LINK ALLA MESSA DEL GIORNO ED AL COMMENTO DAL SITO: « EVANGILE AU QUOTIDIEN »

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

 

 1520angelico20eucharist.jpg

METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 marieimmaculeconception.jpg

vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

28.11.2007

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA CELEBRAZIONE DELLA XLIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2011

LIBERTÀ RELIGIOSA, VIA PER LA PACE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20101208_xliv-world-day-peace_it.html

usaflag2.jpg

« Ho aperto un Blog in inglese su « Bloggger » il titolo è: « Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″, se volete visitarlo il link è:

http://coseconosciute.blogspot.com/

incamminoverso @ 1:04
Enregistré dans commenti alla Scrittura etliturgia
San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

http://santiebeati.it/

incamminoverso @ 1:25
Enregistré dans biblica
San Tommaso D’Aquino

Posté le Samedi 28 janvier 2012

http://letteraturaecomunicazionedellafede.wordpress.com/category/05-crociate-catedrali-trovatori/

 

incamminoverso @ 19:02
Enregistré dans immagini sacre
La vita e le Opere di San Tommaso d’Aquino (memoria il 28 gennaio)

Posté le Samedi 28 janvier 2012

http://www.ilportaledelsud.org/stommaso.htm

La vita e le Opere di San Tommaso d’Aquino

(1225 -1274)

di Astrid Filangieri

Il sorgere dell’astro d’Aquino
San Tommaso nacque nel 1225 circa a Roccasecca, dal ramo cadetto dei d’Aquino. Il padre, Landolfo, fu uomo d’arme fin dalla gioventù e condottiero di milizie, ma mostrò anche attitudini per la cultura e capacità di governo, quale giustiziere di Terra di Lavoro, e fu uomo retto e religioso.
La madre, Teodora, era anch’essa di nobile famiglia e dotata di grandi virtù familiari, ma non era esente da una concezione piuttosto dispotica dell’autorità materna.

