Archive pour la catégorie 'OMELIE PREDICH, DISCORSI E…♥♥♥'

28 MAGGIO 2017 | 7A DOM.: ASCENSIONE DI GESÙ – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/07-Ascensione/10-07a-Ascensione_A_2017-UD.htm

28 MAGGIO 2017 | 7A DOM.: ASCENSIONE DI GESÙ – A | OMELIA

ASCENSIONE DI GESU’ AL CIELO

Per cominciare
« Gesù è risorto dai morti e siede alla destra di Dio nei cieli », dice Paolo agli Efesini. E li invita a conoscere più profondamente Dio che si rivela in Gesù. Il vangelo di Matteo afferma che « alcuni dubitavano » anche durante le apparizioni di Gesù risorto. In realtà l’ascensione è il raggiungimento della fede piena da parte degli apostoli, che si rendono finalmente conto della identità divina di Gesù.

La parola di Dio
Atti 1,1-11. È l’inizio del libro degli Atti. I primi cinque versetti costituiscono il « prologo »: Luca riprende la narrazione dove l’aveva lasciata nel suo vangelo: Gesù risorto si mostra vivo, prima di salire al cielo. Gli altri versetti presentano il racconto dell’Ascensione di Gesù e la promessa dello Spirito Santo.
Efesini 1,17-23. Paolo riassume con grande partecipazione gli avvenimenti della risurrezione e ascensione di Gesù, che costituiscono la grande speranza a cui Dio ci ha chiamati. E prega perché i cristiani siano illuminati da Dio per comprendere che Gesù siede alla destra di Dio, e occupa la posizione più grande che si possa immaginare nel presente e nel futuro.
Matteo 28,16-20. Convocati in Galilea, gli apostoli ricevono da Gesù risorto il compito di ammaestrare e battezzare tutte le nazioni, e di diffondere il suo progetto evangelico di vita. E li rassicura che si troverà al loro fianco « fino alla fine del mondo ».

Riflettere
A differenza di Marco e Luca, il vangelo di Matteo non presenta l’ascensione. Ma si conclude con il mandato agli apostoli da parte del Risorto, a cui « è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra ». « Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli », dice loro Gesù, « insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato » (Mt 28,16-20). È la missione di Gesù che continua nei suoi apostoli, a cui egli conferisce i suoi stessi poteri.
Gesù che siede alla destra di Dio è la glorificazione e la riconciliazione definitiva dell’uomo con Dio. Gesù è il nuovo Adamo che torna al Padre dopo aver santificato, riscattato, purificato l’umanità con la sua morte in croce.
Gesù scompare visibilmente agli occhi degli apostoli, ma non abbandona l’uomo al suo destino. Inizia una presenza nuova, diversa, ma reale: nella chiesa, nei sacramenti, nel fratello che amiamo come lui e come fosse lui.
Credere nell’ascensione non significa pensare che Gesù d’ora in poi abiti in un « astro lontano », da cui potrebbe raggiungere la terra con qualche viaggio straordinario da astronauta; significa che è davvero vivo per noi e operante nel nostro mondo attraverso la nuova realtà della sua risurrezione.
Gesù è presente nei fratelli che soffrono: « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? » (At 9,4); è presente nei poveri e negli infelici: « Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare… » (Mt 25,31-46).
L’Ascensione è festa di fede. Siamo figli di Dio e il destino di Gesù è il nostro destino. « La vita è un paradiso, e tutti siamo in un paradiso, ma non vogliamo riconoscerlo: ché, se avessimo volontà di riconoscerlo, domani stesso si instaurerebbe in tutto il mondo il paradiso » (Fedor Dostoevskij).
« Perché state a guardare il cielo? », dicono i due angeli agli apostoli. Gesù tornerà un giorno e la terra dovrà essere preparata ad accoglierlo.
L’Ascensione è la festa della potenza di Dio, ma anche del valore della nostra vita quotidiana. La fedeltà di Gesù ha preparato la sua glorificazione; la nostra fedeltà prepara anche la nostra glorificazione. È festa dunque di impegno, di una presenza viva nel mondo, di motivazioni nuove, di accettazione delle sfide che la vita ci propone. « C’è qualcosa di peggio che avere un’anima cattiva », dice Peguy: « è avere un’anima da tutti i giorni ». L’ascensione ci infonde motivazioni nuove, una speranza che riposa nelle promesse di Dio

Attualizzare
John Kennedy da ragazzo voleva fare il giornalista, poi disse di aver scelto di fare il presidente degli Stati Uniti perché non intendeva raccontare soltanto le vicende importanti degli altri, ma voleva lui stesso essere protagonista di avvenimenti che altri avrebbero potuto raccontare di lui.
Era un ragazzo e non pensava che una cosa non nega necessariamente l’altra, anzi che si completano a vicenda. Così è stato del comando di Gesù agli apostoli: « Andate, ammaestrate tutte le genti. Fate discepoli tutti i popoli ». Leggendo i vangeli e il libro degli Atti ci si può convincere dell’entusiasmo che gli apostoli ci hanno messo per raccontare, scrivere e testimoniare le vicende e le parole di Gesù.
È noto che ogni evangelista presenta i fatti in una prospettiva originale, un po’ diversa dagli altri, funzionale alla sua finalità teologica. I racconti dell’ascensione in particolare sono pieni di simboli suggestivi, di tempo e di spazio.
Nel reportage di Luca compaiono uomini in vesti bianche, una nube che sottrae Gesù che sale al cielo… riferimenti ad antiche teofanie. Il biblista Ravasi dice che questi simboli non sono che una nuova, grande dichiarazione di fede nel Cristo risorto.
Luca chiude il suo vangelo con il racconto più lungo e più solenne dell’ascensione, e apre la sua seconda opera, gli Atti, con lo stesso racconto. Per Luca infatti l’ascensione è il vertice della Pasqua e quasi la spiegazione di quel prodigio che fu la risurrezione di Gesù.
L’ascensione non riduce la Pasqua di Gesù solo a un miracolo straordinario, quasi un ritorno alla vita di un cadavere, ma afferma che con la Pasqua è Dio che entra nel cuore dell’umanità e glorifica l’uomo Gesù.
È così che la fede dei discepoli, sempre incerta e dubbiosa, legata fino all’ultimo a prospettive terrene e nazionalistiche, nel momento dell’ascensione diventa finalmente piena.
L’ascensione è senza dubbio il momento in cui negli apostoli la fede in Gesù si fa più esplicita. Ora finalmente vedono l’uomo Gesù, un uomo straordinario, autorevole e sorprendente, ma anche debole e sconfitto, sedere con la sua umanità alla destra di Dio, Dio egli stesso.
Per questo andare in tutto il mondo a parlare e a scrivere di lui più che un comando è un’esigenza entusiasmante, come è stato per gli apostoli, che – come dice Luca – dopo averlo adorato se ne tornarono a Gerusalemme « pieni di gioia ».

Credere nell’Aldilà
« Secondo voi, che cosa c’è dopo la morte nell’Aldilà? ». La domanda è stata fatta da un’agenzia di sondaggi, la CSA, a 1024 francesi dai 18 anni in su. Le risposte:
- qualcosa, ma non so cosa 38%
- non c’è niente, il nulla 25%
- un’altra vita nell’aldilà 22%
- la reincarnazione 11%
- non risponde 4%

Cristo non ha mani
ha soltanto le nostre mani
per fare il suo lavoro oggi.
Cristo non ha piedi
ha soltanto i nostri piedi
per guidare gli uomini sui suoi sentieri.
Cristo non ha labbra
ha soltanto le nostre labbra
per raccontare di sé agli uomini di oggi.
Cristo non ha mezzi
ha soltanto il nostro aiuto
per condurre gli uomini a sé.
Noi siamo l’unica bibbia
che i popoli leggono ancora,
siamo l’unico messaggio di Dio
scritto in opere e parole.

21 MAGGIO 2017 | 6A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/06-Domenica/10-06a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

21 MAGGIO 2017 | 6A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Non vi lascerò orfani, ma verrò a voi…

Per cominciare
In questa domenica è centrale il tema dello Spirito che preannuncia la Pentecoste, che celebreremo tra quindici giorni. È nel segno dello Spirito Santo che si costruisce e si diffonde la nuova comunità cristiana attraverso gli apostoli. Lo Spirito li illumina e li guida nella loro testimonianza e mantiene viva la memoria di Gesù, ricordando a loro tutto ciò che ha detto e fatto.

La parola di Dio
Atti 8,5-8.14-17.
Gli apostoli vengono informati del successo della predicazione del diacono Filippo in Samaria e mandano Pietro e Giovanni a completare e ad autenticarne l’opera di evangelizzazione, ma anche per stabilire rapporti di fraternità fra la chiesa di Gerusalemme e quella nuova comunità. Gli apostoli impongono su di loro le mani e su quei nuovi credenti scende lo Spirito.
1 Pietro 3,15-18.
Pietro invita i nuovi cristiani a non lasciarsi andare di fronte ai contrasti e alle persecuzioni e di reagire nei loro confronti senza perdere la propria identità di cristiani, continuando a comportarsi con dolcezza, rispetto e retta coscienza, sempre pronti a rispondere a chiunque domandi « ragione della speranza » che è in loro.
Giovanni 14,15-21.
Ci viene proposto il seguito del capitolo 14 del vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato domenica scorsa. Gesù parla agli apostoli e le sue sono parole di calda amicizia, addirittura di tenerezza verso di loro. Gesù promette lo Spirito Santo agli apostoli e chiede a loro di essere pronti a riceverlo. Egli sarà « un altro consolatore », uno « spirito di verità » che li aiuterà a comprendere il rapporto speciale che c’è tra Gesù e il Padre e che dimorerà sempre con loro.

