MESSA DEL GIORNO E VANGELI, LINK UTILI

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

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incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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incamminoverso @ 1:25
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Finestra con le Sante Perpetua e Felicita

Posté le Vendredi 6 mars 2015

Finestra con le Sante Perpetua e Felicita    dans immagini sacre

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SANTE PERPETUA E FELICITA MARTIRI – 7 MARZO – † CARTAGINE, 7 MARZO 203

Posté le Vendredi 6 mars 2015

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22950

SANTE PERPETUA E FELICITA MARTIRI

7 MARZO - † CARTAGINE, 7 MARZO 203

Chiusa in carcere aspettando la morte, una giovane tiene una sorta di diario dei suoi ultimi giorni, descrivendo la prigione affollata, il tormento della calura; annota nomi di visitatori, racconta sogni e visioni degli ultimi giorni. Siamo a Cartagine, Africa del Nord, anno 203: chi scrive è la colta gentildonna Tibia Perpetua, 22 anni, sposata e madre di un bambino. Nella folla carcerata sono accanto a lei anche la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, e in gravidanza avanzata; e tre uomini di nome Saturnino, Revocato e Secondulo. Tutti condannati a morte perché vogliono farsi cristiani e stanno terminando il periodo di formazione; la loro «professione di fede» sarà il martirio nel nome di Cristo. Le annotazioni di Perpetua verranno poi raccolte nella «Passione di Perpetua e Felicita», opera forse di Tertulliano, testimone a Cartagine. (Avvenire)

Etimologia: Perpetua = fede immutabile, dal latino – Felicita = contenta, dal latino

Emblema: Palma
Martirologio Romano: Memoria delle sante martiri Perpetua e Felicita, arrestate a Cartagine sotto l’imperatore Settimio Severo insieme ad altre giovani catecumene. Perpetua, matrona di circa ventidue anni, era madre di un bambino ancora lattante, mentre Felicita, sua schiava, risparmiata dalle leggi in quanto incinta affinché potesse partorire, si mostrava serena davanti alle fiere, nonostante i travagli dell’imminente parto. Entrambe avanzarono dal carcere nell’anfiteatro liete in volto, come se andassero in cielo.
Chiusa in carcere aspettando la morte, tiene una sorta di diario dei suoi ultimi giorni, descrivendo la prigione affollata, il tormento della calura; annota nomi di visitatori, racconta sogni e visioni degli ultimi giorni. Siamo a Cartagine, Africa del Nord, anno 203: chi scrive è la colta gentildonna Tibia Perpetua, 22 anni, sposata e madre di un bambino. Nella folla carcerata sono accanto a lei anche la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, e in gravidanza avanzata; e tre uomini di nome Saturnino, Revocato e Secondulo. Tutti condannati a morte perché vogliono farsi cristiani e stanno terminando il periodo di formazione; la loro “professione di fede” sarà la morte nel nome di Cristo. Le annotazioni di Perpetua verranno poi raccolte nella Passione di Perpetua e Felicita, opera forse del grande Tertulliano, testimone a Cartagine. Il racconto segnala le pressioni dei parenti (ancora pagani) su Perpetua e su Felicita, che proprio in quei giorni dà alla luce un bambino. Per aver salva la vita basta “astenersi”. Ma loro non si piegano.
Questo accade regnando l’imperatore Settimio Severo (193-211), anche lui di origine africana, che è in guerra continua contro i molti nemici di Roma, e perciò vede ogni cosa in funzione dell’Impero da difendere; e tutto vorrebbe obbediente e inquadrato come l’esercito. Con i cristiani si è mostrato tollerante nei primi anni. Ma ora, in questa visione globale della disciplina, che include pure la fede religiosa, scatena una dura lotta contro il proselitismo cristiano e anche ebraico. Cioè contro chi ora vuole abbandonare i culti tradizionali. Per questo c’è la pena di morte: e morte-spettacolo, spesso, come appunto a Cartagine. Perpetua, Felicita e tutti gli altri entrano nella Chiesa col martirio che incomincia nell’arena, dove le belve attaccano e straziano i morituri. E poi c’è la decapitazione.
Perpetua vive l’ultima ora con straordinarie prove di amore e di tranquilla dignità. Vede Felicita crollare sotto i colpi, e dolcemente la solleva, la sostiene; zanne e corna lacerano la sua veste di matrona, e lei cerca di rimetterla a posto con tranquillo rispetto di sé. Gesti che colpiscono e sconvolgono anche la folla nemica, creando momenti di commozione pietosa. Ma poi il furore di massa prevale, fino al colpo di grazia.
Nei Promessi sposi, il Manzoni ha chiamato Perpetua la donna di servizio in casa di don Abbondio; e il nome di quel personaggio letterario così fortemente inciso è passato poi a indicare una categoria: quella, appunto, delle “perpetue”, addette alla cura delle canoniche. Cesare Angelini, il grande studioso del Manzoni, ritiene che egli abbia tratto quel nome dal Canone latino della Messa, « dov’è allineato con quelli dell’altre donne del romanzo: Perpetua, Agnese, Lucia, Cecilia… ».

Autore: Domenico Agasso

incamminoverso @ 19:15
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I / NON AVRAI ALTRO DIO FUORI DI ME II / NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO – GIANFRANCO RAVASI

Posté le Vendredi 6 mars 2015

http://www.liturgiagiovane.it/new_lg/print_save.asp?nf=documenti/ARTICOLI/1243.htm&ns=1243

I / NON AVRAI ALTRO DIO FUORI DI ME II / NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO

(non trovo il seguito, ma trattandosi di uno studio di Ravasi, anche se tratta solo dei due primi comandamenti, lo posto ugualmente)

Quel creatore « geloso » che libera la sua creatura

Dalla legge divina alla fedeltà umana.

Autore: Gianfranco Ravasi

Tratto da: Famiglia Cristiana del 29/02/2004

«Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio» (Esodo 31,18). È suggestiva questa immagine del dito divino che incide sulla pietra, quasi fosse un’epigrafe perenne, la sua parola. Essa s’incarna per eccellenza nelle « dieci parole » o precetti – tale è appunto il significato del termine di origine greca « Decalogo » usato per indicarle – che la Bibbia offre in due redazioni segnate da lievi variazioni: una è nel capitolo 20 del libro dell’Esodo, mentre l’altra è nel capitolo 5 del Deuteronomio, il quinto libro dell’Antico Testamento.
Ora noi cercheremo di illustrare i primi due comandamenti, omogenei tra loro perché hanno al centro la figura di Dio. Inizieremo col primo, che è quasi l’architrave di tutta l’architettura spirituale del Decalogo. Esso si apre con una dichiarazione in cui il Signore si presenta come persona che proclama un « io », ossia un’identità, e che agisce intervenendo nella storia: «Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù». Il Dio che entra in scena, parla e si rivela: è, perciò, un liberatore ed è a questo primo suo atto, che precede ogni nostra azione, che dobbiamo dare una risposta di adesione.
Ecco, allora, l’impegno del primo comandamento, che nel testo biblico ha una formulazione ben più vasta del sintetico: «Non avrai altro dio fuori di me» usato dalla tradizione. Tre, infatti, sono le descrizioni del nostro impegno di fedeltà al Signore. Innanzi tutto dobbiamo riconoscere la sua unicità assoluta contro ogni tentazione politeistica. È quello che si definisce come un « monoteismo affettivo »: non è tanto il riconoscere in sede teorica che non ci sono altri dèi, bensì «avere un Dio a cui il cuore si abbandona totalmente», come aveva giustamente commentato Lutero.
C’è, poi, un’altra definizione del comandamento: «Non ti farai idolo né immagine alcuna…». Il pensiero corre alla scena del vitello d’oro, che subito dopo è narrata dall’Esodo (cap. 32). In realtà essa rappresentava la tentazione di un popolo nomadico-agricolo di raffigurare la divinità, sorgente della vita, nell’immagine di un toro fecondo. L’appello del Decalogo è chiaro e tagliente: Dio non è riducibile a un oggetto o a un segno magico, la sua è una realtà infinita ed eterna che travalica spazio e tempo e, se proprio si vuole pensare a una sua immagine, c’è una sua creatura particolarmente amata: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò» (Genesi 1,27).
Ecco, infine, un’ultima formulazione del primo comandamento: «Non ti prostrerai davanti agli idoli e non li servirai». L’atto di culto dev’essere riferito solo al Signore, come replicherà Cristo a Satana che, mostrandogli il fascino del potere e del possesso, gli aveva suggerito di « prostrarsi e adorarlo »: «Vattene, Satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto!» (Matteo 4,9-10). E a questo punto il comandamento ricorda che il Signore è «un Dio geloso», un simbolo vivace per evocare la passione divina nei confronti della sua creatura, libera nel respingerlo ma anche nella scelta di essere legata a lui da un nodo d’amore.
Possiamo, così, concludere la riflessione sul primo comandamento, il più ampio, invitando a leggerlo nella sua stesura completa in Esodo 20,1-6: esso è un forte appello alla purezza della fede nei confronti di un Dio vivo e personale, esigente ma anche amoroso, tant’è vero che, se ricorda il peccato punendolo «fino alla quarta generazione», perdona chi è pentito e svela il suo amore «fino alla millesima generazione», come è scritto nella stessa pagina biblica del primo precetto.
Il secondo comandamento, molto più lapidario, aggiunge un’altra pennellata a questo ritratto divino: «Non nominare il nome di Dio invano» è per noi spontaneamente la condanna della bestemmia. E questo ha un suo fondo di verità perché essa incarna un’aggressione carica di odio e di disprezzo nei confronti della realtà di Dio: il « nome » nel linguaggio biblico è appunto la persona. Spesso, soprattutto nel mondo occidentale, la bestemmia è ridotta a un intercalare volgare e miserabile e perde la sua violenza, rimanendo pur sempre un’offesa impotente alla divinità.
Tuttavia, nel mondo semitico ove la bestemmia in questo senso è ignota, il significato primario del comandamento è un altro ed è legato al termine « invano ». In ebraico la parola usata (shaw’) indica qualcosa di « falso, vuoto, vano, inutile » ed era il vocabolo con cui si indicava spregiativamente l’idolo. Scopriamo, allora, un altro senso da attribuire al secondo precetto, un senso che lo collega al primo. La vera bestemmia è scambiare il nome-persona di Dio col nome « vano » delle cose cui ci aggrappiamo e che consideriamo come un tesoro al quale tutto sacrificare. È l’auto-adorazione dell’uomo o la sostituzione di una cosa (denaro, potere, piacere, successo) al Dio vivente.
Risuona, allora, la voce del Salmista che idealmente commenta il nostro comandamento: «Non vogliate affidarvi alla forza, le rapine non portano frutto; pur se abbonda la ricchezza, mai ponete in essa il vostro cuore… Solo in Dio il mio cuore riposa, da lui viene la mia speranza. È mia rupe e mia salvezza lui solo, la mia roccia: io più non vacillo» (Salmo 62,2-3.11).

