San Tommaso Apostolo

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Publié dans : immagini sacre | le 3 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

SAN TOMMASO APOSTOLO – 3 LUGLIO

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SAN TOMMASO APOSTOLO – 3 LUGLIO

Palestina – India meridionale (?), primo secolo dell’èra cristiana

Il suo nome, in aramaico, significa “gemello”. Ci sono ignoti luogo di nascita e mestiere. Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 11, ci fa sentire subito la sua voce, non proprio entusiasta. Gesù ha lasciato la Giudea, diventata pericolosa: ma all’improvviso decide di ritornarci, andando a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro. I discepoli trovano che è rischioso, ma Gesù ha deciso: si va. E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: « Andiamo anche noi a morire con lui ». E’ sicuro che la cosa finirà male; tuttavia non abbandona Gesù: preferisce condividere la sua disgrazia, anche brontolando.
Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità dopo la risurrezione. Lui è ben altro che un seguace tiepido. Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com’è, ci somiglia, ci aiuta. Eccolo all’ultima Cena (Giovanni 14), stavolta come interrogante un po’ disorientato. Gesù sta per andare al Getsemani e dice che va a preparare per tutti un posto nella casa del Padre, soggiungendo: « E del luogo dove io vado voi conoscete la via ». Obietta subito Tommaso, candido e confuso: « Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via? ». Scolaro un po’ duro di testa, ma sempre schietto, quando non capisce una cosa lo dice. E Gesù riassume per lui tutto l’insegnamento: « Io sono la via, la verità e la vita ». Ora arriviamo alla sua uscita più clamorosa, che gli resterà appiccicata per sempre, e troppo severamente. Giovanni, capitolo 20: Gesù è risorto; è apparso ai discepoli, tra i quali non c’era Tommaso. E lui, sentendo parlare di risurrezione “solo da loro”, esige di toccare con mano. E’ a loro che parla, non a Gesù. E Gesù viene, otto giorni dopo, lo invita a “controllare”… Ed ecco che Tommaso, il pignolo, vola fulmineo ed entusiasta alla conclusione, chiamando Gesù: “Mio Signore e mio Dio!”, come nessuno finora aveva mai fatto. E quasi gli suggerisce quella promessa per tutti, in tutti i tempi: « Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno ».
Tommaso è ancora citato da Giovanni al capitolo 21 durante l’apparizione di Gesù al lago di Tiberiade. Gli Atti (capitolo 1) lo nominano dopo l’Ascensione. Poi più nulla: ignoriamo quando e dove sia morto. Alcuni testi attribuiti a lui (anche un “Vangelo”) non sono ritenuti attendibili. A metà del VI secolo, il mercante egiziano Cosma Indicopleuste scrive di aver trovato nell’India meridionale gruppi inaspettati di cristiani; e di aver saputo che il Vangelo fu portato ai loro avi da Tommaso apostolo. Sono i “Tommaso-cristiani”, comunità sempre vive nel XX secolo, ma di differenti appartenenze: al cattolicesimo, a Chiese protestanti e a riti cristiano-orientali.

Patronato: Architetti
Etimologia: Tommaso = gemello, dall’ebraico
Emblema: Lancia

Martirologio Romano: Festa di san Tommaso, Apostolo, il quale non credette agli altri discepoli che gli annunciavano la resurrezione di Gesù, ma, quando lui stesso gli mostrò il costato trafitto, esclamò: «Mio Signore e mio Dio». E con questa stessa fede si ritiene abbia portato la parola del Vangelo tra i popoli dell’India.

