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QUARTA DOMENICA DI PASQUA – ANNO B – OMELIA

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QUARTA DOMENICA DI PASQUA – ANNO B – OMELIA

“ECCO IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI”

IL VANGELO DI OGGI: GESÙ BUON PASTORE

Ogni anno in questa domenica la Chiesa nella Liturgia della Parola spezzetta – nei tre anni A – B – C – il decimo capitolo di Giovanni, il capitolo di Gesù Buon Pastore.
Parlando di questo meraviglioso capitolo di Giovanni così ricco di messaggio spirituale penso che sia prima di tutto opportuno mettere in risalto come questa analogia del BUON PASTORE non sia un’originalità di Gesù, ma sia una Sua appropriazione e sviluppo di quella commuovente figura biblica del Buon Pastore che sia i Salmi (23,1; 80,2) che Isaia (40,11), Geremia (31,10), Zaccaria (1,9) e – soprattutto – Ezechiele (34) avevano già proclamato nel VT.
Quando gli apostoli e ogni ebreo che ascoltava Gesù Lo sentì parlare di sé come il “Buon Pastore che dà la vita per le sue pecore” non poteva non pensare a questi Scritti Sacri – in particolare a Ez 34 – in cui il profeta parla di Dio d’Israele come un Buon Pastore che ama le sue pecore, le raccoglie, le difende, le cura con affetto e va in cerca di quelle smarrite.
Autoproclamandosi il “Buon Pastore” Gesù quindi implicitamente proclama di essere il Dio di Israele, non a caso proprio in questa circostanza Egli affermerà solennemente che nessuno può toglierGli la vita, ma che è Lui che la offre per poi riprendersela quando vuole.
Detto questo vediamo, con l’aiuto dello Spirito Santo, di entrare in profondità in questa parte del capitolo decimo di Giovanni che la Chiesa oggi ci dona come cibo spirituale per la nostra anima.
Gesù ci dice che Lui è il “Buon Pastore” perché dà la vita per le sue pecore e si contrappone quindi alla figura del “mercenario” a cui importa poco delle pecore, non dà la vita per esse, mentre Lui sì.
Com’è bello soffermarsi in preghiera, in contemplazione davanti a Gesù che fa a ciascuno di noi questa solenne dichiarazione d’amore: “Io offro la mia vita per te” perché “ti amo di amore eterno” (Ger 31,3), “non c’è un amore più grande di questo: dare la vita per chi si ama”(Gv 15,13).
Vedete, se un semplice uomo può conquistare il cuore di una donna a tal punto che questa lasci tutto per seguirlo, non potrà il Signore Gesù, che è Dio, conquistare ancora oggi il cuore di tanti, uomini e donne, con la forza di questa sua dichiarazione d’amore, affascinarli e sedurli con la forza di un amore che è troppo grande per poter essere ricambiato abbastanza?
Carissimi fratelli e sorelle, bisogna che poniamo attenzione a questa dichiarazione d’amore di Gesù tutti, tutti. Il nostro essere cristiani infatti non può spiegarsi semplicemente come un fatto culturale o sociale o come l’assenso del nostro giudizio ad una tavola di valori e di criteri di vita. L’esser cristiano non può avere altre motivazioni che la risposta a questa dichiarazione d’amore di Dio in Gesù rivolta a tutti e ciascuno.
È in questo orizzonte di risposta che poi si innesterà quella risposta totale, assoluta e piena che alcuni sono chiamati a dare nella donazione sacerdotale o religiosa.
Gesù, è chiaro: “Io conosco le mie pecore ed esse mi conoscono, come il Padre conosce me e io conosco Lui”, vedete, non si tratta di una conoscenza intellettuale e esteriore, Lui ci conosce e si fa conoscere di una conoscenza intima, amorosa. Perché non ci siano equivoci Gesù paragona la conoscenza reciproca nostra con Lui con quella che Lui stesso ha con il Padre. Qui si apre un campo di contemplazione ricchissimo: come Gesù conosce il Padre? Tutti i Vangeli non sono che una solenne dichiarazione d’amore del Figlio al Padre, al Padre che Lui ama (cfr. Gv 4,31), dal Quale tutto riceve (cfr. Gv 13,3) e con il Quale è una cosa sola (cfr. Gv 10,30) e dichiarazione d’amore del Padre al Figlio che Egli ama (cfr. Gv 3,35), al quale ha dato ogni cosa e ogni potere (cfr. Gv 3,35; 5,27; 17,2) del quale Egli si compiace (cfr. Mc 1,11; Mt 12,18; 17,5).
Come non possiamo stupirci e commuoverci per il fatto che Gesù assimili la nostra reciproca conoscenza con Lui con quella che Egli ha con il Padre? Ma interroghiamoci seriamente su questo punto: “Io conosco le mie pecore ed esse mi conoscono”. Vedete Giovanni ha scritto il suo Vangelo non per coloro che non conoscevano Gesù. Marco e Luca scrivono il Vangelo per far conoscere Gesù ai pagani, Matteo per aiutare la catechesi di chi veniva battezzato, Giovanni scrive il suo Vangelo perché coloro che sono già stati catechizzati e vivono nella Chiesa entrino in un rapporto più intimo con Gesù e in Lui con il Padre. Questa è la finalità di Giovanni, farci entrare in intimità con Gesù, con Gesù che ci conosce intimamente (cfr. Gv 2,25) e che si offre alla nostra conoscenza come Amico nostro (cfr. Gv 15,15).
Interroghiamoci dunque sul livello di intimità che viviamo con Gesù, solo nel Quale abbiamo la salvezza (Ia lettura) e nel Quale siamo diventati veri figli di Dio (IIa lettura). Sarà proprio nell’incontro intimo con Gesù, nell’esperienza esistenziale del Suo donarmi la vita che non potrò non sentire il fascino e la bellezza di un amore che sa donare la vita, di un amore che sa assumere la morte per dare la vita.
Gesù Maestro d’Amore questo ci insegna nell’intimo, ci insegna ad amare donando la vita. Dopo il peccato originale non è possibile alla persona umana amare nella verità senza donare la vita. In seguito al peccato originale la persona umana era incapace di amare nella verità perché incapace di donare la vita, Gesù ci salva dandoci la sua capacità di donare la vita e quindi di amare nella verità.
La tentazione che incalza sempre l’umanità di tutti i tempi è quella di credere possibile la realizzazione della persona umana nella felicità e nella gioia ricercando e vivendo un amore senza donare la vita, un amore senza fatica, senza responsabilità, senza sacrificio, senza donazione, un amore dove solo si riceve senza dare.
A questa grande illusione Gesù risponde insegnandoci a donare la vita. Per far questo Lui, Dio, ha voluto farsi uomo per poter morire. In quanto Dio non poteva insegnarci ad amare dando la vita, allora ha voluto assumere la nostra natura umana per insegnarci come si ama e si ama dando la vita.
Giustamente Gesù, nel brano evangelico odierno, ci fa notare che “nessuno poteva togliergli la vita”, nessuno poteva e può uccidere Dio, ma che è Lui che “offre la vita per riprendersela di nuovo”.
No, – lo abbiamo già detto nelle omelie precedenti – non furono i chiodi ad uccidere Gesù, ma l’Amore che porta per noi, quello Lo fece morire, morì d’Amore! Per questo le guardie non gli spezzarono le gambe come agli altri due (cfr. Gv 19,32-34) e Pilato se ne stupì fortemente (cfr. Mc 15,44). Chi avrebbe potuto infatti uccidere Dio?
Ecco, carissimi fratelli e sorelle, noi che abbiamo conosciuto Gesù, noi che siamo stati istruiti da Gesù, noi che abbiamo conosciuto il suo amore, siamo chiamati a testimoniare a questo mondo che non sa amare, la forza, la bellezza, il fascino, il profumo di un amore che sa donare la vita, come? È molto semplice. Come Lui ha assunto la nostra natura umana per poterci donare la vita, così noi – per amore Suo e nel Suo Amore – siamo chiamati per la gloria del Padre e per la salvezza delle nostre persone ad assumere tutte le pesanti realtà della nostra esistenza quotidiana, le nostre impotenze, le nostre fatiche e i pesi della vita, le solitudini, malattie, dolori, disgrazie, incomprensioni, prove, per donare la vita e quindi AMARE.
Qui è tutta la forza del Risorto, forza che Egli ci comunica nei sacramenti, la capacità di trasformare le nostre situazioni di morte in vita donata e quindi in AMORE. Non esiste, dunque, né può esistere nella concretezza della nostra esistenza di figli di Dio, una situazione di morte tale, una prova così grande, una croce così pesante che possa schiacciarci, infatti quello stesso e identico Amore che ha tenuto stretto Gesù alla croce “è stato riversato nei nostri cuori”(Rm 5,5) e quindi è data a tutti noi la possibilità di amare come Gesù, dando la vita per amore sulla croce e senza scendere da essa.
Carissimi fratelli e sorelle, concludo, a questa concretezza di Amore il Padre chiama ciascuno di noi in Cristo perché il mondo creda, e il mondo crederà, sì crederà, quando ci vedrà amare come ci amò Gesù dando la vita, il mondo aspetta solo questo per credere, non lasciamolo aspettare troppo!

Amen.

 

TERZA DOMENICA DI PASQUA B – OMELIA

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TERZA DOMENICA DI PASQUA B

At 3, 13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2, 1-5; Lc 24, 35-48

