il mantello di Elia

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IL SEGNO DEL MANTELLO – IL MANTELLO DI ELIA

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IL SEGNO DEL MANTELLO – IL MANTELLO DI ELIA

« Poi, volendo Dio rapire in cielo in un turbine Elia, questi partì da Galgala con Eliseo. Elia disse a Eliseo: « Rimani qui perché il Signore mi manda fino a Betel ». Eliseo rispose: « Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò ». Scesero fino a Betel. I figli dei profeti che erano a Betel andarono incontro a Eliseo e gli dissero: « Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone? ». Ed egli rispose: « Lo so anch’io, ma non lo dite ». Elia gli disse: « Eliseo, rimani qui, perché il Signore mi manda a Gerico ». Quegli rispose: « Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò ». Andarono a Gerico. I figli dei profeti che erano in Gerico si avvicinarono a Eliseo e gli dissero: « Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone? ». Ed egli rispose: « Lo so anch’io, ma non lo dite ». Elia gli disse: « Rimani qui, perché il Signore mi manda al Giordano ». Quegli rispose: « Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò ». E tutt’e due si incamminarono. Cinquanta uomini tra i figli dei profeti li seguirono e si fermarono a distanza. Loro due si fermarono sul Giordano » (2 Re 2, 1-7).
In questa pagina abbiamo la chiamata di Eliseo, il cui nome significa « Dio è la mia salvezza », al ministero profetico e la paternità spirituale di Elia come eredità.
Eliseo era figlio di Safat, faceva il contadino e viveva con i genitori ad Abel-Mecola, una località di identificazione incerta. Molti sono i simboli che accompagnano questa chiamata.
« Arava con dodici paia di buoi ». Basterebbe soltanto questa citazione del v. 19, per descrivere la nostra riflessione sulla chiamata di Eliseo.
Il termine « Arare » nella Bibbia viene usato sia letterale che metaforico. Metaforicamente, il termine indica la situazione di una persona, di uno stato o il giogo dei nemici (Sal 129,3); oppure anche la consacrazione diretta, come dirà Gesù: « Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volta indietro, è adatto per il regno di Dio » (Lc 9, 62).
Il numero dodici è molto importante per vari aspetti. Fra questi ricordiamo la pienezza numerica del popolo di Dio evidenziandone i dodici figli di Giacobbe (Gen 35, 22-26), dai quali derivano le dodici tribù di Israele. Il numero dodici simboleggia la restaurazione di Israele. Gesù istituisce i dodici come garanzia dell’autenticità degli insegnamenti di Gesù, che dopo la sua resurrezione formeranno la Chiesa.
Ma ciò che caratterizza di più in questo versetto 19 è il simbolo del mantello, tipico indumento del profeta (cfr Zac 13, 4; Mt 3, 4). Esso indica la vita e la personalità di chi lo indossa (cfr 1 Sam 28, 14; 2 Re 1, 18).
Eliseo è stato attratto dalla personalità di Elia, è stato attratto proprio dall’uomo che vive alla presenza di Dio. Poco prima Elia aveva sperimentato il suo vivere alla presenza di Dio in modo « silenzioso », « come un lieve sussurro » (v. 13).
È interessante notare la differenza della vocazione di Eliseo dalle altre. Dio lo chiama inaspettatamente: non in un contesto di preghiera, ritiro spirituale o in modo straordinario come Mosè (Es 3, 1). Non è chiamato attraverso la mediazione della Parola come accadde a Samuele (1 Sam 3, 1) o attraverso l’animatore vocazionale; ma in tutt’altre faccende: la vita di ogni giorno, il lavoro. Questo perché la vocazione non è solamente il progetto generale della propria vita, pensato da Dio e faticosamente scoperto dal credente, ma soprattutto le singole chiamate giornaliere, sempre nuove e provenienti dalla stessa fonte, dalla medesima volontà d’amore che Dio ha nei nostri confronti e sempre orientate verso la piena realizzazione e felicità del nostro essere. È nell’esperienza della vita che incontriamo Dio, è nell’arco dell’esistenza che avvengono le continue chiamate. L’importante è essere vigili, saper « arare globalmente » (il numero dodici vuole indicare anche questa globalità), in pienezza per essere capaci di riconoscere la sua voce e pronti a rispondergli ogni giorno e tutto il giorno: « Ogni vocazione… è « mattutina », è la risposta di ciascun mattino a un appello nuovo ogni giorno » (NVNE, 26°).
