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QUARTA DOMENICA DI PASQUA – ANNO B – OMELIA

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QUARTA DOMENICA DI PASQUA – ANNO B – OMELIA

“ECCO IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI”

IL VANGELO DI OGGI: GESÙ BUON PASTORE

Ogni anno in questa domenica la Chiesa nella Liturgia della Parola spezzetta – nei tre anni A – B – C – il decimo capitolo di Giovanni, il capitolo di Gesù Buon Pastore.
Parlando di questo meraviglioso capitolo di Giovanni così ricco di messaggio spirituale penso che sia prima di tutto opportuno mettere in risalto come questa analogia del BUON PASTORE non sia un’originalità di Gesù, ma sia una Sua appropriazione e sviluppo di quella commuovente figura biblica del Buon Pastore che sia i Salmi (23,1; 80,2) che Isaia (40,11), Geremia (31,10), Zaccaria (1,9) e – soprattutto – Ezechiele (34) avevano già proclamato nel VT.
Quando gli apostoli e ogni ebreo che ascoltava Gesù Lo sentì parlare di sé come il “Buon Pastore che dà la vita per le sue pecore” non poteva non pensare a questi Scritti Sacri – in particolare a Ez 34 – in cui il profeta parla di Dio d’Israele come un Buon Pastore che ama le sue pecore, le raccoglie, le difende, le cura con affetto e va in cerca di quelle smarrite.
Autoproclamandosi il “Buon Pastore” Gesù quindi implicitamente proclama di essere il Dio di Israele, non a caso proprio in questa circostanza Egli affermerà solennemente che nessuno può toglierGli la vita, ma che è Lui che la offre per poi riprendersela quando vuole.
Detto questo vediamo, con l’aiuto dello Spirito Santo, di entrare in profondità in questa parte del capitolo decimo di Giovanni che la Chiesa oggi ci dona come cibo spirituale per la nostra anima.
Gesù ci dice che Lui è il “Buon Pastore” perché dà la vita per le sue pecore e si contrappone quindi alla figura del “mercenario” a cui importa poco delle pecore, non dà la vita per esse, mentre Lui sì.
Com’è bello soffermarsi in preghiera, in contemplazione davanti a Gesù che fa a ciascuno di noi questa solenne dichiarazione d’amore: “Io offro la mia vita per te” perché “ti amo di amore eterno” (Ger 31,3), “non c’è un amore più grande di questo: dare la vita per chi si ama”(Gv 15,13).
Vedete, se un semplice uomo può conquistare il cuore di una donna a tal punto che questa lasci tutto per seguirlo, non potrà il Signore Gesù, che è Dio, conquistare ancora oggi il cuore di tanti, uomini e donne, con la forza di questa sua dichiarazione d’amore, affascinarli e sedurli con la forza di un amore che è troppo grande per poter essere ricambiato abbastanza?
Carissimi fratelli e sorelle, bisogna che poniamo attenzione a questa dichiarazione d’amore di Gesù tutti, tutti. Il nostro essere cristiani infatti non può spiegarsi semplicemente come un fatto culturale o sociale o come l’assenso del nostro giudizio ad una tavola di valori e di criteri di vita. L’esser cristiano non può avere altre motivazioni che la risposta a questa dichiarazione d’amore di Dio in Gesù rivolta a tutti e ciascuno.
È in questo orizzonte di risposta che poi si innesterà quella risposta totale, assoluta e piena che alcuni sono chiamati a dare nella donazione sacerdotale o religiosa.
Gesù, è chiaro: “Io conosco le mie pecore ed esse mi conoscono, come il Padre conosce me e io conosco Lui”, vedete, non si tratta di una conoscenza intellettuale e esteriore, Lui ci conosce e si fa conoscere di una conoscenza intima, amorosa. Perché non ci siano equivoci Gesù paragona la conoscenza reciproca nostra con Lui con quella che Lui stesso ha con il Padre. Qui si apre un campo di contemplazione ricchissimo: come Gesù conosce il Padre? Tutti i Vangeli non sono che una solenne dichiarazione d’amore del Figlio al Padre, al Padre che Lui ama (cfr. Gv 4,31), dal Quale tutto riceve (cfr. Gv 13,3) e con il Quale è una cosa sola (cfr. Gv 10,30) e dichiarazione d’amore del Padre al Figlio che Egli ama (cfr. Gv 3,35), al quale ha dato ogni cosa e ogni potere (cfr. Gv 3,35; 5,27; 17,2) del quale Egli si compiace (cfr. Mc 1,11; Mt 12,18; 17,5).
