San Charbel (foto originale)

Saint-Charbel

Publié dans : immagini sacre | le 24 juillet, 2017 |Pas de Commentaires »

SAN CHARBEL MAKHLOUF 24 LUGLIO (MF)- VITA DI UN EREMITA

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SAN CHARBEL MAKHLOUF 24 LUGLIO (MF)- VITA DI UN EREMITA

(c’è poco, quasi tutto in francese)

Il nostro Santo nacque in Beqakafra, paese distante a 140 Km. della capitale del Libano, Beirut, un giorno 8 di maggio dell’anno di 1828; quinto figlio di Antun Makhlouf e Brigitte Chidiac, pia famiglia di contadini. Otto giorno dopo la sua nascita, ricevette il battesimo, nella chiesa di Nostra Signora del suo paese,dove i suoi genitori gli hanno imposto il nome di Yusef.(Giuseppe) I primi anni trascorsero in pace e tranquillit?, circondato della sua famiglia e sopratutto dell’insigne devozione di sua madre, che per tutta la sua vita fece pratic? con la parola e le opere la sua fede religiosa, dando esempio ai suoi figli che crebbero, cos? nel santo timore di Dio. A tre anni, il padre di Yusef fu arruolato dall’Esercito turco, che combatteva in quel momento de contro le truppe egizie. Suo padre muore ritornando a casa e sua madre passato po’ di tempo si risposa con un uomo devoto e perbene, che successivamente ricever? il diaconato. Yusef aiut? sempre il suo patrigno in tutte le cerimonie religiose, rivelando fin dal principio un raro ascetismo ed inclinazione alla vita di preghiera.
INFANZIA
Yusef impar? le prime nozioni nella scuola parrocchiale del suo paese, piccola stanza adiacente alla chiesa. All’et? di 14 anni si dedica a curare un gregge di pecore vicino alla casa paterna; e in questo periodo iniziano le sue prime e autentiche esperienze riguardanti la preghiera, si ritirava costantemente in una caverna che aveva scoperto vicino ai pascoli, e l? passava molte ore in meditazione, ricevendo spesso le burle degli altri ragazzi come Lui pastori della zona. A parte il suo patrigno (diacono), Yusef ebbe due zii da parte di madre che erano eremiti e appartenenti all’Ordine Libanese Maronita, e da essi accorreva con frequenza, trascorrendo molte ore in conversazioni, riguardanti la vocazione religiosa e il monacato, che ogni volta si fa pi? significativo per Lui.
LA VOCAZIONE
All’et? di 20 anni, Yusef ? un uomo fatto, sostegno della casa, Lui sa che presto dovr? contrarre matrimonio, tuttavia, resiste all’idea e prende un periodo di attesa di tre anni, nei quali ascolt? la voce di Dio « Lascia tutto, vieni e seguimi » si decide, e quindi, senza salutare nessuno, nemmeno sua madre, una mattina dell’anno di 1851 si dirige al convento della Madonna di Mayfouq, dove sar? ricevuto prima come postulante e poi come novizio, facendo una vita esemplare sin dal primo momento, sopratutto riguardo all’obbedienza. Qu? Yusef prese l’abito di novizio e rinunzi? al suo nome originale per scegliere quello di CHARBEL, un martire di Edessa vissuto nel secondo secolo.
STUDI PER SACERDOTE
Passato qualche tempo lo trasferirono al convento di Annaya, dove profess? i voti perpetui come monaco nel 1853. Subito dopo, l’obbedienza lo port? al monastero di San Cipriano di Kfifen (nome del paese), dove realizz? i suoi studi di filosofia e teologia, facendo una vita esemplare soprattutto nell’osservanza della Regola del suo Ordine. Fu ordinato sacerdote il 23 luglio 1859 da parte di Mons. Jose al Marid, sotto il patriarcato di Paulo Massad, nella residenza patriarcale di Bkerke. Da poco tempo ordinato, il P. Charbel ritorn? al monastero di Annaya per ordine dei suoi superiori. L? pass? lunghi anni, sempre come esempio per tutti i suoi confratelli nelle diverse attivit?, che lo coinvolgevano: l’apostolato, la cura dei malati, cura di anime ed il lavoro manuale (pi? ? umile meglio ?).
L’EREMITA
Cos? trascorse la sua vita in comunit?. Tuttavia, egli anelava ardentemente di essere eremita, e per questo chiese autorizzazione al superiore, il quale vedendo che Dio era con Lui redasse l’autorizzazione il 13 di febbraio del 1875. E vi rimase fino al giorno della sua morte avvenuta la vigilia di Natale dell’anno di 1898. Nell’eremo dei santi Pietro e Paolo, il P. Charbel si dedic? al colloquio intimo con Dio, perfezionandosi nelle virt?, nella ascesi, nella santit? eroica, nel lavoro manuale, nella coltivazione della terra, nella preghiera (Liturgia delle ore 7 volte al giorno), e nella mortificazione della carne, mangiando una volta al giorno e portando il cilicio. Il P. Charbel raggiunse la fama dopo il suo morte, iniziando con il prodigio del suo corpo incorrotto, che sudava sangue, quello della luce osservati e constatati non solo dai membri del suo Ordine, ma dal popolo che cominci? a venerarlo come Santo, anche quando la gerarchia ed i superiori ne avevano proibito il culto, in attesa che la Chiesa pronunciasse il suo verdetto.
BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE
Col passare del tempo, ed in vista dei miracoli che faceva e del culto di cui era oggetto, il P. Superiore generale Ignacio Dagher and? a Roma nel 1925 per sollecitare di S.S. Papa Pio XI l’apertura del processo di beatificazione dell’eremita P. Charbel. Durante la chiusura del concilio Vaticano II, il 5 di dicembre di 1965, il papa Paolo VI, lo beatific?, con le seguenti parole: « un eremita della montagna libanese ? iscritto nel numero dei Venerabili… un nuovo membro di santit? monastica arricchisce con il suo esempio e con la sua intercessione tutto il popolo cristiano. Egli pu? farci capire in un mondo affascinato per il comfort e la ricchezza, il grande valore della povert?, della penitenza e dell’ascetismo, per liberare l’anima nella sua ascensione a Dio ». Il 9 di ottobre di 1977 durante il sinodo mondiale di vescovi, lo stesso Papa canonizz? al Beato Charbel, elevando lo agli altari con il seguente formula:  » In onore della Santa ed Unica Trinit? per esaltazione della fede cattolica e promozione della vita cristiana, con l’autorit? del nostro Signore Ges? Cristo, e dei venerabili apostoli Pietro e Paolo, e nostra, dopo matura riflessione e implorando l’intenso aiuto divino… decretiamo e definiamo che il Beato Charbel Majluf ? SANTO, e lo iscriviamo nel libro dei Santi, stabilendo che sia venerato come Santo con pietosa devozione in tutta la Chiesa. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. »
Innamorato dell’Eucaristia e del Santa Vergine Maria, San Charbel modello ed esempio di vita consacrata, ? considerato l’ultimo dei Grandi Eremiti. I suoi miracoli sono molteplici e chi si affida alla sua intercessione, non resta deluso, ricevendo sempre il beneficio della Grazia e la guarigione del corpo e dell’anima.
« Il giusto fiorir?, come una palma, si alzer? come un cedro del Libano, piantato nella casa del Signore. » Sal.91(92)13-14

