Archive pour la catégorie 'Tempo liturgico: Pasqua'

21 MAGGIO 2017 | 6A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/06-Domenica/10-06a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

21 MAGGIO 2017 | 6A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Non vi lascerò orfani, ma verrò a voi…

Per cominciare
In questa domenica è centrale il tema dello Spirito che preannuncia la Pentecoste, che celebreremo tra quindici giorni. È nel segno dello Spirito Santo che si costruisce e si diffonde la nuova comunità cristiana attraverso gli apostoli. Lo Spirito li illumina e li guida nella loro testimonianza e mantiene viva la memoria di Gesù, ricordando a loro tutto ciò che ha detto e fatto.

La parola di Dio
Atti 8,5-8.14-17.
Gli apostoli vengono informati del successo della predicazione del diacono Filippo in Samaria e mandano Pietro e Giovanni a completare e ad autenticarne l’opera di evangelizzazione, ma anche per stabilire rapporti di fraternità fra la chiesa di Gerusalemme e quella nuova comunità. Gli apostoli impongono su di loro le mani e su quei nuovi credenti scende lo Spirito.
1 Pietro 3,15-18.
Pietro invita i nuovi cristiani a non lasciarsi andare di fronte ai contrasti e alle persecuzioni e di reagire nei loro confronti senza perdere la propria identità di cristiani, continuando a comportarsi con dolcezza, rispetto e retta coscienza, sempre pronti a rispondere a chiunque domandi « ragione della speranza » che è in loro.
Giovanni 14,15-21.
Ci viene proposto il seguito del capitolo 14 del vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato domenica scorsa. Gesù parla agli apostoli e le sue sono parole di calda amicizia, addirittura di tenerezza verso di loro. Gesù promette lo Spirito Santo agli apostoli e chiede a loro di essere pronti a riceverlo. Egli sarà « un altro consolatore », uno « spirito di verità » che li aiuterà a comprendere il rapporto speciale che c’è tra Gesù e il Padre e che dimorerà sempre con loro.

Riflettere
« Se mi amate », dice Gesù agli apostoli. E imbastisce un discorso pieno di tenerezza, quasi per far capire la fatica che fa a doversi separare da loro.
« Non vi lascerò orfani », promette Gesù, « tornerò da voi ». Gesù pronuncia queste parole alla vigilia della sua passione e morte. Nel momento più tragico della sua esistenza appare più preoccupato per loro che per sé, li invita a non avere paura, a non essere turbati, a non sentirsi soli nel momento in cui saranno chiamati alla prova più dura della loro vita e dovranno accorgersi della loro debolezza.
Sono le ultime raccomandazioni di Gesù prima della sua Pasqua. Gesù sa che « la sua ora » sta per compiersi. Sarà un’ora difficile e tragica, ma sarà anche il trionfo dell’amore e della verità, la vittoria del perdono sulla vendetta; la sconfitta della prepotenza e dell’ipocrisia del potere.
Gesù conosce lucidamente che gli apostoli lo tradiranno: lo dice a Pietro, lo dice a Giuda. Sa che lo tradiranno e abbandoneranno, che fingeranno di non conoscerlo, che perderanno fiducia nelle sue parole e si disperderanno. Ma Gesù non li libera da quella prova…
Li invita ad accogliere lo Spirito, che abita già in loro se lo amano e se sono fedeli al Padre osservando i suoi comandamenti.
Gesù lascia fisicamente i suoi, ma intende rimanere ancora tra loro e per sempre. Lo Spirito abiterà in loro, lo Spirito di verità che il mondo non conosce: « Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore ».
Il mondo non conosce lo Spirito, e ci sarà opposizione fra i discepoli e il mondo. Ma Gesù e lo Spirito saranno presenti nel mondo grazie a loro. Ogni volta che saranno pronti a rispondere a chi domanderà ragione della speranza che li anima.

Attualizzare
Nella seconda lettura, Pietro dice che tocca ai cristiani spiegare la speranza che li anima, che non toglie nulla alla vita reale, alle lotte e alle gioie che ognuno si ritrova a vivere.
Il cristianesimo non è prima di tutto una dottrina o un insieme di verità. O di pratiche di pietà e di devozioni. Ma è un incontro di amore con una persona viva, con Gesù di Nazaret. E attraverso di lui, anche con il Padre e lo Spirito Santo, che non solo esistono, ma addirittura abitano nell’animo di ogni credente.
Cristiani che non vivono quindi in un mondo orfano di Dio, ma che ne condividono fino in fondo i « sogni », che sono precisamente quelli della dignità e della promozione di ogni persona. Cristiani che sanno rendere ragione della loro speranza a un mondo che fa fatica ad averla. Cristiani che sono i primi a impegnarsi, gli ultimi a non arrendersi di fronte a un problema della società, nel mondo del lavoro, nel proprio condominio.
Perché ovunque c’è amore, lì c’è lo Spirito di Dio. Gesù sale al cielo e abbandona visibilmente i suoi discepoli, ma si rende presente in ogni persona che un cristiano serve e ama.
Si devono certo osservare i comandamenti, Gesù lo dice due volte in questo brano. Perché si è tanto più maturi, quanto più si è fedeli, quanto più ci si lega a scelte di vita che siano impegnative, su misura per noi, anche se controtendenza. Ma ogni comandamento, dice Gesù, è una manifestazione di amore. « Amare Dio e amare i fratelli », questa è la legge.
Allora viene lo Spirito « consolatore ». Colui che ti fa capire che stai camminando per la strada giusta e che ti illumina il cammino. Spirito che ti mette al fianco degli altri come consolatore, per aiutare anche altri ad affrontare la fatica di vivere e di vincere la solitudine.
« Sentiamo un grande, immenso bisogno che qualcuno ci ami, e il nostro egoismo preferisce quella sufficienza che è la dannata solitudine, l’inferno del cuore » (mons. Antonio Riboldi). La prima esigenza di ogni persona che ha smarrito il senso della vita o che vive come un peso una solitudine esistenziale è fargli conoscere Gesù di Nazaret, dargli la « bella notizia » che grazie allo Spirito egli vive tra noi e ci è di conforto.
Spirito che è novità di vita, fantasia divina, che ci suggerisce le strade giuste per fare del nostro mondo una grande famiglia che si ama. « Gli uomini di chiesa devono essere soprattutto buoni e mirare a uno scopo soltanto: creare degli uomini buoni » (Giuseppe Prezzolini).
Lo Spirito Santo è l’ultimo estremo dono di Gesù agli apostoli. Spirito che li renderà sicuri e forti. Aprirà loro gli occhi, comprenderanno il filo rosso che lega mirabilmente gli avvenimenti della vita di Gesù e la storia della salvezza.
Dopo che Filippo ha battezzato in Samaria, sono gli apostoli Pietro e Giovanni a donare lo Spirito. Da allora sarà sempre così. Sarà compito degli apostoli invocare lo Spirito sui nuovi battezzati. Oggi lo fanno quando amministrano la confermazione.
Si discute oggi sull’età della cresima, e anche sulla sua collocazione. Posta al termine del cammino di iniziazione cristiana, dopo il battesimo e l’eucaristia, dà la sensazione della conclusione di un cammino e i ragazzi sentono il bisogno di cambiare aria, come di chi ha terminato un corso di studi e non vuole ritornare sui banchi di scuola.
Un numero crescente di ragazzi sospende il catechismo già dopo al prima comunione e parecchi finiscono per non celebrare la cresima. Rimandandola forse alla vigilia del matrimonio.
Ma è la cresima che conferma la vita cristiana. Tanto che chi non è cresimato non può ritenersi pienamente inserito nella comunità cristiana e non dovrebbe svolgere attività significativa in parrocchia, come leggere in pubblico la parola di Dio.
Di questo sono sempre più consapevoli i vescovi, che sollecitano l’intervento della famiglia, e in sua assenza, dei nonni. Nonni che non hanno più la barba bianca, perché sono persone ancora vitali e spesso sono gli unici a potersi occupare dei nipoti, quando entrambi e genitori lavorano.
I vescovi si sono rivolti anche dei padrini e delle madrine, affermando che non dovrebbero sparire nel loro impegno il giorno dopo la celebrazione e la festa, ma dovrebbero trasformarsi in una specie di tutor, e accompagnare i ragazzi per tutta la vita.

La nostra vera vita
L’autore austriaco Thomas Bernhard (1931-1989) parla di tre vite vissute in qualche modo da ognuno di noi. C’è l’esistenza reale, registrata anche dai documenti o dai nostri ricordi. C’è un’altra vita fatta di fantasticherie, di castelli in aria, di chimere e miraggi. È anch’essa necessaria, purché non debordi cancellando la prima e rendendoci persone alienate e paranoiche. Ma è la terza vita che spesso sfugge a molti ed è quella interiore, profonda, spirituale. Veleggiamo sulla superficie degli eventi o ci astraiamo nel sogno, ma non scaviamo nell’anima, nella coscienza, nel recesso segreto del cuore.

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

14 MAGGIO 2017 | 5A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/05-Domenica/10-05a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

14 MAGGIO 2017 | 5A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Io sono la Via, la Verità e la Vita

Per cominciare
Non è facile vedere un filo unitario fra le letture bibliche di questa domenica, tutte bellissime e ricche di contenuto teologico. A parte l’evidente sfondo pasquale… L’elemento sicuro di novità è l’istituzione dei sette diaconi, per un servizio ai fratelli nella comunità. È la risposta immediata della nascente chiesa di Gesù a un problema nuovo.

