LINK ALLA MESSA DEL GIORNO ED AL COMMENTO DAL SITO: « EVANGILE AU QUOTIDIEN »

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

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link al mio blog in lingua inglese:
Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

 

 

incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

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incamminoverso @ 1:25
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Resurrezione

Posté le Vendredi 18 avril 2014

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incamminoverso @ 19:57
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DOMENICA DI RESURREZIONE – QUALCHE RIFLESSIONE

Posté le Vendredi 18 avril 2014

http://www.parrocchiaspiritosanto.org/?itemid=217

Domenica di Pasqua di Resurrezione – Tempo di Pasqua – Anno A

QUALCHE RIFLESSIONE

In questo giorno così importante mi preme illustrare dapprima tutta la 2^ lettura domenicale. Eccola : «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria». Spesso questo brano viene dato ad intendere come se la nostra fede avesse a che fare con l’oppio, mollando le cose della TERRA e stando poi buoni buoni ad aspettare il premio infinito da LASSU’. San Paolo voleva effettivamente portare una antitesi e ha ritenuto di fare ricorso ai paragoni spaziali di terra e cielo, ma in realtà, coerentemente con la sua stessa dinamica vita, mai si è sognato di predicare l’evasione dalla realtà a beneficio delle alienazioni, come ha voluto farci credere la sinistra propaganda anticristiana. Infatti in altri passi, egli parla con altre immagini, e basterebbe sostituire “quaggiù” con “uomo vecchio / carne / peccato” che nel battesimo o nel rinnovamento delle promesse battesimali sono lasciati alle spalle, e poi sostituire “lassù” con “uomo nuovo / spirito / grazia” che può essere la realtà del cristiano in quanto di già è una vita nuova nascosta (custodita come un seme nella terra) in Cristo, e che inevitabilmente si manifesterà nella stagione della pienezza futura.
Eccoci al grandioso Vangelo di oggi, che a quanto si dice fin dal primo versetto, accade nel primo giorno dopo il sabato. In ebraico il sabato (Shabat) era ed è il solenne giorno, settimo giorno, in cui Dio aveva compiuto tutta la sua opera e si riposò, modellando così con il suo agire quella unità di tempo che è la settimana. E’ chiaro che se il sabato si colloca al 7° posto di questo tempo, necessariamente il giorno dopo il sabato è per forza il giorno con la maglietta nuovamente al numero 1. Ogni giorno dopo il sabato, ogni giorno che indossa la maglietta numero 1, è una rievocazione del primo giorno, quello in cui iniziò la creazione. Chissà se in omaggio all’opera luminosa e creatrice di Dio che i popoli di lingua inglese chiamano questo giorno come SUNDAY, cioè giorno del sole. Io penso di no : l’omaggio a Dio avrebbe avuto senso se codesto giorno si fosse chiamato LIGHTDAY, cioè giorno della luce, unica cosa che Dio creò nel primo giorno. Mi viene da pensare, che quindi questo nome abbia una radice idolatrica poiché tutti i popoli primitivi del mondo hanno adorato il sole. Tutti tranne uno, che subito ha definito il sole e la luna come due semplicissime lampade appositamente create, e ciò sta scritto a pagina uno della Genesi, grosso modo al 4° o 5° giorno della creazione : e appurato che sole e luna non sono “dei” ma cose create, resta il dilemma di come chiamare il giorno con la maglietta numero 1, in quanto “giorno del sole” fa un po’ acqua. Ebbene, la frase introduttiva del Vangelo di oggi, rende giustizia al nome “Dies Domini”, giorno del Signore, Domenica, giorno in cui un uomo ha vinto la morte, giorno numero 1, GIORNO IN CUI SI PUO’ ADDIRITTURA PARLARE DI UNA NUOVA CREAZIONE PERSINO PIU’ GRANDE DI QUEL “IN PRINCIPIO” – PRIMO GIORNO – IN CUI IL MONDO FU STORICAMENTE CREATO.
E’ risorto. Questa è la base della fede cristiana. Questo è l’annuncio che deve essere a fondamento di ogni altro annuncio. Cristo è stato crocifisso, è morto, ma è risorto nella mattina di Pasqua, e da oggi questo giorno, che è il giorno seguente il Sabato, si chiama Domenica in quanto per sempre sarà una piccola Pasqua che ci deve ricordare UN FATTO, e un fatto non si discute, un fatto non è una teoria o un sentimento o un moto dell’anima. Un fatto è qualcosa che è accaduto. Al più si è autorizzati a dire “Non ci credo che è accaduto, e respingo per insufficienza le prove che mi portate su questo fatto”.
D’accordo, ma da questo momento preparati ad una schizofrenia di fondo, poiché la tua vita registrerà è vero qualche evento cui crederai in forza di prove più decisive di questa (ad esempio ti scotterai le labbra e sinceramente crederai al fatto che il caffè è bollente per merito di questa prova), ma dopo queste sciocchezzuole, tutti i grandi temi della tua vita ti troverai a berli senza uno straccio di prova che mai sia più concreto di questa resurrezione. Mentre rifiuterai il Dio vero per correre dietro gli oroscopi o altre bugie di vario tipo, questa Grazia starà qui ad aspettarti, e sono facile profeta se dico che il Signore farà carte false affinché non ti vada sprecata. Comunque rimane, per chi crede, la centralità di questo annuncio cristiano fondato, e quindi non bisogna accodarsi alla lettura della fede come qualcosa di apologetico o di spirituale, o peggio un fatto rituale, filosofico, sociale, pietistico. Queste cose lasciamoli ai telegiornali atei o agli spifferi anticristiani. Cristo è risorto e tutte le sue promesse sono vere. E palla al centro.
Ormai il mondo votato alla morte è adesso percorso anche dalla vita, la storia fatta di guerre e di illusori incerti progressi conosce adesso la speranza, l’uomo da anonimo si trasforma in un figlio adottivo, che non vuol dire un figlio di seconda categoria, ma vuol dire che diviene erede e possessore dei doni di Dio pur non essendo Dio, qualcosa che non gli appartiene gli viene donato, come accade ad un bambino dell’orfanotrofio (senza casa e senza famiglia e senza beni) quando arriva un padre e … un fratello maggiore …. Gesù Cristo, vero figlio di diritto … che ti indica e dice “Papà, adottiamo quel fratellino lì ” e da quel momento, giudice e notaio stabiliscono che hai una casa, una famiglia, una ricchezza, un futuro …. Ma ciò è pur sempre un grazioso paragone …. La vita eterna donataci dal Risorto è molto di più !!!
Da oggi nasce un senso. Se ci pensi nasce anche un impegno, ma un impegno facile e addirittura gioioso nella Grazia di Dio e cercando le cose di lassù, e pensando alle cose di lassù !!! Altro che oppio che rimbecillisce !!! C’è una parola dell’economia che tutti desideriamo, e questa parola è accreditare o credito (il contrario di debito e di addebitare). Oggi è Pasqua e Cristo ci è stato accreditato, lo dobbiamo citare nella dichiarazione dei redditi, è una ricchezza aggiunta alle nostre ricchezze che già, chi più chi meno, possedevamo.
Lo ha detto san Pietro pieno di Spirito santo (a proposito di Trinità) allorquando gettato via l’UOMO VECCHIO (rinnegatore e fifone) si è rivestito dell’uomo nuovo e uscendo dal Cenacolo travolto dalla effusione pentecostale, si rivolse alla folla (Atti 2,22) e disse “Uomini di Israele, Gesù di Nazaret – uomo ACCREDITATO da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni ….” Capito ?? I miracoli del Figlio tra noi, servono a Dio per dirci “Gesù è a vostro credito, sta sul vostro conto in banca”.
Oggi in banca ci è arrivato un accredito che ha schiantato il nostro conto e ha mandato in tilt i computers della banca. Alleluia, Cristo è risorto, il senso si è posato sulla nostra piatta esistenza, la salvezza è giunta tra noi !
Quante notti ci sono state dalla creazione del mondo ad oggi ? Ebbene, di tutte queste notti, le più straordinarie sono due indicate dalla fede ed entrambe attraversate da una luce soprannaturale. Sto parlando della notte di Natale e della notte di Pasqua. Nella prima Dio si affaccia nel mondo con il volto di un bambino, e nella seconda, dopo essere stato ucciso, risorge mostrando la sua superiorità (la sua vittoria) sul male e sulla morte che del male è la parente più stretta. La prima notte ha la luce della tenerezza, la seconda ha lo splendore della potenza irresistibile.
“Se sei il figlio di Dio scendi dalla croce”. Non era sceso, e la conclusione dei sbeffeggiatori, ed anche dei suoi discepoli, era che quell’uomo non era il figlio di Dio, il figlio della Potenza soprannaturale, ma un pover’uomo del tutto simile a noi che non era in grado di salvare nessuno. Indipendentemente da questa amara realtà, la Maddalena andava comunque al sepolcro per tributargli la sua umana personale dedizione di pietà. Ma non le fu possibile poiché quel sepolcro era vuoto in quanto si era verificato il più grande evento nella storia dell’umanità : la morte era stata vinta, ed il nuovo Adamo apriva una frontiera percorribile anche da noi nella direzione della vita eterna, divina ed immortale. Da quel giorno è accaduto che per 40 giorni è stato visto, ascoltato, TOCCATO dai suoi discepoli che hanno anche mangiato insieme a Lui, e dopo l’Ascensione ogni altro suo fedele ha potuto sperimentare la sua viva presenza nella propria vita. Attenzione bene : non è la dottrina di Gesù o i suoi ideali che vivono ancora, MA LUI IN PERSONA tant’è che ogni cristiano può parlargli, confidarsi, ascoltarlo, come accade con il più caro dei propri amici.
La forza (anche storica) della morte non ha radice primitiva nel corpo ma ha una radice spirituale che sta in quel pungiglione di nome peccato e che porta poi alla corruzione anche del corpo. Gesù ha distrutto questo potere di “avvelenare” e uccidere, lo ha distrutto dal di dentro e lo ha fatto “consegnandosi” alla morte, e quasi replicando la tecnica del cavallo di Troia. Nella notte di Natale gli Angeli in cielo avevano invocato la pace sulla terra, ma è nella notte di Pasqua che essa è stata donata agli uomini. Non ha celebrato davvero la Pasqua – e quindi è rimasto ancora nella morte – chi di noi ha ancora oggi il peso della pietra del peccato, dell’egoismo, del risentimento (assenza di perdono) dentro di sè. Gesù che ha distrutto la morte, ma quale fatica farà mai nel distruggere il mio e il tuo peccato, il mio ed il tuo male, se glielo consegniamo ?
