volto di Cristo sorridente

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Publié dans : immagini sacre | le 20 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

LA PREGHIERA È LUCE PER L’ANIMA

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010302_giovanni-crisostomo_it.html

LA PREGHIERA È LUCE PER L’ANIMA

« La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. È, infatti, una comunione intima con Dio. Come gli occhi del corpo vedendo la luce ne sono rischiarati, così anche l’anima che è tesa verso Dio viene illuminata dalla luce ineffabile della preghiera. Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine, ma che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno.
Non bisogna infatti innalzare il nostro animo a Dio solamente quando attendiamo con tutto lo spirito alla preghiera. Occorre che, anche quando siamo occupati in altre faccende, sia nella cura verso i poveri, sia nelle altre attività, impreziosite magari dalla generosità verso il prossimo, abbiamo il desiderio e il ricordo di Dio, perché, insaporito dall’amore divino, come da sale, tutto diventi cibo gustosissimo al Signore dell’universo. Possiamo godere continuamente di questo vantaggio, anzi per tutta la vita, se a questo tipo di preghiera dedichiamo il più possibile del nostro tempo.
La preghiera è luce dell’anima, vera conoscenza di Dio, mediatrice tra Dio e l’uomo. L’anima, elevata per mezzo suo in alto fino al cielo, abbraccia il Signore con amplessi ineffabili. Come il bambino, che piangendo grida alla madre, l’anima cerca ardentemente il latte divino, brama che i propri desideri vengano esauditi e riceve doni superiori ad ogni essere visibile.
La preghiera funge da augusta messaggera dinanzi a Dio, e nel medesimo tempo rende felice l’anima perché appaga le sue aspirazioni. Parlo, però, della preghiera autentica e non delle sole parole.
Essa è un desiderare Dio, un amore ineffabile che non proviene dagli uomini, ma è prodotto dalla grazia divina. Di essa l’Apostolo dice: Non sappiamo pregare come si conviene, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili (cfr. Rm 8, 26b). Se il Signore dà a qualcuno tale modo di pregare, è una ricchezza da valorizzare, è un cibo celeste che sazia l’anima; chi l’ha gustato si accende di desiderio celeste per il Signore, come di un fuoco ardentissimo che infiamma la sua anima.
Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà mediante la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza. »
Dalle « Omelie » di san Giovanni Crisostomo, vescovo (Om. 6 sulla preghiera; PG 64, 462-466)

Orazione
Accompagna con la tua benevolenza, Padre misericordioso, i primi passi del nostro cammino penitenziale, perché all’osservanza esteriore corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito.

A cura dell’Istituto di Spiritualità:
Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino

Publié dans : preghiera (sulla) | le 20 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Marc Chagall, Mosè riceve il dono della Legge

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Publié dans : immagini sacre | le 19 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 9: Onora tuo padre e tua madre

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2018/documents/papa-francesco_20180919_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 9: Onora tuo padre e tua madre

