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Publié dans : immagini sacre | le 18 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

GIOBBE: L’UOMO CHE NON HA PERSO LA SFIDA CON DIO

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GIOBBE: L’UOMO CHE NON HA PERSO LA SFIDA CON DIO

Le pagine d’apertura della Bibbia (Gn 1-11) non sono le uniche che ci offrono un’immagine dell’atto creativo di Dio e delle sue possibili implicazioni teologiche. Nel saggio esegetico collettivo, La création dans l’Orient Ancien (Parigi 1987) vengono ricordati e commentati almeno sei blocchi di testi biblici antichi che dicono la loro su questo argomento: i Salmi (33, 104, 136, 148), il Secondo Isaia (44-55), Geremia (versetti sparsi), Giobbe (38-41), Sapienza (1, 13-14; 9,), 2Maccabei (7, 28). Gli autori chiariscono che ognuna di queste riprese del tema genesiaco ha il suo taglio, la sua prospettiva interpretativa e, se a tutto ciò aggiungiamo le riprese neotestamentarie dell’argomento (prologo di Giovanni e passi specifici di Paolo), dobbiamo concludere che la Scrittura nel confessare la sua fede nel Creatore è, se non equivoca, per lo meno plurivoca. Vale a dire presenta molte linee interpretative, tese alla continua rilettura problematica e attualizzante del tema, come ci dimostra questa rapida e sorprendente incursione nel libro di Giobbe.

E il serpente tentò Dio
Tutti conosciamo questo scritto e tutti sappiamo che è composto da una cornice narrativa fiabesca in prosa e da un ampio dialogo o dibattito in versi, in cui il protagonista, in contesa con gli amici e con Dio, si mostra ben più campione dei diritti dell’innocente perseguitato che di muta pazienza. Non tutti ci rendiamo conto, però, che la soluzione del problema teologico dell’antico testo fa strettamente corpo con la soluzione del suo problema letterario.
Ma quale è questo problema? Esso è precisamente rappresentato dalla difficoltà di cogliere l’unità compositiva dell’intero testo, di conciliare la pazienza del Giobbe fiabesco con la ribellione di quello dialogico, di dare identità coerente e credibile al Dio « tentato » del prologo e a quello « autocelebrativo » dei capitoli 38-41, di capire perché proprio quest’ultimo dia ragione a Giobbe, che lo ha contestato, e non agli amici, che lo hanno difeso, e perché infine Giobbe ritiri le sue accuse a Dio e con lui si riconcili senza avere apparentemente ricevuto risposta alle sue domande.
Un modo per evitare tutte queste questioni è quello di considerare le diverse parti dell’opera come scritti eterogenei di gran pregio messi insieme da un redattore piuttosto approssimativo. Si semplifica così il problema letterario e si sterilizza quello teologico. E’ la strada scelta dai più, ma non è la nostra: visto che la struttura narrativa e poetica del testo esige di essere valutata nella forma in cui ci è pervenuta e che un’ipotesi di lettura unitaria è suggerita dai rimandi che legano ad incastro fiaba e dialogo; visto, infine, che solo l’intervento di un quarto campione di Dio, l’Elihu dei cap.32-37, risulta sicuramente estraneo all’impianto originario e inserito in secondo momento da altra mano, con altro intento, approfittando del carattere aperto e problematico dell’opera.
Ora la prima indicazione, che ci viene dalla valorizzazione del legame tra cornice narrativa e dialogo, è la focalizzazione del testo sulla relazione uomo-Dio, assai più che sul problema del male. L’avventura inizia in cielo perché, mentre Giobbe vive in terra felice e rispettoso dei divini precetti, Satana, ispettore celeste delle umane cose, riesce a gettare l’ombra del dubbio sulle vere ragioni che lo spingono a tanto esercizio di virtù e di pietà. « Forse che Giobbe crede in Dio per nulla? »: sussurra a Dio (1, 9) e Dio deve metterlo alla prova, privandolo dei beni, dei figli e della salute. Alla fine, dopo il drammatico sviluppo dialogico, in cui il tema del male diventa il terreno di verifica del rapporto uomo-Dio, ecco la logica conclusione di questo tema e non di quello: Giobbe ha detto bene di Dio e non gli amici. E’ il suo sacrificio in loro favore e non il loro parlare a favore di Dio ad ottenere la restaurazione della felice condizione iniziale (42, 7-17). Solo Giobbe, infatti, ha saputo stare faccia a faccia con Dio dimostrando dignità, forza e sincerità; ma anche solo Dio è riuscito a reggere la sfida di Giobbe e a farsi accettare con un discorso altrettanto franco e spregiudicato.
Il problema del male è in tutto ciò il terreno di confronto e di scontro, ma non è il problema centrale, tant’è vero che viene discusso, rimescolato fin dalle fondamenta, ma non risolto e altrettanto si dica del problema della creazione che è qui insistentemente evocato.
Con grande acume lo coglie per noi G. Borgonovo: « Rispetto alla teologia profetica pre-esilica e a quella deuteronomistica della legge e della remunerazione il libro di Giobbe colloca il discorso su Dio nell’orizzonte della creazione, un orizzonte più ampio e fondativo. Per esso non si può spiegare la realtà del male partendo da un’etica dell’alleanza. Bisogna presupporre che il Dio dell’alleanza sia il Dio creatore, colui che ha posto in essere l’uomo e il mondo, in quanto realtà in divenire. Da questo punto di vista l’affermazione del II Isaia che da Jhwh, come unico Dio creatore e salvatore, vengono il bene e il male (Is 45, 7) e il contributo di Ezechiele sul principio della responsabilità individuale (Ez 18) rendono incandescente il problema della teodicea. Proprio dall’unione di tali dottrine poteva, infatti, sorgere l’intollerabile immagine di Dio messa in scena contro Giobbe negli interventi dei suoi amici » (La notte e il suo sole, Roma 1995, p. 338).
Il che ci consente di pensare che il libro di Giobbe, insieme al DeuteroIsaia, potrebbe essere una delle voci che hanno spinto i redattori del Pentateuco a valorizzare il tema creativo fino a farne l’apertura della Torah, anche se è evidentissimo che rispetto ai testi qui confluiti esso affronta questo tema con assoluta originalità e persino con spregiudicatezza.
La figura di Satana, ad esempio, che nella prima pagina del libro tenta Dio a proposito di Giobbe, evoca sottilmente ed ironicamente quella del serpente, che in Genesi 3 tenta Adamo ed Eva a proposito di Dio, e l’esito è lo stesso: il precipitare dell’uomo da una condizione edenica di felicità e benessere ad uno stato di prostrazione e dolore. Né le novità spregiudicate si fermano qui.
Negli interventi di Giobbe, infatti, la visione del creato si presenta coi caratteri di una potenzialità negativa sconosciuta ai testi genesiaci e nell’apologia finale del nostro eroe compare un’inaudita rivendicazione di pienezza e dignità umana superiore a quella di Adamo. E’ in tali discorsi che l’uomo manifesta con estrema chiarezza la coscienza dei propri limiti creaturali, il carico di infelicità che lo minaccia e il sospetto che all’origine di tutti i suoi mali non stiano tali limiti, né una sua colpa, ma l’onnipotenza cieca di un Dio potenzialmente sadico.

