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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (16/09/2018)

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (16/09/2018)

Perdersi è salvarsi

don Luciano Cantini

Doveva soffrire molto, ed essere rifiutato
La differenza tra la gente e i discepoli è che questa non aveva capito nulla della persona di Gesù mentre i discepoli avevano intuito che Gesù fosse il Messia. La risposta di Pietro è chiara: «Tu sei il Cristo» [Cristo deriva dal greco e significa “Unto”, consacrato, in ebraico “messia”]. Quello che, invece, fa assomigliare i discepoli alla gente è non immaginare neppure il senso, il modo in cui Gesù avrebbe incarnato la sua missione: doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani.
Le attese andavano nella direzione opposta, l’istituzione religiosa, la teologia, la predicazione e tutto il complesso della dinamica religiosa aveva piuttosto una idea trionfalistica del Messia.
A duemila anni di distanza, e ben conoscendo come sono andati i fatti, nonostante l’esperienza pasquale, la dinamica religiosa e devozionale attuale non si discosta molto da quella di allora. Basta osservare quanto la tradizione popolare riserva nelle celebrazioni delle feste, nelle processioni e confrontarle col modesto andare per la strada del Signore Gesù. Pensiamo al contrasto, nelle manifestazioni della Settimana Santa, tra il Mistero celebrato e il modo con cui è raccontato dai riti popolari.
Il Messia è colui che è votato al fallimento! Non solo, perché la sofferenza, la condanna e la messa a morte sono sanciti dalla massima autorità religiosa. Due sono le direzioni che siamo costretti a considerare: o Gesù era un falso profeta e conseguentemente un messia fasullo; o la falsità e la menzogna stavano nella religione e nelle sue istituzioni. Se questo vale per i discepoli di allora, nella loro confusione esistenziale, vale ancor più per noi discepoli di oggi, pur nella chiarezza dell’evento pasquale, nel ricomprendere il senso della nostra relazione con il Signore e le istituzioni ecclesiastiche.
In questi nostri giorni, la bontà del Signore, fa saltare molti coperchi – molti altri ne dovranno venir fuori – che mostrano la debolezza umana, l’ipocrisia e l’immoralità di esponenti delle autorità religiose a tutti i livelli. È un dono della Provvidenza che ci chiede di ripensare molto della organizzazione ecclesiastica, della formazione dei suoi ministri, della responsabilizzazione dei laici.

E si mise a rimproverarlo
Marco usa il verbo greco epitimào per dire che Pietro “rimproverò” Gesù e viceversa. Questo termine è stato usato per vincere sul potere demoniaco del vento e delle onde nel mare (Mc 4, 39) e ancora per liberare da uno spirito immondo (Mc 9, 25). L’uso di questa parola rende l’evento raccontato simile alla espulsione demoniaca; questa vale per Pietro nella sua confusione mentale e molto più per Gesù che arriva a chiamare Simone “satana”.
Il fatto è che né a Pietro e né agli altri apostoli [e noi ancora oggi] avevano capito che Gesù salva il mondo passando per il rifiuto frontale della religione e dei suoi responsabili istituzionali. Amiamo più la Religione ed i suoi riti, le sue tradizioni, spesso giunte a noi dall’esperienza del paganesimo che Gesù, la sua Parola, il suo esempio, lo stile di vita che chiede ai suoi discepoli.

Tu non pensi
Gesù chiama Pietro “satana”, nonostante la professione di fede che aveva fatto pochi istanti prima, Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. Non è quello che ha detto che conta quanto quello che pensa. C’è da domandarci come fa un povero essere umano a non pensare come uomo; o come sia possibile che il pensare umano abbia qualcosa di satanico. Eppure, ci viene da sorridere ascoltando la storia della mela e del peccato originale (Gen 3,1-19) ma non ci rendiamo conto quanto ci siamo allontanati da Dio e come l’uomo tenga a mantenersi distante e indipendente. I Negrita arrivano a cantare: Vorrei incontrare Dio, per dirgli cha ha sbagliato, che non l’ho perdonato e che non lo farò mai.

Prenda la sua croce
Gesù chiede ai suoi seguaci di rifiutare una cultura egocentrica come è la nostra – rinneghi se stesso -, vogliamo essere al centro delle attenzioni anche effimere come quelle che ci offrono i social network; abbandonare la cultura comoda, quella del comfort e del benessere – prenda la sua croce -, siamo arrivati all’assurdo di dedicare un Hotel a 5 stelle lusso “per gatti”; prendere coscienza che la vittoria è proprio nella sconfitta – chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà – perché è l’amore disarmato, senza se e senza ma, a vincere. Chi mette la propria vita al servizio degli altri, anche se per chi cerca il successo sembra una vita sprecata, riesce davvero a realizzarsi.

