cui aveva condiviso tutto, volendoli in quel sublime momento vicino a Sé, e… li trova addormentati! Sono scene che richiamano tante volte la nostra storia nel dolore.
Quante volte cerchiamo compagnia e conforto e troviamo solitudine! E, ancor peggio, quante volte siamo ‘addormentati’ di fronte alle richieste di aiuto di chi è nel dolore!!
Quanti insegnamenti ci offre Gesù per la nostra vita, quando soffriamo o quando dovremmo essere un sostegno per chi soffre.
Ma Gesù conosce la nostra debolezza e non si scandalizza. Infatti solo qualche giorno prima della Sua Passione, si era abbandonato all’amore espresso da chi lo accoglieva portando le palme.
Oggi, ricordiamo quel momento di festa, in cui prevalse in tutti un senso o una voglia di pace.
E’ bello anche per noi metterci al seguito di Gesù nel solenne ingresso in Gerusalemme.
Così lo racconta Marco:
« Quando si avvicinarono a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il Monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse: ‘Andate nel villaggio, che vi sta di fronte, e subito entrando in esso troverete un asinello legato, sul quale mai nessuno è salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: ‘Perché fate questo?’ rispondete: ‘Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito’.
Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada e lo sciolsero.
E alcuni dei presenti però dissero loro: ‘Perché fate questo?’. Risposero: ‘Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito’ e li lasciarono fare.
Essi condussero l’asinello da Gesù e vi gettarono sopra i loro mantelli ed Egli vi montò sopra.
E molti stendevano i propri mantelli sulla strada ed altri delle fronde che avevano tagliate dai campi. Quelli poi che andavano innanzi e venivano dietro, gridavano: ‘Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli! ‘. (Mc. 11, 1-10)
E’ stato davvero un atto di gioia e coraggio quello di Gesù, osannato da gente semplice che vedeva in Lui il Messia che suscitava tanta speranza: una speranza che non ha le sue basi nella pomposità degli uomini, che amano esibirsi, ma nella semplicità che ha radici nella povertà di spirito.
Sono davvero gli umili, la gente semplice, quella che, anche oggi, ‘vede’ oltre le apparenze e fa festa a Gesù, che è tra di noi.
Entrare nella vita, cavalcando un asino e attorniato da gente modesta, non so se possiamo chiamarlo, secondo i nostri parametri moderni, un ‘trionfo’. Noi siamo abituati ad altro ed è per questo che non riusciamo a scorgere ed accogliere la bellezza della Pasqua.
Ma per i credenti ci si commuove oggi, celebrando la domenica delle Palme, anche solo tentando di intuire i sentimenti nel cuore di GESÙ, che, conoscendo le Scritture sul Servo sofferente, ben sapeva ciò che lo attendeva in settimana: non più la dolcezza e spontaneità dei ‘piccolì, ma la furia dell’odio di altri che non Lo sopportavano.
Il racconto della passione di Gesù, che la Chiesa ci offre oggi, in chi sa entrare nello spirito del Vangelo, ha sempre un effetto profondo nel suo cuore.
Subito ci viene da identificarci con qualche personaggio che ha un ruolo, più o meno importante nella vicenda. Viene da chiederci « Io chi sono? ». Forse Pietro che nel pericolo Lo rinnega? O Maria di Magdala che lo segue nella via del Calvario fin sotto la croce, condividendo dolore e umiliazione? O Pilato che si lava le mani per non avere fastidi, anche se questo suo non assumersi responsabilità, significa aprire la strada a ingiustizie e crimini? O forse, seppur in momenti diversi, un po’ di ciascuno di loro vive in noi?
Per questo, nonostante le nostre fragilità e le nostre infedeltà, siamo chiamati, come ogni uomo, ad accompagnare Gesù sul Calvario, per essere inondati dal fiume di misericordia che sgorga dal suo costato. Sarà questo lo spirito con cui vogliamo vivere in questa settimana Santa?
Lo auguro di cuore a tutti per uscire ‘nuovi’, davvero risorti a vita nuova nella Pasqua.
Auguri di una buona e santa Settimana!
INVITO ALLA PARTECIPAZIONE, NELLA FEDE, AI RITI DELLA SETTIMANA SANTA.
Chiamiamo, quella che precede la Pasqua, Settimana santa, perché in essa non solo ricordiamo, ma siamo chiamati a partecipare alle stupende liturgie, in cui si compiono i Misteri che si celebrano. Partecipando alle varie celebrazioni, si ha come l’impressione di vedere all’opera l’amore di Dio, che, per associarci di nuovo alla Sua famiglia, ‘si serve’ del Figlio per farci persone nuove, degne di far parte della Loro stessa famiglia, compiendo atti che non sono un ricordo, ma memoria attuale e fondamenta della vita della Sua Chiesa.
Non è concepibile per un fedele fermarsi al ‘folklore’ esterno, che tante volte circonda le varie liturgie. Basta pensare ai cosiddetti ‘sepolcri’, che si allestiscono, la sera del giovedì santo, o alle tante ‘scenografie’ della Via Crucis nella notte della Pasqua di Resurrezione.
Sono simboli o rappresentazioni degli avvenimenti, ma occorre, nella fede, ‘entrare e partecipare’ alla grande Opera divina, al Mistero, che si compie.
Non dobbiamo restare solo spettatori, ma diventare credenti, che vogliono farsi coinvolgere, con tutto il loro essere, dal Mistero di Amore che è la Pasqua di resurrezione di Cristo e nostra.
GIOVEDÌ SANTO: in tutte le cattedrali delle Diocesi al mattino i presbiteri celebrano la festa del sacerdozio, alla presenza e in comunione con il proprio vescovo.
La S. Messa è detta del S. Crisma, perché vengono benedetti e consacrati gli OLI SANTI.
Alla sera vi è la solenne celebrazione Eucaristica, definita ‘In Coena Domini’, ossia ‘nella Cena del Signore’. È la solennità della ‘prima Comunioné della Chiesa, rappresentata dagli Apostoli, con il

