LINK ALLA MESSA DEL GIORNO ED AL COMMENTO DAL SITO: « EVANGILE AU QUOTIDIEN »

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

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link al mio blog in lingua inglese:
Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

 

 

incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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incamminoverso @ 1:25
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The Resurrection from the Main Altar, Notre Dame Cathedral, Ottawa

Posté le Mercredi 23 avril 2014

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GIOVANNI PAOLO II – (SALMO 26,7-14) (SALMO 31) (2004)

Posté le Mercredi 23 avril 2014

http://www.collevalenza.it/riviste/2004/Riv0604/Riv0604_02.htm

GIOVANNI PAOLO II – 28 APRILE E 19 MAGGIO 2004

«ABBI PIETÀ DI ME! RISPONDIMI»

PREGHIERA DELL’INNOCENTE PERSEGUITATO (SALMO 26,7-14)

«MEA CULPA» PRIMO PASSO SUL CAMMINO DEL PERDONO (SALMO 31)

1. La seconda parte di questo canto di fiducia si leva al Signore nel giorno tenebroso dell’assalto del male. Sono i versetti 7-14 del Salmo: essi cominciano con un grido lanciato verso il Signore: “Abbi pietà di me! Rispondimi” (v. 7), poi esprimono una intensa ricerca del Signore, con il timore doloroso di essere abbandonato da lui (cfr vv. 8-9), infine dipingono davanti ai nostri occhi un orizzonte drammatico ove gli stessi affetti familiari vengono meno (cfr v. 10) mentre vi si muovono “nemici” (v. 11), “avversari” e “falsi testimoni” (v. 12).
Ma anche ora, come nella prima parte del Salmo, l’elemento decisivo è la fiducia dell’orante nel Signore, che salva nella prova e sostiene durante la bufera. Bellissimo, al riguardo, è l’appello che in finale il Salmista rivolge a se stesso: “Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore” (v. 14; cfr Sal 41,6.12 e 42,5).
Anche in altri Salmi era viva la certezza che dal Signore si ottiene fortezza e speranza: “Il Signore protegge i suoi fedeli e ripaga oltre misura l’orgoglioso. Siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore” (Sal 30,24-25). E già il profeta Osea esorta così Israele: “Osserva la bontà e la giustizia e nel tuo Dio poni la tua speranza, sempre” (Os 12,7).
2. Ora ci contentiamo di mettere in luce tre elementi simbolici di grande intensità spirituale. Il primo è quello negativo dell’incubo dei nemici (cfr Sal 26,12). Essi sono tratteggiati come una belva che “brama” la sua preda e poi, in modo più diretto, come “falsi testimoni” che sembrano soffiare dalle loro narici violenza, proprio come le fiere davanti alle loro vittime.
C’è, dunque, nel mondo un male aggressivo, che ha in Satana la guida e l’ispiratore, come ricorda san Pietro: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8).
3. La seconda immagine illustra in modo chiaro la fiducia serena del fedele, nonostante l’abbandono perfino da parte dei genitori: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 26,10).
Anche nella solitudine e nella perdita degli affetti più cari, l’orante non è mai totalmente solo perché su di lui si china Dio misericordioso. Il pensiero corre a un celebre passo del profeta Isaia, che assegna a Dio sentimenti di compassione e di tenerezza più che materna: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai!” (Is 49,15).
A tutte le persone anziane, malate, dimenticate da tutti, alle quali nessuno farà mai una carezza, ricordiamo queste parole del Salmista e del profeta, perché sentano la mano paterna e materna del Signore toccare silenziosamente e con amore i loro volti sofferenti e forse rigati dalle lacrime.
4. Giungiamo, così, al terzo e ultimo simbolo, reiterato più volte dal Salmo: “Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (vv. 8-9). È, dunque, il volto di Dio la meta della ricerca spirituale dell’orante. In finale emerge una certezza indiscussa, quella di poter “contemplare la bontà del Signore” (v. 13).
Nel linguaggio dei Salmi “cercare il volto del Signore” è spesso sinonimo dell’ingresso nel tempio per celebrare e sperimentare la comunione col Dio di Sion. Ma l’espressione comprende anche l’esigenza mistica dell’intimità divina mediante la preghiera. Nella liturgia, dunque, e nell’orazione personale ci è concessa la grazia di intuire quel volto che non potremo mai direttamente vedere durante la nostra esistenza terrena (cfr Es 33,20). Ma Cristo ha rivelato a noi, in una forma accessibile, il volto divino e ha promesso che nell’incontro definitivo dell’eternità – come ci ricorda san Giovanni – “noi lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). E san Paolo aggiunge: “Allora vedremo a faccia a faccia” (1Cor 13,12).
5. Commentando questo Salmo, il grande scrittore cristiano del terzo secolo Origene, così annota: “Se un uomo cercherà il volto del Signore, vedrà la gloria del Signore in modo svelato e, divenuto uguale agli angeli, vedrà sempre il volto del Padre che è nei cieli” (PG 12, 1281). E sant’Agostino, nel suo commento ai Salmi, così continua la preghiera del Salmista: “Non ho cercato da te qualche premio che sia all’infuori di te, ma il tuo volto. « Il tuo volto, Signore, ricercherò ». Con perseveranza insisterò in questa ricerca; non cercherò infatti qualcosa di poco conto, ma il tuo volto, o Signore, per amarti gratuitamente, dato che non trovo niente di più prezioso… « Non ti allontanare adirato dal tuo servo », affinché cercando te, non mi imbatta in qualcos’altro. Quale pena può esser più grave di questa per chi ama e cerca la verità del tuo volto?” (Esposizioni sui Salmi, 26,1, 8-9, Roma 1967, pp. 355-357).

