da: In Cammino verso Gesù Cristo e link al mio blog: Fantasie e sogni « quasi un diario »

 

da: In Cammino verso Gesù Cristo e link al mio blog: Fantasie e sogni

Papa Benedetto XVI/ Joseph Ratzinger

da In Cammino verso Gesù Cristo, San Paolo Ed. 2004, 56.57,

La decisione per Dio è una decisione del pensiero  insieme della vita: le due realtà si richiamano a vicenda: Questo nesso lo descrive con drammaticamente Agostino nella storia dell propria conversione, laddove parla delle ingannevoli forme di vita di un’esistenza totalmente orientata alla materialità…Agostino riferisce come egli, per così dire, si fosse nascosto dietro le proprie spalle, e come Dio attraverso la parola dell’amico lo abbia tratto fuori da quel nascondiglio, cosicché egli potesse guardarsi in volto1

Perciò la Chiesa antica considerava il camino verso la fede precisamente come un tragitto intellettivo, nel quale l’uomo si confronta con la « dottrina della verità » ed i suoi argomenti, ma si trova anche inserito in una nuova comunità dove sono per lui possibili nuove esperienze e intime speranze.

…per conoscere Cristo è necessaria la sequela. Soltanto allora si può sperimentare dove egli abita. La domanda « Dove abiti? » (Tu chi sei?), riceve sempre la medesima risposta: « Venite e vedrete » (Gv 1,38ss)

1 cfr. Confessiones VIII 5,12 e VIII 7,16

 1520angelico20eucharist.jpg

METTO IL LINK AL SITO “EAQ” TROVERETE LE LETTURE DEL GIORNO, IL COMMENTO ALLE LETTURE E, VOLENDO, POTETE SCORRERE E LEGGERE LE LETTURE DEI GIORNI PRECEDENTI E QUELLI SUCCESSIVI A QUELLO DEL GIORNO IN CORSO, TROVERETE LA VERSIONE FRANCESE, A DESTRA C’È IL COLLEGAMENTO ALLE VERSIONI IN ALTRE LINGUE COMPRESO L’ITALIANO:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

 marieimmaculeconception.jpg

vangelo dai siti: 

http://levangileauquotidien.org/ 

http://www.maranatha.it/

ENCICLICA « LAUDATO SII » DEL SANTO PADRE FRANCESCO:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

 

San Paolo, Inno alla carità

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità

ICorinzi 13,1-13;

San Paolo, Inno alla carità dans biblica

http://santiebeati.it/

Publié dans : biblica | le 10 juin, 2007 |2 Commentaires »

Miraculous Draught of Fishes -Painting by Jacopo Bassano, 1545 (first miracle )

Miraculous Draught of Fishes -Painting by Jacopo Bassano, 1545 (first miracle ) dans immagini sacre 1280px-Miraculous_Draught_of_Fishes-Bassano
https://en.wikipedia.org/wiki/Miraculous_catch_of_fish#/media/File:Miraculous_Draught_of_Fishes-Bassano.jpg

Publié dans : immagini sacre | le 5 février, 2016 |Pas de Commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – ISAIA 6,1-2A.3-8

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%206,1-2a.3-8

BRANO BIBLICO SCELTO – ISAIA 6,1-2A.3-8

1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. 2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali e 3 proclamavano l’uno all’altro: « Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria ». 4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. 5 E dissi: « Ohimè! lo sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti ». 6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. 7 Egli mi toccò la bocca e mi disse: « Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato ». 8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: « Chi manderò e chi andrà per noi? ». E io risposi: « Eccomi, manda me! ».   COMMENTO Isaia 6,1-2a.3-8 La vocazione di Isaia

La vocazione di Isaia viene narrata dal profeta stesso in un brano che si trova all’inizio non di tutto il libro, come solitamente, ma del «Libretto dell’Emmanuele» (Is 6-12), cioè della seconda raccolta di oracoli che presuppone un’attività del profeta anteriore alla guerra siro-efraimita (Is 1-5). I motivi di questa collocazione non sono indicati, ma si può supporre che i redattori finali del libro abbiano voluto situare il messaggio negativo affidato al profeta sullo sfondo dell’insuccesso da lui sperimentato nella prima fase della sua missione. Isaia ambienta la sua vocazione nel contesto di una visione inaugurale avvenuta nel tempio: e di fatto gli elementi simbolici con cui è costruito il racconto sono ricavati da rappresentazioni tipiche del culto. È questa un’ulteriore conferma degli stretti legami che esistevano tra Isaia e Gerusalemme, di cui il tempio era il centro religioso e sociale. Il brano si divide in tre parti: ambientazione (vv. 1-4); indegnità e purificazione del profeta (vv. 5-7); missione (vv. 8-13).

Ambientazione (vv. 1-4) Il profeta inizia il suo racconto indicando il tempo e il luogo in cui si trovava quando ha avuto per la prima volta la manifestazione di Dio: «Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio» (v. 1). L’anno della morte del re Ozia potrebbe essere, come si è visto, il 740 a.C. Isaia non dice in quale luogo si trovava quando ha avuto la visione, ma si può supporre che si trattasse del cortile esterno del tempio, perché l’ingresso nell’edificio sacro era riservato ai sacerdoti. Dio gli appare dunque al di là del secondo velo, nella stanza più interna (il santo dei santi), assiso su di un trono alto ed elevato: questa immagine è suggerita dal fatto che il coperchio dell’arca dell’alleanza (espiatorio) era considerato appunto come il trono di Dio (cfr. Es 25,17-21; 1Sam 4,4). In realtà il profeta vede i lembi del manto divino, i quali, prendendo il posto della nube, simbolo della gloria di Dio (cfr. Es 40,34; 1Re 8,10-11), riempiono tempio (hêkal), cioè la prima stanza, chiamata anche il «santo». Accanto a Dio il profeta vede degli esseri animati: «Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava» (v. 2). La presenza di questi esseri potrebbe essere suggerita dall’idea della corte celeste che, secondo la mitologia orientale, circondava la divinità oppure dal fatto che nel tempio due figure alate, chiamate cherubini, sovrastavano il coperchio dell’arca. Nella visione di Isaia questi esseri ricevono invece l’appellativo di «serafini» (serafîm, brucianti), forse in riferimento al fuoco della teofania. Essi sono forniti di sei ali: due servono loro per coprirsi il volto in segno di sacro terrore nei confronti di JHWH, due per coprirsi i piedi (eufemismo per indicare i genitali, che non devono essere esposti in luogo sacro: cfr. Es 20,26; 28,42-43) e due per volare. I serafini sono dunque davanti a Dio in un atteggiamento di adorazione e di lode come appare anche dal loro canto: «Proclamavano l’uno all’altro: Santo, santo, santo è JHWH degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria» (v. 3). Con queste parole si afferma che JHWH, il liberatore e la guida delle schiere di Israele, è tre volte santo, cioè è santo in senso pieno, in quanto è totalmente separato da tutti i limiti e i peccati dell’uomo (trascendenza) (cfr. Os 11,9). Al tempo stesso però la sua «gloria», cioè la sua presenza luminosa, riempie tutta la terra: egli è presente in tutto l’universo che governa secondo i suoi progetti. In altre parole Dio si rende presente nella storia umana, ma non accetta di diventare connivente con il peccato dell’uomo, e di conseguenza lo elimina, comunicando al popolo la sua santità (cfr. Es 19,6; Lv 19,2), oppure riversando i suoi castighi sui peccatori. La rivelazione di Dio è accompagnata da un forte fragore e da uno spesso fumo: «Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo» (v. 4): anche queste immagini sono suggerite dal modo in cui veniva rappresentata nel culto la manifestazione di Dio (cfr. Es 19,16-19; 1Sam 4,5; 1Re 8,10-12).