La parola di Dio
Atti 6,1-7. La chiesa, guidata dallo Spirito, impara a organizzarsi. La scelta dei diaconi non è che un esempio, ma molto significativo, dei problemi nuovi che la comunità deve affrontare. Mentre cresce la coscienza di essere chiamata a continuare in forma responsabile la missione salvifica di Gesù.
1ª Pietro 2,4-9.
Il primo papa esorta a riconoscere l’identità di ogni cristiano, salvato da Cristo, pietra angolare scelta e preziosa davanti a Dio. È grazie al mistero pasquale infatti che i cristiani e la chiesa sono diventati stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo a cui Dio ha affidato il compito di proclamare le meraviglie da lui compiute.
Giovanni 14,1-12. Il brano fa parte dei « discorsi di addio » di Gesù ai discepoli, che l’evangelista colloca tra la sera del Giovedì santo e il momento dell’arresto. Gesù parla della sua andata al Padre. Ci va per « preparare loro un posto », dove potrà prenderli sempre con sé. È Gesù la « via » che rende questo viaggio possibile.

Riflettere
Il vangelo ci fa rivivere un momento particolarmente drammatico e pesante per Gesù. È la sera degli addii. Dopo il gesto della lavanda dei piedi, Gesù parla di ciò che lo attende. Giuda è appena uscito per consegnare il Maestro alle autorità ebraiche; anche Pietro – Gesù lo sa e lo fa capire – sta per tradirlo.
Gesù invita gli apostoli a non turbarsi. Questo verbo indica molto più che la semplice paura. Chi si turba vacilla, dubita, non ha più una visione lineare delle cose.
E poi li incoraggia ad avere più fiducia nel Padre e ad avere più fede anche in lui. A essi, che saranno turbati e si disperderanno durante la passione e lo potrebbero essere anche nel momento in cui Gesù li abbandonerà in modo visibile e definitivo con l’ascensione, affida il compito di costruire la chiesa e di assumere la sua missione.
Gesù rivela nel suo dire il rapporto strettissimo che lo lega al Padre e agli apostoli. E, nello stesso tempo, rivela la sua più profonda identità: « Chi ha visto me ha visto il Padre… Io sono nel Padre e il Padre è in me » (Gv 14,9-10).
Gli apostoli sembrano assediarlo con le loro domande. Vogliono sapere, ma appaiono come li abbiamo sempre conosciuti: duri nel comprendere, poco lucidi soprattutto nell’accettazione piena di ciò che si compie attorno a Gesù. Tommaso, ma anche Filippo, più di altri, si rivelano stranamente stonati.
Del resto il vangelo non risparmia agli apostoli l’immagine di persone incapaci di comprendere e tardi di cuore e nel complesso non fanno bella figura. Eppure sono episodi raccontati da loro nel momento della predicazione e della nascita della chiesa. E questo naturalmente depone a favore dell’autenticità storica di questi fatti.
Nella prima lettura si parla dei diaconi, una figura che è stata rivalutata dal Concilio Vaticano II, ma che non dappertutto ha trovato ancora la piena valorizzazione nelle comunità.
La seconda lettura invece fa riferimento alla piena dignità di ogni cristiano. Siamo pietre vive di una costruzione fondata sulla pietra angolare che è Cristo.

Attualizzare
Gesù nel vangelo di domenica scorsa afferma di essere la porta, oggi di essere la strada, la via, la verità, la vita. Sono parole che ci danno sicurezza. Ci siamo messi al suo seguito e non dobbiamo turbarci, né arrenderci di fronte alle inevitabili difficoltà della vita. La parola di Gesù dà sicurezza anche a quel progetto di vita che ognuno di noi deve realizzare in se stesso e che lo rende idoneo ad assumere il compito di farsi testimone e annunciatore.
Gesù, conoscendo bene gli apostoli, pare dire a loro, ma anche a noi, che non è nei suoi progetti toglierci i problemi, le difficoltà o le debolezze, ma di garantirci la sua presenza: « Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi ». E ancora: « Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò » (Gv 14,14).
« Nella casa del Padre mio vi sono molti posti! », dice poi Gesù, che prepara un posto agli apostoli e a ciascuno di noi. Tutti siamo chiamati alla salvezza. E di questa salvezza conosciamo la strada, che è Gesù.
La seconda lettura presenta la chiesa degli apostoli che si organizza e di fronte a un nuovo problema e lo affronta con fantasia e senza paura di intraprendere qualcosa di inedito. Una chiesa che ci piace, una comunità che è un organismo vivo.
Nascono da questa chiesa i diaconi e la loro elezione appare solenne: di loro si elencano i nomi, così come per la scelta dei dodici apostoli: « Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia » (At 6,5). Nella storia tra i diaconi, oltre a Lorenzo, ricordiamo figure straordinarie come san Lorenzo e Francesco d’Assisi.
Nella chiesa di oggi per poter essere ordinato diacono permanente il candidato deve aver dato prova di essere impegnato in qualche servizio apostolico, essersi distinto tra i fedeli per lo spirito di fede, di amore alla chiesa, per una particolare disponibilità al servizio, al dialogo, alla collaborazione. Deve avere maturità e senso di responsabilità, predisposizione a comunicare con i poveri.
Inoltre deve avere almeno 25 anni se è celibe, e 35 se è sposato. Chi è celibe in seguito non potrà più sposarsi; chi invece è sposato deve avere il consenso della moglie. Invece non hanno importanza né la classe sociale, né il titolo di studio del nuovo diacono.
Il diaconato permanente è stata davvero una magnifica intuizione della chiesa primitiva, ed è stato rivalutato dopo il Vaticano II. Dobbiamo aspettarci in futuro altre novità? Certamente, anche se oggi sembra che viviamo un momento di stallo. Per esempio, riconoscere nella comunità cristiana maggior rilievo alla donna ai fini di una nuova evangelizzazione.

Diaconi per la chiesa di oggi
Il diacono Gino fa il camionista da tutta la vita. Il suo incarico è di preparare gli adulti al battesimo e alla cresima. « È un impegno che mi dà l’occasione di andare nelle case, di avvicinare famiglie di ogni tipo », dice. Mario invece fa il commercialista a Napoli, ed è amico di molti professionisti. Da giovane è stato ufficiale di marina. Albert è professore di pedagogia religiosa all’Università di Tübingen in Gemania. Ha tre figli e fa il diacono nella parrocchia St. Laurentius, dove ha introdotto la catechesi familiare. André è un poliziotto parigino che ha avuto sin da ragazzo un posto fisso in parrocchia. Giuseppe fa il tranviere in una grande città del nord. Vive in un quartiere particolarmente bisognoso e cominciò a occuparsi dei ragazzi abbandonati, coinvolgendo anche la moglie e gli amici. Diventare diacono per lui è stata una cosa naturale. I suoi compagni di lavoro gli dicono: « Ecco, accetteremmo volentieri uno come te come nostro prete! ».
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

L’AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO, è FONTE DI PACE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/2002-2003/03-L%27amore_frutto_dello_Spirito_fonte_di_pace.html

L’AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO, è FONTE DI PACE

Com’è difficile parlare oggi di pace! Sembra un bene lontano, desiderato, sperato, ma non posseduto. E il motivo è semplice: ci sentiamo incapaci di costruire la pace. Tutti invocano la pace, anche coloro che non sanno a chi rivolgere questa preghiera. Mai come oggi si sente che la pace è un dono, e noi credenti, abituati al linguaggio biblico, sappiamo che la pace è un dono del Dio della pace. Per noi cristiani è un raggio di quell’amore, frutto dello Spirito Santo che è stato effuso da Dio nei nostri cuori (vedi Gal 5,22; Rm 5,5). È il dono che Gesù vuole farci, quando dice: “Vi lascio la pace, vi dò la mia pace” (Gv 14,27).
Quella di Dio è una pace diversa
La parola “pace” ha una lunga storia. Si suole dire che c’è pace quando non c’è guerra, e tra le persone che c’è pace quando non c’è discordia. Dopo le guerre, quando si riprende un’apparente situazione di pace, lo si fa mediante un trattato. Comunque la parola “pace” mantiene tante volte un senso assai ambiguo. Il libro della Sapienza, nella sua lunga descrizione dell’idolatria con tutte le sue conseguenze di immoralità, dice degli uomini: “Non bastò loro sbagliare nella conoscenza di Dio; essi, pur vivendo in una grande guerra d’ignoranza, danno a sí grandi mali il nome di pace” (14,22). Ambigua era pure la celebre “pace romana” dei tempi di Augusto, tanto da dire che alla nascita di Gesù “tutto il mondo era in pace”. Lo era perché le potenti legioni romane sapevano dominare: era una pace imposta, subìta, come lo dimostrano, in Palestina, la guerriglia degli zeloti e, in Germania, la disfatta delle legioni di Augusto a Teutoburgo, e ai nostri tempi le dittature, che sì mantengono una specie di pace, ma senza rispetto delle persone. È solo il meglio del peggio.
Chi legge la Bibbia si accorge quante volte l’uomo ha sperimentato l’incapacità di giungere con le sue sole forze alla vera pace: il peccato gliela rubava in continuità. Comunque una nostalgia di pace si incideva in modo sempre più profondo in lui e, a poco a poco, riusciva sempre meglio a capire che solo Dio poteva procurargli la pace in modo stabile. A questo lo conduceva la parola di Dio: “Agli afflitti io pongo sulle labbra: Pace, pace ai lontani e ai vicini, dice il Signore, io li guarirò” (Is 57,19). La pace è il bene messianico per eccellenza. Il Messia viene infatti chiamato da Isaia “il Principe della pace” (Is 9,5) e, nello stesso periodo di Isaia, il profeta Michea parla della sicurezza che regnerà ai tempi del Re-Messia e dice: “Tale sarà la pace” (Mi 5,4), mentre Ezechiele la definisce come “un’alleanza di pace” (34,25; 37,26), dono totale di Dio, che dice al suo popolo: “Vi purificherò. Vi darò un cuore nuovo…, uno spirito nuovo…; farò con voi un’alleanza di pace, che sarà per voi un’alleanza eterna” (36, 25-26; 37, 26). Questa pace, dono di Dio, è davvero ben diversa da una pace puramente umana. Essa nasce da una conversione totale di ogni singola persona, da una sincera accoglienza del dono di Dio, da un cuore nuovo, da uno spirito nuovo, tutti doni di Dio; essa nasce da un cuore colmo di quell’amore che Gesù ci ha insegnato. Come fondamento della pace c’è il suo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”.
Su questa linea si collocano quei testi paolini, anteriori alla redazione dei Vangeli, nei quali si descrive come Dio in Gesù ci dona la pace.

