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1 APRILE 2018 – PASQUA DI RISURREZIONE – B | OMELIA

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1 APRILE 2018 – PASQUA DI RISURREZIONE – B | OMELIA

1a Domenica: S. Pasqua / Tempo di Pasqua

Per cominciare
Pasqua, festa delle feste, trionfo della fede. Domenica che dà senso a tutte le altre domeniche. Mistero che ci rivela profondamente chi è Gesù, la sua identità ultima e il nostro destino, l’irrompere di Dio nella Storia e nella nostra vita.

La Parola di Dio
Atti degli apostoli 10,34a.37-43. « Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui », dice Pietro a Cornelio, dando ragione della propria fede e di ciò che ha vissuto dopo la Pasqua del Signore. « Dio lo ha risuscitato al terzo giorno », racconta Pietro, « e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti ». È la fede degli apostoli che ora si manifesta così diversa e sicura, dopo l’abbandono e il tradimento.
Colossesi 3,1-4. « Cercate le cose di lassù », dice Paolo ai Colossesi, dal momento che siete anche voi risorti con Cristo. Datevi a una vita nuova per condividere la gloria di Gesù.
1 Corinzi 5,6b-8. Di fronte a un grave scandalo tra i cristiani di Corinto, Paolo interviene duramente perché un seme negativo non guasti quella comunità. Poi esorta tutti non solo a evitare il male, ma a diventare lievito di vita nuova, a essere con la propria vita testimoni del Signore Risorto.
Giovanni 20,1-9. È l’alba del primo giorno della settimana, e Maria di Magdala va a prendersi cura di un cadavere, ma trova la tomba vuota e va a dirlo agli apostoli. Corrono alla tomba Pietro e Giovanni, si rendono conto di tutto, riflettono su ciò che è successo e si accende in loro la fede. Maria rimane presso la tomba e incontrerà per prima il Risorto. Oppure per l’anno B: Marco 16,1-7. Secondo Marco, sono tre le donne che vanno al sepolcro il mattino di Pasqua, vedono la tomba vuota, e un angelo annuncia loro la risurrezione di Gesù. L’angelo le manda ad annunciare la risurrezione agli apostoli, ma le donne, spaventate e tremanti per la paura, non dicono niente a nessuno.

Riflettere…
o « Sì, i cristiani possono dire ai loro fratelli che all’alba di un primo giorno della settimana, il 9 aprile dell’anno 783 dalla fondazione di Roma, che sarebbe diventato l’anno 30 della nostra era, alcuni discepoli di Gesù, innanzitutto delle donne, poi anche qualcuno dei dodici, hanno trovato vuota la tomba in cui era stato deposto Gesù di Nazaret, il loro rabbi condannato e crocifisso il venerdì precedente » (Enzo Bianchi). È quella tomba vuota che permette ai discepoli e alle donne di rileggere le parole dei profeti, e quelle dello stesso Gesù, per giungere alla fede nella risurrezione.
o Pasqua è prima di tutto la sorpresa di questa tomba vuota. Le donne il primo giorno della settimana vanno a completare quello che non è stato possibile fare dopo la deposizione dalla croce. Vanno per prendersi cura di un cadavere e vedono la pesante pietra ribaltata, la tomba vuota, angeli che parlano loro della risurrezione di Gesù e le invitano a farsi testimoni di lui presso gli apostoli.
o Il secondo elemento di forza della Pasqua di Gesù è la trasformazione degli apostoli. Essi, che nel momento della passione e morte si sono comportati da paurosi, da vigliacchi e traditori, sorpresi e delusi per l’umiliazione di Gesù, ora, anche se a fatica e ancora dubitando, si fanno progressivamente coraggiosi testimoni della risurrezione.
o Tutto cambia. Pietro, che non voleva lasciarsi lavare i piedi da Gesù, perché il messia non poteva abbassarsi a tanto, ed era rimasto scioccato dalla inattesa umiliazione della croce, ora eccolo sicuro di sé, testimone coraggioso, insieme agli altri apostoli. Non temono di affrontare il sinedrio e le autorità ebraiche, di essere imprigionati e maltrattati. Dicono di non poter tacere ciò che loro hanno visto con i loro occhi: affermano con decisione che Gesù è vivo ed è risorto, che è il Salvatore, il Figlio di Dio.

Attualizzare
* Se la bellezza del creato suscita stupore, e i miracoli di Gesù ci riempiono di ammirazione, il mistero pasquale ci riempie di meraviglia e di gioia. Tutta la liturgia pasquale è attraversata da questi sentimenti e ci fa rivivere il prodigio senza precedenti che è la risurrezione di Gesù. Dall’Exultet cantato in questa notte in tutte le chiese, all’alleluja che ritorna come un ritornello di fede gioiosa: Gesù è veramente risorto! È su questo fatto che si fonda tutta la fede di noi credenti. aLeggiamo nel salmo responsoriale: « La destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze… la pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo… ». È Gesù la pietra scartata dai costruttori e che Dio ha glorificato.
* Questa gioia e stupore la troviamo anche in Pietro, che annuncia nella casa del centurione Cornelio le meraviglie di Dio. Pietro ricostruisce la vita di Gesù, ricorda che si è conclusa drammaticamente: « Lo uccisero appendendolo a una croce! », ma Dio si è preso la rivincita sulla crudeltà e ottusità degli uomini: Dio lo ha risuscitato il terzo giorno…
* Pietro si sente il primo testimone di questo fatto prodigioso della risurrezione dell’Eterno Vivente, che compie all’infinito gesti di risurrezione per chi crede in lui: « Chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome ».
* La storia è piena di uomini di buona volontà e di profeti. Ma Gesù non è semplicemente un grande uomo, un taumaturgo, un uomo buono e misericordioso, un uomo di comunione. È il Figlio di Dio, il Signore della vita. Anche la sua morte in croce, con tutta la sua drammaticità, non farebbe di Gesù altro che un profeta straordinario e fedelissimo a Dio. È la risurrezione che toglie ogni dubbio alla sua figliolanza divina, è la sua risurrezione il sigillo che autentica pienamente da parte di Dio la sua missione.
* « Quale segno ci dai? », gli hanno chiesto. E Gesù ha risposto: « Distruggete questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni. E parlava del tempio del suo corpo ». « Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio ». Così Paolo ai Corinzi. Poco prima aveva detto: « Gesù apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto » (1Cor 15,5-15).
* Tutto il brano del vangelo appena proclamato è pervaso di stupore e di meraviglia. L’evangelista Matteo usa un genere letterario particolare per mettere maggiormente in evidenza la singolarità della autenticità storica della risurrezione. Le donne vanno visitare un cadavere, non si aspettano nulla. Vanno a piangere su una tomba, ma Gesù si presenta loro vivo: «  »Salute a voi! », dice. Ed esse si avvicinano, gli abbracciano i piedi e lo adorano. Gesù dice loro: « Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno » (Mt 28,9-10).
* Le donne adorano per prime e sono le prime annunciatrici del mistero, di questo evento fondamentale, quasi a sottolineare il ruolo che la donna può avere nella chiesa e soprattutto il primato dell’amore, perché è l’amore che le spinge a rimanere unite a Gesù anche dopo la sua morte.
* Gesù risorto diventa per noi principio di vita nuova. È in lui che siamo battezzati e otteniamo il perdono. È perché lui è risorto che dobbiamo elevare la nostra vita e vivere di fede: « Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, non quelle della terra », ci dice Paolo (seconda lettura). Anche noi, come gli apostoli, siamo chiamati a produrre frutti di novità, passare da una fede incerta a una fede che ci renda suoi testimoni.
* Dalla Pasqua infine un messaggio di gioia senza misura. Tutto è possibile, la gioia esiste, la vita trova un senso, il destino dell’uomo non è un tunnel senza uscita. Nonostante i quotidiani acciacchi che ci mandano in crisi, nonostante di interrogativi sul dolore e la sofferenza che ci fanno dubitare della bontà di Dio, noi siamo autorizzati a coltivare la gioia profonda che nasce da una vita che, nonostante tutto, non perde il suo senso, perché siamo oggetto di un grande amore e di un progetto più grande di noi che ci coinvolge.

« Devo proprio dirlo a mio marito! »
Il cardinale Biffi racconta ciò che gli è capitato dopo una sua lezione di teologia tenuta a Milano sulla risurrezione di Gesù. È stato così convincente, che una donna alla fine è andata a sincerarsi e a chiedere conferma: « Davvero Gesù si è presentato vivo dopo essere stato ucciso? ». E alla conferma del cardinale, la donna ha concluso: « Devo proprio dirlo a mio marito! ». La settimana seguente, la signora si è ripresentata dal cardinale e gli ha detto che cosa aveva risposto suo marito: « Avrai certamente capito male! ».

Don Umberto DEVANNA sdb

 