Nel testo di Atti Pietro ripete con coraggio al popolo il kerygma della Pasqua di Gesù di Nazareth con una parola chiara e anche compromettente: Il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù che voi avete consegnato e rinnegato davanti a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete ucciso l’autore della vita … ma Dio l’ha risuscitato e di questo noi siamo testimoni. Una chiarezza che non è un’accusa per accusare ma un’accusa che vuole salvezza per gli uditori, infatti Pietro conclude dicendo: pentitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati. Per questa proclamazione Pietro e Giovanni subiranno un arresto e delle minacce, per quell’annunzio al capitolo successivo saranno fustigati e ne saranno lieti perché “avevano subito oltraggio per amore del nome di Gesù” (cfr At 5,41). Il kerygma pasquale genera questo amore che deve diventare il centro della vita del discepolo.
Nel passo sempre di Luca ma tratto dall’ultimo capitolo dell’Evangelo il kerygma è annunziato da Gesù stesso in tutti i modi, con tutto quello che è: rivelando il suo essere in mezzo a loro (stette, scrive Luca, e non venne o apparve, cioè: Lui è ormai sempre nella sua comunità, si deve solo avere la fede per coglierne la presenza!), mostrando loro le ferite della croce, annunziando così la pace … mangiando con loro. Quelle ferite non sono accusa ma sono il modo in cui ormai Dio si dice e si mostra al mondo! Sono le ferite di un amore che per rimanere tale ha patito odio, oltraggio e morte! Se in Atti si dirà che Pietro e Giovanni saranno lieti di patire oltraggi per amore del nome di Gesù questo è perché essi compresero, fin da quella sera di Pasqua, che Colui, di cui sono fatti testimoni per sempre, aveva patito oltraggi, ferite e morte per amore del nome dell’uomo, per amore del loro nome! Mi pare straordinario!
La scena del Cenacolo, in questo racconto di Luca, ci mostra un Gesù che agisce da solo: Lui saluta, Lui parla, Lui mostra le ferite, Lui chiede cibo, Lui spiega le Scritture, Lui dà ai suoi l’incarico della testimonianza, Lui promette lo Spirito (a tal proposito è incomprensibile perché la pericope proposta per questa domenica ometta il versetto 49 con la promessa dello Spirito!).
In tutto questo racconto i discepoli sono fermi e silenziosi … solo offrono il cibo a Gesù che l’ha richiesto … attorno a quello stare di Gesù in mezzo a loro si genera un silenzio e una sospensione di tutto … di loro sono detti, invece, i sentimenti: sconcerto, paura, turbamento, dubbio, stupore, incredulità, gioia … tutti sentimenti che denunciano la difficoltà a credere nella risurrezione. È così! Dinanzi alla risurrezione l’uomo resta dubbioso e incredulo, sia perché è fatto impensabile e fuori d’ogni orizzonte storico, sia perché ci si imbatte in una cosa troppo bella … si direbbe “troppo bello per essere vero!” Ecco la gioia di cui ci dice Luca che mette limiti alla fede: per la grande gioia ancora non credevano … la risurrezione è troppo bella, è troppo liberante, è troppo luminosa; è oltre ogni più felice ipotesi!
In questa scena Gesù si mostra in tutta la sua concretezza; Luca ci tiene molto ad affermare questa cruda corporeità della risurrezione non solo per contrastare le idee del suo ambiente greco per cui una risurrezione della carne non solo era impensabile ma anche disdicevole (ricordiamo che il pensiero greco di quel tempo era imbevuto di platonismo e neoplatonismo con tutto il disprezzo per la materia!), non solo per affermare la continuità tra il Crocefisso e il Risorto, ma anche per dirci che la risurrezione di Gesù afferra l’uomo in tutta la sua globalità e concretezza.
Tutto ciò, però, è coglibile solo da chi si fa aprire la mente all’intelligenza delle Scritture; proprio perché la risurrezione è tanto oltre il pensabile e il dicibile dall’uomo, solo la Scrittura e la memoria di Gesù possono far esplodere la vera fede nella risurrezione. La memoria di Gesù, di che uomo fosse, delle sue parole, dei suoi gesti, del suo amore, messa a confronto con la “memoria Scripturarum” fa cogliere la conformità e la coincidenza di Gesù e della sua vicenda, fino alla croce e risurrezione, con le promesse di Dio.
La Chiesa si è sempre compiaciuta di ripetere nel simbolo di fede questa conformità: secondo le Scritture. Un’espressione che bisogna saper leggere: vuol dire che tutta la vicenda di Gesù, dal principio alla risurrezione, è compimento delle Scritture che, proprio in quella vicenda, trovano a loro volta luce, ragione e pienezza. Non si tratta, dunque, di semplici compimenti puntuali di questa o quella profezia, ma si tratta di qualcosa di infinitamente più grande e più vasto.
Gesù, nelle cose che dice ai suoi, mette in stretta connessione le sue parole e la sua vita con loro (Era questo che vi dicevo mentre ero ancora con voi) con le Scritture … le due dimensioni si illuminano a vicenda … ora bisogna che si compia – dice il Risorto – tutto quanto Lui già diceva riferendosi alle Scritture. Il verbo greco “pleròo” (“compiersi”) è usato al passivo per dire che è un compimento che opera Dio. La croce e la risurrezione sono il culmine di questo compiersi, senza di esse tutto sarebbe rimasto incompiuto e la vita di Gesù, e le sue parole di rivelazione del Padre e anche le Sante Scritture.
Perché tutto prenda luce, in quella sera di Pasqua, Gesù apre la loro mente all’intelligenza delle Scritture; ai due discepoli di Emmaus aveva “spalancato le Scritture” (Cfr Lc 24,27) ora apre le menti. Insomma senza l’intelligenza delle Scritture la storia dell’umanità, e la stessa storia di Gesù, restano oscure. Nel capitolo 5 del Libro dell’Apocalisse è mostrato l’Agnello che solo può aprire i sette sigilli di quel rotolo che è la Prima Alleanza ma è anche la storia dell’umanità. Tutto questo, però, riguarda anche le nostre personali vicende; senza questa intelligenza delle Scritture restiamo ciechi. L’autore della Seconda lettera di Pietro lo dirà a chiare lettere: “La parola dei profeti è una lampada che brilla in un luogo oscuro” (2Pt 1,19).
La Parola contenuta nelle Scritture è il criterio con cui giudicare il quotidiano e intelligere la storia e le nostre personali vicende … quella Parola consegnata dal Risorto che è, a sua volta, il criterio per leggere le Scritture. Il confronto con questa Parola ci sottrae al rischio di costruirci a partire da noi stessi e di costruire Dio allo stesso modo. La Parola ci sottrae alle valutazioni mondane dei fatti della storia, ci dice di guardare tutto attraverso lo sguardo di Dio, la Parola smaschera le nostre menzogne interiori.
Con questa consegna il Risorto invia la Chiesa a testimoniare la Pasqua che è remissione dei peccati ed è speranza nuova. Sì, perché annunziare la remissione dei peccati è annunziare una grande libertà, è affermare che l’amore di Dio, che Cristo ci ha rivelato nella sua carne, è più grande del nostro male.
Per poter annunziare la conversione e la remissione dei peccati il Gesù di Luca chiede di fidarsi di un dono che viene dall’alto, il dono dello Spirito. Per questo i discepoli devono “sedere” in città (“kathísate”). Infatti lo Spirito è dono all’umile attesa di chi siede nella città, non è prodotto o pretesa dell’uomo. È dono dall’alto! È il dono necessario per la testimonianza e per continuare a scrutare le Scritture e ricordare la vicenda di Gesù! Senza lo Spirito promesso, atteso e donato la Chiesa non può essere testimone; ecco perché questo versetto 42 è importante all’economia di questo racconto e non si può omettere.
Nello Spirito l’evento Gesù, circoscritto nel tempo e nello spazio può diventare l’oggi della Chiesa di sempre. È questo oggi, colmo di Cristo e di amore per il suo nome, che la Chiesa deve realizzare e mostrare al mondo.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

 

08 APRILE 2018 – 2A DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA – B | OMELIA

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08 APRILE 2018 – 2A DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA – B | OMELIA

2a Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

Per cominciare
In questa « Domenica in albis » e « della divina misericordia » l’attenzione è ancora tutta puntata sulle apparizioni pasquali, ma da questa domenica anche sul cammino di fede degli apostoli e sulla comunità nata dalla risurrezione. L’amore fraterno sin dalle origini è il legame che tiene unita ed esprime la comunità cristiana.

La Parola di Dio
Atti degli apostoli 4,32-35. Un cuor solo e un’anima sola, fino a condividere i beni che si possiedono: questa è la comunità cristiana nata dalla risurrezione di Gesù. Questa fraternità si fa testimonianza viva e fonte di simpatia tra la gente.
1ª Giovanni 5,1-6. Giovanni non cessa di esortare i cristiani alla fraternità e all’amore vissuto verso Dio e i fratelli. È questo il nuovo comandamento, che caratterizza e verifica la genuinità della nostra fede.
Giovanni 20,19-31. È lo stesso brano di vangelo che viene proposto negli anni A, B e C. È la sera di domenica, il primo giorno della settimana. Gli apostoli non si sono ancora riavuti da ciò che hanno visto subire da Gesù e temono di fare la stessa fine. Gesù li sorprende e si presenta a loro vivo, mostrando le mani e il costato trafitti. Gesù, passando sopra al loro tradimento e alla loro paura, dona a loro il potere di perdonare i peccati. Non c’è Tommaso, e quando gli raccontato di aver visto Gesù, non crede alla loro testimonianza. Otto giorni dopo Gesù è di nuovo tra loro e questa volta c’è anche Tommaso, che, di fronte all’evidenza, è costretto a credere.

Riflettere…
o La domenica ci propone di accogliere i frutti della risurrezione: Gesù soffia sugli apostoli (è un soffio di vita, come nella Genesi) e infonde il dono dello Spirito, che rende gli apostoli coraggiosi annunciatori del vangelo e li autorizza a rimettere i peccati. È la possibilità di una nuova creazione che nasce dal loro ministero.
o Gesù si presenta agli apostoli salutandoli nel segno della pace. È la stessa pace di cui ha parlato nell’ultima cena: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv 14,27). Gesù risorto si presenta agli apostoli mite e accogliente. Nessun desiderio di vendetta nei confronti della loro durezza di cuore, della vigliaccheria, della loro paura, e della loro fatica a credere che ciò che sta avvenendo è reale. La sua è volontà di perdono, desiderio di riconciliazione anche dopo ogni abbandono.
o Altro dono è quello della ritrovata fiducia, dopo la crisi. Nei giorni della passione gli apostoli hanno provato paura, delusione, incertezza. Si sono dimostrati vili e hanno tradito il loro maestro. Probabilmente nella loro testa giravano gli stessi interrogativi di coloro che ai piedi della croce gli gridavano: « Se sei il messia, il Figlio di Dio, scendi da croce a noi crederemo in te » E pensando ai tanti miracoli compiuti da Gesù della sua vita pubblica: « Ha salvato gli altri, ora salvi se stesso e scenda dalla croce ».
o Ma ora gli apostoli vedono Gesù con occhi nuovi, trovano una forza nuova in se stessi. Gesù con loro è pieno di pazienza e continua ad aiutarli a leggere le scritture, a crescere nella fede: fa vedere che lui è sempre lo stesso, anche ora che è risorto. È sempre lo stesso Gesù, quello di prima della Pasqua: mostra loro le mani e il costato: « Guardate, toccate, non sono un fantasma ».
o Ma Gesù si rivela anche nella sua diversità: entra a porte chiuse, appare in luoghi diversi contemporaneamente, non viene riconosciuto immediatamente. Si trova nel suo stadio definitivo, nella pienezza della vita divina e dei suoi poteri.
o Incontro dopo incontro, la paura e l’incertezza si trasformano in gioia entusiasmante. Si prolunga per alcune settimane l’esperienza della vita pubblica: Gesù mangia con loro, compie ancora per loro dei miracoli, continua a istruirli e a esortarli alla missione. « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ». Dovranno continuare la stessa missione di Gesù.
o Infine nasce a Pasqua il dono della comunione fraterna. Ed è quella che realizza ed esprime la prima comunità cristiana, così come viene descritta nella prima lettura. Un legame di amore che nasce dalla fede, non da sola solidarietà umana. Una fede viva che è collante potente, capace di fondere gli animi e di superare ogni divisione.