«Mea culpa»
primo passo sul cammino del perdono (Salmo 31)
1. “Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato!”. Questa beatitudine, che apre il Salmo 31 appena proclamato, ci fa subito comprendere perché esso è stato accolto dalla tradizione cristiana nella serie dei sette salmi penitenziali. Dopo la duplice beatitudine iniziale (cfr vv. 1-2), troviamo non una generica riflessione sul peccato e sul perdono, ma la testimonianza personale di un convertito.
La composizione del salmo è piuttosto complessa: dopo la testimonianza personale (cfr vv. 3-5) vengono due versetti che parlano di pericolo, di preghiera e di salvezza (cfr vv. 6-7), poi una promessa divina di consiglio (cfr v. 8) e un ammonimento (cfr v. 9), infine un detto sapienziale antitetico (cfr v. 10) e un invito a gioire nel Signore (cfr v. 11).
2. Riprendiamo ora soltanto alcuni elementi di questa composizione. Innanzitutto l’orante descrive la sua penosissima situazione di coscienza quando “taceva” (cfr v. 3): avendo commesso gravi colpe, egli non aveva il coraggio di confessare a Dio i suoi peccati. Era un tormento interiore terribile, descritto con immagini impressionanti. Le ossa gli si consumavano quasi sotto una febbre dissecante, l’arsura attanagliava il suo vigore dissolvendolo, il suo gemito era ininterrotto. Il peccatore sentiva pesare su di sé la mano di Dio, consapevole come era che Dio non è indifferente al male perpetrato dalla sua creatura, perché Egli è il custode della giustizia e della verità.
3. Non potendo più resistere, il peccatore ha deciso di confessare la sua colpa con una dichiarazione coraggiosa, che sembra anticipare quella del figlio prodigo della parabola di Gesù (cfr Lc 15,18). Ha detto, infatti, con la sincerità del cuore: “Confesserò al Signore le mie colpe”. Sono poche parole, ma che nascono dalla coscienza; Dio vi risponde subito con un generoso perdono (cfr Sal 31,5).
Il profeta Geremia riferiva questo appello di Dio: “Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso, dice il Signore. Non conserverò l’ira per sempre. Su, riconosci la tua colpa, perché sei stata infedele al Signore tuo Dio” (3,12-13).
Si schiude così davanti ad “ogni fedele” pentito e perdonato un orizzonte di sicurezza, di fiducia, di pace, nonostante le prove della vita (cfr Sal 31,6-7). Può giungere ancora il tempo dell’angoscia ma la marea avanzante della paura non prevarrà, perché il Signore condurrà il suo fedele in un luogo sicuro: “Tu sei il mio rifugio, mi preservi dal pericolo, mi circondi di esultanza per la salvezza” (v. 7).
4. A questo punto, prende la parola il Signore, per promettere di guidare ormai il peccatore convertito. Non basta, infatti, essere stati purificati; bisogna poi camminare sulla giusta via. Perciò, come nel Libro di Isaia (cfr Is 30,21), il Signore promette: “T’indicherò la via da seguire” (Sal 31,8) ed invita alla docilità. L’appello si fa premuroso, venato di un po’ di ironia con il vivace paragone del mulo e del cavallo, simboli di ostinazione (cfr v. 9). La vera sapienza, infatti, induce alla conversione, lasciando alle spalle il vizio e il suo oscuro potere di attrazione. Ma soprattutto conduce al godimento di quella pace che scaturisce dall’essere liberati e perdonati.
San Paolo nella Lettera ai Romani si riferisce esplicitamente all’inizio del nostro salmo per celebrare la grazia liberatrice di Cristo (cfr Rm 4,6-8). Noi potremmo applicarlo al sacramento della riconciliazione. In esso, alla luce del salmo, si sperimenta la coscienza del peccato, spesso offuscata ai nostri giorni, e insieme la gioia del perdono. Al binomio “delitto-castigo” si sostituisce il binomio “delitto-perdono”, perché il Signore è un Dio “che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato” (Es 34,7).
5. San Cirillo di Gerusalemme (IV sec.) userà il Salmo 31 per insegnare ai catecumeni il profondo rinnovamento del battesimo, radicale purificazione da ogni peccato (Procatechesi n. 15). Anch’egli esalterà, attraverso le parole del salmi sta, la misericordia divina. Con le sue parole concludiamo la nostra catechesi: “Dio è misericordioso e non lesina il suo perdono… Non supererà la grandezza della misericordia di Dio il cumulo dei tuoi peccati: non supererà la destrezza del sommo Medico la gravità delle tue ferite: purché a lui ti abbandoni con fiducia. Manifesta al Medico il tuo male, e parlagli con le parole che disse Davide: « Ecco, confesserò al Signore l’iniquità che mi sta sempre dinanzi ». Così otterrai che si avverino le altre: « Tu hai rimesse le empietà del mio cuore »” (Le catechesi, Roma 1993, pp. 52-53).

