I Tre Santi Arcangeli

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29 SETTEMBRE I SANTI ARCANGELI

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Gli Arcangeli rendono palpabile la presenza divina sulla terra
Se invocati hanno la capacità di aiutare a discernere tra il bene e il male

29 SETTEMBRE I SANTI ARCANGELI

di Pietro Barbini

ROMA, sabato, 29 settembre 2012 (ZENIT.org) – Oggi la Chiesa celebra la festa dei Santi arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele. Gli arcangeli, figure presenti sia nell’ebraismo che nella religione islamica, sono una sorta di angeli “superiori”, non a caso collocati nelle sfere più alte delle gerarchie angeliche, attraverso i quali opera lo spirito Santo. Questi “angeli”, spesso nell’iconografia rappresentati con grandi ali e molti occhi, hanno il compito di “gestire, coordinare e distribuire” la luce divina, che loro stessi riflettono essendo in continua contemplazione del volto di Dio, e dunque, rendere percepibile l’azione salvifica del creatore sulla terra. Gli arcangeli, in sostanza, come indica lo stesso termine (composto dalle parole greche “archein”, comandare, e “anghelos”, angelo), servendosi degli angeli delle schiere inferiori, dei quali sono messi a capo, si preoccupano e dispongono che il “disegno divino” prenda concretamente forma.
L’angelologo Haziel, dopo un approfondito studio sui testi della cabala e della dottrina ebraica, riporta i nomi di 9 arcangeli (Metatron, Raziel, Binael, Hesediel, Camael, Raffaele, Haniel, Michele e Gabriele), che presidierebbero l’attività dei 9 cori celesti, più un decimo, Sandalphon, che, secondo la cabala, sarebbe preposto alla “sfera energetica” della Terra. Nonostante la Chiesa riconosca l’esistenza di migliaia di angeli, autorizza solamente il culto di Michele, Raffaele e Gabriele, in quanto sono gli unici ad essere citati esplicitamente nella Bibbia.
San Michele, infatti, è presente con molteplici nomi, “Angelo del Signore”, “Angelo dell’Eterno”, “Angelo della sua presenza”, “Angelo dell’alleanza”, solamente nella lettera di Giuda però viene definito “Arcangelo”. Tradizionalmente è considerato il capo supremo degli angeli, principe e comandante delle milizie celesti (nel libro di Giosuè si presenta come “il capo dell’esercito dell’Eterno” e nel libro di Daniele viene chiamato “il gran principe”), colui che ha sconfitto Satana e le sue schiere, precipitandole sulla terra. Il suo nome, che in ebraico significa “chi è come Dio?”, è la frase pronunciata contro gli angeli ribelli di Lucifero. Nell’Apocalisse è sempre l’arcangelo Michele a guidare gli angeli in battaglia contro il “dragone”, che simboleggia Satana; per questi fatti è considerato il sommo guerriero, protettore dei cristiani e della Chiesa, simbolo della lotta del bene contro il male, portatore della luce della conoscenza ed emblema di giustizia (nell’iconografia orientale è spesso raffigurato con in mano una bilancia, piuttosto che la spada).
Gabriele, invece, che significa “Dio è la mia Forza”, è colui che rivela a Daniele i segreti del piano di Dio (Dn 8,16), annunzia a Zaccaria la nascita del Battista (Lc 1,11) e alla vergine Maria quella di Gesù (Lc 1, 26). Inoltre, secondo la tradizione, fu lui ad apparire ai pastori, annunciando la nascita del “salvatore”, e a confortare Gesù nel Getsemani. Nell’apocalisse ebraica, invece, appare come l’angelo del castigo, o della morte (definito “principe del fuoco”), mentre la tradizione islamica lo colloca a capo di tutti gli angeli (si dice abbia dettato il Corano a Maometto).
Raffaele, dall’ebraico “Dio guarisce”, accompagna e custodisce Tobia nel suo lungo viaggio, caccia i demoni dalla futura moglie Sara e guarisce il padre cieco (appare anche con gli altri 2 arcangeli per guarire Abramo); in virtù di questi fatti è considerato l’angelo guaritore e invocato contro le malattie dell’anima e del corpo, protettore dei pellegrini, dei farmacisti e dei fidanzati.
E’ interessante notare che in origine il 29 settembre veniva celebrato unicamente San Michele arcangelo, il cui culto gode di una tradizione secolare senza pari. Don Marcello Stanzione, in un suo articolo, ci fa notare come il culto di san Michele sia legato sopratutto alla grotta (spesso i santuari a lui dedicati sono stati edificati in luoghi sotterranei o in prossimità di grotte; lo stesso imperatore Costantino fece erigere in suo onore una chiesa sulla grotta della natività, mentre sua madre, sant’Elena, ne costruì una sulla grotta del Santo sepolcro), in quanto, nella teologia cristiana la grotta è da sempre messa in relazione al mistero della presenza divina (essendo il luogo natale, la tomba e dove si manifestò Cristo) e, non a caso, l’arcangelo viene considerato come l’angelo esorcista che scaccia i demoni dalle grotte dove, precedentemente, c’era il culto dei falsi dei pagani (vedi Mitra). Il martirologio romano, non a caso, in questo giorno ricorda la dedicazione della basilica di san Michele sul monte Monte sant’Angelo, considerato uno dei luoghi di culto più antichi della cristianità, la cui montagna è considerata sacra in virtù delle molte miracolose apparizioni dell’arcangelo avvenute nella grotta del Gargano.