Cosa sarebbe la nostra vita nell’oppressione costante del peso di una maledizione di dover morire, sapendo che Dio non esiste, che siamo figli del caso e degli scimmioni di Darwin come dicono “le maggioranze” dell’intellighenzia nel dominio dell’informazione, e che quindi essendo noi nati per caso, la lotteria finirà e tutto precipiterà poi nel baratro del niente. Ma se la resurrezione è vera, allora Gesù ha detto il vero e quindi nel mio futuro è legittimata la speranza e nel mio presente è legittimo il sorriso, poiché la nostra vita sarà portata su ali d’aquila (così dicevano i profeti che non conoscevano ancora l’Ascensione) direttamente alle sorgenti dell’amore trinitario. La scoperta iniziata con la Maddalena ci ha fatto riscontrare, in linea con le parole di Gesù, che davvero Egli si è caricato dei miei peccati ma che, per l’immenso amore che aveva per me e per te, ha avuto la forza di sopportare questo dolore, ed ha bevuto “il calice amaro” dei miei tradimenti (non ancora terminati nella mia vita), delle mie ingiurie, sarcasmi, spine e flagelli nel corso della mia esistenza e che nel disegno divino furono concretamente “rappresentati”, in piena aderenza, dai miei simili delegati del venerdi santo lungo la Via Crucis.
Il Vangelo fra poco ci dirà con forza « Cristo è veramente risorto ». Tuttavia nessuno (se non il Padre e neppure la madre Maria Santissima) ha assistito alla sua resurrezione, e l’unica testimonianza che abbiamo è « Che è risorto ».
La resurrezione è il gesto di infinita tenerezza con cui il Padre con lo Spirito Santo ridestò Gesù dopo l’immane sofferenza della passione (e questo accadrà anche a noi). I famosi testimoni umani intervengono dopo, intervengono nei momenti citati dal Vangelo odierno, ma la primizia della resurrezione si è svolta tra i soli componenti della Trinità, e all’inizio della messa di Pasqua le prime parole che la Chiesa mette in bocca a Gesù sono un grido di gioia che egli rivolge al Padre « Sono risorto e sono ancora con te ! Hai posto su di me la tua mano! » e, precisa Pietro pieno di Spirito negli Atti, « sciogliendolo dalle angosce della morte ». Il verbo più usuale nella Scrittura sulla resurrezione è « ridestare » da morte. Per usare un frasario umano, il Padre si è accostato al sepolcro come ci si accosta delicatamente alla culla di un neonato che dorme, e lo ha destato dal sonno. A Naim Gesù fece spontaneamente un miracolo non richiestogli dalla vedova che seguiva il corteo funebre del suo bambino : si accostò alla bara e disse « Ragazzo, dico a te, alzati ! » e questo fanciullo si alzò e così lo rese a sua madre. Provo un senso di vertigini nel ricordare l’insistenza con cui Giovanni Paolo II° ha sempre sostenuto che Maria, seppur senza trascrizione evangelica, ha ricevuto la visita del Risorto prima degli altri testimoni, e questo episodio della vedova di Naim ne sembra quasi un prototipo autobiografico dove Dio gli dice « Bambino mio, figlio mio, sono io che ti parlo (e la parola di Dio . . . . crea), alzati ! » e con l’ausilio dello Spirito Santo (che è Signore e dà la vita) che ha fatto irruzione nel corpo esanime di Gesù, lo ha vivificato e fatto entrare nella vita secondo lo Spirito. Quando sarà il nostro turno, il nostro corpo aspetterà una purificazione mentre da subito vivremo anche noi nello Spirito.
E’ da questa resurrezione (attimo in cui la morte si trasformò in vita e il tempo divenne eternità) che hanno preso le mosse tutte le cose e le persone della Chiesa (riti, sacramenti, parola, istituzioni) e che ancor oggi evolvono.
L’apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, a non più di venticinque anni di distanza dai fatti, elenca tutte le persone che hanno visto Gesù dopo la sua risurrezione, la maggioranza dei quali era ancora in vita (1Cor 15,6). Di quale fatto dell’antichità abbiamo testimonianze così forti come di questo?
Dopo la morte di Gesù i discepoli si sono dispersi; il suo caso è chiuso: «Noi speravamo che fosse lui…» (Lc 24,21), dicono i discepoli di Emmaus. Evidentemente, non lo sperano più. Ed ecco che, improvvisamente, vediamo questi stessi uomini proclamare unanimi che Gesù è vivo, affrontando processi e persecuzioni, fino al martirio. Che cosa ha determinato un cambiamento così totale, se non la certezza che Gesù era risorto?
Hanno parlato e mangiato con lui dopo la sua risurrezione. E poi erano uomini pratici, tutt’altro che facili a esaltarsi: essi stessi sulle prime dubitarono. Neppure possono aver voluto ingannare gli altri, perché, se Gesù non era risorto, i primi a essere stati traditi e a rimetterci (la stessa vita!) erano proprio loro. Senza il fatto della risurrezione, la nascita del cristianesimo e della Chiesa diventa un mistero ancora più difficile da spiegare che la risurrezione stessa.
Ma la prova più forte che Gesù Cristo è risorto sta nel fatto che è vivo! Vivo, non perché noi lo teniamo in vita parlandone, ma perché lui tiene in vita noi, ci comunica il senso della sua presenza, ci fa sperare.
Le visioni immaginarie arrivano di solito a chi le aspetta e le desidera intensamente, ma gli apostoli, dopo i fatti del Venerdì santo, non aspettavano più nulla. La risurrezione di Cristo è, per l’universo spirituale, quello che fu per l’universo fisico, secondo una teoria moderna, il big bang: un’esplosione d’energia tale da imprimere al cosmo quel movimento di espansione che dura ancora oggi, a distanza di miliardi di anni.
Tutti credono che Gesù sia morto, anche i pagani e gli agnostici lo credono. Ma solo i cristiani credono che Gesù è anche risorto, e non si è cristiani se non lo si crede. Risuscitandolo dalla morte, è come se Dio avallasse l’operato di Cristo, come se vi imprimesse il suo sigillo. «Dio ha dato a tutti gli uomini una prova sicura su Gesù, risuscitandolo dai morti» (At 17,31).
La risurrezione è il centro dell’esperienza della fede dei primi cristiani, ma è difficile parlarne: non è una esperienza che riguarda i sensi, non è il frutto di una riflessione. Risurrezione è qualcosa che viene da Dio, è opera di Dio, e noi possiamo riconoscere questo mistero solo attraverso la fede, confidando e credendo che Dio può arrivare là dove noi non possiamo. Ma allo stesso tempo, anche se la risurrezione non dipende da noi, tutta la nostra vita è un anelito di resurrezione, contiene la speranza di una vita piena al di là dei nostri limiti e delle nostre imperfezioni.
Maria Maddalena si reca alla tomba, ultimo segno visibile della presenza del maestro, per piangere la sua morte e si imbatte in qualcosa di inatteso: il sepolcro chiuso la sera del venerdì è aperto. Corre ad avvisare i discepoli: una spiegazione del sepolcro è quella del furto, e così lei spiega ai discepoli. Essi si mettono in moto per verificare quanto detto dalla donna. Pietro, entrando, vede di più: le bende e il lenzuolo, ed esclude l’ipotesi del furto. Infine il discepolo che Gesù amava entra, vede e crede, passa dalla constatazione del sepolcro vuoto al credere che Gesù è di nuovo vivo oltre la morte.
Di fronte al sepolcro vuoto, il discepolo amato fa per primo il passo della fede. Nel testo di Atti è Pietro che prende la parola in casa del centurione Cornelio per parlare del piano di salvezza di Dio. Dopo il discepolo amato, anche Pietro ha creduto nella risurrezione.
Chi crede in Gesù costituito giudice dei vivi e dei morti ottiene il perdono dei peccati, è riconciliato con Dio, è salvo.
Il cristiano battezzato è colui che entra nello stesso mistero di morte e risurrezione. Il vero significato della sua vita lo può scoprire solo a partire dal progetto di Dio, dalle “cose di lassù”, senza lasciarsi guidare dagli istinti terreni. Ma questo processo di risurrezione interiore è graduale, non accade in una sola volta, deve essere voluto e scelto liberamente da ciascuno. In questo modo, gradualmente, la risurrezione di Gesù che entrò in noi nel battesimo ci rende liberi dal modo di valutare le cose solo orizzontale e ci permette di vivere già ora l’attesa dell’incontro definitivo.
Per nessuno di noi è facile credere nella risurrezione; a volte ci chiediamo se non stiamo dando spazio a storie inventate, se non dovremmo occuparci d qualcosa di più concreto. Ogni giorno facciamo esperienza che, nonostante il battesimo, pensiamo e agiamo ancora molto condizionati dalle “cose di quaggiù”. Ma la risurrezione è il mistero di Dio che entra nella nostra carne e scava il posto per una speranza che non muore. Il giorno della nostra risurrezione è un giorno che il Signore fa. A noi è chiesto solo, come al discepolo amato, a Pietro, a Maria Maddalena, a Cornelio e tanti altri, di avere fede.
Gesù è stato risuscitato da Dio in risposta al suo modo di vivere nell’amore fino all’estremo: così ci ha aperto una strada da percorrere qui sulla terra e poi nell’aldilà della morte, grazie al suo esempio ma soprattutto ai suoi meriti.
La Maddalena era stata una donna peccatrice, abitata da sette demoni (Lc 8,2), ma nell’incontro con Gesù era rifiorita come una nuova creatura: egli si era preso cura di lei, aveva messo in lei la fiducia nella possibilità della conversione, di una vita nuova, e ora lei si prende cura di Gesù, abbandonato da tutti. Ma una novità inaudita l’attende.
Uno arriva per primo al sepolcro a causa dell’amore di cui è amato, l’altro entra per primo a causa dell’elezione a « Roccia » della comunità da parte del Signore.
Pietro, pur «vedendo le bende per terra e il sudario piegato in un luogo a parte», non comprende nella fede l’evento straordinario della risurrezione. Per il discepolo amato, invece, le cose stanno diversamente: «Entrò anche l’altro discepolo… e vide e credette». Cosa ha visto? Nessun oggetto, è l’assenza stessa che, interpretata dall’amore, rivela al suo cuore una presenza. Nell’amore che lo lega a Gesù, il discepolo amato fa spazio in sé alla buona notizia per eccellenza, che anche Pietro poi proclamerà: «Dio ha risuscitato Gesù» (At 2,24).
La fede pasquale nasce dall’amore: solo l’amore per Gesù permette di comprendere la parola di Dio contenuta nelle Scritture e di discernere, a partire da una tomba vuota, che «Cristo è risorto secondo le Scritture» (1Cor 15,4).
Dio non vuole la croce ma dal momento che esiste, a causa del peccato, Egli l’ha fatta sua e in questo modo l’ha trasformata da uno strumento di tortura in uno strumento di salvezza.
«Di ‘certo’ nella vita c’è solo la morte». Ebbene, dalla Pasqua di Cristo in poi, di ‘certo’ nella vita non c’è solo la morte ma anche la risurrezione. «Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future» (Spe Salvi, 7).
«Il presente, anche un presente faticoso può essere vissuto o accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» (Spe Salvi, 1).
Vivo, non perché noi lo teniamo in vita parlandone, ma perché lui tiene in vita noi, ci comunica il senso della sua presenza, ci fa sperare. “Tocca Cristo chi crede in Cristo”, diceva sant’Agostino e i veri credenti fanno l’esperienza della verità di questa affermazione.
Tutti credono che Gesù sia morto, anche i pagani, gli agnostici lo credono. Ma solo i cristiani credono che è anche risorto e non si è cristiani se non lo si crede. Risuscitandolo da morte, è come se Dio avallasse l’operato di Cristo, vi imprimesse il suo sigillo. “Dio ha dato a tutti gli uomini una prova sicura su Gesú, risuscitandolo da morte” (Atti 17,31).

