da: In Cammino verso Gesù Cristo (stralcio)

 

papa benedetto 2005 dopo l'elezzione

(foto di Papa Benedetto su legno che comperai subito dopo l’elezione, non ha ancora lo stemma)

Papa Benedetto XVI/ Joseph Ratzinger

da In Cammino verso Gesù Cristo, San Paolo Ed. 2004, 56.57,

La decisione per Dio è una decisione del pensiero  insieme della vita: le due realtà si richiamano a vicenda: Questo nesso lo descrive con drammaticamente Agostino nella storia dell propria conversione, laddove parla delle ingannevoli forme di vita di un’esistenza totalmente orientata alla materialità…Agostino riferisce come egli, per così dire, si fosse nascosto dietro le proprie spalle, e come Dio attraverso la parola dell’amico lo abbia tratto fuori da quel nascondiglio, cosicché egli potesse guardarsi in volto1

Perciò la Chiesa antica considerava il camino verso la fede precisamente come un tragitto intellettivo, nel quale l’uomo si confronta con la « dottrina della verità » ed i suoi argomenti, ma si trova anche inserito in una nuova comunità dove sono per lui possibili nuove esperienze e intime speranze.

…per conoscere Cristo è necessaria la sequela. Soltanto allora si può sperimentare dove egli abita. La domanda « Dove abiti? » (Tu chi sei?), riceve sempre la medesima risposta: « Venite e vedrete » (Gv 1,38ss)

1 cfr. Confessiones VIII 5,12 e VIII 7,16

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

San Paolo, Inno alla carità

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

Publié dans : biblica | le 10 juin, 2007 |2 Commentaires »

Chiamata dei discepoli

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Publié dans : immagini sacre | le 19 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

21 GENNAIO 2018 – 3A DOMENICA / TEMPO ORDINARIO – B | LETTURE – OMELIE

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21 GENNAIO 2018 – 3A DOMENICA / TEMPO ORDINARIO – B | LETTURE – OMELIE

3a Domenica – Tempo Ordinario B

Per cominciare
All’inizio della sua vita pubblica Gesù sintetizza quella che è la sua proposta di vita e dell’intero vangelo: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo ». A differenza della predicazione di Giona a Ninive, che minaccia il castigo di Dio e la distruzione della città, convertirsi secondo Gesù è cambiare modo di vedere le cose, accogliere una speranza nuova, aprirsi a lui.

La Parola di Dio
Giona 3,1-5.10. Alla predicazione di Giona l’intera città di Ninive si converte e cambia vita, dal più importante al più piccolo. Lo stesso re abbandona il trono, si toglie il mantello, si veste di sacco anche lui e fa penitenza.
1 Corinzi 7,29-31. Il tempo è breve, dice Paolo agli abitanti di Corinto: passa la scena di questo mondo e dobbiamo dare importanza a ciò che è importante, vedere le cose in modo profondamente nuovo.
Marco 1,14-20. Inizia la lettura continua del vangelo di Marco, il vangelo più breve, quello che raccoglie i ricordi di Pietro, prigioniero a Roma. Gesù invita alla conversione, perché i tempi sono maturi e annuncia la venuta del regno di Dio. Poi chiama i primi apostoli a lasciare tutto e a seguirlo.

Riflettere…
o Marco comincia il suo vangelo con il battesimo di Giovanni, a cui si sottopone anche Gesù. Al battesimo, seguono le tentazioni nel deserto: 40 giorni di penitenza per prepararsi alla vita pubblica.
o Potremmo dire che il momento è drammatico: il Battista è stato arrestato. Gesù ne è certamente turbato, ma non cede alla paura e dà inizio alla sua predicazione.
o La parola di Gesù sin dall’inizio presenta il cuore del vangelo: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo ».
o A questo annuncio è legato strettamente il gesto della chiamata dei primi quattro apostoli. Gesù non è semplicemente un pensatore, ma porta con sé un progetto di vita che prevede delle esperienze nuove. Gli apostoli saranno i primi a ricevere la proposta di realizzarlo. Certo lo saranno in modo pieno dopo la Pentecoste, ma in qualche misura lo vivranno già negli anni della vita pubblica di Gesù.
o Si direbbe che Gesù sceglie il modo più difficile per presentare il vangelo: non lo fa con una dottrina proclamata in modo astratto, ma attraverso la vita di una piccola comunità, quella degli apostoli.
o All’invito di Gesù, gli apostoli rispondono « subito » e si mettono immediatamente al suo seguito. L’avverbio « subito » è caratteristico in Marco, che lo usa una quarantina di volte nel suo vangelo.
o La risposta positiva degli apostoli non è conseguenza della pesca miracolosa, come leggiamo nel vangelo di Luca. La decisione immediata in Marco è dovuta al fatto che quando Gesù chiama, proprio perché si tratta di Gesù, la risposta non può che essere positiva e pronta.
o Nel vangelo di Marco sono tralasciati tutti i particolari che possono motivare sia la scelta di Gesù, sia la risposta degli apostoli.
o Gesù non è scelto dai suoi discepoli, come facevano i rabbini del suo tempo: è lui che chiama e la sua è una parola forte e creatrice come quella di Dio, e pone questi uomini in una situazione totalmente nuova.
o Per questo chiunque nella chiesa chiamerà qualcuno per metterlo al servizio del vangelo, potrà farlo soltanto in forza della parola di Gesù.