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QUANDO TI CORICHERAI E QUANDO TI ALZERAI (ebraismo)

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QUANDO TI CORICHERAI E QUANDO TI ALZERAI (ebraismo)

La scuola di Shammày e quella di Hillèl avevano differenti opinioni riguardo come bisognasse leggere lo Shemà. La prima sosteneva che il verso « Quando ti coricherai e quando ti alzerai » andava preso alla lettera; di sera lo Shemà va detto stando coricati, la mattina stando in piedi. La scuola di Hillèl, al contrario, sosteneva che il versetto in questione ci indica solamente i tempi per la recitazione, e cioè sera e mattino, ma ognuno è libero di recitarlo in qualsiasi posizione.
Accadde dunque che una sera due Maestri, appartenenti alle due differenti scuole, alloggiassero assieme nella stessa stanza di una locanda, dove si erano fermati per la notte.
R. Ishmaèl (della scuola di Shammày) si era già coricato; R. El’azàr ben Azaryà (della scuola di Hillèl) invece stava ancora in piedi. Ma quando questi si stese comodamente sul letto per recitare lo Shemà, stranamente R. Ishmaèl si alzò in piedi per recitare la stessa preghiera.
Una volta finita la recitazione, R. El’azàr si rivolse al suo compagno: « Ishmaèl, amico mio, il tuo comportamento mi ricorda l’aneddoto del tizio che avendo ricevuto un complimento sulla sua lunga e bella barba, decise all’istante di tagliarsela! Quando ti trovavi già a letto, ero certo che avresti detto lo Shemà in questa posizione, alla maniera di Shammày. Con grande sorpresa, invece ti sei alzato. Ma secondo la vostra opinione, lo Shemà, di sera, si recita coricati. »
Rispose allora R. Ishmaèl: « Hillèl, il vostro maestro, insegna invece che si può dire in qualsiasi posizione. E dal momento che non sono obbligato a dirlo coricato, mi sono dunque alzato. »
« Ma allora perché non l’hai detto coricato, la scuola di Hillèl insegna che anche in questa posizione si può recitare lo Shemà! » Rispose ancora più stupito R. El’azàr.
« Questa è una buona domanda. La risposta è semplice: siccome è stato stabilito che dobbiamo sempre rispettare l’opinione di Hillèl quando si tratta di arrivare alla halakhà, cioè alla regola pratica, temevo che altri vedendoci recitare lo Shemà entrambi coricati, potessero arrivare alla conclusione che l’opinione da seguire fosse quella di Shammày, e questo sarebbe stato un grave ostacolo per le generazioni a venire. »

Per i più piccoli — Che cosa impariamo dal Midràsh
1. Che non siamo in grado di comprendere il vero significato di un versetto della Torà scritta (Tanàkh) senza l’aiuto della interpretazione della Torà orale (diventata poi Mishnà e Talmùd) custodita da Moshè fino ai Maestri.
2. Che divergenze di opinioni, anche gravi, non impedivano ai grandi Maestri di rispettarsi l’un l’altro.
3. Che non esisteva concorrenza tra le scuole perché entrambe erano diverse espressioni della Torà viva che vi veniva insegnata.
4. Che nonostante la libera diversità di interpretazione, quando si arrivava alla applicazione pratica della halakhà, veniva seguita solo ed esclusivamente la regola del Maestro che godeva della maggiore autorevolezza.
5. Che in una vera società ebraica, dove forte è il senso di responsabilita collettiva, non solo è importante sapere e applicare una regola per sé stessi, ma è altrettanto importante preoccuparsi che gli altri possano comprendere correttamente tale regola, senza equivoci.