20 APRILE 2014 – S. PASQUA A – PASQUA – OMELIA

Posté le Vendredi 18 avril 2014

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/4-Pasqua-A-2014/Omelie/01-Santa%20Pasqua/03-1a-Domenica-S-Pasqua-A-2014-JB.htm

20 APRILE 2014 – S. PASQUA A | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

LECTIO DIVINA : GV 20,1-9

Il racconto ci situa nei momenti iniziali dell’esperienza pasquale e ci racconta come, davanti al sepolcro vuoto, nacque la fede nel Risuscitato. Non tutti, meglio, solo uno, di quanti trovarono la tomba aperta ritrovò la fede. Né Maria né Pietro seppero vedere e credere: erano così sicuri della morte del loro maestro che non capirono che Dio lo aveva restituito alla vita, una vita senza morte né sudari. Solo il discepolo che sapeva dell’amore del suo Signore seppe che era vivo, quando vide che Egli non stava nella tomba e che non aveva bisogno oramai del sudario. Pietro ed il discepolo amato percorsero la stessa strada, allarmati da Maria, ma credette solo il discepolo che si sapeva amato: sentire in se stesso l’amore di Gesù è oggi il modo di sentirlo vivo
1 Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: « Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto! ». 3 Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4 Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7 e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. [9 Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti].
1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Mentre i sinottici insistono nella proclamazione della resurrezione di Gesù (Mc 16,6; Mt 28,6-7; Lc 24,5-6.34) Giovanni la narra facendo la cronaca degli incontri personali del Risuscitato a Gerusalemme, il primo giorno della settimana (20,1.19). Gv 20 è diviso in due scene: all’alba, nel sepolcro (20,1-18), si constata la sparizione del cadavere (20,2.13.15); quando imbrunì, in una casa particolare (20,19-29), si impose la presenza del Risuscitato (20,18.25.29). Gesù, nominato fino a quattordici volte, domina il racconto.
Il nostro passaggio raccoglie il primo episodio (20,1-9) della scena intorno alla tomba vuota (20,1-18). Era ancora buio e col buio arrivarono Maria e Pietro davanti al sepolcro aperto e vuoto. Il racconto, benché verosimile, è, soprattutto, descrizione di una dimensione di fede: vedere è passo previo e necessario per credere (20,8), ma l’avere visto non porta necessariamente alla fede (20,1.7): trovarsi con la tomba vuota e coi sudari inutili non è sufficiente per credere vivo il crocefisso.
La tomba vuota, scoperta all’alba, porta l’oscurità ambientale al cuore stesso del protagonista. Maria, una delle donne che assistette alla morte di Gesù (Gv 21,1; 19,25). Niente si dice dell’intenzione che spinge Maria ad andare al sepolcro (Mc 16,1; Lc 24,1: le donne portano aromi per ungere il cadavere; Mt 28,1: andarono a contemplare la tomba). La Maddalena (Gv 20,16.18), benché ancora prima spettatrice del trionfo di Gesù sulla morte, non è credente; immagina che il cadavere – ‘logicamente’ – è stato rubato e corre a dirlo, logicamente, a Pietro e all »altro’ discepolo. C’è in questa reazione di Maria un doppio motivo teologico: da un lato, la visione della tomba aperta non porta da sola alla fede nella resurrezione (20,10); dall »altro, il fatto che il primo che va al sepolcro lo trovi già aperto scarta, senza affermarlo esplicitamente, il rapimento del corpo (cf. Mt 27,64; 28,11-15).
Dietro questa prima, infruttuosa, visita, si narra la fretta dei due discepoli che competono per arrivare prima al sepolcro (20,3-4). Pietro è menzionato in primo luogo, entra per primo nel sepolcro (20,6) e vede tele e veli solamente (20,6-7). Il discepolo anonimo (19,25-26) è il primo ad arrivare alla tomba (20,4), vede i veli (20,5; 19,40) e, soprattutto, arriva alla fede (20,8). Coloro che entrarono nella tomba, urtarono con l’assenza di Gesù; chi aveva convissuto con lui e, insieme, assistito alla sua passione (18,15-16), può certificare solo la sparizione del cadavere. Qui, i discepoli, e non delle donne (Lc 24,24), sono ancora testimoni di morte (20,5-6).
Ma uno di essi, quello che arrivò per primo al sepolcro e non entrò (20,8), che si distingue per l’amore a Gesù (20,2) vede e crede. Vede quello che Pietro ha visto, una tomba vuota ed alcuni sudari ben disposti; ma crede che l’Assente ha vinto la morte. Per Giovanni, in contrasto con la tradizione sinottica, il discepolo che meglio crede è chi si crede più amato, la prima credente nel Risuscitato è il suo migliore amante: poiché l’amore penetra una peculiare e profonda forma di riconoscimento, solo chi ama tra i discepoli è capace di vedere senza prove o, meglio, di credere nella vita del suo Signore amato quando contempla solo il suo sudario. Per il discepolo amato andrà diretta anche la beatitudine che chiude il quarto vangelo, dato che egli cominciò a credere, senza bisogno di avere visto (20,8.29).
Un’annotazione redazionale diretto ai lettori conclude il racconto; esprime una convinzione cristiana molto antica: la Scrittura stessa non portò alla fede nella resurrezione, benché in lei era predetta; l’intelligenza della Scrittura non precede, segue l’esperienza pasquale (20,9. Cf. Lc 24,25-27.44-45). Pietro e Maria tornano a casa sapendo che Gesù non sta nella tomba (20,10): non sanno dove il suo cadavere può essere. Tornano senza sapere che è vivo; sono già, ma solo, testimoni della sua sparizione. Per saperlo vivo, bisogna sapersi amato da Lui.

