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24 SETTEMBRE 2017 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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24 SETTEMBRE 2017 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Gesù ci sorprende raccontando una parabola paradossale che afferma la sua predilezione per gli « ultimi ». È il modo di operare di Dio: la sua bontà supera la logica umana e la semplice giustizia distributiva.

La parola di Dio
Isaia 55,6-9. « I miei pensieri non sono i vostri pensieri… », dice il Signore per bocca di Isaia: « Quanto il cielo sovrasta la terra… i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri ». Pensieri antichi degli ebrei in esilio, ma che si applicano perfettamente alla parabola che la liturgia ci propone oggi.
Filippesi 1,20c-27a. Incomincia oggi la lettura della lettera ai Filippesi, che ci accompagnerà per quattro domeniche. Paolo incontra i Filippesi nel suo secondo viaggio. Si reca in Macedonia spinto da una visione e avrà sempre cari quegli abitanti. Paolo si è perfino fatto aiutare da loro, mentre lo ha sempre evitato da parte delle altre comunità, per non apparire interessato. Nel brano che ci viene presentato oggi, afferma che Gesù è la ragione della sua vita: desidera raggiungerlo, ma accetta di continuare a essere al suo servizio predicando tra di loro il vangelo.
Matteo 20,1-16a. Gesù racconta una parabola sconcertante, ma solo perché presenta la bontà sorprendente di Dio, che ha della giustizia un’idea assolutamente personale.

Riflettere
La parabola raccontata da Matteo evidentemente ha una finalità ben precisa: Gesù afferma che di fronte alla salvezza gli uomini sono tutti radicalmente uguali. Gli operai dell’ultima ora in realtà sono i pagani dell’epoca apostolica, che hanno soppiantato i « figli della promessa e dell’alleanza », indifferenti di fronte al Dio fatto uomo.
La parabola è verosimile e si rifà a una situazione molto diffusa al tempo di Gesù. Il lavoro a giornata era normale, e a quel tempo tutto sommato era una fortuna per la sopravvivenza di molte famiglie.
Anche il comportamento del padrone non è del tutto assurdo, dal momento che i grandi latifondisti erano signori assoluti e non vi era alcuna legge o contratto che regolasse il rapporto di lavoro tra operai e padroni.
Gesù del resto per trasmettere un suo messaggio racconta un episodio-parabola tratto dalla vita del tempo, senza preoccuparsi se in questo racconto il comportamento del protagonista potrebbe apparire discutibile: la stessa cosa aveva fatto raccontando la parabola del fattore infedele (Lc 16,1-13) o quella del padrone che pretende di essere servito (Lc 17,7-10).
Ciò che in questa parabola diventa certamente elemento di novità è prima di tutto la premura del padrone nell’invitare gli operai al lavoro. Soprattutto nell’invito agli ultimi si nota il suo disappunto nel vederli oziosi. È la bontà e l’insistenza di Dio che chiama tutti a lavorare nella sua vigna, anche chi apparentemente è più lontano da lui.
Ed è altrettanto sorprendente e provocatorio il fatto di cominciare a dare il salario dagli ultimi, da quelli cioè che hanno lavorato solo un’ora. E così la protesta di chi ha lavorato l’intera giornata ci pare giusta e logica. Oggi ci si appellerebbe ai sindacati. Ma si direbbe che tutto è fatto a proposito, proprio allo scopo di provocare una reazione.
Gesù intende presentare un caso di bontà imprevedibile. Il padrone diventa icona di Dio, sovranamente libero e misericordioso, che ama di amore inventivo. Egli è il padrone buono, che nel fare i suoi doni non si lascia condizionare dalle opere compiute, ma unicamente dal suo amore.
La parabola è autobiografica di Gesù e sottolinea che i peccatori, gli esclusi, i pubblicani, gli ultimi, cioè quelli che nella storia della salvezza non avevano peso, dopo la sua venuta sono stati portati al livello di importanza degli scribi e farisei, indifferenti e addirittura ostili di fronte alla sua predicazione.
La parabola intende anche spiegare come mai nell’epoca apostolica il regno di Dio, il nuovo Israele, si sia aperto anche ai nuovi convertiti, i pagani. E nella nuova comunità ecclesiale tutti si trovano sullo stesso piano di fronte alla salvezza, sia chi vi è approdato dall’esperienza ebraica, sia i nuovi convertiti dal paganesimo.
Gli stessi dodici apostoli non hanno fatto parte della gerarchia ebraica, eppure ora occupano i primi posti.

Attualizzare
La cosa che colpisce di più nella parabola è ancora l’amore inventivo di Dio, la sua ricerca degli operai per la sua vigna (al mattino presto, verso le nove, a mezzogiorno, alle tre del pomeriggio, alle cinque di sera…), il suo andare incontro anche a quelli che se ne stanno senza far niente.
Ma l’imprevedibilità di Dio, che nasce dall’amore, non viene capita dagli operai della prima ora. E riesce difficile anche a noi, cittadini e cristiani benpensanti, a cui non piace troppo la gratuità. Ma l’operare di Dio fa parte di una logica diversa, si fonda sulla libertà di Dio. Ancora una volta, all’uomo che cerca di ridurre Dio alla propria dimensione, Dio risponde sconcertandolo.
Si tratta di una nuova giustizia fondata non sul « tanto mi dai, tanto ti do », ma di un modo di giudicare che riesce a leggere nel fondo delle persone e delle situazioni, che si fonda sulla dignità di ogni uomo, sul diritto ad avere ciò che è indispensabile per vivere e per realizzarsi.
È indubbiamente un modo di ragionare che va contro la mentalità di coloro che sono sempre alla ricerca della meritocrazia, della selezione, delle rigide graduatorie, magari dei privilegi. Dice Gesù: « Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 5,20).
È una nuova giustizia che nasce da un supplemento di bontà. Per questo non è facile da accettare, se non ci si mette dal punto di vista di Dio. Perché si dà il caso che quel padrone potrebbe non trovare più gli operai all’alba del giorno dopo, preferendo presentarsi tutti alle cinque del pomeriggio… Così come il fratello del figliol prodigo trova giusto non dover ulteriormente dividere l’eredità con chi ha già sperperato una buona parte del patrimonio famigliare. « Non è giusto », dice, e non vuole fare festa come il padre.
Come dicevamo, la parabola è raccontata da Matteo per dire che la chiesa nata dalla Pasqua si è aperta ai pagani, ultimi arrivati, che hanno poi finito per soppiantare gli ebrei, che pure erano giunti alla fede sin dall’alba.
Ma la parabola è raccontata anche per noi, che viviamo nella chiesa di oggi. Tra di noi ci sono quelli che sono approdati alla fede sin da bambini, che ci vivono senza scossoni, tra messe quotidiane e rosari, e c’è chi fa fatica a credere, chi vive la vita cristiana con apparente superficialità e disinvoltura. E ci sono i « lontani », gli esclusi per le circostanze più diverse, coloro che vivono ai margini dei normali sentieri ecclesiali.
Dobbiamo chiederci se ci interessa questo Dio che manda tutti a lavorare a ogni ora nella sua vigna e ci chiama non a giudicare o a condannare, ma a farci carico della sua bontà e andare a cercarli, imitandolo nell’offrire la salvezza anche a chi è lontano o sfaticato, a chi deve essere spinto per trovare il gusto del lavoro e del vivere. A chi non conosce Dio e non lo vuole conoscere, a chi non ama la chiesa e anzi la rifiuta.
Domandiamoci anche quale spazio lasciamo nelle nostre comunità parrocchiali a coloro che giungono alla fede da strade lontane, che si convertono e diventano magari cristiani doc. Essi sono a volte così diversi dai « praticanti » e portano aria nuova, dando a volte l’impressione di voler sconvolgere le nostre buone abitudini. « Ma che cosa vogliono da noi, che siamo sempre stati qui, battezzati ancora in fasce e cresciuti tra oratorio e parrocchia? ».
C’è gente che teme di perdere il proprio posto in parrocchia, di venire privata della fiducia, di essere scavalcata dall’ultimo arrivato. E c’è chi non crede alla sincerità del loro cambiamento di vita. È stato così persino per Paolo, guardato con diffidenza dai cristiani della prima ora.
Quanto all’atteggiamento degli operai della prima ora, che affermano di avere faticato per l’intera giornata, ricordiamo che lavorare nella vigna di Dio non è mai faticoso, anzi è gioia e privilegio, crescita nella maturazione e nella propria ricchezza interiore. Chi arriva alla fede, in gioventù o in tarda età, sente il privilegio di avere incontrato qualcosa di sorprendente, che dà un senso nuovo alla sua vita.
Ricorda un ragazzo di 17 anni, Alessandro: « Sentivo tanta confusione dentro di me. Giunto alla scuola superiore mi sono ritrovato da solo e senza un progetto, qualcosa per cui vivere. Amavo solo la musica, ma non bastava a riempire la mia vita. Allora mi sono ritirato in un bosco e ho gridato verso Dio: « Se ci sei, fatti vivo, dammi un segno della tua presenza ». Non ero sicuro che mi avrebbe risposto, invece l’ho incontrato. Da quel momento Dio per me non è stato più un’idea, ma una presenza. Mi sono sentito amato. È scomparsa la paura, tutto è diventato bello, ho scoperto di essere nelle mani di Dio ».

Collaboratori nella vigna di Dio
« Da alcuni anni Chiara Castellani è missionaria laica in Congo, unico medico per 100 mila abitanti, e dirige un piccolo ospedale. Sin dal 1992 ha una protesi al posto del braccio sinistro, rimasto schiacciato sotto una jepp in un incidente stradale. Avrebbe anche lei qualche motivo per prendersela con Dio, invece confessa di essere felice, di aver ricevuto già qui, su questa terra il « centuplo » evangelico, in termini di relazioni umane, di intensità di vita. In una parola: di felicità vera, piena » (Gerolami Fazzini).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

17 SETTEMBRE 2017 | 24A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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17 SETTEMBRE 2017 | 24A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
La liturgia oggi ci invita a perdonare, così come Dio perdona noi. Esaminiamoci sin dall’inizio di questa celebrazione. Se nel nostro cuore c’è un forte risentimento verso qualcuno, decidiamo sin d’ora di riconciliarci, affinché la nostra preghiera possa raggiungere Dio.

La parola di Dio
Siracide 27,30-28,7. Il sapiente Ben Sirac, vissuto nel secondo secolo a.C. scopre il legame che c’è tra la nostra richiesta di perdono che chiediamo a Dio nella preghiera e l’esigenza della riconciliazione con coloro verso i quali portiamo rancore.
Romani 14,7-9. Con questa domenica finiamo la lettura continua della lettera ai Romani. Noi apparteniamo a Cristo sempre, dice Paolo, nella vita e nella morte. Tra le cose che ci assimilano di più a Gesù c’è certamente la capacità di perdonare.
Matteo 18,21-35. Gesù ci presenta una parabola paradossale per invitarci a perdonare. Ma anche per dire che il perdono che noi concediamo ai nostri fratelli è infinitamente più piccolo di quello che Dio concede a noi.

