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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – « ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO VENIRE SULLE NUBI DEL CIELO”

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – « ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO VENIRE SULLE NUBI DEL CIELO”

Carissimi fratelli e sorelle,

approssimandosi la fine dell’anno liturgico che si concluderà domenica prossima con la Solennità di Cristo Re, la Chiesa ci invita a riflettere su quelle che sono le verità ultime, dalla Solennità dei Santi – possiamo dire – la Chiesa ci parla di quelli che chiamiamo Novissimi: morte, giudizio, purgatorio, paradiso, inferno, fine del mondo, giudizio universale.
Ma prima di entrare nel merito vorrei affrontare un punto difficile che emerge dall’odierno Vangelo: Gesù parlando ai suoi della fine del mondo dice una frase oscura: “Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”. A causa di questa frase alcuni rimangono fortemente perplessi sulla divinità di Gesù Cristo per il ragionamento che spontaneamente viene da fare dicendo: “Ma se Gesù è Dio come poteva non conoscere quella data?” Alcuni poi passano dalla perplessità alla negazione della sua divinità.
Allora è bene che noi conosciamo i criteri di lettura della Bibbia e quindi degli stessi Vangeli che ne sono il cuore. Il criterio fondamentale con cui noi cattolici leggiamo la Scrittura – non dobbiamo mai dimenticarcelo! – è la fede! Cioè noi leggiamo la Scrittura nella precomprensione del deposito della nostra fede, fede che ci è stata trasmessa dagli Apostoli. Per cui se un brano biblico sembrerebbe affermarmi una qualunque cosa che è nettamente contraria alla mia fede, io devo cercare altre possibili interpretazioni del brano e, se non ne trovassi, dovrei ammettere con umiltà di trovarmi davanti ad un passo oscuro, che non capisco e di fronte al quale faccio il mio atto di fede in quello che Santa Madre Chiesa mi ha trasmesso, rifiutandone categoricamente una interpretazione non conforme alla fede.
Ciò premesso, quale spiegazione conforme alla nostra fede potremmo dare a questo passo oscuro? Dobbiamo innanzi tutto partire dal dato di fede per cui noi crediamo che Gesù Cristo è Dio con il Padre e lo Spirito Santo e in quanto Dio non poteva non sapere qualcosa e quindi Lui sapeva benissimo quella data.
Ma allora Gesù Cristo avrebbe detto una bugia? Impossibile, Lui è la “Verità” (Gv 14,6)! Dio non può mentire né ingannare nessuno! E questo appunto perché Dio, infatti Dio, essendo perfettissimo, non può mentire perché se mentisse non sarebbe perfetto!
E allora? La Chiesa ha sempre interpretato questo passo difficile supponendo che Gesù poté affermare di non sapere in quanto in Lui sussistevano due conoscenze: una umana e una divina e quindi Lui in quanto Dio conosceva tutto, in quanto uomo doveva imparare, così come imparò a leggere e a scrivere, come imparò l’umile arte del falegname e tante altre cose. Quella data, dunque, da Lui conosciuta in quanto Dio, gli era ignota in quanto uomo. La coesistenza di queste due conoscenze è un mistero: è il mistero dell’incarnazione! Come può Dio essere anche vero uomo? Di fronte a questo mistero possiamo solo inginocchiarci e adorare!
Ma chiediamoci anche: Perché il Signore Gesù non ci ha rivelato quella data? Evidentemente perché il Padre non gli aveva dato questo compito e non glielo diede perché questa conoscenza non ci serviva, anzi averla sarebbe stato per noi terribile e controproducente. Pensateci un po’: cosa avrebbe significato per l’umanità conoscere che la fine del mondo sarebbe avvenuta, non so, magari nel 3589 d.C.? Sarebbero accadute due cose: per tutte le persone delle epoche precedenti quella data, si sarebbe persa l’atmosfera spirituale dell’attesa amorosa e per la generazione vivente a quella data, l’attesa si potrebbe tramutare in terrore, ansia e angoscia per molti e in ogni caso avrebbe messo quest’ultima generazione in una condizione di privilegio in quanto, sapendo la data della fine, avrebbero potuto anche prepararsi ad essa convertendosi a Dio e al suo Cristo che viene a chiudere la storia, e questo per la sola paura di finire all’inferno. Ma Dio vuole che noi ci avviciniamo a Lui per amore e non per terrore!
Chiarito tutto questo, volevo farvi osservare come sia la prima lettura tratta dal libro di Daniele, sia il discorso di Gesù riportato dal Vangelo di oggi sono espressi in un linguaggio apocalittico, si tratta di un genere letterario caratterizzato da immagini molto forti e terrificanti che parla di terremoti, catastrofi planetarie, eventi terrificanti. Questo stile letterario nacque nel terribile periodo della persecuzione greca, in tempo di oppressione e di martirio circa nel II° secolo a. C., si sviluppò poi nella persecuzione romana di Nerone e ha nel libro dell’Apocalisse di S. Giovanni la sua massima espressione biblica. Questo stile letterario voleva, tramite un linguaggio così vivo e sconvolgente, trasmettere ai fedeli che vivevano momenti di terrore, la certezza della signoria di Dio sulla storia, è quindi animato da una grande speranza e vuole infondere fiducia nell’intervento definitivo di Dio, rivelando (apocalisse=rivelazione) il vero senso della storia dell’umanità.
Cerchiamo ora di giungere a qualcosa di concreto per la nostra vita spirituale, mettendoci di fronte con fede e con amore alla Parola ascoltata che oggi ci ha ricordato come quel Gesù che ha donato la sua vita per noi sulla croce e che ora “si è assiso alla destra di Dio” (seconda lettura) un giorno ritornerà a chiudere la storia dell’umanità. Di fronte a questa affermazione della nostra fede, viene spontaneo domandarvi e domandare innanzi tutto a me stesso: Ma ci crediamo a questo? Crediamo veramente che Gesù tornerà a chiudere la storia? Ogni domenica lo affermiamo nel “Credo”, ma ci crediamo veramente?
Io spero di sì! E così dolce il pensiero che Lui tornerà! È venuto nell’umiltà del presepe, è vissuto nella povertà, è morto nudo e martoriato su un pezzo di legno per me. Se lo amiamo veramente come non gioire al pensiero che tornerà e tornerà non più così, ma nella potenza del suo splendore e della sua onnipotenza divina (cfr. 1Cor 15,23-28; Fil 2,10; Rm 14,11)? Come non gioire al pensiero che anche le ginocchia più recalcitranti dovranno piegarsi (1Cor 15,24)
Oggetto della speranza cristiana è rivedere il Signore andando “incontro a Lui sulle nubi del cielo” (1Ts 4,17). Vedete, i primi cristiani subirono la fortissima delusione di non vederLo venire, credevano infatti che il suo ritorno fosse imminente, interpretando male alcune frasi di Gesù nelle quali Egli sembra affermare questo. Una di queste frasi è quella odierna, quando Gesù dice che “non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute”. L’equivoco nacque dal fatto che nel discorso di Gesù s’incrociano la visione della distruzione prossima di Gerusalemme ad opera della potenza romana con quella della fine del mondo. Altri passi della Scrittura poi contribuirono ad acuire l’equivoco. Ad esempio: “Sì, verrò presto!” (Ap 22,20) o quella frase che Gesù stesso disse agli Apostoli nel cenacolo: “Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete” (Gv 16,16). Ma Gesù poteva affermare che sarebbe tornato presto perché “davanti al Lui un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2Pt 3,8).
E noi – carissimi fratelli e sorelle – possiamo dire che siamo i figli spirituali di quei cristiani delusi, perché al suo ritorno ormai non ci pensiamo più, non è vero forse? Sì, diciamo di crederci recitando settimanalmente il Credo, lo affermiamo anche dopo ogni consacrazione eucaristica quando diciamo: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”, ma siamo “sinceri” quando lo affermiamo? Il nostro sguardo, il nostro cuore, la nostra persona è proiettata verso quel giorno, sospiriamo quel giorno, preghiamo perché quel giorno venga presto?
Sì, che venga presto quel giorno! Il giorno quando – finalmente! – Lui trionferà, quando sarà inaugurato il suo Regno eterno d’amore e dove noi regneremo con Lui (cfr. Lc 22,30; Mt 25,34; Ap 2,26). Se veramente Lo amiamo non possiamo non fare nostro il grido della Chiesa che in ogni sua preghiera, in ogni sua celebrazione sospira verso quel giorno. La stessa Bibbia si conclude con questo grido di speranza, di attesa, di amore: “Lo Spirito e la Chiesa dicono: Vieni!” invitando ogni fedele ad unirsi ad esso: “Chi ascolta ripeta: Vieni!” (Ap 22,17), “Marana tha: Vieni, o Signore!” (1Cor 16,22).
La vivacità della speranza nel Suo ritorno è il termometro della nostra fede e la misura del nostro amore per Lui. Diamo a Gesù la gioia di vedersi atteso con amore, desiderato, sospirato, Lui viene infatti innanzi tutto “per coloro che lo attendono con amore” (2Tm 4,8). Quel giorno è principalmente il giorno della nostra festa e della nostra gioia! Non lasciamoci sviare dal linguaggio apocalittico che può essere da noi equivocato e indurci a sentimenti di terrore, di paura, di angoscia. No! Non può esserci paura e angoscia nel cuore di chi Lo ama!
Alcune volte mi sono sentito dire: “Sì, padre, lei ha ragione, ma come desiderare quel giorno quando nel cuore porto l’angoscia per il fatto che i miei cari non credono e vivono nel peccato? Che ne sarà di mio figlio che è miscredente?” Questi sono ragionamenti totalmente umani, apparentemente giusti che portano in sé però il limite di una piccola fede in quell’amore infinito che Lui ci porta e che quindi porta verso i nostri cari. E, come ci ricorda s. Pietro, “il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9). A quell’amore misericordioso del Signore Gesù dunque noi affidiamo tutti i nostri cari e tutte le persone umane pregando e sospirando che Lui torni presto per inaugurare il Suo regno di giustizia, di pace e d’amore.
D’altra parte, mai dobbiamo dimenticarci che, se avvolta nel mistero è quella data del Suo ritorno e nessuno sa se ne sarà testimone, tutti sappiamo con certezza che la nostra vita è sempre incerta, potendo ogni ora, ogni istante essere l’ultimo di essa o di quella dei nostri cari. Per questo il desiderio di vedere presto il Signore nel suo ritorno glorioso e trionfante è la preparazione migliore alla nostra morte, giorno in cui Lui ci prenderà con sé per essere sempre con Lui (cfr. Gv 14,3).
Maria SSma che fra poco, nel prossimo tempo dell’Avvento, contempleremo Immacolata e in attesa del parto verginale, ci comunichi quell’ardente desiderio che pulsava nel suo Cuore, il desiderio di vedere il volto di Gesù, suo Figlio Divino e nostro Salvatore.

