Gesù in preghiera

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PREGHIERA, SOLITUDINE E SILENZIO

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PREGHIERA, SOLITUDINE E SILENZIO

Pubblicato il 10 febbraio, 2015

“Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto e là pregava” (Mc 1,35)
Sfogliando le pagine dei Vangeli, ci imbattiamo spesso in un Gesù che, prima che il buio della notte ceda il passo alle prime luci dell’alba, si ritira sul “monte” o “in luoghi solitari” per pregare.
Silenzio, dato dai tempi scelti (notte o alba), e solitudine sembrano essere due elementi importanti per la preghiera di Gesù, spazio in cui Egli si mette in ascolto profondo del Padre e di se stesso, trae la forza per vivere il Suo ministero e la sua missione fino in fondo.
Anche nell’esperienza di Francesco troviamo questi due elementi. Le Fonti Francescane, infatti, ci testimoniano che Francesco spesso prega di notte e ricerca luoghi solitari: “Cercava sempre un luogo appartato dove potersi unire, non solo con lo spirito, ma con le singole membra al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola con il mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto. Assorto in Dio e dimentico di se stesso, non gemeva né tossiva, era senza affanno il suo respiro e scompariva ogni altro segno esteriore” (FF 681). Francesco si immerge nel silenzio perché sia Dio a parlare, vivere, operare in lui, così la preghiera diventa il luogo in cui egli impara sempre più a obbedire al suo Signore. Vivere la preghiera nel silenzio e nella solitudine è per Francesco possibilità di coltivare e custodire la sua relazione con Dio, ma anche luogo in cui lasciarsi plasmare il cuore da Lui, permettere che “tutto ciò che è amaro si trasformi in dolcezza” per, poi, andare incontro ai fratelli, ai poveri e alla gente ed entrare in relazione con loro.
Possiamo osare nel dire che nella preghiera vissuta nel silenzio e nella solitudine sia Gesù che Francesco trovano la “carica” per affrontare la loro giornata, le loro relazioni, i vari eventi. È qui che imparano ad amare e lasciarsi amare, ad ascoltare, a donarsi…
Anche per noi cristiani, allora, diventa fondamentale trovare spazi di solitudine e silenzio, oggi che siamo “bombardati” da messaggi e voci di vario tipo e spesso circondati da ansia, frenesia, ecc.
Trovare dei “luoghi deserti” o, comunque, costruire dentro di noi una “dimora permanente” a Dio, ci permette di stare da soli con noi stessi e con Lui, di metterci in ascolto della Sua volontà, ma anche di quanto si muove nel nostro cuore, di lasciar purificare le nostre relazioni… Solitudine e silenzio diventano così spazi abitati da Dio e possibilità di recuperare noi stessi e crescere in umanità. Tutto questo non è semplice, né scontato, richiede un cammino graduale e paziente, ma è fondamentale per la nostra vita spirituale. Il Signore doni anche a noi, come a Francesco, di “essere non tanto uomini e donne che pregano, quanto piuttosto noi stessi tutti trasformati in preghiera vivente” (cf. FF 682).