incamminoverso @ 19:13
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OMELIA III DOMENICA DI QUARESIMA B

Posté le Vendredi 6 mars 2015

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/6-Quaresima/3a-Domenica-B-2015/10-03a-Quaresima-B-2015-UD.htm

8 MARZO 2015 | 3A DOMENICA – T. QUARESIMA B | OMELIA

3A DOMENICA – T. QUARESIMA 2015

Per cominciare
La Quaresima che stiamo vivendo ci chiama a una verifica in profondità su come viviamo l’alleanza con Dio, alleanza che è stato il momento centrale dei quarant’anni passati nel deserto dagli ebrei in fuga dall’Egitto. Ma siamo invitati anche a riflettere sulla genuinità dei nostri atti di culto. Proprio perché l’esteriorità dei gesti non si sostituisca all’atteggiamento del cuore e questi non rimangano dei puri gesti esteriori.

La Parola di Dio
Esodo 20,1-17. Il popolo d’Israele in marcia verso la terra promessa riceve la legge, che farà di un gruppo di nomadi il popolo di Dio; e di Dio, il Dio d’Israele. Il Decalogo è un codice di vita che tocca da vicino la vita personale e sociale di tutti. « Dieci parole » che rimangono sempre attuali in ogni epoca della storia.
1 Corinzi 1,22-25. Gli ebrei cercano i miracoli, la riuscita, il potere; i Greci si fidano solo della propria sapienza, della logica, della razionalità: noi cristiani teniamo fisso lo sguardo verso un Dio crocifisso, su Gesù, nostra norma di vita.
Giovanni 2,13-25. Un episodio singolare che Giovanni pone all’inizio della vita pubblica di Gesù. Un gesto clamoroso e profetico, per sottolineare che è Gesù il nuovo tempio e il cuore della nuova fede evangelica.,

Riflettere…
o La parola di Dio quest’oggi ci presenta nella prima lettura il momento in cui Mosè consegna al popolo d’Israele in viaggio verso la terra promessa la legge, che sarà poi sintetizzata nel Decalogo. Un documento d’intesa che doveva regolare i rapporti di alleanza tra Iahvè e il suo popolo.
o Con questa legge Dio chiede al popolo d’Israele di avere verso lui una fede genuina (monoteistica); di avere rispetto per lui, per il suo nome (non tanto il nostro « non bestemmiare », cosa impensabile nel mondo ebraico); e poi di santificare il giorno del riposo di Dio, per dedicarlo a lui e alla sua gloria.
o La legge regola nella seconda parte il rapporto degli uomini tra di loro: verso il padre e la madre, verso ogni uomo; evitando ogni forma di violenza, la falsa testimonianza, una vita sessuale irregolare e sfrenata, la bramosia del possesso.
o La legge diventerà l’espressione culminante dell’alleanza tra Iahvè e il suo popolo. Sarà per loro motivo di orgoglio, ne diventeranno addirittura fanatici. Finendo quasi per idolatrarla, codificandola in gesti rituali obbliganti, schiavizzanti.
o I profeti interverranno per purificare questa osservanza puramente esteriore: Gioele: « Laceratevi il cuore e non le vesti… » (2,13); Isaia: « È forse questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? (58,5-7); Zaccaria: « Praticate una giustizia vera: abbiate amore e misericordia ciascuno verso il suo prossimo. Non frodate la vedova, l’orfano, il forestiero, il misero e nessuno nel cuore trami il male contro il proprio fratello » (7,9-10). Gesù molte volte, e Paolo, dovranno precisare l’ipocrisia di un certo tipo di osservanza della legge ritenuta per se stessa salvifica.
o Quanto all’episodio narrato dal vangelo, si tratta sicuramente di un fatto singolare, ci presenta un Gesù inedito. Perché Gesù è abitualmente calmo, anche nei momenti di maggior tensione. Sempre padrone di se stesso, equilibrato, non ama i gesti teatrali. Eppure questa volta si dà a un gesto clamoroso, violento, pubblico.
o Quello di Gesù è un gesto polemico verso i guardiani del tempio, che lo hanno trasformato in una specie di mercato. Gesù parla così perché è facile approfittare delle cose di Dio, per trarne vantaggi dal punto di vista economico o per il prestigio personale o sociale.
o Giovanni pone questo episodio all’inizio del suo vangelo come a dire che è questo l’obiettivo di tutta l’attività pastorale di Gesù: purificare la religiosità degli ebrei, soprattutto quella ufficiale, che con il tempo si era trasformata in varie forme di formalità e dipendenza.
o Gli altri evangelisti collocano l’episodio nell’ultima settimana della vita di Gesù. Fino a quel momento, Gesù non è mai stato « ufficialmente » a Gerusalemme. Nel loro racconto, l’episodio sarà determinante per condannarlo a morte, perché con questo gesto si presenta come un rivoluzionario sociale e rischia di creare spaccature profonde fra il popolo e l’autorità religiosa.
o Dice Gesù: « Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato! ». Parole che sono una chiara allusione a quelle del libro del profeta Zaccaria. Proprio nell’ultimo capitolo vi si legge: « Ecco, viene un giorno per il Signore… e in quel giorno non vi sarà neppure un mercante nella casa del Signore degli eserciti » (Zc 14,1.21). Gesù compie questo gesto come un oracolo profetico: egli è il Figlio che viene, nel giorno del Signore, nella casa del Padre suo.
o Se attorno al tempio era sorto un mercato in qualche misura inevitabile, anzi necessario al culto (le offerte al tempio andavano fatte unicamente con monete ebraiche, ed è chiaro che gli animali non si potevano portare con sé da lontano…), Gesù sente tutto lo stridore tra l’esigenza della preghiera e quell’urlare, quel mercanteggiare. Come vedere in quel baccano, nel suono delle monete, nel contrattare feroce le espressioni dell’alleanza? Gesù sapeva che il tempio si era trasformato in un « centro di magia, di superstizione e di oscuri interessi » (G. Ravasi).
o La pagina di Giovanni cita appunto il salmo 69, che al versetto 10 dice: « Mi divora lo zelo per la tua casa ». Un versetto che apre ad altre considerazioni importanti. Chi prega nel salmo è un giusto in difficoltà. Anche Gesù si sente chiamato a purificare il tempio a costo della sua vita. Sarà proprio questo zelo, questa pietà per il tempio che si rivolterà contro di lui. Gesù adempirà perfettamente le Scritture.
o Il tempio di Gerusalemme era la massima espressione della gloria del popolo di Israele, il centro di unità del paese, in qualche modo l’incarnazione di Iahvè. Nel vangelo di Giovanni, Gesù molte volte si troverà a Gerusalemme e svolgerà la sua attività nei dintorni del tempio, proprio per il significato simbolico che il tempio rappresentava per la religiosità dei Giudei.
o Ma Gesù con il suo gesto clamoroso intende richiamare alla sostanza del culto, e invita a vedere in lui il cuore della nuova religiosità. Tutto il complesso di riti e sacrifici, e la stessa alleanza, che aveva il suo centro nel tempio, ora la si trova nella persona di Gesù: è lui il vero tempio di Dio nel quale può avvenire l’incontro fra Dio l’uomo.
o Per questo Gesù sfida i Giudei parlando della risurrezione del suo corpo. Ma essi intendono quelle parole come un’offesa contro il tempio, e questa era considerata sacrilegio, offesa grave, punibile persino con la morte. Le oscure parole di Gesù spingono i Giudei a chiedergli prima un segno e poi una spiegazione. La costruzione del tempo di Gerusalemme era cominciata durante regno di Erode il Grande nell’anno 20-19 a.C. e si era conclusa nel 27 d.C., più o meno nel momento di questa controversia. Gesù parla del suo corpo, della sua risurrezione, ma queste dichiarazioni saranno capite a suo tempo soltanto dai suoi discepoli.
o Il brano termina con la dichiarazione che, vedendo i segni che Gesù compiva molti cominciarono a credere in lui. La stessa cosa è avvenuta dopo il miracolo delle nozze di Cana. Ma si dice anche che Gesù non si fidava di loro, perché li conosceva troppo bene. Tutto vangelo sarà caratterizzato da questo duplice atteggiamento nei confronti di Gesù: molti hanno verso di lui una fede iniziale, e nello stesso tempo ne prenderanno le distanze.