… Attualizzare
* Siamo ancora al primo capitolo di Marco. Gesù inizia oggi la sua vita pubblica. Lo abbiamo già ricordato quindici giorni fa, raccontando il battesimo di Gesù. In quel momento Gesù cambia vita, esce allo scoperto, passa dai trent’anni di vita in famiglia all’attività pubblica e si dà alla predicazione itinerante.
* Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto e viene tentato, quindi dà inizio alla predicazione e sin dalle prime battute traccia il suo programma, che abbiamo già ricordato: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo ».
* « Regno di Dio è un’espressione giudaica per dire che Dio è il signore della storia e si è fatto storia; e cammina con l’uomo sino alla caduta definitiva dei veli del tempo » (mons. Enrico Masseroni).
* La storia ha un inizio nuovo con la comparsa sulla scena di Gesù. La costruzione del regno ci coinvolge tutti, arruola tutti, è una proposta rivolta a ogni categoria di persone, chiamate a dare un senso nuovo alla propria esistenza, a convertirsi verso questo progetto che Gesù comincia a proclamare.
* Nell’aria c’è già il clima dei giorni del carnevale, ma si direbbe che il messaggio di questa domenica abbia invece già un sapore quaresimale. È un invito urgente, che fa impallidire anche gli interessi più sacrosanti dell’uomo: il matrimonio, la famiglia, gli affari, la malattia, i piaceri di ogni giorno (cf la 2ª lettura).
* Gesù nella sua predicazione ha fatto soprattutto uso della parola, oltre che offrire un modello di vita con la sua persona e le sue scelte. Potremmo domandarci se oggi non si servirebbe anche dei mezzi di comunicazione sociale: internet, stampa, radio, televisione, cinema, come cerchiamo di fare noi, anche se non modeste iniziative.
* Sappiamo di certo che Gesù ha scelto un’altra strada. Non ha scritto nulla, e ha puntato tutto sulla testimonianza personale, sull’annuncio diretto, sul passaparola. Ha scelto di mostrare il regno di Dio già in qualche misura realizzato nella vita di una piccola comunità: il gruppo degli apostoli e dei discepoli, delle donne che lo seguono.
* Non per niente la prima comunità cristiana trasmetterà questo messaggio vissuto. « La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e godeva il favore di tutto il popolo ». Così il libro degli atti degli apostoli, che riferisce nello stesso tempo le prime parole pronunciate da Pietro dopo la Pentecoste, le stesse di Gesù: l’esortazione a « convertirsi e a farsi battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei peccati » (At 2,38).
* Sia il testo di Giona, che le parole di Gesù, fanno riferimento all’urgenza del messaggio che viene annunciato. « Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta », dice Giona. « Il tempo è compiuto », dice Gesù, dando al presente, a ogni giorno, un’importanza senza misura. La salvezza passa dall’oggi, da un impegno di conversione che non può essere rimandato.
* Gli abitanti di Ninive si convertono. Sono pagani, sono Assiri e nemici storici degli Ebrei, ma il libro didascalico di Giona li propone come esempio di ascolto immediato e radicale della parola di Dio. Lo stesso Giona si dirà deluso per la loro rapida conversione e si lamenterà con Dio, quasi per aver fatto brutta figura come profeta avendo annunciato castighi che poi non si sono realizzati.
* Quella della conversione è una proposta che la chiesa oggi fa a noi, e che passa attraverso una parola più autorevole di quella di Giona, che invita a prendere sul serio la vita, dal momento che con la venuta del Figlio di Dio che si fa parola, i tempi sono giunti alla loro pienezza e tutto deve assume un colore nuovo, una finalità nuova, un’urgenza nuova.
* Convertirsi non vuol dire recitare un atto di dolore o fare una confessione. A meno che non esprimano la volontà di collocarsi davvero dalla parte di Dio. Convertirsi vuol dire vedere e giudicare ogni cosa con gli occhi di Gesù, cambiare mentalità, sentire l’urgenza del momento presente (ancora la 2ª lettura), fare spazio a Gesù, accoglierlo, perché è lui il vangelo e la vita nuova.
* Ci si può convertire in un solo istante, come è capitato a Paolo, ma in generale questo avviene più lentamente. Per sant’Agostino è stato un cammino faticoso, anche se poi conserverà per tutta la vita la nostalgia del tempo perso. Lo stesso Paolo, prima di raggiungere Gerusalemme dopo la sua conversione e incontrare gli apostoli, è vissuto per tre anni in disparte in Arabia (Gal 1,15-18).
* Convertirsi vuol dire abbandonare qualcosa, come è capitato in modo radicale per gli apostoli, che abbandonano tutto ? le reti e la famiglia ? affascinati dalla parola di Gesù. La conversione non può comunque essere una scelta indolore, che ti lascia in fondo nella situazione di sempre. È una scelta che se parte da un momento di maggior entusiasmo e rapimento, di maggior consapevolezza che ti fa aprire gli occhi e ti porta alla resa gioiosa, rimane però l’impegno di una vita, perché non ci si converte una volta per tutte, ma è una scelta che va confermata ogni giorno.

Vidi una nuova nascita
Uno dei protagonisti del romanzo La croce e il pugnale di David Wilkerson, racconta. « Qualche tempo fa incontrai un serpente gigantesco. Era grasso otto centimetri e lungo più di un metro e venti, e se ne stava lì al sole, incutendo terrore. Ebbi paura e non osai muovermi per molto tempo, e poi d’un tratto, mentre lo osservavo, assistetti a un miracolo. Vidi una nuova nascita. Vidi quel vecchio serpente mutare la sua pelle e lasciarla lì al sole, trasformandosi in un nuovo essere, veramente bello ».

Fonte autorizzata

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 19 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

Re David in preghiera

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Publié dans : immagini sacre | le 16 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

LA SCELTA DEL RE (Davide)

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LA SCELTA DEL RE (Davide)