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

Lectio a Marco 7, 31-37 di Silvano Fausti

1. Messaggio nel contesto
“Effathà, cioè.- Apriti,, dice Gesù al sordomuto. E l’orecchio chiuso si apre all’ascolto della sua voce, la lingua legata si scioglie per dire la parola che salva. Dio è invisibile. Ogni immagine che di lui ci facciamo è un idolo. L’unico suo vero volto è quello del Figlio che lo ascolta.
La parola distingue l’uomo dagli animali. Egli non appartiene a una specie determinata, ma determina la sua specie secondo ciò che ascolta. Infatti di sua natura, non è ciò che è, ma ciò che diviene; e diviene la parola a cui presta orecchio e dà risposta.
Dio è parola, comunicazione e dono di sé. L’uomo è innanzitutto orecchio, e poi lingua. Ascoltandolo è in grado di rispondergli: entra in dialogo con lui e diventa suo partner, unito a lui e simile a lui. La religione ebraico cristiana, anche se ama il Libro, non è un feticismo della lettera. È religione della parola e dell’ascolto, cioè della comunione con chi parla. Per questo essere sordomuti è il massimo male.
Nel brano precedente la donna ha “ascoltato” su Gesù, e ha “detto” la parola che salva. I discepoli invece hanno orecchi e ancora non intendono (vv. 16-18; 8,18). Hanno il cuore duro incapace di capire il pane e di professare: “È il Signore”.
È il penultimo miracolo della prima parte del vangelo e il terz’ultimo in assoluto. Seguono solo due guarigioni della cecità. Prima c’è l’ascolto della parola, poi l’illuminazione della fede. Chi rimane sordo, non può vedere. Solo il cuore può udire la verità di ciò che si vede.
Come tutti i miracoli, anche questo, ancor più esplicitamente degli altri, significa quanto il Signore vuole operare in ogni ascoltatore. Noi tutti siamo sordi selettivi alla sua parola. Essendo creature, come diamo solo ciò che riceviamo, così diciamo solo ciò che abbiamo udito. Gesù è il medico, venuto a ridarci capacità di ascolto e di dialogo con lui.
Questo miracolo ha la struttura dell’esorcismo battesimale in uso dalla Chiesa antica fino ai nostri giorni.
La guarigione, come quella successiva (8,22 ss), è in due rate. Corrispondono alle due parti del vangelo di Marco e ai due misteri di Gesù, che è insieme il Cristo e il Figlio di Dio – l’atteso che realizza la nostra attesa in modo inatteso.
Il segreto messianico si va sciogliendo, perché il suo pane ci mette ormai, in modo inequivocabile, di fronte alla sua verità. Ma nessuno più la intende né vede. A lui non resta che guarire la nostra sordità e cecità riconosciute.
In questo racconto vediamo anche le tappe del nostro itinerario di fede. Ciascuno è chiamato a ripercorrere personalmente con Gesù lo stesso cammino del popolo di Israele, raffigurato in questo sordo farfugliante.
Gesù è proclamato come colui che “ha fatto belle tutte le cose: fa udire i sordi e parlare i muti”. La seconda affermazione lo riconosce palesemente come il messia salvatore (Is 35,4 s), mentre la prima lo riconosce velatamente come il Dio creatore, che fece tutto e vide che era bello (Gn 1,3.12.18.21.25.31). Ci si avvia alla conclusione della prima parte del vangelo, che sfocerà nella confessione di Pietro (8,29), e si prelude anche il tema della seconda, che culminerà nell’affermazione del centurione (15,39).
Il discepolo, come tutti, è divoratore di tante chiacchiere, ma sordo e inespressivo davanti alla Parola che lo fa uomo. Gesù lo guarisce perché possa far parte di quel popolo che sente e risponde a colui che gli dice: “Ascolta Israele, amerai il Signore ecc. “ (12,29 = Dt 6,4 s).
2. Lettura del testo
v. 31 Tiro/Sidone/Decapoli. Siamo in piena zona pagana. Marco, come Paolo, sottolinea il privilegio dei lontani. L’amore può essere accolto solo da chi non lo merita. Chi lo merita, lo riduce a meretricio. Ci accostiamo a Dio non nell’apice della nostra perfezione, ma nelle nostre zone di infedeltà. Da qui passa e ripassa il cammino di chi viene a salvarci. Il luogo della fede è la nostra incredulità.
v. 32 gli conducono. Non può andare da Gesù, perché non ne ha potuto sentir parlare, anche se l’ex-indemoniato l’ha già annunciato (5,20). Altri lo conducono. Non si dice chi. Tutto infatti porta a Cristo. Tutto, creato in lui e da lui, tende a lui, vita di tutto ciò che esiste (Col 1,15; 1Gv 1,3 s). Inoltre chi lo ha già sperimentato è necessariamente inviato al fratelli (5,19).
un sordo. Ogni uomo, fin dal principio, è sordo alla parola di Dio che lo fa figlio e gli dice: “Ascolta, amami; perché io ti amo” (Dt 6,45). Infatti ha prestato ascolto alla menzogna di satana, che l’ha chiuso in sé e agli altri, tagliandolo fuori dalla sorgente d’acqua viva (Ger 2,13). Sordo in greco significa anche “ebete, tonto”. L’uomo che non intende la Parola, rimane inebetito e intontito. Ignorando ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano (1Cor 2,9), gli sfugge il perché profondo e unificante di tutto.
farfugliante. In greco c’è “moghilalo”, che indica uno che parla poco, con difficoltà e male: ha la lingua inceppata e impedita. Infatti chi non ascolta, non è in grado di parlare. Farfuglia e mugola suoni inarticolati: ha la capacità di parlare, ma gli manca la parola udita. Il dialogo col Signore è l’espressione piena della fede (cf 5,30-35), in cui diciamo la parola che ci salva (v. 29). Ascoltare e rispondere a lui è la nostra vita specifica di uomini creati a sua immagine e somiglianza. Infedeli, sordi e muti! Questo è il punto di partenza della fede, il luogo privilegiato dove può essere donata.
e lo pregano. La preghiera altrui è la prima mediazione della fede. Il sordo non ha modo per pregarlo. Davanti a Dio è grande la nostra responsabilità nei confronti di tutti gli uomini che sono ancora sordi.
di imporgli la mano. Indica la comunione salvifica con Gesù, punto d’arrivo della fede. Questa, anche se mediata dall’intercessione altrui, rimane sempre un contatto personale e diretto con lui, che opera con tappe successive. Imporre le mani su un altro, significa trasmettergli le proprie capacità e i propri poteri.
v. 33 portandolo lontano dalla folla. È la prima azione del Signore. Come portò Israele con ali di aquila fuori dall’Egitto, così porta ciascuno fuori dalla terra della propria schiavitù.
L’uomo, sordo per il frastuono e per la folla delle proprie occupazioni, rimane come i suoi idoli che hanno orecchi e non odono, hanno bocca e non parlano (Sal 115,5). L’esodo e il silenzio, condizioni per l’ascolto, sono la prima tappa del cammino di fede. L’uscita più difficile è quella dal proprio io; il silenzio più duro quello delle proprie preoccupazioni.
in disparte, gli mise le proprie dita nei suoi orecchi. A Israele nel deserto diede la sua parola. Ora, in privato, apre l’orecchio perché possa ascoltarla.
Quest’operazione delicata è compiuta non con il braccio o la mano, ma con le dita, come l’artista che cesella 1’opera plasmata con le mani.
Nel silenzio e nel deserto il Signore ci lavora con la sua parola, modellando lentamente il nostro vero volto a immagine del Figlio. L’ascolto è la seconda tappa del cammino di fede – ascolto diuturno e paziente, che ci trasforma in sua icona vivente. Come possono tanti credenti in Cristo dichiararsi cristiani se non si dedicano ad ascoltarlo? Chi professa la fede cristiana, è di professione un ascoltatore di Gesù. È consolante quando nelle chiese, invece di tante parole di uomini – spesso stupide – si sente circolare con semplicità e freschezza la parola di Dio.
con la saliva gli toccò la lingua. La saliva, quasi concrezione del soffio, è simbolo dello Spirito. La lettera da sola non basta: uccide (2Cor 3,6), dichiarando il nostro male. Ma la parola del Signore, fattasi pane, ha in sé lo Spirito che dà vita.
Tra l’ascoltare e il fare c’è di mezzo il dono dello Spirito, che dà la forza di fare ciò che si è capito. È la terza tappa del cammino di fede, legata all’ascolto in preghiera.
v. 34 levati gli occhi al cielo. Come nel fatto dei pani (6,41), Gesù alza gli occhi. Il dono dello Spirito infatti viene dal pane, dal suo amore che dà vita per farsi nostra vita.
gemette. Questo dono è doloroso e angustiante per il Signore. Tutta la creazione gli è costata solo una parola – più un semplice soffio per l’uomo. Ma darci un cuore nuovo gli costa la vita. Questo gemito prelude l’alto grido dalla croce (15,34.37).
Effathà, cioè: Apriti. C’è una resistenza da vincere, peggiore del nulla: è la porta invalicabile del nostro cuore di pietra, chiuso nella paura e nella diffidenza.
Se grande è la nostra resistenza, ancora più grande è la sua potenza. “Quando sarò elevato, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Nell’azione di Gesù, come nei sacramenti che la prolungano, al gesto si accompagna la parola efficace. Essa apre il nostro cuore, perché lasci entrare la luce del Signore. Anche se non lo conosce, addirittura lo teme quando lo intravede (vedi gli esorcismi!), in fondo non attende altro, perché fatto per lui.
v. 35 E subito si aprirono i suoi orecchi. Il suo gemito – la parola della croce – è capace di vincere ogni chiusura e guarirci dalla sordità.
si sciolse il nodo della sua lingua. Uno è muto perché sordo. Se ascolta, può finalmente parlare. Il nostro dialogo è frutto di ascolto.
e parlava correttamente. Il sordo farfugliante diventa uno che sente e risponde, capace di relazione. Questa è la fede, che mette in comunione con lui da persona a persona, da amico ad amico. Il suo parlare “corretto” allude alla possibilità di un parlare scorretto. Sarà quello di Pietro, vero ma ancora inadeguato (8,29-33). Anche il cieco, per giungere a una vista perfetta, totale, penetrante e “telescopica” (8,25), avrà bisogno di un secondo intervento.

