Battesimo di Gesù

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PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL BATTESIMO. 2. IL SEGNO DELLA FEDE CRISTIANA

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PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL BATTESIMO. 2. IL SEGNO DELLA FEDE CRISTIANA

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 18 aprile 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Proseguiamo, in questo Tempo di Pasqua, le catechesi sul Battesimo. Il significato del Battesimo risalta chiaramente dalla sua celebrazione, perciò rivolgiamo ad essa la nostra attenzione. Considerando i gesti e le parole della liturgia possiamo cogliere la grazia e l’impegno di questo Sacramento, che è sempre da riscoprire. Ne facciamo memoria nell’aspersione con l’acqua benedetta che si può fare la domenica all’inizio della Messa, come pure nella rinnovazione delle promesse battesimali durante la Veglia Pasquale. Infatti, quanto avviene nella celebrazione del Battesimo suscita una dinamica spirituale che attraversa tutta la vita dei battezzati; è l’avvio di un processo che permette di vivere uniti a Cristo nella Chiesa. Pertanto, ritornare alla sorgente della vita cristiana ci porta a comprendere meglio il dono ricevuto nel giorno del nostro Battesimo e a rinnovare l’impegno di corrispondervi nella condizione in cui oggi ci troviamo. Rinnovare l’impegno, comprendere meglio questo dono, che è il Battesimo, e ricordare il giorno del nostro Battesimo. Mercoledì scorso ho chiesto di fare i compiti a casa e ognuno di noi, ricordare il giorno del Battesimo, in quale giorno sono stato battezzato. Io so che alcuni di voi lo sanno, altri, no; quelli che non lo sanno, domandino ai parenti, a quelle persone, ai padrini, alle madrine… domandino: “Qual è la data del mio battesimo?” Perché è una rinascita il Battesimo ed è come se fosse il secondo compleanno. Capito? Fare questo compito a casa, domandare: “Qual è la data del mio Battesimo?”.
Anzitutto, nel rito di accoglienza, viene chiesto il nome del candidato, perché il nome indica l’identità di una persona. Quando ci presentiamo diciamo subito il nostro nome: “Io mi chiamo così”, così da uscire dall’anonimato, l’anonimo è quello che non ha nome. Per uscire dall’anonimato subito diciamo il nostro nome. Senza nome si resta degli sconosciuti, senza diritti e doveri. Dio chiama ciascuno per nome, amandoci singolarmente, nella concretezza della nostra storia. Il Battesimo accende la vocazione personale a vivere da cristiani, che si svilupperà in tutta la vita. E implica una risposta personale e non presa a prestito, con un “copia e incolla”. La vita cristiana infatti è intessuta di una serie di chiamate e di risposte: Dio continua a pronunciare il nostro nome nel corso degli anni, facendo risuonare in mille modi la sua chiamata a diventare conformi al suo Figlio Gesù. E’ importante dunque il nome! E’ molto importante! I genitori pensano al nome da dare al figlio già prima della nascita: anche questo fa parte dell’attesa di un figlio che, nel nome proprio, avrà la sua identità originale, anche per la vita cristiana legata a Dio.
Certo, diventare cristiani è un dono che viene dall’alto (cfr Gv 3,3-8). La fede non si può comprare, ma chiedere sì, e ricevere in dono sì. “Signore, regalami il dono della fede”, è una bella preghiera! “Che io abbia fede”, è una bella preghiera. Chiederla in dono, ma non si può comprare, si chiede. Infatti, «il Battesimo è il sacramento di quella fede, con la quale gli uomini, illuminati dalla grazia dello Spirito Santo, rispondono al Vangelo di Cristo» (Rito del Battesimo dei Bambini, Introd. gen., n. 3). A suscitare e a risvegliare una fede sincera in risposta al Vangelo tendono la formazione dei catecumeni e la preparazione dei genitori, come l’ascolto della Parola di Dio nella stessa celebrazione del Battesimo.
Se i catecumeni adulti manifestano in prima persona ciò che desiderano ricevere in dono dalla Chiesa, i bambini sono presentati dai genitori, con i padrini. Il dialogo con loro, permette ad essi di esprimere la volontà che i piccoli ricevano il Battesimo e alla Chiesa l’intenzione di celebrarlo. «Espressione di tutto questo è il segno di croce, che il celebrante e i genitori tracciano sulla fronte dei bambini» (Rito del Battesimo dei Bambini, Introd., n. 16). «Il segno della croce esprime il sigillo di Cristo su colui che sta per appartenergli e significa la grazia della redenzione che Cristo ci ha acquistata per mezzo della sua croce» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1235). Nella cerimonia facciamo sui bambini il segno della croce. Ma vorrei tornare su un argomento del quale vi ho parlato. I nostri bambini sanno farsi il segno della croce bene? Tante volte ho visto bambini che non sanno fare il segno della croce. E voi, papà, mamme, nonni, nonne, padrini, madrine, dovete insegnare a fare bene il segno della croce perché è ripetere quello che è stato fatto nel Battesimo. Avete capito bene? Insegnare ai bambini a fare bene il segno della croce. Se lo imparano da bambini lo faranno bene dopo, da grandi.
La croce è il distintivo che manifesta chi siamo: il nostro parlare, pensare, guardare, operare sta sotto il segno della croce, ossia sotto il segno dell’amore di Gesù fino alla fine. I bambini sono segnati in fronte. I catecumeni adulti sono segnati anche sui sensi, con queste parole: «Ricevete il segno della croce sugli orecchi per ascoltare la voce del Signore»; «sugli occhi per vedere lo splendore del volto di Dio»; «sulla bocca, per rispondere alla parola di Dio»; «sul petto, perché Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori»; «sulle spalle, per sostenere il giogo soave di Cristo» (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, n. 85). Cristiani si diventa nella misura in cui la croce si imprime in noi come un marchio “pasquale” (cfr Ap 14,1; 22,4), rendendo visibile, anche esteriormente, il modo cristiano di affrontare la vita. Fare il segno della croce quando ci svegliamo, prima dei pasti, davanti a un pericolo, a difesa contro il male, la sera prima di dormire, significa dire a noi stessi e agli altri a chi apparteniamo, chi vogliamo essere. Per questo è tanto importante insegnare ai bambini a fare bene il segno della croce. E, come facciamo entrando in chiesa, possiamo farlo anche a casa, conservando in un piccolo vaso adatto un po’ di acqua benedetta – alcune famiglie lo fanno: così, ogni volta che rientriamo o usciamo, facendo il segno della croce con quell’acqua ci ricordiamo che siamo battezzati. Non dimenticare, ripeto: insegnare ai bambini a fare il segno della croce.