Per i più grandi — Oltre il peshàt (spiegazione letterale)
In realtà questa volta non abbiamo a che fare con un midràsh aggadà (racconto a sfondo morale) ma con un midràsh halakhà, che esemplifica l’applicazione pratica di una regola. I commentatori non hanno dunque dovuto interpretare significati nascosti tra le parole del midràsh.
Ma perché mai veniva seguita delle due scuole, l’opinione di Hillèl? Secondo una fonte (Mishnà Yevamòt) l’opinione della scuola di Hillèl prevaleva, perché nello stabilire una regola, tenevano sempre conto dell’opinione contraria della scuola di Shammày. Hillèl era inoltre famoso per non perdere mai la pazienza, anche al cospetto di chi era meno sapiente. Sarà utile tuttavia ricordare che le forti divergenze ideologiche tra le due scuole, anche in materia delicata di purità, non impedivano ai discepoli di una scuola, di sposare ragazze delle famiglie appartenenti alla scuola avversaria.

T.B. Berakhòt 10b

David Piazza

Publié dans : Ebraismo: Midrash | le 26 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Matteo 20, 1-16

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24 SETTEMBRE 2017 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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24 SETTEMBRE 2017 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Gesù ci sorprende raccontando una parabola paradossale che afferma la sua predilezione per gli « ultimi ». È il modo di operare di Dio: la sua bontà supera la logica umana e la semplice giustizia distributiva.

La parola di Dio
Isaia 55,6-9. « I miei pensieri non sono i vostri pensieri… », dice il Signore per bocca di Isaia: « Quanto il cielo sovrasta la terra… i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri ». Pensieri antichi degli ebrei in esilio, ma che si applicano perfettamente alla parabola che la liturgia ci propone oggi.
Filippesi 1,20c-27a. Incomincia oggi la lettura della lettera ai Filippesi, che ci accompagnerà per quattro domeniche. Paolo incontra i Filippesi nel suo secondo viaggio. Si reca in Macedonia spinto da una visione e avrà sempre cari quegli abitanti. Paolo si è perfino fatto aiutare da loro, mentre lo ha sempre evitato da parte delle altre comunità, per non apparire interessato. Nel brano che ci viene presentato oggi, afferma che Gesù è la ragione della sua vita: desidera raggiungerlo, ma accetta di continuare a essere al suo servizio predicando tra di loro il vangelo.
Matteo 20,1-16a. Gesù racconta una parabola sconcertante, ma solo perché presenta la bontà sorprendente di Dio, che ha della giustizia un’idea assolutamente personale.

Riflettere
La parabola raccontata da Matteo evidentemente ha una finalità ben precisa: Gesù afferma che di fronte alla salvezza gli uomini sono tutti radicalmente uguali. Gli operai dell’ultima ora in realtà sono i pagani dell’epoca apostolica, che hanno soppiantato i « figli della promessa e dell’alleanza », indifferenti di fronte al Dio fatto uomo.
La parabola è verosimile e si rifà a una situazione molto diffusa al tempo di Gesù. Il lavoro a giornata era normale, e a quel tempo tutto sommato era una fortuna per la sopravvivenza di molte famiglie.
Anche il comportamento del padrone non è del tutto assurdo, dal momento che i grandi latifondisti erano signori assoluti e non vi era alcuna legge o contratto che regolasse il rapporto di lavoro tra operai e padroni.
Gesù del resto per trasmettere un suo messaggio racconta un episodio-parabola tratto dalla vita del tempo, senza preoccuparsi se in questo racconto il comportamento del protagonista potrebbe apparire discutibile: la stessa cosa aveva fatto raccontando la parabola del fattore infedele (Lc 16,1-13) o quella del padrone che pretende di essere servito (Lc 17,7-10).
Ciò che in questa parabola diventa certamente elemento di novità è prima di tutto la premura del padrone nell’invitare gli operai al lavoro. Soprattutto nell’invito agli ultimi si nota il suo disappunto nel vederli oziosi. È la bontà e l’insistenza di Dio che chiama tutti a lavorare nella sua vigna, anche chi apparentemente è più lontano da lui.
Ed è altrettanto sorprendente e provocatorio il fatto di cominciare a dare il salario dagli ultimi, da quelli cioè che hanno lavorato solo un’ora. E così la protesta di chi ha lavorato l’intera giornata ci pare giusta e logica. Oggi ci si appellerebbe ai sindacati. Ma si direbbe che tutto è fatto a proposito, proprio allo scopo di provocare una reazione.
Gesù intende presentare un caso di bontà imprevedibile. Il padrone diventa icona di Dio, sovranamente libero e misericordioso, che ama di amore inventivo. Egli è il padrone buono, che nel fare i suoi doni non si lascia condizionare dalle opere compiute, ma unicamente dal suo amore.
La parabola è autobiografica di Gesù e sottolinea che i peccatori, gli esclusi, i pubblicani, gli ultimi, cioè quelli che nella storia della salvezza non avevano peso, dopo la sua venuta sono stati portati al livello di importanza degli scribi e farisei, indifferenti e addirittura ostili di fronte alla sua predicazione.
La parabola intende anche spiegare come mai nell’epoca apostolica il regno di Dio, il nuovo Israele, si sia aperto anche ai nuovi convertiti, i pagani. E nella nuova comunità ecclesiale tutti si trovano sullo stesso piano di fronte alla salvezza, sia chi vi è approdato dall’esperienza ebraica, sia i nuovi convertiti dal paganesimo.
Gli stessi dodici apostoli non hanno fatto parte della gerarchia ebraica, eppure ora occupano i primi posti.