Come non possiamo stupirci e commuoverci per il fatto che Gesù assimili la nostra reciproca conoscenza con Lui con quella che Egli ha con il Padre? Ma interroghiamoci seriamente su questo punto: “Io conosco le mie pecore ed esse mi conoscono”. Vedete Giovanni ha scritto il suo Vangelo non per coloro che non conoscevano Gesù. Marco e Luca scrivono il Vangelo per far conoscere Gesù ai pagani, Matteo per aiutare la catechesi di chi veniva battezzato, Giovanni scrive il suo Vangelo perché coloro che sono già stati catechizzati e vivono nella Chiesa entrino in un rapporto più intimo con Gesù e in Lui con il Padre. Questa è la finalità di Giovanni, farci entrare in intimità con Gesù, con Gesù che ci conosce intimamente (cfr. Gv 2,25) e che si offre alla nostra conoscenza come Amico nostro (cfr. Gv 15,15).
Interroghiamoci dunque sul livello di intimità che viviamo con Gesù, solo nel Quale abbiamo la salvezza (Ia lettura) e nel Quale siamo diventati veri figli di Dio (IIa lettura). Sarà proprio nell’incontro intimo con Gesù, nell’esperienza esistenziale del Suo donarmi la vita che non potrò non sentire il fascino e la bellezza di un amore che sa donare la vita, di un amore che sa assumere la morte per dare la vita.
Gesù Maestro d’Amore questo ci insegna nell’intimo, ci insegna ad amare donando la vita. Dopo il peccato originale non è possibile alla persona umana amare nella verità senza donare la vita. In seguito al peccato originale la persona umana era incapace di amare nella verità perché incapace di donare la vita, Gesù ci salva dandoci la sua capacità di donare la vita e quindi di amare nella verità.
La tentazione che incalza sempre l’umanità di tutti i tempi è quella di credere possibile la realizzazione della persona umana nella felicità e nella gioia ricercando e vivendo un amore senza donare la vita, un amore senza fatica, senza responsabilità, senza sacrificio, senza donazione, un amore dove solo si riceve senza dare.
A questa grande illusione Gesù risponde insegnandoci a donare la vita. Per far questo Lui, Dio, ha voluto farsi uomo per poter morire. In quanto Dio non poteva insegnarci ad amare dando la vita, allora ha voluto assumere la nostra natura umana per insegnarci come si ama e si ama dando la vita.
Giustamente Gesù, nel brano evangelico odierno, ci fa notare che “nessuno poteva togliergli la vita”, nessuno poteva e può uccidere Dio, ma che è Lui che “offre la vita per riprendersela di nuovo”.
No, – lo abbiamo già detto nelle omelie precedenti – non furono i chiodi ad uccidere Gesù, ma l’Amore che porta per noi, quello Lo fece morire, morì d’Amore! Per questo le guardie non gli spezzarono le gambe come agli altri due (cfr. Gv 19,32-34) e Pilato se ne stupì fortemente (cfr. Mc 15,44). Chi avrebbe potuto infatti uccidere Dio?
Ecco, carissimi fratelli e sorelle, noi che abbiamo conosciuto Gesù, noi che siamo stati istruiti da Gesù, noi che abbiamo conosciuto il suo amore, siamo chiamati a testimoniare a questo mondo che non sa amare, la forza, la bellezza, il fascino, il profumo di un amore che sa donare la vita, come? È molto semplice. Come Lui ha assunto la nostra natura umana per poterci donare la vita, così noi – per amore Suo e nel Suo Amore – siamo chiamati per la gloria del Padre e per la salvezza delle nostre persone ad assumere tutte le pesanti realtà della nostra esistenza quotidiana, le nostre impotenze, le nostre fatiche e i pesi della vita, le solitudini, malattie, dolori, disgrazie, incomprensioni, prove, per donare la vita e quindi AMARE.
Qui è tutta la forza del Risorto, forza che Egli ci comunica nei sacramenti, la capacità di trasformare le nostre situazioni di morte in vita donata e quindi in AMORE. Non esiste, dunque, né può esistere nella concretezza della nostra esistenza di figli di Dio, una situazione di morte tale, una prova così grande, una croce così pesante che possa schiacciarci, infatti quello stesso e identico Amore che ha tenuto stretto Gesù alla croce “è stato riversato nei nostri cuori”(Rm 5,5) e quindi è data a tutti noi la possibilità di amare come Gesù, dando la vita per amore sulla croce e senza scendere da essa.
Carissimi fratelli e sorelle, concludo, a questa concretezza di Amore il Padre chiama ciascuno di noi in Cristo perché il mondo creda, e il mondo crederà, sì crederà, quando ci vedrà amare come ci amò Gesù dando la vita, il mondo aspetta solo questo per credere, non lasciamolo aspettare troppo!