Parabola del Seminatore

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23 LUGLIO 2017 | 16A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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23 LUGLIO 2017 | 16A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
La parola di Dio propone tre parabole che parlano del regno di Dio tra noi. Regno che viene paragonato alla seminagione di un campo, a un granello di senape e a un po’ di lievito che fermenta la massa. Immagini piene della misericordia di Dio e di speranza.

La parola di Dio
Sapienza 12,13.16-19. « Dopo i peccati. tu concedi il pentimento », dice la Sapienza. E usi misericordia verso ogni uomo, perché tu sei buono e tutti sono tuoi figli.
Romani 8,26-27. Continua il capitolo ottavo della lettera di Paolo ai cristiani di Roma. Proseguendo nelle sue considerazioni, Paolo assicura che lo Spirito Santo intercede per noi, e ci fa capire quali sono le cose che dobbiamo chiedere e ciò che il Padre vuole da noi.
Matteo 13,24-43. Ci vengono proposte tre parabole, tutte e tre molto conosciute. Quella del grano e della zizzania è un invito a riconoscere i tempi di Dio e a imparare la tolleranza; quelle che paragonano il regno di Dio a un granellino di senapa e al lievito, sono parabole di fiducia nella forza prorompente del vangelo.

Riflettere
Continua la sezione di Matteo dedicata alle parabole. Ci viene presentata un’altra strana seminagione da parte di Dio. Una settimana fa, si parlava di un contadino che seminava sulla strada, tra le pietre e le spine… Oggi sembra quasi che Dio sbagli seminagione e insieme al grano buono semini anche le erbacce.
In realtà non è lui a seminare la zizzania, ma è il suo « nemico », che lo fa di notte, mentre il padrone e i servi dormono.
La parabola intende probabilmente infondere sicurezza e conforto ai cristiani della prima ora, che si sentivano in difficoltà di fronte a una società pagana chiusa ai valori e arrogante, che impediva l’affermarsi del vangelo.
Il campo questa volta è il mondo, la società, la stessa chiesa, siamo noi, persone singole, che vediamo tanto bene svilupparsi, tanti fermenti positivi, ma mescolati a tanto male, soffocati dalla zizzania.
« Il nemico » ha seminato della erbaccia. Non siamo stati noi, non ne siamo noi i responsabili, anzi ci chiediamo chi può aver fatto questo, di chi sono le responsabilità. Pensando a tragedie immani, come i campi di sterminio e le guerre di aggressione o la tortura, ma anche a chi davanti ai nostri occhi si presenta arrogante e fa il male, ci domandiamo: che fare?
I servitori sono impazienti: colti nel sonno dal nemico, ora che vedono l’erbaccia crescere vorrebbero ripulire il campo, strappare la zizzania.
Il significato della parabola è molto conosciuto. Forse non ci sorprende più, ma al tempo di Gesù, e anche oggi, non sono mai mancati coloro che vorrebbero anticipare i giudizi di Dio e si manifestano intolleranti verso coloro che guastano la società oppure verso coloro che, pur essendosi messi al seguito di Gesù, vivono male il cristianesimo.
Spesso queste persone zelanti sono in buona fede, vorrebbero difendere i più giovani, i più deboli, affermare il bene a ogni costo. È l’impazienza, l’inquietudine dei migliori, che vorrebbero pulire l’aia e mandare al fuoco ogni pianta che non porta frutto, come Giovanni Battista (Mt 3,7-10) o che per difendere la purezza della fede fanno sgozzare centinaia di falsi profeti come Elia (1Re 18,40).
Ma il male, l’infedeltà, l’incoerenza, lo scandalo, le proposte negative non possono essere facilmente eliminate. In ogni caso Gesù rifiuta interventi radicali. « C’è una tolleranza che è sinonimo di indifferenza; non è certo il caso della parabola, che parla di una tolleranza generata dall’amore » (Bruno Maggioni).
Alla parabola della zizzania, seguono due belle parabole sul regno di Dio, paragonato a un granello di senapa, che cresce a dismisura e in brevissimo tempo, pur essendo il più piccolo di tutti i semi.
Questo granello è Gesù stesso, seme gettato in terra a marcire, che risorge e porta molto frutto.
L’altra parabola parla del regno di Dio come lievito, che fermenta la pasta dal di dentro, in profondità, e la fa diventare pane buono. Il lievito è invisibile, ma senza di lui l’evoluzione della farina in pane non avviene. Sono il simbolo del bene che sono chiamati a compiere i cristiani: la loro testimonianza, anche quando è piccola e sproporzionata come un granello di senape, lascia sempre il segno e costruisce il regno.
Queste due parabole sono state comprese facilmente dagli apostoli, mentre per quella della zizzania chiedono a Gesù che gliela spieghi. La tolleranza di Dio a volte appare addirittura incomprensibile. Soprattutto perché non è la pazienza di chi aspetta al varco il peccatore rimandando la vedetta al giorno del giudizio, ma è la tolleranza dell’amore, che dà tempo a ciascuno di pentirsi e di diventare erba buona per produrre un buon raccolto.

Attualizzare
La parabola del grano e della zizzania è sempre di attualità, perché anche oggi, come al tempo di Gesù, ci sono tra noi gli intolleranti, i puri, coloro che vorrebbero mandare a morte, seppellire in galera ed escludere dalla società tutti quelli che si comportano male, e sono impazienti di vedere realizzati i severi giudizi di Dio.
Convinciamoci intanto che il male c’è. È la triste constatazione di tanti genitori che vedono i figli perdersi, degli educatori e dei movimenti: chi mai ha messo la zizzania nelle nostre famiglie, nella società, nella chiesa? C’è un « nemico » che semina di notte, mentre noi non siamo abbastanza vigili e attenti.
C’è il male, e prendiamone atto. Nel senso di riconoscerlo e chiamarlo per nome, senza pudori e false timidezze. Perché oggi a volte prendiamo facilmente tutto per buono, fino a non saper più distinguere ciò che è bene da ciò che non lo è.
Di fronte al male scopriamo con stupore il silenzio di Dio e facciamo fatica a comprendere. Come spiegarlo? È il trionfo apparente di ciò che è sbagliato, la serenità incosciente di tanti che allegramente distruggono la società e si autodistruggono. Pensano: « Ho peccato, ma non mi è capitato niente ».
Ma il silenzio di Dio nasce dallo stile di Dio, che è misericordia infinita, e sa che la zizzania può trasformarsi miracolosamente in grano. Così è stato per tante personalità straordinarie, da san Paolo a san’Agostino, da san Francesco d’Assisi a Edith Stein, e Charles de Foucauld, Jacques Fesch… i grandi san’Ignazio e san Camillo de Lellis.
Dio non ha fretta: la storia ha bisogno di tempi lunghi! « I cattivi esistono a questo mondo o perché si convertano, o perché per essi i buoni esercitino la pazienza » (sant’Agostino).
Non giudichiamo e non arroghiamoci un diritto che è solo di Dio, perché noi stessi in fondo siamo un misto di grano buono e di zizzania e la pazienza la dobbiamo esercitare anche con noi stessi, perché non sempre riusciamo a fare il bene che vorremmo.
Infine ci sono le ultime due parabole, piene di positività e di speranza. Il piccolo seme e il lievito sono simbolo di Gesù, simbolo del cammino della chiesa. Ottimismo e fiducia: la storia va verso il meglio, perché è guidata da Dio. A noi il compito di nutrirci di Gesù per diventare come lui, di lasciarci lievitare dalla sua parola, per portare frutto.