Riflettere
« Se mi amate », dice Gesù agli apostoli. E imbastisce un discorso pieno di tenerezza, quasi per far capire la fatica che fa a doversi separare da loro.
« Non vi lascerò orfani », promette Gesù, « tornerò da voi ». Gesù pronuncia queste parole alla vigilia della sua passione e morte. Nel momento più tragico della sua esistenza appare più preoccupato per loro che per sé, li invita a non avere paura, a non essere turbati, a non sentirsi soli nel momento in cui saranno chiamati alla prova più dura della loro vita e dovranno accorgersi della loro debolezza.
Sono le ultime raccomandazioni di Gesù prima della sua Pasqua. Gesù sa che « la sua ora » sta per compiersi. Sarà un’ora difficile e tragica, ma sarà anche il trionfo dell’amore e della verità, la vittoria del perdono sulla vendetta; la sconfitta della prepotenza e dell’ipocrisia del potere.
Gesù conosce lucidamente che gli apostoli lo tradiranno: lo dice a Pietro, lo dice a Giuda. Sa che lo tradiranno e abbandoneranno, che fingeranno di non conoscerlo, che perderanno fiducia nelle sue parole e si disperderanno. Ma Gesù non li libera da quella prova…
Li invita ad accogliere lo Spirito, che abita già in loro se lo amano e se sono fedeli al Padre osservando i suoi comandamenti.
Gesù lascia fisicamente i suoi, ma intende rimanere ancora tra loro e per sempre. Lo Spirito abiterà in loro, lo Spirito di verità che il mondo non conosce: « Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore ».
Il mondo non conosce lo Spirito, e ci sarà opposizione fra i discepoli e il mondo. Ma Gesù e lo Spirito saranno presenti nel mondo grazie a loro. Ogni volta che saranno pronti a rispondere a chi domanderà ragione della speranza che li anima.

Attualizzare
Nella seconda lettura, Pietro dice che tocca ai cristiani spiegare la speranza che li anima, che non toglie nulla alla vita reale, alle lotte e alle gioie che ognuno si ritrova a vivere.
Il cristianesimo non è prima di tutto una dottrina o un insieme di verità. O di pratiche di pietà e di devozioni. Ma è un incontro di amore con una persona viva, con Gesù di Nazaret. E attraverso di lui, anche con il Padre e lo Spirito Santo, che non solo esistono, ma addirittura abitano nell’animo di ogni credente.
Cristiani che non vivono quindi in un mondo orfano di Dio, ma che ne condividono fino in fondo i « sogni », che sono precisamente quelli della dignità e della promozione di ogni persona. Cristiani che sanno rendere ragione della loro speranza a un mondo che fa fatica ad averla. Cristiani che sono i primi a impegnarsi, gli ultimi a non arrendersi di fronte a un problema della società, nel mondo del lavoro, nel proprio condominio.
Perché ovunque c’è amore, lì c’è lo Spirito di Dio. Gesù sale al cielo e abbandona visibilmente i suoi discepoli, ma si rende presente in ogni persona che un cristiano serve e ama.
Si devono certo osservare i comandamenti, Gesù lo dice due volte in questo brano. Perché si è tanto più maturi, quanto più si è fedeli, quanto più ci si lega a scelte di vita che siano impegnative, su misura per noi, anche se controtendenza. Ma ogni comandamento, dice Gesù, è una manifestazione di amore. « Amare Dio e amare i fratelli », questa è la legge.
Allora viene lo Spirito « consolatore ». Colui che ti fa capire che stai camminando per la strada giusta e che ti illumina il cammino. Spirito che ti mette al fianco degli altri come consolatore, per aiutare anche altri ad affrontare la fatica di vivere e di vincere la solitudine.
« Sentiamo un grande, immenso bisogno che qualcuno ci ami, e il nostro egoismo preferisce quella sufficienza che è la dannata solitudine, l’inferno del cuore » (mons. Antonio Riboldi). La prima esigenza di ogni persona che ha smarrito il senso della vita o che vive come un peso una solitudine esistenziale è fargli conoscere Gesù di Nazaret, dargli la « bella notizia » che grazie allo Spirito egli vive tra noi e ci è di conforto.
Spirito che è novità di vita, fantasia divina, che ci suggerisce le strade giuste per fare del nostro mondo una grande famiglia che si ama. « Gli uomini di chiesa devono essere soprattutto buoni e mirare a uno scopo soltanto: creare degli uomini buoni » (Giuseppe Prezzolini).
Lo Spirito Santo è l’ultimo estremo dono di Gesù agli apostoli. Spirito che li renderà sicuri e forti. Aprirà loro gli occhi, comprenderanno il filo rosso che lega mirabilmente gli avvenimenti della vita di Gesù e la storia della salvezza.
Dopo che Filippo ha battezzato in Samaria, sono gli apostoli Pietro e Giovanni a donare lo Spirito. Da allora sarà sempre così. Sarà compito degli apostoli invocare lo Spirito sui nuovi battezzati. Oggi lo fanno quando amministrano la confermazione.
Si discute oggi sull’età della cresima, e anche sulla sua collocazione. Posta al termine del cammino di iniziazione cristiana, dopo il battesimo e l’eucaristia, dà la sensazione della conclusione di un cammino e i ragazzi sentono il bisogno di cambiare aria, come di chi ha terminato un corso di studi e non vuole ritornare sui banchi di scuola.
Un numero crescente di ragazzi sospende il catechismo già dopo al prima comunione e parecchi finiscono per non celebrare la cresima. Rimandandola forse alla vigilia del matrimonio.
Ma è la cresima che conferma la vita cristiana. Tanto che chi non è cresimato non può ritenersi pienamente inserito nella comunità cristiana e non dovrebbe svolgere attività significativa in parrocchia, come leggere in pubblico la parola di Dio.
Di questo sono sempre più consapevoli i vescovi, che sollecitano l’intervento della famiglia, e in sua assenza, dei nonni. Nonni che non hanno più la barba bianca, perché sono persone ancora vitali e spesso sono gli unici a potersi occupare dei nipoti, quando entrambi e genitori lavorano.
I vescovi si sono rivolti anche dei padrini e delle madrine, affermando che non dovrebbero sparire nel loro impegno il giorno dopo la celebrazione e la festa, ma dovrebbero trasformarsi in una specie di tutor, e accompagnare i ragazzi per tutta la vita.

La nostra vera vita
L’autore austriaco Thomas Bernhard (1931-1989) parla di tre vite vissute in qualche modo da ognuno di noi. C’è l’esistenza reale, registrata anche dai documenti o dai nostri ricordi. C’è un’altra vita fatta di fantasticherie, di castelli in aria, di chimere e miraggi. È anch’essa necessaria, purché non debordi cancellando la prima e rendendoci persone alienate e paranoiche. Ma è la terza vita che spesso sfugge a molti ed è quella interiore, profonda, spirituale. Veleggiamo sulla superficie degli eventi o ci astraiamo nel sogno, ma non scaviamo nell’anima, nella coscienza, nel recesso segreto del cuore.

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

14 MAGGIO 2017 | 5A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/05-Domenica/10-05a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

14 MAGGIO 2017 | 5A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Io sono la Via, la Verità e la Vita

Per cominciare
Non è facile vedere un filo unitario fra le letture bibliche di questa domenica, tutte bellissime e ricche di contenuto teologico. A parte l’evidente sfondo pasquale… L’elemento sicuro di novità è l’istituzione dei sette diaconi, per un servizio ai fratelli nella comunità. È la risposta immediata della nascente chiesa di Gesù a un problema nuovo.

La parola di Dio
Atti 6,1-7. La chiesa, guidata dallo Spirito, impara a organizzarsi. La scelta dei diaconi non è che un esempio, ma molto significativo, dei problemi nuovi che la comunità deve affrontare. Mentre cresce la coscienza di essere chiamata a continuare in forma responsabile la missione salvifica di Gesù.
1ª Pietro 2,4-9.
Il primo papa esorta a riconoscere l’identità di ogni cristiano, salvato da Cristo, pietra angolare scelta e preziosa davanti a Dio. È grazie al mistero pasquale infatti che i cristiani e la chiesa sono diventati stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo a cui Dio ha affidato il compito di proclamare le meraviglie da lui compiute.
Giovanni 14,1-12. Il brano fa parte dei « discorsi di addio » di Gesù ai discepoli, che l’evangelista colloca tra la sera del Giovedì santo e il momento dell’arresto. Gesù parla della sua andata al Padre. Ci va per « preparare loro un posto », dove potrà prenderli sempre con sé. È Gesù la « via » che rende questo viaggio possibile.

Riflettere
Il vangelo ci fa rivivere un momento particolarmente drammatico e pesante per Gesù. È la sera degli addii. Dopo il gesto della lavanda dei piedi, Gesù parla di ciò che lo attende. Giuda è appena uscito per consegnare il Maestro alle autorità ebraiche; anche Pietro – Gesù lo sa e lo fa capire – sta per tradirlo.
Gesù invita gli apostoli a non turbarsi. Questo verbo indica molto più che la semplice paura. Chi si turba vacilla, dubita, non ha più una visione lineare delle cose.
E poi li incoraggia ad avere più fiducia nel Padre e ad avere più fede anche in lui. A essi, che saranno turbati e si disperderanno durante la passione e lo potrebbero essere anche nel momento in cui Gesù li abbandonerà in modo visibile e definitivo con l’ascensione, affida il compito di costruire la chiesa e di assumere la sua missione.
Gesù rivela nel suo dire il rapporto strettissimo che lo lega al Padre e agli apostoli. E, nello stesso tempo, rivela la sua più profonda identità: « Chi ha visto me ha visto il Padre… Io sono nel Padre e il Padre è in me » (Gv 14,9-10).
Gli apostoli sembrano assediarlo con le loro domande. Vogliono sapere, ma appaiono come li abbiamo sempre conosciuti: duri nel comprendere, poco lucidi soprattutto nell’accettazione piena di ciò che si compie attorno a Gesù. Tommaso, ma anche Filippo, più di altri, si rivelano stranamente stonati.
Del resto il vangelo non risparmia agli apostoli l’immagine di persone incapaci di comprendere e tardi di cuore e nel complesso non fanno bella figura. Eppure sono episodi raccontati da loro nel momento della predicazione e della nascita della chiesa. E questo naturalmente depone a favore dell’autenticità storica di questi fatti.
Nella prima lettura si parla dei diaconi, una figura che è stata rivalutata dal Concilio Vaticano II, ma che non dappertutto ha trovato ancora la piena valorizzazione nelle comunità.
La seconda lettura invece fa riferimento alla piena dignità di ogni cristiano. Siamo pietre vive di una costruzione fondata sulla pietra angolare che è Cristo.