di Ettore Panizon

Dio ci rivolge la sua parola perché anche noi ci rivolgiamo a Lui e non guardiamo più il futuro con gli occhi del passato, ma semmai impariamo a guardare alle cose che sono successe attraverso la parola profetica (« una lampada che splende in luogo oscuro », come è descritta in 2Pietro, 1:19), che ci insegna a vivere in vista di quelle « che devono avvenire tra breve » (Apocalisse, 1:1).
leoneInfatti, le cose che sono successe nel passato sono accadute e sono state scritte nella Bibbia per nostro ammaestramento (1Corinzi, 10:11), cioè perché non viviamo e non facciamo più le nostre scelte basandoci su quello che la carne ha provato e può provare ancora, ma seguiamo piuttosto il desiderio dello spirito, in quanto la parola di Dio ci dà una nuova speranza e un nuovo desiderio che vengono da un futuro completamente diverso dal nostro passato e dalle aspettative che ne possiamo derivare: « Non ricordate più le cose passate, non considerate più le cose antiche: Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare; non la riconoscerete? Sì, io aprirò una strada nel deserto, farò scorrere dei fiumi nella steppa » (Isaia, 43:18-19).
Saul e Davide, i primi due re di Israele, rappresentano due opposti atteggiamenti di fronte alla parola di Dio e alla vita. Saul è il tipo del re chiesto dagli uomini per ottenere potenza davanti agli uomini (1Samuele, capp. 8 e 9) e infatti esprime l’atteggiamento dell’uomo naturale che si lascia guidare da quello che vede e che sente, obbedendo così solo parzialmente alla parola di Dio. Davide invece è il tipo del re scelto dal Signore, che « si è cercato un uomo secondo il suo cuore » (1Samuele, 13:14), un uomo che, che a sua volta, cerca il regno di Dio.
La Bibbia parla del re per parlare l’uomo in genere, perché ogni uomo tutto quello che ha lo ha in amministrazione, come un regno che gli viene affidato perché lo faccia fruttare alla gloria di Dio. Ma l’uomo da solo può difficilmente portare a termine questo compito. Senza l’aiuto di Dio, gli è anzi impossibile, a causa del suo incurabile egoismo. L’aiuto di Dio consiste nel dono dello Spirito Santo che ci trasmette la vita di Dio.
Lo Spirito, nella Bibbia è rappresentato dall’unzione, l’olio con cui in Israele venivano unti i sacerdoti e i re. Ma la storia di Saul, unto re dal sacerdote e profeta Samuele per indicazione di Dio (1Samuele, 10:1), ci mostra che anche l’unzione, se non è ricevuta e conservata con fede e umiltà, diventa un attributo esteriore che può anche essere utilizzato a scopi egoistici. È il naturale egoismo della creatura animale ciò che rende Saul tipo dell’uomo vecchio e del re che perde il suo regno (come il primo Adamo ha perso la sua posizione nel giardino dell’Eden). Nonostante fosse stato unto dal Signore, Saul viene infatti successivamente rigettato da Dio come re (1Samuele, 15:26), mentre l’unzione ricevuta da Davide per mano dello stesso Samuele (1Samuele, 16:13) produce lentamente il suo frutto, dandogli coraggio e senso di responsabilità. Come vero e « buon pastore » (Giovanni, 10:11-13), Davide mette a repentaglio la sua vita, prima per il suo gregge di pecore, poi per tutto il popolo di Israele (1Samuele, cap. 17). Saul invece, dopo che gli fu tolto il regno a causa della sua disobbedienza, diviene preda della triste e ossessiva preoccupazione di perdere ciò che in realtà non ha già più e prima invidia e poi perseguita Davide, considerandolo una minaccia mortale per il suo regno.
Durante il periodo di questa persecuzione, l’uomo vecchio e l’uomo nuovo sono messi a confronto con grande chiarezza: in particolare, una volta che Saul, che era all’inseguimento di Davide assieme alle sue truppe, andò a « coprirsi i piedi » (cioè, a fare i suoi bisogni) in una grotta dove, a sua insaputa, si trovavano Davide e la gente che si era raccolta con lui (1Samuele 24:3-16). Era molto tempo che Saul li stava cercando per ucciderli. Saul non vede il fondo della caverna, perché è appena entrato e gli occhi non sono abituati all’oscurità. Davide e i suoi invece lo vedono bene, abbastanza almeno da riconoscerlo. Davide ha quindi un ovvio vantaggio su di lui e difatti i suoi gli dicono: «Ecco il giorno nel quale il SIGNORE ti dice: « Vedi, io ti do in mano il tuo nemico; fa’ di lui quello che ti piacerà »». Sono mesi e mesi che Davide e i suoi scappano inseguiti da Saul e dal suo esercito. Ora, la vera regalità di Davide si dimostra proprio nel fatto che si lascia guidare da Dio, secondo la definizione del re data da Salomone, figlio di Davide « Il cuore del re, nella mano del SIGNORE, è come un corso d’acqua; egli lo dirige dovunque gli piace » (Proverbi, 21:1). Per la guida di Dio, Davide non ascolta la voce della sua carne e del popolo che lo spingerebbe a considerarsi in diritto (e anzi in dovere) di fare fuori il re che lo sta inseguendo per ucciderlo assieme a tutti i suoi. Al tagliare il lembo della veste di colui che, ai suoi occhi, rimane nonostante tutto « l’unto del Signore », si sente tremare il cuore e non procede oltre nel fare quello che tutti si aspettavano che avrebbe fatto.
Se si confronta questo comportamento con i peccati commessi da Saul proprio per aver ascoltato la sua fretta e la voce del popolo anziché l’ordine del Signore (1Samuele, 13:8-13; 1Samuele, cap. 15:18-21), si comprende quanto sia importante che il re non tema l’uomo ma abbia invece timore di Dio, che infatti è chiamato « il principio della sapienza » (Proverbi, 9:10) per mezzo della quale « regnano i re e i prìncipi decretano ciò che è giusto » (Proverbi, 8:15).
In questo episodio appare chiaramente anche il rapporto tra il potere costituito e quello a venire. Perché il re ammaestrato per il regno di Dio rispetta l’autorità costituita (« ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio e le autorità che esistono sono stabilite da Dio » Romani, 13:1). Mentre il potere costituito perseguita ossessivamente coloro che cercano il regno di Dio, perché sa che gli resta ancora poco tempo, il regno a venire non combatte contro quello costituito e lascia piuttosto a Dio di fare giustizia (1Samuele, 24:13).
Questo rapporto tra potere costituito e regno di Dio si può vedere anche meglio espresso nella figura di Gionatan, figlio del re Saul, una figura che in qualche modo rappresenta la situazione di ogni uomo al bivio tra il regno vecchio e il regno nuovo (tra il visibile e l’invisibile) e che ricorda in particolare la situazione dei Goyim (come in ebraico si chiamano i non-ebrei, cioè i Gentili, letteralmente « le nazioni ») tutte le volte che l’antisemitismo è diventato legale o addirittura obbligatorio. Essendo figlio del re, Gionantan godeva di tutti i diritti e anzi, come lo stesso Saul un giorno gli aveva detto, il suo stesso regno era minacciato dai successi e dal crescente potere di Davide (1Samuele, 20:31). Ma Gionatan aveva anche la possibilità di amare Davide ed esporre la sua vita per amore dell’amico, cosa che scelse di fare. Allo stesso modo, i Goyim che si sono trovati di fronte alla persecuzione sofferta dagli Ebrei in forma sempre più chiara ed evidente almeno fino alla prima metà del ‘900, hanno dovuto scegliere tra se stessi e il popolo di Dio, cioè tra insistere nell’ingiustizia dei propri padri e governanti (credendo che questi potessero davvero regnare per sempre, nonostante la loro evidente iniquità) o fidarsi invece della parola di Dio che dice: « ancora un poco e l’empio non sarà più » (Salmi, 37:10).
Scegliere per il Signore non significa che bisogna prendere le armi per combattere l’empio e il suo apparente potere (che tramonta sempre, con il tempo, per l’azione di Dio), ma che si può vivere senza temerlo e senza mancare di amore per paura delle sue rappresaglie. Come Gionatan, che non ha avuto paura di incorrere nelle ire di suo padre, perché sapeva che il vero re era il suo amico Davide e che, a differenza di suo padre Saul, non si sentiva sminuito dal fatto di avere meno importanza di Davide e metteva anzi volentieri a repentaglio la sua vita per proteggere e fortificare il suo amico (1Samuele, 23:17).
Chiaramente, le persecuzioni non sono finite, né per Israele, né per la Chiesa (« del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati » 2Timoteo, 3:12). La scelta rimane sempre la stessa: l’uomo vecchio, o l’uomo nuovo. Il potere degli uomini, o il regno di Dio. Il re che scegliamo noi, o il re che ha scelto il Signore. Non si può vivere per piacere ad entrambi. Nessuno può servire due padroni (Matteo, 6:24; Luca, 16:13). Man mano che il crimine prende il potere e l’illegalità viene moltiplicata (Matteo, 24:12), appare sempre più urgente e necessario che questa scelta diventi consapevole e chiara per ciascuno di noi.
Ma non si tratta solo di una questione storica, politica o sociale. L’apostolo Paolo nelle sue lettere parla di due misteri che si riferiscono a due diversi tipi di re e ai loro rispettivi regni: il mistero della pietà (1Timoteo, 3:16) e quello dell’empietà (2Tessalonicesi, 2:7). Il mistero della pietà è « il mistero di Dio, cioè Cristo » (Colossesi, 2:2) che in greco significa « unto » e in ebraico si dice Mashíach. Di lui è scritto che « respirerà come profumo il timore del Signore » (Isaia, 11:3). Il timore di Dio significa il rispetto e la considerazione per Dio che non vediamo che si esprime nel rispetto e la considerazione per il nostro prossimo, in particolare le persone più deboli e indifese.
Il mistero dell’empietà, è la manifestazione dell’uomo del peccato: « il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e proclamandosi Dio » (2Tessalonicesi, 2:3-4). L’empietà, cioè l’assenza del timore di Dio, è il comportamento di tutti coloro che pretendono di fare a meno di Dio e per questo disprezzano e, quando possono, cercano di sterminare le sue creature, in particolare il Suo popolo Israele. A cominciare da Amalec, che attaccò gli Israeliti quando, appena usciti dall’Egitto, erano stanchi e sfiniti, « piombando da dietro su tutti i deboli che camminavano per ultimi, (…) e non ebbe alcun timore di Dio » (Deuteronomio, 25:18). Di Amalec sparirà anche il ricordo (Deuteronomio, 25:19). L’uomo del peccato sarà infatti manifestato solo per venire distrutto dal Signore Gesù « con il soffio della sua bocca », e annientato « con l’apparizione della sua venuta » (2Tessalonicesi, 2:8).
Il mistero della pietà è la gloriosa manifestazione della Parola di Dio come eterno Re dell’Universo: « Colui che è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra le nazioni, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria » (1Timoteo, 3:16). Gesù il Cristo (Yeshu’a Ha-Mashíach) è già in cielo dove è salito e siede alla destra del trono di Dio (Romani, 8:34; Efesini, 1:20; Colossesi, 3:1; Ebrei, 1:3, 1:13, e 8:1; 1Pietro, 3:22). Come è salito in cielo, allo stesso modo ritornerà dal cielo (Atti, 1:9) per raccogliere coloro che lo aspettano e stabilire assieme a loro il suo regno in vista della definitiva sconfitta della morte: un regno nel quale conteranno le cose e i valori che in questo mondo dominato dalla morte contano solo a parole, quando non vengono apertamente penalizzati.
Il re secondo il cuore di Dio è il re che sceglie di temere Colui che non si vede, ma che era, che è e che viene. Come Dio disse di se stesso a Samuele il giorno che lo mandò a ungere re Davide (1Samuele, 16:7: « l’uomo guarda all’apparenza, ma il Signore guarda al cuore »), il Mashíach « non giudicherà dall’apparenza » (Isaia, 11:3). Il regno che viene non sarà un regno di controllo esteriore e di paura, perché il Re « non darà sentenze stando al sentito dire, ma giudicherà i poveri con giustizia, pronuncerà sentenze eque per gli umili del paese » (Isaia, 11:3-4).
Il re che ha scelto Dio (e il re che Dio ha scelto) è il re che crede alla vittoria finale della vita, nonostatnte questa vita sia attualmente sotto l’evidente dominio della morte. Infatti, come ci dice anche la Scrittura, la natura è sottomessa alla schiavitù della corruzione e per questo geme ed è in travaglio (Romani, 8:22). Scadenze di tutti i tipi scandiscono le nostre giornate, settimane, stagioni e anni. Deadline con cui l’uomo naturale lavora e fa lavorare gli altri uomini. Ma la vera scadenza per ognuno non la può fissare l’uomo, né Satana (il nemico). Con il suo regno di morte, il diavolo teneva prigionieri gli uomini per tutta la vita, ma con la sua propria morte Cristo lo ha sconfitto (Ebrei, 2:14-15) e ora anche lui vede avvicinarsi la sua fine e sa di avere poco tempo a disposizione (Apocalisse, 12:12).
Il regno del vero Re è la risurrezione e la vita. A questo Re è stata data ogni autorità in cielo e in terra. Nel suo regno non ci sarà più sopraffazione, né morte: gli animali non dovranno più divorarsi l’uno con l’altro (Isaia, 11:6-9 e 65:25), tantomeno gli uomini. Non ci sarà più nessuna manifestazione delle tenebre (gravità, inerzia, opacità, impenetrabilità, divisione), tutto sarà luce e vita abbondante.
Tutto questo ora può sembrare solo un sogno, ma allora guarderemo alla nostra vita di adesso come a un sogno dal quale ci saremo finalmente svegliati per entrare in una realtà più ricca e più vera di quella in cui stiamo vivendo in questo corpo.