Piazza San Pietro

Mercoledì, 19 settembre 2018

Catechesi sui Comandamenti, 9: Onora tuo padre e tua madre

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel viaggio all’interno delle Dieci Parole arriviamo oggi al comandamento sul padre e la madre. Si parla dell’onore dovuto ai genitori. Che cos’è questo “onore”? Il termine ebraico indica la gloria, il valore, alla lettera il “peso”, la consistenza di una realtà. Non è questione di forme esteriori ma di verità. Onorare Dio, nelle Scritture, vuol dire riconoscere la sua realtà, fare i conti con la sua presenza; ciò si esprime anche con i riti, ma implica soprattutto il dare a Dio il giusto posto nell’esistenza. Onorare il padre e la madre vuol dire dunque riconoscere la loro importanza anche con atti concreti, che esprimono dedizione, affetto e cura. Ma non si tratta solo di questo.
La Quarta Parola ha una sua caratteristica: è il comandamento che contiene un esito. Dice infatti: «Onora tuo padre e tua madre, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato, perché si prolunghino i tuoi giorni e tu sia felice nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà» (Dt 5,16). Onorare i genitori porta ad una lunga vita felice. La parola “felicità” nel Decalogo compare solo legata alla relazione con i genitori.
Questa sapienza pluri-millenaria dichiara ciò che le scienze umane hanno saputo elaborare solo da poco più di un secolo: che cioè l’impronta dell’infanzia segna tutta la vita. Può essere facile, spesso, capire se qualcuno è cresciuto in un ambiente sano ed equilibrato. Ma altrettanto percepire se una persona viene da esperienze di abbandono o di violenza. La nostra infanzia è un po’ come un inchiostro indelebile, si esprime nei gusti, nei modi di essere, anche se alcuni tentano di nascondere le ferite delle proprie origini.
Ma il quarto comandamento dice di più ancora. Non parla della bontà dei genitori, non richiede che i padri e le madri siano perfetti. Parla di un atto dei figli, a prescindere dai meriti dei genitori, e dice una cosa straordinaria e liberante: anche se non tutti i genitori sono buoni e non tutte le infanzie sono serene, tutti i figli possono essere felici, perché il raggiungimento di una vita piena e felice dipende dalla giusta riconoscenza verso chi ci ha messo al mondo.
Pensiamo a quanto questa Parola può essere costruttiva per tanti giovani che vengono da storie di dolore e per tutti coloro che hanno patito nella propria giovinezza. Molti santi – e moltissimi cristiani – dopo un’infanzia dolorosa hanno vissuto una vita luminosa, perché, grazie a Gesù Cristo, si sono riconciliati con la vita. Pensiamo a quel giovane oggi beato, e il prossimo mese santo, Sulprizio, che a 19 anni ha finito la sua vita riconciliato con tanti dolori, con tante cose, perché il suo cuore era sereno e mai aveva rinnegato i suoi genitori. Pensiamo a san Camillo de Lellis, che da un’infanzia disordinata costruì una vita d’amore e di servizio; a santa Giuseppina Bakhita, cresciuta in una orribile schiavitù; o al beato Carlo Gnocchi, orfano e povero; e allo stesso san Giovanni Paolo II, segnato dalla perdita della madre in tenera età.
L’uomo, da qualunque storia provenga, riceve da questo comandamento l’orientamento che conduce a Cristo: in Lui, infatti, si manifesta il vero Padre, che ci offre di “rinascere dall’alto” (cfr Gv 3,3-8). Gli enigmi delle nostre vite si illuminano quando si scopre che Dio da sempre ci prepara a una vita da figli suoi, dove ogni atto è una missione ricevuta da Lui.
Le nostre ferite iniziano ad essere delle potenzialità quando per grazia scopriamo che il vero enigma non è più “perché?”, ma “per chi?”, per chi mi è successo questo. In vista di quale opera Dio mi ha forgiato attraverso la mia storia? Qui tutto si rovescia, tutto diventa prezioso, tutto diventa costruttivo. La mia esperienza, anche triste e dolorosa, alla luce dell’amore, come diventa per gli altri, per chi, fonte di salvezza? Allora possiamo iniziare a onorare i nostri genitori con libertà di figli adulti e con misericordiosa accoglienza dei loro limiti.[1]
Onorare i genitori: ci hanno dato la vita! Se tu ti sei allontanato dai tuoi genitori, fa’ uno sforzo e torna, torna da loro; forse sono vecchi… Ti hanno dato la vita. E poi, fra noi c’è l’abitudine di dire cose brutte, anche parolacce… Per favore, mai, mai, mai insultare i genitori altrui. Mai! Mai si insulta la mamma, mai insultare il papà. Mai! Mai! Prendete voi stessi questa decisione interiore: da oggi in poi mai insulterò la mamma o il papà di qualcuno. Gli hanno dato la vita! Non devono essere insultati.
Questa vita meravigliosa ci è offerta, non imposta: rinascere in Cristo è una grazia da accogliere liberamente (cfr Gv 1,11-13), ed è il tesoro del nostro Battesimo, nel quale, per opera dello Spirito Santo, uno solo è il Padre nostro, quello del cielo (cfr Mt 23,9; 1 Cor 8,6; Ef 4,6). Grazie!

