la « seconda » venuta

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PAPA FRANCESCO – QUELLI CHE SCANDALIZZANO

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(ho avuto una forte influenza spero di poter lavorare ora)

PAPA FRANCESCO – QUELLI CHE SCANDALIZZANO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 13 novembre 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.261, 14/11/2017)

Dalle piccole e grandi «incoerenze di tutti i giorni» — quelle che si vedono anche nelle chiese o sono commesse da cristiani che nel mondo del lavoro danno «scandalo» — Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata lunedì 13 novembre a Santa Marta.
«Gesù incomincia questo passo del Vangelo — ha subito fatto presente riferendosi al brano liturgico del vangelo di Luca (17, 1-6) — con una constatazione di buon senso: “È inevitabile che vengano scandali”». E in effetti «è inevitabile», ha rilanciato Francesco: di scandali «ce ne sono, ce ne saranno». Però Gesù fa «un avvertimento che è constatazione e avvertimento» allo stesso tempo: «Ma guai a colui a causa del quale vengono» gli scandali.
Dunque il Signore lancia «un avvertimento forte» e va anche «oltre», aggiungendo: «È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli».
Ma non finisce qui, ha annotato il Pontefice. Il Signore infatti «rivolgendosi ai suoi dice: “State attenti a voi stessi!”; cioè state attenti a non scandalizzare». Infatti, ha spiegato il Papa, «lo scandalo è brutto perché ferisce la vulnerabilità del popolo di Dio, ferisce la debolezza del popolo di Dio, e tante volte queste ferite si portano per tutta la vita». Di più: lo scandalo, ha spiegato il Papa, «non solo ferisce» ma «è capace di uccidere: uccidere speranze, uccidere illusioni, uccidere famiglie, uccidere tanti cuori».
Lo scandalo è «un tema sul quale Gesù tornava» spesso, ha precisato il Pontefice. Ad esempio «dopo una predica aveva detto: “Beati coloro che non si scandalizzano di me”». Perché «lui aveva cura di non scandalizzare». E, ancora, «quando era il tempo di pagare le tasse, per non “scandalizzare” dice a Pietro: “Vai al mare, pesca un pesce, prendi la moneta che ha in bocca e paga per te e per me”». Sempre «per non scandalizzare», Gesù avverte anche: «Se la tua mano è motivo di scandalo, tagliala». E poi, di nuovo, «a Pietro, quando davanti alla croce, al progetto della croce, cerca di convincerlo di prendere un’altra via, non fa tante sfumature: “Allontanati da me, tu sei di inciampo per me, tu sei motivo di scandalo”».
«Gesù in questo è molto preciso» ha spiegato Francesco. E «a noi, a tutti» dà «questo avvertimento: “State attenti a voi stessi!”». Perché «c’è lo scandalo del popolo di Dio, dei cristiani, quando un cristiano, dicendosi cristiano, vive come pagano». Del resto, ha affermato il Papa, «quante volte nelle nostre parrocchie abbiamo sentito gente che dice: “No, io in Chiesa non vado perché quello o quella che sta tutto il giorno leccando le candele lì dentro, poi esce, sparla degli altri, semina la zizzania…”».
E «quanti cristiani — ha constatato il Pontefice — allontanano la gente con il loro esempio, con la loro incoerenza: l’incoerenza dei cristiani è una delle armi più facili che ha il diavolo per indebolire il popolo di Dio e per allontanare il popolo di Dio dal Signore». È lo stile di «dire una cosa e farne un’altra», insomma. Proprio «quello che Gesù diceva al popolo sui dottori della legge: “Fate quello che loro dicono, ma non fate quello che fanno”». Ecco «l’incoerenza».
A questo proposito il Papa non ha mancato di suggerire di «domandarsi oggi, ognuno di noi: come è la mia coerenza di vita?». Nella mia vita c’è «coerenza col Vangelo, coerenza col Signore?». Domandarsi, dunque, «se per la mia incoerenza sono motivo di scandalo per gli altri».
E incoerente, ha spiegato il Pontefice, è anche il cristiano che dice: «Io vado tutte le domeniche a messa, sono dell’azione cattolica o di questa associazione o dell’altra, ma pago in nero i miei dipendenti o faccio loro un contratto da settembre a giugno” — “E luglio e agosto?” — “Arrangiati caro!”». Proprio queste sono le «incoerenze di tutti i giorni». Ma sono motivo di scandalo anche «i cristiani imprenditori che non pagano il giusto» e approfittano «della gente per arricchirsi».
Certo, ha proseguito Francesco, «poi possiamo domandarci sullo scandalo dei pastori, perché nella Chiesa ci siamo anche noi pastori». Il profeta Geremia «parlava di questo “guai a voi!”», riferendosi proprio ai «pastori che sfruttano la gente, sfruttano le pecore, per arricchirsi cercano il latte o la lana, così dice Geremia, per vestirsi e per la vanità, ma non curano la pecora».
Poi c’è anche «lo scandalo del pastore che incomincia, per esempio, ad allontanarsi dalla gente: il pastore lontano». Invece «Gesù ci insegna che il pastore deve essere vicino e quando il pastore si allontana scandalizza: è un “signore”». Infatti «Gesù ci dice che non si possono servire due signori, Dio e i soldi: quando il pastore è uno attaccato ai soldi, scandalizza». E «la gente si scandalizza» vedendo «il pastore attaccato ai soldi», ha rilanciato il Pontefice. Per questa ragione «ogni pastore deve chiedersi: come è la mia amicizia con i soldi?».
C’è, inoltre, lo scandalo del «pastore che cerca di andare su: la vanità lo porta ad arrampicarsi, invece di essere mite, umile, perché la mitezza e l’umiltà favoriscono la vicinanza al popolo». O anche lo scandalo del «pastore che si sente “signore” e comanda tutti, orgoglioso, e non il pastore servitore del popolo di Dio».
Si potrebbe continuare su queste cose, ha affermato Francesco. Lo ricorda «Geremia, e anche sant’Agostino prende questo» pensiero «di Geremia e fa un lungo discorso sui pastori». E così si potrebbe andare ancora avanti, ha detto il Papa, «ma questo, credo, per oggi sarà sufficiente per domandarci, ognuno di noi: scandalizzo come cristiano, come cristiana, come pastore? Scandalizzo? Ferisco la vulnerabilità del mio popolo? Invece di attrarre il popolo, di farlo uno, di farlo felice, di dare la pace, la consolazione, lo caccio via perché io mi sento un pastore “signore” o mi sento un cristiano più importante di te?».
Non bisogna dimenticare l’avvertimento di Gesù ai discepoli: «State attenti a voi stessi!». Ecco che, ha concluso Francesco, «oggi può essere una bella giornata per fare un esame di coscienza su questo: scandalizzo o no e come?». E «così possiamo rispondere al Signore e avvicinarci un po’ di più a lui».