Come si costruisce la pace
Paolo, salutando i suoi destinatari, va sempre oltre il semplice saluto o augurio umano: “La pace sia con voi”, non annuncia una pace qualunque, ma quella pace che l’umanità, in particolare Israele, si aspettava da sempre. Dice infatti, all’inizio di tutte le sue lettere: “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”. E nella lettera ai Romani, dopo aver descritto l’opera purificatrice di Gesù Cristo, afferma: “Ora siamo in pace con Dio” e dice che ciò è possibile perché “l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato” (5,1.5). Paolo è così affascinato dall’opera redentrice che il Padre compie per mezzo di Cristo, che si congeda dai suoi destinatari romani dicendo: “Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen!” (Rm 15, 33). Ma le parole più belle di Paolo le troviamo nella Lettera ai cristiani di Efeso, dove descrive lo scopo dell’opera di Cristo: “Egli è la nostra pace; egli è colui che ha fatto dei due (pagani e giudei) un popolo solo, abbattendo il muro di separazione, cioè l’inimicizia… per creare in se stesso un solo uomo nuovo, facendo la pace e per riconciliare per mezzo della croce tutti e due con Dio in un solo popolo, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani (i pagani) e pace a coloro che erano vicini (i giudei; Israele). Per questo per mezzo di lui possiamo presentarci tutti gli uni gli altri al Padre in un solo Spirito” (Ef 2,14-18), cioè veramente in comunione tra noi.
“Gesù è la nostra pace… Gesù è venuto ad annunciare la pace”, non a parole, ma per mezzo della sua croce. Perché solo quando lo contempliamo innalzato in croce in atto di chiedere perdono per tutti, sentiamo che egli abbatte i muri di separazione tra gli uni e gli altri, che egli distrugge in se stesso ogni inimicizia e con il suo amore, fatto dono sino alla fine, ci riconcilia tutti con il Padre e tra noi. Gesù, riconciliando, costruisce la sua comunità. Come non c’è vero amore di Dio se manca l’amore del prossimo, se non ci si impegna a diventare “prossimo degli altri”, così non c’è vera pace se non c’è volontà di imitare fino in fondo i sentimenti del Cristo crocifisso: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù” (Fil 2,5). Il dono della pace è frutto del mutuo perdono, fonte di ogni vera riconciliazione. La vera pace è donata ai riconciliati con Dio e i fratelli. E fratello è ogni persona umana.

Fissiamo lo sguardo su Gesù
Osserviamo Gesù nel Cenacolo, la notte in cui fu tradito. Non poteva non soffrire, eppure, nel lungo dialogo che intrattiene con i suoi discepoli dopo che Giuda se ne è andato, chiede loro di amarlo, osservando i suoi comandamenti e promettendo loro lo Spirito Santo, e aggiunge: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come il mondo la dà io la dono a voi” (14,27). Non è il solito saluto di congedo quello di Gesù. L’evangelista per esprimere bene la coscienza che Gesù aveva di sé, l’esperienza di amore che egli stava vivendo in quel momento, ha coniato una formula di saluto nuova. Egli contempla Gesù come un patriarca che prima di lasciarli dona loro in eredità quello che possiede: la pace. Egli sa che la morte si avvicina e dà senso alla sua morte rendendola fonte di riconciliazione e di pace. Questo dice che Gesù uomo nella sua passione è sempre in comunione con il Padre ed è guidato dallo Spirito, questa è la comunione gli che infonde serenità e pace.
Sì, è vero che sulla croce griderà: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. La morte è l’anti-Dio; di fronte alla morte che si avvicina è difficile sentire il Dio della vita, ma l’espressione “Dio mio, Dio mio” ci fa capire che egli, anche in quel momento, è in stretta comunione con il Padre; sa che il Padre gli è accanto. Aveva detto ai suoi nel Cenacolo: “Il Padre non mi lascerà solo” (Gv 16,32). Anche sulla croce, sa di essere uno con il Padre.
Nel Cenacolo, dopo aver donato la sua pace, guarda l’imminente futuro dei discepoli. Sa che per loro i giorni della sua passione saranno colmi di tristezza. Perciò dice loro: “Non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti” e, alla conclusione del lungo e intimo dialogo che ha con loro, dirà: “Vi ho detto tutte queste cose, perché uniti a me abbiate pace” (Gv 16,33). È chiaro che la pace nasce dalla comunione con lui e potrà farsi piena solo in comunione con lui e i fratelli. Quando non si vive da riconciliati, non si è in pace né con il Padre, né con Gesù perché secondo Paolo “solo per mezzo di lui (cioè accogliendo in noi la sua pace) possiamo presentarci gli uni gli altri al Padre in un solo Spirito”. È il dono dello Spirito che ci rende una cosa sola tra noi e con Dio-Padre, Dio-Figlio, Dio-Spirito Santo. Non chiediamo forse nella celebrazione eucaristica che lo Spirito Santo ci renda “un solo corpo, un solo spirito”?

A confronto con il Padre e Gesù
Nella notte di Natale è stata donata la pace a tutti. Gli angeli infatti hanno cantato: “Pace sulla terra agli uomini che Dio ama” (Lc 2,14). Questo annuncio dice che Dio ama tutti e, proclamando il dono messianico per eccellenza, afferma qual è la missione di Gesù: portare la pace. Ma gli uomini l’hanno accolta? Un giorno Gesù, immagino con tanta tristezza, disse: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, ma la divisione” (Lc 12,51). Si accorge di essere nella storia un “segno di contraddizione” (Lc 2,34). E da quanto dice ai discepoli nel Cenacolo, sa che questa contraddizione continuerà per mezzo loro nella storia. Comunque il rifiuto degli altri non li priverà della “sua pace”. Dice infatti: “In qualunque casa entriate, dite: «Pace a questa casa». Se in essa vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà a voi” (Lc 10,5). Come Gesù nella sofferenza non perde la sua pace, neppure i suoi discepoli nella loro missione, la perderanno. La sofferenza apostolica che può anche comportare il martirio (morte subìta non cercata),1 può coesistere con la pace del cuore. La comunione con Gesù è sempre fonte di pace e di serenità. Nessuna sofferenza ce la può togliere. Nessuna sofferenza, dice Paolo, neppure la morte (= martirio) “ci può separare dall’amore di Cristo” o “dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,31-39).
Non possiamo vivere la beatitudine dei “Beati i portatori di pace, perché essi saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9), se non facciamo opera di riconciliazione a costo di qualsiasi sofferenza. La vita cristiana è lasciar vivere Gesù in noi e, Gesù, il Figlio, ha portato a compimento la sua opera di riconciliazione per mezzo della sua Croce. Per essere davvero chiamati “Figli di Dio”, dobbiamo imitarlo. Altrimenti come esprimiamo nella vita la nostra dignità di figli?

Preghiamo
“Vieni, Signore, a visitarci nella pace, la tua presenza ci riempia di gioia”. Così ti ha invocato il popolo d’Israele e noi facciamo nostra questa preghiera aggiungendo: “Compi in noi tutte le tue promesse di pace”. E tu, o Padre, hai iniziato a compiere in noi le tue promesse quando nel tuo immenso amore hai inviato a noi il Figlio tuo Gesù come Salvatore e le hai compiute perfettamente quando per mezzo della sua croce ci hai riconciliati con te e tra di noi.
Gesù, tuo Figlio, ha portato a termine la sua opera di pace riconciliando tutti tra di loro e con te, Padre. La tua pace, infatti, non esiste senza una riconciliazione comunitaria aperta a ogni persona, di qualunque razza o lingua. I tuoi discepoli prima di iniziare la celebrazione eucaristica, vero banchetto di comunione, sentono il bisogno di riconciliarsi tra loro e con te, abbattendo ogni muro di separazione. Con questo noi vogliamo impegnarci nel vivere la beatitudine degli “operatori di pace”. Ma sappiamo anche, o Padre, che non ce la faremo mai da soli. Per questo, quando ci riuniamo noi ti invochiamo: “Guarda con amore, o Padre, questa tua famiglia e donale la pienezza dello Spirito Santo perché diventi un solo popolo e un solo Spirito”. Solo così, con la forza dello Spirito che ci doni in ogni Eucaristia, riusciremo a imitare tuo Figlio e a essere chiamati figli tuoi. Grazie, o Padre, per averci chiamati a te per vivere nel Figlio, per mezzo dello Spirito, ciò che il mondo più desidera: la Pace. Amen!

Mario Galizzi SDB

1 Questo è veramente importante in un tempo in cui si parla dei kamikaze musulmani chiamandoli “martiri”. Questi cercano la morte e cercano, morendo, di travolgere più gente possibile nella loro morte. I cristiani, imitando Gesù, non cercano la morte ma quando, perseguitati, debbono subirla, anche allora cercano la vita per sé e per i loro nemici. Come Gesù sanno morire perdonando e chiedendo perdono per chi li fa soffrire, perché anch’essi abbiano la vita.