Amen.

 

TERZA DOMENICA DI PASQUA B – OMELIA

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TERZA DOMENICA DI PASQUA B

At 3, 13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2, 1-5; Lc 24, 35-48

Nel testo di Atti Pietro ripete con coraggio al popolo il kerygma della Pasqua di Gesù di Nazareth con una parola chiara e anche compromettente: Il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù che voi avete consegnato e rinnegato davanti a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete ucciso l’autore della vita … ma Dio l’ha risuscitato e di questo noi siamo testimoni. Una chiarezza che non è un’accusa per accusare ma un’accusa che vuole salvezza per gli uditori, infatti Pietro conclude dicendo: pentitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati. Per questa proclamazione Pietro e Giovanni subiranno un arresto e delle minacce, per quell’annunzio al capitolo successivo saranno fustigati e ne saranno lieti perché “avevano subito oltraggio per amore del nome di Gesù” (cfr At 5,41). Il kerygma pasquale genera questo amore che deve diventare il centro della vita del discepolo.
Nel passo sempre di Luca ma tratto dall’ultimo capitolo dell’Evangelo il kerygma è annunziato da Gesù stesso in tutti i modi, con tutto quello che è: rivelando il suo essere in mezzo a loro (stette, scrive Luca, e non venne o apparve, cioè: Lui è ormai sempre nella sua comunità, si deve solo avere la fede per coglierne la presenza!), mostrando loro le ferite della croce, annunziando così la pace … mangiando con loro. Quelle ferite non sono accusa ma sono il modo in cui ormai Dio si dice e si mostra al mondo! Sono le ferite di un amore che per rimanere tale ha patito odio, oltraggio e morte! Se in Atti si dirà che Pietro e Giovanni saranno lieti di patire oltraggi per amore del nome di Gesù questo è perché essi compresero, fin da quella sera di Pasqua, che Colui, di cui sono fatti testimoni per sempre, aveva patito oltraggi, ferite e morte per amore del nome dell’uomo, per amore del loro nome! Mi pare straordinario!
La scena del Cenacolo, in questo racconto di Luca, ci mostra un Gesù che agisce da solo: Lui saluta, Lui parla, Lui mostra le ferite, Lui chiede cibo, Lui spiega le Scritture, Lui dà ai suoi l’incarico della testimonianza, Lui promette lo Spirito (a tal proposito è incomprensibile perché la pericope proposta per questa domenica ometta il versetto 49 con la promessa dello Spirito!).
In tutto questo racconto i discepoli sono fermi e silenziosi … solo offrono il cibo a Gesù che l’ha richiesto … attorno a quello stare di Gesù in mezzo a loro si genera un silenzio e una sospensione di tutto … di loro sono detti, invece, i sentimenti: sconcerto, paura, turbamento, dubbio, stupore, incredulità, gioia … tutti sentimenti che denunciano la difficoltà a credere nella risurrezione. È così! Dinanzi alla risurrezione l’uomo resta dubbioso e incredulo, sia perché è fatto impensabile e fuori d’ogni orizzonte storico, sia perché ci si imbatte in una cosa troppo bella … si direbbe “troppo bello per essere vero!” Ecco la gioia di cui ci dice Luca che mette limiti alla fede: per la grande gioia ancora non credevano … la risurrezione è troppo bella, è troppo liberante, è troppo luminosa; è oltre ogni più felice ipotesi!
In questa scena Gesù si mostra in tutta la sua concretezza; Luca ci tiene molto ad affermare questa cruda corporeità della risurrezione non solo per contrastare le idee del suo ambiente greco per cui una risurrezione della carne non solo era impensabile ma anche disdicevole (ricordiamo che il pensiero greco di quel tempo era imbevuto di platonismo e neoplatonismo con tutto il disprezzo per la materia!), non solo per affermare la continuità tra il Crocefisso e il Risorto, ma anche per dirci che la risurrezione di Gesù afferra l’uomo in tutta la sua globalità e concretezza.
Tutto ciò, però, è coglibile solo da chi si fa aprire la mente all’intelligenza delle Scritture; proprio perché la risurrezione è tanto oltre il pensabile e il dicibile dall’uomo, solo la Scrittura e la memoria di Gesù possono far esplodere la vera fede nella risurrezione. La memoria di Gesù, di che uomo fosse, delle sue parole, dei suoi gesti, del suo amore, messa a confronto con la “memoria Scripturarum” fa cogliere la conformità e la coincidenza di Gesù e della sua vicenda, fino alla croce e risurrezione, con le promesse di Dio.
La Chiesa si è sempre compiaciuta di ripetere nel simbolo di fede questa conformità: secondo le Scritture. Un’espressione che bisogna saper leggere: vuol dire che tutta la vicenda di Gesù, dal principio alla risurrezione, è compimento delle Scritture che, proprio in quella vicenda, trovano a loro volta luce, ragione e pienezza. Non si tratta, dunque, di semplici compimenti puntuali di questa o quella profezia, ma si tratta di qualcosa di infinitamente più grande e più vasto.
Gesù, nelle cose che dice ai suoi, mette in stretta connessione le sue parole e la sua vita con loro (Era questo che vi dicevo mentre ero ancora con voi) con le Scritture … le due dimensioni si illuminano a vicenda … ora bisogna che si compia – dice il Risorto – tutto quanto Lui già diceva riferendosi alle Scritture. Il verbo greco “pleròo” (“compiersi”) è usato al passivo per dire che è un compimento che opera Dio. La croce e la risurrezione sono il culmine di questo compiersi, senza di esse tutto sarebbe rimasto incompiuto e la vita di Gesù, e le sue parole di rivelazione del Padre e anche le Sante Scritture.
Perché tutto prenda luce, in quella sera di Pasqua, Gesù apre la loro mente all’intelligenza delle Scritture; ai due discepoli di Emmaus aveva “spalancato le Scritture” (Cfr Lc 24,27) ora apre le menti. Insomma senza l’intelligenza delle Scritture la storia dell’umanità, e la stessa storia di Gesù, restano oscure. Nel capitolo 5 del Libro dell’Apocalisse è mostrato l’Agnello che solo può aprire i sette sigilli di quel rotolo che è la Prima Alleanza ma è anche la storia dell’umanità. Tutto questo, però, riguarda anche le nostre personali vicende; senza questa intelligenza delle Scritture restiamo ciechi. L’autore della Seconda lettera di Pietro lo dirà a chiare lettere: “La parola dei profeti è una lampada che brilla in un luogo oscuro” (2Pt 1,19).
La Parola contenuta nelle Scritture è il criterio con cui giudicare il quotidiano e intelligere la storia e le nostre personali vicende … quella Parola consegnata dal Risorto che è, a sua volta, il criterio per leggere le Scritture. Il confronto con questa Parola ci sottrae al rischio di costruirci a partire da noi stessi e di costruire Dio allo stesso modo. La Parola ci sottrae alle valutazioni mondane dei fatti della storia, ci dice di guardare tutto attraverso lo sguardo di Dio, la Parola smaschera le nostre menzogne interiori.
Con questa consegna il Risorto invia la Chiesa a testimoniare la Pasqua che è remissione dei peccati ed è speranza nuova. Sì, perché annunziare la remissione dei peccati è annunziare una grande libertà, è affermare che l’amore di Dio, che Cristo ci ha rivelato nella sua carne, è più grande del nostro male.
Per poter annunziare la conversione e la remissione dei peccati il Gesù di Luca chiede di fidarsi di un dono che viene dall’alto, il dono dello Spirito. Per questo i discepoli devono “sedere” in città (“kathísate”). Infatti lo Spirito è dono all’umile attesa di chi siede nella città, non è prodotto o pretesa dell’uomo. È dono dall’alto! È il dono necessario per la testimonianza e per continuare a scrutare le Scritture e ricordare la vicenda di Gesù! Senza lo Spirito promesso, atteso e donato la Chiesa non può essere testimone; ecco perché questo versetto 42 è importante all’economia di questo racconto e non si può omettere.
Nello Spirito l’evento Gesù, circoscritto nel tempo e nello spazio può diventare l’oggi della Chiesa di sempre. È questo oggi, colmo di Cristo e di amore per il suo nome, che la Chiesa deve realizzare e mostrare al mondo.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