Giobbe, il riscatto di Adamo
E’ sufficiente ricordare alcune delle affermazioni più incisive del testo. Giobbe inizia con la maledizione del giorno della sua nascita, maledizione che ha sì accenti biografico-esistenziali, ripresi da Geremia (Ger 20, 14-18), ma che subito assume risonanze cosmiche, evocando luci che non risplendono, eclissi di sole, notti prive di computo lunare, incantesimi degni dell’Oceano e di Leviatan, stelle che si negano e aurore che non sorgono (3, 1-9). Non c’è da meravigliarsi se, invitato dagli amici ad affidarsi all’insindacabile giustizia onnipotente di Dio, egli replica che proprio questo lo atterrisce: il potere incontrollabile di un creatore despota che può fare tutto e il contrario di tutto. Può « dispiegare i cieli da solo e cavalcare il mare », ma può anche « impedire al sole di sorgere e tenere sotto sigillo le stelle ». Può condannare l’innocente e ridersela delle tragedie dell’indifeso (9, 1-24). Si interroghino pure le creature del cielo e della terra e in coro confesseranno che quando Lui « blocca le acque tutto inaridisce e quando le libera tutto inonda »; può « rendere potenti i popoli o esiliarli » e può mandare  » a tentoni gli uomini nel buio senza luce » (12, 1-25). E’ Dio, creatore e signore della storia, non l’uomo, la vera minaccia. Dio è in grado di fare ciò che vuole, l’uomo è invece debole, fragile, mortale, più effimero persino di un arbusto (14, 1-22).
Eppure, neanche ad un Dio così immaginato, Giobbe si sottrae o rifiuta la sua attenzione. Lo chiama in giudizio, lo invoca, chiede un mediatore per confrontarsi con Lui e infine si presenta come un Adamo, privo di colpe e pronto a non nasconderle. « Non ho come Adamo occultato il mio delitto, né ho celato nel mio petto la mia colpa…Datemi qualcuno che mi ascolti… Il mio rivale scriva la sua accusa. Io me la caricherei sulle spalle e me la cingerei come diadema. Gli renderei conto di tutti i miei passi e come un principe mi presenterei a Lui. »(31, 33-37; trad. Ravasi)..
Giobbe di più non può dire e non dice. Spetta, infatti, a Dio prendere la situazione in pugno. Naturalmente non Dio in persona, come talvolta sembrano ritenere i commentatori, ma Dio come lo mette in scena l’autore del libro, come lo pensa questo singolare contestatore della teologia del patto e della retribuzione. Bisogna ricordarselo per non esagerare il valore della teofania cosmogonica dei capitoli 38-41 e per ricordare che, come nei primi undici capitoli di Genesi, anche qui siamo nel racconto e nell’immagine mitica. Siamo alle prese con una nuova rivisitazione simbolica e teologica del problema della creazione e del rapporto in essa tra bene e male, tra uomo e Dio.

La trascendenza di Dio e l’alterità del creato
Ciò che soprende e lascia interdetti i commentatori è l’assoluta dissonanza tra le richieste di Giobbe e la duplice risposta di Dio. Il primo sollecita un confronto per chiarire la sua posizione e avere spiegazioni sulle cause dei suoi mali e il secondo gli squaderna con sovrabbondanza d’immagini la magnificenza della propria opera di creatore. Non solo, quasi lo sfida a misurarsi con Lui in questa impresa, che tutto comprende: la progettazione e la messa in opera degli astri e del controllo sui loro movimenti, la disciplina delle acque e di ogni altra potenza cosmica, la cura paziente di ben otto specie viventi, tutte selvagge e indomabili per l’uomo, e di due mostri mitici come Behemot e Leviatan, simbolo della violenza e del male. Tutto comprende, meno l’uomo.
Se ritenessimo, come è uso comune, che il libro di Giobbe è una riflessione sul problema del male, non potremmo che concludere che Dio evita la difficoltà, si rifugia nella sua inaccessibilità, schernisce e schiaccia l’uomo dall’alto della sua onnipotenza. Se pensiamo invece, come suggerisce la cornice fiabesca, che la questione in gioco è la relazione uomo-Dio, la loro diversità, ma anche il loro saper stare con dignità l’uno di fronte all’altro, ecco che questi discorsi divini sulla creazione acquistano diversa sonorità. Diventano un’inedita autopresentazione di Dio e della sua trascendente attenzione all’uomo, attraverso un’inedita presentazione dell’alterità della creazione dall’uomo.
In sostanza Dio fa presente a Giobbe, che protesta per la presenza del male nella sua vita, che proprio Lui ha messo in opera e mantiene in vita una molteplicità di esseri naturali, capaci di vivere in totale indipendenza dall’uomo, che Lui sa tenere a bada le stesse potenze del male, senza distruggerle. E così gli rivela che la sua trascendenza non esclude attenzione e cura per l’opera delle sue mani, non è a misura d’uomo, ma neanche insensata e capricciosa. Di fronte all’accusa di Giobbe di essere il despota di un mondo caotico e ingiusto e al tentativo dei suoi amici di costringerlo al ruolo ideologico di difensore dell’ordine costituito, di garante di una giustizia da bempensanti, Dio manifesta la propria diversità dall’uomo, ma anche la propria attenzione a lui e lo fa mettendo in scena una creazione non antropocentricamente ordinata, eppure non inospitale.
Il che è come dire che l’autore del libro di Giobbe segue e propone un modello creativo alternativo sia al racconto Jahvista che a quello Sacerdotale, in quanto rifiuta tanto l’idea del dominio dell’uomo sul mondo animale, quanto quella di una natura uscita perfettamente ordinata e buona dalle mani di Dio. Costitutiva è, infatti, in essa la presenza del mare e del deserto, coi suoi animali irriducibili ad ogni disciplina, ineliminabile quella di Behemot e Leviatan.
A ragione dunque R. Otto considera la teofania di Giobbe come l’espressione dell’ « assolutamente stupendo, del quasi demoniaco, dell’incomprensibile e indecifrabile mistero della creazione e del creatore » (Il Sacro, Milano 1966, p.87). Ma ancor più nel vero è O. Keel quando osserva che tale incomprensibilità non rende impossibile, ma facilita l’incontro dell’uomo con Dio, perché non carica pregiudizialmente né l’uno né l’altro della totale responsabilità del male, ma pone le basi per la loro collaborazione nella lotta contro la sua misteriosa e non invincibile presenza (Dieu répond à Job, Parigi 1988, pp. 129-130).
Ecco perché Giobbe può piegarsi al mistero trascendente di Dio senza perderci la faccia, perché può dire: « Ti conoscevo per sentiro dire, ora i miei occhi ti hanno veduto » (42, 5). Ed ecco perché Dio può, senza pericolo, ammettere che proprio Giobbe, il ribelle, ha parlato bene di lui e con fondamento (42, 8). Ecco infine perché G. Borgonovo può proporre, in luogo di « Per questo ritratto e mi pento sopra la polvere e la cenere » (42, 6), quest’altra traduzione, audace ma non filologicamente infondata: « Detesto polvere e cenere, ma ne sono consolato » (Op, cit., p.285).
L’uomo e Dio faccia a faccia, ambedue in piedi, l’uno immagine dell’alterità misteriosa dell’altro, a confronto in un mondo che contribuisce al dialogo con la sua specifica e problematica presenza. Giobbe nuovo Adamo e Dio nuovo sempre.

