MESSA DEL GIORNO E VANGELI, LINK UTILI

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

 

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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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San Beda Venerabile

Posté le Lundi 25 mai 2015

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BENEDETTO XVI – BEDA IL VENERABILE – 25 MAGGIO

Posté le Lundi 25 mai 2015

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 18 febbraio 2009

BEDA IL VENERABILE – 25 MAGGIO

Cari fratelli e sorelle,

il Santo che oggi avviciniamo si chiama Beda e nacque nel Nord-Est dell’Inghilterra, esattamente in Northumbria, nell’anno 672/673. Egli stesso racconta che i suoi parenti, all’età di sette anni, lo affidarono all’abate del vicino monastero benedettino perché venisse educato: “In questo monastero – egli ricorda – da allora sono sempre vissuto, dedicandomi intensamente allo studio della Scrittura e, mentre osservavo la disciplina della Regola e il quotidiano impegno di cantare in chiesa, mi fu sempre dolce o imparare o insegnare o scrivere” (Historia eccl. Anglorum, V, 24). Di fatto, Beda divenne una delle più insigni figure di erudito dell’alto Medioevo, potendo avvalersi dei molti preziosi manoscritti che i suoi abati, tornando dai frequenti viaggi in continente e a Roma, gli portavano. L’insegnamento e la fama degli scritti gli procurarono molte amicizie con le principali personalità del suo tempo, che lo incoraggiarono a proseguire nel suo lavoro da cui in tanti traevano beneficio. Ammalatosi, non smise di lavorare, conservando sempre un’interiore letizia che si esprimeva nella preghiera e nel canto. Concludeva la sua opera più importante la Historia ecclesiastica gentis Anglorum con questa invocazione: “Ti prego, o buon Gesù, che benevolmente mi hai permesso di attingere le dolci parole della tua sapienza, concedimi, benigno, di giungere un giorno da te, fonte di ogni sapienza, e di stare sempre di fronte al tuo volto”. La morte lo colse il 26 maggio 735: era il giorno dell’Ascensione.
Le Sacre Scritture sono la fonte costante della riflessione teologica di Beda. Premesso un accurato studio critico del testo (ci è giunta copia del monumentale Codex Amiatinus della Vulgata, su cui Beda lavorò), egli commenta la Bibbia, leggendola in chiave cristologica, cioè riunisce due cose: da una parte ascolta che cosa dice esattamente il testo, vuole realmente ascoltare, comprendere il testo stesso; dall’altra parte, è convinto che la chiave per capire la Sacra Scrittura come unica Parola di Dio è Cristo e con Cristo, nella sua luce, si capisce l’Antico e il Nuovo Testamento come “una” Sacra Scrittura. Le vicende dell’Antico e del Nuovo Testamento vanno insieme, sono cammino verso Cristo, benché espresse in segni e istituzioni diverse (è quella che egli chiama concordia sacramentorum). Ad esempio, la tenda dell’alleanza che Mosè innalzò nel deserto e il primo e secondo tempio di Gerusalemme sono immagini della Chiesa, nuovo tempio edificato su Cristo e sugli Apostoli con pietre vive, cementate dalla carità dello Spirito. E come per la costruzione dell’antico tempio contribuirono anche genti pagane, mettendo a disposizione materiali pregiati e l’esperienza tecnica dei loro capimastri, così all’edificazione della Chiesa contribuiscono apostoli e maestri provenienti non solo dalle antiche stirpi ebraica, greca e latina, ma anche dai nuovi popoli, tra i quali Beda si compiace di enumerare gli Iro-Celti e gli Anglo-Sassoni. San Beda vede crescere l’universalità della Chiesa che non è ristretta a una determinata cultura, ma si compone di tutte le culture del mondo che devono aprirsi a Cristo e trovare in Lui il loro punto di arrivo.
Un altro tema amato da Beda è la storia della Chiesa. Dopo essersi interessato all’epoca descritta negli Atti degli Apostoli, egli ripercorre la storia dei Padri e dei Concili, convinto che l’opera dello Spirito Santo continua nella storia. Nei Chronica Maiora Beda traccia una cronologia che diventerà la base del Calendario universale “ab incarnatione Domini”. Già da allora si calcolava il tempo dalla fondazione della città di Roma. Beda, vedendo che il vero punto di riferimento, il centro della storia è la nascita di Cristo, ci ha donato questo calendario che legge la storia partendo dall’Incarnazione del Signore. Registra i primi sei Concili Ecumenici e i loro sviluppi, presentando fedelmente la dottrina cristologica, mariologica e soteriologica, e denunciando le eresie monofisita e monotelita, iconoclastica e neo-pelagiana. Infine redige con rigore documentario e perizia letteraria la già menzionata Storia Ecclesiastica dei Popoli Angli, per la quale è riconosciuto come “il padre della storiografia inglese”. I tratti caratteristici della Chiesa che Beda ama evidenziare sono: a) la cattolicità come fedeltà alla tradizione e insieme apertura agli sviluppi storici, e come ricerca della unità nella molteplicità, nella diversità della storia e delle culture, secondo le direttive che Papa Gregorio Magno aveva dato all’apostolo dell’Inghilterra, Agostino di Canterbury; b) l’apostolicità e la romanità: a questo riguardo ritiene di primaria importanza convincere tutte le Chiese Iro-Celtiche e dei Pitti a celebrare unitariamente la Pasqua secondo il calendario romano. Il Computo da lui scientificamente elaborato per stabilire la data esatta della celebrazione pasquale, e perciò l’intero ciclo dell’anno liturgico, è diventato il testo di riferimento per tutta la Chiesa Cattolica.
Beda fu anche un insigne maestro di teologia liturgica. Nelle Omelie sui Vangeli domenicali e festivi, svolge una vera mistagogia, educando i fedeli a celebrare gioiosamente i misteri della fede e a riprodurli coerentemente nella vita, in attesa della loro piena manifestazione al ritorno di Cristo, quando, con i nostri corpi glorificati, saremo ammessi in processione offertoriale all’eterna liturgia di Dio nel cielo. Seguendo il “realismo” delle catechesi di Cirillo, Ambrogio e Agostino, Beda insegna che i sacramenti dell’iniziazione cristiana costituiscono ogni fedele “non solo cristiano ma Cristo”. Ogni volta, infatti, che un’anima fedele accoglie e custodisce con amore la Parola di Dio, a imitazione di Maria concepisce e genera nuovamente Cristo. E ogni volta che un gruppo di neofiti riceve i sacramenti pasquali, la Chiesa si “auto-genera”, o con un’espressione ancora più ardita, la Chiesa diventa “madre di Dio”, partecipando alla generazione dei suoi figli, per opera dello Spirito Santo.
Grazie a questo suo modo di fare teologia intrecciando Bibbia, Liturgia e Storia, Beda ha un messaggio attuale per i diversi “stati di vita”: a) agli studiosi (doctores ac doctrices) ricorda due compiti essenziali: scrutare le meraviglie della Parola di Dio per presentarle in forma attraente ai fedeli; esporre le verità dogmatiche evitando le complicazioni eretiche e attenendosi alla “semplicità cattolica”, con l’atteggiamento dei piccoli e umili ai quali Dio si compiace di rivelare i misteri del Regno; b) i pastori, per parte loro, devono dare la priorità alla predicazione, non solo mediante il linguaggio verbale o agiografico, ma valorizzando anche icone, processioni e pellegrinaggi. Ad essi Beda raccomanda l’uso della lingua volgare, com’egli stesso fa, spiegando in Northumbro il “Padre Nostro”, il “Credo” e portando avanti fino all’ultimo giorno della sua vita il commento in volgare al Vangelo di Giovanni; c) alle persone consacrate che si dedicano all’Ufficio divino, vivendo nella gioia della comunione fraterna e progredendo nella vita spirituale mediante l’ascesi e la contemplazione, Beda raccomanda di curare l’apostolato – nessuno ha il Vangelo solo per sé, ma deve sentirlo come un dono anche per gli altri – sia collaborando con i Vescovi in attività pastorali di vario tipo a favore delle giovani comunità cristiane, sia rendendosi disponibili alla missione evangelizzatrice presso i pagani, fuori del proprio paese, come “peregrini pro amore Dei”.
Ponendosi da questa prospettiva, nel commento al Cantico dei Cantici Beda presenta la Sinagoga e la Chiesa come collaboratrici nella diffusione della Parola di Dio. Cristo Sposo vuole una Chiesa industriosa, “abbronzata dalle fatiche dell’evangelizzazione” – è chiaro l’accenno alla parola del Cantico dei Cantici (1, 5), dove la sposa dice: “Nigra sum sed formosa” (Sono abbronzata, ma bella) –, intenta a dissodare altri campi o vigne e a stabilire fra le nuove popolazioni “non una capanna provvisoria ma una dimora stabile”, cioè a inserire il Vangelo nel tessuto sociale e nelle istituzioni culturali. In questa prospettiva il santo Dottore esorta i fedeli laici ad essere assidui all’istruzione religiosa, imitando quelle “insaziabili folle evangeliche, che non lasciavano tempo agli Apostoli neppure di prendere un boccone”. Insegna loro come pregare continuamente, “riproducendo nella vita ciò che celebrano nella liturgia”, offrendo tutte le azioni come sacrificio spirituale in unione con Cristo. Ai genitori spiega che anche nel loro piccolo ambito domestico possono esercitare “l’ufficio sacerdotale di pastori e di guide”, formando cristianamente i figli ed afferma di conoscere molti fedeli (uomini e donne, sposati o celibi) “capaci di una condotta irreprensibile che, se opportunamente seguiti, potrebbero accostarsi giornalmente alla comunione eucaristica” (Epist. ad Ecgberctum, ed. Plummer, p. 419)
La fama di santità e sapienza di cui Beda godette già in vita, valse a guadagnargli il titolo di “Venerabile”. Lo chiama così anche Papa Sergio I, quando nel 701 scrive al suo abate chiedendo che lo faccia venire temporaneamente a Roma per consulenza su questioni di interesse universale. Dopo la morte i suoi scritti furono diffusi estesamente in Patria e nel Continente europeo. Il grande missionario della Germania, il Vescovo san Bonifacio (+ 754), chiese più volte all’arcivescovo di York e all’abate di Wearmouth che facessero trascrivere alcune sue opere e glie­le mandassero in modo che anch’egli e i suoi compagni potessero godere della luce spirituale che ne emanava. Un secolo più tardi Notkero Galbulo, abate di San Gallo (+ 912), prendendo atto dello straordinario influsso di Beda, lo paragonò a un nuovo sole che Dio aveva fatto sorgere non dall’Oriente ma dall’Occidente per illuminare il mondo. A parte l’enfasi retorica, è un fatto che, con le sue opere, Beda contribuì efficacemente alla costruzione di una Europa cristiana, nella quale le diverse popolazioni e culture si sono fra loro amalgamate, conferendole una fisionomia unitaria, ispirata alla fede cristiana. Preghiamo perché anche oggi ci siano personalità della statura di Beda, per mantenere unito l’intero Continente; preghiamo affinché tutti noi siamo disponibili a riscoprire le nostre comuni radici, per essere costruttori di una Europa profondamente umana e autenticamente cristiana. 