L’ambiente familiare si distingueva per la sincera pratica della religione, pur tra le asprezze della vita feudale, ed esercitò un influsso notevole sulla formazione del carattere di Tommaso, che conservò sempre per i suoi congiunti un tenero affetto, nonostante la breve, dolorosa parentesi dell’opposizione alla sua vocazione religiosa.
L’educazione presso i Benedettini
All’età di cinque anni Tommaso fu condotto al Cenobio di Montecassino, che brillava come un faro di luce per la pietà e la cultura dei suoi monaci, presso la tomba di San Benedetto, il Patriarca del Monachesimo occidentale.
Il piccolo Tommaso era offerto a Dio dai geni­tori, spinti dal desiderio di avere un figlio consacrato al Signore, anche se non mancava un po’ di orgoglio feudale, che faceva presagire nel fanciullo il futuro capo della potente abbazia.
Ma c’era nel gesto anche un motivo politico, perché, nel 1229, la rocca di Montecassino, considerata un baluardo della potenza papale, era stata assalita e sconvolta dalle milizie di Federico II, con l’appoggio dei d’Aquino. Quando, nel luglio del 1230, a San Germano, fu segnata la pace fra l’Imperatore e il Papa, i d’Aquino, offrendo il loro figlioletto all’abbazia, vollero dare una garanzia dei loro nuovi sentimenti di pace e di amicizia.
Tommaso trascorse a Montecassino circa nove anni, fino al 1239, quando Federico II riprese la lotta contro il Papa e l’abbazia fu di nuovo sotto la minaccia delle armi imperiali, per cui i d’Aquino posero al sicuro il figlio, richiamandolo in famiglia per poi inviarlo a Napoli, a continuare gli studi presso l’Università.
L’educazione benedettina, semplice ed aristocratica, familiare ed austera, lasciò un solco indelebile nella personalità di Tommaso, temprandolo al silenzio contemplativo, all’amore per lo studio, all’attivo dominio di sé, alla pietà affettiva, al gusto per la liturgia, che si manifesterà soprattutto quando comporrà l’ufficio e gl’inni mirabili per la festa del «Corpus Domini».
E’ storicamente accertato l’episodio di Tommaso fanciullo che, passeggiando meditabondo sotto gli austeri chiostri o spaziando lo sguardo verso i cieli sconfinati e i lontani orizzonti, chiedeva insistentemente ai suoi maestri: «Ditemi chi è Dio? »
Erano i primi sprazzi del suo genio indagatore.
La giovinezza all’Università di Napoli
Dal mistico raccoglimento monastico, dopo alcuni mesi trascorsi nel caldo clima della famiglia, l’adolescente Tommaso si trasferiva nella vita libera e movimentata dell’ Ateneo napoletano.
Il brusco passaggio a condizioni ambientali così diverse dalle precedenti avrebbe potuto provocare in lui una crisi fatale; ma la sua forte struttura morale, ancorata a salde convinzioni e sempre pronta ad attingere energie soprannaturali dalla preghiera e dalla vita sacramentale, lo preservò dalle cadute, ed egli continuò, nello studio e nella meditazione, l’appassionata ricerca della verità, iniziata all’ombra del cenobio benedettino. L’università di Napoli era famosa in tutta l’Europa, perché Federico II vi aveva chiamato insigni docenti e aveva assicurato agli studenti agiate condizioni di vita, perché potessero dedicarsi con profitto agli studi. San Tommaso vi frequentò la Facoltà delle Arti che comprendeva il trivio e il quadrivio. Il trivio corrispondeva, in qualche modo, ai corsi di cultura umanistica e filosofica, mentre il quadrivio si estendeva allo studio delle scienze naturali.
Uno dei maestri di Tommaso fu Pietro d’Ibernia, chiamato da Pier delle Vigne, in nome di Federico II, a ricoprire la carica di titolare del quadrivio. Era un profondo conoscitore di Aristotele, su cui scrisse importanti commenti e tenne dotte dispute, fra cui rimase celebre quella tenuta alla presenza del re Manfredi. Il giovane Tommaso veniva così a contatto con le opere del sommo filosofo greco, che un giorno avrebbe sapientemente utilizzato nel magistero e negli scritti.
Una prova del profitto con cui Tommaso si dedicò agli studi è data dal fatto che egli fu scelto dai maestri a fare da ripetitore, ossia da assistente di cattedra. La vasta cultura, e la chiarezza dell’esposizione e la modestia del tratto gli conquistarono la stima e l’affetto dei colleghi studenti, i quali provarono un vivo rimpianto nell’apprendere che Tommaso lasciava l’ambiente universitario, per consacrarsi alla vita religiosa.
La vocazione
Verso la fine del 1243 il giovane studente diciottenne decise di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori, che si era ormai diffuso nelle principali città dell’Europa, col compito principale di difendere e diffondere le verità della Fede, soprattutto con l’insegnamento e la predicazione.
A Napoli i Domenicani avevano aperto un convento fin dal 1231, con una scuola di Teologia, ed esercitavano un apostolato attivissimo fra la gioventù studentesca.
Tommaso scelse come guida spirituale fra Giovanni di San Giuliano e si sentì fortemente attratto dall’ideale domenicano. La sua scelta non era nata da un effimero entusiasmo, ma era la conseguenza di una decisione consapevolmente maturata nella meditazione e nella generosa risposta all’invito della Grazia. Il motto programmatico dei Domenicani: «contemplata aliis tradere» gli si presentò pienamente congeniale e decise di consacrare tutta la sua vita alla contemplazione e alla irradiazione della verità.
Ma la sua vocazione fu violentemente contrastata dalla famiglia, che, nella decisione presa dal giovane senza il consenso dei genitori, vedeva una ribellione all’inflessibile disciplina familiare e soprattutto vedeva svanire tutti i sogni di grandezza terrena, vagheggiati per il futuro del figlio. La madre stessa, pur dotata di forti virtù domestiche, ordinò ai figli Rainaldo e Landolfo, accampati ad Acquapendente con le milizie di Federico II, di catturare il fuggitivo in rotta per Bologna. Raggiuntolo a Bolsena lo rinchiusero nel castello di Roccasecca, dove, all’insaputa della madre, ordirono un ignobile attentato alla virtù di Tommaso, ma l’intrepido giovane fugò l’ignobile tentatrice con un tizzone ardente. Intanto giunsero al castello le sorelle per cercare di piegare con la tenerezza dell’affetto quell’indomita volontà. Ma né la prigionia nelle fortezze di Monte San Giovanni e di Roccasecca, né l’ignobile attentato tramato dai fratelli, né le lacrime delle sorelle poterono smuovere quell’eroica fermezza. Liberato dalla prigionia, dopo un breve periodo trascorso nel convento di San Domenico a Napoli e poi in quello di Santa Sabina a Roma, Tommaso fu inviato fuori d’Italia e affidato al più celebre maestro di quel tempo, frate Alberto di Colonia, che passerà alla storia col nome di Sant’Alberto Magno.
Il periodo presso Sant’Alberto
Prima a Parigi, poi a Colonia, Tommaso seguì le lezioni di Alberto Magno.
Chiuso nella sua modestia, il giovane domenicano italiano sembrò ai condiscepoli impacciato e tardo d’ingegno, per cui, con una punta d’ironia, gli affibbiarono il nomignolo di «bue muto». Ma vennero presto le occasioni a svelare l’acume del suo intelletto.
Un condiscepolo si era offerto a fargli da ripetitore, ma dovette presto accorgersi che l’allievo, con tutta semplicità, invertiva le parti e dava all’incauto, improvvisato maestro spiegazioni così lucide e profonde da costringerlo a riconoscere e manifestare l’ingegno superiore di Tommaso.
Un’altra volta cadde in mano ai condiscepoli, non si sa come, una pagina di appunti presi da Tommaso alle lezioni di Alberto; e dovettero con grande stupore ammettere che non si trattava di un semplice, anche se preciso, riassunto delle lezioni, ma di un profondo ripensamento delle questioni trattate.
Ma la prova più decisiva venne in occasione di una pubblica disputa, nella quale Tommaso aveva il compito di espositore e difensore di una tesi teologica, mentre il maestro stesso, frate Alberto da Colonia, svolgeva il ruolo di contraddittore.
Le obiezioni incalzavano sempre più serrate e insidiose e Tommaso calmo e sereno le risolveva lucidamente, mostrando una tale padronanza della materia da strappare gli applausi del maestro e dei condiscepoli.
Il giovane italiano rimaneva umile nel suo trionfo. Stimava talmente il valore della sincerità che, giovane, non si sottrasse all’invito di alcuni suoi confratelli burloni, che gli dicevano: « Tommaso, vieni a vedere un bue che vola! ». Taciturno, era chiamato dai suoi condiscepoli “il gran bue muto di Sicilia » (così i confratelli tedeschi, per i quali tutta l’Italia era Sicilia): ma Alberto Magno, suo maestro, che ben lo conosceva, rivolto agli allievi, esclamò: «Voi lo chiamate bue muto, ma egli darà tale muggito nella dottrina che tutto il mondo ne risuonerà».
Con intuizione sicura e precisa, Alberto svelava la natura eccezionale dell’allievo, predicendone la grandezza e avviando il giovane verso la luce della notorietà. Un giorno lo chiamerà «la luce e la gloria del mondo». A Colonia Tommaso fu ordinato sacerdote e si confermò nella sua vocazione di discepolo e predicatore della Verità.
Spesso durante la Messa si commuoveva fino alle lacrime. E quando passava a piedi per i campi, i contadini meravigliati dalla sua imponenza si voltavano verso di lui. Amante della verità sopra ogni cosa, consacrava tutto il suo tempo alla riflessione. Cosicché anche durante i pasti egli continuava a pensare, e i suoi confratelli potevano cambiagli le pietanze nel piatto senza che egli se ne accorgesse.
Dalla cattedra di Parigi
Nel 1252, Tommaso, ventisettenne, lasciava la Germania, perché il maestro lo aveva proposto per l’insegnamento della teologia a Parigi, all’ università della Sorbona, che era uno dei primi centri intellettuali dell’epoca. Il compito affidatogli era grande e difficile, ma egli che non aveva sollecitato l’onore, si piègò all’ubbidienza, ponendo tutte le forze del suo ingegno e tutto l’impegno della sua tenace volontà nell’approfondimento delle verità teologiche.
Dal 1252 al 1256 svolse il suo insegnamento in qualità di baccelliere biblico, il cui compito era di commentare i Libri Sacri, e, nel 1256, iniziò il corso dottorale. Fin dalla prolusione suscitò entusiasmo per la chiarezza dell’esposizione, la profondità delle argomentazioni e la larghezza di visuale.
Proprio in quegli anni si scatenò a Parigi una lotta accanita da parte dei maestri secolari della Sorbona contro i religiosi domenicani e francescani che, con l’opera e l’insegnamento, suscitavano sempre più vasta ammirazione fra gli studenti e la popolazione. Gli avversari ricorsero anche a libelli ingiuriosi e calunniosi, tendenti prima a ridurre e poi a togliere ai maestri religiosi la facoltà di insegnare; e riuscirono anche a brigare presso i prelati della Curia Romana fino a impressionare il Papa Innocenzo IV che, ingannato dai calunniatori, ritenne opportuno restringere e quasi sopprimere i privilegi degli Ordini religiosi, che insegnavano alla Sorbona. Ma il successore Alessandro IV seppe sventare le mene dei calunniatori e abolì tutte le restrizioni, reintegrando Francescani e Domenicani nei loro diritti.
Nell’imperversare della tempesta, Tommaso continuò l’insegnamento con una serenità che gli veniva dalla volontà ferrea e dalla piena consapevolezza della sublimità della sua missione. E quando gli avversari tentarono di colpire la libertà d’insegnamento e la stessa libertà religiosa, egli intervenne a difendere la nobile causa con la sua vasta scienza e il suo vigore di polemista.
Nell’opuscolo «Contra impugnantes Dei cultum et religionem» difese l’ideale degli Ordini religiosi e il loro diritto d’insegnare e di predicare l’eterna Verità.
Gli avversari continuarono a tramare nell’ombra, e Tommaso scrisse, fra il 1269 e il 1270, altre due opere «De perfectione vitae spiritualis» e «Contra pestiferam doctrinam retrahentium homines a religionis ingressu».