 

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La musica a Roma

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LA NASCITA DEL CANTO CRISTIANO (stralcio, interessante, da leggere tutto)

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LA NASCITA DEL CANTO CRISTIANO (stralcio, interessante, da leggere tutto)

Introduzione

Canto proprio della liturgia romana su testo preso dalla Sacra Scrittura. Arte musicale raffinata, non popolare, il c. g. è monodico, e ripudia gli strumenti. Costituisce un repertorio vasto, eterogeneo, per lo più anonimo, di circa 3000 melodie di epoche, forme, luoghi d’origine differenti. La storia del c. g. si può dividere in vari periodi. Un primo periodo riguarda le origini. I primi cristiani, provenendo da regioni culturalmente differenti, concorrono a formare riti e canti con caratteristiche diverse, e la chiesa di Roma, nei primi secoli, essendo legata alle chiese orientali, soprattutto a quelle greche, ne adotta la lingua e probabilmente anche i canti. Quando. verso la fine del sec. IV, essa si dà un rito proprio in latino, poco alla volta si plasma pure un canto proprio. nuovo, anche se con reminiscenze dei tipi di canto giunti dall’Oriente. Perciò a Roma, lungo il sec. V si va formando un tipo di canto che subisce influssi dalla musica ebraica, greca e bizantina. Tale canto, detto antico romano, è quello che si trasformerà più tardi nel c. g. Nel sec. VII si parla ancora di canto romano. Verso il 753 gli antifonari romani (raccolte di testi letterari per i riti e i canti) passano in Gallia dove le melodie romane vengono adattate secondo i gusti locali. Sarebbero queste che san Gregorio Magno, secondo una testimonianza di Giovanni Diacono (sec. IX), avrebbe fatto copiare e codificare in un antifonario archetipo, detto Antiphonarium cento. Il nome di c. g., a ognni modo, è usato per la prima volta solo alla fine del sec. VIII. Il repertorio di questo periodo primitivo è ritenuto il vero, autentico c. g. e viene detto gallico-romano; ad esso appartengono i canti del proprio della messa (Introito, Graduale, Tractus. qualche Alleluia, Offertorio, Communio) e, probabilmente, le Antifone e i Responsori dell’Ufficio. Ne sec. IX Carlo Magno inizia una politica di espansione del c. g., la quale porta alla lenta eliminazione di altri riti e canti( come il gallicano e il mozarabico. In questo secondo periodo che giunge fino al sec XI, diversi monasteri divengono centri famosi per la diffusione del c. g. (S. Gallo, Einsiedeln, Fulda, Tours, Corbie, Nonantola, Montecassino), si formano i canti dell’ordinario della messa (Kyrie, Gloria Credo. Sanctus. Agnus Dei) e fioriscono i tropi e le sequenze. Alla fine del sec. IX. con la nascita della scrittura musicale neumatica, le melodie, che fino ad allora si tramandavano oralmente, possono essere ricordate con un po’ più di precisione e si possono mantenere esenti dalle infiltrazioni di altre espressioni musicali. Ma dal sec.XI il c. g. non può evitare di subire i condizionamenti recati dalla musica trovadorica e dalla sorgente pratica polifonica, nella quale si instaura l’uso di impiegare le melodie gregoriane per elaborazioni contrappuntistiche. Dal sec. XVI alla prima metà del XIX si ha un nuovo periodo di decadenza del c. g. Ora le melodie vengono anche mutilate; ne è un esempio l’Editio medicea (1614-15) del Graduale, ossia del libro che contiene i canti della messa per tutto l’anno ecclesiastico. In essa i neumi sono interpretati misuratamente. non con la libertà di valore originaria. e i melismi (cioè i lunghi vocalizzi) sono abbreviati. (Una riedizione di tale pubblicazione viene effettuata tra il 1871 e l’81 ed è nota come Editio ratisbonensis.). Finalmente, a metà del secolo scorso i monaci benedettini dell’abbazia di Solesmes iniziano il lavoro di ripristino del c. g. per riportarlo all’integrità originaria. Si studiano, si confrontano i codici più antichi (secc. IX-X), si promuovono una più precisa interpretazione delle melodie, nonché, una pratica esecutiva consona alla loro semplicità e purezza. Si sente inoltre l’esigenza di far conoscere i codici a tutti gli studiosi. Perciò nel 1889, si comincia a pubblicare la Paléographie musicale, serie di volumi (ne sono usciti finora 19) riproducenti in copia fotostatica gli antichi codici; mentre, a cura della Santa Sede, è in corso di pubblicazione, dal 1905, una Editio vaticana delle melodie gregoriane ufficiali, scritte in note quadrate e senza segni d’interpretazione ritmica. La teoria del c. g. è basata su un insieme modale costituito da otto scale, che danno origine a quattro modi detti autentici e a quattro plagali, costruiti una quarta sotto gli autentici (- modalità). A ogni modo autentico corrisponde un proprio plagale: essi hanno in comune una nota che funge da base e da conclusione, e che è detta finale. Si hanno così quattro finali. riferibili alle note re, mi, fa, sol. Questa teoria compare nell’VIII-IX secolo e ricalca in parte, quella bizantina. Circa il ritmo, non si sa quasi nulla in proposito. Tra le varie soluzioni, i benedettini di Solesmes hanno pensato di adottare la teoria del ritmo libero proprio della declamazione, dando a ogni nota il valore normale della pronuncia di una sillaba. I monaci solesmensi che più hanno contribuito alla rinascita del c. g. sono Dom Gueranger, Dom Pothier, Dom Macquereau.
IL RACCONTO BIBLICO offre, nella tradizione giudaica che procede l’epoca dei re, numerose testimonianze che rivelano l’assenza di professionismo nella pratica del canto di lode al Signore. Gli ebrei cantano coralmente inni, cantici e salmi di un antico repertorio acquisito per trasmissione orale e funzionale alla lode al Signore, DOPO L’ESODO DALL’EGITTO e la traversata del mar Rosso, si racconta che Mosè, con il suo popolo, cantò il sacro cantico di lode a Jahvè, dicendo: «Inneggio al Signore, perché si e ricoperto di gloria; cavallo e cavg1iere ha travolto nel mare, Mia forza e mia esultanza è il Signore, a Lui devo la mia salvezza! Egli è il mio Dio e lo loderò. Egli è Iddio del padre mio e io lo esalterò». «E Maria la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano e tutte le donne uscirono dietro di lei con i timpani e danzarono, E Maria rispondeva ai cantori: ‘Cantate al Signore perché si é ricoperto di gloria; cavallo e cavaliere ha travolto nel mare’»