incamminoverso @ 18:45
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DOPO LA « VISITA » DEL PAPA BENEDETTO IN SINAGOGA, NUOVO « DIALOGO » « EBREI-CRISTIANI » – (« Avvenire », 23/1/’10)

Posté le Lundi 25 mai 2015

http://www.atma-o-jibon.org/italiano10/rit_cardia53.htm

DOPO LA « VISITA » DEL PAPA BENEDETTO IN SINAGOGA, NUOVO « DIALOGO » « EBREI-CRISTIANI »

QUEL « TESTAMENTO » COMUNE CHE PUÒ FARCI ANCORA PIÙ VICINI

Carlo Cardia

(« Avvenire », 23/1/’10)

Con la « visita » di Benedetto XVI alla « Sinagoga » di Roma di Domenica scorsa, il « dialogo » tra « cristiani » ed « ebrei » può svilupparsi e andare oltre i risultati già raggiunti. Probabilmente, la percezione di questa novità non è filtrata a sufficienza in alcuni « commenti » dell’ »incontro » tra il Papa e il « Rabbino » Riccardo Di Segni, che pure vi hanno fatto riferimento.
Benedetto XVI ha più volte richiamato le « radici bibliche » comuni, aprendosi alla dimensione « religiosa », « spirituale », del « dialogo » fino ad oggi un po’ sacrificata. Il « Rabbino » Di Segni ha parlato del bisogno che « cristiani » ed « ebrei » hanno di conoscersi, e di «vivere la propria « religione » con onestà e umiltà, come potente strumento di crescita e « promozione umana »». La riflessione sui rapporti « storici » tra « ebraismo » e « cristianesimo » proseguirà, ed è giusto che sia così, per superare incomprensioni e « diffidenze », per riparare a « torti » ed errori di altre « epoche », ma per generazioni di giovani che non hanno vissuto i « contrasti » del passato, è giusto parlare anche di ciò che ha unito e unisce « ebrei » e « cristiani » presenti in tutto il mondo. Il « cristianesimo » ha universalizzato il « Testamento Ebraico », lo ha riconosciuto sin dall’inizio come proprio « tesoro » inestimabile, ha resistito ad ogni tentativo di scindere il « cordone ombelicale » che lo unisce in modo irreversibile all’ »ebraismo ». La lettura e l’interpretazione delle « Scritture » conoscono una dialettica « ebraico-cristiana » che ha portato frutti per quanti approfondiscono la « fede » nello stesso Dio con la propria « spiritualità ». Benedetto XVI ha colto una difficoltà reale nel fatto che « cristiani » ed « ebrei » «hanno una gran parte di « patrimonio spirituale » in comune, pregano lo stesso « Signore », hanno le stesse « radici », ma rimangono spesso « sconosciuti » l’uno all’altro».
Probabilmente queste parole meritano un approfondimento specifico, perché il « dialogo » tra « cristiani » ed « ebrei » non si esaurisce nei « giudizi storici », ma deve avvicinare le « comunità », far crescere i semi della « fraternità » nella coscienza di ciascuno. La comune « ascendenza » dal Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, non è un dato « formale » o di pura « memoria storica », ma è ricca di « contenuti » ed è sostenuta nella « fede » in una « rivelazione » che è stata progressiva, per gli « ebrei » e per i « cristiani ». I « cristiani » leggono lo stesso « Testamento » che hanno in comune con gli « ebrei », pregano Dio con i « Salmi » di « gloria » e di « ringraziamento », si formano sugli stessi « libri sapienziali », assaporano la « paternità divina » che gli « ebrei » sentono usando le stesse parole dei « cristiani » da sempre. Il nucleo della « legge divina », fatta conoscere con il « Decalogo » consegnato a Mosè, è fondamento per ogni vita che voglia costruirsi nella giustizia e nell’amore per il prossimo, ma anche di ogni « struttura sociale » che violando la « Legge del Sinai » sarebbe destinata al « disfacimento ». Nei libri dei « profeti » si manifesta il Dio della storia e del futuro, che trasmette all’uomo una « saggezza » destinata a penetrare nelle profondità dell’animo, delinea il destino di « salvezza » e di « perdizione » che ciascuno può realizzare con le proprie scelte e azioni. Nei « libri sapienziali », l’uomo avverte e sviluppa quel senso della « paternità divina » che è forza e dolcezza insieme, avvolge la coscienza e forma la « psiche », allarga l’orizzonte della « sapienza » ed eleva la « creatura » ai livelli più prossimi del « Creatore ». Il mistero del cammino del « popolo ebraico » è il mistero stesso dei « cristiani », perché Dio si è mostrato poco per volta agli uomini, ha parlato in relazione alla loro capacità di apprendere, ha svelato il « disegno » di amore e di vicinanza che ciascuno di noi può sentire e avvertire dentro di sé come il « dono » più prezioso che abbia ricevuto. Il « dialogo » tra Joseph Ratzinger e il « Rabbino » statunitense Jacob Neusner, di cui si è parlato in questi giorni, dimostra come la figura di Gesù non divide « ebrei » e « cristiani » perché il suo insegnamento completa e arricchisce l’ »affresco biblico » e il rapporto con il Dio di Abramo, e la sua figura può essere approfondita dai fedeli delle due « religioni » per meglio conoscersi e comprendersi. La « storia » e le « colpe » degli uomini hanno diviso « ebrei » e « cristiani », ma la « fede biblica » può riavvicinarli, renderli protagonisti di un progresso « spirituale » di cui oggi la terra ha più bisogno di ieri.
Insieme, essi possono diffondere e difendere il messaggio « etico » comune, tutelare ciò che Dio ha donato all’uomo con l’opera della « Creazione », difendere la « vita » come valore sommo del « disegno divino »: possono « trasfigurarsi » nella « preghiera » allo stesso Dio, nel quale si riconoscono per la comune « ascendenza ». Proseguire su questa strada non vuol dire cancellare le « differenze » tra le due « religioni », ma avvicinare le « comunità » di « fedeli », realizzare insieme esperienze « spirituali » e di « carità », far sì che « ebrei » e « cristiani » non siano più «sconosciuti» gli uni agli altri, ma si incontrino e apprezzino sempre più i « doni » di cui sono stati gratificati dalla propria « fede ». 