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San Benedetto

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BENEDETTO DA NORCIA – PATRONO D’EUROPA 11 LUGLIO

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BENEDETTO DA NORCIA – PATRONO D’EUROPA 11 LUGLIO

a cura di Diego Fusaro

San Benedetto da Norcia nacque circa nel 480 d.C.,in un’agiata famiglia romana. Eutropio, il padre, era Capitano Generale dei romani nella regione di Norcia, mentre la madre era Claudia Abondantia Reguardati, contessa di Norcia. Qui trascorse gli anni dell’infanzia e della fanciullezza, avvertendo l’influsso di coloro che già dal III secolo erano giunti dall’Oriente lungo la valle del Nera e in quella del Campiano. Scampati dalle persecuzioni, essi avevano abbracciato una vita di ascesi e di preghiera in diretto contatto con la natura, vivendo in « corone » di celle scavate nella roccia, facenti capo ad una piccola chiesa comune (Laure). A 12 anni (secondo alcuni) fu mandato, con la sorella, a Roma a compiere i suoi studi ma, come racconta san Gregorio Magno nel II Libro di I Dialoghi, sconvolto dalla vita dissoluta della città ritrasse il piede che aveva appena posto sulla soglia del mondo per non precipitare anche lui totalmente nell’immane precipizio. Disprezzò quindi gli studi letterari, abbandonò la casa e i beni paterni e cercò l’abito della vita monastica perché desiderava di piacere soltanto a Dio. All’età di 17 anni, insieme con la sua nutrice, Cirilla, si ritirò nella valle dell’Aniene presso Eufide (l’attuale Affile) dove secondo la leggenda devozionale avrebbe compiuto il primo miracolo riparando un vaglio rotto dalla stessa nutrice. Abbandonò poi la nutrice e si avviò verso la valle di Subiaco, sorta intorno agli antichi resti di una villa neroniana che sfruttava il fiume Aniene formando tre laghi (la città sorgeva appunto sotto « sub », questi laghi). A Subiaco incontrò il monaco romano di un vicino monastero retto da un abate di nome Adeodato, che, vestitolo degli abiti monastici, gli indicò una grotta impervia del Monte Taleo (attualmente contenuta all’interno del Monastero del Sacro Speco) dove Benedetto visse da eremita per circa tre anni, fino alla Pasqua dell’anno 500. Conclusa l’esperienza eremitica, accettò di fare da guida ad altri monaci in un ritiro cenobitico presso Vicovaro, ma, dopo un tentativo di avvelenamento, tornò a Subiaco. Qui rimase per quasi trenta anni, predicando la « parola del Signore » ed accogliendo discepoli sempre più numerosi, fino a creare una vasta comunità di tredici monasteri, ognuno con dodici monaci ed un proprio abate, tutti sotto la sua guida spirituale. Intorno al 529 a seguito di due tentativi di avvelenamento, il primo materiale con un pane avvelenato e il secondo morale chiamando delle prostitute per tentare i propri figli spirituali da parte di un tal prete Fiorenzo (la sua figura esemplifica l’ostilità del clero locale che Benedetto doveva aver subito), per salvare i propri monaci Benedetto decise di abbandonare Subiaco. Si diresse verso Cassino dove, sopra un’altura, fondò il monastero di Montecassino, edificato sopra i resti di templi pagani e con oratori in onore di san Giovanni Battista (da sempre ritenuto un modello di pratica ascetica) e di san Martino di Tours che era stato iniziatore in Gallia della vita monastica. Nel monastero di Montecassino Benedetto compose la sua Regola verso il 540. Prendendo spunto da regole precedenti, in particolare quelle di san Giovanni Cassiano e san Basilio (ma anche Pacobio, Cesario e l’Anonimo della Regula Magistri), egli combinò l’insistenza sulla buona disciplina con il rispetto per la personalità umana e le capacità individuali, nell’intenzione di fondare una scuola del servizio del Signore, in cui speriamo di non ordinare nulla di duro e di rigoroso. La Regola, dotta e misteriosa sintesi del Vangelo, nella quale si organizza nei minimi particolari la vita dei monaci all’interno di una « corale » celebrazione dell’uffizio, diede nuova ed autorevole sistemazione alla complessa, ma spesso vaga e imprecisa, precettistica monastica precedente. I due cardini della vita comunitaria sono il concetto di stabilitas loci (l’obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso monastero contro il vagabondaggio allora piuttosto diffuso di monaci più o meno « sospetti ») e la conversatio, cioè la buona condotta morale, la pietà reciproca e l’obbedienza all’abate, il « padre amoroso » (il nome deriva proprio dal siriaco abba, « padre ») mai chiamato superiore, e cardine di una famiglia ben ordinata che scandisce il tempo nelle varie occupazioni della giornata durante la quale la preghiera e il lavoro si alternano nel segno del motto ora et labora (« prega e lavora ») I monasteri che seguono la regola di san Benedetto sono detti benedettini. Anche se ogni monastero è autonomo sotto l’autorità di un abate, si organizzano normalmente in confederazioni monastiche, delle quali le più importanti sono la congregazione cassinense e la congregazione sublacense, originatesi rispettivamente attorno all’autorità dei monasteri benedettini di Montecassino e di Subiaco. A Montecassino Benedetto visse fino alla morte, ricevendo l’omaggio dei fedeli in pellegrinaggio e di alcune personalità come Totila re degli Ostrogoti, che il monaco ammonì. Qui Benedetto morì intorno al 547, poco dopo sua sorella Scolastica con la quale ebbe comune sepoltura; secondo la leggenda devozionale spirò in piedi, sostenuto dai suoi discepoli, dopo aver ricevuto la comunione e con le braccia sollevate in preghiera, mentre li benediceva e li incoraggiava. Le diverse comunità benedettine ricordano la ricorrenza della morte del loro fondatore il 21 marzo, mentre la Chiesa romana ne celebra ufficialmente la festa l’11 luglio, da quando papa Paolo VI ha proclamato san Benedetto da Norcia patrono d’Europa il 24 ottobre 1964. La Chiesa Ortodossa celebra la sua ricorrenza il 14 marzo. Da quando le reliquie erano considerate quasi indispensabili alla comune devozione nel Medioevo, e specialmente ai monaci, era naturale che fossero cercate e « trovate » dappertutto. Il possesso della salma di san Benedetto è stato disputato per molti secoli (e in un certo senso è disputato ancora) tra Montecassino e Fleury-sur-Loire (detto anche Saint Benoît sur Loire) in Francia. Secondo il processo verbale circa la ricognizione delle reliquie del 9, 10 e 11 luglio 1881, firmato dal vescovo di Orléans e redatto dall’abate di Fleury, Dom Edmondo Sejourne, la maggior parte delle ossa attribuite a san Benedetto si trovano collocate nella grande teca del monastero di Fleury sur Loire; salvo una mandibola conservata in un reliquiario