La matrice giudaica del canto cristiano.
Non è sopravvissuta alcuna fonte che porti traccia dei canti eseguiti dai primi cristiani, Questi ultimi hanno continuato, ancora per molto tempo, a sentirsi parte della congregazione giudaica, nonostante i dissidi di ordine ideologico che hanno determinato diversi comportamenti rituali fra i componenti della comunità ebraica. I primi cristiani, pur criticando l’estrema esteriorizzazione del culto da parte dei Farisei e pur condividendo solo in parte le posizioni ascetiche degli Esseni, frequentano il Tempio e le sinagoghe pregando insieme con loro. Un versetto degli Atti degli Apostoli (2, 46) offre infatti un esempio a proposito dell’osservanza dell’antica Legge: «Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio». Anche quando si inaspriranno i rapporti fra la comunità giudaica e quella cristiana, quest’ultima conserverà affinità evidenti con la ritualità e i canti della comunità religiosa di provenienza. Della ritualità giudaica, nella prassi rituale dei primi cristiani, si conservano diversi elementi: la liturgia della Parola, momento centrale del rito religioso; il calendario ebraico, con il solo spostamento del giorno festivo dal sabato alla domenica; infine, si osserva l’usanza di pregare all’ora terza, sesta, nona e durante la notte che costituirà in seguito la premessa storica dell’Ufficio delle Ore. Di derivazione giudaica è anche il nome che successivamente verrà dato al luogo del culto cristiano che da «domus ecclesiae», un luogo di culto equivalente alla sinagoga, si chiamerà «chiesa». Nel primitivo canto cristiano le sacre scritture sono intonate con una forma di di derivazione ebraica. Della tradizione giudaica si conserva anche la pratica del canto dei salmi, detta salmodia, eseguito in forma diretta o solistica nella quale il canto del salmo è affidato a un solo cantore, o in forma responsoriale (con l’alternanza di solista e coro) o in forma antifonale con l’avvicendarsi di due parti del coro che si alternano nell’esecuzione dei versetti. Di derivazione ebraica è anche la salmodia alleluiatica che consiste nell’acclamazione, dopo ogni versetto cantato dal solista, di un alleluia, un termine ebraico corrispondente alla nostra acclamazione «evviva». Altra forma melodica, retaggio dell’origine giudaica del rito cristiano, è lo «jubilus», un’intonazione gaudiosa di un melisma privo di testo o parola che trova in sant’Agostino uno dei sostenitori più convinti