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El Greco, Pentecoste

Posté le Vendredi 22 mai 2015

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BENEDETTO XVI, OMELIA PER PENTECOSTE 2009

Posté le Vendredi 22 mai 2015

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CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – ANNO B

Basilica Vaticana

Domenica, 31 maggio 2009

Cari fratelli e sorelle!

Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, viviamo nella fede il mistero che si compie sull’altare, partecipiamo cioè al supremo atto di amore che Cristo ha realizzato con la sua morte e risurrezione. L’unico e medesimo centro della liturgia e della vita cristiana – il mistero pasquale – assume poi, nelle diverse solennità e feste, “forme” specifiche, con ulteriori significati e con particolari doni di grazia. Tra tutte le solennità, la Pentecoste si distingue per importanza, perché in essa si attua quello che Gesù stesso aveva annunciato essere lo scopo di tutta la sua missione sulla terra. Mentre infatti saliva a Gerusalemme, aveva dichiarato ai discepoli: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Queste parole trovano la loro più evidente realizzazione cinquanta giorni dopo la risurrezione, nella Pentecoste, antica festa ebraica che nella Chiesa è diventata la festa per eccellenza dello Spirito Santo: “Apparvero loro lingue come di fuoco… e tutti furono colmati di Spirito Santo” (At 2,3-4). Il vero fuoco, lo Spirito Santo, è stato portato sulla terra da Cristo. Egli non lo ha strappato agli dèi, come fece Prometeo, secondo il mito greco, ma si è fatto mediatore del “dono di Dio” ottenendolo per noi con il più grande atto d’amore della storia: la sua morte in croce.
Dio vuole continuare a donare questo “fuoco” ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole. Egli è spirito, e lo spirito “soffia dove vuole” (cfr Gv 3,8). C’è però una “via normale” che Dio stesso ha scelto per “gettare il fuoco sulla terra”: questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. A sua volta, Gesù Cristo ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia. “Ricevete lo Spirito Santo” – disse il Signore agli Apostoli la sera della risurrezione, accompagnando quelle parole con un gesto espressivo: “soffiò” su di loro (cfr Gv 20,22). Manifestò così che trasmetteva ad essi il suo Spirito, lo Spirito del Padre e del Figlio. Ora, cari fratelli e sorelle, nell’odierna solennità la Scrittura ci dice ancora una volta come dev’essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo. Nel racconto, che descrive l’evento di Pentecoste, l’Autore sacro ricorda che i discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”. Questo “luogo” è il Cenacolo, la “stanza al piano superiore” dove Gesù aveva fatto con i suoi Apostoli l’Ultima Cena, dove era apparso loro risorto; quella stanza che era diventata per così dire la “sede” della Chiesa nascente (cfr At 1,13). Gli Atti degli Apostoli tuttavia, più che insistere sul luogo fisico, intendono rimarcare l’atteggiamento interiore dei discepoli: “Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14). Dunque, la concordia dei discepoli è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera.
Questo, cari fratelli e sorelle, vale anche per la Chiesa di oggi, vale per noi, che siamo qui riuniti. Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l’umile e silenzioso ascolto della sua Parola. Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse – senza nulla togliere alla libertà di Dio – che la Chiesa sia meno “affannata” per le attività e più dedita alla preghiera. Ce lo insegna la Madre della Chiesa, Maria Santissima, Sposa dello Spirito Santo. Quest’anno la Pentecoste ricorre proprio nell’ultimo giorno di maggio, in cui si celebra solitamente la festa della Visitazione. Anche quella fu una sorta di piccola “pentecoste”, che fece sgorgare la gioia e la lode dai cuori di Elisabetta e di Maria, una sterile e l’altra vergine, divenute entrambe madri per straordinario intervento divino (cfr Lc 1,41-45). La musica e il canto, che accompagnano questa nostra liturgia, ci aiutano anch’essi ad essere concordi nella preghiera, e per questo esprimo viva riconoscenza al Coro del Duomo e alla Kammerorchester di Colonia. Per questa liturgia, nel bicentenario della morte di Joseph Haydn, è stata infatti scelta molto opportunamente la sua Harmoniemesse, l’ultima delle “Messe” composte dal grande musicista, una sublime sinfonia per la gloria di Dio. A voi tutti convenuti per questa circostanza rivolgo il mio più cordiale saluto.
Per indicare lo Spirito Santo, nel racconto della Pentecoste gli Atti degli Apostoli utilizzano due grandi immagini: l’immagine della tempesta e quella del fuoco. Chiaramente san Luca ha in mente la teofania del Sinai, raccontata nei libri dell’Esodo (19,16-19) e del Deuteronomio (4,10-12.36). Nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l’uomo si sentiva soggiogato e atterrito. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto: la tempesta è descritta come “vento impetuoso”, e questo fa pensare all’aria, che distingue il nostro pianeta dagli altri astri e ci permette di vivere su di esso. Quello che l’aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria – e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità –, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società – ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna – a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore!
L’altra immagine dello Spirito Santo che troviamo negli Atti degli Apostoli è il fuoco. Accennavo all’inizio al confronto tra Gesù e la figura mitologica di Prometeo, che richiama un aspetto caratteristico dell’uomo moderno. Impossessatosi delle energie del cosmo – il “fuoco” – l’essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo. L’uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così, il “fuoco” e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.
Si potrebbero in verità trovare molti esempi, meno gravi eppure altrettanto sintomatici, nella realtà di ogni giorno. La Sacra Scrittura ci rivela che l’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello “spirito di Dio che aleggiava sulle acque” (Gn 1,2) all’inizio della creazione. E Gesù Cristo ha “portato sulla terra” non la forza vitale, che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio che “rinnova la faccia della terra” purificandola dal male e liberandola dal dominio della morte (cfr Sal 103/104,29-30). Questo “fuoco” puro, essenziale e personale, il fuoco dell’amore, è disceso sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo, per fare della Chiesa il prolungamento dell’opera rinnovatrice di Cristo.
Infine, un ultimo pensiero si ricava ancora dal racconto degli Atti degli Apostoli: lo Spirito Santo vince la paura. Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l’arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all’improvviso. Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte. Sì, cari fratelli e sorelle, lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d’amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona. Lo dimostra la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l’intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l’esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini. Lo dimostra l’esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l’oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore. Con questa fede e questa gioiosa speranza ripetiamo oggi, per intercessione di Maria: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra!”.

incamminoverso @ 18:37
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OMELIA PER PENTECOSTE: SPIRITO, HO BISOGNO DI CAPIRE

Posté le Vendredi 22 mai 2015

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OMELIA (24-05-2015)

