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VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

19 Settembre 2019 | anno 2018/19, Omelie Anno C

Am 8, 4-7; Sal 112; 1Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13

L’Evangelo di oggi purtroppo si ferma al versetto 13 mentre il versetto 14 sarebbe molto utile alla comprensione del tema che Gesù affronta in questo capitolo dell’Evangelo di Luca. Dice il versetto 14: I farisei che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffa di lui. Il greco è ancora più pungente: i farisei che erano “philàrguroi”, cioè amanti del denaro, amici del denaro. E’ cosi. Il mondo (anche il mondo che entra nella Chiesa, anche i credenti mondanizzati!) si fa beffa di chiunque voglia impostare un discorso evangelico circa l’uso del denaro, della ricchezza. Quando si tratta del denaro tanti uomini pii perdono tutta la loro “pietas” e diventano pratici (sì, si dice così per giustificarsi quando si mette tra parentesi l’Evangelo per i propri interessi!)
Il capitolo sedicesimo di Luca è uno di quei testi che fanno ridere il mondo che, c’è poco da fare, è philàrguros, è amico, amante del denaro! … E da questo mondo “amante del denaro” non teniamoci fuori facilmente! Basta che osserviamo anche nelle nostre comunità come si affronta il tema dei beni e della condivisione dei beni! Tanti cristiani di tante parole diventano muti o addirittura aggressivi! È così!
Gesù si scontrerà più volte con la forza ambigua del denaro: pensiamo al giovane ricco che se ne va via da Lui perché aveva molte ricchezze (che straordinaria ironia ha l’Evangelo! cfr Mc 10, 22), pensiamo anche che Gesù stesso alla fine è stato messo a prezzo di denaro e venduto per trenta monete.
Gesù sa bene che la ricchezza è sempre disonesta: non ha paura a definirla così, senza mezzi termini e senza distinguo; l’accumulo è sempre disonesto perché ogni accumulo corrisponde alla povertà di qualcuno! C’è davvero poco da fare: più si accumula e più si creano poveri! E allora? Quale il rimedio? Gesù lo dice alla fine di questa “strana” parabola dell’Amministratore disonesto: Fatevi amici con la “disonesta” ricchezza”. Chi sono questi amici che bisogna crearsi? Sono i poveri! Ci si mette al riparo dalla disonestà della ricchezza riequilibrando le cose con la condivisione! Per l’Evangelo il rapporto con le cose, con l’avere è regolato dalla legge assoluta della condivisione. La condivisione è la via sapiente per camminare sulle strade del Regno.
L’amministratore disonesto è lodato dal padrone, che pure è stato truffato due volte (ma chissà quante altre volte!) perché l’amministratore è stato scaltro. E’ la scaltrezza che è lodata e Gesù fa sua questa lode con una forte amarezza: questo figlio della tenebra è stato tanto scaltro per salvarsi la pelle; perché il figli della luce non sono altrettanto scaltri per la causa del Regno? Anche questo è facile verificarlo nella nostra vita ecclesiale: quanti sono pronti ai più grandi sacrifici per il lavoro, per il guadagno (magari con la scusa del benessere dei figli, della famiglia!) ma non sono disposti a veri sacrifici o scelte radicali per l’Evangelo! Per il lavoro, per il bieco “concreto” si è scaltri, desti, pronti al sacrificio ma per il Regno si danno gli scampoli!
Per Gesù c’è un solo modo per essere scaltri: volgere lo sguardo ed il cuore ad un’altra amicizia, ad un altro amore. O si è amici della ricchezza o si è amici dei poveri (Fatevi amici con la disonesta ricchezza!). L’aut-aut qui è, come sempre nell’ Evangelo, radicale e Gesù lo afferma con il celebre detto che segue: Non si può servire a due padroni … non potete servire a Dio e a Mammona. La nuova versione della CEI dice: a Dio e alla ricchezza spiegando al parola originale che è una parola semitica che va decodificata (la nuova traduzione, essendo principalmente destinata alla liturgia, giustamente giunge subito alla decodificazione). Mammona (che è termine che nella Bibbia appare solo in questo capitolo ed in Matteo 6,24) è una parola terribile perché ha radice in un verbo ebraico importantissimo nella Scrittura, il verbo aman (da cui amen) che è il verbo della fede, della fiducia, della sicurezza in cui tutto si può fondare; mammona e allora la ricchezza a cui consegno tutta la mia fede, la mia fiducia, la mia sicurezza. Chi è servo di mammona lo è perché si fida di mammona, ha fede in mammona; più chiaramente possiamo dire che il suo dio è la ricchezza! È uno che dice il suo Amen non a Dio ma alla ricchezza!
Ecco perché Gesù contrappone con fermezza Dio e mammona. E’ impossibile servire tutti e due; si può solo amare uno ed odiare l’altro perché chi ama davvero Dio odia mammona che da Lui lo separa, odia mammona perché si fida di un altro, in Lui mette la sua sicurezza; se ama mammona odierà Dio perché Lui gli chiede di condividere, di usare il denaro per farsi amici i poveri, odierà Dio perché Dio gli chiede di cambiare mente e di usare il denaro e non di essere usato dal denaro diventandone schiavo.
Prima o poi nelle nostre vite di credenti viene l’ora in cui Dio chiede questa condivisione, non più a chiacchiere e con bei discorsi pii ma con una concretezza tale che tocchi i nostri beni materiali (certamente come quelli spirituali … ma non solo perché con i beni spirituali siamo capaci di grandi mistificazioni!). Certamente viene quest’ora e sarà un’ora in cui tutti i cammini di sequela vengono autenticati; finché la fede è fatta di preghierine per i poveri e di belle parole puzza ancora di ipocrisia o di immaturità, quando si compromette fa il salto verso la libertà e l’autenticità. Leggiamo in tal senso anche l’ora che vive oggi la nostra società italiana (ma estenderei la riflessione a tutto il nostro mondo occidentale in senso ampio); quanti “cristiani” in nome di una difesa di “sacri confini della patria” (!) respingono i poveri, i disperati; e non si accontentano neanche di questo, li insultano e li denigrano! Noi non possiamo tollerare queste cose, cose tutte che vengono fatte per “amore del danaro”, cioè del nostro benessere e delle nostre cose! Credo che chi si dichiara discepolo di Cristo deve indignarsi e far sentire con mite fermezza il suo no a queste logiche mortifere; un no che deve smascherare i finti pii e i non richiesti defensores fidei! Chi è discepolo del Messia Gesù che non “ritenne un tesoro da custodire gelosamente il suo essere Dio ma spogliò se stesso” (Fil 2, 6-7) non può che fare quel salto di compromissione nella vera condivisione di ciò che si è e di ciò che si ha.
Il salto però va fatto solo per amore nei confronti di Cristo, solo perché si vuole essere davvero suoi discepoli, solo perché si è capito finalmente dov’è il vero tesoro, solo perché da Lui si è imparato a guardare all’altro con i suoi occhi … se, come scrive San Benedetto, nulla anteponiamo all’amore di Cristo (cfr RB 4, 21), immediatamente si farà chiaro innanzi a noi il volto dell’uomo con cui tutto condividere nell’amore.
Benedetta quell’ora in cui Cristo ci chiede: se mi scegli fin dove si spinge la tua scelta?

P.Fabrizio Cristarella Orestano 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