 

Beato Angelico, Imposizione del nome di Battista

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Publié dans : immagini sacre | le 17 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

IL BEATO ANGELICO: LA SACRA LUCE DELLA PITTURA

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IL BEATO ANGELICO: LA SACRA LUCE DELLA PITTURA

febbraio 7, 2016 da restaurars di Laura Corchia

“Angelicus pictor quam finxerat ante Johannes, nomine non Jotto non Cimabove minor.”

(Domenico di Giovanni da Corella, Theotokon, 1469)

La critica ha considerato a lungo il Beato Angelico come un pittore attardato rispetto alla pittura progressista prodotta dal contemporaneo Masaccio. In realtà fu uno dei primi artisti fiorentini ad assimilarne la lezione e rielaborarla alla luce delle personali esperienze.
Guido di Pietro, più comunemente noto come frate Giovanni da Fiesole o Beato Angelico, nacque tra il 1385 e il 1400 nella cittadina di Vicchio nel Mugello.
Come osservava il Vasari, già nel 1417, prima di prendere i voti, Beato Angelico figurava come pittore a Firenze: “arebbe potuto comodissimamente stare al secolo, e oltre a quello che aveva guadagnarsi ciò che avesse voluto con quell’arti che ancor giovinetto benissimo far sapeva; e nondimeno, per sua soddisfazione e quiete, essendo di natura posato e buono, e per salvar l’anima sua principalmente volle farsi religioso dell’ordine de’ Frati Predicatori.”
La sua formazione è debitrice di Lorenzo Monaco e di Gherardo Starnina: dal primo apprese l’uso di colori innaturali e accesi e di una luce fortissima. Le sue opere, pervase da un forte sentimento religioso, si caratterizzano per una visione più attenta al dato reale.
Nel 1420 divenne frate nel convento di San Domenico di Fiesole e nel 1427 fu coinvolto nella ricostruzione del convento domenicano di San Marco. L’intera decorazione interessò gli spazi collettivi e privati e, per la prima volta nella storia, le celle monastiche accolsero affreschi sulle pareti che avevano il compito di favorire la riflessione e la meditazione dei monaci. L’Angelico adottò un linguaggio essenziale e simbolico, fatto di colori tenui e di una smorzata lucentezza.
Nel 1447 fu chiamato a Roma da papa Niccolo V per affrescare la cappella Niccolina. Anche in questo caso, l’artista diede propria di una straordinaria duttilità, dando vita ad un ciclo di chiaro stampo umanistico. A tal proposito, il Landino disse di lui: “angelico et vezoso et divoto et ornato molto con grandissima facilità”.
La sua arte, profondamente intrisa della nuova cultura prospettica quattrocentesca, non dimentica però le raffinatezze dello stile medievale che si era lasciato alle spalle. In questo difficile e raffinato equilibrio tra passato presente dunque sta tutto il segreto della sua personalissima idea di pittura. I suoi personaggi hanno corpi solidi ma, nello stesso tempo, risultano sempre sospesi in un’atmosfera di solenne spiritualità. I colori vivaci e la luce perennemente mattutina rimandano ad una visione simbolica della realtà, nelle quale fede e ragione coesistono con estrema naturalezza.
Beato Angelico si spense a Roma il 18 febbraio 1455. La sua lastra tombale è ancora oggi visibile, vicino all’altare maggiore. Su di essa si legge: “Qui giace il venerabile pittore Fra Giovanni dell’Ordine dei Predicatori. Che io non sia lodato perché sembrai un altro Apelle, ma perché detti tutte le mie ricchezze, o Cristo, a te. Per alcuni le opere sopravvivono sulla terra, per altri in cielo. la città di Firenze dette a me, Giovanni, i natali”.
“…l’Angelico rappresenta, grosso modo, nel quadro delle correnti intellettuali della prima metà del Quattrocento, la filosofia tomista in opposizione alla filosofia neo-platonica personificata dall’Alberti. Ma egli stabilisce altresì la possibilità di mediazione tra le due espressioni. È lui che, tra il realismo di Donatello e le teorie di storicità dell’Alberti, ha creato il compromesso del naturalismo, aprendo così la via a un’arte che non è più una rappresentazione immobile, ma, al contrario, un discorso animato, un colloquio umano. È lui che traccia la strada che più tardi percorreranno tutti i grandi pittori di “racconti” del Quattrocento, da Benozzo Gozzoli al Ghirlandaio; ed è ancora lui, infine, che ha identificato nella luce quel principio di qualità che permette all’esperienza umana, limitata e attaccata alla “quantità”, di elevarsi fino a comprendere l’idea suprema dell’essere. Piero della Francesca partirà di qui per raggiungere quell’identità di spazio e di luce che è la sintesi di tutti i grandi temi dell’arte nei primi anni del XV secolo: la ricerca di una conoscenza che ha dell’umano e del divino, di una forma che possa esprimere altrettanto bene il dramma e il contrasto della vita umana, e le leggi eterne e razionali della natura”. (Giulio Carlo Argan, Fra Angelico, 1955).