DON ALBERTO BRIGNOLI

SPIRITO, HO BISOGNO DI CAPIRE

È una delle solennità più importanti e centrali della nostra fede; anzi, mi spingo quasi a dire che – insieme alla Pasqua, con la quale forma un unico mistero, perché ne è il compimento – si tratta della solennità centrale, focale, del nostro essere cristiani; e non solo perché si colloca quasi esattamente al centro dell’Anno Liturgico, ma perché rappresenta il cuore del mistero della nostra fede, quello che dà significato al nostro credere, ossia la testimonianza. È il momento della Chiesa, è il Natale della Chiesa, un momento senza il quale il Natale di Cristo, il mistero dell’Incarnazione, non diverrebbe storia della nostra storia; un momento senza il quale la Pasqua di Cristo non diverrebbe annuncio, non sarebbe « Vangelo », Buona Notizia.
Non voglio – e non ne ho assolutamente le capacità – fare un trattato di liturgia sulla Pentecoste o di teologia dello Spirito Santo, per cui non voglio neppure rischiare di sembrare esagerato, nel dare eccessiva importanza a questa solennità: sono invece certo di non esagerare, quando affermo che alla grandezza fondamentale della Pentecoste corrisponde la totale inadeguatezza (almeno, da parte mia) nel trovare le parole giuste, nell’individuare il tema su cui soffermarci per avere degli spunti utili alla nostra riflessione in questa festa. Il Mistero dello Spirito che pervade il cuore dei fedeli e della Chiesa mi coglie totalmente impreparato e inadeguato, quasi balbettante di fronte alla grandezza di ciò che « come un vento impetuoso » si abbatte sugli Apostoli riuniti a porte chiuse nel Cenacolo. Non so mai di cosa parlare, quando penso alla Pentecoste; esattamente come di fronte a un sontuoso banchetto di gustosissime vivande e di cibi raffinati che ti lascia talmente attonito da non riuscire ad assaggiarne se non una minima parte.
E allora, giusto per assaggiare qualcosa e non rimanere a digiuno in un giorno in cui digiunare non è previsto, ho pensato a cosa può dire a noi, oggi, il mistero dello Spirito che prorompe nella storia della Chiesa e nelle nostre vicende storiche. Sono molte, le cose che lo Spirito può dire alla nostra storia; sono molte le cose che noi, abitanti della storia, possiamo chiedere in dono allo Spirito. In dono, sì, perché fortunatamente lo Spirito fa parte ancora di quelle realtà della storia che agiscono gratuitamente e senza interessi. A lui interessa solamente portare la presenza di Dio all’interno della storia dell’umanità, tutto qui. E lo fa attraverso i suoi innumerevoli doni, tanto numerosi e variegati che la tradizione ha preferito tramandarceli attraverso il numero perfetto, quello della completezza, della pienezza, il numero sette. Sono tutti profondi e utilissimi, i sette doni dello Spirito Santo, e almeno in occasione della Cresima – per timore che il Vescovo ce li chiedesse – li abbiamo imparati a memoria tutti: ma spero che ognuno di noi ne abbia preso a cuore almeno uno, e se lo sia « coccolato » un po’, tra i meandri della propria anima.
Io, ad esempio, sono affascinato dal dono dell’intelletto, quel dono per cui lo Spirito ci aiuta a « leggere dentro » le cose, oppure – come suggerisce un’altra etimologia – a « raccogliere fra le cose », a « tirare insieme tra tanti aspetti » ciò che ci permette di individuare il senso di ciò che accade. E non credo sia banale dire che oggi viviamo un momento storico in cui del dono dell’intelletto c’è veramente un enorme bisogno: perché a tirare insieme due idee su ciò che accade, a leggere in profondità gli avvenimenti e a trovarne il senso profondo, credetemi, si fa una grande fatica. Non è solo un modo di dire: « Non ci si capisce dentro più nulla »; è la cruda e a volte disarmante realtà che viviamo ogni giorno.
E credo che l’umanità, tutti quanti, abbiamo bisogno di capire. Io ho bisogno di capire, ho bisogno di intelletto.
Ho bisogno di capire come mai nel mondo ci siano oltre due miliardi di persone che vivono con meno di un euro al giorno, mentre un pilota di Formula 1, ammesso anche che sia il più forte al mondo, guadagna 35 milioni di euro a stagione, cioè 1 euro al secondo;
ho bisogno di capire come mai, per stare su cifre molto più modeste, il figlio di un dirigente di un’azienda di trasporti permetta al proprio figlio nullafacente di spendere, per i propri comodi, centinaia di migliaia di euro l’anno con la carta di credito dell’azienda, un’azienda nella quale si parlava, fino allo scorso anno, del 30% di esuberi nel personale;
ho bisogno di capire come si faccia a confondere la parola « profugo » con la parola « delinquente », e la parola « disperato » con la parola « clandestino », visto che non hanno per nulla la stessa etimologia;
ho bisogno di capire come mai chi fa politica e quindi dovrebbe insegnare civiltà agli altri fa scenate incivili insultando chiunque gli capiti a tiro solo perché lui è arrivato in ritardo in aeroporto;
ho bisogno di capire come mai si fa tanta bagarre per approvare in Parlamento una riforma scolastica mentre l’unica cosa di cui ha bisogno la scuola è di far capire ai ragazzi che la vita vale molto di più di una notte di ubriacature e di bravate durante una gita scolastica;
ho bisogno di capire come mai, se qualcuno si ritrova i panni del vicino (del fratello, pure) stesi in prossimità del proprio terrazzo, debba necessariamente imbracciare il fucile e fare una strage;
ho bisogno di capire come mai, una volta, per giocare a pallone fossero necessari solamente un pallone, un campo spianato e sei legni a forma di porta, mentre oggi servono innanzitutto diritti televisivi e gente che scommetta sul risultato;
ho bisogno di capire come mai le scorte di gadget fatte da un paese tra gli stand dell’Expo dovevano durare sei mesi e invece si sono esaurite in quindici giorni;
ho bisogno di capire come mai ci sia voluto un vescovo di Roma proveniente da un continente povero perché nella Chiesa si mettessero al centro i poveri…ero convinto che ci avesse pensato già Gesù Cristo.
Forse sono troppo ingenuo o troppo ignorante, e non capisco più nulla delle dinamiche che governano il mondo: è per questo che, oggi, chiedo allo Spirito in particolare il dono dell’intelletto.
Già che ci sono, lo chiedo anche per questo nostro pezzo di storia: credo che non le faccia del male.

incamminoverso @ 18:35
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Pentecoste, La discesa dello Spirito Santo, Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna

Posté le Jeudi 21 mai 2015

Pentecoste, La discesa dello Spirito Santo, Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna dans immagini sacre

ttps://05varvara.wordpress.com/2011/09/10/unknown-artist-pentecost-the-descent-of-the-holy-spirit-on-the-apostles-basilica-di-santapollinare-nuovo-ravenna-italy-6th-century/unknown-artist-pentecost-the-descent-of-the-holy-spirit-on-the-apostles-basilica-di-santapollinare-nuovo-ravenna-italy-6th-century/

incamminoverso @ 19:06
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LA BIBBIA RACCONTA UNA STORIA D’AMORE

Posté le Jeudi 21 mai 2015

http://www.apostoline.it/riflessioni/lectio/bere_alla_sorgente.htm

BERE ALLA SORGENTE

di REGINA CESERATO pddm, biblista

LA BIBBIA RACCONTA UNA STORIA D’AMORE

 se Dio ti parla è perché ti cerca. Se ti cerca è perché tu sei importante per Lui.