2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
Oggi il vangelo ci situa nell’origine stessa dell’esperienza pasquale. Dio si anticipò ai più mattinieri e restituì Gesù a vita nuova e migliore; tanto mattiniero fu Dio il giorno di Pasqua che beccò sprovveduti perfino i più primaticci tra i discepoli di Gesù. Preoccupati come erano di occuparsi di un cadavere non poterono sospettare che Dio si fosse già occupato a dargli vita, anticipando il giorno e le loro attenzioni. Muto segno del passo di Dio era quella tomba aperta che tanto li allarmò: la morte, il suo potere, erano spezzati, vinti. Ma i discepoli, impegnati ancora a lavorare come becchini, non potevano crederlo.
Portiamo ancora qualcosa del suo depistaggio, di quella prima incertezza e tristezza che cadde su quei discepoli: siamo tanto sensibili per la sua perdita, tanto quanto siamo orfani di Gesù, quanto siamo persi senza di lui nel nostro mondo che andiamo cercandolo tra i morti, non cercandolo tra i vivi, dandolo per sviato senza sapere dove se ne sia andato. Continuiamo come quei buoni discepoli ad essere dei becchini bene intenzionati, quando quello di cui ha bisogno Gesù sono testimoni coraggiosi della sua resurrezione. Questa è l’impressione che possiamo dare a chi ci vede preoccupati per tante cose che non sono quelle di Dio.
Ritorniamo alle nostre origini. Torniamo a proclamare quello che sappiamo già: che non sta tra i morti chi vive per sempre che non appartiene a nessun sepolcro chi è risuscitato. Trasformiamo la nostra pena in godimento e parliamo agli altri della nostra esperienza: dove oggi si sente la sua mancanza, è necessario un cristiano che lo proclami vivo e presente; dove oggi egli è dato per perso, offriamo come cristiani l’opportunità di trovarlo; dove oggi egli è dato ancora per morto o scomparso, dobbiamo trovare lo slancio e le parole per proclamarlo risuscitato. La testimonianza che dobbiamo dare al mondo non può sminuirsi, a mere parole: la sua nuova vita si proclama con una vita nuova, una vita che non risponda già solo ai criteri che lo condannarono a morte, una vita che possa essere comprensibile nel caso in cui realmente è viva.
Ma, come arriveremo alla convinzione che in realtà vive, che è risuscitato? Seguendo la stessa strada che percorsero il giorno di Pasqua Pietro ed il discepolo che Gesù amava. Allarmati ambedue dalle parole di Maria, si misero a correre verso il sepolcro, simili per la loro incertezza e per la loro fretta, senza poter credere a quanto la donna aveva detto loro e senza immaginarsi quanto Dio aveva già fatto. Fecero una strada in comune, senza che importasse loro l’angoscia che condividevano né la loro incredulità; compagni di fretta e di perplessità, arrivarono insieme alla tomba che trovarono aperta e vuota, con la morte vinta, il cadavere assente e i sudari. I due videro le stesse cose, ma uno solo credette, il discepolo che Gesù amava; il più amato fu colui che per primo arrivò alla fede: sapere del suo amore gli fece sapere del suo amato.
Per convertirci in testimoni di Cristo Risuscitato è necessario sentirci amati da lui, come il primo credente. Arrivò prima alla convinzione che Gesù viveva non per essere arrivato per primo alla sua tomba bensì perché sempre si seppe amato. L’amore vede più nel vuoto, si arrende meno di fronte alle apparenze, vince meglio la disperazione, comprende prima l’oscuro e bandisce con maggior convinzione quello che sente già. Come nell’alba della prima Pasqua, Gesù vive oggi in quanti si sanno amati; nei quali non alberga alcun dubbio che egli vive; è amore che si sente ed è amore che si regge. La fede nella Resurrezione non è tanto un’opzione contro ogni evidenza, bensì l’evidenza che dà di sentirsi caro; la fede non è sforzo personale, ma affermazione di quello che non si vede, accettazione dell’amore gratuito, affermazione di quanto si sperimenta già. Sicuri del suo amore non dovremmo vederlo per crederlo vivo né trovarlo personalmente per saperci personalmente amati.
Oggi bisogna ribellarsi contro coloro che, in qualsiasi forma – perché sono migliaia i modi d’uso -, vogliono seppellire di nuovo Gesù; ci giochiamo in ciò l’amore che ha per noi. Bisogna osare dichiarare vinta ogni morte ed aperta qualunque tomba, dato che Gesù è risuscitato; nessuno ha diritto a tacere la nuova vita di Gesù Risuscitato: ci sarebbe rifiutato il diritto di sentirci amati da lui. Bisogna accettare che Dio continua ad anticipare il nostro dolore e le nostre morti, come quel primo giorno di Pasqua; e bisogna tornare a proclamare quello che sappiamo: che la sua tomba è vuota perché il nostro cuore è pieno di Lui. Chi lo dice, sarà il testimone di Cristo che Dio, ed il nostro mondo, necessitano oggi. Dunque, mentre diciamo quello che sappiamo, che Gesù vive, ci sapremo i suoi testimoni amati.
Non è difficile, dunque, recuperare di essere cristiani; solamente basta che ci mettiamo a dire quello che sappiamo: che Dio continua ad alzarsi presto più di qualunque becchino, che il sepolcro di Gesù è vuoto e che la sua morte è stata vinta. E che non possiamo tacerlo, perché perderemmo oggi il suo amore e la vita senza fine dopo la morte. È troppo quello che rischiamo per non pensare di sentirci amati da Cristo vivo. Egli vive oggi per amarci e noi per amarlo vivremo sempre.
3 – PREGARE : Prega il testo e desidera la volontà di Dio: cosa dico a Dio?
Ti lodo, Signore Risuscitato: la tua vittoria sulla morte riempie di speranza la mia vita mortale. Dammi la capacità di confessarti vivo dove tutti, compreso io, noto più la tua assenza, vienimi incontro quando io trovo morte e desolazione intorno a me. Il tuo sepolcro vuoto, fu la culla della mia fede: che sia per la tua Chiesa il posto della rinascita!
Fa’ che senta il tuo amore, benché non goda della tua presenza fisica; così mi sarà facile vedere le prove della tua morte, palpare la tua assenza, e credere che sei vivo.
Se mi concedi di sentirmi amato, ti confesserò risuscitato. Ti lodo, Padre del mio Signore Gesù, perché ti sei alzato presto quel primo giorno per non permettere che tuo figlio conoscesse la corruzione, avendo conosciuto la morte, e che morte!
Anticipandoti all’aurora ed ai discepoli mattinieri, recuperasti Gesù per te…, e non ci hai lasciati soli in questo mondo. Che percepisca nell’oscurità la tua presenza che presenta nella solitudine la tua compagnia che affronta la morte, mia e dei miei, con la convinzione che solo sarà una tappa transitoria che viva oggi sperando di essere compagno un giorno, e per sempre, del tuo figlio, mio Signore.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

incamminoverso @ 19:53
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Crocifissione

Posté le Vendredi 18 avril 2014

Crocifissione dans immagini sacre crucifixion
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incamminoverso @ 0:16
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CON PRIMO MAZZOLARI – SONO ANCH’IO UN CROCIFISSO

Posté le Jeudi 17 avril 2014

http://www.paoline.it/Idee-per-pregare/SETTIMANA-SANTA/articoloRubrica_arb825.aspx

CON PRIMO MAZZOLARI

SONO ANCH’IO UN CROCIFISSO

Questa sera il tabernacolo è vuoto, la croce è nuda, chiuso il sepolcro, gli altari desolati, ma la Messa continua sugli ignoti calvari di una terra ove ogni picco, ogni greco, ogni preda è un tabernacolo, un altare, una croce.
Il mio prete ha tolto anche i grossi candelieri di ferro battuto: sull’altare non c’è che il grande crocifisso e la sua ombra fatta anche più grande.
Questa nudità m’agghiaccia.
Ho l’impressione di trovarmi per la prima volta in faccia alla morte, all’ingiustizia, al dolore, alla guerra… Come siano arrivate queste nostre tristezze fin sull’altare, non so: come si siano legate a quel tronco, fatte una sola cosa col crocifisso, non so…
So che ci sono anch’io lassù, sul legno, inchiodato sul legno…
inchiodato con la fame di tutti gli uomini,
con l’esilio di tutti,
con la desolazione di tutti,
con l’odio che fa la guerra,
con la menzogna che fa l’ingiustizia.
Son venuto per vedere e mi trovo inchiodato. Sono anch’io un crocifisso!
Quanti siamo qui o anche gli altri…, tutti dei crocifissi.

Ogni tentativo di fuga mi è impossibile questa sera. Cristo mi fa uomo con lui, come lui, uomo di dolore, uomo di offerta.
Le mie ragioni non tengono: i miei alibi son falsi; ci sono arrivato per tutte le strade, con tutti i disperati, i percossi, gli affamati, con tutti i felici, gli oppressori, i sazi…
Il crocifisso è mio: io sono nel crocifisso.

