LINK ALLA MESSA DEL GIORNO ED AL COMMENTO DAL SITO: « EVANGILE AU QUOTIDIEN »

Posté le Vendredi 10 août 2007

 

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METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

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vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

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link al mio blog in lingua inglese:
Is amazing « … to the praise of his glory » Ep 1.12″

http://coseconosciute.blogspot.com/

 

 

incamminoverso @ 1:04
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San Paolo, Inno alla carità

Posté le Dimanche 10 juin 2007

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

incamminoverso @ 1:25
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Exaltation de la Sainte-Croix, Les Très Riches Heures du duc de Berry (Musée Condé, Chantilly)

Posté le Vendredi 12 septembre 2014

Exaltation de la Sainte-Croix, Les Très Riches Heures du duc de Berry (Musée Condé, Chantilly) dans immagini sacre 640px-Folio_193r_-_The_Exaltation_of_the_Cross

http://fr.wikipedia.org/wiki/F%C3%AAtes_de_la_Croix

incamminoverso @ 19:05
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GIOVANNI PAOLO II : CANTICO FIL 2,6-11 – CRISTO, SERVO DI DIO (2003)

Posté le Vendredi 12 septembre 2014

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2003/documents/hf_jp-ii_aud_20031119_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 19 novembre 2003

CANTICO FIL 2,6-11 – CRISTO, SERVO DI DIO

Primi Vespri della Domenica 1a settimana (Lettura: Fil 2,6-9)

1. La Liturgia dei Vespri comprende, oltre ai Salmi, anche alcuni Cantici biblici. Quello or ora proclamato è sicuramente uno dei più significativi e di forte densità teologica. Si tratta di un inno incastonato nel capitolo secondo della Lettera di san Paolo ai cristiani di Filippi, la città greca che fu la prima tappa dell’annunzio missionario dell’Apostolo in Europa. Il Cantico è ritenuto espressione della liturgia cristiana delle origini ed è una gioia per la nostra generazione potersi associare, a distanza di due millenni, alla preghiera della Chiesa apostolica.
Il Cantico rivela una duplice traiettoria verticale, un movimento prima discensionale e poi ascensionale. Da un lato c’è, infatti, la discesa umiliante del Figlio di Dio quando, nell’Incarnazione, diventa uomo per amore degli uomini. Egli piomba nella kenosis, cioè nello «svuotamento» della sua gloria divina, spinto fino alla morte sulla croce, il supplizio degli schiavi che ne ha fatto l’ultimo degli uomini, rendendolo vero fratello dell’umanità sofferente, peccatrice e reietta.
2. Dall’altro lato, ecco l’ascesa trionfale che si compie nella Pasqua quando Cristo viene ristabilito dal Padre nello splendore della divinità ed è celebrato Signore da tutto il cosmo e da tutti gli uomini ormai redenti. Siamo di fronte a una grandiosa rilettura del mistero di Cristo, soprattutto di quello pasquale. San Paolo, oltre a proclamare la risurrezione (cfr 1Cor 15,3-5), ricorre anche alla definizione della Pasqua di Cristo come «esaltazione», «innalzamento», «glorificazione».
Dunque, dall’orizzonte luminoso della trascendenza divina il Figlio di Dio ha varcato l’infinita distanza che intercorre tra Creatore e creatura. Egli non si è aggrappato come ad una preda al suo «essere uguale a Dio», che gli compete per natura e non per usurpazione: non ha voluto conservare gelosamente questa prerogativa come un tesoro né usarla a proprio vantaggio. Anzi, Cristo «svuotò», «umiliò» se stesso e apparve povero, debole, destinato alla morte infamante della crocifissione. Proprio da questa estrema umiliazione parte il grande movimento ascensionale descritto nella seconda parte dell’inno paolino (cfr Fil 2,9-11).
3. Dio ora «esalta» suo Figlio conferendogli un «nome» glorioso, che, nel linguaggio biblico, indica la persona stessa e la sua dignità. Orbene, questo «nome» è Kyrios, «Signore», il nome sacro del Dio biblico, ora applicato a Cristo risorto. Esso pone in atteggiamento di adorazione l’universo descritto secondo la tripartizione di cielo, terra e inferi.
Il Cristo glorioso appare, così, nel finale dell’inno, come il Pantokrator, cioè il Signore onnipotente che troneggia trionfale nelle absidi delle basiliche paleocristiane e bizantine. Egli reca ancora i segni della passione, cioè della sua vera umanità, ma si rivela ora nello splendore della divinità. Vicino a noi nella sofferenza e nella morte, Cristo ora ci attrae a sé nella gloria, benedicendoci e facendoci partecipi della sua eternità.
4. Concludiamo la nostra riflessione sull’inno paolino affidandoci alle parole di sant’Ambrogio, che spesso riprende l’immagine di Cristo che «spogliò se stesso», umiliandosi e come annullandosi (exinanivit semetipsum) nell’incarnazione e nell’offerta di se stesso sulla croce.
In particolare, nel Commento al Salmo CXVIII il Vescovo di Milano così si esprime: «Cristo, appeso all’albero della croce… fu punto dalla lancia e ne uscirono sangue e acqua più dolci d’ogni unguento, vittima gradita a Dio, spandendo per tutto il mondo il profumo della santificazione… Allora Gesù, trafitto, sparse il profumo del perdono dei peccati e della redenzione. Infatti, diventato uomo da Verbo che era, era stato ben limitato ed è diventato povero, pur essendo ricco, per arricchirci con la sua miseria (cfr 2Cor 8,9); era potente, e si è mostrato come un miserabile, tanto che Erode lo disprezzava e lo derideva; sapeva scuotere la terra, eppure restava attaccato a quell’albero; chiudeva il cielo in una morsa di tenebre, metteva in croce il mondo, eppure era stato messo in croce; reclinava il capo, eppure ne usciva il Verbo; era stato annullato, eppure riempiva ogni cosa. È disceso Dio, è salito uomo; il Verbo è diventato carne perché la carne potesse rivendicare a sé il trono del Verbo alla destra di Dio; era tutto una piaga, eppure ne fluiva unguento, appariva ignobile, eppure lo si riconosceva Dio» (III,8, Saemo IX, Milano-Roma 1987, pp. 131.133).