v. 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno; ma ecc. Il segreto di Gesù comincia ormai a sciogliersi. I sordi e i ciechi guariti lo proclamano.
Rimane oscuro solo per quanti, non comprendendo ancora di essere sordi e ciechi, non si lasciano guarire.
Chi esperimenta la salvezza di Dio, non può non raccontare. Trasgredisce il divieto, che vale per me, finché non l’avrò sperimentata anch’io.
v. 37 erano oltremodo sconvolti. È lo stupore di chi conosce “Io Sono” ormai presente in mezzo a loro. E lo loda, cantandogli la bellezza delle sue opere.
Ha fatto bella ogni cosa. Gesù è il Signore, il Dio creatore, che ha fatto bella ogni cosa (Gn 1,3.12.18.21.25.31). Quando l’uomo ascolta il suo Signore e gli risponde, tutta la creazione torna bella. Nasce il mondo nuovo, come Dio l’aveva pensato dal principio.
i sordi fa udire e i muti parlare. Richiama Is 35,5: Gesù è il Cristo, il Salvatore, la nostra speranza, che ci fa uomini nuovi, capaci finalmente di ascoltare e rispondere.

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) ALLE RADICI DELLE LEGGI DI IMPURITÀ

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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) ALLE RADICI DELLE LEGGI DI IMPURITÀ

Marco 7, 1-8.14-15.21-23

Don Antonio Savone

Ogni cultura indica al proprio interno situazioni, atteggiamenti, persone impuri. C’è un confine che separa da queste zone, un confine che non va mai varcato se ci si vuole mantenere puri, capaci di incontro con gli altri e perciò anche con Dio.
Ovviamente, all’opposto delle zone di impurità si collocano le zone sacre, che sono dei territori selettivi, dove entra solo chi è massimamente puro o purificato, perciò abilitato all’incontro con Dio.
Ne deriva che la vita sociale è come correlata da un duplice confine che ci si deve guardare dall’oltrepassare, così come stabilisce il volere divino nella legge religiosa di ogni popolo: da una parte ciò da cui bisogna stare lontani, dall’altra ciò in cui solo a pochi è concesso di entrare. Quanto più ci si allontana dall’impurità tanto più si può sperare di avere accesso al sacro. Questi due confini determinano poi due categorie di persone: da una parte i reprobi, coloro che hanno infranto la legge del gruppo, dall’altra i santi, persone considerate senza ombra e senza macchia, persone che in qualche modo sono riuscite a trascendere la propria umanità.
Chi è che stabilisce questi confini e queste distinzioni? E’ la legge, che di volta in volta mette in guardia: attenzione, ecco il pericolo. La legge chiede di rapportarsi all’impurità come a un contagio da evitare: chi tocca, muore.
E l’impuro è di volta in volta il lebbroso, un cadavere, una professione, una categoria di persone, lo straniero di pelle o di religione.
Osservando da vicino quello che noi classifichiamo come impuro, ci si accorge che esso è tutto ciò che non si capisce e fa paura, ciò che potrebbe mettere in pericolo, quello che disturba o altera gli equilibri sociali, ciò che ricorda la minaccia della morte.
Le leggi dell’impurità sono i confini posti per tenere a bada la paura: i divieti sono le fortificazioni del gruppo che si difende dalle minacce di ogni possibile contatto con la morte. Ed è la paura quindi che genera la legge che fa allontanare dall’impurità.
Ecco perciò il sacro, l’altra paura: la paura del troppo grande, dello sconosciuto, del troppo puro dove non si vuole entrare per timore di essere trovati imperfetti, sporchi. L’incontro con Dio, pur così desiderato, è allontanato e recintato: noi dubitiamo di noi stessi e perciò riteniamo che Dio non ci possa approvare.
E’ così che si costruiscono i gruppi umani: ci si cautela contro il rischio della morte ma si allontana anche il divino, accontentandosi di inviare in esso come ambasciatore solo un rappresentante debitamente purificato. Noi che siamo gente comune, senza infamia e senza lode, finiamo così per ritagliarci una zona neutra, protetta, lontana dalla morte e lontana da Dio.
Ma la parola e la persona di Gesù vengono a dirci qualcosa di nuovo in merito. Gesù varca continuamente i confini dell’impurità: tocca i morti, parla con i lebbrosi, con le donne, sta a tavola con pubblicani e prostitute e, nello stesso tempo, si presenta come “colui che è Dio”. Si presenta come un destabilizzatore della nostra geografia sociale e religiosa. Non ha paura della morte né del faccia a faccia con Dio.
Entra nelle zone proibite dell’umanità perché non ha paura di esse e non ha paura perché le guarda in faccia, le accoglie e le perdona. Non teme di esserne contagiato perché è libero, vale a dire che la sua vita e il suo cuore cercano sempre e soltanto ciò che piace al Padre. Ecco perché oggi ci chiede di gettar via la maschera dicendoci che alle radici delle nostre leggi di purità e di impurità non c’è Dio: ci siamo noi. Noi non vogliamo morire e rifiutiamo tutto ciò che ci parla di morte o ci fa avvicinare ad essa. Questa separazione tra puro e impuro è una “tradizione di uomini”, di uomini che hanno paura e sono perciò alle prese con i confini di una vita rassicurante.
Non è un caso che la nostra cultura rimuova continuamente la morte e i suoi segni. E’ come se volessimo nascondere tutto ciò che ricorda una sorta di unica certezza della vita, che cioè si deve morire. E perciò giochiamo a fare gli dèi immortali. E quindi la lista delle nuove impurità si allunga: via dai nostri ambienti le categorie di persone che hanno il torto di essere diverse, o deboli o riprovevoli, via le prostitute, via gli zingari, via i barboni.
Oggi Gesù ci guarda in faccia e ci chiede di ridare il nome giusto alle cose: la paura ci governa e perciò costruiamo regole per salvarci attribuendole alla volontà di Dio. Mentre, sembra dire Gesù, l’unico dato che ci dà accesso a Dio è proprio il non rimuovere la coscienza della nostra debolezza. Questo Dio che in Gesù entra nella nostra umanità ferita, vulnerabile, debole, indica “nel peccato l’uomo da trovare, nella morte la vita da accogliere, nell’impuro il prossimo da recuperare”.

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?”

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XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?”