San Raimondo da Pennafort e il Maestro generale dei Domenicani, Umberto de Romans, incaricarono San Tommaso di un manuale chiaro e preciso di sintesi della filosofia cristiana. Era necessario che i futuri evangelizzatori acquistassero una buona conoscenza delle lingue dei popoli che volevano convertire. Ma si richiedeva soprattutto una preparazione filosofica adeguata, per dare una base razionale alla esposizione della dottrina cristiana e confutare le obiezioni che venivano mosse contro la fede dai pensatori arabi e giudaici, che facevano riferimento anche alla filosofia greca, in particolare al platonismo e all’aristotelismo.
San Tommaso, nel 1251, iniziò, con fervore missionario, l’opera richiesta, che fu intitolata: «Summa contra gentiles» o «Liber de veritate fidei christianae contra errores infidelium».
E’ una vera apologia delle verità cristiane contro gli errori di tutti i tempi; piena di rispetto e amore verso gli erranti, ma ferma e implacabile contro gli errori.
Il decennio trascorso in Italia fu straordinariamente operoso: insegnamento in varie città (Anagni, Orvieto,Viterbo) al seguito della Corte Pontificia, in qualità di Capo della scuola teologica della Curia papale; Ufficio di Predicatore generale dell’Ordine, che lo impegnava a occuparsi degli studi e delle scuole domenicane; intensa attività del ministero sacerdotale, particolarmente con la predicazione; e dal 1265 al1267, moderatore degli studi al convento di Santa Sabina a Roma che lo aveva accolto agli inizi della vita religiosa. Tornato a Parigi nel 1268, venne coinvolto in una controversia con il filosofo fiammingo Sigieri di Brabante e altri seguaci del filosofo arabo Averroè. Tommaso conciliò fede e intelletto e realizzò una sintesi filosofica (che poi accordò con la Bibbia e la dottrina cattolica) delle opere e degli insegnamenti di Aristotele e di altri filosofi antichi; di Agostino e altri padri della Chiesa; di Averroè, Avicenna e altri studiosi islamici; di pensatori ebrei come Maimonide e Avicebron e di precedenti filosofi della tradizione scolastica.
Pur così impegnato, egli delineava l’opera che più di ogni altra avrebbe portato l’impronta del suo genio, la «Summa Teologica», composta parte in Italia, fra il 1266 e il 1268, parte nella sua seconda permanenza a Parigi fra il 1269 e il 1272, e continuata a Napoli tra la fine del 1272 e il 1273. Scopo del Santo era quello di dare ai giovani studenti domenicani un manuale di teologia che non si esaurisse nelle aule scolastiche, ma desse una chiara e sistematica esposizione delle verità rivelate a coloro che dovevano essere maestri di cultura a tutto il mondo intellettuale. La Summa si sviluppa in tre parti.
Nella prima tratta i grandi argomenti dell’ esistenza di Dio.
Nella seconda parte tratta della morale, in cui è studiato l’uomo che, essendo dotato di intelligenza e di libera volontà, è padrone e responsabile dei suoi atti e con la suo opera deve rivolgersi a Dio, Fine Supremo. Analizza la vita emotiva e la psicologia delle passioni da ordinare e illuminare come forze potenti per la vita morale. Esamina le virtù intellettuali e teologali. Pone l’etica come cardine di tutte le scienze sociali e giuridiche.
Nella terza tratta dei problemi cristologici.
Tommaso è il principale esponente della filosofia scolastica del 1200. Egli cercava di riallineare la filosofia aristotelica al Cristianesimo. La filosofia scolastica partiva dal presupposto secondo cui l’intelligenza umana è in grado di raggiungere la verità mediante il metodo speculativo e assumeva che esistono tre diversi ordini di verità a cui rivolgere la speculazione.
Il suo sistema filosofico, detto « tomismo », costituì per secoli il filone principale sia della dottrina teologica sia dell’insegnamento etico sia della visione del mondo della Chiesa cattolica.
L’opera di Tommaso segna una tappa decisiva nella storia della filosofia e al suo sistema, detto « tomismo », si rifecero per secoli il pensiero cattolico e la dottrina teologica. In alcune encicliche papa Leone XIII e papa Pio XII riconobbero nella filosofia tomista la guida più sicura per la dottrina e l’istruzione scolastica cattolica, scoraggiando qualunque allontanamento da essa. In epoca contemporanea, il neotomismo rappresenta ancora una fra le principali scuole di pensiero; tra i pensatori che si confrontarono con il pensiero di Tommaso vi furono i filosofi francesi Jacques Maritain ed Etienne Gilson.
Accanto alla tematica del giusto prezzo di Aristotele dagli scolastici veniva formulata la teoria del « giusto salario », ossia quella che mantiene al lavoratore un livello di vita adeguato alla sua condizione sociale. Secondo gli scolastici il giusto prezzo doveva garantire la giustizia commutativa, cioè lo scambio uguale, in modo che nessuno, dallo scambio di merci, potesse ottenere più di quanto dava. Per quanto riguarda la MONETA essa, a differenza delle merci reali, che possedevano un « valore intrinseco », aveva un valore convenzionale. Appunto tra gli scolastici predomina una teoria convenzionalista della moneta: la moneta è un segno ed è stata inventata dagli uomini per misurare il valore delle merci ed agevolare gli scambi; è un bene fungibile che si consuma con l’uso. Da qui la condanna all’usura. In Tommaso D’Aquino troviamo infine il tentativo di giustificare la proprietà privata: Dio ha creato la terra per tutti gli uomini, nessuno può arrogarsi un diritto che privi gli altri uomini dell’uso dei beni creati. Nonostante ciò la proprietà privata può essere giustificata come stimolo al lavoro perciò va intesa come una forma di concessione che la comunità fa all’individuo e va esercitata come un servizio.
La metafisica di Tommaso è essenzialmente la metafisica aristotelica tramandata dagli Arabi. La differenza fondamentale è nell’introduzione del concetto di atto e potenza applicati non solo al mondo sensibile, ma anche a livello ontologico.
Per San Tommaso l’essenza è potenza dell’esistenza. Possiamo chiamare l’esistenza atto d’essere, usando il termine di Tommaso, o semplicemente essere.
L’estasi
Nel 1269 San Tommaso era di nuovo nominato maestro di teologia dell’Università di Parigi, dove già si era affermato, suscitando l’entusiasmo degli allievi e il rispetto degli stessi avversari.
Dopo un triennio, fervido di opere e di attività, fu richiamato in Italia; partecipò a Firenze al Capitolo generale dei Domenicani, dove fu deciso di aprire un nuovo studio generale dell’Ordine a Napoli, e di affidare l’insegnamento a San Tommaso.
Passando per Roma, il Santo rivide la pia sorella Teodora col marito conte Ruggiero di Sanseverino, ch’era stato costituito da re Carlo d’Angiò suo vicario nell’Urbe; tornò brevemente ai paesi della sua fanciullezza; provvide a sistemare la tutela del figlioletto della sorella Adelasia, rimasta vedova del conte di Traetto.
San Tommaso fu a Salerno dove tenne una serie di lezioni straordinarie nella celebre Scuola Medica che aveva sollecitato l’onore ed il decoro della parola del Santo.
Rivide Napoli dopo ben ventisette anni e iniziò subito le sue lezioni nella scuola domenicana, ch’era riconosciuta come Facoltà teologica dell’Università, con regio assenso di re Carlo, che fissò anche lo stipendio dovuto al grande maestro.
L’Università di Napoli, anche in periodi di acceso laicismo, ha sempre considerato suo vanto e decoro il magistero universitario del Santo Dottore, che nel 1852 fu proclamato celeste patrono dell’ Ateneo.
Le lezioni del maestro erano seguite da numerosi alunni e anche da persone insigni tra cui cui l’arcivescovo di Capua e l’arcivescovo di Salerno, Matteo Della Porta.
Oltre ad attendere all’insegnamento e alla compilazione di opuscoli apologetici e filosoficoteologici, il Santo si dedicava al sacro ministero della predicazione. Nel 1273 predicò il Quaresimale nella chiesa napoletana di San Domenico e, fatto nuovo per quei tempi, invece del latino, usò la lingua volgare, per poter essere accessibile a tutti.
Intanto attendeva al completamento della terza parte della Somma Teologica. Egli non era freddo, distaccato ragionatore, ma andava alla verità con tutta l’anima. Il pensatore e il santo erano due aspetti indissolubili della sua personalità. Per dedicarsi completamente al servizio della verità, aveva rifiutato alte cariche ecclesiastiche, quali la nomina ad abate di Montecassino, consentendogli di conservare il saio domenicano, e la nomina ad arcivescovo di Napoli. La profonda umiltà e la purità angelica, eliminando l’orgoglio dello spirito e l’orgoglio della carne, permisero al suo genio di spaziare nei cieli del sapere, mentre la preghiera e la contemplazione gli aprirono le sorgenti della Sapienza celeste.
Il 6 dicembre 1273, mentre celebrava nella chiesa di San Domenico a Napoli, fu rapito in estasi e dovettero scuoterlo, per farlo tornare alle normali occupazioni, ma da quel giorno non volle più scrivere.
Al confratello fra Reginaldo da Piperno, che gli faceva continue, dolci insistenze a riprendere la penna, per completare la Somma Teologica, Tommaso disse:
«Tutto quello che ho scritto mi sembra un pugno di paglia a paragone di quello che ho visto e mi è stato rivelato. E’ venuta la fine della mia scrittura, e spero che sia vicina la fine della mia vita».
Chiamato dal Papa Gregorio X a partecipare come esperto al Concilio di Lione, insieme con altri insigni teologi del tempo (Sant’Alberto Magno, San Bonaventura da Bagnoregio, Pietro di Tarantasia) fu colto da improvviso malore lungo il viaggio, e fraternamente ospitato dai monaci di Fossanova nel Lazio. Erano con lui anche fra’ Giacomo da Salerno, umile fratello laico domenicano, che fu addetto al servizio di San Tommaso, e fra Reginaldo da Piperno suo confessore. Riferisce il suo biografo Guglielmo da Tocco, fra Giacomo e fra Reginaldo furono testimoni di un’estasi che san Tommaso ebbe a Salerno «cum esset in conventu fratrum» e un’altra che ebbe nel castello di Sanseverino.
Il sole del suo genio e della sua santità dava gli ultimi bagliori. Commentò in modo stupendo il libro sacro del Cantico dei cantici e, prima di ricevere il Santo Viatico, in umile e fervida adorazione, rinnovò la sua professione di fede: «Ricevo Te, prezzo della redenzione dell’anima mia, per il cui amore ho studiato, vegliato, lavorato. Ho predicato Te, ho insegnato Te. Non ho detto mai nulla contro di Te».
Queste parole sono il più bel compendio di tutta la sua mirabile vita e indicano il segreto della sua prodigiosa attività.
Il 7 marzo 1274, chiudeva la sua giornata terrena ed entrava nella gloria, da lui più volte pregustata nell’estasi orante.
Il Papa Giovanni XXII, trattando la sua causa di canonizzazione, scrisse: «Non dubitiamo che fra Tommaso d’Aquino sia glorioso nel cielo, perché la sua vita è stata santissima e la sua dottrina prodigiosa. Egli solo ha sparso più luce nella Chiesa che tutti gli altri Dottori».
Molte sono le reliquie di questo santo sparse nel mondo.
Il corpo si venera nella chiesa di St. Sernin. Sepolto originariamente a Fossanova, fu traslato, nel gennaio del 1369, a Tolosa dove rimase fino al 1791. In questa occasione il braccio destro fu dato ai Domenicani di Parigi che, in seguito, lo portarono a Roma dove, nella chiesa dei Ss. Domenico e Sisto, veniva esposto ai fedeli l’8 marzo. Un’altra reliquia, sempre proveniente da un braccio, fu donata da Urbano VIII, il 15 maggio del 1633, alla chiesa della Concezione a Via Veneto.
La custodia della reliquia della mano destra è vantata dalla chiesa di San Domenico a Salerno. La contessa Teodora, nel 1288, aveva chiesto all’abate di Fossanova di avere come reliquia la mano destra del santo fratello. E, come narra Guglielmo da Tocco, l’abate staccò la mano destra dal corpo del Santo e la consegnò alla contessa che dapprima la collocò nella cappella del castello di Sanseverino e poi, d’accordo con il figlio Tommaso (colui che edificò la certosa di Padula), decise di donarla alla chiesa domenicana di Salerno.