 

incamminoverso @ 19:04
Enregistré dans Papa Giovanni Paolo II, SAN PAOLO: COMMENTI ALLE LETTERE
ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – TESTI ED OMELIA

Posté le Vendredi 12 septembre 2014

http://www.perfettaletizia.it/archivio/anno-A/nuove_omelie_html/esaltazione_croce.html

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – TESTI ED OMELIA

I Lettura (Nm 21,4-9)
Dal libro dei Numeri

In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: “Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero”.
Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti”. Mosè pregò per il popolo.
Il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”. Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Salmo (77)

Rit. Non dimenticate le opere del Signore!

Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi. Rit.

Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore. Rit.

Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza. Rit.

Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore. Rit.

II Lettura (Fil 2,6-11)
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi

Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
”Gesù Cristo è Signore!”,
a gloria di Dio Padre.

Rit. Alleluia, alleluia.
Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo,
perché con la tua croce hai redento il mondo.
Rit. Alleluia.

Vangelo (Gv 3,13-17)
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
“Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

Omelia

Nel deserto il popolo pensò di avere un piano migliore di quello comunicatogli da Dio per mezzo di Mosè, anzi pensò che quanto diceva Mosè era profondamente errato e lo dimostrava la precarietà delle condizioni del cammino. Meglio la certezza dell’Egitto; e così decisero di ritornare, pronti a sottomettersi al faraone. Il risultato fu che ben presto si trovarono in una zona dove abbondavano le aspidi, serpenti velenossimi. Fu così chiaro che abbandonando la guida di Mosè, vero interlocutore con Dio, erano finiti nelle braccia della morte. Da qui il pentimento e la richiesta di aiuto.
Vogliamo domandarci: per gli Israeliti cosa significava immediatamente quel serpente di bronzo sull’asta?
La curiosità può essere soddisfatta se si pensa che l’imponente copricapo del faraone aveva sul fronte l’immagine di un aspide, l’ureo. L’ureo era il segno dell’abilità di governo del faraone, del suo sapere e quindi della sua capacità di dare prosperità al suo regno. Il popolo colpito dai morsi velenosi dei serpenti capì; guardare al serpente di bronzo innalzato su di un asta era far riconfluire in Dio ogni speranza. Il serpente acquistava nel deserto la simbologia della sapienza e della potenza di Dio.
Soddisfatta la domanda, si deve considerare che il punto a cui guarda Gesù è l’innalzamento del serpente di bronzo sull’asta e non il serpente di bronzo, la cui portata simbolica che aveva nel deserto non è messa in primo piano. Gesù si riferisce all’essere elevato da terra, indicando come anche lui sarà posto in alto, sulla croce; e gli uomini che vorranno essere liberati dai veleni del peccato dovranno guardare a lui, come già nel deserto per essere liberati dal morso dei serpenti gli Israeliti dovettero guardare al serpente di bronzo.
Gesù sarà innalzato da terra e gli uomini vedranno la sapienza e la potenza di Dio. L’ora della croce non è un’ora di sconfitta, ma un’ora di vittoria. Gesù sulla croce esprime una sapienza nuova, del tutto inedita, che è quella di far sì che con l’amore il dolore diventi crisma di gloria. Gesù, che nel Giordano ha visto su di lui scendere lo Spirito Santo, ha avuto come olio consacratorio il dolore. Lo Spirito Santo, con le sue vampe d’amore, l’ha condotto sulla croce così che il Cristo avesse la completezza della consacrazione a re universale. Gesù ha parlato chiaramente di questa sua consacrazione per mezzo del crisma dolore (Gv 17,19): “Per loro consacro me stesso”.
Gesù innalzato sulla croce esprime una potenza nuova, mai vista, che abbatte l’inferno e libera gli uomini; è la potenza dell’amore al Padre e agli uomini. Dolore e amore formano un binomio unitario sulla croce. L’amore accetta il dolore, e il dolore rende puro l’amore.
