Nozze di Cana

it Cana-Gesu-e-Maria

Publié dans : immagini sacre | le 18 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – ANDARE A CANA ENZO BIANCHI

https://combonianum.org/2019/01/17/commento-al-vangelo-della-domenica-ii-t-o/

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – ANDARE A CANA ENZO BIANCHI

Per chi comprende il brano evangelico delle nozze di Cana nella sua intenzione più profonda, risulta sempre imbarazzante sentirlo proclamare nelle celebrazioni dei matrimoni. Perché? Perché, se lo si legge attentamente, ci si accorge che mai appaiono in esso uno sposa e una sposa che agiscono o sigillano il loro matrimonio nell’alleanza. La sposa non è mai nominata, mentre allo sposo viene rivolta solo una volta la parola dal capo tavola, ma egli non ribatte: è una figura senza voce, senza carne, senza corpo, come se si sottraesse alla scena, lasciando lo spazio a un altro Sposo… Il protagonista di questa pagina è infatti Gesù, mentre gli altri personaggi sono presaentati solo in riferimento a lui: “la madre di Gesù”, “sua madre” (senza che si dica il nome Maria) e “i suoi discepoli”, testimoni silenziosi, ma che alla fine appariranno come la comunità, la sposa di quell’alleanza con lo Sposo Gesù, sigillata nel vino nuovo del Regno.

Cerchiamo dunque di comprendere questa “epifania”, questa manifestazione che nella festa dell’Epifania veniva cantata, insieme alle due altre, mediante l’antifona Tribus miraculis: il riconoscimento dei magi (manifestazione alle genti), il battesimo (manifestazione a Israele) e, appunto, le nozze di Cana (manifestazione alla chiesa). Si celebra dunque un matrimonio al quale è presente la madre di Gesù ed è invitato Gesù stesso insieme ai suoi discepoli. Siamo nel “terzo giorno”, espressione temporale che evoca il giorno della gloria del Gesù, giorno in cui egli si è mostrato Kýrios più che mai (cf. Mc 8,31 e par.; At 10,40, ecc.). La madre di Gesù è presenza, sta qui all’“inizio dei segni”, come sarà presenza, starà, alla fine dei segni, presso la croce (cf. Gv 19,25). Proprio in quanto madre di Gesù, presente a quell’ora, vedendo che in queste nozze non c’è vino, si rivolge a lui con audacia per dirgli: “Non hanno vino”. E se non vi è vino, come si potranno celebrare le nozze con la gioia necessaria alla festa? Penso sovente che se la chiesa in mezzo all’umanità svolgesse anche solo questa funzione di far notare al Signore che “non c’è vino”, non c’è gioia, questo sarebbe già da parte sua assolvere un ministero essenziale…
Nelle Scritture il vino è innanzitutto promessa di Dio stesso, dono della beatitudine e della gioia fatto al suo popolo. È il vino che rallegra il cuore dell’uomo (cf. Sal 103,15), ma anche il cuore di Dio (cf. Giudic 9,13 : ’Elohim), ed è proprio il vino che segnerà il banchetto escatologico promesso, attraverso il profeta, a tutti i popoli della terra, quel banchetto in cui si celebrerà la liberazione definitiva dalla morte (cf. Is 25,8): “Il Signore dell’universo imbandirà un banchetto, lo preparerà per tutti i popoli sul monte Sion, un banchetto di vivande scelte e vini eccellenti, di cibi gustosi e vini raffinati” (Is 25,6). È il vino che crea il clima dell’amore tra lo sposo e la sposa nella “cella vinaria” (Ct 2,4) del Cantico dei cantici, vino che scenderà come rigagnoli dalle colline della terra benedetta (cf. Gl 4,18). È il vino della gratuità, che fa trascendere la vita sotto il segno della necessità del pane, in un eccesso che chiama l’uomo e la donna fuori di sé. Per questo nel pasto lasciato da Gesù come suo memoriale ci sono il pane necessario e il vino gratuito (cf. Mc 14,22-24 e par.; 1Cor 11,23-25), perché l’umano deve sempre affermare l’uno e l’altro, sentirsi creatura bisognosa ma anche capace di creazione, di bellezza, di canto e di danza.
Non c’è dunque celebrazione di nozze senza vino, e la madre di Gesù per questo interviene. Ma la risposta di Gesù avviene tramite parole che creano una distanza, che le chiedono di restare al suo posto, perché in quanto madre fisica di Gesù non può pretendere nulla: “Che cosa c’è tra me e te, o donna?”. In altri termini, Gesù le sta dicendo che, se c’è qualcosa di suo proprio, non è certo il suo essere madre, ma qualcos’altro. Ed ecco che Maria da madre si fa discepola che ascolta, obbedisce al figlio e chiede agli altri di fare lo stesso: “Tutto quello che vi dirà, fatelo”. La madre, divenuta discepola, chiede che siano riservati a Gesù ascolto e obbedienza, nient’altro. Non può dire altre parole, perché è una donna credente, capace di ascolto, obbediente al Signore: è la prima discepola di Gesù.
A questo punto Gesù dà un segno in cui anticipa la sua ora, non ancora venuta, ma che giungerà solo alla croce, dove si celebreranno nozze di sangue. I servi di tavola subito gli obbediscono: portano sei giare piene di acqua, che serviva per la purificazione. Non vi è però più bisogno di quest’acqua, perché è la presenza dello Sposo a purificare tutti i convitati. Ed ecco che quell’acqua così abbondante, più di seicento litri, diventa vino per le nozze! Quantità e qualità eccezionali dicono che quel vino e più di semplice vino, è il vino dell’amore donato da Gesù ai suoi, è l’amore che non può più mancare. Noi ancora oggi continuiamo a bere di quel vino di Cana donatoci da Gesù, e alla sua tavola, quando celebriamo l’incontro con lui, l’adesione a lui, la fede in lui, celebriamo le nozze tra lui e la comunità cristiana, suo corpo. Come nelle nozze i due diventano “una sola carne” (Gen 2,24; Mc 10,7.8; Mt 19,5.6; Ef 5,31), così nell’eucaristia i credenti diventano carne di Cristo, Signore e Sposo, Sposo che si dà totalmente alla sua comunità. “Questo” – conclude l’evangelista – “fu l’inizio, il primo dei segni della manifestazione della gloria di Gesù, quando i suoi discepoli credettero in lui” e divennero la sua comunità, la sua sposa.
Perché è così potente e intrigante la metafora delle nozze? Perché più di altre esprime la verità dell’incarnazione: corpi che diventano un solo corpo, comunione e comunicazione nel canto dell’amore, nella sobria ebbrezza del vino. Il nostro linguaggio umano è limitato, soprattutto quando vuole alludere a realtà invisibili, e allora fa ricorso alle realtà più umane, umanissime: il mangiare, il bere vino, l’incontro dei corpi nella celebrazione dell’amore reciproco e della reciproca appartenenza. Siamo sempre invitati al banchetto di Cana, non per cercare uno sposo e una sposa che non ci sono, ma per essere noi coinvolti in questo incontro tra Cristo, Signore e Sposo, e la sua comunità. Si tratta di andare a Cana,