Aldo Bodrato 

Publié dans : GIOBBE | le 18 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Matteo 18,21-35

unmerciful

Publié dans : immagini sacre | le 15 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

17 SETTEMBRE 2017 | 24A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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17 SETTEMBRE 2017 | 24A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
La liturgia oggi ci invita a perdonare, così come Dio perdona noi. Esaminiamoci sin dall’inizio di questa celebrazione. Se nel nostro cuore c’è un forte risentimento verso qualcuno, decidiamo sin d’ora di riconciliarci, affinché la nostra preghiera possa raggiungere Dio.

La parola di Dio
Siracide 27,30-28,7. Il sapiente Ben Sirac, vissuto nel secondo secolo a.C. scopre il legame che c’è tra la nostra richiesta di perdono che chiediamo a Dio nella preghiera e l’esigenza della riconciliazione con coloro verso i quali portiamo rancore.
Romani 14,7-9. Con questa domenica finiamo la lettura continua della lettera ai Romani. Noi apparteniamo a Cristo sempre, dice Paolo, nella vita e nella morte. Tra le cose che ci assimilano di più a Gesù c’è certamente la capacità di perdonare.
Matteo 18,21-35. Gesù ci presenta una parabola paradossale per invitarci a perdonare. Ma anche per dire che il perdono che noi concediamo ai nostri fratelli è infinitamente più piccolo di quello che Dio concede a noi.

Riflettere
L’evangelista Matteo parla alla prima comunità cristiana e nelle ultime domeniche la liturgia ci ha presentato due caratteristiche importanti nella vita dei cristiani: il portare la croce (domenica 22ª) e la correzione fraterna (23ª).
Oggi il vangelo di Matteo ci parla di perdono. Di fatto, poche cose rivelano veramente il cristiano come il perdonare. Infatti chi sa perdonare e dimentica i torti subìti, è grande della stessa grandezza di Dio.
L’uomo di tutti i tempi ha apprezzato questa nobiltà d’animo, anche se presso molti popoli la vendetta era una pratica comune, quasi doverosa.
Quanto al popolo ebraico, nella sua legislazione non solo poneva un limite alla vendetta, ma vietava l’odio e il rancore verso il fratello.
Nei cinque versetti precedenti al nostro brano (Mt 18,15-20), Gesù parla di come regolarsi verso coloro che nella comunità hanno sbagliato. L’invito alla « correzione fraterna » dà l’opportunità a Pietro di porre la domanda: « Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? ». E volendosi sbilanciare nella sua generosità, precisa: « Fino a sette volte? ». Presso gli ebrei l’invito che veniva fatto era di perdonare tre volte. Pietro fa il grande e si spinge molto oltre.
D’altra parte sul piano umano, uno che nei nostri confronti si è comportato molto male per tantissime volte (sette), come potrebbe essere perdonato? Chi ci ha offeso quasi sistematicamente finora, lo farà ancora.
Così pensa probabilmente Gesù, che si pone su un piano diverso e invita a perdonare « sempre », raccontando la parabola del re che condona al servo un debito enorme.
Si tratta sicuramente di una parabola paradossale, ma che rende bene l’idea.
Dio, nella sua generosità, ci perdona oltre ogni misura. Ricordiamo che diecimila talenti rappresentavano un valore enorme. Tanto per capirci, il reddito annuale di Erode il Grande, re della Giudea, poteva essere di 900 talenti. E per la gente comune corrispondeva a vent’anni di lavoro.
Questo ci ricorda che Dio non si nega mai al perdono, nemmeno quando ciò che deve perdonare è un peccato enorme.
Invece il servo che è stato appena perdonato, come dice la parabola, dimostra di non aver capito nulla della grandezza d’animo del re, e non perdona chi aveva verso di lui un debito non piccolissimo, ma di gran lunga inferiore (cento denari potevano corrispondere più o meno a cento giornate lavorative).