I PRIMI SECOLI della LITURGIA e del CANTO CRISTIANO
Le divergenze di ordine ideologico fra la religione cristiana e quella giudaica portano la nuova comunità cristiana, priva delle istituzioni musicali che, alle dipendenze del tempio di Gerusalemme dall’epoca dei re, assicuravano l’alto professionismo dei cantori, a recuperare la visione naturalistica del canto giudaico primitivo, rinunciando alla sontuosità ne e nelle forme, riflettendo le consuetudini religiose e musicali delle aree culturali che si convertono al cristianesimo. Infatti l’attitudine al mistico dei popoli orientali, comporta l’allontanamento dal concreto e gioioso sentimento religioso ebraico e pagano che richiede per il rito religioso una musica ricca e brillante attraverso la quale l’individuo esprime gratitudine a Dio e vive una festosa aggregazione con la comunità. Per tutto il tempo in cui la comunità cristiana è costretta alla clandestinità, la ritualità fa a meno sia del rumoroso accompagnamento strumentale sia del canto riccamente fiorito, prediligendo invece la semplice intonazione sillabica. D’altra parte il contesto pagano non depone a favore della reputazione degli strumenti che forse anche per motivi etnici, vengono eliminati dalla prassi rituale. Per segnare una forte linea di demarcazione tra l’ espressione vocale pagana e quella cristiana, La melodia dei canti delle prime comunità cristiane evita il genere cromatico. Quest’ultimo, infatti, presentando difficoltà di intonazione superabili solo con abilita professionistiche, avrebbe impedito la partecipazione di tutti e tolto la necessaria austerità alle cerimonie religiose, non più espressione di un festoso sentimento religioso ma accorato e sussurrato momento di preghiera comunitaria che si sarebbe potuto pagare con il martirio, L’Editto di Milano, col quale l’imperatore Costantino nell’anno 313 pone fine alle persecuzioni dei cristiani e concede loro la libertà di culto, dà un impulso notevole all’espressione della religiosità attraverso

L’ARTE DELLA MUSICA RITUALE
Con l’epoca dei Re lo spontaneismo e l’improvvisazione vengono accantonati per raggiungere la ricercatezza e la sontuosità del rito che mette in evidenza il grado di raffinatezza raggiunto dal popolo ebraico che, nel frattempo, reso forte dall’istituzione della monarchia, abbandonata la vita nomade, ha contatti con l’evoluto mondo orientale. Ne consegue che il canto e l’intervento della musica all’interno del culto non è più appannaggio dei comuni fedeli ma prerogativa di musicisti professionisti. Davide, musicista egli stesso, erroneamente ritenuto l’autore di tutti i salmi mentre è più plausibile ritenere che ne scrisse solo una parte, fondò il primo nucleo ufficiale di cantori strumentisti del Tempio. Si racconta che nel giorno della consacrazione del Tempio «i cantori, tutti quelli che erano sotto Asaf, sotto Heman e sotto Iditum, coi loro figli e fratelli, vestiti di bisso, sonavano cimbali, salteri e cetre, stando dalla parte orientale dell’altare, con centoventi sacerdoti che sonavano le trombe, con la voce e con i cimbali e con gli strumenti musicali di diverso genere, facevano risonare un concerto e alzavano in alto le voci e da lontano se ne udiva il rumore; quando ebbero cominciato a lodare il Signore e a dire: ‘Date gloria al Signore perché egli è buono, perché eterna è la sua misericordia’, allora la casa di Dio fu riempita da una nube e i sacerdoti non potevano più starvi, né compiere le loro funzioni a causa dello caligine, perché la gloria del Signore aveva riempito La casa di Dio» (II Cronache 5, 12-14). Il passo narra il momento conclusivo di una fase di preparativi che culmina nella cerimonia predetta, prova generale delle iniziative concernenti l’intervento della musica nel culto. Da Davide a Salomone la musica rituale diventa, quindi, vero e proprio prodotto d’arte la cui qualità è garantita da un serio e lungo apprendistato nel quale si sottopongo aspiranti musici scelti fra i leviti.

Publié dans : MUSICA E CANTO CRISTIANI | le 17 avril, 2018 |Pas de Commentaires »

Papa Benedetto

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OGGI È IL COMPLEANNO DI PAPA BENEDETO, 91 ANNI, UNA SUA CATECHESI PER OMAGGIO E CON AFFETTO: BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, TESTIMONI E INVIATI DI CRISTO

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OGGI È IL COMPLEANNO DI PAPA BENEDETO, 91 ANNI, UNA SUA CATECHESI PER OMAGGIO E CON AFFETTO: BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, TESTIMONI E INVIATI DI CRISTO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 22 marzo 2006