Indegnità e purificazione del profeta (vv. 5-7) A questa esperienza Isaia reagisce con una confessione di indegnità: «E dissi: Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, JHWH degli eserciti» (v. 5). Di fronte al Dio santo, l’uomo non può far altro che confessare il suo limite: Isaia si sente solidale con il peccato di tutto il popolo, e lo vede come focalizzato nelle labbra, in quanto impedisce loro di rivolgere a Dio la lode che gli compete. Alla confessione di Isaia fa seguito la sua purificazione: «Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato» (vv. 6-7). Con questo gesto simbolico si vuole significare che Dio ha il potere di perdonare il peccato: l’uomo, se sa riconoscere il suo limite, è salvo e può cominciare una vita nuova.

Missione (vv. 8-13) E di fatti Isaia, dopo che è stato purificato, avverte la chiamata di Dio: «Poi io udii la voce di JHWH che diceva: Chi manderò e chi andrà per noi?» (v. 8a). Mentre il peccato fa sì che l’uomo si chiuda in se stesso, nei suoi desideri egoistici, la purificazione lo rende capace di ascoltare la voce di JHWH che esprime il desiderio di mandare qualcuno a Israele. La reazione di Isaia è immediata: «E io risposi: Eccomi, manda me!». La vocazione comprende dunque due movimenti: quello di Dio che si rivolge all’uomo e quello dell’uomo che si mette liberamente a sua disposizione. A questo punto viene affidato a Isaia un compito da svolgere: «Va’ e riferisci a questo popolo: Ascoltate, ma senza comprendere, guardate, ma senza conoscere» (v. 9). Gli israeliti non vengono chiamati da Dio «mio popolo» ma, con un senso di profondo distacco, «questo popolo». Il messaggio assegnato a Isaia è espresso mediante due verbi all’imperativo, «ascoltate» (šime’û) e «guardate» (re’û), rafforzati ciascuno mediante la ripetizione della stessa radice all’infinito assoluto (ascoltate bene; guardate bene). Ciascuno di essi è seguito da un verbo all’imperfetto preceduto dalla congiunzione we e dall’avverbio negativo al, con significato iussivo (‘al tabînû, non comprendete, ‘al teda’û, non conoscete): Dio comanda dunque agli israeliti di compiere con grande intensità una duplice azione, che metaforicamente significa l’obbedienza al messaggio che egli invia loro, ma sapendo già in partenza che i loro sforzi sono destinati all’insuccesso. Il profeta riceve poi un compito ulteriore: «Rendi insensibile il cuore di questo popolo, appesantisci i suoi orecchi e acceca i suoi occhi» (v. 10a). Il comando di Dio viene espresso mediante tre verbi all’imperativo causativo: «rendere insensibile» (dalla radice saman, essere grasso) il cuore del popolo, «appesantire» (dalla radice kabad, essere pesante) i suoi orecchi e «accecare» (dalla radice ša’a', essere cieco) i suoi occhi. Se si prescinde dalla vocalizzazione masoretica, questi verbi potrebbero essere letti come futuri, prima persona singolare (io renderò insensibile il cuore, appesantirò gli orecchi, accecherò gli occhi…). A questi tre comandi fa seguito una proposizione finale: «affinché non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore» (v. 10b). In questa frase la congiunzione finale negativa pen (affinché non) regge tre verbi all’imperfetto, i quali hanno per soggetto il popolo e riprendono in ordine chiastico i precedenti imperativi: il profeta deve esplicitamente impedire che il popolo veda, ascolti e comprenda. Infine la frase finale viene prolungata mediante altri due verbi retti dalla stessa congiunzione pen: «(affinché) non si converta e non sia guarito» (v. 10c). Il profeta deve dunque far sì che il popolo si indurisca proprio perché non si converta (šûb, ritornare, convertirsi) e non sia guarito (rafa’). Ciò significa che JHWH non è disponibile ad accettare una conversione in extremis che comporterebbe la guarigione del popolo perché non ritiene più che essa sia possibile. Il messaggio assegnato a Isaia rientra nella tematica biblica riguardante la ribellione del popolo nei confronti del suo Dio: quando trasgredisce i suoi comandamenti, Israele manifesta un atteggiamento interiore, analogo alla perdita di funzionalità delle facoltà più importanti, cioè il cuore, la vista e l’udito. L’indurimento del cuore indica il blocco delle facoltà interiori, l’accecamento sottolinea maggiormente la mancanza di conoscenza, mentre la sordità riguarda soprattutto l’opposizione della volontà: in pratica però le diverse immagini vengono a coincidere (cfr. Ger 5,21; Ez 12,2). In Is 6,9-10 subentra però una sfumatura nuova: non è il popolo a indurirsi, a diventare sordo o cieco, ma è Dio stesso che, per mezzo del suo profeta, produce in esso questo stato d’animo. Questa idea riappare in altri due testi: Dt 29,1-3 e Is 29,10 nei quali la colpa del popolo si tramuta in una pena comminata da Dio stesso, come era avvenuto per il faraone, che di fronte al comando di lasciar partire Israele si era indurito (Es 7,13.14; 8,15; 9,35 ecc.), ma al tempo stesso era stato indurito da JHWH (Es 4,21; 7,3; 9,12 ecc.), il quale aveva così potuto dimostrare di essere più potente di lui (Es 10,1; 14,4.17). La stessa reazione di rifiuto è stata provocata da Dio nei cananei (Dt 2,30; Gs 11,20), nei figli di Eli (1Sam 2,25) e nel re Roboamo (1Re 12,15).

Di fronte a una prospettiva così terribile Isaia domanda: «Fino a quando?». La risposta è drastica: fino a che le città siano devastate, le case senza abitanti, la campagna deserta e desolata. JHWH scaccerà la gente finché ne resti solo ne resti solo una decima parte e anche questa sarà preda della distruzione (vv. 11-13a). La totalità della rovina viene paragonata a quella di una quercia o a terebinto che sono caduti e dei quali non resta che il ceppo. Ma le ultime parole contengono un messaggio di speranza: «progenie santa sarà il suo ceppo» (v. 13b). Anche se JHWH «ha nascosto il volto alla casa di Giacobbe» Isaia continua ad avere fiducia in lui (cfr. Is 8,17). Egli infatti un giorno darà al suo popolo la vista e l’udito e rinnoverà il suo cuore (Is 32,2-4). Ma è dubbio che in questo contesto Isaia abbia voluto esprimere questa speranza perché le ultime parole del v. 13 mancano nei LXX e potrebbero rappresentare un’aggiunta posteriore

Linee interpretative Il modo in cui Isaia presenta la sua chiamata si ispira al modello classico delle vocazioni bibliche (manifestazione divina, sgomento dell’uomo cosciente della sua inadeguatezza, segno, missione). Il carattere contraddittorio della missione affidata al profeta si comprende supponendo che egli, dopo un certo periodo di predicazione, sia giunto alla conclusione che la sua opera è destinata al fallimento a causa dell’ostinazione del popolo. In questa situazione però il profeta, illuminato da Dio, scopre che Dio stesso permette questo indurimento, anzi vuole portarlo alle sue estreme conseguenze per farla finita con il popolo peccatore e per ricominciare da capo la sua opera salvifica. Egli comprende allora che il suo ruolo è proprio quello di spingere il popolo verso il suo tragico destino, annunziandogli insistentemente un messaggio che è già stato rifiutato in partenza. In altre parole il suo invito alla conversione provocherà quasi sicuramente un ulteriore indurimento degli ascoltatori, ma non per questo si sente autorizzato a tacere, perché ormai l’unica speranza è che Dio ricominci da zero la sua opera salvifica.