Papa Francesco ce lo presenta così: “Tommaso è uno che non si accontenta e cerca, intende verificare di persona, compiere una propria esperienza personale. Dopo le iniziali resistenze e inquietudini, alla fine arriva anche lui a credere, pur avanzando con fatica”. A noi tutti è familiare la figura di questo Apostolo: quante volte l’abbiamo sentito citare nelle omelie e nel linguaggio comune. “Io sono come San Tommaso, se non vedo non credo!” Così nella nostra tradizione lui è diventato il modello dello scettico che ha bisogno di vedere e di toccare per credere ma che poi, dinnanzi alla prova dei sensi, ci regala la più bella espressione di fede piena ed autentica “Signore mio e mio Dio”!
Il suo profilo delineato nei Vangeli
Nei Vangeli sinottici Tommaso viene nominato insieme con Matteo, negli Atti sta accanto a Filippo. Il Vangelo di Giovanni parla di lui più degli altri, definendolo Didimo, cioè gemello. Ora in modo analitico ma sintetico prendiamo in esame le singole pagine evangeliche che ci parlano di lui. Gesù, in una giornata molto particolare riceve il seguente messaggio dalle sorelle di Lazzaro: “Signore, ecco colui che tu ami è malato”. Gesù sapeva che quella malattia dell’amico sarebbe stato un mezzo per la glorificazione del Figlio di Dio. Per questo, dopo due giorni di sosta, disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea”. Ma i discepoli gli risposero che sarebbe stato molto rischioso ritornare in Giudea, dove proprio i Giudei avevano tentato di lapidarlo. Come sarebbe stato possibile tornarci di nuovo? Allora Gesù parlò della luce del giorno e delle tenebre della notte, del sonno di Lazzaro e della necessità di risvegliarlo. Ma gli apostoli non capirono. Gesù parlò più chiaro e disse che Lazzaro era morto, allora Tommaso, chiamato Didimo disse agli altri: “Andiamo anche noi a morire con lui” ( Gv. 11, 16) Tommaso in questo passo di Giovanni rivela una personalità determinata, disponibile a seguire Gesù sempre, fino a condividere con lui la stessa morte. Nell’Ultima Cena, mentre si avvicina il tempo della sua passione e morte, Gesù si rivolge ai discepoli e annuncia di andare a preparare un posto per loro, perché essi siano insieme con lui. Poi precisa: “ Del luogo dove io vado, voi conoscete la via”. (Gv. 14,4) Tommaso, da uomo concreto, interviene dicendo: “Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via? “(Gv. 14,5) E Gesù risponde :” Io sono la via, la verità e la vita”. La rivelazione di Gesù rivolta a Tommaso vale per gli uomini di tutti i tempi, perciò chiunque voglia intraprendere un cammino di fede potrà camminare al fianco di Tommaso e come lui accogliere la verità del Cristo morto e risorto per la salvezza della intera famiglia umana.
Il celebre dipinto teologico dell’apparizione Pasquale e della sua iniziale incredulità
Nel racconto della Passione di Gesù non si fa cenno a Tommaso, ma la sua sofferenza si capisce dagli avvenimenti successivi, che accadono dopo la Resurrezione. La sera di quel giorno, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi” Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono nel vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il padre ha mandato me, io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati”. Quando i discepoli riferirono a Tommaso che avevano visto il Signore, lui stenta a crederci e afferma che se non lo vedrà con i suoi stessi occhi e non lo toccherà con le sue mani non crederà. (Gv. 20, 25) Otto giorni dopo la Pasqua, i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù a porte chiuse, stette in mezzo e disse: « Pace a voi ». Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco e non essere incredulo, ma credente”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” Gesù gli disse: “Perché hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”.(Gv. 20, 26-29) Tommaso, partito da una condizione di incertezza e di dubbio giunge alla più bella espressione di fede. Sull’esempio di Tommaso, ogni uomo di buona volontà, partendo dal dubbio, può andare alla ricerca della fede in qualsiasi momento della vita e approdare all’incontro con Gesù Eucaristia inizio e compimento di ogni storia di salvezza personale.
La sua missione dopo l’Ascensione tra devozione e leggenda, evangelizzatore dell’India
Secondo una tradizione che risale almeno a Origene (185-255 circa), Tommaso evangelizzò la regione dei Parti, cioè la Siria e la Persia. Un’altra tradizione, più tarda, che risale a Gregorio Nazianzeno (329-390 circa), attribuisce a Tommaso l’evangelizzazione dell’India, regione dove avrebbe subito il martirio. Questa tradizione appare accolta anche dagli apocrifi Atti di Tommaso. Secondo questo testo dunque Tommaso giunse fino all’alto corso del fiume Indo, nell’India occidentale, per trasferirsi poi nell’India meridionale, dove morì martire, ucciso a colpi di spada o di lancia, poco lontano da Calamina. Isidoro di Siviglia verso il 636 pone in questo giorno anche la sua sepoltura nella stessa Calamina, città non altrimenti nota ma che probabilmente deve identificarsi con l’odierna Mylapore, sobborgo di Chennai-Madras, dove il luogo del suo martirio è ancora indicato da una croce con iscrizione in antico persiano del VII secolo. Nella locale comunità cristiana, a lungo separata dall’Occidente fino a quando nel 1517 i portoghesi arrivarono in India, si è sempre conservata viva nei secoli la tradizione della propria origine dalla predicazione di Tommaso. Quello che la popolazione locale identificava ancora con il suo sepolcro (che fu visitato da Marco Polo nel 1292, e di cui recenti considerazioni archeologiche confermerebbero l’antichità), all’arrivo dei portoghesi era da secoli custodito da una famiglia musulmana. Essi vi edificarono sopra una chiesa, dal XIX secolo sostituita dall’attuale chiesa cattedrale intitolata all’apostolo. Da questo sepolcro le reliquie di Tommaso, come affermano gli stessi Atti di Tommaso e poi, verso la fine del IV secolo, il siriano sant’Efrem, erano state trafugate e trasferite a Edessa, probabilmente già dal 230 (la tradizione riporta la data precisa del 3 luglio. Il 13 dicembre 1144 Edessa subì l’ultima e definitiva conquista musulmana: ma prima di questo avvenimento le reliquie di Tommaso erano state traslate probabilmente nell’isola di Chios. È da qui infatti che le vediamo pervenire nella cittadina di Ortona in Abruzzo, insieme alla pietra tombale, secondo il racconto che si legge in una pergamena del 22 settembre 1259, un solenne atto pubblico che raccoglie le testimonianze, rese sotto giuramento, degli ortonesi che asportarono da Chios le reliquie di Tommaso, da allora le reliquie di Tommaso sono custodite nella Concattedrale a lui intitolata. Soprattutto il suo viaggio in Oriente che, secondo Giovanni Crisostomo, lo avrebbe portato fin nella terra dei Re Magi e li sarebbe rimasto fino alla morte svolgendo anche l’attività di architetto. Per questo Tommaso viene frequentemente rappresentato con uno squadro in mano, simbolo chiaro della sua professione.