Chi mi ha condotto in chiesa questa sera? Chi m’ha gettato contro codesto crocifisso enorme proprio in questo Venerdì santo?Tutti e nessuno.
Bisognava pure che quel «resto» senza nome, che nessuno vuole, che nessuno capisce, lo mostrassi a qualcuno: bisognava trovargli un nome (c’è troppa orfanezza nel mio cuore!), un rifugio.
E adesso che ne so il nome, che ne vedo il volto, cos’ho guadagnato?
Quando troverò uno che ha fame… non gli potrò più dire (era così spiccio e comodo!): «Non so chi tu sia», perché ti ho visto.
Davanti allo sguardo mortificato del mio operaio, al quale nego l’aumento del salario, adesso che tutto cresce, non potrò più voltargli le spalle dignitoso e sdegnato, perché io non ti posso più licenziare, o Cristo. Se vedrò piangere, non potrò più scantonare, perché sei tu che piangi.
Quando leggerò dei morti che la guerra ammucchia, non potrò pensare che i miei dividendi crescono per la sola ragione che gli altri muoiono, perché tu mi obbligheresti a guardarmi le mani. E chi può guardare delle mani, le proprie mani che grondano sangue? Questo ho guadagnato stasera.
Il «resto» che da anni e anni, con sforzi disumani ero riuscito a serrare in un angolo morto della mia anima, ha rotto gli argini, m’inonda e mi sommerge. Per la prima volta, a faccia aperta, ho fissato in volto il mio male.

Crocifissi come te.
Ma tu, dall’alto della tua croce, invochi perdono: noi, dalla nostra croce, odiamo;
tu doni il Paradiso a un ladrone, noi togliamo il pane anche all’orfano.
Tu sulla croce, sei nudo, sei l’uomo. Noi siamo obbligati a portare la maschera dell’uomo forte, dell’uomo grande, dell’uomo implacabile… fin sulla croce.
Signore, toglimi questa maschera, fammi vedere come sono, come siamo per avere almeno pietà gli uni degli altri.
Tu ci hai comandato di amarci gli uni gli altri come tu ci ami.
Ho paura che quel giorno sia ancora molto lontano, troppo lontano.
Almeno potessimo arrivare ad aver pietà gli uni degli altri!
A vivere e a morire da uomini, da poveri uomini come siamo, in pace con noi stessi!

Primo Mazzolari, Tempo di passione, Paoline 2005

 

incamminoverso @ 19:24
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LA TUNICA ERA SENZA CUCITURE DI P.RANIERO CANTALAMESSA

Posté le Jeudi 17 avril 2014

http://www.amicidigesu.it/la-fede/la-tunica-era-senza-cuciture-di-p-raniero-cantalamessa

LA TUNICA ERA SENZA CUCITURE DI P.RANIERO CANTALAMESSA

2008-03-21- Predica del Venerdì Santo nella Basilica di San Pietro

“I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.
Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si sono divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte” (Gv 19, 23-24).
Ci si è chiesti sempre che cosa abbia voluto dire l’evangelista con l’importanza che da a questo particolare della Passione. Una spiegazione recente è che la tunica ricorda il paramento del sommo sacerdote e che Giovanni, perciò, abbia voluto affermare che Gesú morì non soltanto come re, ma anche come sacerdote. Della tunica del sommo sacerdote non si dice, però, nella Bibbia, che doveva essere senza cuciture (cf. Es 28, 4; Lev 16,4); per questo i più autorevoli esegeti preferiscono attenersi alla spiegazione tradizionale secondo cui la tunica inconsutile simboleggia l’unità della Chiesa[1].
Qualunque sia la spiegazione che si da del testo, una cosa è certa: l’unità dei discepoli e, attraverso di essi, di tutto il genere umano, è, per Giovanni, lo scopo per cui Cristo muore: “Gesù doveva morire… per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 51-52). Nell’ultima cena lui stesso aveva detto: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-21).
La lieta notizia da proclamare il Venerdì Santo è che l’unità, prima che un traguardo da raggiungere, è un dono da accogliere. Che la tunica fosse tessuta “dall’alto in basso”, scrive san Cipriano, significa che “l’unità recata da Cristo proviene dall’alto, dal Padre celeste, e non può perciò essere scissa da chi la riceve, ma deve essere accolta integralmente” [2].
I soldati fecero in quattro pezzi “la veste”, o “il mantello” (ta imatia), cioè l’indumento esteriore di Gesú, non la tunica, il chiton, che era l’indumento intimo, portato a diretto contatto con il corpo. Un simbolo anche questo. Noi uomini possiamo dividere la Chiesa nel suo elemento umano e visibile, ma non la sua unità profonda che si identifica con lo Spirito Santo. La tunica di Cristo non è stata e non potrà mai essere divisa. È la fede che professiamo con le parole: “Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica”.
* * *Ma se l’unità deve servire da segno “perché il mondo creda”, essa deve essere una unità anche visibile, comunitaria. È questa unità che è andata perduta e che dobbiamo ritrovare. Essa è ben più che dei rapporti di buon vicinato; è la stessa unità mistica interiore, in quanto accolta, vissuta e manifestata, di fatto, dai credenti: “Un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti” (Ef 4, 4-6). Una unità che non è compromessa dalla pluriformità, ma anzi si esprime in essa.
Dopo la Pasqua gli apostoli chiesero a Gesú: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Oggi rivolgiamo spesso a Dio la stessa domanda: È questo il tempo in cui ricostituirai l’unità visibile della tua Chiesa? Anche la risposta è la stessa di allora: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1, 6-8).
Lo ricordava il Santo Padre nell’omelia tenuta, il 25 Gennaio scorso, nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, a conclusione della settimana per l’unità dei cristiani: “L’unità con Dio e con i nostri fratelli e sorelle, diceva, è un dono che viene dall’Alto, che scaturisce dalla comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo e che in essa si accresce e si perfeziona. Non è in nostro potere decidere quando o come questa unità si realizzerà pienamente. Solo Dio potrà farlo! Come san Paolo, anche noi riponiamo la nostra speranza e fiducia nella grazia di Dio che è con noi ». Anche oggi, sarà lo Spirito Santo, se ci lasciamo guidare, a condurci all’unità.
Come fece lo Spirito Santo a realizzare la prima fondamentale unità della Chiesa: quella tra giudei e pagani? Venne su Cornelio e la sua casa nello stesso modo con cui a Pentecoste era venuto sugli apostoli. Sicché a Pietro non rimase che tirare la conclusione: « Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio? » (At 11,17).
Ora, da un secolo a questa parte, noi abbiamo visto ripetersi sotto i nostri occhi questo stesso prodigio, su scala mondiale. Dio ha effuso il suo Spirito Santo, in modo nuovo e inconsueto, su milioni di credenti, appartenenti a quasi tutte le denominazioni cristiane e, affinché non ci fossero dubbi sulle sue intenzioni, lo ha effuso con le stesse identiche manifestazioni. Non è questo un segno che lo Spirito ci spinge a riconoscerci a vicenda come discepoli di Cristo e a tendere insieme all’unità?
Questa unità spirituale e carismatica da sola, è vero, non basta. Lo vediamo già all’inizio della Chiesa. L’unità tra giudei e gentili è appena fatta che è già minacciata dallo scisma. Nel cosiddetto concilio di Gerusalemme vi fu una « lunga discussione » e alla fine fu raggiunto un accordo, annunciato alle Chiesa con la formula: « Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi… »(Atti 15, 28). Lo Spirito Santo opera, dunque, anche attraverso un’altra via che è il confronto paziente, il dialogo e perfino il compromesso tra le parti, quando non è in gioco l’essenziale della fede. Opera attraverso le « strutture » umane e i « ministeri » posti in atto da Gesú, soprattutto il ministero apostolico e petrino. È quello che chiamiamo oggi ecumenismo dottrinale e istituzionale.
* * *Anche questo ecumenismo dottrinale, o di vertice, non è però sufficiente e non avanza, se non è accompagnato da un ecumenismo spirituale, di base. Ce lo ripetono con sempre maggiore insistenza proprio i massimi promotori dell’ecumenismo istituzionale. Nel centenario dell’istituzione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (1908-2008), ai piedi della croce, vogliamo meditare su questo ecumenismo spirituale: in che consiste e come possiamo avanzare in esso.L’ecumenismo spirituale nasce dal pentimento e dal perdono e si alimenta con la preghiera. Nel 1977 partecipai a un congresso ecumenico carismatico a Kansas City, nel Missouri. C’erano quarantamila presenti, metà cattolici (tra cui il cardinal Suenens) e metà di altre denominazioni cristiane. Una sera, al microfono, uno degli animatori cominciò a parlare in un modo, per me, a quel tempo, strano: “Voi sacerdoti e pastori, piangete e fate lamento, perché il corpo del mio Figlio è spezzato… Voi laici, uomini e donne, piangete e fare lamento perché il corpo del mio Figlio è spezzato”.
Cominciai a vedere le persone cadere una dopo l’altra in ginocchio intorno a me e molte di esse singhiozzare di pentimento per le divisioni nel corpo di Cristo. E tutto questo mentre una scritta campeggiava da una parte all’altra dello stadio: “Jesus is Lord, Gesú è il Signore”. Io ero lì come un osservatore ancora assai critico e distaccato, ma ricordo che pensai tra me: Se un giorno tutti i credenti saranno riuniti a formare una sola Chiesa, sarà così: mentre saremo tutti in ginocchio, con il cuore contrito e umiliato, sotto la grande signoria di Cristo.
Se l’unità dei discepoli deve essere un riflesso dell’unità tra il Padre e il Figlio, essa deve essere anzitutto una unità d’amore, perché tale è l’unità che regna nella Trinità. La Scrittura ci esorta a « fare la verità nella carità » (veritatem facientes in caritate) (Ef 4, 15). E sant’Agostino afferma che « non si entra nella verità se non attraverso la carità »: non intratur in veritatem nisi per caritatem [3]. La cosa straordinaria, circa questa via all’unità basata sull’amore, è che essa è già ora spalancata davanti a noi. Non possiamo « bruciare le tappe » circa la dottrina, perché le differenze ci sono e vanno risolte con pazienza nelle sedi appropriate. Possiamo invece bruciare le tappe nella carità, ed essere uniti, fin d’ora. Il vero, sicuro segno della venuta dello Spirito non è, scrive sant’Agostino, il parlare in lingue, ma è l’amore per l’unità: “Sappiate che avete lo Spirito Santo quando acconsentite a che il vostro cuore aderisca all’unità attraverso una sincera carità” [4].Ripensiamo all’inno alla carità di san Paolo. Ogni sua frase acquista un significato attuale e nuovo, se applicata all’amore tra membri delle diverse Chiese cristiane, nei rapporti ecumenici:
« La carità è paziente….La carità non è invidiosa…Non cerca solo il suo interesse (o solo l’interesse della propria Chiesa). Non tiene conto del male ricevuto (semmai, del male arrecato agli altri!). Non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità (non gode delle difficoltà delle altre Chiese, ma si rallegra dei loro successi spirituali). Tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » ( l Cor 13,4 ss).
Questa settimana abbiamo accompagnato alla sua dimora eterna una donna, Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei focolari. Ella è stata una pioniera e un modello di questo ecumenismo spirituale dell’amore. Ha dimostrato che la ricerca dell’unità tra i cristiani non porta alla chiusura verso il resto del mondo; è anzi il primo passo e la condizione per un dialogo più vasto con i credenti di altre religioni e con tutti gli uomini che hanno a cuore le sorti dell’umanità e della pace
* * *
“Amarsi, è stato detto, non significa guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”. Anche tra cristiani, amarsi significa guardare insieme nella stessa direzione che è Cristo. “Egli è la nostra pace” (Ef 2,14). Se ci convertiremo a Cristo e andremo insieme verso di lui, noi cristiani ci avvicineremo anche tra di noi, fino a essere, come lui ha chiesto, “una cosa sola con lui e con il Padre”. Succede come per i raggi di una ruota. Essi partono da punti distanti della circonferenza, ma a mano a mano che si avvicinano al centro, si avvicinano anche tra di loro, fino a formare un punto solo. Ciò che potrà riunire i cristiani divisi sarà solo il diffondersi tra di essi, per opera dello Spirito Santo, di un’ondata nuova di amore per Cristo. È ciò che sta avvenendo nella cristianità e che ci riempie di stupore e di speranza. “L’amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è molto per tutti” (2 Cor 5,14). Il fratello di un’altra Chiesa –anzi, ogni essere umano – è “uno per cui Cristo è morto” (Rom 14,16), come è morto per me.
* * *Un motivo deve soprattutto spingerci avanti in questo cammino. La posta in gioco all’inizio del terzo millennio, non è più la stessa che all’inizio del secondo millennio, quando si produsse la separazione tra oriente e occidente; neppure è la stessa che a metà dello stesso millennio, quando si produsse la separazione tra cattolici e protestanti. Possiamo dire che la maniera esatta di procedere dello Spirito Santo dal Padre o il modo in cui avviene la giustificazione dell’empio siano i problemi che appassionano gli uomini di oggi e con cui sta o cade la fede cristiana? Il mondo è andato avanti e noi e siamo rimasti inchiodati a problemi e formule di cui il mondo non conosce più neppure il significato. Nelle battaglie medievali c’era un momento in cui, superati i fanti, gli arcieri e la cavalleria, la mischia si concentrava intorno al re. Lì si decideva l’esito finale dello scontro. Anche per noi la battaglia oggi è intorno al re. Esistono edifici o strutture metalliche così fatti che se si tocca un certo punto nevralgico, o si leva una certa pietra, tutto crolla. Nell’edificio della fede cristiana questa pietra angolare è la divinità di Cristo. Tolta questa, tutto si sfalda e, prima di ogni altra cosa, la fede nella Trinità.
Da ciò si vede come ci siano oggi sono due ecumenismi possibili: un ecumenismo della fede e un ecumenismo dell’incredulità; uno che riunisce tutti quelli che credono che Gesù è il Figlio di Dio, che Dio è Padre Figlio e Spirito Santo, e che Cristo è morto per salvare tutti gli uomini, e uno che riunisce tutti quelli che, in ossequio al simbolo di Nicea, continuano a proclamare queste formule, ma svuotandole del loro vero contenuto. Un ecumenismo in cui, al limite, tutti credono le stesse cose, perché nessuno crede più a niente, nel senso che la parola “credere“ ha nel Nuovo Testamento.“Chi è che vince il mondo, scrive Giovanni nella Prima Lettera, se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”, (1 Gv 5,5). Stando a questo criterio, la fondamentale distinzione tra i cristiani non è tra cattolici, ortodossi e protestanti, ma tra coloro che credono che Cristo è il Figlio di Dio e coloro che non lo credono.
* * *“L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Signore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote…: Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre la mia casa è ancora in rovina?” (Ag 1, 1-4). Questa parola del profeta Aggeo è rivolta oggi a noi. È questo il tempo di continuare a preoccuparci solo di quello che riguarda il nostro ordine religioso, il nostro movimento, o la nostra Chiesa? Non sarà proprio questa la ragione per cui anche noi “seminiamo molto, ma raccogliamo poco” (Ag 1, 6)? Predichiamo e ci diamo da fare in tutti i modi, ma il mondo si allontana, anziché convertirsi a Cristo.
Il popolo d’Israele ascoltò il richiamo del profeta; smisero di abbellire ognuno la propria casa per ricostruire insieme il tempio di Dio. Dio allora inviò di nuovo il suo profeta con un messaggio di consolazione e di incoraggiamento che è anche per noi: “Ora, coraggio, Zorobabele – oracolo del Signore – coraggio, Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese, dice il Signore, e al lavoro, perché io sono con voi” (Ag 2,4). Coraggio, voi tutti che avete a cuore la causa dell’unità dei cristiani, e al lavoro, perché io sono con voi, dice il Signore!