Attualizzare
Gesù nel vangelo di domenica scorsa afferma di essere la porta, oggi di essere la strada, la via, la verità, la vita. Sono parole che ci danno sicurezza. Ci siamo messi al suo seguito e non dobbiamo turbarci, né arrenderci di fronte alle inevitabili difficoltà della vita. La parola di Gesù dà sicurezza anche a quel progetto di vita che ognuno di noi deve realizzare in se stesso e che lo rende idoneo ad assumere il compito di farsi testimone e annunciatore.
Gesù, conoscendo bene gli apostoli, pare dire a loro, ma anche a noi, che non è nei suoi progetti toglierci i problemi, le difficoltà o le debolezze, ma di garantirci la sua presenza: « Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi ». E ancora: « Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò » (Gv 14,14).
« Nella casa del Padre mio vi sono molti posti! », dice poi Gesù, che prepara un posto agli apostoli e a ciascuno di noi. Tutti siamo chiamati alla salvezza. E di questa salvezza conosciamo la strada, che è Gesù.
La seconda lettura presenta la chiesa degli apostoli che si organizza e di fronte a un nuovo problema e lo affronta con fantasia e senza paura di intraprendere qualcosa di inedito. Una chiesa che ci piace, una comunità che è un organismo vivo.
Nascono da questa chiesa i diaconi e la loro elezione appare solenne: di loro si elencano i nomi, così come per la scelta dei dodici apostoli: « Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia » (At 6,5). Nella storia tra i diaconi, oltre a Lorenzo, ricordiamo figure straordinarie come san Lorenzo e Francesco d’Assisi.
Nella chiesa di oggi per poter essere ordinato diacono permanente il candidato deve aver dato prova di essere impegnato in qualche servizio apostolico, essersi distinto tra i fedeli per lo spirito di fede, di amore alla chiesa, per una particolare disponibilità al servizio, al dialogo, alla collaborazione. Deve avere maturità e senso di responsabilità, predisposizione a comunicare con i poveri.
Inoltre deve avere almeno 25 anni se è celibe, e 35 se è sposato. Chi è celibe in seguito non potrà più sposarsi; chi invece è sposato deve avere il consenso della moglie. Invece non hanno importanza né la classe sociale, né il titolo di studio del nuovo diacono.
Il diaconato permanente è stata davvero una magnifica intuizione della chiesa primitiva, ed è stato rivalutato dopo il Vaticano II. Dobbiamo aspettarci in futuro altre novità? Certamente, anche se oggi sembra che viviamo un momento di stallo. Per esempio, riconoscere nella comunità cristiana maggior rilievo alla donna ai fini di una nuova evangelizzazione.

Diaconi per la chiesa di oggi
Il diacono Gino fa il camionista da tutta la vita. Il suo incarico è di preparare gli adulti al battesimo e alla cresima. « È un impegno che mi dà l’occasione di andare nelle case, di avvicinare famiglie di ogni tipo », dice. Mario invece fa il commercialista a Napoli, ed è amico di molti professionisti. Da giovane è stato ufficiale di marina. Albert è professore di pedagogia religiosa all’Università di Tübingen in Gemania. Ha tre figli e fa il diacono nella parrocchia St. Laurentius, dove ha introdotto la catechesi familiare. André è un poliziotto parigino che ha avuto sin da ragazzo un posto fisso in parrocchia. Giuseppe fa il tranviere in una grande città del nord. Vive in un quartiere particolarmente bisognoso e cominciò a occuparsi dei ragazzi abbandonati, coinvolgendo anche la moglie e gli amici. Diventare diacono per lui è stata una cosa naturale. I suoi compagni di lavoro gli dicono: « Ecco, accetteremmo volentieri uno come te come nostro prete! ».
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

7 MAGGIO 2017 | 4A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/04-Domenica/10-04a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

7 MAGGIO 2017 | 4A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Io sono il Buon Pastore

Per cominciare
Oggi, domenica del Buon Pastore, è la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Il sacerdozio è un grande dono di Gesù. Cristo Risorto si è mostrato visibilmente, ma ha poi inviato i suoi apostoli, e ha dato loro pieni poteri: « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ». Ha fatto di ogni prete un altro se stesso, ha detto a loro di continuare la sua opera di evangelizzazione.

La parola di Dio
Atti 2,14a.36-41.
Il giorno di Pentecoste Pietro incomincia a fare « il pescatore di uomini ». È come sempre un uomo pronto ed entusiasta, ma adesso si mette con il suo temperamento a servizio della predicazione e della testimonianza del nome di Gesù.
1 Pietro 2,20b-25.
Pietro parla ormai ai cristiani della chiesa costituita, li invita a imitare Cristo, ad accoglierlo come Pastore. È l’inizio del suo magistero, del suo ministero. « Eravate erranti come pecore senza pastore… », ora siete una comunità.
Giovanni 10,1-10.
Gesù usa la metafora del buon pastore e parla di un rapporto vivo, efficacissimo tra il pastore e le sue pecore. Parole che indicano il desiderio di avere con ciascuno di noi un’amicizia personale e intima.

Riflettere
Il brano degli Atti degli apostoli presenta il secondo dei numerosi discorsi che Luca inserisce nelle vicende della chiesa delle origini, che sono destinati a spiegare a chi legge ciò che sta avvenendo.
Pietro il giorno di Pentecoste spiega a chi li prende per ubriachi il senso di ciò che è avvenuto, il vento impetuoso, il fragore, le lingue di fuoco e il parlare in lingue. Dimostrando di conoscere bene le scritture, cita alcuni passaggi dell’antico testamento che sarebbero inspiegabili, senza la risurrezione di Gesù.
Investito dallo Spirito, accusa poi gli ebrei di aver crocifisso Gesù. Alle sue parole la gente si sente trafiggere il cuore, si apre al pentimento e riceve il battesimo. Sono migliaia, il primo nucleo del nuovo Israele.
Il vangelo di Giovanni ci presenta un Gesù inesauribile nel dichiarare il rapporto di amore e di alleanza che vuole avere con ciascuno di noi: qui si paragona al pastore, che a quel tempo aveva un legame strettissimo con le sue pecore. Il pastore conosce e ama le sue pecore a una a una, cammina con loro. Ed esse riconoscono la sua voce, lo seguono, si fidano di lui.
« Io sono la porta delle pecore », dice Gesù. E fa riferimento alla porta che si trova nel lato nord-est del muro, non lontano dal tempio di Gerusalemme. È davanti al tempio e a quella che era chiamata la « Porta delle Pecore », presso l’attuale Piscina Probatica o « delle pecore » che Gesù, ha detto con solennità: « Io sono il buon pastore… Io sono la porta delle pecore ».
Gesù si presenta in questo modo nella figura del vero pastore del popolo di Dio. Gesù, come Iahvè (ricordiamo il celebre Salmo 23: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome…). Ma qui Gesù si definisce in qualche modo anche « la porta del tempio », cioè la porta che conduce al luogo che rappresenta il cuore della religiosità degli ebrei.
Gesù si contrappone ai farisei. Essi cacciano dalla sinagoga quelli che credono in Gesù (cf « il cieco nato »). Egli afferma al contrario in modo assoluto (« Io sono ») che lui è autorizzato a essere la porta che conduce alla salvezza: « Se uno entra attraverso me sarà salvo ».
Essi invece non amano le pecore, non le conoscono, non le liberano, non sono al loro servizio, ma impongono su di loro pesi smisurati. Ma le pecore non ascoltano questi falsi pastori, non li seguono.
« Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza ». Attraverso la « Porta delle Pecore » entravano le pecore che venivano sacrificate nel tempio. Ma Gesù non solo non uccide le sue pecore, ma dà la vita per loro.
Attenzione ai verbi che vengono usati da Giovanni in questo brano: « entrare », « ascoltare », « condurre », « seguire », « conoscere »: tutti richiamano un rapporto speciale del pastore con le pecore, e, fuori metafora, del cristiano con Gesù.

Attualizzare
La prima considerazione e la prima domanda che dobbiamo farci quest’oggi è questa: piaccia o non piaccia, ognuno di noi segue dei modelli e si lascia influenzare nelle sue scelte da qualcuno, da qualcosa. Chi influisce di più nei nostri orientamenti di vita? È Cristo il nostro riferimento, il nostro pastore?
« Io sono la porta », dice di sé Gesù. Legando questa immagine meno consueta a quella del buon pastore. « Porta » indica libertà, possibilità di fuga e di ritorno; indica anche passaggio, dialogo, comunicazione.
In questo ultimo senso, è un’immagine dai significati attualissimi. Perché la nostra è l’epoca dei cellulari e della comunicazione (« Ovunque c’è un occhio. Ovunque c’è un obiettivo », scrive Milan Kundera, sottolineando anche i rischi degli eccessi e dell’invadenza), ma è anche l’epoca delle divisioni nette, delle incomprensioni, dell’innalzamento di nuovi muri, soprattutto simbolici. Bella invece l’immagine della porta, perché dice « lasciar passare », superare barriere, accogliere.
Questa è la domenica mondiale dedicata alla preghiera per le vocazioni. Secolarizzazione, edonismo, riduzione delle nascite, indisponibilità ad assumere impegni a lungo termine… sono alcune delle cause dell’attuale crisi delle vocazioni. « Mancano atteggiamenti di fondo in grado di dar vita a un’autentica cultura vocazionale » (Giovanni Paolo II).
In realtà ogni vita è vocazione e il primo « sì » a Dio lo diciamo accogliendo la vita, rispondendo alla chiamata di accettarci e di realizzarci secondo i piani che Dio ha sulla nostra vita.
Oggi ci sono tante forme di rifiuto della vita. E c’è anche chi è incapace di dire « grazie » per il dono della vita.
In questo clima è normale che non ci si senta di assumere impegni duraturi e impegnativi, sia di tipo matrimoniale che a servizio diretto della chiesa.
Ma la mancanza di vocazioni sacerdotali è un problema serissimo per le comunità cristiane. « Lasciate una parrocchia vent’anni senza prete e vedrete che si adoreranno le bestie », pare abbia detto il santo Curato d’Ars con un assoluto e tragico realismo, di cui tutti dovremmo farci carico.
Sono i sacerdoti a garantire l’eucaristia e la riconciliazione, che costruiscono la vita dei credenti e della comunità cristiana.