LA STORIA DELLA PASQUA

http://www.suffragio.it/teologia/storia_della_Pasqua.html

LA STORIA DELLA PASQUA

La festa di Pasqua ha una storia molto lunga. Noi la celebriamo come festa cristiana ma, in realtà, la Pasqua esisteva già da molto tempo come festa ebraica, prima che nascesse il cristianesimo. Non solo: a quanto pare la festa di Pasqua si celebrava già prima ancora che il popolo ebraico esistesse come tale, con una sua precisa identità storica: è davvero il caso di dire che le origini della festa di Pasqua «si perdono nella notte dei tempi».
Gli studiosi dicono che ancor prima dell’epoca di Mosè (siamo attorno al sec. XIII a.C.) una festa chiamata «Pesach» veniva celebrata dai pastori nomadi semiti nella notte del plenilunio di primavera, immediatamente prima della partenza verso i pascoli estivi. Il significato preciso del nome rimane oscuro (forse in origine indicava una sorta di danza rituale), ma è da esso che deriva direttamente il nome «Pasqua» che noi usiamo ancor oggi.
Al tramonto del sole si «immolava» – cioè si uccideva nel corso di un rito sacrificale – un agnello o un capretto, il cui sangue veniva asperso sull’ingresso della tenda come segno di protezione e di difesa contro ogni influsso malefico, mentre la carne veniva mangiata in un banchetto cultuale che contribuiva a rinsaldare i vincoli familiari e tribali.
Secondo le antichissime tradizioni che sono state tramandate dalla Bibbia, il grande evento dell’Esodo degli Ebrei dall’Egitto avvenne precisamente nella ricorrenza di questa festa primaverile. Così nell’ambito del popolo ebraico la festa di Pesach cambiò significato, pur conservando il nome, la data e anche i gesti rituali ereditati dalla tradizione precedente.
Il nome fu interpretato nel senso di «passaggio», applicato sia a Dio (Jahvè), che mentre «passava per il paese d’Egitto» colpendo i primogeniti, «passò oltre» le case degli Israeliti, contrassegnate dal sangue degli agnelli (cfEs 12,12- 13.23.27), sia agli Israeliti, che passarono dalla schiavitù alla libertà nell’uscita dall’Egitto (cfEs 13,3-8).
Il rito tradizionale della festa di Pesach l’agnello immolato la sera del giorno 14 del primo mese di primavera, il sangue asperso «sui due stipiti e sull’architrave delle case», l’agnello consumato insieme – diventò per il popolo d’Israele il memoriale della «Pasqua del Signore»: un rito celebrato «di generazione in generazione» per ricordare e rivivere nel suo valore di perenne attualità l’esperienza della propria liberazione per opera di Jahvè (cf Es 12,1-14).
Quando poi gli Israeliti si furono insediati in Palestina, un po’ per volta la festa di Pasqua finì con l’assorbire anche un’altra antica festa preesistente, quella degli Azzimi. In origine si trattava di una festa di carattere agricolo che celebrava l’inizio del raccolto dell’orzo: con le primizie di tale raccolto si preparava del pane non lievitato (= àzzimo) che veniva mangiato per una settimana. Nella tradizione d’Israele, anche la festa degli Azzimi, unita a quella di Pasqua, fu collegata alla memoria dell’Esodo: «Per sette giorni mangerai gli azzimi, pane di afflizione, perché sei uscito in fretta dal paese d’Egitto…» (Dt 16,3).
Nella tradizione religiosa ebraica, la festa di Pasqua divenne sempre più importante. La notte di Pasqua fu interpretata come una specie di sintesi di tutta la storia – passata, presente e futura – come luogo in cui Dio «si manifesta» con la sua azione nel mondo.
La «notte della Pasqua per il nome di Jahvè» è la notte «fissata e riservata per la salvezza di tutte le generazioni d’Israele», come dice il Poema delle Quattro Notti: «La prima notte fu quella in cui Jahvè si manifestò sul mondo per crearlo… La seconda notte fu quando Jahvè si manifestò ad Abramo all’età di cento anni e a Sarà sua moglie… La terza notte fu quando Jahvè ‘si manifestò contro gli Egiziani nel mezzo della notte… La quarta notte sarà quando il mondo, giunto alla sua fine, sarà dissolto…». A questa «quarta notte» – soprattutto negli ultimi secoli prima di Cristo – una convinzione assai diffusa ai tempi di Gesù collegava l’attesa della «venuta» e della manifestazione del Messia.
Gesù fu crocifisso a Gerusalemme in coincidenza con la festa di Pasqua: con molta probabilità, la vigilia di Pasqua dell’anno 30, il giorno stesso in cui venivano immolati al tempio gli agnelli per la cena pasquale (cf Gv 18,28; 19,31). Si trattava di un venerdì, poiché quell’anno Pasqua cadeva di sabato. Il giorno dopo il sabato le donne che lo avevano seguito dalla Galilea (cfMc 15,40-41) andando al sepolcro per imbalsamare il suo corpo trovarono la tomba vuota e si sentirono dire: «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui» (cf Me 16,1-8).
Verso la metà degli anni 50, scrivendo ai cristiani di Corinto per esortarli a «togliere via» di mezzo a loro il «lievito vecchio» del peccato, san Paolo ricorda loro: «Infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!» (1 Cor 5,7: «immolare la Pasqua» era un’espressione corrente per parlare del sacrificio dell’agnello pasquale). E la’ prima volta che la parola «Pasqua» viene usata in senso esplicitamente cristiano: riferita a Gesù stesso, considerato come il vero agnello pasquale che è stato «immolato» sulla croce.
Gli apostoli e i primi cristiani hanno riconosciuto nell’avvenimento della morte/risurrezione di Gesù l’evento decisivo per la liberazione di tutti gli uomini dal potere del male e della morte, così come la tradizione ebraica riconosceva (e tuttora riconosce) nei fatti dell’Esodo l’evento-segno della «salvezza» quale opera di Dio per il suo popolo. I cristiani hanno visto nella vicenda di Gesù il compimento delle Scritture. Così l’avvenimento della morte/risurrezione di Gesù fu considerato come la vera Pasqua, quella definitiva: l’evento in cui l’amore misericordioso di Dio si è manifestato in tutta la sua grandezza per la salvezza di tutta l’umanità.
San Paolo e il Vangelo di Giovanni hanno re-interpretato il senso della festa ebraica di Pasqua soprattutto partendo dall’avvenimento della morte di Gesù in croce: Gesù stesso è il vero «agnello» pasquale, che con il sacrifìcio di se stesso ha «tolto via il peccato del mondo» (Gv 1,29).
I Vangeli di Matteo, Marco e Luca hanno invece sottolineato il passaggio dalla Pasqua antica a quella nuova attraverso il rito della cena pasquale (allora si diceva correntemente «mangiare la Pasqua»: cfMc 14,12) che diventa V Eucaristia cristiana: «Fate questo in memoria di me» (Le 22,19). Ormai ogni Eucaristia sarà per i cristiani celebrazione del «mistero pasquale» di Cristo, soprattutto ogni Eucaristia domenicale; finché si celebrerà in modo esplicito anche la memoria annuale della morte/risurrezione di Gesù (con certezza, almeno dal sec. II). Così Pasqua è diventata festa cristiana.
La Pasqua cristiana
Già più volte, nel corso di queste nostre riflessioni sulla liturgia, abbiamo fatto esplicito riferimento alla morte- e-risurrezione di Gesù. Non c’è da stupirsi se questo rimando ritorna spesso nel nostro discorso; perché è proprio questo evento che sta al centro del Credo e alla base di tutta la fede cristiana. È di questo evento che «si fa memoria» ogni volta che si celebra l’Eucaristia (cf la Preghiera eucarìstica II: «Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio…»). Ed è la risurrezione di Gesù da morte che viene ricordata per così dire «ufficialmente» ogni domenica.
Già abbiamo visto come il fatto della crocifissione/risurrezione di Gesù venga presentato nel NT come «l’adempimento», la piena realizzazione del significato dell’antica festa di Pasqua: è Gesù il vero «agnello pasquale»; è la sua morte, quale dono totale di sé nell’amore, il vero sacrificio della «nuova ed eterna alleanza»; è il suo sangue versato in croce la vera fonte della «remissione dei peccati».
Per questo i cristiani hanno chiamato a loro volta «Pasqua del Signore» il fatto della morte/risurrezione di Cristo, riconosciuto come il grande «segno» della grazia e della misericordia di Dio a favore di tutti gli uomini. È in questo evento che Dio si è manifestato come il Padre, che ha tanto amato il mondo da «dare» il suo Figlio (cf Gv 3,16), grazie al quale viene effuso sugli uomini il dono dello Spirito Santo. Ed è precisamente il «mistero pasquale» che sta alla base di tutti i sacramenti e che, in modi diversi, viene «celebrato» in ciascuno di essi.
Non sappiamo esattamente in che modo sia nata la celebrazione annuale della Pasqua come festa cristiana. Forse nelle prime comunità di origine ebraica «la Pasqua» è stata sempre celebrata, prendendo gradualmente un carattere specificamente cristiano pur sulla base della precedente tradizione rituale e religiosa ebraica.
Di fatto le notizie più antiche che noi abbiamo a proposito di una celebrazione annuale della Pasqua come festa cristiana risalgono al secolo II, provenienti dall’Asia Minore (attuale Turchia). I cristiani di queste regioni celebrano la «commemorazione della morte» di Cristo in coincidenza con la Pasqua ebraica, con una veglia notturna che ha inizio la sera del «14 di Nisan» (il primo mese del calendario ebraico, tra marzo e aprile) e si prolunga dopo la mezzanotte con la celebrazione dell’Eucaristia, fino «al canto del gallo» all’alba del giorno seguente.
Si sa con certezza che verso la fine del sec. II la festa di Pasqua veniva celebrata anche a Roma, a Gerusalemme, ad Alessandria d’Egitto e altrove. In tutte queste Chiese, però, la veglia notturna aveva luogo non la sera del «14 di Nisan» (qualunque giorno della settimana capitasse), bensì la sera del sabato seguente, in modo da concludere la veglia con la celebrazione dell’Eucaristia sempre sul mattino della domenica. Questo uso forse era già seguito a Roma fin dai tempi di papa Sisto (verso il 120), ma non sappiamo esattamente come e quando sia stato introdotto.
Di fatto, come riferisce Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica, ci furono forti discussioni – ai limiti della rottura – tra coloro che celebravano la Pasqua il «giorno 14» (furono chiamati i «Quartodecimani») e coloro che ritenevano invece di dover legare la celebrazione annuale della Pasqua al giorno di domenica.