 

Publié dans : PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE | le 20 novembre, 2017 |Pas de Commentaires »

parabola delle dieci vergini

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Publié dans : immagini sacre | le 10 novembre, 2017 |Pas de Commentaires »

12 NOVEMBRE 2017 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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12 NOVEMBRE 2017 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Oggi la parola di Dio ci invita alla vigilanza e all’attesa del Signore che viene attraverso una parabola suggestiva, che ha tutto il sapore dell’ambiente palestinese. A due settimane dalla fine dell’anno liturgico, dopo il ricordo dei santi e la commemorazione dei defunti, ci viene proposto ancora il tema dell’aldilà, ma anche quello della sapienza, che ci rende pronti ad attendere l’incontro con il Signore.

La parola di Dio
Sapienza 6,12-16. In questa prima lettura, tratta dalla letteratura ebraica, si fa l’elogio della sapienza. Essa va ricercata in ogni momento e in ogni luogo, nella propria casa e per le strade. La sapienza si fa trovare da chi la cerca e la ama.
1 Tessalonicesi 4,13-18. Ai Tessalonicesi, in vivace attesa della fine dei tempi, Paolo dice parole di conforto e di speranza. Nella sicurezza che, come è risorto Gesù, un giorno tutti risorgeranno.
Matteo 25,1-13. Il contesto della parabola che ci viene presentata è quello dell’attesa gioiosa dell’incontro con il Signore Gesù, che viene come per una festa di nozze. Ma il comportamento delle vergini stolte ci dice che il quadro può assumere delle tonalità meno positive. La mancanza di vigilanza può portare all’esclusione dall’incontro con lo Sposo.

Riflettere
Cominciamo a sgombrare il campo dalle numerose incongruenze della parabola. Perché gli elementi di stranezza sono tanti. Prima di tutto la sventatezza di queste cinque ragazze che non portano con sé olio a sufficienza. Ma è lo sposo che tarda così tanto ad arrivare che esse finiscono per addormentarsi e quindi di consumare tutto l’olio.
Inoltre, c’è da chiedersi perché lo sposo sia così duro con loro, dal momento che è proprio lui a metterle in difficoltà giungendo in ritardo. Tanto più che le ragazze stolte sono addirittura andate di corsa a comprare altro olio in piena notte.
C’è infine uno strano clima poco collaborativo tra le ragazze, un’assenza di comprensione da parte dello sposo, un’atmosfera di rigidità e di durezza generale poco comprensibile.
La parabola delle dieci ragazze, cinque stolte e cinque sapienti, in realtà Matteo la vede come il simbolo della chiesa apostolica, passata forse troppo presto dall’entusiasmo alla stanchezza per l’attesa della seconda venuta di Gesù. In un primo tempo pensata come imminente (cf Paolo ai Tessalonicesi), poi rimandata ad altro tempo.
Il contesto della parabola è quello di una festa di nozze, un simbolismo molto presente sia nell’antico testamento che nelle parole di Gesù. Così è il regno di Dio, che è spesso profetizzato come un grandioso banchetto a cui sono chiamati tutti i popoli e che va atteso e preparato senza stancarsi, senza addormentarsi, ma con mente vigile e con amore.
Se non c’è attesa di Dio, afferma la parabola, se manca questo riferimento alla conclusione della nostra vita e al rendiconto che l’aspetta, allora tutto perde il suo spessore, la sua importanza, tutto diventa banale e si svilisce. Così come capita del resto a ogni nostra attività, se non si conclude con un guadagno, una promozione, un riconoscimento…
Siamo consapevoli di tutto ciò: per questo i cristiani non sono impegnati in modo qualunque. Sanno che a mezzanotte arriverà lo sposo e vogliono che li trovi svegli e impegnati. Sanno che dovranno rendergli conto della loro vita e intendono vivere a occhi aperti, vigilanti, dando a Dio l’attenzione che merita.
Per Dio si veglia, si fa l’alba: « O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia… Nel mio letto di te mi ricordo, e penso a te nelle veglie notturne » (Salmo 63).
San Giovanni Crisostomo dice che la nostra vita è come una rappresentazione teatrale. Ciascuno recita la sua parte, alla fine dello spettacolo ci si libera poi delle maschere e restiamo quello che siamo.
« Manca la sposa in questa parabola », dice una bambina. E la catechista: « La sposa sei tu! ». Sì, la sposa c’è, ed la chiesa, siamo noi, ciascuno di noi. Gesù usa questa parabola per farci comprendere la tonalità alta del suo amore per ciascuno di noi.

Attualizzare
Siamo quasi alla fine dell’anno liturgico. Dopo la solennità dei santi e la commemorazione dei defunti, nelle letture ritornano i temi del termine della vita, l’attesa del Signore, la fine del mondo.
Sono temi di fondo, che noi rimuoviamo volentieri, anche se la cronaca di ogni giorno ce li presenta a volte in modo drammatico.
Di fronte al termine della vita Paolo dice parole di conforto: « Non possiamo essere tristi come gli altri che non hanno speranza » (1Ts 4,13).
Dice san Vincenzo de’ Paoli: « La grazia della perseveranza è la più importante di tutte. È essa che corona tutte le altre grazie e la morte che ci trova con le armi in mano è la più gloriosa e la più desiderabile ».
La parola di Dio ci invita alla vigilanza. La parabola è il simbolo della vita, che è attesa di una festa straordinaria, ma noi preferiamo addormentarci, presi dalla stanchezza, dal sonno, dall’indifferenza.
La nostra vita è normalmente vissuta nell’attesa: del matrimonio, dei figli, di un viaggio, della pensione… Attesa di cose più banali: di una vincita alla lotteria, di una persona che desideriamo o non desideriamo incontrare, di una telefonata che non arriva…
Madre Teresa racconta che sua madre Drane, sempre in attività durante tutto il giorno, quando arrivava la sera metteva a posto la sua persona e si sedeva tranquilla, in attesa del ritorno dal lavoro del marito. « Voglio che mi trovi così », diceva. « Pronta a riceverlo ».
Le cinque ragazze stolte e superficiali sono così simili nel loro comportamento a tanti giovani d’oggi, incapaci di prendere le cose sul serio, di responsabilizzarsi, di costruirsi un futuro. Giovani che preferiscono dormire in una quotidianità piena di colore, ma anche di provvisorietà e di incognite.
Le cinque ragazze, infatti, nell’attesa si addormentano. Sono il simbolo di una società che vive nell’incoscienza, nella quotidianità piatta e sazia, soddisfatta di ciò che già ha, che non si fa domande, che non attende nulla.
Ma in qualche modo qualcuno dovrebbe fare arrivare a loro il messaggio di non dormire sul presente. Che quella che abbiamo è l’unica vita a nostra disposizione ed è un’occasione unica e irripetibile.
Il risentimento che fa chiudere le porte allo sposo, che gli fa dire « Non vi conosco », è quello dell’amante deluso, di chi non si sente atteso, cercato; di chi percepisce che l’amore si è spento, come le loro lampade.
Abbiamo l’agenda piena di impegni, ma tanti non ci curano dell’appuntamento più importante. Si dice che l’uomo d’oggi è un viaggiatore molto preoccupato: delle valigie, del posto comodo, dei compagni di viaggio… ma non della destinazione.
Ed è giusto domandarci dove ci porta il nostro continuo agitarci, se il nostro progresso e le mille invenzioni che ci rendono facile la vita ci rendono davvero più umani.
Fin qui la percezione ? così diffusa, istintiva ? di doverci immedesimare con le cinque ragazze stolte. Ma non è detto che sia così. Noi che ci troviamo a messa quest’oggi possiamo pensare ? perché no? ? di essere le vergini prudenti. Noi che ogni domenica facciamo i nostri calcoli e alla fine decidiamo di lasciare altri impegni per venire in chiesa a celebrare l’eucaristia e alimentare in questo modo la fiaccola della nostra vita a quella della comunità.
Nella celebrazione dell’eucaristia, nell’incontro con lo sposo, perdiamo la paura, l’inquietudine di chi è sempre timoroso di come andrà a finire. Perché la nostra fede, ce lo assicura la parola di Paolo che abbiamo letto, ci dice che tutto andrà bene, che se manteniamo accese le nostre lampade entreremo nel regno di Dio e ci sentiremo chiamare per nome ? « Maria! » ? come è avvenuto a lei il mattino di Pasqua.