Riflettere
L’evangelista Matteo parla alla prima comunità cristiana e nelle ultime domeniche la liturgia ci ha presentato due caratteristiche importanti nella vita dei cristiani: il portare la croce (domenica 22ª) e la correzione fraterna (23ª).
Oggi il vangelo di Matteo ci parla di perdono. Di fatto, poche cose rivelano veramente il cristiano come il perdonare. Infatti chi sa perdonare e dimentica i torti subìti, è grande della stessa grandezza di Dio.
L’uomo di tutti i tempi ha apprezzato questa nobiltà d’animo, anche se presso molti popoli la vendetta era una pratica comune, quasi doverosa.
Quanto al popolo ebraico, nella sua legislazione non solo poneva un limite alla vendetta, ma vietava l’odio e il rancore verso il fratello.
Nei cinque versetti precedenti al nostro brano (Mt 18,15-20), Gesù parla di come regolarsi verso coloro che nella comunità hanno sbagliato. L’invito alla « correzione fraterna » dà l’opportunità a Pietro di porre la domanda: « Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? ». E volendosi sbilanciare nella sua generosità, precisa: « Fino a sette volte? ». Presso gli ebrei l’invito che veniva fatto era di perdonare tre volte. Pietro fa il grande e si spinge molto oltre.
D’altra parte sul piano umano, uno che nei nostri confronti si è comportato molto male per tantissime volte (sette), come potrebbe essere perdonato? Chi ci ha offeso quasi sistematicamente finora, lo farà ancora.
Così pensa probabilmente Gesù, che si pone su un piano diverso e invita a perdonare « sempre », raccontando la parabola del re che condona al servo un debito enorme.
Si tratta sicuramente di una parabola paradossale, ma che rende bene l’idea.
Dio, nella sua generosità, ci perdona oltre ogni misura. Ricordiamo che diecimila talenti rappresentavano un valore enorme. Tanto per capirci, il reddito annuale di Erode il Grande, re della Giudea, poteva essere di 900 talenti. E per la gente comune corrispondeva a vent’anni di lavoro.
Questo ci ricorda che Dio non si nega mai al perdono, nemmeno quando ciò che deve perdonare è un peccato enorme.
Invece il servo che è stato appena perdonato, come dice la parabola, dimostra di non aver capito nulla della grandezza d’animo del re, e non perdona chi aveva verso di lui un debito non piccolissimo, ma di gran lunga inferiore (cento denari potevano corrispondere più o meno a cento giornate lavorative).

Attualizzare
In ogni tempo, in ogni civiltà, c’è sempre stato un grande bisogno di riconciliazione. Oggi basta guardare un telegiornale o aprire un quotidiano per rendersene conto. Anche nel nostro piccolo, alzi la mano chi non ha mai avuto qualcosa da perdonare o da farsi perdonare.
Gesù ci invita a un perdono illimitato, gioioso, generoso. Ci invita a perdonare subito. Un rancore coltivato, si trasforma in rabbia, richiama magari odio e vendetta, crea solchi spessi tra noi e chi ci ha offeso.
Perdoniamo, perché Dio ha perdonato a noi tanto e tante volte. Perdoniamo per non portarci nel cuore dei pesi inutili e ingombranti. La vita è ricca di compiti e di doveri e dobbiamo conservare o ricuperare al più presto le forze nostre e degli altri.
Perdoniamo, perché un giorno dovremo morire e di fronte alla morte anche la mancanza più grave appare piccola cosa.
Mons. Antonio Riboldi racconta che un giorno si trovò presso il letto di un mafioso che era stato colpito da un suo nemico e stava morendo. Inveiva contro di lui. Mons. Riboldi, data la gravità della situazione, lo invitò con coraggio al perdono. Il mafioso disse: « Se muoio lo perdono, ma se non muoio lo ammazzo! ».
Così siamo noi. Il perdono sarà sempre qualcosa di difficile, soprattutto se ci faremo guidare dal nostro orgoglio ferito, e non da sentimenti superiori, riflettendo sulla pietà e misericordia che Dio ha da sempre ha avuto nei nostri confronti.
Si tratta di imparare la misericordia e ricordare la fragilità umana, che vede il bene, ma sceglie il male. Chi ci offende gravemente è spesso più una persona piena di problemi, che una persona cattiva. In molti casi è verissimo che « la miglior vendetta è il perdono », perché dal perdono possono essere ricreati rapporti incredibilmente nuovi e nascere rapporti di amicizia.
Ma la spinta più forte a perdonare viene soprattutto dalla parola e dall’esempio di Gesù: « Non si perdona perché l’altro cambi », dice Frère Roger di Taizé. « Sarebbe un calcolo che non ha nulla a che vedere con la gratuità dell’amore del vangelo. È per Cristo che si perdona ».
Certo il primo impegno di ognuno dovrebbe essere quello di fare in modo da non doverci fare perdonare nulla dagli altri. La vita è già abbondantemente generosa di croci e non è il caso che noi ne gettiamo qualcuna addosso ad altri con le nostre crudeltà nel parlare e nell’operare. Pensiamo alla sofferenza che procuriamo, evitiamo di dividerci per questioni banali, spesso per motivi ereditari, vedendo sempre delle ingiustizie perpetrate nei nostri confronti.
Il dovere del perdono non ci esime tuttavia dall’accettare con coraggio e determinazione le lotte della vita, i doverosi contrarsi per far riconoscere il giusto diritto nostro o degli altri. Nessun cristiano può arrendersi di fronte al bene da fare o a un male da sradicare soltanto perché qualcuno potrebbe offendersi, avercela a male, rompere con noi.
Permettiamo però agli altri di essere se stessi. Lasciamo agli altri il diritto di esistere e di respirare, di essere diversi da noi. Verso qualcuno siamo di una intolleranza senza limiti: tutto ciò che fanno ci urta e ci dà fastidio. « Quando il mondo ci urta, non è il mondo, ma siamo noi che dobbiamo cambiare » (Alberto Bevilacqua). Lasciamo agli altri quei comportamenti che a noi appaiono difettosi, e in realtà sono solo un modo diverso di vedere le cose. Accettiamo anche il livello di maturazione a cui può essere arrivato chi ci sta vicino, facendo qualcosa, se ci pare doveroso e utile, per aiutarlo a riflettere e a crescere.
Oggi è quasi normale, dopo un gravissimo danno subito, sentirsi chiedere dal cronista di turno: « È disposto a perdonare? ». È una domanda di cattivo gusto. Perché il perdono porta sempre con sé una buona dose di fatica e quando la riconciliazione vuole essere seria, non la si può né ricevere, né dare a cuor leggero. Qualcosa deve cambiare da una parte e dall’altra. Soprattutto sarà possibile quando avremo capito, come dice Paolo, che è solo il Signore in grado di giudicare fino in fondo la responsabilità delle persone di fronte a certi comportamenti.
Infine perdoniamo di cuore e nei fatti. Non sarà sempre facile e possibile (perché a volte è l’altro che proprio non accetta la riconciliazione), ma non ci si può limitare a un perdono che doniamo a patto che quel fratello non ci giri più intorno. Purché non sia costretto a porgergli la mano e a fargli capire con il mio modo di fare che siamo ancora fratelli.
Il « segno della pace » che a ogni messa ci scambiamo, è un piccolo gesto simbolico. A chi porgiamo il nostro semplice gesto di fraternità probabilmente non dobbiamo perdonare nulla, ma esprima il nostro più vivo desiderio di riconciliazione verso tutti, la nostra piena disponibilità al perdono.
Paolo agli Efesini scrive: « Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira » (4,26). È un’espressione che si applica bene soprattutto nella famiglia, nel rapporto di coppia. Che la giornata si concluda sempre dandosi il perdono reciproco, sapendo che anche i più piccoli screzi e le divergenze inevitabili possono con il tempo creare pesanti divisioni difficili da superare. Alcuni di questi pensieri sono espressi così bene in questa brano poetico di Ignazio Amico:

Potersi dire: ho sbagliato
Parliamo,
non chiudiamoci nel silenzio,
mano nella mano, senza abbassare il capo,
ma guardandoci negli occhi con coraggio,
ammettiamo i nostri errori;
non importa se sono più gravi i miei o i tuoi,
sapere chi ha sbagliato per prima non consola,
ma è urgente liberarci da ogni astio,
senza né vinti né vincitori,
ritrovar la fiducia l’un nell’altro,
e lasciar che dal cuore una risata
esploda sulla nostra stupidità,
che per un attimo ci ha fatto scordare
che niente al mondo è più bello dell’amore.
Rompere la catena con il perdono

« Nulla vi è di più tenace del ricordo delle umiliazioni e delle ferite del passato. Esso riesce a tenere vivo il sospetto, anche da una generazione all’altra. Il perdono del vangelo è ciò che ci permette di andare al di là del ricordo. Saremo fra quelli che raccolgono le loro energie per sbarrare il passo alle antiche o nuove forme di diffidenza? » (frère Roger Schultz).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

10 SETTEMBRE 2017 | 23A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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10 SETTEMBRE 2017 | 23A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Come deve regolarsi la comunità cristiana di fronte a chi sbaglia? Può e deve intervenire, ma lo fa con amore e rispetto e senza avere fretta di escludere dalla comunione ecclesiale chi è andato fuori strada.

La parola di Dio
Ezechiele 33,7-9. Iahvè ha posto Ezechiele come « sentinella » per gli Israeliti, e lo invita ad avere il coraggio di parlare a nome suo, e di ammonire chi è infedele alla sua legge.
Romani 13,8-10. Continuiamo a leggere la lettera di Paolo ai Romani. Questa volta il tredicesimo apostolo ci invita ad amarci, perché l’amore – dice – è la legge del cristiano. Anzi, solo chi ama adempie e osserva pienamente la legge.
Matteo 18,15-20. Anche Gesù invita i suoi discepoli a richiamare chi sbaglia, ma dice di farlo senza avere fretta di escludere i peccatori dalla comunità. E assicura la sua presenza quando ci mettiamo in preghiera.

Riflettere
« Se tuo fratello commetterà una colpa contro di te », dice il vangelo. Ma l’espressione « contro di te » manca in molti dei manoscritti più importanti. Nell’intenzione di Matteo doveva essere una mancanza grave, tanto da coinvolgere la comunità attraverso un procedimenti in tre tempi (cf. D. J. Harrington, Il Vangelo di Matteo, Sacra pagina, Elledici).
Si pensa immediatamente alla sinagoga ebraica, dalla quale veniva escluso chiunque non accettasse la legge in tutte le sue implicanze. Ma il riferimento è puramente formale, perché la prassi della chiesa si poneva finalità ben diverse.
Il principio doveva essere quello espresso dalla frase conclusiva del paragrafo precedente, dove si dice che « è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda » (Mt 18,14).
La questione dunque è questa: come comportarsi quando un discepolo sbaglia e commette una colpa? La risposta di Gesù è articolata e apparentemente rigorosa, in realtà manifesta la stessa attenzione misericordiosa che ha caratterizzato la sua vita pubblica.
Le sue parole invitano a uno sforzo di ricupero verso chi ha sbagliato, a riconciliare un fratello, a non avere fretta di allontanare qualcuno dalla comunità.
Di fatto il passo di Matteo segue la parabola della pecora smarrita e precede la domanda di Pietro: « Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? ». « Settanta volte sette », risponde Gesù, suggerendo una misericordia senza limiti.
La prima cosa da fare, dice Gesù, è quella di non tirarsi indietro se vi è il dovere di correggere un fratello. Di non lavarsene le mani. E di intervenire di persona, incontrandolo a tu per tu, senza timidezze o disprezzo, senza avere fretta di rendere troppo presto le cose grosse, di lanciare denunce e scomuniche.
Quando ci si parla, diventa più facile riconoscere l’errore che si è commesso. Ma si potrà capire se si tratta davvero di una mancanza che rompe davvero la comunità, oppure di qualcosa che ci dà fastidio per motivi personali e diversi, di certi formalismi propri di una religione settaria. Diceva padre Ernesto Balducci, con la consueta efficacia: « Perché non siamo riconcilianti? Perché in noi non ha avuto adeguata signoria la parola del Signore. Hanno avuto signorìa altre parole ».
Leggiamo Ezechiele che dice: « O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia ». Ma noi ci attacchiamo invece a parole che non vengono della bocca di Dio e pensiamo che tutto ciò che ci passa per la testa sia volontà di Dio e al posto di essere uomini di riconciliazione diventiamo all’interno delle nostre comunità seminatori di divisione.
Dopo aver provato a riconquistare il fratello « fra te e lui solo », il vangelo suggerisce: « prendi con te due o tre persone ». Magari chi è più capace di te di intervenire. E non tanto perché il giudizio diventi più ufficiale e rigido, quanto perché il dialogo diventi più convincente e sia più facile « guadagnare il fratello ».
Ma se anche questo non funziona, il vangelo insiste: allora « dillo all’assemblea » (il termine usato è ecclesìa), cioè coinvolgi l’intera comunità, soprattutto nei responsabili. Ma ancora una volta come estremo tentativo di ricuperare il fratello.
Se anche questo tentativo fallisce, è contemplato infine il caso in cui l’individuo non voglia saperne di abbandonare un atteggiamento negativo. Allora può essere un dovere allontanare il recidivo dalla comunità, proprio perché essa possa essere se stessa e non ne venga intaccata la sua fisionomia introducendovi delle grosse divisioni.
Ma più che una vera e propria espulsione, si tratta semplicemente di una presa d’atto di una situazione sostanzialmente inaccettabile; non quindi di una visione diversa delle cose. Perché una comunità matura non emargina nessuno, e permette a visioni diverse e non di sostanza di poter convivere.
Il brano si conclude con l’assicurazione che la preghiera di due persone che vivono in comunione viene ascoltata. Gesù garantisce la sua presenza quando due o tre sono riuniti nel suo nome.
Anche in questo caso, l’obiettino è la fraternità. Se i cristiani non sono divisi, ma vivono la riconciliazione e l’amicizia, potranno contare sulla presenza di Gesù e l’efficacia piena della preghiera.