di cercare di vedere con occhi di fede,
di ascoltare le parole della fede,
di eseguire le parole dette da Gesù,
di gustare il vino del Regno
e di toccare, sì di toccare il corpo di Gesù.

Allora sentiremo che lui è in attesa di bere presto con noi il vino nuovo del Rgno (cf. Mc 14,25 e par.): l’ha bevuto sulla terra, l’ha lasciato a noi in dono eucaristico, ma lo berrà di nuovo con noi nella terra nuova, nel cielo nuovo (cf. Is 65,17; 66,22; 2P 3,13; Ap 21,1).

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 18 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

Last Supper

it

Publié dans : immagini sacre | le 16 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi sul “Padre nostro”: 5. “Abbà, Padre!”

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2019/documents/papa-francesco_20190116_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi sul “Padre nostro”: 5. “Abbà, Padre!”

Aula Paolo VI

Mercoledì, 16 gennaio 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguendo le catechesi sul “Padre nostro”, oggi partiamo dall’osservazione che, nel Nuovo Testamento, la preghiera sembra voler arrivare all’essenziale, fino a concentrarsi in una sola parola: Abbà, Padre.

Abbiamo ascoltato ciò che scrive San Paolo nella Lettera ai Romani: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (8,15). E ai Galati l’Apostolo dice: «E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: “Abbà! Padre!”» (Gal 4,6). Ritorna per due volte la stessa invocazione, nella quale si condensa tutta la novità del Vangelo. Dopo aver conosciuto Gesù e ascoltato la sua predicazione, il cristiano non considera più Dio come un tiranno da temere, non ne ha più paura ma sente fiorire nel suo cuore la fiducia in Lui: può parlare con il Creatore chiamandolo “Padre”. L’espressione è talmente importante per i cristiani che spesso si è conservata intatta nella sua forma originaria: “Abbà”.

È raro che nel Nuovo Testamento le espressioni aramaiche non vengano tradotte in greco. Dobbiamo immaginare che in queste parole aramaiche sia rimasta come “registrata” la voce di Gesù stesso: hanno rispettato l’idioma di Gesù. Nella prima parola del “Padre nostro” troviamo subito la radicale novità della preghiera cristiana.