 

7 FEBBRAIO 2016 | 5A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/05a-Domenica/12-05a-Domenica-C_2016-UD.htm

7 FEBBRAIO 2016 | 5A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Il Signore Gesù parla, e la sua parola è autorevole e si realizza. Chiama i suoi primi apostoli a seguirlo e a farsi « pescatori di uomini ». La proposta è « vocazionale », così come quella straordinaria di Paolo, chiamato per ultimo tra gli apostoli ad annunciare il vangelo. Sin dall’inizio Gesù associa degli uomini alla sua missione.

La parola di Dio Isaia 6,1-2a.3-8. Il capitolo sesto di Isaia presenta la sua chiamata alla profezia. Nel contesto di una profonda esperienza religiosa, Isaia vede la gloria di Dio e viene purificato. Quindi sente la voce del Signore che si domanda chi possa fare il profeta e rappresentarlo presso il popolo. Isaia offre se stesso e dice: « Eccomi, manda me! ». 1 Corinzi 15,1-11. Quella di Paolo è una grande testimonianza della morte, sepoltura e risurrezione di Gesù. Afferma di trasmettere i fatti come gli sono stati trasmessi da testimoni autorevoli. Ultimo tra questi è anche lui stesso, che si è messo a disposizione del vangelo. Luca 5,1-11. Gesù parla alla folla, che lo segue e lo ascolta con avidità. Poi induce Pietro a gettare le reti, nonostante che in quella notte non abbiano preso nulla. La pesca è grandiosa e Pietro riconosce che il risultato è miracoloso. Gesù invita Pietro, ma anche Giacomo e Giovanni, a seguirlo e a diventare « pescatori di uomini ».

Riflettere Da sempre Dio associa gli uomini a realizzare i suoi progetti sull’umanità. Lo ha fatto con Noè, Abramo, Mosè, con i profeti e gli apostoli. Lo fa ancora oggi chiamandoci a prendere parte in modo più diretto alla vita della chiesa. La prima lettura racconta la chiamata del profeta Isaia. Siamo al capitolo sesto, ma è come se il suo libro cominciasse realmente solo adesso. Nei primi cinque capitoli presenta la situazione problematica di Israele. Accusa il popolo di avere abbandonato il Signore, parla della collera di Dio e dell’attesa di tempi nuovi. Poi presenta la sua chiamata alla profezia. Isaia ha probabilmente meno di trent’anni quando s’incontra con il Signore. È l’anno della morte del re Ozia. La sua è la descrizione di una profonda esperienza religiosa fatta a mo’ di apparizione: assume i contorni di chi ha una visione, con le modalità della cultura e della sensibilità del suo tempo. Isaia sembra trovarsi nel tempio durante l’intronizzazione del nuovo re e vive un’esperienza mistica, a partire dalla trasfigurazione di ciò che gli si presenta. Vede Iahvè seduto in trono come un principe orientale, che con il manto copre l’intero tempio. Davanti a lui vi sono figure mitologiche o angeli, i serafini, che sono per metà uomini e per metà uccello. Essi proclamano Iahvè tre volte santo, mentre le porte vibrano e il tempio si riempie di fumo. Isaia si incontra in questo modo con Iahvè. Scopre la trascendenza, la maestà di Dio, che si manifesta nella cornice di una liturgia solenne. La vita di Isaia sarà per sempre segnata da questa esperienza che gli ha cambiato la vita. Davanti alla trascendenza di Iahvè, Isaia riconosce la sua impurità e la necessità di una purificazione e si domanda come potrebbe, un giovane come lui, annunciare la parola del Signore tre volte santo. Ma uno dei serafini vola verso il suo volto e purifica simbolicamente le sue labbra con un carbone incandescente. Così purificato, Isaia si offre volontario per collaborare con Iahvè a risanare Israele. Iahvè gli ha fatto dono di quest’esperienza particolare, che equivale a una vera e propria chiamata vocazionale. Probabilmente, già prima di questa visione Isaia era un giovane ben disposto, ma da questo momento la sua fede e la sua sicurezza sanno incrollabili. Nella seconda lettura ci troviamo in qualche modo ancora di fronte a una chiamata, quella di Paolo, che da persecutore della chiesa è stato chiamato all’apostolato. Lo dice lui stesso, mentre esprime con sicurezza la sua fede nella risurrezione di Gesù. Nella città di Corinto alcuni, anche tra quelli che hanno accolto il vangelo, sembrano avere qualche incertezza di fronte alla risurrezione dei morti. Ma Paolo reagisce con estrema chiarezza: Gesù è risorto, e dunque anche noi risorgeremo. Che Cristo poi sia risorto, è un fatto documentato più di ogni altro, dice Paolo, esprimendo la fede della chiesa primitiva: « Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture, apparve a Cefa e quindi ai Dodici ». Questa professione di fede, aggiunge Paolo, è un fatto confermato da altre apparizioni del Risorto a Giacomo e a più di cinquecento fratelli. « Ultimo fra tutti apparve anche a me », conclude, portando a testimonianza il suo cambiamento di vita: da persecutore della chiesa, si è fatto apostolo infaticabile del vangelo. Marco e Matteo presentano la chiamata degli apostoli all’inizio della vita pubblica di Gesù. Luca ordina i fatti in modo diverso e in modo curiosamente più problematico. Siamo in questo caso al capitolo quinto; nel capitolo precedente Gesù ha appena guarito la suocera di Pietro, e questo significherebbe che gli apostoli erano già stati scelti e chiamati. Si potrebbe però anche pensare che, secondo Luca, la chiamata degli apostoli non sia avvenuta attraverso un unico incontro, ma in momenti successivi. Comunque è questa la chiamata decisiva, perché Luca al termine dell’episodio scrive che essi « tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono ». Gesù ha cominciato la vita pubblica associando sin da subito altri alla sua missione. La chiamata di Pietro e degli altri due apostoli viene vista da Luca nel contesto simbolico di una pesca straordinaria. Il momento non è propizio per la pesca, quegli uomini di mare lo sanno. Forse con un po’ di scetticismo cedono alle parole di Gesù e calano le reti. Dice il vangelo che « presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano »; che « riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano »… Pietro, che con gli altri ha faticato tutta la notte senza prendere nulla, non fa fatica a cogliere la straordinarietà del miracolo e il mistero di chi gli sta davanti, ed esclama: « Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore ». Gesù invece lo fa « pescatore di uomini ». D’ora in poi Gesù non sarà più solo. Non si dice ancora quale sarà il compito degli apostoli e perché li ha chiamati: si sa però perfettamente che Gesù li ha voluti con sé e che d’ora in poi cambieranno mestiere per mettersi al suo seguito. A guardare le cose simbolicamente, nel racconto di questo episodio c’è in filigrana tutta l’avventura della chiesa, la comunità che Gesù ha voluto perché continui la sua missione. Anche il lago che non dà pesci è carico di simboli per la chiesa: è sulla parola di Gesù che la pesca ci sarà, e sarà abbondantissima.