Nel brano proposto non troviamo né il tempo né il luogo, perché non ha bisogno di citare quando la Vita (il mantello) ci passa accanto, « sopra », perché quell’Eliseo può essere chiunque: ogni uomo e ogni donna, appartenenti ad ogni luogo e ad ogni parte del tempo: questi possono partecipare al carisma profetico di Elia (cfr Mc 1, 16-20; Mt 9, 9; Lc 9, 61-62). Tuttavia vi è un passaggio obbligato nella scoperta d’ogni progetto vocazionale che è legato all’identificazione del senso fondamentale dell’esistenza umana. In pratica Eliseo ha capito che la sua vita, la sua esistenza è un bene ricevuto che tende, per natura sua, a divenire bene donato. Infatti, questa sua logica lo accompagna a salutare, a congedarsi dai genitori che l’hanno portato alla vita come un dono (cfr 19, 20).
Simbolo di questa donazione della propria esistenza sono i buoi uccisi, il giogo che li teneva per l’aratura usato per il fuoco e la tavola imbandita per la gente (cfr 19, 21). È un gesto iniziale ma che segna il cammino di una scelta responsabile. Il cammino è luminoso per Eliseo (cfr Sal 119, 105; 132, 17), perché il Padre veglia su di lui, sorgendo prima del sole. Ed è proprio in questo viaggio che Eliseo viene confermato nel suo ministero che raccoglie l’eredità di Elia. È il viaggio della fedeltà. Elia parte per il suo ultimo viaggio ed Eliseo non desiste dal seguirlo manifestandogli la sua fedeltà e comunione di vita. Non è facile quello che la vita da profeta richiede: costanza, fedeltà, impegno e sarà più difficile, quando non abbiamo modelli, punti di riferimento. Eliseo decide di impegnarsi in questo cammino di fedeltà che segnerà il passaggio (il Giordano) del carisma profetico di Elia ad Eliseo.
I « due terzi dello Spirito » (2, 9) richiede Eliseo ad Elia, evoca il diritto di primogenitura: « Dovrà riconoscere come primogenito il figlio della donna meno amata, e, fra tutto quel che possiede, gli darà il doppio rispetto all’altro. Questo infatti è il suo primo figlio e ha il diritto del primogenito » (Dt 21, 17). Eliseo vuol essere riconosciuto discepolo primogenito di Elia. È una richiesta esigente! (cfr 2, 10).
La condizione per diventare profeta simile ad Elia è un’intensa esperienza di Dio, per parlare di Dio al popolo, bisogna fare prima un’intensa esperienza di Lui, un’intensa esperienza contemplativa: dice infatti Elia « se mi vedrai » (2, 10). Eliseo deve fare questa esperienza, deve vedere.
Elia viene rapito, assunto in Dio, nella passione di Dio (il carro di fuoco). Egli è l’uomo vivente in Dio.
Eliseo vive questo distacco dal suo padre spirituale: « non lo vide più », ma gli rimane il mantello, la vita di Elia, il suo stile di vita da imitare come un discepolo fedele.
Questa è l’esperienza di vita di Eliseo che in Elia « è stato generato », ha raccolto la sua paternità spirituale per poter iniziare una vita nuova. Simbolo di questo inizio sono le vesti che Eliseo lacera (2, 12), per indossare le vesti di Elia che lo ha generato al ministero profetico. Lo assume come modello, si ispira a lui. Tanto è vero che il seguito del brano racconta il viaggio di ritorno di Eliseo, passando dalle stesse difficoltà di Elia fino al Carmelo e vivendo come Elia (cfr 2 Re 4, 5; 6-8; 13, 14-21).
La vocazione di Eliseo ci ricorda ancora oggi che siamo stati voluti « ad immagine e somiglianza di Dio » (Dt 1, 26-27) e inoltre, chiamati a diventare immagine di Dio attraverso la comunione con Cristo, conformandosi sempre più a Cristo che è la vera immagine di Dio, associandoci sempre più a Cristo diventiamo immagine di Dio. Il conformarsi a Cristo è un dono ed un impegno che ci accompagnano nella vita. Leggiamo in 2 Cor 3, 18: « E noi tutti a viso scoperto… veniamo trasformati in quella medesima immagine ».
Paolo ci fa capire che non abbiamo bisogno di aspettare la fine dei tempi per essere conformi all’immagine di Cristo risuscitato. È vero che la sua conformazione piena e definitiva avverrà solo alla fine. Giovanni dice « Noi fin d’ora siamo figli di Dio… Sappiamo perciò che… noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3, 2), ma è anche vero che già sulla terra, attraverso la propria esperienza di fede, l’uomo viene progressivamente trasformato dal di dentro e reso capace di contemplare in Gesù la presenza della gloria divina.
Questo ci deve far corrispondere sempre più al nostro battesimo, impegnandoci responsabilmente, perché tutti chiamati ad accettare e approfondire – come ha fatto Eliseo – quello che veramente siamo.