La tradizione della cintura della Madonna data a Tommaso
Un’antica tradizione, raccolta nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine, ricollega Tommaso all’Assunzione in cielo di Maria. Dopo la morte della Vergine, Gesù stesso fece porre il suo corpo in un sepolcro, poi, dopo tre giorni, lo riunì all’anima e l’accolse in cielo. La cintura di Maria cadde, ancora stretta, nelle mani di Tommaso; secondo alcuni, come segno di particolare predilezione, secondo altri, per vincere la sua incredulità. In controluce al brano evangelico della Resurrezione, Tommaso sarebbe arrivato dopo esprimendo incredulità, per questo venne confermato da questo segno.
San Tommaso architetto di Dio in India
L’Apostolo Tommaso in India, luogo che aveva avuto per annunciare la Resurrezione del Signore, era abitata da popolazioni considerate barbare, fra cui era ben radicata la mancanza di vera fede e di vera pietà. Con le armi dell’amore e con la pazienza battezzò ricchi e poveri, grandi e piccoli, potenti e governanti. Non utilizzò una predicazione rigida, dura ed i castighi, ma fu sempre disponibile, semplice, umile e vicino ai bisogni dell’uomo, trovandosi anche a predicare i miracoli del proprio Maestro. Nel nome del proprio Signore e Dio, l’Apostolo Tommaso compì diversi miracoli in diverse città indiane e si diffuse così la fede nella salvezza delle anime e, soprattutto, per la prima volta furono fondate comunità cristiane ed ordinati diaconi, presbiteri e vescovi. I miracoli del Santo Apostolo Tommaso commuovono e donano la salute agli infermi, molti dei quali sono battezzati e diventano membri della Chiesa. Si diffuse pure la fama della sua santità, anche al di fuori dei confini locali. Compì le imprese più grandi per la sua comprensione e custodia. Dalla città, dove viveva l’Apostolo Tommaso, alcuni fecero visita al re. Nel corso dell’incontro il re li interrogò per essere informato della grandezza e bellezza del palazzo reale. Tommaso, che aveva ricevuto dell’oro per costruire un nuovo palazzo e che, invece, lo aveva distribuito tra i poveri ed i bisognosi, non si era preoccupato della costruzione del palazzo. Costoro gli risposero: “Re, non attendere un nuovo palazzo, poiché costui ha distribuito l’oro ai poveri e per di più annuncia un Dio sconosciuto e compie miracoli”. Il re si adirò ed ordinò di portargli davanti San Tommaso. Dopo che gli fu portato, gli chiese se avesse costruito il nuovo palazzo e l’apostolo Tommaso gli rispose: “ho costruito l’unico stupendo tipo di palazzo che ho imparato a costruire dall’architetto che è Cristo”. Il re rispose: “andiamo ora a vederlo” e l’Apostolo Tommaso replicò: “ Ritengo che non serva ora. Quando partirai da questo mondo, allora ti servirà”. Il re, adirato, ritenendo di essere burlato, ordinò di rinchiudere l’imbroglione in una fossa buia.Mentre San Tommaso era in prigione con il mercante Amvani, il fratello del re, colpito dal un profondissimo dolore per il danno subito, si ammalò gravemente. Chiamò il fratello e gli disse: “Sono profondamente addolorato per il danno subito a causa di quell’imbroglione e per questo motivo mi sono ammalato e parto da questa vita”. Poco dopo morì. Un Angelo del Signore prese la sua anima e lo portò tra le tende dei giusti e gli chiese. “ dove vuoi abitare?” la sua anima, vedendo una tende bellissima, pregò l’Angelo di lasciarlo in quel posto e questi gli rispose: “In questa non puoi, perché è di tuo fratello, è quella costruita da Tommaso”. L’anima rispose: “Ti prego, lasciami tornare da mio fratello per comprarla e poi tornerò qui”. L’Angelo restituì l’anima al corpo morto e questi riprese vita, incontro il fratello e gli disse: “Fratello mio, credo che tu sia disposto a dare metà del tuo regno per vedermi vivo. Ti chiedo, quindi, una piccola grazia. Certamente, l’hai detto e farò quanto posso: “Dammi il palazzo il palazzo che hai nei cieli e prendi pure tutte le ricchezze che desideri. Io ho un palazzo nei cieli? Da dove?. “Si ce l’hai, anche se tu non lo conosci. Lo ha costruito lo straniero che è in prigione. E’ bellissimo. L’ho visto, melo ha mostrato l’Angelo. Il re capì, ma si guardò dal mantenere la promessa, dicendo: “Fratello mio, se si trattasse di qualcosa appartenente al mio regno, potrei mantenere la mia promessa. Ora si tratta di qualcosa che è in cielo. Prendi tu stesso Tommaso, affinché te ne prepari uno di migliore.” Dopo tutto ciò liberò Tommaso ed il mercante Amvani, chiedendo perdono per il proprio errore. Tommaso ringraziò il Signore e battezzò tutte le autorità. Il popolo venne a sapere ciò e molte altre cose e si accostò alla nuova fede, con riverenza e rispetto.
Il martirio di Tommaso secondo la tradizione delle chiese orientali
Il re di Misdia, visitò la prigione, incontrò Tommaso e gli chiese: “Sei servo di qualcuno o sei libero?”. Egli rispose: “Sono servo di Gesù Cristo, che è il vero Dio e dimora nei cieli. Egli mi ha inviato qui a salvare anime.” Gli rispose il re di Misdia: “Mi sono stancato di ascoltare le tue predizioni e le false correzioni e, pertanto, ti condanno alla morte, per cui sei giunto. Così sarà liberato il mio popolo ed io stesso dalle tue magie, dai tuoi inganni e dalle tue malvagità. E’ doveroso sottolineare a questo punto che il re temeva il popolo che venerava, onorava ed ammirava l’Apostolo Tommaso, poiché molti credevano alla sua predicazione, erano stati aiutati spiritualmente ed erano divenuti membri della Chiesa. Per sfuggire alle proteste, alla confusione ed alla rivolta, lo condusse, con pochi soldati, fuori della città, e glielo consegnò perché lo uccidessero su di un monte. Nonostante ciò, il popolo accorse per strappare l’Apostolo dalle mani dei soldati, mentre egli pregava incessantemente, dicendo: “Signore, Dio mio, che sei la mia speranza e la liberazione di tutti i fedeli, guidami oggi mentre vengo vicino a te e che la mia anima non sia ostacolata dai demoni malvagi. Ho completato la mia opera ed ho adempiuto il tuo comandamento, dal momento che sono stato venduto come schiavo. Concedimi ora la libertà.”Dopo aver pregato, benedisse i fedeli e disse ai soldati: “E’ giunta per voi l’ora di adempiere all’ordine del re.”Immediatamente i soldati lo colpirono e lo trafissero con i dardi e terminò il viaggio sulla terra nella città del Malabar (Maliapour), chiamata San Tommaso, nella parte occidentale della Penisola Indiana.
Le sue reliquie custodite ad Ortona
La basilica di San Tommaso apostolo di Ortona, concattedrale dell’arcidiocesi di Lanciano-Ortona, dal 6 settembre 1258 custodisce le Ossa di san Tommaso apostolo. Il navarca ortonese, il pio Leone, insieme con i commilitoni, riportò sulla galea il corpo dell’Apostolo e la pietra tombale, dall’isola greca di Chios. Chios rappresentava uno spazio del secondo fronte di guerra, dove la flotta ortonese composta da tre galee, si era recato a combattere, al seguito dell’ammiraglio di Manfredi, Filippo Chinardo. Da quella data la basilica diventa centro di preghiera, richiamo di pellegrini, ma anche oggetto di varie distruzioni.