Non si tratta solo di usare un simbolo – in questo caso, la figura del padre – da legare al mistero di Dio; si tratta invece di avere, per così dire, tutto il mondo di Gesù travasato nel proprio cuore. Se compiamo questa operazione, possiamo pregare con verità il “Padre nostro”. Dire “Abbà” è qualcosa di molto più intimo, più commovente che semplicemente chiamare Dio “Padre”. Ecco perché qualcuno ha proposto di tradurre questa parola aramaica originaria “Abbà” con “Papà” o “Babbo”. Invece di dire “Padre nostro”, dire “Papà, Babbo”. Noi continuiamo a dire “Padre nostro”, ma con il cuore siamo invitati a dire “Papà”, ad avere un rapporto con Dio come quello di un bambino con il suo papà, che dice “papà” e dice “babbo”. Infatti queste espressioni evocano affetto, evocano calore, qualcosa che ci proietta nel contesto dell’età infantile: l’immagine di un bambino completamente avvolto dall’abbraccio di un padre che prova infinita tenerezza per lui. E per questo, cari fratelli e sorelle, per pregare bene, bisogna arrivare ad avere un cuore di bambino. Non un cuore sufficiente: così non si può pregare bene. Come un bambino nelle braccia di suo padre, del suo papà, del suo babbo.

Ma sicuramente sono i Vangeli a introdurci meglio nel senso di questa parola. Cosa significa per Gesù, questa parola? Il “Padre nostro” prende senso e colore se impariamo a pregarlo dopo aver letto, per esempio, la parabola del padre misericordioso, nel capitolo 15° di Luca (cfr Lc 15,11-32). Immaginiamo questa preghiera pronunciata dal figlio prodigo, dopo aver sperimentato l’abbraccio di suo padre che lo aveva atteso a lungo, un padre che non ricorda le parole offensive che lui gli aveva detto, un padre che adesso gli fa capire semplicemente quanto gli sia mancato. Allora scopriamo come quelle parole prendono vita, prendono forza. E ci chiediamo: è mai possibile che Tu, o Dio, conosca solo amore? Tu non conosci l’odio? No – risponderebbe Dio – io conosco solo amore. Dov’è in Te la vendetta, la pretesa di giustizia, la rabbia per il tuo onore ferito? E Dio risponderebbe: Io conosco solo amore.

Il padre di quella parabola ha nei suoi modi di fare qualcosa che molto ricorda l’animo di una madre. Sono soprattutto le madri a scusare i figli, a coprirli, a non interrompere l’empatia nei loro confronti, a continuare a voler bene, anche quando questi non meriterebbero più niente.

Basta evocare questa sola espressione – Abbà – perché si sviluppi una preghiera cristiana. E San Paolo, nelle sue lettere, segue questa stessa strada, e non potrebbe essere altrimenti, perché è la strada insegnata da Gesù: in questa invocazione c’è una forza che attira tutto il resto della preghiera.

Dio ti cerca, anche se tu non lo cerchi. Dio ti ama, anche se tu ti sei dimenticato di Lui. Dio scorge in te una bellezza, anche se tu pensi di aver sperperato inutilmente tutti i tuoi talenti. Dio è non solo un padre, è come una madre che non smette mai di amare la sua creatura. D’altra parte, c’è una “gestazione” che dura per sempre, ben oltre i nove mesi di quella fisica; è una gestazione che genera un circuito infinito d’amore.

Per un cristiano, pregare è dire semplicemente “Abbà”, dire “Papà”, dire “Babbo”, dire “Padre” ma con la fiducia di un bambino.

Può darsi che anche a noi capiti di camminare su sentieri lontani da Dio, come è successo al figlio prodigo; oppure di precipitare in una solitudine che ci fa sentire abbandonati nel mondo; o, ancora, di sbagliare ed essere paralizzati da un senso di colpa. In quei momenti difficili, possiamo trovare ancora la forza di pregare, ricominciando dalla parola “Padre”, ma detta con il senso tenero di un bambino: “Abbà”, “Papà”. Lui non ci nasconderà il suo volto. Ricordate bene: forse qualcuno ha dentro di sé cose brutte, cose che non sa come risolvere, tanta amarezza per avere fatto questo e quest’altro… Lui non nasconderà il suo volto. Lui non si chiuderà nel silenzio. Tu digli “Padre” e Lui ti risponderà. Tu hai un padre. “Sì, ma io sono un delinquente…”. Ma hai un padre che ti ama! Digli “Padre”, incomincia a pregare così, e nel silenzio ci dirà che mai ci ha persi di vista. “Ma, Padre, io ho fatto questo…” – “Mai ti ho perso di vista, ho visto tutto. Ma sono rimasto sempre lì, vicino a te, fedele al mio amore per te”. Quella sarà la risposta. Non dimenticatevi mai di dire “Padre”. Grazie.