A questo punto possiamo considerare le parole di Gesù: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo”. In Gesù c’è una discesa e un’ascesa. Discesa, per l’Incarnazione. Salita al cielo perché l’anima di Gesù vedeva l’Essenza divina. La salita al cielo del Figlio dell’uomo era accompagnata dall’amore incandescente del Padre. A questo amore Gesù ha sempre corrisposto con l’obbedienza che è vertice d’amore. Ma proprio sulla croce Gesù imparò l’obbedienza. Non che prima non avesse obbedienza, ma tutta la sublime portata dell’obbedienza Gesù la imparò sulla croce (Cf. Eb 5,8). Obbedienza mentre il Cielo taceva su di lui, anzi lo respingeva spingendolo a gridare il vertice di dolore che è il silenzio del Padre (Mt 27,46): “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. L’anima di Gesù vedeva il Padre, ma vedeva il Padre che non operava moto su di lui, morente sulla croce. La beatitudine del cielo non consiste solo nel vedere Dio, ma anche nel vedere come egli sia infinitamente comunicatore d’amore verso di noi. Sappiamo infatti che egli in cielo ci servirà eternamente comunicandoci il suo amore (Lc 12,37): “Si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli”.
L’anima di Gesù vedeva il Padre, poiché aveva la visione intuitiva di lui, ma vedeva pure l’assenza della sua comunicazione d’amore: nessuna dolcezza gli veniva dal Padre, che trattava il figlio da peccato (2Cor 6,21). Questo non è visione beatifica, ma tormento nei tormenti. La gloria celeste non sta solo nell’accesso alla visione di Dio, ma nell’essere glorificati in eterno da Dio mediante il suo incessante amore.
Ci si domanda: “E’ possibile vedere Dio e non avere la sua comunicazione d’amore?”. Dico che è possibile vedere Dio e nello stesso tempo vedere che Dio fa il contrario, cioè si rifiuta: è quello che visse Gesù. Mi si dirà: “Ma il Padre non ama il Figlio?”. Rispondo che infinitamente lo ama, ma poiché il Figlio si era addossato le nostre colpe, il Padre lo trattò con rigore affinché il nostro peccato venisse espiato con un amore che vincesse il giusto sdegno del Padre per i nostri peccati.
Il Figlio dell’uomo, Verbo incarnatosi nel grembo Immacolato di Maria, fu sempre perfetto davanti agli uomini e anche davanti al Padre ma doveva, attraverso la morte di croce (Cf. Eb 2,10), diventare superperfetto.
L’essere elevato da terra sulla croce fu per il Cristo il momento vertice della crescita, in quanto uomo, del suo amore al Padre e agli uomini. Gesù sulla croce salì a vertici immisurabili d’amore, e ciò determinò la sua glorificazione nella risurrezione. Colui che, disceso dal cielo, era salito al cielo, vi doveva poi salire nella pienezza gloriosa della risurrezione (Cf. Rm 1,4). La glorificazione attraverso la croce. La glorificazione data dal Padre
Il sacrificio di Cristo fu il sacrificio di colui che, onnipotente, volle avere solo la potenza dell’amore. In nessun momento della sua vita Gesù si avvalse della sua uguaglianza con Dio, dell’essere Dio (Cf. Fil 2,6).
Di fronte all’Odio che lo tentava non lo fulminò con la sua potenza di Dio, ma lo vinse con l’obbedienza alla parola del Padre. Se avesse scacciato Satana con la sua potenza di Dio, non avrebbe ottenuto altro che dare spunto a Satana per inoculare il menzognero veleno satanico di considerare Dio un Dio altero, che offeso non sa altro che schiacciare, volle invece vincerlo. Satana si sentì stritolato quando l’Amore crocifisso emise lo spirito: aveva vinto l’Amore e lui l’Odio aveva perso.
Gesù rimase il Figlio dell’uomo sino alla fine, mite, umile e misericordioso senza limiti. Di fronte agli offensori, ai torturatori, non ha reagito maledicendo (1Pt 2,23). I suoi schernitori gli domandavano di scendere dalla croce dando così un segno della sua potenza. Non lo fece, pur potendolo fare. Non maledisse, non odiò. Amò. Così guardare a lui nel suo supremo atto d’amore è salvezza per noi, è liberarsi dal morso di Satana che iniettò il suo veleno nel genere umano, e continua a iniettarlo sempre più quando un uomo aderisce a lui.
L’esaltazione della croce è dunque esaltare il mezzo col quale Cristo ha vinto, ha espiato i nostri peccati, ha liberato i nostri cuori dal male. L’esaltazione della croce è riconoscere la potenza del crisma del dolore, che consacra l’anima a Dio in un incendio d’amore che parte dalle profondità dell’essere.
L’esaltazione della croce è riconoscere la sua fecondità apostolica.
La croce è dolore, ma è anche riposo. L’orgoglio all’anima ferita dal dolore offre un giaciglio per riposare, giaciglio che si chiama rancore, risentimento; ma l’anima che ama la croce e la esalta preferisce riposare sul duro tavolo della croce, perché solo così trova la pace. La pace che nasce dall’amore.
Viva la croce, dunque. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù

Depiction of God the Father (detail), Pieter de Grebber, 1654.

Posté le Jeudi 11 septembre 2014

Depiction of God the Father (detail), Pieter de Grebber, 1654. dans immagini sacre GodInvitingChristDetail

http://en.wikipedia.org/wiki/God_the_Father

incamminoverso @ 19:42
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PAPA FRANCESCO : UDIENZA GENERALE 10.9.2014

Posté le Jeudi 11 septembre 2014

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2014/documents/papa-francesco_20140910_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 10 settembre 2014

Saluti ai malati prima dell’Udienza Generale

Vi ringrazio della vostra visita, grazie tante. Vi chiedo di pregare per me, non dimenticare, eh!, perché possa andare avanti col mio lavoro. Io pregherò per tutti voi e per i bambini. E adesso, tutti insieme, preghiamo la Madonna e vi do la benedizione. [Ave Maria] Buona giornata, e avanti, eh! Grazie a voi! Grazie.

La Chiesa
6. La Chiesa è Madre (II): insegna le opere di misericordia

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Nel nostro itinerario di catechesi sulla Chiesa, ci stiamo soffermando a considerare che la Chiesa è madre. La volta scorsa abbiamo sottolineato come la Chiesa ci fa crescere e, con la luce e la forza della Parola di Dio, ci indica la strada della salvezza, e ci difende dal male. Oggi vorrei sottolineare un aspetto particolare di questa azione educativa della nostra madre Chiesa, cioè come essa ci insegna le opere di misericordia.
Un buon educatore punta all’essenziale. Non si perde nei dettagli, ma vuole trasmettere ciò che veramente conta perché il figlio o l’allievo trovi il senso e la gioia di vivere. E’ la verità. E l’essenziale, secondo il Vangelo, è la misericordia. L’essenziale del Vangelo è la misericordia. Dio ha inviato suo Figlio, Dio si è fatto uomo per salvarci, cioè per darci la sua misericordia. Lo dice chiaramente Gesù, riassumendo il suo insegnamento per i discepoli: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Può esistere un cristiano che non sia misericordioso? No. Il cristiano necessariamente deve essere misericordioso, perché questo è il centro del Vangelo. E fedele a questo insegnamento, la Chiesa non può che ripetere la stessa cosa ai suoi figli: «Siate misericordiosi», come lo è il Padre, e come lo è stato Gesù. Misericordia.
E allora la Chiesa si comporta come Gesù. Non fa lezioni teoriche sull’amore, sulla misericordia. Non diffonde nel mondo una filosofia, una via di saggezza…. Certo, il Cristianesimo è anche tutto questo, ma per conseguenza, di riflesso. La madre Chiesa, come Gesù, insegna con l’esempio, e le parole servono ad illuminare il significato dei suoi gesti.
La madre Chiesa ci insegna a dare da mangiare e da bere a chi ha fame e sete, a vestire chi è nudo. E come lo fa? Lo fa con l’esempio di tanti santi e sante che hanno fatto questo in modo esemplare; ma lo fa anche con l’esempio di tantissimi papà e mamme, che insegnano ai loro figli che ciò che avanza a noi è per chi manca del necessario. E’ importante sapere questo. Nelle famiglie cristiane più semplici è sempre stata sacra la regola dell’ospitalità: non manca mai un piatto e un letto per chi ne ha bisogno. Una volta una mamma mi raccontava – nell’altra diocesi – che voleva insegnare questo ai suoi figli e diceva loro di aiutare e dare da mangiare a chi ha fame; ne aveva tre. E un giorno a pranzo – il papà era fuori al lavoro, c’era lei con i tre figli, piccolini, 7, 5, 4 anni più o meno – e bussano alla porta: c’era un signore che chiedeva da mangiare. E la mamma gli ha detto: “Aspetta un attimo”. E’ rientrata e ha detto ai figli: “C’è un signore lì che chiede da mangiare, cosa facciamo?” “Gliene diamo, mamma, gliene diamo!”. Ognuno aveva sul piatto una bistecca con le patate fritte. “Benissimo – dice la mamma -, prendiamo la metà di ciascuno di voi, e gli diamo la metà della bistecca di ognuno di voi”. “Ah no, mamma, così non va bene!”. “E’ così, tu devi dare del tuo”. E così questa mamma ha insegnato ai figli a dare da mangiare del proprio. Questo è un bell’esempio che mi ha aiutato tanto. “Ma non mi avanza niente…”. “Da’ del tuo!”. Così ci insegna la madre Chiesa. E voi, tante mamme che siete qui, sapete cosa dovete fare per insegnare ai vostri figli perché condividano le loro cose con chi ha bisogno.
La madre Chiesa insegna a stare vicino a chi è malato. Quanti santi e sante hanno servito Gesù in questo modo! E quanti semplici uomini e donne, ogni giorno, mettono in pratica quest’opera di misericordia in una stanza di ospedale, o di una casa di riposo, o nella propria casa, assistendo una persona malata.
La madre Chiesa insegna a stare vicino a chi è in carcere. “Ma Padre no, è pericoloso questo, è gente cattiva”. Ma ognuno di noi è capace… Sentite bene questo: ognuno di noi è capace di fare lo stesso che ha fatto quell’uomo o quella donna che è in carcere. Tutti abbiamo la capacità di peccare e di fare lo stesso, di sbagliare nella vita. Non è più cattivo di te e di me! La misericordia supera ogni muro, ogni barriera, e ti porta a cercare sempre il volto dell’uomo, della persona. Ed è la misericordia che cambia il cuore e la vita, che può rigenerare una persona e permetterle di inserirsi in modo nuovo nella società.
La madre Chiesa insegna a stare vicino a chi è abbandonato e muore solo. E’ ciò che ha fatto la beata Teresa per le strade di Calcutta; è ciò che hanno fatto e fanno tanti cristiani che non hanno paura di stringere la mano a chi sta per lasciare questo mondo. E anche qui, la misericordia dona la pace a chi parte e a chi resta, facendoci sentire che Dio è più grande della morte, e che rimanendo in Lui anche l’ultimo distacco è un “arrivederci”… Lo aveva capito bene la beata Teresa questo! Le dicevano: “Madre, questo è perdere tempo!”. Trovava gente moribonda sulla strada, gente alla quale incominciavano a mangiare il corpo i topi della strada, e lei li portava a casa perché morissero puliti, tranquilli, carezzati, in pace. Lei dava loro l’”arrivederci”, a tutti questi… E tanti uomini e donne come lei hanno fatto questo. E loro li aspettano, lì [indica il cielo], alla porta, per aprire loro la porta del Cielo. Aiutare a morire la gente bene, in pace.
Cari fratelli e sorelle, così la Chiesa è madre, insegnando ai suoi figli le opere di misericordia. Lei ha imparato da Gesù questa via, ha imparato che questo è l’essenziale per la salvezza. Non basta amare chi ci ama. Gesù dice che questo lo fanno i pagani. Non basta fare il bene a chi ci fa del bene. Per cambiare il mondo in meglio bisogna fare del bene a chi non è in grado di ricambiarci, come ha fatto il Padre con noi, donandoci Gesù. Quanto abbiamo pagato noi per la nostra redenzione? Niente, tutto gratuito! Fare il bene senza aspettare qualcos’altro in cambio. Così ha fatto il Padre con noi e noi dobbiamo fare lo stesso. Fa’ il bene e vai avanti!
Che bello è vivere nella Chiesa, nella nostra madre Chiesa che ci insegna queste cose che ci ha insegnato Gesù. Ringraziamo il Signore, che ci dà la grazia di avere come madre la Chiesa, lei che ci insegna la via della misericordia, che è la via della vita. Ringraziamo il Signore.

incamminoverso @ 19:41
Enregistré dans catechesi del mercoledì, PAPA FRANCESCO
ENZO BIANCHI, LE PAROLE DELLA SPIRITUALITÀ- LA PREGHIERA

Posté le Jeudi 11 septembre 2014

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124067

ENZO BIANCHI, LE PAROLE DELLA SPIRITUALITÀ

La preghiera, una relazione

All’interno di ogni tradizione religiosa la preghiera, nelle sue forme e nei suoi modi, appare essere direttamente connessa al volto del Dio che essa intende raggiungere. E il Dio della rivelazione biblica è il Dio vivente che non sta al termine di un nostro ragionamento, ma…