Attualizzare
* La prima domenica dopo Pasqua è chiamata « Domenica in albis ». Nei primi tempi della chiesa il battesimo era amministrato durante la notte di Pasqua, e i battezzandi indossavano una tunica bianca che portavano poi per tutta la settimana successiva, fino alla prima domenica dopo Pasqua, detta perciò « domenica in cui si depongono le vesti bianche » (in albis depositis).
* Per iniziativa di Giovanni Paolo II, nella Domenica in albis la chiesa celebra la « Divina Misericordia di Dio ». Con questa festa Giovanni Paolo II ha accolto il desiderio di Gesù stesso che nel 1931, apparendo in una visione privata a una suora polacca suor Faustina Kowalska, proclamata santa dallo stesso Giovanni Paolo II, chiese l’istituzione della festa, proprio nei giorni in cui Gesù esercitava la piena misericordia nei confronti dei suoi apostoli, reintegrandoli integralmente nella missione.
* La Parola di Dio ci propone oggi come modello di vita la prima comunità cristiana e ? in tutti tre gli anni nella seconda domenica di Pasqua ? la prova nella fede di san Tommaso.
* Nella sua vita pubblica, Gesù non è stato un filosofo, né un semplice predicatore e un taumaturgo: ha fatto degli apostoli e dei discepoli una comunità. Quanto alla comunità nata dalla predicazione degli apostoli, pur essendo « moltitudine », vive una ammirabile comunione fraterna, ha radicalizzato la scelta della povertà, vista come scelta di fraternità, tiene tutto in comune, fa in modo che nessuno della comunità sia nel bisogno. Si tratta però di scelte profetiche, che acquistano per noi un carattere di segno, di punto di riferimento.
* Si dice inoltre che la comunità cristiana veniva guardata con simpatia. È stata questa una singolare nota caratteristica dei primi cristiani. Essi « godendo il favore di tutto il popolo » (At 2,47) perché erano unanimi e concordi, erano nella gioia e vivevano nella semplicità di cuore.
* Non sempre oggi è la simpatia la caratteristica dominante dei cristiani. La loro rettitudine morale li rende talvolta freddi e poco espansivi. L’attaccamento alla dottrina poi li fa diventare poco disponibili e poco aperti al dialogo. I loro pensieri rivolti quotidianamente alle cose spirituali e dottrinali possono farli apparire poco sensibili ai problemi più comuni e alle lotte quotidiane.
* Eppure il cristiano deve sforzarsi di diventare radicalmente simpatico: nel senso che non può rifiutare di entrare in sintonia con gli altri. Dovrebbe farlo anche per non correre il rischio di vedersi respingere per colpa propria ciò che predica e ciò che si sforza di testimoniare.
* La seconda lettura insiste sul tema dell’ »amore », sulla stessa linea della prima lettura. È l’amore concreto che verifica il nostro amore verso Dio: chi ama Dio, deve amare anche le sue creature. Questo amore, che è il ritornello di tutta la lettera di san Giovanni, nasce dal Cristo risorto, che ha dato per noi « acqua e sangue ».
* Di questo duplice amore è trasparente la vita dei santi. Sant’Agostino esprime lucidamente lo stile cristiano: « Sempre, in ogni istante, dovete ricordare che bisogna amare Dio e il prossimo. Siccome però Dio ancora non lo vedi, amando il prossimo, meriterai di vederlo; amando il prossimo, purificherai l’occhio per vedere Dio, come afferma chiaramente Giovanni: « Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede » (1Gv 4,20). Amando il prossimo e interessandoti di lui, tu cammini. E dove ti conduce il cammino se non al Signore, cioè a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l’abbiamo sempre con noi. Aiuta dunque il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a colui con il quale desideri rimanere ».
* Quanto a Tommaso, ci ricorda che la comunità cristiana deve essere aperta anche nei confronti di chi fa fatica a credere, superando la tentazione di trasformarsi in ghetto o di realizzare una comunità di perfetti. Saper attendere e rispettare il ritmo di maturazione alla fede di ognuno fa parte della vera fraternità.
* Oggi però più che mancanza di fede, è diffusa l’indifferenza a ogni livello. Essa trova radice spesso nella disperazione e nella frustrazione. L’uomo d’oggi, come Tommaso, ha paura di credere nella vita, di credere in Dio. Ha paura di venire disilluso, di essere ingannato. Ciascuno di noi in questa società ripercorre in qualche modo proprio l’esperienza dell’apostolo Tommaso. Lui, che probabilmente aveva sentito più degli altri la delusione per la tragica e inaspettata morte in croce di Gesù. Messo di fronte al fatto della risurrezione, non ci vuole credere: teme di dover provare altre delusioni. Ma quando Gesù gli si presenta mostrando le piaghe aperte, si convince di non avere mai veramente dubitato.
* Come si vede, sono tanti gli stimoli per vivere in pienezza questa domenica. Il Signore Gesù che ha sorpreso gli apostoli con la sua risurrezione, sorprenda anche noi e ci dia una fede e una gioia nuova. Egli che ha usato misericordia verso la fede incerta di Tommaso e degli apostoli e ha infuso su di loro lo Spirito Santo, ci usi la stessa misericordia e ci doni la gioia del suo Spirito.

Siamo una comunità
« Siamo una comunità cosciente di professare un’unica fede di avere un medesimo codice di vita e di sentirsi legata dalla stessa speranza. Ed è la Parola di Dio che nutre la nostra fede, che dà ali alla speranza, che ci rende forti e disciplinati. I depositi versati nella nostra cassa comune sono ispirati dalla carità: non si va a riscuotere denaro per banchetti, gozzoviglie, bicchierate, ma per sostenere i poveri, per aiutare ragazzi e ragazze senza beni e senza genitori, per i servi in pensione e i naufraghi. Adottiamo come se fossero figli nostri i condannati ai lavori forzati nelle miniere, i confinati nelle isole e i relegati nelle prigioni, se si trovano in questa condizione a motivo della loro fede. « Vedi come si amano tra loro », dicono. « Vedi come sono pronti a morire l’uno per l’altro! ». Si chiamano fratelli, e ne sono ben convinti, coloro che sanno di avere come Padre comune Dio, che sono stati chiamati a una vita nuova, che, abbandonata l’ignoranza religiosa comune, sono stati abbagliati dall’unica luce della verità » (Tertulliano).

Don Umberto DEVANNA sd

BENEDETTO XVI – LE DONNE A SERVIZIO DEL VANGELO (2007)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070214.html

BENEDETTO XVI – LE DONNE A SERVIZIO DEL VANGELO (2007)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 14 febbraio 2007

Saluto ai pellegrini presenti nella Basilica Vaticana:

Cari fratelli e sorelle delle Diocesi Marchigiane!

Vi saluto tutti con affetto e con grande gioia. La Chiesa è riempita dal Popolo di Dio con la gioia della fede. Grazie per la vostra presenza! Saluto tutti, ad iniziare dai Vescovi convenuti a Roma per la Visita ad limina Apostolorum. Un deferente saluto rivolgo alle Autorità civili che non hanno voluto mancare a questo significativo incontro. Benvenuti! Con pensiero grato saluto i sacerdoti, i seminaristi, le persone consacrate. E sono molti: si vede che la Chiesa vive ed è giovane! Saluto poi gli operatori pastorali e voi tutti, membri del Popolo di Dio che vive nella Regione delle Marche. Nell’attuale clima di pluralismo culturale e religioso, ci si rende conto che il messaggio di Gesù non è conosciuto da tutti. Pertanto ogni cristiano è chiamato ad un rinnovato e coraggioso impegno di annuncio e testimonianza del Vangelo. Vogliamo portare a tutti questa luce, che è luce per la vita personale e segnale indicatore di orientamento per la vita sociale.

Cari Fratelli nell’Episcopato, continuate a dedicare ogni sforzo perché la formazione cristiana di base sia curata ugualmente nelle città come nei centri minori; perché tutte le categorie di fedeli siano preparate a ricevere con frutto i Sacramenti, indispensabile nutrimento della crescita nella fede; perché con la pratica dei Sacramenti non si tralasci un’istruzione religiosa solida che resista senza affievolirsi alle diffuse sfide e sollecitazioni d’una società ormai largamente secolarizzata. Guardiamo al futuro con speranza e lavoriamo con appassionata fiducia nella vigna del Signore!

La Vergine Madre di Dio e della Chiesa, guidi e protegga i vostri sforzi e i vostri progetti pastorali. A Lei, a Maria, ci rivolgiamo ora tutti insieme con la preghiera, che ho preparato in vista dell’incontro dei giovani, in programma a Loreto nel prossimo mese di settembre. Ci vedremo dunque nelle Marche, a Loreto. Preghiamo insieme:

Maria, Madre del sì, tu hai ascoltato Gesù
e conosci il timbro della sua voce e il battito del suo cuore.
Stella del mattino, parlaci di Lui
e raccontaci il tuo cammino per seguirlo nella via della fede.

Maria, che a Nazareth hai abitato con Gesù,
imprimi nella nostra vita i tuoi sentimenti,
la tua docilità, il tuo silenzio che ascolta
e fa fiorire la Parola in scelte di vera libertà.

Maria, parlaci di Gesù, perché la freschezza della nostra fede
brilli nei nostri occhi e scaldi il cuore di chi ci incontra,
come Tu hai fatto visitando Elisabetta
che nella sua vecchiaia ha gioito con te per il dono della vita.

Maria, Vergine del Magnificat,
aiutaci a portare la gioia nel mondo e, come a Cana,
spingi ogni giovane, impegnato nel servizio ai fratelli,
a fare solo quello che Gesù dirà.

Maria, poni il tuo sguardo sull’Agorà dei giovani,
perché sia il terreno fecondo della Chiesa italiana.
Prega perché Gesù, morto e risorto, rinasca in noi
e ci trasformi in una notte piena di luce, piena di Lui.

Maria, Madonna di Loreto, porta del cielo,
aiutaci a levare in alto lo sguardo.
Vogliamo vedere Gesù. Parlare con Lui.
Annunciare a tutti il Suo amore.