Ma fu quest’ultima la pratica che finì col prevalere dovunque fin dal sec. IIIi: quasi a sottolineare che con la festa di Pasqua si fa memoria ogni anno di ciò che nella Chiesa si celebra ogni domenica.
Da allora in poi tutti i cristiani celebrano la festa di Pasqua la domenica che segue il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera (salvo difficoltà a mettersi d’accordo sull’organizzazione uniforme del calendario generale, per cui ancor oggi, purtroppo, succede che le diverse Chiese d’Oriente e d’Occidente non celebrano tutte la Pasqua lo stesso giorno).
Nella concezione cristiana antica, però, la celebrazione della Pasqua non si identifica con la «domenica di Pasqua». Pasqua non è solo la festa della risurrezione di Gesù; è celebrazione globale e unitaria della passione-e-risurrezione di Gesù. Detta celebrazione iniziava nell’antichità con uno o due giorni di digiuno (ora diremmo: il venerdì e sabato santo), aveva il suo momento centrale nella veglia notturna (la «veglia pasquale») e si prolungava, in certo modo, per cinquanta giorni, fino a quella che noi ora chiamiamo la domenica di Pentecoste.
La veglia pasquale si articolò via via in tre grandi momenti:
Anzitutto un’ampia «liturgia della Parola»: attraverso varie letture bibliche, intercalate dal canto di salmi e da preghiere, si fa memoria di tutta la «storia della salvezza» (dalla creazione ad Abramo, a Mosè, ai profeti) che trova il suo «momento vertice» in Gesù crocifisso/risorto.
In secondo luogo il Battesimo, il sacramento attraverso cui «si muore e si risorge con Cristo» (come insegna san Paolo in Rm 6,1-11).
Infine l’Eucaristia, «il sacramento» per eccellenza, con cui si celebra il memoriale di Cristo, «morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo», offrendo a Dio Padre il suo sacrifìcio e «comunicando al santo mistero del suo Corpo e del suo Sangue» per essere riuniti dallo Spirito Santo in un solo corpo, nell’attesa della sua venuta nella gloria.
A partire dal «centro» originario della veglia notturna, la celebrazione cristiana della Pasqua a poco a poco si dilatò nelle due direzioni del tempo precedente e seguente. Nella prima dirczione dapprima si formò l’idea del
«Triduo pasquale», quello che sant’Agostino chiamava «il sacratissimo triduo del crocifisso, sepolto, risorto» (noi oggi diremmo: venerdì santo, sabato santo, domenica di Pasqua); poi si parlò della «settimana santa» (dalla
«domenica delle Palme» alla domenica di Pasqua); e nel frattempo si veniva organizzando tutto il tempo quaresimale.
Nella seconda direzione, come già abbiamo accennato, si considerò come una sorta di «festa prolungata» tutto il tempo dei cinquanta giorni che seguono la domenica di Pasqua (è tutto questo periodo che anticamente veniva chiamato «Pentecoste»), quasi a voler significare che Pasqua è una festa senza fine, perché ormai la vittoria di Cristo sul male e sulla morte è una realtà definitiva, che nulla e nessuno potrà più contraddire, malgrado il permanere del peccato, della sofferenza e della morte sulla faccia della terra finché dura il mondo presente.
Dentro questo tempo dei cinquanta giorni, seguendo alla lettera la cronologia dei fatti come viene esposta da san Luca nel libro degli Atti, emergeranno un po’ alla volta, lungo il sec. IV, le due feste specifiche dell’Ascensione e della Pentecoste come le conosciamo oggi.
La settimana santa
Nella nostra società i ritmi di vita comuni sono scanditi essenzialmente in base a fattori concernenti l’attività lavorativa:
giorni di lavoro e giorni di festa, tempo di lavoro e tempo di ferie, orari di lavoro e «tempo libero».
Anche la festa di Pasqua si inscrive in questi ritmi. A Pasqua il calendario prevede non solo il normale week-end di sabato e domenica, ma anche il lunedì come «giorno di festa», cioè come giornata non-lavorativa. In più, c’è la variante delle vacanze scolastiche: dal giovedì santo al martedì dopo Pasqua. Naturalmente poi ognuno si gestisce queste giornate secondo i propri gusti o le proprie possibilità (di età, di famiglia, di salute, di soldi e così via).
Diversi elementi del nostro calendario hanno un’origine religiosa e più specificamente cristiana: così è, per esempio, per la domenica; così è anche per la festa di Pasqua. In altri tempi l’aspetto religioso incideva fortemente sui comportamenti sociali legati a queste ricorrenze. Oggi tale aspetto rimane sì testimoniato dal nome e dai riti religiosi che caratterizzano determinati giorni, ma spesso non appare più come fattore primario nel delineare la concreta immagine sociale di queste giornate. Così, mentre il «week-end di Pasqua» costituisce un punto di riferimento per tutti, per via della sospensione dell’attività lavorativa, la «settimana santa» rischia invece di apparire come una nozione residua, venuta dal passato, legata a un insieme di tradizioni religiose e popolari in qualche misura persistenti, ma come in secondo piano, «al di sotto» dei moderni ritmi di vita e di attività.
«Settimana santa»: è un’espressione che va oltre una pura e semplice indicazione di calendario. Parlare di settimana santa, in realtà è come fare una professione di fede. E stata chiamata così perché in questi giorni ricorre l’anniversario storico della crocifissione e della risurrezione di Gesù: fatto avvenuto a Gerusalemme, al tempo dell’imperatore Tiberio e del governatore Ponzio Filato.
Ma la settimana santa… è una settimana di otto giorni: va dalla domenica di passione (la «domenica delle palme») alla domenica di risurrezione («domenica di Pasqua»). Poiché la memoria della passione di Cristo – a cui fa riferimento la maggior parte delle tradizioni popolari relative alla settimana santa e su cui più spontaneamente tende a fermarsi l’attenzione della gente – in realtà non avrebbe molto significato senza la risurrezione. Se Gesù non fosse risorto da morte, tutto sommato anche la sua passione sarebbe soltanto l’amara storia di uno dei tanti
«poveri cristi» di cui è piena la storia dell’umanità.
Questa settimana viene chiamata «santa» perché ricorda i giorni in cui è avvenuta la cosa più «grande» e paradossale che mai sia successa al mondo: che cioè il Figlio di Dio (il «Verbo fatto carne») sia stato crocifisso dagli uomini; e che un figlio d’uomo (Gesù di Nazaret, «nato da donna», il figlio di Maria) sia stato risuscitato da morte. Poiché Gesù era veramente l’una e l’altra cosa insieme.
Certo: sul Calvario era difficile riconoscere un’identità «divina» in quel poveraccio che stava per morire crocifisso (cf Mt 27,40: «Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!»); ed è pur vero che nessuno ha visto Gesù risorgere da morte. La «grandezza» nascosta nel fatto della crocifissione di Gesù e la «realtà» della sua risurrezione non sono cose evidenti per nessuno. Come non è mai «evidente» – al modo delle realtà terrene – la presenza e l’azione di Dio nella storia umana. Senza disponibilità alla riflessione, senza ricerca di preghiera, senza la «fatica» della fede, si rischia di non accorgersi di ciò che avviene in realtà, o di come stanno davvero le cose quando si tratta di Dio.
La settimana santa si chiama così perché è precisamente negli avvenimenti che si ricordano in questi giorni che si è manifestata tutta la santità di Dio: la sua grandezza piena di misericordia e di amore per gli uomini, la sua potenza più forte del male e della morte. E si chiama così, perché è negli avvenimenti che ricordiamo in questi giorni che sta la fonte della nostra santificazione, per la grazia di Cristo e il dono del suo Spirito.
Ai nostri giorni gli impegni abituali di lavoro e di rapporti sociali non si interrompono e non subiscono variazioni considerevoli per via della settimana santa: anche in queste giornate i ritmi di vita di ciascuno e le vicende del mondo continuano a svolgersi più o meno come al solito. Ma c’è modo e modo di organizzare il proprio tempo e le proprie giornate, pur con tutti i condizionamenti che ci vengono dai ritmi comuni della vita di oggi.
Da cristiani, facciamo in modo che per noi la settimana santa non sia solo una questione di calendario o di tradizioni. Sono giorni in cui tutti quanti, come cristiani, siamo chiamati a riflettere con un po’ di attenzione sul significato della nostra fede. Sono giorni in cui, pur in mezzo alle normali occupazioni e preoccupazioni quotidiane, tutti quanti siamo chiamati a trovare un po’ di tempo da dedicare alla preghiera. Sono giorni da vivere insieme, come credenti, nella comune partecipazione alle celebrazioni liturgiche.
Proviamo a confrontarci seriamente, con un po’ di coraggio e di realismo, con il dramma della passione di Cristo (domenica delle palme, venerdì santo). Senza fermarci al livello di una facile emotività in merito, ma lasciandoci «giudicare» dal racconto della passione; poiché in qualche modo ne siamo tutti protagonisti, e non dobbiamo avere paura di riconoscere qualcosa di noi stessi nei suoi personaggi.
Proviamo a ritrovare un po’ di «stupore» di fronte al sacramento dell’Eucaristia (giovedì santo), per scuoterci di dosso il terribile virus dell’assuefazione che rischia di rendere banali e insignificanti anche le cose più grandi. Riscopriamo come davvero si realizzino per ciascuno di noi – ogni volta che andiamo a Messa e facciamo la comunione – le parole di san Paolo: Cristo «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gai 2,20).
Proviamo a «immergerci» pienamente, con fede semplice e profonda, in quella visione del mondo, della storia e della nostra esistenza che ci viene presentata nella veglia pasquale: il mondo esiste perché è stato creato da Dio («In principio Dio creò il cielo e la terra…»); Dio non è lontano dalla vita degli uomini sulla terra (Abramo, Mosè, i profeti); davvero Gesù crocifìsso è risorto da morte (Vangelo): egli è il punto di incontro tra Dio e l’umanità, la garanzia della nostra speranza, la «luce» e la «via» da seguire, per trovare pienezza di senso all’esistenza e gioia di vivere pur in mezzo ai molti mali del mondo.