All’interno di ogni tradizione religiosa la preghiera, nelle sue forme e nei suoi modi, appare essere direttamente connessa al volto del Dio che essa intende raggiungere. E il Dio della rivelazione biblica è il Dio vivente che non sta al termine di un nostro ragionamento, ma nella libertà amorosa dei suoi atti, dei suoi interventi che lo mostrano essere egli stesso alla ricerca dell’uomo. È pertanto vero che, lungi dall’essere il frutto del naturale senso di autotrascendenza dell’uomo o l’esito del suo innato senso religioso, la preghiera cristiana, che contesta ogni autosufficienza antropocentrica, appare come risposta dell’uomo alla decisione gratuita e prioritaria di Dio di entrare in relazione con l’uomo. È Dio che, secondo tutte le pagine bibliche, cerca, interroga, chiama l’uomo, il quale è condotto dall’ascolto alla fede, e nella fede reagisce attraverso il rendimento di grazie (benedizione, lode ecc.) e la domanda (invocazione, supplica, intercessione ecc.), cioè attraverso la preghiera sintetizzata nei suoi due momenti fondamentali. La preghiera è dunque oratio fidei (Giacomo 5, 15), eloquenza della fede, espressione dell’adesione personale al Signore.
Al tempo stesso la rivelazione biblica attesta anche la dimensione della preghiera come ricerca di Dio fatta dall’uomo: ricerca come spazio che l’uomo predispone allo svelarsi, che resta libero e sovrano, di Dio a lui; ricerca come apertura dell’uomo all’evento dell’incontro in vista della comunione; ricerca come affermazione dell’alterità di Dio stesso rispetto all’uomo, come segno del fatto che egli non può essere posseduto dall’uomo anche quando dall’uomo è conosciuto; ricerca come elemento costitutivo della dialettica dell’amore, della relazione di dialogicità centrale nella preghiera. Se la preghiera cristiana è risposta al Dio che ci ha parlato per primo, essa è anche invocazione e ricerca del Dio che si nasconde, che tace, che cela la sua presenza. La dialettica amorosa presente nel Cantico dei Cantici, il gioco di nascondimento e scoperta, di desiderio e ricerca tra amante e amata può applicarsi anche alla preghiera. I Salmi lo mostrano: «o Dio, dall’aurora io ti cerco, la mia anima ha sete di te, mio Dio [...] ti parlo nelle veglie notturne, [...] il mio essere aderisce a te, la tua destra mi abbraccia e mi sostiene» (Salmo 63). E il dialogo amoroso presente nel Cantico è in fondo la realtà a cui la Scrittura vuole condurre l’uomo nel suo rapporto con Dio. È forse questa dimensione relazionale ciò che meglio esprime il proprium della preghiera cristiana, preghiera che si immette e vive all’interno della relazione di alleanza stabilita da Dio con l’uomo.
Posta questa fondamentale premessa, possiamo dire che, se la vita è adattamento all’ambiente, la preghiera, che è vita spirituale in atto, è adattamento al nostro ambiente vitale ultimo che è la realtà di Dio in cui tutto e tutti sono contenuti. Essenziale, come disposizione fondamentale della preghiera cristiana, è l’accettazione e la confessione della propria debolezza. Esemplare è l’atteggiamento del pubblicano della parabola evangelica (Luca 18,9-14) che prega presentandosi a Dio così com’è in realtà, senza menzogne e senza maschere, senza ipocrisie e senza idealizzazioni, e accettando come propria verità quello che Dio pensa di lui, lo sguardo di Dio su di lui. Solo chi è capace di un atteggiamento realistico, povero e umile, può stare davanti a Dio accettando di essere conosciuto da Dio per ciò che egli è veramente. Del resto ciò che davvero è importante è la conoscenza che Dio ha di noi, mentre noi ci conosciamo solo in modo imperfetto (cfr. 1 Corinti 13,12; Galati 4,9). Base di partenza per la preghiera è allora la confessione della nostra incapacità di pregare: «Noi non sappiamo cosa domandare per pregare come si deve, ma lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza e intercede per noi con gemiti inesprimibili» (Romani 8,26). Da questa confessione scaturisce l’apertura all’accoglienza della vita di Dio in noi. La preghiera porta il soggetto a decentrarsi dal proprio «io» per vivere sempre più della vita di Cristo in lui, per vivere sotto la guida dello Spirito, per vivere da figlio nei confronti del Padre. Questo decentramento non ha nulla a che vedere con il «far il vuoto in se stessi» che scimmiotta atteggiamenti spirituali afferenti ad altre tradizioni culturali e religiose. È un decentramento finalizzato all’agape, all’amore. Infatti il fine della preghiera cristiana, che la distingue anche dalle forme di meditazione e dalle tecniche di ascesi o di concentrazione diffuse nelle religioni orientali, è la carità, l’uscita da sé per l’incontro con la persona vivente di Gesù Cristo e per pervenire ad amare gli uomini «come lui ci ha amati». Questa relazionalità, che è riflesso della vita del Dio trinitario e che abbraccia tanto Dio quanto gli altri uomini, è dunque il contrassegno fondamentale della preghiera cristiana.

incamminoverso @ 19:39
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La protezione della Madre di Dio Theothokos

Posté le Mercredi 10 septembre 2014

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incamminoverso @ 19:37
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ARTE E LITURGIA – ICONOGRAFIA DELLA NATIVITÀ

Posté le Mercredi 10 septembre 2014

http://www.stpauls.it/vita/0911vp/0911vp24.htm

(le foto citate nel testo sul sito)

ARTE E LITURGIA

ICONOGRAFIA DELLA NATIVITÀ

DI MICAELA SORANZO

VITA PASTORALE N. 11 DICEMBRE 2009

Si definisce « natività » l’immagine in cui è presente solo la Sacra Famiglia, talvolta arricchita dalla presenza di santi e donatori (particolarmente sviluppata nel Rinascimento fiorentino), mentre sono « adorazioni » quelle in cui compaiono altri personaggi come i pastori o i Magi. Le componenti fondamentali della natività sono tre, Maria, Giuseppe e Gesù, da cui si originano due combinazioni: con i pastori e con i Magi.
Il racconto è caratterizzato da alcuni elementi significativi: la verginità della madre, la nascita nella grotta, la presenza della stella, l’arrivo dei Magi e la persecuzione di Erode, che sono riconducibili a un modello letterario diffuso in Oriente nella narrazione di nascite di eroi e di re, a cui viene affidato un destino di trasformazione della storia e per questo sono presentate come un dono del cielo. Altri elementi importanti sono la stella, gli angeli, l’asino e il bue, le pecore, i doni, la capanna, la mangiatoia, altri animali (cavalli, cammelli, cane, pavone) e i servitori. Vi è spesso la presenza di un paesaggio di sfondo, magari arricchito da piccole scene di vita, o un prato con fiori ed erbe.