incamminoverso @ 18:59
Enregistré dans Santi etSanti: San Tommaso d'Aquino
LA VERGINITÀ HA SEMPRE LA MEGLIO NEL MATRIMONIO (Omelia)

Posté le Samedi 28 janvier 2012

http://www.zenit.org/article-29369?l=italian

LA VERGINITÀ HA SEMPRE LA MEGLIO NEL MATRIMONIO

Vangelo della IV Domenica del Tempo Ordinario

di padre Angelo del Favero*

ROMA, giovedì, 26 gennaio 2012 (ZENIT.org).- 1Cor 7,32-35
“Fratelli, io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato, invece, si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!
Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni.”.
Mc 1,21-28
“In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, a Cafarnao, insegnava.(…). Ed ecco,..vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.”.
Nella sua “Introduzione alla vita devota”, san Francesco di Sales, Dottore della Chiesa (1567-1623), afferma che la messa in pratica del Vangelo (ciò che intendiamo con “devozione”) è possibile e doverosa in tutti gli stati di vita del battezzato, nessuno escluso: “E’ un errore, anzi un’eresia, voler escludere l’esercizio della devozione dall’ambiente militare, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case dei coniugati”.
Il santo vescovo di Ginevra, dopo aver esemplificato alcuni stati particolari di vita cui corrisponde un modo proprio e legittimo di seguire il Signore, conclude: “la devozione non distrugge nulla quando è sincera, ma anzi perfeziona tutto e, quando contrasta con gli impegni di qualcuno, è senza dubbio falsa”.
Il messaggio è chiaro: in ogni condizione umana si può e si deve testimoniare Gesù Cristo.
Queste parole ci aiutano a comprendere la seconda Lettura.
Paolo, rispondendo alle domande dei Corinzi, aveva dichiarato apertamente di preferire la verginità al matrimonio: “Sei libero da donna? Non andare a cercarla” (1Cor 7,27). Egli ha iniziato a parlare dei due stati di vita con un’affermazione sorprendente, certamente da non prendere alla lettera: “è cosa buona per l’uomo non toccare donna” (1Cor 7,1).
L’apostolo prende qui posizione sulla questione se sia lecito o meno per un cristiano avere relazioni sessuali (“toccare donna”), vale a dire cosa sia preferibile davanti a Dio: sposarsi o non sposarsi? Egli ha già escluso in modo categorico la “porneia” (i rapporti prematrimoniali), ed ora confronta la condizione degli sposati con quella delle persone vergini.
L’affermazione: “chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato, invece, si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!” (1Cor 7,32-34), non intende mortificare lo stato coniugale nel confronto con la verginità consacrata.
Per Paolo, tutti i credenti, uomini e donne, sposati o no, devono impegnarsi a vivere il proprio stato di vita come dono e compito universale di santità, in Cristo.
Certo, agli sposati non mancheranno le loro specifiche “preoccupazioni”, con una certa fatica a vivere in pienezza la relazione con il Signore; ma i rapporti sessuali sono legittimi e santificanti, purché nessuno dei due sposi ne faccia un uso egoistico.
In tal senso, la preoccupazione fondamentale dei coniugi non deve essere quella del “sì/no” all’atto sessuale, ma del “sì” alla verità di esso davanti a Dio.
E la verità del rapporto coniugale è questa: Dio vuole che i due siano “una carne sola” (Mt 19,4-6), e che lo siano in maniera “verginale”, cioè con purezza di cuore e con purezza di amore.
Puro è il cuore che nel dono di sé desidera anzitutto la felicità dell’altro, senza strumentalizzare il rapporto sessuale per il proprio piacere; puro è l’amore, donato e ricevuto, che riconosce in Dio la sua Fonte ed obbedisce ogni giorno alla sua volontà e verità.
E’ lo spirito dei coniugi che non deve essere “impuro”, fa intendere Paolo, ben sapendo che la concupiscenza della carne, anche nel matrimonio, è tentazione diabolica e peccato grave, poiché contraddice radicalmente il significato sponsale inscritto dal Creatore nel corpo.
Passando ora al Vangelo, comprendiamo che l’egoismo sessuale coniugale, anche se condiviso, è per il matrimonio una rovina essenzialmente “diabolica” (‘diavolo’ è l’altro nome di satana, colui che ‘divide’), causa di profonda, dolorosa separazione dell’anima del marito dall’anima della moglie, anche nell’unione dei loro corpi.
In conclusione, mi servo qui ancora di san Francesco di Sales: sia la devozione di chi non è sposato, sia quella di chi è sposato, sono vere e giuste davanti a Dio, purché, nei due diversi stati di vita, ugualmente chiamati alla santità, ognuno, anche “nelle cose del mondo” anzitutto si preoccupi “delle cose del Signore” (1 Cor 7,32-33), vale a dire di star facendo la volontà di Dio in tutte le sue azioni.
——--
* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

incamminoverso @ 18:57
Enregistré dans OMELIE PREDICHE E...♥♥♥
PREGARE PER FAR CRESCERE L’AMORE PER LA TERRA SANTA (Messaggio del Custode di Terrasanta…)

Posté le Samedi 28 janvier 2012

http://www.zenit.org/article-29390?l=italian

PREGARE PER FAR CRESCERE L’AMORE PER LA TERRA SANTA

Messaggio del Custode di Terrasanta per la Giornata Internazionale di Intercessione per la Pace in Terra Santa

ROMA, venerdì, 27 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il messaggio del Custode di Terrasanta, Padre Pierbattista Pizzaballa, O.F.M., per la IVa Giornata internazionale di intercessione per la pace in Terra Santa, in programma domenica 29 gennaio.
***
Nella Grotta della Natività a Betlemme, appena prima dell’altare della stella, c’è il “camino della cometa”. L’antica devozione dei betlemiti richiama ancora oggi il prezioso servizio della cometa, che ha indicato la strada a pastori e magi, e -- terminato il suo compito unico e irrepetibile -- si è “spenta” in un “camino”. Il mese che ha seguito la nascita del Signore nostro Gesù Cristo dev’essere stato un tempo molto movimentato. Anche l’attuale gennaio è un mese che continua a rifarsi al Natale, in un crescendo di iniziative che testimoniano quanto ci sia ancora da fare per accogliere degnamente il Principe della Pace. Il “camino della cometa” ci dice che essa ha finito il suo compito, non dobbiamo attendere altro, è al Figlio di Dio che dobbiamo guardare per incontrare Colui che è la giustizia e la pace. Ma pace non c’è… Invocata, proclamata, cercata, proposta, indicata, anche premiata: tutti parlano di pace, ma la pace non c’è. Forse che la pace sia altro dalle parole degli uomini?
“Di fronte alla difficile sfida di percorrere le vie della giustizia e della pace possiamo essere tentati di chiederci, come il Salmista: Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? (Sal 121,1).
La pace non è soltanto dono da ricevere, bensì anche opera da costruire. Per essere veramente operatori di pace, dobbiamo educarci alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione, alla fraternità, essere attivi all’interno della comunità e vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ed internazionali e sull’importanza di ricercare adeguate modalità di ridistribuzione della ricchezza, di promozione della crescita, di cooperazione allo sviluppo e di risoluzione dei conflitti (Benedetto XVI, Messaggio Pace 2012). Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio », dice Gesù nel discorso della montagna (Mt 5,9). Per cambiare il cuore ci vuole la preghiera: questo sì. E senza cambiare il cuore non si riuscirà neppure a indirizzare lo sguardo nella giusta direzione. La nostra preghiera dovrà dunque chiedere la determinazione e la coerenza di abbracciare questo impegno, educandoci alla compassione… L’elenco che ci offre il Papa è quanto mai esaustivo circa ciò che va fatto per giungere alla beatitudine di chi opera per la pace nella verità. Egli ribadisce: La pace per tutti nasce dalla giustizia di ciascuno e nessuno può eludere questo impegno essenziale di promuovere la giustizia, secondo le proprie competenze e responsabilità. Invito in particolare i giovani, che hanno sempre viva la tensione verso gli ideali, ad avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero, anche quando ciò può comportare sacrificio e andare controcorrente.
Benvenuti, dunque alla quarta Giornata internazionale di intercessione per la pace in Terra Santa. Un appuntamento che arricchisce questo mese di riflessione corale sul Dono appena ricevuto, e ci invita a superare ogni divisione per rendere grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (tema della Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani). Anche la Giornata di dialogo con l’Ebraismo che ha per tema La Sesta Parola: Non Uccidere, ci ricorda l’urgenza della giustizia e della pace. Lo specifico pregare per far crescere nei cuori e nelle volontà l’amore per la Terra Santa e l’impegno per la giustizia e la pace delle quali soffriamo la mancanza, è innanzitutto dovere di tutte le Chiese che qui convivono e che devono ancor più e meglio testimoniare la riconciliazione, l’unità e la pace, cominciando da Gerusalemme. E’ compito di tutti, dovere di ciascuno, dai Pastori ai genitori, dagli insegnanti ai giovani: pregare per essere capaci di accogliere questo dono è un’urgenza che ci coinvolge tutti.
Questo non-stop di preghiera, di tante Chiese in tanti luoghi del mondo, è un dono importante per la Terra Santa. E’ consolazione, aiuto, sostegno alla speranza per i nostri cristiani che vivono ogni giorno il disagio, la sofferenza, la frustrazione per una situazione sociale alla quale non vedono miglioramenti. Sapere che il 29 gennaio tante persone vorranno unire volontà e cuori per chiedere a Dio la pace per la Terra Santa, per la loro Terra, è rugiada del cielo, è solidarietà di fratelli sconosciuti ma infinitamente cari. Di questo hanno bisogno, di questo abbiamo bisogno.