Autore: Don Luca Roveda

 

Publié dans : SANTI APOSTOLI | le 3 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Dio creatore

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Publié dans : immagini sacre | le 2 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

COME È FATTO L’ALDILÀ?

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COME È FATTO L’ALDILÀ?

«Nel pensare l’Aldilà siamo troppo condizionati dal modello della Divina Commedia?», chiede un lettore. Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla facoltà teologica dell’Italia centrale.

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
Santi in Paradiso
12/02/2017 di Redazione Toscana Oggi

Ho letto la risposta sulla teoria del Limbo (sul numero 2 di Toscana Oggi) e condivido il concetto, come anche quello relativo ad un’aldilà diviso in settori. Dante con la sua Commedia ci ha illustrato il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio come luoghi in cui vengono proiettati i nostri sentimenti terreni di giudizio. Questo modo di pensare ci ha condizionato in modo radicale ed in certo qual modo deviante. Ma mi permetto di farLe questa domanda: se sono «stati» ma non «luoghi» il Cristo Risorto dove sta se non in un «luogo»?
Ho sempre immaginato «terre nuove» e «cieli nuovi» situate in un’altra dimensione, quindi fuori dal cosmo mortale che la resurrezione ci garantisce subito o alla fine dei tempi. Forse sto facendo una grande confusione e chiedo aiuto.
La domanda si addentra in una questione un po’ complessa e complicata, perché nessuno è stato nell’Aldilà ed è tornato, e nessuno ha potuto dare una sbirciatina da qualche finestrino che dà sull’altro mondo. Perciò si ricostruisce male quello di cui non si sa quasi niente.
Nell’altro mondo o paradiso sappiamo che vi sono solo due corpi quello di Gesù e quello di sua madre Maria, tutto il resto sono anime in attesa della resurrezione dei loro corpi. Stando a quello che le parole significano vuol dire che vi sono solo due nature umane quella di Gesù e quella di Maria. Le anime mancando dei corpi non sono una natura umana, ma solo la parte spirituale della persona che era nella vita terrena.
Il problema come sia la corporeità nell’Aldilà, di cui chiede il lettore, per ora riguarda solo i corpi di Gesù e di Maria. Di primo acchito la risposta sembra facile: dato che Gesù e Maria sono subito saliti in cielo, il corpo è certamente quello che avevano al momento. Ma per gli altri esseri umani, che corpo resusciterà?
Su questo argomento abbiamo alcune informazioni: Gesù dopo la resurrezione e i testi di S. Paolo. Gesù, dicono i Vangeli, appariva ai discepoli più o meno come era stato in vita, ma non aveva le stesse caratteristiche della corporeità materiale, infatti ogni volta che lo incontravano i discepoli avevano difficoltà a riconoscerlo e lo facevano solo quando compiva qualche gesto che rivelava chi fosse. Inoltre si presentava in luoghi diversi passando muri e spazi e tempi, invitava a toccarlo e si mangiava un bel pesce a dimostrazione che il corpo che aveva era realmente un corpo fisico. Dunque c’era una fisicità che non aveva i caratteri della materialità. San Paolo, poi, dice: «Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale» (1 Cor 15,42ss).
Cosa se ne conclude? Che non sappiamo bene come potrà essere il nostro corpo glorioso e spirituale che riprenderemo alla resurrezione dei morti, e non possediamo categorie adatte per poterlo dire. Dai testi e dai fatti possiamo dedurre: a) che avremo il nostro corpo fisico; b) che ha perso le qualità tipiche della materialità di cui abbiamo esperienza in questo mondo cioè spazio-tempo; c) che sarà l’anima a permeare e a impregnare il corpo sì da renderlo vivo-spirituale, come nella semina la vita permane nella macerazione del chicco e rispunta come un germoglio nuovo e vitale. In altri termini, come ora nel mondo materiale la corporeità sottomette l’anima, nella resurrezione sarà l’anima a dare i caratteri di se stessa al corpo. Dunque il corpo sarà fisico ma non più materiale, perché la fisicità perde le qualità spazio-temporali della materia, cioè non ha più i caratteri che la fanno di questo mondo. In tal senso i corpi di Gesù e di Maria non hanno un luogo, perché ne prescindono, e non ne bisognano in quanto non occupano spazio. I cieli nuovi e le terre nuove avranno i medesimi requisiti, perché la luce di Dio eliminerà dalla materia quelle qualità che la separano da un rapporto diretto con Lui.
E secondo me la ragione sta nel contrario. Il mondo come ora noi siamo e esistiamo è dovuto alla separazione da Dio, ora, cioè, siamo in una dimensione che non è quella originaria perché un creato separato da Dio non ha senso. Il peccato d’origine ha spezzato la diretta comunione con Dio e ha fatto sì che il mondo entrasse in una dimensione che chiamo «materiale», dove si è imposta e vive la «quantità», cioè la divisibilità, che è ragione della morte. Ed è tale divisibilità che rende materialità la fisicità eterna, del primo creato, così come ora noi la percepiamo, ma in origine non era così: la fisicità non era materiale, perché non aveva né spazio e né tempo in quanto Dio aveva creato tutto nella vita e non c’era ombra di morte (materialità). Così interpreto: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra. La giustizia infatti è immortale» (Sap. 1,13-15). Infatti le caratteristiche della materialità che fanno dell’essere creato un mortale sono lo spazio-tempo, tolte queste il mondo ritornerebbe «eterno» cioè vivente, esistente, senza veleno di morte. Quando Dio lo creò era così, e di conseguenza lo stato «normale» del creato sarebbe come Dio lo creò e non come l’essere umano col peccato lo ha ridotto, e che ora costatiamo. In conclusione i corpi risorti riacquistano le loro originarie proprietà di vita eterna e, perdendo i caratteri di spazio-tempo, ritroveranno la diretta comunione con Dio senza necessità di occupare luoghi e zone materiali. Questo ce lo indica il fatto che il corpo-umanità di Gesù e di Maria non avevano contratto il peccato originale, e perciò tornano ad essere come Dio li aveva originariamente creati in intima comunione con Lui.