Perseveranza
« Quando la freschezza del mattino
ha ceduto alla stanchezza della sera,
quando i muscoli delle gambe tremano per lo sforzo,
quando la salita sembra interminabile
e all’improvviso nulla va più come speravi:
è allora che non devi assolutamente fermarti »
(Dag Hammarskjöld).

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 10 novembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Cristo in gloria

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Publié dans : immagini sacre | le 8 novembre, 2017 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA SANTA MESSA – 1. INTRODUZIONE

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PAPA FRANCESCO – LA SANTA MESSA – 1. INTRODUZIONE

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 8 novembre 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Iniziamo oggi una nuova serie di catechesi, che punterà lo sguardo sul “cuore” della Chiesa, cioè l’Eucaristia. È fondamentale per noi cristiani comprendere bene il valore e il significato della Santa Messa, per vivere sempre più pienamente il nostro rapporto con Dio.
Non possiamo dimenticare il gran numero di cristiani che, nel mondo intero, in duemila anni di storia, hanno resistito fino alla morte per difendere l’Eucaristia; e quanti, ancora oggi, rischiano la vita per partecipare alla Messa domenicale. Nell’anno 304, durante le persecuzioni di Diocleziano, un gruppo di cristiani, del nord Africa, furono sorpresi mentre celebravano la Messa in una casa e vennero arrestati. Il proconsole romano, nell’interrogatorio, chiese loro perché l’avessero fatto, sapendo che era assolutamente vietato. Ed essi risposero: «Senza la domenica non possiamo vivere», che voleva dire: se non possiamo celebrare l’Eucaristia, non possiamo vivere, la nostra vita cristiana morirebbe.
In effetti, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,53-54).
Quei cristiani del nord Africa furono uccisi perché celebravano l’Eucaristia. Hanno lasciato la testimonianza che si può rinunciare alla vita terrena per l’Eucaristia, perché essa ci dà la vita eterna, rendendoci partecipi della vittoria di Cristo sulla morte. Una testimonianza che ci interpella tutti e chiede una risposta su che cosa significhi per ciascuno di noi partecipare al Sacrificio della Messa e accostarci alla Mensa del Signore. Stiamo cercando quella sorgente che “zampilla acqua viva” per la vita eterna?, che fa della nostra vita un sacrificio spirituale di lode e di ringraziamento e fa di noi un solo corpo con Cristo? Questo è il senso più profondo della santa Eucaristia, che significa “ringraziamento”: ringraziamento a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo che ci coinvolge e ci trasforma nella sua comunione di amore.
Nelle prossime catechesi vorrei dare risposta ad alcune domande importanti sull’Eucaristia e la Messa, per riscoprire, o scoprire, come attraverso questo mistero della fede risplende l’amore di Dio.
Il Concilio Vaticano II è stato fortemente animato dal desiderio di condurre i cristiani a comprendere la grandezza della fede e la bellezza dell’incontro con Cristo. Per questo motivo era necessario anzitutto attuare, con la guida dello Spirito Santo, un adeguato rinnovamento della Liturgia, perché la Chiesa continuamente vive di essa e si rinnova grazie ad essa.
Un tema centrale che i Padri conciliari hanno sottolineato è la formazione liturgica dei fedeli, indispensabile per un vero rinnovamento. Ed è proprio questo anche lo scopo di questo ciclo di catechesi che oggi iniziamo: crescere nella conoscenza del grande dono che Dio ci ha donato nell’Eucaristia.
L’Eucaristia è un avvenimento meraviglioso nel quale Gesù Cristo, nostra vita, si fa presente. Partecipare alla Messa «è vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. È una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo» (Omelia nella S. Messa, Casa S. Marta, 10 febbraio 2014). Il Signore è lì con noi, presente. Tante volte noi andiamo lì, guardiamo le cose, chiacchieriamo fra noi mentre il sacerdote celebra l’Eucaristia… e non celebriamo vicino a Lui. Ma è il Signore! Se oggi venisse qui il Presidente della Repubblica o qualche persona molto importante del mondo, è sicuro che tutti saremmo vicino a lui, che vorremmo salutarlo. Ma pensa: quando tu vai a Messa, lì c’è il Signore! E tu sei distratto. È il Signore! Dobbiamo pensare a questo. “Padre, è che le messe sono noiose” – “Ma cosa dici, il Signore è noioso?” – “No, no, la Messa no, i preti” – “Ah, che si convertano i preti, ma è il Signore che sta lì!”. Capito? Non dimenticatelo. «Partecipare alla Messa è vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore».
Proviamo ora a porci alcune semplici domande. Per esempio, perché si fa il segno della croce e l’atto penitenziale all’inizio della Messa? E qui vorrei fare un’altra parentesi. Voi avete visto come i bambini si fanno il segno della croce? Tu non sai cosa fanno, se è il segno della croce o un disegno. Fanno così [fa un gesto confuso]. Bisogna insegnare ai bambini a fare bene il segno della croce. Così incomincia la Messa, così incomincia la vita, così incomincia la giornata. Questo vuol dire che noi siamo redenti con la croce del Signore. Guardate i bambini e insegnate loro a fare bene il segno della croce. E quelle Letture, nella Messa, perché stanno lì? Perché si leggono la domenica tre Letture e gli altri giorni due? Perché stanno lì, cosa significa la Lettura della Messa? Perché si leggono e che c’entrano? Oppure, perché a un certo punto il sacerdote che presiede la celebrazione dice: “In alto i nostri cuori?”. Non dice: “In alto i nostri telefonini per fare la fotografia!”. No, è una cosa brutta! E vi dico che a me dà tanta tristezza quando celebro qui in Piazza o in Basilica e vedo tanti telefonini alzati, non solo dei fedeli, anche di alcuni preti e anche vescovi. Ma per favore! La Messa non è uno spettacolo: è andare ad incontrare la passione e la risurrezione del Signore. Per questo il sacerdote dice: “In alto i nostri cuori”. Cosa vuol dire questo? Ricordatevi: niente telefonini.
È molto importante tornare alle fondamenta, riscoprire ciò che è l’essenziale, attraverso quello che si tocca e si vede nella celebrazione dei Sacramenti. La domanda dell’apostolo san Tommaso (cfr Gv 20,25), di poter vedere e toccare le ferite dei chiodi nel corpo di Gesù, è il desiderio di potere in qualche modo “toccare” Dio per credergli. Ciò che San Tommaso chiede al Signore è quello di cui noi tutti abbiamo bisogno: vederlo, toccarlo per poterlo riconoscere. I Sacramenti vengono incontro a questa esigenza umana. I Sacramenti, e la celebrazione eucaristica in modo particolare, sono i segni dell’amore di Dio, le vie privilegiate per incontrarci con Lui.
Così, attraverso queste catechesi che oggi cominciano, vorrei riscoprire insieme a voi la bellezza che si nasconde nella celebrazione eucaristica, e che, una volta svelata, dà senso pieno alla vita di ciascuno. La Madonna ci accompagni in questo nuovo tratto di strada. Grazie.