Le esigenze della sequela di Gesù
Enzo Bianchi

Dopo il pranzo a casa di uno dei capi dei farisei (cf. Lc 14,1-24), Gesù riprende il suo cammino verso Gerusalemme, seguito da una folla numerosa. La sua predicazione ha successo, gli ascoltatori pronti ad accompagnarlo lungo la strada sono molti, ma Gesù, che vuole accanto a sé discepoli, non militanti, si volta indietro per guardare quella folla in faccia e rivolgerle alcune parole capaci di fare chiarezza e di non permettere illusioni o addirittura menzogne. Parole dure, che ci urtano e ci dispiacciono perché ci chiedono di combattere contro noi stessi, contro i nostri sentimenti naturali.
Infatti Gesù avverte: “Se uno viene a me, cioè vuole stare con me, e non odia suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Gesù mette in contrasto lo stare con lui e l’amore famigliare, nonché l’amore per la propria vita. Perché tanta radicalità? Semplicemente perché egli conosce il cuore umano, conosce il potere dei legami di sangue, conosce la possibilità che la famiglia sia una gabbia, una prigione. L’intenzione delle parole di Gesù consiste nella liberazione, che egli vuole portare a ogni uomo e a ogni donna, da tutte le presenze idolatriche, tra le quali è possibile annoverare anche legami e affetti di sangue e di famiglia.
Quanto alla paradossale espressione “Se uno non odia…”, essa ha certamente un retroterra semitico, ma va intesa bene. Infatti viene tradotta correttamente: “Se uno non mi ama più di quanto ami suo padre, sua madre…”. Negli affetti è questione di ordine. Amare il padre e la madre è un comandamento della Torah (cf. Es 20,12; Dt 5,16), e Gesù lo conferma (cf. Mc 7,9-13; Mt 15,3-6), ma può succedere che questo amore impedisca l’adesione al Signore, la pratica della sua volontà, la sequela materiale di Gesù. In tal caso i legami con la famiglia che trattengono e imprigionano vanno addirittura odiati!
La storia delle vocazioni cristiane conosce bene questi conflitti, questa sofferenza nelle famiglie, che a volte si ribellano alla vocazione del figlio o della figlia, e conosce bene anche le vocazioni abortite perché il legame con la famiglia è più forte del legame con il Signore che la vocazione richiede. Certo, oggi la mondanità entrata anche nella vita ecclesiale banalizza le relazioni tra chiamato e famiglia, così che non si pone più un aut aut che indichi una rinuncia, una separazione necessaria per seguire con cuore unito il Signore. L’esito è poi quello di chiamati che hanno una vita astenica, che sono “tirati qua e là” (cf. Lc 10,40), mai veramente decisi a compiere un cammino imboccato con tutto il cuore. Misere vocazioni! In verità non possiamo amare tutti nello stesso tempo, ma solo dando ai nostri amori un ordine chiaro sappiamo dov’è il nostro tesoro e dunque il nostro cuore (cf. Lc 12,34).
D’altronde, anche le dieci parole (cf. Es 20,1-17; Dt 5,6-22) richiedono come prioritario l’amore per Dio, e quando Gesù menziona il comandamento “Onora il padre e la madre”, dal quarto posto lo retrocede all’ultimo (cf. Lc 18,20). Anche i leviti dovevano abbandonare la famiglia per essere assidui al Signore, e la comunità di Qumran richiedeva ai suoi membri la separazione dalla famiglia per essere vigilanti in attesa del giorno del Signore (cf. 4QTestimonia 14-20; cf. Dt 33,8-11). Sì, Gesù chiede un atto, che lui stesso ha compiuto nei confronti della sua famiglia (cf. Lc 8,19-21), chiede una rottura che permetta un amore diverso, esteso, universale, un amore nel quale Dio ha il primato e la famiglia ha il suo posto, ma senza il potere di legare. Nello stesso tempo, amo ricordare che Dio, e dunque Cristo, non è totalitario: non esclude altri amori, come quello coniugale o quello dell’amicizia, ma anche questi vanno vissuti sapendo che l’amore per Cristo è primario, egemonico, e gli altri amori non possono porre ostacoli, dilazioni e tanto meno contraddizioni a quello per il Signore.
Questo regime degli affetti è duro, costa fatica, ma è il “portare la propria croce”, cioè il portare lo strumento di esecuzione del proprio io philautico, egoista. Ognuno ha una propria croce da portare, nessuno ne è esente, ma non si devono fare paragoni. Gesù, infatti, sa che quanti lo seguono fedelmente si troveranno coinvolti anche nella sua passione e morte, quando egli porterà la croce. Si tratterà di imparare da Gesù, quando egli parla, agisce, ma anche quando sarà condannato, torturato e ucciso nell’ignominia della croce. Essere discepoli di Gesù non è l’esperienza di un momento (cf. Mc 4,12-13; Mt 13,20-21), non è un provare per verificare, ma è la decisione di rispondere a una chiamata, è un “amen” che va detto con ponderazione, con discernimento, senza obbedire alle emozioni del momento.
Per questo Gesù annuncia due parabole che suonano come un avvertimento, una messa in guardia: egli non fa propaganda per le vocazioni, ma piuttosto dissuade… Avremmo molto da imparare da questo atteggiamento di Gesù, soprattutto quando la scarsità di vocazioni ci angoscia e ci fa paura: cattiva consigliera quest’ultima, che spinge ad accogliere tutti con molta superficialità e a non riconoscere e comunicare le difficoltà oggettive della sequela di Gesù. Con la prima parabola Gesù avverte: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa, per vedere se ha i mezzi per portare a termine i lavori?”. Seguire Gesù – e si faccia attenzione a una lettura poco intelligente dei racconti evangelici di vocazione! – richiede non il fuoco di un momento, non l’entusiasmo, non solo l’innamoramento, ma anche un tempo di calma, di silenzio, di esame di se stessi. È l’azione del discernimento, difficile ma assolutamente necessaria per percepire la voce del Signore non fuori di noi, non soltanto nelle eventuali parole di un altro, ma nel nostro cuore più profondo, là dove Dio ci parla personalmente. Ascoltando il profondo, la propria intimità, discernendo la parola di Dio dalle altre parole che ci abitano, guardando con realismo a ciò che siamo e alle nostre possibilità, noi possiamo giungere a una scelta; magari facendoci aiutare da chi è più avanti di noi nella vita secondo lo Spirito, ma sempre coscienti che l’amen può solo essere nostro, personalissimo, e un amen per sempre, non a tempo o con scadenza!
Similmente la seconda parabola avverte che occorre misurare bene le proprie forze, per vincere quello che è un combattimento spirituale senza tregua, fino all’ultimo. Perché la sequela di Gesù esige la capacità di fare guerra contro il nemico, il diavolo che ci tenta e vorrebbe farci cadere, spingendoci ad abbandonare la sequela stessa. Dunque il chiamato lo sa: ascoltata la parola di invito, deve innanzitutto “stare fermo”, rimanere in solitudine e in silenzio (cf. Lam 3,28) per discernere bene cosa ha ascoltato e cosa il cuore gli dice; poi deve consigliarsi (come dice letteralmente il verbo bouleúomai); infine deve pervenire alla decisione personalissima, fidandosi soltanto della grazia del Signore.
Gesù aggiunge poi una parola non presente nel brano liturgico, ma collegata con quanto precede. Egli dice che accade per una storia di vocazione quello che accade per il sale: “Il sale è buono, ma se perde la capacità di salare, a cosa potrà servire? Lo si butta via!” (cf. Lc 14,34-35). Allo stesso modo una vocazione può essere buona, ma nella vita può essere contraddetta, abbandonata, e allora quella resta una vita sprecata.
Diceva il mio padre spirituale: “Quando qualcuno pensa di incrementare il numero di vocazioni nella chiesa, e impone la vocazione agli altri, non crea dei santi ma delle persone miserabili!”.

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XX DOMENICA DEL T.O. Omelia (18-08-2019)

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XX DOMENICA DEL T.O. Omelia (18-08-2019)

padre Gian Franco Scarpitta
La verità e lo scontro

Nel XIX secolo Marx ebbe a definire la religione come ?l’oppio dei popoli?; oggi qualcuno l’ha definita come la ?dinamite? dei popoli, poiché essa piuttosto che unire e pacificare gli uomini è stata motivo di scontro e di indifferenza reciproca. La realtà dei fatti avalla la tesi di certuni che affermano che le religioni hanno diviso gli uomini confondendo il mondo e il corso della storia.
La fede unica in un Dio che dovrebbe riconciliare tutti gli uomini e creare unità e promuovere la tolleranza è stata, con amara evidenza, teatro di scontri e di opposizioni e qualcuno addirittura ha proposto di eliminare dalla Bibbia quei passi che legittimerebbero la violenza. La stessa Scrittura è stata per tanti anni arma impugnata per la lotta contro infedeli e laicisti, e nonostante i progressi del cammino ecumenico, ancora fra le chiese cristiane non si è superato del tutto il sospetto e l’indifferenza reciproca.
E’ demoralizzante che, nell’emergenza comune che tutte le religioni dovrebbero avvertire di dover collaborare per la promozione della pace e dello sviluppo dei popoli e nella convinzione comune di dover dare riferimenti validi a chi non crede ed è ramingo in fatto di morale e di sacralità, sorgano ancora proselitisti e demolitori di credi, si alimentino tensioni e separazioni e comunque non vi sia l’unità e la concordia auspicabile fra le 4200 religioni diffuse in tutto il mondo.
Ancora più deprimente è che di tale unione e di tale concordia non sia stato capace il cristianesimo, tuttora frammentato in circa 400 confessioni di varie identità, che stentano a riconoscersi nell’unico Signore Gesù Cristo.
Eppure proprio il cristianesimo, in forza dell’evento singolare della croce, dovrebbe essere garante che tutti ?siamo uno in Cristo Gesù?(Gal 3, 26 – 29). Il Card Biffi suscitando non poca sorpresa, ebbe ad affermare che, effettivamente, il cristianesimo non è in se e per sé una ?religione?, se con questo termine deve intendersi un coacervo di normative, codici di precetti o un insieme di riti liturgici o una proposta di modificazione sociale. Esso è piuttosto un evento unico e irripetibile, quello dell’incarnazione di Dio nella storia, l’evento Gesù Cristo che induce alla via teologale e alla concezione del mondo in rapporto a una novità che è la verità assoluta.
Proprio il concetto di verità emerge nel rapporto fra religione, violenza e contrasti. Il fatto cioè che la verità che si è stata rivelata non sempre è pacifica per tutti e lo stesso Gesù Cristo è stato definito dai vangeli ?segno di contraddizione?(Lc 12, 51) il quale non potrà sottrarsi ai confronti degli uomini che lo accoglieranno da una parte e lo detesteranno dall’altra e che sarà causa di contrasto e di rigetto aggressivo. E anche in questa pagina odierna così terrificante per certi versi, Gesù, che altrove afferma ?Chi non è con me è contro di me?, afferma che la sua presenza sarà una causa discriminante perfino all’interno delle singole famiglie: ?Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, ma la divisione… padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre.?
Saremmo tentati di intendere che Gesù, che veniva definito Re di pace e che Isaia profetizzava come fautore di un ordine universale pacifico nel quale la pantera si sarebbe sdraiata accanto al capretto, adesso si rivela come guerrafondaio e spietato apportatore di discordia e di disunione e pare inevitabile allora che la religione cristiana sia davvero la matrice di divisioni e a volte anche di morte e di distruzione.
In realtà Gesù è ben lungi dal promuovere ogni sorta di lesione all’umanità e anche sotto questo aspetto non va frainteso. Piuttosto, egli è la Rivelazione poiché in lui si vede anche il Padre e per ciò stesso la Verità rivelata per cui è impossibile non radicarsi su di lui quando lo si accetti come tale, così come è impossibile mettersi contro di lui qualora lo rinneghi o non lo si concepisca quale egli davvero si rivela.. Se si concepisce Gesù come il Dio fatto uomo, come la verità che ci fa liberi (Gv 8, 32), se la sua Parola viene accolta come il vero metro della verità e della vita e se il suo messaggio è davvero identificato come criterio di discernimento fra il vero è il falso, è inevitabile che sorgano schieramenti fra chi crede in lui e chi non vi crede e che queste fazioni degenerino in conflitti di ogni tipo.
Nell’insegnamento di Gesù in verità vi è anche la tolleranza, l’accoglienza, il rispetto e il dialogo conciliante verso coloro che non la pensano come noi e che non accolgono la sua Parola e il suo messaggio. Le intenzioni di Gesù sono ben lontane dall’odio e dalla ripugnanza in fatto di idee, mentalità o di religione e il nostro invito è sempre all’apertura e all’accoglienza; ciò nonostante è ineccepibile che Gesù (per chi lo accetti) è perentorio nel definirsi ?la via, la verità e la vita?(Gv 14, 6) e che per ciò stesso l’opzione per lui non va mai intrapresa come un fatto occasionale, discontinuo o frammentario: la verità va accolta globalmente e senza riserve e accanto ad essa non vanno ammesse alternative. Se è vero che tutte le religioni annoverano apprezzabili elementi di verità, è tuttavia inaccettabile che esse si equivalgano, perché non possiamo smentire che ciò che è vero è solo l’evento Gesù Cristo.
Proprio questi concetti sono stati alla radice di scontri e di distanze reciproche perfino all’interno delle religioni cristiane e non fa meraviglia che nel suo nome si fomentino anche scontri familiari.
Il punto dolente in effetti non è la Parola di Gesù, ma la realtà molto triste che la verità, quando proferita senza riserve e con determinazione, non manca di essere di intralcio e suscita non di rado fastidio e disorientamento.
La proclamazione impavida e risoluta di ciò che è giusto e fondato è sempre stata del resto causa di persecuzioni e di avversità, come nel caso del profeta Geremia, che viene gettato nella cisterna per aver condannato il lassismo e la depravazione di Gerusalemme che si era illusa di potersi salvare dalla deportazione in Babilonia. Le sue parole erano stato definite di disfattismo e di inimicizia nei loro confronti e aver annunciato la verità di possibili future punizioni è adesso causa di punizione per lui.
Con Gesù noi però ci domandiamo: è proprio così difficile riconoscere codesta verità e adeguarvisi? Possibile che siamo tanto illuminati nell’interpretazione dei fenomeni cosmici e atmosferici al punto anche da interpretare ogni cosa alla luce di eventi in fondo meschini e imbarazzanti, e stentiamo nel riconoscere la via, la verità e la vita che ci è stata resa manifesta semplicemente nell’evento dell’Amore che è l’incarnazione e ancor di più nell’evento Amore che è la Resurrezione? Possibile che non siamo in grado di fare spazio nel cuore per aprirci alla Parola che era presente quando Dio creava il mondo e che adesso è vita e verità proprio per noi?
Se tutti ci si soffermasse sul solo evento Gesù che ha cambiato la storia e non sui i saggi di teologia che lo illustrano, concepiremmo davvero il criterio che dischiuderebbe una volta per tutte la pace e la riconciliazione fra tutti i popoli.

