Gesù e i bambini

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9 LUGLIO 2017 | 14A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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9 LUGLIO 2017 | 14A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Gesù esulta, perché tanta gente del popolo lo segue, lo capisce, lo accetta con semplicità e accoglie i suoi messaggi con apertura di cuore e disponibilità. Mentre i potenti e gli intellettuali del suo tempo gli tendono tranelli e non riconoscono la sua dottrina.
La parola di Dio
Zaccaria 9,9-10. Gesù realizza pienamente la profezia di Zaccaria. In contrapposizione ai re gloriosi del suo tempo, Zaccaria annuncia l’arrivo di un re « giusto, vittorioso e umile » che entra pacificamente in Gerusalemme, non servendosi di un cavallo da guerra, ma cavalcando un asinello.
Romani 8,9.11-13. Da oggi e per cinque domeniche sentiremo leggere il capitolo 8° della lettera di Paolo ai Romani. Quest’oggi Paolo ci invita a non diventare schiavi del peccato e a vivere una vita nuova nello Spirito. Vivere secondo lo Spirito è premessa di immortalità, perché abita in noi lo stesso Spirito che ha risuscitato Gesù dalla morte.
Matteo 11,25-30. Il vangelo ci fa conoscere una delle pochissime preghiere di Gesù al Padre. Gesù benedice e ringrazia perché la sua missione si compie e viene accolta da gente come lui, semplice e umile.

Riflettere
« Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra… » (Mt 11,25). Gesù ha scelto gli apostoli (cap. 9), ha chiesto loro una grande disponibilità, di non temere rischi, prove, persecuzione (cap. 10). Ma assicura: nemmeno un bicchiere d’acqua andrà perso a chi lo offrirà a chi annuncia il suo vangelo. Poi Matteo ci fa conoscere questa preghiera di Gesù. È un brano fresco e immediato, teologicamente significativo, « una meteora che proviene dal vangelo di Giovanni », come è stata definita questa sezione di Matteo. Ci rivela non solo con che stile Gesù si rivolge al Padre, ma è un importante spiraglio per farci comprendere come Dio interviene nella storia e dona la salvezza.
« Perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti » (Mt 11,25). Gli scribi, i farisei, i maestri della legge – cioè tutta la classe dirigente ebraica – non accoglie Gesù, anzi reagiscono con la massima durezza nei suoi confronti, difendendosi fino alla violenza dalle parole di novità di questo messia inatteso.
« e le hai rivelate ai piccoli » (Mt 11,25). Chi ha accolto il messaggio di Gesù, entrando nella logica di Dio, aprendosi al suo stile, è stata invece la gente semplice: il popolino, gli ex-pescatori, i peccatori pubblici, i poco raccomandabili. Quelli che non facevano parte di nessuna « casta », né politica, né economica, né sociale.
La salvezza quindi, che è sempre stata destinata a tutti, ma che in pratica era stata legata ai privilegiati, ora invece appare con evidenza slegata dalla cultura, dalla ricchezza, condizionata unicamente alla disponibilità a entrare in sintonia con Dio.
« Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza » (Mt 11,26). È il Padre che ha voluto così, è lui che interviene per mezzo di Gesù a compiere questo prodigio, a renderlo evidente.
« Nessuno conosce il Figlio se non il Padre… » (Mt 11,27). Gesù rivela anche il rapporto di comunione che c’è tra lui e il Padre. Tra Padre e Figlio c’è conoscenza perfetta.
« e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo » (Mt 11,27). Ma questa conoscenza si apre a chi è ben disposto, a chi è povero e semplice di fronte a Dio.
La salvezza è iniziativa del Padre, che interviene nella storia concretamente per mezzo di Gesù. Dunque Dio interviene nella storia e dona la salvezza anche attraverso i poveri e i semplici, cioè attraverso coloro che hanno conosciuto e accolto Gesù.
« Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e appressi… » (Mt 11,28). La seconda parte del passo di Matteo, più che ai discepoli è rivolto alla gente che lo segue. Quegli ebrei sono  » stanchi e scoraggiati, come pecore che non hanno pastore  » (Mt 9,36) e Gesù prova verso di loro una sincera commozione. Essi sono oppressi in particolare dal giogo della legge: centinaia di minuziose prescrizioni insopportabili. Gesù li invita a seguire lui e la sua nuova legge.
« Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero… » (Mt 11,30). Le parole di Gesù, che pure risuonano radicalmente impegnative, rispondono però intimamente alle esigenze più profonde dell’uomo e costituiscono un giogo meno pesante da portare.
Il brano è sicuramente polemico nei confronti di quelle classi che vedono nella parola di Gesù una minaccia alla loro posizione di prestigio e che sono più attente all’osservanza legale che disponibili alla parola di Dio.