Attualizzare « Chi manderò e chi andrà per noi? », si domanda Iahvè rivolgendosi a Isaia, invitandolo a condividere i suoi sogni per dare inizio a una nuova storia di Israele. « Vi farò pescatori di uomini », dice a sua volta Gesù, invitando Pietro Giacomo e Giovanni a seguirlo e a condividere la sua missione. In ambedue i casi la chiamata è di tipo « vocazionale », coinvolge interamente la persona, prende la vita. Questo tipo di invito da parte di Dio – perché è sempre lui che ci precede nella chiamata – non è mai a tempo, provvisoria, settoriale, ma a « tempo pieno ». « Vivere 24 ore su 24 per Dio », dice lo slogan di una storica campagna pubblicitaria destinata a suscitare nuove vocazioni. « Una vita da marine » si legge in un manifesto negli Stati Uniti, per indicare ciò che la vita di un prete comporta. « Comincio da me, lo propongo a tutti quanti » è la parola d’ordine che si è diffusa in Messico tra i giovani cattolici partecipanti al progetto « I giovani con Cristo per Los Mochis ». Giovani destinati a occuparsi dei ragazzi delle periferie, a cui dare motivazioni forti per uscire dalla loro situazione di disagio ispirandosi alla fede. Di fronte a questa chiamata, la prima reazione spesso non è quella del « perché proprio io? », del rifiuto o del menefreghismo, ma piuttosto quella del disagio, dell’inadeguatezza. Non sono io l’uomo giusto – si pensa – non sono la donna giusta, non sono all’altezza, sono inadeguato. È la reazione che ha avuto Isaia, che dice di avere le labbra impure; di Pietro che chiede a Gesù di allontanarsi da lui, perché è un peccatore. Anche quella di Paolo, che dichiara che il Signore Gesù si è manifestato a lui, ma « come a un aborto », cioè, come a colui che è nato male e viaggiava fuori strada. Ma a guardare alla storia di molte vocazioni, anche straordinarie, si deve riconoscere che Dio è sovranamente libero di fronte alla sua chiamata. Sono frequentissimi i casi di chi dice che prima di essere chiamato era orientato su tutt’altre strade, che non si collocava tra quelle persone per bene, a cui si pensa per questo tipo di chiamata. Isaia, Pietro, Paolo accettano e mettono la loro persona a disposizione: « Eccomi, manda me », dice Isaia. Altre volte la risposta positiva è molto più faticosa. Possiamo ricordare il profeta Geremia, chiede a Iahvè di mandare un altro, perché lui è troppo giovane; Giona, che si dà alla fuga; Mosè che trova il pretesto di non essere sciolto nel parlare. Ma Dio si servirà proprio di loro, così come dimostra di fare spesso con altre persone apparentemente meno adatte per realizzare i suoi piani. Madre Teresa, una minuscola donna albanese partita per le missioni in India, diceva che non c’era persona più inadeguata di lei per fare ciò che stava facendo. Dio chiama anche gli sfaccendati (ricordiamo gli operai dell’ultima ora), magari anche i ritrosi, ma più spesso non chiama i perditempo. Ha chiamato Pietro e gli altri mentre stanno pescando, chiama Matteo mentre si trova al banco delle imposte. E questi mettono a disposizione tutto ciò che sono e hanno: il loro mestiere, le competenze, le proprie idee, fidandosi unicamente della parola di Gesù che invita. La chiamata di Dio rimane sempre qualcosa di misterioso: « Perché sceglie proprio me e non un altro? ». Ma è altrettanto misteriosa la risposta dell’uomo. Comunque una chiamata di Dio porta sempre con sé un enorme carico di responsabilità. « Dio ha bisogno degli uomini » è il titolo di un vecchio film, che esprime qualcosa di reale, perché Gesù ha voluto effettivamente aver bisogno di dodici apostoli per costruire la chiesa e realizzare il regno di Dio. Chiama anche oggi, e se ottiene come risposta un « no », si rivolge a un altro. Dobbiamo però chiederci che cosa sarebbe successo se Pietro avesse rifiutato il suo invito, se avessero detto di « no » sant’Agostino, san Francesco, Ignazio di Lojola, san Giovanni Bosco, il Cottolengo, Madre Teresa, Papa Giovanni, Giovanni Paolo II. Essi invece hanno detto: « Sulla tua parola getterò le reti », e la storia ha preso un corso diverso per se stessi e per gli altri. Il discorso sulla vocazione riguarda tutti da vicino, Non dobbiamo pensare necessariamente alle vocazioni sacerdotali e religiose. Non erano della casta sacerdotale Isaia e Pietro. Non lo era nemmeno Gesù. La vocazione è accogliere la vita mettendo in gioco le qualità che abbiamo, vivendo per qualcosa e per qualcuno. È sempre un « vivere con », un « vivere per ». E non si deve attendere che venga un angelo dal cielo a dirci come rispondere alla nostra vocazione profonda. Basta un tempo più intenso di riflessione personale e di preghiera; oppure la proposta di qualcuno che lo fa a nome della chiesa e ci affascina per il suo modo di vivere. Ancor più è l’esserci dati a un servizio di carità che porta a maturare l’idea che questa può diventare la nostra scelta per la vita. In ogni caso, la scelta di Dio rimane sempre sovranamente e misteriosamente libera, e gli esempi non mancano. Ha chiamato Paolo nel momento in cui andava a perseguitare i cristiani; ha chiamato l’apostolo dei lebbrosi, il giornalista Raoul Follereaux mentre faceva un safari in Africa; ha chiamato Lorenzo Milani che aveva la madre ebrea e il padre indifferente alla religione; ha chiamato Piergiorgio Frassati, che è nato in una famiglia che si vergognava di lui e delle sue opere di carità.

Lasciarono tutto e lo seguirono « Erano giovani, felici, protese verso un’esistenza che si annunciava ricca di soddisfazioni e di prospettive. Alcune di loro stavano per sposarsi e progettavano una vita piena e completa. Poi un giorno, spesso all’improvviso, è giunta « la chiamata ». Hanno risposto di sì, hanno lasciato tutto e l’hanno seguito. Adesso sono in luoghi che le stesse carte geografiche ignorano, nei lebbrosari, nelle trincee delle metropoli, accanto a chi soffre o muore di Aids. Sono le donne che ho incontrato nel mio viaggio fra le suore, che ho interpellato stupita e commossa per il loro eroismo. « Ho risposto alla sua chiamata perché la felicità che avevo non mi bastava più », mi ha detto con la conferma di una serenità luminosa una suora missionaria, « parroco » in Amazzonia tra i garimpeiros che si dannano a cercare l’oro nelle miniere » (Mariapia Bonanate).