Giovanni 6, 60-69

Commento di Enzo Bianchi

60 Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». 61 Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62 E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? .. .
66 Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
67 Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». 68 Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; 69 noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Siamo giunti alla fine del capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni e in questi ultimi versetti ci viene posto davanti tutto l’urto, lo scandalo che le parole di Gesù hanno causato non solo nelle folle dei giudei ma anche tra i suoi discepoli.
Questa crisi nelle relazioni tra Gesù e la sua comunità è testimoniata da tutti e quattro i vangeli al momento di una parola decisiva di Pietro che confessava, anche se non pienamente, l’identità di Gesù come Messia (cf. Mc 8,29 e par.) e come inviato dal Padre quale Figlio. Perché questa crisi? Perché le parole di Gesù a volte erano dure e urtavano anche gli orecchi di discepoli che lo seguivano con devozione ma non riuscivano ad accettare, ritenendola una pretesa, che Gesù fosse “disceso dal cielo” e che nella carne di un corpo umano fragile e mortale raccontasse il Dio vivente. Nel suo discorso Gesù aveva detto più volte: “Io sono il pane vivente disceso dal cielo” (Gv 6,51; cf. 6,33.38.41-42.58), ma proprio quelli che lo avevano acclamato come “il grande profeta che viene nel mondo” (cf. Gv 6,14) e che avevano voluto farlo re (cf. Gv 6,15), di fronte a queste parole si sentono scandalizzati nella loro fede. Profeta sì, ma disceso dal cielo e corpo consegnato (verbo paradídomi) fino alla morte violenta, corpo da mangiare e sangue da bere (cf. Gv 6,51-56), questo proprio no: sono parole che suonano come una pretesa insopportabile, impossibili da ascoltare!
Gesù, che conosce queste mormorazioni dei discepoli contro di sé, a questo punto non ha paura di dire tutta la verità, a costo di causare una divisione tra i suoi e un abbandono della sua sequela. Potremmo dire che “attacca” i mormoratori: “Questo vi scandalizza? E quando vedrete il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?”. Cioè, “quando sarete messi di fronte alla realtà del Figlio dell’uomo che, attraverso l’innalzamento sulla croce, sale a Dio dal quale è venuto (cf. Gv 3,14; 8,28; 12,32); quando sarà manifestata la mia piena identità di colui che è disceso da Dio e che a Dio è risalito nella sua umanità assunta come condizione carnale, mortale, ‘simile alla carne del peccato’ (Rm 8,3), allora lo scandalo sarà più grande!”. Gesù fa questo attacco soffrendo tutto il peso dell’incredulità, della non comprensione da parte di quelli che da anni erano coinvolti con lui e assidui alla sua parola. Com’è possibile questo loro comportamento?
Ecco perché egli non può fare altro che constatare che in realtà nessuno può venire a lui se il Padre non lo attira, non glielo concede. Occorre questo dono che non è dato arbitrariamente da Dio ma va cercato, va accolto come dono che non richiede alcun merito da parte di chi lo riceve. Ma anche questo scandalizza le persone religiose, che pretendono sempre che Dio faccia doni non solo secondo i loro desideri ma anche secondo quanto hanno meritato e conseguito. Ciò che di Gesù è scandaloso è il suo consegnarsi in una carne fragile e in un corpo mortale a carni fragili e corpi mortali, cioè gli umani. Com’è possibile che Dio si consegni in un uomo, “il figlio di Giuseppe” (Gv 6,42), creatura che può essere consegnata, tradita, data in mano ai peccatori, come farà proprio uno dei Dodici, Giuda, un servo del diavolo (cf. Gv 6.70)? Qui la fede inciampa nel dover accogliere l’immagine di un “Dio al contrario”, di un “inviato divino, un Messia al contrario”, che è fragile, povero, debole e del quale gli uomini possono fare ciò che vogliono… È lo scandalo dell’umanizzazione di Dio, patito lungo i scoli da molti cristiani, da molte chiese, dall’Islam stesso, e ancora oggi dagli uomini religiosi che accusano di non credere in Dio chi accoglie dal Vangelo il messaggio scandaloso di un Dio fattosi realmente, veramente uomo, carne mortale, in Gesù di Nazaret. La fede cristiana facilmente diventa docetismo, perché preferisce, come tutte le religioni, un Dio sempre e solo onnipotente, un Dio che non può diventare umano.
Per questo Gesù incalza: “Volete andarvene anche voi?”, rivolgendosi a quelli che sono rimasti, in realtà pochi. Gesù non teme, anche se soffre, di restare solo, perché ha fede nella parola che il Padre gli ha rivolto, nella promessa di Dio che non verrà meno. Possono venire meno gli altri, ma Dio resta fedele! A volte mi chiedo perché nella chiesa non si abbia il coraggio di far risuonare ancora oggi queste parole di Gesù, perché si insegni sempre il successo, si guardi al numero dei credenti, si compiano sforzi mirando alla grandezza della comunità cristiana e non alla qualità della fede. Siamo tutti genti di poca fede! La crisi invece, che è sempre fallimento, la allontaniamo il più possibile, la dissimuliamo, la tacciamo, affinché non appaia che a volte perdiamo, cadiamo, falliamo anche nelle nostre imprese ecclesiali e comunitarie più conformi alla volontà del Signore. D’altronde, Gesù userà l’immagine della potatura della vite, per dire che vi sono tralci che vanno potati (cf. Gv 15,2): determinante, però, è che la potatura la compia il Padre, non noi e neppure chi nella comunità cristiana presiede o la lavora come un operaio. Di per sé il Vangelo ha la forza di attrarre e di lasciar cadere: basta che sia annunciato nella sua verità e con franchezza, senza essere edulcorato. Sì, il Vangelo è la Parola di vita eterna, come Pietro risponde a Gesù, confessando che la fede della chiesa è fede nel “Santo di Dio”, cioè fede che in Gesù c’è la Shekinah, la Presenza di Dio. dov’è Dio i questo mondo? Non nel Santo del tempio di Gerusalemme, ma nell’umanità fatta carne e sangue di Gesù, il Figlio.
Così termina il discorso di Gesù sul pane della vita. Alla fine probabilmente sono più le cose che non capiamo, le realtà che non riusciamo a percepire, rispetto a ciò che abbiamo compreso. Anche noi siamo forse urtati da queste parole, magari non intellettualmente, ma nell’accoglierle fino a viverle. Se però, come i Dodici, non ce andiamo, ma restiamo con le nostre insufficienze presso Gesù e tentiamo di essergli discepoli, ciò è sufficiente per accogliere il dono gratuito e non rifiutarlo o misconoscerlo: Gesù uomo come noi, nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della vita di Dio” (Col 2,9), Dio stesso.

VENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Pr 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

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VENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Pr 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

Nel testo del Libro dei Proverbi, che oggi costituisce la Prima lettura, c’è un invito che apre questa liturgia della Parola per darci accesso ad una maggiore comprensione del mistero del Pane di vita che è al centro del grande discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni che in queste domeniche sta scorrendo; è la Sapienza che parla ed invita chi è inesperto a mangiare al suo banchetto, a mangiare del suo pane e bere del suo vino. Poi aggiunge: Abbandonate le puerilità e vivrete.
Abbandonare le puerilità, le fanciullaggini, nel senso deteriore del termine, è diventare adulti, maturi nella fede. Il Pane della vita è per la nostra pienezza! Per la nostra maturità di uomini e di credenti! Comprendiamo allora una cosa: Mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue è atto di responsabilità e di assunzione piena di una via che quella di Gesù Cristo!
Mangiare la sua carne e bere il suo sangue crea un’unità straordinaria tra Gesù ed il credente: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui.
Dimora! Il dimorare è del credente maturo! Per il Quarto Evangelo è chiaro che ogni sequela di Cristo è chiamata ad uscire dalle “fanciullaggini”, dagli entusiasmi passeggeri, dalle logiche di “stagioni della vita”, per entrare in una stabilità, in un dimorare da cui non ci può essere più ritorno, in un rimanere che è proprio del credente adulto. Un dimorare in cui si sancisce un’alleanza tra me che dimoro in Cristo e Cristo stesso che dimora in me! Il dimorare non “gioca” con i sì di Dio; se Lui dice il suo sì e rimane in me, io non posso diventare banderuola esposta ai venti del sentimentalismo, del passeggero, dell’instabile!
Uscire dalla puerilità è assumere la responsabilità di quel pane “costoso” che è la carne del Figlio dell’uomo. “Costoso” perché se c’è una carne ed un sangue questo sangue è stato versato, quella carne immolata!
L’Eucaristia è sacramento dolcissimo di amore e di unità, ma è tale perché ci ripresenta l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che vuole fare dei dispersi unità in Dio per il mondo (Cfr Gv 11, 52), amore fino all’estremo che è quello del chicco di grano che cade in terra per morire (cfr Gv 12, 24).
Sedersi alla mensa della Sapienza, e Gesù è la Sapienza di Dio (cfr 1Cor 1,24), è sedere alla mensa in cui, condividendo il banchetto del suo Corpo e del suo Sangue, si fa comunione con il suo sacrificio d’amore per il mondo e si dichiara di essere pronti a dare il proprio corpo ed il proprio sangue come Lui e con la sua forza.
Questa è maturità cristiana, assunzione di responsabilità, uscita da ogni atteggiamento religioso rassicurante e deresposabilizzante. L’ Eucaristia, infatti, consegnando alla Chiesa il Corpo ed il Sangue di Cristo, consegna ai cristiani la possibilità di trasformare il mondo con le sue stesse “armi”, quelle paradossali di un amore controcorrente, di una pacifica opposizione alle vie del mondo, una pacifica opposizione che crea persecuzione ed incomprensione ma che è pure quella che annunzia la novità dell’Evangelo di Gesù che non è mai innocua!
Chi si dice cristiano ed è puerilmente allineato con il mondo per paura del mondo, mostra la sua immaturità e la sua stolta “fanciullaggine”… così diversa da quell’essere come bambini che Gesù chiede ai suoi (cfr Mt 18, 3). Quello che chiede Gesù è quell’essere colmi di una fiducia piena e grande, quella che fa diventare “folli” sfidando anche il mondo perché si è completamente abbandonati nelle mani di Dio di cui mi fido e di cui riconosco la gratuità per cui non accampo “meriti”, la “fanciullaggine” da cui bisogna guardarsi è quella puerilità che è immaturità umana e di fede per cui, come bambini capricciosi ed egocentrici, ci si cura di sé nel disinteresse per tutto quello che è fuori di sé; questa “fanciullaggine” è atteggiamento di continua delega ad altri delle proprie responsabilità.
L’atto di mangiare la carne del Figlio dell’uomo è espresso da Giovanni con un verbo brutale, molto materiale: “trógo”, cioè “masticare”. Giovanni così ci rimanda alla corposità storica di quella presenza, di quel dono che deve e vuole invadere la nostra corposità concreta. Il masticare è distruggere per trasformare ed assimilare. Cristo così ci racconta Dio, un Dio pronto a farsi assimilare ad ogni costo dagli uomini … l’atto di masticare ci conduce irresistibilmente a quel chicco di grano macerato nella terra, a quel corpo sceso nel sepolcro esposto alla decomposizione della morte … il masticare ci richiama poi alla nostra concretissima umanità che da quell’assunzione inizia a vivere “per mezzo” (“diá”) di Gesù, come Gesù vive “per mezzo” (“diá”) del Padre. L’offerta di quella carne e di quel sangue mirano a farci essere credenti responsabili nel mondo, nella storia, senza fughe in spiritualismi disincarnati!
L’Eucaristia è critica radicale ad ogni cristianesimo disincarnato, ad ogni distanza “spiritualizzante” da Cristo presente ancora nella storia con il suo Pane!
Certo, come scrive recentemente Luciano Manicardi in un suo libro (“Per una fede matura” ed. Elledici), l’ impalpabile ostia che usiamo per l’Eucaristia, invece del concreto, usuale e manducabile pane, non aiuta la Comunità credente a cogliere tutta la forza di quel segno, di quella manducazione, di quella assimilazione “costosa” con cui Cristo ci unisce a Lui.
Chi assume la corposità della storia nell’incontro compromettente con Cristo Gesù e la sua carne ed il suo sangue diventa, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso nella Seconda lettura di oggi, capace di approfittare del tempo presente, di cogliere il tempo propizio (il “kairós”) in cui Dio passa nella storia e fa le domande dinanzi alle quali non è concessa alcuna evasione o “ubriacatura” che rende inconsiderati, incapaci di responsabilità autenticamente umana nella compagni degli uomini.
Il dono di Cristo è capace di innervare la nostra umanità della vita di Dio e ci slancia nella storia come portatori di vita nuova, di “vita eterna” cioè, come già dicevamo la scorsa domenica, portatori della vita di Dio nello scorrere della vita degli uomini!
E’ la grande richiesta che ci fa la carne ed il sangue del Figlio dell’uomo!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) GESÙ, LA VITA ETERNA COMMENTO DI ENZO BIANCHI

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XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) GESÙ, LA VITA ETERNA COMMENTO DI ENZO BIANCHI