Publié dans : arte sacra | le 17 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Mc 8, 27-35 (immagine dal sud America)

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Publié dans : immagini sacre | le 15 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (16/09/2018)

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (16/09/2018)

Perdersi è salvarsi

don Luciano Cantini

Doveva soffrire molto, ed essere rifiutato
La differenza tra la gente e i discepoli è che questa non aveva capito nulla della persona di Gesù mentre i discepoli avevano intuito che Gesù fosse il Messia. La risposta di Pietro è chiara: «Tu sei il Cristo» [Cristo deriva dal greco e significa “Unto”, consacrato, in ebraico “messia”]. Quello che, invece, fa assomigliare i discepoli alla gente è non immaginare neppure il senso, il modo in cui Gesù avrebbe incarnato la sua missione: doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani.
Le attese andavano nella direzione opposta, l’istituzione religiosa, la teologia, la predicazione e tutto il complesso della dinamica religiosa aveva piuttosto una idea trionfalistica del Messia.
A duemila anni di distanza, e ben conoscendo come sono andati i fatti, nonostante l’esperienza pasquale, la dinamica religiosa e devozionale attuale non si discosta molto da quella di allora. Basta osservare quanto la tradizione popolare riserva nelle celebrazioni delle feste, nelle processioni e confrontarle col modesto andare per la strada del Signore Gesù. Pensiamo al contrasto, nelle manifestazioni della Settimana Santa, tra il Mistero celebrato e il modo con cui è raccontato dai riti popolari.
Il Messia è colui che è votato al fallimento! Non solo, perché la sofferenza, la condanna e la messa a morte sono sanciti dalla massima autorità religiosa. Due sono le direzioni che siamo costretti a considerare: o Gesù era un falso profeta e conseguentemente un messia fasullo; o la falsità e la menzogna stavano nella religione e nelle sue istituzioni. Se questo vale per i discepoli di allora, nella loro confusione esistenziale, vale ancor più per noi discepoli di oggi, pur nella chiarezza dell’evento pasquale, nel ricomprendere il senso della nostra relazione con il Signore e le istituzioni ecclesiastiche.
In questi nostri giorni, la bontà del Signore, fa saltare molti coperchi – molti altri ne dovranno venir fuori – che mostrano la debolezza umana, l’ipocrisia e l’immoralità di esponenti delle autorità religiose a tutti i livelli. È un dono della Provvidenza che ci chiede di ripensare molto della organizzazione ecclesiastica, della formazione dei suoi ministri, della responsabilizzazione dei laici.