Don Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 5 février, 2016 |Pas de Commentaires »

Pietro Buonaccorsi, called Perino del Vaga – Saint Paul preaching in Athens

Pietro Buonaccorsi, called Perino del Vaga - Saint Paul preaching in Athens dans immagini sacre 0aa4232ae0c2ccc9459a7c885ee74220

https://it.pinterest.com/pin/364862007287686065/

Publié dans : immagini sacre | le 4 février, 2016 |Pas de Commentaires »

UNA BREVISSIMA STORIA DELLA MUSICA SACRA – Marco Frisina

http://www.marcofrisina.com/website-new/musica-liturgica/item/storiamusicasacra-2-3.html

UNA BREVISSIMA STORIA DELLA MUSICA SACRA

Marco Frisina

In ogni secolo e cultura i cristiani hanno voluto cantare la loro fede, esprimendo la bellezza del Vangelo con melodie sublimi, capaci di toccare il cuore del credente e di innalzarlo fino a Dio. L’inizio di tutto questo è nella Bibbia. I cantici, che punteggiano l’intera storia biblica, esprimono lo stupore dinanzi ai grandi avvenimenti della salvezza. Il Canto del mare di Es 15 interpreta liricamente ed epicamente l’episodio fondamentale della storia di Israele: il passaggio del Mar Rosso. Possiamo definirlo uno dei primi esempi di musica sacra perché è l’espressione più pura di come la vita e la fede si fondano insieme per divenire canto, anzi una vera e propria liturgia cantata di un popolo al suo Dio Salvatore. Nel Salterio troviamo raccolti in un solo libro tutte le possibilità espressive di questo canto a Dio “che opera meraviglie”. Ci sono salmi di lode e di supplica, salmi penitenziali e salmi di ringraziamento, lamentazioni e epopee, in una parola c’è tutto l’uomo che canta il suo rapporto con Dio. Nel Nuovo Testamento il Magnificat diviene l’archetipo stupendo di ogni cantico cristiano, l’inno di Maria a Dio Salvatore potente che fa “grandi cose” per i poveri realizzando le sue promesse diviene il canto della Chiesa che al tramonto inneggia al suo Redentore. Ogni musica sacra dipende in qualche modo da questi modelli biblici e nella storia della musica ogni generazione cristiana ha voluto continuare la composizione di questi cantici e di questi salmi, realizzando miriadi di “inni e cantici” al Signore della bellezza. Le melodie della tradizione gregoriana appaiono come una meravigliosa sintesi del primo millennio cristiano. Nella loro semplicità e sublime espressività ci mostrano il connubio perfetto tra melodia e testo sacro; la musica fa emergere la luce contenuta in quelle parole e ispira in chi canta e in chi ascolta una struggente nostalgia del cielo. Dai monasteri al popolo di Dio questo canto produsse effetti meravigliosi creando nell’Occidente cristiano un linguaggio comune, con la sua diffusione diede inizio sia alla musica colta che a quella popolare e segnò l’inizio della vera e propria storia della musica. Col tempo si sentì l’esigenza di unire melodie diverse realizzando così un canto fatto di diversi canti, una “polifonia”. Dal XIII sec. in poi nasce questo nuovo genere musicale in cui l’armonia può essere gustata come unione di voci diverse, come “concordia discors”; il coro a tre voci e poi a quattro, cinque, otto, dodici, addirittura trentasei voci e oltre diviene simbolo di una armonia superiore e inebriante che ricorda le sfere celesti, i cori angelici. Gradualmente però si avvertì il pericolo di smarrire qualcosa; il testo sacro, soffocato tra gli intrecci polifonici, non era più facilmente comprensibile. Il testo doveva ritornare ad essere protagonista: la Scrittura doveva essere cantata e la polifonia doveva porsi al suo servizio. Nacque così quella meravigliosa stagione musicale che fu la polifonia rinascimentale. Tra i tanti grandi autori del cinquecento non possiamo non ricordare Pierluigi da Palestrina, colui che seppe sintetizzare le grandi conquiste contrappuntistiche dei secoli precedenti purificandole in nome di un equilibrio perfetto tra testo, musica ed espressività poetica. Questo periodo se da una parte è il culmine di una civiltà musicale non ne è la fine, anzi può essere definito l’inizio di un nuovo sentire. La Controriforma spinse infatti la Chiesa ad esprimere il Vangelo con maggior forza ed entusiasmo. E fece sorgere molti santi testimoni di una fede intraprendente e “moderna”. L’entusiasmo missionario spinse molti cristiani a guardare al di là dell’Europa vedendo nei nuovi mondi dei nuovi destinatatari del Vangelo. Inoltre si scoprì che la voce umana e gli strumenti potevano essere utilizzati come veicolo delle emozioni più profonde dell’uomo e quindi della fede. La nascita dell’Opera e contemporaneamente dell’Oratorio sacro ci mostrano proprio il sorgere di questa nuova sensibilità musicale. La drammatizzazione dell’esperienza di fede, come accade nei grandi oratori barocchi, diviene un modo per esprimere la propria partecipazione al mistero della salvezza dando spazio al cuore, agli umani sentimenti. Già nel Seicento c’era stato Carissimi a portare l’Oratorio a livelli altissimi di arte ma fu nel secolo successivo che questo genere sacro ebbe la sua massima espressione. La Riforma protestante aveva sostituito i tradizionali canti della tradizione medioevale con nuovi canti più semplici e scarni per favorire la partecipazione dei fedeli: i corali. Queste composizioni divennero il tramite per l’istruzione della gente semplice che potevano imparare, insieme alle semplici melodie, anche brani interi della Scrittura cantandoli nella propria lingua. Da questi corali i musicisti trassero il materiale per le loro grandi composizioni. Bach scrisse centinaia di cantate semplicemente rivestendo quei corali di cori e arie stupende. La commozione e la partecipazione al misero della Redenzione che egli seppe esprimere segnarono la storia della musica per sempre; l’arte sacra ebbe in lui un punto d’arrivo e nello stesso tempo un punto di partenza. Nell’epoca successiva la musica sacra continuò i suoi splendori barocchi con i grandi autori del settecento, basta ricordare in Italia Pergolesi che nella sua breve vita seppe donarci alcuni capolavori come lo Stabat Mater. Alla fine del secolo però una nuova sensibilità si fa largo trascinando con sé anche la musica sacra: Mozart e Haydn aprono le porte ad un nuovo modo più articolato e “sinfonico” di concepire la musica sacra. Beethoven e Schubert raccoglieranno le loro intenzioni portandole a contatto con le tematiche romantiche, la musica sacra è diviene l’occasione per esprimere il conflitto del cuore dell’uomo dinanzi al dolore e a Dio stesso.Verdi riassunse magistralmente questo conflitto nella Messa da Requiem in cui la contemplazione dei “novissimi” diviene la sintesi stessa del dramma umano. Il novecento ha ereditato questa fede conflittuale e soprattutto ha fatto proprio il dubbio e addirittura a volte l’”ateismo” moderno. Ma nello stesso tempo una nuova nostalgia del cielo si è fatto largo tra i compositori del novecento, basta pensare alle composizioni sacre di Stravinsky in cui l’autore si rifà ai modi della musica ortodossa, di Rachmaninov, di Poulenc, di Petrassi, Penderecki e altri fino ad arrivare ai contemporanei come Part. La musica sacra continua così il suo cammino esprimendo la bellezza di Dio ed esplorando il cuore dell’uomo alla ricerca della luce che possa donare a tutti, attraverso la musica, uno spiraglio di Paradiso. 