Attualizzare
* Una domanda sarebbe legittima: chi sono oggi i « mercanti del tempio »? Coloro verso cui Gesù prenderebbe la frusta? Si diceva in passato: i fabbricanti di armi, gli spacciatori di droga, camorristi e mafiosi, i violentatori di donne e bambini.
* È certo che Gesù avrebbe molto da dire a costoro. Ma sembra più corretto domandarci perché la chiesa propone a noi questo brano, a noi che facciamo già qualcosa di meglio di tanti altri che trascurano, per esempio, l’impegno di santificare la domenica andando a messa.
* Possiamo chiederci quale tipo di religiosità ci caratterizza, se siamo delle persone che si lasciano prendere il cuore, o se si danno ai riti per tradizione, senza metterci l’anima.
* Possiamo pensare alla religiosità popolare, a quella che circola nei grandi santuari. Una religiosità che rischia di trasformarsi in puro turismo religioso, o addirittura in una forma di superstizione.
* Certe forme di religiosità in cui i gesti esteriori sono sfacciatamente prevalenti, non si sa dove conducano. Alcune feste religiose paesane, in cui il trasporto di statue e di enormi carri e candelabri, il suono della banda e le chiacchiere di chi partecipa fanno pensare più a qualcosa di folcloristico, che di religioso; più esibizione di una certa forza muscolare di chi si misura orgoglioso con il peso della statua e del carro, che non a un atteggiamento di fede. Non si può non porre un grosso punto interrogativo su tutte queste forme esteriori di culto. Anche se molta gente semplice riesce probabilmente a trasformare anche queste forme di religiosità in gesti di fede e di sincera preghiera.
* Gesù afferma che non è più il tempio il luogo dell’incontro con Dio, non è più il tempio quella significativa « tenda del convegno » che permetteva il dialogo con Dio. « È finito il tempo in cui Dio sia assegnato a una residenza sacra, prigioniero delle pietre e delle mura degli uomini: Dio non abita dentro, ma fuori, libero, sulle strade del mondo » (L. Pozzoli).
* Come ha detto Gesù alla samaritana, ora Dio vuole che « i veri adoratori lo adorino in spirito e verità » (Gv 4,23). Ai sacrifici del passato, ai gesti di culto compiuti come per una tassa da pagare, c’è ora l’unico sacrificio di Cristo che si è offerto per noi sulla croce, ed è rimasto tra noi fino alla fine dei tempi nella cena eucaristica e nella comunità ecclesiale, fatta di fratelli da amare. « Voi siete il tempio di Dio », dice Paolo (1Cor 3,16).
* La pagina di vangelo si conclude amaramente con una frase un po’ oscura: Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti fino in fondo. Quanto stenta ad affermarsi la fede schietta attorno a Gesù! Fino all’ultimo gli starà vicina gente dalla fede piccola e incerta.
* Quanto alla prima lettura, è inevitabile in questo tempo di Quaresima, in cui tante volte siamo esortati a rendere la nostra religiosità meno esteriore e più personale, fare una riflessione anche su come viviamo i dieci comandamenti. Perché se la nostra fede quaresimale non è supportata dalla vita vissuta, i nostri atti di culto rischiano di diventare qualcosa di chiuso in se stesso, senza alcuna efficacia e senza rendere gloria a Dio.
* Gesù che ha preso talvolta distanza dalla legge, ne ha anche confermata la validità. Il Decalogo infatti è la legge di Dio scolpita dentro di noi, ed è per tutti un punto di riferimento fondamentale. Chi trascura uno dei comandamenti deve presumere di aver infranto l’alleanza con Dio e aver peccato. Ci si può illudere, a volte la coscienza stessa può essere mal formata, ma chi uccide, chi ruba, chi calunnia… può ben pensare di amare Dio: in realtà nel fondo del suo cuore compie delle scelte contro di lui.
* È inutile quindi fare quaresima in chiesa, se poi ci comportiamo da violenti e vendicativi, se abbandoniamo i nostri genitori nella loro vecchiaia, se viviamo di menzogna e di furbizie, se ci diamo a una vita sessuale disordinata e senza freni. Se non accettiamo alcune regola per la nostra vita e ci costruiamo una personalità dove per Dio non c’è posto. Se invece tutti ci lasciamo abitare dai comandamenti, vivremmo in una società profondamente diversa, costruiremmo il regno di Dio.

Un gesto profetico?
Un parroco di Rivarolo di Toscana era un tipo originale e un po’ « carismatico ». Evangelicamente esigente, era molto radicale, ma riusciva a farsi accettare dai suoi parrocchiani, che lo trovavano gradito ed efficace. Raccoglieva frutti. Ecco che un giorno lo si vide arrivare in chiesa con l’apparecchio televisivo e mandarlo in frantumi scagliandolo a terra li, davanti a tutti. E spiegava: « Così tutti avete visto che io non ho più il televisore… ».

In origine la chiesa
« All’inizio la chiesa era la casa. I gesti significativi non sono i riti, il sacrificio di animali, ma lo spezzare il pane. Niente di più semplice, di più quotidiano e coinvolgente. « Gesù non li manda a compiere un ministero religioso, a spargere benedizioni, a costruire templi, ad alzar statue, a fare processioni… li manda a realizzare la pace » (padre Ernesto Balducci).

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA

incamminoverso @ 19:11
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Old Woman Reading a Bible

Posté le Jeudi 5 mars 2015

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incamminoverso @ 19:22
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L’ANZIANO NELLA BIBBIA

Posté le Jeudi 5 mars 2015

http://www.unionecatechisti.it/Catechesi/Esper/PPast/Anziani/Anz06.htm

L’ANZIANO NELLA BIBBIA

( A cura di Mons. Lino Baracco e don Alberto Chiadò )

Per la Bibbia, la vecchiaia e la morte compaiono sulla scena dell’umanità con il primo uomo.
Afferma la Genesi che « l’intera vita di Adamo fu di novecentotrenta anni, poi morì » ( Gen 5,5 ).
La storia di Dio con il suo popolo è inaugurata proprio da una coppia di persone anziane: Sara la sterile e Abramo carico di anni non si aspetta nulla dall’avvenire ( Gen 11,29s ).
In tutta la S. Scrittura l’anzianità merita grande rispetto: nel libro del profeta Daniele, Dio stesso è chiamato il « Vegliardo » ( Dn 7,9-22 ).
Il termine ebraico che definisce la persona anziana e che all’origine indica « colui che porta la barba », fa riferimento sia al vecchio che all’anziano, con una concezione e un ruolo diversificati.
I vecchi hanno visto i loro anni moltiplicarsi, sono riconoscibili dai capelli bianchi o grigi e meritano onore ( Lv 19,32; Pr 20,29 ).
Gli anziani svolgono un ruolo fondamentale nella società israelitica e devono prendere decisioni importanti nella vita politica e sociale; il Deuteronomio attribuisce loro una funzione giuridica di primo piano ( Dt 19 ).
Però non tutti gli « anziani » sono « vecchi », anche se più che quarantenni e viceversa la nozione di anzianità, anzi della vecchiaia, oscilla tra i cinquanta e i settant’anni: Le donne anziane forse erano più numerose.
I mezzi di sussistenza delle persone da 60 anni in poi dovevano essere molto scarsi.
Vediamo ora alcune immagini emblematiche dell’anzianità nell’Antico Testamento, da cui emerge che la vecchiaia è dono di Dio, non idealizzando un’età carica di acciacchi e affanni, e considerando che l’anzianità riserva molte sorprese in bene e in male.
Infine ricorderemo i compiti sociali e i carismi propri dell’età anziana.