Attualizzare
Al tempo di Gesù, tra gli ebrei, l’uomo riuscito era chi era diventato ricco e potente, con una bella famiglia e tanti figli. Erano le categorie privilegiate, che dominavano sul popolo. Mentre i poveri, gli ammalati, le prostitute, i pubblicani, il popolino erano considerati persone piene di peccati e dovevano offrire sacrifici per chiedere perdono.
Gesù guarda la situazione e sceglie: si schiera per i poveri, gli anawim, i miti, i peccatori. Lui stesso si fa uno di loro. E dice: « Imparate da me, fate come ho fatto io ».
« Chi sono i poveri oggi? », si domanda mons. Giovanni Nervo, fondatore della Caritas italiana: « Oggi i poveri sono la gente che ha passato lunghe notti d’inverno sul tetto delle fabbriche per difendere il posto di lavoro; sono gli immigrati che, quando perdono il lavoro per una legge miope e disumana, diventano clandestini, e quindi « delinquenti »; sono quelli che la nostra marina militare respinge in mare… « .
« Oggi, oltre che di povertà, parliamo anche di impoverimento: persone e famiglie che erano autosufficienti, un certo benessere, ma che con la perdita del lavoro, della chiusura dell’azienda, sono diventate povere ».
« In questa situazione », continua mons. Nervo, « la chiesa è chiamata a fare la scelta preferenziale dei poveri e a testimoniare al mondo di oggi « la benevolenza di Dio verso i piccoli, gli stanchi e gli oppressi »".
Così si sono regolati i cristiani lungo i secoli. Sin dai tempi di Paolo. « Dio ha scelto – dice l’apostolo ai cristiani di Corinto – ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio » (1Cor 1,26-29).
Da san Francesco a Madre Teresa, da san Vincenzo de’ Paoli a don Bosco, la storia della chiesa è costellata di cristiani che hanno compreso le parole di Gesù e le hanno vissute in forma personale, giungendo ai vertici della solidarietà e della comunione con Dio.
Non sono sicuramente mancati nei duemila anni della chiesa credenti di grande intelligenza e di studio, che hanno vissuto con semplicità e autenticità la loro fede. Basta pensare al genio di Agostino, di san Tommaso d’Aquino, di Dante Alighieri, di Pascal, e a uno stuolo di scienziati, artisti, sovrani e uomini politici che hanno messo l’intera loro intelligenza e il frutto delle loro competenze nella costruzione del regno di Dio.
Certo, esistono anche coloro che dalla scienza traggono solo dubbi e si allontanano dalla fede. Che non vogliono riconoscere la sovranità di Dio sul creato e sulle forze della natura, oppure che affermano che a loro il dono della fede non è concesso, poiché proviene gratuitamente da Dio.
È il caso di ricordare che la fede la si riceve in ginocchio, come ogni altro dono di Dio, e che il Padre si rivela a chi si fa piccolo come Gesù.
Proprio per questo motivo, dà un contributo più significativo alla costruzione del regno di Dio un’azione apparentemente piccola, ma compiuta per amore, che non le grandi imprese realizzate a titolo personale, magari per accrescere nella considerazione di chi ci vede.
L’insegnamento di Gesù è sconvolgente ancora oggi. Tutti vogliano contare, diventare dei numeri uno, crescere nel benessere, nella sicurezza, nella ricchezza. E quando le cose non vanno come si vorrebbe, ci si lascia prendere dallo sconforto e dalla frustrazione, pensando di aver sbagliato strada.
Ma è più importante ciò che siamo di fronte a Dio, del prestigio sociale e della ricchezza che abbiamo raggiunto. È più importante ciò ché siamo di ciò che possediamo.
Dice Ireneo di Lione: « È meglio e più utile essere semplici e sapere poche cose e vivere mediante l’amore in comunione con Dio, piuttosto che presumere di sapere molte cose e di avere molta esperienza, ma bestemmiare il proprio Dio. È meglio non sapere proprio nulla, nemmeno la causa di una qualsiasi cosa creata, ma credere a Dio e perseverare nell’amore, piuttosto che insuperbirsi per la propria scienza e perdere l’amore che dà la vita all’uomo. È meglio non cercare di sapere altro che Gesù Cristo, Figlio di Dio, crocifisso per noi, piuttosto di cadere nell’empietà, attraverso sottili questioni e minuzie di parole ».
Gesù si presenta come grande consolatore per gli uomini di ogni tempo. Il suo modo di fare è pieno di mitezza, di misericordia, di bontà. La sua legge è dolce, nasce dall’amore, risponde alle più profonde esigenze umane. Ma proprio nel capitolo precedente Matteo ha presentato le impegnative esigenze che Gesù chiede a chi lo segue. In che senso allora il giogo di Gesù è « dolce e leggero »?
- Gesù ci libera dalla schiavitù della legge, chiedendoci di arrivare al cuore di ogni legge, vivendo per amore;
- Ci libera da un certo modo di concepire l’autorità e il potere, chiedendoci di vivere nella fraternità;
- Ci assicura che siamo ascoltati dal Padre ogni volta che ci rivolgiamo a lui;
- Promette lo Spirito consolatore, che viene in soccorso alla nostra debolezza;
- Lui stesso si è presentato mite e umile di cuore: si è fatto come noi, si è inserito in una cultura e in un tempo storico, e come un buon pastore ha usato parole di consolazione e di amore con chi lo seguiva;
- Infine ha dato per amore la sua vita sulla croce, subendo la più tragica forma di umiltà.

L’umiltà di papa Luciani
Un giorno papa Luciani ebbe a dire: « Mi limito a raccomandare una virtù, tanto cara al Signore: ha detto: « Imparate da me che sono mite e umile di cuore ». Io rischio di dire uno sproposito, ma lo dico: il Signore tanto ama l’umiltà che, a volte, permette dei peccati gravi. Perché? perché quelli che li hanno commessi, questi peccati, dopo, pentiti, restino umili. Non vien voglia di credersi dei mezzi santi, dei mezzi angeli, quando si sa di aver commesso delle mancanze gravi. Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili. Invece la tendenza, in noi tutti, è piuttosto al contrario: mettersi in mostra. Bassi, bassi: è la virtù cristiana che riguarda noi stessi ».

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Angelo

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PAPA FRANCESCO – TUTTI ABBIAMO UN ANGELO (2014)

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PAPA FRANCESCO – TUTTI ABBIAMO UN ANGELO (2014)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 2 ottobre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.225, Ven. 03/10/2014)