 

incamminoverso @ 19:23
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Maestro bertram di minden, lavanda dei piedi, Amburgo

Posté le Mercredi 16 avril 2014

Maestro bertram di minden, lavanda dei piedi, Amburgo dans immagini sacre

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incamminoverso @ 18:59
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SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI (2008)

Posté le Mercredi 16 avril 2014

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080320_coena-domini_it.html

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì Santo, 20 marzo 2008 – (anno A)

Cari fratelli e sorelle,

san Giovanni inizia il suo racconto sul come Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli con un linguaggio particolarmente solenne, quasi liturgico. “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (13, 1). È arrivata l’“ora” di Gesù, verso la quale il suo operare era diretto fin dall’inizio. Ciò che costituisce il contenuto di questa ora, Giovanni lo descrive con due parole: passaggio (metabainein, metabasis) ed agape – amore. Le due parole si spiegano a vicenda; ambedue descrivono insieme la Pasqua di Gesù: croce e risurrezione, crocifissione come elevazione, come “passaggio” alla gloria di Dio, come un “passare” dal mondo al Padre. Non è come se Gesù, dopo una breve visita nel mondo, ora semplicemente ripartisse e tornasse al Padre. Il passaggio è una trasformazione. Egli porta con sé la sua carne, il suo essere uomo. Sulla Croce, nel donare se stesso, Egli viene come fuso e trasformato in un nuovo modo d’essere, nel quale ora è sempre col Padre e contemporaneamente con gli uomini. Trasforma la Croce, l’atto dell’uccisione, in un atto di donazione, di amore sino alla fine. Con questa espressione “sino alla fine” Giovanni rimanda in anticipo all’ultima parola di Gesù sulla Croce: tutto è portato a termine, “è compiuto” (19, 30). Mediante il suo amore la Croce diventa metabasis, trasformazione dell’essere uomo nell’essere partecipe della gloria di Dio. In questa trasformazione Egli coinvolge tutti noi, trascinandoci dentro la forza trasformatrice del suo amore al punto che, nel nostro essere con Lui, la nostra vita diventa “passaggio”, trasformazione. Così riceviamo la redenzione – l’essere partecipi dell’amore eterno, una condizione a cui tendiamo con l’intera nostra esistenza.