1. La vecchiaia come dono di Dio
Per vivere in modo positivo la vecchiaia, si deve innanzi tutto accettare il fatto che si è vecchi.
Tuttavia occorre avere coscienza che essa è spesso carica di problemi, paure, sofferenze – non ultima la prossimità della morte.
La vecchiaia è corona del giusto ( Pr 10,27 ).
« I giusti nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi » ( Sal 92,15 ), come Abramo e gli altri patriarchi amici di Dio.
Il giusto muore « sazio di giorni » ( Gen 25,8 ) cosciente che la sua vita è stata piena ( Sir 44,14-15 ).
Un esempio è Tobia morto a 112 anni: Aveva 62 anni quando divenne cieco: dopo la sua guarigione visse nella felicità, praticò l’elemosina e continuò sempre a benedire Dio e a celebrare la sua grandezza ( Tb 14,2 ).
La stessa morte è vissuta nella benedizione riconoscente, attorniata dai figli e nipoti a cui si dà esempio anche nel morire ( vedi Giacobbe, Gen 49 ).
La morte è vissuta anche come sereno martirio, piuttosto che accettare l’idolatria, lasciando così nobile esempio ai giovani ( vedi Eleazaro in 2 Mac 6,23-28: « …preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa »).
Quell’incamminarsi deciso verso la morte dà la misura della statura morale dell’anziano, un esempio per i giovani che cercano modelli che incarnino i valori e le convinzioni, prima ancora di proclamarli.

2. Il disincanto
Sembra essere la prima, insostituibile medicina contro ogni precoce invecchiamento.
Il vecchio Giacobbe dichiara al Faraone; « Gli anni del mio pellegrinaggio sono 130.
Pochi e infelici sono stati gli anni della mia vita, e non hanno raggiunto il numero degli anni dei miei padri, al tempo della loro vita nomade. » ( Gen 47,8-9 ).
Il Sal 32,3-4 descrive con realismo il decadimento biologico: « Sono diventato arido come un coccio, si sono consumate le mie ossa, svanito il mio vigore come da arsura estiva ».
Il libro di Giobbe, pone un problema teologico: si domanda se Dio sia giusto, dal momento che molti malvagi vivono una vecchiaia sana e felice, e invece molti giusti si trascinano in una vecchiaia squallida e triste oppure sono colti nel pieno vigore da una morte immatura.
Il volto veramente oscuro della vecchiaia emerge da una cupa e suggestiva rappresentazione metaforica che ne dà il Qo 12,1-8 (Qohelet significa « il predicatore »).
« Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire:
« Non ci provo alcun gusto », prima che si oscuri il sole, la luce, la luna e le stelle (facoltà celebrali) e ritornino le nubi dopo la pioggia;
quando tremeranno i custodi della casa (le braccia) e si curveranno i gagliardi (le gambe) e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste in poche (i denti) e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre (gli occhi) e si chiuderanno le porte sulla strada (le orecchie);
quando si abbasserà il rumore della mola (la voce) e si attenuerà il cinguettio degli uccelli (sonno leggero) e si affievoliranno tutti i toni del canto (la sordità);
quando si avrà paura delle alture (difficoltà a salire) e degli spauracchi della strada (la difficoltà a camminare);
quando fiorirà il mandorlo (la canizie) e la locusta si trascinerà a stento (il corpo diventa pesante) e il cappero non avrà più effetto (perdita di capacità sessuale).
L’uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada; prima che si rompa il cordone d’argento e la lucerna d’oro si infranga e si rompa l’anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo e ritorni la polvere alla terra, come era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.
Vanità delle vanità, dice Qohelet e tutto è vanità ».
Anche i salmi sovente esprimono, in ambito sapienziale, i profondi interrogativi di una vita chiamata all’esistenza e alla gioia da un Dio che poi permette il disfacimento totale della sua creatura.
« Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani…
È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre?
Può Dio aver dimenticato la misericordia, aver chiuso nell’ira il suo cuore ? » ( Sal 77 ).
Gli increduli provocano: « Dov’è il tuo Dio ? » ( Sal 42,4 ); oppure il lamento esce dal profondo del cuore: « Perché mi hai abbandonato? » ( Sal 22,2 ).
L’esegesi contemporanea risalta un’interpretazione del messaggio di Qohelet che mette in luce l’eloquenza del silenzio della parola di Dio: Dio parla anche quando tace.

La brevità della vita.
Ma il disincanto degli anziani di fronte ai più tristi eventi della vita nella Bibbia deve sgorgare da una riflessione matura come quella del Sal 90 che è una meditazione sulla brevità della esistenza umana, indebolita dalle sventure e minacciata dalla morte:
« Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira, finiamo i nostri anni come un soffio.
Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica e dolore; passano presto e noi ci dileguiamo ». ( Sal 90 )
Tra le considerazioni da farsi, viene spontaneo pensare ai lunghi tratti di tempo che le persone anziane hanno a loro disposizione e che spesso non sanno come utilizzare.
Solo chi ha imparato a ritagliarsi spazi adeguati alla solitudine e per il silenzio non proverà tedio, se gli capiterà di passare ore e ore da solo. Il rimedio, secondo la Bibbia, è la meditazione, letture distensive e istruttive, audizione di musica, dialoghi e visita a persone amiche; viaggi e pellegrinaggi per aggiornarsi culturalmente e per dilatare gli spazi della carità.
Il rimedio infine, può essere la preghiera che concentra le energie e le fa convergere verso Dio, rasserena l’animo, lo innalza verso l’alto, lo apre verso i fratelli.

Bibbia è il manuale della preghiera per eccellenza!
3. Le sorprese
La vecchiaia può essere anche l’età delle sorprese: Dio ama rivelarsi in modo sempre nuovo e imprevedibile; talvolta sceglie proprio persone anziane, per farci capire che dinanzi a Lui tutte le stagioni della vita umana sono significative e preziose.
a) A non poche persone anziane – donne e uomini – Dio ha voluto donare un figlio.
Tra tutte le coppie di cui parla la Bibbia ricordiamo Abramo e Sara ( Gen 15 ), Zaccaria e Anna ( Lc 1 ).
Solo Dio può procurare tale gioia a una persona anziana, perché il servizio alla vita è possibile a ogni stagione dell’esistenza.
b) Agli occhi di Dio, le stagioni della vita umana, pur distinguendosi, non si contrappongono, né si annullano.
In un passo della Sap 4,7-16 il saggio identifica la longevità con la maturità spirituale: « il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo.
Vecchiaia veneranda non è la longevità, ma sta nella sapienza ».
Nella Bibbia ebraica la vita è inseparabile dalla « qualità della vita »: la vita è e resta dono di Dio, benedizione di Dio, che non annulla le perdite, ma arricchisce e fornisce la possibilità di crescere spiritualmente.
c) Purtroppo gli anziani talvolta diventano l’emblema della malvagità, della dissolutezza, dell’empietà.
Questo compare nella storia di Susanna ( Dn 13 ) e nella vicenda della donna adultera, nel Nuovo Testamento ( Gv 8,1-11 ).
Figure squallide di anziani che rattristano l’animo, sono pure i cosiddetti « amici » di Giobbe che si alternano nell’accusarlo.