Athos Turchi

Publié dans : Teologia biblica | le 2 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Gesù e la figlia di Giairo

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Publié dans : immagini sacre | le 29 juin, 2018 |Pas de Commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

https://combonianum.org/2018/06/28/prepararsi-alla-domenica-xiii/

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Marco 5, 21-43

Ermes Ronchi

La casa di Giairo è una nave squassata dalla tempesta: la figlia, solo una bambina, dodici anni appena, è morta. E c’era gente che piangeva e gridava. Di fronte alla morte Gesù è coinvolto e si commuove, ma poi gioca al rialzo, rilancia, e dice a Giairo: tu continua ad aver fede. E alla gente: la bambina non è morta, ma dorme. E lo deridevano. Allora Gesù cacciò tutti fuori di casa. Costoro resteranno fuori, con i loro flauti inutili, fuori dal miracolo, con tutto il loro realismo. La morte è evidente, ma l’evidenza della morte è una illusione, perché Dio inonda di vita anche le strade della morte.
Prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui. Gesù non ordina le cose da fare, prende con sé; crea comunità e vicinanza. Prende il padre e la madre, i due che amano di più, ricompone il cerchio degli affetti attorno alla bambina, perché ciò che vince la morte non è la vita, è l’amore.
E mentre si avvia a un corpo a corpo con la morte, è come se dicesse: entriamo insieme nel mistero, in silenzio, cuore a cuore: prende con sé i tre discepoli preferiti, li porta a lezione di vita, alla scuola dei drammi dell’esistenza, vuole che si addossino, anche per un’ora soltanto, il dolore di una famiglia, perché così acquisteranno quella sapienza del vivere che viene dalla ferite vere, la sapienza sulla vita e sulla morte, sull’amore e sul dolore che non avrebbero mai potuto apprendere dai libri: c’è molta più “Presenza”, molto più “cielo” presso un corpo o un’anima nel dolore che presso tutte le teorie dei teologi
Ed entrò dove era la bambina. Una stanzetta interna, un lettino, una sedia, un lume, sette persone in tutto, e il dolore che prende alla gola. Il luogo dove Gesù entra non è solo la stanza interna della casa di Giairo, è la stanza più intima del mondo, la più oscura, quella senza luce: l’esperienza della morte, attraverso la quale devono passare tutti i figli di Dio. Gesù entrerà nella morte perché là va ogni suo amato. Lo farà per essere con noi e come noi, perché noi possiamo essere con lui e come lui. Non spiega il male, entra in esso, lo invade con la sua presenza, dice: Io ci sono.
Talità kum. Bambina alzati. E ci alzerà tutti, tenendoci per mano, trascinandoci in alto, ripetendo i due verbi con cui i Vangeli raccontano la risurrezione di Gesù: alzarsi e svegliarsi. I verbi di ogni nostro mattino, della nostra piccola risurrezione quotidiana. E subito la bambina si alzò e camminava, restituita all’abbraccio dei suoi, a una vita verticale e incamminata.
Su ogni creatura, su ogni fiore, su ogni bambino, ad ogni caduta, scende ancora la benedizione di quelle antiche parole: Talità kum, giovane vita, dico a te, alzati, rivivi, risorgi, riprendi il cammino, torna a dare e a ricevere amore.

Santi Pietro e Paolo

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Publié dans : immagini sacre | le 28 juin, 2018 |Pas de Commentaires »

FESTIVITÀ DEI SANTI PIETRO E PAOLO – GIOVANNI XXIII

https://w2.vatican.va/content/john-xxiii/it/homilies/1961/documents/hf_j-xxiii_hom_19610629_pietro-paolo.html

FESTIVITÀ DEI SANTI PIETRO E PAOLO – GIOVANNI XXIII

OMELIA DEL SANTO PADRE

Basilica Vaticana

Giovedì, 11 maggio 1961

Diletti figli!