Il vero pastore nel sogno di Giovanni Paolo II
« Degli otto viaggi di Giovanni Paolo II in Africa, ricordo soprattutto il racconto di un sogno », ricordava il giornalista di Avvenire Silvano Stracca. Lo aveva narrato a Kaduna, in Nigeria, parlando in cattedrale ai catechisti. Era il febbraio del 1982 ed erano trascorsi solo nove mesi dai tre colpi di Alì Agca in piazza San Pietro, il 13 maggio di un anno prima. « Ieri », aveva raccontato il Papa, « ho sognato di trovarmi a colloquio con san Pietro, il quale mi chiese che cosa stavo facendo. Risposi: mi trovo in Nigeria. E san Pietro: non ci credo. Ho incontrato i giovani di Onitsha. E san Pietro: non ci credo. Sì che è vero, insisto io; e stamattina ho perfino ordinato cento preti a Kaduna e domani andrò a parlare all’università di Ibadan; e poi mi stanno aspettando nel Benin, nel Gabon e nella Guinea Equatoriale. Ma san Pietro non si convinse ancora. Allora gli mostrai la mia veste bianca dicendo: « Guarda com’è rossa della polvere per la strada che ho percorso ». Solo allora », concluse il Papa, « san Pietro mi ha creduto ». Vi riconosceranno che siete miei discepoli dalla polvere che sporca i vostri vestiti, ripeterebbe Gesù oggi.

Festa della mamma
C’è una donna che ha qualcosa di Dio per l’immensità del suo amore e molto di un angelo per l’instancabile sollecitudine verso i suoi cari.
Una donna che, da giovane, ha la saggezza di un’anziana e, nella vecchiaia, lavora con il vigore della gioventù.
Una donna che se è povera, è soddisfatta dalla felicità di coloro che ama; se è ricca darebbe volentieri tutto il suo tesoro per non subire la ferita dell’ingratitudine.
Una donna che pur essendo vigorosa, trema al pianto di un bambino e, pur essendo debole, ha il coraggio di un leone.
Questa donna è la mamma

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

30 APRILE 2017 | 3A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/03-Domenica/10-03a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

30 APRILE 2017 | 3A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

I discepoli di Emmaus

Per cominciare
La Quaresima che prepara alla Pasqua ha una durata di 40 giorni; il tempo di Pasqua è di sette settimane, cioè di 50 giorni. Sono giorni di gioia, un’occasione preziosa per riflettere sulla risurrezione di Gesù e sulla prima testimonianza della chiesa nascente. I due discepoli di Emmaus ci aiutano ad accogliere con maggior convinzione il Cristo risorto

La parola di Dio
Atti 2,14a.22-33. Il giorno di Pentecoste è il giorno del riscatto dell’apostolo Pietro. A Gerusalemme c’è gran folla ed egli si alza insieme agli altri undici apostoli, prende la parola a voce alta e testimonia la risurrezione di Gesù.
1 Pietro 1,17-21. Il primo papa ricorda ai cristiani l’impegno della vita nuova, per essere pronti al giudizio del Padre. Dice: « Ricordatevi che siete stati riscattati con il sangue prezioso di Cristo ». Ma li rassicura, dicendo che il Padre ha messo a fondamento della loro speranza la risurrezione di Gesù dai morti.
Luca 24,13-35. È il notissimo episodio dei discepoli di Emmaus. I due abbandonano Gerusalemme, nonostante le molte testimonianze sul ritorno alla vita di Gesù. Loro non credono alle parole delle donne e degli altri, ma Gesù si affianca a loro, li aiuta a leggere le Scritture e li rende suoi testimoni.

Riflettere
Il racconto dei discepoli di Emmaus nasce dalla raffinata arte narrativa di Luca. È uno degli episodi più belli della Pasqua di Cristo. È la parabola della scelta di fede, che è frutto di una faticosa ricerca, di un cammino che può essere difficile.
E di cammino si parla qui. Camminare è una delle parole-chiave della bibbia. Un camminare che è un crescere nello spirito. « Camminate nella verità », « Camminate nell’amore » sono espressioni care a Paolo e a Giovanni. Gesù ha detto con più profondità: « Camminate nella luce ».
È il pomeriggio di Pasqua, dopo il grande sabato ebraico. Questi due discepoli non ce la fanno più e abbandonano tutto, tornano a casa loro. I loro dubbi e la loro diffidenza fanno così bene alla nostra fede. Non tanto perché ci ritroviamo in loro, quanto perché ci caricano di certezze sulla risurrezione di Gesù. Come avrebbero potuto inventarsi la risurrezione questi uomini che non vogliono credere e dubitato anche dopo che si è presentato risorto? Come loro, così Tommaso, ma anche Pietro e gli altri, che non si fidano delle donne e si spaventano, più che rallegrarsi.
I due discepoli hanno abbandonato il gruppo. La prova e la delusione spengono la generosità e l’amore. Ci si riprende ciò che si aveva donato, si bada ai fatti propri, alla propria felicità individuale, ai propri interessi. Hanno dato fiducia a Gesù, che è morto in croce. Hanno sentito che forse è avvenuto qualcosa di nuovo e di sorprendente, ma non vogliono essere nuovamente delusi. Paolo dice: « Se Cristo non fosse risorto noi saremmo i più miserabili degli uomini ». Ed è esattamente quel che capita a questi due discepoli tentati dalla rassegnazione. Vogliono dimenticare e voltare pagina. Accontentarsi di una vita assolutamente feriale. È incredibile come si possa mettere tra parentesi tutto ciò che si visto e si è vissuto.
Gesù si affianca a loro nella maniera più normale. Non è « il maestro » autorevole della vita pubblica questa volta, ma un semplice « catechista » che aiuta i due discepoli a leggere le scritture e a capire il collegamento tra la parola e gli avvenimenti capitati a Gerusalemme in quei giorni.
Lo riconoscono nello spezzare il pane… in un gesto probabilmente abituale di Gesù con i discepoli. Un gesto semplice e umano che li aiuta a credere. Gesù è presente anche quando scompare ai loro occhi, e oggi, come allora, nello spezzare il pane della domenica. Fino alla fine del mondo.
Ed ecco che, stanchi com’erano – era ormai sera – si mettono a correre e ritornano sui loro passi. E la loro testimonianza si aggiunge a quella degli apostoli e di Pietro, a cui il Signore è apparso.

Attualizzare
Emmaus. « È curioso che gli studiosi non si siano ancora accordati sull’identificazione esatta di questo villaggio citato dall’evangelista Luca per una delle più famose apparizioni del Cristo risorto: tre o quattro località si contendono questo onore. Forse tale molteplicità potrebbe essere assunta a segno. Infatti la strada e il villaggio di Emmaus sono anche in ogni luogo dove i cristiani vivono la loro fede: l’incontro col Cristo risorto avviene infatti, per quei discepoli e per noi, quando la Scrittura è proclamata e ascoltata e quando il pane eucaristico è spezzato » (Gianfranco Ravasi).
Un tempo questa pagina di vangelo si leggeva il lunedì di Pasqua e la fuga dei due discepoli era vista come una scampagnata fuori porta, che si concludeva con l’incontro con il Risorto. In realtà niente di più serio della loro partenza.
Si aspettavano un Gesù diverso. « Noi speravamo che fosse lui a liberare il popolo di Israele! ». Ma la vittoria di Gesù è su un altro versante. È la vittoria della croce ed è difficile da capire e da accettare. Anche dopo duemila anni. Di fronte alla prova personale, alla fatica, alle delusioni è difficile pensare che lì il Signore vince ed è presente risorto. Che la strada che ti fa soffrire è quella che ti salva.
Qualcuno ha scritto che Gino Strada, il famoso medico chirurgo fondatore di Emergensy, un’organizzazione di medici volontari presenti in molti paesi a soccorso delle vittime della guerra, da qualche tempo non sorride più, nemmeno quando viene intervistato alla televisione. Dopo aver assistito a tante guerre, è profondamente deluso e ormai non crede più che l’uomo sia capace di costruire la pace. È la stessa tristezza che ha preso i discepoli di Emmaus. Così simile a ciò che proviamo noi quando qualcosa ci delude.
Anche il nostro è a volte un cammino per una strada in terra battuta e assolata che da Gerusalemme conduce a Emmaus. Anche noi siamo in fuga, in ricerca, dubbiosi. Non crediamo più che le situazioni possano cambiare in meglio, che l’umanità possa una buona volta risorgere. Non ci fidiamo di ciò che dicono su Gesù gli altri, i cristiani, la chiesa, i preti…
Il Risorto si mette al nostro fianco: ci parla, ci dona il suo corpo e il suo sangue, è con noi, ci infonde la speranza nell’uomo, nella storia, nel presente e nel futuro.

Qualcuno però camminava al nostro fianco
« A chi di noi non è familiare l’albergo di Emmaus? Chi non ha camminato per questa strada, una sera in cui tutto sembrava perduto? Cristo era morto dentro di noi. Ce l’avevano preso: il mondo, i filosofi, e i sapienti, le nostre passioni. Non c’era più Gesù per noi, sulla terra. Andavamo per una strada e Qualcuno camminava al nostro fianco. Eravamo soli e non più soli. È sera. Ecco una porta spalancata, l’oscurità d’una stanza in cui la fiamma del focolare non rischiara che la terra battuta e fa danzare le ombre, Oh, pane spezzato! Oh frazione del pane consumato malgrado tanta miseria! « Resta con noi, Signore, perché si fa sera »" (François Mauriac).