speciale, e un frammento importante della regione pareto-occipitale del cranio posto anch’esso in un reliquiario particolare. Si possono ricollegare altre reliquie a questo insieme di resti scheletrici, prelevate in diversi tempi da questo insieme, e perfettamente autenticate[citazione necessaria]. Ad esempio: un frammento di costola (Benedettine del Calvario di Orléans), altro frammento di costola (Benedettine del Santo-Sacramento di Parigi), estremità superiore di un radio sinistro (Grande seminario di Orléans), parte inferiore di un radio destro e parte inferiore di un perone sinistro (tutti due all’abbazia della Pierre-qui-Vire), frammento della parte centrale di un osso lungo (abbazia di Santa Marie di Parigi), estremità inferiore di una radio sinistro (abbazia di Saint-Wandrille), frammento di falange dell’alluce sinistro (abbazia Notre Dame de la Garde), frammento della parte centrale di un osso lungo (abbazia di Timadeuc), rotula sinistra (abbazia di Aiguebelle), frammento di omero sinistro (abbazia della Grande Trappe). Secondo i monaci benedettini di Montecassino, invece, le reliquie autentiche sono sempre restate a Montecassino. Dalla ricognizione del 1950, protratti in diversi periodi dal 1 Agosto fino al 29 settembre, sono state trovate i resti di due persone di sesso maschile e femminile (mentre a Fleury ci sono solo quelle maschili) e quasi intere, sono certamente i resti di San Benedetto e di Santa Scolastica. La difficoltà di superare il problema, confrontando i due reperti contemporaneamente, a tutt’oggi non ha avuto nessun esito, per la poca propensione a volere simultaneamente, una ulteriore ricognizione e arrivare, di fatto, a chiarire i resti del santo. La presenza delle reliquie a Montecassino è riconosciuta da quasi la totalità del mondo benedettino, fondandosi su una documentazione accertata, che riporta la presenza delle sante reliquie, sempre a Montecassino, escludendo il periodo buio dell’abbandono dopo la distruzione saracena. La tradizione di Fleury, che ha avuto il suo apice nel periodo medievale, a tutt’oggi non ha trovato nessun confronto scientificamente inoppugnabile. Lo studioso e monaco benedettino Jean Mabillon (Saint-Pierremont, 1632 – Parigi, 1707) pubblicò nel 1685 la seguente narratio brevis ricavata da un manoscrittomedievale del monastero di San Emmeram situato a Ratisbona, che egli giudicò vecchio di 900 anni e perciò contemporaneo con la « traslazione » del corpo del santo. « Nel nome di Cristo. C’era in Francia, grazie alla provvidenza di Dio, un Prete dotto che intraprese un viaggio in Italia, per poter scoprire dove fossero le ossa del nostro santo padre Benedetto, che nessuno più venerava. [Montecassino, monastero fondato da S. Benedetto su un rilievo roccioso dell'Appennino tra Roma e Napoli, era stato distrutto dai Longobardi nel 580 circa, e rimase disabitato fino a 718 ndr]. Alla fine giunse in una campagna abbandonata a circa 70 o 80 miglia da Roma, dove S. Benedetto anticamente aveva costruito un convento nel quale tutti erano uniti da una carità perfetta. A questo punto questo Prete ed i suoi compagni erano inquietati dall’insicurezza del luogo, dato che non erano in grado di trovare né le vestigia del convento, né quelle di un luogo di sepoltura, fino a quando finalmente un guardiano di suini indicò loro esattamente dove il convento era stato eretto; tuttavia fu del tutto incapace di individuare il sepolcro finché lui ed i suoi compagni non si furono santificati con due o tre giorni di digiuno. Allora il loro cuoco ebbe una rivelazione in un sogno, e la questione apparve loro chiara poiché al mattino fu mostrato loro, da colui che era sembrato più infimo di grado, che le parole di S. Paolo sono vere (I Cor. 1, 27): « Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti » o di nuovo, come il Signore stesso ha predetto (Matt. 20: 26): « Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo ». Allora, ispezionando il luogo con maggiore diligenza, trovarono una lastra di marmo che dovettero tagliare. Finalmente, spezzata la lastra, rinvennero le ossa di S. Benedetto e, sotto un’altra lastra, quelle di suoi sorella; poiché (come pensiamo) il Dio onnipotente e misericordioso volle che fossero uniti nel sepolcro come lo furono in vita, in amore fraterno ed in carità cristiana. Dopo avere raccolto e pulito queste ossa le avvolsero, una ad una, in un fine e candido tessuto, per portarle nel loro paese. Non fecero menzione del ritrovamento ai Romani per paura che, se questi avessero saputo la verità, indubbiamente non avrebbero mai tollerato che reliquie così sante fossero sottratte al loro paese senza conflitti o guerre di reliquia, il che Dio ha reso manifesto, affinché gli uomini potessero vedere come grande era il loro bisogno di religione e santità, mediante il seguente miracolo. Avvenne cioè che, dopo un po’, il lino che avvolgeva queste ossa fu trovato rosso del sangue del santo, come da ferite aperte di un essere vivente. Dalla qual cosa Gesù Cristo ha inteso mostrare che colui a cui appartengono quelle ossa è così glorioso che avrebbe vissuto veramente con Lui nel mondo a venire. Allora furono poste sopra un cavallo che le portò durante tutto quel lungo viaggio così agevolmente che non sembrava ci fosse nessun carico. Inoltre, quando attraversavano foreste o percorrevano strade strette, non c’era albero che ostruisse il cammino od asperità del percorso che impedissero loro di proseguire il viaggio; così che i viaggiatori hanno visto chiaramente come questo potesse avvenire grazie ai meriti di S. Benedetto e di sua sorella S. Scolastica, affinché il loro viaggio potesse essere sicuro e felice fino al regno di Francia ed al convento di Fleury. In questo monastero sono seppelliti ora in pace, finché sorgeranno nella gloria nell’Ultimo Giorno; e qui conferiscono benefici su tutti coloro che pregano il Padre tramite Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che vive e regna nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen. » (Mabillon: Vetera Analecta, vol. IV, 1685, pag. 451-453)) . Comunque sia la presenza delle reliquie, è certo che un culto di san Benedetto esisteva già a Montecassino fin dalla fine dell’VIII secolo, come testimoniano i quattro calendari pubblicati da Dom Morin che menzionano tutti la festa del 21 marzo. E la dedica di un altare a san Benedetto il 3 giugno nell’oratorio di San Giovanni Battista, menzionata da tre di questi calendari, permette di aggiungere che un culto esisteva già sul luogo che San Benedetto aveva scelto per essere inumato e dove il suo corpo tornò in polvere, luogo che resterà sempre santo e venerabile per ogni figlio del santo Patriarca.