Attualizzare
In ogni tempo, in ogni civiltà, c’è sempre stato un grande bisogno di riconciliazione. Oggi basta guardare un telegiornale o aprire un quotidiano per rendersene conto. Anche nel nostro piccolo, alzi la mano chi non ha mai avuto qualcosa da perdonare o da farsi perdonare.
Gesù ci invita a un perdono illimitato, gioioso, generoso. Ci invita a perdonare subito. Un rancore coltivato, si trasforma in rabbia, richiama magari odio e vendetta, crea solchi spessi tra noi e chi ci ha offeso.
Perdoniamo, perché Dio ha perdonato a noi tanto e tante volte. Perdoniamo per non portarci nel cuore dei pesi inutili e ingombranti. La vita è ricca di compiti e di doveri e dobbiamo conservare o ricuperare al più presto le forze nostre e degli altri.
Perdoniamo, perché un giorno dovremo morire e di fronte alla morte anche la mancanza più grave appare piccola cosa.
Mons. Antonio Riboldi racconta che un giorno si trovò presso il letto di un mafioso che era stato colpito da un suo nemico e stava morendo. Inveiva contro di lui. Mons. Riboldi, data la gravità della situazione, lo invitò con coraggio al perdono. Il mafioso disse: « Se muoio lo perdono, ma se non muoio lo ammazzo! ».
Così siamo noi. Il perdono sarà sempre qualcosa di difficile, soprattutto se ci faremo guidare dal nostro orgoglio ferito, e non da sentimenti superiori, riflettendo sulla pietà e misericordia che Dio ha da sempre ha avuto nei nostri confronti.
Si tratta di imparare la misericordia e ricordare la fragilità umana, che vede il bene, ma sceglie il male. Chi ci offende gravemente è spesso più una persona piena di problemi, che una persona cattiva. In molti casi è verissimo che « la miglior vendetta è il perdono », perché dal perdono possono essere ricreati rapporti incredibilmente nuovi e nascere rapporti di amicizia.
Ma la spinta più forte a perdonare viene soprattutto dalla parola e dall’esempio di Gesù: « Non si perdona perché l’altro cambi », dice Frère Roger di Taizé. « Sarebbe un calcolo che non ha nulla a che vedere con la gratuità dell’amore del vangelo. È per Cristo che si perdona ».
Certo il primo impegno di ognuno dovrebbe essere quello di fare in modo da non doverci fare perdonare nulla dagli altri. La vita è già abbondantemente generosa di croci e non è il caso che noi ne gettiamo qualcuna addosso ad altri con le nostre crudeltà nel parlare e nell’operare. Pensiamo alla sofferenza che procuriamo, evitiamo di dividerci per questioni banali, spesso per motivi ereditari, vedendo sempre delle ingiustizie perpetrate nei nostri confronti.
Il dovere del perdono non ci esime tuttavia dall’accettare con coraggio e determinazione le lotte della vita, i doverosi contrarsi per far riconoscere il giusto diritto nostro o degli altri. Nessun cristiano può arrendersi di fronte al bene da fare o a un male da sradicare soltanto perché qualcuno potrebbe offendersi, avercela a male, rompere con noi.
Permettiamo però agli altri di essere se stessi. Lasciamo agli altri il diritto di esistere e di respirare, di essere diversi da noi. Verso qualcuno siamo di una intolleranza senza limiti: tutto ciò che fanno ci urta e ci dà fastidio. « Quando il mondo ci urta, non è il mondo, ma siamo noi che dobbiamo cambiare » (Alberto Bevilacqua). Lasciamo agli altri quei comportamenti che a noi appaiono difettosi, e in realtà sono solo un modo diverso di vedere le cose. Accettiamo anche il livello di maturazione a cui può essere arrivato chi ci sta vicino, facendo qualcosa, se ci pare doveroso e utile, per aiutarlo a riflettere e a crescere.
Oggi è quasi normale, dopo un gravissimo danno subito, sentirsi chiedere dal cronista di turno: « È disposto a perdonare? ». È una domanda di cattivo gusto. Perché il perdono porta sempre con sé una buona dose di fatica e quando la riconciliazione vuole essere seria, non la si può né ricevere, né dare a cuor leggero. Qualcosa deve cambiare da una parte e dall’altra. Soprattutto sarà possibile quando avremo capito, come dice Paolo, che è solo il Signore in grado di giudicare fino in fondo la responsabilità delle persone di fronte a certi comportamenti.
Infine perdoniamo di cuore e nei fatti. Non sarà sempre facile e possibile (perché a volte è l’altro che proprio non accetta la riconciliazione), ma non ci si può limitare a un perdono che doniamo a patto che quel fratello non ci giri più intorno. Purché non sia costretto a porgergli la mano e a fargli capire con il mio modo di fare che siamo ancora fratelli.
Il « segno della pace » che a ogni messa ci scambiamo, è un piccolo gesto simbolico. A chi porgiamo il nostro semplice gesto di fraternità probabilmente non dobbiamo perdonare nulla, ma esprima il nostro più vivo desiderio di riconciliazione verso tutti, la nostra piena disponibilità al perdono.
Paolo agli Efesini scrive: « Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira » (4,26). È un’espressione che si applica bene soprattutto nella famiglia, nel rapporto di coppia. Che la giornata si concluda sempre dandosi il perdono reciproco, sapendo che anche i più piccoli screzi e le divergenze inevitabili possono con il tempo creare pesanti divisioni difficili da superare. Alcuni di questi pensieri sono espressi così bene in questa brano poetico di Ignazio Amico:

Potersi dire: ho sbagliato
Parliamo,
non chiudiamoci nel silenzio,
mano nella mano, senza abbassare il capo,
ma guardandoci negli occhi con coraggio,
ammettiamo i nostri errori;
non importa se sono più gravi i miei o i tuoi,
sapere chi ha sbagliato per prima non consola,
ma è urgente liberarci da ogni astio,
senza né vinti né vincitori,
ritrovar la fiducia l’un nell’altro,
e lasciar che dal cuore una risata
esploda sulla nostra stupidità,
che per un attimo ci ha fatto scordare
che niente al mondo è più bello dell’amore.
Rompere la catena con il perdono

« Nulla vi è di più tenace del ricordo delle umiliazioni e delle ferite del passato. Esso riesce a tenere vivo il sospetto, anche da una generazione all’altra. Il perdono del vangelo è ciò che ci permette di andare al di là del ricordo. Saremo fra quelli che raccolgono le loro energie per sbarrare il passo alle antiche o nuove forme di diffidenza? » (frère Roger Schultz).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 15 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

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Publié dans : immagini sacre | le 14 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

ASSIRI E BABILONESI

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ANTICO MEDIO ORIENTE

ASSIRI E BABILONESI

Le origini, Il diluvio, Gli scavi
I SUMERI
Ur, Ammurabi, La fine
GLI ASSIRI
La civiltà assiri

Le origini
Se risaliamo fino a 6000 anni fa, tutto il territorio dove poi sarebbero sorte Babilonia e Baghdad, fino a Samara, era ancora coperto dalle acque.
Mille anni più tardi, intorno al 3000 a.C., il paese sito tra le foci dei due fiumi era coperto dalla foresta vergine e da selve di canne e di bambù.
Il paese era più piccolo dell’attuale: i due grandi fiumi Tigri ed Eufrate sfociavano ancora nel Golfo Persico separatamente e il mare si addentrava per circa 150 chilometri in quello che oggi è il sud dell’Iraq.
La vegetazione lussureggiante attirò numerose popolazioni, che già erano insediate nella zona circostante da tempi più remoti, e delle quali non sappiamo quasi nulla.
Tra i nuovi arrivati ci furono i Sumeri, che presero dimora nella parte mediorientale della Mesopotamia, allo sbocco dei due fiumi.
L’origine di questo popolo è avvolta nel mistero. Da alcuni indizi si può pensare che provenissero dalle montagne, forse dalla Persia. Ciò che sappiamo è che già nel 3000 a.C. avevano creato nel nuovo paese una civiltà basata sul baratto e in seguito sul commercio. E sempre nel paese dei Sumeri sorsero alcune città tra le più antiche del mondo, tra cui per esempio Ur dei Caldei, la patria di Abramo secondo la Bibbia.
Tuttavia di questo primo periodo non restano molte testimonianze storiche. Oggi è accertato che tutte le città numeriche di quell’epoca furono distrutte o gravemente colpite verso il 3000 a.C. o forse prima ancora da una spaventosa inondazione.