4. Il carisma
Quale apporto possono e devono dare alla comunità sia civile che religiosa gli anziani, tenendo conto anche del ricco contributo che ci proviene dalla Bibbia.
a) Anzitutto « rileggere » la propria vita con quel supplemento di saggezza che essi hanno acquisito col volgere degli anni.
Vedi il Sal 73: il giusto capisce che, nonostante le sue sofferenze o difficoltà, ha una sorte migliore dell’empio che in terra ha goduto di tanta prosperità.
Questa posizione di particolare dignità comporta per tutti l’obbligo di rendere onore all’anziano e alla sua sapienza: « Alzati davanti a chi ha i capelli bianchi, onora la persona dell’anziano e temi il tuo Dio. Io sono il Signore ». ( Lv 19,92 )
L’apostolo Paolo prescrive a Timoteo: « Non riprendere duramente un uomo anziano, ma esortalo come fosse tuo padre; i più giovani come fratelli; le donne anziane come madri e le più giovani come sorelle, in tutta purezza » ( 1 Tm 5,1-2 )
L’onore da rendere all’anziano è strettamente connesso al quarto comandamento: « Onora tuo padre e tua madre ».

b) Poi il prezioso servizio di « consigliare ».
Si legge in Sir 25: « Come si addice la sapienza dei vecchi, il discernimento e il consiglio alle persone eminenti ».
L’anziano ha anche l’importante ruolo di trasmettere la Rivelazione di Dio alle giovani generazioni; egli è la tradizione vivente della storia sacra.
Nell’Esodo, il più giovane della famiglia deve alzarsi e chiedere al più anziano la memoria dell’evento costitutivo del popolo ebraico, la Pasqua ( Es 12 ).
Anche il Sal 44,2: « O Dio, noi udimmo con le nostre orecchie i nostri padri ci hanno raccontato l’opera da Te compiuta nei loro giorni ». Vedi anche Sal 92.
Possiamo dedurre dai testi esaminati quanto sia importante nella Bibbia il rapporto tra anziani e le giovani generazioni, a diversi livelli, ma con prospettive sostanzialmente identiche.
A livello genetico la continuità della vita dell’anziano nel giovane assicura il futuro, la sopravvivenza personale del padre nel figlio e la perpetuità della famiglia.
Noi occidentali usiamo il cognome, cioè il nome della famiglia, della razza, dell’etnia…, gli orientali indicano il riferimento immediato al proprio genitore: Isacco figlio di Abramo.
A livello carismatico la benedizione di Dio per sé e per gli altri, di cui è portatore il padre anziano, passando nel figlio, permette alla storia di Dio con il popolo eletto di essere storia di salvezza per tutta l’umanità.
A livello etico l’anziano che si propone come modello al giovane, assicura la continuità dell’identità più profonda di un popolo, quella culturale, religiosa e morale.
Questo se la generazione nuova ha dei punti di riferimento etici nelle generazioni che la precedono.
c) Agli anziani compete anche un certo modo di pregare, trasformando i loro anni in un cantico di lode e di ringraziamento a Dio, datore di ogni bene e sorgente di ogni dono.

incamminoverso @ 19:20
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PAPA FRANCESCO – LA FAMIGLIA – 6. I NONNI (I)

Posté le Jeudi 5 mars 2015

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150304_udienza-generale.html

(Papa Francesco nella catechesi di ieri cita una visita di Papa Benedetto ad una comunità di anziani, metto il link: 
http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2012/november/documents/hf_ben-xvi_spe_20121112_viva-anziani.html )

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 4 marzo 2015

LA FAMIGLIA – 6. I NONNI (I)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

La catechesi di oggi e quella di mercoledì prossimo sono dedicate agli anziani, che, nell’ambito della famiglia, sono i nonni, gli zii. Oggi riflettiamo sulla problematica condizione attuale degli anziani, e la prossima volta, cioè il prossimo mercoledì, più in positivo, sulla vocazione contenuta in questa età della vita.
Grazie ai progressi della medicina la vita si è allungata: ma la società non si è “allargata” alla vita! Il numero degli anziani si è moltiplicato, ma le nostre società non si sono organizzate abbastanza per fare posto a loro, con giusto rispetto e concreta considerazione per la loro fragilità e la loro dignità. Finché siamo giovani, siamo indotti a ignorare la vecchiaia, come se fosse una malattia da tenere lontana; quando poi diventiamo anziani, specialmente se siamo poveri, se siamo malati soli, sperimentiamo le lacune di una società programmata sull’efficienza, che conseguentemente ignora gli anziani. E gli anziani sono una ricchezza, non si possono ignorare.
Benedetto XVI, visitando una casa per anziani, usò parole chiare e profetiche, diceva così: «La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune» (12 novembre 2012). E’ vero, l’attenzione agli anziani fa la differenza di una civiltà. In una civiltà c’è attenzione all’anziano? C’è posto per l’anziano? Questa civiltà andrà avanti se saprà rispettare la saggezza, la sapienza degli anziani. In una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani o sono scartati perché creano problemi, questa società porta con sé il virus della morte.
In Occidente, gli studiosi presentano il secolo attuale come il secolo dell’invecchiamento: i figli diminuiscono, i vecchi aumentano. Questo sbilanciamento ci interpella, anzi, è una grande sfida per la società contemporanea. Eppure una cultura del profitto insiste nel far apparire i vecchi come un peso, una “zavorra”. Non solo non producono, pensa questa cultura, ma sono un onere: insomma, qual è il risultato di pensare così? Vanno scartati. E’ brutto vedere gli anziani scartati, è una cosa brutta, è peccato! Non si osa dirlo apertamente, ma lo si fa! C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Ma noi siamo abituati a scartare gente. Vogliamo rimuovere la nostra accresciuta paura della debolezza e della vulnerabilità; ma così facendo aumentiamo negli anziani l’angoscia di essere mal sopportati e abbandonati.
Già nel mio ministero a Buenos Aires ho toccato con mano questa realtà con i suoi problemi: «Gli anziani sono abbandonati, e non solo nella precarietà materiale. Sono abbandonati nella egoistica incapacità di accettare i loro limiti che riflettono i nostri limiti, nelle numerose difficoltà che oggi debbono superare per sopravvivere in una civiltà che non permette loro di partecipare, di dire la propria, né di essere referenti secondo il modello consumistico del “soltanto i giovani possono essere utili e possono godere”. Questi anziani dovrebbero invece essere, per tutta la società, la riserva sapienziale del nostro popolo. Gli anziani sono la riserva sapienziale del nostro popolo! Con quanta facilità si mette a dormire la coscienza quando non c’è amore!» (Solo l’amore ci può salvare, Città del Vaticano 2013, p. 83). E così succede. Io ricordo, quando visitavo le case di riposo, parlavo con ognuno e tante volte ho sentito questo: “Come sta lei? E i suoi figli? – Bene, bene – Quanti ne ha? – Tanti. – E vengono a visitarla? – Sì, sì, sempre, sì, vengono. – Quando sono venuti l’ultima volta?”. Ricordo un’anziana che mi diceva: “Mah, per Natale”. Eravamo in agosto! Otto mesi senza essere visitati dai figli, otto mesi abbandonata! Questo si chiama peccato mortale, capito? Una volta da bambino, la nonna ci raccontava una storia di un nonno anziano che nel mangiare si sporcava perché non poteva portare bene il cucchiaio con la minestra alla bocca. E il figlio, ossia il papà della famiglia, aveva deciso di spostarlo dalla tavola comune e ha fatto un tavolino in cucina, dove non si vedeva, perché mangiasse da solo. E così non avrebbe fatto una brutta figura quando venivano gli amici a pranzo o a cena. Pochi giorni dopo, arrivò a casa e trovò il suo figlio più piccolo che giocava con il legno e il martello e i chiodi, faceva qualcosa lì, disse: “Ma cosa fai? – Faccio un tavolo, papà. – Un tavolo, perché? – Per averlo quando tu diventi anziano, così tu puoi mangiare lì”. I bambini hanno più coscienza di noi!
Nella tradizione della Chiesa vi è un bagaglio di sapienza che ha sempre sostenuto una cultura di vicinanza agli anziani, una disposizione all’accompagnamento affettuoso e solidale in questa parte finale della vita. Tale tradizione è radicata nella Sacra Scrittura, come attestano ad esempio queste espressioni del Libro del Siracide: «Non trascurare i discorsi dei vecchi, perché anch’essi hanno imparato dai loro padri; da loro imparerai il discernimento e come rispondere nel momento del bisogno» (Sir 8,9).
La Chiesa non può e non vuole conformarsi ad una mentalità di insofferenza, e tanto meno di indifferenza e di disprezzo, nei confronti della vecchiaia. Dobbiamo risvegliare il senso collettivo di gratitudine, di apprezzamento, di ospitalità, che facciano sentire l’anziano parte viva della sua comunità.
Gli anziani sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada, nella nostra stessa casa, nella nostra quotidiana battaglia per una vita degna. Sono uomini e donne dai quali abbiamo ricevuto molto. L’anziano non è un alieno. L’anziano siamo noi: fra poco, fra molto, inevitabilmente comunque, anche se non ci pensiamo. E se noi non impariamo a trattare bene gli anziani, così tratteranno a noi.
Fragili siamo un po’ tutti, i vecchi. Alcuni, però, sono particolarmente deboli, molti sono soli, e segnati dalla malattia. Alcuni dipendono da cure indispensabili e dall’attenzione degli altri. Faremo per questo un passo indietro?, li abbandoneremo al loro destino? Una società senza prossimità, dove la gratuità e l’affetto senza contropartita – anche fra estranei – vanno scomparendo, è una società perversa. La Chiesa, fedele alla Parola di Dio, non può tollerare queste degenerazioni. Una comunità cristiana in cui prossimità e gratuità non fossero più considerate indispensabili, perderebbe con esse la sua anima. Dove non c’è onore per gli anziani, non c’è futuro per i giovani.

incamminoverso @ 19:19
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Gesù grida a Dio nel dolore!