Amen.

 

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – “HA DATO PIÙ DI TUTTI”

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – “HA DATO PIÙ DI TUTTI”

Carissimi fratelli e sorelle,

ci avviamo verso la fine di questo anno liturgico e già appare, nella Liturgia della Parola, l’accenno all’evento finale della storia di questo nostro mondo, che è il ritorno glorioso di Gesù, “senza più nessuna relazione col peccato” – come ci ha ricordato la Lettera agli Ebrei – ritorno che avverrà soprattutto per “coloro che l’aspettano per la loro salvezza”, salvezza intesa in senso pieno e totale come realizzazione piena del proprio essere e non semplicemente e solo come salvezza dall’inferno, dalla dannazione.
La prima volta è venuto in relazione al peccato: per prendere su di sé i nostri peccati e stracciare, con il suo corpo straziato e martoriato, “il documento scritto del nostro debito” (Col 2,14). La seconda volta verrà per consegnare il premio – che è Lui stesso – a coloro che “attendono con amore la sua manifestazione” (2Tm 4,8).
Una domanda per scavare nel nostro spirito e vedere se troviamo l’acqua viva (cf Gv 4,14; 7,38) dell’amore o l’acqua stantia della tiepidezza: il ritorno di Gesù è oggetto di una mia reale amorosa attesa?
Lasciamo ora questo argomento in quanto avremo modo di riprenderlo nelle prossime domeniche di questo finale dell’anno liturgico e, soprattutto, poi, ne prossimo Tempo di Avvento, e veniamo al resto della Liturgia della Parola che oggi ha come suo centro due vedove: l’ospitalità della prima viene compensata dal miracolo di Elia (prima lettura) e l’umile generosità della seconda merita da Gesù un elogio che non ha l’eguale (Vangelo).
Ciò che accomuna le due vedove è sia la situazione di povertà: povertà affettiva perché private, con la morte, dall’affetto e vicinanza del marito e povertà effettiva, perché oltre tutto sono prive di beni materiali ed entrambe sono poverissime; sia la grande generosità d’animo: entrambe sono capace di dare tutto, e dando tutto, danno se stesse, si consegnano generosamente non tenendo nulla per sé fidandosi della Provvidenza del buon Dio.
Entrambe quindi ci danno una lezione di amore, di amore vero e l’amore è vero solo quando rende la persona capace di dare se stessa e non semplicemente delle cose, quando ciò che diamo tocca la nostra persona, allora e solo allora stiamo veramente amando. Finché stiamo dando il superfluo, il sovra più non abbiamo ancora verificato la nostra capacità di amare, essa si verifica e si attua solo nella donazione di qualcosa che ci tocchi, qualcosa quindi che non sia superfluo, cioè qualcosa che se ne possa fare a meno senza esserne toccato, bisogna che quel qualcosa che dono produca un vuoto in me, faccia sentire la sua mancanza. Quando noi siamo capaci di dare qualcosa che ci costa, allora stiamo amando sul serio e quella cosa che stiamo dando diventa segno di quell’amore più o meno grande che ha motivato il gesto, per cui la cosa donata diventa segno della persona stessa che nel dono dona se stessa. Certamente quanto più il dono costerà alla persona, quanto più la cosa donata era necessaria, quanto più amore occorrerà per donarla. Entrambe le nostre vedove dando tutto ciò che posseggono, danno se stesse, perché si privano di ciò che hanno per darlo agli altri: la vedova di Zarepta per far mangiare Elia, la vedova del Vangelo per dare gloria a Dio e così facendo manifestano l’amore più grande possibile: dare tutto se stessi per l’altro.
Entrambe realizzano questo gesto di amore nell’abbandonarsi a Dio, nell’affidarsi a Lui totalmente. L’amore vero comporta sempre necessariamente quest’abbandonarsi in Dio della persona che, amando, rischia sempre qualcosa, perde necessariamente le proprie sicurezze e rimane senza appoggi. Chi desidera sempre sicurezze e punti d’appoggio materiali non sarà mai capace di amare nella verità, perché ha una tremenda paura di rischiare se stesso. È questa paura che attanaglia il cuore di tanti oggi e che li blocca all’amore: avendo perso Dio come fondamento, come riferimento e come affidamento, rimangono incapaci di giocarsi, di rischiare perché hanno paura di perdere qualcosa e volendo quindi salvare se stessi ad ogni costo, vivono in se stessi il fallimento dell’amore, l’incapacità di amare e di realizzare amore. E ogni volta che si aprono all’amore, l’apertura è sempre con condizioni, a tempo più o meno indeterminato: finché va, finché mi torna comodo e non ci sono intoppi, finché ci guadagno qualcosa…, sempre pronti a riprendersi quanto si è dato all’altro con riserva e mai in modo assoluto e totale. Chi, invece, ama non ha paura di rischiare qualcosa e di perderla e ama solo chi è capace di donarsi senza condizioni e senza riserve.
Ma veniamo ora più in particolare alla pagina evangelica e vediamo cosa essa possa dire al nostro cuore.
Gesù è nel Tempio di Gerusalemme che insegna di guardarsi dai modi di fare superficiali, vuoti e ipocriti di molti scribi che ostentano boriosamente se stessi ricercando riconoscimenti e primi posti, sfruttando anche gli altri a proprio beneficio. In questo contesto Gesù si siede di fronte al tesoro del Tempio, al luogo dove i fedeli ebrei gettavano le loro offerte, si siede e guarda la gente che va a gettare la propria offerta.
Fermiamoci un istante a gustare questo sguardo di Gesù: c’era folla e Lui stava lì, da parte, seduto e guardava inosservato e disatteso dalle persone. È così tutta la nostra vita: non c’è un istante di essa che possa sottrarsi allo sguardo penetrante di Gesù. Tutta la nostra vita si svolge sotto il suo sguardo a cui nulla sfugge. Se si pensasse di più a questa verità quante cose belle si farebbero in più e quante cose brutte in meno: Lui c’è, c’è sempre, e guarda dal suo angoletto nascosto nel più profondo del cuore di ognuno, guarda la nostra vita: guarda i nostri pensieri, affetti, sentimenti, atteggiamenti, comportamenti, parole, ciò che facciamo e ciò che subiamo.
Gesù guarda, si compiace e si rallegra…oppure Gesù guarda e si rattrista amareggiato.
Gesù “sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte”. Chissà cosa pensava, Gesù, quando guardava questi ricconi che gettavano sonoramente i loro oboli perché li sentissero tutti e li ammirassero. Si tratta di un rischio reale e concreto per tutti. La ricerca del complimento, del compiacimento altrui, fare le cose solo in funzione dell’apparenza per suscitare plauso attorno a sé, il far bella figura, suscitare ammirazione e così credersi di essere qualcuno. I soldi, i troppi soldi, portano sempre con sé questo rischio. E Gesù sta lì e li guarda mentre loro, impastati di vanità e di superbia, offrono a Dio il loro superfluo.
Ma, ad un certo punto il Maestro chiama i suoi discepoli più intimi e addita loro, gioiosamente compiaciuto, una vedova che aveva donato due spiccioli e la loda affermando che lei, proprie lei, nella sua povertà aveva donato al Signore più di tutti, “poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
“Ha dato più di tutti”: Lui non guarda infatti l’esteriorità, la quantità di quanto di dona, Gesù guarda il cuore, guarda come dona il cuore, guarda se quel cuore è bello, aperto, generoso e allora gioisce perché vede l’amore e l’amore Lo fa gioire.
Se quella povera vedova “ha dato più di tutti”, significa anche che lei era la più ricca di tutti, possedeva un grande tesoro, quale? Il suo stesso cuore ferito dall’amore, un cuore capace di dare tutto e non tenersi nulla per sé. Un cuore così è padrone del mondo, non possedendo nulla possiede tutto perché possiede Dio (cf 1Cor 3,22-23).
Impariamo da questa vedova ad amare, ce lo chiede lo stesso Gesù, infatti, invitando gli Apostoli a guardarla, implicitamente ha invitato anche noi, oggi, a farlo, a guardarla con attenzione per scoprire la bellezza di quel gesto umile e nascosto, che fa’ gioire e glorifica Dio stesso.
Ma l’invito di Gesù è anche un invito a scoprire le tante e tante persone che in questo nostro povero mondo sanno dare tutto con amore e per amore. Nessun telegiornale parlerà mai di loro, sono troppo umili e nascoste, eppure sono tante, più di quanto si possa pensare e sono proprio loro che reggono il mondo, perché attirano su di esso lo sguardo compiaciuto e benevolo di Dio Amore.
La Vergine Maria, che di tutte queste persone è stata la prima e lì, all’Annunciazione, seppe consegnare tutta se stessa, senza riserve, all’Amore perché la fecondasse, ci aiuti ad aprire senza paura il nostro cuore alle esigenze più alte dell’amore, perché nella nostra vita possa sempre più trasparire la presenza ineffabile di quel Gesù che Lei portò fisicamente in grembo e diede alla luce a Betlemme, e che oggi, nella sua grazia, vive e regna nel cuore di chi, come noi, Lo ama. Amen.