Il diluvio
E’ sempre stata conosciuta la leggenda del diluvio, tramandata dalla Bibbia. Ma nel 1872 uno studioso dei caratteri cuneiformi semiti, decifrando delle tavolette di argilla provenienti dalla biblioteca di Assurbanipal a Ninive, si trovò di fronte ad una versione babilonese del diluvio.
L’eroe della leggenda assiro – babilonese è Ziusutra, o Upanatistim, l’ultimo dei più antichi re di Babilonia. Ziusutra era protetto dal dio Ea, che, volendo salvare l’umanità dallo sterminio, gli consigliò di costruire una gran nave e di salirvi con tutta la famiglia e una coppia di animali di ogni specie vivente sulla terra.
Quando si imbarca gli elementi si scatenano e i fiumi e gli oceani si gonfiano e il mondo intero è oppresso da pesanti nuvolaglie nere. Persino gli dei rimangono immobili, tremanti di paura. Al settimo giorno la tempesta si placa. Utanapistim attende ancora una settimana e poi libera un piccione, che torna indietro, poi una rondine, che torna a sua volta, e infine un corvo, che si posa sulla terra finalmente liberata e non torna più. Così Utanapistim esce dalla nave e offre un sacrificio di ringraziamento al suo dio.
Questa non è l’unica versione babilonese del diluvio: se ne conoscono almeno sei e molte versioni sono più antiche rispetto alla versione ebraica.

Gli scavi
Ma una sorpresa ancora più grande l’umanità l’ebbe nel 1929.
Wooley stava conducendo una campagna di scavi a Ur, l’antica città di Abramo.
Lo scavo, profondo dai 10 ai 12 metri, rivela diversi strati di detriti e resti di abitazioni, che rappresentano una evoluzione ininterrotta di parecchi secoli.
Man mano che lo scavo procede, si sentono ben poche differenze nello stile della ceramica. Evidentemente la civiltà sumera si tramanda con continuità da parecchi secoli. Finalmente, avanzando in profondità, terminano a un tratto le tracce di civiltà. Il fondo dello scavo è formato da argilla, che può essersi formata solo come deposito alluvionale. Woolley pensa ai depositi dell’Eufrate, che sono lì vicino.
Ma poi, con calcoli più accurati, si accorge che il livello dello strato di argilla è più alto di parecchi metri dal livello dell’Eufrate e del mare. Ordina di scavare ancora.
Lo strato di argilla è spesso tre metri. E infine, sotto questo strato di argilla, trova di nuovo rovine e suppellettili, questa volta di uno stile completamente diverso.
Mentre i vasi dello strato superiore erano lavorati al tornio, questi sono ancora modellati a mano. E non c’è traccia di metallo.
Woolley ha trovato i resti di una civiltà molto più antica, distrutta all’improvviso da una inondazione così granda da depositare tre metri di argilla !
Scavando in altri punti della Mesopotamia si è cercato di valutare l’estensione del disastro. Secondo le stime la catastrofe ha ingoiato a nord – ovest del Golfo Persico un territorio largo 160 chilometri e lungo 630 chilometri. Dai reperti trovati nello strato inferiore si può datare la catastrofe tra il 4000 a.C. e il 3000 a.C.

I SUMERI
Ur
L’origine dei Sumeri è avvolta nel mistero. Probabilmente venivano dalle montagne, forse dalla Persia. Il primo re che ci è rivelato dalle iscrizioni è re Mesannapadda di Ur, vissuto probabilmente verso il 2500 a.C.
Già allora Ur, capitale del regno, era una città importante, e non un povero villaggio di capanne d’argilla. I quartieri residenziali avevano un aspetto simile a una cittadina orientale dei nostri tempi, con viuzze strette e case ampie e comode che s’innalzavano per diversi piani.
Il tempio maggiore sorgeva al centro della città: la sua base, o ziggurat, misurava circa 50 metri per 60 metri e si alzava su tre piani per 23 metri di altezza. Su questa base si alzava un primo piano alto 17 metri co quattro terrazze ai lati, e si alzava un piano successivo di altezza corrispondente. All’ultimo piano si alzava un piccolo tempio di un’unica sala, dedicato a Nannar, dio lunare protettore di Ur.
Dal piano terra tre scalee di cento gradini portavano al primo piano, convergendo in un ingresso monumentale. Da quel punto la scalinata proseguiva fino alla cima. Per le stesse scale si poteva accedere alle terrazze, ornate di fiori e alberi, secondo quello che diverrà un vero e proprio sistema di “giardini pensili”, applicato poi per altri 1500 anni sia ai templi sia ai palazzi.
I Sumeri crearono tutta una rete di agenzie commerciali in Persia, Asia Minore e altre terre. Si andò anche organizzando uno stato unitario fino alla Siria, all’Asia Minore, al Mar Nero, e forse questo stato regnò anche su Cipro.
I Sumeri disponevano di armi di rame contro avversari che erano ancora all’età della pietra. Venne poi un periodo di decadenza, e di invenzioni e di rivoluzioni interne che durarono fino a quando il regno non venne nuovamente unificato verso il 1750 a.C. da Hammurabi, che scelse Babele o Babilonia come capitale del regno.