Cari fratelli e sorelle,

la Lettera agli Efesini ci presenta la Chiesa come una costruzione edificata « sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù » (2, 29). Nell’Apocalisse il ruolo degli Apostoli, e più specificamente dei Dodici, è chiarito nella prospettiva escatologica della Gerusalemme celeste, presentata come una città le cui mura « poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello » (21, 14). I Vangeli concordano nel riferire che la chiamata degli Apostoli segnò i primi passi del ministero di Gesù, dopo il battesimo ricevuto dal Battista nelle acque del Giordano.
Stando al racconto di Marco (1, 16-20) e di Matteo (4, 18-22), lo scenario della chiamata dei primi Apostoli è il lago di Galilea. Gesù ha da poco cominciato la predicazione del Regno di Dio, quando il suo sguardo si posa su due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Sono pescatori, impegnati nel loro lavoro quotidiano. Gettano le reti, le riassettano. Ma un’altra pesca li attende. Gesù li chiama con decisione ed essi con prontezza lo seguono: ormai saranno « pescatori di uomini » (cfr Mc 1, 17; Mt 4, 19). Luca, pur seguendo la medesima tradizione, ha un racconto più elaborato (5, 1-11). Esso mostra il cammino di fede dei primi discepoli, precisando che l’invito alla sequela giunge loro dopo aver ascoltato la prima predicazione di Gesù e sperimentato i primi segni prodigiosi da lui compiuti. In particolare, la pesca miracolosa costituisce il contesto immediato e offre il simbolo della missione di pescatori di uomini, ad essi affidata. Il destino di questi « chiamati », d’ora in poi, sarà intimamente legato a quello di Gesù. L’apostolo è un inviato, ma, prima ancora, un « esperto » di Gesù.
Proprio questo aspetto è messo in evidenza dall’evangelista Giovanni fin dal primo incontro di Gesù con i futuri Apostoli. Qui lo scenario è diverso. L’incontro si svolge sulle rive del Giordano. La presenza dei futuri discepoli, venuti anch’essi, come Gesù, dalla Galilea per vivere l’esperienza del battesimo amministrato da Giovanni, fa luce sul loro mondo spirituale. Erano uomini in attesa del Regno di Dio, desiderosi di conoscere il Messia, la cui venuta era annunciata come imminente. Basta ad essi l’indicazione di Giovanni Battista che addita in Gesù l’Agnello di Dio (cfr Gv 1, 36), perché sorga in loro il desiderio di un incontro personale con il Maestro. Le battute del dialogo di Gesù con i primi due futuri Apostoli sono molto espressive. Alla domanda: « Che cercate? », essi rispondono con un’altra domanda: « Rabbì (che significa Maestro), dove abiti? ». La risposta di Gesù è un invito: « Venite e vedrete » (cfr Gv 1, 38-39). Venite per poter vedere. L’avventura degli Apostoli comincia così, come un incontro di persone che si aprono reciprocamente. Comincia per i discepoli una conoscenza diretta del Maestro. Vedono dove abita e cominciano a conoscerlo. Essi infatti non dovranno essere annun-ciatori di un’idea, ma testimoni di una persona. Prima di essere mandati ad evangelizzare, dovranno « stare » con Gesù (cfr Mc 3, 14), stabilendo con lui un rapporto personale. Su questa base, l’evangelizzazione altro non sarà che un annuncio di ciò che si è sperimentato e un invito ad entrare nel mistero della comunione con Cristo (cfr 1 Gv 1,3).
A chi saranno inviati gli Apostoli? Nel Vangelo Gesù sembra restringere al solo Israele la sua missione: « Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele » (Mt 15, 24). In maniera analoga egli sembra circoscrivere la missione affidata ai Dodici: « Questi Dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: « Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele »" (Mt 10, 5s.). Una certa critica moderna di ispirazione razionalistica aveva visto in queste espressioni la mancanza di una coscienza universalistica del Nazareno. In realtà, esse vanno comprese alla luce del suo rapporto speciale con Israele, comunità dell’alleanza, nella continuità della storia della salvezza. Secondo l’attesa messianica le promesse divine, immediatamente indirizzate ad Israele, sarebbero giunte a compimento quando Dio stesso, attraverso il suo Eletto, avrebbe raccolto il suo popolo come fa un pastore con il gregge: « Io salverò le mie pecore e non saranno più oggetto di preda… Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide mio servo sarà principe in mezzo a loro » (Ez 34, 22-24). Gesù è il pastore escatologico, che raduna le pecore perdute della casa d’Israele e va in cerca di esse, perché le conosce e le ama (cfr Lc 15, 4-7 e Mt 18, 12-14; cfr anche la figura del buon pastore in Gv 10, 11ss.). Attraverso questa « raccolta » il Regno di Dio si annuncia a tutte le genti: « Fra le genti manifesterò la mia gloria e tutte le genti vedranno la giustizia che avrò fatta e la mano che avrò posta su di voi » (Ez 39, 21).
E Gesù segue proprio questo filo profetico. Il primo passo è la « raccolta » del popolo di Israele, perché così tutte le genti chiamate a radunarsi nella comunione col Signore, possano vedere e credere. Così, i Dodici, assunti a partecipare alla stessa missione di Gesù, cooperano col Pastore degli ultimi tempi, andando anzitutto anche loro dalle pecore perdute della casa d’Israele, rivolgendosi cioè al popolo della promessa, il cui raduno è il segno di salvezza per tutti i popoli, l’inizio dell’universalizzazione dell’Alleanza. Lungi dal contraddire l’apertura universalistica dell’azione messianica del Nazareno, l’iniziale restringimento ad Israele della missione sua e dei Dodici ne diventa così il segno profetico più efficace. Dopo la passione e la risurrezione di Cristo tale segno sarà chiarito: il carattere universale della missione degli Apostoli diventerà esplicito. Cristo invierà gli Apostoli « in tutto il mondo » (Mc 16, 15), a « tutte le nazioni » (Mt 28, 19; Lc 24, 47, « fino agli estremi confini della terra » (At 1, 8). E questa missione continua. Continua sempre il mandato del Signore di riunire i popoli nell’unità del suo amore. Questa è la nostra speranza e questo è anche il nostro mandato: contribuire a questa universalità, a questa vera unità nella ricchezza delle culture, in comunione con il nostro vero Signore Gesù Cristo.