Tutti abbiamo un angelo sempre accanto, che non ci lascia mai soli e ci aiuta a non sbagliare strada. E se sapremo essere come bambini riusciremo a evitare la tentazione di bastare a noi stessi, che sfocia nella superbia e anche nel carrierismo esasperato. È proprio il ruolo decisivo degli angeli custodi nella vita dei cristiani che Papa Francesco ha ricordato, nel giorno della loro festa, durante la messa celebrata giovedì 2 ottobre a Santa Marta.
Sono due le immagini — l’angelo e il bambino — che, ha fatto subito notare Francesco, «la Chiesa ci fa vedere nella liturgia di oggi». Il libro dell’Esodo (23.20-23a), in particolare, ci propone «l’immagine dell’angelo», che «il Signore dà al suo popolo per aiutarlo nel suo cammino». Si legge infatti: «Io mando un angelo davanti a te per custodirti nel tuo cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato». Dunque, ha commentato il Papa, «la vita è un cammino, la nostra vita è un cammino che finisce in quel luogo che il Signore ci ha preparato».
Ma, ha puntualizzato, «nessuno cammina da solo: nessuno!». Perché «nessuno può camminare da solo». E «se uno di noi credesse di poter camminare da solo, sbaglierebbe tanto» e «cadrebbe in quello sbaglio, tanto brutto, che è la superbia: credersi di essere grande». Finendo anche per avere quell’atteggiamento di «sufficienza» che porta a dire a se stessi: «Io posso, io ce la faccio» da solo.
Invece il Signore dà una chiara indicazione al suo popolo: «Vai, tu farai quello che io ti dirò. Tu camminerai la tua vita, ma ti darò un aiuto che ti ricorderà continuamente quello che tu devi fare». E così «dice al suo popolo come dev’essere l’atteggiamento con l’angelo». La prima raccomandazione è: «Abbi rispetto della sua presenza». E poi: «Dai ascolto alla sua voce e non ribellarti a lui». Perciò oltre a «rispettare» si deve anche saper «ascoltare» e «non ribellarsi».
In fondo, ha spiegato il Papa, «è quell’atteggiamento docile, ma non specifico, dell’obbedienza dovuta al padre, che è proprio dell’obbedienza del figlio». Si tratta in sostanza di «quell’obbedienza della saggezza, quell’obbedienza dell’ascoltare i consigli e scegliere il meglio secondo i consigli». E bisogna, ha aggiunto, «avere il cuore aperto per chiedere e ascoltare consigli».
Il passo del Vangelo di Matteo (18, 1-5.10) propone invece la seconda immagine, quella del bambino. «I discepoli — ha detto il vescovo di Roma commentando il brano — litigavano su chi fosse il più grande tra loro. C’era disputa interna: il carrierismo. Questi che sono i primi vescovi avevano questa tentazione del carrierismo» e dicevano tra loro: «Io voglio diventare più grande di te!». In proposito Francesco ha rimarcato: «Non è un buon esempio che i primi vescovi abbiano fatto questo, ma è la realtà».
Da parte sua «Gesù insegna loro il vero atteggiamento»: chiama a sé un bambino, lo pone in mezzo a loro — riferisce Matteo — e così facendo indica espressamente «la docilità, il bisogno di consiglio, il bisogno di aiuto, perché il bambino è proprio il segno del bisogno di aiuto, di docilità per andare avanti».
«Questa è la strada», ha assicurato il Pontefice, e non quella di stabilire «chi è più grande». In realtà, ha ribadito ripetendo le parole di Gesù, «sarà più grande» colui che diventerà come un bambino. E qui il Signore «fa quel collegamento misterioso che non si può spiegare, ma è vero». Dice infatti: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
In pratica, ha suggerito Francesco, «è come se dicesse: se voi avete questo atteggiamento di docilità, questo atteggiamento di stare a sentire i consigli, di cuore aperto, di non voler essere il più grande, quell’atteggiamento di non volere camminare da solo il cammino della vita, sarete più vicini all’atteggiamento di un bambino e più vicini alla contemplazione del Padre».
«Tutti noi secondo la tradizione della Chiesa — ha spiegato ancora il Papa — abbiamo un angelo con noi, che ci custodisce, ci fa sentire le cose». Del resto, ha confidato, «quante volte abbiamo sentito: “Ma, questo… dovrei fare così… questo non va… stai attento!”». È proprio «la voce di questo nostro compagno di viaggio». E possiamo essere «sicuri che lui ci porterà alla fine della nostra vita con i suoi consigli». Per questo bisogna «dare ascolto alla sua voce, non ribellarci». Invece «la ribellione, la voglia di essere indipendente, è una cosa che tutti noi abbiamo: è la stessa superbia, quella che ha avuto il nostro padre Adamo nel paradiso terrestre». Di qui l’invito del Papa a ciascuno: «Non ribellarti, segui i suoi consigli!».
In realtà, ha confermato il Pontefice, «nessuno cammina da solo e nessuno di noi può pensare che è solo: c’è sempre questo compagno». Certo, capita che «quando noi non vogliamo ascoltare il suo consiglio, ascoltare la sua voce, gli diciamo: “Ma vai via!”». Ma «cacciare via il compagno di cammino è pericoloso, perché nessun uomo, nessuna donna può consigliare se stesso: io posso consigliare un altro, ma non consigliare me stesso». Infatti, ha ricordato Francesco, «c’è lo Spirito Santo che mi consiglia, c’è l’angelo che mi consiglia» e per questo ne «abbiamo bisogno».
Il Papa ha invitato a non considerare «questa dottrina sugli angeli un po’ fantasiosa». Si tratta invece di una «realtà». È «quello che Gesù, che Dio ha detto: “Io mando un angelo davanti a te per custodirti, per accompagnarti nel cammino, perché non sbagli”».
In conclusione Francesco ha proposto una serie di domande perché ciascuno possa fare un esame di coscienza con se stesso: «Com’è il rapporto con il mio angelo custode? Lo ascolto? Gli dico buongiorno, al mattino? Gli dico: custodiscimi durante il sonno? Parlo con lui? Gli chiedo consiglio? È al mio fianco?». A questi interrogativi, ha detto, «possiamo rispondere oggi»: ciascuno di noi può farlo per verificare «com’è il rapporto con quest’angelo che il Signore ha mandato per custodirmi e accompagnarmi nel cammino, e che vede sempre la faccia del Padre che è nei cielo».