Quando per la prima volta ti rendi conto che è LUI a farti esistere, è come un innamoramento. Allora la sua PAROLA diventa dentro di te come un fuoco divorante, chiuso nelle tue ossa che ti sforzi di contenere ma che non puoi.
Egli ti parla con parole di fuoco che arrivano in fondo al cuore per fare di te, non senza il tuo consenso, un TESTIMONE. Inizia allora un’avventura della fede che non avresti mai immaginato!
Se tu ASCOLTI Dio che ti parla, cominci a esistere veramente come persona posta di fronte a un ALTRO nella libertà. I tuoi occhi si aprono e finalmente puoi vedere la tua storia, quella dell’umanità e della creazione, dentro un grande progetto d’amore. Finiranno i non sensi e le disperazioni, le paure e le insicurezze, perché imparerai a farti pellegrino… un uomo o una donna sempre in cammino sulle strade del mondo fino a quando non giungerai alla terra promessa: il cuore del Padre che ti ha creato e ti attrae irresistibilmente verso di Sé.
Mettersi in viaggio
Il Dio che si rivela nella Bibbia, è il Dio della storia, che vuole fare la strada con te. Egli ti lancia sul cammino, chiedendoti solo di fidarti della sua Parola, come Abramo, come Maria di Nazaret, come il funzionario regio di Cafarnao… Egli, fedele fino in fondo, non ti abbandonerà mai.
Fin dai tempi antichi, Dio ha trovato il modo per lasciarsi trovare dall’uomo e farsi capire. La Bibbia, libro santo dei Giudei e dei Cristiani, ti spiega come.
Leggere la Bibbia, infatti, è come intraprendere un viaggio verso un paese sconosciuto. Se non hai una guida e se non conosci né le strade, né la lingua del paese, ci sarà il rischio di perderti.
Il mondo della Bibbia ti riserva una scoperta continua perché ti apre all’incontro sempre nuovo, con una PAROLA che è contemporaneamente di Dio e dell’uomo.
Non si tratta certo di un LIBRO come un altro… anzi questo LIBRO è addirittura una BIBLIOTECA di 73 volumi! Si tratta di una PAROLA che i secoli non sono riusciti a fare invecchiare!
Per un credente, leggere TUTTA la Bibbia almeno una volta nella vita è davvero indispensabile. La difficoltà maggiore che forse incontrerai nell’intraprendere questo viaggio, all’interno del testo sacro, sta essenzialmente nella distanza di millenni che ci separa dalla tradizione orale e dal testo scritto, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. Questa distanza viene colmata per l’azione dello Spirito Santo il Quale ti introduce in TUTTA LA VERITA’ che è Gesù Cristo, Colui che, morto e risorto, continua a interpretare le Scritture per la sua Chiesa.
Dio parla e parlando TI chiama e chiamando TI invia per una missione, a servizio dei fratelli. Per la forza esplosiva che porta in sé la parola di Dio, anche tu, come ogni generazione di credenti di ieri e di oggi, ricevi l’invito a rispondere in modo libero e responsabile.
La PAROLA di Dio vestita di umanità
Per farsi capire dall’umanità, Dio ha parlato usando il nostro linguaggio umano e gradualmente, col passare dei millenni, si è formata la Bibbia. Nel testo scritto che puoi leggere oggi, è fissata una ricchissima esperienza di fede.
Come credente puoi attingere a questa inesauribile miniera dove ti incontrerai con il Dio dell’alleanza che lega a Sé la VITA del popolo di Israele e delle prime comunità cristiane.
Bevendo a questa sorgente, molte generazioni di credenti hanno imparato ad essere fedeli a Dio e a dare la vita per i propri fratelli.
Per entrare nel mondo della Bibbia dovrai sentir vibrare, insieme all’attuale testo scritto, anche la tradizione orale che l’ha preceduto.
La storia di Israele come le parole e i fatti riguardanti Gesù, venivano raccontati in modo vivo. In questo modo la fede in Dio si è comunicata anzitutto attraverso la vita. Oggi ancora questa è la strada perché il Vangelo possa fare il suo cammino in mezzo alla nostra società.
Così il PARLARE/ASCOLTARE della tradizione orale vivifica l’operazione più tecnica dello SCRIVERE/LEGGERE propria di un testo scritto.
Se accogli la BIBBIA con la convinzione della fede, come il documento dell’amore di Dio per gli uomini, sentirai succedere dentro di te quello che ti capita quando ami qualcuno. Nella misura in cui conosci meglio una persona, l’ami di più e ne parli agli altri.
Un popolo, una terra, una storia
Il viaggio dentro la Bibbia, ti aiuterà anche a rifare, nella tua pelle, il cammino dell’esodo, dall’Egitto, simbolo biblico di oppressione, alla Terra promessa, simbolo di libertà e di liberazione. Camminerai in quella striscia di terra che Dio ha promesso ad Abramo e ai suoi discendenti e lì, nella sua terra e in mezzo al suo popolo, incontrerai anche Gesù.
Se guardi una carta geografica, la Palestina ti fa pensare a una « spina dorsale » collinosa fiancheggiata dalla pianura costiera, lungo il Mar Mediterraneo, e dalla profonda valle del Giordano, dall’altro lato. A sud il territorio è desertico, e a nord si stende la Galilea, con le sue colline spinte verso l’Ermon e le montagne del Libano. All’interno, in direzione della valle del Giordano e del Mar Morto, le alture della Giudea si trasformano in un deserto, scenario della vita del Battista e delle tentazioni di Gesù. Gesù è cresciuto a Nazaret, una cittadina della Galilea. Quando iniziò il suo ministero pubblico, prima di salire a Gerusalemme per portare a compimento, nella Pasqua, la salvezza del mondo, camminò molto in ogni direzione, predicando il Regno e compiendo guarigioni. Dio ha scelto un popolo, una terra, una cultura e una lingua particolare, per rivelare il suo progetto sull’uomo e la creazione.
Tu sei un progetto di Dio. Sarà bello per te scoprire, dentro questo linguaggio, il senso della tua vita che ha dimensioni di universo e di storia. Ti troverai insieme a un popolo che crede, che spera e che ama e, sostenuto da tutti, niente ti potrà fermare.
Un Dio geloso
Aprendo la Bibbia, noterai immediatamente la distinzione tra le due parti chiamate Antico e Nuovo Testamento.
La parola TESTAMENTO è usata in riferimento alla Bibbia per tradurre il termine ebraico: ALLEANZA. La Bibbia infatti ci narra la vicenda storica del Popolo d’Israele con il suo Dio che si manifesta come un « Dio geloso » quando viene messo da parte da coloro che si è scelti come esclusiva proprietà. Ogni peccato infatti, è un rifiuto dell’amore. Dio non accetta che tu possa vivere con « un piede in due scarpe » e né di essere messo alla pari delle molte cose da fare durante la giornata. Di più, ora che comprendi le esigenze del tuo Battesimo, ricevi l’invito a entrare e a rimanere nell’alleanza definitiva, sigillata da Cristo nel mistero pasquale.
Per noi cristiani, è Gesù Cristo l’evento fondamentale che illumina tutta la storia, dando vero significato al presente e al futuro.
La Chiesa ne è consapevole ed è per questo che, specialmente nella liturgia, legge e interpreta le Scritture sante, sempre a partire dal Vangelo.
La storia di un padre che aveva due figli…
La Bibbia è un libro unico nel suo genere. Non è un libro di scienze naturali, né un libro di storia universale, né un corso sistematico di teologia, anche se contiene elementi di tutto questo, ma è la STORIA DELL’AMORE DI DIO per l’uomo il quale, formato dalle sue mani, nella creazione, ha scelto di scappare di casa, per costruirsi da solo la felicità. Leggendo la Bibbia ti incontrerai con il volto del Dio VIVO che non riesce a darsi pace fino a quando questo figlio immaturo, scappato di casa, capisca che il sua amore non è un attentato alla dignità umana, una prigione, un paio di scarpe strette… ma coincide con gli spazi aperti della libertà, della maturità, dell’armonia con Lui, con la creazione e con tutti gli esseri umani!
Se la Bibbia ti spiega com’è il cuore di Dio ti aiuta a capire anche com’è il cuore umano e quali insidie Satana, troneggiando nei suoi centri di potere organizzato, tende alla tua libertà di persona fatta per il bene, per la felicità, per la comunione con Dio e con i fratelli. La storia di ieri, narrata nella Bibbia, la ritrovi facilmente anche oggi, nel bene e nel male.
Basta che ti guardi attorno, che legga i giornali o che guardi la televisione. Vedrai uomini e donne fedeli a Dio e solidali con i fratelli, come Abramo, i Patriarchi, i Profeti, Gesù, Maria, gli apostoli, le donne di Galilea… ma ti troverai faccia a faccia anche con Adamo ed Eva e la triste storia del peccato. Così, purtroppo, non è difficile ritrovare un Caino che uccide suo fratello, la pornografia di Sodoma e Gomorra e la torre di Babele, innalzarsi con frenetica produzione di mattoni, come una sfida contro il cielo. Se impari a leggere la Bibbia, entrando nelle sue immagini, nel suo universo e nei suoi molteplici linguaggi, sarà sorprendente accorgerti dell’estrema attualità della PAROLA DI DIO, capace di illuminare tutte le situazioni umane e di vivificarle.
La PAROLA di Dio è VIVA e ti raggiunge ovunque, come un amico, per fare la strada in tua compagnia.
Gesù Cristo, la Parola fatta carne
La presenza dello Spirito Santo che ha guidato la redazione della Bibbia, perché si proclamassero le verità che sono necessarie per la salvezza dell’uomo, è particolarmente operante quando la comunità cristiana si mette in ascolto delle Scritture, per metterle in pratica.
Per questa presenza e con il tuo impegno personale, anche tu, membro di un popolo regale, profetico e sacerdotale, puoi capire i molteplici linguaggi della Bibbia, gustare la bellezza della Parola di Dio ed accoglierne le esigenze vitali.
Dio, sempre vicino alla storia dell’umanità, è il pellegrino misterioso che in Cristo Risorto cammina con noi lungo le strade del mondo, aprendoci il senso delle Scritture. Lasciarti guidare da Lui è trovare la SALVEZZA. La fede non è una magia, né una ideologia, né un’illusione… ma è FIDARSI DI QUALCUNO PER SEMPRE.
Gesù, Messia di Israele e di tutte le nazioni, vuole essere TUTTO questo per te e più ancora! Egli si è fatto la tua VIA, la tua VERITA’ e la tua VITA. Che risposta gli darai?
Fermati e ascolta! Ha un messaggio per te!