 

Publié dans : biblica, BIBLICA APPROFONDIMENTI | le 16 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

PSICOLOGIA DEL COLORE, PANE E VINO

pane e vino psicologia-del-colore - Copia

Publié dans : immagini | le 15 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

IL VINO SECONDO LA BIBBIA

http://www.toscanaoggi.it/Vita-Chiesa/Il-vino-secondo-la-Bibbia

IL VINO SECONDO LA BIBBIA 

Il vino che allieta il cuore dell’uomo»: un titolo insolito, per una lettera del vescovo ai fedeli della sua diocesi. In realtà si tratta di una citazione biblica a sottolineare il fatto che la bevanda occupa, nella Bibbia, un posto importante. Ma non è solo questo il motivo per cui il vescovo di Pitigliano-Sovana-Orbetello, Mario Meini, ha scelto proprio il vino come argomento del messaggio inviato in questi giorni alla sua Chiesa.
di Riccardo Bigi

Il vino che allieta il cuore dell’uomo»: un titolo insolito, per una lettera del vescovo ai fedeli della sua diocesi. In realtà si tratta di una citazione biblica (dal Salmo 104) a sottolineare il fatto che la bevanda occupa, nella Bibbia, un posto importante. Ma non è solo questo il motivo per cui il vescovo di Pitigliano-Sovana-Orbetello, Mario Meini, ha scelto proprio il vino come argomento del messaggio inviato in questi giorni alla sua Chiesa. Intorno al tema del vino si possono fare riflessioni storico-religiose ma anche riflessioni culturali e sociali di grande attualità.
Come mai ha scelto questo tema?
«In realtà l’idea è nata da una chiacchierata con il Prefetto, che mi ha illustrato tutti i rischi legati all’abuso di alcol, che riguardano purtroppo sempre di più i giovani. Da qui la richiesta che la Chiesa, una delle poche istituzioni ancora ritenute credibili, facesse sentire la sua voce. Ne ho parlato con i sacerdoti, perché ognuno si facesse carico di trasmettere questo messaggio. Da parte mia, ho pensato che il solito predicozzo non sarebbe servito a niente. Ho voluto invece scrivere qualcosa che sottolineasse il valore positivo del vino, che per un territorio come il nostro è una ricchezza importante. Senza dimenticare però che anche una cosa buona, usata senza moderazione, può diventare dannosa».
Non c’è dubbio che per la sua Diocesi, e per l’intera Toscana, il vino sia una ricchezza. Una ricchezza economica, ma anche culturale…
«Certo: ho voluto rivolgermi ai viticoltori della mia diocesi, dove il vino dà lavoro a tante persone. Qui si producono il Bianco di Pitigliano, il Morellino di Scansano, tanto per citare i vini più celebri. Ma l’importanza del vino non è solo economica: il vino è una realtà molto importante nella cultura della nostra regione. Il vino è il simbolo stesso della festa, dello stare insieme, del condividere: non c’è tavolata che non abbia al centro una buona bottiglia. E non a caso quando si accoglie qualcuno in casa, la prima domanda è ?cosa ti offro??»
E poi c’è l’aspetto religioso, che lei mette in luce nella sua lettera…
«Per un viticultore, se è cristiano, la massima speranza è che una parte di quel vino che produce arrivi sull’altare. Il vino così, da semplice bevanda, diventa sangue di Cristo: è il miracolo più bello, culmine di tutta la vita cristiana. Ma il vino è indicato già nell’Antico Testamento come segno di benedizione da parte di Dio, e viene versato durante i sacrifici come segno di lode e ringraziamento. È un dono di Dio ?creato per la gioia degli uomini?, come dice il Siracide. E per indicare il massimo della gioia e della prosperità nella Bibbia si dice: ?il mio calice trabocca?».
A proposito del vino sull’altare, che caratteristiche deve avere il vino usato nella Messa?
«Fondamentalmente deve essere un vino puro, genuino, ?frutto della terra e del lavoro dell’uomo?».