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San Virgilio di Salisburgo ovvero la terra è rotonda, alto medioevo

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LA SACRALITÀ DELL’ACCOGLIENZA NELLA BIBBIA

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LA SACRALITÀ DELL’ACCOGLIENZA NELLA BIBBIA

Rev. Mons. Bruno MAGGIONI

Docente della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale

Nel deserto l’ospitalità è una necessità per sopravvivere, e tutti ne hanno diritto da parte di tutti. Se colui che ospita e colui che è ospitato sono nemici, l’accettazione dell’ospitalità implica una riconciliazione. L’ospite è sacro e deve essere protetto da ogni pericolo. Il viaggiatore, che giungeva in un paese non conosciuto, sedeva sulla piazza del mercato finché uno dei cittadini non lo invitava a casa sua. Sin qui, si può dire, forse un po’ generalizzando, era il costume del tempo. Ma nella concezione biblica c’è molto di più.

Racconti di ospitalità
La Bibbia parla raccontando. E a proposito dell’ospitalità ci sono racconti particolarmente illuminanti. Ne scegliamo tre.
1 – Abramo e i tre visitatori (Gn 18,1-10).
“Il Signore apparve ad Abramo alle querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce». All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Il Signore riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». (Gn 18,1-10).
Vorrei che anzitutto il lettore si soffermasse un istante sulla bellezza e la freschezza del racconto. La Bibbia non è soltanto un libro da cui trarre insegnamenti. Ha anche una sua innegabile bellezza letteraria, che non va trascurata. Con poche battute l’autore ci informa sulle circostanze di tempo e di luogo, ponendoci davanti agli occhi un quadro ricco di particolari e vivace: Abramo siede all’entrata della tenda, che – come si usava – era collocata un poco discosta dalla strada; è l’ora calda del mezzogiorno, quando si suole riposare. Ecco lì, ad un tratto, i tre uomini. Abramo non li ha visti venire, quasi a significare che Dio arriva sempre di sorpresa. È già un particolare che suggerisce che nell’episodio si nasconde un di più. L’invito di Abramo è tipicamente orientale: cortese e insieme pressante, e alle sue molte parole fa contrasto la risposta breve dei tre visitatori. Qui – come già all’inizio e poi anche alla fine – c’è uno strano passaggio dal plurale al singolare: i visitatori sono tre, ma Abramo si rivolge ad essi come se fosse uno solo. Tre e uno: gli ospiti sono il Signore.
Ora tutto è in movimento. Le donne si affaccendano per impastare e cuocere il pane, e Abramo corre all’armento per procurarsi la carne. Durante il pasto Abramo attende in piedi, rispettosamente, e sulla scena torna la calma. Poi, improvvisamente, i tre visitatori pongono ad Abramo una domanda e gli fanno una promessa, mostrando in tal modo di conoscere tutta la sua situazione: “Il Signore rispose: tornerò da te fra un anno e tua moglie avrà un figlio”. Non si tratta di tre semplici viandanti, sono il Signore.
Questo racconto può essere considerato esemplare per il tema dell’ospitalità. Un’ospitalità che rivela qui tutto il suo spessore teologico: accogliere dei pellegrini sconosciuti è accogliere il Signore!.
All’epoca dei patriarchi, e in tutto il mondo antico, l’ospitalità era la virtù per eccellenza. Amare il prossimo significava, in concreto, offrirgli ospitalità. Si legge nel libro del Deuteronomio: “Il Signore vostro Dio… non usa parzialità, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito” (10,18).
2 – Elia e la vedova
“Il profeta Elia si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un po’ d’acqua in un vaso perché io possa bere». Mentre quella andava a prenderla le gridò: «Prendimi anche un pezzo di pane». Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo».
Elia le disse: «Non temere; su, fa’ come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché dice il Signore: La farina della giarra non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà, finché il Signore non farà piovere sulla terra».
Quella andò e fece come aveva detto Elia: «mangiarono il profeta, la vedova e il figlio di lei per diversi giorni. La farina della giarra non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia» (1 Re 17,10-16).
“Il profeta Elia si alzò e andò a Zarepta”, queste le prime parole. Ma occorre sapere che se Elia si alzò, è unicamente perché il Signore glielo aveva ordinato: “Su, alzati, và in Zarepta di Sidòne e ivi stabilisciti” (1 Re 17,9). Se poi il profeta, vedendo una povera donna che raccoglie legna, osa dirle “Prendimi un po’ d’acqua e anche un po’ di pane”, è ancora perché il Signore glielo aveva detto: “Ecco, io ho dato ordine a una vedova di là, per il tuo cibo” (17,9). Con questa premessa comprendiamo l’annotazione che conclude il racconto: tutto è accaduto, “secondo la parola che il Signore aveva pronunziato”. L’autore sacro vuol farci capire – e questa è la sua prima lezione – che protagonista dell’episodio non è Elia, né la vedova, ma la Parola del Signore. Tutto avviene in obbedienza a questa Parola, una Parola che realizza ciò che promette, una Parola che salva: “La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì”. Elia e la donna sono presentati come due esempi di obbedienza. Ed è perché obbediente per primo alla Parola, che il profeta diventa, a sua volta, portatore di questa Parola, il suo tramite: tutto avvenne “secondo la Parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia”.
C’è una seconda premessa da ricuperare: se Elia si reca a Zarepta di Sidòne, una città straniera, è perché è in fuga, minacciato dal re: “Nasconditi presso il torrente Cherit”, si legge in 14,3. La minaccia è la sorte di tutti i profeti che hanno l’ardire di opporsi alle menzogne dei potenti. Fuggiasco e minacciato dagli uomini, ma protetto dal Signore, questa è la seconda lezione: “I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera, e beveva al torrente” (17,6). Aiutato da Dio, dunque, ma il nostro racconto aggiunge qualcosa di più: mostra che l’aiuto del Signore passa attraverso gli uomini. L’ospitalità di Dio si serve della generosa ospitalità di una vedova. L’accoglienza del fratello è la trasparenza visibile dell’accoglienza di Dio, che ne detta le qualità, la misura e l’universalità. Una generosità, quella della vedova, che Dio ricompensa: “Quella andò e fece come aveva detto Elia: mangiarono Elia, la vedova e il figlio di lei per diversi giorni”. La vedova aiuta il profeta e il profeta aiuta la vedova. Chi dona al Signore, riceve. L’ospitalità aiuta gli uomini a vivere meglio nel mondo.
La vedova di Zarepta ha avuto l’onore di essere ricordata dallo stesso Gesù, nella sinagoga di Nazareth: “C’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una carestia in tutto il paese, ma a nessuna di esse fu mandato Elia se non a una vedova in Zarepta di Sidòne” (Lc 4,25-26). Si arguisce facilmente da queste parole che Gesù ha colto nell’episodio un terzo aspetto: un’altra lezione: Dio non aiuta soltanto il suo popolo, ma anche gli stranieri, perché il suo amore è universale e non fa differenze, e la fede, l’obbedienza e la generosità le puoi trovare anche là dove non pensi, anche fuori del tuo popolo, della tua chiesa e del tuo gruppo.
3 – Marta e Maria: Lc 10,38-42