Posté le Mercredi 4 mars 2015

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http://www.iancoate.com/gospel.html

incamminoverso @ 19:53
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SALMO 6 – SUPPLICA DI UN UOMO GRAVEMENTE AMMALATO

Posté le Mercredi 4 mars 2015

http://www.figliedellachiesa.org/admin/defaultview.aspx?itemid=189145&moduleid=module30668

SALMO 6 – SUPPLICA DI UN UOMO GRAVEMENTE AMMALATO

[1] Al maestro del coro. Per strumenti a corda. Sull’ottava. Salmo. Di Davide

[2] Signore, non punirmi nel tuo sdegno, non castigarmi nel tuo furore.
[3] Pietà di me, Signore: vengo meno; risanami, Signore: tremano le mie ossa.
[4] L’anima mia è tutta sconvolta, ma tu, Signore, fino a quando…?
[5] Volgiti, Signore, a liberarmi,
salvami per la tua misericordia.
[6] Nessuno tra i morti ti ricorda.
Chi negli inferi canta le tue lodi?
[7] Sono stremato dai lungi lamenti,
ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio,
irroro di lacrime il mio letto.
[8] I miei occhi si consumano nel dolore,
invecchio fra tanti miei oppressori.
[9] Via da me voi tutti che fate il male,
il Signore ascolta la voce del mio pianto.
[10] II Signore ascolta la mia supplica,
il Signore accoglie la mia preghiera.
[11] Arrossiscano e tremino i miei nemici, confusi, indietreggino all’istante.

Il salmo 6 è una supplica individuale di un uomo gravemente malato. L’esperienza che l’orante fa è quella amara della malattia e delle sue sofferenze, di un’angoscia interiore e del timore della morte, la coscienza di una ostilità perversa, la consapevolezza del peccato. Questo intreccio esistenziale, le relazioni fra tutti questi fattori somatici e spirituali, ci permetteranno di meditare questo salmo. Una classificazione tradizionale ha inserito questo salmo tra i sette salmi penitenziali (6; 32; 38; 51; 102; 130; 143). La ragione è tematica ed ha alle sue spalle una conferma nell’uso liturgico.
È un salmo che ci parla dell’ira di Dio: « Signore, non punirmi nel tuo sdegno, non castigarmi nel tuo furore » (v 2). Non è facile farci un’idea dell’ira di Dio; è una cosa che esula dal nostro linguaggio ordinario. Come posiamo sentirci invitati alla preghiera da questa menzione cruda dell’ira, del furore, dello sdegno di Dio? Sembra che questo salmo rappresenti come una chiusura di orizzonti sulla vita presente dell’uomo. Al v .6 si dice: « Nessuno tra i morti ti ricorda, chi negli inferi canta le tue lodi? ». Sembra che chi recita questo salmo non si preoccupi di un avvenire dell’uomo oltre la vita, ma abbia una visione limitata, una chiusura di orizzonti sulla vita presente. Il Nuovo Testamento ha completamente trasformato questa visione, ponendo chiaramante l’orizzonte della vita dell’uomo nella vita senza fine. E’ un salmo che fu composto per essere recitato dai malati, ma nessuno di noi può presumere di poter entrare nella psicologia di un malato grave, tentato di disperazione, di solitudine, di chiusura. Solo chi l’ha provato può avere un’idea di questo stato d’animo.
Un dramma con tre personaggi: Dio, il sofferente, i nemici. C’è un uomo in uno stato di grande prostrazione fisica e morale che attraverso lo sfogo libero del cuore a Dio, chiede di essere liberato dai nemici. Che cos’è il lamento? E’ il grido dell’uomo che sente venire meno il vivere in senso specifico, cioè la salute, il progetto di vita, la propria capacità di amare, la propria dignità. Allora l’uomo grida a Dio: « Non abbandonarmi, ritorna, voglio tornare a lodarti ». Quello che l’uomo sperimenta in questo degradarsi del vivere di cui ha paura, è chiamato l’ira di Dio, lo sdegno di Dio, il non vivere è l’essere abbandonati da Dio. E allora grida: « Abbi pietà di me, Signore, vengo meno… » (C 3 – 6). Il lamento è l’opposto della lode, della chiarezza, della coscienza dell’uomo che il vivere è lodare Dio.
Nella Bibbia troviamo personaggi che hanno pregato così: in gran parte dei salmi di lamento Davide ha pregato così, ma non da disperato. Il profeta Geremia ha scritto lamenti molto simili a questo salmo. Giobbe nella sua sofferenza fisica e morale si è espresso così. Gesù sulla croce ha detto: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». Ogni cristiano può ripetere l’esperienza di Davide, di Geremia, di Gesù. Quando noi recitiamo questo salmo ci uniamo a tutti coloro che soffrono; forse non possiamo raggiungere la loro sofferenza; ma ci possiamo ugualmente unire al lamento universale di coloro che invocano Dio perché venga a salvarli.
I nemici. Possono essere nemici molto diversi: nemici politici, popoli conquistatori, oppressori, ma anche nemici privati, prepotenti, sfruttatori. Nei salmi i nemici sono sempre figure un pò vaghe; non hanno un volto preciso, però sono sempre uomini senza Dio. Sono il segno dell’impossibilità del mondo di vivere senza amore e senza lode; sono il segno del male.

v. 2 .l’orante cerca un Dio che sia un pedagogo comprensivo; rifugge da un Dio giudice adirato. Si potrebbe tradurre: « riprendimi senza ira, correggimi senza collera ». Si può vedere Ger 10, 24: « Correggici, Signore, con misura, non farci venir meno con la tua collera ». Oppure Sap 12,2: « Per questo correggi poco a poco chi cade ».

vv. 3-4 « Vengo meno… tremano le mie ossa ». Il verbo indica lo slogamento per cui le ossa sono disarticolate, il respiro affannoso e ansimante, l’animo agghiacciato dalla paura. L’interrogativo: « e tu, Signore, fino a quando? » che appare anche in altri salmi (Sal 12; Sal 90, 13; Sal 79, 5 sulla sorte di Gerusalemme), ha l’effetto di mettere in risalto la situazione drammatica nel senso che l’indugio di Dio nell’intervenire, può rendere mortale la malattia.

v. 5 Curare è salvare la vita che è in gioco nella malattia che affligge l’orante. Nel Nuovo Testamento la guarigione viene chiamata salvezza: « La tua fede ti ha salvato » (la guarigione del cieco di Gerico: Mc 10. 52).

v. 6 Il Signore è un Dio dei viventi: cf il testo classico di Is 38, 18: « poiché non ti lodano gli inferi, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà ».

v. 7 L’immagine è il giaciglio dell’orante che dilaga in lacrime. Il pianto è l’espressione del dolore interiore, come in Lam 1, 2; 2, 11. 18.

v. 8 I continui gemiti prostrano l’orante come se il travaglio faticoso di una vita fosse gemere, travaglio sterile, senza esiti. A causa del pianto gli occhi si consumano ed invecchiano.

v. 9 Dopo i cinque imperativi indirizzati a Dio « non punirmi, non castigarmi, risanami, volgiti, salvami », e dopo la descrizione del suo stato pietoso, ci sorprende un imperativo al plurale rivolto a personaggi di cui ignoravamo la presenza: « Via da me voi tutti che fate il male ». Il salmista che fino a questo momento è stato a guardare se stesso, in una amara analisi introspettiva, scopre all’improvviso una presenza ostile, quando questa è già praticamente vinta.

v. 10 L’orante riconosce subito che Dio ha ascoltato la sua richiesta. Da dove nasce la sua certezza? Secondo un’ipotesi l’orante è venuto al tempio per esporre la sua situazione. Il sacerdote o il profeta del tempio pronunciano un oracolo che contiene l’esaudimento divino. Il fedele ringrazia e benedice Dio.

v. 11 « Arrossiscano e tremino i miei nemici ». E’ il prolungamento della ritirata dei nemici. C’è una ritorsione, quasi un contrappasso, di quello che i nemici hanno fatto. Il male fatto si ritorce contro coloro che l’hanno fatto.