Attualizzare
La cosa che colpisce di più nella parabola è ancora l’amore inventivo di Dio, la sua ricerca degli operai per la sua vigna (al mattino presto, verso le nove, a mezzogiorno, alle tre del pomeriggio, alle cinque di sera…), il suo andare incontro anche a quelli che se ne stanno senza far niente.
Ma l’imprevedibilità di Dio, che nasce dall’amore, non viene capita dagli operai della prima ora. E riesce difficile anche a noi, cittadini e cristiani benpensanti, a cui non piace troppo la gratuità. Ma l’operare di Dio fa parte di una logica diversa, si fonda sulla libertà di Dio. Ancora una volta, all’uomo che cerca di ridurre Dio alla propria dimensione, Dio risponde sconcertandolo.
Si tratta di una nuova giustizia fondata non sul « tanto mi dai, tanto ti do », ma di un modo di giudicare che riesce a leggere nel fondo delle persone e delle situazioni, che si fonda sulla dignità di ogni uomo, sul diritto ad avere ciò che è indispensabile per vivere e per realizzarsi.
È indubbiamente un modo di ragionare che va contro la mentalità di coloro che sono sempre alla ricerca della meritocrazia, della selezione, delle rigide graduatorie, magari dei privilegi. Dice Gesù: « Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 5,20).
È una nuova giustizia che nasce da un supplemento di bontà. Per questo non è facile da accettare, se non ci si mette dal punto di vista di Dio. Perché si dà il caso che quel padrone potrebbe non trovare più gli operai all’alba del giorno dopo, preferendo presentarsi tutti alle cinque del pomeriggio… Così come il fratello del figliol prodigo trova giusto non dover ulteriormente dividere l’eredità con chi ha già sperperato una buona parte del patrimonio famigliare. « Non è giusto », dice, e non vuole fare festa come il padre.
Come dicevamo, la parabola è raccontata da Matteo per dire che la chiesa nata dalla Pasqua si è aperta ai pagani, ultimi arrivati, che hanno poi finito per soppiantare gli ebrei, che pure erano giunti alla fede sin dall’alba.
Ma la parabola è raccontata anche per noi, che viviamo nella chiesa di oggi. Tra di noi ci sono quelli che sono approdati alla fede sin da bambini, che ci vivono senza scossoni, tra messe quotidiane e rosari, e c’è chi fa fatica a credere, chi vive la vita cristiana con apparente superficialità e disinvoltura. E ci sono i « lontani », gli esclusi per le circostanze più diverse, coloro che vivono ai margini dei normali sentieri ecclesiali.
Dobbiamo chiederci se ci interessa questo Dio che manda tutti a lavorare a ogni ora nella sua vigna e ci chiama non a giudicare o a condannare, ma a farci carico della sua bontà e andare a cercarli, imitandolo nell’offrire la salvezza anche a chi è lontano o sfaticato, a chi deve essere spinto per trovare il gusto del lavoro e del vivere. A chi non conosce Dio e non lo vuole conoscere, a chi non ama la chiesa e anzi la rifiuta.
Domandiamoci anche quale spazio lasciamo nelle nostre comunità parrocchiali a coloro che giungono alla fede da strade lontane, che si convertono e diventano magari cristiani doc. Essi sono a volte così diversi dai « praticanti » e portano aria nuova, dando a volte l’impressione di voler sconvolgere le nostre buone abitudini. « Ma che cosa vogliono da noi, che siamo sempre stati qui, battezzati ancora in fasce e cresciuti tra oratorio e parrocchia? ».
C’è gente che teme di perdere il proprio posto in parrocchia, di venire privata della fiducia, di essere scavalcata dall’ultimo arrivato. E c’è chi non crede alla sincerità del loro cambiamento di vita. È stato così persino per Paolo, guardato con diffidenza dai cristiani della prima ora.
Quanto all’atteggiamento degli operai della prima ora, che affermano di avere faticato per l’intera giornata, ricordiamo che lavorare nella vigna di Dio non è mai faticoso, anzi è gioia e privilegio, crescita nella maturazione e nella propria ricchezza interiore. Chi arriva alla fede, in gioventù o in tarda età, sente il privilegio di avere incontrato qualcosa di sorprendente, che dà un senso nuovo alla sua vita.
Ricorda un ragazzo di 17 anni, Alessandro: « Sentivo tanta confusione dentro di me. Giunto alla scuola superiore mi sono ritrovato da solo e senza un progetto, qualcosa per cui vivere. Amavo solo la musica, ma non bastava a riempire la mia vita. Allora mi sono ritirato in un bosco e ho gridato verso Dio: « Se ci sei, fatti vivo, dammi un segno della tua presenza ». Non ero sicuro che mi avrebbe risposto, invece l’ho incontrato. Da quel momento Dio per me non è stato più un’idea, ma una presenza. Mi sono sentito amato. È scomparsa la paura, tutto è diventato bello, ho scoperto di essere nelle mani di Dio ».