Mentre era in viaggio verso Gerusalemme, “Gesù entrò in un villaggio e una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa” (Lc 10,38). All’inizio del medesimo viaggio Gesù aveva chiesto ospitalità in un villaggio di samaritani, ma fu respinto (9,52-53). Ora invece una donna lo ospita in casa, come più avanti – alla fine del medesimo viaggio – lo ospiterà il pubblicano Zaccheo (19,1-10). In questo c’è già un primo insegnamento: l’ospitalità, appunto. Luca, però, non si riferisce al dovere generico dell’ospitalità (per altro considerato nel Nuovo Testamento come uno dei doveri più espressivi della fraternità cristiana), bensì a una forma più precisa di ospitalità, quella nei confronti di Gesù e dei suoi discepoli. Si tratta di un’ospitalità che richiede una disponibilità particolare. Perché Gesù e i suoi discepoli portano in casa una “parola” che capovolge le abitudini e il modo di vivere.
Marta assume nei confronti dell’ospite un ruolo tipicamente femminile: tutta affaccendata prepara la tavola. Maria, al contrario, si intrattiene con l’ospite, assumendo un ruolo che la mentalità del tempo riservava agli uomini: un fatto insolito che neppure Marta condivide, prigioniera della mentalità corrente.
Le parole con le quali Gesù risponde a Marta ricordano che il servizio non deve assillare al punto da far dimenticare l’ascolto: “Marta, Marta, ti preoccupi e ti agiti per troppe cose… “. L’accoglienza non è solo servizio.
Marta non è la figura dell’amore per il prossimo, e Maria non è la figura dell’amore per il Signore. Nel nostro passo non c’è alcuna traccia di divaricazione fra il Signore e il prossimo. Entrambe le sorelle sono di fronte al medesimo ospite, che è al tempo stesso – come l’immagine dell’ospite dice con chiarezza – il Signore e il prossimo. È questo il punto forza dell’episodio. Non ci sono due modi di ospitare e amare, ma uno solo, che si tratti del Signore o del prossimo. Perciò l’episodio deve essere letto simultaneamente in due modi: come accogliere e servire il Signore, come accogliere e servire il prossimo.
La tensione – che dunque non è fra il Signore e il prossimo – non è però neppure semplicemente fra l’ascolto e il servizio, la contemplazione e l’azione. È piuttosto fra l’ascolto e il servizio che distrae, lo stare con l’ospite e il troppo affaccendarsi che impedisce di fargli compagnia, fra il secondario e l’essenziale. Sono appunto questi i rimproveri di Gesù a Marta.
Marta è tanto occupata che non è più attenta: così indica il verbo greco perispao, “essere distratto, rivolto altrove”. È tanto l’affaccendarsi per l’ospite che non c’è più spazio per intrattenerlo. Marta è “affannata” (10,41) e “agitata”. Luca utilizza qui il medesimo verbo (merimnan) adoperato altrove per dire che non bisogna agitarsi per il cibo, il vestito e il domani (12,22-32). Affannarsi è l’atteggiamento dei pagani. Anche l’agitarsi per Dio o per il prossimo può diventare “pagano”.
La ragione di tanta agitazione – che distrae dall’ospite che pure si vorrebbe accogliere – sono le “troppe cose” (10,41). A questo punto la tensione che percorre l’episodio assume un’ulteriore sfumatura, che forse è quella che sta alla radice di tutte le altre: la tensione fra il troppo e l’essenziale, il secondario e il necessario. Il troppo è sempre a scapito dell’essenziale. Le troppe cose impediscono non soltanto l’ascolto, ma anche il vero servizio. Fare molto è segno di amore, ma può anche far morire l’amore. L’ospitalità ha bisogno di compagnia, non soltanto di cose.
Un po’ di vocabolario e qualche conclusione
Il vangelo presenta Gesù come predicatore itinerante (“Non ha dove posare il capo”) e più volte si parla di lui come ospite: non solo nella casa di Marta e Maria, ma anche di Zaccheo e di Levi.
Sono note poi alcune sue parole. Per esempio: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato… Chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo… non perderà la sua ricompensa” (Mt 10,40-42). E ancora: “Chi accoglie uno di questi bambini accoglie me” (Mc 9,37). Qui c’è già tutta la teologia dell’accoglienza.
Il verbo privilegiato per esprimere questa accoglienza è dechomai (e i suoi numerosi composti) che significa accogliere, ma anche sentire e capire, per esempio le parole dell’ospite, i suoi desideri e i suoi bisogni. Sempre dice la compiacenza e la gentilezza. I composti sottolineano poi l’amicizia, la stima verso l’ospite, anche se sconosciuto. E suggeriscono anche di accogliere qualcuno facendolo entrare nella comunità e nel proprio paese.
Nell’epistolario neotestamentario numerosi sono gli inviti a essere ospitali. Il dovere di essere ospitali rientra nei doveri cristiani comuni, dal vescovo (1 Tm 3,2; Tito 1,8) alla vedova (1 Tm 5,10). Nella lettera ai Romani la virtù dell’ospitalità si trova accanto alla perseveranza nella preghiera e alla sollecitudine per i fratelli. E la lettera agli Ebrei pone l’uno accanto all’altro l’amore fraterno e l’ospitalità, “praticando la quale alcuni hanno accolto degli angeli senza saperlo” (13,2). E infine l’anziano, che scrive la terza lettera di Giovanni, insiste perché il presbitero Gaio si comporti fedelmente nei suoi doveri verso i fratelli, anche stranieri (3 Gv 5).
Ma voglio concludere questa conversazione con l’affermazione di Gesù più ricca e paradossale: “Ero forestiero e mi avete accolto” (25,35).
Al tempo di Gesù, forestiero poteva essere lo sconosciuto di passaggio, che chiede l’ospitalità per una notte, e che è spontaneo giudicare con diffidenza perché non sai chi egli sia e ne ignori le abitudini e le intenzioni. Più frequentemente era l’immigrato, che cerca lavoro e migliori condizioni di vita. Per dire l’ospitalità Gesù ricorre qui a un verbo (sunago) il cui significato base è raccogliere, riunire cose sparse. Di qui il senso di raccogliere chi è sperduto, ospitarlo nella stessa casa, unirlo ai gruppi dei fratelli. Questo verbo così ricco di significato è ricordato in Matteo 25 tre volte. Non dice solo l’aiuto, ma proprio l’accoglienza. E difatti Gesù fa rientrare il forestiero nel numero dei suoi “piccoli fratelli”. Forestiero per gli altri ma non per lui. E si comprende che l’ospitalità è più ampia del semplice aiuto, perché significa aprirsi alla persona e non soltanto ai suoi bisogni. Significa aprire la casa e non soltanto dare un aiuto. E c’è di più: il forestiero da ospitare è nel contempo il prossimo da trattare come se stesso e il Signore da servire con tutto il cuore. Perciò deve essere accolto come si riceve il Signore, cioè con riguardo, con delicatezza, e persino umilmente.
Una semplice annotazione
Una delle caratteristiche della nostra civiltà è l’anonimato e, forse, anche la diffidenza e la paura di chi è forestiero. Abitiamo nello stesso palazzo e non ci conosciamo. E c’è molta solitudine. In questo contesto l’ospitalità acquista ancora tutto il suo valore e la sua urgenza, anche se è vero che deve esprimersi in forme nuove, diverse da quella del tempo di Abramo o di Gesù. Deve dare, per esempio, un’anima e un po’ di cuore alle strutture sociali; deve creare famiglie aperte all’accoglienza dell’anziano e del malato; deve creare luoghi di accoglienza per l’immigrato e il forestiero; deve creare esempi di comunità cristiane, pluraliste e accoglienti.
Si legge nel Concilio Vaticano Secondo (Gaudium et Spes 27): “Oggi urge l’obbligo che diventiamo generosamente prossimi di ogni uomo, e rendiamo servizio coi fatti a colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un’unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza…”.