 

XV DOMENICA TEMPO ORDINARIO – ANNO C

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XV DOMENICA TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Fare misericordia
Enzo Bianchi

Il brano evangelico di questa domenica ci mette in guardia dal pensare che la misericordia sia solo un sentimento, una commozione profonda che ci coinvolge alle viscere e al cuore. Certamente essa è originata da tale sentimento, ma deve poi tradursi in un’azione, in un comportamento, in un fare misericordia. L’insistenza in questa pagina sul verbo “fare”, e in particolare la risposta finale del dottore della Legge (“Chi ha faro misericordia”), seguita dall’approvazione di Gesù (“Va’ e anche tu fa’ così”), ci illuminano su questa pratica della carità verso i nostri fratelli e le nostre sorelle. Leggiamo perciò insieme questo brano conosciutissimo, ma che sempre ha bisogno non di essere ripetuto pedissequamente, bensì di un’attenzione nuova e puntuale, come se lo leggessimo per la prima volta. Sì, tante volte l’ho commentato, ma sarebbe un’offesa verso la sua qualità di parola di Dio se lo presentassi a voi lettori tramite un “copia e incolla” di altri miei scritti. No, questo vangelo oggi risuona così in me e ne condivido gli effetti oggi, per l’appunto, non nel passato.
Stiamo sempre seguendo Gesù nella sua salita a Gerusalemme, ed ecco un altro incontro: questa volta tra Gesù e un dottore della Legge, un giurista (nomikós). Questo esperto della Torà e della sua tradizione in Israele vuole mettere alla prova Gesù, vuole verificare la sua conoscenze scritturistica e la sua fedeltà o meno alla tradizione. Gli pone quindi una domanda classica, tipica di ogni persona e di ogni tempo: “Che fare?”; domanda che nello spazio religioso dell’ebraismo risuona con un’aggiunta: “Che fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli risponde con una contro-domanda: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”, cercando in questo modo di portarlo a esprimersi in prima persona.
L’esperto cita allora il grande comandamento attestato nel Deuteronomio, che ogni ebreo conosce a memoria e ripete tre volte al giorno, lo Shema‘ Jisra’el: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5). Poi, con intelligenza spirituale, aggiunge il comandamento dell’amore del prossimo, estraendolo dal libro del Levitico (Lv 19,18). Secondo Luca il dottore delle Legge compie un’interpretazione che ha come fondamento il parallelo tra i due comandamenti dell’amore. Gesù non può fare altro che approvare una tale interpretazione, che raggiunge il suo insegnamento sull’amore esteso addirittura ai nemici, ai persecutori (cf. Lc 6,27-35), e di conseguenza invita quest’uomo a realizzare, a mettere in pratica quotidianamente quanto ha saputo affermare.
Ma quell’esperto che aveva voluto mettere alla prova Gesù, volendo giustificare la sua domanda iniziale, lo interroga di nuovo: “E chi è il mio prossimo?”. Ancora una volta Gesù non risponde direttamente perché, se acconsentisse alla domanda del suo interlocutore, dovrebbe dare una definizione del prossimo e così situarsi all’interno della casistica degli scribi e dei farisei, ai quali il dottore della Legge appartiene. No, il prossimo non può essere rinchiuso in una definizione, perché in verità è colui che ognuno di noi decide di rendere prossimo avvicinandosi a lui. Ecco perché racconta Gesù una parabola, aggiungendovi alla fine un’altra contro-domanda.
Un uomo anonimo, del quale Gesù non precisa nulla – né nazionalità, né condizione sociale, né appartenenza religiosa –, mentre percorre la strada che da Gerusalemme scende a Gerico viene assalito da banditi che lo depredano, lo picchiano e lo lasciano mezzo morto sul ciglio della strada. Nulla di straordinario, ma un fatto che è quotidiano nelle nostre città, soprattutto dove i banditi borseggiano, strattonano, malmenano e finiscono per lasciare le persone aggredite a terra sulla strada…
Su questa strada – dice Gesù – passano due persone segnate dalla loro funzione religiosa: un sacerdote e un levita, uomini ai quali è affidata la cura del tempio di Dio a Gerusalemme e che in Israele si vogliono esemplari per gli altri. Ebbene, questi due uomini religiosi, conoscitori della Legge, tesi a onorare la dimora di Dio, passando su quella strada vedono quell’uomo a terra, ferito e bisognoso, ma passano oltre, dall’altra parte. Stanno lontani e proseguono il loro cammino. Perché? Sono forse insensibili, malvagi? No. E allora perché? Perché sono abitati innanzitutto dal dovere di restare lontano da un possibile cadavere, per timore di diventare impuri (cf. Nm 19,11-16). O forse perché vedono ma non guardano veramente, non sono abituati a vedere discernendo (“Beato chi discerne il povero e il misero” [Sal 41 (40),2 LXX]). Non fanno alcun male, ma certo omettono di fare qualcosa. E così anche per noi: la maggior parte dei nostri peccati, delle nostre contraddizioni all’amore fraterno, non è originata da odio o cattiveria, ma si tratta di azioni mancate per indifferenza. Esattamente come ci ricorderà il Signore nel giorno del giudizio: “Via, lontano da me, maledetti, perché non avete fatto questo e quello” (cf. Mt 25,41-45)…
Ciò che sorprende nel prosieguo della parabola è che al sacerdote e al levita, i tipici religiosi, Gesù oppone un samaritano, l’antitipo, cioè il perfetto contrario dei due osservanti e puri giudei. I samaritani, infatti, erano considerati gente impura, scismatica ed eretica, detestata dai giudei e sempre in lotta contro di loro. Insomma, un samaritano era certamente la persona più disprezzata dai giudei… ma proprio lui Gesù pone come esemplare: questo è troppo! Anche il samaritano, passando su quella strada, vede, e per vedere bene si avvicina, si fa prossimo all’uomo ferito: allora, volto contro volto, il samaritano è commosso nelle viscere, sente salire dalle sue profondità un sentimento di compassione, di sdegno, di pietà. La misericordia è questo sentimento viscerale, materno, che in realtà raduna tanti sentimenti e come una pulsione sale dalle nostre viscere, facendosi sentire come sofferenza, con-sofferenza con chi è nel bisogno. Dal sentimento nasce l’azione: il samaritano versa olio e vino sulle ferite, le fascia, poi carica quell’uomo sul suo giumento e lo conduce in una locanda, affidandolo al locandiere per le cure e la convalescenza. Questo samaritano si prende cura dell’uomo ferito dai banditi fino al possibile esito positivo: fa tutto quello che può.
Ecco allora emergere la verità: ci sono persone ritenute impure, non ortodosse nella fede, disprezzate, che sanno “fare misericordia”, sanno praticare un amore intelligente verso il prossimo. Non si devono appellare né alla Legge di Dio, né alla loro fede, né alla loro tradizione, ma semplicemente, in quanto “umani”, sanno vedere e riconoscere l’altro nel bisogno e dunque mettersi al servizio del suo bene, prendersi cura di lui, fargli il bene necessario. Questo è fare misericordia! Al contrario, ci sono uomini e donne credenti e religiosi, i quali conoscono bene la Legge e sono zelanti nell’osservarla minuziosamente, che proprio perché guardano più allo “sta scritto”, a ciò che è tramandato, che non al vissuto, a quanto avviene loro nella vita e a chi hanno davanti, non riescono a osservare l’intenzione di Dio nel donare la Legge: e quest’unica intenzione, al servizio della quale la Legge si pone, è la carità verso gli altri! Ma com’è possibile? Com’è possibile che proprio le persone religiose, che frequentano quotidianamente la chiesa, pregano e leggono la Bibbia, non solo omettano di fare il bene, ma addirittura non salutino i con-fratelli e le con-sorelle, cose che fanno i pagani? È il mistero di iniquità operante anche nella comunità cristiana! Non ci si deve stupire, ma solo interrogare se stessi, chiedendosi se a volte non si sta più dalla parte del comportamento omissivo proprio di questi giusti incalliti, di questi legalisti e devoti che non vedono il prossimo ma credono di vedere Dio, non amano il fratello che vedono ma sono certi di amare il Dio che non vedono (cf. 1Gv 4,20); di questi zelanti militanti per i quali l’appartenenza alla comunità o alla chiesa è fonte di garanzia, che li rende bendati, ciechi, incapaci di vedere l’altro bisognoso.
Allora Gesù alla fine della parabola chiede all’esperto della Legge: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei banditi?”. L’altro risponde: “Colui che ha fatto misericordia” (Vulgata: “Qui fecit misericordiam”). E Gesù dunque conclude: “Va’ e anche tu fa’ così”, cioè fa’ misericordia, ovvero guarda bene, con discernimento, avvicinati, fatti prossimo, senti una compassione viscerale e fa’ misericordia nel prenderti cura del bisognoso. Non esiste il prossimo: il prossimo è colui che io decido di rendere vicino.

XIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

https://combonianum.org/2019/06/27/commento-al-vangelo-della-xiii-domenica-tempo-ordinario-c/

XIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”
Enzo Bianchi

Con questo brano si apre la seconda parte del vangelo secondo Luca, quella che ci testimonia il viaggio di Gesù a Gerusalemme, dove egli sarà arrestato, condannato e crocifisso.
L’ouverture è solenne: “Ora, avvenne che, mentre stavano per compiersi i giorno della sua elevazione, egli indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme”. Stanno per compiersi dei giorni, sta per avvenire nella vita di Gesù l’evento della sua elevazione, ed egli lo sente dentro di sé come una necessitas innanzitutto umana (il profeta non può non essere perseguitato e ucciso proprio a Gerusalemme; cf. Lc 13,34-35), nella quale è inscritta la necessitas divina: se Gesù obbedisce alla vocazione e non si sottrae ai nemici, difendendosi o fuggendo, allora sarà tolto, elevato da questa terra verso il Regno, verso il Padre. Sarà l’ora del suo esodo (cf. Lc 9,31), e questa dipartita è chiamata da Luca – che si ispira al racconto della fine di Elia (cf. 2Re 2,8-11) – elevazione, ascensione, rapimento (análempsis). È significativo che Luca usi lo stesso termine (per l’esattezza il verbo analambáno) per parlare dell’ascensione di Gesù al cielo (cf. At 1,2.11.22).
Gesù allora “indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme”, cioè, diremmo noi, serrò i denti, assunse un volto severo e determinato perché, sapendo di andare incontro a una fine tragica, doveva anche lui sconfiggere la paura che lo assaliva. Gesù radunò tutte le sue forze, prese coraggio dal profondo del cuore e, leggendosi come il Servo sicuro che il Signore era con lui, “rese il suo volto duro come pietra, sapendo di non restare confuso” (cf. Is 50,7). L’esperienza dell’indurire il volto è tipica del profeta che a volte sperimenta che è il Signore a rendergli il volto duro, per aiutarlo contro i nemici, altre volte è lui stesso a dover indurire la faccia per poter accettare il destino di persecuzione. Profezia a caro prezzo, a costo di dover stringere i denti e predicare ciò che non si vorrebbe, operare come non si vorrebbe (cf. Ez 3,8-9). Spesso non pensiamo alla fatica, alla paura e all’angoscia vissute da Gesù, ma la sua condizione di piena umanità non lo ha preservato da questi sentimenti di fronte a ciò che si profilava davanti a sé: rigetto, condanna religiosa e politica, morte violenta. Umanamente Gesù ha provato lo sconforto di Elia davanti alla persecuzione di Gezabele (cf. 1Re 19,1-8), ha provato l’angoscia di Geremia quale agnello condotto al macello (cf. Ger 11,19), ha faticato come il Servo ad accettare di dare la sua vita per i peccatori (cf. Is 53,12).
In quella situazione di svolta, Gesù invia alcuni messaggeri davanti a sé, discepoli inviati a preparargli la strada come nuovi precursori, ma questi, entrati in un villaggio di samaritani, vengono respinti. È l’esperienza dell’opposizione a Gesù e al suo Vangelo da parte di quei samaritani che egli amava a tal punto da assumere alcuni di loro come esemplari, nella famosa parabola (cf. Lc 10,33-35) e nel leggere in un incontro personale il risultato delle sue azioni messianiche (cf. Lc 17,15-16). I samaritani, scismatici e ritenuti impuri dai giudei, disprezzati e considerati come feccia, dunque oppressi, non accolgono però il Vangelo e, diffidando di Gesù in quanto galileo diretto a Gerusalemme, lo rifiutano.
Luca registra allora la reazione dei due discepoli fratelli, Giacomo e Giovanni, “boanèrghes, cioè ‘figli del tuono’” (Mc 3,17), che appartenendo alla comunità di Gesù si sentono offesi e si rivolgono a Gesù stesso confidando nel potere che egli ha affidato loro: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Ovvero, “vuoi che facciamo come Elia, il quale invocò il fuoco dal cielo che divorò i suoi nemici” (cf. 1Re 18,36-40)? Era un’azione compiuta da un profeta grande come Elia, dunque può essere ripetuta a causa della presenza di Gesù, profeta più grande di Elia. Giovanni e Giacomo non vanno condannati troppo facilmente: comprendere che la via di Gesù non è quella della condanna ma della misericordia, non era facile per loro, ebrei osservanti e zelanti! D’altronde, non erano i più vicini a Gesù, interpreti della sua volontà? Accettare la sua debolezza, la possibilità del fallimento della sua missione, accogliere il suo ministero non di condanna ma di salvezza del peccatore, non era facile…
Ma Gesù respinge questa sollecitazione o tentazione da parte dei due discepoli, si volta verso di loro che lo seguivano e li rimprovera, dicendo (secondo alcuni manoscritti): “Voi non sapete di che spirito siete! Poiché il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le vite degli uomini, ma a salvarle”. Gesù registra la loro ignoranza dei suoi sentimenti e dello stile della sua missione e denuncia che il loro cuore è abitato da uno spirito non conforme al suo. Nella storia purtroppo succederà spesso che i discepoli di Gesù, proprio credendo di eseguire la volontà e il desiderio del Signore, in realtà lo contraddiranno e gli daranno il volto di un giudice venuto per castigare e distruggere i malvagi…
Se vi sono quelli che rifiutano Gesù, ve ne sono però altri che lo vogliono seguire, diventando suoi discepoli. Luca testimonia anche questo correre dietro a Gesù e ci presenta tre fatti accaduti durante il suo cammino verso la città santa. Innanzitutto racconta di un tale che grida a Gesù: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Parole molto generose, apparentemente convinte, che contengono una proposta senza condizioni. Gesù ascolta, discerne che in quella persona c’è entusiasmo, ma sa che questo non è sufficiente per durare nella vocazione. Colui che fa questa affermazione non chiama Gesù “Signore”, non ha fede in lui, ma è uno di quelli che vuole dare a se stesso una vocazione, non riceverla: è un autocandidato alla sequela, con un entusiasmo da militante. A differenza del comportamento della pastorale odierna, che definisce la vocazione “facile”, “senza rinunce”, “scelta di tutto”, Gesù proclama con chiarezza le difficoltà del cammino del discepolo, perché non vuole fare un “reclutamento”, un’“incetta” di discepoli. Diventare discepoli significa accettare la povertà, l’insicurezza, il fardello del fratello o della sorella da portare, la sottomissione reciproca, l’insicurezza e poi anche il fallimento, quella fine verso cui il Signore cammina con il volto indurito. Sì, peggio della sorte degli animali selvatici! E così quella auto-vocazione non ha neppure il tempo della prova…
Vi è un altro a cui Gesù dice: “Seguimi”, ma si sente rispondere: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Richiesta legittima, fondata sul comandamento che richiede di onorare il padre e la madre (cf. Es 20,12; Dt 5,16). Gesù però chiede che, seguendo lui, si interrompa il legame con l’ordine familiare e con la religione della legge, dei doveri: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Quando Gesù chiama, non si può preferire un comandamento, seppur santo, al suo amore: o si sceglie lui radicalmente o si continua a stare insieme ai morti! Di fronte a queste nette affermazioni di Gesù, come ci poniamo noi? Le assumiamo come una necessitas, oppure le leggiamo volentieri come iperboli massimaliste, oppure facciamo come la chiesa di oggi, che ha paura di chiedere la rottura con la famiglia a causa di Cristo e continua a beatificare la famiglia come se fosse la realtà ultima ed essenziale per la vita eterna?
Infine, un terzo si avvicina a Gesù e gli promette di seguirlo, chiedendogli solo una dilazione per dare addio alla famiglia, alla gente della sua casa, padre, madre, fratelli e sorelle. D’altronde Eliseo aveva fatto la stessa richiesta a Elia, dopo essere stato chiamato da lui (cf. 1Re 19,20), dunque tale esigenza pare legittima. Gesù però non afferma l’esemplarità di queste parole di Eliseo né il suo comportamento, ma anzi proclama con forza che se uno che ha in mano l’aratro guarda indietro, non solo scava male il solco, ma non sa concentrarsi sulla meta, mostrando così di non essere adatto per il regno di Dio.
Concludo questi cenni di commento con una certa tristezza. Innanzitutto perché non siamo noi stessi capaci di questa radicalità, perciò non dobbiamo giudicare gli altri. Ma tristezza anche perché ormai la voce della chiesa, sì la voce della chiesa, non sa più ripetere le parole del Vangelo con il prezzo che esse esigono. Nell’angoscia dovuta alla mancanza di vocazioni per le opere che essa decide, la chiesa abbellisce la chiamata, come chi fa pubblicità per un prodotto senza indicarne i costi: questa è mondanità, non radicalità evangelica!