E si mise a rimproverarlo
Marco usa il verbo greco epitimào per dire che Pietro “rimproverò” Gesù e viceversa. Questo termine è stato usato per vincere sul potere demoniaco del vento e delle onde nel mare (Mc 4, 39) e ancora per liberare da uno spirito immondo (Mc 9, 25). L’uso di questa parola rende l’evento raccontato simile alla espulsione demoniaca; questa vale per Pietro nella sua confusione mentale e molto più per Gesù che arriva a chiamare Simone “satana”.
Il fatto è che né a Pietro e né agli altri apostoli [e noi ancora oggi] avevano capito che Gesù salva il mondo passando per il rifiuto frontale della religione e dei suoi responsabili istituzionali. Amiamo più la Religione ed i suoi riti, le sue tradizioni, spesso giunte a noi dall’esperienza del paganesimo che Gesù, la sua Parola, il suo esempio, lo stile di vita che chiede ai suoi discepoli.

Tu non pensi
Gesù chiama Pietro “satana”, nonostante la professione di fede che aveva fatto pochi istanti prima, Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. Non è quello che ha detto che conta quanto quello che pensa. C’è da domandarci come fa un povero essere umano a non pensare come uomo; o come sia possibile che il pensare umano abbia qualcosa di satanico. Eppure, ci viene da sorridere ascoltando la storia della mela e del peccato originale (Gen 3,1-19) ma non ci rendiamo conto quanto ci siamo allontanati da Dio e come l’uomo tenga a mantenersi distante e indipendente. I Negrita arrivano a cantare: Vorrei incontrare Dio, per dirgli cha ha sbagliato, che non l’ho perdonato e che non lo farò mai.

Prenda la sua croce
Gesù chiede ai suoi seguaci di rifiutare una cultura egocentrica come è la nostra – rinneghi se stesso -, vogliamo essere al centro delle attenzioni anche effimere come quelle che ci offrono i social network; abbandonare la cultura comoda, quella del comfort e del benessere – prenda la sua croce -, siamo arrivati all’assurdo di dedicare un Hotel a 5 stelle lusso “per gatti”; prendere coscienza che la vittoria è proprio nella sconfitta – chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà – perché è l’amore disarmato, senza se e senza ma, a vincere. Chi mette la propria vita al servizio degli altri, anche se per chi cerca il successo sembra una vita sprecata, riesce davvero a realizzarsi.

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 15 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Esaltazione della Santa Croce (imm bizantina)

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Publié dans : immagini sacre | le 14 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – CUSTODIA DI TERRA SANTA