 

Publié dans : PAPA FRANCESCO, PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 8 novembre, 2017 |Pas de Commentaires »

e fu notte e fu giorno

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Publié dans : immagini sacre | le 7 novembre, 2017 |Pas de Commentaires »

« STELLA DEL MATTINO… »

http://www.stpauls.it/madre/1111md/vescovo.htm

La parola del Vescovo

di mons. Mario Meini, vescovo di Fiesole

« STELLA DEL MATTINO… »

La Stella del mattino nell’astrologia antica è spesso identificata con Sirio e, a motivo della sua bellezza, anche con Venere. È la stella più luminosa del firmamento, che sorge prima del levar del sole ed era ritenuta l’annunciatrice del nuovo giorno e della luce, della vita stessa.
Nella Sacra Scrittura le stelle sono creature di Dio, egli le chiama per nome ed esse eseguono i suoi comandi, manifestando la sua gloria (cf Gen 1,14-18; Is 40,26; Sal 147, 4). Il futuro Messia è indicato nella profezia di Balaam come «stella che spunta da Giacobbe e scettro da Israele» (Nm 24,17), indicando così una prospettiva di dominio regale, che terrà salda la condizione del popolo di Dio.
Nel libro dell’Apocalisse Gesù stesso si presenta come «la stella radiosa del mattino» (Ap 22,16), ossia la prima delle stelle, quella che porta la luce sulla terra, la prima di tutte le creature, il principio di tutto (cf Col 1,15). Ma il Signore ha promesso anche ai suoi fedeli di dare loro in premio la stella del mattino (cf Ap 2,28), ossia di far brillare la sua luce nei loro cuori (cf 2Pt 1,19). Come scrive san Beda, «Cristo è la stella mattutina che, passata la notte dei tempi, promette ed estende sui santi l’eterna luce della vita». Anche la liturgia della Chiesa indica Cristo risorto come stella mattutina, «la stella che non conosce tramonto», che verrà alla fine dei tempi.
Ma la liturgia non manca di indicare anche Maria come sorgente luminosa portatrice di luce. Ne fanno testimonianza alcuni testi della festa della natività della Vergine, dove si canta: «Nel mondo si è accesa una luce alla nascita della Vergine». E ancora: «La sua vita santa illumina la Chiesa… Celebriamo con fede l’odierna natività della Madre di Dio; la sua immagine è luce per tutto il popolo cristiano».
Soprattutto è la tradizione popolare che progressivamente affianca (e talvolta forse sostituisce) alla interpretazione cristologica quella mariana. Si indica la Madre del Signore come aurora foriera di luce e il suo figlio Gesù come vera luce del mondo. Si indica la Madre come stella del mattino e Cristo suo figlio come «sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte» (Lc 1,78-79).
Così generazioni di fedeli hanno pregato e pregano con fiducia Maria come stella mattutina perché ogni giorno doni al mondo il suo Figlio a illuminare ogni uomo. È la preghiera di tutta la Chiesa che intercede per tutti coloro che soffrono e che sono nelle tenebre. Una preghiera semplice e calorosa, una preghiera corale che abbraccia l’universo, nell’attesa colma di fiducia che le tenebre non possono vincere la luce, che Maria ogni giorno, come vera stella del mattino, annuncia: il sorgere di Cristo, luce e vita di tutti.
È la preghiera fiduciosa di ogni famiglia: di chi desidera un futuro di luce per i figli, di chi si impegna ogni giorno nel custodire il calore degli affetti, di chi nella sofferenza guarda alla Madre di Dio e confida nella sua intercessione.
È la preghiera di ogni donna cristiana che ha scelto come stile di vita non la vana ricerca della bellezza esteriore (Venere), ma l’autentica luminosità della bellezza interiore (Maria). È la preghiera potente contro ogni insidia del maligno (il diavolo è detto anche Lucifero, stella che porta la luce), perché nessuno resti abbagliato dalle sue seduzioni e accolga da Maria la vera luce che viene da Cristo suo figlio.
È la preghiera potente contro ogni tentativo di contrastare l’annuncio del Vangelo (l’espressione Stella del mattino emerge fra l’altro anche nel gergo massonico), preghiera fatta propria dalla Chiesa, cosciente che contro di lei nessuna forza avversa potrà prevalere.
È la preghiera di chiunque guarda con fede a Maria e la invoca come madre del Signore, affidando a lei se stesso, la propria famiglia, la Chiesa e il mondo intero. Ciascuno con questa invocazione può crescere nella speranza. Ciascuno può trovarvi pace.

 

Publié dans : BIBLICA - RIFLESSIONI | le 7 novembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Cristo risorto

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Publié dans : immagini sacre | le 6 novembre, 2017 |Pas de Commentaires »

VIVERE IN UN TEMPO DIFFICILE

http://sancarlo.org/la-bellezza-disarmata/

Vi proponiamo alcune riflessioni sul mistero della Bellezza tratte da un ritiro tenuto da don Paolo Prosperi alla Fraternità di Comunione e liberazione di Chicago.