(da « Se vuoi »)

incamminoverso @ 19:04
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PADRE CANTALAMESSA- PREDICA DI QUARESIMA 2012, LO SPIRITO SANTO

Posté le Jeudi 21 mai 2015

http://www.gliscritti.it/blog/entry/1378

PADRE CANTALAMESSA- PREDICA DI QUARESIMA 2012, LO SPIRITO SANTO

«Lo Spirito Santo è colui che continuamente fa passare dal caos al cosmo, dal disordine all’ordine, dalla confusione all’armonia, dalla deformità alla bellezza, dalla vetustà alla novità». San Basilio e la fede nello Spirito Santo. Terza predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa

Scritto da Redazione de Gli scritti: 25 /03 /2012

Riprendiamo sul nostro sito la terza predica della Quaresima 2012 tenuta da p. Raniero Cantalamessa nella Cappella “Redemptoris Mater” in Vaticano alla presenza di Papa Benedetto XVI il 23/3/2012. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per la prima e la seconda predica vai ai link Sant’Atanasio e la divinità di Cristo e San Gregorio di Nazianzo e la Trinità.I

Indice
1. La fede termina alle cose
2. San Basilio e la divinità dello Spirito Santo
3. Lo Spirito Santo nella storia della salvezza e nella Chiesa
4. L’anima e lo Spirito
5. Una mortificazione “spirituale”
Note al testo
1. La fede termina alle cose

Il filosofo Edmund Husserl ha riassunto il programma della sua fenomenologia nel motto: Zu den Sachen selbst!, alle cose stesse, alle cose come sono in realtà, prima della loro concettualizzazione e formulazione. Un altro filosofo venuto dopo di lui, Sartre, dice che “le parole e, con esse, il significato delle cose e i modi del loro uso” non sono che “ i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla loro superficie”: bisogna oltrepassarli per avere la rivelazione improvvisa, che lascia senza fiato, della “esistenza” delle cose[1].
San Tommaso d’Aquino aveva formulato molto prima un principio analogo in riferimento alle cose o agli oggetti della fede: “Fides non terminatur ad enunciabile, sed ad rem”: la fede non termina negli enunciati, ma alla realtà[2]. I Padri della Chiesa sono modelli insuperati di questa fede che non si ferma alle formule, ma va alla realtà. Passata la stagione d’oro dei grandi padri e dottori, si assiste quasi subito a quello che uno studioso dei pensiero patristico definisce “il trionfo del formalismo”[3]. Concetti e termini, come sostanza, persona, ipostasi, sono analizzati e studiati per se stessi, senza il costante riferimento alla realtà che con essi gli artefici del dogma avevano cercato di esprimere.
Atanasio è forse il caso più esemplare di una fede che si preoccupa più della cosa che della sua enunciazione. Per diverso tempo, dopo il concilio di Nicea, egli sembra quasi ignorare il termine homousios, consustanziale, pur difendendo con la tenacia che abbiamo visto la volta scorsa il suo contenuto e cioè la piena divinità del Figlio e la sua uguaglianza con il Padre. È pronto anche ad accogliere termini per lui equivalenti, purché fosse chiaro che si intendeva mantenere ferma la fede di Nicea. Solo in un secondo momento, quando si rese conto che quel termine era l’unico che non lasciava scappatoie all’eresia, egli ne fece sempre più largo uso.
Questo fatto va notato perché conosciamo i danni arrecati alla comunione ecclesiale dal dare più importanza all’accordo sui termini che a quello sui contenuti della fede. In anni recenti si è potuta ristabilire la comunione con alcune chiese orientali, cosiddette monofisite, avendo riconosciuto che il loro contrasto con la fede di Calcedonia era nel diverso significato attribuito ai termini ousia e ipostasi, e non nella sostanza della dottrina. Anche l’accordo tra la Chiesa cattolica e la federazione mondiale delle Chiese luterane sul tema della giustificazione mediante la fede, firmato nel 1998, ha mostrato che il secolare contrasto su questo punto era più nei termini che nella realtà. Le formule, una volta coniate, tendono a fossilizzarsi, diventando bandiere e segni di appartenenza, più che espressione di fede vissuta.

2. San Basilio e la divinità dello Spirito Santo
Oggi saliamo sulle spalle di un altro gigante, san Basilio il Grande (329- 379), per scrutare con lui un’altra realtà della nostra fede, lo Spirito Santo. Vedremo subito come anche lui è un modello della fede che non si arresta alle formule ma va alla realtà.
Sulla divinità dello Spirito Santo, Basilio non dice né la prima né l’ultima parola, cioè non è colui che apre il dibattito e neppure colui che lo conclude. Chi aprì il discorso sullo statuto ontologico dello Spirito fu sant’Atanasio. Fino a lui, la dottrina intorno al Paraclito era rimasta nell’ombra, e si capisce anche perché: non si poteva definire la posizione dello Spirito Santo nella divinità, prima che fosse definita quella del Figlio. Ci si limitava perciò a ripetere nel simbolo di fede: “e credo nello Spirito Santo”, senza altre aggiunte.
Atanasio, nelle Lettere a Serapione, avvia il dibattito che porterà alla definizione della divinità dello Spirito Santo nel concilio di Costantinopoli del 381. Insegna che lo Spirito è pienamente divino, consustanziale con il Padre e con il Figlio, che non appartiene al mondo delle creature, ma a quello del creatore e la prova, anche qui, è che il suo contatto ci santifica, ci divinizza, ciò che non potrebbe fare se non fosse lui stesso Dio.
Ho detto che Basilio non dice neppure l’ultima parola. Egli si trattiene dall’applicare al Paraclito il titolo di “Dio” e quello di “consustanziale”. Afferma con chiarezza la fede nella piena divinità dello Spirito usando espressioni equivalenti, come l’uguaglianza con il Padre e Figlio nell’adorazione (la isotimia), la sua omogeneità, e non eterogeneità, rispetto ad essi. Sono i termini con cui la divinità dello Spirito Santo fu definita nel concilio ecumenico di Costantinopoli del 381e che costruiscono l’articolo di fede sullo Spirito Santo che professiamo ancor oggi nel credo.
Questo atteggiamento prudenziale di Basilio, volto a non allontanare ancora di più il partito avversario dei Macedoniani, gli attirò la critica di Gregorio Nazianzeno che colloca l’amico tra quelli che hanno avuto abbastanza coraggio per pensare che lo Spirito Santo è Dio, ma non abbastanza per proclamarlo tale esplicitamente. Rompendo ogni indugio, egli scrive. “Lo Spirito è dunque Dio? Certamente! È consustanziale? Sì, se è vero che è Dio”[4].
Se dunque Basilio non dice, sulla teologia dello Spirito Santo, né la prima né l’ultima parola, perché scegliere proprio lui come nostro maestro di fede nel Paraclito? È che Basilio, come già Atanasio, è più preoccupato della “cosa” che della sua formulazione, più della piena divinità dello Spirito che dei termini con cui esprimere tale fede. La cosa, per esprimerci nei termini di Tommaso d’Aquino, gli interessa più che la sua enunciazione. Egli ci trasporta nel vivo della persona e dell’azione dello Spirito Santo.
Quella di Basilio è una pneumatologia concreta, vissuta, non scolastica, ma “funzionale” nel senso più positivo del termine, ed è quello che la rende particolarmente attuale e utile per noi oggi. A causa della nota questione del Filioque, la pneumatologia ha finito per restringersi nei secoli quasi solo al problema del modo della processione dello Spirito Santo: se dal Padre soltanto come dicono gli orientali, o anche dal Figlio, come professano i latini. Qualcosa della pneumatologia concreta dei Padri è passato nei trattati su “i Sette doni dello Spirito Santo”, ma limitato all’ambito della santificazione personale e alla vita contemplativa.
Il Concilio Vaticano II ha avviato un rinnovamento in questo campo, per esempio quando ha riportato i carismi dall’agiografia, cioè dalla vita dei santi, all’ecclesiologia, cioè alla vita della Chiesa, parlando di essi nella Lumen gentium[5]. Ma si è trattato solo di un inizio; resta molta strada da fare per mettere in luce l’azione dello Spirito Santo in tutto il vissuto del popolo di Dio. In occasione del XVI centenario del Concilio ecumenico di Costantinopoli del 381, il Beato Giovanni Paolo II scrisse una lettera apostolica in cui tra l’altro diceva: “Tutta l’opera di rinnovamento della Chiesa che il concilio Vaticano II ha così provvidenzialmente proposto e iniziato…non può realizzarsi se non nello Spirito Santo, cioè con l’aiuto della sua luce e della sua forza”[6]. Basilio, vedremo, ci è di guida proprio in questo cammino.