Publié dans:Pasqua |on 20 mars, 2018 |Pas de commentaires »

IL TEMPO DI PASQUA NELL’EPOCA IN CUI MUTANO TEMPO E SPAZIO (ai può morire di gioia)

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IL TEMPO DI PASQUA NELL’EPOCA IN CUI MUTANO TEMPO E SPAZIO

Si può morire di gioia. Si può morire perché il corpo non ce la fa a contenere esperienze che suscitano vertici emotivi che sintetizzano pensieri e di attese oltre ogni possibile immaginazione. Si può anche difenderci dalla gioia, per paura del dopo, quando ci lascerà col vuoto insopportabile che l’accompagna. Poter dilatare il tempo servirebbe a prolungare e a contenere la gioia. «Fermati attimo!» è infatti il desiderio onnipotente e mai sopito dell’umanità occidentale (solo?).

DI FRANCO VACCARI

Si può morire di gioia. Si può morire perché il corpo non ce la fa a contenere esperienze che suscitano vertici emotivi che sintetizzano pensieri e di attese oltre ogni possibile immaginazione. Si può anche difenderci dalla gioia, per paura del dopo, quando ci lascerà col vuoto insopportabile che l’accompagna. Poter dilatare il tempo servirebbe a prolungare e a contenere la gioia. «Fermati attimo!» è infatti il desiderio onnipotente e mai sopito dell’umanità occidentale (solo?). La domenica in Albis, seconda domenica del tempo di Pasqua, ha concluso un prolungamento del tempo fino a sette giorni, tempo che la liturgia considera un giorno solo perché giorno unico, venendo incontro al nostro bisogno. «Questo è il giorno fatto dal Signore», abbiamo ripetuto ogni giorno nella Liturgia delle Ore. Un giorno senza fine in cui la storia e l’eterno si saldano e il mistero incarnato ci consente ? per grazia ? di vivere contemporaneamente la fatica del tempo e l’immersione nell’eterno, per essere come «goccia d’acqua in un oceano di profumo». La fede canta dalla terra unendosi al coro celeste, dove l’Amore ha ormai preso il suo posto, per omnia saecula saeculorum. La settimana che si è conclusa con la domenica in Albis è solo il preludio dell’intero tempo di Pasqua che è un messaggio grandioso sul tempo, per l’uomo del nostro tempo. Nel tempo di Pasqua, infatti, esteso dal Giovedì/Venerdì Santo a Pentecoste, la liturgia condensa una sapienza cui si può accedere anche per via di ragione e offre una comprensione intima dell’umano che può essere offerta come messaggio, proposta di confronto, anche a chi non condivide la fede, ma cerca? Mutamenti senza durata Il messaggio si innesta su ciò che, ormai, tutti dicono: sta cambiando il mondo in modo velocissimo. Pochi dicono come sta cambiando. Pochissimi si soffermano sul fatto che alla radice di questo processo stanno mutando i costitutivi dell’esistenza: il tempo e lo spazio, la loro percezione e, conseguentemente, ogni reale comportamento con la sua stessa comprensione. Il tempo ci fa esistere o, se si preferisce, in esso esistiamo e percepiamo l’esistenza. Il tempo ci fa crescere, diventare adulti: l’itinerario di ciascuno, infatti, va dall’onnipotenza infantile, in cui pensiamo di poter avere tutto e subito, alla maturità in cui comprendiamo di poter avere solo qualcosa e? quando sarà possibile. Ora, le protesi tecnologiche di cui disponiamo ? e siamo appena al chiarore di una nuova era ? l’habitat artificiale che stiamo costruendo alterano alla radice la nostra vita. Il semplice appuntamento «ci vediamo alle 16 all’angolo tra via Mazzini e corso Italia», che ha permesso di costruire una civiltà per millenni, convenendo tutti su tempi e luoghi, sarà sostituito da chissà quali codici della relazione diversi dal convenire in uno stesso luogo. Così accade che, mentre ci allarmiamo per una adolescenza cronica che sfuma in un’età adulta intesa come «eterna giovinezza» ? che nega ogni evoluzione verso vecchiaia e morte ? torniamo, come bambini mai cresciuti, ad avere strumenti che ci consentono di poter avere tutto e subito, nel tempo reale dello spazio virtuale. Con un clik sulla tastiera un messaggio d’amore traversa la terra e la commozione di due amici è contemporanea, una montagna di dollari va da una banca di Singapore allo sportello sotto casa, un po’ di sesso è venduto e comprato dai partner dei due emisferi. Con una carta di credito si possono compiere anche azioni differite nel tempo: il liquido seminale di un uomo, raccolto nel 2008, feconderà una donna del 2108, un hacker programmerà una megadistruzione informatica dopo 10 anni della sua morte e consegnerà al suo testamento la drammatica notizia-beffa per i posteri angosciati. Ma questo genere di differimento è capovolto nel significato di «attesa che matura». Alla durezza della realtà ? fatta di spazio e tempo ritenuti insuperabili ? questo genere nuovo di onnipotenza alimenta il mito dell’immortalità, almeno nella progenie. Il tempo che passa ci permette di transitare dalla fiaba alla realtà. Per qualcuno questo passaggio è stato traumatico, al punto di cercare per una vita intera di restare nella fiaba o di trovarla nuovamente. Passato dentro mille paesaggi della vita, non ne ha visto nessuno: tempo cupo di una soggettività assoluta. Ma il «tempo reale» è quello che si dispiega tra lentezza e velocità e lo «spazio reale» è quello in cui segniamo i passi uno ad uno con la suola della scarpa che combacia ogni volta con pochi centimetri di terra. Non a caso invidiamo l’aquila che svetta su tutto abbracciando nella medesima visione spazi senza fine e dettagli animati fra i cespugli. La dimensione reale Il tempo di Pasqua, la sua dilatazione «forzata», non ci toglie dallo spazio e dal tempo reali. Ci consente di aprirci al tempo senza fine per rileggere più profondamente il nostro tempo reale. Il tempo di Pasqua, la sua dilatazione «forzata», non ci toglie dallo spazio e dal tempo reali. Ci consente di aprirci al tempo senza fine per rileggere più profondamente il nostro tempo reale. Per emozionarsi basta un tempo breve, per amare occorre un tempo lungo. Un tempo lungo per educare e uno breve per stupire. Così come il tempo breve introduce la leggerezza e quello lungo la pesantezza e senza questo si dissolvono le categorie di coerenza e fedeltà. Muovendo in modo diverso lo spazio e il tempo la bugia può occupare il posto della verità e questa può apparire come menzogna. Nel tempo ormai fatto breve, anche lo spazio muta. Il prossimo ? sì! quello vicino nello spazio fisico, che incontriamo, urtiamo e pestiamo, che inganniamo o amiamo, sfruttiamo o rispettiamo ? sta a decine di migliaia di chilometri e un sorriso («nessuno è tanto povero da non poter donare un sorriso» ci ammoniva Madre Teresa di Calcutta) è inviabile ormai istantaneamente via web: tempo reale. Il tempo che fluisce col ritmo che conosciamo da millenni ci consente esperienze umane che il razionalismo appoggiato alle protesi tecnologiche minimizza o cancella. Per esempio, il fatto che i padri muoiono e solo dopo scopriamo di comprendere davvero cose che dicevano quando erano in vita. Come a dire: nel sapere si progredisce sempre e la memoria gigantesca di un computer non sa nulla della sapienza che si forma per sedimentazione e stratificazione dell’esperienza. Processo in cui non si getta nulla della vita, neppure gli scarti, la spazzatura. La gioia della Pasqua non è un’emozione, ma un’esperienza. Parte dal Giovedì/Venerdì Santo e giunge a Pentecoste: un tempo straordinario che, finendo, introduce ancora un tempo ordinario. C’è bisogno anche di questo. Anche per gli apostoli e le donne, all’inizio, è stata inesprimibile, incontenibile. Come per ciascuno di noi. Perché la risurrezione è il punto ? proprio in senso geometrico ? attraverso cui passano tutte le altre rette, tutti gli altri raggi. E passano proprio tutti a ciascuno di noi, che stiamo attaccati a una e una sola retta. Passa l’intero. E per noi è incontenibile. Ciascuno degli apostoli e delle donne che il Risorto ha raggiunto personalmente, ha sentito subito il bisogno di comunicarlo agli altri discepoli e di ricomporre la piccola totalità perduta del Cenacolo, come spazio del contenimento e del prolungamento della gioia. Da allora la liturgia, che ne nasce gradualmente, segna il tempo e lo spazio e permette di gustare, insieme, qualcosa di quella pienezza. Senza la liturgia rimarremmo sommersi dal dubbio sull’evento vissuto da un gruppo di uomini e donne estatici e un po’ fuori di sé, a seguito di vicende sostanzialmente oscure. Afferrati dalla liturgia nata da quell’evento, dal suo lento fluire e dal suo prolungarsi, pur rimanendo reale e non estatica, non si ha più il faticoso impegno dell’andare incontro a Cristo Signore. Accade l’opposto. È Lui che viene, seduce e afferra. Viene. Viene con la liturgia. E il tempo e lo spazio cambiano, limitatamente, per dilatare quanto più possibile le nostre misere possibilità di tenuta. Avviene come in quella piacevole esperienza della nostra infanzia, quando, sul treno in stazione, non sapevamo se eravamo noi a partire o il treno accanto?un movimento in uno spazio dove cambiano i punti di riferimento, un movimento nuovo: il movimento dello spirito. La quaresima ci ha donato con evidenza una liturgia dove si sviluppa una tematica con il carattere di cammino catecumenale, spirituale e ascetico verso la Pasqua, con fasi identificabili. Il tempo è graduale. Nel tempo pasquale, invece, predomina ormai l’idea di pienezza, meno traducibile in termini progressivi. Qui il tempo è circolare. «Continui a operare nelle nostre anime» ci ricorda l’orazione dopo la comunione del messale romano. Le nuove spinte scientifiche e tecnologiche ci fanno comprendere più in profondità il tempo e lo spazio fisici e apriranno certamente a nuove comprensioni del tempo spirituale. E viceversa, con beneficio per l’umanità. Ma solo se sapremo coltivare l’umiltà, regina delle virtù. Lo esige l’avvicinarsi ai costitutivi dell’esistenza. L’umiltà infatti, virtù cristiana e laica, non è rinuncia all’indagine e alla sperimentazione. Possederla è l’unico modo per accedere all’ignoto e al mistero e attingerne senza restarne bruciati. Smarrirla è come trovarci davanti ad una pietra rotolata su un sepolcro. Ostruzione insormontabile per giungere alla vita. E non solo quella eterna.

Publié dans:meditazioni/ riflessioni, Pasqua |on 31 mars, 2016 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI : VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – 2012

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120407_veglia-pasquale.html

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – 2012

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Sabato Santo, 7 aprile 2012

Cari fratelli e sorelle!