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Salmo 8

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DIALOGO DELLA TERRA E DELLA LUNA – GIACOMO LEOPARDI

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DIALOGO DELLA TERRA E DELLA LUNA – GIACOMO LEOPARDI

Le domande filosofiche sulla vita

Giacomo Leopardi
1824
dalle Operette Morali

L’originale dialogo fra la Terra e la Luna composto da Leopardi si snoda entro un contesto e mediante immagini che tengono conto delle interazioni di ambito fisico-astronomico fra i due corpi celesti (attrazione mareale, reciproche eclissi, moti di rotazione e di rivoluzione). Come in altre opere leopardiane, il contesto dell’osservazione del cielo non è mai separato dai sentimenti di natura esistenziale che essa suscita. Al di là delle differenze di ambiente, di prospettive geometriche, di moti e di possibili abitatori, la Terra e la Luna condividono la medesima riflessione: la felicità non è facile da ottenere e nessun corpo celeste può assicurarla; gli uomini sulla terra la cercano avidamente ma si affannano in attività che non la procurano.
Terra. Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere; per essere una persona; secondo che ho inteso molte volte da’ poeti: oltre che i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e che lo veggono essi cogli occhi propri; che in quell’età ragionevolmente debbono essere acutissimi. Quanto a me, non dubito che tu non sappi che io sono né più né meno una persona; tanto che, quando era più giovane, feci molti figliuoli: sicché non ti maraviglierai di sentirmi parlare. Dunque, Luna mia bella, con tutto che io ti sono stata vicina per tanti secoli, che non mi ricordo il numero, io non ti ho fatto mai parola insino adesso, perché le faccende mi hanno tenuta occupata in modo, che non mi avanzava tempo da chiacchierare. Ma oggi che i miei negozi sono ridotti a poca cosa, anzi posso dire che vanno co’ loro piedi; io non so che mi fare, e scoppio di noia: però fo conto, in avvenire, di favellarti spesso, e darmi molto pensiero dei fatti tuoi; quando non abbia a essere con tua molestia.
Luna. Non dubitare di cotesto. Così la fortuna mi salvi da ogni altro incomodo, come io sono sicura che tu non me ne darai. Se ti pare di favellarmi, favellami a tuo piacere; che quantunque amica del silenzio, come credo che tu sappi, io t’ascolterò e ti risponderò volentieri, per farti servigio.
Terra. Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti coi loro moti?
Luna. A dirti il vero, io non sento nulla.
Terra. Né pur io sento nulla, fuorché lo strepito del vento che va da’ miei poli all’equatore, e dall’equatore ai poli, e non mostra saper niente di musica. Ma Pitagora dice che le sfere celesti fanno un certo suono così dolce ch’è una maraviglia; e che anche tu vi hai la tua parte, e sei l’ottava corda di questa lira universale: ma che io sono assordata dal suono stesso, e però non l’odo.
Luna. Anch’io senza fallo sono assordata; e, come ho detto, non l’odo: e non so di essere una corda.
Terra. Dunque mutiamo proposito. Dimmi: sei tu popolata veramente, come affermano e giurano mille filosofi antichi e moderni, da Orfeo sino al De la Lande? Ma io per quanto mi sforzi di allungare queste mie corna, che gli uomini chiamano monti e picchi; colla punta delle quali ti vengo mirando, a uso di lumacone; non arrivo a scoprire in te nessun abitante: se bene odo che un cotal Davide Fabricio, che vedeva meglio di Linceo, ne scoperse una volta certi, che spandevano un bucato al sole.
Luna. Delle tue corna io non so che dire. Fatto sta che io sono abitata.
Terra. Di che colore sono cotesti uomini?
Luna. Che uomini?
Terra. Quelli che tu contieni. Non dici tu d’essere abitata?
Luna. Sì, e per questo?
Terra. E per questo non saranno già tutte bestie gli abitatori tuoi.
Luna. Né bestie né uomini; che io non so che razze di creature si sieno né gli uni né l’altre. E già di parecchie cose che tu mi sei venuta accennando, in proposito, a quel che io stimo, degli uomini, io non ho compreso un’acca.
Terra. Ma che sorte di popoli sono coteste?
Luna. Moltissime e diversissime, che tu non conosci, come io non conosco le tue.
Terra. Cotesto mi riesce strano in modo, che se io non l’udissi da te medesima, io non lo crederei per nessuna cosa del mondo. Fosti tu mai conquistata da niuno de’ tuoi?
Luna. No, che io sappia. E come? e perché?
Terra. Per ambizione, per cupidigia dell’altrui, colle arti politiche, colle armi.
Luna. Io non so che voglia dire armi, ambizione, arti politiche, in somma niente di quel che tu dici.
Terra. Ma certo, se tu non conosci le armi, conosci pure la guerra: perché, poco dianzi, un fisico di quaggiù, con certi cannocchiali, che sono instrumenti fatti per vedere molto lontano, ha scoperto costì una bella fortezza, co’ suoi bastioni diritti; che è segno che le tue genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali.
Luna. Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono. Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente da per tutto. Io dico di essere abitata, e tu da questo conchiudi che gli abitatori miei debbono essere uomini. Ti avverto che non sono; e tu consentendo che sieno altre creature, non dubiti che non abbiano le stesse qualità e gli stessi casi de’ tuoi popoli; e mi alleghi i cannocchiali di non so che fisico. Ma se cotesti cannocchiali non veggono meglio in altre cose, io crederò che abbiano la buona vista de’ tuoi fanciulli; che scuoprono in me gli occhi, la bocca, il naso, che io non so dove me gli abbia.
Terra. Dunque non sarà né anche vero che le tue province sono fornite di strade larghe e nette; e che tu sei coltivata; cose che dalla parte della Germania, pigliando un cannocchiale, si veggono chiaramente.
Luna. Se io sono coltivata, io non me ne accorgo, e le mie strade io non le veggo