Collaboratori nella vigna di Dio
« Da alcuni anni Chiara Castellani è missionaria laica in Congo, unico medico per 100 mila abitanti, e dirige un piccolo ospedale. Sin dal 1992 ha una protesi al posto del braccio sinistro, rimasto schiacciato sotto una jepp in un incidente stradale. Avrebbe anche lei qualche motivo per prendersela con Dio, invece confessa di essere felice, di aver ricevuto già qui, su questa terra il « centuplo » evangelico, in termini di relazioni umane, di intensità di vita. In una parola: di felicità vera, piena » (Gerolami Fazzini).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 23 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Caravaggio, il martirio di San Matteo

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Publié dans : immagini sacre | le 21 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

21 SETTEMBRE – SAN MATTEO, APOSTOLO ED EVANGELISTA

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21 SETTEMBRE – SAN MATTEO, APOSTOLO ED EVANGELISTA

di dom Prosper Guéranger

La chiamata del Signore.

« La vocazione del pubblicano che Gesù invita a seguirlo è tutto un mistero » dice sant’Ambrogio (Commento su san Luca l. v, c. 5). Già parecchie feste di apostoli ci hanno descritta la loro chiamata. ma oggi vediamo chiamare un pubblicano, uno degli uomini che il popolo detestava, perché esigeva per conto di Erode Antipa le tasse di dogana, dazio e pedaggio. Sant’Ambrogio ce lo presenta « avaro e duro, intento a volgere a suo profitto il salario dei braccianti, le pene e i pericoli dei marinai ». Forse sant’Ambrogio è troppo severo e gli attribuisce i difetti dei suoi colleghi, ma, comunque sia, Gesù passò vicino al suo banco di doganiere, a Cafarnao, lo osservò attentamente e gli disse senz’altro: « Seguimi! ».

La risposta di san Matteo.
Nella parola di Gesù vi sono autorità e tenerezza insieme e l’anima di Matteo, che era retta, fu illuminata da Dio e, lasciato tutto, abbandonato ad un altro l’ufficio, seguì il Signore. Egli meritò così il nome di Matteo, che vuoi dire il donato, ma il dono di Dio avrebbe poi superato di molto il dono che egli aveva fatto di se stesso. Dio era venuto a scegliere sulla terra quanto vi era di più umile e di più disprezzato, per la funzione sociale che compiva, per farne un principe del suo popolo (Sal 112) e dargli la dignità più alta che vi sia al mondo, dopo la Maternità divina, la dignità di Apostolo!