Pasqua è la festa della nuova creazione. Gesù è risorto e non muore più. Ha sfondato la porta verso una nuova vita che non conosce più né malattia né morte. Ha assunto l’uomo in Dio stesso. “Carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio”, aveva detto Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (15,50). Lo scrittore ecclesiastico Tertulliano, nel secolo III, in riferimento alla risurrezione di Cristo e alla nostra risurrezione aveva l’audacia di scrivere: “Abbiate fiducia, carne e sangue, grazie a Cristo avete acquistato un posto nel Cielo e nel regno di Dio” (CCL II 994). Si è aperta una nuova dimensione per l’uomo. La creazione è diventata più grande e più vasta. La Pasqua è il giorno di una nuova creazione, ma proprio per questo la Chiesa comincia in tale giorno la liturgia con l’antica creazione, affinché impariamo a capire bene quella nuova. Perciò all’inizio della Liturgia della Parola nella Veglia pasquale c’è il racconto della creazione del mondo. In relazione a questo, due cose sono particolarmente importanti nel contesto della liturgia di questo giorno. In primo luogo, la creazione viene presentata come una totalità della quale fa parte il fenomeno del tempo. I sette giorni sono un’immagine di una totalità che si sviluppa nel tempo. Sono ordinati in vista del settimo giorno, il giorno della libertà di tutte le creature per Dio e delle une per le altre. La creazione è quindi orientata verso la comunione tra Dio e creatura; essa esiste affinché ci sia uno spazio di risposta alla grande gloria di Dio, un incontro di amore e di libertà. In secondo luogo, del racconto della creazione la Chiesa, nella Veglia pasquale, ascolta soprattutto la prima frase: “Dio disse: «Sia la luce!» (Gen 1,3). Il racconto della creazione, in modo simbolico, inizia con la creazione della luce. Il sole e la luna vengono creati solo nel quarto giorno. Il racconto della creazione li chiama fonti di luce, che Dio ha posto nel firmamento del cielo. Con ciò toglie consapevolmente ad esse il carattere divino che le grandi religioni avevano loro attribuito. No, non sono affatto dei. Sono corpi luminosi, creati dall’unico Dio. Sono però preceduti dalla luce, mediante la quale la gloria di Dio si riflette nella natura dell’essere che è creato. Che cosa intende dire con ciò il racconto della creazione? La luce rende possibile la vita. Rende possibile l’incontro. Rende possibile la comunicazione. Rende possibile la conoscenza, l’accesso alla realtà, alla verità. E rendendo possibile la conoscenza, rende possibile la libertà e il progresso. Il male si nasconde. La luce pertanto è anche espressione del bene che è luminosità e crea luminosità. È giorno in cui possiamo operare. Il fatto che Dio abbia creato la luce significa che Dio ha creato il mondo come spazio di conoscenza e di verità, spazio di incontro e di libertà, spazio del bene e dell’amore. La materia prima  del mondo è buona, l’essere stesso è buono. E il male non proviene dall’essere che è creato da Dio, ma esiste solo in virtù della negazione. È il “no”. A Pasqua, al mattino del primo giorno della settimana, Dio ha detto nuovamente: “Sia la luce!”. Prima erano venute la notte del Monte degli Ulivi, l’eclissi solare della passione e morte di Gesù, la notte del sepolcro. Ma ora è di nuovo il primo giorno – la creazione ricomincia tutta nuova. “Sia la luce!”, dice Dio, “e la luce fu”. Gesù risorge dal sepolcro. La vita è più forte della morte. Il bene è più forte del male. L’amore è più forte dell’odio. La verità è più forte della menzogna. Il buio dei giorni passati è dissipato nel momento in cui Gesù risorge dal sepolcro e diventa, Egli stesso, pura luce di Dio. Questo, però, non si riferisce soltanto a Lui e non si riferisce solo al buio di quei giorni. Con la risurrezione di Gesù, la luce stessa è creata nuovamente. Egli ci attira tutti dietro di sé nella nuova vita della risurrezione e vince ogni forma di buio. Egli è il nuovo giorno di Dio, che vale per tutti noi. Ma come può avvenire questo? Come può tutto questo giungere fino a noi così che non rimanga solo parola, ma diventi una realtà in cui siamo coinvolti? Mediante il Sacramento del battesimo e la professione della fede, il Signore ha costruito un ponte verso di noi, attraverso il quale il nuovo giorno viene a noi. Nel Battesimo, il Signore dice a colui che lo riceve: Fiat lux – sia la luce. Il nuovo giorno, il giorno della vita indistruttibile viene anche a noi. Cristo ti prende per mano. D’ora in poi sarai sostenuto da Lui e entrerai così nella luce, nella vita vera. Per questo, la Chiesa antica ha chiamato il Battesimo “photismos” – illuminazione. Perché? Il buio veramente minaccioso per l’uomo è il fatto che egli, in verità, è capace di vedere ed indagare le cose tangibili, materiali, ma non vede dove vada il mondo e da dove venga. Dove vada la stessa nostra vita. Che cosa sia il bene e che cosa sia il male. Il buio su Dio e il buio sui valori sono la vera minaccia per la nostra esistenza e per il mondo in generale. Se Dio e i valori, la differenza tra il bene e il male restano nel buio, allora tutte le altre illuminazioni, che ci danno un potere così incredibile, non sono solo progressi, ma al contempo sono anche minacce che mettono in pericolo noi e il mondo. Oggi possiamo illuminare le nostre città in modo così abbagliante che le stelle del cielo non sono più visibili. Non è questa forse un’immagine della problematica del nostro essere illuminati? Nelle cose materiali sappiamo e possiamo incredibilmente tanto, ma ciò che va al di là di questo, Dio e il bene, non lo riusciamo più ad individuare. Per questo è la fede, che ci mostra la luce di Dio, la vera illuminazione, essa è un’irruzione della luce di Dio nel nostro mondo, un’apertura dei nostri occhi per la vera luce. Cari amici, vorrei aggiungere, infine, ancora un pensiero sulla luce e sull’illuminazione. Nella Veglia pasquale, la notte della nuova creazione, la Chiesa presenta il mistero della luce con un simbolo del tutto particolare e molto umile: con il cero pasquale. Questa è una luce che vive in virtù del sacrificio. La candela illumina consumando se stessa. Dà luce dando se stessa. Così rappresenta in modo meraviglioso il mistero pasquale di Cristo che dona se stesso e così dona la grande luce. Come seconda cosa possiamo riflettere sul fatto che la luce della candela è fuoco. Il fuoco è forza che plasma il mondo, potere che trasforma. E il fuoco dona calore. Anche qui si rende nuovamente visibile il mistero di Cristo. Cristo, la luce, è fuoco, è fiamma che brucia il male trasformando così il mondo e noi stessi. “Chi è vicino a me è vicino al fuoco”, suona una parola di Gesù trasmessa a noi da Origene. E questo fuoco è al tempo stesso calore, non una luce fredda, ma una luce in cui ci vengono incontro il calore e la bontà di Dio. Il grande inno dell’Exsultet, che il diacono canta all’inizio della liturgia pasquale, ci fa notare in modo molto sommesso un altro aspetto ancora. Richiama alla memoria che questo prodotto, il cero, è dovuto in primo luogo al lavoro delle api. Così entra in gioco l’intera creazione. Nel cero, la creazione diventa portatrice di luce. Ma, secondo il pensiero dei Padri, c’è anche un implicito accenno alla Chiesa. La cooperazione della comunità viva dei fedeli nella Chiesa è quasi come l’operare delle api. Costruisce la comunità della luce. Possiamo così vedere nel cero anche un richiamo a noi stessi e alla nostra comunione nella comunità della Chiesa, che esiste affinché la luce di Cristo possa illuminare il mondo. Preghiamo il Signore in quest’ora di farci sperimentare la gioia della sua luce, e preghiamoLo, affinché noi stessi diventiamo portatori della sua luce, affinché attraverso la Chiesa lo splendore del volto di Cristo entri nel mondo (cfr LG 1). Amen.

CONOSCERE LA PASQUA E VIVERLA DA CRISTIANI

http://www.donegidio.com/santapasqua.htm

CONOSCERE LA PASQUA E VIVERLA DA CRISTIANI

E’ il nucleo centrale della nostra fede. E’ il passaggio dalla morte alla vita e dalla mentalità corrente del mondo alla sapienza di Dio

Comprendiamo subito il significato di “Natale”, “nascita” di Nostro Signore. Invece l’etimologia e l’origine di “Pasqua”, al quale i Cristiani danno normalmente il senso di “Resurrezione”, forse sono sconosciute a molti. Essa deriva da “pasha”, dall’antico aramaico, lingua che vanta circa 3.000 anni di storia, usata in buona parte dei testi biblici e parlata correntemente in Israele ai tempi di Gesù. La parola, trasformata dai Greci e dai Latini in pascha, è stata poi interpretata, dai Padri della Chiesa, in maniera diversa. Qualcuno si è ispirato al greco paschein (= soffrire), con ciò riferendosi soprattutto alla sofferenza del Cristo percosso e crocifisso; altri, rifacendosi all’agnello (pasqua, in ebraico), hanno posto l’accento sulla salvezza che ci viene dalla passione del Signore; un terzo gruppo, collegandola al passaggio del Mar Rosso e conseguente liberazione degli Ebrei dalla schiavitù in Egitto, le diedero il significato di “passare oltre”. Il Salvatore “passa” dalla morte alla vita, “passa oltre” la natura umana e ritorna a quella divina.
Anche la data della Pasqua, stabilita durante il Concilio di Nicea (325 d.C), accredita questa interpretazione (che ritroviamo pure nel Battesimo con cui “si passa” dal giogo del peccato originale alla libertà di figli del Padre): come la prima luna piena dopo l’equinozio di marzo (pasqua ebraica e, quindi, ultima cena di Gesù) sottolinea il ritorno della primavera, simbolo di rinascita, dopo i rigori dell’inverno, così la nostra Pasqua indica il passaggio dall’oscurità del male alla luce della salvezza. Il che collega il cristianesimo alla sua matrice giudaica: non a caso, una delle più antiche preghiere pasquali cristiane riprende, applicandolo a Cristo, una orazione giudaica: “Egli è colui che ci ha fatti passare dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla tirannia al regno eterno. Egli è l’Agnello della nostra salvezza”.
In sostanza, quindi, Pasqua significa passaggio alla pratica delle virtù. Acquisirne il significato aiuta a comprendere il significato della Quaresima, in memoria di quei quaranta giorni di digiuno e di preghiera che il Cristo trascorse, in preparazione del sacrificio che l’attendeva, nel deserto, antitesi del giardino rigoglioso e verdeggiante dell’Eden; aiuta a cercare di non imitare Adamo ed Eva, che si lasciarono convincere a mangiare il frutto del Bene e del Male, ma a vincere le tentazioni, come “l’uomo” Gesù seppe resistere a Satana, traendo la sua forza dalla parola di Dio. Perché, ascoltandola, si trova la via della salvezza.
Non per nulla il Papa, nel messaggio per la Quaresima di quest’anno, ci ha invitati a vivere il digiuno come segno di amicizia con Dio e di attenzione verso chi ha bisogno di sostegno economico o di conforto. Vale la pena registrare le sue parole: ci serviranno a santificare meglio questa festività importante: “Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana, per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l’anima aprendola all’amore di Dio e del prossimo”.
Ma conoscere l’etimologia di “Pasqua” aiuta anche a seguire l’invito a “passare oltre” la mentalità e i costumi correnti; a non ricadere negli errori dei progenitori che peccarono di presunzione e di arroganza, credendo di poter uguagliare l’Onnipotente in poteri e conoscenze. Aiuta a controllare debolezze e difetti; a non condividere, in nome della laicità (o, piuttosto, del laicismo) e del progresso scientifico, quei comportamenti (per esempio: divorzio, aborto, eutanasia, esaltazione dell’omosessualità) che vanno tanto di moda ma che, ovviamente, la morale cristiana condanna; a non vivere con indifferenza l’attuale divario tra ricchezza materiale e povertà morale, che trasforma la libertà (il libero arbitrio riconosciutoci da Dio) in licenza; a purificare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più “tabernacolo vivente di Dio”.
E’ questo il significato della Pasqua: è la festa della salvezza, di quel disegno salvifico di Dio che ci permette di riconquistare il Paradiso che le nostre debolezze rischiano di farci perdere. E’ il dono che il Signore ci offre per “passare dal peccato alla vita, dalla colpa alla grazia, dalla macchia alla santità”. La celebrazione della Passione, morte e Resurrezione di Gesù è il nucleo della nostra fede cristiana, che invita a seguire le scelte di vita di Cristo: aiutare i poveri, essere solidali, amare “il prossimo come te stesso”. Ma anche a chiederci se i comandamenti di Dio sono ancora alla base dei nostri comportamenti. Per non correre il rischio di sprofondare in un baratro senza ritorno e senza speranza.