 

08 APRILE 2018 – 2A DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA – B | OMELIA

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08 APRILE 2018 – 2A DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA – B | OMELIA

2a Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

Per cominciare
In questa « Domenica in albis » e « della divina misericordia » l’attenzione è ancora tutta puntata sulle apparizioni pasquali, ma da questa domenica anche sul cammino di fede degli apostoli e sulla comunità nata dalla risurrezione. L’amore fraterno sin dalle origini è il legame che tiene unita ed esprime la comunità cristiana.

La Parola di Dio
Atti degli apostoli 4,32-35. Un cuor solo e un’anima sola, fino a condividere i beni che si possiedono: questa è la comunità cristiana nata dalla risurrezione di Gesù. Questa fraternità si fa testimonianza viva e fonte di simpatia tra la gente.
1ª Giovanni 5,1-6. Giovanni non cessa di esortare i cristiani alla fraternità e all’amore vissuto verso Dio e i fratelli. È questo il nuovo comandamento, che caratterizza e verifica la genuinità della nostra fede.
Giovanni 20,19-31. È lo stesso brano di vangelo che viene proposto negli anni A, B e C. È la sera di domenica, il primo giorno della settimana. Gli apostoli non si sono ancora riavuti da ciò che hanno visto subire da Gesù e temono di fare la stessa fine. Gesù li sorprende e si presenta a loro vivo, mostrando le mani e il costato trafitti. Gesù, passando sopra al loro tradimento e alla loro paura, dona a loro il potere di perdonare i peccati. Non c’è Tommaso, e quando gli raccontato di aver visto Gesù, non crede alla loro testimonianza. Otto giorni dopo Gesù è di nuovo tra loro e questa volta c’è anche Tommaso, che, di fronte all’evidenza, è costretto a credere.

Riflettere…
o La domenica ci propone di accogliere i frutti della risurrezione: Gesù soffia sugli apostoli (è un soffio di vita, come nella Genesi) e infonde il dono dello Spirito, che rende gli apostoli coraggiosi annunciatori del vangelo e li autorizza a rimettere i peccati. È la possibilità di una nuova creazione che nasce dal loro ministero.
o Gesù si presenta agli apostoli salutandoli nel segno della pace. È la stessa pace di cui ha parlato nell’ultima cena: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv 14,27). Gesù risorto si presenta agli apostoli mite e accogliente. Nessun desiderio di vendetta nei confronti della loro durezza di cuore, della vigliaccheria, della loro paura, e della loro fatica a credere che ciò che sta avvenendo è reale. La sua è volontà di perdono, desiderio di riconciliazione anche dopo ogni abbandono.
o Altro dono è quello della ritrovata fiducia, dopo la crisi. Nei giorni della passione gli apostoli hanno provato paura, delusione, incertezza. Si sono dimostrati vili e hanno tradito il loro maestro. Probabilmente nella loro testa giravano gli stessi interrogativi di coloro che ai piedi della croce gli gridavano: « Se sei il messia, il Figlio di Dio, scendi da croce a noi crederemo in te » E pensando ai tanti miracoli compiuti da Gesù della sua vita pubblica: « Ha salvato gli altri, ora salvi se stesso e scenda dalla croce ».
o Ma ora gli apostoli vedono Gesù con occhi nuovi, trovano una forza nuova in se stessi. Gesù con loro è pieno di pazienza e continua ad aiutarli a leggere le scritture, a crescere nella fede: fa vedere che lui è sempre lo stesso, anche ora che è risorto. È sempre lo stesso Gesù, quello di prima della Pasqua: mostra loro le mani e il costato: « Guardate, toccate, non sono un fantasma ».
o Ma Gesù si rivela anche nella sua diversità: entra a porte chiuse, appare in luoghi diversi contemporaneamente, non viene riconosciuto immediatamente. Si trova nel suo stadio definitivo, nella pienezza della vita divina e dei suoi poteri.
o Incontro dopo incontro, la paura e l’incertezza si trasformano in gioia entusiasmante. Si prolunga per alcune settimane l’esperienza della vita pubblica: Gesù mangia con loro, compie ancora per loro dei miracoli, continua a istruirli e a esortarli alla missione. « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ». Dovranno continuare la stessa missione di Gesù.
o Infine nasce a Pasqua il dono della comunione fraterna. Ed è quella che realizza ed esprime la prima comunità cristiana, così come viene descritta nella prima lettura. Un legame di amore che nasce dalla fede, non da sola solidarietà umana. Una fede viva che è collante potente, capace di fondere gli animi e di superare ogni divisione.