Attualizzare
Il cuore del messaggio di questa domenica è la parola di Paolo: « Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole » (Rm 13,8).
La parola di Dio di questa domenica fa riferimento alla vita della prima comunità cristiana a cui si riferisce spesso l’evangelista Matteo. Non si tratta di una chiesa di perfetti: ci sono tra loro arrivisti e ambiziosi, ma anche situazioni gravemente in contrasto con il vangelo e che, oltre a scandalizzare i credenti più fragili, disorientano l’intera comunità.
Ebbene, di fronte a questi problemi che nascono inevitabilmente in una comunità che cresce, l’intento è quello di lasciarsi guidare dall’amore e dal desiderio della riconciliazione. « Ama e fa ciò che vuoi », dice sant’Agostino. « Sia che tu taccia, taci per amore, sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che tu perdoni, perdona per amore ».
Anche l’antico testamento conosceva l’importanza del richiamo fraterno. Oltre al brano di Ezechiele, « sentinella » di Iahvè, invitato a vigilare sul comportamento del popolo e a richiamare chi sbaglia, ricordiamo ciò che diceva la legge: « Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni » (Dt 19,15).
Naturalmente qui si parla di fatti gravi, di mancanze pubbliche che possono danneggiare la comunità. Fatti che rendono indubbiamente ogni dialogo difficile. Non sarà mai semplice richiamare un ladro, un giovane tossicodipendente o addirittura uno spacciatore di droga, un industriale fuori legge, un marito/una moglie infedeli. Paolo richiama i Corinzi per un grave caso di immoralità (« Si sente dovunque parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra i pagani, al punto che uno convive con la moglie di suo padre » (1Cor 5,1).
Di fronte a questo impegno potrebbe esserci chi dice: « Io mi faccio gli affari miei! »; oppure, sul versante opposto, può esserci chi si sente rispondere: « Pensa per te! Impicciati degli affari tuoi ». E il dialogo si tronca sul nascere.
Non c’è dubbio però che Gesù abbia voluto affidare agli apostoli e a Pietro in particolare il « potere » di rimettere o di non rimettere questo tipo di mancanze, che possono disorientare la comunità ecclesiale.
Ma le parole di Gesù ci dicono che una eventuale esclusione dalla comunità è un fatto grave, e si deve sentire la responsabilità di farla precedere da un dialogo fraterno e serrato che ha come obiettivo il ricupero di chi è fuori strada.
Come ha fatto lui, che ha sempre avuto un occhio di riguardo e di preferenza per i peccatori e gli esclusi.
Compassione e misericordia sono parole importanti nel vocabolario ecclesiale. Ognuno di noi sa per esperienza personale che il bene lo compiamo a occhi aperti e a volte con una certa fatica, mentre un comportamento sbagliato è spesso frutto di debolezza.
Abbiamo in noi una forza di attrazione e una fragilità che ci fanno scegliere il male anche quando vediamo lucidamente che sarebbe meglio scegliere il bene. Come dice Paolo: « Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio » (Rm 7,19).
Come comportarsi allora quando un discepolo sbaglia e fa del male a qualcuno? Purtroppo la prima nostra reazione è spesso quella di spargere la notizia ai quattro venti, ad amici e conoscenti. Ci piace mettere il naso negli affari altrui, spettegolare. Magari non lo facciamo con cattiveria, forse pensiamo che, parlandone, in qualche modo qualcuno avrà il coraggio di avvisare chi sta sbagliando.
Eppure, entrando in dialogo « a tu per tu », da soli, come dice il vangelo, si capirebbero molte cose. L’altro potrebbe spiegarsi, giustificarsi. Si riuscirebbe a entrare nella sua pelle e capire meglio le motivazioni del suo comportamento.
Ciò che stiamo dicendo, può essere applicato magnificamente anche all’interno di quella cellula di chiesa che è la famiglia. Il parlarsi, costruire un clima di dialogo aperto e costruttivo, potrebbe risolvere tante rotture e superare tanti conflitti. Ma si deve essere animati da sincero amore per volerlo fare. Il più delle volte si lascia correre, lasciando che i rapporti si logorino.
Ma anche sul posto di lavoro, dove i conflitti nascono spesso da banalità e quotidiane rivalità, poi però durano nel tempo. Il 2 ottobre è la giornata internazionale della non violenza. Ebbene, una ditta di prodotti omeopatici festeggia con solennità ogni anno questa giornata per proporsi il miglioramento dei rapporti tra i dipendenti all’interno dell’azienda. Convinti che è importante superare il clima di conflittualità nei rapporti di lavoro, anche per migliorare la produzione.
Anche ciò che dice Gesù della preghiera esaudita di due persone che si accordano e che vivono la fraternità, si applica bene alla famiglia. Qui Gesù si rende presente, quando ci si sente uniti nel suo nome.
Ma, concludendo, di fronte al problema della correzione fraterna, la prima verifica da fare è quella di domandarci se le nostre comunità cristiane sono costruite sulla fratellanza vera, in modo che un intervento di questo tipo sia possibile. Gesù dice: « Se il tuo « fratello » commette una colpa… ». Siamo davvero una comunità di fratelli, o persone anonime che una volta ogni tanto si ritrovano negli stessi banchi in chiesa?
Perché, se si è comunità, non sarà difficile scoprire anche la propria responsabilità nei confronti di chi ha sbagliato. In ogni caso è l’intera comunità che si trova impegnata verso il fratello in difficoltà, nello stesso sforzo di ricupero, di riconversione.
Un caso particolare di « correzione fraterna » è quello verso chi è in autorità nella chiesa e nella società. « Ci sono troppi silenzi pericolosi, nella politica, nell’economia, nella scuola, nella famiglia: silenzi che fanno tanto male a tutti.. » (mons. Antonio Riboldi). A volte l’autorità può essere di scandalo presso la gente del popolo, esercitare il potere in modo ingiusto.
Gesù ha graffiato i farisei e i maestri della legge coraggiosamente, smascherando la loro ipocrisia, la loro vanità e la loro cupidigia. Lo ha fatto anche per aiutare gli indifesi ad aprire gli occhi.
Correggere fraternamente chi è in autorità e in generale chi va quasi orgoglioso del proprio comportamento ingiusto è una cosa difficile. Ma chi potrebbe intervenire si assume una grande responsabilità a tacere, perché proprio per la posizione che occupa, chi è in autorità si trova nelle condizioni di scandalizzare di più, se non addirittura di impedire la costruzione della comunità.
Naturalmente chi è in autorità dovrebbe dimostrarsi disponibile alla correzione, costruirsi meno castelli e steccati, manifestare meno sicurezza.
Ma quando non ci si sente di correggere fraternamente chi è in autorità non è leale sparlare, criticare negativamente, contribuire a fare il vuoto attorno al responsabile. In ogni caso il rifiuto radicale del dialogo, la quasi soddisfazione per aver trovato il superiore in difetto, non ha nulla a che vedere con il comportamento di Gesù nei confronti dell’autorità ebraica. Bisogna saper sorridere sui piccoli difetti, che non intaccano la sostanza. Però chiudere un occhio su tutto è segno di superficialità, è non prendere sul serio il ruolo decisivo dell’autorità nella comunità e l’impegno di evangelizzazione a cui la chiesa è chiamata.

È il modo che conta
« Ho imparato molto dai cani. Anni fa, facevo ingoiare tutti i giorni una cucchiaiata d’olio di fegato di merluzzo al mio cucciolo di pastore tedesco. Lo tenevo per il collo, gli aprivo la bocca a forza per fargli entrare il cucchiaio. Un giorno, il cane mi sfuggì di mano, rovesciando la medicina sul pavimento. Poi cominciò a leccare il cucchiaio. L’olio di fegato gli piaceva, ma non il mio modo di darglielo » (Emily Ann Smith) .

Amare la verità
« Chi fa il male e poi vuole che nessuno glielo contesti, è testimone di fronte alla sua coscienza di amare se stesso più della verità. Tutti però sappiamo che nessuno vive in modo da non peccare in qualcosa, e quindi solo chi non pretende di essere dichiarato giusto da chiunque, contro ogni verità, desidera davvero di far trionfare la verità più di se stesso. Pietro infatti accettò il rimprovero di Paolo, e Davide ascoltò con umiltà un suddito che lo riprendeva, perché i superiori onesti, capaci di non cedere all’orgoglio, ritengono un devoto ossequio da parte dei sudditi il manifestare onestamente la verità. Occorre quindi che l’esercizio del potere sia moderato da sistemi che diano la possibilità ai sudditi di manifestare liberamente le loro giuste opinioni » (san Gregorio Magno).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

3 SETTEMBRE 2017 | 22A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/05-Ordinario_A/Omelie/22-Domenica/10-22a-Domenica_A_2017-UD.htm

3 SETTEMBRE 2017 | 22A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Donare la propria vita senza pentimenti e tentennamenti, fino alla croce. È questa la vocazione del cristiano. È stato così per Gesù, per Paolo, per Geremia.

La parola di Dio
Geremia 20,7-9. Geremia, non vorrebbe fare il profeta tra la sua gente in un tempo difficile, si sente ingannato e deriso. Nonostante tutto prevale in lui il desiderio di essere fedele: « Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre », dice arrendendosi alla missione a cui viene chiamato.
Romani 12,1-2. Paolo esorta i cristiani a offrirsi a Dio « come sacrificio vivente », a essere genuini, non piattamente condizionati. A mettere a disposizione tutta la loro persona per ciò che è buono e giusto secondo Dio.
Matteo 16,21-27. Dopo la coraggiosa e sorprendete professione di fede di Pietro che abbiamo ricordato domenica scorsa, Gesù parla della sua passione, morte e risurrezione. Ma Pietro, sentendo parlare di croce, non condivide e non l’accetta. E Gesù lo rimprovera.

Riflettere
Pietro ha appena professato la sua fede in Gesù: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! » (Mt 16,16), ma Matteo non teme di ridimensionare immediatamente la fede di Pietro con questo nuovo episodio.
Gesù si accorge che l’atteggiamento della chiesa ebraica si fa sempre più minaccioso nei suoi confronti e vuole preparare i suoi amici a quella che apparirà come una tragica sconfitta. Tuttavia come ogni volta che Gesù entra in questo argomento, e anche adesso, gli apostoli manifestano la loro delusione e il loro disorientamento.
È Pietro che prende la parola, il generoso e l’entusiasta Pietro. Anche questa volta è lui il portavoce degli apostoli. « Dio non voglia, Signore; questo non accadrà mai! »: è la sua reazione e quella degli altri, ed è carica di tutta l’amicizia e l’affetto di cui era capace.
Ma la frase è anche in linea con la fede appena manifestata a Cesarea: una fede vincente, fondata sul riconoscimento della grandezza di Gesù. Per ogni buon ebreo il messia non avrebbe mai potuto essere uno sconfitto.
Gesù però non coglie gli aspetti apparentemente positivi della frase di Pietro e ha verso di lui parole durissime: « Va’ dietro a me, Satana! ».
Gesù sa che la croce per lui sarà l’occasione di portare a termine fino in fondo il piano di Dio, che è così che dimostrerà la serietà di quanto ha predicato e il suo amore profondo per l’uomo. Gesù non ama la croce, ne ha paura, e Pietro con le sue parole glielo ricorda, gli si pone come tentazione con i suoi ragionamenti umani.
Una tentazione, ricordiamolo, che lo accompagnerà sempre, sin dall’inizio, prima di iniziare la vita pubblica, quando per 40 giorni fu tentato nel deserto, e alle tante volte che il popolo vorrà proclamarlo re, al momento decisivo della crisi nell’orto del Getzemani, prima della croce…
« Cari amici », ha detto Benedetto XVI ai giovani della GMG di Madrid, « spesso la croce ci fa paura, perché sembra essere la negazione della vita. In realtà, al contrario, è il sì di Dio all’uomo, l’espressione massima del suo amore ».
Gesù sa che se vorrà essere fedele fino in fondo dovrà inevitabilmente giungere a quella tragica conclusione. La scelta della croce lo accompagnerà a ogni passo, come conseguenza della decisione di scegliere come unica proposta di vita la missione di portare a termine la missione del Padre.
Sarà questa anche la vocazione di ogni vero discepolo di Cristo: seguire il suo stile di vita, fare le sue scelte, accettare la logica del vangelo. Scrive Paolo ai cristiani di Filippi: « A voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui » (1,29).
Prendere la croce, nelle affermazioni di Gesù, vuol dire orientarsi decisamente verso un tipo di esistenza che può comportare lotte, umiliazioni, povertà, privazioni per rimanere fedeli, anche a costo di rimetterci ogni cosa, compresa la vita.
Una croce che non è cercata per se stessa, frutto di autolesionismo. Neanche per Gesù. La croce diventa semplicemente il segno di un amore senza misura e per questo apre a una vita non persa ma realizzata.
Come Cristo ha salvato il mondo con il suo apparente fallimento, giungendo al culmine della sua azione salvifica proprio nel momento della sua Pasqua, così anche per i discepoli, ogni volta che sopportano sofferenza e annientamento per non cedere al compromesso, per essere fedeli, diventano causa di salvezza, manifestazione della potenza di Dio, che dona al mondo la vita per mezzo della loro morte: « Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto » (Gv 12,24).