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S.S. CORPO E SANGUE DI CRISTO – OMELIA

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S.S. CORPO E SANGUE DI CRISTO – OMELIA

Gen 14, 18-20; Sal 109; 1Cor 11,23-26; Lc 9, 11b-17

Pane che rivela, Pane che sfama, Pane per il cammino, Pane che è una presenza: la festa solenne del Corpus Domini contiene una serie di temi che desiderano condurci ad una profonda meditazione su quel Pane e quel Vino che, nell’ oggi della Chiesa è, con la Parola e con la vita fraterna, uno dei grandi doni del Risorto e perciò anche una grande responsabilità. La prima lettura è la pagina di Genesi della fugace e suggestiva apparizione del re e sacerdote Melkisedek che offre pane e vino come sacrificio di comunione con Abramo. Melkisedek, figura del Messia, offre pane e vino in un sacerdozio ricevuto dall’alto, da Dio (non è infatti né ebreo, né tantomeno un levita: il patriarca Levi non è ancora nato!), figura del sacerdozio del Messia. Il re Melkisedek è solo una figura di ciò che avverrà nella storia di salvezza, una figura carica di tali suggestioni da essere cantata nel Salmo 109(110) e ripresa dall’autore della Lettera agli Ebrei (/,1-19).
Il passo dell’Evangelo di Luca che oggi ascoltiamo ci conduce a Colui che realizzerà quella figura: Gesù. Lui che nutre il popolo con il pane della Parola e con il pane per il cammino … Gesù dà un pane che è prosieguo della Parola che ha annunziato e visibilità di quella Parola che sana, insegna e consola. Nella tentazioni nel deserto Gesù aveva detto che Non di solo pane vive l’uomo (cfr Lc 4,4) ma della Parola che la bocca di Dio pronunzia, ed ora qui, ancora in un deserto, consegna la Parola ma pure il pane. Nel deserto di Giuda Gesù fu tentato di prendere il pane rinunziando alla Parola del Padre, qui i discepoli sono tentati di lasciare le folle che hanno ascoltato la Parola senza il pane. Gesù unifica! Dopo aver parlato dona loro anche il pane. Rivela così di essere il compimento di quel cammino nel deserto in cui Israele fece il suo Esodo verso la libertà con la forza di un pane altro, la manna, un pane che veniva da Dio! Gesù rivela, nella moltiplicazione dei pani, il suo volto, la sua identità e lo fa in uno scenario che richiama quello dell’Esodo (deserto, lontananza dai villaggi, la folla radunata a gruppi): è Lui che dà il pane e quel pane è lui stesso! La moltiplicazione dei pani è allora, come tutti i miracoli di Gesù, un segno rivelativo: nasce da una compassione che accoglie e diviene rivelazione. Il lettore dell’Evangelo lo sa, lo sente … qui si sta parlando di un altro pane, quello che Gesù ha consegnato alla sua Chiesa per i secoli del suo pellegrinare nella storia e che, come dice Paolo nel passo della Prima lettera ai cristiani di Corinto, è trasmesso nella Chiesa di generazione in generazione perché si possa sperimentare la presenza tenera e forte del Signore risorto.
Luca ci ha mostrato questo dono del pane non solo in un contesto simile a quello dell’Esodo ma pure in un contesto che richiama il racconto pasquale dei discepoli di Emmaus che narrerà al capitolo 24; infatti il sole sta declinando (Luca usa lo stesso verbo qui e lì quando i due dicono che il giorno già volge al declino), i gesti che Gesù compie sono in parallelo e con il racconto della Cena del Signore e con quello della Cena in Emmaus. Quel pane dato alle folle è allora prefigurazione del suo Corpo, un pane spezzato e condiviso che è eloquenza di una vita tutta donata, una eloquenza da cogliere in ogni Eucaristia, una eloquenza da far esplodere nella storia da parte di uomini e donne fatti Eucaristia in un’umile capacità quotidiana di amore fino all’estremo.
La solennità di oggi, sottolineata da tante processioni eucaristiche, non mira a farci guardare l’Eucaristia, mira invece a farci più consapevoli della preziosità di quel dono di sé che Gesù ci ha fatto e che va custodito nelle vite dei credenti. Un dono da accogliere come principio di trasfigurazione delle nostre vite.
L’Eucaristia non è una cosa sacra, neanche la più sacra che abbiamo, l’Eucaristia è una Persona viva, l’Eucaristia è Gesù con tutta la sua vita e la sua morte, è Gesù che nella Chiesa cerca accoglienza dai cuori degli uomini.
L’Eucaristia è un sogno di Dio che viene da lontano perché prefigurato già nell’Antica Alleanza; realizzato da Gesù nella sua vita donata è affidato alla Chiesa per lo scorrere dei secoli; un sogno “tragico” di Dio perché trova sempre resistenze nei cuori dei cristiani stessi che si accostano a quella mensa troppe volte cosificando quel pane e facendo diventare le loro Eucaristie un’opera meritoria o una devozione o un precetto da adempiere, un rito da farsi con precise cerimonie e non un’ ora di incontro vitale e trasformante. Un’ora di incontro in cui la Parola ed il Pane, il Cristo che parla e il Cristo che ama fino all’estremo, ci vengono dati perché il nostro cammino di cristiani nella storia sia cammino credibile in una differenza reale dal mondo che sceglie cammini di morte, di insensatezza, di solitudine; cammini di egoismo che chiudono gli occhi sul dolore degli altri uomini.
La solennità di oggi, al termine dei giorni pasquali, ci ricorda che la forza e la bellezza della Pasqua di Cristo hanno un “tabernacolo” santo nel Corpo e Sangue di Cristo che continua a dimorare nella Chiesa e nella storia, antidoto ad ogni dimenticanza di Cristo, antidoto alla mediocrità declinata in tutte le forme perché dolce comando a fare questo in memoria di Lui, ad essere, cioè, amore spezzato, come Gesù che ancora tutto si consegna.

P.Fabrizio Cristarella Orestano

SANTISSIMA TRINITA’ – Omelie anno C

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SANTISSIMA TRINITA’ – Omelie anno C

Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15

Nel Quarto Evangelo, in quella lunga sezione che va sotto il nome di “Discorsi di addio”, c’è tutto il fondamento della rivelazione trinitaria. Contemplare oggi questo mistero al termine delle celebrazioni pasquali, è possibile per queste pagine profonde e bellissime di Giovanni di cui oggi leggiamo un breve tratto del capitolo sedicesimo; ma dire “questo mistero” mi pare poco, quasi fosse un mistero come gli altri: in realtà è il mistero fontale della nostra fede!
Per il Gesù di Giovanni è fondamentale la conoscenza di questa dinamica trinitaria di Dio in cui Egli, il Figlio, ci inserisce con il suo amore “glorioso” (cioè che racconta Dio!) e di cui lo Spirito è garante di verità nel cuore dei credenti. Il Padre è allora fonte di una parola che nel Figlio ha preso carne, e che lo Spirito radica nel cuore dell’uomo.
Se Gesù ha narrato il Padre con il suo mistero pasquale, lo Spirito conduce colui che gli si fa docile a conoscere, sperimentare e fare suo quell’amore pasquale di Cristo. Tutto questo, come scriveva il teologo Bruno Forte “non è un astruso teorema celeste” senza incidenze sulla nostra vita, ma è rivelazione e consegna di Dio alla storia degli uomini; una rivelazione che non esaurisce Dio ed il suo mistero, ma ci conduce a contemplare la vita stessa di Dio. Un mistero che ci dice che Dio è in se stesso dinamica vitale, relazione, che è vita di persone fatta di amore che ama, si lascia amare e si dona. Il mistero trinitario ci dice che tutto in Dio è relazione, e che quindi l’uomo, creato a sua immagine, non può che realizzarsi nella relazione con se stesso, con Dio, con l’altro, con il mondo. Senza relazioni il Dio cristiano non sussiste, e non sussiste neanche la salvezza perché questa – nella rivelazione cristiana – è realizzata dal Figlio che è venuto nella nostra carne per opera dello Spirito Santo, e ha condotto, nel suo mistero pasquale, l’uomo alla piena comunione con il Padre. Il discepolo di Cristo non può non essere che un uomo che specchia il suo essere nelle relazioni trinitarie, trovando lì la ragione, la fonte e la forza delle sue relazioni, quelle grazie alle quali si vive e grazie alle quali si realizza la vera umanità.
Bonificare le relazioni rendendole autentiche e veritiere è opera altissima di umanizzazione: il discepolo di Gesù è immerso nelle relazioni trinitarie fin dal suo Battesimo, e vi è immerso perché immerso nella morte e risurrezione stessa di Gesù (“Io ti immergo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”) e, in quanto tale, il discepolo è chiamato a vivere tutte le sue relazioni umanizzandole, liberandole cioè dalle sovrastrutture della “philautìa”, che è quell’amore di sé che non dà spazio all’altro, che ignora volutamente la costruzione di vere relazioni o addirittura le calpesta allo scopo di “salvare se stesso”. L’uomo perciò è chiamato a vivere l’amore in quella comunione fraterna capace di dare all’umano un respiro ampio e non claustrofobico, che restituisce all’uomo quella fraternità ferita e compromessa dal peccato di cui è “icona” già l’omicidio di Abele (cfr Gen 4, 1-16)!
Il mistero trinitario radica allora nei credenti la necessità di relazioni umane e fraterne non in ragione semplicemente etica o psicologica, ma nelle profondità stesse di Dio e quindi nelle profondità stesse del nostro essere uomini creati ad immagine di un Dio che non è un Dio solitario ma un Dio trino, un Dio che è comunione e, quindi, può essere amore!
Contemplare la Trinità è poi contemplare la fonte del Mistero Pasquale che domenica scorsa, nella celebrazione della Pentecoste, è giunto alla sua meta. La fonte è lì, nel Dio che Gesù ci ha raccontato che è Padre, è Figlio, è Spirito Santo e che desidera attrarre l’uomo – sua creatura amata e vertice di questo mondo bellissimo – non vicino a sé ma dentro di sé, e che per far questo non solo non ha disdegnato l’Incarnazione del Figlio, ma ha voluto prendere dimora nell’uomo! Sì, nell’uomo, unica vera degna dimora del Dio Trino nella storia … nessun Tempio fatto da mano d’uomo può uguagliare la bellezza del cuore umano per poter essere dimora di Dio!
Da quando il Figlio, inviato dal Padre, per opera dello Spirito Santo ha iniziato a dimorare nella carne dell’uomo, è questa nostra stessa carne che Dio desidera e viene ad abitare! Chi scopre in sé questa dimora di Dio, chi scopre in sé questo spazio per Dio che è opera dello Spirito, può davvero iniziare a vivere da uomo nuovo “creato secondo Dio” (cfr Ef 4, 24).
Il mistero della Trinità è allora il mistero dolcissimo di una dimora verso cui tendere e di cui, incredibilmente, noi stessi siamo fatti dimora.
La Trinità è meta e presenza, è promessa ma anche “atmosfera” che già respiriamo perché in essa immersi dalla misericordia di Cristo crocefisso e risorto!
La Trinità che si è rivelata a pieno nel mistero della Croce e Risurrezione di Gesù diviene per noi rivelazione della nostra identità più radicale di esseri fatti dalla comunione e per la comunione.
E’ chiaro allora che il Dio dei cristiani, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il Dio che Gesù ha narrato, può essere rinarrato alla storia solo dalla comunione fraterna, solo dall’unità che non sopprime le differenze; in questa dinamica la Chiesa si può porre dinanzi al mondo come umile ma vera alternativa alla disumanizzazione dell’uomo che è sempre tentativo del mondo di fare dell’uomo ciò che l’uomo non è; la comunione trinitaria ci dice allora da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo: ci dice dunque la nostra origine, il nostro cammino e la nostra meta.

P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

ASCENSIONE DEL SIGNORE – “DI QUESTO VOI SIETE TESTIMONI”

https://combonianum.org/2019/05/28/commento-al-vangelo-dellascensione-c/

ASCENSIONE DEL SIGNORE – “DI QUESTO VOI SIETE TESTIMONI”

Enzo Bianchi

La soppressione, in Italia, della festa dell’Ascensione (giovedì della VI settimana, quaranta giorni dopo Pasqua) e il suo conseguente spostamento alla domenica successiva non ci permettono purtroppo di contemplare il mistero dell’intercessione del Risorto presso il Padre (VII domenica di Pasqua). Oggi dunque nella chiesa italiana si celebra l’Ascensione, evento pasquale che Luca racconta nel suo vangelo (il brano odierno) come evento finale della vita di Gesù di Nazaret e negli Atti degli apostoli come evento iniziale della vita della chiesa (cf. At 1,1-11, anch’esso proclamato oggi nella liturgia).
È significativo che i due racconti non siano pienamente armonizzabili tra loro, in quanto leggono il medesimo evento da due diverse prospettive. Negli Atti l’ascensione di Gesù al cielo avviene quaranta giorni dopo la sua resurrezione da morte (cf. At 1,3), mentre nel vangelo è collocato nella tarda sera di quel “giorno senza fine”, “il primo della settimana” (Lc 24,1), giorno della scoperta della tomba vuota e dell’apparizione del Risorto alle donne (cf. Lc 24,1-12), ai due discepoli sulla strada verso Emmaus (cf. Lc 24,13-35), infine a tutti i discepoli riuniti in una casa a Gerusalemme (cf. Lc 24,36-49). Due modi diversi per narrare l’unico evento della resurrezione, che Luca cerca di illuminare in tutta la sua ampiezza: la resurrezione significa infatti l’entrata di Gesù quale Kýrios nella vita eterna alla destra di Dio Padre (Ascensione) e anche discesa dello Spirito (Pentecoste: cf. At 2,1-11).
Nella pagina conclusiva del suo vangelo Luca racconta come Gesù si è separato dai suoi non per abbandonarli ma per essere con loro sempre, l’‘Immanuel, il Dio-con-noi (cf. Mt 1,23; 28,20), in una nuova forma di vita. La sua esistenza umana è terminata con la morte, e ora, dopo la resurrezione del suo corpo, la vita di Gesù è altra, è quella del Signore vivente, è la vita divina di colui che è nell’intima vita di Dio, alla sua destra, il posto del Figlio eletto e amato (cf. Sal 109,1 bc; Lc 3,22; 9,35). Eccoci dunque nella casa dei discepoli a Gerusalemme: sono tornati i due da Emmaus e hanno raccontato la loro esperienza, mentre gli Undici e gli altri testimoniavano anch’essi che Cristo era risorto ed era stato visto da Simon Pietro (cf. Lc 24,33-35). Mentre tutti insieme parlano di Gesù, egli in persona sta in mezzo a loro, dona lo shalom, la pace (cf. Lc 24,36), poi consegna parole che risuonano in un’assoluta novità: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi” (Lc 24,44a). Sì, perché Gesù non è più con loro come prima, quale uomo, maestro e profeta; ora è il Signore vivente che non parla più in aramaico, con il suono della sua voce umana da loro a lungo ascoltata, ma in modo nuovo, un modo più efficace, persuasivo, perché la sua voce è dotata della forza dello Spirito di Dio pienamente all’opera nel Risorto.
Nella potenza dello Spirito il Signore Gesù mostra ai discepoli il compimento delle Scritture e il compimento delle sue parole negli eventi che hanno preceduto quel giorno (cf. Lc 24,44-47). Il Risorto spiega le Scritture in modo che i discepoli comprendano la conformità tra lo “sta scritto” e ciò che hanno vissuto: ora i discepoli possono finalmente comprendere ciò che prima non riuscivano a capire. Avevano certamente letto tante volte la Torà, i Profeti e i Salmi, ma ora che i fatti si sono compiuti possono comprenderli credendo, alla luce della fede. Gesù aveva annunciato loro più volte la necessitas della sua passione e morte (cf. Lc 9,22.43-44), ma questi discorsi erano parsi loro scandalosi, enigmatici (cf. Lc 9,45). Ora però che si sono compiuti, non per destino o fatalità, ma per la necessità mondana secondo cui “il giusto” (Lc 23,47) in un mondo ingiusto deve morire (cf. Sap 1,26-2,22) e per la necessità divina per la quale Gesù in obbedienza alla volontà del Padre non si difende ma accoglie l’odio su di sé amando fino alla fine, ora sì che è possibile credere alle sante Scritture. E credendo è possibile diventare “testimoni”, fino ad annunciare la morte e resurrezione di Cristo come evento che chiede conversione e dona la remissione dei peccati: il perdono da parte di Dio a tutta l’umanità, in attesa della buona notizia della salvezza. Tutti sono testimoni – sottolinea Luca –, tutti annunciatori del Vangelo, non solo gli Undici, gli apostoli, ma anche gli altri presenti nello stesso luogo.
Sì, Gesù, quest’uomo di Nazaret, figlio di Maria e di Dio, che solo Dio poteva darci, era venuto soprattutto come visita da parte di Dio (cf. Lc 1,68): una visita non per la punizione, per il castigo dei peccati commessi dal popolo di Dio e dall’intera umanità, ma una visita che annunciava il perdono dei peccati (cf. Lc 1,77). Con quella morte da “uomo giusto” che accoglieva su di sé l’odio, la violenza e la menzogna dei malvagi, e vi rispondeva non con la violenza ma con l’amore, Gesù consegnava al Padre la vera immagine di Dio, l’Adamo come Dio l’aveva voluto (cf. Col 1,15). E proprio come giusto che sta dalla parte dei peccatori, solidale con pubblicani, impuri, prostitute, ladri e malfattori, Gesù saliva al Padre rivolgendogli la preghiera incessante che invoca perdono e misericordia. Tra le sue ultime parole prima della morte non aveva forse detto: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34)? E la sua ultima promessa non era forse stata rivolta a un malfattore: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43)?
Dunque i discepoli, testimoni di questa misericordia vissuta, insegnata e raccontata da Gesù, devono annunciarla a tutte le genti. Questa è la predicazione della chiesa, la quale invece è spesso tentata di attribuirsi compiti che il Signore non le ha dato: l’unico compito evangelico è annunciare e fare misericordia, che significherà servizio ai poveri, ai malati, ai sofferenti, vicinanza e solidarietà con i peccatori. “Cominciando da Gerusalemme” e fino ai confini del mondo i testimoni, quali viandanti e pellegrini, ovunque annunceranno il perdono dei peccati, quindi perdoneranno e inviteranno tutti a perdonare: questo il Vangelo, la buona notizia. Essere testimoni di tale annuncio (e non di altro!) è un’impresa ardua, perché sembra poco credibile, quasi impossibile da realizzare, eppure quei poveri discepoli e quelle povere discepole la sera di Pasqua hanno ascoltato, capito e da allora hanno tentato di mettere in pratica nient’altro che questo: il perdono, la remissione dei peccati. Ci vorrà “la potenza venuta dall’alto”, la discesa dello Spirito santo da Dio, per essere abilitati ad adempiere questo mandato, ma nessuna paura: quando Gesù, il Figlio di Dio, sale al cielo, ecco che dal cielo discende lo Spirito di Dio, che è anche e sempre Spirito di Gesù Cristo, forza che sempre ci accompagna e ci ispira in questa missione.
Come raccontare l’ascensione di Gesù con parole umane? Luca tenta di narrarla, ricordando come il profeta Elia aveva lasciato questa terra per andare presso Dio (cf. 2Re 2,1-14), e così scrive che Gesù, dopo aver condotto a Betania quei discepoli ormai resi testimoni, lasciò loro la benedizione e, “mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo”. Questo l’esodo di Gesù dalla terra al regno di Dio. L’evangelista non attenua in alcun modo la separazione di Gesù dai suoi: egli non è più presente come prima, ma la benedizione che dona è una benedizione continua, è l’immersione dei suoi nello Spirito santo (cf. Lc 3,16). Essa è anche l’ultimo atto del Risorto: egli dona la benedizione sacerdotale che era stata sospesa, non data all’inizio del vangelo dal sacerdote Zaccaria, dopo l’apparizione dell’angelo e l’annuncio della venuta del Messia (cf. Lc 1,21-22). Questa benedizione rende gioiosa la comunità di Gesù proprio mentre egli si separa da lei, ma la rende anche sacerdotale (cf. 1P 2,9): i credenti in Gesù sono di fatto un nuovo tempio, sacerdoti e adoratori del Risorto, capaci di rispondere con la preghiera di benedizione alla benedizione di Gesù. L’incredulità è finalmente vinta e la fede in Gesù Signore e Dio è tale che permette ai discepoli di sentire Gesù presente in mezzo a loro anche dopo la separazione del suo corpo glorioso, ormai nell’intimità del Padre, Dio.