 

Publié dans : musica sacra | le 4 février, 2016 |Pas de Commentaires »

“QUALE UTILITÀ RICAVA L’UOMO DA TUTTO L’AFFANNO PER CUI FATICA SOTTO IL SOLE?” – (QUOÈLET)

http://www.gliscritti.it/approf/varie/qoelet.htm

“QUALE UTILITÀ RICAVA L’UOMO DA TUTTO L’AFFANNO PER CUI FATICA SOTTO IL SOLE?”

Uno sguardo d’insieme sul Qoèlet di Carlo Ancona

Il Prologo del Qoèlet apre con una domanda:

Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? (Qo 1,2-3) Tale domanda ritornerà nello scritto varie volte, come la questione che non dà pace a Qoèlet, a causa della quale non smette di ricercare, osservare e considerare la realtà della vita per trovare una risposta. Ora Qoèlet è un saggio (12,9) e come tale, secondo la concezione sapienziale ebraica, è capace di uno sguardo lucido sulla realtà, di uno sguardo che sa cogliere il punto di vista di Dio sulla vita e di trarne degli insegnamenti. Ebbene Qoèlet dopo aver posto tale sguardo sul mondo afferma con forza: che vantaggio ne viene da tutta la fatica spesa per essere saggio (1,17), per fuggire l’empietà (8,10ss), ricercare la gioia (2,2), comportarmi bene (6,8)? Non ne viene niente in cambio, non c’è alcun vantaggio/profitto, gli empi spesso guadagnano di più, sembrano vivere meglio (8,14), l’egoista e l’avaro prosperano, il saggio fa la stessa fine dello stolto (2,15), non tutti gli uomini giusti hanno una vita piena o in pace (7,15; 9,2), alla fine nessuna fatica che l’uomo compie sotto il sole è in grado di cambiare il corso delle cose (1,15) poiché tutto è vanità. Ecco che, quindi, come un ritornello viene ripetutamente affermato:

Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche (cfr. Qo 2,24-25; 3,12; 3,22; 5,17; 8,15; 9,7; 9,9; 11,9). Una risposta di questo tipo appare scandalosa presa così come suona, sembra quasi indirizzare l’uomo ad una ricerca del piacere come fuga da un destino ineluttabile nei confronti del quale non ha armi, una visione estranea al messaggio biblico ed evangelico; eppure il testo è chiaro e questa specie di ritornello viene più volte ribadito all’interno del libro che resta comunque un libro canonico, contenente la Parola di Dio. Come affrontare il problema? Conviene ricordare che nei testi sacri le contraddizioni e/o le incongruenze, lungi dall’essere semplici errori o sviste, ad una lettura approfondita risultano spesso gravide di significato. Nel caso in questione il cardine attorno a cui far ruotare la nostra discussione è proprio la domanda posta da Qoèlet:

Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? Più avanti nel testo pone la stessa domanda utilizzando le categorie del vantaggio (Qo 2,15; 3,9; 5,15; 6,8), a volte si chiede quale profitto ne ha l’uomo (Qo 2,22) o ancora, riferito alla ricerca della gioia: a che giova? (Qo 2,2) Il punto di rottura con la realtà nel libro non sembra essere nelle risposte (che sono in gran parte difficilmente confutabili) ma nella domanda. La domanda così formulata fa riferimento ad un rapporto Dio-uomo alterato e falso e ad una visione distorta della realtà. Vantaggio, utilità, profitto sono categorie che svelano un’idea di Dio come di un padre-padrone che possiede le cose buone, sono Sue e le elargisce solo a chi vuole, anzi a chi si comporta secondo le regole da Lui imposte che vengono così a configurare un sistema di vita competitivo in cui alcuni sono in vantaggio, più buoni, più meritevoli rispetto ad altri. In questa visione Dio possiede tali cose e gli uomini devono comportarsi in un determinato modo (essere buoni), chiedere insistentemente con la preghiera con offerte e promesse tali doni per sperare di riceverne alcuni. Alla base di questo rapporto con Dio c’è una mentalità « commerciale », di scambio tipo « do ut des » in cui l’uomo cerca di comprare favori da Dio con buone azioni (non è questo il meccanismo che sottende talvolta la comprensione dei fioretti o di una certa impostazione dell’ascesi in generale?). Quindi l’uomo per avere la salute, la gioia, il successo, la pace, per riuscire nelle sue imprese, per avere una discendenza, ecc, deve osservare i comandamenti, deve pregare, fare sacrifici ed offerte (pensiamo alla nostra preghiera se non è in radice spesso intrisa di questa mentalità pagana!). Questa sembra essere la visione del rapporto Dio-uomo nella quale nasce il libro del Qoélet. In tale contesto, una domanda del genere non può che avere una risposta consona con quella che da l’Autore: se cerchi un vantaggio non lo avrai! D’altronde tale affermazione ha le caratteristiche evangeliche che Gesù proclama quando descrive il rapporto tra il Padre e l’uomo con le « scandalose » parabole del figliuol prodigo (Lc 15,11ss) o degli operai dell’ultima ora (Mt 20,1ss): né il figlio maggiore né gli operai della “prima” ora avranno un vantaggio per la loro fatica rispetto al figlio minore o a gli operai dell’ “ultima” ora appunto (ma non per questo non avranno tutto comunque, anche se non è un tutto che li porrà in vantaggio rispetto ai fratelli). Se già nell’AT tale mentalità “commerciale” nei riguardi di Dio, che vede un punto nodale nel sacrificio (il sacrificio di animali da compiersi al Tempio) viene criticata, essa viene completamente scardinata da Gesù che mostra di non essere venuto nel mondo a modificare l’oggetto di questo rapporto sacrificale con Dio (nel senso che prima si sacrificava qualcuno o qualcosa e da Gesù in poi sono io a sacrificarmi, compiendo determinate azioni o « buone azioni »), ma ad abolire il sacrificio, a dichiarare nullo questo rapporto di scambio con il Padre e riportarlo alla verità primordiale già affermata fin dalla creazione in Genesi (Gen 3), la gratuità dell’Amore (Giovanni mostra bene tale concetto quando nella purificazione del Tempio descrive Gesù che caccia non solo i mercanti ed i cambiavalute ma anche tutti gli animali che servivano per i sacrifici, cfr.Gv 2,14-16). Il problema serio è di capire che con Dio non si può avere questo atteggiamento, non possiamo cercare di rubargli l’amore che Lui vuole donarci, dobbiamo invece renderci conto della realtà di questo mondo (che la Bibbia proclama contro la mentalità di questo mondo): che tutto proviene da Dio, che la realtà è una benedizione di Dio, che noi viviamo perché investiti continuamente e costantemente (con una fedeltà a noi sconosciuta) da questa benedizione piena che ci permette di vivere (a tutti, buoni e cattivi, cfr. Mt 5,45ss), tutto riceviamo da Dio e gratuitamente (cfr Rm 11,33ss) solo per amore, un amore che ci previene e sorpassa. Questo amore gratuito che è alla base della realtà in cui viviamo scardina dalle fondamenta qualsiasi mentalità commerciale nel rapporto con Dio e determina una inevitabile, cruda ma vera risposta negativa alla domanda di Qoèlet: quale vantaggio ne ho? Nessuno! Non possiamo pensare di faticare (leggi amare) per averne un profitto; l’amore o è libero e gratuito o non è amore! Se Qoèlet nel porre le domande è influenzato da una mentalità che distorce la realtà, tuttavia nella visione critica della vita mostra la sua saggezza ed anche riconoscendo con una enorme sincerità intellettuale che non vengono particolari vantaggi sugli altri dalle fatiche che l’uomo compie sotto il sole, sapientemente afferma che questa fatica è riconosciuta da Dio, è fatta davanti a Dio e gradita a Dio, in questa fatica ci sono già i suoi doni, c’è già la benedizione di Dio (e non contro gli altri o rispetto agli altri) e soprattutto che dobbiamo saperne godere appieno oggi, concretamente, è un dono, una benedizione per la nostra vita e deve essere accolta per renderla bella e piacevole (2,24ss; 3,13; 5,18; 9,7ss):

Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. Difatti, chi può mangiare e godere senza di lui? (Qo 2,24-25) Così tra le righe del Qoèlet emerge un inno alla gioia con un ammonimento per coloro che non sapranno goderne appieno:

Stà lieto, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. E sappi (però) che su tutto questo Dio ti convocherà in giudizio (Qo 11,9) (La traduzione CEI vede la presenza di un avversativo – « però » – che manca in traduzioni più recenti, cfr L. Mazzinghi. La Sapienza di Israele, Oscar Mondadori, Milano 2000). Questa gioia nasce dal riconoscere i doni di Dio sulla nostra vita e pone l’uomo nella dimensione che più gli è propria, quella della festa e del ringraziamento:

Và, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto, perché Dio ha gia gradito le tue opere. In ogni tempo le tue vesti siano bianche e il profumo non manchi sul tuo capo. Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace, che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole (Qo 9,7-9). Se Qoèlet tiene costantemente un occhio fisso sulla terra, ai beni materiali che dobbiamo imparare a godere sotto il sole, l’altro occhio è sempre rivolto al cielo, a Dio. La cifra teologica che usa il Qoèlet per rendere questo saper godere alla presenza di Dio, sotto il suo sguardo, è quella del Timore di Dio che non è mai il terrore ma semplicemente la percezione della Sua presenza accanto a noi, del Suo sguardo benevolo su di noi (Qo 3,14; 5,6; 7,18; 8,12; 12,13).

Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto. (Qo 12,13) Con queste precisazioni le affermazioni che dà il Qoèlet appaiono meno scandalose ed anzi ci ricordano che il saper godere della vita davanti a Dio, dei doni che continuamente riceviamo da Lui, ci avvicinerà alle leggi che la sua Sapienza ha imposto a questo mondo e non potrà che farci compiere un passo in più nella Verità.

In ogni tempo le tue vesti siano bianche e il profumo non manchi sul tuo capo.

Christ, Not of This World

Christ, Not of This World dans immagini sacre christnotofthisworld1
http://www.lukedingman.com/icons1.htm

Publié dans : immagini sacre | le 3 février, 2016 |Pas de Commentaires »

TAIZÉ 2016 – FEBBRAIO – SALMO 19

http://www.taize.fr/it_article172.html

Testo biblico con commento

Queste meditazioni bibliche mensili sono proposte per sostenere una ricerca di Dio nel silenzio e nella preghiera, anche nella vita quotidiana. Si tratta di prendere un’ora per leggere in silenzio il testo biblico suggerito, accompagnato dal breve commento e dalle domande. Ci si riunisce poi in piccoli gruppi, da 3 a 10 persone, a casa di uno dei partecipanti o in chiesa, per un breve scambio su ciò che ognuno ha scoperto, con eventualmente un momento di preghiera.

TAIZÉ 2016 – FEBBRAIO – SALMO 19

Salmo 19: Dio nei cieli, nella sua Legge, in me I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia. Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio e ai confini del mondo il loro messaggio. Là pose una tenda per il sole che esce come sposo dalla stanza nuziale: esulta come un prode che percorre la via. Sorge da un estremo del cielo e la sua orbita raggiunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore.   La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, rimane per sempre; i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti, più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante.   Anche il tuo servo ne è illuminato, per chi li osserva è grande il profitto. Le inavvertenze, chi le discerne? Assolvimi dai peccati nascosti. Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato. Ti siano gradite le parole della mia bocca; davanti a te i pensieri del mio cuore, Signore, mia roccia e mio redentore. (Salmo 19)

A che cosa assomiglia Dio? Come conoscerlo? Questo salmo luminoso contempla due modi in cui Dio si comunica.

In primo luogo, nei versetti 1 a 6, è la bellezza del cosmo che parla di Dio. Il maestoso movimento dei cieli è silenzioso e senza parole – nessun discorso, nessuna parola – ma pieno di significato: egli parla, rivela. È vero che lo studio scientifico dei fenomeni naturali fornisce una prospettiva affascinante supplementare sulla sapienza e la grandezza divine, ma qui l’accento è semplicemente messo sulla straordinaria bellezza del mondo naturale che noi possiamo percepire – una bellezza inspiegabile, che indica, al di là di se stessa, il mistero del Creatore. “Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio”: questa comunicazione di Dio è aperta a tutti gli abitanti della terra, qualunque siano la loro origine, l’educazione o la religione.

Nei versetti 7-11, il salmista passa dalla contemplazione del sole del mondo materiale al sole interiore: il sentimento di ciò che è buono e giusto, presente in ogni essere umano. Se seguiamo risolutamente questo sentimento, esso illumina e riscalda tutta l’esistenza umana. È il disegno di Dio per noi, un riflesso della sua identità. Come la bellezza della natura, è una dimensione con cui Dio comunica qualcosa di se stesso a tutti coloro che vogliono farvi attenzione ovunque si trovino. San Paolo, in Romani 2,14-18, spiega come questa percezione di bontà – questa “legge” – può essere “scritta nel cuore” di tutti gli esseri umani. Ma per i credenti ebrei, essa ha ricevuto una concretizzazione particolare, perché è stata loro rivelata verbalmente attraverso i “comandamenti” divini centrati sull’amore. Rispetto al linguaggio silenzioso dei cieli, questa comunicazione mostra un aspetto più intimo e più importante della natura divina, un aspetto legato più profondamente all’esistenza umana; è significativo che il nome di Dio, “il Signore”, che non compare nei primi sei versetti, è menzionato sette volte nella seconda parte del salmo.