http://it.custodia.org/default.asp?id=2761&

CUSTODIA DI TERRA SANTA

PEREGRINAZIONE AL SANTO CALVARIO

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

14 Settembre 2012

La Vera Croce ha attratto sempre con forza ai cristiani, e il desiderio di vederla, di toccarla o di bacciarla è stato irresistibile. La Croce è il simbolo cristiano per eccelenza, la manifestazione visibile della nostra identità. La Roccia del Calvario e la Tomba Vuota di Cristo sono i punti di attrazione per tutti i cristiani. Anche per noi, oggi.
Le feste della Croce
I cristiani celebriamo diverse feste della Croce: 1) Il “Ritrovamento della Croce” (“Inventio crucis”), il 7 maggio; 2) La festa della “ristituzione della Santa Croce” per Eraclio, il quale recupera il “Lignum Crucis” che era stato portato como botino il 20 maggio 614 da Cosroe. I cattolici non la celebriamo, ma sí gli ortodossi; 3) “L’adorazione della Santa Croce”, il Venerdì Santo al Calvario, mentre si canta: “Ecce Lignum crucis…” dove è stata inchiodata la salvezza del mondo. Venite ad adorarlo”. 4) La festa dell’Esaltazione della Santa Croce: E’ la Dedicazione della Basílica del Santo Sepolcro, costruita dall’Imperatore Costantino nei Luoghi Santi del Calvario e nel Sepolcro glorioso di Cristo, il 13 e 14 settembre del 335.
Cosa significa per me oggi la Croce di Cristo?
L’assurdo e lo scandalo della Croce
Noi celebriamo la festa della croce di Cristo, cantiamo il “Vexilla Regis”; tutti i giorni orniamo la croce, la baciamo, la portiamo al collo… Noi cristiani, siamo matti? Lo aveva annunciato Paolo: la croce è “scandalo per i giudei e stoltezza per i greci”. Il “Vangelo della Croce” è “assurdo” per il mondo (cf. 1Cor 1,18-25). La fede nel Dio crocifisso « asso¬miglia straordinariamente ad un continuo suicidio della ragione » ( Nietz¬sche). E Giovanni Paolo II costatava che la vera sfida ad ogni filosofia “è la morte in croce di Gesù Cristo”. Come possiamo onorare la Croce se il Crocifisso era un maledetto (Dt 21.23), se Cristo morì qui, sul Calvario, disprezzato da tutti, senza compassione da nessuno, e con l’apparente abbandono da Dio, suo Padre: “Dio Mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). La morte di Cristo sul Calvario è “il mysterium iniquitatis” (2Tes 2,7), il peccato più grande commesso dall’umanità.
La Croce, centro della nostra fede
E tuttavia, per noi la Croce di Gesù è il centro e il fondamento della nostra fede. Dice Pietro: siamo stati liberati dal peccato “con il sangue prezioso di Cristo” (1Pt 1,19). E l’ha fatto affinché noi abbiamo la vita: la vita eterna » (GV 3,16). “Per riscattare lo schiavo – cantiamo nell’Exultet, nel Annuncio Pasquale, – hai consegnato il Figlio”. E’ quello che vogliono esprimere i due mosaici del Calvario: il sacrificio di Isacco e la Crocifissione di Cristo.
E così Croce di Cristo diventa “il grande mistero della pietà” (Mysterium pietatis”) (1Tim 3,15s) ed è il segno della Vita. Per i cristiani la Croce non è stoltezza; è potenza e sa¬pienza di Dio: « poiché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini » (1Cor 1,25). San Francesco diceva a chi lo vedeva piangere: “Piango la Passione del mio Signore. Per amore di lui non dovrei vergognarmi di andare gemendo ad alta voce per tutto il mondo” (3Com V,14: FF 1413).
Gli antiqui cristiani consideravano Gerusalemme e il Calvario come il centro, “l’ombelico” del mondo. Scriveva S. Cirillo di Gerusalemme: “Cristo estese le sue braccia sulla croce per abbracciare tutto il mondo, giacché il Golgota è il centro della terra”.
La croce: manifestazione dell’amore di Dio. Dio è Amore
Dice il Vangelo: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito…, (Gv 3,16)). E Paolo aggiunge: “mi ha amato e ha consegnato se stesso per me » (Gal 2,20). Sul Calvario l’uomo può imparare che cosa è l’Amore e chi è Dio, perché “dove c’è Amore lì c’è Dio”. Diceva il Papa Benedetto XVI, alla fine della Via Crucis al Colisseo, il Venerdì Santo, 22 aprile 2011: “Guardiamo bene questo uomo crociffiso… scopriremo che la Croce è il segno luminoso dell’amore; ancora di più, dell’immensità dell’amore di Dio, di ciò che mai potevamo immaginare…”. Infatti: “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete i miei amici…” (Gv 15,13). Sul Golgota appare chiaramente che “Dio è Amore” (1Jn 4,16). L’amore dimentica il male, perdona tutto. Semplicemente ama.
La croce di Cristo è la “buona notizia”