VIVERE IN UN TEMPO DIFFICILE

Il tempo in cui siamo chiamati a vivere, come don Julián Carrón ci ripete instancabilmente, è caratterizzato da epocali transizioni, rivolgimenti tali che nulla si può più dare per scontato. Le inossidabili certezze del passato, tanto spirituali quanto geo-politiche, non sembrano più tali.
Da una parte, la minaccia crescente dell’estremismo islamico e le immani catastrofi del medio-oriente, sullo sfondo di un’Europa stanca, che ha perduto o rinnegato la memoria delle proprie radici. Dall’altra, il dilagare del relativismo liberale, che porta con sé l’erosione del significato delle parole fondamentali su cui la civiltà occidentale si credeva basata fino a solo l’altroieri. Sembra davvero di rivivere la storia biblica della torre di Babele. Con l’implosione del sogno moderno, quel che rimane è una confusione totale, in cui non sembra più possibile trovare alcuna lingua comune.
In questa situazione è difficile tenere alta la speranza. È difficile soprattutto resistere alla tentazione di pensare che la Chiesa sia destinata a ridursi in breve tempo a nulla più che una minoranza emarginata, oppure – peggio ancora – ad una cortigiana del potere, bizantinamente indaffarata a cercare di piacere ai potenti di un mondo ormai cambiato. Solo uno sguardo superficiale, tuttavia, può fermarsi qui: «Le circostanze attraverso cui Dio ci fa passare – ci ha insegnato don Giussani – sono fattori essenziali e non secondari della nostra vocazione». Perfino circostanze drammatiche come queste, perciò, sono vocazione. Come dice un antico proverbio ebreo, il Signore parla sempre, anche quando tace. Che cosa, dunque, ci sta dicendo?
Mentre andavo riflettendo su questa domanda, mi sono per caso imbattuto in un passaggio delle riflessioni sul libro di Ester di Divo Barsotti [Meditazione sul libro di Ester, Brescia 1981, 47-49], che mi ha improvvisamente offerto una chiave di lettura illuminante. A ben guardare, c’è una impressionante analogia tra la situazione della Chiesa oggi e quella di Israele, nei secoli che prepararono la venuta di Cristo. Dopo la deportazione a Babilonia, Israele sembra aver perso tutto il suo splendore, il suo orgoglio. Orbato di Re, il popolo del Signore è ridotto a piccolo scarto senza importanza né indipendenza politica. Cosa è la Palestina del III-II secolo a.C.? Una piccola provincia insignificante nelle carte dei grandi della terra.
Ecco perché in più d’uno dei libri dell’Antico Testamento scritti in questo periodo, il “personaggio” che incarna Israele è spesso una donna: Ester, Giuditta, la sposa del Cantico dei Cantici, Susanna nel libro di Daniele, Ruth ecc.
La donna, per ovvio dato fisiologico e sociologico, è nella Scrittura simbolo di debolezza. Senza il suo uomo a proteggerla, una donna è nel mondo antico senza onore né difesa.
Tale è la situazione di Israele dopo l’esilio. Serva di nazioni straniere, Sion è come una vedova senza marito, come una ragazzina orfana di padre. Non è un caso che le due maggiori eroine di questi libri post-esilici, Ester e Giuditta, siano l’una orfana e l’altra vedova. In un tempo di prolungata prova, queste donne incarnano il sentimento che Israele ha di sé stesso: debole e impotente, alla mercé del potere dello straniero.
Tuttavia, proprio questo è tempo misteriosamente benedetto. Privata d’ogni secondario ornamento, nel dolore della prova, la Figlia di Sion comincia finalmente a capire che il Signore è la sua unica vera fonte di gloria.
Giuditta ed Ester, in modi diversi, esprimono questo mistero. Entrambe sono donne sole, in apparenza deboli, senza risorse. Entrambe, però, divengono, grazie alla radicalità della loro fede, strumento di salvezza per il popolo tutto. La fede, la fiducia incondizionata nel Signore, dà a Giuditta il coraggio di varcare da sola le porte della città di Betulia, assediata dagli Assiri, e da sola avventurarsi nell’accampamento del nemico. Ed ecco il generale Oloferne è decapitato e l’immenso esercito disperso. La fede dà ad Ester l’audacia di affrontare il re Assuero ed ottenere da lui la salvezza per tutto Israele.
C’è qualcos’altro, tuttavia, che Ester e Giuditta hanno in comune: non solo sono entrambe donne sole; non soltanto mostrano entrambe una grande fede, ma tutte e due sono anche belle. Non è affatto un civettuolo dettaglio. In entrambe le storie, infatti, le due donne riescono nella rispettiva impresa proprio grazie alla loro bellezza.
Giuditta, prima di uscire dalla porte della città, si togliei suoi abiti da vedova e si fa bella, così bella che quando la pattuglia assira la vede, ne è immediatamente conquistata, perché ella appariva loro come un miracolo di bellezza (Gdt, 10,14).
Ester, l’orfanella straniera, è così bella, che il re Assuerus la sceglie tra tutte le vergini come regina (Est, 2). E quando ella si reca da lui, ad impetrare salvezza per il suo popolo, è innanzitutto lo splendore del suo aspetto ad addolcire il cuore del re, almeno secondo quanto sembra suggerire il cap. 5: Il terzo giorno, quando ebbe finito di pregare, ella si tolse gli abiti servili e si rivestì di quelli sontuosi. Fattasi splendida, invocò quel Dio che su tutti veglia e tutti salva, e prese con sé due ancelle. Su di una si appoggiava con apparente mollezza, mentre l’altra la seguiva sollevando il manto di lei.Era rosea nel fiore della sua bellezza: il suo viso era lieto, come ispirato a benevolenza, ma il suo cuore era oppresso dalla paura. Attraversate tutte le porte, si fermò davanti al re… (Est 5,1c).
In realtà, perciò, non è corretto dire che Ester e Giuditta siano deboli e indifese. Le due donne condividono un tipo di “potere”, che è diverso da quello dei re, e tuttavia è potere reale. È il potere che, secondo la Scrittura, è soprattutto caratteristico della donna: il fascino della bellezza.
Ora, se ci si ferma al livello di senso più immediato del testo, è evidente che in entrambi casi si tratta semplicemente di bellezza fisica. E tuttavia, una lettura attenta, rivela che difficilmente questo può essere tutto ciò che le due storie han da dirci. Se la salvezza del popolo intero dipende dalla “bellezza disarmata” di queste donne, un mistero più profondo dev’esservi nascosto. Quale?
Il mistero della bellezza