 

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 16 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

creazione del mondo

imm itcreateion of the world

Publié dans : immagini | le 15 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

PROPOSTE DI PREGHIERA CONTEMPLATIVA / 1: IL SILENZIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Celebrazioni/10-12/02-Comtemplazione-Silenzio.html

PROPOSTE DI PREGHIERA CONTEMPLATIVA / 1: IL SILENZIO

L’orazione è silenzio, simbolo del mondo futuro e silenzioso amore.
Nell’orazione le parole non sono discorsi, ma ramoscelli che alimentano il fuoco dell’amore.(CCC 2717)
Con Gesù nel deserto
Immersi in una vita febbrile, travagliata e a volte deludente, cerchiamo l’aria pura dei monti, il sussurro dei fiumi e il sole del mare. Contemplando il creato sogniamo sempre qualcosa di più: ristoro e pace. Non ti gira mai per la testa di passare qualche momento presso un monastero di clausura, dove regnano silenzio, lavoro sereno, preghiera e il canto gregoriano?
Ma pur vivendo nel mondo voglio presentarti una serie di proposte di preghiera contemplativa perché tu possa trovare tempi di sollievo e di pace.
Se voglio entrare nell’orazione contemplativa, la prima cosa che mi viene richiesta è il silenzio. Silenzio dentro e fuori di me. Silenzio come deserto, come abbandono, come tentazione. Con Gesù nel deserto, con lui nel tuo deserto, per uscirne vittorioso.
Entro nel silenzio, mi creo il deserto: deserto senz’acqua: lontano dal mondo, dalle preoccupazioni. Solo, nella solitudine, fuori da ogni disturbo. Niente radio, niente telefono, niente televisione, niente lavori. Nell’oscurità di una chiesa. Davanti a un tabernacolo. In ginocchio o comodo in un banco. Pur in casa tua, davanti a un crocifisso,in ginocchio o seduto. Per venti minuti, o per dieci, e in seguito se ci riesco, per un tempo assai prolungato.
Mi metto in ascolto di Dio, voglio parlare con lui: noi due, soli e nessun altro.
Non importa se nel tuo silenzio, se in questo tuo deserto senti ruggire le bestie selvatiche, se il serpente striscia dietro di te: fissa il tuo sguardo in Colui che tu ami, stringi forte la sua mano. Tu sai che all’inizio della creazione Dio parlava in mezzo alle grandi acque, in un mondo informe e sconvolto e nel buio più assoluto. Allora, Dio disse: Sia la luce (Genesi 1,3).
Silenzio e deserto come tentazione, come croce tua e dei tuoi, come desolazione dell’anima, dove tutto tace o tutto disturba. Silenzio come morte: i tre giorni di Gesù nel sepolcro.
Dio parla nel deserto. Nel silenzio del tuo deserto, quando provi amarezza di te stesso, Egli si accorge di te. Lì trovi la grandezza di Dio e la tua. Lì puoi adorare.
Lo Spirito Santo può nascondersi, ma non nel deserto. Nel silenzio del deserto Egli non tace. È proprio qui che lo Spirito ti fa partecipare all’orazione di Gesù nel deserto.
« Metto la mia mano nella mano del Signore »
Sto cantando per te, Signore mio, una breve canzone, come una cantilena di barcaioli, tutta mia ma già tua. Un canto di lode. Note meste eppure piene di gioia. Il mio cuore è calmo. Sento che mi sei vicino. Entra, ti lascio padrone. Ora stendo la mia mano in cerca della tua. Chiudo gli occhi e lo trovo, perché tu, Gesù, ti lasci trovare sempre. Sono tuo. Mi scaldi, mi stringi, mi salvi. Mi sento sicuro come un bimbo che mette la sua piccola mano in quella grande e robusta di suo padre. Tu sei il mio Dio e io sono il tuo fratello, quello che tu ami. Tu mi stringi fortemente e non mi lasci e io sento che ho trovato l’amato del mio cuore (Ct 3,4).
La mia mano nella tua, mio Dio e Signore Gesù, mentre il canto diventa solo un sussurro, come la voce della mamma che addormenta la sua creatura.
Il mio cuore veglia e ti presenta mille e mille fratelli e sorelle: prendili tutti per mano, perché io non voglio essere solo. Ora sento che mi stringi forte e che mi strappi da me stesso. Tu mi inviti, mi sostieni e mi costringi allo stesso tempo, come hai fatto con il nostro padre Abramo: Vattene dal tuo paese verso il paese che io ti indicherò (Gn 12,1).
Tra il sonno e la veglia sto entrando nel deserto pieno di silenzi, di amarezze e di tentazioni, come all’alba dei tempi quando « la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso » (Gn 1,2).
Non fuggo lontano da te perché sento la tua lunga mano che mi rassicura e sento aleggiare lo Spirito su di me e su tutto il creato. « Il Signore mi tiene senza fine, notte e dì ».
« Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre » (Ct 4,6).
Senza violenza alcuna su me stesso, così come sono, con le mie angosce e paure, con tutta l’irruenza dei miei desideri e le tante sconfitte quotidiane, « me ne andrò al monte del Signore e alla collina dell’incenso » (Cantico 4,6), prima che termini il giorno e che si allunghino le ombre della notte.
Questo è il momento del tuo arrivo, l’ora fissata per l’appuntamento. Respiro lungo, quasi ritmando una piccola melodia dentro di me.
Alla fine dell’espirazione faccio una pausa e sento che il mio cuore batte forte. Ora sto mettendo in libertà ogni sensazione, ogni preoccupazione, ogni pensiero.
Dolcemente lo faccio e lentamente, senza traumi. Mi libero e mi abbandono. Cerco la pace, entro nel silenzio. Ho tempo, non mi preoccupa il tempo. Mi preparo per te, per te che ama l’anima mia. Sono libero, mi trovo a mio agio, mi arrendo.
« Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre, ritorna, o mio diletto » (Cantico 2,17). « Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni » (Apocalisse 22,17). Ecco, ora posso uscire con te, posso seguirti. Tu mi conduci nel tuo monte santo per stare lì, noi due soli. « Io sono per il mio diletto e la sua brama è per me » (Cantico 7,11).
Mostrati a me, nella tua luce candidissima. Fa’ ch’io senta la tua voce piena di dolcezza. E se ho bisogno di toccarti, di aggrapparmi a te, non fuggire.
Dentro la mia tenda, lassù, nella montagna del Signore, dove sento fischiare il vento e ululare le bestie selvatiche, ormai tutto solo, intono il mio canto d’amore, in armonia con il creato, sapendo di destare la tua gelosia: « Vieni, mio diletto, tu mi hai rapito il cuore » (Cantico 4,9).