Attualizzare
Quello della croce è diventato certo un discorso duro per le nostre comunità. Se ne parla con una certa rassegnazione e diventa un fatto incomprensibile, accettato spesso con cuore chiuso. È necessario quindi un vero cambiamento di mentalità, una conversione. La croce, infatti, in quanto insieme di difficoltà e privazioni che sono conseguenza di scelte evangeliche, è un fatto positivo e salvifico, e rientra nella logica vincente di Dio.
La via della croce, che era vista come una maledizione per l’uomo, un supplizio infamante, è motivo di onore e di gloria per il cristiano. Se nella sua vita mancasse questa componente dovrebbe probabilmente dubitare della verità del suo amore e della sua fedeltà a Dio.
Il martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (+ 1857), volendo far conoscere dalla prigione le tribolazioni nelle quali ogni giorno era immerso, scrive: «  »Questo carcere è davvero un’immagine dell’inferno eterno: ai crudeli supplizi di ogni genere, come i ceppi, le catene di ferro, le funi, si aggiungono odio, vendette, calunnie, parole oscene, false accuse, cattiverie, giuramenti iniqui, maledizioni e infine angoscia e tristezza… In mezzo a questi tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la grazia di Dio sono pieno di gioia e letizia, perché non sono solo, ma Cristo è con me ».
Passiamo gran parte delle nostre giornate a liberarci dalle sofferenze, a cercare di curarci per stare meglio, a migliorare il nostro benessere e quello della nostra famiglia. Tutte cose legittime. Ma se vivremo una vita aperta e ci impegneremo a fondo mettendoci del nostro per far sì che le cose nella società e nel mondo attorno a noi cambino in meglio, sappiamo che tutto questo avrà un prezzo.
Anche solo sul piano dell’efficienza umana, nulla si ottiene senza sforzo: dal voler provare la gioia di un’escursione in montagna, al miracolo del mettere al mondo una nuova vita, al semplice superamento di un esame scolastico, è solo andando contro se stessi e al proprio istinto che si possono raggiungere questi obiettivi.
Non illudiamoci. La gioia, l’amore comunitario e una certa vitalità propria della vita evangelica possono a volte farci pensare che il cristiano sia chiamato a una vita di efficienza e non a quella mortificante della croce.
C’è addirittura chi immagina che al cristiano quasi per un privilegio venga negata quella componente di vita dura a cui ogni uomo è costretto dalla natura. Essere dalla parte di Dio significa essere dalla parte vincente, ma non in modo automatico, e non sempre in questa vita.
Pietro afferma che Gesù è il messia, il Figlio di Dio (Mt 16,16), ma in questo riconoscimento non è del tutto disinteressato. La sua cultura gli fa pensare a un messia vincente e sotto sotto pensa di essere coinvolto in questa aspettativa di gloria. D’altra parte non è gli facile in questo momento vedere fino in fondo le cose con gli occhi di Dio, e ragiona come ogni persona di buon senso: « Per carità: questo non ti accada mai! ».
Invece chi ha fede sul serio, di fronte alla croce non si ribella e non bestemmia: sa che la croce è la conseguenza di una donazione a Dio senza riserve. Non l’accetta quindi come un’eventualità indesiderata, ma come uno strumento, il segno di una fedeltà.
Seguire Cristo ha questo significato. Avere fede può voler dire essere disposti a perdere umanamente tutto: il cristiano questo lo sa e non lo teme. « Il male prende la forma di una croce che scava la carne, che piega sotto il dolore: sembra solo sofferenza e umiliazione, e lo è effettivamente, ma è la forma di un amore totale che fa dono di sé fino alla fine… » (Paola Bignardi).
A questa croce è andata incontro Annalena Tonelli, che fece sin da bambina la scelta degli ultimi: « Scelsi di essere per gli altri – i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati – che ero una bambina e così sono stata, e confido di continuare a essere, fino alla fine della mia vita ». Andò incontro alla croce in Somalia la sera del 5 ottobre 2003. Mentre visitata i suoi malati, fu uccisa da un colpo di pistola sparato da gente che aveva scelto di servire.
I nostri ragionamenti umani possono diventare addirittura di inciampo agli altri. Ogni volta che come Pietro consideriamo la sofferenza e la morte come un pericolo da evitare, diventiamo di scandalo, impediamo agli altri di realizzare il piano di Dio nella loro vita.
La logica di Dio è senza dubbio una logica vincente, ma la risurrezione, che è una realtà esaltante, passa attraverso la croce. Non si arriva alla risurrezione scavalcando la sofferenza, ma accettandola.

Margherita, la mamma di san Giovanni Bosco
« Mamma, – chiese don Bosco alla mamma – non verreste a fare da mamma ai miei poveri ragazzi? ». « Se ti pare che tal cosa faccia piacere al Signore, io sono pronta a partire subito ». Margherita lasciò le sicurezze di una vecchiaia gioiosa, attorniata dall’affetto dei suoi nipoti, e si dedicò ad altri figli per dieci lunghi anni, a partire da quel 3 novembre del 1846, quando si mise in cammino verso la grande città, Torino.
Don Bosco e la mamma vissero in povertà e iniziarono a ospitare in casa i ragazzi orfani o privi di una educazione adeguata: il primo bussò alla porta in una sera piovosa e Mamma Margherita gli preparò un lettuccio accanto al fuoco. Da quel giorno Margherita si diede da fare per la cucina e per rammendare gli abiti dei suoi nuovi figli, si dedicò all’orto dell’Oratorio e, come una buona madre, si mise soprattutto a diffondere calore e affetto.
Ebbe un momento di cedimento quando i ragazzi gli devastarono l’orto, distruggendo l’ultimo legame che aveva con la sua vita contadina. Disse: « Giovanni, sono stanca. Lasciami tornare ai Becchi! ». Don Bosco guardò il volto di sua madre e le indicò il crocifisso sulla parete. Lei chinò la testa e tornò a ricucire i vestiti dei suoi ragazzi.

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

27 AGOSTO 2017 | 21A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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27 AGOSTO 2017 | 21A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
« Chi dice la gente che io sia? », domanda Gesù agli apostoli. « E voi, chi dite che io sia? ». Sono le domande che ogni anno la chiesa ripropone anche a noi. Pietro risponde sottolineando la grandezza di Gesù, e Gesù pone Pietro a fondamento della chiesa.

La parola di Dio
Isaia 22,19-23. Il profeta Isaia fa riferimento a una pagina della storia dei discendenti di Davide. Eliakim, figlio di Chelkia, viene nominato ministro della casa reale al posto dell’ambizioso Sebna. Eliakim sarà esattamente l’opposto di Sebna, perché è un uomo fedele, un « servo del Signore ». Eliakim viene dunque cinto della cintura e gli viene consegnato il pieno potere, « la chiave di Davide ». Il testo di Isaia è in questo caso un chiaro riferimento al testo del vangelo e ai simboli usati da Gesù nei confronti di Pietro.
Romani 11,33-36. Paolo, consapevole della storia del suo popolo, è tutto preso dal desiderio della sua salvezza. Ma dopo tanto ragionare, mette tutto nella mani di Dio, affermandone con meraviglia la sua grandezza e il suo modo unico e singolare di intervenire nella storia.
Matteo 16,13-20. Nel brano di Matteo, Pietro si sbilancia nel riconoscere in Gesù il messia atteso. E Gesù a sua volta dà a Pietro il potere delle chiavi, mettendolo a capo della chiesa.

Riflettere
È di nuovo di scena Pietro, come 15 giorni fa. Allora chiese di camminare sulle acque come Gesù. Qui, ispirato dallo Spirito, fa una aperta dichiarazione a favore dell’identità di Gesù. Ma alla fine verrà rimproverato, perché non accetterà un messia sofferente (è il brano di vangelo della prossima domenica).
Non ci dispiace vedere agire Pietro. Tante pagine del vangelo hanno lui come protagonista e ci è simpatico, impulsivo e generoso com’è, pronto e sincero, anche se umanamente vile durante la passione di Gesù. Praticamente della nostra stessa umanità e debolezza.
Gesù non aveva certo bisogno di sapere che cosa pensava la gente di lui. Ma lo chiede agli apostoli, intendendo prepararli alla scoperta della sua persona e della sua missione. È a questi apostoli che di esperienza in esperienza si svelerà pienamente, dando a loro l’incarico di rivelarlo al mondo. Così dirà Pietro al pagano Cornelio: « Noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti » (At 10,39-41).
Nella risposta degli apostoli vengono nominati Giovanni Battista, Elia, Geremia… tra i nomi più importanti che gli apostoli potessero fare.
Gesù continua e chiede: « Ma voi, chi dite che io sia? ». È a questo punto che la risposta di Pietro si fa sorprendente per la sua ispirata correttezza: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ».
Ci voleva un certo coraggio a riconoscere nell’uomo Gesù, che pure li stava affascinando con la sua parola e i miracoli, ma che si presentava ai loro occhi nei panni di una sorprendente normalità, il messia atteso, il Figlio di Dio.
Gesù dà a Pietro il potere delle chiavi. Le sue parole fanno chiaramente capire che si tratta di un potere destinato a essere esercitato soprattutto quando Gesù non sarà più tra loro, quando esisterà la chiesa e avrà bisogno di una pietra solida per continuare nel tempo.
Di fatto il papa è oggi il successore di Pietro e continua a offrire la stessa testimonianza, rafforzata dalla promessa di Gesù: « Le potenze degli inferi non prevarranno » (Mt 16,18).