incamminoverso @ 18:39
Enregistré dans Terra Santa (dalla)
Un’antica mappa pone Gerusalemme come nesso centrale (Museo Ebraico di Bologna)

Posté le Vendredi 27 janvier 2012

Un’antica mappa pone Gerusalemme come nesso centrale, confluenza di tre petali, che rappresentano i continenti confinanti, in un simbolico fiore. Dall’antichità è sempre stata icona di tragedia e rinascita, di conflitto dinamico e ferma radice, di misticismo e crudezza: di fatto la sua è storia universale, antica ed attuale allo stesso tempo e per tutti i popoli.
Il percorso, attraverso il sussidio di immagini storiche e più recenti, affronta alcuni aspetti, interconnessi tra di loro che dall’origine della città all’epoca ottomana, si svilupparono man mano passando dal periodo di Davide, a quello romano fino a quello medioevale, che tuttora caratterizza il centro storico antico della città.
Museo ebraico di Bologna.

http://www.museoebraicobo.it/Didattica_%20Adulti_2011(2)_frame.htm

incamminoverso @ 18:16
Enregistré dans immagini sacre
« NELLA LOTTA AL MORBO DI HANSEN SERVE L’IMPEGNO DI TUTTI »

Posté le Vendredi 27 janvier 2012

http://www.zenit.org/article-29385?l=italian

« NELLA LOTTA AL MORBO DI HANSEN SERVE L’IMPEGNO DI TUTTI »

Messaggio per la 59a Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra, in programma domenica 29 gennaio

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 27 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo per intero il messaggio per la 59a Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra, che verrà celebrata domenica 29 gennaio 2012. Il documento porta la firma di monsignor Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari (per la Pastorale della Salute).
***
Le persone curate e sanate dalla lebbra possono e debbono esprimere tutta la ricchezza della loro dignità e spiritualità e, inoltre, una piena solidarietà verso gli altri, soprattutto nei confronti di chi ne è stato egualmente colpito ed è stato segnato indelebilmente dall’infezione! Tutte le realtà impegnate nella lotta al Morbo di Hansen devono al contempo continuare con tenacia il proprio lavoro affinché i successi ottenuti siano resi definitivi e sempre migliorati, riducendo il più possibile le ricadute e i nuovi casi.
Il Mycobacterium Leprae non è stato infatti ancora eradicato, anche se il numero ufficiale di nuovi contagiati continui a decrescere e attualmente sia intorno ai 200mila, secondo le anticipazioni dell’OMS relative al 2010-2011. Oltre a sostenere la distribuzione gratuita dei farmaci necessari, occorre dunque ulteriormente promuovere una diagnostica tempestiva e la perseveranza nel sottoporsi alle terapie. È fondamentale, inoltre, rafforzare l’opera volta a sensibilizzare e a formare le comunità e le famiglie a rischio di contagio.
Il passo evangelico « Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato » (Lc 17,19) scelto dal Santo Padre Benedetto XVI come tema della XX Giornata Mondiale del Malato che ricorrerà l’11 febbraio prossimo in tutto il mondo, costituisce un approfondimento e una sollecitazione che toccano in particolar modo chi è stato colpito dall’infezione; in tale brano si racconta infatti di 10 lebbrosi che vengono guariti da Gesù e riammessi nella comunità, reinseriti nel tessuto sociale e lavorativo.
Come sottolineato dal Santo Padre nel Suo Messaggio di quest’anno, le parole rivolte dal Signore all’uomo che, guarito, ritorna lodando Dio a gran voce e si getta ai piedi di Gesù per ringraziarlo, « aiutano a prendere coscienza dell’importanza della fede per coloro che, gravati dalla sofferenza e dalla malattia, si avvicinano al Signore. Nell’incontro con Lui possono sperimentare realmente che chi crede non è mai solo! Dio, infatti, nel suo Figlio, non ci abbandona alle nostre angosce e sofferenze, ma ci è vicino, ci aiuta a portarle e desidera guarire nel profondo il nostro cuore (cfr Mc 2 , 1-12) ».
« La fede di quell’unico lebbroso che, vedendosi sanato, pieno di stupore e di gioia, a differenza degli altri, ritorna subito da Gesù per manifestare la propria riconoscenza – prosegue Benedetto XVI, -- lascia intravedere che la salute riacquistata è segno di qualcosa di più prezioso della semplice guarigione fisica, è segno della salvezza che Dio ci dona attraverso Cristo; essa trova espressione nelle parole di Gesù: la tua fede ti ha salvato. Chi, nella propria sofferenza e malattia, invoca il Signore, è certo che il Suo amore non lo abbandona mai, e che anche l’amore della Chiesa, prolungamento nel tempo della sua opera salvifica, non viene mai meno ».
Tale amore, che viene espresso anche attraverso l’impegno individuale e delle realtà ecclesiali e di volontariato, fra le quali la Fondazione Raoul Follereau e l’Ordine Sovrano dei Cavalieri di Malta, e i successi sin qui ottenuti, in termini di forte riduzione del numero di infettati, non esimono certamente i governi e gli organismi internazionali dall’aumentare l’attenzione e il lavoro contro la diffusione della lebbra né dalle loro responsabilità per quanto riguarda la prevenzione, in termini educativi e igienico sanitari, e la ‘riammissione’ della persona guarita nonché il sostegno a tutte le vittime dell’infezione.
D’altro lato chi è stato sanato e ha intrapreso la difficile strada del reinserimento sociale e lavorativo può comunicare la propria gratitudine anche materialmente, diventando egli stesso testimone, contribuendo alla divulgazione dei criteri di prevenzione e di tempestiva identificazione della malattia nonché al sostegno morale delle persone infettate; quando possibile, inoltre, cooperando con le strutture e le iniziative ad hoc affinché le terapie necessarie vengano completate e seguite dal reinserimento sociale di chi è stato sanato. Chi è giunto alla guarigione potrà in tal modo comunicare tutta la propria ricchezza interiore ed esperienza e al contempo, nell’aiutare il prossimo, tutta la propria dignità e profondità di persona toccata dalla sofferenza e impegnata in favore della salute della comunità d’appartenenza.
Ciò costituirà un ulteriore e rilevante contributo al progresso nella lotta al Morbo di Hansen che per millenni ha rappresentato una piaga terrificante e l’automatica esclusione dalla società. Sarà infatti solamente l’impegno di tutti e a tutti i livelli che consentirà di trasformare la lebbra, da minaccia e flagello a memoria, per quanto spaventosa, del passato.
A Maria, Madre di Misericordia e Salute degli Infermi, affidiamo i nostri fratelli e sorelle colpiti dalla lebbra, affinché la Sua materna compassione e vicinanza li accompagni sempre anche nella quotidianità della vita.