Attualizzare
* La prima domenica dopo Pasqua è chiamata « Domenica in albis ». Nei primi tempi della chiesa il battesimo era amministrato durante la notte di Pasqua, e i battezzandi indossavano una tunica bianca che portavano poi per tutta la settimana successiva, fino alla prima domenica dopo Pasqua, detta perciò « domenica in cui si depongono le vesti bianche » (in albis depositis).
* Per iniziativa di Giovanni Paolo II, nella Domenica in albis la chiesa celebra la « Divina Misericordia di Dio ». Con questa festa Giovanni Paolo II ha accolto il desiderio di Gesù stesso che nel 1931, apparendo in una visione privata a una suora polacca suor Faustina Kowalska, proclamata santa dallo stesso Giovanni Paolo II, chiese l’istituzione della festa, proprio nei giorni in cui Gesù esercitava la piena misericordia nei confronti dei suoi apostoli, reintegrandoli integralmente nella missione.
* La Parola di Dio ci propone oggi come modello di vita la prima comunità cristiana e ? in tutti tre gli anni nella seconda domenica di Pasqua ? la prova nella fede di san Tommaso.
* Nella sua vita pubblica, Gesù non è stato un filosofo, né un semplice predicatore e un taumaturgo: ha fatto degli apostoli e dei discepoli una comunità. Quanto alla comunità nata dalla predicazione degli apostoli, pur essendo « moltitudine », vive una ammirabile comunione fraterna, ha radicalizzato la scelta della povertà, vista come scelta di fraternità, tiene tutto in comune, fa in modo che nessuno della comunità sia nel bisogno. Si tratta però di scelte profetiche, che acquistano per noi un carattere di segno, di punto di riferimento.
* Si dice inoltre che la comunità cristiana veniva guardata con simpatia. È stata questa una singolare nota caratteristica dei primi cristiani. Essi « godendo il favore di tutto il popolo » (At 2,47) perché erano unanimi e concordi, erano nella gioia e vivevano nella semplicità di cuore.
* Non sempre oggi è la simpatia la caratteristica dominante dei cristiani. La loro rettitudine morale li rende talvolta freddi e poco espansivi. L’attaccamento alla dottrina poi li fa diventare poco disponibili e poco aperti al dialogo. I loro pensieri rivolti quotidianamente alle cose spirituali e dottrinali possono farli apparire poco sensibili ai problemi più comuni e alle lotte quotidiane.
* Eppure il cristiano deve sforzarsi di diventare radicalmente simpatico: nel senso che non può rifiutare di entrare in sintonia con gli altri. Dovrebbe farlo anche per non correre il rischio di vedersi respingere per colpa propria ciò che predica e ciò che si sforza di testimoniare.
* La seconda lettura insiste sul tema dell’ »amore », sulla stessa linea della prima lettura. È l’amore concreto che verifica il nostro amore verso Dio: chi ama Dio, deve amare anche le sue creature. Questo amore, che è il ritornello di tutta la lettera di san Giovanni, nasce dal Cristo risorto, che ha dato per noi « acqua e sangue ».
* Di questo duplice amore è trasparente la vita dei santi. Sant’Agostino esprime lucidamente lo stile cristiano: « Sempre, in ogni istante, dovete ricordare che bisogna amare Dio e il prossimo. Siccome però Dio ancora non lo vedi, amando il prossimo, meriterai di vederlo; amando il prossimo, purificherai l’occhio per vedere Dio, come afferma chiaramente Giovanni: « Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede » (1Gv 4,20). Amando il prossimo e interessandoti di lui, tu cammini. E dove ti conduce il cammino se non al Signore, cioè a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l’abbiamo sempre con noi. Aiuta dunque il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a colui con il quale desideri rimanere ».
* Quanto a Tommaso, ci ricorda che la comunità cristiana deve essere aperta anche nei confronti di chi fa fatica a credere, superando la tentazione di trasformarsi in ghetto o di realizzare una comunità di perfetti. Saper attendere e rispettare il ritmo di maturazione alla fede di ognuno fa parte della vera fraternità.
* Oggi però più che mancanza di fede, è diffusa l’indifferenza a ogni livello. Essa trova radice spesso nella disperazione e nella frustrazione. L’uomo d’oggi, come Tommaso, ha paura di credere nella vita, di credere in Dio. Ha paura di venire disilluso, di essere ingannato. Ciascuno di noi in questa società ripercorre in qualche modo proprio l’esperienza dell’apostolo Tommaso. Lui, che probabilmente aveva sentito più degli altri la delusione per la tragica e inaspettata morte in croce di Gesù. Messo di fronte al fatto della risurrezione, non ci vuole credere: teme di dover provare altre delusioni. Ma quando Gesù gli si presenta mostrando le piaghe aperte, si convince di non avere mai veramente dubitato.
* Come si vede, sono tanti gli stimoli per vivere in pienezza questa domenica. Il Signore Gesù che ha sorpreso gli apostoli con la sua risurrezione, sorprenda anche noi e ci dia una fede e una gioia nuova. Egli che ha usato misericordia verso la fede incerta di Tommaso e degli apostoli e ha infuso su di loro lo Spirito Santo, ci usi la stessa misericordia e ci doni la gioia del suo Spirito.