In tutti i punti della terra i santi patroni delle varie Chiese raccolgono venerazione nella ricorrenza festiva di ciascuno.
San Pietro e San Paolo sono venerati dappertutto nel mondo per la più alta dignità del loro compito quale si è manifestato nel disegno di Cristo.
Di fatto, San Leone Magno — le cui spoglie mortali riposano qui, presso la Confessione, come a corona insieme coi Papi più insigni dell’antichità — San Leone Magno dice che i due Apostoli Pietro e Paolo, araldi precipui del Vangelo, sono giustamente oggetto di culto straordinario in quest’Urbe gloriosa, centro della cristianità, per aver consumato qui il loro sacrificio, e segnato per ciò da Roma l’inizio della loro universale esaltazione.
Che belle parole per questa loro festa, in die martyrii laetitiae principatus! (S. Leonis Papae – Sermo I in natali App. Petri et Pauli).
« Questi sono in verità i grandi personaggi che hanno fatto splendere innanzi a te, o Roma, il Vangelo di Cristo; e da maestra che tu eri di errore, sei divenuta discepola della verità ».
Ed ancora aggiunge S. Leone :
« Pietro e Paolo sono veramente i tuoi padri e pastori. Essi hanno inserito il tuo nome nei regni celesti e ti hanno edificato Chiesa di Cristo assai meglio e con successo più felice, o Roma, di coloro che hanno costruito le tue mura. È al loro merito apostolico che si intitolano la gloria singolare della tua storia e l’onore di essere proclamata gente santa, popolo eletto, città sacerdotale e regia, posta in condizione di presiedere dalla cattedra di Pietro ad una dominazione spirituale nel mondo intero più carica di vittorie e con diritto di impero sulla terra e sui mari, e con più vasta fortuna che non quella degli antichi conquistatori (ibid.) ».
Che confronto, che fremito, o Roma, tra le monumentali parole : bellicus labor et pax christiana, che rappresentano la tua massima gloria e il tuo più luminoso destino. Esse contengono il mistero ed il monito dei tempi nuovi : l’aut aut del prossimo o non lontano avvenire dei popoli e dei secoli.
Diletti figli, il Signore per la intercessione dei Santi suoi ci preservi da ogni male e ci conservi la sua pace.
È nella soavità di questa pace cristiana che il buon popolo di Roma ama onorare San Pietro, principe e capo della Chiesa universale nella festa sua.
Questa basilica, rifulgente di maestà, unica al mondo, riceve oggi l’omaggio più familiare dei figli di Roma, a cui si uniscono i visitatori e pellegrini innumerevoli che qui convengono da tutte le genti.
Roma è grande e fascinatrice : ma soprattutto grande è il tempio del Principe degli Apostoli.
L’umile successore di San Pietro — il 261° della serie — sino dal pomeriggio di ieri ha compiuto il suo sacro dovere di iniziare la celebrazione della grande festività presiedendo ai vesperi placidi e melodiosi della liturgia, seguito dallo splendore della sua religiosa famiglia : sacro Collegio dei Cardinali e diversi ordini della prelatura, a cui si sono unite alte rappresentanze e folla nobile e devota di popolo dalle fogge e dalle lingue diverse.
Commovente è stata ier sera per il Nostro spirito la benedizione dei sacri pallii, e poi la visita alla cripta preziosa che raccoglie le sacre memorie dell’Apostolo Pietro, alla cui statua di bronzo abbiamo infine baciato religiosamente il sacro piede. Stamane Ci è piaciuto tanto di tornare a questo altare benedetto, elevando la divina oblazione pro universo mundo. Seguiranno, prima e dopo il meriggio, altre e solenni cerimonie in onore di San Pietro e San Paolo, et more solito le visite dei fedeli qui convenienti da tutta Roma.
Ah! questo pellegrinaggio popolare dei figli dell’Urbe, certo lieto e imponente, quanto piacerebbe ammirarlo non come spettacolo di semplice abitudine tradizionale di sciolti passi, e di visi aperti alle magnificenze del tempio massimo della cristianità, ma come spettacolo di sacra penetrazione di spirito, di cuori silenziosi e ardenti. Il culto dei Santi nella tradizione cattolica non è solo accenno di rispetto e fuggevole invocazione a fior di labbra in sempre meno frequenti occasioni della vita; ma conversazione viva dell’anima, ascolto attento delle lezioni preziose, degli insegnamenti che dai Santi ci vengono a luce, a letizia, a incoraggiamento. Sancti tui, Domine, benedicent Te!
Sì, i Santi benedicono Dio e ci ottengono la benedizione di Dio. Questa benedizione però vuol essere esercizio di buon magistero per il nostro progresso spirituale : soprattutto se noi lo chiediamo a quelli che sono i più grandi della Chiesa, e che per la grazia del Signore hanno assolto ai compiti più eccelsi : apostoli primi dell’Evangelo, difensori e illustratori della dottrina celeste, luce del secolo in cui sono vissuti e che son venuti di poi.
San Pietro troneggia sempre dalla sua cattedra augusta del Vaticano; ma egli anche ha insegnato e continua ad insegnare per mezzo dei suoi successori, i Papi della Chiesa universale. Vi diremo, di più. Finché è vissuto sulla terra, assolvendo il suo mandato apostolico, San Pietro ha colto tutte le buone occasioni da Roma di predicare in città, e di scrivere ai primi fedeli lontani, come erano quelli sparsi o pellegrini della diaspora del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia e della Bitinia, a cui si è rivolto con le sue lettere; oppure approfittava di Giovanni Marco, che abitava con lui in Roma e che del Vangelo di Pietro fu l’interprete e il portavoce autorizzato nella stesura del medesimo.
Oh! meraviglia e consolazione per noi, a tanta distanza di secoli poter ascoltare ancora l’insegnamento di Pietro.
A vostra edificazione, diletti figli, ed a vostro incoraggiamento, vogliate ascoltare alcune delle espressioni di San Pietro, che nel suono delle sue parole pone prezioso ornamento alla esultanza delle nostre anime nella festa sua :
« Carissimi, io vi supplico, stranieri e pellegrini quali voi siete su questa terra, ad astenervi dalle cupidigie carnali che fanno guerra all’anima. Comportatevi bene in mezzo ai pagani, affinché se essi ora sparlano di voi come di malfattori, glorifichino poi il Signore, rendendosi conto delle opere buone nel giorno della sua visita.
Siate sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore : sia al re in quanto sovrano, sia ai suoi ministri in quanto inviati per correggere e punire chi fa male e approvare chi fa bene. È volontà di Dio che operando il bene riduciate al silenzio l’ignoranza degli uomini insensati; da veri uomini liberi che non si servono della libertà come velo della malizia, ma sono servitori di Dio. Onorate tutti; amate i fratelli; temete Iddio; onorate il re. — (San Pietro parlava naturalmente secondo la condizione di quei tempi, ma la dottrina vale per tutti i tempi).
Domestici, siate sottomessi con ogni rispetto ai padroni, non soltanto a quelli buoni e ragionevoli, ma anche a quelli duri. Questo infatti è gradito : sopportare pene in omaggio a Dio soffrendo ingiustamente : Haec est enim gratia in Christo Iesu Domino nostro (cfr. 1 Petr. 2, 11-19) ».
Come sentite, diletti figli, il primo Vescovo di Roma tocca qui un aspetto della questione sociale. L’esortazione alla obbedienza ed alla pazienza è tutta ispirata a motivo soprannaturale. Si tratta sempre di quella obbedienza che è perfezione di conformità all’esempio di Cristo, ingiustamente trattato, eppur obbediente. La dottrina cattolica contenuta in questo brano della pri ma Lettera di San Pietro non ha sùbito la contropartita di precetti diretti ai ricchi ed ai superiori, di alcuni dei quali la condotta, in questo capitolo secondo, viene apertamente definita ingiusta. Di questa dottrina si parla altrove, e non solo da San Pietro, ma da San Paolo, da San Giacomo e ancor prima in molteplici passi dei Vangeli e del Testamento antico.
Figliuoli di Roma! Coraggio. Teniamoci fedeli a questa dottrina : dottrina apostolica : dottrina di Cristo. Ameremmo davvero fornirvi qualche saggio più diffuso del la buona dottrina sociale contenuta nelle lettere di San Pietro in rapporto ai vari aspetti della convivenza umana, per la quale l’Apostolo si è occupato con zelo, con molto garbo, secondo le circostanze di quei tempi. Ma basta così. Il grande documento in forma di Lettera Enciclica — ne pronunciamo il titolo per la prima volta in pubblico — Mater et Magistra, per cui si stanno allestendo le varie traduzioni nelle principali lingue del mondo, formerà pascolo ubertoso al vostro spirito, come abbiamo già avuto il compiacimento di dire con solennità nella celebrazione della Rerum novarum dello scorso maggio.
In onore di San Pietro, ed a prontezza di ossequio all’apostolica dottrina che sta per essere promulgata, Ci accontentiamo di citare ancora un pensiero della prima Lettera di lui, che è preparazione alla lettura del più vasto documento sociale di data recentissima.
Trattasi di una raccomandazione diretta a tutti i cristiani senza distinzione, e che si riassume nell’invito alla unione dei cuori ed allo spirito di mutua comprensione e di perdono :
« Siate tutti, o fratelli, di uno stesso sentimento; compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, umili.
Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria. Al contrario rispondete benedicendo, perchè siete stati chiamati a ereditare benedizione. Infatti :
Chi vuole amare la vita — e vedere giorni beati distolga la lingua dal male — e le labbra dal parlare bugiardo — si allontani dal male e operi il bene — ricerchi e persegua la pace.
Gli occhi del Signore si rivolgono ai giusti e le sue orecchie alle loro preghiere » (1 Petr. 3, 8-12).
Diletti figli. Sopra questa dottrina poniamo di gran cuore il suggello della preghiera Nostra di umile successore di San Pietro, perchè ciascuno di voi ne faccia tesoro per il presente e per l’avvenire; e sopra le vostre persone, in special modo sui figliuoli di questa diletta Roma, si effonda oggi particolarmente commossa ed esultante la Nostra Apostolica Benedizione.