V DOMENICA DI PASQUA (C) COMMENTO

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V DOMENICA DI PASQUA (C) COMMENTO

“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”
Commento di Enzo Bianchi
Adrian Paci, Centro di Permanenza Temporanea, 2007.

Nel vangelo secondo Giovanni è sempre il Risorto, il Cristo Signore che parla e agisce, sicché questo testo vuole mostrarci il Cristo in mezzo a noi che, nella sua gloria, continua a consegnarci le parole essenziali per comprendere e partecipare al mistero dell’umanizzazione di Dio. Cosa annuncia alla chiesa il Cristo risorto e vivente? Che è lui il pastore buono e noi le sue pecore (IV domenica di Pasqua), che ci ha lasciato un comandamento ultimo e definitivo (V domenica), che ci dona lo Spirito consolatore (VI domenica), che accanto al Padre intercede per noi (VII domenica).
Sostiamo dunque sul brano liturgico odierno, tratto dai “discorsi di addio” che il quarto vangelo estende per ben quattro capitoli (cf. Gv 13,31-16,33). Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli, per rivelarsi quale Signore e Maestro che si fa servo fino a dare la vita per loro (cf. Gv 13,1-20), poi ha annunciato il tradimento da parte di uno dei Dodici, Giuda (cf. Gv 13,21-30). Perché quest’ultimo è giunto a tanto? Solo Dio conosce l’abisso del cuore umano (cf. Ger 11,20; 12,3; 17,9-10; 20,12), ma noi possiamo supporre che Giuda non abbia agito per sete di denaro, anche se il quarto vangelo lo descrive come ladro e attaccato ai soldi (cf. Gv 12,6): per consegnare il proprio maestro occorreva una ragione più forte di trenta denari… Possiamo invece pensare che Giuda abbia fatto arrestare Gesù perché era cresciuto dentro di lui il rancore nei suoi confronti. Chiamato da Gesù, lo aveva seguito, ma poi si era accorto che il Dio rivelato da Gesù non era conforme alla sua immagine di Dio: ciò che Gesù faceva e diceva, sembrava sempre di più una contraddizione alla fede ricevuta dai padri, dunque egli era giunto a ritenerlo un “eretico” da eliminare, affinché la fede ne traesse giovamento. Non ci può essere altra ragione se non un odio religioso, perché nei vangeli non ci sono segni di relazioni personali ferite né di un “io minimo” da parte di Giuda.
Ormai Gesù, conoscendo la reazione interiore di Giuda ai suoi gesti e alle sue parole, si sentiva inibito ad agire e a parlare, a dire tutto in confidenza e libertà. Quando vi è la presenza di qualcuno che ha “l’occhio cattivo” (Mt 20,15) e nel suo essere tiene vivo il pregiudizio che diventa efficace prima ancora di aver ascoltato, quando qualcuno cova il rancore, allora è meglio tacere, non per blocco psicologico, ma per “sottomissione” (eulábeia: Eb 5,7). Ecco perché sta scritto all’inizio del nostro brano: “Quando (Giuda) fu uscito, Gesù disse…”. Ormai Gesù è libero di parlare con parrhesía, e rivela: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito”.
Ora ha inizio la glorificazione di Gesù e insieme la glorificazione di Dio in Gesù stesso, perché il tradimento nei confronti di Gesù e la sua consegna in mano a quelli che lo uccideranno non è una sconfitta ma un evento di gloria. Sì, è difficile capire questa visione “al contrario” della realtà, ma bisogna esercitarsi ad avere una visione degli eventi che non è la nostra bensì quella di Dio. E cosa vede Dio? Che nel Figlio consegnato splende più che mai l’amore di Gesù e anche il suo proprio amore, quello di chi lascia che tale consegna avvenga. Allo stesso modo, lo sguardo di Gesù sulla sua passione ormai iniziata con l’uscita di Giuda dal cenacolo non è uno sguardo che venga da carne e sangue (cf. Gv 1,13), cioè dalla capacità umana, ma viene per rivelazione da Dio stesso. Gesù sa che “non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13), e allora con l’uscita inarrestabile di Giuda ecco l’epifania dell’amore, la gloria dell’amante che splende e si impone. La croce è gloria non perché sia strumento di dolore, ma perché è il segno della fine inflitta a chi ha amato, a chi è giusto, a chi liberamente e per amore ha deposto la propria vita per gli altri. Presto questa glorificazione si manifesterà mediante l’intervento di Dio, che darà al Figlio la propria gloria risuscitandolo da morte. Così Gesù legge ai discepoli gli eventi delle ore successive: non una sconfitta, non un fallimento, ma una manifestazione della gloria di Dio, nel senso che Dio ha “peso” (kavod) nella storia, fino a decidere eventi che danno salvezza.
Una volta indicata quell’“ora” che giungerà presto, mancando ormai poco tempo al suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1), Gesù esprime le sue ultime volontà, rivela il suo testamento, dà il comando riassuntivo di tutta la Legge; un “comandamento nuovo” (entolè kainé) non perché sia una parola nuova rivolta da Dio ai credenti, ma nel senso che è ultimo e definitivo, dopo il quale non ve ne saranno altri: “Amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (cf. anche Gv 15,12). Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Con tenerezza, chiamandoli “piccoli figli” (teknía), Gesù rivela ai discepoli l’essenziale: “Amatevi gli uni gli altri”. Ci attenderemmo: “Amatemi”, e invece no: “Amatevi”! Subito è pronta l’obiezione: ma dove va a finire l’amore di Dio? Gesù però ha ben compreso ciò che il discepolo amato, dopo essere stato con lui, espliciterà nella sua Prima lettera: “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e l’amore di lui è compiuto in noi” (1Gv 4,12); ovvero, Dio è presente e in quell’amore reciproco si sente amato veramente, perché vede che la sua volontà è realizzata (cf. 1Gv 5,3).
Quanta perdita di tempo in discorsi che distinguono tra amore “verticale” e amore “orizzontale”, quante accuse reciproche tra fratelli cosiddetti “mondani” e fratelli cosiddetti “spiritualisti”: ragionamenti di persone tarde di orecchi e di cuore! Perché l’amore, quando è veramente tale, non può non essere amore di Dio e amore per i fratelli e le sorelle, ossia amore di Dio che in noi – lo sappiamo o meno – si fa amore per gli altri. Se ci si ama a vicenda, allora si sta insieme; e quando si sta insieme, allora Gesù, il Vivente, è presente (cf. Mt 18,20), il Risorto è in mezzo a noi (cf. Mt 28,20). E quando amiamo l’altro dandogli da mangiare, da bere, vestendolo, visitandolo in carcere o nella malattia, allora amiamo Cristo che è realmente presente, presente più che mai davanti a noi. Dunque l’amore deve innanzitutto essere reciproco, amore verso l’altro, che se è fratello nella fede deve rispondere con amore; in ogni caso, amore verso l’altro sempre, che risponda o no, perché questa è la volontà di Gesù Cristo. Molti oggi piangono, annunciando “la morte di Dio” nel nostro mondo, e forse questo è vero; o meglio, è vero se l’amore è morto, ma finché c’è un frammento di amore vissuto tra gli umani, là Dio è presente, è vivo e Cristo è tra di noi! La salvezza, ossia la vita di ciascuno di noi, dipende dall’osservanza di questo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri”.
Ma Gesù dà anche la forma, la misura, lo stile di questo amore: “Amatevi come (kathós) io ho amato voi”. Si tratta di amare l’altro come lo ama Gesù, cioè accogliendolo così com’è, perdonandolo e rimettendogli i peccati, prendendosi fedelmente cura di lui, rendendolo fratello o sorella fino alla morte, fino a deporre la vita per lui/lei. C’è nell’amore cristiano una forma, uno stile determinato da Gesù e da lui testimoniato nei vangeli. Se Gesù è maestro, lo è soprattutto nell’arte dell’amare. Si fa presto a parlare di amore o a credere di vivere l’amore, ma viverlo come lo ha vissuto Gesù, a prezzo del dono della vita, è arte, è un capolavoro di amore, quindi è manifestazione della gloria di Dio che è gloria dell’amare. Così questo amore diventa “segno”, cioè un segnale che dove vi è tale amore, là vi è vita cristiana, vita del discepolo di Gesù. Il discepolo di Gesù, infatti, non si distingue perché prega (pregano tutti gli uomini religiosi e anche i non religiosi quando sono nell’angoscia!); non si distingue perché fa miracoli (in tutte le religioni ci sono taumaturghi); non si distingue perché ha una sapienza raffinata (l’oriente ha elaborato una sapienza che rivaleggia con la nostra occidentale): no, si distingue perché ama, ama come Gesù!