La riconoscenza.
Matteo volle festeggiare la sua chiamata con una grande cena alla quale invitò, non soltanto il Signore e i discepoli, ma anche tutti i suoi amici pubblicani, che furono numerosi al banchetto. Gesù si prestò ad un avvicinamento, che gli permetteva di proseguire la predicazione sul peccato e sul potere che aveva di perdonarlo, ma questo era un bello scandalo per la giustizia sdegnosa e rigida dei farisei, che trattavano come peccatori tutti quelli che non vivevano come loro, e non poterono tacere il loro stupore e la loro disapprovazione.

La risposta di Gesù.
Con la semplicità e bontà che consola chi è giudicato male e nello stesso tempo illumina chi è stato troppo severo, il Signore rispose: « Non coloro che stanno bene hanno bisogno del medico, ma i malati: io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori ». Il Signore è medico, medico dei corpi e più ancora medico delle anime. Se chi è malato ricorre a lui, chi può rimproverarlo? Il medico presta la sua opera a chi lo avvicina: è cosa regolarissima. Gesù è venuto in questo mondo per guarire e restituire la salute, per guarire chi sente di aver bisogno di guarigione. Chi sta bene, o crede di star bene, non ha bisogno del medico e il Signore non è venuto per lui. Chi si crede giusto non ha bisogno delle sue misericordie ed egli si dedica ai peccatori: è venuto per invitarli a penitenza. Infelice chi crede di bastare a se stesso! » (Dom Delatte, L’Evangelo, I, 240, Mame, 1922).

L’Apostolo.
Matteo seguì il Maestro e restò per tre anni in intimità con lui, attento al suo insegnamento, testimone dei suoi miracoli e della sua Risurrezione. Dopo la Pentecoste partì, come gli altri Apostoli, per evangelizzare il mondo. Sant’Ambrogio e san Paolino da Nola parlano della sua predicazione in Persia. Pare sia morto in Etiopia donde il suo corpo sarebbe stato portato a Salerno e la chiesa cattedrale salernitana è a lui dedicata. Clemente di Alessandria lo dice di grande austerità di vita e la tradizione afferma che morì martire, per aver sostenuto i diritti della verginità consacrata a Dio.

L’Evangelista.
La Chiesa sarà sempre riconoscente a san Matteo perché scrisse per il primo, e cioè prima del 70, l’insegnamento che aveva ascoltato dalla bocca stessa del Signore e che, dopo l’Ascensione, era trasmesso oralmente.
Lo scrisse in aramaico per i Giudei già convertiti, ma anche per tutti coloro che non avevano voluto riconoscere in Gesù il Messia promesso ai padri. Egli si propose di dimostrare che il Crocifisso del Calvario era l’erede delle promesse fatte a Davide, il Messia annunziato dai Profeti, colui che era venuto a fondare il vero regno di Dio. Si rivolse anche a tutti i cristiani e anche a noi, che consideriamo il Vangelo la « buona novella per eccellenza, la sola, parlando con esattezza, che esista al mondo: l’annunzio che l’uomo, chiamato prima all’amicizia e alla vita di Dio, poi decaduto da tanta grandezza, vi era riportato dal Figlio di Dio » (Dom Delatte, L’Evangelo, I, vii).

L’umiltà.
Come piacque al Signore la tua umiltà! Ti meritò di essere oggi così grande nel regno dei cieli (Mt 18,1-4), fece di te il confidente dell’Eterna Sapienza incarnata. La Sapienza del Padre, che si allontana dai prudenti e si rivela ai piccoli (ivi 11,25), rinnovò l’anima tua con la sua divina intimità e la riempì del vino nuovo della sua celeste dottrina (ivi 1,21-23). Tu avevi compreso così bene il suo amore che ti scelse per farti il primo storico della sua vita terrestre e mortale che per mezzo tuo l’Uomo-Dio si rivelò al mondo. Insegnamento magnifico il tuo (ivi 5-8) dice la Chiesa nella Messa, raccogliendo l’eredità di colei, che non seppe comprendere né il Maestro né i Profeti che l’annunziarono!