Mostrati, Signore
A tutti i cercatori del tuo volto, mostrati, Signore; a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore; con quanti si mettono in cammino e non sanno dove andare, cammina, Signore; affiancati e cammina con tutti i disperati sulle strade di Emmaus; e non offenderti se essi non sanno che sei tu ad andare con loro, tu che li rendi inquieti e incendi i loro cuori; non sanno che ti portano dentro: con loro fermati poiché si fa sera e la notte è buia e lunga, Signore (David Maria Turoldo),

1° maggio
Questa domenica pasquale spesso la viviamo a pochi giorni dalla tradizionale festa dei lavoratori. Le parole di Gesù: « Non vi lascerò orfani », e quelle di Pietro: « Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi », si fondono con un’epica storia di rivendicazioni e di lotte per la dignità e il lavoro. Niente di più attuale, soprattutto per i giovani. Se non tocca alla chiesa indicare le strade per risolvere i nuovi problemi occupazionali, c’è da domandarsi a chi tocca, dal momento che economisti, politici e sindacalisti hanno inventato per i nostri giovani in cerca di futuro soltanto varie e fantasiose forme di lavori senza garanzie: contratti di formazione, lavori a progetto, call center, job on call e simili precarietà, che non li metteranno mai nelle condizioni di lasciare la casa dei loro genitori e di iniziare una propria famiglia.
Oggi molto meno di ieri si accusa la chiesa di insensibilità nei confronti della società, ma i lavoratori delle fabbriche non smettono di pensare che la chiesa sia lontana dai problemi reali e dal mondo del lavoro. Così dice don Gianni Oderda, l’ultimo prete operaio della diocesi di Torino, che lavora alla Fiat Avio. Se non è una leggenda metropolitana, qualche anno fa si diceva che il cardinal Pellegrino auspicasse che fossero ordinati anche dei preti che non avessero fatto studi classici o universitari. Preti quindi più vicini alla gente comune e al mondo del lavoro. Lo stesso Giovanni Paolo II era orgoglioso di essere stato in gioventù un operaio e sostenne con entusiasmo le lotte sindacali in Polonia. Ma c’è ancora l’idea che a diventare cristiani e a sbilanciarsi nei confronti della chiesa si finisce per cambiare campo, per condurre una vita lontana dalle dure problematiche del vivere quotidiano.
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

23 APRILE 2017 | 2A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/02-Domenica/10-02a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

23 APRILE 2017 | 2A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Per cominciare
La chiesa a otto giorni dalla Pasqua propone in tutti i tre anni il vangelo di Tommaso. Il suo rifiuto di credere è funzionale al rafforzamento della fede dei credenti lungo i secoli. Ma testimonia anche l’eccezionalità sorprendente della risurrezione di Cristo.
La parola di Dio

Atti 2,42-47.
Ecco la nuova comunità cristiana nata dalla risurrezione di Cristo, che cresce di numero e si organizza. È animata dalla parola degli apostoli, vive la più schietta comunione fraterna nella condivisione dell’eucaristia (la frazione del pane) e nella preghiera comune. Tra loro avvengono anche prodigi e miracoli, sono stimati dal popolo, il clima è quello della gioia e della semplicità.
1 Pietro 20,19-31.
Pietro sembra parlare già da primo papa e incoraggia la comunità cristiana a perseverare nella vera fede e ad affidarsi a Cristo risorto. Del resto egli è certo dell’amore che i nuovi cristiani nutrono per Gesù, anche se molti di loro lo hanno conosciuto solo attraverso la testimonianza degli apostoli.
Giovanni 20,19-31.
È domenica e Gesù sorprende gli apostoli presentandosi a loro vivo, mostrando le mani e il costato trafitti. Non c’è Tommaso tra di loro ed egli non crede alla loro testimonianza. Otto giorni dopo Gesù è di nuovo tra loro e questa volta c’è anche Tommaso, che, di fronte all’evidenza, compie un profondo atto di fede.
Riflettere
Questa è l’ »Ottava di Pasqua » (Domenica in albis). In antico i nuovi battezzati, che avevano ricevuto battesimo, cresima ed eucaristia nella notte di Pasqua, oggi deponevano la veste bianca ricevuta in quella circostanza e partecipavano a pieno titolo all’eucaristia insieme agli altri.
Come la risurrezione, le apparizioni di Gesù avvengono nel giorno del Signore, il primo dopo il sabato. Di qui la celebrazione della risurrezione di Cristo settimanale nel giorno di domenica, a sostituzione del sabato.
I discepoli passano dalla paura alla gioia. Gesù si presenta senza alcun rancore per la loro fede debole. Li saluta: « Pace a voi! ». Mostra loro le mani e il costato, alita su di loro, e il suo soffio creatore dà alla chiesa nella loro persona il dono dello Spirito per il perdono dei peccati.
Manca Tommaso, uno dei dodici. Egli non presta fede al loro racconto, alla loro testimonianza.
Tommaso aveva certamente negli occhi la morte di Gesù: quelle mani trafitte, quel petto squarciato dalla lancia del centurione. Non ha voluto credere a poco prezzo. « Ma che cosa dite? Che Gesù è risorto? Che è vivo? Non facciamoci prendere da altre illusioni, non andiamo incontro ad altre delusioni! ».
Probabilmente Tommaso aveva sentito più degli altri la sconfitta per la fine in croce di Gesù. Ma quando Gesù gli si presenta mostrando le piaghe aperte, egli si convince di non avere mai veramente dubitato.
Gesù accoglie la sfida. Entra a porte chiuse, si presenta a Tommaso, lo convince mostrandogli le mani e il costato. Tommaso esce nel più maturo atto di fede: « Mio Signore e mio Dio! ». Alla fine sembra proprio Tommaso quello che esprime la fede più esplicita e matura.
Gesù conclude, pensando ai futuri cristiani e quindi a noi: « Beati quelli che pur non avendo visto crederanno ».

Attualizzare
Lo stesso brano del vangelo di Giovanni, che riporta l’episodio di Tommaso, ritorna nei tre anni, quasi a voler ricuperare per chi ha vissuto distrattamente la Pasqua, la realtà del Cristo risorto.
Tommaso viene visto volentieri come un uomo moderno, razionale, critico, non facilmente influenzabile.
Non accetta la testimonianza degli apostoli, non gli basta. Qualcosa non ha funzionato, qualcosa non lo ha abbastanza convinto. Forse non la mancanza di entusiasmo e di gioia o di credibilità degli apostoli e degli altri. Probabilmente è l’esperienza tragica della fine tra i tormenti di Gesù, che toglie ogni dubbio sulla sua morte, oppure la paura di essere ingannato ancora una volta, e soprattutto l’assoluta eccezionalità della risurrezione.
Gesù accetta la sfida di Tommaso e accetta anche la sfida dell’uomo d’oggi. È il Gesù risorto, che passa attraverso i muri, ma è anche il Gesù umanissimo e piagato, con i segni della passione. Il Gesù storico, che ha vissuto l’amicizia con Tommaso, che ha condiviso tutto con gli apostoli e porta nel cuore ciò che hanno vissuto insieme. « Toccatemi, datemi da mangiare », dice loro. Non fa il risentito, li accetta come sono e rinnova l’amicizia. È questo che può far crollare i Tommaso di ieri e di oggi.
Ma questa domenica è destinata soprattutto a riflettere su quella chiesa primitiva che comincia a esistere e a esprimere nei rapporti reciproci uno spirito inedito. « È apparsa un’altra generazione… », scrive Gregorio di Nissa, riferendosi alla comunità nata dalla Pasqua, « un’altra maniera di vivere ».
È una comunità in ascolto della parola trasmessa dagli apostoli, che vive la koinonìa, un’unione fraterna che arriva a condividere i beni di cui dispone, e si ritrova e si esprime nella frazione del pane, che segue i racconti e la testimonianza degli apostoli, vissuti con Gesù negli anni della vita pubblica, e ai quali egli ha fatto il dono di presentarsi risorto.

« Domenica della Misericordia »
Giovanni Paolo II ha voluto che l’ottava di Pasqua fosse la « Giornata della Misericordia », secondo la richiesta fatta da Gesù in una visione privata a Santa Faustyna Kowalska, delle suore della Beata vergine Maria della Misericordia a Varsavia, proclamata santa nel 2000 a Cracovia.
Il 22 febbraio 1931 Gesù ordinò a suor Faustyna di dipingere un’immagine secondo un modello che le venne mostrato e le parlò della misericordia. Le disse: « Voglio che la prima domenica dopo Pasqua sia la festa della misericordia ».
Giovanni Paolo II ha consacrato nel 2002 un santuario a Cracovia dedicato proprio alla « Divina Misericordia ». « La Provvidenza ha disposto che Giovanni Paolo II morisse proprio alla vigilia di questo giorno », ha detto Benedetto XVI, « nelle mani della Misericordia Divina. Quelle sacre piaghe, nelle mani, nei piedi e nel costato sono sorgente inesauribile di fede, di speranza e di amore a cui ognuno può attingere, specialmente le anime più assetate della divina misericordia ».
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

13 APRILE 2017 |GIOVEDI SANTO – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/03-Quaresima_A/Omelie/7-Giovedi-santo/14-Giovedi-Santo_A_2017-SG.htm

13 APRILE 2017 |GIOVEDI SANTO – A | OMELIA

LA CENA DEL SIGNORE: I DONI DI GESU’

PENSIERO INTRODUTTIVO ALLA S. MESSA

La sera del Giovedì Santo è colma di ricordi, di sentimenti e di fatti prodigiosi. E’ nel Cenacolo che Gesù ci ha fatto i Suoi doni più preziosi.
Infatti è nel Cenacolo che Egli ci ha regalato il precetto della carità: « Amatevi come io vi ho amati ».
E’ nel Cenacolo che ci ha dato la divina Eucaristia, come Sacrificio e come Comunione.
E’ nel Cenacolo che ha donato alla sua Chiesa i Sacerdoti « strumenti vivi di Gesù Eterno Sacerdote », come dice il Concilio (P O, N. 12).
Ed è ancora nel Cenacolo che Gesù conferirà agli Apostoli il potere di rimettere i peccati ed invierà lo Spirito Santo.
Ogni nostra Casa deve essere un Cenacolo, in cui regna sovrana la carità, il fervore eucaristico; in cui si implorano sante vocazioni sacerdotali e nelle quali passeggia costantemente la Madonna come Mamma, irresistibile calamita dello Spirito Santo.