Siamo una comunità
« Siamo una comunità cosciente di professare un’unica fede di avere un medesimo codice di vita e di sentirsi legata dalla stessa speranza. Ed è la Parola di Dio che nutre la nostra fede, che dà ali alla speranza, che ci rende forti e disciplinati. I depositi versati nella nostra cassa comune sono ispirati dalla carità: non si va a riscuotere denaro per banchetti, gozzoviglie, bicchierate, ma per sostenere i poveri, per aiutare ragazzi e ragazze senza beni e senza genitori, per i servi in pensione e i naufraghi. Adottiamo come se fossero figli nostri i condannati ai lavori forzati nelle miniere, i confinati nelle isole e i relegati nelle prigioni, se si trovano in questa condizione a motivo della loro fede. « Vedi come si amano tra loro », dicono. « Vedi come sono pronti a morire l’uno per l’altro! ». Si chiamano fratelli, e ne sono ben convinti, coloro che sanno di avere come Padre comune Dio, che sono stati chiamati a una vita nuova, che, abbandonata l’ignoranza religiosa comune, sono stati abbagliati dall’unica luce della verità » (Tertulliano).

Don Umberto DEVANNA sd

1 APRILE 2018 – PASQUA DI RISURREZIONE – B | OMELIA

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1 APRILE 2018 – PASQUA DI RISURREZIONE – B | OMELIA

1a Domenica: S. Pasqua / Tempo di Pasqua

Per cominciare
Pasqua, festa delle feste, trionfo della fede. Domenica che dà senso a tutte le altre domeniche. Mistero che ci rivela profondamente chi è Gesù, la sua identità ultima e il nostro destino, l’irrompere di Dio nella Storia e nella nostra vita.

La Parola di Dio
Atti degli apostoli 10,34a.37-43. « Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui », dice Pietro a Cornelio, dando ragione della propria fede e di ciò che ha vissuto dopo la Pasqua del Signore. « Dio lo ha risuscitato al terzo giorno », racconta Pietro, « e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti ». È la fede degli apostoli che ora si manifesta così diversa e sicura, dopo l’abbandono e il tradimento.
Colossesi 3,1-4. « Cercate le cose di lassù », dice Paolo ai Colossesi, dal momento che siete anche voi risorti con Cristo. Datevi a una vita nuova per condividere la gloria di Gesù.
1 Corinzi 5,6b-8. Di fronte a un grave scandalo tra i cristiani di Corinto, Paolo interviene duramente perché un seme negativo non guasti quella comunità. Poi esorta tutti non solo a evitare il male, ma a diventare lievito di vita nuova, a essere con la propria vita testimoni del Signore Risorto.
Giovanni 20,1-9. È l’alba del primo giorno della settimana, e Maria di Magdala va a prendersi cura di un cadavere, ma trova la tomba vuota e va a dirlo agli apostoli. Corrono alla tomba Pietro e Giovanni, si rendono conto di tutto, riflettono su ciò che è successo e si accende in loro la fede. Maria rimane presso la tomba e incontrerà per prima il Risorto. Oppure per l’anno B: Marco 16,1-7. Secondo Marco, sono tre le donne che vanno al sepolcro il mattino di Pasqua, vedono la tomba vuota, e un angelo annuncia loro la risurrezione di Gesù. L’angelo le manda ad annunciare la risurrezione agli apostoli, ma le donne, spaventate e tremanti per la paura, non dicono niente a nessuno.

Riflettere…
o « Sì, i cristiani possono dire ai loro fratelli che all’alba di un primo giorno della settimana, il 9 aprile dell’anno 783 dalla fondazione di Roma, che sarebbe diventato l’anno 30 della nostra era, alcuni discepoli di Gesù, innanzitutto delle donne, poi anche qualcuno dei dodici, hanno trovato vuota la tomba in cui era stato deposto Gesù di Nazaret, il loro rabbi condannato e crocifisso il venerdì precedente » (Enzo Bianchi). È quella tomba vuota che permette ai discepoli e alle donne di rileggere le parole dei profeti, e quelle dello stesso Gesù, per giungere alla fede nella risurrezione.
o Pasqua è prima di tutto la sorpresa di questa tomba vuota. Le donne il primo giorno della settimana vanno a completare quello che non è stato possibile fare dopo la deposizione dalla croce. Vanno per prendersi cura di un cadavere e vedono la pesante pietra ribaltata, la tomba vuota, angeli che parlano loro della risurrezione di Gesù e le invitano a farsi testimoni di lui presso gli apostoli.
o Il secondo elemento di forza della Pasqua di Gesù è la trasformazione degli apostoli. Essi, che nel momento della passione e morte si sono comportati da paurosi, da vigliacchi e traditori, sorpresi e delusi per l’umiliazione di Gesù, ora, anche se a fatica e ancora dubitando, si fanno progressivamente coraggiosi testimoni della risurrezione.
o Tutto cambia. Pietro, che non voleva lasciarsi lavare i piedi da Gesù, perché il messia non poteva abbassarsi a tanto, ed era rimasto scioccato dalla inattesa umiliazione della croce, ora eccolo sicuro di sé, testimone coraggioso, insieme agli altri apostoli. Non temono di affrontare il sinedrio e le autorità ebraiche, di essere imprigionati e maltrattati. Dicono di non poter tacere ciò che loro hanno visto con i loro occhi: affermano con decisione che Gesù è vivo ed è risorto, che è il Salvatore, il Figlio di Dio.