j.m.j.

TRENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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TRENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dt 6, 2-6; Sal 17; Eb 7, 23-28; Mc 12, 28-34

Cosa è essenziale nella relazione con Dio? Cosa è primario? La ricerca di questo primato spinge lo Scriba che incontriamo nel passo dell’Evangelo di oggi a porre a Gesù la domanda sul primo comandamento … come districarsi nella selva dei seicentotredici precetti che i rabbini riconoscono presenti nella Torah? Sono trecentossessantacinque divieti (tanti quanti i giorni di un anno) e duecentoquarantotto precetti positivi (quante le membra del corpo umano secondo le concezioni del tempo).
La ricerca dell’unumnecessarium fu l’impegno di tanta riflessione rabbinica e, se Davide – dicono – ridusse ad undici il numero di precetti (cfr Sal 15), Isaia li ridusse a sei (cfr Is 33,15), Micheaa tre (cfr Mi 6,8), Amos a due (cfr Am 5,4) ed infine Abacuc ad uno (cfr Ab 2,4)! Gesù qui, anche Lui, li riduce ad uno ma lo fa citando lo Shemà, che abbiamo ascoltato nel passo del Libro del Deuteronomio che oggi è la primalettura, ed unificando ad esso il comandamento dell’amore per il prossimo contenuto nel Libro del Levitico (19,18). E’ fondamentale capire che Gesù unifica i precetti dell’amore per Dio e dell’amore per il prossimo definendoli uno e proclamando che quest’unico comandamento ha primato su tutto!
Questo comando di amore, per Dio e per il prossimo, parte dalla fede; guai a dimenticarlo! E’ amore per un Dio che si sperimenta nella fede, in quella fede che è adesione esistenziale e che nasce dall’ascolto, come chiede lo Shemà; è fede in quel Dio ascoltato e quindi conosciuto come “unico Signore” e quindi amato. Ecco l’itinerario: ascoltare, conoscere, amare.
Giunto all’amore il credente è chiamato a verificare che il suo amore non sia mai disincarnato, che sia un amore che coinvolge tutto l’uomo e a tal proposito il testo insiste con quel “tutto”: tutto il suo cuore (il suo profondo), tutta la sua mente e tutte le sue capacità … Inoltre è bene sottolineare ancora una cosa: nel testo di Deuteronomio che Gesù cita, con tutte le tue forze, la parola ebraica originale che Marco traduce in greco con dianoías(“forze”) può significare anche sostanze, dunque: con tutto ciò che tu possiedi.
Insomma un amore concretissimo e non fatto di belle parole o bei sentimenti un amore invece che prende e “travolge” la vita con quel che si è e con quel che si ha; un amore connesso strettamente all’amore per il prossimo il quale, dunque, deve avere le medesime caratteristiche di totalità e di concretezza.
La fede che chiede Gesù, insomma, è una fede che genera un amore per Dio senza “fughe” dall’umano e un amore per gli uomini nostri fratelli senza “fughe” da Dio. Poiché i due sono un solo comandamento è necessario comprenderli bene ed insieme: non è discepolo di Cristo chi pretende di amare Dio senza l’orizzonte compromettente degli altri uomini e non è discepolo di Cristo chi pretende di esaurire nell’amore e nell’impegno per gli altri (siano anche i poveri più poveri) l’amore per Dio! Non è discepolo di Cristo l’uomo “religioso” disincarnato ma non è neanche discepolo di Cristo chi vive una filantropia tutta dedita al fare e dimentica di Dio! Troppe volte abbiamo udito, in tal senso, espressioni come “amore per gli altri è amore per Dio…se faccio opere caritative le altre cose non servono, né preghiere, né liturgie, né vita ecclesiale perché sono più cristiano di tanti cristiani!” Una specie di cristiani “moderni” e “fattuali” questi, che hanno fatto dell’Evangelo un manuale di filantropia e hanno tolto alla rivelazione cristiana quell’ “oltre”, quel “di più” che fa sconfinare l’uomo dagli asfittici spazi del misurabile, del pesabile, del toccabile, del materiale!
Di contro non è possibile neanche nessuna “fuga” in intimismi dimentichi della carne propria e di quella degli altri uomini!
Gesù dichiara che c’è un primo (l’amore per Dio) ed un secondo comandamento (l’amore per il prossimo) ma “primo” e “secondo” non intendono dire un’importanza maggiore o minore ma un primato cronologico e direi ontologico (che riguarda, cioè, l’essere stesso dell’amore)! Insomma Gesù insegna con autorità che se non si ama Dio l’amore per il prossimo avrà per forza dei limiti, delle barriere invalicabili! Senza un’autentica conoscenza-amore per Dio come sarebbe pensabile amare il non-amabile o addirittura il nemico?
Il Quarto Evangelo porterà alle estreme ragioni questo amore fraterno con l’amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Il modello è ancora e sempre Gesù ed il suo amore fino all’estremo per il Padre e per gli uomini.
In fondo, il testo di Marco non lo dice in modo esplicito, ma chi è che ha amato fino in fondo Dio con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze se non Gesù? Chi ha amato l’uomo fino all’estremocondividendo la sua vita e la sua morte se non Gesù? Allora mi pare di dover dire che alla fin fine il primo comandamento non è una legge scritta, un precetto codificato, il primo comandamento è l’uomo Gesù! Gesù è lo Shemà attuato perché Lui è la Parola detta dal Padre e ascoltata, Lui è l’innamorato del Padre con tutto se stesso, Lui è l’obbediente; ma Lui è anche l’amore del prossimo senza riserve perché Lui si è fatto prossimo di ogni uomo umiliato, sofferente e peccatore, prossimo di ogni “perduto”…
Sciogliamo questo testo dell’Evangelo da ogni tentazione moralistica e conduciamolo al suo vero alveo: ci si appressa al Regno quando si imbocca questa strada di Gesù! Lo Scriba “non è lontano dal Regno” ma si potrà rendere conto che il Regno lo è andato a cercare nella ricerca di Gesù che gli si è fatto prossimo … Se saprà capire questo lo Scriba potrà entrare davvero nel Regno! Comprendiamo allora perché i due comandamenti sono un solo comandamento: il principio di unificazione tra l’amore per Dio e l’amore per il prossimo è proprio in Gesù in cui Dio si è fatto prossimo!
Quando lo Scriba riconoscerà tutto questo sarà giunto a lui ed in lui il Regno di Dio; in Gesù i due comandamenti si sono fatti uno e accogliere Gesù è accedere alla possibilità vera di vivere il comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo. Poveri quei cristiani che postulano di scindere i due comandamenti!
Poveri quei cristiani che sono diventati uomini del “fare” incapaci di “perdere tempo” con Dio e per Dio, e che sono diventati dei filantropi senza memoria di Dio. Poveri quei cristiani che si vergognano di farsi vedere in preghiera a “perdere del tempo”, tempo che potrebbe essere impiegato a “fare” cose “utili”… Poveri quei cristiani che pretendono d’essere tutto fervore per Dio e si chiudono in verticalismi disincarnati; poveri i cristiani che pretendono di magnificare l’amore per Dio e di obliare contemporaneamente l’amore per la Chiesa, per l’uomo; poveri i cristiani che dimenticano di essere discepoli di un Dio che si è fatto prossimo e che solo così e proprio così ci ha salvati!
Poveri i “cristiani” così … e le “virgolette” dicono la realtà: non sono più cristiani! E’ così! E’ inutile fare giri di parole!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