Foto Catacombe Priscilla
Matteo e Luca, evangelisti dell’infanzia di Gesù, propongono il racconto della nascita come compimento delle profezie veterotestamentarie, anche se con notevoli differenze narrative, e ne sottolineano la dimensione cosmica con il racconto della visita dei pastori, del coro degli angeli e della visita dei Magi. La mancanza di particolari narrativi nei vangeli porta a ricercare ulteriori dettagli in altri testi, quali il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo dello Pseudo Tommaso, i Vangeli arabo e armeno dell’Infanzia, la Legenda Aurea e le Meditazioni dello Pseudo Bonaventura.
Tra il V e il VI sec. i testi apocrifi, infatti, ebbero una grande influenza nella formazione del ciclo della natività, tanto da finire con l’essere recepiti dagli stessi Padri della Chiesa, come dimostrano i passi di Ambrogio e Prudenzio; ma a partire dal XIV sec. sono sostituiti dalle Rivelazioni di santa Brigida. La nascita è accompagnata da altri episodi dell’infanzia di Gesù, come la mano inaridita della levatrice incredula e il bagno del Bambino, raffigurati alla metà del VI sec. nelle catacombe di San Valentino e subito dopo nella chiesa di Santa Maria di Castelseprio (foto sotto).

Foto Pdart.
La più antica raffigurazione che allude alla natività è del III sec. e si trova nelle catacombe di Priscilla; qui la Vergine è seduta con il Bambino in braccio mentre il profeta che le è accanto indica la stella, in riferimento al profeta Balaam: «Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele» (Nm 24,17). Nelle catacombe di S. Sebastiano a Roma troviamo già una raffigurazione di Gesù Bambino posto in una cassa di legno e adorato da due animali, ma non vi è nessun’altra presenza, per cui non può essere considerata una vera e propria natività, quanto un riferimento a Isaia.
Il bue e l’asino, infatti, pur non essendo menzionati né da Luca, né da Matteo, sono sempre rappresentati nelle scene della natività, facendo riferimento ai testi apocrifi e a un trattato scritto da Origene intorno al 220, in cui l’autore rimanda alla profezia di Isaia 1,3: «Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende». Origene ricollega questo brano alla nascita di Cristo, perché interpreta il bue, animale ritenuto puro, come simbolo degli ebrei e l’asino, ritenuto impuro, come simbolo dei pagani: solo questi ultimi sapranno riconoscere la greppia del loro padrone.
Sul coperchio di alcuni sarcofagi del IV sec. l’immagine essenziale di Gesù con i due animali può essere affiancata da uno o due pastori con la corta tunica romana legata in vita, il capo scoperto e il bastone curvo in cima, o anche da un profeta con un rotolo di pergamena. Maria, seduta su una pietra in disparte, appare solo se la scena è unita a quella dell’adorazione dei Magi e così pure la stella. Dal V sec. il profeta, e spesso anche il pastore, scompaiono per lasciare posto a Giuseppe seduto su un sasso dal lato opposto a Maria; è con il VI sec. che Maria diventa il secondo punto focale della composizione.
La vera e propria rappresentazione della natività compare molto tardi nell’arte cristiana: è il concilio di Efeso del 431 che, proclamando la divina maternità di Maria, dà inizio alla rappresentazione di questo tema. Fondamentale per il suo sviluppo è stata anche l’istituzione della festa del Natale il 25 dicembre, menzionata per la prima volta nella redazione della Depositio martyrum del 335, separandola dall’Epifania, e la costruzione nel 435, per volere di papa Sisto III, nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma, di una cappella contenente le assicelle della mangiatoia e per questo detta « Sancta Maria ad Praesepe ». In seguito la rappresentazione di Greccio (1223) ne portò ovunque la diffusione.
In genere l’arte paleocristiana raffigura questo tema con tipi già esistenti nella tradizione greco-romana: Maria è adagiata su un fianco, con la testa velata e avvolta con un manto; Gesù è un putto fasciato deposto sulla mangiatoia sopra alla madre, su cui si affacciano il bue e l’asino adoranti; Giuseppe, un vecchio con una lunga barba e un’ampia toga raccolta su un braccio, siede da un lato, mentre dall’altro l’angelo in forma di vittoria alata appare ai pastori e in basso si trovano due levatrici che fanno il bagno a Gesù. Tra gli esempi più antichi e più interessanti, ci sono le ampolle di Monza del VII sec., in cui si vede la Vergine col Bambino al centro, mentre a destra e a sinistra sono raffigurati l’annuncio ai pastori e l’adorazione dei Magi.
Nelle icone bizantine, importanti per gli sviluppi delle immagini occidentali, il tema è rappresentato secondo uno schema fisso: nell’icona della natività di Andrei Rublev (XV sec.), ad esempio, la scena è dominata dalla montagna che si apre in una grotta, simbolo degli inferi. Maria è il roveto ardente che ha partorito Cristo, fasciato come un morto e deposto nella culla-sepolcro. L’asino e il bue rappresentano giudei e pagani; gli angeli (due che guardano verso il cielo e il terzo chino verso i pastori) la presenza della Trinità. Giuseppe viene tentato dal demone-pastore e le due levatrici rappresentano l’umanità incredula, su cui attenta vigila Maria. A sinistra i Magi che portano i doni al Bambino sono il segno che Cristo si è incarnato anche per gli stranieri e prefigurano le donne che portano aromi al sepolcro.
Nell’arte bizantina quindi la nascita di Cristo viene illustrata combinando le diverse scene della natività, dell’annuncio ai pastori e della venuta dei Magi, che in Occidente saranno oggetto di rappresentazioni distinte; Maria non appare più seduta su un trono come nelle raffigurazioni paleocristiane, ma distesa su un letto.
Fin dalle sue origini la natività presenta alcune componenti fisse: la fasciatura del Bambino, la mangiatoia, il bue e l’asino che, per il loro intrinseco valore simbolico, riceveranno una notevole attenzione, sia iconografica che letteraria. Già il vangelo di Luca intuisce numerose rispondenze tra l’episodio della natività e quello della deposizione di Cristo, individuando nelle fasce il simbolo della sepoltura. Una conferma di tale lettura si vede sia nella forte somiglianza iconografica esistente tra l’immagine del Bambino fasciato e quella consueta di Lazzaro avvolto nelle bende, sia nella particolarità di alcune scene della natività, dove la mangiatoia diviene simile a un vero e proprio sepolcro.
La mangiatoia, menzionata da Luca stesso come segno per riconoscere il Bambino, viene sostituita spesso con un tavolo, una cassa o una cesta di vimini. L’origine di quest’ultima è forse riconducibile al racconto del ritrovamento di Mosè in una cesta sulle acque, mentre nella variante del tavolo, solitamente coperto da un drappo, probabilmente è da vedere un altare, come a Chartres o a Klosterneuburg, secondo quanto suggeriscono alcuni passi di Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo e Ambrogio, che definiscono la mangiatoia «un altare simbolico» e Cristo come il «pane vivente». Una lampada sospesa al soffitto e delle tende semiaperte accentuano a Chartres la somiglianza fra la mangiatoia e un altare: Gesù è offerto all’adorazione dei fedeli come su un’ara; è già il Redentore, futura vittima di espiazione dei peccati dell’umanità.
Nel XII e XIII sec. i racconti della nascita di Cristo si arricchiscono poco a poco di dettagli. Senza dubbio ciò è una conseguenza delle pie leggende e degli allestimenti degli spettacoli natalizi che facevano parte della liturgia. Nella maggior parte dei casi Maria è raffigurata sdraiata, come nell’arte bizantina; raramente i cuscini bassi sui quali riposa sono sostituiti da un letto, come si vede nel bassorilievo del 1240 che faceva parte del coro della cattedrale di Chartres. Un dettaglio interessante di questa raffigurazione è dato dalla tenda che compare dietro l’immagine: probabilmente queste tende erano usate nel dramma liturgico per separare lo spazio della rappresentazione dagli arredi sacri. Questo bassorilievo presenta anche un’eccezione riguardo al legame affettivo tra Maria e il Bambino: nelle raffigurazioni precedenti è raro trovare indizi di quella che potremmo chiamare « tenerezza materna », ma a partire dal XII sec. questo aspetto ricevette, specialmente nel Nord Europa, una certa attenzione, dovuta al contributo dei primi mistici come Bernardo di Chiaravalle.