CONTEMPLAZIONE.
L’esercizio, della preghiera contemplativa, dono dello Spirito Santo, è lo sguardo di fede amorosa fissato su Gesù, , per conoscerlo, amarlo e seguirlo.
La contemplazione non è altro che un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui dal quale sappiamo d’essere amati (S.Teresa di Gesù).
In questa orazione cerco « l’amore dell’anima mia », come dice il Cantico dei Cantici (Ct 1,7). Questo Amore è Gesù stesso, il Dio incarnato nel grembo immacolato di Maria. In Lui incontro il Padre e lo Spirito Santo.
SILENZIO.
Star lontano dai rumori e soprattutto dalle chiacchiere. Silenzio profondo, senza distrazioni. In posizione comoda. In casa o in chiesa.
DESERTO.
Anche quando spiritualmente stai entrando in un deserto senza una fontanella d’acqua fresca e il tuo cuore è arido e ti senti abbandonato da tutti e da tutto, proprio allora tu puoi e devi cercare Gesù. Dove? Davanti al tabernacolo o ai piedi di un bel crocifisso venerato in molte chiese, o in casa tua, nella tua cameretta, dove tu puoi costruire un tempietto per ltuo Signore.
ABBANDONO.
Si tratta dell’esercizio di abbandonarsi in piena libertà e con cuore amante, a Colui che amiamo. Mettiti nelle mani di Dio, consegnati a Lui. Egli è pronto a darti tutte le garanzie e le sicurezze che vuoi. Gli doni pertanto il tuo presente e il possesso definitivo del tuo avvenire.
EFFUSIONE.
Non solo mi abbandono in Dio, ma su di lui effondo tutta l’anima mia in una calda dimostrazione di affetto. E tutto avviene perché è lo Spirito Santo che si effonde in noi con potenza e amore e si prende cura di riempire i nostri cuori della grazia dei suoi doni.
QUIETE.
Un allenamento che coinvolge i sensi del corpo e le facoltà dello spirito e che comprende l’attenzione al ritmo del proprio respiro.
Cerco la tranquillità e la distensione: via ogni agitazione. Solo riposo, calma, pace ma non apatia né indifferenza. Il motto che ci ammaestra in questo esercizio ci viene da Santa Teresa di Gesù: Nulla fi turbi.
Questi esercizi sono fondamentali per tutte le proposte di preghiera contemplativa che seguiranno dopo questa prima.
Si raccomanda soprattutto il silenzio. Inoltre quando trovo le espressioni p. e. « tu mi acaldi, mi stringi » e simili. Non ci riferiamo ai sensi fisici, ma a quelli dwlle virtù teologali, a meno che, per la grazia di Dio, arrivi all’estasi

D. Timoteo Munari sdb

Publié dans : preghiera (sulla) | le 15 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

Battesimo del Signore

per it

Publié dans : immagini sacre | le 11 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE – ANNO C – IN FILA CON I PECCATORI – ENZO BIANCHI