La croce è la “buona notizia” per il mondo, quella che illumina tutte le altre, quella che importa veramente. Lo scrive Paolo ai Corinzi: “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (2Cor 2,2). San Francesco, diceva ad un frate: “Non ho bisogno di molte cose: conosco a Cristo povero e crocifisso” (2Cel 105). Dio muore per noi e per la nostra salvezza sul Calvario. Ecco la “buona notizia”.
Sulla Croce del Calvario non c’è un malfattore, ma “Gesù il Nazareno, il Re dei giudei” (Gv 19,19). Pilato, senza volerlo, proclama la regalità di Cristo. Ripetiamo oggi le parole che San Cirillo di Gerusalemme diceva ai suoi ascoltatori, precisamente qui: “Non ci vergogniamo di confessare la nostra fede nel Crocifisso”. Oggi, continua San Cirillo, celebriamo “la vittoria che il Signore ha riportato qui, in questo Santo Golgota, che noi vediamo e tocchiamo con la mano… Non ti vergognare di confessare la Croce, perché … colui che è stato crocifisso è adesso sopra in cielo!”. Egli è il Re del mondo. “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo” (Gv 12,23), diceva Gesù.
Soltanto così cominceremo a capire che la Croce eretta sul Calvario non è l’annuncio di un fallimento, di una vita di sofferenza e di morte, ma essa è un messaggio trionfale di vita. E possiamo cantare con convinzione: “Salve, o Croce, unica nostra speranza!”. Dio “regna dal legno”. La croce è il suo trono di gloria. Nonostante le cattiverie degli uomini, Gesù il Nazareno continua ad essere “il Re dei Giudei” (Gv 19,19). E’ allora che scopriamo il senso delle parole di Gesù: “Quando sarò stato elevato da terra attirerò tutto a me”(Gv 12,32). E capiremo che Cristo è il punto centrale verso il quale tutta l’umanità deve guardare: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37).
Gesù crocifisso, modello del discepolo
Lo aveva detto Gesù: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38). Non è facile essere cristiano! Per esserlo, è necessario imitare Gesù, seguirlo, prendere ogni giorno la propria croce, offrire anche la nostra vita in amore a Dio e ai fratelli, come fecce Gesù, il quale “patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme” (1Pt 2,21).
Soltanto così il cristiano, come Gesù, diventa « un essere per gli altri e per il mondo ». E’ quello che appare nella parabola del chicco di grano, che porta frutto solo se cade nel terreno e muore (cf. Gv 12,24), giacché « chi perde la sua vita la guadagnerà » (cf. Mc 8,35). L’esse¬re per gli altri di Gesù, special¬mente per i poveri e i peccatori, deve pro¬lungarsi nei cristiani, solidali l’uno con l’altro, forti nella speranza che ci dà la risurre¬zione di Gesù.
Scendere dal Golgota al mondo
Oggi, qui, sul Golgota, abbiamo capito il valore della morte di Cristo in Croce: il suo amore crocifisso è stato la nostra salvezza. Oggi, qui, in ginocchio, ripetiamo le parole di San Francesco: “Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo,… e ti benediciamo, perché per la tua Santa Croce hai redento il mondo”. Amen.
Bisogna però ritornare al mondo partendo da questo Calvario. Francesco, nella Chiesetta di San Damiano, “pregando inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso, udì queste parole per tre volte: “Francesco, va e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!” (FF 1038). Si trattava della Chiesa che “Cristo acquistò col suo sangue”, dice il testo. E così Francesco, “munendosi col segno della croce”, incominciò la sua missione. Dice la Dichiarazione del Concilio sulle religioni non cristiane: “Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è di annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia” (NAe 4).
Non bastano però le parole. Paolo afferma: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca i patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). E tutti siamo stati salvati dalla Croce di Cristo. Francesco d’Assisi va dal Sultano Maelk el-Kamel, rischiando la vita, anzi offrendo la propia vita per la salvezza di lui e di tutti i musulmani. Perché non servono “i crociati” ma “i crocifissi”, non si proclama il vangelo “con la spada”, ma con l’amore totale di Cristo. Diceva Francesco Suriano, un antico Custode di Terra Santa, che se i frati hanno la grazia di servire il Calvario è per merito di San Francesco per “essere stato tanto innamorato della Passione di Cristo perpetrata in questi santi luoghi” (Trattato…p. 65)
Maria, la Madonna Addolorata, la cui festa celebreremo domani, che ci fu data per Madre qui, quando stava presso la Croce, sarà sempre al nostro servizio!
Ecco, fratelli e sorelle, il significato della festa odier¬na ed è per questo che fu costruita la Basilica dove oggi noi celebriamo questa festa.

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