Questo processo essenziale dell’ora di Gesù viene rappresentato nella lavanda dei piedi in una specie di profetico atto simbolico. In essa Gesù evidenzia con un gesto concreto proprio ciò che il grande inno cristologico della Lettera ai Filippesi descrive come il contenuto del mistero di Cristo. Gesù depone le vesti della sua gloria, si cinge col “panno” dell’umanità e si fa schiavo. Lava i piedi sporchi dei discepoli e li rende così capaci di accedere al convito divino al quale Egli li invita. Al posto delle purificazioni cultuali ed esterne, che purificano l’uomo ritualmente, lasciandolo tuttavia così com’è, subentra il bagno nuovo: Egli ci rende puri mediante la sua parola e il suo amore, mediante il dono di se stesso. “Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato”, dirà ai discepoli nel discorso sulla vite (Gv 15, 3). Sempre di nuovo ci lava con la sua parola. Sì, se accogliamo le parole di Gesù in atteggiamento di meditazione, di preghiera e di fede, esse sviluppano in noi la loro forza purificatrice. Giorno dopo giorno siamo come ricoperti di sporcizia multiforme, di parole vuote, di pregiudizi, di sapienza ridotta ed alterata; una molteplice semifalsità o falsità aperta s’infiltra continuamente nel nostro intimo. Tutto ciò offusca e contamina la nostra anima, ci minaccia con l’incapacità per la verità e per il bene. Se accogliamo le parole di Gesù col cuore attento, esse si rivelano veri lavaggi, purificazioni dell’anima, dell’uomo interiore. È, questo, ciò a cui ci invita il Vangelo della lavanda dei piedi: lasciarci sempre di nuovo lavare da quest’acqua pura, lasciarci rendere capaci della comunione conviviale con Dio e con i fratelli. Ma dal fianco di Gesù, dopo il colpo di lancia del soldato, uscì non solo acqua, bensì anche sangue (Gv 19, 34; cfr1 Gv 5, 6. 8). Gesù non ha solo parlato, non ci ha lasciato solo parole. Egli dona se stesso. Ci lava con la potenza sacra del suo sangue, cioè con il suo donarsi “sino alla fine”, sino alla Croce. La sua parola è più di un semplice parlare; è carne e sangue “per la vita del mondo” (Gv 6, 51). Nei santi Sacramenti, il Signore sempre di nuovo s’inginocchia davanti ai nostri piedi e ci purifica. PreghiamoLo, affinché dal bagno sacro del suo amore veniamo sempre più profondamente penetrati e così veramente purificati!
Se ascoltiamo il Vangelo con attenzione, possiamo scorgere nell’avvenimento della lavanda dei piedi due aspetti diversi. La lavanda che Gesù dona ai suoi discepoli è anzitutto semplicemente azione sua – il dono della purezza, della “capacità per Dio” offerto a loro. Ma il dono diventa poi un modello, il compito di fare la stessa cosa gli uni per gli altri. I Padri hanno qualificato questa duplicità di aspetti della lavanda dei piedi con le parole sacramentum ed exemplum. Sacramentum significa in questo contesto non uno dei sette sacramenti, ma il mistero di Cristo nel suo insieme, dall’incarnazione fino alla croce e alla risurrezione: questo insieme diventa la forza risanatrice e santificatrice, la forza trasformatrice per gli uomini, diventa la nostra metabasis, la nostra trasformazione in una nuova forma di essere, nell’apertura per Dio e nella comunione con Lui. Ma questo nuovo essere che Egli, senza nostro merito, semplicemente ci dà deve poi trasformarsi in noi nella dinamica di una nuova vita. L’insieme di dono ed esempio, che troviamo nella pericope della lavanda dei piedi, è caratteristico per la natura del cristianesimo in genere. Il cristianesimo, in rapporto col moralismo, è di più e una cosa diversa. All’inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale. Cristianesimo è anzitutto dono: Dio si dona a noi – non dà qualcosa, ma se stesso. E questo avviene non solo all’inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente Colui che dona. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede. Per questo l’atto centrale dell’essere cristiani è l’Eucaristia: la gratitudine per essere stati gratificati, la gioia per la vita nuova che Egli ci dà.
Con ciò, tuttavia, non restiamo destinatari passivi della bontà divina. Dio ci gratifica come partner personali e vivi. L’amore donato è la dinamica dell’“amare insieme”, vuol essere in noi vita nuova a partire da Dio. Così comprendiamo la parola che, al termine del racconto della lavanda dei piedi, Gesù dice ai suoi discepoli e a tutti noi: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). Il “comandamento nuovo” non consiste in una norma nuova e difficile, che fino ad allora non esisteva. Il comandamento nuovo consiste nell’amare insieme con Colui che ci ha amati per primo. Così dobbiamo comprendere anche il Discorso della montagna. Esso non significa che Gesù abbia allora dato precetti nuovi, che rappresentavano esigenze di un umanesimo più sublime di quello precedente. Il Discorso della montagna è un cammino di allenamento nell’immedesimarsi con i sentimenti di Cristo (cfr Fil 2, 5), un cammino di purificazione interiore che ci conduce a un vivere insieme con Lui. La cosa nuova è il dono che ci introduce nella mentalità di Cristo. Se consideriamo ciò, percepiamo quanto lontani siamo spesso con la nostra vita da questa novità del Nuovo Testamento; quanto poco diamo all’umanità l’esempio dell’amare in comunione col suo amore. Così le restiamo debitori della prova di credibilità della verità cristiana, che si dimostra nell’amore. Proprio per questo vogliamo tanto maggiormente pregare il Signore di renderci, mediante la sua purificazione, maturi per il nuovo comandamento.
Nel Vangelo della lavanda dei piedi il colloquio di Gesù con Pietro presenta ancora un altro particolare della prassi di vita cristiana, a cui vogliamo alla fine rivolgere la nostra attenzione. In un primo momento, Pietro non aveva voluto lasciarsi lavare i piedi dal Signore: questo capovolgimento dell’ordine, che cioè il maestro – Gesù – lavasse i piedi, che il padrone assumesse il servizio dello schiavo, contrastava totalmente con il suo timor riverenziale verso Gesù, con il suo concetto del rapporto tra maestro e discepolo. “Non mi laverai mai i piedi”, dice a Gesù con la sua consueta passionalità (Gv 13, 8). È la stessa mentalità che, dopo la professione di fede in Gesù, Figlio di Dio, a Cesarea di Filippo, lo aveva spinto ad opporsi a Lui, quando aveva predetto la riprovazione e la croce: “Questo non ti accadrà mai!”, aveva dichiarato Pietro categoricamente (Mt 16, 22). Il suo concetto di Messia comportava un’immagine di maestà, di grandezza divina. Doveva apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza; che essa consiste proprio nel discendere, nell’umiltà del servizio, nella radicalità dell’amore fino alla totale auto-spoliazione. E anche noi dobbiamo apprenderlo sempre di nuovo, perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione; perché non siamo in grado di accorgerci che il Pastore viene come Agnello che si dona e così ci conduce al pascolo giusto.
Quando il Signore dice a Pietro che senza la lavanda dei piedi egli non avrebbe potuto aver alcuna parte con Lui, Pietro subito chiede con impeto che gli siano lavati anche il capo e le mani. A ciò segue la parola misteriosa di Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi” (Gv 13, 10). Gesù allude a un bagno che i discepoli, secondo le prescrizioni rituali, avevano già fatto; per la partecipazione al convito occorreva ora soltanto la lavanda dei piedi. Ma naturalmente si nasconde in ciò un significato più profondo. A che cosa si allude? Non lo sappiamo con certezza. In ogni caso teniamo presente che la lavanda dei piedi, secondo il senso dell’intero capitolo, non indica un singolo specifico Sacramento, ma il sacramentum Christi nel suo insieme – il suo servizio di salvezza, la sua discesa fino alla croce, il suo amore sino alla fine, che ci purifica e ci rende capaci di Dio. Qui, con la distinzione tra bagno e lavanda dei piedi, tuttavia, si rende inoltre percepibile un’allusione alla vita nella comunità dei discepoli, alla vita nella comunità della Chiesa – un’allusione che Giovanni forse vuole consapevolmente trasmettere alle comunità del suo tempo. Allora sembra chiaro che il bagno che ci purifica definitivamente e non deve essere ripetuto è il Battesimo – l’essere immersi nella morte e risurrezione di Cristo, un fatto che cambia la nostra vita profondamente, dandoci come una nuova identità che rimane, se non la gettiamo via come fece Giuda. Ma anche nella permanenza di questa nuova identità, per la comunione conviviale con Gesù abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”. Di che cosa si tratta? Mi sembra che la Prima Lettera di san Giovanni ci dia la chiave per comprenderlo. Lì si legge: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (1, 8s). Abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”, della lavanda dei peccati di ogni giorno, e per questo abbiamo bisogno della confessione dei peccati. Come ciò si sia svolto precisamente nelle comunità giovannee, non lo sappiamo. Ma la direzione indicata dalla parola di Gesù a Pietro è ovvia: per essere capaci a partecipare alla comunità conviviale con Gesù Cristo dobbiamo essere sinceri. Dobbiamo riconoscere che anche nella nostra nuova identità di battezzati pecchiamo. Abbiamo bisogno della confessione come essa ha preso forma nel Sacramento della riconciliazione. In esso il Signore lava a noi sempre di nuovo i piedi sporchi e noi possiamo sederci a tavola con Lui.
Ma così assume un nuovo significato anche la parola, con cui il Signore allarga il sacramentum facendone l’exemplum, un dono, un servizio per il fratello: “Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13, 14). Dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri nel quotidiano servizio vicendevole dell’amore. Ma dobbiamo lavarci i piedi anche nel senso che sempre di nuovo perdoniamo gli uni agli altri. Il debito che il Signore ci ha condonato è sempre infinitamente più grande di tutti i debiti che altri possono avere nei nostri confronti (cfr Mt 18, 21-35). A questo ci esorta il Giovedì Santo: non lasciare che il rancore verso l’altro diventi nel profondo un avvelenamento dell’anima. Ci esorta a purificare continuamente la nostra memoria, perdonandoci a vicenda di cuore, lavando i piedi gli uni degli altri, per poterci così recare insieme al convito di Dio.
Il Giovedì Santo è un giorno di gratitudine e di gioia per il grande dono dell’amore sino alla fine, che il Signore ci ha fatto. Vogliamo pregare il Signore in questa ora, affinché gratitudine e gioia diventino in noi la forza di amare insieme con il suo amore. Amen.