Egidio Todeschini
4.4..2009

Publié dans:meditazioni, Pasqua |on 19 mars, 2015 |Pas de commentaires »

«O MIA PAROLA, SALVAMI!» – PASQUA, GRIDO E ANNUNCIO

http://www.sanpaolo.org/pj-online/RUBRICHE/solo-pan/Tematico/Ungaretti/O%20mia%20parola.htm

«O MIA PAROLA, SALVAMI!» – PASQUA, GRIDO E ANNUNCIO

CHI SI SENTE MESSO IN DISCUSSIONE DALLA RESURREZIONE COME COLORO CHE SPERIMENTANO LA MORTE?

Guardandosi attorno, si domandano dove sia questa risurrezione annunciata. Dove sia la loro risurrezione, di fronte alla certezza di morire ogni giorno, nel corpo e nello spirito, e al non vedere altro che questo. Panorami di guerra, di conflitti armati, di lotta interiore. Allora avvertiamo la verità di queste parole: «Gli anni della vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma sono quasi tutti fatica, dolore. Passano presto e noi scompariamo» (Salmo 90).
L’angoscia, l’angoscia d’esserci e basta, cammina con l’uomo. Giunti dallo scorso secolo con sogni di progresso e fame di serenità abbiamo raccolto sconcertanti esiti da tante promettenti premesse. Nella preistoria  il primo incontro tra tribù era lo scontro. Millenni dopo anche il villaggio globale è sorto dalle guerre mondiali. Come doglie del nuovo mondo si canta: «Salvami, salvati/ salvaci, salviamoci!». È legittimo temere questo futuro aggressivo, quasi fosse regolato dal caso:

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.

Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

Così Ingeborg Bachmann nell’«Invocazione all’Orsa Maggiore» (1956) che vide l’ingresso delle truppe hitleriane in Austria ma soprattutto visse l’ennesima ricostruzione di un’Europa più che mai desolata. Costruire con fatica, distruggere in un lampo, riedificare nuovamente: «qualunque cosa accada, il devastato mondo/ ripiomba nel crepuscolo» (Mio uccello). Penso al processo di pace in Medio Oriente. Parole e fatti sono in tensione costante tra sfiduciata promessa e indecisa finzione, invocando una parola definitiva.

Parola, sii nostra,
libera, chiara, bella.
Certo dovrà avere fine
ogni cautela.

«O mia parola, salvami!» conclude la Bachmann (Dialogo ed epilogo), anelando alla parola purificata da diffidenza ed allusioni. È questo ciclo mai concluso che consuma le vite ed esaspera gli ideali più saldi. Servirà rialzarti anche stavolta? e andare incontro al nuovo giorno? senza lasciarti sopraffare dalla disillusione? Esistere, resistere: un altro grido diffuso.
L’annuncio pasquale, forse, ha qualcosa da dirci. Qualcosa che superi le iniezioni analgesiche ed i rinvii alienanti. Perché se non possiamo amare questa, di vita, se già ci pesa, che importerebbe averne un’altra? È questa vita che reclama minuto per minuto di essere colmata, placata, guarita. Che reclama una fine, sì, perché così non può andare avanti, ma una conclusione diversa dalle fini insoddisfacenti che già conosciamo.
Pasqua nei conflitti, dunque. Giuseppe Ungaretti, soldato già durante il primo scontro mondiale, visse tutta la tragedia degli anni 1943-44 con la sua personale sensibilità. Ne nacque la breve raccolta «Roma occupata», tra cui spicca il componimento tripartito «Mio fiume anche tu», intenso anche se di non facile lettura.

1.
Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
“Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S’è tanto allontanata?”

Nel 1916 Ungaretti aveva scritto un’altra poesia, «I fiumi», nella quale comprendeva se stesso attraverso i fiumi incontrati nel suo pellegrinaggio: dall’Egitto, alla Francia, all’Italia. Con il Tevere «fatale» di Roma in guerra Ungaretti aggiunge un nuovo tassello della sua identità matura. Il Tevere diventa simbolo del dolore che avanza nella «notte» e colpisce gli innocenti, simboleggiati nel «gemito d’agnelli [...] singhiozzi infiniti, a lungo rantoli». Ciò che reca più sofferenza del male stesso è «di male l’attesa senza requie [...] l’attesa di male imprevedibile». L’angoscia rende il gemito «smarrito», rende insicuro ogni rifugio e trasforma le case in «tane incerte».
Nel riconoscere questa situazione come “suo fiume”, Ungaretti ammette che il dolore è parte inseparabile della sua persona. Ma a cosa porta tutto questo? Solo a imparare «quanto un uomo può patire», coscienza di solitudine che porta alla ribellione: «Perché la Tua bontà/ s’è tanto allontanata?». Non basta riappropriarsi psicologicamente del dolore per dargli un senso. Non basta prendere atto dell’evidenza che ci fa impotenti. Non basta, se il dolore continua a generare solo altro dolore.
2.
Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

Solo ora, dopo quarantasei versi senza un punto fermo, possiamo prendere fiato approdando al verso principale: «Vedo ora chiaro nella notte triste». Cosa vede il poeta nella notte della sofferenza? Comprende che eventi infernali come le deportazioni e le fosse comuni avvengono quando l’uomo si sottrae «alla purezza della Tua passione». Il dolore insegna ad Ungaretti che esistono due modi di vivere la sofferenza. E riconosce il male quando l’uomo soffre da solo, separando il suo dolore da quello di Dio. Dio soffre? una passione, una sofferenza pura? Cosa mai avrà di diverso dal nostro il dolore di Cristo, uomo anche lui?

3.
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.

Una strofa non consolatoria, ma pienamente pasquale. Mostra un altro modo di vivere la sofferenza. Quale? È l’invocazione a Colui che raccoglie ogni dolore non per affliggerci coi ricatti della colpa, ma per condurci nella «sede appassionata/ dell’amore non vano». Guardando questo cuore ognuno di noi può ritrovare ciò che è, ma che la sofferenza gli ha fatto dimenticare. Possiamo trovarci in circostanze che stravolgono tutte le nostre certezze, ma nell’«amore non vano» di Cristo è fissato il senso della nostra esistenza. Tu sei fatto per amare. Nonostante tutto. Se anche «mani spudorate/ dalle fattezze umane lacera l’uomo/ l’immagine divina», Gesù offre se stesso «perennemente per riedificare/ umanamente l’uomo».
«Ecco, Ti chiamo, Santo». Chiamare è parola che salva. L’invocazione apre il guscio del dolore perché vuole guardare oltre la propria situazione presente, dirige lo sguardo altrove, solleva gli occhi incatenati a sé stessi. Ma nel chiamare sincero mi riconosco preceduto da uno che soffriva per me, e con me, prima ancora che io lo chiamassi. Sento che Qualcuno mi sta gratuitamente accanto e capisce ciò che provo, perché ci è già passato. Che ci è passato perché io, oggi, non ci dovessi passare da solo.
Così avviene Pasqua, il Passaggio dentro il conflitto, perché «d’un pianto solo mio non piago più». Non cessa il pianto, ma cessa l’angoscia del male imprevedibile. Cessa la paura di soffrire da soli. Cessa il dubbio che amare sia un vano sprecarsi. Allora può cessare anche il pianto e rinascere la fiducia, come nelle parole del salmista che porta l’inquietudine  al cospetto di Dio[1]. Anche il re Davide, come Ungaretti, era soldato e poeta: «Davanti a te sfogo la mia angoscia!» (Salmo 142). Il dolore viene redento. Assume un senso, pure non esplicito, nell’uscita dalla solitudine.
«O mia parola, salvami!». “Mia” parola, sì, che io dico, ma in cui scopro d’essere aspettato. Cercavo, ma riconosco che quanto cerco mi era già offerto. Precedeva la mia attesa, e devo solo aprirmi mani e cuore per accoglierlo. Assisto al compimento dell’invocazione: sapersi amati ed accolti, assolutamente, già qui, oggi. «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla [...] Se dovessi camminare per valle oscura non ho nulla da temere, perché tu sei con me» (Salmo 23). Dove, meglio della Pasqua, udiamo questa buona notizia? Attendevo ed ero, invece, atteso. Qualcun altro pazientava, spazientiva con l’orecchio teso verso noi.