Dunque nel testamento di Gesù vi sono
il comandamento nuovo,
lo stile e la forma,
il segno (o significatività).

Poveri uomini e povere donne che nel mondo tentano ogni giorno di amare come Gesù, con il suo stile, e sentono questo come l’impegno più grande e significativo: questi sono i discepoli di Gesù, i cristiani. Tutto il resto è scena, scena religiosa che passa con questo mondo (cf. 1Cor 7,31). Il giudizio che ci attende tutti avverrà sull’amore e su nient’altro, per ogni uomo o donna che abbia o non abbia conosciuto e creduto in Gesù Cristo, il Vivente, il Signore: egli ci ha chiesto di amarci tra noi umani, perché solo così si sente amato da noi!

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IV Domenica di Pasqua (Anno C) (12/05/2019) – DOMENICA DEL BUON PASTORE

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IV Domenica di Pasqua (Anno C) (12/05/2019) – DOMENICA DEL BUON PASTORE

Ascoltare per credere
padre Gian Franco Scarpitta

Nella Festa della Dedicazione i Giudei incontrano Gesù e lo interrogano a bruciapelo, più per ipocrisia che per soddisfare un desiderio legittimo di verità. Infatti gli domandano: “Fino a quando terrai il nostro animo sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente.” In realtà avrebbero dovuto comprendere essi stessi che egli è il vero Messia (Cristo) per i continui insegnamenti di verità che aveva impartito e anche per le opere di misericordia che attestavano in ogni caso l’identità di Dio Padre, che lui compiva soprattutto a beneficio degli ultimi, dei poveri, dei derelitti. Le opere di cui si parla del resto avevano giovato in un modo o nell’altro anche agli stessi increduli Giudei, se non altro perché avrebbero potuto capire che determinati fenomeni sono di provenienza divina. E invece si mostrano refrattari sia alle parole sia alle opere di Gesù. Il motivo fondamentale è che essi “non sono sue pecore.”
Questa espressione, come osserva Cipriani, potrebbe rimandare all’idea della predestinazione, per la quale Dio avrebbe destinato una parte dell’umanità alla comunione perenne con lui e per ciò stesso alla salvezza e la parte restante al peccato e alla dannazione. Sembrerebbe che Gesù, affermando questa distinzione implicita fra coloro che saranno salvati (le sue pecore) e coloro che si perdono, giustificherebbe questa posizione.
In realtà tutti quanti siamo destinati alla salvezza e ogni uomo per vocazione è orientato verso Dio, in questa vita e in quella futura. Occorre tuttavia che ci si decida risolutamente ad aderire alla parola di Cristo, che con determinazione ci si disponga ad accogliere il suo messaggio e con perseveranza a perseverare nella sua sequela attiva. Le “pecore” sono coloro che ascoltano la parola di Gesù e che si mettono al suo seguito senza riserve, che reagiscono con fiducia disinvolta alle sue sollecitazioni (come appunto fanno le pecore orientate dal loro pastore), che non obiettano alla consistenza dei suoi insegnamenti. Tutti possiamo essere “pecore” perché la redenzione e la salvezza sono destinate universalmente a tutti. Scopo della Chiesa, istituita da Cristo sul fondamento degli apostoli è appunto rendersi presenza sacramentale di colui che “pasce” il popolo di Dio, rendendo discepoli tuti gli uomini di tutte le nazioni nel ministero degli apostoli e dei loro successori. Responsabilità personale di coloro che ricevono l’annuncio è quella di ascoltare, assimilare, credere e seguire, nell’atteggiamento effettivo e reale delle pecore. Gesù infatti continua: “Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco e mi seguono”.
Come potrà invece usufruire dei benefici di salvezza chi si ostina a rifiutare l’annuncio di Cristo, omettendo di mostrarsi docile e remissivo, mostrandosi irriducibile nel non credere perfino di fronte all’evidenza?
Tutti siamo chiamati ad essere pecore di Gesù, perché Gesù non si è risparmiato per nessuno. Ha dato se stesso nel suo sacrificio sulla croce che ha raccolto tutti i popoli dispersi, riunendo lontani e vicini come in una sola persona e agevolando in tutti la vita e la salvezza. A noi è chiesto semplicemente di credere in lui, di aderire e di vivere senza esitazione. Ci viene chiesta una fede forte e radicata nell’umiltà, che ci faccia comprendere e far nostro l’amore inverosimile di chi ci chiama a sé dopo essersi sacrificato risolutamente e dopo aver dato al vita per noi.
Cristo infatti non si mostra pastore se non in conseguenza del suo essere stato “agnello”, vittima immolata il cui sangue sparso ci ha redenti: “L’agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.”(Ap 7,. 16 – 17). Questo fonda l’attendibilità delle affermazioni di Gesù intorno al ruolo di pastore che attribuisce a se stesso: non esercita un dominio gratuito e incondizionato che prorompe dall’alto al solo scopo di imporsi e di sottomettere, ma un ruolo di guida sollecita e paziente che gli deriva nient’altro che dall’amore con cui ha dato se stesso se nza riserve, concedendosi al sacrificio di immolazione. E’ pastore per il fatto che in primo luogo vuole essere agnello. E per l’appunto la salvezza appartiene a Dio seduto sul trono e all’Agnello (Ap 7, 10).
Niente è più convincente dell’amore manifestato per mezzo del sacrificio e appunto il sacrificio consumato da Cristo per tutti noi è un incentivo ad omettere ogni resistenza e a credere senza riserve e a testimoniare.
Nell’esperienza degli apostoli (I Lettura At 13) si evince l’amara esperienza della reticenza continua dei Giudei che si mostrano chiusi e refrattari a Cristo e al suo messaggio anche quando questi agisce nella forma invisibile per mezzo di Paolo e di Barnaba, che senza riserve si rendono latori del suo annuncio incontrando la medesima resistenza dei loro interlocutori. Ciò tuttavia non spegne l’azione dello Spirito e non scoraggia il ministero degli apostoli, perché essi continuano imperterriti e risoluti la loro missione, senza rinnegare la loro vocazione divina. Piuttosto, se gli ostinati Giudei si rifiutano di credere, essi si rivolgeranno ai pagani estendendo così la loro opera ad altri popoli appunto perché la salvezza non è delimitata né circoscritta ma è donata a chiunque crede. Come affermerà sempre Paolo in un altro contesto, la Parola di Dio non è incatenata (2 Tm 2, 10) e non si scoraggia alle ripulse e alle resistenze del cuori induriti. Se in alcuni luoghi è destinata a non portare frutto a causa dell’ostinazione dell’uomo, in altri produce il copioso dono di far comprendere che in essa Cristo è veramente il pastore che ha premura delle sue pecorelle, non importa chi siano, basta che mostrino docilità nell’ascoltarlo e nel seguirlo.
Disporsi all’ascolto e alla sequela produce infatti che si sperimentino i benefici dello stesso Cristo “pastore” che in quanto “agnello” non può non guidarci e sostenerci adeguatamente.
Gesù che ha condiviso le nostre stesse sofferenze addossandosi gli stessi dolori e al contempo condividendo tutte le nostre vicende, come pastore non può che comprenderci e indirizzarci verso sentieri adeguati per i nostri itinerari di vita; ci conduce verso il conseguimento delle mete e degli obiettivi a noi consoni orientandoci nei criteri di scelta vocazionale. E soprattutto conducendo ciascuno di noi alla meta universale della salvezza destinata a chiunque crede.

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