Corpo e Sangue di Gesù, donato per sempre quella sera. Una Cena che è la grande manifestazione di Dio che si fa Dono, Pane di Vita, per noi: ‘Mistero grande della fede’.
È qui che si misura quanto conta l’Eucarestia per noi: se poco o se tanto. Ognuno deve chiederselo. Durante la S. Messa vi è la lavanda dei piedi: da Gesù impariamo cosa voglia dire ‘essere servi’ del fratello, chinandosi con gioia per ‘lavargli i piedi’. Non è dare cose, ma ‘donare noi stessi’, la nostra attenzione, il nostro ascolto, il nostro tempo, la nostra accoglienza….
Segue quindi l’esposizione del SS. mo Sacramento per l’adorazione, in quello che un tempo si chiamava ‘sepolcrò.
Al Gloria vengono ‘legate’ le campane che non suoneranno più fino alla Resurrezione.
VENERDÌ SANTO: alle tre del pomeriggio si legge il Passio, quindi vi è il bacio della Croce, come atto di devozione ed amore e la S. Comunione. In tanti luoghi dopo si partecipa alla Via Crucis per le vie cittadine. Noi con chi siamo, il venerdì santo?
Con Maria, Giovanni e le donne a ricordare in Chiesa la passione e baciare il Crocifisso, in attesa della speranza… della resurrezione? O siamo vittime della paura, propria di chi fugge perché non trova più una ragione nella speranza e nel perdono? Ma, se così, dove possiamo andare?
Oppure, Dio non voglia, siamo tra quelli che giocano la vita sull’egoismo, a cui non interessa più che Dio abbia fatto dono del Figlio, per permetterci di uscire dal sepolcro dei nostri peccati e tornare a conoscere la vera vita, senza avere consapevolezza che questa è la vera strada per crocifiggersi… ma senza speranza?
Non si può conoscere la bellezza della vita, se non si conosce l’amore e….. Colui che è l’Amore! SABATO SANTO: la Chiesa, in attesa della resurrezione ‘tace’. Normalmente verso mezzanotte si celebra la Pasqua di Resurrezione, preceduta dalle letture che sono il racconto dell’amore di Dio verso di noi. Si accende il cero pasquale che sarà esposto come segno di Cristo, Luce del mondo. Fino al canto del Gloria e il rinnovato suono delle campane, espressione della gioia ritrovata per la Resurrezione del Maestro, anticipazione della nostra stessa resurrezione.
SONO GIORNI CHE RACCONTANO, CELEBRANO E FANNO MEMORIA – CIOÈ ATTUALIZZANO – LA NOSTRA. SALVEZZA. È UN GRANDE ATTO DI FEDE E DI RINGRAZIAMENTO PARTECIPARE.
Noi ci saremo?
Invochiamo lo Spirito, che ci introduca nel cuore del Mistero della Settimana santa.
Consentiamo a Dio, con fiducia nella Sua Misericordia, di operare nella nostra esistenza, donandoci la Sua pienezza di Vita eterna, oggi quaggiù e domani presso di Lui.