Gli uomini non sono mele
Nel film Là dove scende il fiume, parlando di un ex-bandito, un tale dice: « Quando una mela è marcia, non c’è niente da fare: non diventa più sana, anzi, guasta tutte le altre ». Il protagonista, James Stewart, commenta: « Ma gli uomini non sono mele! ».
Don Bosco, a proposito dei ragazzi difficili, diceva: « Prendete una mela marcia, apritela, spaccatela in due e vedrete che i semi sono buoni. Seminate questi semi e avrete delle mele sane e buone ».

Il tuo grido vinse la mia sordità
« Tardi ti amai, o bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti amai! Tu eri dentro di me e io fuori, e lì ti cercavo. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano le tue creature, che non esisterebbero se non fossero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido vinse la mia sordità. Ti assaporai, e ho fame e sete di te. Mi toccasti e aspiro ardentemente alla tua pace. Quando aderirò a te con tutto me stesso, non vi sarà più posto per il dolore e la fatica e la mia vita sarà viva, piena di te » (sant’Agostino).
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 22 juillet, 2017 |Pas de Commentaires »

La creazione del mondo

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Publié dans : immagini sacre | le 19 juillet, 2017 |Pas de Commentaires »

NELLA TENDA DI ABRAMO – PAPA FRANCESCO

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MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE

NELLA TENDA DI ABRAMO – LUNEDÌ, 26 GIUGNO 2017

Dovremmo avere tutti il dna di Abramo, padre nella fede, e vivere con lo stile cristiano dello «spogliamento», sempre «in cammino» senza mai cercare la comodità ma con la capacità di «bene dire». Sicuri che non servono oroscopi o negromanti per conoscere il futuro, perché basta fidarsi della «promessa di Dio». Ecco le coordinate «semplici» della vista cristiana che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata lunedì 26 giugno a Santa Marta.
La prima lettura, ha fatto subito notare il Papa riferendosi al passo tratto dal libro della Genesi (12, 1-9), «ci parla dell’inizio della nostra famiglia, dell’inizio di noi cristiani come popolo». E «incominciò così, con Abramo — ha spiegato — e per questo noi diciamo che Abramo è nostro padre». Ma proprio «il modo come è stato chiamato Abramo segna anche lo stile della vita cristiana, lo stile». Abramo, infatti, risponde alla domanda su «come dobbiamo essere cristiani: se tu vuoi, facilmente vai lì, leggi questo e avrai lo stile». Uno stile che certo si trova «anche nei Vangeli». Ma proprio «come nel seme c’è la adn [l’acido deossiribonucleico, il dna] del frutto che verrà dopo, così in Abramo c’è lo stile della vita cristiana, lo stile di noi come popolo».
E «una prima dimensione di questo stile è lo spogliamento» ha fatto presente Francesco. «La prima parola» che il Signore dice ad Abramo è: «Vattene». Dunque, «essere cristiano porta sempre questa dimensione di spogliamento che trova la sua pienezza nello spogliamento di Gesù nella croce». Per questo «c’è sempre un “vattene”, “lascia”, per dare il primo passo: “Lascia e vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre”» è il comando del Signore per Abramo.
Ma «se facciamo un po’ di memoria — ha proseguito il Papa — vedremo che nei Vangeli la vocazione dei discepoli è un “vattene”, “lascia” e “vieni”». Così è «anche nei profeti, pensiamo a Eliseo, lavorando la terra: “Lascia e vieni” —“Ma almeno permettimi di salutare i genitori” — “Ma va e torna”». È sempre lo stile del «lascia e vieni».
«Un cristiano deve avere questa capacità di essere spogliato» ha insistito il Pontefice. «Al contrario, non ci sono cristiani autentici» e certo «non lo sono quelli che non si lasciano, diciamo, spogliare e crocifiggere con Gesù in croce», come per esempio ha fatto san Paolo. E «Abramo, dice la lettera agli Ebrei, “per fede obbedì” partendo per una terra che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava». Del resto, ha affermato il Papa, «il cristiano non ha oroscopo per vedere il futuro; non va dalla negromante con la sfera di cristallo» perché «vuole che gli legga la mano: no, non sa dove va, va guidato».
«Lo spogliamento», dunque, «è come una prima dimensione della nostra vita cristiana». E questo «perché? Per una ascesi ferma? No, per andare verso una promessa». Ed ecco, allora, «la seconda» dimensione indicata da Francesco: «Noi siamo uomini e donne che camminiamo verso una promessa, verso un incontro, verso qualcosa — una terra, dice ad Abramo — che dobbiamo ricevere in eredità».
«A me piace vedere — ha confidato il Pontefice — come si ripete in questo passo, e in quelli di questo capitolo che seguono, che Abramo non edifica una casa: pianta una tenda, perché sa che è in cammino e si fida di Dio, si fida». E «lui, il Signore, gli farà sapere quale sarà la terra. Abbiamo letto che l’ha fatta vedere: “Alla tua discendenza, io darò questa terra”». Da parte sua, «Abramo cosa edifica, una casa? No, un altare per adorare il Signore: fa il sacrificio e poi prende la tenda e continua a camminare».
È perciò «sempre in cammino». Un atteggiamento che ci ricorda che «il cristiano fermo non è vero cristiano: il cammino incomincia tutti i giorni al mattino, il cammino di affidarsi al Signore, il cammino aperto alle sorprese del Signore, tante volte non buone, tante volte brutte — pensiamo a una malattia, a una morte — ma aperto, perché io so che tu mi porterai a un posto sicuro, a una terra che tu hai preparato per me». Ecco allora, ha proseguito il Papa, «l’uomo in cammino, l’uomo che vive in una tenda, una tenda spirituale: l’anima nostra, quando si sistema troppo, si installa troppo, perde questa dimensione di andare verso la promessa e invece di camminare verso la promessa, porta la promessa e possiede la promessa». Ma «questo non va, non è propriamente cristiano».
«Un’altra caratteristica, un’altra dimensione della vita cristiana che vediamo qui, in questo seme dell’inizio della nostra famiglia, è la benedizione» ha spiegato Francesco. «Per cinque volte — ha fatto notare — va detta la parola “benedizione”, cinque volte in questo piccolo pezzo di nove versetti» tratto dalla Genesi. Perché «il cristiano è un uomo, una donna che “benedice”, cioè dice bene di Dio e dice bene degli altri, e che si fa benedire da Dio e dagli altri per il modo come va avanti».
Riepilogando, ha affermato il Papa, «questo è uno schema, diciamo così, della nostra vita cristiana: lo spogliamento, la promessa e la benedizione, sia quella che Dio ci dà sia quella che noi diamo agli altri». Perché, ha avvertito, «tutti, anche voi laici, dovete benedire gli altri, dire bene degli altri e dire bene a Dio degli altri. E questo è “benedire”». Ma «noi siamo abituati — ha messo in guardia Francesco — a non dire bene tante volte e la lingua si muove un po’ come vuole, no?».
Per questa ragione, ha aggiunto, «mi piace il comandamento che Dio dà al nostro padre Abramo, come sintesi della vita, come deve essere lui: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”». Dunque, ha spiegato, «“cammina nella mia presenza”, cioè davanti a me, lasciandoti spogliare da me e prendendo le promesse che io ti faccio, fidandoti di me, “e sii irreprensibile”». In fondo, ha commentato Francesco, «la vita cristiana è così semplice». E ha suggerito di non dimenticare lo stile dello «spogliamento, la promessa con il fidarsi di Dio e la tenda — senza sistemarsi e installarsi troppo — e la benedizione».