 

7 MAGGIO 2017 | 4A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/04-Domenica/10-04a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

7 MAGGIO 2017 | 4A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Io sono il Buon Pastore

Per cominciare
Oggi, domenica del Buon Pastore, è la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Il sacerdozio è un grande dono di Gesù. Cristo Risorto si è mostrato visibilmente, ma ha poi inviato i suoi apostoli, e ha dato loro pieni poteri: « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ». Ha fatto di ogni prete un altro se stesso, ha detto a loro di continuare la sua opera di evangelizzazione.

La parola di Dio
Atti 2,14a.36-41.
Il giorno di Pentecoste Pietro incomincia a fare « il pescatore di uomini ». È come sempre un uomo pronto ed entusiasta, ma adesso si mette con il suo temperamento a servizio della predicazione e della testimonianza del nome di Gesù.
1 Pietro 2,20b-25.
Pietro parla ormai ai cristiani della chiesa costituita, li invita a imitare Cristo, ad accoglierlo come Pastore. È l’inizio del suo magistero, del suo ministero. « Eravate erranti come pecore senza pastore… », ora siete una comunità.
Giovanni 10,1-10.
Gesù usa la metafora del buon pastore e parla di un rapporto vivo, efficacissimo tra il pastore e le sue pecore. Parole che indicano il desiderio di avere con ciascuno di noi un’amicizia personale e intima.

Riflettere
Il brano degli Atti degli apostoli presenta il secondo dei numerosi discorsi che Luca inserisce nelle vicende della chiesa delle origini, che sono destinati a spiegare a chi legge ciò che sta avvenendo.
Pietro il giorno di Pentecoste spiega a chi li prende per ubriachi il senso di ciò che è avvenuto, il vento impetuoso, il fragore, le lingue di fuoco e il parlare in lingue. Dimostrando di conoscere bene le scritture, cita alcuni passaggi dell’antico testamento che sarebbero inspiegabili, senza la risurrezione di Gesù.
Investito dallo Spirito, accusa poi gli ebrei di aver crocifisso Gesù. Alle sue parole la gente si sente trafiggere il cuore, si apre al pentimento e riceve il battesimo. Sono migliaia, il primo nucleo del nuovo Israele.
Il vangelo di Giovanni ci presenta un Gesù inesauribile nel dichiarare il rapporto di amore e di alleanza che vuole avere con ciascuno di noi: qui si paragona al pastore, che a quel tempo aveva un legame strettissimo con le sue pecore. Il pastore conosce e ama le sue pecore a una a una, cammina con loro. Ed esse riconoscono la sua voce, lo seguono, si fidano di lui.
« Io sono la porta delle pecore », dice Gesù. E fa riferimento alla porta che si trova nel lato nord-est del muro, non lontano dal tempio di Gerusalemme. È davanti al tempio e a quella che era chiamata la « Porta delle Pecore », presso l’attuale Piscina Probatica o « delle pecore » che Gesù, ha detto con solennità: « Io sono il buon pastore… Io sono la porta delle pecore ».
Gesù si presenta in questo modo nella figura del vero pastore del popolo di Dio. Gesù, come Iahvè (ricordiamo il celebre Salmo 23: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome…). Ma qui Gesù si definisce in qualche modo anche « la porta del tempio », cioè la porta che conduce al luogo che rappresenta il cuore della religiosità degli ebrei.
Gesù si contrappone ai farisei. Essi cacciano dalla sinagoga quelli che credono in Gesù (cf « il cieco nato »). Egli afferma al contrario in modo assoluto (« Io sono ») che lui è autorizzato a essere la porta che conduce alla salvezza: « Se uno entra attraverso me sarà salvo ».
Essi invece non amano le pecore, non le conoscono, non le liberano, non sono al loro servizio, ma impongono su di loro pesi smisurati. Ma le pecore non ascoltano questi falsi pastori, non li seguono.
« Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza ». Attraverso la « Porta delle Pecore » entravano le pecore che venivano sacrificate nel tempio. Ma Gesù non solo non uccide le sue pecore, ma dà la vita per loro.
Attenzione ai verbi che vengono usati da Giovanni in questo brano: « entrare », « ascoltare », « condurre », « seguire », « conoscere »: tutti richiamano un rapporto speciale del pastore con le pecore, e, fuori metafora, del cristiano con Gesù.

Attualizzare
La prima considerazione e la prima domanda che dobbiamo farci quest’oggi è questa: piaccia o non piaccia, ognuno di noi segue dei modelli e si lascia influenzare nelle sue scelte da qualcuno, da qualcosa. Chi influisce di più nei nostri orientamenti di vita? È Cristo il nostro riferimento, il nostro pastore?
« Io sono la porta », dice di sé Gesù. Legando questa immagine meno consueta a quella del buon pastore. « Porta » indica libertà, possibilità di fuga e di ritorno; indica anche passaggio, dialogo, comunicazione.
In questo ultimo senso, è un’immagine dai significati attualissimi. Perché la nostra è l’epoca dei cellulari e della comunicazione (« Ovunque c’è un occhio. Ovunque c’è un obiettivo », scrive Milan Kundera, sottolineando anche i rischi degli eccessi e dell’invadenza), ma è anche l’epoca delle divisioni nette, delle incomprensioni, dell’innalzamento di nuovi muri, soprattutto simbolici. Bella invece l’immagine della porta, perché dice « lasciar passare », superare barriere, accogliere.
Questa è la domenica mondiale dedicata alla preghiera per le vocazioni. Secolarizzazione, edonismo, riduzione delle nascite, indisponibilità ad assumere impegni a lungo termine… sono alcune delle cause dell’attuale crisi delle vocazioni. « Mancano atteggiamenti di fondo in grado di dar vita a un’autentica cultura vocazionale » (Giovanni Paolo II).
In realtà ogni vita è vocazione e il primo « sì » a Dio lo diciamo accogliendo la vita, rispondendo alla chiamata di accettarci e di realizzarci secondo i piani che Dio ha sulla nostra vita.
Oggi ci sono tante forme di rifiuto della vita. E c’è anche chi è incapace di dire « grazie » per il dono della vita.
In questo clima è normale che non ci si senta di assumere impegni duraturi e impegnativi, sia di tipo matrimoniale che a servizio diretto della chiesa.
Ma la mancanza di vocazioni sacerdotali è un problema serissimo per le comunità cristiane. « Lasciate una parrocchia vent’anni senza prete e vedrete che si adoreranno le bestie », pare abbia detto il santo Curato d’Ars con un assoluto e tragico realismo, di cui tutti dovremmo farci carico.
Sono i sacerdoti a garantire l’eucaristia e la riconciliazione, che costruiscono la vita dei credenti e della comunità cristiana.

Il vero pastore nel sogno di Giovanni Paolo II
« Degli otto viaggi di Giovanni Paolo II in Africa, ricordo soprattutto il racconto di un sogno », ricordava il giornalista di Avvenire Silvano Stracca. Lo aveva narrato a Kaduna, in Nigeria, parlando in cattedrale ai catechisti. Era il febbraio del 1982 ed erano trascorsi solo nove mesi dai tre colpi di Alì Agca in piazza San Pietro, il 13 maggio di un anno prima. « Ieri », aveva raccontato il Papa, « ho sognato di trovarmi a colloquio con san Pietro, il quale mi chiese che cosa stavo facendo. Risposi: mi trovo in Nigeria. E san Pietro: non ci credo. Ho incontrato i giovani di Onitsha. E san Pietro: non ci credo. Sì che è vero, insisto io; e stamattina ho perfino ordinato cento preti a Kaduna e domani andrò a parlare all’università di Ibadan; e poi mi stanno aspettando nel Benin, nel Gabon e nella Guinea Equatoriale. Ma san Pietro non si convinse ancora. Allora gli mostrai la mia veste bianca dicendo: « Guarda com’è rossa della polvere per la strada che ho percorso ». Solo allora », concluse il Papa, « san Pietro mi ha creduto ». Vi riconosceranno che siete miei discepoli dalla polvere che sporca i vostri vestiti, ripeterebbe Gesù oggi.

Festa della mamma
C’è una donna che ha qualcosa di Dio per l’immensità del suo amore e molto di un angelo per l’instancabile sollecitudine verso i suoi cari.
Una donna che, da giovane, ha la saggezza di un’anziana e, nella vecchiaia, lavora con il vigore della gioventù.
Una donna che se è povera, è soddisfatta dalla felicità di coloro che ama; se è ricca darebbe volentieri tutto il suo tesoro per non subire la ferita dell’ingratitudine.
Una donna che pur essendo vigorosa, trema al pianto di un bambino e, pur essendo debole, ha il coraggio di un leone.
Questa donna è la mamma

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

30 APRILE 2017 | 3A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/03-Domenica/10-03a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

30 APRILE 2017 | 3A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

I discepoli di Emmaus

Per cominciare
La Quaresima che prepara alla Pasqua ha una durata di 40 giorni; il tempo di Pasqua è di sette settimane, cioè di 50 giorni. Sono giorni di gioia, un’occasione preziosa per riflettere sulla risurrezione di Gesù e sulla prima testimonianza della chiesa nascente. I due discepoli di Emmaus ci aiutano ad accogliere con maggior convinzione il Cristo risorto

La parola di Dio
Atti 2,14a.22-33. Il giorno di Pentecoste è il giorno del riscatto dell’apostolo Pietro. A Gerusalemme c’è gran folla ed egli si alza insieme agli altri undici apostoli, prende la parola a voce alta e testimonia la risurrezione di Gesù.
1 Pietro 1,17-21. Il primo papa ricorda ai cristiani l’impegno della vita nuova, per essere pronti al giudizio del Padre. Dice: « Ricordatevi che siete stati riscattati con il sangue prezioso di Cristo ». Ma li rassicura, dicendo che il Padre ha messo a fondamento della loro speranza la risurrezione di Gesù dai morti.
Luca 24,13-35. È il notissimo episodio dei discepoli di Emmaus. I due abbandonano Gerusalemme, nonostante le molte testimonianze sul ritorno alla vita di Gesù. Loro non credono alle parole delle donne e degli altri, ma Gesù si affianca a loro, li aiuta a leggere le Scritture e li rende suoi testimoni.