25 OTTOBRE 2015 | 30A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | LECTIO DIVINA

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25 OTTOBRE 2015 | 30A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA: Mc 10,46-52
La guarigione del cieco drammatizza il potere della fede cieca in Gesù: una folla di vedenti accompagna Gesù e si oppone alla richiesta del cieco; questo, mendicante per bisogno, non permette che passi distante chi può aiutarlo. Non aveva molte luci, però la sua cecità lo portò a Gesù. E osò chiedere l’impossibile: la vista. Il cieco è l’unico che vede in Gesù la sua unica opportunità. E quando recupera la vista, non potrà fare altro che seguirlo: dà la sua vita a chi l’ha riempito di luce. Confidare in Gesù, anche quando sembra che si allontani da noi, affrontando anche l’opposizione di chi lo accompagna, può essere il cammino della nostra fede e l’inizio della sua sequela. Che nessuno si renda conto di quanto abbiamo bisogno di Lui non è una buona scusa per non manifestargli il nostro bisogno. Non importa che viviamo circondati da ciechi, l’importante è che la nostra cecità non sia un ostacolo per cercare in Gesù la luce che ci manca; ciò che gli altri pensano o dicono, non importa a chi, quello che interessa, è recuperare la visione delle cose che dà la sequela.
In quel tempo,
46 mentre Gesù usciva da Gerico con i suoi discepoli e parecchia gente, il cieco Bartimeo, figlio di Timeo, era seduto al bordo della strada, chiedendo elemosina. 47 All’udire che passava Gesù Nazareno, cominciò a gridare:
« Figlio di Davide, Gesù, abbi compassione di me ».
48 Molti lo rimproveravano parchè si calmasse. Però egli gridava più forte:
« Figlio di Davide, abbi compassione di me ».
49 Gesù si voltò e disse: « Chiamatelo ». Chimarono il cieco, dicendogli:
« Coraggio, alzati, che ti chiama ».
50 Levatosi il mantello, fece un salto e si avvicinò a Gesù.
51 Gesù gli disse: « Che vuoi che io faccia per te »? Il cieco gli rispose:
« Maestro, che possa vedere ».
52 Gesù gli disse: « Va, la tua fede ti ha guarito ».
E al momento recuperò la vista e lo seguiva lungo la strada.

1. LEGGERE: Capire quello che dice il testo e come lo dice
Guarire un cieco non è l’unico (Mc 8,22-26) miracolo che Gesù compie durante il suo viaggio verso Gerusalemme; sarà l’ultimo (Mc 11,1). Anche se l’episodio si presenta come la cronaca di un miracolo, in fondo delinea un autentico itinerario di fede: chi viveva ai bordi di una strada, alla periferia della città, mendicando aiuto, finirà, una volta recuperata la vista, per seguire Gesù per le strade. Incontrarsi con Gesù permise a Bartimeo di trovare la luce per i suoi occhi e per la sequela. La narrazione è diafana: Gesù si trova a circa 25 km da Gerusalemme, camminando verso la sua meta. (Mc 10,33-34). Era abituale che, come fece Bartimeo, chi chiedeva l’elemosina si collocasse alle porte della città, per approfittare al massimo dell’intenso traffico di persone. Quando seppe che era Gesù colui che passava, non chiese l’elemosina ma compassione, ripetutamente (Mc 10,47-48), a voce alta, importunando i viandanti (Mc 10.48). E’ significativo che non chieda in primo luogo la guarigione, ma un po’ di attenzione e misericordia. Gesù reagisce, contrariamente a coloro che lo seguivano, con premura. Non lo infastidisce che lo chiamino con grida, se queste nascono da un bisogno. E manda, coloro che rimproveravano il cieco, a chiamarlo: non lascia alternativa; è imperativo, è categorico. (Mc 10,49). La reazione di Gesù cambia l’atteggiamento dei suoi, che incoraggiano il cieco ad avvicinarsi a Lui, e l’atteggiamento del cieco, che si alza con un balzo e va a incontrarlo. Il bisogno di sentire compassione ha portato il cieco fino a Gesù; il bisogno di vedere gli farà chiedere il miracolo. Gesù si assicura prima e gli fa esplicitare il suo desiderio: vuole vedere. Ed è Gesù colui che vede in questa richiesta un atto di fede. Bartimeo non solo recupera la vista; si unisce, credente e già sanato, alla comitiva che segue Gesù, che l’ha liberato dalla mendicità e dalle tenebre.
Bartimeo, il suo cammino di fede, illustra il percorso di colui che non essendo ancora discepolo e vivendo dell’elemosina degli altri, osa approfittare del passaggio di Gesù per provocare la sua misericordia, ottenendo che lo ascolti, lo chiami, gli chieda cosa desidera e glielo conceda. Perché solo lui ha ottenuto essere compassionevole, Gesù vede fede, dove gli altri hanno visto una seccatura, ha valorizzato la fiducia del cieco e non le sue grida. E’ la sua maniera di fare discepoli.