 

Marco 6,1-6

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Publié dans : immagini sacre | le 6 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) GESÙ, TROPPO UMANO – ENZO BIANCHI

https://combonianum.org/2018/07/05/prepararsi-alla-domenica-xiv-del-tempo-ordinario/

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) GESÙ, TROPPO UMANO – ENZO BIANCHI

Il brano evangelico di questa domenica ci interroga soprattutto sul nostro atteggiamento abituale, quotidiano: atteggiamento che in profondità non spera nulla e dunque non attende nessuno; e soprattutto, atteggiamento che non riesce a immaginare che dal quotidiano, dall’altro che ci è familiare, da colui che conosciamo possa scaturire per noi una parola veramente di Dio. Non abbiamo molta fiducia nell’altro, in particolare se lo conosciamo da vicino, mentre siamo sempre pronti a credere allo “straordinario”, a qualcuno che si imponga. Siamo talmente poco muniti di fede-fiducia, che impediamo che avvengano miracoli perché, anche se questi avvengono, non li vediamo, non li riconosciamo, e dunque questi restano eventi inutili, miracoli che non ottengono il loro fine.
Questo, in profondità, il messaggio del vangelo odierno, una pagina che riguarda la nostra fede, la nostra disponibilità a credere. Gesù era nato da una famiglia ordinaria: un padre artigiano e una madre casalinga come tutte le donne del tempo. La sua era una famiglia con fratelli e sorelle, cioè parenti, cugini, una famiglia numerosa e legata da forti vincoli di sangue, come accadeva in oriente. Da piccolo, come ogni ragazzo ebreo, Gesù ha aiutato il padre nei lavori, ha giocato con Giacomo, Ioses, Giuda, Simone e con le sue sorelle, ha condotto una vita molto quotidiana, senza che nulla lasciasse trasparire la sua vocazione e la sua singolarità. Poi a un certo punto, non sappiamo quando, sono iniziati per lui quelli che Robert Aron ha chiamato “gli anni oscuri di Gesù”, presso le rive del Giordano e del mar Morto, dove vivevano gruppi e comunità di credenti giudei in attesa del giorno di Dio, uomini dediti alla lettura delle sante Scritture e alla preghiera. Gesù a una certa età li raggiunse e qui divenne discepolo di Giovanni il Battista (il quale lo definì “colui che viene dietro a me”: cf. Mc 1,7). Poi sentì come vocazione da Dio quella di essere un predicatore itinerante, iniziando il suo ministero dalla Galilea, la terra in cui era stato allevato (cf. Mc 1,14-15).
E quando ormai Gesù ha un gruppo di discepoli che vivono con lui (cf. Mc 3,13-19), nella sua predicazione di villaggio in villaggio, in giorno di sabato entra nella sinagoga di Nazaret, “la sua patria”. Torna dopo molto tempo trascorso altrove, e gli abitanti del villaggio lo ricordano come “figlio di” e “fratello di”. Al momento della lettura del brano della Torah (parashah) e dei profeti (haftarah), Gesù, essendo un uomo ebreo, come ogni altro ebreo di più di dodici anni, dopo essere diventato bar mitzwah, figlio del comandamento, ha la possibilità di salire sull’ambone e di prendere la parola. Non è un sacerdote, non è un rabbi ufficialmente riconosciuto – “ordinato”, diremmo noi – ma esercita questo diritto di leggere le Scritture e tenere l’omelia.
A differenza di Luca (cf. Lc 4,16-30), Marco non specifica né i testi biblici proclamati né il contenuto del commento di Gesù, ma mette in evidenza la reazione dell’assemblea liturgica che lo ha ascoltato. D’altronde la sua fama lo ha preceduto: torna a Nazaret come un “maestro” dai tratti profetici, capace di operare guarigioni, azioni miracolose con le sue mani. La prima reazione è di stupore e ammirazione: è un bravo predicatore, ha autorevolezza, la sua parola colpisce e appare ricca di sapienza. Ma di fronte a tale incontestabile verità ecco emergere un pensiero: lo conosciamo come uno di noi, la sua famiglia è qui, i suoi fratelli e le sue sorelle hanno nomi precisi. Dunque che cosa pretende, che cosa vuole? Perché dovrebbe essere “altro”? Sì, Gesù era un uomo come gli altri, si presentava senza tratti straordinari, appariva fragile come ogni essere umano. Così quotidiano, così dimesso, senza qualcosa che nelle sue vesti proclamasse la sua gloria e la sua funzione, senza un “cerimoniale” fatto di persone che lo accompagnassero e lo rendessero solenne nell’apparire tra gli altri.
No, troppo umano! Ma se non c’è in lui nulla di “straordinario”, come poterlo accogliere? Con ogni probabilità, Gesù non aveva neppure una parola seducente, non si atteggiava in modo da essere ammirato o venerato. Era troppo umano, e per questo “si scandalizzavano di lui” (eskandalízonto en autô), cioè sentivano proprio in quello che vedevano, in quella sua umanità così quotidiana, un ostacolo a mettere fiducia in lui e nella sua parola. Dunque quel ritorno al villaggio natale è stato un fallimento. Gesù lo comprende e osa proclamarlo ad alta voce: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Sì, questo è avvenuto: proprio chi pretendeva di conoscerlo, in quanto concittadino, vicino o parente, giunge a disprezzarlo. Marco aveva già annotato che all’inizio della sua predicazione i suoi familiari erano venuti per prenderlo e portarlo via, dicendo che egli era pazzo, fuori di sé (éxo: cf. Mc 3,21); ma ora è tutta la gente a emettere questo giudizio negativo su di lui: il suo atteggiamento è troppo umano, poco sacrale, poco rituale!
Gesù allora si mette a curare i malati là presenti, e ne guarisce anche qualcuno, ma è come se non avesse operato miracoli, perché il miracolo avviene quando il testimone passa dall’incredulità alla fede. Qui invece sono restati tutti increduli, per questo Marco sentenzia: “non poteva compiere nessun miracolo” (dýnamis). Gesù è ridotto all’impotenza, non può agire con potenza, non può neanche fare il bene, perché non c’è fede in lui da parte dei presenti. Che torto aveva Gesù? Rispetto a quei “suoi”, camminava troppo avanti agli altri, teneva un passo troppo veloce, vedeva troppo lontano, aveva la parrhesía, il coraggio di dire ciò che gli altri non dicevano, osava pensare ciò che gli altri non pensavano, e tutto questo restando umano, troppo umano.
Ecco ciò che attende chiunque abbia ricevuto un dono da Dio, anche solo una briciola di profezia: diventa insopportabile, e comunque è meglio non fargli fiducia… Gesù “si stupisce della loro mancanza di fede (apistía)”, e tuttavia non demorde: continua la sua missione andando altrove, sempre predicando e operando il bene. Ma senza ricevere fede-fiducia, Gesù non riesce né a convertire né a guarire.