Commento al Vangelo
Gesù aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”, ma queste parole avevano destato la mormorazione degli ascoltatori, nel quarto vangelo definiti “i giudei”, per indicare coloro che erano legati all’ideologia giudaica ed erano strettamente dipendenti dai capi religiosi, i nemici di Gesù.
La loro domanda è legittima, ma è espressa con diffidenza e rigetto nei confronti di Gesù: “Questo Gesù di Nazaret, che dice di essere il pane disceso dal cielo, che afferma una tale pretesa sulla sua identità, non è forse il figlio di un falegname, Giuseppe? Suo padre e sua madre sono conosciuti, vivono a Nazaret, dove anch’egli ha vissuto. Come può dunque dire di essere disceso dal cielo, cioè da Dio, e di essere pane, dono di Dio, come lo era stata la manna?”. Anche noi, d’altronde, seguendo la nostra ragione umana e guardando a lui, questo ebreo marginale, restiamo perplessi: è davvero un uomo disceso dal cielo?
Gesù reagisce dicendo ai suoi interlocutori: “Non mormorate, non rifugiatevi in questa contestazione sorda!”. In verità queste parole possono essere comprese non con la ragione umana, non fidandosi delle proprie facoltà di cui giustamente ci si fida per giudicare le realtà di questo mondo, ma solo attraverso un dono di Dio, grazie a una sua azione che apre la nostra mente e ci attira verso Gesù, rendendoci destinatari della resurrezione nell’ultimo giorno. E Gesù continua ricordando loro una profezia: “Verrà l’ora in cui gli umani saranno tutti istruiti da Dio stesso (cf. Is 54,13; Ger 31,33-34)”. Allora il Signore Dio, il Padre, darà la sua istruzione, e chi la accoglierà verrà a Gesù stesso. Non ci sarà un “vedere Dio”, perché solo chi viene da Dio, cioè Gesù, lo ha visto, ma ci sarà un andare a Gesù e un vedere, in lui, il volto di Dio; ci sarà un guardare la sua vita umana che è narrazione del Dio vivente e vero (exeghésato: Gv 1,18). Occorre dunque la fede, occorre accettare quest’opera di Dio in noi, e in questo credere, in questa adesione a Gesù, accogliere da lui la vita eterna, perché lui stesso è la vita per sempre, liberata dalla morte.
Sì, questo vangelo è uno scorrere di parole sulle labbra del Cristo vivente e glorioso, parole che non possono neppure essere commentate. Forse possiamo, almeno un po’, parafrasarle: sono parole semplici eppure inaudite; sono chiare eppure la nostra ragione non riesce ad accoglierle; sono affermazioni di fronte alle quali si può solo, se si è raggiunti dall’amore di Dio, contemplare. Sono parole forti che sulla bocca di un uomo appaiono anche scandalose, irrazionali: “Io sono il pane della vita … Io sono il pane disceso dal cielo … Chi mangia di questo pane non muore più, anzi vivrà nell’eternità”. Ed ecco il vertice della rivelazione scandalosa: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Qui più che mai il discorso si fa duro, irricevibile. Non solo Gesù è il pane per la vita eterna, ma è carne che il credente deve assumere in se stesso: non è data una “vita eterna” come dono esterno, ma questa germina, fiorisce dall’interno dell’uomo, come il pane mangiato dà vita e la accresce. La vita di Gesù di Nazaret, vita terrena di un uomo, vita vissuta, è consegnata, offerta a noi umani come cibo da mangiare: quella carne fragile e mortale assunta dal Figlio di Dio è vita data, spesa, radicalmente offerta per noi umani.
I giudei ricordavano e conoscevano bene il grande dono fatto da Dio al popolo di Israele peregrinante nel deserto verso la terra promessa: avevano ricevuto dal cielo la manna, un cibo che permetteva loro di vivere e di non morire di fame in quelle steppe desolate (cf. Es 16). Ma poi tutti non solo mormorarono, ma non entrarono in quella terra della benedizione, neppure Mosè… Il pane che invece Gesù dona gratuitamente e senza rispondere ai meriti di ciascuno è un pane vivo (ho ártos ho zôn), cioè un pane che è capace di dare la vita per sempre, un antidoto nei confronti della morte.
Qui dovremmo esaminarci con parrhesía davanti a Dio e a noi stessi: siamo davvero tanto differenti da questi giudei che tanto faticavano a credere alle parole di Gesù? Non siamo in verità peggio di loro, perché conosciamo queste parole di Gesù, il suo essere vita, le conosciamo fin da quando siamo approdati alla fede, ma poi questa conoscenza resta vaga e intellettuale, e siamo incapaci di essere conseguenti a questa rivelazione di Gesù? Pensando a me stesso, dopo cinquant’anni di vita monastica posso affermare che sento che Gesù è la vita eterna, che dunque la morte è vinta, e che quando essa verrà sarà solo un esodo nel quale la vita eterna come dono si imporrà e sarà la mia vita, la mia vita in Cristo vivente? E queste parole riescono a mutare il mio vivere quotidiano oppure restano come un bagaglio intellettuale che, sì, è presente in me, ma di fatto non determina nulla di concreto nella mia esistenza? Mangiare la carne di Cristo, bere il suo sangue dovrebbe significare che accetto in me che la sua vita, cioè il suo sangue, scorra e mi faccia vivere in modo che io viva non più di me stesso, ma di lui, il mio Signore vivente.
A volte mi sembra di poter solo affermare, come in una litania: “Il Figlio di Dio, la Parola di Dio, si è fatta carne (cf. Gv 1,14), si è fatta un uomo, Gesù di Nazaret, e quest’uomo si è fatto pane, affinché il mangiare di questo pane mi permetta ciò che io non potrei mai fare: rendere la mia vita di carne mortale una vita sulla quale la morte non abbia più l’ultima parola”. Parole da contemplare, come in una litania, ma senza la pretesa di comprendere e soprattutto senza la pretesa di poterle vivere con la mia volontà. Solo Dio rende efficaci queste parole nella mia sempre più povera e misera vita.

 

DICIOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Gesù pane della vita)

http://www.monasterodiruviano.it/articoli/

DICIOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Es 16, 2-4.12-15; Sal 77; Ef 4, 17.20-24; Gv 6, 24-35