Cos’è la bellezza? Difficile dirlo: «La bellezza è un enigma», ha scritto l’amico Dostoevskij, proprio riferendosi al fascino della donna [L’idiota, Milano 2010, p. 105]. Sicuramente la bellezza muliebre, per la Scrittura così come per il grande romanziere russo, è soprattutto quel misterioso, temibile dono, che rende la donna capace di sedurre l’uomo, fino a soggiogarlo. In questo senso, la bellezza è forza, dona potere. E tuttavia si tratta di un potere paradossale. È potere reale. Tuttavia è potere interamente relazionale. Ester non può in realtà salvare niente e nessuno da sola. Se non fosse per il suo ascendente sul re, Israele sarebbe perduto. Tuttavia, poiché il re è prigioniero delle sue trecce (cfr. Ct 7,6), ella può ottenere da lui tutto ciò che vuole. Allora il re le disse: Che vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai! (cfr. Est 5,3).
La bellezza muliebre, nella Scrittura, è sempre caratterizzata da questo strana miscela di debolezza e potere.
È impressionante notare come molte delle donne che giocano un ruolo di primo piano nella storia della salvezza, siano allo stesso tempo belle ed umiliate, belle eppure amaramente provate. Sara, la moglie di Abramo è bella, ma sterile. E così anche Rachele, la moglie più amata da Giacobbe. Tuttavia proprio da Sara nascerà Isacco, l’erede della promessa. E da Rachele nasce Giuseppe, che sarà il salvatore della famiglia. Di Ester e Giuditta abbiamo già detto: una è orfana e sola in terra straniera, l’altra moglie vedova del defunto Re Manasse. Eppure è attraverso di loro, che Israele è salvato.
Perché dunque questo intreccio di bellezza e impotenza? Sembra quasi che il Signore scelga queste donne non soltanto perché sono belle, ma anche e proprio perché sono indifese, impotenti, umiliate. In altre parole, è come se la loro “miseria” fosse parte della bellezza che le rende attraenti, affascinanti ai Suoi occhi.
Se vi riflettiamo, non è forse vero questo anche nella nostra esperienza? Non è forse vero che quanto più una bella creatura ci appare indifesa, vulnerabile, bisognosa di protezione, tanto più irresistibile nasce in noi il desiderio di servirla e difenderla?
Non posso dimenticare un episodio occorsomi anni fa in Russia. Era un mattino di dicembre. Era buio, e faceva ovviamente freddo. Mentre cammino attraverso il boschetto per raggiungere la scuola di russo, mi si para davanti una bimba, di 5 o 6 anni, che piange sconsolata, seduta su una panchina. Aveva un faccino bello, ma sporco. Non potei fare a meno di fermarmi e cercare di aiutarla. Le chiesi perché piangesse. La bimba non rispose. Ma io non riuscivo ad andarmene. Ero come immobilizzato. Sentii che avrei fatto qualunque cosa per lei. Di fatto non c’era gran che da fare, si trattava solo di una bambina che aveva appena litigato col fratellino. Eppure…
Ecco l’ironico mistero: quanto più una bellezza ci appare vulnerabile e senza difese, “disarmata”, per usare l’espressione di Carrón, tanto più tendiamo a farcene protettori e servitori in modo spontaneo. Perché?
Azzardo un’ipotesi: forse perché l’intima essenza della bellezza, come abbiamo detto sopra, è esattamente questa: suscitare in chi ne è ferito una risposta d’amore. To kalon kalein, ha scritto Dionigi Aeropagita (I nomi divini, IV, 7) con uno squisito gioco di parole, che in traduzione purtroppo va perduto: il bello chiama, attira, suscita amore.
C’è come una sorta di preghiera, che ogni creatura splendida sembra sussurrare: “Guardami, prenditi cura di me, amami, perché non ti curi di me, perché?”.
Il bello rivela, per così dire, la dimensione ricettiva dell’essere, la dimensione mendicante dell’essere, in quanto fatto per essere amato. Il bello ha a che fare con l’aspetto desiderante, “erotico” dell’essere, di ogni essere, a partire da Dio. Ed è per questo che quanto più la bellezza è vulnerabile, indifesa ed esposta allo sfregio, tanto più potente essa sfolgora, tanto più irresistibile è la risposta amorosa che suscita.
Comprendiamo così perché nella Scrittura la bellezza è associata più alla donna che all’uomo, senza volerne ovviamente fare un assoluto: la bellezza è femminile nella sua più profonda natura. I due caratteri biblici della femminilità, debolezza e bellezza, non sono in realtà slegati l’uno dall’altro. Essi appartengono alla più intima essenza del bello. Certo, l’uomo non è meno debole e bisognoso della donna, come ben sappiamo. Così anche di Davide, come del Re del Salmo 45, la Scrittura celebra innanzitutto la bellezza. E tuttavia il mistero rimane: come la donna è più fisicamente debole dell’uomo, così ella è di fatto più comunemente associata alla bellezza.
Questa è la ragione per cui la donna diviene, nei duri secoli in cui Israele ha perso l’autonomia politica, il simbolo di una nuova e più pura coscienza di ciò che davvero ha fatto e fa grande il popolo eletto. Proprio quando ritrova l’umile coscienza del proprio nulla, proprio quando si fa di nuovo mendicante, proprio allora Israele si riveste di vera bellezza, quella bellezza che ha il potere di addolcire il cuore del Signore. Poiché Egli non trascura la supplica dell’orfano né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance? […] La preghiera dell’umile penetra le nubi (Sir 35,14-15).
Così il Re Assuero non cede alla preghiera di Ester solo perché mosso dalla sua bellezza. Ma anche, e forse soprattutto, al vederla svenire, pallida come un morto, tra le sue braccia: Appariva rosea nello splendore della sua bellezza e il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore, ma il suo cuore era stretto dalla paura. Attraversate una dopo l’altra tutte le porte, si trovò alla presenza del re. Egli era seduto sul trono regale, vestito di tutti gli ornamenti maestosi delle sue comparse, tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto molto terribile. Alzò il viso splendente di maestà e guardò in un accesso di collera. La regina si sentì svenire, mutò il suo colore in pallore e poggiò la testa sull’ancella che l’accompagnava. Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti, dicendole: “Che c’è, Ester? Io sono tuo fratello; fatti coraggio” (…) Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: “Parlami!”. (…) Ma mentre parlava, cadde svenuta; il re s’impressionò e tutta la gente del suo seguito cercava di rianimarla. Allora il re le disse: “Che vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai!” (cfr. Est 5,1-3).
Comprendiamo così perché Maria sia veramente il punto di arrivo di tutto il cammino della storia di Israele e con ciò anche il vertice, l’epitome della bellezza creata. Sara e Rachele, Giuditta ed Ester, non erano che pallida figura di lei.
Kecharitomene
Ave, piena di grazia, la saluta l’arcangelo Gabriele. La parola greca è kecharitomene, che signifca graziata, ma anche riempita di grazia, cioè resa bella. “Gioisci, o tu che hai ricevuto il dono della pura bellezza, o bellissima”.