II. MEDITARE: APPLICARE QUELLO CHE DICE IL TESTO ALLA VITA
La guarigione del cieco Bartimeo, un piccolo avvenimento dentro il ministero pubblico di Gesù, ci offre oggi la possibilità di riflettere sulla nostra vita di fede, espressa nella preghiera, e sulla responsabilità che abbiamo preso di prenderci cura degli altri, in particolar modo dei più bisognosi, coloro che hanno più bisogno di Gesù.
In cammino verso Gerusalemme con i suoi discepoli, Gesù usciva da Gerico senza notare, a quanto pare, la presenza di un mendicante cieco al margine della strada. Se non fosse stato per le sue grida, nessuno lo avrebbe notato e lui, sicuramente, sarebbe morto cieco, chiedendo l’elemosina all’uscita della sua città. Se recuperò la vista e seguì Gesù, se vide di nuovo la luce e smise per sempre di essere un mendicante, se abbandonò il bordo della strada per fare strada con Gesù, fu perché osò chiedergli a gran voce la sua guarigione. A chi passava i suoi giorni chiedendo l’elemosina non doveva risultare difficile chiedere una volta di più. Chi viveva della generosità dei passanti, doveva confidare necessariamente in tutti coloro che passavano davanti a lui. Il cieco chiedeva aiuto a chiunque gli si avvicinava. Però il giorno in cui si rese conto che era Gesù colui che passava accanto a lui, smise di chiedere l’elemosina e osò chiedere un miracolo. Non si vergognò della sua temerarietà, espose il suo bisogno con grida, giungendo a molestare quanti accompagnavano il Maestro. Non gli interessò richiamare l’attenzione né soffrire recriminazioni; non volle perdere l’opportunità e continuò a gridare, fino a quando Gesù lo ascoltò. Gesù non era rimasto infastidito dalle sua grida, visto che era la voce della fede, che chiedeva ciò che prima non aveva chiesto a nessuno, ciò che solo Gesù, il Figlio di David, poteva dargli: la vista. Questa fede cieca che chiede a gran voce un miracolo, e non nel silenzio del tempio, ma in mezzo al frastuono delle strade, deve essere da stimolo alla nostra vita di preghiera… e di serio avvertimento dinanzi alla nostra maniera di vivere giornalmente la fede. Bisogna invidiare, in effetti, l’ardire del mendicante che un giorno lasciò di chiedere piccole elemosine quando, finalmente, osò chiedere la guarigione di cui aveva bisogno. Sapeva bene che solo la vista lo avrebbe liberato dalla mendicità, che tutto ciò che riceveva non era altro che un aiuto a metà, che prolungavano i suoi giorni senza luce e non volle perdere l’occasione che gli si presentò il giorno in cui Gesù passò accanto a lui. Stanco di mendicare tutti i giorni, osò chiedere la guarigione definitiva: scommise su Gesù e confidò a lui il suo bisogno. Questo lo salvò dalla sua povertà e dalla sua cecità.
Il mendicante cieco ci ricorda oggi che, possibilmente, siamo anche noi, come era lui fino a quando non incontrò Gesù, a chiedere aiuto, a supplicare un’elemosina a tutti quelli che ci passano accanto, senza osare esigere il miracolo da Gesù, con grida se fosse necessario, perdendo dinanzi a lui e dinanzi agli altri la compostezza. Perché rifugiarsi nelle buone maniere quando siamo tanto bisognosi? Forse ci manca di sentirci indifesi come si sentiva il cieco; sicuramente non siamo coscienti della mancanza di luci con la quale viviamo. Accettiamo probabilmente troppo la nostra mancanza di mete, da dover perdere tempo a dire pubblicamente il nostro bisogno. La nostra fede non ci guarisce, perché non sentiamo il bisogno di essere guariti; non accettando che ci manca la luce che solo Cristo ci può dare, non potremo andare da lui a chiedergliela: solo un cieco sa avvertire la mancanza della luce.
Dovremmo impedire a Gesù, come ha fatto il cieco Bartimeo, che ci lasci senza essere stati guariti dalle nostre cecità. Dovremmo smettere di chiedergli l’elemosina e osare chiedergli un miracolo. La nostra vita di preghiera non meriterà le attenzioni di Gesù fino a quando non gli abbiamo gridato il bisogno che abbiamo di lui e del suo potere.
Non temiamo di perdere il rispetto verso di lui: anche se gridiamo a Dio, se lo facciamo perché ci ascolti, se gli gridiamo quando abbiamo bisogno di lui – perché altro non ci interessa -, guadagneremo la sua fiducia e otterremo quello che chiediamo con tanta fede. E’ ciò che ha fatto il cieco, e fu lodato, e guarito, da Gesù. Non ci manca povertà né luce; manchiamo di fede in Cristo e abbondiamo di sfiducia che ci voglia guarire. Per questo, continuiamo a convivere con le nostre mancanze senza osare chiedergli la guarigione.
I discepoli che accompagnavano Gesù si sono sentiti, invece, infastiditi dalle grida del mendicante. Non si resero conto che erano l’espressione della sua fede e rimasero contrariati per la sua insistenza. Fosse stato per loro avrebbero preferito passare a distanza, avrebbero voluto passare sotto silenzio il bisogno del cieco e avrebbero evitato che Gesù lo ascoltasse. Come non vedere oggi tutti noi ritratti nel loro atteggiamento? Quante poche volte noi discepoli di Gesù, abbiamo, oggi come ieri, tempo e sensibilità per chi sta ai bordi della nostra strada gridandoci il proprio bisogno. Sempre tanto occupati con il nostro Dio e, se no, del nostro personale interesse, non vediamo l’indigenza di quanti ci circondano. Il fatto che noi abbiamo occhi ci fa passar sopra alla realtà più di tanti altri che non li hanno mai avuti o li hanno persi per sempre. Solo perché Dio ci ha liberati da una malattia, da una prova, da uno stato di bisogno, ci facciamo ciechi dinanzi alle malattie, sordi dinanzi ai bisogni fino a giungere a sentirci molestati dinanzi al dolore dei nostri simili. Spesso soccombiamo alla tentazione di dimenticarci di chi ancora non segue Gesù, solo perché noi da tempo stiamo facendo lo sforzo di camminare dietro a lui col suo passo. Amare Gesù dovrebbe portarci, invece, a saper condividere questa gioia con tutti coloro che vogliono qualcosa da lui, e lo cercano come abbiamo fatto noi un giorno. Seguire Gesù da vicino ci deve portare ad avvicinarci a chi ha bisogno per facilitargli il suo incontro con l’unico Maestro che può realmente guarire. Non ci meriteremmo Gesù, che seguiamo, se non lo aiutassimo ad avvicinarsi a quanti oggi hanno bisogno di lui e domani possono essere suoi seguaci.
E certamente, conducendo una vita cristiana come quella che conduciamo, preoccupati di avere Dio accanto a noi e ai nostri problemi, attenti solo a quanto noi vogliamo da Lui, interessati che nessuno lo molesti con le sue grida, allontanandolo da quanti non sono ancora suoi discepoli, stiamo privando un mondo bisognoso di Dio, della sua luce e della sua salvezza. Il mondo oggi non riesce a vedere Gesù come il suo salvatore perché i suoi discepoli lo stanno sequestrando. A furia di volerlo solo per noi, infastidendoci perché altri lo stanno chiamando a gran voce, non riusciamo a migliorare il nostro mondo né permettiamo a Dio che ascolti coloro che lo cercano.
Seguire Gesù ci deve rendere uomini che non si infastidiscono perché gli si chiedono miracoli con grida, perché chi lo segue sa che Gesù è disposto a farlo tutte le volte che trova la fede. Non sarà per la nostra poca fede che non siamo audaci quando preghiamo, chiedendo l’impossibile, facendo diventare impossibile quanto chiediamo? E non sarà che proprio perché non sappiamo pregare cerchiamo di impedire ad altri che lo facciano meglio di noi? Dobbiamo pensarlo.

JUAN J. BARTOLOME sdb

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) TRA VOI PERÒ NON È COSÌ

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) TRA VOI PERÒ NON È COSÌ

don Luciano Cantini

Voi non sapete quello che chiedete
Siamo talmente “malati” di umanità – papa Francesco direbbe “mondanità” – che neanche ci rendiamo conto della distanza tra l’umano e il divino, tra i poteri degli uomini e il potere di Dio. La confusione è tale che a Dio chiediamo ogni cosa senza neppure renderci conto di quello che chiediamo. Giacomo e Giovanni chiedono di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. Come per dire vogliamo essere i tuoi viceministri, condividere il potere in un consesso in cui gli altri non contano. La stessa storia di potere che si ripete da generazioni, anche oggi.
L’equivoco nasce dalla comprensione del potere di Dio: Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato? La domanda dal sapore profetico nasconde la realtà verso cui sta camminando il Signore e verso cui cammineranno anche i suoi apostoli: la Croce. Il Battesimo di cui sta parlando Gesù è la sua umiliazione e l’espulsione dal genere umano con la condanna a morte. Gesù, nella sua vita, non ha mai avuto un atteggiamento di potere, di dominio, o di qualche interesse o ambizione, anzi quando il potere sembrava affacciarsi sulla sua strada ha preferito andare altrove (cfr. Mc 1,35).
Tutta la Scrittura, ed il Vangelo in particolare, è la storia di « perdenti », e a nessun uomo verrebbe in mente di chiedere a Dio “la grazia di perdere”.
Gli altri dieci
Giacomo e Giovanni si erano avvicinati a Gesù con lo scopo di garantirsi un posto, un privilegio, una garanzia per il futuro. La loro richiesta non è diretta, segue un percorso di avvicinamento, prima fisico, poi verbale – «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo» – prima di arrivare al dunque. In questa manovra di avvicinamento al Maestro c’è un progressivo allontanamento dagli altri, una sorta di esclusione, non una attenzione, nessuna fraternità né comunione: il potere tende ad isolare, privilegiare, escludere, allontanare… Certamente i due si erano messi d’accordo, avevano complottato, studiato una strategia, prima ancora di separare e di escludere gli altri si erano separati e esclusi da soli. Forse più che il desiderio di arrivare in alto è stata la paura di perdere, l’incertezza del futuro che li ha mossi.
Dal momento che metti alla porta qualcuno sei tu che ti rendi prigioniero di te stesso… è storia infinita di persone, di gruppi, di sette, di popoli e nazioni.
Allora Gesù li chiamò a sé
Sembra ripetersi la storia di quando Gesù salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui (Mc3,13) per costituire la comunità dei dodici. Gesù “chiama a sé”, chiede una azione di fede verso di lui per ricucire le fratture e ristabilire la comunione, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali (Mt 23,37).
Gesù non rimprovera, non punisce, non si indigna come gli altri dieci, non caccia via nessuno, semplicemente li chiama a sé insegnando prima ancora con l’atteggiamento che con le parole.
Quanto abbiamo ancora da imparare, noi che vorremmo riempire le prigioni e gettare le chiavi, che ci immaginiamo come una società di buoni (senza esserlo) col desiderio di escludere le mele marce incapaci di riconoscere il verme che rosicchia la nostra mela.
Tra voi però non è così
È una affermazione precisa, non una prospettiva o un suggerimento, né una dichiarazione d’intenti: tra voi non è così. Tra voi discepoli, apostoli, tra voi comunità… tra voi chiesa. Non c’è nessun posto comodo, nessuna sede di potere, nessuna posizione di prestigio. Due sono le parole che caratterizzano le relazioni tra cristiani: diakonos (colui che serve, servitore) e doulos (servo, schiavo). Nella Chiesa non c’è esercizio di potere anche se non mancano manifestazioni di peccato, piuttosto un servizio di autorità che scaturisce dalla testimonianza di vita di chi l’esercita; come Gesù che stupiva egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi (Mc 1, 22).
Roberto Benigni, nella scenografia de “La vita è bella”, afferma: Guarda i girasoli: s’inchinano al sole, ma se vedi uno che è inchinato un po’ troppo significa che è morto. Tu stai servendo, però non sei un servo. Servire è l’arte suprema. Dio è il primo servitore; Lui serve gli uomini, ma non è servo degli uomini.