Espressioni come “legge” e “comandamento” possono respingere. Ed è vero che, finché riteniamo che ciò che più conta per Dio è l’obbedienza alle leggi e agli obblighi, avremo paura di perdere la nostra libertà. Saremo tentati di ribellarci e faremo il minimo necessario. Ma se comprendiamo sempre più profondamente che quello che Dio vuole da noi, è innanzitutto accogliere il suo amore e amarci gli uni gli altri, allora tenderemo, come tutti quelli che amano veramente, a fare il massimo invece del minimo. Allora questi “comandamenti” si riveleranno pieni di gioia e d’ispirazione – radiosi, affidabili, validi, dolci. Il salmo termina con una nota più personale. Dopo aver contemplato la bellezza di Dio nella creazione e nei suoi progetti per l’esistenza umana, il salmista sente fortemente la sua incapacità a vivere pienamente in armonia con tutto questo. Ma egli non si lascia andare a esagerati sensi di colpa, chiede semplicemente di essere perdonato per ciò che, consapevolmente o meno, non è stato, e a essere custodito da errori gravi. L’ultimo verso esprime un bellissimo scambio: avendo trovato gioia nelle parole di Dio rivolte a lui (o lei), il salmista prega affinché le sue parole e le sue meditazioni, diano a loro volta gioia a Dio. Le ultime parole sono un’espressione molto personale di fiducia: Dio, la cui gloria si dispiega in tutto il mondo dal cielo, la cui bontà e giustizia sono trasmesse al suo popolo con la sua Legge, è anche la mia sicurezza (“mia roccia”) e colui che mi dà la mia libertà (“il mio Redentore”). – Quali sono gli aspetti del mondo naturale che trovo particolarmente belli? Potrei prendere un po’ di tempo in questi giorni a contemplare questa bellezza e lasciare che Dio mi parli? – Quali atti di bontà umana mi procurano gioia, o mi sembrano preziosi come l’oro o dolci come il miele? Come entrare più profondamente in questo movimento di bontà? – Come Gesù è venuto “non ad abolire ma a dare pieno compimento” a queste cose (cfr Matteo 5, 17)?

 

Publié dans : BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI, TAIZÉ | le 3 février, 2016 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – 6. MISERICORDIA E GIUSTIZIA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2016/documents/papa-francesco_20160203_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 3 febbraio 2016

6. MISERICORDIA E GIUSTIZIA

Cari fratelli e sorelle, buongiorno,

La Sacra Scrittura ci presenta Dio come misericordia infinita, ma anche come giustizia perfetta. Come conciliare le due cose? Come si articola la realtà della misericordia con le esigenze della giustizia? Potrebbe sembrare che siano due realtà che si contraddicono; in realtà non è così, perché è proprio la misericordia di Dio che porta a compimento la vera giustizia. Ma di quale giustizia si tratta? Se pensiamo all’amministrazione legale della giustizia, vediamo che chi si ritiene vittima di un sopruso si rivolge al giudice in tribunale e chiede che venga fatta giustizia. Si tratta di una giustizia retributiva, che infligge una pena al colpevole, secondo il principio che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto. Come recita il libro dei Proverbi: «Chi pratica la giustizia è destinato alla vita, ma chi persegue il male è destinato alla morte» (11,19). Anche Gesù ne parla nella parabola della vedova che andava ripetutamente dal giudice e gli chiedeva: «Fammi giustizia contro il mio avversario» (Lc 18,3). Questa strada però non porta ancora alla vera giustizia perché in realtà non vince il male, ma semplicemente lo argina. È invece solo rispondendo ad esso con il bene che il male può essere veramente vinto. Ecco allora un altro modo di fare giustizia che la Bibbia ci presenta come strada maestra da percorrere. Si tratta di un procedimento che evita il ricorso al tribunale e prevede che la vittima si rivolga direttamente al colpevole per invitarlo alla conversione, aiutandolo a capire che sta facendo il male, appellandosi alla sua coscienza. In questo modo, finalmente ravveduto e riconoscendo il proprio torto, egli può aprirsi al perdono che la parte lesa gli sta offrendo. E questo è bello: a seguito della persuasione di ciò che è male, il cuore si apre al perdono, che gli viene offerto. È questo il modo di risolvere i contrasti all’interno delle famiglie, nelle relazioni tra sposi o tra genitori e figli, dove l’offeso ama il colpevole e desidera salvare la relazione che lo lega all’altro. Non tagliare quella relazione, quel rapporto. Certo, questo è un cammino difficile. Richiede che chi ha subìto il torto sia pronto a perdonare e desideri la salvezza e il bene di chi lo ha offeso. Ma solo così la giustizia può trionfare, perché, se il colpevole riconosce il male fatto e smette di farlo, ecco che il male non c’è più, e colui che era ingiusto diventa giusto, perché perdonato e aiutato a ritrovare la via del bene. E qui c’entra proprio il perdono, la misericordia. È così che Dio agisce nei confronti di noi peccatori. Il Signore continuamente ci offre il suo perdono e ci aiuta ad accoglierlo e a prendere coscienza del nostro male per potercene liberare. Perché Dio non vuole la nostra condanna, ma la nostra salvezza. Dio non vuole la condanna di nessuno! Qualcuno di voi potrà farmi la domanda: “Ma Padre, la condanna di Pilato se la meritava? Dio la voleva?” – No! Dio voleva salvare Pilato e anche Giuda, tutti! Lui il Signore della misericordia vuole salvare tutti!. Il problema è lasciare che Lui entri nel cuore. Tutte le parole dei profeti sono un appello appassionato e pieno di amore che ricerca la nostra conversione. Ecco cosa il Signore dice attraverso il profeta Ezechiele: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio […] o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» (18,23; cfr 33,11), quello che piace a Dio! E questo è il cuore di Dio, un cuore di Padre che ama e vuole che i suoi figli vivano nel bene e nella giustizia, e perciò vivano in pienezza e siano felici. Un cuore di Padre che va al di là del nostro piccolo concetto di giustizia per aprirci agli orizzonti sconfinati della sua misericordia. Un cuore di Padre che non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe, come dice il Salmo (103,9-10). E precisamente è un cuore di padre che noi vogliamo incontrare quando andiamo nel confessionale. Forse ci dirà qualcosa per farci capire meglio il male, ma nel confessionale tutti andiamo a trovare un padre che ci aiuti a cambiare vita; un padre che ci dia la forza di andare avanti; un padre che ci perdoni in nome di Dio. E per questo essere confessori è una responsabilità tanto grande, perché quel figlio, quella figlia che viene da te cerca soltanto di trovare un padre. E tu, prete, che sei lì nel confessionale, tu stai lì al posto del Padre che fa giustizia con la sua misericordia.

Publié dans : catechesi del mercoledì, PAPA FRANCESCO | le 3 février, 2016 |Pas de Commentaires »

Mosé, l’acqua scaturisce dalla roccia, Catacombe, Roma

Mosé, l'acqua scaturisce dalla roccia, Catacombe, Roma dans immagini sacre water-from-the-rock-moses-struck-the-rockroman-catacombs-4th-century-ad

http://rastafarirenaissance.com/2013/06/16/

Publié dans : immagini sacre | le 2 février, 2016 |Pas de Commentaires »
12345...1039

Ecrire sans censures ! |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31