Terra. Cara Luna, tu hai a sapere che io sono di grossa pasta e di cervello tondo; e non è maraviglia che gli uomini m’ingannino facilmente. Ma io ti so dire che se i tuoi non si curano di conquistarti, tu non fosti però sempre senza pericolo: perché in diversi tempi, molte persone di quaggiù si posero in animo di conquistarti esse; e a quest’effetto fecero molte preparazioni. Se non che, salite in luoghi altissimi, e levandosi sulle punte de’ piedi, e stendendo le braccia, non ti poterono arrivare. Oltre a questo, già da non pochi anni, io veggo spiare minutamente ogni tuo sito, ricavare le carte de’ tuoi paesi, misurare le altezze di cotesti monti, de’ quali sappiamo anche i nomi. Queste cose, per la buona volontà ch’io ti porto, mi è paruto bene di avvisartele, acciò che tu non manchi di provvederti per ogni caso. Ora, venendo ad altro, come sei molestata da’ cani che ti abbaiano contro? Che pensi di quelli che ti mostrano altrui nel pozzo? Sei tu femmina o maschio? perché anticamente ne fu varia opinione. È vero o no che gli Arcadi vennero al mondo prima di te? che le tue donne, o altrimenti che io le debba chiamare, sono ovipare; e che uno delle loro uova cadde quaggiù non so quando? che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico moderno?che sei fatta, come affermano alcuni Inglesi, di cacio fresco? che Maometto un giorno, o una notte che fosse, ti spartì per mezzo, come un cocomero; e che un buon tocco del tuo corpo gli sdrucciolò dentro alla manica? Come stai volentieri in cima dei minareti? Che ti pare della festa del bairam?
Luna. Va pure avanti; che mentre seguiti così, non ho cagione di risponderti, e di mancare al silenzio mio solito. Se hai caro d’intrattenerti in ciance, e non trovi altre materie che queste; in cambio di voltarti a me, che non ti posso intendere, sarà meglio che ti facci fabbricare dagli uomini un altro pianeta da girartisi intorno, che sia composto e abitato alla tua maniera. Tu non sai parlare altro che d’uomini e di cani e di cose simili, delle quali ho tanta notizia, quanta di quel sole grande grande, intorno al quale odo che giri il nostro sole.
Terra. Veramente, più che io propongo, nel favellarti, di astenermi da toccare le cose proprie, meno mi vien fatto. Ma da ora innanzi ci avrò più cura. Dimmi: sei tu che ti pigli spasso a tirarmi l’acqua del mare in alto, e poi lasciarla cadere?
Luna. Può essere. Ma posto che io ti faccia cotesto o qualunque altro effetto, io non mi avveggo di fartelo: come tu similmente, per quello che io penso, non ti accorgi di molti effetti che fai qui; che debbono essere tanto maggiori de’ miei, quanto tu mi vinci di grandezza e di forza.
Terra. Di cotesti effetti veramente io non so altro se non che di tanto in tanto io levo a te la luce del sole, e a me la tua; come ancora, che io ti fo gran lume nelle tue notti, che in parte lo veggo alcune volte. Ma io mi dimenticava una cosa che importa più d’ogni altra. Io vorrei sapere se veramente, secondo che scrive l’Ariosto, tutto quello che ciascun uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità, le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati dagli altri, nell’indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere le instituzioni utili; tutto sale e si raguna costà [si ammassa lì, ndr]: di modo che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si parte dagli uomini. In caso che questo sia vero, io fo conto che tu debba essere così piena, che non ti avanzi più luogo; specialmente che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose (verbigrazia l’amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine), non già solo in parte, e l’uno o l’altro di loro, come per l’addietro, ma tutti e interamente. E certo che se elle non sono costì, non credo si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo insieme una convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano in mano, tutte queste cose; donde io penso che tu medesima abbi caro di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa costì un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli anni una buona somma di danari.
Luna. Tu ritorni agli uomini; e, con tutto che la pazzia, come affermi, non si parta da’ tuoi confini, vuoi farmi impazzire a ogni modo, e levare il giudizio a me, cercando quello di coloro; il quale io non so dove si sia, né se vada o resti in nessuna parte del mondo; so bene che qui non si trova; come non ci si trovano le altre cose che tu chiedi.
Terra. Almeno mi saprai tu dire se costì sono in uso i vizi, i misfatti, gl’infortuni, i dolori, la vecchiezza, in conclusione i mali? intendi tu questi nomi?
Luna. Oh cotesti sì che gl’intendo; e non solo i nomi, ma le cose significate, le conosco a maraviglia: perché ne sono tutta piena, in vece di quelle altre che tu credevi.
Terra. Quali prevalgono ne’ tuoi popoli, i pregi o i difetti?
Luna. I difetti di gran lunga.
Terra. Di quali hai maggior copia, di beni o di mali?
Luna. Di mali senza comparazione.
Terra. E generalmente gli abitatori tuoi sono felici o infelici?
Luna. Tanto infelici, che io non mi scambierei col più fortunato di loro.
Terra. Il medesimo è qui. Di modo che io mi maraviglio come essendomi sì diversa nelle altre cose, in questa mi sei conforme.
Luna. Anche nella figura, e nell’aggirarmi, e nell’essere illustrata dal sole io ti sono conforme; e non è maggior maraviglia quella che questa: perché il male è cosa comune a tutti i pianeti dell’universo, o almeno di questo mondo solare, come la rotondità e le altre condizioni che ho detto, né più né meno. E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi udita da Urano o da Saturno, o da qualunque altro pianeta del nostro mondo; e gl’interrogassi se in loro abbia luogo l’infelicità, e se i beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il sole medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.
Terra. Con tutto cotesto io spero bene: e oggi massimamente, gli uomini mi promettono per l’avvenire molte felicità.
Luna. Spera a tuo senno: e io ti prometto che potrai sperare in eterno.
Terra. Sai che è? questi uomini e queste bestie si mettono a romore: perché dalla parte della quale io ti favello, è notte, come tu vedi, o piuttosto non vedi; sicché tutti dormivano; e allo strepito che noi facciamo parlando, si destano con gran paura.
Luna. Ma qui da questa parte, come tu vedi, è giorno.
Terra. Ora io non voglio essere causa di spaventare la mia gente, e di rompere loro il sonno, che è il maggior bene che abbiano. Però ci riparleremo in altro tempo. Addio dunque; buon giorno.
Luna. Addio; buona notte.
Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di L. Felici ed E. Trevi, Newton – I Mammut, Roma 1997, pp. 516-519.