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Il seminatore

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Publié dans : immagini sacre | le 14 juillet, 2017 |Pas de Commentaires »

16 LUGLIO 2017 | 15A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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16 LUGLIO 2017 | 15A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Il capitolo 13 del vangelo di Matteo presenta sei parabole, che ci verranno presentate nelle prossime tre domeniche. In quella di oggi, Gesù si immedesima in un seminatore generoso, che getta il seme anche dove la speranza del raccolto non c’è. Per dire che la parola di Dio riesce a portare frutto al di là di ogni ragionevole aspettativa.

La parola di Dio
Isaia 55,10-11. Come la pioggia e la neve scendono dal cielo, fecondano la terra e la fanno germogliare, così è la parola di Dio. È questo il messaggio pieno di speranza del profeta Isaia.
Romani 8,18-23. L’umanità è in cammino e il regno di Dio si fa strada. È un cammino straordinario, ma che si realizza grazie all’impegno di chi non teme di attendere nella fatica il compiersi delle promesse di Dio.
Matteo 13,1-23. Comincia nel vangelo di Matteo la sezione delle parabole. Gesù spiega perché parla in parabole: per svelare a tutti, nel modo più accessibile, i misteri di Dio. E perché, comprendendoli, possano scegliere, senza scuse, se aderirvi o meno.