Ammurabi
Ammurabi è senz’altro il più famoso degli antichi re babilonesi. La stele di Ammurabi, rinvenuta nella antica città persiana di Susa, è un masso di diorite coperto di iscrizioni cuneiformi, che contiene il codice più antico del mondo che ci sia pervenuto.
Originariamente Ammurabi l’aveva collocato nel tempio del dio Sole a babele, da dove venne asportato nel XVII secolo come trofeo di guerra. Il codice è importantissimo non solo perché si prefigge di impedire che “il forte possa opprimere il debole”, ma anche perché la sua lettura ci mostra uno spaccato della vita sociale, dei costumi, e della mentalità dell’epoca.
La poligamia era ammessa solo se la prima moglie era sterile. Ammurabi corresse con la nuova legge i codici precedenti, temperando e limitando il potere assoluto che aveva l’uomo sulla moglie e sui figli. Inoltre le leggi di Ammurabi contengono numerose disposizioni economiche e sociali. Sono fissati i salari dei lavoratori, sono previste indennità per gli infortuni del lavoro, esistono norme per i contratti di società, è fissato il tasso di interesse (da 20 al 33,33 %), si regolamentano i depositi bancari. Vengono anche stabiliti dei prezzi massimi per i generi di prima necessità, come grano, olio, datteri e lana.
Dalle leggi si desume l’esistenza di tre classi sociali: gli uomini liberi, gli schiavi (prigionieri di guerra o cittadini ridotti in schiavitù per debiti) e una classe intermedia che riunisce gli schiavi liberati e i cittadini in servitù temporanea per debiti.
Le leggi di Ammurabi sono almeno di cinque secoli più antiche di quelle di Mosé, con le quali presentano sorprendenti analogie, ma a differenza di queste hanno un carattere strettamente giuridico, senza significati religiosi. Le pene sono commisurate al danno causato, senza tenere generalmente in conto l’intenzione di nuocere. A volte possono sembrare crudeli, ma rappresentano pur sempre un enorme progresso per quell’epoca. Inoltre il legislatore si preoccupa di assistere i socialmente deboli: le leggi curano molto la protezione delle vedove, degli orfani, dei minori nei confronti di genitori tirannici, delle donne di fronte ai corruttori.
Soprattutto il codice badava ad assicurare che fosse impossibile farsi giustizia da se stessi. Chi voleva vendicarsi di persona perdeva il diritto alla giustizia dei tribunali.
Questo codice di Ammurabi conservava ancora la sua importanza molto tempo dopo il crollo dell’impero babilonese, anzi ebbe una rinascenza nel diritto persiano. Sopravvisse poi nel diritto mussulmano e forse nel diritto romano.

La fine
Anche i Babilonesi finirono a un certo punto per infiacchirsi, come tutti i popoli di cultura godenti di un certo benessere. Le terre fertili, col tempo, venero sempre più accaparrate dalla Corona, dai templi e dai maggiori capitalisti, diminuì il numero di contadini liberi e la condizione degli agricoltori diventò sempre più una condizione di servitù della gleba. Il paese si indebolì sempre più subendo diverse sconfitte da parte dei popoli vicini, fino a passare sotto il dominio politico di un altro popolo vicino, gli Assiri. Tuttavia Babele restò il centro della vita culturale di tutto il paese del Tigri e dell’Eufrate ancora per oltre un millennio.

GLI ASSIRI
La civiltà assira
La civiltà assira è più recente di quella numerica e si sviluppa per una arco di tempo di circa sei – sette secoli. Mentre la civiltà sumerica si sviluppò nel sud del paese (Babele e ancora più a sud verso il Golfo Persico), la terra di origine degli assiri si trova spostata verso nord – nord ovest, verso l’odierna Baghdad (Assur e Ninive).
I codici di legge assiri più antichi risalgono al XIII secolo a.C., posteriori di quasi mezzo millennio a quelli babilonesi, eppure sono nettamente meno evoluti e molto più crudeli.
Gli Assiri stessi erano uomini d’armi, piuttosto che di lettere, ed erano considerati una calamità dalle nazioni circostanti. Per soggiogare i paesi vinti deportavano in Assiria le classi dirigenti dei paesi conquistati e popolavano di coloni assiri i territori conquistati. I vinti venivano umiliati e torturati.
Il più famoso re di questa stirpe di guerrieri fu Assurbanipal, che regnò nel VII secolo a.C. I Greci, che lo chiamavano Sardanapalo, descrissero questo re come rammollito ed effeminato, attingendo a leggende tramandate dai persiani. In realtà Assurbanipal fu un cacciatore appassionato ed un guerriero possente e crudele come i predecessori. Tuttavia fu anche uomo di cultura, architetto e promotore delle scienze e delle lettere. Fece costituire una vastissima collezione di testi cuneiformi su tavolette di argilla. In alcune di queste tavolette le iscrizioni sono così fitte e minute da richiedere per la lettura una lente di ingrandimento. Nelle iscrizioni il re si vantava di saper decifrare i testi più antichi dei sumeri e dichiara suo passatempo favorito la lettura di tavolette “più antiche del diluvio” …
Senz’altro gli va riconosciuto il merito di aver salvato dalla distruzione le creazioni spirituali della cultura babilonese, anche se il suo periodo non portò particolari innovazioni culturali. Buona parte della nostra conoscenza sulla storia, la letteratura e la vita della Mesopotamia la dobbiamo al grande archivio che aveva costruito.
Il regno assiro crollò pochi anni dopo la morte di Assurbanipal, sotto il suo secondo successore, Sarakos, ad opera dei Medi. Nel 612 a.C. essi occuparono Ninive, e per non cadere nelle loro mani il re cercò la morte tra le fiamme. L’odio accumulato nei confronti degli Assiri era talmente forte che i vincitori si presero una tremenda vendetta: uomini, donne e bambini furono sterminati. Ninive, Assur, i templi, i palazzi furono dati alle fiamme e cancellati dalla faccia della terra. Da un momento all’altro l’impero assiro fu precipitato nel, nulla.
La distruzione di Ninive fu così completa che quando un esercito greco passò duecento anni più tardi da quelle parti (tra gli ufficiali c’era lo storico Senofonte), non trovò traccia alcuna della città, sebbene ne conoscesse l’ubicazione.

Publié dans : Antico Medio Oriente | le 14 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Festa dell’Esaltazione della Santa Croce

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Publié dans : immagini sacre | le 13 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – 13 SETTEMBRE 2017 -VIAGGIO APOSTOLICO IN COLOMBIA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170913_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – 13 SETTEMBRE 2017 -VIAGGIO APOSTOLICO IN COLOMBIA