* * *Le donne a servizio del Vangelo

Cari fratelli e sorelle,

oggi siamo arrivati al termine del nostro percorso tra i testimoni del cristianesimo nascente che gli scritti neo-testamentari menzionano. E usiamo l’ultima tappa di questo primo percorso per dedicare la nostra attenzione alle molte figure femminili che hanno svolto un effettivo e prezioso ruolo nella diffusione del Vangelo. La loro testimonianza non può essere dimenticata, conformemente a quanto Gesù stesso ebbe a dire della donna che gli unse il capo poco prima della Passione: «In verità vi dico, dovunque sarà predicato questo vangelo nel mondo intero, sarà detto anche ciò che costei ha fatto, in memoria di lei» (Mt 26,13; Mc 14,9). Il Signore vuole che questi testimoni del Vangelo, queste figure che hanno dato un contributo affinchè crescesse la fede in Lui, siano conosciute e la loro memoria sia viva nella Chiesa. Possiamo storicamente distinguere il ruolo delle donne nel Cristianesimo primitivo, durante la vita terrena di Gesù e durante le vicende della prima generazione cristiana.
Gesù certamente, lo sappiamo, scelse tra i suoi discepoli dodici uomini come Padri del nuovo Israele, gli scelse perché «stessero con lui e anche per mandarli a predicare» (Mc 3,14-l5). Questo fatto è evidente, ma, oltre ai Dodici, colonne della Chiesa, padri del nuovo Popolo di Dio, sono scelte nel numero dei discepoli anche molte donne. Solo molto brevemente posso accennare a quelle che si trovano sul cammino di Gesù stesso, cominciando con la profetessa Anna (cfr Lc 2,36-38) fino alla Samaritana (cfr Gv 4,1-39), alla donna siro-fenicia (cfr Mc 7,24-30), all’emorroissa (cfr Mt 9,20-22) e alla peccatrice perdonata (cfr Lc 7,36-50). Non mi riferisco neppure alle protagoniste di alcune efficaci parabole, ad esempio alla massaia che fa il pane (Mt 13,33), alla donna che perde la dracma (Lc 15,8-10), alla vedova che importuna il giudice (Lc 18,1-8). Più significative per il nostro argomento sono quelle donne che hanno svolto un ruolo attivo nel quadro della missione di Gesù. In primo luogo, il pensiero va naturalmente alla Vergine Maria, che con la sua fede e la sua opera materna collaborò in modo unico alla nostra Redenzione, tanto che Elisabetta poté proclamarla «benedetta fra le donne» (Lc 1,42), aggiungendo: «beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). Divenuta discepola del Figlio, Maria manifestò a Cana la totale fiducia in Lui (cfr Gv 2,5) e lo seguì fin sotto la Croce, dove ricevette da Lui una missione materna per tutti i suoi discepoli di ogni tempo, rappresentati da Giovanni (cfr Gv 19,25-27).
Ci sono poi varie donne, che a diverso titolo gravitarono attorno alla figura di Gesù con funzioni di responsabilità. Ne sono esempio eloquente le donne che seguivano Gesù per assisterlo con le loro sostanze e di cui Luca ci tramanda alcuni nomi: Maria di Magdala, Giovanna, Susanna e «molte altre» (cfr Lc 8,2-3). Poi i Vangeli ci informano che le donne, a differenza dei Dodici, non abbandonarono Gesù nell’ora della Passione (cfr Mt 27,56.61; Mc 15,40). Tra di esse spicca in particolare la Maddalena, che non solo presenziò alla Passione, ma fu anche la prima testimone e annunciatrice del Risorto (cfr Gv 20,1.11-18). Proprio a Maria di Magdala San Tommaso d’Aquino riserva la singolare qualifica di «apostola degli apostoli» (apostolorum apostola), dedicandole questo bel commento: «Come una donna aveva annunciato al primo uomo parole di morte, così una donna per prima annunziò agli apostoli parole di vita» (Super Ioannem, ed. Cai, § 2519).
Anche nell’ambito della Chiesa primitiva la presenza femminile è tutt’altro che secondaria. Non insistiamo sulle quattro figlie innominate del “diacono” Filippo, residenti a Cesarea Marittima e tutte dotate, come ci dice san Luca, del «dono della profezia», cioè della facoltà di intervenire pubblicamente sotto l’azione dello Spirito Santo (cfr At 21,9). La brevità della notizia non permette deduzioni più precise. Piuttosto dobbiamo a san Paolo una più ampia documentazione sulla dignità e sul ruolo ecclesiale della donna. Egli parte dal principio fondamentale, secondo cui per i battezzati non solo «non c’è più né giudeo né greco, né schiavo, né libero», ma anche «né maschio, né femmina». Il motivo è che «tutti siamo uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3,28), cioè tutti accomunati nella stessa dignità di fondo, benché ciascuno con funzioni specifiche (cfr 1 Cor 12,27-30). L’Apostolo ammette come cosa normale che nella comunità cristiana la donna possa «profetare» (1 Cor 11,5), cioè pronunciarsi apertamente sotto l’influsso dello Spirito, purché ciò sia per l’edificazione della comunità e fatto in modo dignitoso. Pertanto la successiva, ben nota, esortazione a che «le donne nelle assemblee tacciano» (1 Cor 14,34) va piuttosto relativizzata. Il conseguente problema, molto discusso, della relazione tra la prima parola – le donne possono profetare nell’assemblea – e l’altra – non possono parlare -, della relazione tra queste due indicazioni, apparentemente contraddittorie, lo lasciamo agli esegeti. Non è da discutere qui. Mercoledì scorso abbiamo già incontrato la figura di Prisca o Priscilla, sposa di Aquila, la quale in due casi viene sorprendentemente menzionata prima del marito (cfr At 18,18; Rm 16,3): l’una e l’altro comunque sono esplicitamente qualificati da Paolo come suoi sun-ergoús «collaboratori» (Rm 16,3).
Alcuni altri rilievi non possono essere trascurati. Occorre prendere atto, ad esempio, che la breve Lettera a Filemone in realtà è indirizzata da Paolo anche a una donna di nome «Affia» (cfr Fm 2). Traduzioni latine e siriache del testo greco aggiungono a questo nome “Affia” l’appellativo di “soror carissima” (ibid.) e si deve dire che nella comunità di Colossi ella doveva occupare un posto di rilievo; in ogni caso, è l’unica donna menzionata da Paolo tra i destinatari di una sua lettera. Altrove l’Apostolo menziona una certa «Febe», qualificata come diákonos della Chiesa di Cencre, la cittadina portuale a est di Corinto (cfr Rm 16,1-2). Benché il titolo in quel tempo non abbia ancora uno specifico valore ministeriale di tipo gerarchico, esso esprime un vero e proprio esercizio di responsabilità da parte di questa donna a favore di quella comunità cristiana. Paolo raccomanda di riceverla cordialmente e di assisterla «in qualunque cosa abbia bisogno», poi aggiunge: «essa infatti ha protetto molti, anche me stesso». Nel medesimo contesto epistolare l’Apostolo con tratti di delicatezza ricorda altri nomi di donne: una certa Maria, poi Trifena, Trifosa e Perside «carissima», oltre a Giulia, delle quali scrive apertamente che «hanno faticato per voi» o «hanno faticato nel Signore» (Rm 16,6.12a.12b.15), sottolineando così il loro forte impegno ecclesiale. Nella Chiesa di Filippi poi dovevano distinguersi due donne di nome «Evodia e Sìntiche» (Fil 4,2): il richiamo che Paolo fa alla concordia vicendevole lascia intendere che le due donne svolgevano una funzione importante all’interno di quella comunità.
In buona sostanza, la storia del cristianesimo avrebbe avuto uno sviluppo ben diverso se non ci fosse stato il generoso apporto di molte donne. Per questo, come ebbe a scrivere il mio venerato e caro Predecessore Giovanni Paolo Il nella Lettera apostolica Mulieris dignitatem, «la Chiesa rende grazie per tutte le donne e per ciascuna… La Chiesa ringrazia per tutte le manifestazioni del “genio” femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del Popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità: ringrazia per tutti i frutti della santità femminile» (n. 31). Come si vede, l’elogio riguarda le donne nel corso della storia della Chiesa ed è espresso a nome dell’intera comunità ecclesiale. Anche noi ci uniamo a questo apprezzamento ringraziando il Signore, perché egli conduce la sua Chiesa, generazione dopo generazione, avvalendosi indistintamente di uomini e donne, che sanno mettere a frutto la loro fede e il loro battesimo per il bene dell’intero Corpo ecclesiale, a maggior gloria di Dio. 

LE DONNE, L’ANGELO E IL RISORTO (MT 28, 1-7)

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LE DONNE, L’ANGELO E IL RISORTO (MT 28, 1-7)

BY GIUSEPPE BETTONI ON 31 MARZO 2013 IN OMELIE

Carissimi, ieri ci siamo abbandonati nell’abbraccio del Crocifisso, un abbraccio affettuoso, un gesto di grande tenerezza che come discepoli ci ha visti baciare il corpo del Cristo e ci siamo lasciati appunto abbracciare da quelle mani stese sul legno della croce e in quelle braccia abbiamo visto il dolore e la morte di tante persone, dei nostri cari e la sofferenza del nostro mondo …
In questa fedeltà a Gesù, rimanendo nell’abbraccio del Signore non veniamo semplicemente trascinati nel sepolcro, non veniamo abbandonati in quella tomba dove, come le donne al mattino di Pasqua, andiamo a cercare l’oggetto dei nostri affetti. L’abbraccio del Cristo ci trascina in una condizione nuova: la risurrezione!
La risurrezione è del corpo ed è una cosa impossibile all’uomo. Non riusciamo a realizzarla, al massimo la immaginiamo, la desideriamo. La risurrezione non riguarda l’anima, perché l’anima è immortale, ma riguarda il nostro corpo, la nostra persona, il nostro essere. E non si tratta di una semplice rianimazione di cadavere come a Lazzaro perché Lazzaro è stato rianimato ma poi è tornato alla morte. Per risurrezione non si intende tonare a una vita precedente, ma a uno stadio che sia pienezza di vita. Vuol dire essere resi partecipi della vita in una condizione totalmente nuova che è la condizione tipica del Figlio di Dio che ha lo spirito di Dio, ha la vita di Dio.
Ne facciamo una qualche esperienza osservando cosa accade alla materia in natura, perché la stessa materia può avere varie forme di vita: può essere un minerale che assimilato dall’erba diventa vegetale e la stessa materia vegetale mangiata dalla bestia diventa vita animale; la materia animale mangiata dall’uomo diventa vita umana… quindi la stessa materia è vita, ed è diversa a seconda del principio che la informa.
Per analogia possiamo dire che il nostro corpo risorto sarà vivificato dallo spirito stesso di Dio. Avremo la vita di Dio, al vita del Risorto!
I vangeli hanno racconti della risurrezione diversi tra loro, ma un punto comune è che le donne vanno al sepolcro, e vedono che il corpo di Gesù non è più lì. Il fatto che il corpo non sia nel sepolcro è la fine dell’unica certezza dell’uomo, l’unica certezza che abbiamo è di essere mortali! La risurrezione è la vittoria sulla memoria dell’uomo mortale e ci viene a dire che non finiamo lì. Trovo suggestiva questa immagine delle donne che sono il grembo della vita e che vanno al sepolcro, vanno nel grembo della madre terra con l’unica certezza che Gesù sia lì e invece trovano il grembo della terra vuoto e mi suggerisce tre pensieri.
1. Anzitutto perché sono le donne e non subito gli apostoli ad accogliere l’annuncio del Risorto? In un contesto nel quale, come dicono alcuni saggi nel Talmud: è meglio che le parole della Torah brucino nel fuoco piuttosto che cadano nelle mani di una donna e che se un padre insegna la Torah a sua figlia, è come se le insegnasse il libertinaggio. In un contesto del genere che il primo annuncio della risurrezione sul quale si fonda la fede cristiana, venga affidato alle donne è una radicale novità che ha qualcosa da dire anche a noi.
Le donne che hanno seguito Gesù fin sul Calvario e hanno poi osservato con cura il luogo del sepolcro, sono le prime testimoni della risurrezione del Messia crocifisso. Esse non appartengono al collegio istituzionale dei Dodici, ma fanno parte della comunità, sono «fedeli semplici», senza particolari incarichi o compiti, eppure sono le protagoniste di quell’esperienza radicale, da cui nasce la Chiesa, cioè della fede, e in questa precedono anche i capi! Potremmo dire che c’è una certa tensione dinamica tra coloro che hanno la funzione apostolica, cioè i capi della comunità ecclesiale che sono chiusi nel cenacolo e sono tentati di tornare al lavoro di prima e gli altri discepoli, rappresentati dalle donne, figura del «discepolo semplice», che invece si pongono in ascolto dell’angelo.
2. Ecco la seconda considerazione. L’angelo è colui che annunzia, è Dio che comunica, è la parola di Dio. Cosa fa la parola di Dio? Spiega alle donne cos’è capitato e cosa devono fare loro. E mentre ascoltano l’angelo, mentre ascoltano la Parola, incontrano il Risorto che dice loro le stesse cose. Infatti Matteo scrive: «Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: “Non abbiate paura; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e la mi vedranno”» (vv 8-9).
È interessante che Gesù dica le stesse parole dell’angelo. Cosa significa? Che quando ascolto la parola del Signore, ascolto il Signore stesso. Attraverso la parola del Vangelo il Signore comunica se stesso e dice: Gesù non è lì.
E qui si opera un cambiamento importante perché da sempre presso tutti i popoli la religione è strettamente connessa col mistero della morte. Il primo segno di cultura è proprio il sepolcro, il culto dei morti. L’angelo annuncia che Dio non è lì, perché Dio è il Dio dei viventi, è risorto.
Dio non lo incontriamo più nel limite della morte, ma nell’ascolto della sua Parola. Una parola che dice alle donne: Guardate il luogo dove era stato deposto…In tutti i vangeli è costante l’invito ad andare a vedere che il grembo della terra è vuoto! Non c’è nulla lì, la vita è altrove. Il Signore non va cercato nel luogo della morte e della paura. Ma allora se non è lì, dove si trova?
3. Ecco l’ultima considerazione: Andate a dire ai discepoli che vi precede in Galilea. Le donne sono inviate agli apostoli in Galilea. Le donne sono mandate dai fratelli, dagli altri perché lì incontreranno il Risorto. La Galilea è il luogo della vita quotidiana, laddove è iniziato il Vangelo, dove Gesù ha vissuto per trent’anni. Il risorto ci precede in Galilea: non è chiuso nel ricordo del passato, ma è davanti a noi a tracciare nuovi sentieri di fraternità.
L’angelo in fondo descrive l’esperienza che avviene in ciascuno di noi mediante la Parola che se viene ascoltata scoperchia la tomba del nostro cuore, realmente ci fa vedere che il Signore non è lì, e ci manda verso i fratelli. Se resti lì non lo incontri. Ricordate che il racconto evangelico ci parla delle guardie pagate per custodire il sepolcro? È la storia di sempre: quelle guardie custodiscono la morte, la menzogna, la corruzione e restano nella loro morte. Se noi vogliamo custodire il potere, l’interesse, l’egoismo non incontreremo mai il Vivente. Da lì non si incontra mai il Risorto.
Rinnoviamo ora i nostri impegni battesimali: diciamo di no alla tristezza dell’egoismo, della paura, della divisione. Torniamo ad affermare l’obbedienza alla Parola, così che la nostra vita vecchia possa risorgere con Cristo. All’inizio della quaresima ci siamo detti che sotto la cenere c’è il fuoco e lungo la quaresima abbiamo cercato di liberare la cenere che gravava sul nostro cuore.
Così all’inizio di questa notte abbiamo acceso un fuoco nuovo come a dire che nell’abbraccio del Risorto non c’è peccato, non c’è paura, non c’è oscurità dalle quali il Signore non ci possa trarre ad un nuovo inizio.