 

Publié dans : SAN PIETRO E PAOLO SOLENNITÀ | le 28 juin, 2018 |Pas de Commentaires »

Chagall, Il passaggio del Mar Rosso

imm it

Publié dans : immagini sacre | le 26 juin, 2018 |Pas de Commentaires »

L’ESODO – L’ALLEANZA TRA DIO E IL POPOLO –

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L’ESODO – L’ALLEANZA TRA DIO E IL POPOLO –

p. Giuseppe Paparone

L’ALLEANZA TRA DIO E IL POPOLO IL DONO DELLA TORAH
Per entrare in modo sempre più proficuo nel cuore della Rivelazione biblica, è opportuno cogliere una duplice sfumatura.
La Bibbia, da una parte, ci offre un’informazione di tipo conoscitivo e anche una formazione catechetica, sistematica.
Dall’altra, ci introduce nella dimensione spirituale, la più importante e necessaria per entrare in una relazione con Dio che dia pienezza a tutta la nostra esistenza, a tutta la nostra sfera esistenziale: corporea, spirituale, emotiva.
La Scrittura, infatti, non contiene una filosofia che resta circoscritta alla sfera dell’intelletto, ma va letta, considerata, assimilata, in funzione della nostra vita. Diventa qualcosa di molto pratico perché la Bibbia ci fa vedere chi è l’uomo, chi siamo noi, chi è Dio: e ci insegna a vivere realizzando nel nostro presente, nella nostra quotidianità, un’armonia piena..
Questa premessa è importante nel momento in cui si affronta il terzo passaggio del nostro cammino nell’Esodo. Il terzo elemento, infatti, è costituito dal concetto di alleanza.
L’alleanza voluta e stabilita da Dio con il suo popolo, il popolo che Lui ha scelto, è molto più di una nozione teologica, una dimensiona spirituale, un’indicazione normativa: essa rappresenta il DNA dell’ebreo che ha camminato con Mosè e che cammina oggi tra noi.
Ma, questo concetto di alleanza ha avuto la sua evoluzione, il suo compimento finale con Gesù, che con il suo sacrificio, la sua morte e risurrezione ha stabilito la Nuova Alleanza tra il Padre e tutti gli uomini.
L’Eucaristia è il segno sublime di questa alleanza, di cui è memoriale, e questa alleanza è oggi nel DNA di ogni cristiano.
Il tema dell’alleanza rappresenta la parte più estesa del Pentateuco e la troviamo disseminata in tutti gli altri quattro libri. Noi ci soffermiamo solo sui capitoli 19-40 dell’Esodo, l’ultima parte del libro.