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la maldicenza

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IL PAPA E IL CRIMINE CHE I CRISTIANI POCO CONSIDERANO. LA MALDICENZA UCCIDE. E MAI È INNOCENTE

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IL PAPA E IL CRIMINE CHE I CRISTIANI POCO CONSIDERANO. LA MALDICENZA UCCIDE. E MAI È INNOCENTE

1 settembre 2014

Cristiani da salotto, cristiani di pasticceria, cristiani omicidi… Omicidi!? Sì. Proprio così. E chi sono? Sono quelli che sparlano. Quelli che dicono male degli altri. Quelli che invidiano, che con le loro lingue dividono, calunniano, diffamano. Non usa mezzi termini, papa Francesco. E tiene a sottolineare che «su questo punto, non c’è posto per le sfumature. Se tu parli male del fratello, uccidi il fratello. E noi, ogni volta che lo facciamo, imitiamo quel gesto di Caino, il primo omicida della storia». La questione è ritornata inesorabile, e più attuale che mai, anche nell’ultima udienza di mercoledì scorso. «Le chiacchiere – ha ribadito il Papa – sempre vanno su questa dimensione della criminalità. Non ci sono chiacchiere innocenti».Parole dure. Durissime. Senza scampo, per un aspetto della vita sociale che riguarda e si estende, pressoché a tutti; chi più, chi meno. Ma quanti tra i cristiani, tra le comunità cattoliche, si sono accorti di entrare dritti con le loro chiacchiere, i loro piccoli gossip parrocchiali – spesso reputati naturali, leggeri, innocenti – in questa fonda e cupa «dimensione criminale»? Quanti si sentono killer e carnefici? Non sarà un’esagerazione? Ce lo chiediamo, dando quasi per scontato il mal comune. Ma di fronte a parole così crude, che mettono a nudo interiori oscurità, anche meccanismi di autodifesa possono scattare automatici. E questo, come la scarsa coscienza, può far sì che tra le tante cose dette da Francesco tali riferimenti scivolino, anche con sussiego, in second’ordine di considerazione e di confronto.Fatto è, però, che forse nessun altro pontefice, nella storia recente, con un linguaggio puntuto ed efficace ha battuto tanto su questo male. E di fatto non c’è piaga dolente come questa della maldicenza, così sentita e additata da papa Bergoglio, che è – ed è stata – oggetto della sua predicazione ordinaria fin dall’inizio. Unita a un altro aspetto distruttivo per la Chiesa: quello della mondanità spirituale. I due « caini » hanno viaggiato, viaggiano insieme. Di pari passo. A quella vile «lebbra» del «darsi gloria gli uni gli altri» – spirito mondano che corrode le fondamenta della comunità ecclesiale – sempre s’accompagnano (e scorazzano gioconde) la superbia e l’invidia, radici del pettegolezzo più distruttivo: la calunnia.Del resto il male biforcuto prodotto dalla «clericas invidia», come la definiva il celebre moralista Haring ai tempi del Concilio, è ben noto. E non c’è qui bisogno di scomodare Dante che definiva l’invidia «meretrice delle corti». La «radice di mali infiniti» è inconciliabile con lo spirito della fede, e nella tradizione della Chiesa, da san Crisostomo a sant’Agostino e san Tommaso, ne viene descritto l’aspetto diabolico. Le maldicenze, le calunnie che portano alle