 

Publié dans:Tempo liturgico: Pasqua |on 2 avril, 2018 |Pas de commentaires »

21 MAGGIO 2017 | 6A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

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21 MAGGIO 2017 | 6A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Non vi lascerò orfani, ma verrò a voi…

Per cominciare
In questa domenica è centrale il tema dello Spirito che preannuncia la Pentecoste, che celebreremo tra quindici giorni. È nel segno dello Spirito Santo che si costruisce e si diffonde la nuova comunità cristiana attraverso gli apostoli. Lo Spirito li illumina e li guida nella loro testimonianza e mantiene viva la memoria di Gesù, ricordando a loro tutto ciò che ha detto e fatto.

La parola di Dio
Atti 8,5-8.14-17.
Gli apostoli vengono informati del successo della predicazione del diacono Filippo in Samaria e mandano Pietro e Giovanni a completare e ad autenticarne l’opera di evangelizzazione, ma anche per stabilire rapporti di fraternità fra la chiesa di Gerusalemme e quella nuova comunità. Gli apostoli impongono su di loro le mani e su quei nuovi credenti scende lo Spirito.
1 Pietro 3,15-18.
Pietro invita i nuovi cristiani a non lasciarsi andare di fronte ai contrasti e alle persecuzioni e di reagire nei loro confronti senza perdere la propria identità di cristiani, continuando a comportarsi con dolcezza, rispetto e retta coscienza, sempre pronti a rispondere a chiunque domandi « ragione della speranza » che è in loro.
Giovanni 14,15-21.
Ci viene proposto il seguito del capitolo 14 del vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato domenica scorsa. Gesù parla agli apostoli e le sue sono parole di calda amicizia, addirittura di tenerezza verso di loro. Gesù promette lo Spirito Santo agli apostoli e chiede a loro di essere pronti a riceverlo. Egli sarà « un altro consolatore », uno « spirito di verità » che li aiuterà a comprendere il rapporto speciale che c’è tra Gesù e il Padre e che dimorerà sempre con loro.

Riflettere
« Se mi amate », dice Gesù agli apostoli. E imbastisce un discorso pieno di tenerezza, quasi per far capire la fatica che fa a doversi separare da loro.
« Non vi lascerò orfani », promette Gesù, « tornerò da voi ». Gesù pronuncia queste parole alla vigilia della sua passione e morte. Nel momento più tragico della sua esistenza appare più preoccupato per loro che per sé, li invita a non avere paura, a non essere turbati, a non sentirsi soli nel momento in cui saranno chiamati alla prova più dura della loro vita e dovranno accorgersi della loro debolezza.
Sono le ultime raccomandazioni di Gesù prima della sua Pasqua. Gesù sa che « la sua ora » sta per compiersi. Sarà un’ora difficile e tragica, ma sarà anche il trionfo dell’amore e della verità, la vittoria del perdono sulla vendetta; la sconfitta della prepotenza e dell’ipocrisia del potere.
Gesù conosce lucidamente che gli apostoli lo tradiranno: lo dice a Pietro, lo dice a Giuda. Sa che lo tradiranno e abbandoneranno, che fingeranno di non conoscerlo, che perderanno fiducia nelle sue parole e si disperderanno. Ma Gesù non li libera da quella prova…
Li invita ad accogliere lo Spirito, che abita già in loro se lo amano e se sono fedeli al Padre osservando i suoi comandamenti.
Gesù lascia fisicamente i suoi, ma intende rimanere ancora tra loro e per sempre. Lo Spirito abiterà in loro, lo Spirito di verità che il mondo non conosce: « Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore ».
Il mondo non conosce lo Spirito, e ci sarà opposizione fra i discepoli e il mondo. Ma Gesù e lo Spirito saranno presenti nel mondo grazie a loro. Ogni volta che saranno pronti a rispondere a chi domanderà ragione della speranza che li anima.

Attualizzare
Nella seconda lettura, Pietro dice che tocca ai cristiani spiegare la speranza che li anima, che non toglie nulla alla vita reale, alle lotte e alle gioie che ognuno si ritrova a vivere.
Il cristianesimo non è prima di tutto una dottrina o un insieme di verità. O di pratiche di pietà e di devozioni. Ma è un incontro di amore con una persona viva, con Gesù di Nazaret. E attraverso di lui, anche con il Padre e lo Spirito Santo, che non solo esistono, ma addirittura abitano nell’animo di ogni credente.
Cristiani che non vivono quindi in un mondo orfano di Dio, ma che ne condividono fino in fondo i « sogni », che sono precisamente quelli della dignità e della promozione di ogni persona. Cristiani che sanno rendere ragione della loro speranza a un mondo che fa fatica ad averla. Cristiani che sono i primi a impegnarsi, gli ultimi a non arrendersi di fronte a un problema della società, nel mondo del lavoro, nel proprio condominio.
Perché ovunque c’è amore, lì c’è lo Spirito di Dio. Gesù sale al cielo e abbandona visibilmente i suoi discepoli, ma si rende presente in ogni persona che un cristiano serve e ama.
Si devono certo osservare i comandamenti, Gesù lo dice due volte in questo brano. Perché si è tanto più maturi, quanto più si è fedeli, quanto più ci si lega a scelte di vita che siano impegnative, su misura per noi, anche se controtendenza. Ma ogni comandamento, dice Gesù, è una manifestazione di amore. « Amare Dio e amare i fratelli », questa è la legge.
Allora viene lo Spirito « consolatore ». Colui che ti fa capire che stai camminando per la strada giusta e che ti illumina il cammino. Spirito che ti mette al fianco degli altri come consolatore, per aiutare anche altri ad affrontare la fatica di vivere e di vincere la solitudine.
« Sentiamo un grande, immenso bisogno che qualcuno ci ami, e il nostro egoismo preferisce quella sufficienza che è la dannata solitudine, l’inferno del cuore » (mons. Antonio Riboldi). La prima esigenza di ogni persona che ha smarrito il senso della vita o che vive come un peso una solitudine esistenziale è fargli conoscere Gesù di Nazaret, dargli la « bella notizia » che grazie allo Spirito egli vive tra noi e ci è di conforto.
Spirito che è novità di vita, fantasia divina, che ci suggerisce le strade giuste per fare del nostro mondo una grande famiglia che si ama. « Gli uomini di chiesa devono essere soprattutto buoni e mirare a uno scopo soltanto: creare degli uomini buoni » (Giuseppe Prezzolini).
Lo Spirito Santo è l’ultimo estremo dono di Gesù agli apostoli. Spirito che li renderà sicuri e forti. Aprirà loro gli occhi, comprenderanno il filo rosso che lega mirabilmente gli avvenimenti della vita di Gesù e la storia della salvezza.
Dopo che Filippo ha battezzato in Samaria, sono gli apostoli Pietro e Giovanni a donare lo Spirito. Da allora sarà sempre così. Sarà compito degli apostoli invocare lo Spirito sui nuovi battezzati. Oggi lo fanno quando amministrano la confermazione.
Si discute oggi sull’età della cresima, e anche sulla sua collocazione. Posta al termine del cammino di iniziazione cristiana, dopo il battesimo e l’eucaristia, dà la sensazione della conclusione di un cammino e i ragazzi sentono il bisogno di cambiare aria, come di chi ha terminato un corso di studi e non vuole ritornare sui banchi di scuola.
Un numero crescente di ragazzi sospende il catechismo già dopo al prima comunione e parecchi finiscono per non celebrare la cresima. Rimandandola forse alla vigilia del matrimonio.
Ma è la cresima che conferma la vita cristiana. Tanto che chi non è cresimato non può ritenersi pienamente inserito nella comunità cristiana e non dovrebbe svolgere attività significativa in parrocchia, come leggere in pubblico la parola di Dio.
Di questo sono sempre più consapevoli i vescovi, che sollecitano l’intervento della famiglia, e in sua assenza, dei nonni. Nonni che non hanno più la barba bianca, perché sono persone ancora vitali e spesso sono gli unici a potersi occupare dei nipoti, quando entrambi e genitori lavorano.
I vescovi si sono rivolti anche dei padrini e delle madrine, affermando che non dovrebbero sparire nel loro impegno il giorno dopo la celebrazione e la festa, ma dovrebbero trasformarsi in una specie di tutor, e accompagnare i ragazzi per tutta la vita.

La nostra vera vita
L’autore austriaco Thomas Bernhard (1931-1989) parla di tre vite vissute in qualche modo da ognuno di noi. C’è l’esistenza reale, registrata anche dai documenti o dai nostri ricordi. C’è un’altra vita fatta di fantasticherie, di castelli in aria, di chimere e miraggi. È anch’essa necessaria, purché non debordi cancellando la prima e rendendoci persone alienate e paranoiche. Ma è la terza vita che spesso sfugge a molti ed è quella interiore, profonda, spirituale. Veleggiamo sulla superficie degli eventi o ci astraiamo nel sogno, ma non scaviamo nell’anima, nella coscienza, nel recesso segreto del cuore.

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

14 MAGGIO 2017 | 5A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

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14 MAGGIO 2017 | 5A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Io sono la Via, la Verità e la Vita

Per cominciare
Non è facile vedere un filo unitario fra le letture bibliche di questa domenica, tutte bellissime e ricche di contenuto teologico. A parte l’evidente sfondo pasquale… L’elemento sicuro di novità è l’istituzione dei sette diaconi, per un servizio ai fratelli nella comunità. È la risposta immediata della nascente chiesa di Gesù a un problema nuovo.

La parola di Dio
Atti 6,1-7. La chiesa, guidata dallo Spirito, impara a organizzarsi. La scelta dei diaconi non è che un esempio, ma molto significativo, dei problemi nuovi che la comunità deve affrontare. Mentre cresce la coscienza di essere chiamata a continuare in forma responsabile la missione salvifica di Gesù.
1ª Pietro 2,4-9.
Il primo papa esorta a riconoscere l’identità di ogni cristiano, salvato da Cristo, pietra angolare scelta e preziosa davanti a Dio. È grazie al mistero pasquale infatti che i cristiani e la chiesa sono diventati stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo a cui Dio ha affidato il compito di proclamare le meraviglie da lui compiute.
Giovanni 14,1-12. Il brano fa parte dei « discorsi di addio » di Gesù ai discepoli, che l’evangelista colloca tra la sera del Giovedì santo e il momento dell’arresto. Gesù parla della sua andata al Padre. Ci va per « preparare loro un posto », dove potrà prenderli sempre con sé. È Gesù la « via » che rende questo viaggio possibile.