Riflettere
Il racconto dei discepoli di Emmaus nasce dalla raffinata arte narrativa di Luca. È uno degli episodi più belli della Pasqua di Cristo. È la parabola della scelta di fede, che è frutto di una faticosa ricerca, di un cammino che può essere difficile.
E di cammino si parla qui. Camminare è una delle parole-chiave della bibbia. Un camminare che è un crescere nello spirito. « Camminate nella verità », « Camminate nell’amore » sono espressioni care a Paolo e a Giovanni. Gesù ha detto con più profondità: « Camminate nella luce ».
È il pomeriggio di Pasqua, dopo il grande sabato ebraico. Questi due discepoli non ce la fanno più e abbandonano tutto, tornano a casa loro. I loro dubbi e la loro diffidenza fanno così bene alla nostra fede. Non tanto perché ci ritroviamo in loro, quanto perché ci caricano di certezze sulla risurrezione di Gesù. Come avrebbero potuto inventarsi la risurrezione questi uomini che non vogliono credere e dubitato anche dopo che si è presentato risorto? Come loro, così Tommaso, ma anche Pietro e gli altri, che non si fidano delle donne e si spaventano, più che rallegrarsi.
I due discepoli hanno abbandonato il gruppo. La prova e la delusione spengono la generosità e l’amore. Ci si riprende ciò che si aveva donato, si bada ai fatti propri, alla propria felicità individuale, ai propri interessi. Hanno dato fiducia a Gesù, che è morto in croce. Hanno sentito che forse è avvenuto qualcosa di nuovo e di sorprendente, ma non vogliono essere nuovamente delusi. Paolo dice: « Se Cristo non fosse risorto noi saremmo i più miserabili degli uomini ». Ed è esattamente quel che capita a questi due discepoli tentati dalla rassegnazione. Vogliono dimenticare e voltare pagina. Accontentarsi di una vita assolutamente feriale. È incredibile come si possa mettere tra parentesi tutto ciò che si visto e si è vissuto.
Gesù si affianca a loro nella maniera più normale. Non è « il maestro » autorevole della vita pubblica questa volta, ma un semplice « catechista » che aiuta i due discepoli a leggere le scritture e a capire il collegamento tra la parola e gli avvenimenti capitati a Gerusalemme in quei giorni.
Lo riconoscono nello spezzare il pane… in un gesto probabilmente abituale di Gesù con i discepoli. Un gesto semplice e umano che li aiuta a credere. Gesù è presente anche quando scompare ai loro occhi, e oggi, come allora, nello spezzare il pane della domenica. Fino alla fine del mondo.
Ed ecco che, stanchi com’erano – era ormai sera – si mettono a correre e ritornano sui loro passi. E la loro testimonianza si aggiunge a quella degli apostoli e di Pietro, a cui il Signore è apparso.

Attualizzare
Emmaus. « È curioso che gli studiosi non si siano ancora accordati sull’identificazione esatta di questo villaggio citato dall’evangelista Luca per una delle più famose apparizioni del Cristo risorto: tre o quattro località si contendono questo onore. Forse tale molteplicità potrebbe essere assunta a segno. Infatti la strada e il villaggio di Emmaus sono anche in ogni luogo dove i cristiani vivono la loro fede: l’incontro col Cristo risorto avviene infatti, per quei discepoli e per noi, quando la Scrittura è proclamata e ascoltata e quando il pane eucaristico è spezzato » (Gianfranco Ravasi).
Un tempo questa pagina di vangelo si leggeva il lunedì di Pasqua e la fuga dei due discepoli era vista come una scampagnata fuori porta, che si concludeva con l’incontro con il Risorto. In realtà niente di più serio della loro partenza.
Si aspettavano un Gesù diverso. « Noi speravamo che fosse lui a liberare il popolo di Israele! ». Ma la vittoria di Gesù è su un altro versante. È la vittoria della croce ed è difficile da capire e da accettare. Anche dopo duemila anni. Di fronte alla prova personale, alla fatica, alle delusioni è difficile pensare che lì il Signore vince ed è presente risorto. Che la strada che ti fa soffrire è quella che ti salva.
Qualcuno ha scritto che Gino Strada, il famoso medico chirurgo fondatore di Emergensy, un’organizzazione di medici volontari presenti in molti paesi a soccorso delle vittime della guerra, da qualche tempo non sorride più, nemmeno quando viene intervistato alla televisione. Dopo aver assistito a tante guerre, è profondamente deluso e ormai non crede più che l’uomo sia capace di costruire la pace. È la stessa tristezza che ha preso i discepoli di Emmaus. Così simile a ciò che proviamo noi quando qualcosa ci delude.
Anche il nostro è a volte un cammino per una strada in terra battuta e assolata che da Gerusalemme conduce a Emmaus. Anche noi siamo in fuga, in ricerca, dubbiosi. Non crediamo più che le situazioni possano cambiare in meglio, che l’umanità possa una buona volta risorgere. Non ci fidiamo di ciò che dicono su Gesù gli altri, i cristiani, la chiesa, i preti…
Il Risorto si mette al nostro fianco: ci parla, ci dona il suo corpo e il suo sangue, è con noi, ci infonde la speranza nell’uomo, nella storia, nel presente e nel futuro.

Qualcuno però camminava al nostro fianco
« A chi di noi non è familiare l’albergo di Emmaus? Chi non ha camminato per questa strada, una sera in cui tutto sembrava perduto? Cristo era morto dentro di noi. Ce l’avevano preso: il mondo, i filosofi, e i sapienti, le nostre passioni. Non c’era più Gesù per noi, sulla terra. Andavamo per una strada e Qualcuno camminava al nostro fianco. Eravamo soli e non più soli. È sera. Ecco una porta spalancata, l’oscurità d’una stanza in cui la fiamma del focolare non rischiara che la terra battuta e fa danzare le ombre, Oh, pane spezzato! Oh frazione del pane consumato malgrado tanta miseria! « Resta con noi, Signore, perché si fa sera »" (François Mauriac).

Mostrati, Signore
A tutti i cercatori del tuo volto, mostrati, Signore; a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore; con quanti si mettono in cammino e non sanno dove andare, cammina, Signore; affiancati e cammina con tutti i disperati sulle strade di Emmaus; e non offenderti se essi non sanno che sei tu ad andare con loro, tu che li rendi inquieti e incendi i loro cuori; non sanno che ti portano dentro: con loro fermati poiché si fa sera e la notte è buia e lunga, Signore (David Maria Turoldo),

1° maggio
Questa domenica pasquale spesso la viviamo a pochi giorni dalla tradizionale festa dei lavoratori. Le parole di Gesù: « Non vi lascerò orfani », e quelle di Pietro: « Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi », si fondono con un’epica storia di rivendicazioni e di lotte per la dignità e il lavoro. Niente di più attuale, soprattutto per i giovani. Se non tocca alla chiesa indicare le strade per risolvere i nuovi problemi occupazionali, c’è da domandarsi a chi tocca, dal momento che economisti, politici e sindacalisti hanno inventato per i nostri giovani in cerca di futuro soltanto varie e fantasiose forme di lavori senza garanzie: contratti di formazione, lavori a progetto, call center, job on call e simili precarietà, che non li metteranno mai nelle condizioni di lasciare la casa dei loro genitori e di iniziare una propria famiglia.
Oggi molto meno di ieri si accusa la chiesa di insensibilità nei confronti della società, ma i lavoratori delle fabbriche non smettono di pensare che la chiesa sia lontana dai problemi reali e dal mondo del lavoro. Così dice don Gianni Oderda, l’ultimo prete operaio della diocesi di Torino, che lavora alla Fiat Avio. Se non è una leggenda metropolitana, qualche anno fa si diceva che il cardinal Pellegrino auspicasse che fossero ordinati anche dei preti che non avessero fatto studi classici o universitari. Preti quindi più vicini alla gente comune e al mondo del lavoro. Lo stesso Giovanni Paolo II era orgoglioso di essere stato in gioventù un operaio e sostenne con entusiasmo le lotte sindacali in Polonia. Ma c’è ancora l’idea che a diventare cristiani e a sbilanciarsi nei confronti della chiesa si finisce per cambiare campo, per condurre una vita lontana dalle dure problematiche del vivere quotidiano.
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 20. (MT 28, 20)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170426_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 20. (MT 28, 20)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro Mercoledì, 26 aprile 2017