Publié dans : FILOSOFIA, Letteratura italiana | le 5 juillet, 2017 |Pas de Commentaires »

Visitazione

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Publié dans : immagini sacre | le 4 juillet, 2017 |Pas de Commentaires »

ASCESA VERSO L’ALTO INCONTRO CON L’ALTRO – DI ENZO BIANCHI

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ASCESA VERSO L’ALTO INCONTRO CON L’ALTRO – DI ENZO BIANCHI

Al Forte di Bard, in Val d’Aosta, si è da poco aperta una prestigiosa mostra internazionale che durerà fino al mese di agosto, dal titolo « Verso l’Alto. L’ascesa come esperienza del sacro »: un percorso fatto di famosissime opere e originali installazioni multimediali che conducono il visitatore a riflettere su un tema antico: quello del rapporto tra le vette e la spiritualità. Perché da sempre l’uomo ha cercato un contatto con il divino attraverso il suo legame con la montagna. E ancora oggi l’esperienza degli alpinisti rivela che la scalata verso la cima può essere uno spazio di contemplazione.
«Sollevo i miei occhi verso i monti / da dove mi verrà l’aiuto?» (Salmo 121,1). Il salmista non aveva grandi vette davanti a sé: pellegrino verso Gerusalemme, il monte Sion, spingeva lo sguardo verso un’altura spirituale, verso l’Altro che non poteva che trovarsi in alto rispetto alla comune condizione umana. Invocazione, imprecazione, distacco, estraniamento, abbandono: tutto questo esprimiamo con il nostro levare gli occhi al cielo, con lo sguardo proteso che pare aver bisogno di alture per poter davvero far spiccare il volo al nostro anelito. In realtà, il nostro sguardo, anche quando si alza, « si posa » alla ricerca di un luogo in cui sostare per riprendere il cammino. Quante volte, nell’ascendere verso una vetta fermiamo il passo, apparentemente per riprendere fiato, in realtà per misurarci una volta ancora con l’altrove, segno di un Altro che sembra sempre rinviare l’appuntamento a una cima ulteriore, nascosta rispetto a quella più a ridosso di noi. Allora i nostri occhi si attardano a ripercorrere idealmente sentieri che paiono danzare attorno alle falde della montagna, visitano baite e villaggi, discendono lieti dalle cime innevate ai pendii boscosi fino ai pascoli verdeggianti, rincorrono gli irrefrenabili torrenti, si riflettono nelle calme acque di laghetti alpini…
La montagna invita a una duplice contemplazione, a due prospettive speculari e complementari: salendo si fissa lo sguardo sulla vetta, ci si protende verso l’al-di-là, l’ulteriore, quasi a incalzare l’irraggiungibile di cui pure calchiamo le radici rocciose. Una volta in vetta, invece, lo sguardo si distende rappacificato in un volgersi che non è retrospettivo ma piuttosto onnicomprensivo: rileggiamo il percorso appena compiuto e nel contempo la realtà dalla quale ci siamo innalzati, abbracciamo con un solo sguardo il mondo che credevamo di conoscere e a volte, per pura grazia, come san Benedetto poco prima di morire, ci può essere dato di vedere «davanti agli occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole» (cfr. Gregorio Magno, Dialoghi II,35). La terra che tanto amiamo è lì, teneramente abbracciata al cielo cui aneliamo: questa duplice contemplazione che si dischiude nelle altezze parla alle profondità del nostro intimo e ci invita a intraprendere un viaggio la cui lunghezza non si può misurare perché fatto di memorie e di attese, di radici e di desiderio di spiccare il volo.
Capiamo meglio, allora, come mai la montagna – fosse anche «un’umile collina» come il monte Sion celebrato nei Salmi o come il dolce declivio verso il lago di Tiberiade che ha sentito scorrere sulla sua superficie la pace delle beatitudini e lo sciamare delle folle benedette – ha sempre simboleggiato il distacco dal quotidiano per perseguire l’ascesa, una ricerca di sé non autistica ma aperta al futuro, all’inatteso. Sì, accostarsi alla montagna è un cammino di ascesa interiore, vissuto con tutto il proprio corpo: i sensi spirituali si affinano grazie a quanto sperimentano le nostre membra. Così l’incontro tra il cielo e la terra è evocato dalla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, le alterne vicende dell’esistenza paiono simboleggiate dalla sequenza di salite e discese, la leggerezza e la semplicità sono richieste affinché l’ascesa non sia frenata dall’attaccamento all’inutile o al superfluo, il discernimento è acuito e l’oblio contrastato dal non poter tralasciare nulla di essenziale, per quanto apparentemente trascurabile, la vigilanza è tenuta desta dallo scrutare i segni del tempo e del cielo… Anche il rarefarsi dell’aria, il repentino mutare delle condizioni meteorologiche, il brusco contrasto tra passaggi ombreggiati e accecanti riflessi di sole sulla neve contribuiscono a una purificazione che nasce dalla sorprendente scoperta di come la complementarietà degli opposti plasmi il nostro sentire interiore.
Sì, inoltrarsi in montagna – ma anche solo ripercorrere con la mente e con il cuore le balze che si sono imparate a conoscere dai racconti biblici e dalle narrazioni di quanti ci hanno preceduto nel cammino della vita – rappresenta una inesauribile esplorazione interiore: davvero, come scriveva Dag Hammarskjöld, uomo di fede e amante della montagna, «il viaggio più lungo è il viaggio interiore». Un viaggio che richiede e al contempo stimola coraggio e resistenza, capacità di ascolto e di silenzio, solidarietà e fiducia in sé stessi e negli altri, attenta valutazione delle proprie forze per metterle al servizio di un’impresa nata in noi stessi ma destinata a dilatarsi su quanti ci stanno accanto.
Davvero muoversi «verso l’alto» può essere l’occasione non di irrefrenabile superbia ma, al contrario, di faticosa e liberante ascesi verso una dimensione più grande di noi e al contempo alla nostra portata. Da dove, infatti, ci verrà l’aiuto? «Dal Signore che ha fatto cielo e terra», canta il salmo, dal Signore che ha voluto che cielo e terra si toccassero in un abbraccio infinito.

Enzo Bianchi

 

Publié dans : Enzo Bianchi, meditazioni | le 4 juillet, 2017 |Pas de Commentaires »

Le Beatitudini

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Publié dans : immagini sacre | le 30 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

2 LUGLIO 2017 | 13A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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2 LUGLIO 2017 | 13A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare

Chi accetta di diventare discepolo di Gesù deve sapere che questa scelta diventa prioritaria di fronte a qualunque altra. Ma Gesù invita i cristiani ad accogliere coloro che lasciano tutto e si mettono in viaggio per annunciare il vangelo, dando loro, quando occorre, la necessaria ospitalità.