Attualizzare
Ogni anno ci viene proposto questo episodio evangelico, che si trova anche il Marco (8,27-30, 24ª domenica dell’anno B) e in Luca (9,18-21, 12ª domenica dell’anno C).
Ogni anno, in ogni epoca storica, ci viene chiesto di rispondere alla domanda: « Chi è Gesù per la gente d’oggi? ». E la nostra risposta non è molto diversa dalla prima risposta degli apostoli: Gesù anche oggi è considerato un uomo importante: per la storia, per ciò che ha detto e fatto, per l’influenza che ha avuto attraverso il suo messaggio e la presenza della chiesa che prolunga la sua missione.
Gesù piace ai vecchi e ai giovani. Riempie le sale cinematografiche, e i libri che studiano o mettono in discussione la sua figura diventano best-seller.
In ogni tempo è più frequente contestare la chiesa nella sua organizzazione e nei suoi vertici o nelle sue prese di posizione, avere con vescovi e sacerdoti e suore delle riserve o dei rapporti difficili, ma verso Gesù, no. Anzi, sono a volte gli stessi « avversari », magari atei, a richiamarsi a lui per sottolineare e rafforzare le loro stesse contestazioni.
Ma a noi in particolare oggi viene riproposta la domanda: « Ma per voi, chi sono io? ». E non ci si può esimere dal rispondere. Chi non se la sente di rispondere ha già risposto in cuor suo ed entra nel numero dei molti indifferenti, di chi magari prega e viene anche a messa, ma non ha verso Gesù un rapporto vivo e vero.
Perché se Gesù è uno dei tanti personaggi del passato, come Napoleone o Socrate, non ha più molto da dirci.
Se invece è il messia salvatore, il Figlio di Dio che si è incarnato, è inevitabile sentirci coinvolti e la sua parola ha per ciascuno di noi un valore assoluto, che profuma di eternità.
Quanto a Pietro, non possiamo non sottolineare quale importanza abbia il suo ruolo nella vita della chiesa. Avere un centro di unità, il trovarci uniti attorno alla sua persona dà una solida garanzia di stabilità alla comunità dei cattolici sparsa su tutta la terra e caratterizzata da culture e modi di vedere e di vivere spesso profondamente diversi.
Anche i nostri fratelli separati riconoscono la fortuna dei cattolici sotto questo aspetto, essi che dopo la separazione si sono divisi in tanti gruppi e chiese. Papa Benedetto XI molto chiaramente ha ricordato loro all’inizio del suo pontificato, che anche di fronte al problema dell’ecumenismo, nessuno può prescindere dal ruolo di Pietro. Non c’è chiesa senza Pietro. Così ha voluto Gesù.
Ciò non vuol dire che il papato debba necessariamente mantenere la fisionomia e lo stile di governo di oggi. In particolare può essere utile ricordare ciò che scrive sant’Agostino: « Pietro per natura era soltanto un uomo, per grazia era un cristiano, per una grazia speciale era un apostolo, anzi il primo degli apostoli. Ma quando Gesù gli disse: « A te darò le chiavi del regno dei cieli e ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli », egli rappresentava la chiesa universale, che in questo mondo è scossa da prove, eppure non crolla, perché è fondata sulla pietra da cui, appunto, deriva il suo nome. Non è la pietra che deriva il suo nome da Pietro, ma è Pietro che lo deriva dalla pietra; così come non è il nome di Cristo che deriva da cristiano, ma il nome cristiano che deriva da Cristo. E il Signore disse: « Su questa pietra edificherò la mia chiesa » perché Pietro gli aveva detto: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ». E dunque su questa pietra, da te confessata, io edificherò – dice il Signore – la mia chiesa. La pietra infatti era Cristo, sul quale fondamento anch’egli, Pietro, era stato edificato ».
La presenza del successore di Pietro in ogni caso è, come dicevamo, una grande garanzia di stabilità per la chiesa, perché la vera pietra su cui si appoggia è Cristo stesso. Gli imperatori romani prima, Napoleone e Hitler poi, si sono illusi di poter affermare che il papa che essi perseguitavano sarebbe stato l’ultimo della storia. In realtà oggi il papato è ancora lì, più fiorente che mai.
A conclusione, tiriamo ancora qualche corollario, da questo brano evangelico. Poco prima di questo episodio, mentre Gesù e gli apostoli sono in barca verso l’altra riva del lago, dice loro di « guardarsi dal lievito dei farisei ». Che è il lievito di chi si fa maestro degli altri, di chi disprezza i peccatori e impone agli altri quei pesi pesanti che loro non intendono toccare nemmeno con un dito. Inutile dire che da questo lievito dovrebbe guardarsi ogni cristiano, soprattutto chi si trova in posizione di responsabilità nella chiesa.
Infine, Gesù ordina agli apostoli di non dire a nessuno che egli è il messia. Se in quel momento era importante che fosse custodito quel « segreto messianico » che poteva essere mal capito, oggi avviene il contrario. Dopo la risurrezione di Gesù e i duemila anni della chiesa è quanto mai necessario che si proclami chi è Gesù, perché anche altri siano raggiunti dalla salvezza.

Intervistare Gesù
Qualcuno chiede al brillante giornalista Beppe Severgnini, nella sua rubrica « Italians Magazine » del supplemento al Corriere della Sera: « Se potessi intervistare un grande personaggio del passato, chi sarebbe e di che cosa vorresti parlare? ». Risposta: « Gesù. Vorrei conoscere il Suo conciso giudizio sugli ultimi duemila anni ». Quale risposta daremmo noi, se ci chiedessero: « Se lo potessi, che cosa chiederesti a Gesù? ».

Processo a Gesù
Nel 1955 andò in scena al Piccolo Teatro di Milano il dramma « Processo a Gesù » di Diego Fabbri. L’autore immagina una troupe di ebrei che, dopo la seconda guerra mondiale, si sposta di città in città per rifare davanti al pubblico il processo a Gesù, per verificare se fu condannato giustamente o ingiustamente.
Vengono ascoltati i testimoni di allora: Pilato, Caifa, Giuda, gli apostoli e anche questa volta la sentenza si preannuncia di condanna nei confronti di Gesù. E l’argomento principale della condanna è che nulla è cambiato con la sua venuta: tutto continua come prima e, pertanto, secondo il presidente del tribunale, non può essere stato il Figlio di Dio. A conclusione, il presidente rivolto al pubblico dice: « Pronunceremo la sentenza, ma vorrei chiedere prima a voi cristiani qui presenti, chi era, chi è per voi Gesù di Nazaret ». A questo punto tutto cambia. Si alza, infatti, un sacerdote che era lì in incognito; si alza un giovane fuggito di casa; si presenta una prostituta trascinata in teatro dal suo amante intellettuale; chiede la parola la donna delle pulizie del teatro: coraggiosamente ognuno grida chi è Gesù nel segreto della propria vita, affermando decisamente di non poter fare a meno di lui. Appare chiaro che non è affatto vero che tutto è rimasto come era prima, perché tante cose sono cambiate! Il presidente del tribunale, allora, conclude: « Perché non lo gridate forte, dovunque e sempre, quello che avete detto stasera? Tutti dovreste gridarlo! Tutti! Tutti! Perché altrimenti si ripete anche per voi quello che accadde per noi allora: di rinnegare, di condannare, di crocifiggere Gesù. Io debbo proclamare, al cospetto di tutti, che non so ancora se Gesù di Nazaret sia stato veramente quel Messia che noi aspettavamo, ma è certo che lui, lui solo, alimenta e sostiene tutte le speranze del mondo. Io lo proclamo innocente e martire! ».

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA

20 AGOSTO 2017 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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20 AGOSTO 2017 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
La salvezza è destinata a tutti. Gesù ha annunciato il vangelo anzitutto a quelli della sua terra, ma ha dato ai suoi apostoli il mandato di evangelizzare tutti i popoli. E lui stesso ha fatto un grande elogio della fede di alcuni stranieri.

La parola di Dio
Isaia 56,1.6-7. Il profeta Isaia afferma che la salvezza viene offerta a tutti i popoli. Lo stesso tempio di Gerusalemme è destinato a diventare un luogo di preghiera universale.
Romani 11,13-15.29-32. Paolo ha aperto la salvezza anche ai pagani e questo ha fatto ingelosire gli ebrei. Ma – dice Paolo – questa è una cosa positiva, se può servire a salvarli. Perché se è vero che agli ebrei per primi è stata donata la salvezza, tutti, sia gli ebrei che i pagani, sono coinvolti allo stesso modo, dal momento che tutti hanno bisogno della misericordia di Dio.
Matteo 15,21-28. Gesù viene pregato da una donna straniera ricca di fede e proprio per lei fa un miracolo in territorio pagano.

Riflettere
Matteo nello stendere questo brano ha avuto delle preoccupazioni teologiche e pastorali. La comunità primitiva degli apostoli doveva spiegare come mai la chiesa stava avendo un’enorme diffusione tra i pagani, mentre Gesù aveva predicato quasi esclusivamente « alle pecore perdute della casa di Israele ».
All’evangelista Matteo, per legittimare questa nuova prosenza nella chiesa, è servito bene questo episodio che Gesù ha vissuto nel territorio di Tiro e Sidone, cioè in territorio pagano, e che ha per protagonista una donna cananea. Il dialogo di Gesù con questa donna riflette probabilmente le discussioni vivaci, che i primi cristiani avevano tra di loro proprio sul tema dell’apertura della chiesa ai pagani, discussioni che erano state molto tese tra gli stessi apostoli.
Matteo in sostanza dice, sottolineando la fede grande di questa donna non ebrea, che ciò che davvero diventa discriminante per diventare cristiani non è più l’appartenenza a un popolo, ma la fede in Gesù.
E la fede questa donna l’aveva giusta. Rivolgendosi a Gesù lo chiama « Figlio di Davide », dimostrando di riconoscerlo come messia, cosa che sfuggirà a molta parte degli ebrei.
Invece le parole di Gesù verso questa donna sono di una durezza che non trova facilmente riscontro altrove nel vangelo. Forse il dialogo è stato schematizzato da Matteo, o forse Gesù ha voluto davvero mettere in risalto la fede e l’umiltà di quella straniera.
Una umiltà che è dettata prima di tutto da amore verso la figlia. Così com’era l’amore che l’aveva spinta a farsi avanti, superando il disagio e l’imbarazzo, andando contro certe usanze che facevano ritenere sconveniente a una donna fermarsi a parlare liberamente con degli uomini.
Ed è un’umiltà che nasce dalla certezza che Gesù ha il potere di fare quel miracolo. In questo senso la sicurezza di questa donna è la stessa di Maria, la madre di Gesù, quando a Cana, noncurante di ciò che le aveva detto il figlio (« Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora ») dice ai servi di casa di aspettare ordini da lui (Gv 2,1-11).
Ed è infine un’umiltà che nasce da un’intesa profonda che si è creata tra Gesù e lei. Essa legge in Gesù una rettitudine e una bontà che va al di là delle parole e che le permettono di avere piena fiducia e confidenza in lui. Anzi la durezza crescente di Gesù la interpreta come un invito a chiedere con più coraggio, come una provocazione che prelude l’esaudimento pieno.
È Gesù del resto che aveva invitato a pregare con insistenza, senza stancarsi: « Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto » (Mt 7,7, ma anche Lc 11,5-13).
Gesù conclude facendo l’elogio della fede grande di questa donna: « Donna, grande è la tua fede! » e per lei compie il miracolo.