divisioni, nascono infatti dall’«Invidia prima», quella che appartiene a Satana. Il primo calunniatore della storia è stato Satana, la sua prima calunnia è nei confronti di Dio. La calunnia è perciò il modello di Satana nel suo parlare. Egli sa che questa può distruggere in un attimo quello che è stato costruito in tanto tempo con amore, amicizia, rispetto reciproco. Egli sa che così ostacola l’unità. Egli sa che il corpo di Cristo non può essere diviso. Ci sono pochi peccati che la Bibbia condanna con altrettanta severità come essa fa con la calunnia. Lo stesso san Francesco di Sales, sul modello di altri, parla in modo efficace della maldicenza come «crimine» e «causa diabolica di omicidi». Dunque, non si tratta di una personale espressione, né di una particolare esagerazione o fissazione di papa Francesco. «Un cristiano omicida… Non lo dico io, eh?, lo dice il Signore… Quello che ha nel suo cuore un po’ d’odio contro il fratello è un omicida»; e in un’altra omelia, a Santa Marta, riprende: «anche l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera, lo dice, chiaro: colui che odia suo fratello, cammina nelle tenebre; chi giudica il fratello, cammina nelle tenebre». E così nell’ultima udienza, significativamente, afferma anche riguardo all’unità dei cristiani: «Quando noi parliamo di peccati contro l’unità dei cristiani pensiamo agli scismi, alle sfide ecumeniche, alle guerre di religione. Ma tutto nasce dalle divisioni nel nostro cuore alle quali dobbiamo fare un esame di coscienza». E continua: «Pensiamo a mancanze molto comuni nelle nostre comunità… tristemente segnate da invidie, gelosie… alle chiacchiere che sono alla portata di tutti… In una comunità cristiana la divisione è uno dei peccati più gravi, perché la rende segno non dell’opera di Dio, ma dell’opera del Diavolo, il quale è per definizione colui che separa, che rovina i rapporti, che insinua pregiudizi… è opera gravissima perché è opera del Diavolo» cui noi prestiamo collaborazione.La maldicenza provoca la disunione nella famiglia di Dio. Sempre è fonte di separazione e danneggia assai più la Chiesa di quanto lo facciano altri peccati più scandalosi. È ciò, in sostanza, che non ci fa Chiesa di Cristo.Papa Francesco ci chiama quindi «a convertire il cuore» a «chiedere la grazia di non sparlare, di non criticare», di «non imitare il gesto di Caino», a bloccare sul nascere ogni maldicenza o interpretazioni calunniose che distruggono noi stessi e le altre persone e impediscono l’unità dei figli Dio nel vincolo supremo della carità. E forse può essere d’aiuto, in proposito, un aneddoto di Socrate, che data la gravità del «nefando crimine» riguardante tutti, potrebbe essere opportuno non prendere come un semplice fervorino. A un amico che stava per riferirgli in gran segreto una notizia sul conto di un altro, Socrate chiese: «Hai passato la tua intenzione ai tre colini?». Interpellato su cosa volesse dire con questa frase, Socrate spiegò: «Uno: sei sicuro che la cosa che stai per dirmi è vera? Due: sei sicuro che stai per dirmi una cosa buona? Tre: sei sicuro che sia proprio utile che io lo sappia?». L’amico comprese e rinunciò al suo proposito.