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IL CANTO DELLA SPERANZA

Posté le Mercredi 23 avril 2014

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IL CANTO DELLA SPERANZA

di Don Giuseppe Liberto

Il cuore che spera già possiede il non ancora della pienezza d’amore che attende. Alla fine del libro dell’Apocalisse lo sposo promette: Sì, vengo presto! La sposa gli risponde: Vieni, Signore Gesù! (22,20). Questo grido invocativo riprende un canto aramaico della Chiesa dei primi secoli che attendava impaziente la parusia: Maranà tha!
Il canto della speranza sgorga dalla pienezza del cuore che crede e dalla forza della fede vissuta. L’uomo senza speranza fa soltanto spettacolo di una fede vacua, apparente e coreografica. Il canto della fede che spera è espressione viva di entusiasmo interiore che incendia il cuore e dà voce alla profezia e alla lode, al rendimento di grazie e allo stupore, alla gioia e alla contemplazione, alla supplica e al pentimento. E’ questa l’esperienza dell’uomo biblico, creatura sempre entusiasta: dal canto di gioia di Adamo, all’Amen dei redenti nell’Apocalisse; dall’appassionata difesa di Dio da parte di Mosè e dei profeti, al Magnificat di Maria e all’ebbrezza della Chiesa a Pentecoste. Si tratta di un canto ora di chi si trova direttamente coinvolto nell’azione di Dio, ora di chi desidera farne memoria viva. Questo canto non è finalizzato a creare una qualche atmosfera coreografica e superficiale ma è inno che, mentre celebra nell’entusiasmo della fede le meraviglie di Dio, allo stesso tempo le fa conoscere agli altri uomini come speranza realizzata.
Se gli ebrei, seduti lungo i fiumi di Babilonia, piangendo, appendono le loro cetre ai salici amari e si rifiutano di cantare, è perché la drammatica esperienza dell’esilio li ha allontanati da quella patria in cui soltanto potevano fare esperienza del loro Dio. Al contrario, Maria di Nazareth, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna, esplodono nel grido di gioia e di lode perché sperimentano le ragioni della speranza compiuta nella propria vita.
Il canto della speranza, come tensione e attesa, è slancio verso il futuro che trasfigura il presente. E’ aurora dell’atteso nuovo giorno che tutto illumina con la sua luce. La speranza è necessaria poiché l’uomo è veramente se stesso solo quando è aperto verso il domani. La speranza non si esaurisce dentro il destino individuale dell’uomo ma avvolge e coinvolge il cammino dell’umanità verso il futuro.
La speranza cristiana, scrive Paolo a Timoteo, è attesa di un orizzonte di felicità che coinvolge tutti gli uomini e che Dio stesso ha promesso. Dio, infatti, vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (1Tim 2.4). La fede garantisce la realtà del futuro promesso perché, attraverso di esso, l’uomo pone la sua fiducia in Dio da cui ogni futuro dipende: La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono (Eb 11,1). Fede non è soltanto slancio verso l’avvenire ma anche anticipazione e pregustazione della realtà che si attendono. La fede attira dentro il presente, il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro “non ancora”. Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura e così le cose future si riversano in quelle presente e le presenti in quelle future (Spe salvi n. 7).
Se la fede ha la priorità nella declinazione della vita teologale, la speranza ha il primato esistenziale nella vita del cristiano: senza la fede, la speranza si riduce a mera utopia; senza la speranza, la fede è morta ed è incapace di tradursi in vita concreta. La fede, infatti, vede ciò che è, la speranza intuisce ciò che sarà, l’amore ama e armonizza ciò che è e ciò che sarà. In tal senso la speranza è forza liberante che spinge in avanti l’arduo cammino faticoso della storia.
L’uomo che vive di speranza impara a stupirsi dinanzi alle sorprese di Dio che quotidianamente entra nella trama delle vicende umane. La speranza è stupore dell’uomo di fronte alle meraviglie che Dio opera nella storia. Stupore che esplode in pienezza di canto che sgorga dall’entusiasmo del cuore. Canta chi percepisce di essere inserito nell’azione salvifica di Dio e nella luce delle sue epifanie. Il canto del credente non è gesto di vuota spensieratezza, di superficiale ilarità o di puro estetismo che talvolta degenerano in pericolosa idolatria, esso è espressione di un cuore colmo di stupore e di gratitudine per le rivelazioni d’amore con cui Dio crea e redime.
I cristiani cantano perché Cristo risorto e glorioso vive in loro e li salva; cantano, sia che si trovino nella gioia sia che soffrano nel pianto; cantano perché il cuore è ricolmo di fiducia e di speranza. Lì dove il canto muore, cedendo il posto al mutismo, lì muore la speranza. L’uomo senza speranza è incapace di sciogliere le labbra agli inni di lode e di gratitudine. Dopo il passaggio del Mar Rosso, Maria intona il cantico di vittoria perché la speranza della liberazione si è finalmente realizzata: Voglio cantare in onore del Signore, perché ha mirabilmente trionfato…Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. E’ il mio Dio e lo voglio lodare, è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! (Es 15, 1.2). Senza fede in Dio che salva per amore, non si può effondere il canto d’amore fedele della speranza.
La celebrazione liturgica è il luogo privilegiato in cui lo stupore della fede si fa entusiasmo di preghiera in canto. Mentre credendo prego, imparo la sublime arte dello sperare. Quando non posso più parlare con nessuno, quando non ho nessuno da invocare, scrive Benedetto XVI, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c’è nessuno che possa aiutarmi…Egli può aiutarmi. Se sono relegato in estrema solitudine…l’orante non è mai totalmente solo (Spe salvi n. 32).
Al disopra di tutto, fondamento e anticipazione di ogni speranza, rimane sempre il mistero dell’Eucaristia, “farmaco d’immortalità” e “seme d’incorruttibilità”. Ecco perché tutte le preghiere eucaristiche si chiudono con il ricordo della gloria verso la quale tende ogni celebrazione del mistero pasquale. Esemplare rimane la conclusione della IV Prece eucaristica: …e con tutte le creature, liberate dalla corruzione del peccato e della morte, canteremo la tua gloria.
Il canto della preghiera liturgica è tutto carico di attesa e di pregustazione escatologica perché partecipa all’Alleluia del Risorto che rivela e anticipa il termine della storia. Ogni canto della preghiera liturgica deve esprimere la quieta tensione tra un’incarnazione nell’affascinante e drammatica trama dell’oggi storico e umano e la nostalgia colma di speranza dell’incontro con la terra promessa di un futuro annunziato e, in qualche modo già presente, il cui desiderio e la cui realizzazione nella gloria è dono ineffabile dello Spirito Santo.