La parola di Dio
2 Libro dei Re 4,8-11.14-16. Il profeta Eliseo viene ospitato da una famiglia perché « è un uomo di Dio e un santo ». Il profeta ricambia suscitando da parte di Dio il miracolo che quella famiglia attendeva.
Romani 6,3-4.8-11. Continua la lettera di Paolo ai primi cristiani di Roma. Ricorda a loro che hanno ricevuto il battesimo e la vita nuova per mezzo della passione, morte e risurrezione di Gesù. E li invita a vivere per lui.
Matteo 10,37-42. Il capitolo decimo di Matteo presenta le condizioni per mettersi al seguito di Gesù. Chi sceglie Gesù lo fa in modo radicale e condivide la sua vita.

Riflettere
Ciò che impressiona maggiormente nelle affermazioni di Gesù è sicuramente la radicalità della scelta che il discepolo deve fare, senza mezze misure.
È sottolineata bene anche la libertà che il cristiano deve avere di fronte alle cose e alle persone nei confronti di Dio. Quando si tratta di Dio, tutto passa in secondo ordine.
Colpisce la serietà che Gesù richiede a coloro che vogliono diventare suoi discepoli, l’impegno che un cristiano assume quando vuole prendere le cose sul serio.
La frase che Gesù dice assume un tono così paradossale da apparire poco reale. Invece proprio questo riferirsi alla propria casa, agli affetti più cari e quotidiani, rende estremamente concrete le sue parole. In fondo Gesù chiede a ogni cristiano di non assolutizzare le persone, le cose, le situazioni che riempiono la sua vita di ogni giorno.
E si tratta di una rinuncia vera, anche se non sempre il distacco diventa fisico: non a tutti Gesù chiede di abbandonare fisicamente parenti e beni, ma certamente a tutti chiede di cambiare il proprio atteggiamento nei loro confronti. Si tratta di legami veri e profondi, che non possono essere rinnegati, ma che un vero discepolo vive in un modo nuovo, mettendoli a servizio del vangelo.
Su questo punto, che parrebbe assolutamente originale, Gesù ricalca un pensiero che era già stato espresso nell’antico testamento, anche se le parole a noi paiono paradossali e vanno lette nel contesto in cui sono state espresse. E tuttavia è evidente la prevalenza di Dio su ogni cosa e persona: « Qualora il tuo fratello, figlio di tuo padre o figlio di tua madre, o il figlio o la figlia o la moglie che riposa sul tuo petto o l’amico che è come te stesso t’istighi in segreto, dicendo: « Andiamo, serviamo altri dèi », dèi che né tu né i tuoi padri avete conosciuto, divinità dei popoli che vi circondano, vicini a te o da te lontani da un’estremità all’altra della terra, tu non dargli retta, non ascoltarlo. Il tuo occhio non ne abbia compassione: non risparmiarlo, non coprire la sua colpa. Tu anzi devi ucciderlo: la tua mano sia la prima contro di lui per metterlo a morte; poi sarà la mano di tutto il popolo. Lapidalo e muoia, perché ha cercato di trascinarti lontano dal Signore, tuo Dio… » (Dt 13,7-11).
Tra le condizioni per mettersi al seguito di Gesù bisogna dunque tenere presenti queste parole riportate dall’evangelista Matteo, che inducono il cristiano a impegnarsi fino in fondo per delle scelte non facili. Gesù non ha mai parlato di una scelta di comodo. D’altra parte sa che questa scelta egli la può richiedere, anzi è l’unico a poterla richiedere.
Il capitolo 10 di Matteo è tutto dedicato all’impegno missionario degli apostoli. Dopo aver scelto i dodici (vv. 1-4), Gesù li manda al popolo d’Israele (vv. 5-6). Intanto traccia per loro uno stile di comportamento (vv. 7-15), li invita a non scomporsi nelle persecuzioni (vv. 16-25) e a essere liberi anche di fronte ai legami familiari per potersi impegnare in questo nuovo tipo di vita (vv. 34-39).
Ma quasi per offrire loro un segno tangibile di solidarietà, invita tutti a essere ospitali nei loro confronti. « Chi accoglie voi, accoglie me », dice esplicitamente Gesù. Come Gesù è mandato dal Padre, così gli apostoli sono mandati da Gesù. Nel modo con cui gli uomini accoglieranno gli apostoli, così accolgono lui e il Padre.
Chi non accoglie e non ascolta gli apostoli, nel giorno del giudizio sarà punito più severamente della gente di Sodoma e Gomorra (v. 15).
Chi invece li ospita e quindi permette al profeta o al giusto di poter annunciare il vangelo, dice Gesù, riceverà la stessa ricompensa riservata al profeta o al giusto. Anche chi accoglie un « piccolo », cioè uno che non ha altre credenziali e qualifiche che quella di essere discepolo, non perderà la sua generosità.
Già nell’antico testamento l’ospitalità e il rispetto per il forestiero erano sacri, perché il popolo ebraico aveva in prima persona conosciuto la dipendenza, lo sfruttamento, la condizione dello straniero. Chi rifiutava l’ospitalità era come se non accogliesse un « an-gelo », un messaggero di Dio (cf Gn 18).
Nel vangelo però l’ospitalità è data a un titolo tale che non può essere negata. Il credente sa che dando ospitalità all’inviato di Gesù, ospita Gesù in persona. Per il credente quindi l’ospitalità non è soltanto un atto di cortesia, di umanità, di solidarietà, ma è un vero atto di fede.