Paolo Pegoraro

Gli auguri di Pasqua del metropolita siro-ortodosso di Aleppo

http://www.zenit.org/article-30241?l=italian

LA RESURREZIONE È UN EVENTO VERO E INDISCUTIBILE

Gli auguri di Pasqua del metropolita siro-ortodosso di Aleppo

ROMA, domenica, 8 aprile 2012 (ZENIT.org) – Riprendiamo in traduzione italiana il messaggio con gli auguri di Buona Pasqua da parte del metropolita siro-ortodosso di Aleppo, in Siria, Mor Gregorios Yohanna Ibrahim.
***
Cristo è risorto, Buona Pasqua!
“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28, 20).
Cari amici,
colgo la beata opportunità della resurrezione del nostro Signore Gesù Cristo per offrire il mio sincero amore, koinonia (comunione, ndr) e auguri in questa Santa Settimana della Passione e nella festa della resurrezione di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.
Sono lieto di rivolgermi e condividere con voi la gioia di celebrare uno dei pilastri più importanti della nostra fede: la risurrezione di nostro Signore dai morti, dopo essere stato crocifisso per i nostri peccati e morto per la nostra salvezza, sepolto, e poi risorto nella gloria per darci la vita.
La risurrezione è rimasta l’evento più importante nella storia. L’umanità è stata glorificata con la resurrezione. Il nostro Salvatore ha sconfitto tutti i suoi nemici: il peccato, la morte e il diavolo, e ha coperto l’umanità con la veste della gloria e della vittoria. Grazie alla Resurrezione, l’umanità ha ricevuto infinite benedizioni, tra cui il suo ritorno, dopo un lungo allontanamento, in seno del Padre celeste ed è diventata figlia della grazia.
Nella sua Prima Lettera ai Corinzi, San Paolo, Apostolo delle Genti, apre la sua mente all’evento della Resurrezione, specificando a tutti noi ciò che dobbiamo sapere e credere per la nostra salvezza: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor 15, 3-4).
Al fine di verificare l’autenticazione di questo grande evento e il prezioso dono per l’umanità, San Paolo ci ha motivato a ricercare nei libri e tornare alle fonti di vita, in particolare il Vecchio Testamento, a ciò che è stato predetto dai profeti che hanno chiaramente indicato la venuta di Cristo nella carne, la sua morte e resurrezione.
San Paolo ha sottolineato che la resurrezione dei morti è un fatto, senza la quale Gesù non sarebbe risorto. Pertanto, sentiamo fortemente questa efficacia della fede nel suo messaggio: “Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor 15, 14).
Così, la resurrezione di Cristo è fondamentale per l’ »interconnettività » tra evangelizzazione e fede. Questa è la nostra testimonianza su Dio. Questo è come la Chiesa ha costruito la sua fede, il suo dogma e la tradizione, sulla base della Risurrezione.
Pertanto riteniamo la resurrezione un evento vero ed indiscutibile, e rinunciamo e respingiamo tutte le ideologie e gli sforzi intellettuali anti-risurrezione.
E’ un diritto informarvi che in Siria stiamo passando quest’anno una Settimana della Passione vera. Sentiamo che tutto il Paese, con tutti gli abitanti cristiani e musulmani, è stato crocifisso esattamente come lo è stato Gesù Cristo.
Crediamo che la Siria risorgerà e avrà una nuova dimensione per quanto riguarda la libertà, la democrazia, la giustizia e la pace. Crediamo anche che tutti i nostri cari amici continueranno a pregare per la pace, specialmente in questi giorni, per una nuova Siria, soddisfacente per tutti gli abitanti, nonché i Paesi vicini.
Dopo due millenni stiamo ancora vivendo questi fatti inconfutabili che non accettano una fuorviante interpretazione. Noi crediamo nelle parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli e ai seguaci della Chiesa di ogni luogo e tempo che rimarrà con loro, come promesso alla fine del Vangelo secondo san Matteo: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20).
Che Dio benedica questi giorni sacri, e aumenti le benedizioni e la grazia dei nostri tempi e ci dia la sua pace, la sicurezza e tranquillità.

Vi auguro una Buona Pasqua
Mar Gregorios di Aleppo

Publié dans:Pasqua, Patriarchi |on 10 avril, 2012 |Pas de commentaires »

MESSAGGIO URBI ET ORBI DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – PASQUA 2012

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/urbi/documents/hf_ben-xvi_mes_20120408_urbi-easter_it.html

MESSAGGIO URBI ET ORBI DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

PASQUA 2012

Domenica 8 aprile 2012

Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero!

«Surrexit Christus, spes mea» – «Cristo, mia speranza, è risorto» (Sequenza pasquale).

Giunga a tutti voi la voce esultante della Chiesa, con le parole che l’antico inno pone sulle labbra di Maria Maddalena, la prima ad incontrare Gesù risorto il mattino di Pasqua. Ella corse dagli altri discepoli e, col cuore in gola, annunciò loro: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). Anche noi, che abbiamo attraversato il deserto della Quaresima e i giorni dolorosi della Passione, oggi diamo spazio al grido di vittoria: “E’ risorto! E’ veramente risorto!”.
Ogni cristiano rivive l’esperienza di Maria di Magdala. E’ un incontro che cambia la vita: l’incontro con un Uomo unico, che ci fa sperimentare tutta la bontà e la verità di Dio, che ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, ma ce ne libera radicalmente, ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità. Ecco perché la Maddalena chiama Gesù “mia speranza”: perché è stato Lui a farla rinascere, a donarle un futuro nuovo, un’esistenza buona, libera dal male. “Cristo mia speranza” significa che ogni mio desiderio di bene trova in Lui una possibilità reale: con Lui posso sperare che la mia vita sia buona e sia piena, eterna, perché è Dio stesso che si è fatto vicino fino ad entrare nella nostra umanità.
Ma Maria di Magdala, come gli altri discepoli, ha dovuto vedere Gesù rifiutato dai capi del popolo, catturato, flagellato, condannato a morte e crocifisso. Dev’essere stato insopportabile vedere la Bontà in persona sottoposta alla cattiveria umana, la Verità derisa dalla menzogna, la Misericordia ingiuriata dalla vendetta. Con la morte di Gesù, sembrava fallire la speranza di quanti confidavano in Lui. Ma quella fede non venne mai meno del tutto: soprattutto nel cuore della Vergine Maria, la madre di Gesù, la fiammella è rimasta accesa in modo vivo anche nel buio della notte. La speranza, in questo mondo, non può non fare i conti con la durezza del male. Non è soltanto il muro della morte a ostacolarla, ma più ancora sono le punte acuminate dell’invidia e dell’orgoglio, della menzogna e della violenza. Gesù è passato attraverso questo intreccio mortale, per aprirci il passaggio verso il Regno della vita. C’è stato un momento in cui Gesù appariva sconfitto: le tenebre avevano invaso la terra, il silenzio di Dio era totale, la speranza una parola che sembrava ormai vana.
Ed ecco, all’alba del giorno dopo il sabato, il sepolcro viene trovato vuoto. Poi Gesù si mostra alla Maddalena, alle altre donne, ai discepoli. La fede rinasce più viva e più forte che mai, ormai invincibile, perché fondata su un’esperienza decisiva: «Morte e vita si sono affrontate / in un prodigioso duello. / Il Signore della vita era morto, / ma ora, vivo, trionfa». I segni della risurrezione attestano la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della misericordia sulla vendetta: «La tomba del Cristo vivente, / la gloria del Cristo risorto, / e gli angeli suoi testimoni, / il sudario e le sue vesti».
Cari fratelli e sorelle! Se Gesù è risorto, allora – e solo allora – è avvenuto qualcosa di veramente nuovo, che cambia la condizione dell’uomo e del mondo. Allora Lui, Gesù, è qualcuno di cui ci possiamo fidare in modo assoluto, e non soltanto confidare nel suo messaggio, ma proprio in Lui, perché il Risorto non appartiene al passato, ma è presente oggi, vivo. Cristo è speranza e conforto in modo particolare per le comunità cristiane che maggiormente sono provate a causa della fede da discriminazioni e persecuzioni. Ed è presente come forza di speranza mediante la sua Chiesa, vicino ad ogni situazione umana di sofferenza e di ingiustizia.
Cristo Risorto doni speranza al Medio Oriente, affinché tutte le componenti etniche, culturali e religiose di quella Regione collaborino per il bene comune ed il rispetto dei diritti umani. In Siria, in particolare, cessi lo spargimento di sangue e si intraprenda senza indugio la via del rispetto, del dialogo e della riconciliazione, come è auspicato pure dalla comunità internazionale. I numerosi profughi, provenienti da quel Paese e bisognosi di assistenza umanitaria, trovino l’accoglienza e la solidarietà che possano alleviare le loro penose sofferenze. La vittoria pasquale incoraggi il popolo iracheno a non risparmiare alcuno sforzo per avanzare nel cammino della stabilità e dello sviluppo. In Terra Santa, Israeliani e Palestinesi riprendano con coraggio il processo di pace.
Il Signore, vittorioso sul male e sulla morte, sostenga le comunità cristiane del Continente africano, dia loro speranza per affrontare le difficoltà, le renda operatrici di pace e artefici dello sviluppo delle società a cui appartengono.
Gesù Risorto conforti le popolazioni sofferenti del Corno d’Africa e ne favorisca la riconciliazione; aiuti la Regione dei Grandi Laghi, il Sudan ed il Sud Sudan, donando ai rispettivi abitanti la forza del perdono. Al Mali, che attraversa un delicato momento politico, Cristo Glorioso conceda pace e stabilità. Alla Nigeria, che in questi ultimi tempi è stata teatro di sanguinosi attacchi terroristici, la gioia pasquale infonda le energie necessarie per riprendere a costruire una società pacifica e rispettosa della libertà religiosa di tutti i suoi cittadini.

Buona Pasqua a tutti!

Publié dans:PAPA BENEDETTO - MESSAGGI, Pasqua |on 10 avril, 2012 |Pas de commentaires »

PER LA MEDITAZIONE: IL CRISTO GLORIOSO, CONTEMPORANEO DI TUTTI GLI UOMINI

 http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_f.htm#LA NOSTRA PASQUA È CRISTO