incamminoverso @ 19:26
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Luk-23,26_Way to Calvary

Posté le Jeudi 26 mars 2015

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http://www.artbible.net/3JC/-Luk-23,26_Way%20to%20Calavary_Chemindu%20calvaire/index3.html

incamminoverso @ 19:45
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LODATE DIO CON ARTE (I Salmi)

Posté le Jeudi 26 mars 2015

http://web.tiscali.it/pulchritudo/page70/page103/page103.html

LODATE DIO CON ARTE

In un testo giudaico intitolato Sefer ha-Haggadah, il “libro del racconto” pasquale, leggiamo questo curioso apologo: «Si narra che, quando Davide ebbe finito il libro dei Salmi, si sentì molto orgoglioso. Egli disse a Dio: Padre del mondo, chi fra tutti gli esseri umani che hai creato canta più di me la tua gloria? In quel momento sopraggiunse una rana che gli disse: Davide, non inorgoglirti! Io canto più di te in onore di Dio!». Questa parabola mi aveva offerto anni fa il titolo di un libro che avevo dedicato alla musica e alla teologia nella Bibbia, Il canto della rana (Ed. Piemme). C’è, infatti, nella Bibbia la convinzione che nella natura ci sia una musica bellissima e segreta: «tutto ciò che respira canti l’alleluia», dice letteralmente l’ultimo versetto del Salterio (150,5). La rana, perciò, canta a Dio con tutto il suo essere e «i piccoli del corvo gridano al Signore», come dice il Salmo 147,9. Tuttavia non bisogna dimenticare che la Bibbia esalta la musica creata dall’uomo e invita il popolo a «cantare inni con arte» (Salmo 47,8). Potremmo a questo riguardo elencare una lunga lista di testi biblici che mettono in scena l’orchestra del tempio, il canto, l’armonia della musica.
Pensiamo solo all’Apocalisse con le sue trombe, le arpe, i cori: c’è chi ha definito quel libro «una palingenesi per soli, coro e orchestra». Noi sappiamo, però, che la Bibbia è stata anche alla sorgente di tanta splendida musica. I nostri lettori più fedeli ricorderanno che un paio di settimane fa abbiamo parlato del Magnificat, il canto di Maria messo in musica infinite volte. Ora, invece, faremo un esempio un po’ più difficile.
C’è nel Salterio un inno piccolissimo; ed è il Salmo 117, il più breve di tutti (in ebraico sono solo 17 parole!). Esso era forse usato come una giaculatoria, una specie di Gloria Patri dell’Antico Testamento, da mettere in finale ad altri canti. Ebbene, questo Salmo – nella versione latina della liturgia cattolica è noto come Laudate Dominum – è irrilevante dal punto di vista poetico
ma ha al suo interno due parole che per l’ebreo erano di altissimo livello teologico, l’amore e la fedeltà (hesed e emet), i due sentimenti che uniscono Dio a Israele nel legame dell’alleanza.
Ecco il testo: «Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte nazioni, glorificatelo, perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno». Su questa specie di antifona Mozart ha costruito nel 1780 una composizione colma di stupore e di pace, di esaltazione e di bellezza, il Laudate Dominum in fa minore dei Vespri solenni di un confessore (K 339). In questa rielaborazione lo spirito di fiducia dell’originale è ricreato in una forma che nessuna spiegazione esegetica riesce a dare.
Dopo dieci battute dell’orchestra si apre – come scrive un critico, Marc Vigna! – una meravigliosa cantilena del soprano solo. La melodia viene poi ripresa da! coro in un’atmosfera di ineffabile tenerezza ultraterrena. Poi c’è un breve momento di immobilità e di gioia. E infine la voce soprano dell’Amen finale si unisce al coro e lo domina dolcemente. Provate ad ascoltare per credere!

incamminoverso @ 19:44
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GESÙ ED I CRISTIANI (VISTI DA TRE STORICI DELLA SUA EPOCA)