Riflettere
Le parabole di Gesù occupano buona parte del vangelo. Gran parte del pensiero teologico di Gesù, più che attraverso teorie astratte, passa attraverso le parabole. È così che presenta il Padre, il regno, se stesso.
Il tono di ogni parabola è semplice e accessibile, per essere compreso da tutti. E nasce sempre dalla vita reale, partendo dalle cose più comuni e quotidiane: gli uccelli del cielo, i gigli del campo, il sole e la pioggia, le nuvole, il tramonto, la vite e il fico, il tarlo e la ruggine, i passeri e gli avvoltoi, i pesci, le pecore, le volpi e lo scorpione…
Gesù racconta la parabola del seminatore in un contesto suggestivo: la gente è molta e trovandosi in riva al lago, sale su una barca e racconta.
La parabola che ci viene proposta oggi è piena di ottimismo e di fiducia. Gesù paragona se stesso a un seminatore generosissimo. Addirittura sembra sprecare tempo e fatica gettando il seme anche là dove non potrebbe attecchire: sulla strada, tra le pietre e le spine.
È una scelta che nasce dal suo amore per ogni uomo, un amore esagerato e senza misura, nella speranza che anche l’uomo più refrattario possa accogliere il seme della sua parola.
Gesù però corregge Isaia, il quale afferma che la parola di Dio, scendendo come la pioggia e la neve, porta sicuramente frutto. In realtà, precisa Gesù, molto dipende dalla qualità del terreno su cui cade il seme.
In questo caso, tre quarti del raccolto vanno persi, lo dice lo stesso Gesù. Forse così avveniva realmente nella quotidianità del contadino ebraico, che aveva a che fare con un terreno arido, pieno di spine e di pietre.
Ma la parabola diventa « giudizio » verso il terreno inadatto a ricevere il seme. Il seme che cade sulla strada, dice Gesù, è quello di chi ascolta la parola, ma non è preparato a comprenderla e non lascia il segno. È la durezza impenetrabile, il rifiuto e l’indifferenza che lo rende inabile ad accoglierla.
Il seme che cade tra i sassi è di chi ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, ma non ha radici e alle prime difficoltà, l’abbandona. È l’esperienza di chi è facile all’entusiasmo, ma che non dà seguito a ciò che ha vissuto. Un fuoco di paglia.
La parola che cade tra le spine è soffocata dalla ricchezza e dall’ambizione. Ma anche dalle prove della vita, dalle crisi esistenziali.
Eppure il raccolto è ugualmente abbondante, continua Gesù: dove il terreno è buono, a volte frutta il trenta, a volte il sessanta, a volte addirittura il cento per cento. In questo caso, sì, il seme della parola di Dio non scende inutilmente e porta frutto.
L’atteggiamento di Gesù, anche nella spiegazione che ne dà, non è negativo, anche se sottolinea che molto dipende dal terreno su cui cade il seme. Parlando di un raccolto del cento per cento, un dato praticamente inverosimile, rivela anche la possibilità di frutti straordinariamente positivi nella seminagione. Soprattutto in campo spirituale sappiamo che può avvenire così. Proprio perché il seminatore è Gesù e si tratta della sua parola, può portare molto frutto.

Attualizzare
La parola di Dio cade su ogni fatto che riguarda la nostra vita: dai vari progetti di legge del nostro governo, ai rincari della benzina. Cade su tutto ciò che ci coinvolge e, come dice Isaia, non cade inutilmente. Ma purtroppo spesso il seme della parola incontra un cuore come il nostro, indaffarato in troppe cose, duro come la roccia. Dobbiamo imparare ad affrontare ogni esperienza mettendola a confronto con questa parola, leggerla e valutarla con l’occhio di Dio.