incamminoverso @ 18:04
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Associate of Leonardo da Vinci – An Angel in Green with a Vielle

Posté le Mardi 22 avril 2014

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incamminoverso @ 19:57
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«DIO DÀ INIZIO A UNA STORIA» – Dall’intervento del cardinale Joseph Ratzinger …

Posté le Mardi 22 avril 2014

http://www.30giorni.it/articoli_id_13667_l1.htm

«DIO DÀ INIZIO A UNA STORIA»

Cenni della concezione cristiana di tempo e di eternità. Dall’intervento del cardinale Joseph Ratzinger alla Pontificia Università Lateranense il 15 dicembre 1998 all’interno del Colloquio su «San Tommaso e lo Spirito Santo»

Brani da un intervento del cardinale Joseph Ratzinger alla Pontificia Università Lateranense

Aristotele ha tratteggiato una visione del mondo orientata in modo cosmocentrico, che oggi ancora ci colpisce per la chiarezza della sua logica e la coerenza della sua concezione. Questa visione del mondo è determinata dalla correlazione reciproca di tempo e di non tempo. Il cosmo stesso è perpetuo movimento circolare, che non ha né inizio né fine. Ma questo movimento ha bisogno per così dire di un motore, di una forza, che deve essere come esso stesso infinita, ma non può essere ancora una volta movimento. Il motore immobile è l’energia continua dell’universo. Poiché è immobile, è collocato al di fuori del tempo, dal momento che il tempo dipende dal movimento. La semplice immobilità, immutabilità, eternità è pertanto da caratterizzare come atemporalità. Il tempo è agganciato all’eternità, all’atemporalità. Il tempo dipende da ciò che è atemporale, riceve da lì la sua energia, ma l’eternità non è toccata dal tempo, bensì rimane pura in se stessa. Diversamente infatti sarebbe anch’essa movimento, diverrebbe anch’essa relativa e non potrebbe più sostenere ciò che è relativo. Il condizionato postula l’incondizionato. Poiché però questa realtà senza movimento è per sua essenza senza principio e senza fine, quindi anche il tempo può sempre essere senza principio e senza fine: la sua temporalità non dipende dal cominciare e dal venir meno, ma dalla persistenza del suo muoversi. Il tempo è puro movimento ed è definito dal movimento, come l’eternità è definita dal non movimento, dalla pura semplicità dell’essere.
L’idea che l’eternità sia atemporalità e che così venga descritta l’essenza di Dio ha in qualche modo determinato anche il pensiero cristiano. Tommaso d’Aquino a partire da qui ha insegnato che fondamentalmente un cosmo senza principio e senza fine sarebbe perfettamente conciliabile con la fede cristiana; solo per una specifica rivelazione si verrebbe a conoscere che il mondo ha come creazione un principio e come storia una fine, ma dal punto di vista filosofico questo non sarebbe deducibile e non sarebbe in sé un concetto necessariamente connesso con la fede in Dio. Nel nostro tempo, andando oltre questa certamente convincente concezione aristotelico-cristiana di san Tommaso si è affermato un singolare sviluppo dell’idea di eternità come atemporalità, che è importante per la nostra questione. In una vasta corrente di teologia si sostiene l’opinione che la temporalità è legata alla corporeità e pertanto l’uscire dell’uomo dal corpo nella morte significa anche l’uscire dal tempo nell’atemporalità – un’idea che naturalmente nel sistema aristotelico non poteva emergere. Chi dunque abbandona la corporeità determinata in modo fisico-biologico non potrebbe entrare in una fase intermedia nell’attesa della fine del tempo.
Egli si troverebbe di fatto totalmente al di fuori del tempo nell’eternità, che sarebbe atemporalità. Egli sarebbe situato al di là del tempo. In questo caso il giudizio e la fine del tempo non potrebbero essere pensati come ancora da attendere, perché ciò significherebbe introdurre nuovamente elementi temporali, laddove non esiste più nessun tempo. Essendo situati là ove è Dio, nell’atemporalità dell’eternità, ci si troverebbe ormai nel mondo già compiuto della risurrezione, al di là della storia, perché presso Dio, in quanto totalmente atemporale, tutto è già compiuto e ciò che all’interno del tempo è ancora da attendere là sarebbe già continuo presente. Così la storia come tempo potrebbe continuare tranquillamente senza fine, mentre essa dall’altra parte sarebbe in realtà sempre già compiuta. Le sofferenze, che da una parte vengono patite, sarebbero dall’altra parte sempre già superate nella definitiva vittoria di Dio. L’identificazione di eternità con atemporalità e l’appiattimento di tutto ciò che non è fisico nell’atemporalità introduce qui un dualismo di due mondi, nel quale la storia – a mio parere – perde ogni aspetto di serietà: mentre noi crediamo di operare in essa con fatica, di là essa è ormai già passata. La fine della storia non riguarda la storia stessa, ma si situa laddove semplicemente non vi è nessuna storia.