Anche Gesù beveva vino?
«Certo, non solo nell’ultima cena. Il primo miracolo di Gesù è la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. A Gesù piaceva stare con gli altri, anche a tavola: e questo già ai suoi tempi veniva notato, tanto che qualcuno usava questo argomento per criticarlo. E lui rispondeva: Giovanni Battista non vi andava bene perché digiunava sempre, io perché mangio e bevo… Possiamo dire, in generale, che Gesù è il migliore esempio dell’uso saggio, intelligente, festoso del vino».
La Bibbia però mette anche in guardia dai rischi legati al vino.
«Bevuto senza moderazione, il vino porta all’ubriachezza. La Bibbia descrive con parole molto precise l’aspetto e il comportamento di chi, ubriacandosi, perde ogni controllo e ogni dignità, traballa, ha la mente annebbiata. Purtroppo sono descrizioni ancora attuali: anche oggi può capitare di vedere scene simili. Vedere qualcuno ubriaco è uno spettacolo bruttissimo; soprattutto un giovane e ancora di più una giovane donna che dovrebbe essere il simbolo stesso della bellezza, dello stile. Può sembrare eccessivo dirlo ma secondo me l’alcolismo è una piaga peggiore anche della droga, perché è più diffuso ed è alla portata di tutti: molto spesso lo ?sballo? inizia proprio dall’eccesso del bere».

E lei, che rapporto ha col vino?
«Ho il ricordo di mio padre che aveva qualche vite e faceva il vino, anche se io per la verità ho cominciato a bere da più grande, in seminario a Roma. Quando mangio da solo bevo solo acqua, ma quando sono a tavola in compagnia un bicchiere lo bevo volentieri».

Non è un caso se ha scritto questa lettera proprio a settembre, il mese della vendemmia?
«Settembre è un mese importante per il vino: dalla qualità del raccolto si può capire come sarà il prodotto finale. È anche un mese di feste e sagre, momenti di gioia, momenti in cui far conoscere i prodotti locali. Purtroppo, queste feste diventano spesso anche occasioni di uso eccessivo. All’ubriachezza poi si legano anche altri fenomeni drammatici, come gli incidenti mortali sulle strade. Per questo ho voluto dedicare la lettera a tutti coloro che si impegnano perché il vino sia sempre motivo di festa e non diventi mai causa di pianto».

L’appello
Settembre, mese di vendemmia e feste. Ma anche di «episodi deplorevoli»
Si intitola «Il vino che allieta il cuore dell’uomo» la lettera che il vescovo Mario Meini ha indirizzato in questi giorni alla diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello. Il messaggio raccoglie i brani della Bibbia in cui si parla del vino. Nell’introduzione, però, mons. Meini fa anche un riferimento all’attualità: «Purtroppo le feste per la vendemmia sono spesso segnate da episodi deplorevoli di ebbrezza, che non si limitano poi al tempo della vendemmia, ma si estendono all’anno intero». Il vescovo accenna anche all’eccesso nel bere sempre più diffuso tra i giovani, che si accompagna spesso all’uso di stupefacenti, e alle targedie che l’ubriachezza provoca nelle strade. Il testo integrale della lettera sul sito www.diocesipitigliano.it

Cosa dicono le Scritture
Il vino allieta il cuore
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Tu fai crescere l’erba per il bestiame
e le piante che l’uomo coltiva
per trarre cibo dalla terra,
vino che allieta il cuore dell’uomo,
olio che fa brillare il suo volto
e pane che sostiene il suo cuore. (Salmo 104)
Segno di benedizione
Su, mangia con gioia il tuo pane,
bevi il tuo vino con cuore lieto,
perché Dio ha già gradito le tue opere (Qoelet)
Un nemico beffardo
Il vino è beffardo,
il liquore è tumultuoso;
chiunque si perde
dietro ad esso non è saggio (Libro dei Proverbi)
Non conviene ai re
Non conviene ai re bere il vino,
né ai prìncipi
desiderare bevande inebrianti,
per paura che, bevendo,
dimentichino ciò che hanno decretato e tradiscano
il diritto di tutti gli infelici.
Date bevande inebrianti
a chi si sente venir meno
e il vino a chi ha
l’amarezza nel cuore:
beva e dimentichi la sua povertà
e non si ricordi più delle sue pene. (Libro dei Proverbi)
Le nozze di cana
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto, – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: ?Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Vangelo di Giovanni)
Il calice dell’alleanza
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me. Ogni volta, infatti, che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga» (Prima lettera ai Corinzi)

Publié dans : simbolica biblica | le 15 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

Giovanni 1,38-39

ICONA BIBLICA. Maestro, dove dimori? . Disse loro: Venite e vedrete .

Publié dans : immagini sacre | le 12 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

14 GENNAIO 2018 – 2A DOMENICA / TEMPO ORDINARIO – B | LETTURE – OMELIE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/2018/05-Ordinario/Omelie/02aDomenica/09-02aDomenica_B-2017-UD.htm

14 GENNAIO 2018 – 2A DOMENICA / TEMPO ORDINARIO – B | LETTURE – OMELIE

2a Domenica – T. Ordinario

Per cominciare
Incominciando la vita pubblica, Gesù chiama alcuni a seguirlo. Così aveva fatto da secoli lo stesso Iahvè, che era entrato in dialogo e in confidenza con alcuni uomini speciali, per associarli ai suoi progetti e affidare loro una missione. È stato così con Abramo, Mosè, con Samuele e i profeti.

La Parola di Dio
1 Samuele 3,3b-10.19. È la famosa chiamata di Dio a Samuele, destinato a diventare profeta nel popolo di Israele. La voce di Dio era rara in quel tempo. Samuele riceve una chiamata personale e diventa ambasciatore di Dio.
1 Corinzi 6,13c-15a.17-20. Per cinque domeniche la chiesa ci invita a leggere alcuni brani tratti dalla lettera ai Corinzi. In quegli anni Corinto era una grande e sviluppata città greca, città evoluta, ma anche disinvolta e problematica nei suoi comportamenti morali.
Giovanni 1,35-42. Giovanni Battista indica Gesù ad Andrea e Giovanni, due dei suoi discepoli, e li invita a seguirlo. I due entrano in dialogo con Gesù e passano l’intera giornata con lui. Giovanni ricorderà persino l’ora di questo primo incontro.