Riflettere
Il vangelo ci fa rivivere un momento particolarmente drammatico e pesante per Gesù. È la sera degli addii. Dopo il gesto della lavanda dei piedi, Gesù parla di ciò che lo attende. Giuda è appena uscito per consegnare il Maestro alle autorità ebraiche; anche Pietro – Gesù lo sa e lo fa capire – sta per tradirlo.
Gesù invita gli apostoli a non turbarsi. Questo verbo indica molto più che la semplice paura. Chi si turba vacilla, dubita, non ha più una visione lineare delle cose.
E poi li incoraggia ad avere più fiducia nel Padre e ad avere più fede anche in lui. A essi, che saranno turbati e si disperderanno durante la passione e lo potrebbero essere anche nel momento in cui Gesù li abbandonerà in modo visibile e definitivo con l’ascensione, affida il compito di costruire la chiesa e di assumere la sua missione.
Gesù rivela nel suo dire il rapporto strettissimo che lo lega al Padre e agli apostoli. E, nello stesso tempo, rivela la sua più profonda identità: « Chi ha visto me ha visto il Padre… Io sono nel Padre e il Padre è in me » (Gv 14,9-10).
Gli apostoli sembrano assediarlo con le loro domande. Vogliono sapere, ma appaiono come li abbiamo sempre conosciuti: duri nel comprendere, poco lucidi soprattutto nell’accettazione piena di ciò che si compie attorno a Gesù. Tommaso, ma anche Filippo, più di altri, si rivelano stranamente stonati.
Del resto il vangelo non risparmia agli apostoli l’immagine di persone incapaci di comprendere e tardi di cuore e nel complesso non fanno bella figura. Eppure sono episodi raccontati da loro nel momento della predicazione e della nascita della chiesa. E questo naturalmente depone a favore dell’autenticità storica di questi fatti.
Nella prima lettura si parla dei diaconi, una figura che è stata rivalutata dal Concilio Vaticano II, ma che non dappertutto ha trovato ancora la piena valorizzazione nelle comunità.
La seconda lettura invece fa riferimento alla piena dignità di ogni cristiano. Siamo pietre vive di una costruzione fondata sulla pietra angolare che è Cristo.

Attualizzare
Gesù nel vangelo di domenica scorsa afferma di essere la porta, oggi di essere la strada, la via, la verità, la vita. Sono parole che ci danno sicurezza. Ci siamo messi al suo seguito e non dobbiamo turbarci, né arrenderci di fronte alle inevitabili difficoltà della vita. La parola di Gesù dà sicurezza anche a quel progetto di vita che ognuno di noi deve realizzare in se stesso e che lo rende idoneo ad assumere il compito di farsi testimone e annunciatore.
Gesù, conoscendo bene gli apostoli, pare dire a loro, ma anche a noi, che non è nei suoi progetti toglierci i problemi, le difficoltà o le debolezze, ma di garantirci la sua presenza: « Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi ». E ancora: « Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò » (Gv 14,14).
« Nella casa del Padre mio vi sono molti posti! », dice poi Gesù, che prepara un posto agli apostoli e a ciascuno di noi. Tutti siamo chiamati alla salvezza. E di questa salvezza conosciamo la strada, che è Gesù.
La seconda lettura presenta la chiesa degli apostoli che si organizza e di fronte a un nuovo problema e lo affronta con fantasia e senza paura di intraprendere qualcosa di inedito. Una chiesa che ci piace, una comunità che è un organismo vivo.
Nascono da questa chiesa i diaconi e la loro elezione appare solenne: di loro si elencano i nomi, così come per la scelta dei dodici apostoli: « Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia » (At 6,5). Nella storia tra i diaconi, oltre a Lorenzo, ricordiamo figure straordinarie come san Lorenzo e Francesco d’Assisi.
Nella chiesa di oggi per poter essere ordinato diacono permanente il candidato deve aver dato prova di essere impegnato in qualche servizio apostolico, essersi distinto tra i fedeli per lo spirito di fede, di amore alla chiesa, per una particolare disponibilità al servizio, al dialogo, alla collaborazione. Deve avere maturità e senso di responsabilità, predisposizione a comunicare con i poveri.
Inoltre deve avere almeno 25 anni se è celibe, e 35 se è sposato. Chi è celibe in seguito non potrà più sposarsi; chi invece è sposato deve avere il consenso della moglie. Invece non hanno importanza né la classe sociale, né il titolo di studio del nuovo diacono.
Il diaconato permanente è stata davvero una magnifica intuizione della chiesa primitiva, ed è stato rivalutato dopo il Vaticano II. Dobbiamo aspettarci in futuro altre novità? Certamente, anche se oggi sembra che viviamo un momento di stallo. Per esempio, riconoscere nella comunità cristiana maggior rilievo alla donna ai fini di una nuova evangelizzazione.

Diaconi per la chiesa di oggi
Il diacono Gino fa il camionista da tutta la vita. Il suo incarico è di preparare gli adulti al battesimo e alla cresima. « È un impegno che mi dà l’occasione di andare nelle case, di avvicinare famiglie di ogni tipo », dice. Mario invece fa il commercialista a Napoli, ed è amico di molti professionisti. Da giovane è stato ufficiale di marina. Albert è professore di pedagogia religiosa all’Università di Tübingen in Gemania. Ha tre figli e fa il diacono nella parrocchia St. Laurentius, dove ha introdotto la catechesi familiare. André è un poliziotto parigino che ha avuto sin da ragazzo un posto fisso in parrocchia. Giuseppe fa il tranviere in una grande città del nord. Vive in un quartiere particolarmente bisognoso e cominciò a occuparsi dei ragazzi abbandonati, coinvolgendo anche la moglie e gli amici. Diventare diacono per lui è stata una cosa naturale. I suoi compagni di lavoro gli dicono: « Ecco, accetteremmo volentieri uno come te come nostro prete! ».
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

L’AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO, è FONTE DI PACE

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L’AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO, è FONTE DI PACE

Com’è difficile parlare oggi di pace! Sembra un bene lontano, desiderato, sperato, ma non posseduto. E il motivo è semplice: ci sentiamo incapaci di costruire la pace. Tutti invocano la pace, anche coloro che non sanno a chi rivolgere questa preghiera. Mai come oggi si sente che la pace è un dono, e noi credenti, abituati al linguaggio biblico, sappiamo che la pace è un dono del Dio della pace. Per noi cristiani è un raggio di quell’amore, frutto dello Spirito Santo che è stato effuso da Dio nei nostri cuori (vedi Gal 5,22; Rm 5,5). È il dono che Gesù vuole farci, quando dice: “Vi lascio la pace, vi dò la mia pace” (Gv 14,27).
Quella di Dio è una pace diversa
La parola “pace” ha una lunga storia. Si suole dire che c’è pace quando non c’è guerra, e tra le persone che c’è pace quando non c’è discordia. Dopo le guerre, quando si riprende un’apparente situazione di pace, lo si fa mediante un trattato. Comunque la parola “pace” mantiene tante volte un senso assai ambiguo. Il libro della Sapienza, nella sua lunga descrizione dell’idolatria con tutte le sue conseguenze di immoralità, dice degli uomini: “Non bastò loro sbagliare nella conoscenza di Dio; essi, pur vivendo in una grande guerra d’ignoranza, danno a sí grandi mali il nome di pace” (14,22). Ambigua era pure la celebre “pace romana” dei tempi di Augusto, tanto da dire che alla nascita di Gesù “tutto il mondo era in pace”. Lo era perché le potenti legioni romane sapevano dominare: era una pace imposta, subìta, come lo dimostrano, in Palestina, la guerriglia degli zeloti e, in Germania, la disfatta delle legioni di Augusto a Teutoburgo, e ai nostri tempi le dittature, che sì mantengono una specie di pace, ma senza rispetto delle persone. È solo il meglio del peggio.
Chi legge la Bibbia si accorge quante volte l’uomo ha sperimentato l’incapacità di giungere con le sue sole forze alla vera pace: il peccato gliela rubava in continuità. Comunque una nostalgia di pace si incideva in modo sempre più profondo in lui e, a poco a poco, riusciva sempre meglio a capire che solo Dio poteva procurargli la pace in modo stabile. A questo lo conduceva la parola di Dio: “Agli afflitti io pongo sulle labbra: Pace, pace ai lontani e ai vicini, dice il Signore, io li guarirò” (Is 57,19). La pace è il bene messianico per eccellenza. Il Messia viene infatti chiamato da Isaia “il Principe della pace” (Is 9,5) e, nello stesso periodo di Isaia, il profeta Michea parla della sicurezza che regnerà ai tempi del Re-Messia e dice: “Tale sarà la pace” (Mi 5,4), mentre Ezechiele la definisce come “un’alleanza di pace” (34,25; 37,26), dono totale di Dio, che dice al suo popolo: “Vi purificherò. Vi darò un cuore nuovo…, uno spirito nuovo…; farò con voi un’alleanza di pace, che sarà per voi un’alleanza eterna” (36, 25-26; 37, 26). Questa pace, dono di Dio, è davvero ben diversa da una pace puramente umana. Essa nasce da una conversione totale di ogni singola persona, da una sincera accoglienza del dono di Dio, da un cuore nuovo, da uno spirito nuovo, tutti doni di Dio; essa nasce da un cuore colmo di quell’amore che Gesù ci ha insegnato. Come fondamento della pace c’è il suo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”.
Su questa linea si collocano quei testi paolini, anteriori alla redazione dei Vangeli, nei quali si descrive come Dio in Gesù ci dona la pace.

Come si costruisce la pace
Paolo, salutando i suoi destinatari, va sempre oltre il semplice saluto o augurio umano: “La pace sia con voi”, non annuncia una pace qualunque, ma quella pace che l’umanità, in particolare Israele, si aspettava da sempre. Dice infatti, all’inizio di tutte le sue lettere: “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”. E nella lettera ai Romani, dopo aver descritto l’opera purificatrice di Gesù Cristo, afferma: “Ora siamo in pace con Dio” e dice che ciò è possibile perché “l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato” (5,1.5). Paolo è così affascinato dall’opera redentrice che il Padre compie per mezzo di Cristo, che si congeda dai suoi destinatari romani dicendo: “Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen!” (Rm 15, 33). Ma le parole più belle di Paolo le troviamo nella Lettera ai cristiani di Efeso, dove descrive lo scopo dell’opera di Cristo: “Egli è la nostra pace; egli è colui che ha fatto dei due (pagani e giudei) un popolo solo, abbattendo il muro di separazione, cioè l’inimicizia… per creare in se stesso un solo uomo nuovo, facendo la pace e per riconciliare per mezzo della croce tutti e due con Dio in un solo popolo, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani (i pagani) e pace a coloro che erano vicini (i giudei; Israele). Per questo per mezzo di lui possiamo presentarci tutti gli uni gli altri al Padre in un solo Spirito” (Ef 2,14-18), cioè veramente in comunione tra noi.
“Gesù è la nostra pace… Gesù è venuto ad annunciare la pace”, non a parole, ma per mezzo della sua croce. Perché solo quando lo contempliamo innalzato in croce in atto di chiedere perdono per tutti, sentiamo che egli abbatte i muri di separazione tra gli uni e gli altri, che egli distrugge in se stesso ogni inimicizia e con il suo amore, fatto dono sino alla fine, ci riconcilia tutti con il Padre e tra noi. Gesù, riconciliando, costruisce la sua comunità. Come non c’è vero amore di Dio se manca l’amore del prossimo, se non ci si impegna a diventare “prossimo degli altri”, così non c’è vera pace se non c’è volontà di imitare fino in fondo i sentimenti del Cristo crocifisso: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù” (Fil 2,5). Il dono della pace è frutto del mutuo perdono, fonte di ogni vera riconciliazione. La vera pace è donata ai riconciliati con Dio e i fratelli. E fratello è ogni persona umana.