Preghiera.
Evangelista e martire della verginità, veglia sopra la parte eletta del gregge del Signore. Non dimenticare però nessuno di quelli ai quali insegni che l’Emmanuele ebbe il nome di Salvatore (1,21-23). Tutti i redenti ti venerano e ti pregano. Per la via tracciata, per merito tuo, nell’ammirabile Discorso della Montagna, conduci noi tutti al regno dei cieli, che la tua penna ispirata così spesso ricorda.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1096-1099

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Crocifisso Donatello

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SANTI MARTIRI COREANI (ANDREA KIM TAEGON, PAOLO CHONG HASANG E 101 COMPAGNI) – 20 SETTEMBRE

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SANTI MARTIRI COREANI (ANDREA KIM TAEGON, PAOLO CHONG HASANG E 101 COMPAGNI) – 20 SETTEMBRE

L’azione dello Spirito, che soffia dove vuole, con l’apostolato di un generoso manipolo di laici è alla radice della santa Chiesa di Dio in terra coreana. Il primo germe della fede cattolica, portato da un laico coreano nel 1784 al suo ritorno in Patria da Pechino, fu fecondato sulla meta del secolo XIX dal martirio che vide associati 103 membri della giovane comunità. Fra essi si segnalano Andrea Kim Taegon, il primo presbitero coreano e l’apostolo laico Paolo Chong Hasang. Le persecuzioni che infuriarono in ondate successive dal 1839 al 1867, anziché soffocare la fede dei neofiti, suscitarono una primavera dello Spirito a immagine della Chiesa nascente. L’impronta apostolica di questa comunità dell’Estremo Oriente fu resa, con linguaggio semplice ed efficace, ispirato alla parabola del buon seminatore, dal presbitero Andrea alla vigilia del martirio. Nel suo viaggio pastorale in quella terra lontana il Papa Giovanni Paolo II, il 6 maggio 1984, iscrisse i martiri coreani nel calendario dei santi. La loro memoria si celebra nella data odierna, perché un gruppo di essi subì il martirio in questo mese, alcuni il 20 e il 21 settembre. (Mess. Rom.)