Posté le Jeudi 26 mars 2015

http://www.tanogabo.it/religione/Scritti_sui_Cristiani.htm

GESÙ ED I CRISTIANI (VISTI DA TRE STORICI DELLA SUA EPOCA)

GIUSEPPE FLAVIO (37-103 circa),
“Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani” (Ant. XVIII, 63-64)

CORNELIO TACITO (54-119)
“Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo” (Ann. XV, 44)

PLINIO IL GIOVANE (61-112/113)
Lettera scritta a Traiano per ottenere istruzioni da seguirsi nel trattare con i cristiani della Bitinia e del Ponto, ove ricopriva la carica di legato con potere consolare.
“E’ per me un dovere, o signore, deferire a te tutte le questioni in merito alle quali sono incerto. Chi infatti può meglio dirigere la mia titubanza o istruire la mia incompetenza? Non ho mai preso parte ad istruttorie a carico dei Cristiani; pertanto, non so che cosa e fino a qual punto si sia soliti punire o inquisire. Ho anche assai dubitato se si debba tener conto di qualche differenza di anni; se anche i fanciulli della più tenera età vadano trattati diversamente dagli uomini nel pieno del vigore; se si conceda grazia in seguito al pentimento, o se a colui che sia stato comunque cristiano non giovi affatto l’aver cessato di esserlo; se vada punito il nome di per se stesso, pur se esente da colpe, oppure le colpe connesse al nome. Nel frattempo, con coloro che mi venivano deferiti quali Cristiani, ho seguito questa procedura: chiedevo loro se fossero Cristiani. Se confessavano, li interrogavo una seconda e una terza volta, minacciandoli di pena capitale; quelli che perseveravano, li ho mandati a morte. Infatti non dubitavo che, qualunque cosa confessassero, dovesse essere punita la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Ve ne furono altri affetti dalla medesima follia, i quali, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero rimandati a Roma. Ben presto, poiché si accrebbero le imputazioni, come avviene di solito per il fatto stesso di trattare tali questioni, mi capitarono innanzi diversi casi.
Venne messo in circolazione un libello anonimo che conteneva molti nomi. Coloro che negavano di essere cristiani, o di esserlo stati, ritenni di doverli rimettere in libertà, quando, dopo aver ripetuto quanto io formulavo, invocavano gli dei e veneravano la tua immagine, che a questo scopo avevo fatto portare assieme ai simulacri dei numi, e quando imprecavano contro Cristo, cosa che si dice sia impossibile ad ottenersi da coloro che siano veramente Cristiani.
Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e i simulacri degli dei, e imprecarono contro Cristo. Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue disposizioni, avevo proibito l’esistenza di sodalizi. Per questo, ancor più ritenni necessario l’interrogare due ancelle, che erano dette ministre, per sapere quale sfondo di verità ci fosse, ricorrendo pure alla tortura. Non ho trovato null’altro al di fuori di una superstizione balorda e smodata.
Perciò, differita l’istruttoria, mi sono affrettato a richiedere il tuo parere. Mi parve infatti cosa degna di consultazione, soprattutto per il numero di coloro che sono coinvolti in questo pericolo; molte persone di ogni età, ceto sociale e di entrambi i sessi, vengono trascinati, e ancora lo saranno, in questo pericolo. Né soltanto la città, ma anche i borghi e le campagne sono pervase dal contagio di questa superstizione; credo però che possa esser ancora fermata e riportata nella norma” (Epist. X, 96, 1-9)
Segue la concisa risposta dell’imperatore Traiano:
“Mio caro Plinio, nell’istruttoria dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi” (Epist. X, 97)

incamminoverso @ 19:42
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Perdonare non significa dimenticare ciò che è successo, ma caricarsi del peso della fragilità, persino del male, di un’altra persona. (citazione dal sito dell’immagine)

Posté le Mercredi 25 mars 2015

 

 Perdonare non significa dimenticare ciò che è successo, ma caricarsi del peso della fragilità, persino del male, di un’altra persona. (citazione dal sito dell'immagine) dans immagini sacre remb_vz_terug1642

http://www.natidallospirito.com/2010/02/19/perdono-e-guarigione/

incamminoverso @ 19:26
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IL CUORE (Benedetto XVI/Dentro la realtà, citazioni e commento)