Devo confessare che questo dualismo rimane per me incomprensibile, per quanto ampiamente oggi esso sia diffuso con la teoria della “risurrezione nella morte”, che di fatto presuppone proprio questa idea della morte come uscita dal tempo, in cui tutto ciò che a noi sembra futuro, già è presente senza tempo. Una cosa comunque, a mio parere, emerge con evidenza: per la chiarificazione del concetto di tempo è necessario anche l’approfondimento del concetto di eternità così come la distinzione dei livelli di tempo. Il tempo non è solo un fenomeno fisico. L’esistenza del tempo non dipende solo dal movimento degli astri, vi è movimento anche nell’ambito del cuore, dello spirito. Ed a partire da qui ci si deve chiedere se la relazione di Dio con il mondo e con il tempo possa essere descritta in modo adeguato semplicemente con il concetto dell’atemporalità. Ciò che nel sistema cosmico di Aristotele è perfettamente logico e corretto diviene contraddittorio se lo si mette in relazione con la concezione cristiana di Dio, con il Dio che non solo muove il mondo restando immobile, ma lo crea – con il Dio che dà inizio ad una storia, che contrae un’alleanza e questo fino al punto che egli stesso diviene un uomo. Naturalmente non può semplicemente essere attribuita a Dio quella medesima modalità di temporalità che caratterizza l’uomo inserito nel cosmo e neppure l’uomo che nella morte è uscito dalla corporeità. Se mi contrappongo qui ad un certo tipo di aristotelismo cristiano, mi contrappongo quindi anche ad Oscar Cullmann, che in comprensibile reazione all’aristotelismo ed al platonismo riteneva che nella Bibbia anche Dio appartenga al tempo e di conseguenza denomina tutto allo stesso modo tempo e storia. Più precisa mi sembra già essere la proposta di Emil Brunner di definire l’eternità di Dio a partire dall’immagine cristiana di Dio, non come atemporalità, ma come dominio del tempo.
Il Dio della Bibbia non è una forza che riposa in se stessa, che tiene in movimento il mondo senza muovere se stessa. Quando Dante definisce Dio «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Paradiso XXXIII, 145), riecheggia certo chiaramente la visione aristotelica, ma con il concetto di «amor» è nondimeno enunciato qualcosa di nuovo: l’idea della relazione, che assume in sé l’altro e si lascia assumere in lui. L’immagine delle mani, che abbracciano il tempo e così gli divengono contemporanee, mi sembra rendere nel modo migliore una rappresentazione della relazione di Dio con il tempo ed insieme della sua superiorità su di esso. Troppo a lungo siamo qui restati all’interno della struttura concettuale aristotelica. Ripensare l’essenza dell’eternità a partire dalle conoscenze e dalle esperienze della fede cristiana mi sembra essere un compito ancora ampiamente aperto. Quando ci si inoltra in tale via, allora il rigido cosmocentrismo della visione aristotelica si dissolve da solo, perché non conta più soltanto il fenomeno del movimento fisico, ma anche il movimento dello spirito e così la storia, l’uomo, ottiene una sua propria dignità di collocazione.

Dal numero di Nuntium del giugno 1999

incamminoverso @ 19:56
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LA CHIESA DI DIO – Tratto da « Lettera ai cercatori di Dio »

Posté le Mardi 22 avril 2014

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=125092

LA CHIESA DI DIO

Tratto da « Lettera ai cercatori di Dio »

La vita del Dio Trinità, che è amore, si partecipa agli uomini radunandoli in una comunità, che è la Chiesa. L’espressione “Chiesa di Dio” viene dalla tradizione biblica, dove designa l’assemblea di Israele convocata da Dio ai piedi del monte Sinai per ricevere lo statuto dell’alleanza.

9. LA CHIESA DI DIO
La vita del Dio Trinità, che è amore, si partecipa agli uomini radunandoli in una comunità, che è la Chiesa. L’espressione “Chiesa di Dio” viene dalla tradizione biblica, dove designa l’assemblea di Israele convocata da Dio ai piedi del monte Sinai per ricevere lo statuto dell’alleanza. Nella tradizione paolina la “Chiesa di Dio” è l’insieme dei credenti battezzati, dispersi nelle piccole comunità del mondo greco-romano. Gli autori dei Vangeli partono dall’esperienza della Chiesa nata nella prima missione cristiana per cercarne le radici e le ragioni nelle parole e nelle azioni di Gesù. Nella tradizione evangelica il gruppo dei dodici e dei discepoli è presentato come il prototipo della comunità cristiana o Chiesa, alla quale sono destinati i quattro Vangeli.