+ Zygmunt Zimowski
Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari

incamminoverso @ 18:07
Enregistré dans MESSAGGI PER LE GIORNATE DEL MALATO etPapa Benedetto XVI
DIALOGO CATTOLICO ORTODOSSO, PER LA GENTE È GIÀ UNITÀ

Posté le Vendredi 27 janvier 2012

http://www.zenit.org/article-29381?l=italian

DIALOGO CATTOLICO ORTODOSSO, PER LA GENTE È GIÀ UNITÀ

Il vescovo della Diocesi Ortodossa Romena parla di risultati senza precedenti nella storia

di Sergio Mora
ROMA, giovedì, 26 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Il dialogo ecumenico negli ultimi anni a fatto grandi passi avanti, in particolare tra i fedeli. Dopo il crollo dei regimi comunisti, sono stati moltissimi i fedeli ortodossi che sono emigrati in Europa. In questo contesto la Chiesa cattolica ha dimostrato una grande apertura e disponibilità. Le famiglie italiane hanno affidato nonni e i figli a badanti di religione ortodossa con il risultato che spesso pregano insieme. Una apertura senza precedenti, che ha superato le diffidenze.
Un risultato incredibile che il solo dialogo teologico non avrebbe mai raggiunto. E’ quanto ha spiegato monsignor Siluan Span, primo vescovo della neo costituita Diocesi Ortodossa Romena, intervistato da ZENIT alla fine dei Vespri nella basilica romana di San Paolo fuori le Mura.
A che punto si trova il dialogo ecumenico tra cattolici e ortodossi?
Sua Ecc. Siluan: Credo che malgrado qualche voce che dice che il dialogo ecumenico sia in crisi, in realtà ci sono significativi passi in avanti. Negli ultimi 15 anni, i cristiani dell’Oriente europeo, di Romania, Bulgaria, Russia, e in particolare dei Paesi che sono entrati nell’Unione Europea, hanno conosciuto in maniera diretta la realtà dei paesi occidentale. Dobbiamo dire che la Chiesa cattolica in Italia, Spagna e negli altri Paesi ha manifestato una apertura e una disponibilità che è stata molto apprezzata dalle Chiese dell’Oriente e dalla Chiesa ortodossa.
Che tipo di rapporti si sono creati?
Sua Ecc. Siluan: Io parlo per la Chiesa ortodossa romena e vedo che si sono sviluppati rapporti che sono diversi da quelli del passato, nel senso che la badante romena incontra la famiglia italiana nella sua realtà. E’ un ecumenismo di base che non è mai stato così. La famiglia italiana ha fiducia di far assistere ad una romena non solo la nonna e il nonno ma anche i suoi bambini. Sono frequenti situazioni in cui le persone anziane di fede cattolica fanno leggere il breviario alla badante rumena di fede ortodossa. Pregano insieme, e posso testimoniare di molte badanti che mi chiedono di pregare per le persone che hanno in cura.
Cattolici e ortodossi uniti nella pratica quotidiana?
Sua Ecc. Siluan: Proprio così. Questa preghiera gli uni per gli altri, questa fede, diciamo domestica, è un inizio di vicinanza e di dialogo più profondo di quello delle commissioni di più alto livello. Un rapporto di vicinanza e dialogo anche tra i nostri parroci e quelli cattolici, i quali ospitano la maggior parte delle nostre comunità in Italia. Si tratta di una collaborazione molto importante. In alcune chiese la comunità cattolica prega al mattino e alle 10 o alle 11 prega la comunità ortodossa.
Vediamo la presenza dei cattolici italiani al battesimo dei bimbi nelle nostre chiese. Ci sono poi tante coppie miste italo-romene e romeno-italiane. Quindi c’è un tipo di dialogo e integrazione che non ha precedenti nella storia.
Cosa è stato determinante per questo cambiamento?
Sua Ecc. Siluan: Dobbiamo dire che sotto il regime comunista i rumeni non hanno avuto la libertà di viaggiare, conoscere e frequentare i cattolici.
C’era solo un rappresentante della Chiesa Ortodossa che usciva una o due volte l’anno e non era libero di dire quello che pensava. Invece in questi ultimi quindici o vent’anni si sono creati dei rapporti che non hanno precedenti.
E tra i religiosi?
Sua Ecc. Siluan: Anche se ci sono dei momenti e luoghi nel quale il dialogo è in crisi i rapporti sono maturati, vedo gli incontri con i monaci cattolici, sacerdoti o vescovi, che ho conosciuto 20 anni fa in Francia, Oggi ci incontriamo come dei vecchi amici.
No c’è diffidenza. Mentre durante i primi incontri avevamo imparato dai libri e dai quaderni, con un atteggiamento critico. Così non era facile dialogare. Poi si è iniziato piano, piano, a conoscerci tra le persone, a dialogare, a incontrarsi, a condividere tanti momenti della vita. Condividere è fondamentale, il cibo per esempio, fa superare delle diffidenze che non si potevano eliminare discutendo solo di argomenti teologici.

incamminoverso @ 18:05
Enregistré dans Papa Benedetto XVI
Yad Vashem, the children, memorial, Janusz Korczak

Posté le Jeudi 26 janvier 2012

http://en.wikipedia.org/wiki/File:Yad_Vashem_BW_2.JPG

incamminoverso @ 19:10
Enregistré dans immagini sacre
RAV DI SEGNI: IL MAGISTERO RABBINICO DI RAV ELIO TOAFF A ROMA (per il giorno della memoria)

Posté le Jeudi 26 janvier 2012

http://moked.it/rabbanutroma/files/2010/05/toaff.pdf

Riccardo Di Segni

IL MAGISTERO RABBINICO DI RAV ELIO TOAFF A ROMA

(dall’indirizzo web direi maggio 2010)