Che cerchiamo? È una domanda che attraversa tutto il Quarto Evangelo, dal capitolo primo, quando Gesù chiede ai due che lo seguono “Che cercate?” (cfr Gv 1, 38) fino al capitolo ventesimo, quando il Risorto chiede a Maria di Magdala “Chi cerchi?” (cfr Gv 20,15)… qui al capitolo sesto ugualmente si pone questo problema: “Voi mi cercate non perché avete contemplato i segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati!”
Dal cosa o chi si cerca al perché cercare Gesù. Una ricerca che qui è sviata da una motivazione gretta e cieca; una ricerca che è inficiata dalle incapacità a leggere il segno dei pani! Più avanti si vedrà che la folla non ha colto il segno, tanto che chiede a Gesù un’opera, un segno. Come se non avesse già ricevuto proprio un’attualizzazione del segno della manna!
Il problema è cercare per poi credere per poi andare a Lui! Cercare Gesù perché Lui è il termine della vera fede e Lui è il Pane della vita che compie l’antico segno della manna! In realtà la gente è ancora al livello della lamentazione sterile che chiede “miracoli” come il popolo nel deserto … la gente è ancora in uno stato di morte … cercano Gesù ma no per consegnarsi ma per usarlo!
Se non si cerca Gesù per fidarsi pienamente di Lui non si può passare dalla morte alla vita.
In questo dialogo del Quarto Evangelo si vede come Gesù e la folla parlino su due livelli diversi: Gesù parla di un livello rivelativo, di rinnovo totale dell’uomo e del suo profondo, la folla resta ad un livello gretto, meschino, personalistico, in cui quello che conta è ricevere risposte ai bisogni materiali, concretissimi, banali; Gesù vuole portare la folla al livello di una fede radicale che sia passaggio dalle opere da fare all’unica opera che conta e che riguarda l’essere: credere, fidarsi, aderire a Gesù Inviato di Dio; Gesù parla loro di un pane che discende dal cielo e che dà la vita al mondo, e le folle chiedono un pane materiale che risponda solo ai loro bisogni. Di fronte però a questa chiusura, di fronte a questa radicale incomprensione del suo discorso, Gesù non si ferma e pronunzia la sua auto-rivelazione: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete”.
Il Quarto Evangelo vuole qui affermare con chiarezza che Gesù è la risposta alle nostre “fami” più profonde, più radicali. La nostra sete di senso e di vita è appagabile solo se si vada Gesù. Chi va a Lui non ha più fame … chi aderisce a Lui non ha più sete!
Bisogna però stare attenti a non fare di questo discorso un testo disincarnato e disincarnante … non è che Gesù disprezzi o mostri atteggiamento di sufficienza dinanzi alla fame degli affamati o alla sete degli assetati. Il discepolo di Cristo che trova risposta alla sua fame profonda e alla sua sete di senso in Gesù è colui che poi deve imparare a dare risposte di condivisione al grido degli affamati, dei sofferenti; come il ragazzetto del segno dei pani è chiamato a condividere il poco che ha, il poco che è perché, fecondato da Cristo, divenga risposta alla fame dei poveri. Ma se questo è vero e bisognava dirlo, è pur vero che l’Evangelo di Giovanni è su altro registro, segue il registro rivelativo; qui c’è Gesù che, rivelando se stesso, rivela in Lui il compimento delle attese e delle promesse della Prima Alleanza. Qui Gesù narra Dio come Colui che è capace di dare un cibo che non perisce e che dona vita eterna!
Questa vita eterna, si badi, nel linguaggio giovanneo, non è la vita ultraterrena, quella del “post mortem” … la vita eterna è la vita di Dio vissuta nella carne degli uomini, vissuta qui nella storia degli uomini; la vita eterna è l’agire di Dio che diviene agire dell’uomo; la vita eterna è il pensiero di Dio che sostituisce il pensiero dell’uomo vecchio …
Cibarsi di Gesù immette nelle vene del credente la vita stessa di Dio, rende capaci di amare con il suo amore, di agire con le sue azioni, di parlare con le sue parole.
Quando questo accade, la vita eterna è venuta nella storia, quando questo accade nella vita di un credente, lì splende la vita eterna! Senza tema di sbagliare possiamo dire che, nel linguaggio di Giovanni, “vita eterna” corrisponda a “Regno di Dio” negli Evangeli sinottici.
La vita eterna, allora è quella che racconta Dio alla storia e lo racconta nella vita concretissima e quotidiana del discepolo di Cristo. La vita eterna è ancora, con il linguaggio dell’autore della Lettera ai cristiani di Efeso, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, quell’essere rivestiti di Cristo; vita eterna è quel mostrare Cristo in ogni gesto, parola, azione e pensiero: la vita eterna è dunque l’uomo nuovo creato secondo Dio!
Sedere alla mensa del Pane di vita è lasciar plasmare in noi, di Eucaristia in Eucaristia, questo uomo nuovo che splende di vita eterna, che splende della vita di Dio!

Fabrizio Cristarella Orestano

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – PANE, AMORE E PAROLA DI DIO

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=43648

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – PANE, AMORE E PAROLA DI DIO

padre Gian Franco Scarpitta

Dovunque si parli di pane nella Scrittura, si tratta di un alimento indispensabile e prezioso per la vita dell’uomo e dovunque se ne parli lo si considera un dono inestimabile del Signore. Nei casi in cui Dio interviene per sfamare il singolo soggetto o l’intero popolo, egli lo fa concedendo manna, pane al mattino e carne alla sera (il caso del profeta Elia al torrente Kerit), focacce e grano, ma sempre e comunque questo è l’alimento simbolo di protezione e divina paternità che contrassegna la concretezza della misericordia del Padre. Certo, il pane si guadagna con il sudore della propria fronte e a volte coste anche fatica e patimenti. Vi è anche chi parla nella Bibbia di “pane di lacrime”; ma che tale alimento esprime sollecitudine divina sembra abbastanza scontato
L’episodio che riguarda l’”uomo di Dio” Eliseo è del tutto prefigurativo e introduttivo al famoso miracolo della moltiplicazione dei pani di Gesù, ma ancora una volta Eliseo sottolinea l’intervento risolutivo di Dio a favore degli uomini. Il profeta, che in precedenza aveva reso commestibile con un pugno di farina della minestra avvelenata (2Re 4, 42 – 44), si trova a moltiplicare venti pani d’orzo. Inizialmente si mostra titubante di poter sfamare tanta gente con così poche porzioni di pane, ma confidando nella Parola del Signore la cui onnipotenza è indiscussa anche perché commista a misericordia, esegue la spartizione rilevando che davvero il popolo “ne mangia e ne fa avanzare”, sorprendentemente verificando che Dio concede anche oltre la necessità oggettiva dei suoi fedeli. Dio non manca di provvedere l’alimento indispensabile per il suo popolo e il pane è l’elemento non solamente irrinunciabile per tutti, ma anche quello che crea comunione e condivisione fra tutti gli uomini: attorno a una forma di preziosissimo cibo si accordano anche le Nazioni e per il suo procacciamento si sono impostate trattative e soluzioni diplomatiche. Può darsi che non dappertutto il pane abbia lo stesso prezzo, ma in ogni luogo o regione sussiste il “calmiere” per rendere accessibile a tutti questo alimento. Non è fuori luogo osservare quindi che dove ci sia il pane dovrebbe regnare unione, armonia, pace e condivisione perché un solo pezzo di pane è in grado di attrarre tutti molto meglio di un lauto banchetto, come suggerisce anche il libro dei Proverbi: “E’ meglio un tozzo di pane secco con tranquillità di una casa piena di banchetti e di discordia.”(Pr 17, 1 – 2).Dio infatti concede il pane perché vuole la comunione e invoca la condivisione con coloro che non hanno nulla e solo lui è capace di farne dono sotto queste prospettive esaltanti.
Ma se Dio concede il pane per mezzo dei suoi uomini prescelti e dei suoi profeti, se Lui provvede con il pane a sfamare singoli e interi popoli, in Gesù Cristo Dio ci dimostra che oltre a sfamare si rende pane egli stesso per tutti. La suddivisione dei pochissimi pani e dei pesci viene descritta da tutt’e quattro gli evangelisti (forse è questo l’unico episodio di cui ne parlano tutti), i quali concordano tutti che il numero di persone che beneficiano di questo prodigio è di cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. Marco e Matteo aggiungono a tale descrizione un altro miracolo di moltiplicazione che favorisce quattromila persone. Si tratta di un popolo attento all’ascolto della parola di Gesù che viene interpretata come messaggio di divina provenienza; la gente fa ressa attorno a colui che ormai viene considerato il Messia perché pende dalle sue labbra, desiderosa di essere esortata secondo moniti e suggerimenti differenti da quelli ordinari del linguaggio umano. Del resto Gesù è egli stesso la Parola incarnata del Dio vivente e le sue opere, associate alle sue parole, ne mostrano l’evidenza, come pure il suo voler donarsi indistintamente a tutti e senza condizioni. La scorsa Domenica infatti si riscontrava che Gesù, seppure invitasse i discepoli al riposo e al raccoglimento, non si risparmiava per la gente che da ogni parte sbucava per intrattenersi con lui: concedeva loro se medesimo ai cinquemila che lo ascoltano e lo stesso gesto del moltiplicare i pani denota la gioia del donarsi volentieri e senza retorica. Gesù dopo aver dato la sua parola ai cinquemila, comunica se stesso nella suddivisione di pane e pesci e la valenza del suo amore realizza il prodigio dell’estinzione della fame materiale degli astanti. Anzi, che la moltiplicazione dei pani sia opera del suo amore divino per l’umanità è contrassegnato dall’universalità implicita di questo gesto: dodici erano le tribù d’Israele, dodici sono i canestri di pane avanzato. Giovanni però nei versi successivi del presente capitolo tiene a sottolineare che non soltanto Gesù concede il pane, ribadendo la sollecitudine misericordiosa di Dio Padre, ma che egli stesso si identifica con il “pane vivo disceso dal cielo” del quale tutti sono invitati a mangiare per soddisfare la fame inconsapevole di assoluto. Lui dona il pane e dona se stesso, perché pane vivo è egli stesso. Anche nella Cena del congedo con i suoi, Gesù ripartirà il pane esternando ad essi la gratuità del dono di se stesso e quello sarà il momento decisivo della sua configurazione totalizzante al “pane vivo disceso dal Cielo: l’Eucarestia”. In essa il “pane vivo disceso dal cielo” diviene dono inesorabile di salvezza, pegno di vita eterna e slancio motivazionale per la vita attuale. Il pane materiale ci rammenta quindi la necessità di Gesù pane vivo alimento di immortalità.
Mentre ringraziamo Dio per il pane materiale che presenzia tutti i giorni nelle nostre tavole cercando di non trascurare quanti il pane non lo possono permetterselo, mentre nella preghiera rinnoviamo la richiesta del “pane quotidiano” accanto al perdono dei peccati, non possiamo non appropriarci della grazia conferitaci dal pane eucaristico, Gesù stesso, che esalta in noi il dono della vita. Il pane vivo disceso dal cielo, che provvede alla nostra fame per intero, così come Dio Padre interviene sulla fame di singoli e di popoli interi.