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) TUTTO È POSSIBILE A DIO

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) TUTTO È POSSIBILE A DIO

don Luciano Cantini

Gesù, volgendo lo sguardo attorno
Dopo l’incontro con quel “tale”, dopo aver “fissato lo sguardo su di lui” carico di amore, dopo che quel tale, scuro in volto, se ne era andato rattristato, Gesù volge lo sguardo attorno. Non è per vedere ma per scrutare, cercare lo sguardo degli altri, il cuore degli altri.
«L’amore del Figlio è penetrante perché scruta ogni cuore; è avvolgente perché guarda la persona nella sua totalità e unicità e crea la comunione; ma è soprattutto comunicativo perché dona la vita di Dio indicandone la via: “Ti manca ancora una cosa. Va’, vendi tutto ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi, vieni e seguimi!”» (Robert Cheaib).
Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!
Quel tale aveva chiesto: che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna? Forse non era sicuro che quelle cose osservate fin dalla mia giovinezza, fossero bastanti, o forse gli sembravano troppe o che non andassero nella direzione giusta. Tendenzialmente l‘uomo cerca una scorciatoia, una via facile per raggiungere l’obiettivo, più spesso settorializza la propria visione così che alcuni aspetti della vita entrano nella sfera religiosa, altri invece ne sono esclusi. Quando parliamo di peccato, capace di escluderci dalla vita eterna, diamo un certo rilievo a comportamenti negativi come la bestemmia, la gola, la rabbia mentre diamo meno importanza alla comunione, la giustizia è considerata in modo soggettivo mentre certi comportamenti che danneggiano la vita sociale, come l’elusione delle tasse, neanche sono prese in considerazione. Il lavoro al nero, gli affitti non registrati, le raccomandazioni ricompensate, certe scappatoie legali non sembrano rientrare nella sfera dei peccati.
L’impegno di carità si ferma al dare un pasto caldo, o un maglione a chi è nel bisogno, e spesso non arriviamo neppure lì. La giustizia evangelica ha altri parametri, tende a rimuovere le cause che portano i poveri al disagio e lottare per il cambiamento di questo sistema economico che produce sfruttamento delle risorse nel sud del mondo, incapace di ridistribuire la ricchezza, di arrivare alla radice delle povertà sempre più plurali.
Quel tale si fece scuro in volto, siamo accumunati dalla tristezza che nasce quando non abbiamo il coraggio di compiere la scelta giusta nella vita, allora guardiamo altrove e percorriamo altre strade.
«E chi può essere salvato?».
La cosa più sorprendente che nasce nel dialogo tra Gesù e quel tale è che il Regno di Dio è dei poveri; i ricchi che decidono di rimanete tali non vi entrano. Il Regno appartiene a chi è davvero libero dal potere (cfr Mc 9,35) e dal denaro; l’immagine dei bambini è particolarmente significativa (cfr Mc 10,15). Il Signore raggiunge nella misericordia l’uomo in tutti gli anfratti della sua debolezza ma davanti al potere e al denaro diventa duro e intransigente. Il desiderio di potere e il denaro hanno la capacità di privarci di quella libertà che è necessaria per accedere al Regno di Dio. Il Regno dei cieli ha logiche diverse da quelle umane. “Dio è incontrollabile, non manipolabile, persino pericoloso, in quanto chiama l’essere umano alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da qualunque tipo di schiavitù” (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 57).
L’uomo è in evidente difficoltà nella relazione con le cose e le persone ma tutto è possibile a Dio. Sembra una ovvietà, tanto evidente in teoria quanto dimenticata nella pratica. Nell’immaginario umano la potenza divina è simile al potere umano, la via di Dio invece è quella percorsa da Gesù: Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno (Mc 9,30). Seguire il Maestro significa abbandonare le nostre sicurezze, le prospettive, le idee, i progetti. Non aver paura di perdere.
Quando si è rinunciato del tutto a fare qualcosa di se stessi: un santo, un peccatore convertito o un uomo di chiesa, un giusto o un ingiusto, un malato o un sano, allora ci si getta interamente nelle braccia di Dio, allora si prendono finalmente sul serio non le proprie, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani e, io penso, questa è fede, questa è metanoia; e così diventiamo uomini, diventiamo cristiani. (Dietrich Bonhoeffer, dalle Lettere dal carcere).

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (07/10/2018)

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (07/10/2018)