In questo semplice participio è come racchiuso l’essenziale mistero della Madonna. Ella è la graziata: tutto in lei è frutto della più pura, preveniente gratuità dell’amore divino. E tuttavia, nelle parole di Gabriele c’è più di questo. Qual è il contenuto di questo dono? Ecco il secondo aspetto del participio: “adornata di bellezza”. Il contenuto del dono è Bellezza, pura bellezza. Ma in cosa consiste questa bellezza?
Don Giussani ci ha insegnato che la bellezza è splendor veritatis, splendore del vero.
Questo basta ad avvicinare il mistero: in Maria, come in un cristallo purissimo, risplende la verità della creatura. Nel suo cuore la creazione, il cosmo creato diviene, infine, perfettamente trasparente a se stesso per ciò che è. Maria vede se stessa, tutto il suo essere scaturire dall’amore di Dio. E ciò significa due cose: innanzitutto umiltà, cioè coscienza purissima, perfettamente vivida, della propria radicale dipendenza dalla Maestà dell’Altissimo. Il manto scuro che l’avvolge in tante icone dell’Annunciazione è simbolo di questo: Ha guardato all’umiltà della Sua serva.
Nel manto di cui lo Spirito l’ha rivestita, tuttavia, non c’è solo questo. In altre icone dello stesso mistero, la veste della vergine è rosso fiammante. Mentre percepisce tutto l’abisso della distanza tra sé e l’Altissimo, Maria anche si sa anche realmente amata, termine d’amore. Ed è percio al contempo attratta, mossa verso Colui cui pur guarda con timore ed infinita riverenza. Ecco dunque: lo splendore della vergine, quello splendore mediante cui ella attira a sé lo sguardo dell’Altissimo, è come l’effetto dell’incandescenza prodotta in lei dall’attrito, potremmo dire, tra due opposti movimenti del cuore: l’umiltà dell’“ancella”, che la porta a riconoscere, in timore e tremore, l’incolmabile distanza tra sé e l’Altissimo; e il desiderio della sposa, che invece la spinge in alto, le dà l’audacia di alzare gli occhi verso il cielo. La sintesi incandescente dei due si chiama attesa, vergine attesa, che nulla pretende né anticipa. Eppure, nel segreto del cuore, aspetta, oscuramente attende, si attende dall’Amato il dono impossibile: il dono di una totale intimità con Colui che nemmeno i cieli possono contenere. Come una vergine attende fremendo il suo sposo, così Maria, la vergine purissima, è tutta attesa, tutta spazio per Dio, terra deserta, rovente, assetata della venuta del Signore.
Gli occhi della colomba
Il Cantico dei Cantici ci aiuta, forse più di qualunque altro libro delle Scritture, a meditare ulteriormente su questo misterioso legame tra casto desiderio e bellezza, tra verginale, umile attesa e forza attrattiva.
Tu sei bella, amica mia, come la città di Tirza, incantevole come Gerusalemme, terribile come un vessillo di guerra. / Distogli da me i tuoi occhi, perché mi turbano (Ct 6,4-5). Il poeta sacro attira l’attenzione su un fatto che tutti conosciamo bene per esperienza, ma su cui forse mai abbiamo riflettuto a fondo: qual è l’arma più efficace con cui la donna amante colpisce e disarma l’amato? Lo sguardo: Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe. Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo (Ct 4,1). È stupendo il soffermarsi del poeta sull’intreccio di pudica velatezza e audace splendore, che caratterizza lo sguardo della donna. I suoi occhi sono come colombe. La colomba è qui il simbolo dell’amore puro, fedele e ardente. Gli occhi della Sulammita luccicano d’amore. Tuttavia la passione non è esibita in modo sfacciato. Essa si rivela da “dietro un velo”. Come se nell’atto di volgere verso il suo amato lo sguardo, la Sulammita gli lasciasse finalmente intravedere qualcosa della passione che già ardeva in lei, sebbene indischiusa. Proprio il bagliore improvviso di questa rivelazione rende il suo aspetto tanto più soggiogante: Tu sei terribile come un vessillo di guerra. Distogli da me i tuoi occhi, perché mi turbano.
Un altro passaggio mette in luce lo stesso paradosso, attraverso un altro eloquente simbolo del desiderio: la bocca. Come nastro di porpora le tue labbra,la tua bocca è piena di fascino; come spicchio di melagrana è la tua gota dietro il tuo velo (Ct 4,3).
Ancora una volta il poeta si sofferma su un fatto che siamo tentati di banalizzare, fermandoci al puro elemento erotico. La bocca, così come la gota, col suo nascondere “dietro il suo velo” la mandibola e la cavità orale, è primordiale simbolo di “fame e sete”. Per questo – sembra dire il poeta – essa ha il naturale potere di rivelare il desiderio, al contempo lasciandone velato l’abisso.
In conclusione: proprio quando lascia tralucere il suo desiderio, la donna dispiega paradossalmente la sua gloria, gloria che conquista con naturalezza, così come Iahvè abbatte senza sforzo gli eserciti dei re più potenti.
La nostra bellezza agli occhi dell’Infinito non dipende da quante grandi gesta noi facciamo per lui ed in Suo nome: non rellegratevi per il fatto che scacciate demoni (cfr. Lc 10,20). Di fatto le “nostre gesta” non sono altro che frutto della Sua grazia in noi. Tutto quel che io faccio per Lui, Egli lo potrebbe fare meglio e più agilmente di me. No, la mia bellezza agli occhi del Mistero, è piuttosto proporzionale alla mia sete di Lui, alla profondità del mio vuoto: Distogli da me i tuoi occhi, perché mi sconvolgono.
Ecco dunque la prima dimensione della “bellezza disarmata”: la bellezza del “debole”, che proprio arrendendosi al Potente, proprio nell’abbandonarsi nelle Sue braccia, lo vince.
La memoria dell’elezione
Aggiungo una nota importante. Non è solo la consapevolezza della propria impotenza, che infiamma il cuore d’attesa. Un secondo fattore è cruciale: la memoria, la memoria delle promesse del Signore, la memoria dell’elezione. Tanto per Ester come per Giuditta, questa memoria coincide con l’orgoglio di appartenere a un popolo con una storia gloriosa, il popolo dell’Alleanza. Così è per noi: non c’è speranza senza memoria dell’elezione, cioè senza la coscienza di essere parte del popolo del Signore, un popolo fatto di volti, nomi, ricordi concreti.