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San Paolo Apostolo

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PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL “PADRE NOSTRO”: 16. OVUNQUE TU SIA, INVOCA IL PADRE

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PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL “PADRE NOSTRO”: 16. OVUNQUE TU SIA, INVOCA IL PADRE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 22 maggio 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi concludiamo il ciclo di catechesi sul “Padre nostro”. Possiamo dire che la preghiera cristiana nasce dall’audacia di chiamare Dio con il nome di “Padre”. Questa è la radice della preghiera cristiana: dire “Padre” a Dio. Ma ci vuole coraggio! Non si tratta tanto di una formula, quanto di un’intimità filiale in cui siamo introdotti per grazia: Gesù è il rivelatore del Padre e ci dona la familiarità con Lui. «Non ci lascia una formula da ripetere meccanicamente. Come per qualsiasi preghiera vocale, è attraverso la Parola di Dio che lo Spirito Santo insegna ai figli di Dio a pregare il loro Padre» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2766). Gesù stesso ha usato diverse espressioni per pregare il Padre. Se leggiamo con attenzione i Vangeli, scopriamo che queste espressioni di preghiera che affiorano sulle labbra di Gesù richiamano il testo del “Padre nostro”.
Per esempio, nella notte del Getsemani Gesù prega in questa maniera: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). Abbiamo già richiamato questo testo del Vangelo di Marco. Come non riconoscere in questa preghiera, per quanto breve, una traccia del “Padre nostro”? In mezzo alle tenebre, Gesù invoca Dio col nome di “Abbà”, con fiducia filiale e, pur sentendo paura e angoscia, chiede che si compia la sua volontà.
In altri passi del Vangelo Gesù insiste con i suoi discepoli, perché coltivino uno spirito di orazione. La preghiera deve essere insistente, e soprattutto deve portare il ricordo dei fratelli, specialmente quando viviamo rapporti difficili con loro. Dice Gesù: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe» (Mc 11,25). Come non riconoscere in queste espressioni l’assonanza con il “Padre nostro”? E gli esempi potrebbero essere numerosi, anche per noi.
Negli scritti di San Paolo non troviamo il testo del “Padre nostro”, ma la sua presenza emerge in quella sintesi stupenda dove l’invocazione del cristiano si condensa in una sola parola: “Abbà!” (cfr Rm 8,15; Gal 4,6).
Nel Vangelo di Luca, Gesù soddisfa pienamente la richiesta dei discepoli che, vedendolo spesso appartarsi e immergersi in preghiera, un giorno si decidono a chiedergli: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni – il Battista – ha insegnato ai suoi discepoli» (11,1). E allora il Maestro insegnò loro la preghiera al Padre.
Considerando nel complesso il Nuovo Testamento, si vede chiaramente che il primo protagonista di ogni preghiera cristiana è lo Spirito Santo. Ma non dimentichiamo questo: protagonista di ogni preghiera cristiana è lo Spirito Santo. Noi non potremmo mai pregare senza la forza dello Spirito Santo. È Lui che prega in noi e ci muove a pregare bene. Possiamo chiedere allo Spirito che ci insegni a pregare, perché Lui è il protagonista, quello che fa la vera preghiera in noi. Lui soffia nel cuore di ognuno di noi, che siamo discepoli di Gesù. Lo Spirito ci rende capaci di pregare come figli di Dio, quali realmente siamo per il Battesimo. Lo Spirito ci fa pregare nel “solco” che Gesù ha scavato per noi. Questo è il mistero della preghiera cristiana: per grazia siamo attratti in quel dialogo di amore della Santissima Trinità.
Gesù pregava così. Qualche volta ha usato espressioni che sono sicuramente molto lontane dal testo del “Padre nostro”. Pensiamo alle parole iniziali del salmo 22, che Gesù pronuncia sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Può il Padre celeste abbandonare il suo Figlio? No, certamente. Eppure l’amore per noi, peccatori, ha portato Gesù fino a questo punto: fino a sperimentare l’abbandono di Dio, la sua lontananza, perché ha preso su di sé tutti i nostri peccati. Ma anche nel grido angosciato, rimane il «Dio mio, Dio mio». In quel “mio” c’è il nucleo della relazione col Padre, c’è il nucleo della fede e della preghiera.
Ecco perché, a partire da questo nucleo, un cristiano può pregare in ogni situazione. Può assumere tutte le preghiere della Bibbia, dei Salmi specialmente; ma può pregare anche con tante espressioni che in millenni di storia sono sgorgate dal cuore degli uomini. E al Padre non cessiamo mai di raccontare dei nostri fratelli e sorelle in umanità, perché nessuno di loro, i poveri specialmente, rimanga senza una consolazione e una porzione di amore.
Al termine di questa catechesi, possiamo ripetere quella preghiera di Gesù: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,21). Per pregare dobbiamo farci piccoli, perché lo Spirito Santo venga in noi e sia Lui a guidarci nella preghiera.

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 22 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

la peccatrice lava i piedi a Gesù

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Publié dans : immagini sacre | le 20 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

NELL’UMILTÀ DI DIO L’ESALTAZIONE DELL’UOMO

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NELL’UMILTÀ DI DIO L’ESALTAZIONE DELL’UOMO