L’Amore ti esalta e ti ferisce don Mario Simula

Dio non ama la solitudine che chiude, isola e obbliga a restare senza parole pronunciate e ascoltate.
La relazione è dono sublime per Dio. “Non è bene che l’uomo sia solo”.
Nemmeno il dominio sulle creature può essere una risposta appagante. L’uomo ha bisogno “di trovare un aiuto che gli corrisponda”.
Dio è sempre geniale e sorprendente.
Inventa una creazione nuovissima e inedita in quel torpore che si impossessa dell’uomo e lo sprofonda nel mistero di Dio. Sta per avvenire una “cosa nuova”.
“Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”. Maschio e femmina: due parole che cantano la diversità nell’unità appassionante dell’amore.
Finalmente due occhi vivi di desiderio. Finalmente due orecchie in grado di ascoltare. Finalmente le premesse di un dialogo fatto di parole e di gesti, di ammiccamenti e di intese, di delicatezze e di finezza.
L’uomo non riesce a trattenere il primo e più melodioso e ineffabile inno di amore per la sua donna: “Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta”. Cuore da cuore anche nei momenti di turbamento.
La medesima ricchezza di cellule. Lo stesso linguaggio. La stessa dignità. L’unica e impareggiabile profondità di sguardi. La meravigliosa comunicazione dei gesti di tenerezza e di cura.
Dio non ha pensato soltanto a dare forma al corpo meravigliosamente diverso della donna. Ha versato nello scrigno della vita dei due, tutte le promesse di bene, di gioia, di accoglienza, di dialogo, di perdono.
Da adesso in poi non ci saranno più mio padre e mia madre, ma il mio sposo e la mia sposa. Per unirsi in un rapporto che coinvolge ogni segmento della vita di due persone. Da adesso “i due saranno una sola carne”. Si ritroveranno nell’intimità dell’unione amorosa. Godranno di un’appartenenza reciproca senza riserve. Totalmente donata. Tutti i doni e i dialoghi della loro vita saranno condivisi come segno inimitabile della somiglianza e dell’immagine di Dio che è sposo e sposa, padre e madre.
Da questa estasiante sessualità piena di amore, di rispetto e di delicatezza, nasce il figlio. Lui, il figlio, è la sintesi inscindibile di due diversità meravigliosamente inspiegabili dentro le quali ogni sguardo torbido o curioso, o semplicemente scientifico, creano profanazione.
Gesù, amante della coppia e della famiglia, ribadisce con forza e delicatezza la meraviglia del progetto del Padre.
L’uomo e la donna, sono, tuttavia, due creature fragili e talvolta egoiste. Tra di loro possono insinuarsi desideri impulsivi di lontananza, di abbandono, di libertà falsa, di strumentalizzazione, di amore violento annebbiato e omicida.
Gesù è chiaro: “L’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto”. “Come riusciremo a vivere questo impegno così grande?”, si domandano gli sposi.
Dio abita il cuore degli sposi. Il loro amore è consacrato dal mistero di un segno sacramentale che richiama l’amore di Gesù per la sua Chiesa. Non sono in balia di se stessi. Dio tiene alla loro fedeltà e all’impegno di condividere tutto fino all’ultimo respiro. Non si allontanerà mai dalla loro vita, dalle loro difficoltà, dai dolori, dalle incomprensioni possibili. Dio è lo Sposo e la Sposa fedele.
Davanti ad ogni coppia c’è Gesù “che ha sofferto perché la grazia di Dio, pagata con la morte, fosse a vantaggio di tutti”.
Il mistero è grande, Signore. E’ un vortice di amore. E’ un abisso di tenerezza. E’ fuoco purissimo che purifica e rende pronti a diventare monili preziosissimi, da appendere, ogni giorno, sul cuore della persona amata.
Come hai potuto fidarti di noi a tal punto? Degli sposi che amano la vita e la donano perché il figlio sia un’immagine evidente dell’ “unica e sola carne”?.
Perché hai scritto nel nostro cuore il bisogno di un amore che neanche gli oceani riescono ad estinguere?
Perché lo hai scritto anche nel cuore di chi, nella vita del matrimonio, non conoscerà mai la gioia della fecondità? Anche in questi sposi Tu, Signore, hai impresso bisogni e gesti insopprimibili di amore. A volte soffrono e si ribellano. Ma Tu sei accanto a loro.
Tu sei ispiratore inatteso dell’amore che ha portato mia madre e mio padre a “volere ad uno ad uno e tutti”, i loro undici figli.
Tu sei anche fonte dell’amore pieno che costruisci, giorno dopo giorno, nella vita di coloro che si consacrano a Te. Non possono essere sterili, Signore. Insegna loro ad amare, ad amare chi si ama. Ad amare chi nell’amare soffre. Insegna loro ad amare l’uomo e la donna, con semplicità, con limpidezza, con verità e sincerità. Non possono rifugiarsi, proprio loro, nelle paure o negli egoismi affettivi. Il loro amore è dono. Dono e nient’altro. Dono che genera. Dono che educa chi ha generato. Dono che porta alla gratitudine. Dono che chiede verifiche continue perché non venga sprecato e non si perda dietro i grovigli dell’ambiguità.
Gesù, aspettiamo di appartenere alla tua scuola di amore: Tu fissi amando intensamente. Tu ti lasci raggiungere da gesti amorosi che suscitano il perdono. Tu, amando dai la vita. E’ tutto questo il segreto del tuo esserci. Dell’essere insieme, accanto, per noi.
Grazie, Gesù, perché hai messo nelle mani la sfida incandescente dell’amore. Grazie, Gesù.

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – A RISCHIO DI COLLASSO

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – A RISCHIO DI COLLASSO

don Luciano Cantini

“Oggi non si scandalizza più nessuno”, almeno così si dice eppure pensando a quanti vivono sullo scandalo non sembrerebbe. Ci sono riviste intere dedicato al “gossip”, gli opinionisti, i politici sembrano attendere il prossimo scandalo per tirare l’acqua al proprio mulino, indignarsi e suscitare indignazione sembra essere una attività redditizia. Corriamo il rischio, però, di adeguarci al senso comune se non proviamo a capire quello che Gesù ha detto, quello che la prima comunità cristiana ha compreso da tramandarlo a noi, e quello che il Signore sta dicendo a noi oggi nella situazione in cu viviamo.
Per tanto tempo chi studiava la Scrittura si è rifiutato di credere che Gesù abbia espresso un giudizio così brutale se messo a confronto a parole di amore e di misericordia. Piuttosto si pensava ad un incrudimento della chiesa primitiva che ha posto in bocca a Gesù parole dure per disciplinare i credenti e per scoraggiare gli avversari.
Forse, però, a Gesù è scappata la pazienza se leggiamo il discorso della macina come conseguenza della incomprensione prolungata dei discepoli dopo secondo annuncio della passione (Mc 9,31) che erano preoccupati di stabilire chi fosse il più grande a cui ha proposto il servizio (Mc 9,35); poi hanno iniziato a discriminare chi non apparteneva al loro gruppo per cui afferma chi non è contro di noi è per noi (Mc 9,40), i discepoli devono accettare che vi siano persone al di fuori della loro cerchia che, anche inconsapevolmente, sono dalla parte di Gesù quando si mettono a servizio degli altri.

Che credono in me
Letteralmente lo scandalo è un inciampo, una caduta in basso, non senza conseguenze. Bisogna, però fare attenzione di non dare a questa parola una lettura moralistica perché nella scrittura e nel vangelo lo scandalo è essenzialmente ciò, o colui, che allontana da Dio, qualcosa o qualcuno che fa perdere la fede, o meglio ciò che innesca il collasso della fede.
Eppure, Gesù stesso è definito pietra di scandalo (Rm 9,33), la passione (Mc 14,27) e la croce stessa è considerata scandalo (Gal 5,11) capaci di minare la fede nel Dio della “religione”, quello annunziato dal potere religioso, mantenuto dalla religiosità popolare; è il Dio delle regole e dei decreti, il Dio dei riti e del tempio, quello dei sacrifici, del puro e dell’impuro, il Dio che separa chi gli appartiene ed è nel recinto da chi ne rimane al di fuori. Nei confronti di questo Dio Gesù si presenta come scandalo e non ha scandalizzato abbastanza perché l’uomo nella sua storia ha ricompreso e riassorbito il suo scandalo per tornare alla caricatura di Dio con le sue regole, le sottomissioni e le paure, i suoi riti, le sue devozioni, i suoi steccati.
La preoccupazione della prima Chiesa che ha raccolto e trasmesso queste parole di inaudita durezza è quella di salvaguardare chi si è lasciato scandalizzare dal Signore Gesù: piccoli che credono in me. Lo scandalo che merita al collo una macina da mulino è colui che offusca o stravolge lo scandalo della croce segno dell’amore totale e senza limiti, chi vuole restaurare le prassi, le credenze, le formalità. Ci sono persone e movimenti che si lasciano affascinare dal bel canto o dai paramenti, magari vorrebbero i crocifissi alle pareti dei luoghi pubblici e strizzano l’occhio a chi non tollera e definisce l’altro come terrone, nero, clandestino, straniero.

Ti è motivo di scandalo
L’immagine cruda del vangelo passa dal generale al coinvolgimento personale: se la mano, il piede, l’occhio “ti è motivo di scandalo, tagliala”… le parole di Gesù toccano ciascuno di noi. C’è una immagine di Dio che lo scandalo della Croce ci ha donato che ci rende liberi e capaci di amare, di entrare nella relazione con gli altri piccoli e che è a rischio di collasso. Dobbiamo fare attenzione al proprio agire (mani), al nostro andare nella storia (piedi), a quello da cui ci lasciamo coinvolgere (occhi) per non diventare un ostacolo (scandalo) a noi stessi e alla nostra fede. Siamo tutti arrabbiati per il crollo del ponte di Genova, a quanto pare, non sufficientemente osservato e manutenuto, sembrava funzionale e sicuro fino al collasso improvviso. Gesù ci mette in guardia, ci chiede la manutenzione della nostra vita, la verifica della quotidianità affinché non collassi all’improvviso.
Non bisogna dimenticare l’avvertimento di Gesù ai discepoli: «State attenti a voi stessi!». Oggi può essere una bella giornata per fare un esame di coscienza su questo: scandalizzo o no e come? Così possiamo rispondere al Signore e avvicinarci un po’ di più a lui (Papa Francesco 13.11.17).