Contenuto e struttura di Esodo 19-40
La terza parte dell’Esodo è articolata in quattro nuclei narrativi:
19,1-24: resoconto dell’arrivo del popolo al Sinai e stipula dell’alleanza, la proposta di Dio e le condizioni stabilite.
24,12-31,18: Mosè ritorna sul monte e riceve da Dio tutte le altre prescrizioni riguardanti la vita cultuale del popolo.
32,1-34,35: il vitello d’oro: l’episodio drammatico in cui il popolo, in assenza di Mosè, sente immediato il bisogno di costruirsi un altro dio. Aronne cede e realizza un idolo. Mosè, sceso dalla montagna, trova il popolo in festa, distrugge il vitello d’oro, lo riduce in polvere e lo fa bere a tutto il popolo: segue la strage degli ebrei infedeli. Mosè risale sul monte e riceve una copia della legge su due nuove tavole: è il rinnovamento dell’alleanza.
35,1-40,38: Mosè esegue tutte le prescrizioni ricevute sul monte Sinai riguardanti il culto e il luogo dove deve essere esercitato: il santuario, la tenda sacra.
Tutti questi avvenimenti ci possono aiutare a capire e a vivere meglio il nostro culto cristiano oggi, la nostra fede, il perché Gesù è venuto a rinnovare l’alleanza con l’uomo.

CONSIDERAZIONI SPIRITUALI SULL’ALLEANZA
L’Alleanza con Dio che abbiamo appena considerato è il momento fondante la nostra vicenda umana e spirituale e noi possiamo capire cosa significa essere credenti solo alla luce di questa Alleanza.
Facciamo un passo indietro. Dio era apparso a Mosè, gli aveva rivelato il suo nome, cosa negata a Giacobbe sullo Iabbok, e gli comunica la sua intenzione, il suo progetto: fare del popolo eletto un suo amico speciale, un partner privilegiato.
Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte.(Es 3,12)
Dopo le vicissitudini della fuga dall’Egitto, il popolo è finalmente arrivato al monte Sinai. È molto più di una tappa di viaggio: il popolo di Israele arriva all’appuntamento che Dio ha fissato per lui dall’eternità. È uno dei suoi kairoi, dei tempi sacri di Dio.
Sono i momenti che imprimono alla storia una svolta decisiva, una tappa che trasforma l’esistenza dell’umanità intera. I primi versetti del capitolo 19 offrono la chiave di lettura per comprendere fino in fondo il senso dell’alleanza e di tutte le prescrizioni cultuali e morali che sono alla base della religione ebraico-cristiana.
Leggiamo:
Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai. Levato l’accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti”. Mosè andò, convocò gli anziani del popolo e riferì loro tutte queste parole, come gli aveva ordinato il Signore. Tutto il popolo rispose insieme e disse: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!”. Mosè tornò dal Signore e riferì le parole del popolo. Il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube, perché il popolo senta quando io parlerò con te e credano sempre anche a te”.(Es 19,1-9)
L’introduzione ha un andamento solenne nella sua determinazione spazio-temporale:
Al terzo mese dall’uscita arrivarono in quel luogo fissato da Dio.(Es 19,1)
C’è un tempo e c’è un luogo in cui Dio si manifesta: questo luogo è il deserto, condizione per poterlo incontrare e che porta al silenzio, all’ascolto, alla solitudine, alla quiete del nostro cuore.
In quel luogo, in quel silenzio Dio finalmente può parlare e farsi ascoltare perché, se siamo noi a parlare, Lui non lo può fare.
Bisogna tacere davanti a Dio; la nostra mente è sempre affollata da troppe parole che risuonano sempre in noi, anche se tacciamo con la bocca. È insito in noi il dire sempre a Dio quello che deve fare senza mai ascoltare quello che Lui vuole fare per noi: questo paradosso è anche la nostra tragedia.
Ai piedi del monte il popolo è arrivato perché nel silenzio, nella solitudine è stato chiamato a prendere consapevolezza di chi è Dio in rapporto alla sua esistenza. Ed è lì che il popolo (quindi anche noi), deve prendere una decisione esistenziale chiedendosi chi è veramente Dio per lui e chi è lui per Dio.
voi stessi avete visto ciò che ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquila e vi ho fatti venire fino a me.(Es 19,4)
Tutto quello che Dio ha fatto fino a quel momento per il popolo è funzionale a quello che avverrà dopo. Tutto quello che il popolo ha ricevuto è stato un dono immeritato, da Abramo in poi. Questo dono immeritato è arrivato fino a noi oggi, nel Battesimo, dono di Grazia del tutto immeritato.
Attenzione: adesso Dio vuole fare al popolo un altro dono straordinario, una cosa inaudita, impensabile e nemmeno desiderata: Dio vuole istituire con Israele una relazione particolare. Vuole che quel popolo diventi suo amico, segno della sua luce e santità, un riferimento visibile, concreto per l’umanità intera:
oi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché è mia tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.(Es 19,5-6)
Ecco il progetto di Dio per il suo popolo: non una “semplice” fuga dall’Egitto per entrare nella terra promessa, ma diventare, bensì, suo collaboratore e amico, sua proprietà e porzione privilegiata.
Ma ogni rapporto di amicizia è un rapporto d’amore che, per realizzarsi pienamente, ha bisogno della nostra accoglienza, della nostra adesione.
Quello che Dio poteva fare da solo lo ha fatto.
Ora il popolo deve scegliere.

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