Foto Censi.
Un tema a sé stante, che ha conosciuto una complessa evoluzione iconografica, è l’adorazione dei Magi. La tradizione dice che le loro reliquie furono portate a Sant’Eustorgio, Milano (vedi l’altare, foto sopra), rubate dal Barbarossa nel 1164 e portate a Colonia, dove sono molto venerate. Le prime rappresentazioni sono molto semplici e vogliono sottolineare il carattere simbolico del viaggio dei Magi verso il Bambino; infatti comprendono solo la Madonna con il Bambino e i Magi. Gesù è un bambino di circa due anni, in piedi, vestito con una corta tunica, in atto di benedire o stendere le mani verso i presenti; a destra si pone la Madonna e talvolta c’è anche Giuseppe come nell’Ara di Ratchis di Cividale del Friuli (foto a sinistra). Nei primi secoli i Magi sono imberbi e hanno tutti e tre la stessa andatura veloce; sono vestiti con una corta tunica, un mantello ondeggiante, i pantaloni aderenti e il berretto frigio, come a Ravenna (foto sotto). Recano le offerte su un semplice piatto e le mani sono coperte da un lembo del mantello, segno di purezza e di rispetto secondo il cerimoniale imperiale romano. Al XV sec. si fa risalire la tendenza a fissare il colore degli abiti, avendo ogni colore un significato simbolico, ma molti altri sono gli elementi simbolici nel racconto dei Magi.
Fra essi la stella è sicuramente il principale e appare fin dal III secolo. La stella può avere la forma di un fiore, un rosone o un cerchio luminoso, ma può essere sostituita dalla testa di un cherubino o da un angelo in volo; a volte è il Bambino stesso a guidare i Magi o la mano divina. Il vangelo di Matteo non precisa quanti siano i Magi e il numero tre è fissato da Leone Magno nel V sec.: è il numero divino per eccellenza ed è scelto in funzione dei doni, che hanno un significato simbolico, così come illustrato già alla fine del II secolo da sant’Ireneo. Fin dal IV secolo è rappresentato un Magio inginocchiato, ma è solo alla fine del XIII secolo che si diffonde tale raffigurazione e diventa classica l’immagine del primo Magio inginocchiato, a capo scoperto in atto di deporre simbolicamente la corona ai piedi del Bambino, e del secondo che indica la stella al terzo. A partire da questo momento si parla di « Adorazione dei Magi » (cf M. Soranzo, « Siamo venuti per adorarlo » in VP 12/04, pp. 26-31).

Foto Censi.
Una delle innovazioni più importanti è la comparsa del Re nero in un’opera di Mantegna del 1464 (foto sotto), con riferimento ai Padri della Chiesa che vedevano nei tre Re i discendenti dei tre figli di Noè: Sem, Cam e Jafet; dal XV sec. in poi diventano, quindi, immagine dei tre continenti allora conosciuti: Melchiorre rappresenta l’Europa, Baldassarre l’Asia e Gaspare l’Africa. Intanto dall’XI sec. i Magi appaiono nell’iconografia come Re per la lettura di alcuni testi biblici menzionati dai Padri; Tertulliano è il primo a chiamarli « Re » accostando al testo di Matteo il Salmo 72: «I re di Tarsis e delle isole porteranno offerte; i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi. A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni».

Foto Directmedia.
Dal XII sec. si precisa lo scenario dietro i personaggi: ma all’inizio c’è la roccia o la grotta, simbolo del legame tra cielo e terra che, pur restando in alcune rappresentazioni fino al Medioevo, viene generalmente sostituita da una specie di architettura, sia una tettoia o un portico, come nei dipinti gotici, o una struttura in legno incassata nella montagna come quella di Giotto agli Scrovegni o un semplice spiovente in stato di abbandono con grossi buchi nellapaglia che lo ricopre, come si può vedere fino al XV secolo. Gli artisti fecero a volte della mangiatoia una piccola costruzione simile a una versione ridotta della Chiesa della natività di Betlemme: una pianta a tre navate con una cappella ottagonale in corrispondenza dell’abside. La costruzione diviene poi sempre più complessa e talvolta un pavone, simbolo di immortalità, è appollaiato sul tetto (come nel quadro del Beato Angelico e Filippo Lippi, foto a destra). Le rovine o le ali di muro sbrecciate compaiono nei quadri alla fine del XV sec. (come in quello della cerchia di Bosch, foto a sinistra) e varie sono le interpretazioni: secondo i Padri della Chiesa le rovine sono il simbolo del vecchio mondo che crolla all’avvento di quello nuovo, segnato dalla nascita di Cristo.
Dal XVIII secolo si perde il calore devozionale per lasciare spazio al sentimentalismo. Con l’800 poi l’attenzione si sposta sulla fedeltà ambientale e sulla veridicità dei costumi più che sull’accentuazione del valore religioso.