Emmaus

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Publié dans : immagini sacre | le 13 avril, 2018 |Pas de Commentaires »

TERZA DOMENICA DI PASQUA B – OMELIA

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TERZA DOMENICA DI PASQUA B

At 3, 13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2, 1-5; Lc 24, 35-48

Nel testo di Atti Pietro ripete con coraggio al popolo il kerygma della Pasqua di Gesù di Nazareth con una parola chiara e anche compromettente: Il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù che voi avete consegnato e rinnegato davanti a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete ucciso l’autore della vita … ma Dio l’ha risuscitato e di questo noi siamo testimoni. Una chiarezza che non è un’accusa per accusare ma un’accusa che vuole salvezza per gli uditori, infatti Pietro conclude dicendo: pentitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati. Per questa proclamazione Pietro e Giovanni subiranno un arresto e delle minacce, per quell’annunzio al capitolo successivo saranno fustigati e ne saranno lieti perché “avevano subito oltraggio per amore del nome di Gesù” (cfr At 5,41). Il kerygma pasquale genera questo amore che deve diventare il centro della vita del discepolo.
Nel passo sempre di Luca ma tratto dall’ultimo capitolo dell’Evangelo il kerygma è annunziato da Gesù stesso in tutti i modi, con tutto quello che è: rivelando il suo essere in mezzo a loro (stette, scrive Luca, e non venne o apparve, cioè: Lui è ormai sempre nella sua comunità, si deve solo avere la fede per coglierne la presenza!), mostrando loro le ferite della croce, annunziando così la pace … mangiando con loro. Quelle ferite non sono accusa ma sono il modo in cui ormai Dio si dice e si mostra al mondo! Sono le ferite di un amore che per rimanere tale ha patito odio, oltraggio e morte! Se in Atti si dirà che Pietro e Giovanni saranno lieti di patire oltraggi per amore del nome di Gesù questo è perché essi compresero, fin da quella sera di Pasqua, che Colui, di cui sono fatti testimoni per sempre, aveva patito oltraggi, ferite e morte per amore del nome dell’uomo, per amore del loro nome! Mi pare straordinario!
La scena del Cenacolo, in questo racconto di Luca, ci mostra un Gesù che agisce da solo: Lui saluta, Lui parla, Lui mostra le ferite, Lui chiede cibo, Lui spiega le Scritture, Lui dà ai suoi l’incarico della testimonianza, Lui promette lo Spirito (a tal proposito è incomprensibile perché la pericope proposta per questa domenica ometta il versetto 49 con la promessa dello Spirito!).
In tutto questo racconto i discepoli sono fermi e silenziosi … solo offrono il cibo a Gesù che l’ha richiesto … attorno a quello stare di Gesù in mezzo a loro si genera un silenzio e una sospensione di tutto … di loro sono detti, invece, i sentimenti: sconcerto, paura, turbamento, dubbio, stupore, incredulità, gioia … tutti sentimenti che denunciano la difficoltà a credere nella risurrezione. È così! Dinanzi alla risurrezione l’uomo resta dubbioso e incredulo, sia perché è fatto impensabile e fuori d’ogni orizzonte storico, sia perché ci si imbatte in una cosa troppo bella … si direbbe “troppo bello per essere vero!” Ecco la gioia di cui ci dice Luca che mette limiti alla fede: per la grande gioia ancora non credevano … la risurrezione è troppo bella, è troppo liberante, è troppo luminosa; è oltre ogni più felice ipotesi!
In questa scena Gesù si mostra in tutta la sua concretezza; Luca ci tiene molto ad affermare questa cruda corporeità della risurrezione non solo per contrastare le idee del suo ambiente greco per cui una risurrezione della carne non solo era impensabile ma anche disdicevole (ricordiamo che il pensiero greco di quel tempo era imbevuto di platonismo e neoplatonismo con tutto il disprezzo per la materia!), non solo per affermare la continuità tra il Crocefisso e il Risorto, ma anche per dirci che la risurrezione di Gesù afferra l’uomo in tutta la sua globalità e concretezza.