Posté le Mercredi 25 mars 2015

http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=262&id_n=7723

IL CUORE

LORENZO ALBACETE

Tracce N.3, Marzo 2007

Benedetto XVI/Dentro la realtà

Si presenta come sicuro e autosufficiente artefice del proprio destino, fabbricatore entusiasta di indiscussi successi quest’uomo del secolo ventunesimo. (…) Come non sentire che proprio dal fondo di questa umanità gaudente e disperata si leva un’invocazione straziante di aiuto? (…) Malgrado le tante forme di progresso, l’essere umano è rimasto quello di sempre: una libertà tesa tra bene e male, tra vita e morte. È proprio lì, nel suo intimo, in quello che la Bibbia chiama il “cuore”, che egli ha sempre necessità di essere “salvato”. E nell’attuale epoca post moderna ha forse ancora più bisogno di un Salvatore, perché più complessa è diventata la società in cui vive e più insidiose si sono fatte le minacce per la sua integrità personale e morale.
(Messaggio Urbi et Orbi, 25 dicembre 2006)

Nel cuore di ogni uomo c’è, amici miei, il desiderio di una casa. Tanto più in un cuore giovane c’è il grande anelito a una casa propria, che sia solida, nella quale non soltanto si possa tornare con gioia, ma anche con gioia si possa accogliere ogni ospite che viene. È la nostalgia di una casa nella quale il pane quotidiano sia l’amore, il perdono, la necessità di comprensione, nella quale la verità sia la sorgente da cui sgorga la pace del cuore. È la nostalgia di una casa di cui si possa essere orgogliosi, di cui non ci si debba vergognare e della quale non si debba mai piangere il crollo. Questa nostalgia non è che il desiderio di una vita piena, felice, riuscita. Non abbiate paura di questo desiderio! Non lo sfuggite! Non vi scoraggiate alla vista delle case crollate, dei desideri vanificati, delle nostalgie svanite. Dio Creatore, che infonde in un giovane cuore l’immenso desiderio della felicità, non lo abbandona poi nella faticosa costruzione di quella casa che si chiama vita.
(Incontro coi giovani in Polonia, 27 maggio 2006)

È stato in occasione del messaggio Urbi et Orbi del Natale di quest’anno che papa Benedetto XVI ha sottolineato l’importanza del concetto biblico di “cuore”, concetto essenziale per comprendere il dramma della vita umana all’inizio di questo terzo millennio. La Chiesa proclama Gesù Cristo “Salvatore” del mondo, ma il Papa si chiedeva se gli uomini e le donne di oggi sperimentino o anche solo comprendano il bisogno di un Salvatore. Comprendere il concetto biblico di cuore è essenziale per intendere correttamente l’insegnamento del Papa riguardo al modo in cui la Chiesa prende parte al dramma dell’esistenza umana, così come viene vissuto ai nostri giorni.
Già in Deus caritas est Benedetto XVI aveva scritto: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia». Il contributo della fede cattolica è di determinare quell’«allargamento della ragione», ovvero «l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene» che permette a tutti di cogliere i bisogni umani in relazione alla totalità del reale. Senza questo contributo, le risposte ai bisogni umani – seppur animate dalle migliori intenzioni – degenerano in un’ideologia che «umilia l’uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano» (Deus caritas est, 28).
Come ha ripetutamente insegnato don Giussani fin dall’inizio, la pretesa cristiana non verrà compresa né darà alcun contributo culturale finché non saremo persuasi che «per incontrare Cristo [...] dobbiamo innanzitutto impostare seriamente il nostro problema umano» (L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, Rizzoli, Milano 2006, p. 84). Senza la consapevolezza di ciò che costituisce il cuore dell’uomo, in particolare il suo bisogno d’infinito – che è ciò che ci definisce come umani -, Gesù Cristo resta solo un nome. Le “soluzioni” al dramma della vita si trasformano presto in ideologie.
Di recente un amico ha osservato come qui «negli Stati Uniti sia più facile dire Gesù che dire cuore». Per quanto riguarda l’attuale campagna politica, per esempio, è chiaro come la religione continui a essere una delle sue componenti principali. Il “voto di Dio” continuerà a giocare un ruolo fondamentale per il suo esito finale. Da un lato, il Partito Repubblicano cerca di fare in modo di non perdere il sostegno della “destra cristiana”, dall’altro, i candidati del Partito Democratico ingaggiano società di consulenza che li facciano apparire in profonda sintonia con il linguaggio e coi valori delle comunità religiose. In questo contesto, è facile appellarsi agli insegnamenti di Gesù lasciando che la discussione rimanga sul piano moralistico. L’unico punto di riferimento che può aprire un varco in questa riduzione della proposta cristiana è il “cuore”, dove si sperimenta la natura e la vastità dell’umano bisogno di salvezza. È al livello più profondo dell’esistenza umana che umano e divino si incontrano, che la ragione trionfa sul sentimentalismo, la politica tocca la fede e nasce un’autentica cultura umana.