https://combonianum.org/2019/01/09/battesimo-del-signore-c-commento/

BATTESIMO DEL SIGNORE – ANNO C – IN FILA CON I PECCATORI – ENZO BIANCHI

Luca 3, 15-16.21-22

È la festa del battesimo di Gesù, della sua immersione da parte di Giovanni nel fiume Giordano: il primo atto di Gesù uomo maturo, la sua prima apparizione pubblica. Tutti i vangeli ricordano questo evento posto all’inizio del ministero di Gesù, e ciascuno lo narra in modo proprio: cerchiamo dunque di comprendere ed esplicitare le peculiarità del racconto di Luca.
Giovanni il Battista aveva annunciato un Veniente più forte di lui, che avrebbe immerso (cioè battezzato) non nelle acque del Giordano ma in Spirito santo e fuoco. E tuttavia questo Veniente, che è discepolo di Giovanni e porta il nome non ancora famoso di Jeshu‘a, Gesù, va anche lui a farsi battezzare. Luca sottolinea che egli fa questo insieme a “tutto il popolo”, espressione enfatica che vuole porre l’accento sul grande numero di giudei radunati da colui che “evangelizzava” (Lc 3,18), cioè annunciava la buona notizia, e che doveva “preparare al Signore un popolo ben disposto” (Lc 1,17). Solidale con quel popolo, uomo come tutti gli altri, mescolato alla folla anonima, in fila tra uomini e donne, senza nessuna volontà di distinzione dai peccatori, Gesù si fa immergere da Giovanni: uno del popolo, con il popolo, in mezzo al popolo, dove questo termine indica certamente la gente ordinaria, ma anche quel nuovo popolo che Dio sta radunando per farne il suo popolo per sempre. Gesù inizia così la sua vita pubblica: non con una predicazione, non con un miracolo, non con un’apparizione che potesse stupire e meravigliare i presenti, ma un gesto umano di umiltà, di sottomissione a Dio e di totale solidarietà con i suoi fratelli e sorelle peccatori.
Luca vuole anche mettere in evidenza ciò che accade a Gesù, ciò che diventa sua esperienza personalissima in quell’evento. A differenza degli altri vangeli rivela che Gesù riceve il battesimo mentre sta pregando, mentre riconosce la presenza e la signoria del suo Dio e Padre. Ecco la prima azione di Gesù nella sua vita pubblica: la preghiera! E nel vangelo secondo Luca la preghiera sarà anche l’ultima azione di Gesù in croce, prima di morire (cf. Lc 23,46). Cosa significa dunque pregare? Poche cose: fare silenzio, fare spazio dentro di sé per accogliere lo Spirito di Dio e ascoltare quella parola che Dio rivolge personalmente al credente. Questa e solo questa è la preghiera cristiana: non parole dette a Dio, non ripetizione di formule, non esercizio di affetti, ma silenzio, predisposizione di se stessi all’accoglienza della Parola e dello Spirito di Dio.
Avviene per Gesù ciò che avviene per la prima comunità dei discepoli, dopo la sua resurrezione, quando resterà in preghiera, farà spazio allo Spirito e riceverà il dono (cf. At 1,4; 2,1-12). Per questo Gesù, secondo Luca, parlando della preghiera e del suo esaudimento precisa: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,13). La preghiera cristiana è epiclesi dello Spirito e il suo esaudimento è il dono dello Spirito.
Gesù dunque si fa immergere da Giovanni ma soprattutto prega, appresta tutto il suo essere per farsi dimora dello Spirito santo, che solo Gesù “vede scendere” dal cielo sotto forma di colomba per dimorare in lui. È il segno dello Spirito di Dio che covava sulle acque al momento della creazione (cf. Gen 1,2), il segno della Shekinah, la Presenza del Dio vivente che dal cielo scende sulla terra. I cieli si aprono per questa discesa da Dio dello Spirito e, con lo Spirito, ecco risuonare la parola personalissima rivolta a Gesù: “Tu! Tu sei mio Figlio!”. Questa l’identità di Gesù: è il Figlio di Dio!