Tutto ciò, però, è coglibile solo da chi si fa aprire la mente all’intelligenza delle Scritture; proprio perché la risurrezione è tanto oltre il pensabile e il dicibile dall’uomo, solo la Scrittura e la memoria di Gesù possono far esplodere la vera fede nella risurrezione. La memoria di Gesù, di che uomo fosse, delle sue parole, dei suoi gesti, del suo amore, messa a confronto con la “memoria Scripturarum” fa cogliere la conformità e la coincidenza di Gesù e della sua vicenda, fino alla croce e risurrezione, con le promesse di Dio.
La Chiesa si è sempre compiaciuta di ripetere nel simbolo di fede questa conformità: secondo le Scritture. Un’espressione che bisogna saper leggere: vuol dire che tutta la vicenda di Gesù, dal principio alla risurrezione, è compimento delle Scritture che, proprio in quella vicenda, trovano a loro volta luce, ragione e pienezza. Non si tratta, dunque, di semplici compimenti puntuali di questa o quella profezia, ma si tratta di qualcosa di infinitamente più grande e più vasto.
Gesù, nelle cose che dice ai suoi, mette in stretta connessione le sue parole e la sua vita con loro (Era questo che vi dicevo mentre ero ancora con voi) con le Scritture … le due dimensioni si illuminano a vicenda … ora bisogna che si compia – dice il Risorto – tutto quanto Lui già diceva riferendosi alle Scritture. Il verbo greco “pleròo” (“compiersi”) è usato al passivo per dire che è un compimento che opera Dio. La croce e la risurrezione sono il culmine di questo compiersi, senza di esse tutto sarebbe rimasto incompiuto e la vita di Gesù, e le sue parole di rivelazione del Padre e anche le Sante Scritture.
Perché tutto prenda luce, in quella sera di Pasqua, Gesù apre la loro mente all’intelligenza delle Scritture; ai due discepoli di Emmaus aveva “spalancato le Scritture” (Cfr Lc 24,27) ora apre le menti. Insomma senza l’intelligenza delle Scritture la storia dell’umanità, e la stessa storia di Gesù, restano oscure. Nel capitolo 5 del Libro dell’Apocalisse è mostrato l’Agnello che solo può aprire i sette sigilli di quel rotolo che è la Prima Alleanza ma è anche la storia dell’umanità. Tutto questo, però, riguarda anche le nostre personali vicende; senza questa intelligenza delle Scritture restiamo ciechi. L’autore della Seconda lettera di Pietro lo dirà a chiare lettere: “La parola dei profeti è una lampada che brilla in un luogo oscuro” (2Pt 1,19).
La Parola contenuta nelle Scritture è il criterio con cui giudicare il quotidiano e intelligere la storia e le nostre personali vicende … quella Parola consegnata dal Risorto che è, a sua volta, il criterio per leggere le Scritture. Il confronto con questa Parola ci sottrae al rischio di costruirci a partire da noi stessi e di costruire Dio allo stesso modo. La Parola ci sottrae alle valutazioni mondane dei fatti della storia, ci dice di guardare tutto attraverso lo sguardo di Dio, la Parola smaschera le nostre menzogne interiori.
Con questa consegna il Risorto invia la Chiesa a testimoniare la Pasqua che è remissione dei peccati ed è speranza nuova. Sì, perché annunziare la remissione dei peccati è annunziare una grande libertà, è affermare che l’amore di Dio, che Cristo ci ha rivelato nella sua carne, è più grande del nostro male.
Per poter annunziare la conversione e la remissione dei peccati il Gesù di Luca chiede di fidarsi di un dono che viene dall’alto, il dono dello Spirito. Per questo i discepoli devono “sedere” in città (“kathísate”). Infatti lo Spirito è dono all’umile attesa di chi siede nella città, non è prodotto o pretesa dell’uomo. È dono dall’alto! È il dono necessario per la testimonianza e per continuare a scrutare le Scritture e ricordare la vicenda di Gesù! Senza lo Spirito promesso, atteso e donato la Chiesa non può essere testimone; ecco perché questo versetto 42 è importante all’economia di questo racconto e non si può omettere.
Nello Spirito l’evento Gesù, circoscritto nel tempo e nello spazio può diventare l’oggi della Chiesa di sempre. È questo oggi, colmo di Cristo e di amore per il suo nome, che la Chiesa deve realizzare e mostrare al mondo.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