Riflettere…
o Il brano di Samuele è molto noto ed è uno dei più presentati ai ragazzi a catechismo. Samuele è un po’ il modello per ogni ragazzo ben fatto, pronto e disponibile.
o Samuele è figlio di Anna, ed è nato per intervento di Dio. Si manifesta sin da subito un ragazzo docile e obbediente e sarà un profeta che vivrà interamente a servizio di ciò per cui Iahvè lo ha scelto.
o Samuele diventerà il primo profeta dell’antico testamento e durante la sua vita si aprirà una nuova storia del popolo di Israele. Con Saul, il primo re, che verrà indicato e consacrato da Samuele, passerà dall’essere una popolazione tribale a una monarchia.
o La chiamata di Samuele è singolare, in qualche modo è paradigmatica di ogni chiamata. Iahvè gli si fa vicino e gli confida ciò che in un certo senso lo angustia e che Samuele sarà invitato a riparare: la gestione religiosa di Eli e il cattivo comportamento dei suoi figli. Quella di Samuele è chiaramente una chiamata per un compito, una missione.
o Nel brano del vangelo due dei futuri apostoli si incontrano per la prima volta con Gesù. Gli chiedono: « Dove dimori? ». La domanda fa pensare al desiderio di conoscerlo meglio, ma forse anche al bisogno di essere rassicurati, prima di passare dalla sequela di Giovanni Battista a quella con Gesù. Vogliono rendersi conto di persona, avere una conoscenza diretta di questo nuovo maestro a cui il Battista li indirizza. Giovanni potrà scrivere a distanza di anni: « Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi » (1Gv 1,1-3).
o È singolare che il Battista qualifichi Gesù come « Agnello di Dio ». È una caratteristica che Isaia ha attribuito molti secoli prima al messia, ma l’agnello è un animale mite, mentre il Battista presenta altrove il messia come un giudice severissimo.
? Quella del vangelo di questa domenica non è ancora la chiamata degli apostoli, ma è già l’inizio di una sequela. Gli apostoli appaiono disponibili e interessati. C’è curiosità attorno a Gesù. Ben presto li inviterà a lasciare tutto per stare con lui.
o Chiamata, sequela, vita di comunità e missione saranno le caratteristiche principali della vita cristiana. Tutto ciò si ricava già dal racconto di Giovanni: c’è la freschezza di un incontro, c’è il clima che si respira quando ci si incontra con Gesù.
o Essi si confidano con i loro amici. Il vangelo racconta di Andrea che parla di Gesù al fratello Simone. Erano pescatori. Andrea lo presenterà a sua volta a Gesù, che gli cambierà il nome in Pietro, per indicare la nuova vita a cui viene chiamato.

… Attualizzare
* Anche oggi, come al tempo di Samuele e di Gesù, gli uomini sono chiamati da Dio. Ogni battezzato è chiamato, può e deve rispondere all’invito di Dio. Ha scritto un giovane a un periodico cattolico: « Da quando ho capito che Dio esiste, ho anche capito e deciso che l’unica cosa che potevo fare era vivere per lui ». E non stupisce che chiunque abbia fatto questa esperienza forte, ne ricordi spesso anche il momento preciso, il giorno, l’ora.
* Dio chiama certamente, anche se in modo misterioso, ma troppo spesso non siamo capaci di ascoltare, di cogliere l’istante che passa. Soprattutto perché la sua chiamata ci raggiunge per vie normali, ordinarie: l’incontro con una persona, con il proprio parroco, la lettura di un passo del vangelo o di un libro, la partecipazione a un incontro religioso, un momento di preghiera più sentita e personale.
* Non dobbiamo aspettarci un angelo dal cielo, un intervento straordinario come per Paolo, perché Dio ciò che voleva dirci ce l’ha detto. Si trova nella parola di Dio, nella comunità ecclesiale che continua a parlare di lui.
* Chi chiama è il Cristo, atteso dagli ebrei, annunciato dai profeti e dal Battista. La sua è una personalità affascinante e non passa mai inosservata. Con lui dobbiamo tutti confrontarci. È sconvolgente per il suo modo di vivere, per le parole che dice: penetrano in noi e ci toccano profondamente.
* Chi è chiamato è l’uomo, un uomo concreto, un uomo in costruzione, carico di limiti, e magari dei peccati personali e di quelli dell’umanità. È una chiamata prima di tutto a una vita nuova. L’uomo e la donna che si incontrano con Gesù si costruiscono una nuova identità riformulata su di lui: un nuovo modo di pensare, di giudicare, di vivere.
* La seconda lettura è sintomatica al riguardo: anche una cosa così profondamente radicata nell’uomo come la sessualità è investita dalla prospettiva cristiana. Il cristiano fa uso della sessualità secondo Dio e i fini posti da lui.
* Oggi sotto questo aspetto, sia a livello sociale che personale, c’è molta confusione, molto disorientamento, fino a non capire più che cos’è peccato. Nessuno vuole seminare sensi di colpa, ritornando a modi di pensare antichi e forse superati, ma il problema di mantenersi corretti e liberi anche sotto questo aspetto, è importante. Paolo ricorda ai Corinzi, abitanti di una delle città greche più evolute e libertine, a non peccare contro il proprio corpo e a glorificare in questo modo Dio.
aCristo chiama l’uomo, chiama noi, ma non per metterci in una campana di vetro, bensì per inviarci ai fratelli e fare nostra la sua missione. Il passaparola tra Andrea, Giovanni, Pietro e gli altri è stato immediato.
* La nostra risposta tocca il fondo di noi stessi, non è un invito superficiale. È infatti proprio questo essere cristiani: esserci incontrati con lui, aver « dimorato » con lui: o è questo o non è niente. È stato detto durante un convegno lombardo su « Educare i giovani alla fede »: « Se volessimo interrogare i discepoli chiedendo: « Cercate di descriverci l’esperienza che si è mossa dentro di voi », penso che insisterebbero sull’esperienza dell’andare un po’ fuori di sé, un po’ fuori di senno, spiegandola come un innamorarsi di qualcuno, un essere irresistibilmente attratti da qualcuno. « Prima avevamo una certa stima di Gesù ed eravamo anche un po’ curiosi, adesso siamo con lui, dalla sua parte, sentiamo di volergli bene, sentiamo che il nostro cuore è stato preso »".
* È questo che è capitato ai discepoli di Èmmaus. Delusi dalla fine tragica di Gesù, hanno abbandonano la comunità e Gerusalemme. Ma Gesù li incontra, parla a loro ed essi diranno: « Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le scritture? » (Lc 24,32).
* In troppi casi invece il nostro essere cristiani si riduce a una pratica tradizionale religiosa senza troppo fondamento, a una forma di sicurezza, una specie di parafulmine, che non morde la vita e non ci cambia dentro. Non diventa preghiera, ricerca, amore e servizio, non ci fa missionari.
aÈ normale in questa domenica riflettere sulla vocazione. Vocazione alla vita cristiana, come abbiamo fatto finora, ma anche a quella vocazione speciale che è la chiamata a seguire Gesù nella vita religiosa o nel sacerdozio.
* Quando la parrocchia pensa a quali giovani e ragazze possano collaborare più da vicino, magari mettendosi al servizio della chiesa 24 ore su 24, quasi sempre punta su quelli più aperti e simpatici, oppure ai leader del gruppo, ai più generosi, a chi è più fedele e prega di più. In sostanza si dà fiducia a chi pare già predisposto e forse è di buon carattere. A considerare la storia di molte « chiamate », anche di quelle che hanno avuto risonanza nella chiesa (pensiamo a Paolo, da persecutore dei cristiani ad apostolo; al pescatore Pietro), ci si imbatte però in molte sorprese. Dio appare sovranamente libero. Anche l’ultimo arrivato, anche quel tipo così « tranquillo » può diventare un prezioso strumento di animazione e può essere « chiamato ».
* Ricordiamo infine che ai primi due discepoli, Giacomo e Giovanni, che chiedono un incontro con lui, Gesù risponde: « Venite e vedrete » (Gv 1,39). Se qualcuno ci chiedesse oggi un incontro con lui, dovremmo mostrargli la nostra comunità cristiana, la parrocchia: « Guardate la nostra comunità, è questa la casa in cui i cristiani abitano… ».