3. Lo Spirito Santo nella storia della salvezza e nella Chiesa
È interessante conoscere l’origine del suo trattato sullo Spirito Santo. Essa è legata curiosamente alla preghiera del Gloria Patri. Durante una liturgia, Basilio aveva pronunciato la dossologia a volte nella forma: “Gloria al Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo”, altre volte nella forma: “Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo”. Questa seconda forma metteva in luce più chiaramente della prima l’uguaglianza delle tre persone, coordinandole, anziché subordinarle, tra di loro. Nel clima surriscaldato delle discussioni sulla natura dello Spirito Santo, la cosa provocò delle contestazioni e Basilio scrisse la sua opera per giustificare il suo operato; in pratica, per difendere contro gli eretici macedoniani la piena divinità dello Spirito Santo.
Ma veniamo subito al punto per il quale, dicevo, la dottrina di Basilio si rivela particolarmente attuale: la sua capacità di mettere in luce l’azione dello Spirito in ogni momento della storia della salvezza e in ogni settore della vita della Chiesa. Inizia dall’opera dello Spirito nella creazione.
“Nella creazione degli esseri la causa prima di quanto viene all’esistenza è il Padre, la causa strumentale il Figlio, la causa perfezionatrice è lo Spirito. È per la volontà del Padre che gli spiriti creati sussistono; è per la forza operativa del Figlio che sono condotti all’essere ed è per la presenza dello Spirito che giungono alla perfezione…Se provi a sottrarre lo Spirito alla creazione, tutte le cose si mescolano e la loro vita appare senza legge, senza ordine, senza determinazione alcuna”[7].
Sant’Ambrogio riprenderà da Basilio questo pensiero traendone una conclusione suggestiva. Riferendosi ai primi due versetti della Genesi (“la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso”) egli osserva:
“Quando lo Spirito cominciò ad aleggiare su di esso, il creato non aveva ancora alcuna bellezza. Invece, quando la creazione ricevette l’operazione dello Spirito, ottenne tutto questo splendore di bellezza che la fece rifulgere come ‘mondo’ ”[8].
In altre parole, lo Spirito Santo è colui che fa passare il creato, dal caos, al cosmo, che fa di esso qualcosa di bello, di ordinato, pulito: un “mondo” (mundus) appunto, secondo il significato originario di questa parola e della parola greca cosmos. Ora noi sappiamo che l’azione creatrice di Dio non è limitata all’istante iniziale, come si pensava nella visione deista o meccanicista dell’universo. Dio non “è stato” una volta, ma sempre “è” creatore. Ciò significa che Spirito Santo è colui che continuamente fa passare l’universo, la Chiesa e ogni persona, dal caos al cosmo, cioè: dal disordine all’ordine, dalla confusione all’armonia, dalla deformità alla bellezza, dalla vetustà alla novità. Non, s’intende, meccanicamente e di colpo, ma nel senso che è al lavoro in esso e guida a un fine la sua stessa evoluzione. Egli è colui che sempre “crea e rinnova la faccia della terra” (cf. Sal 104,30).
Questo non significa, spiegava Basilio in quello stesso testo, che il Padre aveva creato qualcosa di imperfetto e di “caotico” che aveva bisogno di correttivi; semplicemente, era il disegno e il volere del Padre di creare per mezzo del Figlio e condurre gli esseri alla perfezione mediante lo Spirito.
Dalla creazione il santo Dottore passa a illustrare la presenza dello Spirito nell’opera della redenzione:
“Per quanto riguarda il piano di salvezza (oikonomia) per l’uomo ad opera del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo, stabilito secondo la volontà di Dio, chi potrebbe contestare che si compie per mezzo della grazia dello Spirito?”[9]
A questo punto, Basilio si abbandona a una contemplazione della presenza dello Spirito nella vita di Gesù che è tra i brani più belli dell’opera e apre alla pneumatologia un campo di ricerca che solo di recente si è cominciato a riprendere in considerazione[10]. Lo Spirito Santo è all’opera già nell’annuncio dei profeti e nella preparazione alla venuta del Salvatore; è per la sua potenza che si realizza l’incarnazione nel seno di Maria; è lui il crisma con il quale Gesù fu unto da Dio nel battesimo. Ogni sua opera fu realizzata con la presenza dello Spirito. Questi “era presente quando fu tentato dal diavolo, quando compiva miracoli, non lo lasciò quando risorse dai morti, e il giorno di Pasqua lo effuse sui discepoli (cf. Gv 20, 22 s.). Il Paraclito fu “il compagno inseparabile” di Gesù durante tutta la sua vita.

Dalla vita di Gesù, san Basilio passa a illustrare la presenza dello Spirito nella Chiesa:

“E l’organizzazione della Chiesa, non è chiaro e incontestabile che è opera dello Spirito? Egli stesso ha dato alla Chiesa, dice Paolo, ‘in primo luogo gli apostoli, poi i profeti, poi i maestri…Quest’ordine è organizzato secondo la diversità dei doni dello Spirito”[11].
Nell’Anafora che porta il nome di san Basilio – che l’attuale nostra Preghiera eucaristica IV ha seguito da vicino -, lo Spirito Santo ha un posto centrale.
L’ultimo quadro riguarda la presenza dello Paraclito nell’escatologia: “Anche al momento dell’evento dell’attesa manifestazione del Signore dai cieli- scrive Basilio – non sarà assente lo Spirito Santo”. Questo momento sarà, per i salvati, il passaggio dalle “primizie” al possesso pieno dello Spirito” e per i reprobi la separazione definitiva, il taglio netto, tra l’anima e lo Spirito[12].