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Clock in Hoher Markt Vienna

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TEMPI BIBLICI: UNA STORIA A NOSTRO FAVORE

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TEMPI BIBLICI: UNA STORIA A NOSTRO FAVORE

(Chiesa Valdese)

Una storia, per essere tale, ha bisogno del tempo, e questo vale anche per la storia della nostra salvezza, dove l’ingresso di Dio nello spazio e nel tempo umano “trasfigura ed accende l’universo in attesa”, per dirla con le antiche parole della liturgia cristiana. “Prima di Cristo” e “dopo Cristo”, attesa messianica e attesa delle cose ultime. Le religioni monoteiste sono caratterizzate da un tempo lineare che scorre dall’inizio alla fine dei tempi, a differenza delle religioni orientali dove il tempo è ciclico e si ripete senza fine. Spesso nella Bibbia i tempi sono lunghi, appunto biblici, come si usa dire! Sembra quasi che lo scorrere dei giorni, dei mesi, degli anni sia uno dei fattori principali nella relazione tra Dio e i personaggi biblici. Se avete tempo – e detto da chi ha un cognome come il mio è tutto un programma – basta dare uno sguardo molto generico al racconto biblico per rendersene conto.
Il racconto della creazione inizia subito con una constatazione temporale, «in principio», e con un computo preciso del tempo, certamente simbolico, della durata di una settimana: «e fu sera e fu mattino, primo giorno … secondo … terzo» e così via (Gen 1). E’ l’inizio di ogni cosa, anche del nostro tempo, lo starter del cronometro dell’umanità, una dimensione così vasta che solo lo sguardo di Dio può abbracciarla completamente. Sempre in Genesi, sembra che la durata della vita determini la qualità di una persona, stando alla lista dei sostanziosi compleanni: 930 anni visse Adamo, 912 anni Set, 905 Enos e Noè, solo per ricordarne alcuni. A Enoc, figura celebre per la letteratura giudaica, piace strafare, di lui infatti si dice che visse 365 anni e che «camminò con Dio; poi scomparve, perché Dio lo prese» (Gen 5:24), come rompendo gli schemi del tempo per entrare nell’eternità. Tornando a Noè, è interessante notare l’attesa sua e di tutti gli esseri viventi che stavano nell’arca prima di poterne uscire. Mentre il diluvio infatti è descritto come un evento improvviso della durata di quaranta giorni e quaranta notti, il successivo ritirarsi delle acque richiede un tempo di centocinquanta giorni, per iniziare; poi Noè aspetterà quaranta giorni prima di mandare il corvo ad ispezionare la terra, e prima di mandare la colomba per tre volte attende sempre sette giorni (Gen 8): insomma, un vero e proprio stillicidio per la pazienza anche dell’uomo biblico più virtuoso. Un tempo prezioso però, a ben guardare: dopo il tempo del diluvio, cioè di questo atto di Dio a causa della violenza degli uomini che aveva corrotto il quadro originario del creato, c’è un tempo per fermarsi e riscoprire ciò che si era perduto, per rendersi conto della bellezza che sta emergendo nuovamente dalle acque. E di questo tempo probabilmente anche Dio aveva bisogno: il suo appendere l’arco sulle nubi (Gen 9:13) testimonia che Dio non è più lo stesso di prima, ma ha deciso di scommettere ancora sull’umanità, di darle fiducia e speranza, anche se il male sarà ancora compiuto sulla Terra, anche se ci sarà bisogno di un Salvatore. Non tutto il “tempo” viene per nuocere, potremmo dire parafrasando il celebre proverbio!
Mi è capitato, agli inizi degli studi teologici, di curiosare nella geografia biblica navigando tra mappe cartacee e sul web nell’antico medio oriente. E come altri studenti, considerando che il deserto che separa l’Egitto dalla terra di Canaan sia poco più lungo della Pianura Padana (circa 400 Km di lunghezza) mi sono chiesto se occorressero davvero quarant’anni per attraversarlo tutto. Evidentemente no, per quanto all’epoca Israele e Mosè si spostassero a piedi. Questo scarto tra spazio e tempo vuole anche qui dirci qualcos’altro: non è il deserto ad essere tanto lungo, piuttosto è Israele ad avere bisogno di tempo per abituarsi al messaggio e all’idea della libertà. I quarant’anni nel deserto sono un margine di tempo regalato pedagogicamente da Dio al suo popolo per prendere coscienza della sua identità, del suo rapporto di alleanza, per perdere nel deserto la pelle secca della schiavitù, che aveva reso arido il loro cuore rendendolo «un popolo dal collo duro» (Es 33:5).
Così immersi nel tempo come siamo, abbiamo bisogno come Noè e come Israele nel deserto di riscoprire l’azione di Dio a nostro favore, specialmente quando l’abitudine e le ansie della vita rimpiccioliscono lo sguardo del nostro orizzonte, facendoci perdere senso e speranza. Da queste prime pagine della Scrittura, è chiaro che Dio non ha fretta, specialmente quando si tratta di educarci, di liberarci, di salvarci. In una parola: di amarci. Una volta reso davvero libero e “tornato” a casa, Israele potrà restituire questo tempo prezioso a Dio mediante le prescrizioni liturgiche che regolano le festività sacre, minuziosamente descritte e regolate in Esodo, Levitico e Deuteronomio. Il riposo del sabato, innanzitutto, memoria eterna e allo stesso tempo settimanale del primo sabato della creazione; quindi la Pasqua o festa degli azzimi, la Pentecoste o festa della mietitura, la festa delle Capanne come ringraziamento per il raccolto, l’anno sabbatico per il riposo della terra ogni sette anni, e dopo il settimo anno sabbatico, cioè ogni cinquant’anni, l’anno del giubileo. Significativo in questo senso è il fare memoria della liberazione dall’Egitto che si è tramandato nei secoli attraverso la cena pasquale ebraica o Haggadah di Pesach. Ad un certo punto della cena, dopo aver scoperto il pane azzimo, un bambino chiede a un anziano: «Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti? Perché tutte le altre notti andiamo a letto presto e non restiamo alzati, e non aspettiamo niente». Celebrare e fare memoria, nella liturgia, è vivere il tempo di Dio sul nostro tempo presente, facendo memoria – e non solo ripetendo – delle parole e dei gesti che hanno segnato la nostra salvezza. E’ questo credo il senso della raccomandazione di Deuteronomio 4:32 «Ricerca pure nei tempi antichi, che furono prima di te, dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra». Uno spunto interessante per il nostro rapporto con la liturgia delle nostre chiese.