4 settembre 2016 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

L’uomo biblico è il credente che si colloca nella luce del Signore. Riconoscendo la propria bassezza e nullità, il cristiano celebra in sé la grazia del Signore che colma il vuoto e illumina il nascondimento. Nella santa Scrittura l’umiltà è realizzata dai poveri di Jahweh, cioè dagli umili di Dio che sono gli uomini di fede che vivono nella luce del Signore. L’umile per eccellenza è Verbo fatto Carne e Cibo di vita. Esemplare sublime è la Vergine Madre sua Maria. Il Magnificat ritrae mirabilmente l’umiltà come povertà della risorsa dell’uomo scelto da Dio che solo nell’umile opera grandi cose: Il Signore ha guardato l’umiltà della sua serva…ha esaltato gli umili. Il vero umile è il povero che crede, non confida in se stesso, ma si abbandona nelle mani del suo vero Dio e solo Signore nella certezza che la propria vita riuscirà nella misura in cui farà agire nella propria esistenza l’onnipotenza divina che renderà feconda la sterilità umana, perché nulla è impossibile a Dio.
C’è, però, il pericolo diabolico della falsa umiltà, che è subdola superbia che provoca antipatia e rigetto perché si tratta di vivere nella non verità su Dio e su sé stessi. Anche dal punto di vista soltanto umano la persona intelligente non perde nulla a restare nei propri limiti vivendo in una sapiente modestia. La storia, che è sempre maestra di vita, ci insegna che istintivamente gli orgogliosi, gli autoesaltati, gli arrivisti, gli autosufficienti sono umiliati e i poveri di spirito che vivono nella verità dell’umiltà sono esaltati.
L’apostolo Paolo scrivendo ai cristiani di Roma li ammonisce con queste parole: Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi (12,16).
La grande lezione all’umanità è data dallo stesso Maestro e Signore Gesù. Non conosco altri signori e maestri! Il Figlio dell’uomo è venuto per servire l’uomo nell’umiltà dell’essere umano, anzi, nell’umiliazione della croce. Incarnazione e Redenzione sorprendono e sconvolgono. Il fatto poi che Gesù dichiara di non essere venuto per essere servito ma per servire e mettere la propria esistenza per la redenzione dell’umanità, nella mente superba potrebbe suscitare comprensibile reazione. Soltanto l’umile di cuore comprende e adora il mistero che, prima dell’ultima Cena, Gesù si fa servo e lava i piedi ai suoi discepoli. La croce, poi, sarà il posto di umiliazione del Cristo Redentore, del Servo di Jahweh che si addossa sulle spalle il peso del peccato e dell’umiliazione dell’uomo. Soltanto alla luce di questo Mistero possiamo valutare la dimensione dell’umiltà cristiana che è ben diversa dalla modestia, dalla convenienza, da quei falsi giochi che ci inducono a non far brutte figure. La vera umiltà si costruisce sull’esempio di quella di Gesù.
Cos’è l’Eucaristia se non il Sacramento dell’umiltà di Cristo? Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi…. Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue…versato per voi e per tutti. L’Eucaristia celebra il banchetto in cui Cristo “serve” l’uomo donando il suo Corpo e il suo Sangue. L’umiltà raggiunge il suo culmine nella carità che è donazione di se stessi. Cristo è il primo e il modello di chi è dedito al servizio. Solo agli umili Dio rivela i suoi segreti, innalzandoli a sé. Soltanto con l’atteggiamento dell’umiltà è possibile creare l’assemblea cristiana che si riunisce per celebrare la Cena del Signore e non per fare spettacoli di se stessi e delle proprie cose.
Il cristiano è lontano dal praticare quella sorta di umiltà esteriore, soltanto teorica, dottrinale o intellettuale che lascia ciascuno al proprio destino. La falsa umiltà, poi, che non è pura verità e nemmeno libertà di coscienza ma effetto d’immaginazione e di autoesaltazione, porta sempre a manifestazioni insopportabili e talvolta squilibranti. Sappiamo che il demonio gioca sempre a tendere i suoi lacci e i suoi inganni.
Nella parabola del fariseo e del pubblicano, Gesù ci istruisce che la regola fondamentale di chi siede alla mensa del Regno è sempre questa: Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (cf Lc 18, 9-14). Il fariseo giudica e condanna gli altri misurandoli superficialmente con il proprio metro di giudizio. Facendosi termine di paragone si sostituisce all’unica misura che è la santità di Dio, e da qui scoppia la sua superbia orgogliosa. Egli, infatti, ha un concetto parziale e perciò falso di umiltà che è sempre verità, sia quando si configura a Dio, sia quando si rapporta ai fratelli.
Chi siamo noi che presumiamo violare con i nostri giudizi e con le nostre critiche il santuario della coscienza altrui? Quella del fariseo è la condanna di un metodo astratto ed estraneo del vivere religiosamente. A Gesù, però, è bastata l’umiltà del pubblicano più che l’umiliazione, il suo cuore contrito e umiliato. Così nel silenzio dell’umiltà è fiorito il miracolo della misericordia.Solo il prodigio della misericordia ci viene in aiuto per renderci umili. Solo la vera umiltà accoglie quella misericordia che, a sua volta, rende misericordioso il cuore dell’uomo.

Publié dans : meditazioni | le 20 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

« amatevi gli uni gli altri »

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Publié dans : immagini sacre | le 17 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

V DOMENICA DI PASQUA (C) COMMENTO

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V DOMENICA DI PASQUA (C) COMMENTO

“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”
Commento di Enzo Bianchi
Adrian Paci, Centro di Permanenza Temporanea, 2007.