La presenza di rav Toaff come rabbino capo a Roma si distingue prima di tutto per il suo record storico di durata: cinquanta anni, dal 1951 al 2001. Si tratta di un fatto estremamente raro nelle biografie dei singoli rabbini e nelle storie delle comunità: perché vi sono sempre stati, anche se non molto frequenti, dei rabbini molto longevi, ma difficilmente vi sono state delle comunità disposte a convivere con lo stesso rabbino per un periodo tanto lungo. Quindi bisogna riflettere anche sui meccanismi di una convivenza molto prolungata ma mai semplice. L’attività di Rav Toaff è conosciuta ai più per la sua presenza nella scena politica, prima, e in quella interreligiosa dopo. Il suo ruolo come guida religiosa della comunità romana, e in qualche modo di quella italiana in generale, viene un po’ offuscato da questi maggiori eventi mediatici. Ma non si può fare a meno di studiare tutto questo aspetto che appare invece essenziale. Le note che seguono sono solo una breve serie iniziale di impressioni e testimonianze, perché ben altro è il lavoro da fare per ricostruire un percorso molto ricco e complesso. Per comprenderne appieno i termini, è essenziale prima di tutto riferirsi al curriculum formativo. Rav Toaff ricevette l’ordinazione rabbinica al Collegio Rabbinico di Livorno, diretto da suo padre rav Alfredo Sabato. L’attività rabbinica quindi è intrinseca alla sua esperienza formativa, ma è stata respirata e vissuta in famiglia fin dall’inizio, e in un contesto del tutto particolare, quello di Livorno, comunità madre dell’ebraismo sefardita con tutta la sua pungente arguzia toscana e con tutte le sue tradizioni ebraiche specifiche, la sua storia, le sue tipografie. Ancora negli anni venti e trenta Livorno era una comunità molto vivace culturalmente, in grado di ospitare il famoso convegno ebraico del 1924 in cui si esibirono e scontrarono i Sereni e i Rosselli; la vita ebraica ruotava intorno alla storica Sinagoga, che fu poi distrutta da un bombardamento alleato nella seconda guerra mondiale; era ricca di pratica religiosa e, malgrado fenomeni di assimilazione diffusi, abbondava di attività di studio; soprattutto ospitava un Collegio Rabbinico, fratello antagonista del Collegio Rabbinico fiorentino. Vani erano stati per circa venti anni, sullo sfondo di una crisi di risorse costante, i tentativi di unificare i due istituti rabbinici toscani. I fiorentini vantavano una certa superiorità scientifica, cui i livornesi, ancora sotto l’influsso culturale di Elia Benamozegh, opponevano forse una maggiore radicalità tradizionale. Ma sempre di Italia ebraica si trattava, per cui il modello comune era quello di un’ortodossia temperata, aperta al confronto con le scienze e il mondo esterno, e con forti simpatie per il sionismo. A Livorno gli studenti del Collegio Rabbinico facevano il loro percorso di studi laici liceali tutto all’interno dell’istituto, dove il direttore rabbinoAlfredo Toaff indossava anche le vesti di professore di latino e greco. Gli studenti erano subito addestrati in attività parallele come la chazanut e la shechità, secondo il modello che voleva produrre un rabbino in grado di assicurare tutti i servizi essenziali in qualsiasi luogo si fosse recato(esperienze formative di cui rav Toaff in seguito fece tesoro). Poi c’erano gli esami di stato. Nell’anno in cui uno scritto di maturità si tenne di Sabato, non ci fu niente da fare con il governo e il futuro rav Toaff con i suoi compagni di classe dovette ripetere l’anno. Per l’università (di cui il titolo era fortemente richiesto) gli studenti andavano a Pisa, il che rappresentava il primo incontro forte con il mondo esterno. Rav Toaff si laureò in giurisprudenza all’Università di Pisa, riuscendo a completare gli studi già in regime di leggi razziali. Iniziò il suo magistero rabbinico ad Ancona, interrotto dalla fuga durante la persecuzione nazista; quindi fu rabbino a Venezia. In questo decennio drammatico un aspetto particolare che incise profondamente sulla formazione rabbinica “sul campo” fu quello dell’ondata di fughe opportunistiche, di ripensamenti e di battesimi sotto la persecuzione che il rabbinato italiano dovette fronteggiare con la sola forza del convincimento. Rav Toaff arrivò a Roma in età relativamente giovane (36 anni) ma con un’esperienza di gestione comunitaria già formata. Il rabbino che arrivava a Roma era un sefardita livornese, prodotto eccellente di una scuola rabbinica con un preciso orientamento tra modernità e tradizione, che rimarrà perennemente legato alle sue origini culturali e alla figura del padre, riferimento costante per istruzioni, consigli ed esempi di comportamento. “Così faceva il babbo” è stata la risposta ripetuta in tante occasioni in cui è stata presa una decisione o un orientamento su questioni controverse. A Roma, ad accogliere il nuovo rabbino, c’era anche il peso non indifferente della memoria dei suoi predecessori. A parte il caso infame che nessuno rimpiangeva, la tenacia pastorale di rav Panzieri ancora oggi ricordata, ma soprattutto la personalità monumentale e affascinante di rav Prato si imponeva su tutti e proponeva un confronto rischioso. Ma rav Toaff seppe giocare con grazia il passaggio tra vecchio e nuovo, tra anziano e giovane e non faticò a imporre un suo modello carismatico.Per capire il senso dell’attività specificamente religiosa di rav Toaff nei primi anni a Roma bisogna tener presente una situazione per molti aspetti del tutto differente da quella di oggi. Sulla situazione economica, psicologica e morale della Comunità, che si leccava le ferite della persecuzione, in cui molte famiglie stentavano a riprendersi ma molte erano le speranze e le energie infuse nella ricostruzione, altri parleranno in questo volume. Qui è importante riflettere sulle condizioni religiose in quei tempi, che non possono essere giudicate con il metro di oggi. Riferendosi ai modelli principali di osservanza religiosa il quadro è presto fatto: fino al 1967, anno dell’arrivodegli ebrei libici a Roma, era funzionante una sola macelleria kasher (oggi ce ne sono otto). La kasherut sostanzialmente era un optional, abbandonata dalla stragrande maggioranza delle persone, che si limitavano a forme più o meno rigorose di astensione da certi alimenti, come il maiale (per alcuni da evitare il Sabato). Rav Toaff ricorda che al suo arrivo fu invitato da un’importante famiglia che voleva salutarne l’arrivo e la illustre padrona di casa offrì un rinfresco in casa sua con tanto di maiale, riservando un vassoio a qualcosa di teoricamente permesso. Lo shabbat è ancora oggi un problema, figuriamoci sessanta anni fa. Taharat hamishpacha, “la purezza familiare”, neppure il caso di parlarne, con il miqwè adibito alle sole spose e a un gruppo di signore contabili con le dita di una mano. Il Seder di Pesach, solo per poche famiglie. In compenso una frequenza abbastanza assidua alle tefillot del Sabato e delle feste in tre-quattro Sinagoghe, con organo funzionante di Sabato al Tempo Maggiore. E, in controtendenza rispetto alle cifre alte delle altre comunità italiane, una percentuale piuttosto contenuta di matrimoni misti (forse spiegabile per la struttura sociale più tradizionale della maggioranza della comunità in rapporto alle sue attività economiche allora prevalenti).Si farebbe un grave errore pensando che solo Roma ebraica si trovasse in una tale situazione; all’epoca il quadro era lo stesso, se non ancora più grave, in altri centri europei con ben altra popolazione ebraica: persino a Parigi fino agli anni sessanta c’era un’unica macelleria kasher. A fronteggiare questa situazione c’era una sparuta pattuglia di rabbini di stile ortodosso moderno di cui rav Toaff faceva parte senza complessi, mentre i maestri di stile charedì erano isolati e limitavano la loro influenza a gruppi ristretti e poco comunicanti con gli altri. La storia religiosa ebraica dell’Europa occidentale di questi ultimi sessanta anni, ancora da scrivere seriamente, è quella di una progressiva riscoperta e valutazione dell’importanza del modello religioso e dello studio della Torà nelle comunità; del crescente ruolo di rabbinati più tradizionali; delle comunicazioni tra i mondi, sempre problematiche se non traumatiche, che hanno messo in discussione atteggiamenti e certezze acquisite: sono gli incontri/scontri tra aree e modelli come Diaspora- Israele, Modern Orthodox -- Charedi, emigrazione nord africana -- comunità stanziali, chiusura-“outreach” (di cui il fenomeno più rilevante è stato il movimento Chabad). Il ruolo dei rabbini europei -tra cui rav Toaff- occupanti le posizioni decisive del dopoguerra è stato quello difficilissimo di guidare il ritorno all’ebraismo della Torà da posizioni di allontamento remoto; il paradosso è stato che dopo aver avviato e sostenuto questo processo virtuoso, e sono stati gli unici a prendersene carico, ne sono stati in qualche modo travolti e superati da modelli ritenuti più rigorosi e coerenti.In una rapida rassegna possiamo ricordare alcune linee guida nella conduzione rabbinica di rav Toaff a Roma. Per la kasherut, settore costantemente problematico, riuscì a portare a Roma, con l’aiuto del Lubavitcher Rebbe , un giovane shochet che per decenni ha garantito al qualità del servizio; si adoperò a controllare personalmente e costantemente l’esercizio degli shochatim e della vendita nelle macellerie, assicurandone il controllo: già ai tempi dell’unico macellaio “Angelino” ‘era un controllore fisso tutto il giorno, e non era un risultato semplice per quei tempi. Le azzime si fabbricavano a Roma, e si è continuato a farlo fino agli inizi degli anni settanta quando è sembrata più conveniente l’importazione da Israele e dalla Francia, ma finché la produzione durava bisognava garantirne la correttezza halakhica e anche questo non era semplice. Lentamente e faticosamente è stata messa su un’organizzazione di controllo e certificazione di prodotti, ma questo è stato possibile solo quando la richiesta del mercato è stata tale da consentirne l’avvio. L’investimento che ritengo più rilevante, soprattutto per i suoi risultati nei tempi medi e lunghi, è stato quello sull’educazione. Rav Toaff non ha mai rinunciato a dedicare parte considerevole del suo tempo all’insegnamento diretto e alla formazione di insegnanti e rabbini. Non c’è un conto preciso, ma sono decine le persone di qualsiasi responsabilità nel campo dell’insegnamento che hanno seguito le sue lezioni. Che si distinguevano prima di tutto per il calore umano, la leggerezza, l’esperienza di vita con storie e casistiche vive. Studiare con rav Toaff era una vacanza piacevole in mezzo a lezioni forse più ricche tecnicamente, ma spesso fredde se non glaciali dal punto di visto umano. Un insegnante così trasmette passione allo studente. E nell’ambito dell’insegnamento è stata importante non solo la didattica diretta, quanto anche la direzione e la vigilanza sugli istituti. Costante tendenza di molte gestioni comunitarie, assillate da difficoltà finanziarie e non molto capaci di comprendere il senso di un investimento educativo, è stata la volontà di stringere, limitare, rinviare, se non chiudere classi, scuole, istituti. Contro queste tendenze di chiusura e, al contrario, a sostegno di nuove aperture si è ripetutamente schierato con forza rav Toaff. Ricordo tra l’altro la sua epica battaglia a metà degli anni settanta quando nell’Unione delle Comunità c’era chi voleva chiudere il Collegio Rabbinico o metterlo sotto il bavaglio di un pretenzioso Istituto Superiore di Studi Ebraici. “Provateci e domani me lo riapro per conto mio”, fu la sua risposta di sfida e il Collegio continuò a funzionare. La difesa della scuola rabbinica è uno degli esempi di un’attività a costante protezione delle istituzioni religiose, continuamente esposte all’attacco di riformatori che hanno a cuore l’economia delle comunità e non comprendono altri valori. La difesa valoriale dei principi espone spesso il rabbino ad aspri conflitti con la dirigenza comunitaria; rav Toaff non se ne è mai sottratto, rischiando spesso l’isolamento. C’è chi oggi tende a presentare la sua figura come quella del rabbino che permetteva tutto, a differenza di una banda di talebani oggi imperante. Si dimenticano episodi vari e ripetuti di liti e conflitti. Perchè dimenticare ad esempio la sua posizione di fermezza nel casus del consiglio della comunità di Firenze scoppiato (fine anni ’60) intorno a una vicenda di matrimonio misto? Un altro importante settore in cui si è espressa l’attività rabbinica di rav Toaff è stato il Beth Din, il tribunale rabbinico, che si occupa prevalentemente di divorzi, conversioni e controversie. Su quest’ultimo aspetto, non molto frequente ma necessario per la pace sociale della comunità, l’autorità del Beth Din dipende dall’autorevolezza dei suoi membri e del suo presidente in primo luogo; nel comporre controversie il rispetto personale attribuito a rav Toaff è stato essenziale in molti casi complessi. Sull’attività in campo matrimoniale il Beth Din di Roma ha svolto un ruolo essenziale di continuità nella situazione geografica italiana, con il riconoscimento di rabbinati esteri, in un campo molto delicato nel quale è necessaria attenzione e competenza. Svolgendo questa attività rav Toaff non dimenticava mai nello stesso tempo di formare tecnicamente coloro che lo aiutavano. Consultando i registri si vede come nei primi due decenni l’attività nel campo dei divorzi è stata sporadica; dopo, anche per l’introduzione della legge sul divorzio in Italia c’è stato un sensibile incremento che dura fino ad oggi. Questa variazione di comportamento sociale è chiaramente un problema etico prima che tecnico-giuridico, rav Toaff se ne rese bene conto, tentando di richiamare all’ordine; ma i problemi oggi richiedono ben altri interventi che i semplici richiami. Ma l’aspetto più delicato dell’attività di Beth Din è stato sempre quello delle conversioni, che si divide in due grandi capitoli, quella degli adulti e quella dei minori. Non c’è tribunale che si occupi di questi temi che non sia esposto a critiche, spesso molto aspre, sia sui principi che sui casi singoli che spesso nella pratica contraddicono le buoni intenzioni dichiarate all’inizio e la fiducia accordata dal tribunale al candidato. Nelle sue linee tendenziali rav Toaff seguì la tradizione ricevuta nella sua formazione, gli indirizzi trasmessigli dal padre e l’orientamento del rabbinato italiano dai tempi dell’unità d’Italia, che non si distingueva poi tanto da quello del rabbinato europeo occidentale. Oggi il pensiero è differente, ma non tanto perché i principi siano cambiati, quanto per condizioni sociali molto differenti; i fenomeni limitati di un tempo sono diventati molto più estesi e le scelte pratiche non possono essere più quelle di un tempo. Si sbaglierebbe però a concludere, con la leggerezza di molti critici, che la politica di rav Toaff sia stata di totale apertura senza condizioni. E’ un giudizio affrettato e le testimonianze di coloro che sono stati accettati o respinti dovrebberoessere prese in seria considerazione per ricostruire la storia vera. Un ultimo aspetto esemplare del rabbinato di rav Toaff che deve essere sottolineato è il modo in cui ha gestito il suo ritiro (“a riposo”, come commenta egli stesso ironicamente). Dal momento in cui ha cessato la sua attività non ha più voluto intervenire nelle questioni comunitarie e specificamente rabbiniche, mai un giudizio, mai un commento; una prova di autocontrollo eccezionale per un personaggio che per 50 anni è stato il responsabile delle principali decisioni rabbiniche e comunitarie, tanto più stupefacente quando si vede che le linee delle decisioni attuali possono non essere sovrapponibili al suo passato orientamento. Eppure rav Toaff ha saputo mantenere un mirabile silenzio. Un’ultima (per ora), magistrale lezione.