Che ci sia tempo e tempo, lo aveva scoperto anche Giacobbe, quando pur di avere in sposa Rachele offre sette anni di lavoro presso il padre di lei, Labano: «e gli parvero pochi giorni, a causa del suo amore per lei» (Ge 29:20). Come il tempo speso nell’amicizia, nell’amore, nel riposo scorre sempre troppo in fretta, così il tempo della sofferenza e della noia sembra sempre troppo lungo, lo sappiamo bene. Eppure «per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo», ci dice nel suo primo versetto il celebre e inflazionato capitolo tre dell’Ecclesiaste. Questo carattere inclusivo della temporalità riflette la coesistenza, sotto il sole, delle diverse generazioni, dell’empio e del giusto, del ricco e del povero, del sano e del malato, ma sopra ogni cosa si staglia la sovrana figura di Dio, Signore della storia, il cui Spirito soltanto ci guida nell’armonizzare questi estremi, nel creare sinfonia dai nostri opposti. L’abbandono fiducioso alla sua volontà resta la via maestra da seguire come suoi figli e figlie e suoi testimoni nel mondo, anche e a maggior ragione quando i tempi si fanno difficili. Da questo la donna e l’uomo credenti traggono saggezza e consolazione, perché sanno che il loro tempo è stato abitato da Dio. «Insegnaci dunque a contare bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio» (Sl 90:12).
I libri profetici contengono molte e preziose parole sul tempo, e forse ciascuno e ciascuna di noi ne ricorda alcune. Ci basti notare qui che nell’ambito della profezia non è tanto il tempo futuro che interpella il popolo di Dio, ma già quello presente, il qui e ora del rapporto di fedeltà con Dio. Così come il profeta non è principalmente l’uomo che parla del futuro, ma che parla all’uomo da parte di Dio, allo stesso modo non è nel futuro che Dio ci attende, ma in ogni momento del nostro vivere quotidiano; e se spesso, certo, il profeta parla al futuro («Così parla il Signore: “Nel tempo della grazia io ti esaudirò, nel giorno della salvezza ti aiuterò”», Is 49:8a) è per dire che l’orizzonte della promesse di Dio a nostro favore è infinitamente più vasto del nostro presente, che non le può racchiudere in nessun schema o in nessun magistero.
«Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge» (Ga 4:4). Con questa solenne affermazione arriviamo al Nuovo Testamento, che ci parla della pienezza dei tempi. Una pienezza che evidentemente, agli occhi di Dio, non ha a che fare con l’evoluzione del sapere e della conoscenza o con il progresso della scienza e della tecnica. La Galilea di duemila anni fa, senza internet e senza mass media, ai margini politici e geografici dell’Impero, fa da scenario all’evento dell’Incarnazione, sigillando quel tempo come il tempo del plèroma (in greco), cioè della pienezza. Forse c’è di che essere gelosi, potremmo pensare, se Dio ha scelto quel tempo e non il nostro per farsi uomo. In realtà non ne abbiamo motivo, quei tempi non sono poi così lontani. La lettera agli Ebrei si apre constatando che «in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1:2) il che rende quei tempi più vicini ai nostri: perché sono già il tempo della chiesa, è già il tempo dell’annuncio della Parola, è già il tempo compreso nella promessa fattaci da Gesù di restare con noi tutti i giorni fino alla fine dell’età presente (Mt 28:20).
E’ un tempo spartiacque quello di Gesù, non solo per il significato che ha avuto nella storia dell’umanità, ma anche per le conseguenze che ha portato nell’esistenza dei suoi discepoli. Nella loro vita c’è un “prima” e un “dopo” Gesù, c’è un momento particolare in cui il loro tempo è diventato altro rispetto al tempo normale della loro quotidianità. Nel raccontare dei due discepoli del Battista che domandarono a Gesù “dove abiti?”, l’evangelista Giovanni non ci riporta i loro nomi, ma annota che erano circa le quattro del pomeriggio (Gv 1:35-39). Ci colpisce una così chiara nota temporale che viene da un tempo così lontano dal nostro! Del resto certe date, certe ore non le scorderemo mai: l’ora del primo amore, della nascita di un figlio, di una bella notizia. L’ora in cui abbiamo sentito, o abbiamo riscoperto la voce di Dio nella nostra vita, quell’ora è anche per noi “le quattro del pomeriggio” come per quei due discepoli. Basterebbe solo la grazia di saper ricordare e rivivere quel momento per riscoprire la gratitudine, la gioia che può alimentare ogni altro giorno.
Giovanni ama giocare col tempo nel suo Vangelo. Il suo Gesù non ha paura di perdere tempo per una persona soltanto, non è un Gesù che guarda freneticamente l’agenda o lo smartphone: pensiamo alla samaritana, o a Nicodemo, che incontra persino di notte. Il tempo del Figlio nel quarto vangelo è anche orientato all’ora suprema della croce, e fino ad allora ogni parola, ogni segno è prematuro, ci parla ma non ancora con la potenza e il significato della parola della croce. Fino a quel momento «l’ora mia non è ancora venuta … il mio tempo non è ancora venuto» (Gv 2:4; 7:6). Anche all’evangelista Luca piace il tema del tempo, inteso come kairòs, il tempo favorevole, che è oggi, non ieri o domani: «Oggi devo fermarmi a casa tua… oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19:5-9).
Oggi: il nostro tempo, un tempo che conosciamo bene, un tempo sempre favorevole per il nostro rapporto con Dio e col prossimo, declinando in termini temporali il primo e più grande comandamento. Un tempo che nell’ottica di credenti è più nelle mani di Dio che nelle nostre. Un tempo, come ci racconta anche il Piccolo Principe, che non va imprigionato nei nostri freddi calcoli, ma che ha senso, e può fiorire in eterno, nella misura in cui sappiamo farne dono, esattamente così come ci viene donato da Dio, gratuitamente, ogni nuova mattina.

 

Publié dans : BIBLICA: STUDI | le 5 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »
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