Attualizzare
Domenica scorsa ricordavamo la fede incerta e debole di Pietro. Oggi la fede forte e ferma di questa donna straniera, che non si ferma davanti al rifiuto durissimo di Gesù e continua a pregarlo.
Si rimane sconcertati di fronte all’indifferenza di Gesù e poi alle sue dure parole. Appare quasi crudele, insensibile, impietoso verso le lacrime di questa madre che chiede la guarigione della figlia.
Gesù, uomo del suo tempo, può davvero aver usato questo linguaggio tipico del modo di esprimersi degli ebrei nei confronti dei pagani.
E ribadisce la dimensione non immediatamente universalistica della sua missione pubblica, che si rivolge alla gente della sua terra, pur sottolineando – ogni volta che gli capita – la fede straordinaria e la generosità di alcuni pagani, dal centurione romano al samaritano guarito dalla lebbra, e affermerà la destinazione universale del vangelo: « Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli » (Mt 28, 19).
Ma probabilmente Gesù vuole prima di tutto purificare la fede di questa donna e rifiuta di essere scambiato semplicemente per un guaritore. Lei lo ha chiamato « figlio di Davide », ma in realtà è lì soprattutto per la guarigione della figlia.
Una donna nella quale spiccano la determinatezza e l’umiltà. La sua è la tenacia dei deboli, il coraggio della gente semplice. Quando c’è di mezzo un bene da fare, spesso sono proprio i più umili che si fanno sotto per primi, che spingono gli indecisi, che spazzano gli ultimi dubbi sulla possibilità di poter portare a compimento un’impresa.
Non si può non rimanere stupiti della serena maturità di questa donna, della sua umiltà e « fede grande », così come emergono proprio dalle parole impietosamente sferzanti di Gesù.
Se per gli ebrei il fatto di essere fuori dal popolo eletto era già motivo di disapprovazione, per Gesù, e poi per Paolo, la fede e la salvezza non sono legate alla « carne e al sangue », ma sono un dono di Dio per tutti e dipendono dalla apertura del cuore di ognuno.
La storia è piena di episodi di persone lontane dalla fede e a volte anche dalla legalità e dalla moralità, che nell’occasione, per istinto o per amore, per un richiamo della coscienza, diventano capaci di grandi atti di bontà e di eroismo.
È necessario allora che ogni cristiano diventi « cattolico » e riconosca che siamo tutti fratelli o perché già credenti o perché siamo chiamati a diventarlo. Perché tutti siamo figli di Dio. Papa Giovanni XXIII si rivolse ai carcerati di Regina Coeli dicendo: « Miei cari figlioli, miei cari fratelli… ».
L’episodio può apparire addirittura emblematico della preferenza di Gesù per i lontani. Come dicevamo, Matteo potrebbe averlo riportato per togliere i dubbi alla chiesa primitiva, indecisa di fronte all’apertura ai pagani. La tenacia di questa donna può essere portata di esempio anche ai credenti, proprio per dire: « Guardate la sua fede incrollabile, che non si ferma neanche di fronte alle dure parole di Gesù ».
Del resto, ogni volta che gli è possibile Gesù sottolinea la sua simpatia per i semplici, per i lontani, per i peccatori, per gli stranieri. A differenza di quelli che si sentono i destinatati primi della salvezza che invece gli girano attorno solo per coglierlo in difficoltà.
Ma anche i semplici provano simpatia per Gesù. Lo cercano, lo ascoltano, si rivolgono a lui con fiducia piena, come ha fatto questa donna.
La preghiera insistente di questa cananea e l’atteggiamento di Gesù ci fa anche pensare ai silenzi di Dio. Quante volte la nostra preghiera appare inascoltata e accusiamo Dio di essere insensibile alle nostra difficoltà, alle nostre preghiere. In realtà Dio intende proprio purificare la nostra preghiera, mettere alla prova la nostra fede.
Tra i temi di forte attualità che possono essere sviluppati in questa domenica c’è anche quello del bisogno di accoglienza legato al fenomeno migratorio che coinvolge il nostro paese. Non è facile spalancare le porte della propria abitazione a chi si presenta con una cultura diversa dalla nostra e segue una religiosità che non ispira simpatia, anzi che è spesso vista carica di violenza.
Essi che spesso ricevono solo le briciole della nostra solidarietà, dovrebbero almeno ricevere le briciole della nostra disponibilità a concedere loro spazi per esprimere la loro fede. Ma anche l’occasione per realizzare un confronto che li apra a sentieri di una fede più genuina.
La preghiera insistente
San Tommaso a proposito di preghiera insistente dice che la preghiera insistente fatta agli uomini ci rende a loro fastidiosi, mentre la preghiera insistente fatta a Dio ci rende a lui familiari e amici. Come a dire che questo modo di pregare più che a Dio serve a noi: per purificare le nostre intenzioni, per corresponsabilizzarsi, per approfondire il nostro rapporto con Lui. Diceva Padre Pio: « La preghiera deve essere insistente. L’insistenza denota fede ».

Don Lorenzo Milani: « Io non ho patria »
« Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri ».

SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – BENEDETTO XVI

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20050815_assunzione-maria.html

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Parrocchia Pontificia di San Tommaso da Villanova, Castel Gandolfo
Lunedì, 15 agosto 2005

Cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari Fratelli e Sorelle,
innanzi tutto, un cordiale saluto a voi tutti. Per me è una grande gioia celebrare la Messa nel giorno dell’Assunta in questa bella chiesa parrocchiale. Saluti al Cardinale Sodano, al Vescovo di Albano, a tutti i sacerdoti, al Sindaco, a tutti voi. Grazie per la vostra presenza. La festa dell’Assunta è un giorno di gioia. Dio ha vinto. L’amore ha vinto. Ha vinto la vita. Si è mostrato che l’amore è più forte della morte. Che Dio ha la vera forza e la sua forza è bontà e amore.
Maria è assunta in cielo in corpo e anima: anche per il corpo c’è posto in Dio. Il cielo non è più per noi una sfera molto lontana e sconosciuta. Nel cielo abbiamo una madre. E la Madre di Dio, la Madre del Figlio di Dio, è la nostra Madre. Egli stesso lo ha detto. Ne ha fatto la nostra Madre, quando ha detto al discepolo e a tutti noi: “Ecco la tua Madre!” Nel cielo abbiamo una Madre. Il cielo è aperto, il cielo ha un cuore.
Nel Vangelo abbiamo sentito il Magnificat, questa grande poesia venuta dalle labbra, anzi dal cuore di Maria, ispirata dallo Spirito Santo. In questo canto meraviglioso si riflette tutta l’anima, tutta la personalità di Maria. Possiamo dire che questo suo canto è un ritratto, una vera icona di Maria, nella quale possiamo vederla proprio così com’è. Vorrei rilevare solo due punti di questo grande canto. Esso comincia con la parola “Magnificat”: la mia anima “magnifica” il Signore, cioè “proclama grande” il Signore. Maria desidera che Dio sia grande nel mondo, sia grande nella sua vita, sia presente tra tutti noi. Non ha paura che Dio possa essere un “concorrente” nella nostra vita, che possa toglierci qualcosa della nostra libertà, del nostro spazio vitale con la sua grandezza. Ella sa che, se Dio è grande, anche noi siamo grandi. La nostra vita non viene oppressa, ma viene elevata e allargata: proprio allora diventa grande nello splendore di Dio.
Il fatto che i nostri progenitori pensassero il contrario fu il nucleo del peccato originale. Temevano che, se Dio fosse stato troppo grande, avrebbe tolto qualcosa alla loro vita. Pensavano di dover accantonare Dio per avere spazio per loro stessi. Questa è stata anche la grande tentazione dell’epoca moderna, degli ultimi tre-quattro secoli. Sempre più si è pensato ed anche si è detto: “Ma questo Dio non ci lascia la nostra libertà, rende stretto lo spazio della nostra vita con tutti i suoi comandamenti. Dio deve dunque scomparire; vogliamo essere autonomi, indipendenti. Senza questo Dio noi stessi saremo dei, facendo quel che vogliamo noi ». Era questo il pensiero anche del figlio prodigo, il quale non capì che, proprio per il fatto di essere nella casa del padre, era “libero”. Andò via in paesi lontani e consumò la sostanza della sua vita. Alla fine capì che, proprio per essersi allontanato dal padre, invece che libero, era divenuto schiavo; capì che solo ritornando alla casa del padre avrebbe potuto essere libero davvero, in tutta la bellezza della vita. E’ così anche nell’epoca moderna. Prima si pensava e si credeva che, accantonando Dio ed essendo noi autonomi, seguendo solo le nostre idee, la nostra volontà, saremmo divenuti realmente liberi, potendo fare quanto volevamo senza che nessun altro potesse darci alcun ordine. Ma dove scompare Dio, l’uomo non diventa più grande; perde anzi la dignità divina, perde lo splendore di Dio sul suo volto. Alla fine risulta solo il prodotto di un’evoluzione cieca e, come tale, può essere usato e abusato. E’ proprio quanto l’esperienza di questa nostra epoca ha confermato.
Solo se Dio è grande, anche l’uomo è grande. Con Maria dobbiamo cominciare a capire che è così. Non dobbiamo allontanarci da Dio, ma rendere presente Dio; far sì che Egli sia grande nella nostra vita; così anche noi diventiamo divini; tutto lo splendore della dignità divina è allora nostro. Applichiamo questo alla nostra vita. E’ importante che Dio sia grande tra di noi, nella vita pubblica e nella vita privata. Nella vita pubblica, è importante che Dio sia presente, ad esempio, mediante la Croce negli edifici pubblici, che Dio sia presente nella nostra vita comune, perché solo se Dio è presente abbiamo un orientamento, una strada comune; altrimenti i contrasti diventano inconciliabili, non essendoci più il riconoscimento della comune dignità. Rendiamo Dio grande nella vita pubblica e nella vita privata. Ciò vuol dire fare spazio ogni giorno a Dio nella nostra vita, cominciando dal mattino con la preghiera, e poi dando tempo a Dio, dando la domenica a Dio. Non perdiamo il nostro tempo libero se lo offriamo a Dio. Se Dio entra nel nostro tempo, tutto il tempo diventa più grande, più ampio, più ricco.
Una seconda osservazione. Questa poesia di Maria – il Magnificat – è tutta originale; tuttavia è, nello stesso tempo, un “tessuto” fatto totalmente di “fili” dell’Antico Testamento, fatto di parola di Dio. E così vediamo che Maria era, per così dire, “a casa” nella parola di Dio, viveva della parola di Dio, era penetrata dalla parola di Dio. Nella misura in cui parlava con le parole di Dio, pensava con le parole di Dio, i suoi pensieri erano i pensieri di Dio, le sue parole le parole di Dio. Era penetrata dalla luce divina e perciò era così splendida, così buona, così raggiante di amore e di bontà. Maria vive della parola di Dio, è pervasa dalla parola di Dio. E questo essere immersa nella parola di Dio, questo essere totalmente familiare con la parola di Dio le dà poi anche la luce interiore della sapienza. Chi pensa con Dio pensa bene, e chi parla con Dio parla bene. Ha criteri di giudizio validi per tutte le cose del mondo. Diventa sapiente, saggio e, nello stesso tempo, buono; diventa anche forte e coraggioso, con la forza di Dio che resiste al male e promuove il bene nel mondo.
E, così, Maria parla con noi, parla a noi, ci invita a conoscere la parola di Dio, ad amare la parola di Dio, a vivere con la parola di Dio, a pensare con la parola di Dio. E possiamo farlo in diversissimi modi: leggendo la Sacra Scrittura, soprattutto partecipando alla Liturgia, nella quale nel corso dell’anno la Santa Chiesa ci apre dinanzi tutto il libro della Sacra Scrittura. Lo apre alla nostra vita e lo rende presente nella nostra vita. Ma penso anche al “Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica”, che recentemente abbiamo pubblicato, nel quale la parola di Dio è applicata alla nostra vita, interpreta la realtà della nostra vita, ci aiuta ad entrare nel grande “tempio” della parola di Dio, ad imparare ad amarla e ad essere, come Maria, penetrati da questa parola. Così la vita diventa luminosa e abbiamo il criterio in base al quale giudicare, riceviamo bontà e forza nello stesso momento.
Maria è assunta in corpo e anima nella gloria del cielo e con Dio e in Dio è regina del cielo e della terra. E’ forse così lontana da noi? E’ vero il contrario. Proprio perché è con Dio e in Dio, è vicinissima ad ognuno di noi. Quando era in terra poteva essere vicina solo ad alcune persone. Essendo in Dio, che è vicino a noi, anzi che è “interiore” a noi tutti, Maria partecipa a questa vicinanza di Dio. Essendo in Dio e con Dio, è vicina ad ognuno di noi, conosce il nostro cuore, può sentire le nostre preghiere, può aiutarci con la sua bontà materna e ci è data – come è detto dal Signore – proprio come “madre”, alla quale possiamo rivolgerci in ogni momento. Ella ci ascolta sempre, ci è sempre vicina, ed essendo Madre del Figlio, partecipa del potere del Figlio, della sua bontà. Possiamo sempre affidare tutta la nostra vita a questa Madre, che non è lontana da nessuno di noi.
Ringraziamo, in questo giorno di festa, il Signore per il dono della Madre e preghiamo Maria, perché ci aiuti a trovare la giusta strada ogni giorno. Amen.

 

13 AGOSTO 2017 | 19A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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13 AGOSTO 2017 | 19A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Protagonista di questa domenica è l’apostolo Pietro. La tempesta sul lago rivela però la sua fede debole, incapace di fidarsi fino in fondo della parola del Signore Gesù.

La parola di Dio
1° Libro dei Re 19,9a.11-13a. Il profeta Elia, perseguitato dalla regina Gezabele, giunge al monte di Dio, l’Oreb. Il Signore gli si presenta nel mormorio di un vento leggero.
Romani 9,1-5. Nel brano di Paolo tutto l’amore dell’apostolo verso il suo popolo e tutto il dolore perché non è disposto ad accogliere Gesù. Eppure, dice Paolo, essi a pieno titolo sono inseriti nella storia della salvezza.
Matteo 14,22-33. Dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, Gesù si ritira in preghiera. Poi va incontro agli apostoli, che si agitano nelle acque del lago in tempesta. Pietro chiede di poterlo raggiungere, ma non ha abbastanza fede per stare a galla.