incamminoverso @ 19:09
Enregistré dans Rabbino Di Segni etRabbino Toaff
IL RICORDO DELLA SHOAH COME MESSAGGIO AI GIOVANI

Posté le Jeudi 26 janvier 2012

http://www.zenit.org/article-29370?l=italian

IL RICORDO DELLA SHOAH COME MESSAGGIO AI GIOVANI

La comunità ebraica propone interessanti e significative iniziative

di Eugenio Fizzotti
ROMA, giovedì, 26 gennaio 2012 (ZENIT.org).- In vista della Giornata della Memoria il Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha organizzato una Tavola rotonda sul tema: La Shoah e l’identità europea che ha avuto luogo martedì 24 gennaio 2012 nella Sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri con la partecipazione diAndrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Johannes Heil, Prorettore presso la Scuola di Studi Ebraici di Heidelberg, specialista di fama internazionale sul pregiudizio antiebraico, Valerio Castronovo, storico dell’economia e docente emerito di storia contemporanea presso l’Università di Torino, e Giovanni Maria Flick, Presidente emerito della Corte Costituzionale.
Attraverso un excursus storico/filosofico Johannes Heil ha evidenziato il pregiudizio antiebraico nei secoli radicato in Europa ed evoluto da pregiudizio religioso fino a divenire razzista e filosofico (l’ebreo cosmopolita, finanziere, rivoluzionario) con un approdo all’idea del complotto pluto-demo-giudaico. Da parte sua Valerio Castronovoha rappresentato la nascita della crisi economica e sociale degli anni ’30 e l’incontro di tale crisi con le ideologie totalitarie e nazionaliste, mentre Giovanni Maria Flick ha parlatodella risposta del mondo allo shock della Shoah, stabilendo (dal Processo di Norimberga in poi) nuovi parametri universali, fondando un nuovo diritto internazionale (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), generando Istituzioni Giuridiche internazionali (Corti penali internazionali e/o europee) e modificando (in senso valoriale) il diritto costituzionale in gran parte dei paesi del mondo.
In vista delle celebrazioni del “Giorno della Memoria” della Shoah di domani, 27 gennaio 2012, il Ministero dell’Interno ha partecipato al “Convegno di studi in ricordo della Shoah”, che si è tenuto nella mattinata dello scorso 23 gennaio 2012 presso la Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno, diretta dal Prefetto Emilia Mazzuca, destinato alla carriera prefettizia e alle forze di polizia chiamate, nei rispettivi ambiti, ad affrontare il fenomeno dell’antisemitismo che ancora oggi presenta, purtroppo, sintomi di vitalità.
Dopo i qualificati interventi del Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, di Leone Elio Paserman, Presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma, di Giovanni Maria Flick, Presidente emerito della Corte Costituzionale e di Johannes Heil, Rettore della Hochschule für Judische Studien di Heidelberg, la conclusione del convegno è stata affidata al Professor Marcello Pezzetti, Direttore del Museo della Shoah di Roma, che dopo aver svolto il tema Per una storia della Shoah, coinvolgendo l’uditorio con metodologie multimediali, ha invitato tutti i presenti ad assistere a una rappresentazione teatrale dal titolo Racconta! per testimoniare il coraggio e la sofferenza delle donne che hanno subito l’atrocità delle persecuzioni naziste.
E lo stesso Marcello Pezzetti questa sera, 26 gennaio, inaugura nel Salone principale del Complesso Vittoriano una Mostra sui ghetti nazisti, che vuole ricordare, a settant’anni di distanza, l’anno 1942, anno dello sterminio sistematico degli ebrei, alla fine del quale la maggior parte di essi era già stata uccisa a Belzec, Sobibor, Treblinka, Kulmhof e Auschwitz-Birkneau, nei campi di lavoro, nei ghetti e per mezzo di fucilazioni di massa.
Come Pezzetti dichiara, «anche se la realtà dei ghetti è conosciuta dal grande pubblico grazie a film come Schindler’s List e Il pianista, è necessario approfondire i contorni di questa tragedia, soprattutto per l’alto numero di vittime che provocò. Occorre riflettere su come l’odio prodotto da anni di propaganda antisemita abbia causato in breve tempo un genocidio senza precedenti, del quale furono responsabili migliaia di uomini – non solo tedeschi. Pur trovandosi in una situazione estrema, gli ebrei cercarono di condurre una vita “normale”, organizzando mense collettive per i bisognosi, ospedali e scuole, festeggiando matrimoni e mettendo al mondo bambini. La reazione ebraica non si limitò a ciò: da una parte molti dirigenti dei cosiddetti “consigli ebraici” tentarono di far considerare agli occhi dei nazisti la vita degli ebrei prigionieri come “utile”, aumentando la produttività dei ghetti; dall’altra molti, in particolare giovani, scelsero altri metodi di resistenza, dal contrabbando di cibo alla lotta armata. Dunque gli ebrei furono sì delle vittime, ma non passive».
E nella stessa serata del 26 gennaio la Consulta della Comunità Ebraica di Roma in collaborazione con il Centro di Cultura, l’Ufficio Rabbinico e la Fondazione Museo della Shoah di Roma ha organizzato un’iniziativa alla quale saranno presenti i ragazzi delle scuole ebraiche romane che, coordinati dalla Prof.ssa Buccioli, nomineranno ciascuno 10 dei 200 ragazzi al di sotto dei 10 anni che sono stati deportati ad Auschwitz.
Di notevole interesse sarà la presenza di alcuni testimoni sopravvissuti: Sami Modiano, Piero Terracina, Lello Di Segni, Mario Limentani, Giuseppe Di Porto, Rosa Hannan, Andra e Tatiana Bucci, Joseph Varon e Shlomo Venezia, così come saranno fondamentali le testimonianze delle sorelle Bucci che avevano 4 e 5 anni al momento della deportazione.
L’evento, che sarà accompagnato dal coro del Tempio Maggiore e vedrà la presenza di Silva Shalom, Vice Primo Ministro dello Stato di Israele, desidera dare un messaggio di vita e non di tristezza con il passaggio delle Testimonianze della Memoria ai giovani, unica vera forza del mondo intero e non solo di quello ebraico.

incamminoverso @ 19:07
Enregistré dans Shoah