Fissiamo lo sguardo su Gesù
Osserviamo Gesù nel Cenacolo, la notte in cui fu tradito. Non poteva non soffrire, eppure, nel lungo dialogo che intrattiene con i suoi discepoli dopo che Giuda se ne è andato, chiede loro di amarlo, osservando i suoi comandamenti e promettendo loro lo Spirito Santo, e aggiunge: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come il mondo la dà io la dono a voi” (14,27). Non è il solito saluto di congedo quello di Gesù. L’evangelista per esprimere bene la coscienza che Gesù aveva di sé, l’esperienza di amore che egli stava vivendo in quel momento, ha coniato una formula di saluto nuova. Egli contempla Gesù come un patriarca che prima di lasciarli dona loro in eredità quello che possiede: la pace. Egli sa che la morte si avvicina e dà senso alla sua morte rendendola fonte di riconciliazione e di pace. Questo dice che Gesù uomo nella sua passione è sempre in comunione con il Padre ed è guidato dallo Spirito, questa è la comunione gli che infonde serenità e pace.
Sì, è vero che sulla croce griderà: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. La morte è l’anti-Dio; di fronte alla morte che si avvicina è difficile sentire il Dio della vita, ma l’espressione “Dio mio, Dio mio” ci fa capire che egli, anche in quel momento, è in stretta comunione con il Padre; sa che il Padre gli è accanto. Aveva detto ai suoi nel Cenacolo: “Il Padre non mi lascerà solo” (Gv 16,32). Anche sulla croce, sa di essere uno con il Padre.
Nel Cenacolo, dopo aver donato la sua pace, guarda l’imminente futuro dei discepoli. Sa che per loro i giorni della sua passione saranno colmi di tristezza. Perciò dice loro: “Non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti” e, alla conclusione del lungo e intimo dialogo che ha con loro, dirà: “Vi ho detto tutte queste cose, perché uniti a me abbiate pace” (Gv 16,33). È chiaro che la pace nasce dalla comunione con lui e potrà farsi piena solo in comunione con lui e i fratelli. Quando non si vive da riconciliati, non si è in pace né con il Padre, né con Gesù perché secondo Paolo “solo per mezzo di lui (cioè accogliendo in noi la sua pace) possiamo presentarci gli uni gli altri al Padre in un solo Spirito”. È il dono dello Spirito che ci rende una cosa sola tra noi e con Dio-Padre, Dio-Figlio, Dio-Spirito Santo. Non chiediamo forse nella celebrazione eucaristica che lo Spirito Santo ci renda “un solo corpo, un solo spirito”?

A confronto con il Padre e Gesù
Nella notte di Natale è stata donata la pace a tutti. Gli angeli infatti hanno cantato: “Pace sulla terra agli uomini che Dio ama” (Lc 2,14). Questo annuncio dice che Dio ama tutti e, proclamando il dono messianico per eccellenza, afferma qual è la missione di Gesù: portare la pace. Ma gli uomini l’hanno accolta? Un giorno Gesù, immagino con tanta tristezza, disse: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, ma la divisione” (Lc 12,51). Si accorge di essere nella storia un “segno di contraddizione” (Lc 2,34). E da quanto dice ai discepoli nel Cenacolo, sa che questa contraddizione continuerà per mezzo loro nella storia. Comunque il rifiuto degli altri non li priverà della “sua pace”. Dice infatti: “In qualunque casa entriate, dite: «Pace a questa casa». Se in essa vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà a voi” (Lc 10,5). Come Gesù nella sofferenza non perde la sua pace, neppure i suoi discepoli nella loro missione, la perderanno. La sofferenza apostolica che può anche comportare il martirio (morte subìta non cercata),1 può coesistere con la pace del cuore. La comunione con Gesù è sempre fonte di pace e di serenità. Nessuna sofferenza ce la può togliere. Nessuna sofferenza, dice Paolo, neppure la morte (= martirio) “ci può separare dall’amore di Cristo” o “dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,31-39).
Non possiamo vivere la beatitudine dei “Beati i portatori di pace, perché essi saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9), se non facciamo opera di riconciliazione a costo di qualsiasi sofferenza. La vita cristiana è lasciar vivere Gesù in noi e, Gesù, il Figlio, ha portato a compimento la sua opera di riconciliazione per mezzo della sua Croce. Per essere davvero chiamati “Figli di Dio”, dobbiamo imitarlo. Altrimenti come esprimiamo nella vita la nostra dignità di figli?

Preghiamo
“Vieni, Signore, a visitarci nella pace, la tua presenza ci riempia di gioia”. Così ti ha invocato il popolo d’Israele e noi facciamo nostra questa preghiera aggiungendo: “Compi in noi tutte le tue promesse di pace”. E tu, o Padre, hai iniziato a compiere in noi le tue promesse quando nel tuo immenso amore hai inviato a noi il Figlio tuo Gesù come Salvatore e le hai compiute perfettamente quando per mezzo della sua croce ci hai riconciliati con te e tra di noi.
Gesù, tuo Figlio, ha portato a termine la sua opera di pace riconciliando tutti tra di loro e con te, Padre. La tua pace, infatti, non esiste senza una riconciliazione comunitaria aperta a ogni persona, di qualunque razza o lingua. I tuoi discepoli prima di iniziare la celebrazione eucaristica, vero banchetto di comunione, sentono il bisogno di riconciliarsi tra loro e con te, abbattendo ogni muro di separazione. Con questo noi vogliamo impegnarci nel vivere la beatitudine degli “operatori di pace”. Ma sappiamo anche, o Padre, che non ce la faremo mai da soli. Per questo, quando ci riuniamo noi ti invochiamo: “Guarda con amore, o Padre, questa tua famiglia e donale la pienezza dello Spirito Santo perché diventi un solo popolo e un solo Spirito”. Solo così, con la forza dello Spirito che ci doni in ogni Eucaristia, riusciremo a imitare tuo Figlio e a essere chiamati figli tuoi. Grazie, o Padre, per averci chiamati a te per vivere nel Figlio, per mezzo dello Spirito, ciò che il mondo più desidera: la Pace. Amen!

Mario Galizzi SDB

1 Questo è veramente importante in un tempo in cui si parla dei kamikaze musulmani chiamandoli “martiri”. Questi cercano la morte e cercano, morendo, di travolgere più gente possibile nella loro morte. I cristiani, imitando Gesù, non cercano la morte ma quando, perseguitati, debbono subirla, anche allora cercano la vita per sé e per i loro nemici. Come Gesù sanno morire perdonando e chiedendo perdono per chi li fa soffrire, perché anch’essi abbiano la vita.

 

7 MAGGIO 2017 | 4A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

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7 MAGGIO 2017 | 4A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Io sono il Buon Pastore

Per cominciare
Oggi, domenica del Buon Pastore, è la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Il sacerdozio è un grande dono di Gesù. Cristo Risorto si è mostrato visibilmente, ma ha poi inviato i suoi apostoli, e ha dato loro pieni poteri: « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ». Ha fatto di ogni prete un altro se stesso, ha detto a loro di continuare la sua opera di evangelizzazione.

La parola di Dio
Atti 2,14a.36-41.
Il giorno di Pentecoste Pietro incomincia a fare « il pescatore di uomini ». È come sempre un uomo pronto ed entusiasta, ma adesso si mette con il suo temperamento a servizio della predicazione e della testimonianza del nome di Gesù.
1 Pietro 2,20b-25.
Pietro parla ormai ai cristiani della chiesa costituita, li invita a imitare Cristo, ad accoglierlo come Pastore. È l’inizio del suo magistero, del suo ministero. « Eravate erranti come pecore senza pastore… », ora siete una comunità.
Giovanni 10,1-10.
Gesù usa la metafora del buon pastore e parla di un rapporto vivo, efficacissimo tra il pastore e le sue pecore. Parole che indicano il desiderio di avere con ciascuno di noi un’amicizia personale e intima.

Riflettere
Il brano degli Atti degli apostoli presenta il secondo dei numerosi discorsi che Luca inserisce nelle vicende della chiesa delle origini, che sono destinati a spiegare a chi legge ciò che sta avvenendo.
Pietro il giorno di Pentecoste spiega a chi li prende per ubriachi il senso di ciò che è avvenuto, il vento impetuoso, il fragore, le lingue di fuoco e il parlare in lingue. Dimostrando di conoscere bene le scritture, cita alcuni passaggi dell’antico testamento che sarebbero inspiegabili, senza la risurrezione di Gesù.
Investito dallo Spirito, accusa poi gli ebrei di aver crocifisso Gesù. Alle sue parole la gente si sente trafiggere il cuore, si apre al pentimento e riceve il battesimo. Sono migliaia, il primo nucleo del nuovo Israele.
Il vangelo di Giovanni ci presenta un Gesù inesauribile nel dichiarare il rapporto di amore e di alleanza che vuole avere con ciascuno di noi: qui si paragona al pastore, che a quel tempo aveva un legame strettissimo con le sue pecore. Il pastore conosce e ama le sue pecore a una a una, cammina con loro. Ed esse riconoscono la sua voce, lo seguono, si fidano di lui.
« Io sono la porta delle pecore », dice Gesù. E fa riferimento alla porta che si trova nel lato nord-est del muro, non lontano dal tempio di Gerusalemme. È davanti al tempio e a quella che era chiamata la « Porta delle Pecore », presso l’attuale Piscina Probatica o « delle pecore » che Gesù, ha detto con solennità: « Io sono il buon pastore… Io sono la porta delle pecore ».
Gesù si presenta in questo modo nella figura del vero pastore del popolo di Dio. Gesù, come Iahvè (ricordiamo il celebre Salmo 23: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome…). Ma qui Gesù si definisce in qualche modo anche « la porta del tempio », cioè la porta che conduce al luogo che rappresenta il cuore della religiosità degli ebrei.
Gesù si contrappone ai farisei. Essi cacciano dalla sinagoga quelli che credono in Gesù (cf « il cieco nato »). Egli afferma al contrario in modo assoluto (« Io sono ») che lui è autorizzato a essere la porta che conduce alla salvezza: « Se uno entra attraverso me sarà salvo ».
Essi invece non amano le pecore, non le conoscono, non le liberano, non sono al loro servizio, ma impongono su di loro pesi smisurati. Ma le pecore non ascoltano questi falsi pastori, non li seguono.
« Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza ». Attraverso la « Porta delle Pecore » entravano le pecore che venivano sacrificate nel tempio. Ma Gesù non solo non uccide le sue pecore, ma dà la vita per loro.
Attenzione ai verbi che vengono usati da Giovanni in questo brano: « entrare », « ascoltare », « condurre », « seguire », « conoscere »: tutti richiamano un rapporto speciale del pastore con le pecore, e, fuori metafora, del cristiano con Gesù.

Attualizzare
La prima considerazione e la prima domanda che dobbiamo farci quest’oggi è questa: piaccia o non piaccia, ognuno di noi segue dei modelli e si lascia influenzare nelle sue scelte da qualcuno, da qualcosa. Chi influisce di più nei nostri orientamenti di vita? È Cristo il nostro riferimento, il nostro pastore?
« Io sono la porta », dice di sé Gesù. Legando questa immagine meno consueta a quella del buon pastore. « Porta » indica libertà, possibilità di fuga e di ritorno; indica anche passaggio, dialogo, comunicazione.
In questo ultimo senso, è un’immagine dai significati attualissimi. Perché la nostra è l’epoca dei cellulari e della comunicazione (« Ovunque c’è un occhio. Ovunque c’è un obiettivo », scrive Milan Kundera, sottolineando anche i rischi degli eccessi e dell’invadenza), ma è anche l’epoca delle divisioni nette, delle incomprensioni, dell’innalzamento di nuovi muri, soprattutto simbolici. Bella invece l’immagine della porta, perché dice « lasciar passare », superare barriere, accogliere.
Questa è la domenica mondiale dedicata alla preghiera per le vocazioni. Secolarizzazione, edonismo, riduzione delle nascite, indisponibilità ad assumere impegni a lungo termine… sono alcune delle cause dell’attuale crisi delle vocazioni. « Mancano atteggiamenti di fondo in grado di dar vita a un’autentica cultura vocazionale » (Giovanni Paolo II).
In realtà ogni vita è vocazione e il primo « sì » a Dio lo diciamo accogliendo la vita, rispondendo alla chiamata di accettarci e di realizzarci secondo i piani che Dio ha sulla nostra vita.
Oggi ci sono tante forme di rifiuto della vita. E c’è anche chi è incapace di dire « grazie » per il dono della vita.
In questo clima è normale che non ci si senta di assumere impegni duraturi e impegnativi, sia di tipo matrimoniale che a servizio diretto della chiesa.
Ma la mancanza di vocazioni sacerdotali è un problema serissimo per le comunità cristiane. « Lasciate una parrocchia vent’anni senza prete e vedrete che si adoreranno le bestie », pare abbia detto il santo Curato d’Ars con un assoluto e tragico realismo, di cui tutti dovremmo farci carico.
Sono i sacerdoti a garantire l’eucaristia e la riconciliazione, che costruiscono la vita dei credenti e della comunità cristiana.