Nel vangelo secondo Giovanni è sempre il Risorto, il Cristo Signore che parla e agisce, sicché questo testo vuole mostrarci il Cristo in mezzo a noi che, nella sua gloria, continua a consegnarci le parole essenziali per comprendere e partecipare al mistero dell’umanizzazione di Dio. Cosa annuncia alla chiesa il Cristo risorto e vivente? Che è lui il pastore buono e noi le sue pecore (IV domenica di Pasqua), che ci ha lasciato un comandamento ultimo e definitivo (V domenica), che ci dona lo Spirito consolatore (VI domenica), che accanto al Padre intercede per noi (VII domenica).
Sostiamo dunque sul brano liturgico odierno, tratto dai “discorsi di addio” che il quarto vangelo estende per ben quattro capitoli (cf. Gv 13,31-16,33). Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli, per rivelarsi quale Signore e Maestro che si fa servo fino a dare la vita per loro (cf. Gv 13,1-20), poi ha annunciato il tradimento da parte di uno dei Dodici, Giuda (cf. Gv 13,21-30). Perché quest’ultimo è giunto a tanto? Solo Dio conosce l’abisso del cuore umano (cf. Ger 11,20; 12,3; 17,9-10; 20,12), ma noi possiamo supporre che Giuda non abbia agito per sete di denaro, anche se il quarto vangelo lo descrive come ladro e attaccato ai soldi (cf. Gv 12,6): per consegnare il proprio maestro occorreva una ragione più forte di trenta denari… Possiamo invece pensare che Giuda abbia fatto arrestare Gesù perché era cresciuto dentro di lui il rancore nei suoi confronti. Chiamato da Gesù, lo aveva seguito, ma poi si era accorto che il Dio rivelato da Gesù non era conforme alla sua immagine di Dio: ciò che Gesù faceva e diceva, sembrava sempre di più una contraddizione alla fede ricevuta dai padri, dunque egli era giunto a ritenerlo un “eretico” da eliminare, affinché la fede ne traesse giovamento. Non ci può essere altra ragione se non un odio religioso, perché nei vangeli non ci sono segni di relazioni personali ferite né di un “io minimo” da parte di Giuda.
Ormai Gesù, conoscendo la reazione interiore di Giuda ai suoi gesti e alle sue parole, si sentiva inibito ad agire e a parlare, a dire tutto in confidenza e libertà. Quando vi è la presenza di qualcuno che ha “l’occhio cattivo” (Mt 20,15) e nel suo essere tiene vivo il pregiudizio che diventa efficace prima ancora di aver ascoltato, quando qualcuno cova il rancore, allora è meglio tacere, non per blocco psicologico, ma per “sottomissione” (eulábeia: Eb 5,7). Ecco perché sta scritto all’inizio del nostro brano: “Quando (Giuda) fu uscito, Gesù disse…”. Ormai Gesù è libero di parlare con parrhesía, e rivela: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito”.
Ora ha inizio la glorificazione di Gesù e insieme la glorificazione di Dio in Gesù stesso, perché il tradimento nei confronti di Gesù e la sua consegna in mano a quelli che lo uccideranno non è una sconfitta ma un evento di gloria. Sì, è difficile capire questa visione “al contrario” della realtà, ma bisogna esercitarsi ad avere una visione degli eventi che non è la nostra bensì quella di Dio. E cosa vede Dio? Che nel Figlio consegnato splende più che mai l’amore di Gesù e anche il suo proprio amore, quello di chi lascia che tale consegna avvenga. Allo stesso modo, lo sguardo di Gesù sulla sua passione ormai iniziata con l’uscita di Giuda dal cenacolo non è uno sguardo che venga da carne e sangue (cf. Gv 1,13), cioè dalla capacità umana, ma viene per rivelazione da Dio stesso. Gesù sa che “non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13), e allora con l’uscita inarrestabile di Giuda ecco l’epifania dell’amore, la gloria dell’amante che splende e si impone. La croce è gloria non perché sia strumento di dolore, ma perché è il segno della fine inflitta a chi ha amato, a chi è giusto, a chi liberamente e per amore ha deposto la propria vita per gli altri. Presto questa glorificazione si manifesterà mediante l’intervento di Dio, che darà al Figlio la propria gloria risuscitandolo da morte. Così Gesù legge ai discepoli gli eventi delle ore successive: non una sconfitta, non un fallimento, ma una manifestazione della gloria di Dio, nel senso che Dio ha “peso” (kavod) nella storia, fino a decidere eventi che danno salvezza.