Attualizzare
* Se la bellezza del creato suscita stupore, e i miracoli di Gesù ci riempiono di ammirazione, il mistero pasquale ci riempie di meraviglia e di gioia. Tutta la liturgia pasquale è attraversata da questi sentimenti e ci fa rivivere il prodigio senza precedenti che è la risurrezione di Gesù. Dall’Exultet cantato in questa notte in tutte le chiese, all’alleluja che ritorna come un ritornello di fede gioiosa: Gesù è veramente risorto! È su questo fatto che si fonda tutta la fede di noi credenti. aLeggiamo nel salmo responsoriale: « La destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze… la pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo… ». È Gesù la pietra scartata dai costruttori e che Dio ha glorificato.
* Questa gioia e stupore la troviamo anche in Pietro, che annuncia nella casa del centurione Cornelio le meraviglie di Dio. Pietro ricostruisce la vita di Gesù, ricorda che si è conclusa drammaticamente: « Lo uccisero appendendolo a una croce! », ma Dio si è preso la rivincita sulla crudeltà e ottusità degli uomini: Dio lo ha risuscitato il terzo giorno…
* Pietro si sente il primo testimone di questo fatto prodigioso della risurrezione dell’Eterno Vivente, che compie all’infinito gesti di risurrezione per chi crede in lui: « Chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome ».
* La storia è piena di uomini di buona volontà e di profeti. Ma Gesù non è semplicemente un grande uomo, un taumaturgo, un uomo buono e misericordioso, un uomo di comunione. È il Figlio di Dio, il Signore della vita. Anche la sua morte in croce, con tutta la sua drammaticità, non farebbe di Gesù altro che un profeta straordinario e fedelissimo a Dio. È la risurrezione che toglie ogni dubbio alla sua figliolanza divina, è la sua risurrezione il sigillo che autentica pienamente da parte di Dio la sua missione.
* « Quale segno ci dai? », gli hanno chiesto. E Gesù ha risposto: « Distruggete questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni. E parlava del tempio del suo corpo ». « Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio ». Così Paolo ai Corinzi. Poco prima aveva detto: « Gesù apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto » (1Cor 15,5-15).
* Tutto il brano del vangelo appena proclamato è pervaso di stupore e di meraviglia. L’evangelista Matteo usa un genere letterario particolare per mettere maggiormente in evidenza la singolarità della autenticità storica della risurrezione. Le donne vanno visitare un cadavere, non si aspettano nulla. Vanno a piangere su una tomba, ma Gesù si presenta loro vivo: «  »Salute a voi! », dice. Ed esse si avvicinano, gli abbracciano i piedi e lo adorano. Gesù dice loro: « Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno » (Mt 28,9-10).
* Le donne adorano per prime e sono le prime annunciatrici del mistero, di questo evento fondamentale, quasi a sottolineare il ruolo che la donna può avere nella chiesa e soprattutto il primato dell’amore, perché è l’amore che le spinge a rimanere unite a Gesù anche dopo la sua morte.
* Gesù risorto diventa per noi principio di vita nuova. È in lui che siamo battezzati e otteniamo il perdono. È perché lui è risorto che dobbiamo elevare la nostra vita e vivere di fede: « Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, non quelle della terra », ci dice Paolo (seconda lettura). Anche noi, come gli apostoli, siamo chiamati a produrre frutti di novità, passare da una fede incerta a una fede che ci renda suoi testimoni.
* Dalla Pasqua infine un messaggio di gioia senza misura. Tutto è possibile, la gioia esiste, la vita trova un senso, il destino dell’uomo non è un tunnel senza uscita. Nonostante i quotidiani acciacchi che ci mandano in crisi, nonostante di interrogativi sul dolore e la sofferenza che ci fanno dubitare della bontà di Dio, noi siamo autorizzati a coltivare la gioia profonda che nasce da una vita che, nonostante tutto, non perde il suo senso, perché siamo oggetto di un grande amore e di un progetto più grande di noi che ci coinvolge.

« Devo proprio dirlo a mio marito! »
Il cardinale Biffi racconta ciò che gli è capitato dopo una sua lezione di teologia tenuta a Milano sulla risurrezione di Gesù. È stato così convincente, che una donna alla fine è andata a sincerarsi e a chiedere conferma: « Davvero Gesù si è presentato vivo dopo essere stato ucciso? ». E alla conferma del cardinale, la donna ha concluso: « Devo proprio dirlo a mio marito! ». La settimana seguente, la signora si è ripresentata dal cardinale e gli ha detto che cosa aveva risposto suo marito: « Avrai certamente capito male! ».

Don Umberto DEVANNA sdb

 

OMELIA 6A DOMENICA DI QUARESIMA B: LE PALME

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18 marzo 2018 – 6a Dom. di Quaresima: Le Palme – B | Letture – Omelia