Il vero pastore nel sogno di Giovanni Paolo II
« Degli otto viaggi di Giovanni Paolo II in Africa, ricordo soprattutto il racconto di un sogno », ricordava il giornalista di Avvenire Silvano Stracca. Lo aveva narrato a Kaduna, in Nigeria, parlando in cattedrale ai catechisti. Era il febbraio del 1982 ed erano trascorsi solo nove mesi dai tre colpi di Alì Agca in piazza San Pietro, il 13 maggio di un anno prima. « Ieri », aveva raccontato il Papa, « ho sognato di trovarmi a colloquio con san Pietro, il quale mi chiese che cosa stavo facendo. Risposi: mi trovo in Nigeria. E san Pietro: non ci credo. Ho incontrato i giovani di Onitsha. E san Pietro: non ci credo. Sì che è vero, insisto io; e stamattina ho perfino ordinato cento preti a Kaduna e domani andrò a parlare all’università di Ibadan; e poi mi stanno aspettando nel Benin, nel Gabon e nella Guinea Equatoriale. Ma san Pietro non si convinse ancora. Allora gli mostrai la mia veste bianca dicendo: « Guarda com’è rossa della polvere per la strada che ho percorso ». Solo allora », concluse il Papa, « san Pietro mi ha creduto ». Vi riconosceranno che siete miei discepoli dalla polvere che sporca i vostri vestiti, ripeterebbe Gesù oggi.

Festa della mamma
C’è una donna che ha qualcosa di Dio per l’immensità del suo amore e molto di un angelo per l’instancabile sollecitudine verso i suoi cari.
Una donna che, da giovane, ha la saggezza di un’anziana e, nella vecchiaia, lavora con il vigore della gioventù.
Una donna che se è povera, è soddisfatta dalla felicità di coloro che ama; se è ricca darebbe volentieri tutto il suo tesoro per non subire la ferita dell’ingratitudine.
Una donna che pur essendo vigorosa, trema al pianto di un bambino e, pur essendo debole, ha il coraggio di un leone.
Questa donna è la mamma

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

30 APRILE 2017 | 3A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

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30 APRILE 2017 | 3A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

I discepoli di Emmaus

Per cominciare
La Quaresima che prepara alla Pasqua ha una durata di 40 giorni; il tempo di Pasqua è di sette settimane, cioè di 50 giorni. Sono giorni di gioia, un’occasione preziosa per riflettere sulla risurrezione di Gesù e sulla prima testimonianza della chiesa nascente. I due discepoli di Emmaus ci aiutano ad accogliere con maggior convinzione il Cristo risorto

La parola di Dio
Atti 2,14a.22-33. Il giorno di Pentecoste è il giorno del riscatto dell’apostolo Pietro. A Gerusalemme c’è gran folla ed egli si alza insieme agli altri undici apostoli, prende la parola a voce alta e testimonia la risurrezione di Gesù.
1 Pietro 1,17-21. Il primo papa ricorda ai cristiani l’impegno della vita nuova, per essere pronti al giudizio del Padre. Dice: « Ricordatevi che siete stati riscattati con il sangue prezioso di Cristo ». Ma li rassicura, dicendo che il Padre ha messo a fondamento della loro speranza la risurrezione di Gesù dai morti.
Luca 24,13-35. È il notissimo episodio dei discepoli di Emmaus. I due abbandonano Gerusalemme, nonostante le molte testimonianze sul ritorno alla vita di Gesù. Loro non credono alle parole delle donne e degli altri, ma Gesù si affianca a loro, li aiuta a leggere le Scritture e li rende suoi testimoni.

Riflettere
Il racconto dei discepoli di Emmaus nasce dalla raffinata arte narrativa di Luca. È uno degli episodi più belli della Pasqua di Cristo. È la parabola della scelta di fede, che è frutto di una faticosa ricerca, di un cammino che può essere difficile.
E di cammino si parla qui. Camminare è una delle parole-chiave della bibbia. Un camminare che è un crescere nello spirito. « Camminate nella verità », « Camminate nell’amore » sono espressioni care a Paolo e a Giovanni. Gesù ha detto con più profondità: « Camminate nella luce ».
È il pomeriggio di Pasqua, dopo il grande sabato ebraico. Questi due discepoli non ce la fanno più e abbandonano tutto, tornano a casa loro. I loro dubbi e la loro diffidenza fanno così bene alla nostra fede. Non tanto perché ci ritroviamo in loro, quanto perché ci caricano di certezze sulla risurrezione di Gesù. Come avrebbero potuto inventarsi la risurrezione questi uomini che non vogliono credere e dubitato anche dopo che si è presentato risorto? Come loro, così Tommaso, ma anche Pietro e gli altri, che non si fidano delle donne e si spaventano, più che rallegrarsi.
I due discepoli hanno abbandonato il gruppo. La prova e la delusione spengono la generosità e l’amore. Ci si riprende ciò che si aveva donato, si bada ai fatti propri, alla propria felicità individuale, ai propri interessi. Hanno dato fiducia a Gesù, che è morto in croce. Hanno sentito che forse è avvenuto qualcosa di nuovo e di sorprendente, ma non vogliono essere nuovamente delusi. Paolo dice: « Se Cristo non fosse risorto noi saremmo i più miserabili degli uomini ». Ed è esattamente quel che capita a questi due discepoli tentati dalla rassegnazione. Vogliono dimenticare e voltare pagina. Accontentarsi di una vita assolutamente feriale. È incredibile come si possa mettere tra parentesi tutto ciò che si visto e si è vissuto.
Gesù si affianca a loro nella maniera più normale. Non è « il maestro » autorevole della vita pubblica questa volta, ma un semplice « catechista » che aiuta i due discepoli a leggere le scritture e a capire il collegamento tra la parola e gli avvenimenti capitati a Gerusalemme in quei giorni.
Lo riconoscono nello spezzare il pane… in un gesto probabilmente abituale di Gesù con i discepoli. Un gesto semplice e umano che li aiuta a credere. Gesù è presente anche quando scompare ai loro occhi, e oggi, come allora, nello spezzare il pane della domenica. Fino alla fine del mondo.
Ed ecco che, stanchi com’erano – era ormai sera – si mettono a correre e ritornano sui loro passi. E la loro testimonianza si aggiunge a quella degli apostoli e di Pietro, a cui il Signore è apparso.

Attualizzare
Emmaus. « È curioso che gli studiosi non si siano ancora accordati sull’identificazione esatta di questo villaggio citato dall’evangelista Luca per una delle più famose apparizioni del Cristo risorto: tre o quattro località si contendono questo onore. Forse tale molteplicità potrebbe essere assunta a segno. Infatti la strada e il villaggio di Emmaus sono anche in ogni luogo dove i cristiani vivono la loro fede: l’incontro col Cristo risorto avviene infatti, per quei discepoli e per noi, quando la Scrittura è proclamata e ascoltata e quando il pane eucaristico è spezzato » (Gianfranco Ravasi).
Un tempo questa pagina di vangelo si leggeva il lunedì di Pasqua e la fuga dei due discepoli era vista come una scampagnata fuori porta, che si concludeva con l’incontro con il Risorto. In realtà niente di più serio della loro partenza.
Si aspettavano un Gesù diverso. « Noi speravamo che fosse lui a liberare il popolo di Israele! ». Ma la vittoria di Gesù è su un altro versante. È la vittoria della croce ed è difficile da capire e da accettare. Anche dopo duemila anni. Di fronte alla prova personale, alla fatica, alle delusioni è difficile pensare che lì il Signore vince ed è presente risorto. Che la strada che ti fa soffrire è quella che ti salva.
Qualcuno ha scritto che Gino Strada, il famoso medico chirurgo fondatore di Emergensy, un’organizzazione di medici volontari presenti in molti paesi a soccorso delle vittime della guerra, da qualche tempo non sorride più, nemmeno quando viene intervistato alla televisione. Dopo aver assistito a tante guerre, è profondamente deluso e ormai non crede più che l’uomo sia capace di costruire la pace. È la stessa tristezza che ha preso i discepoli di Emmaus. Così simile a ciò che proviamo noi quando qualcosa ci delude.
Anche il nostro è a volte un cammino per una strada in terra battuta e assolata che da Gerusalemme conduce a Emmaus. Anche noi siamo in fuga, in ricerca, dubbiosi. Non crediamo più che le situazioni possano cambiare in meglio, che l’umanità possa una buona volta risorgere. Non ci fidiamo di ciò che dicono su Gesù gli altri, i cristiani, la chiesa, i preti…
Il Risorto si mette al nostro fianco: ci parla, ci dona il suo corpo e il suo sangue, è con noi, ci infonde la speranza nell’uomo, nella storia, nel presente e nel futuro.

Qualcuno però camminava al nostro fianco
« A chi di noi non è familiare l’albergo di Emmaus? Chi non ha camminato per questa strada, una sera in cui tutto sembrava perduto? Cristo era morto dentro di noi. Ce l’avevano preso: il mondo, i filosofi, e i sapienti, le nostre passioni. Non c’era più Gesù per noi, sulla terra. Andavamo per una strada e Qualcuno camminava al nostro fianco. Eravamo soli e non più soli. È sera. Ecco una porta spalancata, l’oscurità d’una stanza in cui la fiamma del focolare non rischiara che la terra battuta e fa danzare le ombre, Oh, pane spezzato! Oh frazione del pane consumato malgrado tanta miseria! « Resta con noi, Signore, perché si fa sera »" (François Mauriac).

Mostrati, Signore
A tutti i cercatori del tuo volto, mostrati, Signore; a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore; con quanti si mettono in cammino e non sanno dove andare, cammina, Signore; affiancati e cammina con tutti i disperati sulle strade di Emmaus; e non offenderti se essi non sanno che sei tu ad andare con loro, tu che li rendi inquieti e incendi i loro cuori; non sanno che ti portano dentro: con loro fermati poiché si fa sera e la notte è buia e lunga, Signore (David Maria Turoldo),

1° maggio
Questa domenica pasquale spesso la viviamo a pochi giorni dalla tradizionale festa dei lavoratori. Le parole di Gesù: « Non vi lascerò orfani », e quelle di Pietro: « Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi », si fondono con un’epica storia di rivendicazioni e di lotte per la dignità e il lavoro. Niente di più attuale, soprattutto per i giovani. Se non tocca alla chiesa indicare le strade per risolvere i nuovi problemi occupazionali, c’è da domandarsi a chi tocca, dal momento che economisti, politici e sindacalisti hanno inventato per i nostri giovani in cerca di futuro soltanto varie e fantasiose forme di lavori senza garanzie: contratti di formazione, lavori a progetto, call center, job on call e simili precarietà, che non li metteranno mai nelle condizioni di lasciare la casa dei loro genitori e di iniziare una propria famiglia.
Oggi molto meno di ieri si accusa la chiesa di insensibilità nei confronti della società, ma i lavoratori delle fabbriche non smettono di pensare che la chiesa sia lontana dai problemi reali e dal mondo del lavoro. Così dice don Gianni Oderda, l’ultimo prete operaio della diocesi di Torino, che lavora alla Fiat Avio. Se non è una leggenda metropolitana, qualche anno fa si diceva che il cardinal Pellegrino auspicasse che fossero ordinati anche dei preti che non avessero fatto studi classici o universitari. Preti quindi più vicini alla gente comune e al mondo del lavoro. Lo stesso Giovanni Paolo II era orgoglioso di essere stato in gioventù un operaio e sostenne con entusiasmo le lotte sindacali in Polonia. Ma c’è ancora l’idea che a diventare cristiani e a sbilanciarsi nei confronti della chiesa si finisce per cambiare campo, per condurre una vita lontana dalle dure problematiche del vivere quotidiano.
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

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