La comunità dei fratelli
Nel Vangelo di Matteo, Gesù parla esplicitamente della sua “Chiesa”, che egli fonderà sulla fede di Pietro. La Chiesa è la comunità dei credenti che riconoscono Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente. In essa Chiesa l’autorità è esercitata nel nome di Gesù per la salvezza dei credenti, che sono tutti fratelli, perché figli del Padre che è nei cieli. L’accoglienza dei piccoli, la correzione fraterna e il perdono stanno alla base dei rapporti nella comunità ecclesiale. Alla Chiesa Dio affida il suo regno e chiede l’attuazione della sua volontà come l’ha rivelata Gesù, il Figlio. Essa è aperta a tutti i popoli della terra, chiamati a diventare discepoli di Gesù.
Secondo Luca, autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli, la Chiesa è una comunità “apostolica”, perché fondata sui dodici apostoli, rappresentanti di tutto Israele: nella sua vita e nella sua storia trovano compimento le promesse di salvezza fatte da Dio al popolo eletto. Con la forza dello Spirito Santo i discepoli sono inviati a rendere testimonianza a Gesù sino agli estremi confini della terra.
Nella festa di Pentecoste, il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua di Risurrezione, mediante il dono dello Spirito Santo, che era stato promesso da Gesù risorto, si manifesta la Chiesa. L’autore degli Atti degli Apostoli ne traccia un quadro ideale. Tutti quelli che accolgono la Parola di Dio, proclamata dagli apostoli, e si fanno battezzare nel nome del Signore Gesù formano la comunità dei credenti, che sono “perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (2,42), e realizzano una comunità di amici e fratelli, che forma “un cuore solo e un’anima sola” (4,32).

La comunità inviata in missione
L’autore degli Atti degli Apostoli ricostruisce la tappe della prima missione della Chiesa nel mondo ebraico, presentandone i protagonisti e il metodo. Dio sta all’origine della missione cristiana. Per mezzo di Gesù Cristo, il Figlio “inviato” dal Padre, il dono dello Spirito Santo abilita tutti i credenti a proclamare il Vangelo della salvezza a ogni creatura umana, senza distinzione di religione, etnia e cultura. Destinatari della missione sono tutti gli esseri umani, da Israele ai popoli pagani.
La missione si attua mediante l’annuncio e la testimonianza resa con la parola e con la vita. Essa corrisponde alla volontà di Dio, che è stata profeticamente annunciata nella storia di Israele – testimoniata nei libri dell’Antico Testamento – e si compie per mezzo di Gesù Cristo e il dono dello Spirito Santo. Il contenuto dell’annuncio è Gesù di Nazaret, condannato a morte dagli uomini, ma risuscitato da Dio: in lui si compiono le promesse divine, presenti nelle Sacre Scritture, e si apre l’accesso alla salvezza a tutti i possibili cercatori di Dio.
L’annuncio sfocia nell’invito alla conversione per ricevere il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo, garanzia della salvezza definitiva, cioè di una vita piena e felice nel tempo e per l’eternità.

La comunità dei credenti in Gesù Cristo
La Chiesa di Dio è la “santa convocazione” di quanti hanno accolto il Vangelo di Gesù Cristo e vivono, grazie all’azione interiore dello Spirito Santo, nella fede, nella carità e nella speranza, in attesa della manifestazione gloriosa del Signore. Partendo dall’esperienza della “cena del Signore”, dove i cristiani fanno memoria di Gesù morto e risorto, san Paolo presenta la comunità dei cristiani come “corpo di Cristo”. Tutti i credenti che mangiano l’unico pane che è Cristo, formano, nella comunione con lui, un solo corpo. Essi sono stati battezzati in un solo Spirito per formare l’unico corpo di Cristo.
Lo Spirito donato da Dio per mezzo di Gesù risorto è la fonte dei diversi carismi e compiti, che esprimono e realizzano la vitalità dell’unica Chiesa, corpo di Cristo. L’amore comunicato dallo Spirito Santo tiene uniti tutti i membri della Chiesa. Per la nascita e la crescita della Chiesa, Dio ha stabilito il ministero degli apostoli, dei profeti e dei maestri.
Nella tradizione di san Paolo questa varietà di ministeri al servizio della Parola e della guida della
Chiesa è donata dal Signore risorto perché tutti i credenti partecipino alla crescita del suo corpo nell’unità e nell’amore.
Nella vita della Chiesa la fede dei suoi membri assume diverse forme, legate agli stati di vita e ai doni ricevuti da Dio. Queste forme manifestano la ricchezza e la varietà dell’esperienza cristiana, radicata nella partecipazione alla vita dell’unico Signore Gesù, il Cristo, capo della Chiesa edificata sulla parola degli “apostoli e profeti”. Mediante la proclamazione del Vangelo tutti i popoli sono chiamati a far parte di questa Chiesa, corpo di Cristo.
Nella stessa tradizione di san Paolo si vive l’esperienza della Chiesa come famiglia di Dio, guidata dai pastori che rendono viva e attuale la tradizione dell’apostolo. Essi esercitano un ruolo di sorveglianza (“episcopé”) e saranno chiamati vescovi, con caratteristiche che si preciseranno sempre di più sul fondamento di ciò che è già presente nelle comunità apostoliche delle origini.
Entrare nella Chiesa mediante la fede in Gesù e la conversione del proprio cuore, testimoniate nel battesimo, acquisendo atteggiamenti di amore verso tutti; accettare la guida dei pastori che annunciano la Parola di Dio e offrono il dono dei sacramenti, in cui scorre per noi la vita divina offerta in Gesù Cristo, ci garantisce una vita salvata, cioè libera dalle idolatrie di questo mondo e partecipe nella fede e nella speranza della gioia dell’eternità divina.