Ho deciso: voglio buttarci l’anima
Luca: « Mi sono reso conto che non basta gridare qualche slogan e sfogare la mia rabbia. È necessario buttarci dentro l’anima, la vita intera, la testa e il cuore… Allora ho deciso: divento prete! Ho smesso di gridare al mondo di cambiare; ho iniziato a cambiare me stesso. Ho piantato tutto e a 18 anni sono entrato in seminario. Da allora non ho smesso mai di ricevere la possibilità di fare grandi esperienze: sono stato al Cottolengo per un mese di servizio; ho vissuto tre anni in una comunità di giovani che, come me, desiderano diventare preti; sono stato in Africa tra la bellissima gente del Malawi; ho incontrato centinaia di giovani che… vorrebbero volare e tanti altri che non sanno nemmeno camminare. Non smetterò mai di gridare il mio grazie! Fra quattro anni sarò prete. Solo con la vita giocata veramente, si può cambiare il mondo. Non tutti devono diventare preti, certo, ma tutti devono aspirare a cose grandi, e sui grandi ideali perdere la vita ».

Luigi e Zelia Martin: vocazione al matrimonio
Nel secolo scorso un ragazzo ventenne, di nome Luigi Martin. si presentò al convento Grand Saint Bernard nelle Alpi francesi. Chiese al superiore di entrare nella congregazione. Il superiore, dopo aver conosciuto meglio il carattere e le capacità del ragazzo, disse: « Dovresti scegliere un’altra strada nella vita ». Qualche anno più tardi, sempre in Francia, una giovane di nome Zelia Maria Guérin venne al convento delle Suore della Carità e chiese di poter entrare nella congregazione. Dopo un lungo colloquio la superiora. anche se aveva di fronte una ragazza buona e religiosa, le diede una risposta negativa: « II tuo posto non è qui. La tua vocazione è quella di mettere su una buona famiglia cristiana ».
Passò qualche anno. Luigi, che non era stato ammesso alla congregazione, conobbe Zelia Maria, s’innamorò di lei e la sposò. Ebbero cinque figlie che educarono con cura. Tutte e cinque divennero brave suore, e una anche santa: Teresina di Gesù Bambino. Anche Luigi e Zelia Maria sono stati proclamati « beati » il 19 ottobre 2008 da Benedetto XVI.

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 12 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

Pater noster

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Publié dans : immagini sacre | le 10 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

BENEDETTO XVI – IL POPOLO DI DIO CHE PREGA: I SALMI (2011)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110622.html

BENEDETTO XVI – IL POPOLO DI DIO CHE PREGA: I SALMI (2011)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 22 giugno 2011

L’uomo in preghiera (7)