La Speranza cristiana – 20. “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20): la promessa che dà speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Queste ultime parole del Vangelo di Matteo richiamano l’annuncio profetico che troviamo all’inizio: «A lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1,23; cfr Is 7,14). Dio sarà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Gesù camminerà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Tutto il Vangelo è racchiuso tra queste due citazioni, parole che comunicano il mistero di Dio il cui nome, la cui identità è essere-con: non è un Dio isolato, è un Dio-con, in particolare con noi, cioè con la creatura umana. Il nostro Dio non è un Dio assente, sequestrato da un cielo lontanissimo; è invece un Dio “appassionato” dell’uomo, così teneramente amante da essere incapace di separarsi da lui. Noi umani siamo abili nel recidere legami e ponti. Lui invece no. Se il nostro cuore si raffredda, il suo rimane sempre incandescente. Il nostro Dio ci accompagna sempre, anche se per sventura noi ci dimenticassimo di Lui. Sul crinale che divide l’incredulità dalla fede, decisiva è la scoperta di essere amati e accompagnati dal nostro Padre, di non essere mai lasciati soli da Lui.
La nostra esistenza è un pellegrinaggio, un cammino. Anche quanti sono mossi da una speranza semplicemente umana, percepiscono la seduzione dell’orizzonte, che li spinge a esplorare mondi che ancora non conoscono. La nostra anima è un’anima migrante. La Bibbia è piena di storie di pellegrini e viaggiatori. La vocazione di Abramo comincia con questo comando: «Vattene dalla tua terra» (Gen 12,1). E il patriarca lascia quel pezzo di mondo che conosceva bene e che era una delle culle della civiltà del suo tempo. Tutto cospirava contro la sensatezza di quel viaggio. Eppure Abramo parte. Non si diventa uomini e donne maturi se non si percepisce l’attrattiva dell’orizzonte: quel limite tra il cielo e la terra che chiede di essere raggiunto da un popolo di camminatori.
Nel suo cammino nel mondo, l’uomo non è mai solo. Soprattutto il cristiano non si sente mai abbandonato, perché Gesù ci assicura di non aspettarci solo al termine del nostro lungo viaggio, ma di accompagnarci in ognuno dei nostri giorni.
Fino a quando perdurerà la cura di Dio nei confronti dell’uomo? Fino a quando il Signore Gesù, che cammina con noi, fino a quando avrà cura di noi? La risposta del Vangelo non lascia adito a dubbi: fino alla fine del mondo! Passeranno i cieli, passerà la terra, verranno cancellate le speranza umane, ma la Parola di Dio è più grande di tutto e non passerà. E Lui sarà il Dio con noi, il Dio Gesù che cammina con noi. Non ci sarà giorno della nostra vita in cui cesseremo di essere una preoccupazione per il cuore di Dio. Ma qualcuno potrebbe dire: “Ma cosa sta dicendo, lei?”. Dico questo: non ci sarà giorno della nostra vita in cui cesseremo di essere una preoccupazione per il cuore di Dio. Lui si preoccupa di noi, e cammina con noi. E perché fa questo? Semplicemente perché ci ama. Capito questo? Ci ama! E Dio sicuramente provvederà a tutti i nostri bisogni, non ci abbandonerà nel tempo della prova e del buio. Questa certezza chiede di annidarsi nel nostro animo per non spegnersi mai. Qualcuno la chiama con il nome di “Provvidenza”. Cioè la vicinanza di Dio, l’amore di Dio, il camminare di Dio con noi si chiama anche la “Provvidenza di Dio”: Lui provvede alla nostra vita.
Non a caso tra i simboli cristiani della speranza ce n’è uno che a me piace tanto: l’àncora. Essa esprime che la nostra speranza non è vaga; non va confusa con il sentimento mutevole di chi vuole migliorare le cose di questo mondo in maniera velleitaria, facendo leva solo sulla propria forza di volontà. La speranza cristiana, infatti, trova la sua radice non nell’attrattiva del futuro, ma nella sicurezza di ciò che Dio ci ha promesso e ha realizzato in Gesù Cristo. Se Lui ci ha garantito di non abbandonarci mai, se l’inizio di ogni vocazione è un «Seguimi», con cui Lui ci assicura di restare sempre davanti a noi, perché allora temere? Con questa promessa, i cristiani possono camminare ovunque. Anche attraversando porzioni di mondo ferito, dove le cose non vanno bene, noi siamo tra coloro che anche là continuano a sperare. Dice il salmo: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal 23,4). È proprio dove dilaga il buio che bisogna tenere accesa una luce. Torniamo all’àncora. La nostra fede è l’àncora in cielo. Noi abbiamo la nostra vita ancorata in cielo. Cosa dobbiamo fare? Aggrapparci alla corda: è sempre lì. E andiamo avanti perché siamo sicuri che la nostra vita ha come un’àncora nel cielo, su quella riva dove arriveremo.
Certo, se facessimo affidamento solo sulle nostre forze, avremmo ragione di sentirci delusi e sconfitti, perché il mondo spesso si dimostra refrattario alle leggi dell’amore. Preferisce, tante volte, le leggi dell’egoismo. Ma se sopravvive in noi la certezza che Dio non ci abbandona, che Dio ama teneramente noi e questo mondo, allora subito muta la prospettiva. “Homo viator, spe erectus”, dicevano gli antichi. Lungo il cammino, la promessa di Gesù «Io sono con voi» ci fa stare in piedi, eretti, con speranza, confidando che il Dio buono è già al lavoro per realizzare ciò che umanamente pare impossibile, perché l’àncora è sulla spiaggia del cielo.
Il santo popolo fedele di Dio è gente che sta in piedi – “homo viator” – e cammina, ma in piedi, “erectus”, e cammina nella speranza. E dovunque va, sa che l’amore di Dio l’ha preceduto: non c’è parte del mondo che sfugga alla vittoria di Cristo Risorto. E qual è la vittoria di Cristo Risorto? La vittoria dell’amore. Grazie.

23 APRILE 2017 | 2A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/02-Domenica/10-02a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

23 APRILE 2017 | 2A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Per cominciare
La chiesa a otto giorni dalla Pasqua propone in tutti i tre anni il vangelo di Tommaso. Il suo rifiuto di credere è funzionale al rafforzamento della fede dei credenti lungo i secoli. Ma testimonia anche l’eccezionalità sorprendente della risurrezione di Cristo.
La parola di Dio

Atti 2,42-47.
Ecco la nuova comunità cristiana nata dalla risurrezione di Cristo, che cresce di numero e si organizza. È animata dalla parola degli apostoli, vive la più schietta comunione fraterna nella condivisione dell’eucaristia (la frazione del pane) e nella preghiera comune. Tra loro avvengono anche prodigi e miracoli, sono stimati dal popolo, il clima è quello della gioia e della semplicità.
1 Pietro 20,19-31.
Pietro sembra parlare già da primo papa e incoraggia la comunità cristiana a perseverare nella vera fede e ad affidarsi a Cristo risorto. Del resto egli è certo dell’amore che i nuovi cristiani nutrono per Gesù, anche se molti di loro lo hanno conosciuto solo attraverso la testimonianza degli apostoli.
Giovanni 20,19-31.
È domenica e Gesù sorprende gli apostoli presentandosi a loro vivo, mostrando le mani e il costato trafitti. Non c’è Tommaso tra di loro ed egli non crede alla loro testimonianza. Otto giorni dopo Gesù è di nuovo tra loro e questa volta c’è anche Tommaso, che, di fronte all’evidenza, compie un profondo atto di fede.
Riflettere
Questa è l’ »Ottava di Pasqua » (Domenica in albis). In antico i nuovi battezzati, che avevano ricevuto battesimo, cresima ed eucaristia nella notte di Pasqua, oggi deponevano la veste bianca ricevuta in quella circostanza e partecipavano a pieno titolo all’eucaristia insieme agli altri.
Come la risurrezione, le apparizioni di Gesù avvengono nel giorno del Signore, il primo dopo il sabato. Di qui la celebrazione della risurrezione di Cristo settimanale nel giorno di domenica, a sostituzione del sabato.
I discepoli passano dalla paura alla gioia. Gesù si presenta senza alcun rancore per la loro fede debole. Li saluta: « Pace a voi! ». Mostra loro le mani e il costato, alita su di loro, e il suo soffio creatore dà alla chiesa nella loro persona il dono dello Spirito per il perdono dei peccati.
Manca Tommaso, uno dei dodici. Egli non presta fede al loro racconto, alla loro testimonianza.
Tommaso aveva certamente negli occhi la morte di Gesù: quelle mani trafitte, quel petto squarciato dalla lancia del centurione. Non ha voluto credere a poco prezzo. « Ma che cosa dite? Che Gesù è risorto? Che è vivo? Non facciamoci prendere da altre illusioni, non andiamo incontro ad altre delusioni! ».
Probabilmente Tommaso aveva sentito più degli altri la sconfitta per la fine in croce di Gesù. Ma quando Gesù gli si presenta mostrando le piaghe aperte, egli si convince di non avere mai veramente dubitato.
Gesù accoglie la sfida. Entra a porte chiuse, si presenta a Tommaso, lo convince mostrandogli le mani e il costato. Tommaso esce nel più maturo atto di fede: « Mio Signore e mio Dio! ». Alla fine sembra proprio Tommaso quello che esprime la fede più esplicita e matura.
Gesù conclude, pensando ai futuri cristiani e quindi a noi: « Beati quelli che pur non avendo visto crederanno ».

Attualizzare
Lo stesso brano del vangelo di Giovanni, che riporta l’episodio di Tommaso, ritorna nei tre anni, quasi a voler ricuperare per chi ha vissuto distrattamente la Pasqua, la realtà del Cristo risorto.
Tommaso viene visto volentieri come un uomo moderno, razionale, critico, non facilmente influenzabile.
Non accetta la testimonianza degli apostoli, non gli basta. Qualcosa non ha funzionato, qualcosa non lo ha abbastanza convinto. Forse non la mancanza di entusiasmo e di gioia o di credibilità degli apostoli e degli altri. Probabilmente è l’esperienza tragica della fine tra i tormenti di Gesù, che toglie ogni dubbio sulla sua morte, oppure la paura di essere ingannato ancora una volta, e soprattutto l’assoluta eccezionalità della risurrezione.
Gesù accetta la sfida di Tommaso e accetta anche la sfida dell’uomo d’oggi. È il Gesù risorto, che passa attraverso i muri, ma è anche il Gesù umanissimo e piagato, con i segni della passione. Il Gesù storico, che ha vissuto l’amicizia con Tommaso, che ha condiviso tutto con gli apostoli e porta nel cuore ciò che hanno vissuto insieme. « Toccatemi, datemi da mangiare », dice loro. Non fa il risentito, li accetta come sono e rinnova l’amicizia. È questo che può far crollare i Tommaso di ieri e di oggi.
Ma questa domenica è destinata soprattutto a riflettere su quella chiesa primitiva che comincia a esistere e a esprimere nei rapporti reciproci uno spirito inedito. « È apparsa un’altra generazione… », scrive Gregorio di Nissa, riferendosi alla comunità nata dalla Pasqua, « un’altra maniera di vivere ».
È una comunità in ascolto della parola trasmessa dagli apostoli, che vive la koinonìa, un’unione fraterna che arriva a condividere i beni di cui dispone, e si ritrova e si esprime nella frazione del pane, che segue i racconti e la testimonianza degli apostoli, vissuti con Gesù negli anni della vita pubblica, e ai quali egli ha fatto il dono di presentarsi risorto.