Attualizzare
Se riflettiamo a certe scelte importanti della nostra vita (matrimonio, scelta professionale…) vedremo che tutti siamo chiamati qualche volta a fare scelte radicali, e le facciamo sovente in modo non necessariamente traumatico, semplicemente perché riteniamo che la strada che vogliamo iniziare per noi è molto importante.
Così per sposarsi, una persona lascia realmente padre, madre, fratelli e sorelle, la propria casa… Per il proprio lavoro, a volte soltanto per elevarsi socialmente, si lascia tutto, anche la propria nazione. Dunque la scelta di Gesù non è assurda: dipende soltanto dal valore che noi attribuiamo alla sua chiamata.
Abbiamo probabilmente fatto l’abitudine a Dio, fino al punto da dimenticare che dal momento che è Dio, nei nostri confronti non può che diventare un assoluto.
Scegliere Dio può comportare questa fatica: ma la nostra scelta ha la possibilità di fare il miracolo di legarci maggiormente alle persone care, di farci gustare in modo più intenso e genuino le cose di questo mondo. Ogni volta che offriamo qualcosa a Dio, ci viene restituita rinnovata: come quando durante la messa offriamo pane e vino e riceviamo in cambio il corpo e il sangue del suo Figlio.
Che significa oggi praticamente rinunciare al padre, alla madre, alla famiglia, alla propria vita? Significa evidentemente mettere a disposizione di Dio ciò che abbiamo: il nostro tempo, il denaro, i nostri progetti. A qualcuno Dio chiederà anche un abbandono visibile e fisico, a molti chiederà di diventare più disponibili, di dedicare più spazio alle cose di Dio: alla preghiera, alla comunità cristiana, agli impegni nella parrocchia, al servizio.
Probabilmente dobbiamo anche trovare il modo di compiere alcuni gesti che possano esprimere la nostra disponibilità a subordinare nelle scelte gli interessi personali a quelli di Dio. Un tempo questi gesti si chiamavano piccole rinunce o « fioretti ». Cose superate, forse. Ma è un fatto che bisogna esercitarsi per essere capaci di fare delle scelte più importanti nel momento in cui ci saranno richieste.
La seconda parte del brano fa riferimento all’ospitalità che deve essere offerta ai discepoli. Ma il discorso può essere allargato, ricordando che presso gli antichi – e in modo speciale nelle comunità ecclesiali – l’ospitalità era considerata una cosa sacra. Oggi la si vede come un atto di ingenuità, una mancanza di accortezza, di furbizia: chi non si difende e non si barrica dentro la propria casa, pensa che o prima o poi ne avrà delle conseguenze spiacevoli.
Si moltiplicano quindi le porte blindate, gli antifurto, non si aprono le porte… Si vive in una diffidenza di fondo: c’è un senso di sfiducia spesso motivata, frutto di esperienze amare. Chi chiede ospitalità spesso non è sincero, è un approfittatore, un opportunista.
Difficilmente quindi la pratica dell’ospitalità potrebbe essere vissuta oggi come in passato. Sarebbe semplicistico accusare di individualismo o di mancanza di solidarietà chi non si sente di essere ospitale. Ci troviamo infatti di fronte a un ambiente sociale talmente mutato che pare giustificare certi comportamenti restii e chiusi. Forse però bisogna tentare qualcosa per sbloccare in qualche modo questa situazione.
Anzitutto quando si parla di ospitalità, non necessariamente ci si riferisce a quella tradizionale, quando si accoglieva una persona in casa per interi giorni e notti. È in qualche modo ospitalità anche l’accoglienza che si manifesta con un sorriso, con il saluto, la disponibilità al dialogo. Queste piccole cose servono molto a far sentire l’altro a suo agio, sgelando i rapporti, indicando la porta aperta a un rapporto di amicizia più approfondito.
È ospitalità non chiudersi in casa tra quattro mura, cercando di incontrare gente, fare e accettare inviti a pranzo…
Nel vangelo si parla di ospitalità offerta al discepolo « in quanto discepolo ». Quindi almeno tra fratelli nella fede bisognerebbe riuscire a praticare l’ospitalità anche in senso stretto, materiale. Se fossimo più comunità, avremmo più coraggio nell’abbattere steccati, nel non temere che gli altri ficchino il naso in casa nostra.
L’ospitalità può diventare in molti casi un atto di solidarietà doveroso: è il caso di chi subisce uno sfratto improvviso, una calamità naturale, delle impreviste difficoltà familiari… Dovremmo ricuperare l’idea che quando una persona diventa nostra ospite, non porta soltanto del disagio in più, ma « la benedizione di Dio ».
Se abbiamo tanta paura di offrire ospitalità, dobbiamo riconoscere che è anche perché siamo ricchi, possediamo molto e temiamo di perdere ciò che abbiamo.
L’ospitalità ci mette in condizione di offrire un servizio, di sperimentare la gioia di essere utili agli altri, di condividere con altri le cose che possediamo.
L’ospitalità infine mi fa dimenticare me stesso e miei problemi. I nostri drammi personali e familiari che ci tormentano, messi a confronto di quelli di altri spesso diventano piccole cose. Quanto più evitiamo di calarci nella pelle degli altri, di entrare nel loro animo nelle loro difficoltà, tanto più le nostre difficoltà ci sembrano insormontabili. È il confronto invece che rende solidali e ridimensiona i problemi.

In realtà accogli Cristo
« Lo sanno tutti: è bello accogliere bene i forestieri, non lasciar mancare alla loro mensa le attenzioni dovute agli ospiti, essere disponibili nei loro confronti, attendere la loro venuta. Dio ama l’ospitalità, tanto che neppure un bicchiere d’acqua fresca rimarrà senza ricompensa. Pensa che Abramo ospitò Dio, mentre pensava semplicemente di essere ospitale, e Lot ospitò degli angeli. Come fai a sapere se anche tu, quando accogli un ospite, non accogli Cristo? D’altra parte in ogni ospite c’è Cristo, perché Cristo è nel povero, come egli stesso dice… » (Sant’Ambrogio).

Chi è il cristiano
« Cristiano è colui che imita Cristo in tutto… Con tutti è ospitale, a nessuno chiude la porta in faccia, accoglie i poveri alla sua mensa. Tutti riconoscono la sua bontà e nessuno da lui viene offeso. Egli serve Dio giorno e notte con semplicità e rettitudine, con una coscienza coerente e fedele. Vive abitualmente con la mente aperta a Dio, non è attaccato alle cose materiali, ma ha un vivo desiderio per le cose di fede » (S. Cipriano).
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

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