La comunità di amici e la “sposa dell’Agnello”
Secondo il Vangelo di Giovanni i credenti in Gesù Cristo, Figlio di Dio, formano una comunità di amici, tenuti insieme, come tralci nella vite, dal comandamento nuovo dell’amore, che ha la fonte e il modello nel dono che Gesù fa della sua vita. Come Gesù i discepoli sono consacrati mediante l’amore e lo Spirito Santo, per essere inviati nel mondo. L’unità di tutti i credenti si fonda sulla preghiera di Gesù, che chiede al Padre che essi siano una cosa sola, partecipando allo stesso dinamismo di amore che costituisce la comunione tra lui e il Padre.
Per l’autore dell’Apocalisse la comunità dei fedeli segue Gesù, l’Agnello ucciso ma ora vivo, senza compromessi con il potere idolatrico, fino al martirio. Sullo sfondo della nuova creazione, il profeta di Patmos immagina la Chiesa come una sposa pronta per le nozze dell’Agnello. Essa è paragonata alla nuova Gerusalemme che scende dal cielo, per essere la dimora di Dio tra gli uomini.
Proprio in quanto è la sposa dell’Agnello, la Chiesa è necessaria per incontrare e accogliere Cristo nel cuore e nella vita. Nella comunità che ascolta e proclama la sua parola, che celebra i sacramenti della salvezza, che vive e testimonia la carità, è lui a rendersi presente, nonostante i peccati e le contro-testimonianze dei figli della Chiesa.
Una comunità dal volto umano, accogliente, viva nella fede e tale da irradiare la gioia del Vangelo è veramente, in rapporto al Signore Gesù, come la luna nei confronti del sole: essa raccoglie da Cristo, vero Sole, i raggi della luce che illumina il mondo e li offre generosamente nella notte del tempo. Così la percepiva e la rappresentava la fede dei più antichi scrittori cristiani:
Questa è la vera luna.
Dall’intramontabile luce dell’astro fraterno
ottiene la luce dell’immortalità e della grazia.
Infatti la Chiesa non rifulge di luce propria,
ma della luce di Cristo.
Trae il suo splendore dal sole della giustizia,
per poter poi dire:
Io vivo, però non son più io che vivo,
ma vive in me Cristo!
(Sant’Ambrogio, Hexaemeron 4, 8, 32).

incamminoverso @ 19:53
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The empty tomb, the women

Posté le Samedi 19 avril 2014

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incamminoverso @ 19:18
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MEDITAZIONE SUL SABATO SANTO (2013) – …e già splendevano le luci del sabato (Lc 23, 54).

Posté le Samedi 19 avril 2014

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MEDITAZIONE SUL SABATO SANTO DEL VESCOVO GIUSEPPE GIUDICE

† GIUSEPPE, VESCOVO

NOCERA INFERIORE, 30 MARZO 2013, SABATO SANTO

…e già splendevano le luci del sabato (Lc 23, 54).

Mi ha affascinato, ed ho sempre cercato di viverlo intensamente, il Sabato santo perché è il giorno per me che racchiude in sintesi il grande Mistero cristiano e in cui il silenzio diventa, se lo si sa ascoltare con il cuore, lo sfondo per la lettura di ogni vicenda personale.
Sabato santo: il sepolcro è ormai sigillato; la croce è rimasta vuota; il cenacolo non è più la sala della cena, ma è diventato il luogo che racchiude la paura di poveri uomini.
Succede come quando un amore finisce, un’amicizia si lacera, un paese si lascia, sopraggiunge una malattia e una persona cara non c’è più. È Sabato santo e tu cerchi di ricucire i dettagli, di capire, di rielaborare.
Come proiettati su uno schermo, ritornano alla mente i giorni della gioia, dell’amore consumato insieme nella sala grande e addobbata, ma ritornano anche i momenti incomprensibili della passione, le urla, il sangue, le cadute, i chiodi, il pianto della Madre e, al di sopra di tutto e in tutto, il Suo sguardo che cerca, che ti cerca e, guardandoti, ti perdona.
Ora il silenzio avvolge ogni cosa, ogni situazione, ogni umano dolore. Anche la tua vita, è custodita dal canto del silenzio. Un canto nella notte mi ritorna nel cuore e il mio spirito si va interrogando, così il salmista.
Eppure, nonostante tutti questi segni di delusione e scoraggiamento, cogli nell’aria un’attesa, già respiri la Speranza.
La Chiesa, che ami e ti ama immensamente, spoglia e nuda, ti è ancora compagna accanto al sepolcro nuovo di Giuseppe di Arimatea. Ella si fa speranza nel tuo dolore e, mentre ogni cosa sembra scrivere la parola fine, avverti che tutto sta per ricominciare.
Ti accorgi che sono giunti i dolori del parto e si attendono le prime luci dell’alba, quando zampillerà il vino nuovo e si innalzerà un nuovo inno alla vita. Si sente, nelle fibre più nascoste dell’essere, che non tutto può essere già finito.
C’è qualcosa o Qualcuno che induce ancora a sperare. E il dolore diventa amico, perché ti fa piccolo e ti incammina verso il Regno, più povero e più semplice. Il Sabato santo diventa veramente, concretamente, perché lo vivi nella tua carne segnata dalla Passione, il giorno in cui impari a sperare, diventi alunno della Speranza pasquale.
La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza.