IL CRISTO GLORIOSO, CONTEMPORANEO DI TUTTI GLI UOMINI

Lambert Beauduin *

L’11 gennaio 1960 moriva nel monastero di Chevetogne nel Belgio una delle personalità più notevoli della Chiesa del nostro tempo: Dom Lamberto Beauduin. Aveva 86 anni. Quando si fece monaco nell’abbazia di Mont-César a Lovanio era già sacerdote. In risposta ai desideri di Pio X, fu promotore del movimento liturgico. Professore al collegio S. Anselmo di Roma nel 1920, entrò in contatto con alcuni orientali. Il suo grande desiderio di lavorare per l’unione delle Chiese lo spinge a partecipare alle «Conversazioni» di Malines e a fondare il priorato di Amay. Soffrì molto per l’ecumenismo e dovette dare le sue dimissioni da priore nel 1928. Dopo un periodo di esilio in Francia, ritornò nel 1951 nel suo monastero trasferito a Chevetogne. Tutta l’opera di questo grande monaco è orientata verso la lode di Dio mediante la preghiera della Chiesa.
L’alleluia è il canto del trionfo e della gioia: questo è infatti il suo primo insegnamento. Dice S. Leone: «Noi sappiamo bene che il più importante di tutti i misteri cristiani è il mistero pasquale». Ed è giusto perché la risurrezione ci colloca nel vero centro della vita soprannaturale.
Grazie al suo trionfo, il Cristo glorioso è diventato il contemporaneo di tutte le generazioni: Signore del regno dei viventi, autore della vita. La verità è questa: la pietra angolare, il centro, il tutto della nuova economia di salvezza è Cristo, il risorto… Nella contemplazione della vita di Gesù, molti preferiscono guardare i fatti dolorosi: così la croce ci appare più spesso circondata da strumenti di tortura che da trofei di vittoria…
Certo, non vogliamo dire, neppure lontanamente, che si possa ignorare la croce e le sofferenze del nostro Salvatore, ma la croce, senza gli splendori della risurrezione, ci renderebbe i più miserabili tra gli uomini e farebbe del Cristo il più colpevole degli impostori. L’alleluia deve direi tutto questo.
Ma dall’alleluia riceviamo anche un’altra lezione. La sua parola d’ordine è: «Lodate Dio». Ora, noi dobbiamo essere degli alleluia viventi, dalla testa ai piedi; fervidi adoratori del nostro grande Dio: Alleluia! Lodate Dio! Adorazione, ringraziamento, lode, benedizione: tutti questi slanci fondamentali dell’anima religiosa Giovanni li descrive nell’Apocalisse, dicendo che si fondevano tutti in un’unica acclamazione densa di una sconfinata aspirazione religiosa: Alleluia! Lodate Dio (cfr. Apoc. 19,1-6).
Dunque la liturgia ha un motivo per metterei continuamente in bocca quest’acclamazione. La Chiesa vuole stabilire le nostre anime in un atteggiamento fondamentale di adorazione. La nostra religione dev’essere prima di tutto teocentrica, tutta rivolta verso Dio come quella di suo Figlio: Padre nostro, che sei nei cieli!
La pietà tutta ripiegata su se stessa, ossessionata da’ll’io, la preoccupazione costante riguardo alla nostra povera persona e ai nostri interessi, il culto di un Dio che ha solo il compito di soccorrerei, la pietà egocentrica insomma, non si può dirla colpevole, ma è certamente priva di slancio e di apertura. Dobbiamo radicare saldamente nell’anima una disposizione latreutica fondamentale, fatta di adorazione e di amore: così tutta la vita sarà un cantico di lode a gloria del Padre.
«Lodiamo Dio, alleluia! Diamogli lode, come dice S. Agostino, col nostro fare e il nostro dire, con i sentimenti e i discorsi, con la parola e con la vita».

* Alleluia – fascicolo di «Bible et Missel», Le Cerf, Parigi 1946 – pp. 13-15.

Omelia (08-04-2012): Il Cielo si apre di nuovo

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25167.html

Omelia (08-04-2012)

mons. Antonio Riboldi

Il Cielo si apre di nuovo

Difficile affidare alle parole il Mistero da vivere in questa solennità di Pasqua, con la Resurrezione di Gesù. Dopo il peccato originale eravamo come esuli senza un domani. Solo Dio poteva come un autore senza limiti cancellare il male fatto e tornare a farci partecipi della Sua stessa Vita e del Paradiso. Mi affido al canto della Chiesa, nella liturgia della notte di Pasqua, che davvero comunica la grande gioia dell’Evento:
« Gesù Cristo nostro Signore ha pagato per noi all’eterno Padre il debito di Adamo
e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica.
Questa è la vera Pasqua in cui è ucciso il vero Agnello
che con il suo sangue consacra le case dei fedeli.
Questa è la notte in cui hai liberato i figli di Israele, nostri padri,
dalla schiavitù dell’Egitto, e li hai fatti passare illesi attraverso il Mar Rosso. Questa è la notte che salva su tutta la terra i credenti nel Cristo
dall’oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo,
li consacra all’amore del Padre e li unisce nella comunione dei santi.
O immensità del tuo amore per noi!. O inestimabile segno di bontà:
per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio.
O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora
in cui Cristo è risorto dai morti. Di questa notte è stato scritto:
la notte splenderà come il giorno e sarà fonte di gioia per la mia delizia.
O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al Cielo e l’uomo al suo Creatore! »
Davvero i santi e tutti i cristiani sanno capire, vivere ed assaporare la grande gioia che è nella Pasqua, giorno di resurrezione di Gesù, che da quel momento, dopo avere pagato un duro prezzo con la sua crocifissione, ci accoglie come fratelli dello stesso Padre e cittadini del Cielo. Giustamente la Pasqua è la festa più grande dell’anno liturgico. Non resta a noi che viverla in pienezza. Per assaporare l’immensa gioia vorremmo metterci nei panni di Maria, la Mamma di Gesù che aveva visto il Figlio morire in croce e con grande delicatezza deporlo nel sepolcro.
Lo amava più di se stessa e Lo amavano sul serio i suoi discepoli, fino a ritenerlo ‘il tutto della vità. Per Maria SS. ma, Gesù era il Figlio affidatole dal Padre, che mai aveva abbandonato, fino a starGli vicino sotto la croce. Una forza, frutto dell’amore, che gli apostoli non avevano avuto, tanto da tentare di nascondersi, vivendo quel momento con la sola paura di essere riconosciuti e fare la stessa fine del loro Maestro e Signore.
E’ vero che Gesù li aveva rassicurati, parlando del giorno della resurrezione, ma era difficile per loro anche solo capire il significato di quegli avvenimenti e soprattutto l’Evento che ne sarebbe seguito: un Evento che avrebbe letteralmente cambiato le sorti dell’umanità.
Con la Resurrezione le porte del Cielo non si sono aperte solo per Gesù, che così è tornato a Casa non solo come Dio, ma con tutta la Sua Umanità, ma anche per noi, per ciascuno di noi, dopo che Lui ha ritessuto i nostri rapporti con il Padre. E’ difficile per noi entrare in questo immenso mondo dell’amore di Dio. Impensabile, nel mondo in cui viviamo, abituato a fare pagare e duramente gli errori che si commettono. E’ difficile comprendere quella pietà che fa rinascere chi ha sbagliato. Da noi chi sbaglia paga il duro prezzo delle carceri. Eppure sentiamo tante volte il desiderio di uscire da quell’inferno che spesso ci creiamo con le nostre stesse mani, increduli che ci sia qualcuno capace di capirci, di perdonarci, fino a pagare Lui per noi.
Davvero grande, immenso, per troppi incomprensibile, l’Amore di Dio.
È abitudine a Pasqua accostarsi al sacramento della Riconciliazione, che è la riscoperta del Padre, del Suo Amore, e una rinnovata volontà di comunione verso tutti i fratelli, cioè esperienza di resurrezione! Purtroppo, per tanti, non è così. Vedono la confessione – quella pasquale – come una consuetudine a cui ci si deve assoggettare, così, come tutti i riti che sono vissuti come semplici tradizioni, ci lascia come eravamo. Non è resurrezione!
Davvero invece sperimentano la resurrezione tanti che nella confessione trovano la grazia di ‘cancellare’ un passato, lontani dal Padre e in conflitto con i fratelli, per ricostruire una vita nuova nella comunione. Quanti ricordi ho di questa vera Pasqua di resurrezione: fratelli che nel sacramento della Riconciliazione sono davvero risorti alla pienezza della Vita, iniziando un nuovo cammino. Ricordo un fratello che un giorno decise di cambiare e venne a trovarmi. Non riusciva neppure a parlare, ma parlavano le sue lacrime, che erano davvero una purificazione, nella ricerca di una via per risorgere. Piangendo raccontò la sua vita sbagliata: un tempo che sembrava il venerdì santo di Gesù. Ma, alla fine, quando gli diedi il perdono di Dio, fu festa e la sua vita, seppur ‘in salità e con fatica, da allora divenne ‘altra cosa’! Ogni tanto viene a trovarmi e mi comunica la gioia dell’essere tornato a casa.
E sono tanti quelli che sperimentano questa grazia: crocifiggere il male che è dentro di loro ed entrare nella festa della resurrezione. Sono più di quelli che si pensa: testimoni dell’amore del Padre che accoglie il figlio prodigo sulla porta di casa e fa festa.
Ma lascio la parola al nostro caro Paolo VI: « Il Mistero della Pasqua è così alto e così grande, che spazia su tutta la vita cristiana: sulla dottrina, sul costume, sulla liturgia, sull’arte e offre cento aspetti in cui si infrange la sua luce, che è come il sole nell’oscurità dei nostri destini umani.
La Chiesa canta nella notte del Sabato Santo l’inno pasquale, invitando la terra a gioire di questo splendore. ‘Tripudi la terra irradiata da tanto fulgore’.
E fa considerare, durante la veglia della celebrazione notturna, come il Mistero della resurrezione di Cristo abbia carattere non solo personale, ma universale: in Cristo risorto, risorge il genere umano. Egli ha raggiunto per primo lo stato perfetto e soprannaturale della vita umana, al quale noi siamo ora inizialmente associati. La Pasqua fa sorgere negli animi sentimenti di letizia e di poesia: ‘Sono giunti i giorni in cui dobbiamo cantare l’Alleluja, fratelli: canti la voce, canti la vita, cantino le azioni’. Perciò nasce in noi il desiderio, in questo momento di riflessione sul Mistero pasquale, di cercare quale sia il suo punto focale, e di vedere come questo fu allora individuato, quando l’avvenimento strepitoso si verificò, e come esso è tuttora avvertito, come prima sorgente di tutto il suo canto, dalla liturgia stessa, che da quella fonte deriva le sue rievocazioni di grazia, di preghiera e di poesia. Il punto centrale della Pasqua è il fatto; il fatto storico, preciso, eccezionale, della resurrezione personale di Gesù….. Il fatto, dico, è fondamentale… prima ancora di farne oggetto di commento ed argomento di smisurate conseguenze, gioverebbe ricordarlo, ricostruirlo, rivederlo, e lasciare che la sua evidenza ci impressionasse, ci scuotesse, ci svegliasse dai nostri consueti pensieri, e ci chiamasse alla sua scoperta ed alla sua meraviglia. Ciascuno di noi faccia mentalmente, spiritualmente ricorso alle fonti di quell’avvenimento ».
Leggiamo, dunque, insieme e lasciamoci coinvolgere dallo stesso stupore di Pietro e Giovanni nel sentire ‘la Notizia dell’Evento’ portata dalla Maddalena dopo la visita al sepolcro ..
« Maria Maddalena corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: ‘Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto! ». Pietro uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. (Gv. 20,1-9)
Non resta che cantare con cuore gioioso parte della sequenza della S. Messa di Pasqua:
« Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della Vita era morto, ma ora, vivo, trionfa. ‘Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?’.
‘La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. Cristo, mia speranza, è risorto: e ci precede in Galilea’.
Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi ».

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