Cari fratelli e sorelle,

nelle precedenti catechesi, ci siamo soffermati su alcune figure dell’Antico Testamento particolarmente significative per la nostra riflessione sulla preghiera. Ho parlato su Abramo che intercede per le città straniere, su Giacobbe che nella lotta notturna riceve la benedizione, su Mosè che invoca il perdono per il suo popolo, e su Elia che prega per la conversione di Israele. Con la catechesi di oggi, vorrei iniziare un nuovo tratto del percorso: invece di commentare particolari episodi di personaggi in preghiera, entreremo nel “libro di preghiera” per eccellenza, il libro dei Salmi. Nelle prossime catechesi leggeremo e mediteremo alcuni tra i Salmi più belli e più cari alla tradizione orante della Chiesa. Oggi vorrei introdurli parlando del libro dei Salmi nel suo complesso.
Il Salterio si presenta come un “formulario” di preghiere, una raccolta di centocinquanta Salmi che la tradizione biblica dona al popolo dei credenti perché diventino la sua, la nostra preghiera, il nostro modo di rivolgersi a Dio e di relazionarsi con Lui. In questo libro, trova espressione tutta l’esperienza umana con le sue molteplici sfaccettature, e tutta la gamma dei sentimenti che accompagnano l’esistenza dell’uomo. Nei Salmi, si intrecciano e si esprimono gioia e sofferenza, desiderio di Dio e percezione della propria indegnità, felicità e senso di abbandono, fiducia in Dio e dolorosa solitudine, pienezza di vita e paura di morire. Tutta la realtà del credente confluisce in quelle preghiere, che il popolo di Israele prima e la Chiesa poi hanno assunto come mediazione privilegiata del rapporto con l’unico Dio e risposta adeguata al suo rivelarsi nella storia. In quanto preghiere, i Salmi sono manifestazioni dell’animo e della fede, in cui tutti si possono riconoscere e nei quali si comunica quell’esperienza di particolare vicinanza a Dio a cui ogni uomo è chiamato. Ed è tutta la complessità dell’esistere umano che si concentra nella complessità delle diverse forme letterarie dei vari Salmi: inni, lamentazioni, suppliche individuali e collettive, canti di ringraziamento, salmi penitenziali, salmi sapienziali, ed altri generi che si possono ritrovare in queste composizioni poetiche.
Nonostante questa molteplicità espressiva, possono essere identificati due grandi ambiti che sintetizzano la preghiera del Salterio: la supplica, connessa al lamento, e la lode, due dimensioni correlate e quasi inscindibili. Perché la supplica è animata dalla certezza che Dio risponderà, e questo apre alla lode e al rendimento di grazie; e la lode e il ringraziamento scaturiscono dall’esperienza di una salvezza ricevuta, che suppone un bisogno di aiuto che la supplica esprime.
Nella supplica, l’orante si lamenta e descrive la sua situazione di angoscia, di pericolo, di desolazione, oppure, come nei Salmi penitenziali, confessa la colpa, il peccato, chiedendo di essere perdonato. Egli espone al Signore il suo stato di bisogno nella fiducia di essere ascoltato, e questo implica un riconoscimento di Dio come buono, desideroso del bene e “amante della vita” (cfr Sap11,26), pronto ad aiutare, salvare, perdonare. Così, ad esempio, prega il Salmista nel Salmo 31: «In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso […] Scioglimi dal laccio che mi hanno teso, perché sei tu la mia difesa» (vv. 2.5). Già nel lamento, dunque, può emergere qualcosa della lode, che si preannuncia nella speranza dell’intervento divino e si fa poi esplicita quando la salvezza divina diventa realtà. In modo analogo, nei Salmi di ringraziamento e di lode, facendo memoria del dono ricevuto o contemplando la grandezza della misericordia di Dio, si riconosce anche la propria piccolezza e la necessità di essere salvati, che è alla base della supplica. Si confessa così a Dio la propria condizione creaturale inevitabilmente segnata dalla morte, eppure portatrice di un desiderio radicale di vita. Perciò il Salmista esclama, nel Salmo 86: «Ti loderò, Signore, mio Dio, con tutto il cuore e darò gloria al tuo nome per sempre, perché grande con me è la tua misericordia: hai liberato la mia vita dal profondo degli inferi» (vv. 12-13). In tal modo, nella preghiera dei Salmi, supplica e lode si intrecciano e si fondono in un unico canto che celebra la grazia eterna del Signore che si china sulla nostra fragilità.
Proprio per permettere al popolo dei credenti di unirsi a questo canto, il libro del Salterio è stato donato a Israele e alla Chiesa. I Salmi, infatti, insegnano a pregare. In essi, la Parola di Dio diventa parola di preghiera – e sono le parole del Salmista ispirato – che diventa anche parola dell’orante che prega i Salmi. È questa la bellezza e la particolarità di questo libro biblico: le preghiere in esso contenute, a differenza di altre preghiere che troviamo nella Sacra Scrittura, non sono inserite in una trama narrativa che ne specifica il senso e la funzione. I Salmi sono dati al credente proprio come testo di preghiera, che ha come unico fine quello di diventare la preghiera di chi li assume e con essi si rivolge a Dio. Poiché sono Parola di Dio, chi prega i Salmi parla a Dio con le parole stesse che Dio ci ha donato, si rivolge a Lui con le parole che Egli stesso ci dona. Così, pregando i Salmi si impara a pregare. Sono una scuola della preghiera.
Qualcosa di analogo avviene quando il bambino inizia a parlare, impara cioè ad esprimere le proprie sensazioni, emozioni, necessità con parole che non gli appartengono in modo innato, ma che egli apprende dai suoi genitori e da coloro che vivono intorno a lui. Ciò che il bambino vuole esprimere è il suo proprio vissuto, ma il mezzo espressivo è di altri; ed egli piano piano se ne appropria, le parole ricevute dai genitori diventano le sue parole e attraverso quelle parole impara anche un modo di pensare e di sentire, accede ad un intero mondo di concetti, e in esso cresce, si relaziona con la realtà, con gli uomini e con Dio. La lingua dei suoi genitori è infine diventata la sua lingua, egli parla con parole ricevute da altri che sono ormai divenute le sue parole. Così avviene con la preghiera dei Salmi. Essi ci sono donati perché noi impariamo a rivolgerci a Dio, a comunicare con Lui, a parlarGli di noi con le sue parole, a trovare un linguaggio per l’incontro con Dio. E, attraverso quelle parole, sarà possibile anche conoscere ed accogliere i criteri del suo agire, avvicinarsi al mistero dei suoi pensieri e delle sue vie (cfr Is 55,8-9), così da crescere sempre più nella fede e nell’amore. Come le nostre parole non sono solo parole, ma ci insegnano un mondo reale e concettuale, così anche queste preghiere ci insegnano il cuore di Dio, per cui non solo possiamo parlare con Dio, ma possiamo imparare chi è Dio e, imparando come parlare con Lui, impariamo l’essere uomo, l’essere noi stessi.
A tale proposito, appare significativo il titolo che la tradizione ebraica ha dato al Salterio. Esso si chiama tehillîm, un termine ebraico che vuol dire “lodi”, da quella radice verbale che ritroviamo nell’espressione “Halleluyah”, cioè, letteralmente: “lodate il Signore”. Questo libro di preghiere, dunque, anche se così multiforme e complesso, con i suoi diversi generi letterari e con la sua articolazione tra lode e supplica, è ultimamente un libro di lodi, che insegna a rendere grazie, a celebrare la grandezza del dono di Dio, a riconoscere la bellezza delle sue opere e a glorificare il suo Nome santo. È questa la risposta più adeguata davanti al manifestarsi del Signore e all’esperienza della sua bontà. Insegnandoci a pregare, i Salmi ci insegnano che anche nella desolazione, nel dolore, la presenza di Dio rimane, è fonte di meraviglia e di consolazione; si può piangere, supplicare, intercedere, lamentarsi, ma nella consapevolezza che stiamo camminando verso la luce, dove la lode potrà essere definitiva. Come ci insegna il Salmo 36: «È in Te la sorgente della vita, alla tua luce vedremo la luce» (Sal 36,10).
Ma oltre a questo titolo generale del libro, la tradizione ebraica ha posto su molti Salmi dei titoli specifici, attribuendoli, in grande maggioranza, al re Davide. Figura dal notevole spessore umano e teologico, Davide è personaggio complesso, che ha attraversato le più svariate esperienze fondamentali del vivere. Giovane pastore del gregge paterno, passando per alterne e a volte drammatiche vicende, diventa re di Israele, pastore del popolo di Dio. Uomo di pace, ha combattuto molte guerre; instancabile e tenace ricercatore di Dio, ne ha tradito l’amore, e questo è caratteristico: sempre è rimasto cercatore di Dio, anche se molte volte ha gravemente peccato; umile penitente, ha accolto il perdono divino, anche la pena divina, e ha accettato un destino segnato dal dolore. Davide così è stato un re, con tutte le sue debolezze, «secondo il cuore di Dio» (cfr 1Sam 13,14), cioè un orante appassionato, un uomo che sapeva cosa vuol dire supplicare e lodare. Il collegamento dei Salmi con questo insigne re di Israele è dunque importante, perché egli è figura messianica, Unto del Signore, in cui è in qualche modo adombrato il mistero di Cristo.
Altrettanto importanti e significativi sono il modo e la frequenza con cui le parole dei Salmi vengono riprese dal Nuovo Testamento, assumendo e sottolineando quel valore profetico suggerito dal collegamento del Salterio con la figura messianica di Davide. Nel Signore Gesù, che nella sua vita terrena ha pregato con i Salmi, essi trovano il loro definitivo compimento e svelano il loro senso più pieno e profondo. Le preghiere del Salterio, con cui si parla a Dio, ci parlano di Lui, ci parlano del Figlio, immagine del Dio invisibile (Col 1,15), che ci rivela compiutamente il Volto del Padre. Il cristiano, dunque, pregando i Salmi, prega il Padre in Cristo e con Cristo, assumendo quei canti in una prospettiva nuova, che ha nel mistero pasquale la sua ultima chiave interpretativa. L’orizzonte dell’orante si apre così a realtà inaspettate, ogni Salmo acquista una luce nuova in Cristo e il Salterio può brillare in tutta la sua infinita ricchezza.
Fratelli e sorelle carissimi, prendiamo dunque in mano questo libro santo, lasciamoci insegnare da Dio a rivolgerci a Lui, facciamo del Salterio una guida che ci aiuti e ci accompagni quotidianamente nel cammino della preghiera. E chiediamo anche noi, come i discepoli di Gesù, «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1), aprendo il cuore ad accogliere la preghiera del Maestro, in cui tutte le preghiere giungono a compimento. Così, resi figli nel Figlio, potremo parlare a Dio chiamandoLo “Padre Nostro”. Grazie

 

Publié dans : BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI, Papa Benedetto XVI | le 10 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »
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