UDIENZA GENERALEa

Piazza San Pietro

Mercoledì,

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Come voi sapete nei giorni scorsi ho compiuto il viaggio apostolico in Colombia. Con tutto il cuore ringrazio il Signore per questo grande dono; e desidero rinnovare l’espressione della mia riconoscenza al Signor Presidente della Repubblica, che mi ha accolto con tanta cortesia, ai Vescovi colombiani che hanno lavorato tanto per preparare questa visita, come pure alle altre Autorità del Paese, e a tutti quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa visita. E un ringraziamento speciale al popolo colombiano che mi ha accolto con tanto affetto e tanta gioia! Un popolo gioioso tra le tante sofferenze, ma gioioso; un popolo con speranza. Una delle cose che più mi ha colpito in tutte le città, tra la folla, erano i papà e le mamme con i bambini, che alzavano i bambini perché il Papa li benedicesse, ma anche con orgoglio facevano vedere i propri bambini come a dire: “Questo è il nostro orgoglio! Questa è la nostra speranza”. Io ho pensato: un popolo capace di fare bambini e capace di farli vedere con orgoglio, come speranza: questo popolo ha futuro. E mi è piaciuto tanto.
In modo particolare in questo Viaggio ho sentito la continuità con i due Papi che prima di me hanno visitato la Colombia: il beato Paolo VI, nel 1968, nel 1968, e san Giovanni Paolo II, nell’86. Una continuità fortemente animata dallo Spirito, che guida i passi del popolo di Dio sulle strade della storia.
Il motto del Viaggio è stato “Demos el primer paso”, cioè “Facciamo il primo passo”, riferito al processo di riconciliazione che la Colombia sta vivendo per uscire da mezzo secolo di conflitto interno, che ha seminato sofferenze e inimicizie, procurando tante ferite, difficili da rimarginare. Ma con l’aiuto di Dio il cammino è ormai avviato. Con la mia visita ho voluto benedire lo sforzo di quel popolo, confermarlo nella fede e nella speranza, e ricevere la sua testimonianza, che è una ricchezza per il mio ministero e per tutta la Chiesa. La testimonianza di questo popolo è una ricchezza per tutta la Chiesa.
La Colombia – come la maggior parte dei Paesi latinoamericani – è un Paese in cui sono fortissime le radici cristiane. E se questo fatto rende ancora più acuto il dolore per la tragedia della guerra che l’ha lacerato, al tempo stesso costituisce la garanzia della pace, il saldo fondamento della sua ricostruzione, la linfa della sua invincibile speranza. E’ evidente che il Maligno ha voluto dividere il popolo per distruggere l’opera di Dio, ma è altrettanto evidente che l’amore di Cristo, la sua infinita Misericordia è più forte del peccato e della morte.
Questo Viaggio è stato portare la benedizione di Cristo, la benedizione della Chiesa sul desiderio di vita e di pace che trabocca dal cuore di quella Nazione: ho potuto vederlo negli occhi delle migliaia e migliaia di bambini, ragazzi e giovani che hanno riempito la piazza di Bogotá e che ho incontrato dappertutto; quella forza di vita che anche la natura stessa proclama con la sua esuberanza e la sua biodiversità. La Colombia è il secondo Paese al mondo per biodiversità. A Bogotá ho potuto incontrare tutti i Vescovi del Paese e anche il Comitato Direttivo della Conferenza Episcopale Latinoamericana. Ringrazio Dio di averli potuti abbracciare e di aver dato loro il mio incoraggiamento pastorale, per la loro missione al servizio della Chiesa sacramento di Cristo nostra pace e nostra speranza.
La giornata dedicata in modo particolare al tema della riconciliazione, momento culminante di tutto il Viaggio, si è svolta a Villavicencio. La mattina c’è stata la grande celebrazione eucaristica, con la beatificazione dei martiri Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, vescovo, e Pedro María Ramírez Ramos, sacerdote; al pomeriggio, la speciale Liturgia di Riconciliazione, simbolicamente orientata verso il Cristo di Bocayá, senza braccia e senza gambe, mutilato come il suo popolo.
La beatificazione dei due Martiri ha ricordato plasticamente che la pace è fondata anche, e forse soprattutto, sul sangue di tanti testimoni dell’amore, della verità, della giustizia, e anche di martiri veri e propri, uccisi per la fede, come i due appena citati. Ascoltare le loro biografie è stato commovente fino alle lacrime: lacrime di dolore e di gioia insieme. Davanti alle loro Reliquie e ai loro volti, il santo popolo fedele di Dio ha sentito forte la propria identità, con dolore, pensando alle tante, troppe vittime, e con gioia, per la misericordia di Dio che si stende su quelli che lo temono (cfr Lc 1,50).
«Misericordia e verità s’incontreranno, / giustizia e pace si baceranno» (Sal 85,11), abbiamo ascoltato all’inizio. Questo versetto del salmo contiene la profezia di ciò che è avvenuto venerdì scorso in Colombia; la profezia e la grazia di Dio per quel popolo ferito, perché possa risorgere e camminare in una vita nuova. Queste parole profetiche piene di grazia le abbiamo viste incarnate nelle storie dei testimoni, che hanno parlato a nome di tanti e tanti che, a partire dalle loro ferite, con la grazia di Cristo sono usciti da sé stessi e si sono aperti all’incontro, al perdono, alla riconciliazione.
A Medellín la prospettiva è stata quella della vita cristiana come discepolato: la vocazione e la missione. Quando i cristiani si impegnano fino in fondo nel cammino di sequela di Gesù Cristo, diventano veramente sale, luce e lievito nel mondo, e i frutti si vedono abbondanti. Uno di questi frutti sono gli Hogares, cioè le Case dove i bambini e i ragazzi feriti dalla vita possono trovare una nuova famiglia dove sono amati, accolti, protetti e accompagnati. E altri frutti, abbondanti come grappoli, sono le vocazioni alla vita sacerdotale e consacrata, che ho potuto benedire e incoraggiare con gioia in un indimenticabile incontro con i consacrati e il loro familiari.
E infine, a Cartagena, la città di san Pietro Claver, apostolo degli schiavi, il “focus” è andato sulla promozione della persona umana e dei suoi diritti fondamentali. San Pietro Claver, come più recentemente santa Maria Bernarda Bütler, hanno dato la vita per i più poveri ed emarginati, e così hanno mostrato la via della vera rivoluzione, quella evangelica, non ideologica, che libera veramente le persone e le società dalle schiavitù di ieri e, purtroppo, anche di oggi. In questo senso, “fare il primo passo” – il motto del viaggio – significa avvicinarsi, chinarsi, toccare la carne del fratello ferito e abbandonato. E farlo con Cristo, il Signore divenuto schiavo per noi. Grazie a Lui c’è speranza, perché Egli è la misericordia e la pace.
Affido nuovamente la Colombia e il suo amato popolo alla Madre, Nostra Signora di Chiquinquirá, che ho potuto venerare nella cattedrale di Bogotá. Con l’aiuto di Maria, ciascun colombiano possa fare ogni giorno il primo passo verso il fratello e la sorella, e così costruire insieme, giorno per giorno, la pace nell’amore, nella giustizia e nella verità.