Trasposizione e attualizzazione cristiana
Leggiamo in Mt 7, 23 e in Lc 13, 27: « allontanatevi da me voi tutti operatori di iniquità » quello che leggiamo al v. 9 del salmo. Le guarigioni operate da Cristo, specialmente quando si presentano in relazione con il peccato dell’uomo, prolungano il tema del salmo.
Ma partendo dalla situazione descritta nel salmo, quali sono le domande che ci riguadano?
* La prima domanda ci interroga sul tema del lamento come verità del nostro vivere. Il lamento esprime la voglia di vivere, l’aspirazione ad avere motivazioni di vita dal Dio della vita. E’ la preghiera di chi, vivendo coscientemente le proprie sofferenze, le proprie miserie, le miserie e le sofferenze di coloro che ama, le propone a Dio con cuore fiducioso?
Ho mai sperimentato in me il rapporto tra la lode e la vita?
Mi perdo nel lamento, oppure, nei momenti di sofferenza, mi presento al Signore nella preghiera sapendo che è purificatrice, che trasforma la sofferenza e anche chi prega così?

* La seconda domanda ci fa interrogare sull’oggetto di questo lamento. Di che cosa si lamenta l’uomo, qual è l’oggetto reale della preghiera, della sofferenza? E’ tutto ciò che toglie la vita, tutto ciò che diminuisce l’essere dell’uomo, tutto ciò che lo contrasta. Il salmo 6 sottolinea la dignità della protesta per tutto ciò che avviene in noi come forza di morte e indica pure le qualità che questa protesta deve avere. E’ una protesta che individua il male fino in fondo e non si ferma alle cause esteriori, ma scopre l’origine del male nel cuore dell’uomo.
So veramente da che cosa dipende il male dell’uomo?
Quale coscienza ho del mio peccato?
Mi fido completamente di Dio?
C’è dignità in me quando mi lamento, oppure esprimo una protesta inerte e velleitaria che si accontenta solo del gridare?

* La terza domanda riguarda la fiducia nella preghiera. Il salmista ha pregato descrivendo se stesso: « sono stremato dai lunghi lamenti, ogni notte inondo di lacrime il mio giaciglio… « .
So che Dio ascolta la mia preghiera? Sono certo che il Signore mi ascolta, mi accoglie, mi riceve? Quale coscienza ho dell’amore, della fedeltà e del perdono di Dio?
So vedere la realtà con occhi nuovi e superare le difficoltà con un entusiamo rinnovato?
C’è qualche gesto che posso fare concretamente per esprimere la forza di questa preghiera?

incamminoverso @ 19:52
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PER UN TUO STUDIO BIBLICO…SULLA SOFFERENZA

Posté le Mercredi 4 mars 2015

http://www.beedizioni.it/sito/it/blog/105-per-un-tuo-studio-biblico-sulla-sofferenza.html

PER UN TUO STUDIO BIBLICO…SULLA SOFFERENZA

PUBBLICATO MARTEDÌ, 25 DICEMBRE 2012

Nel mio post precedente ho parlato di quanto sia importante che noi cristiani comprendiamo ciò che la Bibbia dice della sofferenza. Si tratta di un tema difficile per motivi ovvi. Purtroppo tanti cristiani vogliono credere di non dover avere nulla a che fare con la sofferenza, proprio perché sono credenti. Si tratta di un’operazione di ‘rinnegamento psicologico’, perché essi stessi e i credenti che li circondano vengono continuamente investiti dalla sofferenza. Una predicazione irreale sulla sofferenza viene portata avanti dai fautori e dalle fautrici del cosiddetto vangelo del benessere e della prosperità. Ma questo ‘vangelo’ non è un Vangelo (una buona notizia), bensì una grave distorsione della teologia biblica (nota 1).
Dedicherò questo post e quello successivo al tema della sofferenza. In questo post, nella scaletta che segue, vi voglio semplicemente dare dei passi biblici su cui potete riflettere per avviare un vostro studio personale su questo tema di fondamentale importanza nella fede cristiana e nella vita di tutti quanti noi (nota 2). Sia chiaro che i brani in questione sono degli spunti iniziali e che la Bibbia è stracolma di dati sulla dottrina della sofferenza. Ecco un piccolo antipasto!
1. Dove si colloca la sofferenza nella vita cristiana? La sofferenza fa parte integrante della vita cristiana. Notate la risposta di Gesù alla domanda di Pietro (Marco 10:28-30): “Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito». Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.»” Potete leggere anche Atti 14:21-22, e l’elenco trovato in Ebrei 11:30-39. Quando arrivate a Ebrei 11:35, vi renderete conto che c’è uno spartiacque in quel versetto, in cui su ambedue i lati i credenti descritti hanno vissuto per fede.
Isaia 53:3 profetizzò il seguente del Messia che doveva venire, dicendo che egli sarebbe stato: “disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza”. I suoi seguaci seguono le orme dell’‘Uomo di dolore’. 1 Pietro 2:21 rende esplicito questo fatto: “Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme.”
2. Che cosa è la sofferenza? La sofferenza è tante cose e fa malissimo. E pur non volendo banalizzare la sofferenza di nessuno (personalmente odio soffrire), bisogna far presente che, secondo la Bibbia, c’è un senso in cui la sofferenza è un dono di Dio. Considerate il parallelismo trovato in Filippesi 1:29: “Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui.” Dio ci ha ‘dato’, ha ‘donato’ (è questo il senso di ‘concessa’) sia di credere in lui sia di soffrire per lui. Entrambi sono doni di Dio. Se qualcuno dovesse dubitare del significato di ‘dare, donare’ per il verbo tradotto ‘concesso’ in Filippesi 1:29, consideri questo. Si tratta dello stesso verbo adoperato, sempre da Paolo, in Romani 8:32: “Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà [ecco di nuovo il verbo charizomai] forse anche tutte le cose con lui?” Notate un altro versetto in Filippesi con un binomio che include la sofferenza: “Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, [a] la potenza della sua risurrezione, [b] la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte” (3:10).
Allora qual è lo scopo della sofferenza (nota 3)? Ce ne sono diversi, tra cui i seguenti quattro punti.
3. La sofferenza purifica la nostra fede e ci aiuta a maturare. Ebrei 12:10-11: “Essi [i padri umani] infatti ci correggevano per pochi giorni come sembrava loro opportuno; ma egli [il nostro Padre Dio] lo fa per il nostro bene, affinché siamo partecipi della sua santità. È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recar gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa.” Noi veniamo ‘addestrati’ nella e dalla sofferenza. Ricordate la citazione riportata nel mio post precedente, in cui Wendy Alsup, Teologia pratica per le donne osserva: “E tuttavia, quando esaminavo la mia vita, potevo vedere la benevola mano di Dio costantemente all’opera. Ogni prova ci [a me e a mio marito] insegnava cose meravigliose su Dio, cose così preziose da sapere su di lui da valer la pena di sopportare la sofferenza materiale pur di venirne a conoscenza” (p. 57).
4. La sofferenza fa sì che noi non ci fidiamo delle nostre proprie forze, ma di Dio. Questa è la testimonianza di Paolo (2 Corinzi 1:8-9): “Fratelli [e sorelle], non vogliamo che ignoriate, riguardo all’afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati molto provati, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita. Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti.” Quando io posso gestire le cose, faccio da me. Invece quando per esempio, anni fa, uno dei miei figli fu ricoverato per una malattia molto grave, fui costantemente in ginocchio nel mio cuore—costantemente. Perché? Perché è quando siamo provati ‘oltre le nostre forze’ che dobbiamo rivolgerci a Qualcuno che sta al di sopra delle nostre forze. Vi invito a meditare, con il cuore inginocchiato, su 2 Corinzi 12:7-10, il brano celebre in cui Paolo svela quand’è che egli è ‘forte’. Quand’è? Lo vedrete in quel passo.
5. La sofferenza fa sì che comprendiamo la differenza tra l’eterno e il passeggero, come vediamo in 2 Corinzi 4:16-18: “Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne.”
6. La sofferenza fa sì che bramiamo il ritorno di Cristo. Nel mio post successivo, rifletterò insieme a voi su Romani 8:15-39—un passo straordinariamente ricco sulla teologia della sofferenza. E’ affascinante il modo in cui, in quel brano, Paolo colloca la sofferenza tra due momenti: la caduta dell’uomo e la restaurazione di ogni cosa. E quand’è che ci sarà tale ‘restaurazione’? Solo quando Cristo sarà tornato. Se la chiave che farà cessare definitivamente la sofferenza è Cristo, allora la sofferenza ci fa bramare il suo ritorno; ci fa esclamare con la chiesa primitiva ‘marana tha’, ‘vieni, nostro Signore’ (1 Corinzi 16:22)! Guardate ora insieme a me come saranno le cose (solo) quando Cristo avrà restaurato tutte le cose. Giovanni ci proietta in avanti a quel momento (Apocalisse 21:1-4): “Poi vidi [lo vedi anche tu!?] un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii [la senti anche tu!?] una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».” Bramate anche voi quel momento? Io sì. Conosco più persone con dei brutti tumori, so di più tragedie che sono successe a credenti consacrati al Signore. Tutti i giorni il telegiornale passa in rassegna davanti ai miei occhi, e davanti ai vostri occhi, il terribile frutto della nostra ribellione contro il nostro misericordioso Creatore. ‘Vieni, Signor Gesù, ed elimina per sempre la sofferenza!’
Un giorno la sofferenza non ci sarà più, ed essa stessa—la sofferenza!—ci fa bramare l’arrivo di quel giorno. Ma cosa dobbiamo fare nel frattempo? Ecco almeno due cose.
7. Nella sofferenza dobbiamo: (a) ricordare Cristo e (b) appellarci a Dio.
(a) Ebrei 12:2-3: “fissa[te] lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo.”
(b) Salmo 25:16: “Volgiti a me, e abbi pietà di me, perché io son solo e afflitto”.
Le istruzioni sono chiare. Se stiamo soffrendo, dobbiamo ricordare il Sofferente per eccellenza Cristo, e dobbiamo rivolgerci a Dio chiedendogli di darci un po’ di sollievo.
Leggi lentamente 1 Pietro 2:21-23; il Salmo 25:16-20; e Ebrei 4:12-16. Ed ora accostati con piena fiducia al trono della grazia, laddove ti aspettano la misericordia, la grazie e il soccorso divino.
8. Ma c’è qualcosa che la sofferenza farà in me, per me? Abbiamo visto sopra che Dio ci addestra per via della sofferenza. E una parte di quell’addestramento è che ora siamo in grado di consolare ed aiutare gli altri che soffrono. La catena della consolazione è sommamente delineata in 2 Corinzi 1:3-7: “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione [!]; perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.” L’autore di Ebrei si appella alla nostra capacità di metterci nei panni altrui, quando ci esorta (13:3): “Ricordatevi dei carcerati, come se foste in carcere con loro; e di quelli che sono maltrattati, come se anche voi lo foste!” (nota 4).
9. In più modi abbiamo già dato una risposta alla domanda: allora come dobbiamo accogliere la sofferenza? Ora vogliamo dare una risposta esplicita. Dobbiamo accogliere la sofferenza con fiducia nella bontà, nella saggezza e nell’amore del Padre. Lo stesso Dio che è il Sovrano dell’universo è anche il mio buon Padre celeste. E lui è in controllo della situazione e, in ed attraverso la sofferenza, egli sta operando per la sua gloria e per il mio bene. Romani 8:28: “Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.”
10. E cosa succede quando noi, senza mai essere masochisti (coloro a cui piace la sofferenza!), accogliamo la sofferenza secondo la volontà di Dio? Quando facciamo così, glorifichiamo Dio, e costituiamo una dimostrazione vivente della preziosità di Cristo, verso glii altri credenti e verso il mondo non credente.
Giobbe 1:21: “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il SIGNORE ha dato, il SIGNORE ha tolto; sia benedetto il nome del SIGNORE” (vedi Giobbe 2:8-10).
Abacuc 3:17-19: “Anche se il fico non fiorirà e non ci sarà alcun frutto sulle viti, anche se il lavoro dell’ulivo sarà deludente e i campi non daranno più cibo, anche se le greggi scompariranno dagli ovili e non ci saranno più buoi nelle stalle, esulterò nell’Eterno e mi rallegrerò nel DIO della mia salvezza”.
Io leggo libri di teologia in continuazione e sono grato al Signore per ogni pagina letta. Ma lo ringrazio anche per i credenti che io conosco di persona (ed anche da internet, come Joni Eareckson Tada e Nick Vujicic) che continuano a perseverare nella fede, nonostante la sofferenza. Quando predico sulla sofferenza, spesso do l’esempio di una sorella in Cristo che conosco bene. Lei ha sofferto in così tanti modi, che mi vengono le lacrime agli occhi solo a pensare alle sue sofferenze—sofferenze che in questo periodo sembra che aumenteranno addirittura. Ogni volta che vedo questa sorella in chiesa, senza che lei mi dica nulla e senza neppure che mi guardi, un forte messaggio giunge ai posti più profondi del mio cuore. Cosa mi sta dicendo, per via della sua perseveranza sotto l’afflizione, questa sorella? Lei, senza pronunciare verbo, ma solo con la sua fedele presenza, mi sta esortando: ‘Pietro, Cristo è prezioso. Dai, ce la fai anche tu a perseverare nella fede. Abbiamo un Dio veramente grande!’ (nota 5).
Grazie, Signore Gesù per le tue sofferenze, esse mi hanno portato a Dio. Grazie per il tuo soccorso nelle mie sofferenze. Grazie per l’istruzione della Bibbia su questo argomento importante. Grazie per la sorella che mi è di un incoraggiamento costante. Benedici la lettrice e il lettore che si trova adesso nella sofferenza. E, Maranatha, vieni Signore Gesù!