Non è casuale che le preghiere di Ester e Giuditta inizino sempre con il rammentare al Signore – quasi se ne potesse scordare! – le grandi gesta che Egli ha compiuto nel passato, quando ha salvato gli avi. È questa memoria che sostiene la speranza e dà alla mendicanza slancio e fiducia. Anche la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale. Si tolse le vesti di lusso e indossò gli abiti di miseria e di lutto; invece dei superbi profumi si riempì la testa di ceneri e di immondizie. Umiliò duramente il suo corpo e, con i capelli sconvolti, coprì ogni sua parte che prima soleva ornare a festa. Poi supplicò il Signore e disse: Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso se non te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni e i nostri padri da tutti i loro antenati come tua eterna eredità, e hai fatto loro secondo quanto avevi promesso. Ora abbiamo peccato contro di te e ci hai messi nelle mani dei nostri nemici, per aver noi dato gloria ai loro dei. Tu sei giusto, Signore! […] Ricordati, Signore; manifèstati nel giorno della nostra afflizione e a me dà coraggio, o re degli dei e signore di ogni autorità. […] salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore! (Est 4,17).
Lo stesso è vero per noi. La scintilla del nostro grido sprizza sempre dall’attrito tra due principali oggetti del pensiero: da una parte la consapevolezza del nostro bisogno; dall’altra la memoria dell’elezione, cioè di una storia. «Da cosa traeva il popolo di Israele la coscienza di appartenere a Dio? Un angelo glielo aveva detto? (…) È lo stupore della storia che hanno avuto. Stupore della loro storia» (cfr. L. Giussani, Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione, Milano 1983).
La bellezza della gratuità
Il frutto di questa povertà vissuta, il frutto misterioso di questa mendicanza è il più inaspettato: si chiama “pace”. Vi lascio la pace, vi do la mia pace (Gv 14,27).
La pace è il sentimento di colui cui nulla manca. Il Signore risponde al grido del povero con il dono della pace, che è come la sintesi di tutti i doni dello Spirito del Risorto (cfr. Gv 20,22). Ma c’è di più. Questo dono tende a traboccare, genera nel cuore un desiderio nuovo, sconosciuto prima: il desiderio di donarsi, di dare la vita, senza più paura né calcoli, per la Gloria del Vero, per la Gloria di Cristo nel mondo. Si chiama gratuità.
Il frutto paradossale di questo disarmato arrendersi nelle mani del Signore, che porta alla pace, è il potere di rendere testimonianza a Cristo in modo analogamente disarmato, cioè senza paura del giudizio degli uomini, senza paura delle conseguenze. Il frutto della fede è una pace che diventa gratuità, cioè prontezza a darsi con coraggio senza fare troppi calcoli. È questa la bellezza disarmata che vince il mondo, così come Giuditta vince l’intero esercito assiro con la sola forza della sua bellezza, del suo aspetto che non era in realtà che un simbolo. La vera bellezza di Giuditta sta nella gratuità coraggiosa con cui è pronta a dare la vita per la salvezza del suo popolo. Ecco la bellezza che, fuor di metafora, seduce e vince il mondo: la bellezza dell’amore che va fino alla fine, la bellezza di Cristo: «Tutti gli scrittori che hanno tentato di ritrarla, hanno sempre rinunciato… C’è solo una figura di una bellezza positiva al mondo: Cristo, cosicché il fenomeno di quella figura infinitamente bella è già in sé un miracolo infinito. Tutto il vangelo di san Giovanni è un’affermazione di quell’effetto; “egli vede tutto il miracolo solo nell’Incarnazione, nella manifestazione della bellezza» [Fedor Michailovic Dostoevskij, lettera a Sofia Ivanovna, 1868].
Torniamo così alla domanda di cui sopra: cos’è la bellezza? Pulchrum splendor veritatis: la bellezza è lo splendore del vero. La bellezza è la verità dell’Essere nel suo risplendere, nel suo rendersi visibile. Cristo è – come Dostoevskij ha scritto così bene – bellezza suprema proprio perché Egli rende visibile, nella sua carne, la Verità suprema, la verità di Dio: e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Figlio unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).
Come Gesù rende visibile e udibile la Verità di Dio? Già in tutto il suo ministero, mediante la Sua parola, i suoi gesti, il suo sguardo, Gesù lascia intravedere il Padre: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto, me ha visto il Padre (Gv 14,9). Tuttavia, per quanto strano possa sembrare, è sulla croce che Egli trasforma la sua carne nella perfetta immagine, di quel Mistero che nessuno ha mai visto (cfr. Gv 1,18): il mistero del Padre.
Come il Padre ha amato me, così io amo voi (Gv 15,9).
Nel fare della sua carne un purissimo dono d’amore, Gesù rende visibile, in modo analogico eppur reale, il mistero di quell’eterno atto d’Amore con cui il Padre tutto si dona al Figlio: Dio, nessuno lo ha mai visto: / il Figlio unigenito, che è Dio / ed è nel seno del Padre, / è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18). E il Verbo si fece carne / e venne ad abitare in mezzo a noi; / e noi abbiamo contemplato la sua gloria, / gloria come del Figlio unigenito / che viene dal Padre (Gv 1,14).
La gloria di Gesù (gloria e bellezza sono la stessa cosa nel vangelo di Giovanni, perché la gloria non è che il visibile irradiarsi nel mondo dell’Essere di Dio) è gloria di Figlio unigenito dal Padre che è Dio, ed è nel seno del Padre. E ciò significa: è Gloria dell’Unico, che ha il potere di darsi completamente, fino all’ultima goccia di sangue, senza paura, perché è l’assolutamente Figlio, l’unico che conosce l’Amore Infinito del Padre e di esso vive.
Il mistero della luna
La bellezza disarmata della Chiesa è, in realtà, specchio della bellezza disarmata di Cristo stesso, ha la stessa struttura: povertà e gratuità, totale dipendenza che diventa ricchezza, che tracima in gratuità, in potere di darsi in libertà, fino alla testimonianza del sangue.
I Padri della Chiesa amavano paragonare la bellezza della Chiesa a quella della luna. La luna riceve il suo splendore dalla luce del sole. Non è il sole, ma ne riflette la luce in un mondo ancora immerso nel buio.
Così la Chiesa non è Cristo. Guai a dimenticarsi di questo! Ne riflette però lo splendore nella misura in cui volge lo sguardo verso di Lui, guarda Lui, cerca Lui.
E come Cristo rende visibile attraverso la sua carne, l’amore che lo ha generato, la gloria del Padre, così la Chiesa rende visibile Cristo, la gloria del suo amore, attraverso la carne dei suoi membri: Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi (cfr. Gv 13,34). È come un sistema di vasi comunicanti: Come il Padre ha amato me, così io amo voi (Gv 15,9). Amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi (Gv 13,34

Publié dans : meditazioni | le 6 novembre, 2017 |Pas de Commentaires »
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