« Domenica della Misericordia »
Giovanni Paolo II ha voluto che l’ottava di Pasqua fosse la « Giornata della Misericordia », secondo la richiesta fatta da Gesù in una visione privata a Santa Faustyna Kowalska, delle suore della Beata vergine Maria della Misericordia a Varsavia, proclamata santa nel 2000 a Cracovia.
Il 22 febbraio 1931 Gesù ordinò a suor Faustyna di dipingere un’immagine secondo un modello che le venne mostrato e le parlò della misericordia. Le disse: « Voglio che la prima domenica dopo Pasqua sia la festa della misericordia ».
Giovanni Paolo II ha consacrato nel 2002 un santuario a Cracovia dedicato proprio alla « Divina Misericordia ». « La Provvidenza ha disposto che Giovanni Paolo II morisse proprio alla vigilia di questo giorno », ha detto Benedetto XVI, « nelle mani della Misericordia Divina. Quelle sacre piaghe, nelle mani, nei piedi e nel costato sono sorgente inesauribile di fede, di speranza e di amore a cui ognuno può attingere, specialmente le anime più assetate della divina misericordia ».
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

BENEDETTO XVI – L’OTTAVA DI PASQUA (2011)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110427.html

BENEDETTO XVI – L’OTTAVA DI PASQUA (2011)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 27 aprile 2011

Cari fratelli e sorelle,

in questi primi giorni del Tempo Pasquale, che si prolunga fino a Pentecoste, siamo ancora ricolmi della freschezza e della gioia nuova che le celebrazioni liturgiche hanno portato nei nostri cuori. Pertanto, oggi vorrei riflettere con voi brevemente sulla Pasqua, cuore del mistero cristiano. Tutto, infatti, prende avvio da qui: Cristo risorto dai morti è il fondamento della nostra fede. Dalla Pasqua si irradia, come da un centro luminoso, incandescente, tutta la liturgia della Chiesa, traendo da essa contenuto e significato. La celebrazione liturgica della morte e risurrezione di Cristo non è una semplice commemorazione di questo evento, ma è la sua attualizzazione nel mistero, per la vita di ogni cristiano e di ogni comunità ecclesiale, per la nostra vita. Infatti, la fede nel Cristo risorto trasforma l’esistenza, operando in noi una continua risurrezione, come scriveva san Paolo ai primi credenti: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5, 8-9).
Come possiamo allora far diventare “vita” la Pasqua? Come può assumere una “forma” pasquale tutta la nostra esistenza interiore ed esteriore? Dobbiamo partire dalla comprensione autentica della risurrezione di Gesù: tale evento non è un semplice ritorno alla vita precedente, come lo fu per Lazzaro, per la figlia di Giairo o per il giovane di Nain, ma è qualcosa di completamente nuovo e diverso. La risurrezione di Cristo è l’approdo verso una vita non più sottomessa alla caducità del tempo, una vita immersa nell’eternità di Dio. Nella risurrezione di Gesù inizia una nuova condizione dell’essere uomini, che illumina e trasforma il nostro cammino di ogni giorno e apre un futuro qualitativamente diverso e nuovo per l’intera umanità. Per questo, san Paolo non solo lega in maniera inscindibile la risurrezione dei cristiani a quella di Gesù (cfr 1Cor 15,16.20), ma indica anche come si deve vivere il mistero pasquale nella quotidianità della nostra vita.
Nella Lettera ai Colossesi, egli dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (3,1-2). A prima vista, leggendo questo testo, potrebbe sembrare che l’Apostolo intenda favorire il disprezzo delle realtà terrene, invitando cioè a dimenticarsi di questo mondo di sofferenze, di ingiustizie, di peccati, per vivere in anticipo in un paradiso celeste. Il pensiero del “cielo” sarebbe in tale caso una specie di alienazione. Ma, per cogliere il senso vero di queste affermazioni paoline, basta non separarle dal contesto. L’Apostolo precisa molto bene ciò che intende per «le cose di lassù», che il cristiano deve ricercare, e «le cose della terra», dalle quali deve guardarsi. Ecco anzitutto quali sono «le cose della terra» che bisogna evitare: «Fate morire – scrive san Paolo – ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria» (3,5-6). Far morire in noi il desiderio insaziabile di beni materiali, l’egoismo, radice di ogni peccato. Dunque, quando l’Apostolo invita i cristiani a distaccarsi con decisione dalle «cose della terra», vuole chiaramente far capire ciò che appartiene all’«uomo vecchio» di cui il cristiano deve spogliarsi, per rivestirsi di Cristo.
Come è stato chiaro nel dire quali sono le cose verso le quali non bisogna fissare il proprio cuore, con altrettanta chiarezza san Paolo ci indica quali sono le «cose di lassù», che il cristiano deve invece cercare e gustare. Esse riguardano ciò che appartiene all’«uomo nuovo», che si è rivestito di Cristo una volta per tutte nel Battesimo, ma che ha sempre bisogno di rinnovarsi «ad immagine di Colui che lo ha creato» (Col 3,10). Ecco come l’Apostolo delle Genti descrive queste «cose di lassù»: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri (…). Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14). San Paolo è dunque ben lontano dall’invitare i cristiani, ciascuno di noi, ad evadere dal mondo nel quale Dio ci ha posti. E’ vero che noi siamo cittadini di un’altra «città», dove si trova la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra. Partecipando fin d’ora alla vita del Cristo risorto dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore della città terrena.
E questa è la via non solo per trasformare noi stessi, ma per trasformare il mondo, per dare alla città terrena un volto nuovo che favorisca lo sviluppo dell’uomo e della società secondo la logica della solidarietà, della bontà, nel profondo rispetto della dignità propria di ciascuno. L’Apostolo ci ricorda quali sono le virtù che devono accompagnare la vita cristiana; al vertice c’è la carità, alla quale tutte le altre sono correlate come alla fonte e alla matrice. Essa riassume e compendia «le cose del cielo»: la carità che, con la fede e la speranza, rappresenta la grande regola di vita del cristiano e ne definisce la natura profonda.
La Pasqua, quindi, porta la novità di un passaggio profondo e totale da una vita soggetta alla schiavitù del peccato ad una vita di libertà, animata dall’amore, forza che abbatte ogni barriera e costruisce una nuova armonia nel proprio cuore e nel rapporto con gli altri e con le cose. Ogni cristiano, così come ogni comunità, se vive l’esperienza di questo passaggio di risurrezione, non può non essere fermento nuovo nel mondo, donandosi senza riserve per le cause più urgenti e più giuste, come dimostrano le testimonianze dei Santi in ogni epoca e in ogni luogo. Sono tante anche le attese del nostro tempo: noi cristiani, credendo fermamente che la risurrezione di Cristo ha rinnovato l’uomo senza toglierlo dal mondo in cui costruisce la sua storia, dobbiamo essere i testimoni luminosi di questa vita nuova che la Pasqua ha portato. La Pasqua è dunque dono da accogliere sempre più profondamente nella fede, per poter operare in ogni situazione, con la grazia di Cristo, secondo la logica di Dio, la logica dell’amore. La luce della risurrezione di Cristo deve penetrare questo nostro mondo, deve giungere come messaggio di verità e di vita a tutti gli uomini attraverso la nostra testimonianza quotidiana.
Cari amici, Sì, Cristo è veramente risorto! Non possiamo tenere solo per noi la vita e la gioia che Egli ci ha donato nella sua Pasqua, ma dobbiamo donarla a quanti avviciniamo. E’ il nostro compito e la nostra missione: far risorgere nel cuore del prossimo la speranza dove c’è disperazione, la gioia dove c’è tristezza, la vita dove c’è morte. Testimoniare ogni giorno la gioia del Signore risorto significa vivere sempre in “modo pasquale” e far risuonare il lieto annuncio che Cristo non è un’idea o un ricordo del passato, ma una Persona che vive con noi, per noi e in noi, e con Lui, per e in Lui possiamo fare nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5).