Per esplicitare questa proclamazione, il vangelo secondo Luca cita il salmo 2: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (v. 7), sicché questa voce non è una rivelazione per Gesù, che conosceva la sua relazione con il Padre (cf. Lc 2,49), ma piuttosto un’intronizzazione messianica all’inizio della sua missione. Nel vangelo secondo Marco la voce discesa dal cielo (ripresa da Matteo e da alcuni manoscritti di Luca) risuona in modo diverso: “Tu sei mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto!” (Mc 1,11; Mt 3,17). Oltre al salmo 2, viene qui echeggiata anche la dichiarazione del Signore sul suo Servo (“Ecco il mio Servo, … in lui mi sono compiaciuto”: Is 42,1). Sì, Dio si compiace, trova gioia nel suo Servo, come la trova nella sua venuta tra gli umani (cf. Lc 2,14). Anche nella trasfigurazione questa voce dal cielo scenderà per proclamare Gesù come Figlio di Dio, come Servo eletto al quale va l’ascolto, e confermarlo nel suo cammino verso la passione e la morte (cf. Lc 9,35).
Nessuno ascolta quella voce, nessuno vede scendere lo Spirito all’infuori di Gesù, che quell’evento potrà dunque proclamare con autorevolezza: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto e mi ha inviato a portare la buona notizia ai poveri” (Lc 4,18; Is 61,1). Il battesimo è dunque rivelazione della chiamata rivolta a Gesù, che lui realizzerà pienamente e puntualmente quale Messia, perciò Figlio di Dio, e quale Profeta, perciò Servo del Signore.
“Gesù aveva circa trent’anni” (Lc 3,23), annota Luca subito dopo, dunque ha trascorso molti anni di vita nascosta. Dal suo bar mitzwah, quando a dodici anni divenne “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-50), fino a questo evento di rivelazione, Gesù ha vissuto un’esistenza ordinaria, che a noi resta oscura. Inutile ricostruire con la fantasia e l’immaginazione quegli anni, per farne discendere una “spiritualità” di Gesù in famiglia, di Gesù operaio, di Gesù a Nazaret… Ci basti sapere che ha atteso, che non si è dato ruoli né una vocazione, ma che ha sempre saputo vivere l’oggi di Dio.
Siamo certi soltanto della sua obbedienza a Dio piuttosto che agli uomini e alla famiglia (cf. Lc 2,49; At 5,29); della sua disponibilità a fare posto nella propria vita e nel proprio corpo allo Spirito santo, “il suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea); del suo esercitarsi nell’arte dell’ascolto della Parola di Dio, che egli trovava nell’assiduità alle sante Scritture; del suo farsi discepolo mettendosi alla sequela di Giovanni, rabbi e profeta; del suo fare discernimento della propria vocazione e missione. Questo fino a circa trent’anni, quando ormai era un uomo maturo e, per il suo tempo, avanti negli anni. E quando il suo maestro Giovanni fu imprigionato da Erode (cf. Lc 3,19-20), ecco venuta la sua ora, l’ora di far risuonare la sua parola, l’ora di proclamare il Vangelo, l’ora di percorrere le vie della Galilea e della Giudea “passando tra gli umani facendo il bene” (cf. At 10,38) e facendo arretrare il diavolo.
Questo cammino va dall’immersione nelle acque del Giordano all’immersione nelle acque della passione e della morte (cf. Sal 69,2-3). E anche nell’ora della morte Gesù sarà crocifisso in mezzo a due malfattori (cf. Lc 22,37; 23,33; Is 53,12), solidale con i peccatori, come lo era stato per tutta la vita. Li aveva preferiti ai giusti, facendosi battezzare insieme a loro da Giovanni; li preferirà ancora ai giusti morendo in croce tra di loro, ma arrivando a promettere proprio a uno di loro: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). E appena morto sentirà di nuovo la voce del Padre: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato”, voce che lo richiama dai morti, Spirito santo che lo rialza alla vita eterna. L’Apostolo Paolo rileggerà questa storia in modo sintetico all’inizio della Lettera ai Romani: “Cristo Gesù, … Figlio di Dio, nato dalla stirpe di David secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito santo, attraverso la resurrezione dei morti” (Rm 1,1.3-4).
La festa del battesimo di Gesù è l’ultima manifestazione-epifania del tempo di Natale. Venendo nel mondo, Gesù si è manifestato a Betlemme ai pastori, ai poveri di Israele; si è manifestato come Re dei giudei ai sapienti venuti dall’oriente, alle genti della terra; e all’inizio del suo ministero pubblico si è manifestato a tutto Israele quale Messia e Figlio di Dio. Dalla prossima domenica, attraverso la lettura cursiva del vangelo secondo Luca, la chiesa ci chiederà di seguire Gesù verso la sua Pasqua, “il suo esodo che dovrà compiersi a Gerusalemme” (Lc 9,31).