GIOVEDÌ SANTO (MESSA IN CENA DOMINI) (2002) -PADRE RANIERO CANTALAMESSA

Posté le Mercredi 16 avril 2014

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PADRE RANIERO CANTALAMESSA

GIOVEDÌ SANTO (MESSA IN CENA DOMINI) (28/03/2002)

Vangelo: Gv 13,1-15

La liturgia della parola di questa Messa è essenziale per la comprensione di tutto il mistero pasquale. Non possiamo da qui saltare direttamente alla domenica di risurrezione, senza precluderci la possibilità di capire in che consista la nostra Pasqua, cioè la Pasqua della Chiesa. Perché la Pasqua della Chiesa è essenzialmente l’Eucaristia e questa sera noi celebriamo, appunto, l’istituzione dell’Eucaristia.
Paolo, nella prima lettura, ci ha trasmesso quello che lui stesso ha ricevuto dal Signore, cioè l’istituzione della Cena come nuova alleanza e come memoriale della sua morte. Giovanni, nel Vangelo, ci riporta allo stesso momento della vita di Cristo e ci parla anche lui, a modo suo, dell’Eucarístia. Là dove i sinottici e Paolo pongono il segno – l’Eucaristia -, egli ha posto il significato: l’amore fino alla fine di Cristo per i suoi; l’unità e il servizio dei fratelli. Le parole di Gesú che chiudono il brano evangelico:  » Come ho fatto io fate anche voi », sono un altro modo per dire:  » Fate questo in memoria di me « .
Quando la famiglia ebraica si metteva a tavola per la cena pasquale, il 14 Nisan, era prescritto che il figlio piú giovane rivolgesse questa domanda al padre:  » Che significa questo rito che stiamo per compiere questa notte?  » (Es. 12, 26). Nel Cenacolo, fu forse Giovanni a rivolgere questa domanda e Gesú a rispondere. Dobbiamo porci anche noi questa stessa domanda: che significa il rito di questa sera e che significano i riti che ci apprestiamo a ripetere anche quest’anno, in occasione della Pasqua?  » Cristo è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione  » (Rom. 4, 25); ma una volta sola (semel); egli non muore piú, la morte non ha píú potere su di lui (Rom. 6, 9). Che cos’è dunque ciò che noi facciamo ogni anno a Pasqua? Forse qualcosa di fallace, una finzione collettiva per cui ci immaginiamo che egli debba ancora morire e risorgere? Quello che noi stiamo per fare è l’anamnesi, o la liturgia, della storia; è il sacramento che attualizza l’evento (Agostino, Sermo 220).
Questa anamnesi non è invenzione dell’uomo, ma istituzione di Cristo:  » Fate questo in memoria di me « ;  » annunciate la morte del Signore finché egli torni « . E’ un memoriale che attraversa la storia, fin dalla notte dell’esodo rievocata nella prima lettura, e che ha raccolto, strada facendo, tutti gli interventi di Dio (i  » magnalia Dei « ), fino al supremo e definitivo, avvenuto all’altezza degli anni trenta della nostra era, con la morte e risurrezione di Cristo. E’ una specie di asse intorno a cui ruotano non solo gli anni, ma anche le settimane e i giorni. Il memoriale della Pasqua scorre infatti nella storia verso il compimento della parusia con tre ritmi:
a) un ritmo quotidiano, ed è l’Eucaristia che si celebra ogni giorno nella Chiesa:  » la Pasqua quotidiana », la chiamava sant’Agostino;
b) un ritmo settimanale, ed è il ricordo della risurrezione che si celebra ogni domenica:  » la piccola Pasqua », come la chiamano i nostri fratelli orientali;
c) un ritmo annuale, ed è la solennità di Pasqua che ci apprestiamo a vivere con tutta la Chiesa.
Questa Pasqua della Chiesa ha una sua struttura, i cui elementi essenziali sono: i tempi, i riti e i misteri. Originariamente, tutto era concentrato in una veglia notturna, preceduta da qualche giorno di digiuno e seguita da un lungo periodo di gioia, la Pentecoste. La Pasqua aveva allora una straordinaria carica evocativa. Non esistevano altre feste, sicché tutta la storia della salvezza, compresa la nascita di Cristo, riviveva in essa e si díspiegava davanti alla mente dei cristiani trascinandoli all’entusiasmo.  » 0 grande e santa Pasqua, io ti parlo come a un essere vivente  » (san Gregorio Nazianzeno). I cristiani riconoscevano nella Pasqua la culla in cui era nata la Chiesa, una culla preparata fin dalla lontana notte dell’esodo, rievocata nella prima lettura.
Piú tardi, nel quarto secolo, nel nuovo clima di libertà, i pellegrini che si recavano a Gerusalemme per la Pasqua cominciarono a distribuire gli eventi della passione e a celebrarli nei giorni e nei luoghi precisi in cui erano accaduti: la cattura nell’orto; la cena nel Cenacolo, il gíovedí santo; l’adorazione della Croce sul Golgota, il venerdí; la veglia di Pasqua nella chiesa dell’Anastasis, e cosí di seguito, fino all’ascensione celebrata, appunto sul monte da cui Gesú ascese al cielo. Ben presto, questa nuova prassi si diffuse in tutta la cristianità e diede origine alla struttura cosí ricca e articolata della Pasqua che è rimasta fino ad oggi, pur con tutte le riforme e i cambiamenti di dettaglio.
Quando, però, ci si interroga quale sia, tra tanti riti, quello essenziale; quale sia il culmine della Pasqua liturgica della Chiesa, si finisce per identificarlo sempre in un momento preciso: la celebrazione dell’Eucaristia. Fin dalle origini, l’Eucaristia che si celebrava al canto del gallo, nella veglia pasquale, segnava il momento di passaggio dalla tristezza alla gioia, dal digiuno alla festa. Era il grande  » scioglimento  » dell’attesa (díalysis), come veniva chiamato allora. L’Eucaristia, celebrata a cavallo tra il tempo in cui Gesú era ancora nella tomba e il momento in cui ne era uscito, era davvero il memoriale vivente della sua morte e della sua risurrezione. Era la Pasqua stessa di Cristo – il suo passaggio dalla morte alla vita che dalle profondità del passato emergeva all’oggí della liturgia. Tutto, cosí appariva compreso tra un  » ieri  » e un  » oggi « :  » Ieri, l’agnello veniva ucciso…; oggi, abbiamo lasciato l’Egitto. Ieri, ero crocifisso con Cristo; oggi, sono glorificato con lui. Ieri, ero sepolto con lui; oggi, sono risuscitato con lui  » (san Gregorio Naz.).
Abbiamo detto che l’Eucaristia è l’attualizzazíone della Pasqua di Cristo. E’ vero; ma è anche un’altra cosa importantissima: è la consacrazione della nostra Pasqua. Chi dice, nella Messa di Pasqua,  » Prendete e mangiate: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi », non è píú solo il Cristo-capo, cioè il Gesú storico che le disse la prima volta nel Cenacolo; è il Cristo totale. capo e corpo; siamo anche noi. E’ l’ »io » della Chiesa fuso con l’ »io » di Cristo che offre se stesso in sacrificio. Nell’Eucaristia, noi offriamo un pane che abbiamo ricevuto dalla bontà di Dio, ma che è anche frutto del nostro lavoro. E’ quell’insieme di sforzo, di conversione, di fedeltà alla parola di Dio e di sofferenza che costituisce la pasqua dell’uomo, il suo lento e faticoso  » passaggio da questo mondo al Padre » (Gv. 13, 1).
Se lo vogliamo, in quelle parole c’è posto anche per il nostro  » io  » indeciso; solo che abbiamo il coraggio di dire, insieme con Cristo, ai fratelli che ci circondano nella vita e nel lavoro:  » Prendete, mangiate, questo è il mio corpo offerto per voi « . Prendete, cioè, il mio tempo, la mia amicizia, la mia attenzione, la mia competenza, la mia gioia: metto tutto a vostra disposizione; voglio impiegarli non solo per me, ma anche per voi. « Fate questo in memoria di me » significa: fate anche voi come ho fatto io. Giovanni lo dice apertamente: « da questo abbiamo conosciuto il suo amore: egli ha dato la vita per noi. Anche noi,, perciò, dobbiamo spendere la vita per i fratelli  » (1 Gv. 3, 16).
E’ questa l’Eucaristia che crea la comunità e fa la Chiesa, come spiga cresciuta da quel chicco di grano caduto in terra e morto e che ha portato molto frutto. E’ questa la Pasqua della Chiesa, con la quale ci apprestiamo a celebrare la Pasqua di Cristo e la nostra pasqua.

incamminoverso @ 18:56
Enregistré dans liturgia, LITURGIA : SETTIMANA SANTA, Padre Cantalamessa
Mat-26,36 Jardin de Gethsemane

Posté le Mardi 15 avril 2014

Mat-26,36 Jardin de Gethsemane dans Papa Benedetto XVI 12%20ST%20ALBANS%20PSALTER%20CHRIST%20IN%20THE%20GARD

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-26,36_Garden%20Gethsemany_Jardin%20de%20Gethsemane/slides/12%20ST%20ALBANS%20PSALTER%20CHRIST%20IN%20THE%20GARD.html

incamminoverso @ 20:03
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