LE DONNE AL SEPOLCRO DI GESÙ

http://digilander.libero.it/mariaoggi/donnesepolcro.htm

LE DONNE AL SEPOLCRO DI GESÙ

Maria con le Donne fedeli presso la tomba
Le Donne che hanno unto e fasciato il corpo morto del Signore e che sono rimaste presso il sepolcro quando già splendeva la luce del Sabato (Lc 23, 54ss; cfr Gv 19, 25), ricevono il premio non metaforico della prima apparizione del Signore Risorto (Gv 20, 1. 11-18) e ne danno l’annuncio ai discepoli (Gv 20, 2. 17-18). Come già l’annuncio del Verbo per l’Incarnazione storica è rivolto a Maria, così ora spetta a Maria Maddalena.
Il mandato operativo della Resurrezione è rivolto alle Donne presso il sepolcro vuoto e, da loro, agli Apostoli: « Andate, annunciate, fate memoriale di tutti questi fatti » (Lc 24, 1-12; Mc 16, 1-10; Mt 28, 1-10). La Donna, Maria per prima e in modo unico è perciò l’annunciatrice e il segno permanente della Resurrezione. Cristo, Sapienza del Padre, scende nel mondo portato dalla Figlia di Sion, Trono della Sapienza divina (cfr RM 33). Ella è il segno e lo strumento volontario dell’Incarnazione, che va dalla Resurrezione del Figlio al suo annuncio prima della nascita a Betlemme, alla sua seconda Venuta gloriosa.
Tra le diverse composizioni dell’icona della Sapienza è celebre quella della Sofia di Novgorod (fine sec. XVI). La Sapienza ha la figura di un angelo seduto in trono, incoronato e vestito di abiti imperiali. Ha in mano lo scettro, attributo regale, e un rotolo, il contenuto della Sapienza. La Sapienza è al centro. Al di sopra si vede il busto del Signore, il quale abbassa le mani verso l’angelo. Questi è attorniato da una parte della Theotókos che tiene Cristo Emmanuele e dall’altra da s. Giovanni il Battista.
Il tema iconografico della « Sapienza » viene da Pr 9,1-5: la Sapienza si è costruita la casa, ha preparato il pane e il vino, ha imbandito la tavola e ha inviato i suoi servi a chiamare i convitati per la celebrazione della festa. La Theotókos è la persona che la Sapienza si è scelta quale amministratrice dei suoi misteri. Secondo un’altra spiegazione la Theotókos, che contiene nel medaglione il Cristo Emmanuele, è la Sapienza nel Mistero teandrico dell’Incarnazione, e il luogo privilegiato nel quale la Sapienza divina si rivela è la Maternità verginale.

Maria e le Donne, apostole degli Apostoli
Secondo la Liturgia bizantina, Maria è tra le Donne Mirofore che si recano al sepolcro del Signore; portano olio profumato (myron) per ungere il corpo morto del Signore. Ma già nel Cantico il termine myron è anche un nome dello Sposo (Ct 1, 3). Cristo è il Figlio di Dio « Unto » nello Spirito quale Re Sacerdote e Sposo della Chiesa. Myron è uno dei titoli dati dalla Chiesa greca a Cristo. E Maria è Mirofora, portatrice del Figlio di Dio, Unto di Dio, Salvatore degli uomini e Sposo dei redenti.
Le stesse Donne sono dette « apostole degli Apostoli », o anche « le eguali agli Apostoli » (isapóstolai), come le chiama ancora la Tradizione greca. Le Mirofore, testimoni della morte e della sepoltura di Cristo, sono coloro che cercano lo Sposo assente (Ct 3, 1-2; 5, 6; 6, 1). Dopo tre giorni esse sono rese partecipi della meravigliosa storia dell’incontro con il Risorto. Il mattino di Pasqua 1′Emmanuele si mostra loro come il Vivente eterno perennemente giovane, costituitosi egli stesso primo predicatore della sua Resurrezione. Le Donne sono le prime a vedere Cristo Uomo Nuovo, ad ascoltare dalle sue stesse labbra l’annuncio della Resurrezione. Esse sono quindi valide testimoni della tomba vuota e dell’annuncio della Resurrezione; sono esse a riferire tale annuncio agli Apostoli e da questi ultimi parte tutta la predicazione del Kérygma del Maestro nel mondo. Se la Donna aveva portato all’uomo l’invito alla morte, era necessario che a lei per prima fosse annunciata dal Signore Risorto la Vita nuova e che da lei l’annuncio della Resurrezione fosse recato all’uomo, cioè agli Apostoli. Del resto l’annuncio della redenzione nell’Antico Testamento era stato dato alla Donna (Gn 3, 15); in lei era stato posto l’inizio della Promessa divina (Mic 5, 2; Is 7, 14). Anche adesso, al culmine della Alleanza Ultima, sarà la Donna la prima a ricevere e a trasmettere l’annuncio di Cristo Risorto.
Le Donne inviate da Cristo Risorto erano probabilmente unite al Signore dalla comune origine in Galilea; esse lo avevano seguito per ascoltarlo e si erano abbandonate alla sua azione di salvezza (cfr Mt 27, 55-56; Lc 8, 2-3; Mc 15, 40-41). Forse più che gli Apostoli esse erano convinte che l’Emmanuele è l’Inviato da Dio, la sua Parola Vivente; non lo avevano tradito né abbandonato, ma anzi avevano proceduto con lui in paziente fedeltà dalla Galilea a Gerusalemme ed erano divenute sue familiari. Ora il Risorto si manifesta e parla loro; ed esse che nella struttura gerarchica e sacramentale non hanno un vero posto, assumono un ruolo di primissimo piano. E non va inteso come un fatto occasionale e momentaneo, ma come una comunione di vita sia tra il Signore e le Donne, sia tra esse e gli Apostoli; è in virtù della loro fede che esse appartengono alla nuova Famiglia di Dio sulla terra, nata dalla Resurrezione. Se tale è il ruolo della Donna nella Resurrezione, tanto più Maria, la Madre, occuperà un ruolo di importanza unica.
La Chiesa bizantina ha addirittura istituito una festa che riguarda soltanto le Donne Mirofore. Lo stretto rapporto tra la Resurrezione, la Domenica mattina, e la loro presenza al sepolcro, è all’origine della data celebrativa per la II Domenica dopo Pasqua. La memoria delle Mirofore si protrae per un’intera settimana, detta appunto « la Settimana delle Mirofore ». Esse vengono chiamate anche « evangeliste », e la Liturgia così le saluta:
« Le donne di divina sapienza correvano con aromi, e ti cercarono con lacrime quasi tu fossi un mortale. Ma esultanti di gioia, ti adorarono Dio vivo,
e te annunciarono ai discepoli tuoi, o Cristo ». (Sergio Gaspari, Celebrare con Maria l’anno di grazia del Signore, ed. Monfortane, pp. 106-108

Publié dans:Tempo liturgico: Pasqua |on 17 avril, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – DOMENICA DI PASQUA 2017

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2017/documents/papa-francesco_20170416_omelia-pasqua.html

DOMENICA DI PASQUA NELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE

SANTA MESSA DEL GIORNO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – DOMENICA DI PASQUA 2017

Piazza San Pietro

Domenica di Pasqua, 16 aprile 2017

Oggi la Chiesa ripete, canta, grida: “Gesù è risorto!”. Ma come mai? Pietro, Giovanni, le donne sono andate al Sepolcro ed era vuoto, Lui non c’era. Sono andati col cuore chiuso dalla tristezza, la tristezza di una sconfitta: il Maestro, il loro Maestro, quello che amavano tanto è stato giustiziato, è morto. E dalla morte non si torna. Questa è la sconfitta, questa è la strada della sconfitta, la strada verso il sepolcro. Ma l’Angelo dice loro: “Non è qui, è risorto”. E’ il primo annuncio: “E’ risorto”. E poi la confusione, il cuore chiuso, le apparizioni. Ma i discepoli restano chiusi tutta la giornata nel Cenacolo, perché avevano paura che accadesse a loro lo stesso che accadde a Gesù. E la Chiesa non cessa di dire alle nostre sconfitte, ai nostri cuori chiusi e timorosi: “Fermati, il Signore è risorto”. Ma se il Signore è risorto, come mai succedono queste cose? Come mai succedono tante disgrazie, malattie, traffico di persone, tratte di persone, guerre, distruzioni, mutilazioni, vendette, odio? Ma dov’è il Signore? Ieri ho telefonato a un ragazzo con una malattia grave, un ragazzo colto, un ingegnere e parlando, per dare un segno di fede, gli ho detto: “Non ci sono spiegazioni per quello che succede a te. Guarda Gesù in Croce, Dio ha fatto questo col suo Figlio, e non c’è un’altra spiegazione”. E lui mi ha risposto: “Sì, ma ha domandato al Figlio e il Figlio ha detto di sì. A me non è stato chiesto se volevo questo”. Questo ci commuove, a nessuno di noi viene chiesto: “Ma sei contento con quello che accade nel mondo? Sei disposto a portare avanti questa croce?”. E la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù. Oggi la Chiesa continua a dire: “Fermati, Gesù è risorto”. E questa non è una fantasia, la Risurrezione di Cristo non è una festa con tanti fiori. Questo è bello, ma non è questo è di più; è il mistero della pietra scartata che finisce per essere il fondamento della nostra esistenza. Cristo è risorto, questo significa. In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù – è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità. Il senso di guardare oltre, il senso di dire: “Guarda non c’è un muro; c’è un orizzonte, c’è la vita, c’è la gioia, c’è la croce con questa ambivalenza. Guarda avanti, non chiuderti. Tu sassolino, hai un senso nella vita perché sei un sassolino presso quel sasso, quella pietra che la malvagità del peccato ha scartato”. Cosa ci dice la Chiesa oggi davanti a tante tragedie? Questo, semplicemente. La pietra scartata non risulta veramente scartata. I sassolini che credono e si attaccano a quella pietra non sono scartati, hanno un senso e con questo sentimento la Chiesa ripete dal profondo del cuore: “Cristo è risorto”. Pensiamo un po’, ognuno di noi pensi, ai problemi quotidiani, alle malattie che abbiamo vissuto o che qualcuno dei nostri parenti ha; pensiamo alle guerre, alle tragedie umane e, semplicemente, con voce umile, senza fiori, soli, davanti a Dio, davanti a noi diciamo “Non so come va questo, ma sono sicuro che Cristo è risorto e io ho scommesso su questo”. Fratelli e sorelle, questo è quello che ho voluto dirvi. Tornate a casa oggi, ripetendo nel vostro cuore: “Cristo è risorto”.

 

1234

Ecrire sans censures ! |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31