Riflettere
L’episodio segue la moltiplicazione dei pani. Gesù allontana la folla e invita gli apostoli a imbarcarsi. Poi si ritira tutto solo a pregare. Mentre Gesù è assente, il lago si agita e anche l’animo degli apostoli si fa burrascoso. È a questo punto che compare Gesù, che si avvicina camminando sulle onde.
Alla sua vista gli apostoli hanno la reazione più impensabile: lo prendono per un fantasma e si mettono a gridare per la paura. Quando Gesù li incoraggia, Pietro chiede quasi una prova per potersi fidare e domanda di poterlo raggiungere sulle acque. Ma per sentendosi andare a fondo perde la fiducia e si merita il rimprovero di Gesù: « Uomo di poca fede, perché hai dubitato? ».
L’episodio è simbolico e vuole rappresentare la chiesa che si trova nella condizione degli apostoli, come su una nave sballottata dalle onde.
A portare la calma è la parola di Gesù risorto. Anche dopo la risurrezione Gesù viene scambiato per un fantasma, anche di fronte a lui essi hanno dubitato: « Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: « Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho »" (Lc 24,37-39).
Pietro è al centro dell’episodio, sia per la posizione che ha sempre avuto durante la vita pubblica di Gesù, sia per quella che avrà nella chiesa primitiva e nella storia. Una fede piccola quella di Pietro, una fede ancora bisognosa di fermezza, e che cresce nel dubbio e nella fatica.
Nel racconto di Elia, l’audacia del profeta, che sfida i 400 sacerdoti di Baal. Vince la sfida, ma la lotta rimane aperta e, braccato dalla collera di Gezabele, è costretto a mettersi in salvo. Giunto a fatica all’Oreb, scopre il vero volto di Dio, che si rivela nel soffio di un vento leggero.
Nell’esperienza di Pietro e degli apostoli, come in quella di Elia, la sensazione di sentirsi lasciati a se stessi, abbandonati anche da Dio. Un Dio che si rivela e non si rivela, che può assumere l’apparenza di un fantasma o presentarsi in un soffio leggero e non travolgente e che sembra lasciarti nella tua debolezza. Ancora una volta comprendiamo che l’esperienza cristiana è destinata a persone coraggiose,m che sanno mettersi incondizionatamente nelle mani di Dio e accettare, pur indifesi, le sfide della vita e della testimonianza.

Attualizzare
L’episodio evangelico è fortemente simbolico e, contrariamente al solito, afferma in forma esplicita la volontà dell’evangelista di dichiarare la sovranità di Gesù, pari a quella di Iahvè, signore delle acque.
Pietro, incoraggiato dalla parola del Maestro, chiede di seguirlo, ma non ce la fa. La sua fede si fa « ragionevole » e si aggrappa alla logica del realismo, più che alla cieca fiducia in chi lo precede sull’acqua.
Come dicevamo, l’episodio è simbolico. Pietro è al centro delle attenzioni della comunità cristiana. Le note biografiche su di lui nei vangeli sono molto più abbondanti che per qualsiasi altro. E più volte si rivela intraprendente, il primo a prendere posizione su Gesù.
Nello stesso tempo Pietro fa fatica a schierarsi fino in fondo, e durante la passione di Gesù affermerà tre volte di non conoscerlo, di non essere un suo discepolo.
Agli inizi della chiesa, Paolo lo rimprovera proprio per la sua ambiguità (cf Gal 2,6-14). È Pietro che si è aperto per primo ai pagani, ma teme di rendere pubblica e ufficiale la sua iniziativa.
Così è nell’episodio che abbiamo appena ascoltato. Da una parte l’audacia e l’intraprendenza, alla limite della temerarietà. Dall’altra l’indecisione, la debolezza, i condizionamenti.
Sarà così nella chiesa di tutti i secoli. Per il successore di Pietro e per i singoli cristiani. Di fronte alla possibilità di gesti coraggiosi, che ci rendono più simili al Maestro, dopo un momento di slancio prevale la prudenza, il realismo piatto di chi ha paura di rischiare troppo, la scelta di comportamenti più ragionevoli, mentre la parola di Gesù ci inviterebbe a non fermarci, a proseguire con audacia, ad avere una fede più ferma.
L’episodio è figura della chiesa, piccola barca tra le tempeste del mondo. E Pietro, che pure la guida, non ci vede chiaro, chiede un segno, sta per affondare, perché la sua fede è troppo piccola.
Ma questa è la chiesa. Gesù è sul monte che prega per noi, che siamo come una barchetta affidata alle onde in tempesta e pieni di paura.
Nella nostra vita ci sono dei momenti in cui sembra che tutto ci crolli addosso: la perdita del posto di lavoro, una grave malattia, la scomparsa di una persona amata… Quello che era il mare calmo si fa tempesta.
Ci rivolgiamo a Dio, ci aggrappiamo a lui come all’ultima speranza. Ci facciamo delle domande: « Perché? È da Dio che viene questa prova? ». Vorremmo anche noi chiedere: « Se sei veramente tu, perché non risolvi in un colpo solo i miei problemi? ». Ma non succede nulla.
Gesù il più delle volte non compie il miracolo. Ci chiede invece di avere una fede più grande, che ci farà vedere la nostra situazione con occhi nuovi. Ci darà però la mano che ci sorreggerà mentre camminiamo sulle acque in tempesta.
Scrive l’eroico pastore battista inglese John Bunyan (1628-1688), facendo parlare Gesù: « Seguire me non è come seguire altri maestri. Il vento mi sbatte sempre contro il viso, e per questo la rabbia spumeggiante del mare di questo mondo, e le sue onde orgogliose e altere percuotono continuamente i fianchi della barca o della nave nella quale ci troviamo io, la mia causa e i miei seguaci; chi pertanto non vuole correre pericoli, o ha paura di rischiare di annegare, non metta piede in questo vascello ».

Il mondo è come il mare
Il vangelo racconta che Cristo Signore camminò sulle acque e che l’apostolo Pietro nel camminare sulle acque ebbe paura: diffidando, affondava; ma quando ebbe ritrovato la fede, riemerse. Riflettiamo al comportamento di Pietro, che in quella occasione era figura di tutti noi: ora si fida, ora dubita, ora si ritiene immortale, ora ha paura di morire. Quando ebbe fiducia nel Signore, ricevette forza da lui. Quando come uomo ebbe paura, si rivolse nuovamente al Signore, e questi, porgendogli il sostegno del suo braccio destro, lo afferrò mentre affondava, rimproverandolo per la sua diffidenza: « Uomo di poca fede! » (Mt 14,31). Il mondo è come il mare: vento violento, tempesta furiosa. Per ognuno di noi le passioni sono come la tempesta. Se ami Dio, cammini sul mare e il furore del mondo è sotto i tuoi piedi. Se ami il mondo, questo ti travolgerà: esso infatti sa divorare coloro che lo amano, non sostenerli. Ma quando il tuo cuore è agitato dalla passione, per vincerla invoca il Figlio di Dio. E se il tuo piede vacilla e hai dei dubbi, se non riesci a superare la difficoltà, se cominci ad affondare, grida: « Signore, salvami! » (sant’Agostino).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (06/08/2017) – LA STRADA DELLA BELLEZZA

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TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (06/08/2017) – LA STRADA DELLA BELLEZZA

Paolo Curtaz

Viviamo mondi orribili. E vite vuote e arroventate, rabbiose e scoraggiate.
Viviamo in un occidente che sta perdendo il senso della misura, che perde la memoria del suo divenire, che si lascia invadere da qualunque moda, che vive un’idea di bellezza che decidono altri imponendo una griffe, uno stile, un trend.
E tutti a correre, a elemosinare attenzione, un complimento, un giudizio che certifichi la nostra esistenza nello spazio ingombro di un pianeta che esplode uno di settemilardierotti.
Disposti a farci tagliare a pezzi pur di piacere, a imporci sforzi sovrumani, diete draconiane per avere un like sui nostri profili social.
Abbiamo confuso il lusso con la bellezza.
Il plauso con la grazia.
L’eccesso con l’armonia.
Aneliamo a ciò che è bello e grande e buono.
Ci accontentiamo di ciò che piace, che pensano tutti, che serve a me.
Dono di Dio, allora, è il fatto che nel cuore dell’estate questa domenica coincida con la festa della Trasfigurazione.
Ironia della sorte: un sei agosto esplose la bomba atomica su Hiroshima, un sei agosto il Signore chiamò a sé l’animo inquieto di Paolo VI, papa, fragile e possente cercatore di Dio.
Colline
Salgono sul monte, su un alto monte.
In realtà è una collina ma l’amore rende tutto immenso.
E lì, annota Matteo, Gesù viene trasfigurato. Svela la sua profonda natura, la sua vera identità.
Non si toglie il vestito dozzinale sotto cui si nasconde Superman, no.
È lo sguardo dei discepoli che cambia. Perché la bellezza, come l’innamoramento, come la fede, sta nel nostro modo di vedere.
Quando sono innamorato trovo il mio amato il più bello fra tutti.
Quando amo una disciplina sportiva sono disposto a sudare e a faticare per praticarla.
Quando riesco a orientare la mia mente verso le mie emozioni, colgo la bellezza abbagliante di un paesaggio.
Molte cose concorrono nella bellezza. Una fra queste, certamente, è lo sguardo interiore capace di cogliere la verità, l’armonia, la pienezza in un oggetto, in un paesaggio, in una persona.
Possiamo stare con Gesù tutta la vita, e frequentarlo, e credere, e seguirlo.
Ma fino a quando il nostro sguardo interiore non si arrende alla sua bellezza, non ne saremo mai definitivamente segnati.
Accade come sul Sinai, quando Dio si manifesta a Mosè in tutta la sua gloria: le nubi, i fulmini, la voce, l’ombra, la paura. Paura che deriva dall’intensità della bellezza, dall’insopportabilità della visione interiore.
Mosè e Elia conversano con Gesù: la Legge e i Profeti si inchinano al rivelatore del Padre.
Pietro viene travolto: la bellezza gli ha colmato il cuore.
Bellezza
Abbiamo urgente, assoluto bisogno di recuperare il senso del bello nella nostra vita. La bellezza risulta essere una straordinaria forza che ci attira verso Dio, che in sé è armonia, pienezza, verità.
Quante volte mi viene da dire, a chi mi chiede ragione della fede: è bello credere.
È bello e svela in me e negli altri l’intima e nascosta bellezza che lega le persone, gli avvenimenti, le emozioni.
Quanti uomini e donne, nella storia, si sono avvicinati alla fede perché attratti dalla bellezza del Cristo, dalla sua ineguagliata umanità, dalla sua profonda tenerezza, dalla sua stupefacente maturità.
Sì: è bello essere qui, Signore, è bello essere tuoi discepoli.
Così gli apostoli, scesi dal Tabor, dovranno salire su un’altra collina, il Golgota.
Lì la loro fede sarà macinata, seminata, resa pura.
Dopo, avere sperimentato la bellezza. Solo l’esperienza della gloria di Dio ci permette di affrontare il dolore.
Senza coinvolgimento emotivo, senza reale bellezza, senza entusiasmo, è difficile essere credenti, è difficile restare cristiani. Il nostro mondo ha bisogno di bellezza, di armonia.
Nel caos dell’eccesso (che di bello ha l’apparenza, ma che spesso nasconde il nulla) il nostro mondo può imparare dal cristianesimo la bellezza della fede, della preghiera, del silenzio, del gesto d’amore verso il fratello.
La strada della bellezza
È noioso credere. È giusto – certo – ma immensamente noioso. Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido.
Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l’ascolto dell’interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo.
E dare tempo al “dentro”, all’anima, all’ascolto, al silenzio, al fruscio del vento, al calore del sole sulla pelle, all’odore del muschio o dell’erba, ai rumori del bosco e del mare. Alla discreta e grandiosa presenza di Dio nella natura, quella in cui possiamo trovare, come un’impronta, il suo silenzioso sorriso
E la preghiera. Intensa. Vera. Umile. Prostrata. Stupita. Aperta al mistero.
Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità.
E accorgerci che credere è la cosa più bella che possiamo sperimentare nella nostra vita.