Publié dans : PAPA FRANCESCO VIAGGI | le 13 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

SS Nome di Maria

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Publié dans : immagini sacre | le 12 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

SANTISSIMO NOME DI MARIA – 12 SETTEMBRE (MF)

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SANTISSIMO NOME DI MARIA – 12 SETTEMBRE (MF)

La festa del santo nome di Maria fu concessa da Roma, nel 1513, ad una diocesi della Spagna, Cuenca. Soppressa da san Pio V, fu ripristinata da Sisto V e poi estesa nel 1671 al Regno di Napoli e a Milano. Il 12 settembre 1683, avendo Giovanni III Sobieski coi suoi Polacchi vinto i Turchi che assediavano Vienna e minacciavano la cristianità, il Beato Innocenzo XI, in rendimento di grazie, estese la festa alla Chiesa universale e la fissò alla domenica fra l’Ottava della Natività. Il santo Papa Pio X la riportò al 12 settembre.
Martirologio Romano: Santissimo Nome della beata Vergine Maria: in questo giorno si rievoca l’ineffabile amore della Madre di Dio verso il suo santissimo Figlio ed è proposta ai fedeli la figura della Madre del Redentore perché sia devotamente invocata.
Nella storia dell’esegesi ci sono state diverse interpretazioni del significato del nome di Maria:

1) « AMAREZZA »
questo significato e` stato dato da alcuni rabbini: fanno derivare il nome MIRYAM dalla radice MRR = in ebraico « essere amaro ». Questi rabbini sotengono che Maria, sorella di Mose`, fu chiamata cosi` perche’, quando nacque, il Faraone comincio` a rendere amara la vita degli Israeliti , e prese la decisione di uccidere i bambini ebrei.
Questa interpretazione puo` essere accettata da noi Cristiani pensando quanto dolore e quanta amarezza ha patito Maria nel corredimerci:
[Lam. 1,12] Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’e` un dolore simile al mio dolore…
Inoltre il diavolo, di cui il Faraone e` figura, fa guerra alla stirpe della donna, rendendo amara la vita ai veri devoti di Maria, che, per altro, nulla temono, protetti dalla loro Regina.

2) « MAESTRA E SIGNORA DEL MARE »
Secondo questa interpretazione il nome di Maria deriverebbe da MOREH (ebr. Maestra-Signora) + YAM (= mare): come Maria, la sorella di Mose`, fu maestra delle donne ebree nel passaggio del Mar Rosso e Maestra nel canto di Vittoria (cf Es 15,20), cosi` « Maria e` la Maestra e la Signora del mare di questo secolo, che Ella ci fa attraversare conducendoci al cielo » (S.Ambrogio, Exhort. ad Virgines)
Altri autori antichi che suggeriscono questa interpretazione: Filone, S. Girolamo, S. Epifanio.
Questo parallelo tipologico tra Maria sorella di Mose` e Maria, madre di Dio, e` ripreso da Ps. Agostino, che chiama Maria « tympanistria nostra » (Maria sorella di Mose` e la suonatrice di timpano degli Ebrei, Maria SS. e` la tympanistria nostra, cioe` dei Cristiani: il cantico di Mose` del N.T sarebbe il Magnificat, cantato appunto da Maria: questa interpretazione e` sostenuta oggi dal P. Le Deaut, uno dei piu` grandi conoscitori delle letteratura tergumica ed ebraica in genere: secondo questo autore, S. Luca avrebbe fatto volontariamente questo parallelismo.

3) « ILLUMINATRICE, STELLA DEL MARE »
Secondo questa interpretazione il nome di Maria deriverebbe da: prefisso nominale (o participiale) M + ‘OR (ebr.= luce) + YAM (= mare): Cosi` S. Gregorio Taumaturgo, S. Isidoro, S. Girolamo (insieme alla precedente)
Alcuni autori ritengono che S. Girolamo in realta` non abbia interpretato il nome come « stella del mare », ma come « stilla maris », cioè: goccia del mare.
La presenza della radice di « mare » nel nome di Maria, ha suggerito diverse interpretazioni e/paragoni di Maria con il « mare »:
Pietro di Celles (+1183) Maria = « mare di grazie »: di qui Montfort riprende: « Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare, ha radunato tutte le grazie e le ha chiamate Maria » (Vera Devozione, 23).
Qohelet 1,7: « tutti i fiumi entrano nel mare »; S. Bonaventura sostiene che tutte le grazie (= tutti i fiumi) che hanno avuto gli angeli, gli apostoli, i martiri, i confessori, le vergini, sono « confluite » in Maria, il mare di grazie.
S.Brigida: « ecco perche` il nome di Maria e` soave per gli angeli e terribile per i demoni »
————-
Ave maris stella, Dei Mater alma, atque semper virgo, felix coeli porta…
Questo inno sembra una meditazione sul nome di Maria, in rapporto a Maria sorella di Mosè:
« Ave maris stella » (cf significato 3); « Dei Mater ALMA atque semper virgo »: Maria, sorella di Mose`, viene chiamata in Es 2,8, `ALMAH = « vergine » e, etimologicamente « nascosta »; « felix coeli porta », cioe` « maestra del mare » di questo secolo che Ella ci fa attraversare (cf. significato 2)

—————

4) PIOGGIA STAGIONALE
Secondo questa interpretazione il nome di Maria deriverebbe da MOREH (ebr. PRIMA PIOGGIA STAGIONALE)
Maria e` considerata come Colei che manda dal cielo una « pioggia di grazia » e « pioggia di grazia essa stessa ».
Questa interpretazione, che C. A Lapide attribuisce a Pagninus, viene in parte ripresa da S. Luigi di Montfort nella Preghiera Infuocata: commentando Ps. 67:10 « pluviam voluntariam elevasti Deus, hereditatem tuam laborantem tu confortasti » (Una pioggia abbondante o Dio mettesti da parte per la tua eredita`), il Montfort dice:
« [P.I. 20] Che cos’e`, Signore, questa pioggia abbondante che hai separata e scelta per rinvigorire la tua eredita` esausta? Non sono forse questi santi missionari, figli di Maria tua sposa, che tu devi scegliere e radunare per il bene della tua Chiesa cosi` indebolita e macchiata dai peccati dei suoi figli? »
Maria, pioggia di grazie, formera` e mandera` sulla terra una pioggia di missionari

5) ALTEZZA
Secondo questa interpretazione il nome di Maria deriverebbe da MAROM (ebr. ALTEZZA, EXCELSIS): questa ipotesi e` sostenuta, tra gli antichi dal Caninius, e, tra i moderni, da VOGT, soprattutto in base alle recenti scoperte dei testi ugaritici, che hanno permesso la comprensione di molte radici ebraiche.
Luca 1:78 per viscera misericordiae Dei nostri in quibus visitavit nos oriens EX ALTO
questo versetto, in base al testo greco e alla retroversione in ebraico, puo` essere tradotto:
ci ha visitati dall’alto un sole che sorge: Cristo e` il sole che sorge che viene dall’alto (il Padre)
oppure
ci ha visitati un sole che sorge « dall’alto » = da Maria

Publié dans : feste di Maria | le 12 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »
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