La piccola speranza avanza tra le sue grandi sorelle,
ma non le si fa attenzione.
Sulla strada che sale, trascinata,
appesa al braccio delle sue grandi sorelle,
che la tengono per mano,
la piccola speranza avanza.
In realtà è lei che fa camminare le altre due,
e le trascina,
e fa camminare tutti quanti.
…ciò che mi stupisce, dice Dio, è la speranza (Charles Péguy).

Il silenzio del Sabato santo diviene l’ambiente in cui è possibile rileggere i giorni andati e consegnati al Signore. Si comprende come la nostra ora, quella che pesa sul cuore, è inserita nell’ora pasquale di Gesù. Con Lui si può anche gridare verso il Padre, ma alla fine ti accorgi che, come Lui, devi rimetterti nelle sue mani. Umanamente è sempre l’ora della paura, dell’incomprensione, della tristezza e della solitudine. Il Mistero pasquale suppone assurdi umani: il silenzio e la croce. Pasqua è maturità di silenzio e fecondità di croce.
E mai, come nei momenti della sofferenza, senti che tenendo nelle mani l’ostia e il calice, tu compatisci con Lui, sei sacerdote con Lui, nella Chiesa e per tutti.
Si beve al calice e in esso si riflette e si sintetizza l’oscurità del vespro del Venerdì santo e l’alba radiosa di Pasqua.
Vivere il Mistero pasquale, Cristo nostra Pasqua, significa accettare le ore buie, le giornate amare, le incomprensioni, le sconfitte, i perché che bruciano sulle labbra, i limiti fisici come passaggi obbligati, non semplici incidenti, per gli squarci della Risurrezione.
È il doveva accadere che Gesù spiega ai viandanti di Emmaus.
È saper scorgere nel dolore concreto che bussa alla porta un inverno fecondo, che cammina verso primavere impazzite di fiori.
Vuol dire ancora camminare sulla via della croce, quella feriale che percorriamo ogni giorno, sapendoci in compagnia con l’Uomo dei dolori, il Pellegrino che versa olio e vino sulle ferite dell’umanità.
Perché dove l’uomo si rifiuta di toccare il dolore degli altri, non c’è Pasqua. Dove le mani dell’uomo non sono forate per amore dei fratelli, non c’è Pasqua (don Primo Mazzolari).
Ecco donde nasce la speranza del Sabato santo, che ci fa camminare decisamente, indurendo la faccia come Gesù, verso Gerusalemme.

Sabato santo, il tuo chiaror ci abbaglia,
e il nostro cuore fa una lenta maglia
col cielo che ne abbraccia le speranze.
…Sabato santo, la tua luce illumina
solo le mani, unica festa, stanche (Carlo Betocchi).

Sono stanche le mani, stanchi i piedi, è stanco il cuore, a volte può succedere. Non vorrei mai stancarmi però di essere un pellegrino del Mistero; di credere, sperare, non senza fatica, non senza pagare di persona, che ogni Croce prepara una Pasqua, ogni Calvario un Tabor, che ogni Notte partorisce un’Aurora.
Sperare ogni giorno significa spezzare con tutti e per tutti il pane della Speranza, della Fede e della Carità.
Nella celebrazione della Veglia pasquale, Madre di tutte le veglie, la Chiesa, popolo allelujante, accende la sua luce al Cero offerto per illuminare l’oscurità della notte. E la sala della Cena si riaccende di luci; la Pietà si rianima perché la Madre ritrova il Figlio; le donne corrono al Sepolcro ormai vuoto; l’Angelo della Risurrezione nel luogo in cui peccavo non mi trova più, perché Egli è Risorto ed io con Lui, e le prime luci dell’alba diradano le tenebre dal cuore di ogni uomo.
Allora sperare non significa più dire ormai, ma nonostante, ed allora, solo allora è Pasqua!

incamminoverso @ 19:15
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MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – VENERAZIONE DELLA SANTA SINDONE – « ICONA DEL SABATO SANTO »

Posté le Samedi 19 avril 2014

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2010/may/documents/hf_ben-xvi_spe_20100502_meditazione-torino_it.html

VISITA PASTORALE A TORINO

VENERAZIONE DELLA SANTA SINDONE – « ICONA DEL SABATO SANTO »

MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Domenica, 2 maggio 2010

Cari amici,

questo è per me un momento molto atteso. In diverse altre occasioni mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per l’opportunità di condividere con voi una breve meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato Santo”.
Si può dire che la Sindone sia l’Icona di questo mistero, l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre del pomeriggio. Venuta la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole membro del Sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e, deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc 15,42-46). Così riferisce il Vangelo di san Marco, e con lui concordano gli altri Evangelisti. Da quel momento, Gesù rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo significato.
Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte”.
Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.
E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: “Passio Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale.
In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: “gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Tutti abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare. Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.
Questo è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore. Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati – “Passio Christi. Passio hominis” -, da questo volto promana una solenne maestà, una signoria paradossale. Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.
Cari amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena di fede, di speranza e di carità. Grazie.

incamminoverso @ 19:13
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Resurrezione

Posté le Vendredi 18 avril 2014

Resurrezione dans immagini sacre Christ+enthroned
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incamminoverso @ 19:57
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