Il seminatore della parabola è Gesù, che non si mette dalla parte di chi miete, ma di chi semina, e lo fa con una generosità « sprecona » che sorprende. Promette un raccolto impossibile, semina anche sulla dura pietra, anche là dove non ci si può aspettare nulla di buono.
Ma il risultato è legato al terreno, dipende da chi ascolta. Al riguardo mi pare di grande interesse il commento che tempo fa il cardinal Martini ha fatto ai catechisti riuniti a Collevalenza, a partire proprio dalla parabola del seminatore.
Richiamandosi alla descrizione tipologica della parabola evangelica, il cardinal Martini distingueva alcuni gruppi umani:
- Gli uomini-asfalto. La strada è l’asfalto, l’impenetrabile. Sono tutti quei contempora-nei che non percepiscono affatto o rigettano esplicitamente il legame intimo con Dio e con la sua Parola. In essi sembra scomparsa ogni inquietudine e ogni domanda. Sulla strada, sull’asfalto, non cresce niente e non può penetrare alcun discorso religioso. Sono le persone che non hanno domande.
- Gli uomini-terra sassosa. Sono gli incostanti, gli incoerenti, i superficiali, gli individuali-sti. Forse, con un termine riassuntivo, potremmo parlare di battezzati post-cristiani, di gente battezzata ma che non ne accetta le conseguenze per la vita. Per questo, pur affermando di credere in Dio, si ritengono estranei alla chiesa, rifiutano l’ »humus » ecclesiale, rifuggono dall’esperienza comunitaria e parrocchiale. Si può parlare di post-cristiani perché il cristianesimo è già dietro di loro e – pur se significa qualcosa a livello folcloristico, culturale, tradizionale – non vale per l’esistenza quotidiana.
- Gli uomini-terra cespugliosa (le spine). È la gente soffocata dalla mentalità consumisti-ca, è la gente che cerca Gesù Cristo, cerca la chiesa e tuttavia conduce una vita molto pagana, rimanendo indifferente di fronte alle verità, soprattutto morali, del cristianesimo. Sono coloro che accettano un ritualismo esteriore, vogliono il battesimo, la comunione e la cresima per i propri figli, vanno talora in chiesa e chiedono funerali religiosi, ma non comprendono la necessità di una fede coerente nella vita.
- La terra buona. È suddivisa da Gesù in trenta, sessanta e cento. Si tratta di differenze grandi. Potremmo forse tradurre in questo modo:
- il trenta sono i credenti tradizionalisti, molto ligi alle pratiche, anzi rigidi, e però incapaci di aprirsi a nuove proposte. Producono frutto « trenta » perché non accolgono né l’evangelizzazione, né stimoli che escano dagli schemi a cui sono abituati;
- il sessanta sono tutti i « movimentisti »: persone di grande zelo, capaci di fare molte cose ma poco legati alle comunità locali;
- il cento è la mèta cui tutti dobbiamo tendere con la nostra seminagione apostolica.
Noi possiamo specchiarci in qualcuno di questi modelli, ma in realtà siamo qualcosa di mezzo: a volte siamo così e a volte diversi. Facciamo i nostri propositi di bene, abbiamo voglia di impegnarci, di prendere sul serio qualcosa. Di affrontare una buona volta seriamente il problema di Dio, di vivere il cristianesimo in modo meno superficiale. Ma poi ci lasciamo andare in un grigio quotidiano. Siamo un po’ terreno buono e un po’ terreno sassoso.
Quanto a chi è chiamato a seminare, non deve stancarsi di farlo e di offrire la parola anche a chi non sembra disponibile. Senza giudicare, senza pensare e dire « Non merita », « È tempo perso », « Ci ho già provato troppe volte ». Non così fa Dio con noi.
Ma dobbiamo anche chiederci se siamo capaci di usare i toni giusti, le parole giuste, i mezzi più idonei, i momenti più opportuni per raggiungere e farci capire e accogliere da chi ascolta.