http://www.monasterodibose.it

 

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 11 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

La Donazione di Roma della scuola di Raffaello mostra l’interno dell’antica basilica con i colonnati architravati della navata e il pergolato con le colonne tortili –

La Donazione di Roma della scuola di Raffaello mostra l'interno dell'antica basilica con i colonnati architravati della navata e il pergolato con le colonne tortili - Copia

Publié dans : immagini | le 10 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL “PADRE NOSTRO”: 4. BUSSATE E VI SARÀ APERTO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2019/documents/papa-francesco_20190109_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL “PADRE NOSTRO”: 4. BUSSATE E VI SARÀ APERTO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 9 gennaio 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi fa riferimento al Vangelo di Luca. Infatti, è soprattutto questo Vangelo, fin dai racconti dell’infanzia, a descrivere la figura del Cristo in un’atmosfera densa di preghiera. In esso sono contenuti i tre inni che scandiscono ogni giorno la preghiera della Chiesa: il Benedictus, il Magnificat e il Nunc dimittis.
E in questa catechesi sul Padre Nostro andiamo avanti, vediamo Gesù come orante. Gesù prega. Nel racconto di Luca, ad esempio, l’episodio della trasfigurazione scaturisce da un momento di preghiera. Dice così: «Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (9,29). Ma ogni passo della vita di Gesù è come sospinto dal soffio dello Spirito che lo guida in tutte le azioni. Gesù prega nel battesimo al Giordano, dialoga con il Padre prima di prendere le decisioni più importanti, si ritira spesso nella solitudine a pregare, intercede per Pietro che di lì a poco lo rinnegherà. Dice così: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno» (Lc 22,31-32). Questo consola: sapere che Gesù prega per noi, prega per me, per ognuno di noi perché la nostra fede non venga meno. E questo è vero. “Ma padre, ancora lo fa?” Ancora lo fa, davanti al Padre. Gesù prega per me. Ognuno di noi può dirlo. E anche possiamo dire a Gesù: “Tu stai pregando per me, continua a pregare che ne ho bisogno”. Così: coraggiosi.
Perfino la morte del Messia è immersa in un clima di preghiera, tanto che le ore della passione appaiono segnate da una calma sorprendente: Gesù consola le donne, prega per i suoi crocifissori, promette il paradiso al buon ladrone, e spira dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). La preghiera di Gesù pare attutire le emozioni più violente, i desideri di vendetta e di rivalsa, riconcilia l’uomo con la sua nemica acerrima, riconcilia l’uomo con questa nemica, che è la morte.
È sempre nel Vangelo di Luca che troviamo la richiesta, espressa da uno dei discepoli, di poter essere educati da Gesù stesso alla preghiera. E dice così: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Vedevano lui che pregava. “Insegnaci – anche noi possiamo dire al Signore – Signore tu stai pregando per me, lo so, ma insegna a me a pregare, perché anche io possa pregare”.
Da questa richiesta – «Signore, insegnaci a pregare» – nasce un insegnamento abbastanza esteso, attraverso il quale Gesù spiega ai suoi con quali parole e con quali sentimenti si devono rivolgere a Dio.
La prima parte di questo insegnamento è proprio il Padre Nostro. Pregate così: “Padre, che sei nei cieli”. “Padre”: quella parola tanto bella da dire. Noi possiamo stare tutto il tempo della preghiera con quella parola soltanto: “Padre”. E sentire che abbiamo un padre: non un padrone né un patrigno. No: un padre. Il cristiano si rivolge a Dio chiamandolo anzitutto “Padre”.
In questo insegnamento che Gesù dà ai suoi discepoli è interessante soffermarsi su alcune istruzioni che fanno da corona al testo della preghiera. Per darci fiducia, Gesù spiega alcune cose. Esse insistono sugli atteggiamenti del credente che prega. Per esempio, c’è la parabola dell’amico importuno, che va a disturbare un’intera famiglia che dorme perché all’improvviso è arrivata una persona da un viaggio e non ha pani da offrirgli. Cosa dice Gesù a questo che bussa alla porta, e sveglia l’amico?: «Vi dico – spiega Gesù – che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono» (Lc 11,9). Con questo vuole insegnarci a pregare e a insistere nella preghiera. E subito dopo fa l’esempio di un padre che ha un figlio affamato. Tutti voi, padri e nonni, che siete qui, quando il figlio o il nipotino chiede qualcosa, ha fame, e chiede e chiede, poi piange, grida, ha fame: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce?» (v. 11). E tutti voi avete l’esperienza quando il figlio chiede, voi date da mangiare quello che chiede, per il bene di lui.
Con queste parole Gesù fa capire che Dio risponde sempre, che nessuna preghiera resterà inascoltata, perché? Perché Lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono.
Certo, queste affermazioni ci mettono in crisi, perché tante nostre preghiere sembra che non ottengano alcun risultato. Quante volte abbiamo chiesto e non ottenuto – ne abbiamo l’esperienza tutti – quante volte abbiamo bussato e trovato una porta chiusa? Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti. La preghiera trasforma sempre la realtà, sempre. Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore. Gesù ha promesso il dono dello Spirito Santo ad ogni uomo e a ogni donna che prega.
Possiamo essere certi che Dio risponderà. L’unica incertezza è dovuta ai tempi, ma non dubitiamo che Lui risponderà. Magari ci toccherà insistere per tutta la vita, ma Lui risponderà. Ce lo ha promesso: Lui non è come un padre che dà una serpe al posto di un pesce. Non c’è nulla di più certo: il desiderio di felicità che tutti portiamo nel cuore un giorno si compirà. Dice Gesù: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?» (Lc 18,7). Sì, farà giustizia, ci ascolterà. Che giorno di gloria e di risurrezione sarà mai quello! Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. Pregare. La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo. O cambia le cose o cambia il nostro cuore, ma sempre cambia. Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. È come vedere ogni frammento del creato che brulica nel torpore di una storia di cui a volte non afferriamo il perché. Ma è in movimento, è in cammino, e alla fine di ogni strada, cosa c’è alla fine della nostra strada? Alla fine della preghiera, alla fine di un tempo in cui stiamo pregando, alla fine della vita: cosa c’è? C’è un Padre che aspetta tutto e aspetta tutti con le braccia spalancate. Guardiamo questo Padre.

 

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 10 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »
123456...1155

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31