La sera del Giovedì Santo è colma di ricordi, di sentimenti e di fatti prodigiosi. E’ nel Cenacolo che Gesù ci ha fatto i Suoi doni più preziosi.
Infatti è nel Cenacolo che Egli ci ha regalato il precetto della carità: « Amatevi come io vi ho amati ».
E’ nel Cenacolo che ci ha dato la divina Eucaristia, come Sacrificio e come Comunione.
E’ nel Cenacolo che ha donato alla sua Chiesa i Sacerdoti « strumenti vivi di Gesù Eterno Sacerdote », come dice il Concilio (P O, N. 12).
Ed è ancora nel Cenacolo che Gesù conferirà agli Apostoli il potere di rimettere i peccati ed invierà lo Spirito Santo.
Ogni nostra Casa deve essere un Cenacolo, in cui regna sovrana la carità, il fervore eucaristico; in cui si implorano sante vocazioni sacerdotali e nelle quali passeggia costantemente la Madonna come Mamma, irresistibile calamita dello Spirito Santo.
Vangelo: « Li amò sino alla fine » (Gv. 12,1-15)
Oggi – Giovedì Santo – la Chiesa commemora l’istituzione della SS.ma Eucaristia da parte di Gesù durante l’Ultima Cena.
Gesù, offrendosi liberamente alla sua Passione, prese il pane… lo spezzò… lo diede ai suoi discepoli e disse: « Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi ».
Così Gesù invita tutti gli uomini ad accostarsi sempre all’Eucaristia, che per tutti è inestimabile fonte di Grazia, sorgente di vita eterna, insostituibile nutrimento per la santità.
Ma che cosa succede? Davanti all’offerta di questo pane celeste, troppe anime preferiscono digiunare e morire spiritualmente, abbandonando questo cibo soprannaturale.
In tutte le parti del mondo i carcerati, quando vogliono protestare per qualche cosa, iniziano lo sciopero della fame.
Gandhi in India, con i suoi famosi digiuni, faceva tremare gl’Inglesi e otteneva le riforme sociali che desiderava.
Il mondo si commuove dinanzi a questi casi. Il digiuno volontario stupisce e reca sdegno o preoccupa come qualcosa che si avvicina al suicidio.
Eppure nessuno si sdegna, si stupisce o si preoccupa se le anime si astengono volontariamente dalla SS.ma Eucaristia.
E intanto specialmente i giovani, privi di quest’alimento spirituale, languiscono e sbiancano indeboliti, e marciscono travolti dalle passioni e dai vizi.
E’ per rimediare a questa tragedia che anche noi siamo chiamati a diffondere e a propagare la devozione alla Comunione frequente.
Il Concilio ha detto: « La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli… si nutrano alla mensa del Corpo del Signore » tutte le volte che partecipano al Sacrificio della Messa (S C 48),.
Anche in questo Don Bosco ha preceduto il Concilio Vaticano II. Scrive infatti il suo Biografo (Don Lemoyne). « Don Bosco fu l’apostolo della Comunione frequente » (MB 4,457).
Il Santo diceva: « Ogni volta che assistiamo alla S. Messa, procuriamo… di fare la nostra S. Comunione » (MB 6,1°71). E aggiungeva: « La frequente comunione è la grande colonna che tiene su il mondo morale e materiale, affinché non cada in rovina » (MB 6,58).
(Un volta un protestante disse all’autore di Ortodossia: – Se è vero che nell’Eucaristia si riceve realmente Gesù Cristo, come mai i cristiani del passato, e anche oggigiorno, si avvicinano così di rado alla Comunione?

Non fu sempre così).
L’uso della Comunione frequente (quotidiana o plurisettimanale) è già suggerita dalla stessa istituzione dell’Eucaristia e dalla materia scelta per questo Sacramento.
Infatti Gesù parlò di « pane disceso dal cielo », di « pane di vita », rivelandone le analogia con la manna del deserto, e assicurò che « chi mangia di questo pane, vivrà (Gv. 6,59).
I discepoli poterono senza difficoltà comprendere il valore di questa esemplificazione; e come ogni giorno gli Ebrei si nutrirono della manna del deserto, così ogni giorno l’anima ha il suo nutrimento nel pane celeste,
Fin dai primi tempi del Cristianesimo, i fedeli compresero in pieno il desiderio di Gesù; essi si riunivano spessissimo per la preghiera e la « fractio panis »: lo spezzare del pane.
Poiché il Maestro aveva detto di ripetere la Cena in sua memoria, essi si riunivano in « giorni stabiliti » per rinnovare l’unione con Gesù nel sacrificio e nella manducazione della vittima.
San Cipriano afferma che « ricevevano quotidianamente quel cibo di salute »..
La testimonianza di tutte le Chiese antiche è unanime; a questo proposito è famoso il testo di San Girolamo, il quale afferma che S. Melania Iuniore non « volle mai ricevere il cibo corporale, se prima non si fosse comunicata col Corpo del Signore ».
Purtroppo il primitivo fervore eucaristico nei laici svanì, e perciò nel 1215 fu imposto l’obbligo della Comunione almeno a Pasqua (Conc. Later. IV, D. 437).
L’ardore si riaccese con le ardenti predicazioni dei Francescani e dei Domenicani, e soprattutto dopo il Concilio di Trento, il quale raccomandò ai fedeli di ricevere la S. Comunione tutte le volte che partecipavano alla S. Messa (D.U. 882- 994).

S. Tommaso d’Aquino fa notare che….
… se per combattere gli altri vizi il cristianesimo ha bisogno dell’Eucaristia, per vincere il vizio della carne (dell’impurità) la Comunione è indispensabile, perché essa è come un antidoto, nutre lo spirito per la vittoria e innesta nel nostro corpo la vita soprannaturale di Gesù.
S. Filippo Neri dirigeva spiritualmente un giovane che, nonostante ogni sforzo, non riusciva a vivere puro. Le sue cadute si trascinavano da anni, ed egli, ormai privo di ogni fiducia, era quasi disperato.
Allora il Santo gli comandò « una cura straordinaria eppur normale »: quel giovane doveva rimettere a posto la coscienza e mantenere l’impegno di ricevere Gesù ogni giorno.
Il risultato fu meraviglioso: non solo il penitente guarì dal suo vizio, ma continuando poi la frequenza dell’Eucaristia, imparò ad amare sempre più il Signore, si fece sacerdote e visse santamente facendo un gran bene tra le anime.
E’ fin troppo celebre l’episodio di quel ragazzo che una mattina accompagnò il sacerdote a portare il Viatico a un vecchio pittore. In quel tempo si usava andare in processione con il baldacchino, con ceri e con il turibolo sino alla casa dell’infermo.
Quel ragazzo portava appunto il turibolo. Entrò con il sacerdote, vide che il vecchio riceveva devotamente l’Ostia bianca e si raccoglieva in devoto ringraziamento.
Ad un tratto l’infermo guardò il turibolo dove il fuoco si era ormai spento, e ne trasse un carboncino con il quale, in poche linee disegnò un bellissimo volto di Gesù sulla bianca parete vicino al suo letto.
Allora il giovanetto disse sottovoce al pittore: « Vorrei anch’io poter disegnare un volto così bello di Gesù… ».
Il pittore morente lasciò cadere il carboncino consumato, e gli sussurrò: « Per mostrare agli altri Gesù, bisogna averlo prima nel proprio cuore ».
Quel ragazzo capì la lezione e divenne un grande artista: fu il pittore Murillo.
Care Sorelle, se vogliamo presentare alle anime l’immagine di Gesù, dobbiamo averla ben viva nel nostro cuore.
Chiediamo alla Madonna che ci renda sempre più avidi del Pane Eucaristico che Ella stessa ci ha preparato, donando la vita a Gesù, Verbo Incarnato.

Don Severino GALLO sdb

09 APRILE 2017 |6A DOMENICA DI QUARESIMA: LE PALME – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/03-Quaresima_A/Omelie/6-Le-Palme/10-06a-Palme-A-2017-UD.htm

09 APRILE 2017 |6A DOMENICA DI QUARESIMA: LE PALME – A | OMELIA

Gesù entra in Gerusalemme….

Per cominciare
Luca 19,28-40. Gesù entra in Gerusalemme dopo un periodo di apparente indecisione o di riflessione. In realtà Gesù aspettava solo che giungesse « la sua ora », la sua Pasqua. Entra in Gerusalemme e lo fa con solenne regalità, a cavallo di un puledro « su cui non è mai salito nessuno », secondo la parola dei profeti, mentre la gente gli spiana la strada stendendo a terra rami di fronde tagliate dai campi e i loro mantelli, e agitano rami di palme proclamandolo re. Ancora una volta i farisei non capiscono, qualcuno cerca di impedirlo. La scena ha tutto il sapore di una sfida. « Se tacessero loro, griderebbero le pietre », dice Gesù. Ma questo episodio apre la settimana più difficile della sua vita.