Lavorate sul vostro campo
« Cambiate finché è possibile, voltate con l’aratro le parti dure, togliete le pietre dal campo, strappatene le spine. Non abbiate il cuore duro così da far morire subito la parola di Dio. Non abbiate un terreno leggero, in cui la carità non può radicarsi profondamente. Non permettete alle preoccupazioni e ai desideri mondani di soffocare il seme buono… » (Sant’Agostino).
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 14 juillet, 2017 |Pas de Commentaires »

San Benedetto da Norcia

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Publié dans : immagini sacre | le 10 juillet, 2017 |Pas de Commentaires »

SAN BENEDETTO E IL SUO TEMPO – FESTA 11 LUGLIO

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SAN BENEDETTO E IL SUO TEMPO – FESTA 11 LUGLIO

BREVE STORIA DELLA SUA VITA

San Benedetto e l’abate Giovanni, Montecassino
Benedetto nacque nella piccola città di Norcia verso il 480 d.C., in un periodo storico particolarmente difficile.
Quattro anni prima (476) era formalmente finito l’Impero Romano d’occidente con la deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo.
Fu contemporaneo di Teodorico e ne vide fallire nel sangue l’ambizioso progetto di una pacifica convivenza con i Goti ed i Romani; poté assistere agli orrori della terribile guerra fra i Goti e i Bizantini per il predominio dell’Italia (535-553), guerra che lasciò desolato e spopolato il nostro paese tra stragi e pestilenze.
Fu anche contemporaneo di Giustiniano e conobbe le pesanti interferenze dell’imperatore bizantino in materia religiosa, con la conseguente umiliazione dell’autorità papale.
Studente a Roma, constatò di persona lo stato di grave decadenza in cui versava l’antica capitale dell’impero; da essa il giovane Benedetto fuggì via inorridito ritirandosi nel silenzio e nella preghiera nei boschi dell’alta valle dell’Aniene, ai confini tra il Lazio e l’Abruzzo.
Una comunità di monaci di Vicovaro lo volle come abate, ma l’esperimento fu un fallimento: ben presto quei monaci, preoccupati per l’eccessiva austerità e disciplina di Benedetto, tentarono di avvelenarlo.
Dopo questa esperienza, egli intraprese una nuova forma di vita monastica: nella zona di Subiaco, sull’esempio di ciò che aveva fatto duecento anni prima in Egitto san Pacomio, organizzò un gruppo di monaci, suddiviso in dodici comunità di dodici monaci: ciascuna comunità aveva un proprio superiore, mentre Benedetto conservava la direzione generale.
L’invidia di un prete, che non gradiva l’accorrere della gente con ricchi doni ai piedi del santo, costrinse Benedetto ad abbandonare quei luoghi con il gruppo dei suoi discepoli più fidati.
Fra di essi vi erano giovani dell’aristocrazia romana, come Mauro e Placido figli di senatori, ma anche goti e figli di schiavi, gente umile e rozza: per tutti Benedetto era il maestro nella « scuola del divino servizio » (questa è la definizione che egli dà del monastero nella sua Regola).
Così Benedetto gettava le basi di una unità tra barbari e latini molto profonda, perché fondata sulla fratellanza universale insegnata dal Vangelo.
Allontanatosi da Subiaco, Benedetto si diresse a Cassino, sulla cui altura fondò, nel 529, il monastero di Montecassino destinato a diventare il più celebre in Europa.
Là avvenne la sua morte, tra il 543 ed il 555 d.C., in una data che l’antica tradizione ha fissato al 21 Marzo.
Due o tre decenni dopo la sua morte i longobardi attaccarono Montecassino e vi compirono la prima delle memorabili distruzioni che scandiscono, come tappe, la storia di quell’abbazia.
I monaci scampati al disastro si rifugiarono a Roma portando con sé il testo della « Regola », quasi certamente autografo di san Benedetto.
Da loro stessi il papa san Gregorio Magno apprese la vita del grande santo e ce ne trasmise il racconto nel secondo libro dei suoi « Dialoghi » unica fonte storica in nostro possesso per conoscere la vita di san Benedetto..
La Regola benedettina con le sue esigenze di ordine, di stabilità, di sapiente equilibrio fra preghiera e lavoro, si impose ben presto a tutto il monachesimo occidentale e fu seguita in tutti i monasteri europei.
San Benedetto divenne così uno dei santi più popolari e venerati ed apparve a tutti come l’uomo suscitato da Dio per portare la pace là dove erano state seminate le distruzioni e la morte.
Divenuto il simbolo dell’ideale monastico, fu spontaneo attribuire a lui il merito di tutto ciò che il monachesimo, compreso quello pre-benedettino e quello extra-benedettino aveva compiuto a servizio della civiltà.
Così nel 1947, Pio XII lo chiamò « Padre dell’Europa » e il 24 ottobre 1964, in coincidenza con la consacrazione della basilica di Montecassino, ricostruita dopo la distruzione della seconda guerra mondiale, Paolo VI lo proclamò « patrono d’Europa ».