30 LUGLIO 2017 | 17A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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30 LUGLIO 2017 | 17A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Gesù chiede agli apostoli e a chi vuole seguirlo di abbandonare tutto per lui, sapendo che questa scelta risponde perfettamente al desiderio di felicità di ogni persona. Nessuna rinuncia quindi, per chi lo segue, ma un lasciare qualcosa per acquistare ciò che più affascina, conquista e dà un senso pieno alla propria vita.
La parola di Dio
1° Libro dei Re 3,5.7-12. È la preghiera di Salomone, divenuto re d’Israele succedendo a suo padre Davide. Consapevole della responsabilità che lo attende chiede un cuore docile per governare con giustizia il suo popolo. Al Signore piace la sua preghiera e gli concede largamente quanto ha chiesto.
Romani 8,28-30. Continua il capitolo ottavo della lettera di Paolo ai cristiani di Roma. In questi due versetti viene riassunta tutta l’avventura cristiana: chiamati da Dio, i cristiani conducono una vita nuova seguendo Gesù. In questo modo sono giustificati agli occhi di Dio e saranno glorificati presso di lui.
Matteo 13,44-52. Il vangelo ci propone tre nuove parabole. Ancora sul regno di Dio, questa volta presentato in tutto il suo fascino, capace di attrarre le persone fino a spingerle a lasciare tutto per mettersi al suo servizio.
Riflettere
Davide diventa vecchio, ma non ha designato ancora il suo successore. Adonia decide: « Sarò io il re ». Adonia è fratello minore di Assalonne, che ha congiurato contro il padre Davide, ma è stato ucciso. Adonia organizza una grande festa religiosa, con sacrifici di pecore, buoi e vitelli grassi, e invita i ministri e i sacerdoti di Davide. Lo scopo è di proclamarsi di fatto re di Israele. Non invita però né Salomone, né il profeta Natan, né le milizie più fedeli a Davide. Natan e Betsabea, madre di Salomone, si appellano a Davide, che fa salire Salomone sulla sua mula e lo fa sfilare per la città al suono delle trombe, scortato dalle milizie. Viene unto re, al grido di « Viva Salomone! ».
La liturgia presenta la preghiera che Salomone pronuncia in questa circostanza. Il nuovo re è giovane e non sembra montarsi la testa per la posizione in cui viene a trovarsi, ma sente la sua inadeguatezza e chiede a Dio la forza di governare il popolo con intelligenza e cuore.
Il passo, tratto del primo libro dei Re, è stato scelto per sottolineare la sua saggezza, e per metterla in parallelo con le parabole di questa domenica, che parlano della furbizia di chi fa delle scelte audaci e scomode per qualcosa che lo affascina molto.
Le brevi parabole del capitolo 13 di Matteo infatti si riferiscono al regno di Dio e sottolineano la fortuna di imbattersi in qualcosa di inaspettatamente arricchente, che ti fa abbandonare ogni cosa per possederlo. Una scelta che, fuori metafora, si riferisce alla radicalità della decisione di fronte al progetto di vita di Gesù.
Gesù incomincia astutamente il suo discorso cercando di far capire che la scelta di vita fatta da lui e dai suoi discepoli ha una logica precisa. Essi sono come l’uomo che trova un tesoro, come un mercante che compra una perla di valore inestimabile: nessuno dirà che sono dei pazzi a svendere tutto pur di procurarsi ciò che vogliono, perché ciò che comprano ha un valore immensamente più grande di ciò che lasciano.
Queste parabole nella chiesa primitiva dovevano risuonare anche come una spiegazione della straordinaria diffusione del cristianesimo: quei pagani, uomini e don-ne, avevano lasciato tutto, sì, ma perché si erano trovati di fronte a un qualcosa di grande valore.
Questo valore grande è l’essersi messi a servizio del regno di Dio, per il quale vale la pena rinunciare a tutto. Costruire il regno di Dio è realizzare una società nuova in cui Dio venga riconosciuto come tale e tutte le forze che si collocano contro l’uomo vengo-no sconfitte.
È questo un ideale a cui tendere e non raggiungibile mai del tutto in questo mondo, ma è un ideale di fronte al quale l’atteggiamento più logico e intelligente, tale da poter riempire e giustificare una vita, è « vendere tutto », aderire cioè ai nuovi valori con un impegno totale, senza rimpianti.
La terza parabola parla anch’essa di una scelta. È quella che fanno i pescatori davanti alla rete piena di pesci. Essi scelgono e tengono per sé solo i pesci commestibili, così come sottolinea la legislazione ebraica nel libro del Levitico: « Tra gli animali che vivono nell’acqua, nei laghi, nei mari o nei fiumi, potete mangiare quelli che hanno pinne e squame. Ma vi asterrete dal mangiare quelli che non hanno pinne e squame, siano esse bestiole acquatiche o altri animali acquatici » (11,9-10).
Ma questa scelta sottolinea che l’impegno di costruire il regno e di svendere tutto a questo scopo si fa anche giudizio.
Attualizzare
Per parlarci del regno di Dio Gesù avrebbe potuto farci un bel discorso filosofico o teologico, presentarci le sue teorie sulla validità dei suoi progetti, stupirci con i suoi ragionamenti. Invece ancora una volta presenta tre scene di vita, tre parabole tratte dalla esperienza di chi lo sta ascoltando.
C’è una linea coerente tra le parabole che stiamo leggendo in queste domeniche. Gesù appare come il grande seminatore, generosissimo e aperto a tutti, e dona il suo regno anche a chi si direbbe chiuso e insensibile. Ma la seminagione viene guastata dal nemico, che semina di notte la zizzania. Eppure anche adesso, Gesù dice di aspettare a sradicare la zizzania, ma di lasciarli crescere insieme, il grano buono e la zizzania, e poi si farà la separazione. Ancora una volta si tratta del regno e della bontà paziente e misericordiosa di Dio.
Le tre parabole odierne possiamo considerarle un regalo prezioso di Matteo, perché non sono presenti negli altri evangelisti. Parlano anch’esse del regno di Dio. Le prime due raccontano di due uomini, di due persone molto diverse. Il primo è un uomo, forse un contadino, che trova un tesoro per caso. Se è un contadino è certamente un mezzadro o un bracciante, non certamente il proprietario di quel campo. È uno che fatica senza troppe aspettative. Il secondo è un intenditore, un mercante di perle preziose.
Sono simili però in questo: vengono messi entrambi di fronte alla grande occasione della loro vita.
L’uomo che trova un tesoro nascosto nel campo, lo trova casualmente, forse mentre scava e vanga. In passato era frequente l’usanza di nascondere sotto terra i propri tesori, soprattutto per difendersi dalle incursioni degli esercizi nemici o dei banditi.
Probabilmente quell’uomo, nel sentire il terreno resistere, si sarà addirittura allarmato, forse seccato, pensando a una grossa pietra che gli avrebbe dato problemi e fatica. È sorpreso da ciò che trova senza averlo cercato.
Il mercante invece è sempre alla ricerca di qualcosa che valga di più, che possa permettergli il salto di qualità negli affari. Ma senza tentennamenti decidono entrambi di entrarne in possesso. E per fare questo vendono tutto ciò che possiedono.
Si può immaginare la sorpresa e la costernazione dei parenti e degli amici, di chi li ha conosciuti. Finora erano stati prudenti ed equilibrati. Adesso sembrano avere un colpo di testa. Ma i due vendono tutto con gioia, anzi, lo fanno entrambi con una certa ansia e impazienza.
Essi ora vedono tutto con occhi diversi. Tutto è cambiato. Il tesoro nel campo e la perla preziosa diventano misura di ogni loro pensiero, di ogni loro sguardo. Tutto diventa secondario, meno amabile, meno desiderabile.
Non pensano più alla fatica o ai viaggi fatti. Gli altri che guardano al campo, vedono solo un terreno in attesa di essere vangato e concimato. Lui ci vede il tesoro che nasconde. E ha capito che quando ne entrerà in possesso non avrà più bisogno di altro. Così pure il mercante, che si prepara a fare l’affare della vita.
Il discorso sulla rinuncia a tutto appare secondario e in ogni caso sarebbe sciocco volerlo sottolineare, dal momento che il vantaggio è tale da ripagare abbondantemente ciò che si perde. È una decisione gioiosa, ed è l’unica ragionevole per questi due uomini.
Non è difficile uscire dai due racconti per coglierne il significato. A volte il senso della vita lo si trova solo scavando e faticando. A volte si deve andarne alla ricerca, come fa il mercante.
Ma una volta che sì ha la fortuna di trovarlo, diventa ragionevole svendere ogni cosa, per possederlo.
E può darsi che qualcuno ci darà del pazzo, dell’imprudente. Ci sarà chi cercherà di remare contro e farci cambiare idea. Oppure che ci dirà che è inutile cercare, perché il senso della vita non è possibile trovarlo, perché non esiste.
Ma il cristiano non è uno sciocco e sa che la vita va spesa per qualcosa che valga. Gesù e il suo regno sono la perla preziosa, il tesoro nel campo, per i quali si può abbandonare tutto.
Noi spesso non siamo così. Qualcuno la scelta della vita, quella decisiva, non l’ha mai fatta. E vive nella chiesa in punta di piedi, quasi come un ospite di passaggio. La pratica cristiana, e la stessa celebrazione eucaristica, per queste persone non sono dei doni che ci arricchiscono e ci realizzano. Ma qualcosa di pesante che si deve compiere.
La chiesa, sin dai tempi della vita pubblica di Gesù, ha la pretesa di essere una prima realizzazione nel tempo del regno di Dio. Ciò significa che scegliere la « pietra preziosa » vuol dire entrare in un rapporto nuovo proprio con questa comunità ecclesiale. È nella chiesa che si realizza oggi praticamente il contratto di compravendita. Il battesimo e la cresima sono i momenti decisivi di questa scelta, perché realizzano l’inserimento nella comunità di una persona che ha cambiato mentalità, che si è impegnata a vedere ogni cosa con occhi nuovi, disposta a svendere tutto pur di vivere l’esperienza del regno.
La chiesa ha però la responsabilità di fare di sé ogni giorno una realtà credibile e affascinante. È realizzando le beatitudini che potrà proporsi agli altri quale pietra preziosa che si può acquistare a qualsiasi prezzo.
La terza parabola, la rete gettata in mare, si riferisce a una scena quotidiana tra i pescatori del mare di Galilea. Dopo la pesca, la rete si riempie di pesci, viene tirata terra e incomincia la selezione. Il fulcro della parabola è proprio la selezione che si fa dopo la pesca, una selezione che nel nostro caso ha carattere escatologico, si riferisce cioè agli ultimi tempi. In qualche modo questa parabola si collega a quella della zizzania: prima della pesca non è possibile separare pesci, dopo verranno scelti solo quelli commestibili.
Nella chiesa primitiva questa parabola doveva mettere in guardia tutti quelli che entravano nella comunità cristiana superficialmente, per opportunismo, con una intenzione non limpida. Costoro nell’ultimo giorno saranno esclusi dalla regno.
I sogni infranti della famiglia per bene
Erano una « buona e bella famiglia »: brava gente, onesta e stimata. Anche con Dio c’era un buon rapporto: messa la domenica e le altre feste comandate, rispetto verso il prossimo e, all’occorrenza, opere di carità. II futuro già programmato con giuste ambizioni: una laurea in ingegneria per il figlio, in previsione di un lavoro redditizio, anni di riposo per i genitori in attesa dei nipotini. Fu il ragazzo, un giorno, a dire: « Appena laureato andrò a lavorare lontano, in un paese senza soccorsi. Il Dio che mi avete insegnato ad amare e a pregare in chiesa, la domenica, mi sta stretto. Voglio scoprire da vicino il Dio che mi avete insegnato ad amare e a pregare fra chi ha bisogno di un aiuto per sopravvivere, fra quegli « ultimi »‘ dove ha un domicilio privilegiato. È un’esigenza che mi brucia dentro ». Un fulmine a ciel sereno, la guerra in famiglia, pianti, accuse, ricatti. I genitori al figlio: « Non puoi farci questo! » (Mariapia Bonanate).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

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