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – UN METRO PER MISURARE CHI È IL PIÙ GRANDE

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – UN METRO PER MISURARE CHI È IL PIÙ GRANDE

mons. Roberto Brunelli

L’abbiamo sentito domenica scorsa: Gesù ha chiamato addirittura “satana” l’apostolo Pietro che invece di “pensare secondo Dio” inseguiva suoi calcoli umani Ma non è bastato: nel vangelo odierno (Marco 9,30-37) ritroviamo Gesù intento a istruire gli apostoli, in particolare preparandoli agli eventi prossimi, così diversi da quelli che essi si attendevano dal Messia. Eccolo allora ribadire che lui, “il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”.
Questa predizione della sua Pasqua si scontra con la greve umanità di coloro che pure lui stesso ha scelto come primi collaboratori. Essi insistono nell’aggrapparsi all’opinione corrente di un Messia politico, il quale, cacciati i Romani occupanti, restaurerà l’antico regno d’Israele, indipendente e glorioso come quello di Davide e di Salomone. Sono così radicati in questa prospettiva, che invece di badare alle parole del Messia discutono tra loro su chi sia il più grande, e dunque, nel regno tutto terreno che il Messia ritengono stia per fondare, a chi di loro toccherà il posto più importante.
A tanta grettezza noi forse risponderemmo con qualche mala parola. Invece Gesù torna pazientemente a spiegare e, come usavano fare gli antichi profeti, accompagna le sue parole con un gesto esemplificativo: abbraccia un bambino e li invita a fare altrettanto, per amor suo. I bambini allora erano privi di rilevanza giuridica e sociale; perciò un bambino si prestava ad essere il simbolo degli emarginati, dei tanti che “non contano”. In quel bambino, Gesù li abbraccia tutti, e invita tutti i suoi seguaci a fare altrettanto.
Quale cambio di prospettiva! Il più grande è chi accoglie nella propria mente e nel proprio cuore quanti non godono di privilegi, quanti nella società stanno un passo (o due, o tre, e spesso di più) dietro agli altri. Nel mondo nuovo che Gesù instaura, l’importanza di una persona non si misura dal suo potere, dal suo danaro, dal suo successo, ma dalla disponibilità, dall’impegno a fare giustizia, ad alleviare le condizioni dei meno fortunati.
Così ha fatto lui, e dopo di lui una schiera di uomini e donne che hanno cercato di imitarlo. In virtù del loro impegno, questo rivoluzionario principio in duemila anni ha cambiato il mondo; oggi formalmente tutti, e non solo i cristiani, condannano certi atteggiamenti e criteri di vita che un tempo erano ritenuti normali (la discriminazione delle donne, gli abusi sui minori, la schiavitù, il dispotismo eccetera); almeno a parole, oggi tutti riconoscono che la fame nel mondo è frutto di un’ingiustizia da sanare, ed è pacifico che chi è investito di autorità non dovrebbe operare per l’utile proprio ma per il bene comune. Insomma, sull’antico criterio dello sfruttare gli altri a proprio vantaggio (o, quando andava bene, dell’indifferenza per le condizioni altrui) oggi trionfa il criterio prettamente cristiano del servire. Trionfa negli enunciati delle leggi e nelle dichiarazioni pubbliche; se però si guarda ai fatti, si rischia di deprimersi costatando la loro difformità rispetto ai principi.
Ne deriva l’impegno, per ogni uomo che voglia essere tale, ad adeguare il proprio comportamento ai principi che un’onesta intelligenza riconosce giusti. E ciò vale in prima linea per la Chiesa, che da sempre proclama l’autorità come servizio (la sua massima autorità, il papa, porta ufficialmente il titolo di “servo dei servi di Dio”) e prevede figure a ciò specificamente deputate (sono ancora poco conosciuti, ma ci sono anche tra noi i diaconi permanenti: e compito specifico del diacono è proprio il servire). L’impegno vale però anche per gli altri cristiani, per tutti i battezzati, se vogliono ritenersi seguaci del Figlio di Dio, il quale è venuto tra noi, come ha dichiarato lui stesso (Vangelo secondo Marco 10,45), non per essere servito ma per servire. Sino a dare la vita.

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (16/09/2018)

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (16/09/2018)

Perdersi è salvarsi

don Luciano Cantini

Doveva soffrire molto, ed essere rifiutato
La differenza tra la gente e i discepoli è che questa non aveva capito nulla della persona di Gesù mentre i discepoli avevano intuito che Gesù fosse il Messia. La risposta di Pietro è chiara: «Tu sei il Cristo» [Cristo deriva dal greco e significa “Unto”, consacrato, in ebraico “messia”]. Quello che, invece, fa assomigliare i discepoli alla gente è non immaginare neppure il senso, il modo in cui Gesù avrebbe incarnato la sua missione: doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani.
Le attese andavano nella direzione opposta, l’istituzione religiosa, la teologia, la predicazione e tutto il complesso della dinamica religiosa aveva piuttosto una idea trionfalistica del Messia.
A duemila anni di distanza, e ben conoscendo come sono andati i fatti, nonostante l’esperienza pasquale, la dinamica religiosa e devozionale attuale non si discosta molto da quella di allora. Basta osservare quanto la tradizione popolare riserva nelle celebrazioni delle feste, nelle processioni e confrontarle col modesto andare per la strada del Signore Gesù. Pensiamo al contrasto, nelle manifestazioni della Settimana Santa, tra il Mistero celebrato e il modo con cui è raccontato dai riti popolari.
Il Messia è colui che è votato al fallimento! Non solo, perché la sofferenza, la condanna e la messa a morte sono sanciti dalla massima autorità religiosa. Due sono le direzioni che siamo costretti a considerare: o Gesù era un falso profeta e conseguentemente un messia fasullo; o la falsità e la menzogna stavano nella religione e nelle sue istituzioni. Se questo vale per i discepoli di allora, nella loro confusione esistenziale, vale ancor più per noi discepoli di oggi, pur nella chiarezza dell’evento pasquale, nel ricomprendere il senso della nostra relazione con il Signore e le istituzioni ecclesiastiche.
In questi nostri giorni, la bontà del Signore, fa saltare molti coperchi – molti altri ne dovranno venir fuori – che mostrano la debolezza umana, l’ipocrisia e l’immoralità di esponenti delle autorità religiose a tutti i livelli. È un dono della Provvidenza che ci chiede di ripensare molto della organizzazione ecclesiastica, della formazione dei suoi ministri, della responsabilizzazione dei laici.

E si mise a rimproverarlo
Marco usa il verbo greco epitimào per dire che Pietro “rimproverò” Gesù e viceversa. Questo termine è stato usato per vincere sul potere demoniaco del vento e delle onde nel mare (Mc 4, 39) e ancora per liberare da uno spirito immondo (Mc 9, 25). L’uso di questa parola rende l’evento raccontato simile alla espulsione demoniaca; questa vale per Pietro nella sua confusione mentale e molto più per Gesù che arriva a chiamare Simone “satana”.
Il fatto è che né a Pietro e né agli altri apostoli [e noi ancora oggi] avevano capito che Gesù salva il mondo passando per il rifiuto frontale della religione e dei suoi responsabili istituzionali. Amiamo più la Religione ed i suoi riti, le sue tradizioni, spesso giunte a noi dall’esperienza del paganesimo che Gesù, la sua Parola, il suo esempio, lo stile di vita che chiede ai suoi discepoli.

Tu non pensi
Gesù chiama Pietro “satana”, nonostante la professione di fede che aveva fatto pochi istanti prima, Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. Non è quello che ha detto che conta quanto quello che pensa. C’è da domandarci come fa un povero essere umano a non pensare come uomo; o come sia possibile che il pensare umano abbia qualcosa di satanico. Eppure, ci viene da sorridere ascoltando la storia della mela e del peccato originale (Gen 3,1-19) ma non ci rendiamo conto quanto ci siamo allontanati da Dio e come l’uomo tenga a mantenersi distante e indipendente. I Negrita arrivano a cantare: Vorrei incontrare Dio, per dirgli cha ha sbagliato, che non l’ho perdonato e che non lo farò mai.

Prenda la sua croce
Gesù chiede ai suoi seguaci di rifiutare una cultura egocentrica come è la nostra – rinneghi se stesso -, vogliamo essere al centro delle attenzioni anche effimere come quelle che ci offrono i social network; abbandonare la cultura comoda, quella del comfort e del benessere – prenda la sua croce -, siamo arrivati all’assurdo di dedicare un Hotel a 5 stelle lusso “per gatti”; prendere coscienza che la vittoria è proprio nella sconfitta – chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà – perché è l’amore disarmato, senza se e senza ma, a vincere. Chi mette la propria vita al servizio degli altri, anche se per chi cerca il successo sembra una vita sprecata, riesce davvero a realizzarsi.

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