ALLE ORIGINI DELL’EUROPA
Il miracolo del pane avvelenato, Subiaco
Il cammino dell’Europa ebbe inizio con l’evangelizzazione delle popolazioni europee da parte della Chiesa. Crollato il mondo romano, nel dilagare della violenza barbarica, la Chiesa fu la grande forza storica che fece incontrare, chiamandole a nuova vita, realtà umane profondamente diverse.
Dalle città romane la fede lentamente si era diffusa nelle campagne: chiese, cappelle, luoghi di culto erano disseminati un po’ dovunque; da questi si sviluppava intorno un’intensa attività di assistenza e di istruzione nei confronti delle popolazioni. La maggiore difficoltà in questa opera di evangelizzazione consisteva nell’attaccamento ai culti pagani preesistenti, che talvolta si mescolavano con quelli cristiani. Tuttavia quei luoghi di culto e di preghiera erano un segno concreto della presenza della Chiesa e richiamavano alla verità della fede.
La creazione di centri di vita cristiana fu anche il metodo della evangelizzazione dei popoli barbarici. Fu il grande pontefice san Gregorio Magno il primo ad operare per la loro conversione, inviando dei monaci benedettini tra quelle popolazioni. Celebre è l’invio in Inghilterra di un gruppo di monaci: il loro capo, Agostino, fu il primo arcivescovo di Canterbury.
Successivamente l’arrivo dei monaci irlandesi ed inglesi sul continente segnò l’inizio della seconda fase: innumerevole fu la schiera di monaci che si sparse tra le tribù germaniche ancora pagane. Tra essi ricordiamo Colombano, Gallo, Willibord e, soprattutto, Bonifacio. Una fitta rete di monasteri ed abbazie si estese così in tutta l’Europa: Luxeuil, Bobbio, S. Gallo, Fulda, Reichenau, Corbie e migliaia di altre costruzioni grandi e piccole. Questi monasteri divennero un punto di riferimento essenziale per tutte le popolazioni vicine, centri di evangelizzazione e di civilizzazione.
Sotto la guida dei monaci, queste popolazioni impararono a prosciugare le paludi, a disboscare le selve, a coltivare la terra, a tracciare nuove strade, a leggere ed a scrivere. Nei monasteri fiorirono le scuole della nuova Europa, nata dalla fusione tra romanesimo e germanesimo, mediate dal cristianesimo.
Dopo il fallimento del tentativo di Carlo Magno di dare unità politica alla cristianità medioevale, la Chiesa ritrovò una nuova energia missionaria e fu la volta dei popoli scandinavi, slavi e degli ungari.
Un’altra schiera di santi (Cirillo, Metodio, Adalberto, re Stefano d’Ungheria ed altri) compì questa impresa.
Così, nel secolo XI, l’Europa consisteva in una comunità di popoli uniti dalla stessa fede e dalla stessa cultura: essenziale in quest’opera di edificazione era stato l’apporto dei monaci benedettini.

 

Publié dans : SAN BENEDETTO DA NORCIA | le 10 juillet, 2017 |Pas de Commentaires »
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