 

Gesù, Catacombe di Santa Domitilla

per fr GESU CATACOMPBE, fine del IV-inizio del V secolo, catacombe di Commodilla, Roma.

Publié dans : immagini sacre | le 11 avril, 2018 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO (i 50 giorni del tempo liturgico)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2018/documents/papa-francesco_20180411_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO (i 50 giorni del tempo liturgico)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 11 aprile 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

I cinquanta giorni del tempo liturgico pasquale sono propizi per riflettere sulla vita cristiana che, per sua natura, è la vita che proviene da Cristo stesso. Siamo, infatti, cristiani nella misura in cui lasciamo vivere Gesù Cristo in noi. Da dove partire allora per ravvivare questa coscienza se non dal principio, dal Sacramento che ha acceso in noi la vita cristiana? Questo è il Battesimo. La Pasqua di Cristo, con la sua carica di novità, ci raggiunge attraverso il Battesimo per trasformarci a sua immagine: i battezzati sono di Gesù Cristo, è Lui il Signore della loro esistenza. Il Battesimo è il «fondamento di tutta la vita cristiana» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1213). E’ il primo dei Sacramenti, in quanto è la porta che permette a Cristo Signore di prendere dimora nella nostra persona e a noi di immergerci nel suo Mistero.
Il verbo greco “battezzare” significa “immergere” (cfr CCC, 1214). Il bagno con l’acqua è un rito comune a varie credenze per esprimere il passaggio da una condizione a un’altra, segno di purificazione per un nuovo inizio. Ma per noi cristiani non deve sfuggire che se è il corpo ad essere immerso nell’acqua, è l’anima ad essere immersa in Cristo per ricevere il perdono dal peccato e risplendere di luce divina (cfr Tertulliano, Sulla risurrezione dei morti, VIII, 3: CCL 2, 931; PL 2, 806). In virtù dello Spirito Santo, il Battesimo ci immerge nella morte e risurrezione del Signore, affogando nel fonte battesimale l’uomo vecchio, dominato dal peccato che divide da Dio, e facendo nascere l’uomo nuovo, ricreato in Gesù. In Lui, tutti i figli di Adamo sono chiamati a vita nuova. Il Battesimo, cioè, è una rinascita. Sono sicuro, sicurissimo che tutti noi ricordiamo la data della nostra nascita: sicuro. Ma mi domando io, un po’ dubbioso, e domando a voi: ognuno di voi ricorda qual è stata la data del suo battesimo? Alcuni dicono di sì – sta bene. Ma è un sì un po’ debole, perché forse tanti non ricordano questo. Ma se noi festeggiamo il giorno della nascita, come non festeggiare – almeno ricordare – il giorno della rinascita? Io vi darò un compito a casa, un compito oggi da fare a casa. Coloro di voi che non si ricordano la data del battesimo, domandino alla mamma, agli zii, ai nipoti, domandino: “Tu sai qual è la data del battesimo?”, e non dimenticarla mai. E quel giorno ringraziare il Signore, perché è proprio il giorno in cui Gesù è entrato in me, lo Spirito Santo è entrato in me. Avete capito bene il compito a casa? Tutti dobbiamo sapere la data del nostro battesimo. E’ un altro compleanno: il compleanno della rinascita. Non dimenticatevi di fare questo, per favore.
Ricordiamo le ultime parole del Risorto agli Apostoli; sono un mandato preciso: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19). Attraverso il lavacro battesimale, chi crede in Cristo viene immerso nella vita stessa della Trinità.
Non è infatti un’acqua qualsiasi quella del Battesimo, ma l’acqua su cui è invocato lo Spirito che «dà la vita» (Credo). Pensiamo a ciò che Gesù disse a Nicodemo per spiegargli la nascita alla vita divina: «Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito» (Gv 3,5-6). Perciò il Battesimo è chiamato anche “rigenerazione”: crediamo che Dio ci ha salvati «per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito» (Tt 3,5).
Il Battesimo è perciò segno efficace di rinascita, per camminare in novità di vita. Lo ricorda san Paolo ai cristiani di Roma: «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,3-4).
Immergendoci in Cristo, il Battesimo ci rende anche membra del suo Corpo, che è la Chiesa, e partecipi della sua missione nel mondo (cfr CCC, 1213). Noi battezzati non siamo isolati: siamo membra del Corpo di Cristo. La vitalità che scaturisce dal fonte battesimale è illustrata da queste parole di Gesù: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto» (cfr Gv 15,5). Una stessa vita, quella dello Spirito Santo, scorre dal Cristo ai battezzati, unendoli in un solo Corpo (cfr 1 Cor 12,13), crismato dalla santa unzione e alimentato alla mensa eucaristica.
Il Battesimo permette a Cristo di vivere in noi e a noi di vivere uniti a Lui, per collaborare nella Chiesa, ciascuno secondo la propria condizione, alla trasformazione del mondo. Ricevuto una sola volta, il lavacro battesimale illumina tutta la nostra vita, guidando i nostri passi fino alla Gerusalemme del Cielo. C’è un prima e un dopo il Battesimo. Il Sacramento suppone un cammino di fede, che chiamiamo catecumenato, evidente quando è un adulto a chiedere il Battesimo. Ma anche i bambini, fin dall’antichità, sono battezzati nella fede dei genitori (cfr Rito del Battesimo dei bambini, Introduzione, 2). E su questo io vorrei dirvi una cosa. Alcuni pensano: ma perché battezzare un bambino che non capisce? Speriamo che cresca, che capisca e sia lui stesso a chiedere il Battesimo. Ma questo significa non avere fiducia nello Spirito Santo, perché quando noi battezziamo un bambino, in quel bambino entra lo Spirito Santo, e lo Spirito Santo fa crescere in quel bambino, da bambino, delle virtù cristiane che poi fioriranno. Sempre si deve dare questa opportunità a tutti, a tutti i bambini, di avere dentro di loro lo Spirito Santo che li guidi durante la vita. Non dimenticate di battezzare i bambini! Nessuno merita il Battesimo, che è sempre dono gratuito per tutti, adulti e neonati. Ma come accade per un seme pieno di vita, questo dono attecchisce e porta frutto in un terreno alimentato dalla fede. Le promesse battesimali che ogni anno rinnoviamo nella Veglia Pasquale devono essere ravvivate ogni giorno affinché il Battesimo “cristifichi”: non dobbiamo avere paura di questa parola; il Battesimo ci “cristifica”, chi ha ricevuto il Battesimo e va “cristificato”, assomiglia a Cristo, si trasforma in Cristo e lo rende davvero un altro Cristo.

 

Publié dans : catechesi del mercoledì, PAPA FRANCESCO | le 11 avril, 2018 |Pas de Commentaires »
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