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – LA COMPASSIONE DI GESÙ, SGUARDO D’AMORE

https://combonianum.org/2018/07/19/prepararsi-alla-domenica-xvi-tempo-ordinario/

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – LA COMPASSIONE DI GESÙ, SGUARDO D’AMORE

Commento di Ermes Ronchi

Vangelo di Marco 6,30-34

Gesù vide una grande folla ed ebbe compassione di loro. Appare una parola bella come un miracolo, filo conduttore dei gesti di Gesù: la compassione. Gesù vide: lo sguardo di Gesù va a cogliere la stanchezza, gli smarrimenti, la fatica di vivere. E si commuove. Perché per Lui guardare e amare sono la stessa cosa. Quando anche tu impari la compassione, quando ritrovi la capacità di commuoverti, il mondo si innesta nella tua anima.
Se ancora c’è chi si commuove per l’uomo, questo mondo può ancora sperare. Gesù aveva mostrato una tenerezza come di madre anche nei confronti dei suoi discepoli: C’era tanta gente che non avevano neanche il tempo di mangiare. E lui: Andiamo via, e riposatevi un po’. C’è tanto da fare in Israele, tanto da annunciare e guarire, eppure Gesù, invece di buttare i suoi discepoli dentro la fornace del mondo, dentro il frullatore dell’apostolato, li porta via con sé. C’è un tempo per agire e un tempo per ritemprare le forze e ritrovare i motivi del fare. Si vis omnia bene facere, aliquando ne feceris (Sant’Ambrogio). Se vuoi fare bene tutte le cose, ogni tanto smetti di farle, stacca e riposati. Un sano atto di umiltà: non siamo eroi, le nostre vite sono delicate, fragili, le nostre energie sono limitate. Gesù vuole bene ai suoi discepoli, non li vuole spremere e sfruttare per uno scopo fosse pure superiore, li vuole felici come tutti gli altri: riposatevi. E come loro io non devo sentirmi in colpa se qualche volta ho bisogno, e tanto, di riposo e di attenzioni.
Venite in disparte con me, per un po’ di tempo tutto per noi. Un tempo per stare con Dio e imparare il cuore di Dio. E poi dopo ritornare nella grande folla, ma portando con sé un santuario di bellezza e di forza che solo Dio può accendere. Cosa c’è di più creativo che riscoprire le grandi stelle polari che guidano il viaggio dell’uomo?
Ma qualcosa cambia i programmi del gruppo: sbarcando, Gesù vide molta folla ed ebbe compassione di loro. Gesù è preso fra due commozioni contrapposte: la stanchezza degli amici e lo smarrimento della folla.
E si mise a insegnare loro molte cose. Gesù cambia i suoi programmi, ma non quelli dei suoi amici. Rinuncia al suo riposo, non al loro.
E ciò che offre è la compassione, il provare dolore per il dolore dell’altro; il moto del cuore, che ti porta fuori da te.
Gesù sa che nell’uomo non è il dolore che annulla la speranza, neppure il morire, ma l’essere senza conforto nel giorno del dolore.
Ed è questo che Gesù insegna ai dodici. Insegna per prima cosa “come guardare”. Prima ancora di come parlare, di che cosa fare, insegna uno sguardo che abbia commozione e tenerezza. Poi, le parole verranno e sapranno di cielo.

OMELIA XV DOMENICA DEL T.O. – Prese a mandarli a due a due

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/43602.html

OMELIA XV DOMENICA DEL T.O. (15-07-2018)

Movimento Apostolico – rito romano

Prese a mandarli a due a due

Secondo l’Antica Scrittura ogni testimonianza era valida se fatta da due testimoni concordi. Gli Apostoli e i missionari del Vangelo sono veri testimoni di Cristo Gesù.
Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni. Non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire. Poi sarà la mano di tutto il popolo. Così estirperai il male in mezzo a te (Dt 17,6-7). Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni (Dt 19,15).
Nel Libro del Qoelet viene annunziato che quando si è in due, ci si sorregge a vicenda.
Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto (Qo 4,9-12).
Dio diede a Mosè come aiuto e sostegno nella missione il fratello Aronne.
Mosè disse al Signore: «Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l’altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». Il Signore replicò: «Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». Mosè disse: «Perdona, Signore, manda chi vuoi mandare!». Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: «Non vi è forse tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlare bene. Anzi, sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca e io sarò con la tua e la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: egli sarà la tua bocca e tu farai per lui le veci di Dio. Terrai in mano questo bastone: con esso tu compirai i segni» (Es 4,10-17).
Lo Spirito Santo volle che la missione presso i pagani fosse svolta da Paolo e Barnaba.
C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono (At 13,1-3).
Gesù non è stato mandato solo. Il Padre lo avvolse con il suo Santo Spirito. Mai però svolse il suo ministero da solo. Era sempre accompagnato dai suoi discepoli.
Gesù vuole che la Madre sua sia con Giovanni e Giovanni con la Madre sua.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé (Gv 19,25-27).
A due a due spiritualmente, discepolo e Spirito Santo, discepolo e Madre di Gesù. Ma anche a due a due materialmente: apostolo con apostolo, cristiano con cristiano.
Madre di Gesù, Angeli, Santi, fate che i discepoli di Gesù vivano in perfetta comunione.

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