Nota 1: affronto gli errori del vangelo del benessere e della prosperità nel sermone trovato qui.
Nota 2: nel post successivo invece, ho intenzione di mettere a fuoco le ricchezze di un solo brano molto speciale.
Nota 3: concordo con Piper che possiamo accomunare le svariate forme della sofferenza. Pensate quanto siano differenti le fonti della persecuzione, un cancro, uno tsunami, o perfino le conseguenze di peccati passati a cui ormai abbiamo rinunciato (l’ultimo esempio è mio e non di Piper). Nel capitolo 10 di Desiderare Dio, sulla sofferenza, John Piper scrive: “Tutte le esperienze di sofferenza nel cammino dell’ubbidienza cristiana, sia a causa della persecuzione, sia della malattia, sia di un incidente, hanno questo in comune: tutte minacciano la nostra fede nella bontà di Dio e ci tentano ad abbandonare il cammino dell’obbedienza. Perciò, ogni trionfo della fede e la perseveranza nell’obbedienza sono testimonianze della bontà di Dio e della preziosità di Cristo—che il nemico sia la malattia, Satana, il peccato o il sabotaggio”; John Piper, Desiderare Dio, Passaggio, Virgilio 2003, p. 273. Ho ritoccato la parte dopo il trattino sulla base dell’inglese originale; si tratta di p. 257 (ingl.) in Desiring God qui. Più avanti Piper aggiunge (p. 276 ital.): “Ciò che trasforma le sofferenze in sofferenze ‘con’ e ‘per’ Cristo non è quanto deliberati siano i nostri nemici, ma quanto siamo fedeli noi. Se noi apparteniamo a Cristo, allora quello che ci accade è per la sua gloria e per il nostro bene, non importa se causato dai batteri o dai nemici.” Il punto è che, per il credente e per la credente, ciò che accomuna tutte le sofferenze, tutte le afflizioni, tutte le tribolazioni—insomma, tutte le prove—è il modo in cui noi le affrontiamo.
Nota 4: nel contesto, i carcerati sono quelli perseguitati per la fede in Cristo. Giustamente i rappresentanti di Porte Aperte e organizzazioni simili si servono di questo versetto per invogliarci ad aiutare la Chiesa perseguitata. A questo link troverete un sermone (video e cartaceo) su ‘la chiesa perseguitata’, predicato il 6 dicembre 2009.
Nota 5: inerente sia al tema di questo post sia a quest’ultimo punto è il cap. 9 di John Piper, Vedete e gustate Gesù Cristo, BE Edizioni, Firenze 2012: ‘la gloria di riscattare i peccatori, senza eliminare Satana’. Tutto il capitolo è bello, ma la preghiera a fine capitolo è già in sé molto preziosa. Eccone un antipasto (p. 65): “dacci di svergognare Satana riconoscendo la superiorità di Gesù” in mezzo alla sofferenza, l’afflizione e le prove.

Pietro Ciavarella è laureato in Teologia (Trinity Evangelical Divinity School) e Storia (University of Illinois at Chicago). È Direttore dell’Accademia Teologica Logos di Firenze e, per BE Edizioni, ha scritto: La Preghiera Perfetta: Il Padre Nostro; I Salmi: Un invito ad un rapporto più intimo con Dio (con David M. Howard Jr.); Come avere pace con Dio: Martin Lutero sulla giustificazione per fede; Genesi Esodo Levitico Numeri Deuteronomio e I Proverbi: un invito ad abbracciare la saggezza di Dio.

 

incamminoverso @ 19:48
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