La parola di Dio
Isaia 50,4-7. Quando si dice che Isaia è il « quinto evangelista » non ci si sbaglia. Molte delle sofferenze del messia sono state previste e descritte con una straordinaria concordanza ai vangeli. Isaia prevede però anche la vittoria finale e l’assistenza da parte di Dio.
Filippesi 2,6-11. Paolo descrive l’abbassamento del Figlio di Dio, che non solo ha assunto la condizione umana, ma ha accettato l’umiliazione e l’obbedienza della croce. È per questo che Dio « lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome ».
Matteo 26,14-27,56. È il racconto della passione di Gesù secondo Matteo. Si tratta di un racconto « sinottico », parallelo a quello di Marco e Luca. La descrizione dettagliata ci ricorda che gli ultimi fatti della vita di Gesù sono rimasti più facilmente impressi nei suoi discepoli. Gesù per Matteo è colui che realizza le profezie: è il servo sofferente descritto da Isaia.

Riflettere
Anche il profeta Zaccaria fa riferimento al messia e lo presenta con le caratteristiche che vediamo oggi in Gesù: « Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino… Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà pace alle genti » (9,9-10).
Gesù di fatto non raggiunge la città a cavallo, come di chi fa la guerra, ma avanza su un puledro d’asino, la cavalcatura di un re in tempo di pace.
L’entrata solenne in Gerusalemme è l’episodio che condurrà Gesù al dramma della morte, una morte che sarà un abisso di iniquità, in linea con tutte le atrocità e ingiustizie compiute nella storia.
Gesù è condannato a morte dal potere politico. Eppure Ponzio Pilato lo dichiara innocente: « Non vedo in lui nessuna colpa ».
Ma viene condannato anche dal potere religioso, preoccupato dalla popolarità di Gesù e dal suo modo libero di collocarsi di fronte a loro. Dice Caifa, sommo sacerdote: « È meglio che muoia uno piuttosto che perisca l’intera nazione » (Gv 18,14).
Per accusarlo viene calunniato: « È un bestemmiatore, un indemoniato, un agitatore del popolo, un bugiardo… ».
Viene abbandonato da quel popolo, che finora lo ha seguito e lo ha ascoltato con entusiasmo, ma che adesso è condizionato dal parere di chi sta guidando le folle contro di lui.
Viene abbandonato dagli apostoli, tradito dagli amici, venduto da Giuda. Dove sono finite le parole piene di coraggio di Pietro: « Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte »? (Lc 22,33). Ben presto affermerà per tre volte nemmeno di conoscerlo.
C’è poi contro di lui l’accanirsi di una violenza inaudita da parte della soldataglia. La Sindone presenta un corpo tumefatto e coperto di piaghe.
La passione secondo Matteo presenta tuttavia un Gesù che non è travolto dagli eventi, ma che è pienamente consapevole della propria identità. Dice apertamente che potrebbe avere a disposizione dodici legioni di angeli (26,53), ma ci rinuncia e non oppone violenza a violenza. Anche le molte citazioni bibliche confermano che Gesù ha scelto lucidamente la via dell’umiltà e dell’obbedienza alle Scritture e al Padre.

Attualizzazione
Al termine della Quaresima, un momento di bilancio: magari deludente. Non c’è più lo spirito di un tempo, quando tutto aiutava a fare penitenza e a darsi ad atteggiamenti religiosi. Il rischio è di ritrovarsi oggi a mani vuote
La « settimana santa » potrà però dare più intensità al nostro prepararci alla Pasqua.
Questa domenica ci apre al mistero della morte di Gesù, della morte di Dio. Mistero della sua impotenza, del silenzio di Dio, della sconfitta di Dio.
Lo stesso Gesù sembra non capire, ma si abbandona al Padre: « Nelle tue mani affido il mio spirito… ».
Ciò che più colpisce nella settimana di Passione è l’abbandono assoluto e la solitudine in cui Gesù viene a trovarsi. Una settimana in cui Gesù vive insieme tutti i drammi più faticosi della condizione umana. Dopo il trionfo di Gerusalemme e il momento della condivisione più amichevole del Cenacolo, ecco il tradimento di Giuda, la tristezza e lo strazio del Getsemani, il farsi avanti della soldataglia, l’abbandono nelle mani dei torturatori e dei carnefici, la perdita di ogni diritto e di ogni dignità davanti ai potenti.
Gli apostoli si fanno timorosi e vigliacchi, Pietro spergiura: « Io quell’uomo neanche lo conosco! ». E il voltafaccia del popolo, il cammino della croce, la crocifissione, il sentirsi solo anche di fronte al Padre: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ».
Una settimana atroce, in cui si impara fino in fondo che cosa sono l’amicizia, la paura, il tradimento, la sofferenza, il martirio, il potere. Per questo la settimana di Passione è davvero rivelazione. Si impara realmente chi è l’uomo, di che cosa è capace l’uomo. « Ecce homo », questo è l’uomo.
Eppure proprio nella sera in cui fu tradito, in quella drammatica vigilia di Passione, Gesù decide di rimanere tra noi per sempre: « Ecco il mio corpo dato per voi; ecco il mio sangue sparso per voi ». « Uno di noi è Dio », ha scritto qualcuno. Fabrizio De André canta che non è del tutto normale un amore così grande, di un uomo che « rantola senza rancore, perdonando con l’ultima voce chi lo uccide fra le braccia di una croce ».

Alla luce del sole
Una delle scene più crudeli del recente film Alla luce del sole è quella conclusiva, quando don Pino Puglisi nel giorno del suo compleanno viene colpito a morte e si trova riverso a terra in una pozza di sangue, mentre le finestre si chiudono per non vedere e la gente si allontana frettolosa girando il capo dall’altra parte. Eppure la stessa mafia aveva capito le intenzioni nobilissime del prete quando parlava di dignità, dell’importanza di dare la scuola e un futuro ai ragazzi del Brancaccio.
La solitudine dei grandi può diventare addirittura drammatica. Ma è terribilmente ricorrente nella nostra storia. Diceva Ernesto Balducci: « Un giorno chiederemo a Dio perché gli uomini migliori se ne vanno, mentre ci governano gli uomini peggiori ».

Umberto DE VANNA sdb

02 APRILE 2017 |5A DOMENICA DI QUARESIMA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/03-Quaresima_A/Omelie/5-Domenica/10-05a-Quaresima_A_2017-UD.htm

02 APRILE 2017 |5A DOMENICA DI QUARESIMA – A | OMELIA

Io sono la resurrezione e la vita

Per cominciare
Il segno del ritorno alla vita di Lazzaro è più grande di quello della guarigione del cieco nato. È un segno estremo, l’ultimo dei segni, quello che indurrà molti a credere, ma che farà precipitare la situazione di Gesù e segnerà la sua condanna a morte.

La parola di Dio
Ezechiele 37,12-14. Il profeta Ezechiele preannuncia la risurrezione del popolo e il ritorno alla terra promessa, in un linguaggio immaginifico e oscuro, che misteriosamente preannuncia la risurrezione finale. « Spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano… Ecco, io apro i vostri sepolcri e vi risuscito dalle vostre tombe ». Tra quelle ossa calcificate ci sono anche le nostre. C’è la storia dell’umanità.
Romani 8,8-11. L’apostolo Paolo presenta dialetticamente una vita vissuta secondo la carne e una vita vissuta secondo lo spirito. È lo spirito di Cristo che è causa di giustificazione e che fa morire il peccato che è in noi. Uno spirito che farà risorgere dai morti anche il nostro corpo mortale, così come ha risuscitato Cristo dai morti.
Giovanni 11,1-45. Il vangelo ci presenta il più grande dei miracoli di Gesù: quello della risurrezione di Lazzaro. Gesù strappa dalla tomba Lazzaro e lo riporta in vita, dichiarando in questo modo di essere « la risurrezione e la vita ». Ma nello stesso tempo condanna se stesso alla morte, perché sarà questo miracolo a scatenare l’ira dei suoi nemici e la decisione da parte del Sinedrio di condannarlo e mandarlo a morte.

Riflettere
C’è una progressione nel rivelarsi di Gesù in questa Quaresima. Gesù è l’acqua che disseta il nostro bisogno di felicità e di infinito, dicevamo quindici giorni fa. Gesù è la luce che rischiara le nostre tenebre, che dà fondamento alla nostra fede, che ci fa scoprire il senso della vita, dicevamo domenica scorsa.
Oggi ci viene presentato come colui che è Signore della vita, Signore anche della morte. È il cammino che siamo chiamati a compiere in questi quaranta giorni: lasciarci dissetare, illuminare da Cristo per trovare la vita.
Gesù viene avvisato della morte di Lazzaro, ma non ha fretta. C’è un’evidente drammaticità nel racconto di questo episodio evangelico. Gesù pare non preoccuparsi e quando arriva, il morto è di quattro giorni. « È una malattia per la gloria di Dio », dice.
Questo miracolo rivela l’identità di Gesù: « Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che mi ascolti sempre… ».
Rivela l’umanità di Gesù, che piange presso la tomba dell’amico, si commuove profondamente, si turba, scoppia a piangere. È vicino e solidale con Marta e Maria, le sorelle di Lazzaro.
Il dialogo intrecciato con Marta e Maria prima del miracolo rivela anche la loro fede profonda. Gesù dice a Marta: « Io sono la risurrezione e la vita… Credi tu questo? ». Marta risponde manifestando un’assoluta fiducia in lui, e le sue parole riassumono tutto: « Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio ».
Il miracolo del ritorno alla vita di Lazzaro è l’ultimo dei segni, il segno estremo, quello che farà credere molti, ma farà precipitare tragicamente anche la sua condanna. Dirà Caifa a farisei e capi dei sacerdoti dopo questo fatto: « Voi non capite! È meglio per voi la morte di un solo uomo piuttosto che la rovina di tutta la nazione! » (Gv 11,49-50).
La risurrezione di Lazzaro è un pegno e un’anticipazione della risurrezione di Gesù. Gesù dovrà morire sulla croce, ma vincerà la morte definitivamente.