Micaela Soranzo

incamminoverso @ 19:34
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IO, PROTESTANTE CONVINTO DAL GESÙ DI PAPA BENEDETTO

Posté le Mercredi 10 septembre 2014

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IO, PROTESTANTE CONVINTO DAL GESÙ DI PAPA BENEDETTO

Il nuovo libro del Papa Gesù di Nazaret non è un dono solo per i credenti. È un dono per tutte le persone in cerca della verità. Papa Benedetto è la voce cristiana più ascoltata in tutto il mondo. In questo libro non parla di un tema qualsiasi, bensì del centro della fede cristiana. Si tratta della figura di Gesù di Nazaret.
Il nuovo libro del Papa Gesù di Nazaret non è un dono solo per i credenti. È un dono per tutte le persone in cerca della verità. Papa Benedetto è la voce cristiana più ascoltata in tutto il mondo. In questo libro non parla di un tema qualsiasi, bensì del centro della fede cristiana. Si tratta della figura di Gesù di Nazaret.
E precisamente di due episodi nella sua vita in cui si decide se Gesù Cristo abbia un significato irrinunciabile anche per il XXI secolo. Al centro di questo secondo volume di Papa Benedetto sulla raffigurazione di Gesù vi sono la Croce e la Risurrezione. Nel libro del Papa su Gesù non si tratta, come lui stesso sottolinea, di una pubblicazione teologica. Questo libro non è stato preparato insieme a commissioni teologiche, il Papa qui presenta la sua personale descrizione di Gesù. In questo modo si è imbarcato senz’altro in un’impresa rischiosa.
Presentando il primo volume, il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn ha coniato un paragone: come l’apostolo Paolo ad Atene, il Papa ha osato andare all’agorà, sulla piazza del mercato delle opinioni contrastanti. Un’obiezione alla storicità delle parole dell’Ultima cena è che esse sarebbero impensabili in un contesto ebraico. Uno dei punti di forza del libro del Papa è la dimostrazione che proprio le affermazioni del Nuovo Testamento sulla morte di Gesù come espiazione del peccato dell’uomo diventano comprensibili solo con l’aiuto dell’Antico Testamento e della sua traduzione in ebraico antico. Anche qui si esprime una grande stima per l’ebraismo da parte del Papa, che a diritto ha trovato un’eco molto positiva nella stampa internazionale.
Fa parte di quei fenomeni difficili da comprendere il fatto che certi esegeti rilevino in modo particolare la devozione ebraica di Gesù, ma che al tempo stesso gli vogliano togliere quasi tutti i riferimenti alla Sacra Scrittura d’Israele. Ma questi riferimenti non si limitano a citazioni dirette. Le parole di Gesù sono intessute di allusioni all’Antico Testamento. Se le si volesse eliminare tutte, non rimarrebbe molto. Gesù ha vissuto nella Sacra Scrittura d’Israele, come tra l’altro anche il Papa. Non tutte le scoperte sui riferimenti all’Antico Testamento ha potuto desumerle dalla letteratura esegetica. Alcune cose derivano evidentemente da una meditazione sulle Sacre Scritture condotta durante tutta la vita.
Con il racconto evangelico della tentazione e della preghiera di Gesù nel giardino del Getsemani, Papa Benedetto chiarisce perché molte visioni non sono all’altezza di Gesù. Il Getsemani mostra Gesù, soprattutto nella raffigurazione del Vangelo di Luca (22,44) e della Lettera agli Ebrei (5,7-8), in tutta la sua vulnerabile e impaurita umanità. Tuttavia, il Padre celeste si aspetta da lui che beva «il calice» (Mc 14,36), che qui significa nel linguaggio dell’Antico Testamento l’ira distruttiva di Dio (Is 51,17). Ciò indica che Gesù deve essere più di un semplice uomo. Assolutamente di proposito l’evangelista Marco ha trasmesso proprio qui l’intima invocazione «Abbà, padre» nella sua forma semitica, così come si udì dalla bocca di Gesù. «Solo se Gesù è risorto, è accaduto veramente qualcosa di nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo.
Allora lui diventa il criterio su cui noi possiamo fare affidamento. Perché Dio si è mostrato davvero. Per questo nella nostra ricerca della figura di Gesù la Risurrezione è il punto decisivo. La risposta alla domanda se Gesù ‘era’ solamente oppure ‘è’ dipende dalla Risurrezione. Nel rispondere sì o no non si tratta di un singolo evento di fianco ad altri, bensì della figura di Gesù in quanto tale» (p. 202; pp. 212-3).
In questo ineludibile «aut aut» il Papa ha l’apostolo Paolo al suo fianco, che nella prima Lettera alla comunità di cristiani di Corinto scriveva: «Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo». (1Cor 15,14-15). «Solo un avvenimento vero di qualità radicalmente nuova poteva rendere possibile la predica apostolica, non spiegabile con speculazioni o esperienze interiori mistiche. Essa vive nella sua audacia e novità dell’impeto di un accadimento che nessuno aveva inventato e che faceva saltare ogni immaginazione».

incamminoverso @ 19:32
Enregistré dans Papa Benedetto XVI, studi
Madonna and Child with Saint Anne

Posté le Mardi 9 septembre 2014

 Madonna and Child with Saint Anne dans immagini sacre 640px-Ignoto_del_XV_secolo_Santa_Anna_Metterza_Boccioleto_Alpe_Seccio

http://en.wikipedia.org/wiki/Virgin_and_Child_with_Saint_Anne

incamminoverso @ 19:24
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