4. L’anima e lo Spirito
San Basilio non si ferma però all’azione dello Spirito nella storia della salvezza e nella Chiesa. Da asceta e uomo spirituale, il suo interesse maggiore è per l’agire dello Spirito nella vita di ogni singolo battezzato. Pur senza stabilire ancora la distinzione e l’ordine delle tre vie che diventeranno classiche in seguito, egli mette meravigliosamente in luce l’azione dello Spirito Santo nella purificazione dell’anima dal peccato, nella sua illuminazione e nella divinizzazione che egli chiama anche “intimità con Dio”[13].
Non possiamo fare a meno di leggere la pagina in cui, in continuo riferimento alla Scrittura, il santo descrive questa azione e lasciarci trasportare dal suo entusiasmo:
“Il rapporto di familiarità dello Spirito con l’a­nima, non è un avvicinamento nello spazio — come ci si potrebbe infatti accostare all’incorporeo corporal­mente? — ma piuttosto consiste nell’esclusione delle passioni, le quali, come conseguenza della loro attrazio­ne per la carne, giungono all’anima e la separano dall’unione con Dio. Purificati dalla lordura di cui ci si era impastati attra­verso il peccato e tornati alla bellezza naturale, come avendo restituito a una immagine regale l’antica forma mediante la purificazione, solo così è possibile accostar­si al Paraclito. Egli, come un sole, riconoscendo l’oc­chio purificato, ti mostrerà in se stesso l’immagine dell’Invisibile. Nella beata contemplazione dell’immagi­ne, vedrai la indicibile bellezza dell’archetipo. Per mez­zo di lui si elevano i cuori, i deboli sono presi per mano, coloro che progrediscono giungono alla perfezione. Egli, illuminando coloro che si sono purificati da ogni macchia, li rende spirituali per mezzo della comunione con lui. E come i corpi limpidi e trasparenti, quando un raggio li colpisce, diventano essi stessi splendenti e riflettono un altro raggio, così le anime portatrici dello Spirito sono illuminate dallo Spirito; esse stesse diven­gono pienamente spirituali e rinviano sugli altri la grazia. Da qui la preconoscenza delle cose future; la com­prensione dei misteri; la percezione delle cose nascoste; le distribuzioni di carismi, la cittadinanza celeste; la danza con gli angeli; la gioia senza fine; la permanenza in Dio; la somiglianza con Dio; il compimento dei desideri: divenire Dio”[14].
Non è stato difficile per gli studiosi scoprire dietro il testo di Basilio immagini e concetti derivati dalle Enneadi di Plotino e parlare, a questo proposito, di una infiltrazione estranea nel corpo del cristianesimo. In realtà, si tratta di un tema squisitamente biblico e paolino che si esprime, come era doveroso, in termini familiari e significativi per cultura del tempo. Alla base di tutto Basilio non pone l’azione dell’uomo – la contemplazione -, ma l’azione di Dio e l’imitazione di Cristo.
Siamo agli antipodi della visione di Plotino e di ogni filosofia. Tutto, per lui, comincia con il battesimo che è una nuova nascita. L’atto decisivo non è alla fine, ma all’inizio del cammino:
“Come nella corsa doppia degli stadi, una fermata e un riposo separano i percorsi in senso opposto, così anche nel cambiamento di vita appare necessario che una morte si frapponga alle due vite per mettere fine a ciò che precede e dare inizio alle cose successive. Come riuscire a discendere agli inferi? Imitando la sepoltura di Cristo per mezzo del battesimo”[15].
Lo schema di fondo è lo stesso di Paolo. Nel capitolo sesto nella Lettera ai Romani l’Apostolo parla della purificazione radicale dal peccato che avviene nel battesimo e nel capitolo ottavo descrive la lotta che, sostenuto dallo Spirito, il cristiano deve condurre, nel resto della sua esistenza, contro i desideri della carne, per avanzare nella vita nuova:
“Quelli che sono secondo la carne, pensano alle cose della carne; invece quelli che sono secondo lo Spirito, pensano alle cose dello Spirito. Ma ciò che brama la carne è morte, mentre ciò che brama lo Spirito è vita e pace; infatti ciò che brama la carne è inimicizia contro Dio, perché non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo; e quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio […]. Così dunque, fratelli, non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne; perché se vivete secondo la carne voi morrete; ma se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete” (Rom 8, 5-13).
Non c’è da stupirsi se per illustrare il compito descritto da san Paolo, Basilio abbia fatto uso di un’immagine di Plotino. Essa è all’origine di una delle metafore più universali della vita spirituale e parla a noi oggi non meno che ai cristiani di allora:
“Orsù, ritorna a te stesso e guarda; e se non ancora ti vedi bello, imita l’autore di una statua che deve riuscire bella: quegli in parte scalpella, in parte appiana; qui leviga, lì affina, sino a quando avrà espresso un bel volto nella statua. Similmente anche tu togli il superfluo, raddrizza ciò che è storto, e, a furia di purificare ciò che è oscuro, fa’ che diventi lucido e non cessare dal tormentare la tua statua fino a quando il divino splendore della virtù ti brilli dinanzi”[16].
Se la scultura, come diceva Leonardo da Vinci, è l’arte di levare, ha ragione il filosofo di paragonare la purificazione e la santità alla scultura. Per il cristiano non si tratta però di raggiungere un’astratta bellezza, di costruire una bella statua, ma di riportare alla luce e rendere sempre più splendente l’immagine di Dio che il peccato tende continuamente a ricoprire.
Si racconta che un giorno Miche­langelo, passeggiando in un cortile di Firenze, vide un blocco di marmo grezzo ricoperto di polvere e fango. Si fermò di scatto a guardarlo, poi, come rischiarato da un improvviso lampo, disse ai presenti: « In questo masso di pietra è nascosto un angelo: voglio tirarlo fuori! ». E si mise a lavorare di scalpello per dare forma all’angelo che aveva intravisto. Così è anche di noi. Noi siamo ancora dei massi di pietra grez­za, con addosso tanta « terra » e tanti pezzi inutili. Dio Padre ci guarda e dice: « In questo pezzo di pietra è nascosta l’immagine del mio Figlio; voglio tirarla fuori, perché brilli in eterno accanto a me in cielo! » E per fare questo usa lo scalpello della croce, ci pota (cf. Gv. 15,2)
I più generosi, non solo sopportano i colpi di scalpello che vengono dall’esterno, ma collaborano anch’essi, per quanto è lo­ro concesso, imponendosi delle piccole, o grandi, mortificazioni volontarie e spezzando la loro volontà vecchia. Diceva un padre deserto:
« Se vogliamo es­sere completamente liberati, impariamo a spezzare la nostra volontà, e così, poco a poco, con l’aiuto di Dio, avanzeremo e arriveremo alla piena liberazione dalle passioni. È possibile spezzare dieci volte la propria volontà in un tempo brevissimo e vi dico come. Uno sta passeggiando e vede qualcosa; il suo pensiero gli dice: ‘Guarda là!’, ma lui ri­sponde al suo pensiero: ‘No, non guardo!’, e spezza la sua vo­lontà »[17].
Questo antico Padre porta altri esempi tratti dalla vita monastica. Si sta parlando male di qualcuno, forse del superiore; il tuo uomo vecchio ti dice: « Partecipa anche tu; di’ quello che sai. Ma tu rispondi: « No! ». E mortifichi l’uomo vecchio … Ma non è difficile allungare la lista con altri atti di rinuncia, propri dello stato in cui si vive e dell’ufficio che si ricopre.
Finché si vive assecondando i desideri della carne noi somigliamo ai due famosi “Bronzi di Riace”, al momento in cui furono ripescati dal fondo del mare, tutti ricoperti di incrostazioni e appena riconoscibili come figure umane. Se vogliamo risplendere anche noi, come questi due capolavori dopo il loro restauro, la Quaresima è il tempo opportuno per mettere mano all’impresa.

5. Una mortificazione “spirituale”
C’è un punto in cui la trasformazione dell’ideale di Plotino in ideale cristiano è rimasta incompleta, o almeno poco esplicita. San Paolo, abbiamo sentito, dice: “mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete”. Lo Spirito non è dunque solo il frutto della mortificazione, ma anche ciò che la rende possibile; non è solo al termine del cammino, ma anche all’inizio. Gli apostoli non ricevettero lo Spirito a Pentecoste perché erano diventati fervorosi; diventarono fervorosi perché avevano ricevuto lo Spirito.
I tre Padri Cappadoci, erano fondamentalmente degli asceti e dei monaci; Basilio, in particolare, con le sue Regole monastiche (Asceticon!), fu il fondatore del monachesimo cenobitico. Questo li portò ad accentuare fortemente l’importanza dello sforzo dell’uomo. Il fratello e discepolo di Basilio, Gregorio Nisseno, scriverà in questa linea: “Nella misura in cui tu sviluppi le tue lotte per la pietà, in questa medesima misura si sviluppa anche la grandezza dell’anima per mezzo di queste lotte e di questi sforzi”[18].
Nella generazione seguente, questa visione dell’ascesi verrà ripresa e sviluppata da autori spirituali, come Giovanni Cassiano, ma staccata dalla solida base teologica che aveva in Basilio e in Gregorio Nisseno. “È da questo punto – nota il Bouyer – che il pelagianesimo, ponendo lo sforzo umano prima della grazia, prenderà il suo avvio”[19]. Ma questo esito negativo non si può certo imputare a Basilio e ai Cappadoci.
Torniamo per concludere al motivo che rende la dottrina di Basilio sullo Spirito Santo perennemente valida e oggi, dicevo, più che mai attuale e necessaria: la sua concretezza e aderenza alla vita della Chiesa. Noi latini abbiamo un mezzo privilegiato per fare nostro e trasformare in preghiera questo stesso tipo di pneumatologia: l’inno del Veni creator.
Esso è da cima a fondo una contemplazione orante di ciò che lo Spirito concretamente fa: in tutta la terra e l’umanità come Spirito creatore; nella Chiesa, come Spirito di santificazione (dono di Dio, acqua viva, fuoco, amore e unzione spirituale) e come Spirito carismatico (multiforme nei tuoi doni, dito della destra di Dio, che mette sulle labbra la parola); nella vita del singolo credente, come luce per la mente, amore per il cuore, guarigione per il corpo; come nostro alleato nella lotta contro il male e guida nel discernimento del bene.
Invochiamolo con le parole della prima strofa, chiedendogli di far passare anche il nostro mondo e la nostra anima dal caos al cosmo, dalla dispersione all’unità, dalla bruttezza del peccato alla bellezza della grazia.

Veni, Creator Spiritus,
mentes tuorum visita,
imple superna gratia
quae tu creasti pectora.

O Spirito che susciti il creato,
pervadi i tuoi fedeli nel profondo,
riversa la pienezza della grazia
nei cuori che creasti per te solo.

Note al testo sul sito

incamminoverso @ 19:03
Enregistré dans Padre Cantalamessa, TRINITÃ - SPIRITO SANTO
Gesù il signore di tutti i santi

Posté le Mercredi 20 mai 2015

Gesù il signore di tutti i santi dans immagini sacre IMG_8092

la seguente icona è greco (non russo ) e raffigura Gesù come il signore di tutti i santi. credenti di tutte le età sono disposte intorno a lui nei cieli. altri sulla terra reggono le anime di coloro che  » si erano addormentati « . questo lo sappiamo da vecchie storie testamento come  » nel seno di Abramo. » (traduzione Google)

http://2.bp.blogspot.com/-nQRGohKXUVo/UYA3wqzWj8I/AAAAAAAABic/bPQTpYuy_rk/s1600/IMG_8092.jpg

incamminoverso @ 18:58
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