Attualizzare
Si direbbe che Gesù abbia cominciato i suoi miracoli quasi per scherzo, cambiando l’acqua in vino. Ora invece il miracolo è straordinario e impressionante. Chi era presente o conosceva Lazzaro sarà rimasto colpito per sempre.
Ma cresce anche l’ostilità di chi gli è nemico. È inevitabile: di fronte a un miracolo come questo o ci si inginocchia o si chiudono caparbiamente gli occhi per non doverlo fare.
È un miracolo che ci stimola a uscire dal nostro peccato, dai lati più oscuri della nostra vita, per non finire imputriditi e indifferenti.
Quanti sono oggi i morti viventi? Tante volte noi stessi ci lasciamo vivere, senza dare ai nostri giorni quel senso che si dovrebbe. È la ricerca di uno scopo che ci spinge a vivere. Chi cerca e rivolta la propria vita non sarà mai un deluso, proprio perché ha lottato. Guai a guardare ai propri anni come a un peso, perché ogni momento è irripetibile.
« Lazzaro, vieni fuori! », ci dice oggi Gesù. A noi, chiusi nelle nostre disattenzioni, nella pigrizia, nei nostri mascheramenti. Che rischiamo di finire i nostri giorni senza essere vissuti.
« Non mi sono mai posto il problema di cosa significhi la morte », ha detto una volta con grande serietà il comico americano Red Skelton, « ma mi chiedo ancora oggi se tutti hanno compreso il valore della vita. Per me la cosa più importante è rendere la vita degna di essere vissuta. Io sono certo che l’uomo muore quando dimentica che cos’è la vita. Io conosco un tale che è stato sotterrato a settant’anni, ma era morto a 35 e la tragedia era che non se n’era mai accorto. Aveva dimenticato l’amore ». Cesare Pavese ha detto, forse di sé, forse di altri, con il suo crudo realismo: « Hai perduto il gusto di vedere, di sentire, di accogliere e ora ti mangi il cuore ».
Non si tratta di prolungare la vita di dieci o trent’anni, ma di vivere una vita diversa, di accoglierla come un dono. Lo scrittore poliomielitico Cesare Furesi dichiara così il suo amore per la vita: « Il solo fatto di svegliarmi, anche incazzato se capita, mi riempie di forza ».

Morti si nasce, vivi si diventa
« Credo di poter dire di aver fatto l’esperienza della morte », racconta un giovane, vittima di un incidente stradale. « Mi sono salvato perché in ospedale mi hanno rianimato il cuore. La morte è veramente spaventosa. Non è che abbia avuto paura. Non ho avuto il tempo. È stato come scoprire me stesso in un istante. Ho sentito un desiderio grande di continuare a vivere. Avrei voluto cambiare tutta la mia vita, per viverla con più intensità, con più amore. Adesso anche le cose piccole mi sembrano piene di significato. Penso che morti si nasce, vivi si diventa ».

Umberto DE VANNA sdb

19 MARZO 2017 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/03-Quaresima_A/Omelie/3-Domenica/10-03a-Quaresima_A_2017-UD.htm

19 MARZO 2017 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA – A | OMELIA

Adorare Dio ‘in spirito e verità

Per cominciare
Il vangelo di questa domenica è tra i più gettonati nella tradizione cristiana. Conosciuto e popolare, molto raffigurato nei dipinti, rappresentato in forma di statue nei grandi santuari e nelle case di ritiro spirituale. Si tratta di un dialogo teologicamente di grande profondità tra Gesù e una donna del popolo dalla vita sregolata e disorientata. Gesù si rivela a questa donna e il dialogo è pienamente funzionale al cammino di conversione e di illuminazione che devono compiere i catecumeni.

La parola di Dio
Esodo 17,3-7. Nel lungo viaggio attraverso il deserto, il popolo ebraico, liberato dalla sua schiavitù, soffre la sete e teme di perire. Si lamenta e si ribella, perde la fiducia nel Dio liberatore, ma il Signore continua ad assisterli e dona loro l’acqua per mano di Mosè.
Romani 5,1-2.5-8. Tutto è grazia, e il sentirsi giustificati e in pace con Dio è un dono che ci viene dalla persona di Gesù. Perché l’amore di Dio si è manifestato in Gesù, che ci ha salvati e ha dato la vita per noi, nonostante fossimo peccatori e non meritevoli di salvezza.
Giovanni 4,5-42. Un lungo brano, un prezioso dialogo tra Gesù e una donna samaritana incontrata al pozzo. Gesù è in viaggio, ha sete e lo chiede alla donna, superando un tabù fortemente consolidato tra gli ebrei. L’incontro con la samaritana salva la donna, che si fa annunciatrice di Gesù tra la sua gente.

Riflettere
Gesù e gli apostoli scelgono la via dei Samaritani per passare dalla Giudea alla Galilea. Non era necessario: potevano scegliere la valle del Giordano, per evitare incontri indesiderati. Gesù non lo fa. Questo incontro lo ha voluto.
Il posto è ben individuato: il pozzo di Giacobbe: è l’unico pozzo profondo di tutta la regione. Si sa che è stato sfruttato dall’anno mille a.C. al 500 d.C.
Gesù prende l’iniziativa, chiede l’acqua, e il dialogo e la rivelazione possono cominciare.
È un Gesù per così dire moderno e simpatico, umano. Supera la barriera legale, le convenzioni sociali e religiose del suo tempo. « Nessuno parli con una donna sulla strada, neppure con la propria moglie », diceva una tradizione rabbinica. Un’altra disposizione affermava anche più nettamente: « Le figlie dei samaritani sono impure dalla culla ». Ciò può far capire perfettamente fino a che punto l’iniziativa di Gesù sia stato un gesto di novità e di rottura. Gli stessi apostoli sono meravigliati e sorpresi.
La samaritana scopre progressivamente Gesù: è un giudeo, un viandante, un profeta, il messia… qualcosa di più… parla davvero a nome di Dio.
È un Gesù che non ha paura di fare discorsi seri, profondi, personali a una donna che non sembra disposta e probabilmente non è in grado di capire. Mentre noi rinunciamo facilmente a fare questo genere di discorsi per voler essere rispettosi, prudenti, non inopportuni e invadenti! E invece sono proprio questi i discorsi che l’uomo e la donna di ogni tempo e condizione desiderano sentire.

Attualizzare
La struttura di questa domenica è tutta battesimale. Sono tre le domeniche centrali da questo punto di vista, di cui questa è la prima. Alla samaritana viene donata l’acqua della vita. Delle cinque domeniche di Quaresima, la prima, quella delle tentazioni di Gesù è la premessa, il superamento, la lotta che deve fare chi vuole diventare catecumeno. Domenica scorsa, la trasfigurazione indica la mèta finale del cammino catecumenale. Domenica prossima ci verrà proposto il vangelo del cieco nato e il dono dell’illuminazione, infine la risurrezione di Lazzaro: il passaggio dalla morte alla vita, la rinascita alla vita nuova.
Si tratta di un cammino catecumenale che viene proposto a tutta la comunità cristiana e che dobbiamo fare nostro, sia perché la vita ci ripropone a ogni stagione la lotta quotidiana e la necessità del suo superamento, sia perché la Quaresima è un forte invito alla conversione.
Come si diventa cristiani oggi? Il discorso si farebbe davvero lungo. Bisognerebbe tracciare almeno a grandi linee i più importanti modelli pastorali presenti oggi nella chiesa. C’è chi propone soprattutto una calda esperienza evangelica (« Vieni e vedi! »), e chi sceglie esperienze totalizzanti e si contrappone alla società. Ma c’è chi adotta un metodo che parte dall’ »altro » preso così com’è, gli chiede di prendere in mano la sua vita e lo affianca nella ricerca. Un modello, questo, molto simile al modo di evangelizzare di Gesù con la samaritana.
L’incontro avviene tra due persone differenti, per sesso, cultura, abitudini. Stranamente quella donna va ad attingere acqua al pozzo a mezzogiorno. Da quelle parti il caldo è feroce. Qualcuno ha potuto pensare, e forse a ragione, che sia stata invece attratta da quel bel giovanotto seduto sul bordo del pozzo. L’acqua era dunque un pretesto per tutti e due?
Gesù, passando sopra i muri di divisione più consolidati, le parla e le chiede da bere. Poi a sorpresa: « Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui », le dice, raggiungendola all’interno della sua vera sofferenza. È una donna sempre alla ricerca del grande amore, incapace di costruire un rapporto importante e definitivo. Gesù la costringe a riflettere, a fermare quella catena che non la porta alla felicità.
È a questo punto che la donna incomincia a fare domande religiose, prima di maniera, contestando il luogo del culto dei giudei, poi facendogli capire che anche lei in qualche modo era in attesa del messia. Infine riceve la rivelazione: pianta lì la sua brocca e corre a testimoniare questo incontro singolare con il messia.
Come dicevamo, in questo episodio si può individuare una linea di azione pastorale. Anzitutto non fermarsi alle apparenze. Gesù non ha pensato che con quella donna avrebbe perso tempo. E poi non fa un astratto corso di teologia, ma entra nel cuore e nella vita di chi lo ascolta. Una proposta di fede che è risposta alle sue vere domande.
La samaritana è rimasta coinvolta e trasmette il suo entusiasmo ai compaesani. Non conosciamo il seguito della storia. Ma non è difficile immaginare che quella donna avrà ripensato e approfondito il significato di quell’incontro. Ed è ciò che avviene sempre quando si tocca il fondo, e si riceve l’occasione di uscirne.

Bevi ciò che vedi e ciò che ascolti

« Il Verbo è la fonte
ed è insieme la luce:
è fonte per chi è assetato;
è luce per chi è cieco.
Apri gli occhi per vedere la luce,
spalanca le labbra del cuore
per bere alla sorgente:
bevi ciò che vedi e ciò che ascolti.
Dio diventa il tuo tutto,
perché egli è tutto ciò che ami.
Dio è tutto per te:
se hai fame, è il tuo pane;
se hai sete è la tua acqua;
se sei nell’oscurità,
è la tua luce che non ha tramonto »
(Sant’Agostino)

Umberto DE VANNA sdb

12345...81

Ecrire sans censures ! |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31