Etimologia: Andrea = virile, gagliardo, dal greco
Emblema: Palma

Martirologio Romano: Memoria dei santi Andrea Kim Tae-gon, sacerdote, Paolo Chong Ha-sang e compagni, martiri in Corea. In questo giorno in un’unica celebrazione si venerano anche tutti i centotrè martiri, che testimoniarono coraggiosamente la fede cristiana, introdotta la prima volta con fervore in questo regno da alcuni laici e poi alimentata e consolidata dalla predicazione dei missionari e dalla celebrazione dei sacramenti. Tutti questi atleti di Cristo, di cui tre vescovi, otto sacerdoti e tutti gli altri laici, tra i quali alcuni coniugati altri no, vecchi, giovani e fanciulli, sottoposti al supplizio, consacrarono con il loro prezioso sangue gli inizi della Chiesa in Corea.
La Chiesa coreana ha la caratteristica forse unica, di essere stata fondata e sostenuta da laici; infatti agli inizi del 1600 la fede cristiana comparve in Corea tramite le delegazioni che ogni anno visitavano Pechino in Cina, per uno scambio culturale con questa Nazione, molto stimata in tutto l’Estremo Oriente.
E in Cina i coreani vennero in contatto con la fede cristiana, portando in patria il libro del grande padre Matteo Ricci “La vera dottrina di Dio”; e un laico, Lee Byeok grande pensatore, ispirandosi al libro del famoso missionario gesuita, fondò una prima comunità cristiana molto attiva.
Intorno al 1780, Lee Byeok pregò un suo amico Lee-sunghoon, che faceva parte della solita delegazione culturale in partenza per la Cina, di farsi battezzare e al ritorno portare con sé libri e scritti religiosi adatti ad approfondire la nuova fede.
Nella primavera del 1784 l’amico ritornò con il nome di Pietro, dando alla comunità un forte impulso; non conoscendo bene la natura della Chiesa, il gruppo si organizzò con una gerarchia propria celebrando il battesimo e non solo, ma anche la cresima e l’eucaristia.
Informati dal vescovo di Pechino che per avere una gerarchia occorreva una successione apostolica, lo pregarono di inviare al più presto dei sacerdoti; furono accontentati con l’invio di un prete Chu-mun-mo, così la comunità coreana crebbe in poco tempo a varie migliaia di fedeli.
Purtroppo anche in Corea si scatenò ben presto una persecuzione fin dal 1785, che si incrudeliva sempre più, finché nel 1801 anche l’unico prete venne ucciso, ma questo non bloccò affatto la crescita della comunità cristiana.
Il re nel 1802 emanò un editto di stato, in cui si ordinava addirittura lo sterminio dei cristiani, come unica soluzione per soffocare il germe di quella “follia”, ritenuta tale dal suo governo. Rimasti soli e senza guida spirituale, i cristiani coreani chiedevano continuamente al vescovo di Pechino e anche al papa di avere dei sacerdoti; ma le condizioni locali lo permisero solo nel 1837, quando furono inviati un vescovo e due sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi; i quali penetrati clandestinamente in Corea furono martirizzati due anni dopo.
Un secondo tentativo operato da Andrea Kim Taegon, riuscì a fare entrare un vescovo e un sacerdote, da quel momento la presenza di una gerarchia cattolica in Corea non mancherà più, nonostante che nel 1866 si ebbe la persecuzione più accanita; nel 1882 il governo decretò la libertà religiosa.
Nelle persecuzioni coreane perirono, secondo fonti locali, più di 10.000 martiri, di questi 103 furono beatificati in due gruppi distinti nel 1925 e nel 1968 e poi canonizzati tutti insieme il 6 maggio 1984 a Seul in Corea da papa Giovanni Paolo II; di questi solo 10 sono stranieri, 3 vescovi e 7 sacerdoti, gli altri tutti coreani, catechisti e fedeli.
Di seguito diamo un breve tratto biografico dei due capoelenco liturgico del gruppo dei 103 santi martiri: Andrea Kim Taegon e Paolo Chong Hasang.
Andrea nato nel 1821 da una nobile famiglia cristiana, crebbe in un ambiente decisamente ispirato ai principi cristiani, il padre in particolare aveva trasformato la sua casa in una ‘chiesa domestica’, ove affluivano i cristiani ed i neofiti della nuova fede, per ricevere il battesimo, scoperto tenne con forza la sua fede, morendo a 44 anni martire.
Aveva 15 anni quando uno dei primi missionari francesi arrivati in Corea nel 1836, lo inviò a Macao per prepararlo al sacerdozio. Ritornò come diacono nel 1844 per preparare l’entrata del vescovo mons. Ferréol, organizzando una imbarcazione con marinai tutti cristiani, andando a prenderlo a Shanghai, qui fu ordinato sacerdote e insieme, di nascosto con un viaggio avventuroso, penetrarono in Corea, dove lavorarono insieme sempre in un clima di persecuzione.
Con la nobiltà del suo atteggiamento, con la capacità di comprendere la mentalità locale, riuscì ad ottenere ottimi risultati d’apostolato. Nel 1846 il vescovo Ferréol lo incaricò di far pervenire delle lettere in Europa, tramite il vescovo di Pechino, ma durante il suo incontro con le barche cinesi, fu casualmente scoperto ed arrestato.
Subì gli interrogatori e gli spostamenti di carcere prima con il mandarino, poi con il governatore e giacché era un nobile, alla fine con il re e a tutti manifestò la fedeltà al suo Dio, rifiutando i tentativi di farlo apostatare, nonostante le atroci torture; alla fine venne decapitato il 16 settembre del 1846 a Seul; primo sacerdote martire della nascente Chiesa coreana.
Paolo Chong Hasang. Eroico laico coreano, era nato nel 1795 a Mahyan, il padre Agostino e il fratello Carlo vennero martirizzati nel 1801, la sua famiglia composta da lui, la madre Cecilia e la sorella Elisabetta, venne imprigionata e privata di ogni bene, furono costretti ad andare ospiti di un parente, ma appena gli fu possibile si trasferì a Seul aggregandosi alla comunità cristiana; perlomeno quindici volte andò in Cina a Pechino in viaggi difficilissimi fatti a piedi, spinto dall’eroismo di una fede genuina, professata nonostante i gravi pericoli.
Collaborò alacremente affinché il primo sacerdote Yan arrivasse in Corea e poi dopo di lui i missionari francesi: il vescovo Imbert ed i sacerdoti Maubant e Chastan.
Fu accolto con la madre e la sorella dal vescovo Imbert, il quale desiderava farlo diventare sacerdote, ma la persecuzione infuriava e un apostata li tradì, facendoli imprigionare.
Paolo Chong Hasang venne interrogato e torturato per fargli abbandonare la religione straniera a cui si era associato, ma visto la sua grande fermezza, venne condannato e decapitato il 22 settembre 1839, insieme al suo caro amico Agostino Nyon, anche lui firmatario di una petizione al papa per l’invio di un vescovo in Corea. Anche la madre e la sorella vennero uccise dopo alcuni mesi.
Il vescovo e i due sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi, vennero decapitati anche loro nel 1839.

Publié dans : santi martiri | le 19 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »
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