Una volta indicata quell’“ora” che giungerà presto, mancando ormai poco tempo al suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1), Gesù esprime le sue ultime volontà, rivela il suo testamento, dà il comando riassuntivo di tutta la Legge; un “comandamento nuovo” (entolè kainé) non perché sia una parola nuova rivolta da Dio ai credenti, ma nel senso che è ultimo e definitivo, dopo il quale non ve ne saranno altri: “Amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (cf. anche Gv 15,12). Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Con tenerezza, chiamandoli “piccoli figli” (teknía), Gesù rivela ai discepoli l’essenziale: “Amatevi gli uni gli altri”. Ci attenderemmo: “Amatemi”, e invece no: “Amatevi”! Subito è pronta l’obiezione: ma dove va a finire l’amore di Dio? Gesù però ha ben compreso ciò che il discepolo amato, dopo essere stato con lui, espliciterà nella sua Prima lettera: “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e l’amore di lui è compiuto in noi” (1Gv 4,12); ovvero, Dio è presente e in quell’amore reciproco si sente amato veramente, perché vede che la sua volontà è realizzata (cf. 1Gv 5,3).
Quanta perdita di tempo in discorsi che distinguono tra amore “verticale” e amore “orizzontale”, quante accuse reciproche tra fratelli cosiddetti “mondani” e fratelli cosiddetti “spiritualisti”: ragionamenti di persone tarde di orecchi e di cuore! Perché l’amore, quando è veramente tale, non può non essere amore di Dio e amore per i fratelli e le sorelle, ossia amore di Dio che in noi – lo sappiamo o meno – si fa amore per gli altri. Se ci si ama a vicenda, allora si sta insieme; e quando si sta insieme, allora Gesù, il Vivente, è presente (cf. Mt 18,20), il Risorto è in mezzo a noi (cf. Mt 28,20). E quando amiamo l’altro dandogli da mangiare, da bere, vestendolo, visitandolo in carcere o nella malattia, allora amiamo Cristo che è realmente presente, presente più che mai davanti a noi. Dunque l’amore deve innanzitutto essere reciproco, amore verso l’altro, che se è fratello nella fede deve rispondere con amore; in ogni caso, amore verso l’altro sempre, che risponda o no, perché questa è la volontà di Gesù Cristo. Molti oggi piangono, annunciando “la morte di Dio” nel nostro mondo, e forse questo è vero; o meglio, è vero se l’amore è morto, ma finché c’è un frammento di amore vissuto tra gli umani, là Dio è presente, è vivo e Cristo è tra di noi! La salvezza, ossia la vita di ciascuno di noi, dipende dall’osservanza di questo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri”.
Ma Gesù dà anche la forma, la misura, lo stile di questo amore: “Amatevi come (kathós) io ho amato voi”. Si tratta di amare l’altro come lo ama Gesù, cioè accogliendolo così com’è, perdonandolo e rimettendogli i peccati, prendendosi fedelmente cura di lui, rendendolo fratello o sorella fino alla morte, fino a deporre la vita per lui/lei. C’è nell’amore cristiano una forma, uno stile determinato da Gesù e da lui testimoniato nei vangeli. Se Gesù è maestro, lo è soprattutto nell’arte dell’amare. Si fa presto a parlare di amore o a credere di vivere l’amore, ma viverlo come lo ha vissuto Gesù, a prezzo del dono della vita, è arte, è un capolavoro di amore, quindi è manifestazione della gloria di Dio che è gloria dell’amare. Così questo amore diventa “segno”, cioè un segnale che dove vi è tale amore, là vi è vita cristiana, vita del discepolo di Gesù. Il discepolo di Gesù, infatti, non si distingue perché prega (pregano tutti gli uomini religiosi e anche i non religiosi quando sono nell’angoscia!); non si distingue perché fa miracoli (in tutte le religioni ci sono taumaturghi); non si distingue perché ha una sapienza raffinata (l’oriente ha elaborato una sapienza che rivaleggia con la nostra occidentale): no, si distingue perché ama, ama come Gesù!

Dunque nel testamento di Gesù vi sono
il comandamento nuovo,
lo stile e la forma,
il segno (o significatività).

Poveri uomini e povere donne che nel mondo tentano ogni giorno di amare come Gesù, con il suo stile, e sentono questo come l’impegno più grande e significativo: questi sono i discepoli di Gesù, i cristiani. Tutto il resto è scena, scena religiosa che passa con questo mondo (cf. 1Cor 7,31). Il giudizio che ci attende tutti avverrà sull’amore e su nient’altro, per ogni uomo o donna che abbia o non abbia conosciuto e creduto in Gesù Cristo, il Vivente, il Signore: egli ci ha chiesto di amarci tra noi umani, perché solo così si sente amato da noi!

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