incamminoverso @ 19:25
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CIÒ CHE MARIA CREDETTE DIVENNE IN LEI REALTÀ – SANT’AGOSTINO, SERMONE 215, 4

Posté le Mercredi 25 mars 2015

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20011223_agostino_it.html

CIÒ CHE MARIA CREDETTE DIVENNE IN LEI REALTÀ

SANT’AGOSTINO, SERMONE 215, 4.

4. « Perciò crediamo in Gesù Cristo nostro Signore, nato da Spirito Santo e da Maria Vergine. La Vergine Maria partorì credendo quel che concepì credendo. Infatti quando le fu promesso il figlio, essa domandò come questo sarebbe successo, dato che non conosceva uomo (e naturalmente le era noto quale fosse il solo modo di conoscere e partorire, ossia che l’uomo nasce dall’unione del maschio e della femmina, modo che essa non aveva sperimentato, ma che aveva appreso dalla normale frequentazione delle altre donne).
E l’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo scenderà su di te; su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo; colui dunque che nascerà da te sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1, 35). E dopo che l’angelo ebbe detto così, essa, piena di fede e concependo Cristo prima nel cuore che nel grembo, rispose: «Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1, 38). Ossia avvenga la concezione nella Vergine senza seme di uomo; nasca da Spirito Santo e da una donna integra colui per il quale integra possa rinascere da Spirito Santo la Chiesa.
Il santo che nascerà dalla parte umana della madre senza l’apporto umano del Padre si chiami Figlio di Dio; colui che è nato da Dio Padre senza alcuna madre, doveva in modo meraviglioso diventare figlio dell’uomo, e così, nato in quella carne, poté uscire piccolo attraverso viscere chiuse, e grande, risuscitato, poté entrare attraverso porte chiuse. Sono cose meravigliose, perché divine; indescrivibili, perché inscrutabili; non è in grado di spiegarlo la bocca dell’uomo, perché non è in grado di esprimerlo il cuore dell’uomo. Maria credette e in lei quel che credette si avverò.
Crediamo anche noi, perché quello che si avverò possa giovare anche a noi. Per quanto infatti anche questa nascita sia ammirabile, tuttavia, o uomo, tu puoi pensare che cosa il tuo Dio si è fatto per te, il Creatore per la creatura; il Dio che è sempre in Dio, l’Eterno che vive con l’Eterno, il Figlio uguale al Padre non ha disdegnato di rivestirsi della condizione di servo per dei servi empi e peccatori. E questa non è stata ricompensa per dei meriti umani; per le nostre iniquità semmai noi meritavamo delle pene; ma se egli avesse tenuto conto delle colpe, chi avrebbe potuto sussistere? (cf. Sal 129, 3). È quindi per dei servi empi e peccatori che il Signore si è degnato di nascere servo e uomo dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria. »

PREGHIERA

Ave Maria e Sub tuum – Madre di Dio Vergine, salve, piena di grazia, il Signore è con te (Lc 1, 28); benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo (Lc 1, 42), perché tu hai generato il Salvatore delle nostre anime.
Sotto la tua misericordia ci rifugiamo, o Madre di Dio: non disprezzare le nostre suppliche nelle tentazioni, ma liberaci dai pericoli, o sola pura, sola benedetta.

A cura della Pontificia Facoltà Teologica «Marianum»

incamminoverso @ 19:23
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Annunciazione, Murillo

Posté le Mardi 24 mars 2015

Annunciazione, Murillo dans immagini sacre 640px-Bartolom%C3%A9_Esteban_Perez_Murillo_023
http://en.wikipedia.org/wiki/Annunciation#/media/File:Bartolom%C3%A9_Esteban_Perez_Murillo_023.jpg

incamminoverso @ 19:34
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