6A DOMENICA DI QUARESIMA B: LE PALME

Per cominciare
Marco 11, 1-10. La « settimana santa » si apre con questo ingresso solenne e regale di Gesù a Gerusalemme. Da re pacifico, cavalca un puledro tra una folla osannante. E lui non li fa tacere.
Anche noi, per un’antica tradizione molto sentita e popolare, ci uniamo a quanti si sono stretti attorno a Gesù alla vigilia della sua passione.
Il testo di Marco ha tutte le caratteristiche di un reportage giornalistico, quasi di una cronaca. Ma vi appare anche un sottofondo politico che inquieta e che preannuncia quasi ciò che sta per avvenire. Si inneggia al regno che viene, al « regno del padre Davide ». In realtà Gesù si direbbe poco coinvolto, anche se si vede chiaro che è determinato: questa è la sua « ora » e lancia fino in fondo la sfida con un’aperta provocazione, di cui dovrà pagare le conseguenze. Sarà infatti questa uscita allo scoperto che diventerà il pretesto per poterlo eliminare.
Giovanni 12,12-16. Nel racconto di Giovanni il trionfo di Gesù segue la risurrezione di Lazzaro. Giovanni colloca tutto in un alone di vera glorificazione, ma dichiara nello stesso tempo che essa acquista la sua piena consistenza solo dopo la risurrezione.
La Parola di Dio
Isaia 50,4-7. La profezia del servo sofferente sembra descrivere in anticipo la vita e la passione di Gesù. Isaia si presenta realmente in questi testi come il « quinto evangelista ». Molte delle sofferenze del messia sono state previste e descritte secoli prima con una straordinaria concordanza ai vangeli. Isaia prevede anche la vittoria finale e l’assistenza da parte di Dio.
Filippesi 2,6-11. La morte in croce segna un’umiliazione senza limiti di Gesù, Figlio di Dio, il suo svuotamento. Ma di qui passa anche la sua glorificazione, perché Dio « lo esaltò e gli donò un nome che è al di sopra di ogni nome ».
Marco 14,1?15.47. La tensione tra umiliazione e glorificazione si trova anche nel vangelo di Marco. Da una parte il riconoscimento della sua divinità (« Davvero quest’uomo era Figlio di Dio! », dice il centurione), e l’avverarsi della sua profezia: « Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere » (Gv 2,19): il velo infatti si squarcia, a indicare la tragicità del momento e la fine di un’epoca. C’è poi il racconto dell’umanità ferita di Gesù e la sua profonda umiliazione.

Riflettere…
o Impressiona il fatto che nel vangelo di Marco, scritto circa tre decenni dopo la morte di Gesù, il racconto della passione e morte occupi un quinto dell’intero vangelo.
o Sicuramente in lui, come negli altri evangelisti, le vicende della passione sono rimaste ben impresse. Non solo perché erano i fatti più recenti della vicenda storica di Gesù, ma anche per la loro drammaticità.
o La narrazione di Marco sembra la più aderente ai fatti. Qualcuno dice che si tratta di un vero e proprio reportage della predicazione di Pietro. Come si sa, Marco, stretto collaboratore di Pietro, scrisse il suo vangelo mettendo insieme i ricordi dell’apostolo.
o Solo Marco presenta la croce come vero scandalo per i discepoli e parla della loro totale incomprensione di fronte al destino del loro maestro. Sin dal monte degli Ulivi, la condotta dei discepoli è descritta in termini negativi. Mentre Gesù prega, s’addormentano tre volte. Giuda lo tradisce e Pietro impreca e nega di conoscerlo.
o In particolare Marco parla del rinnegamento di Pietro, collegandolo in qualche modo con il tradimento di Giuda. È uno sguardo di Gesù a far scoppiare in lacrime Pietro, mentre con Giuda fa molto di più: lo bacia. Pietro si pente, Giuda invece va a impiccarsi.
o Marco descrive le ore strazianti della derisione, della flagellazione e dell’agonia di Gesù. Si manifesta fino infondo la crudeltà dei soldati romani, che sfogano su Gesù tutta la loro violenza, le frustrazioni del loro mestiere.
o Il popolo lo accusa di aver parlato come un grande liberatore, e gli ricorda che è incapace di liberare se stesso. Sacerdoti e scribi fanno dell’ironia e lo sfidano, dicendosi disponibili a credere in lui, se dimostra la sua potenza e compie il miracolo di scendere dalla croce.
o La gente appare crudelmente curiosa; i due poteri, religioso e civile, si regolano con cinismo. Pilato se ne lava le mani dopo averlo dichiarato innocente, gli stessi malfattori che sono crocifissi con lui lo insultano.
o Gesù pende dalla croce per sei ore, le prime tre passano tra gli insulti e gli scherni, quelle che seguono la crocifissione sotto una fitta coperta di tenebre. Prima di morire Gesù sente ? e sarà la sofferenza più grande ? l’abbandono del Padre: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », grida, citando il salmo 22.
o Ma quando Gesù infine muore, Dio interviene per confermare il proprio Figlio. Secondo il sinedrio, Gesù ha minacciato di distruggere il tempio e ha dichiarato di essere il Figlio messianico del Dio benedetto. Alla sua morte, il velo del tempio si squarcia e un centurione romano esclama: « Davvero quest’uomo era Figlio di Dio! ».
* Curiosamente

Attualizzare
* La domenica comincia anche per noi con un momento di festa attorno a Gesù, in cui anche noi agitiamo i nostri rami di ulivo per dichiarare la nostra fede in lui, la gioia nel momento in cui Gesù prende possesso di Gerusalemme, la sua città, e viene proclamato festosamente re.
* Ma come una doccia fredda, ecco il racconto della passione e morte di Gesù. Questa è l’unica domenica in cui si legge per intero questo lungo brano del vangelo, quest’anno B nel racconto dell’evangelista Marco.
* Abbiamo sentito il racconto e siamo stati coinvolti in questa esperienza sconvolgente. Non lasciamoci prendere dall’abitudine, permettiamo al dramma di Gesù di colpirci in profondità.
* Siamo chiamati oggi, iniziando questa « settimana santa », a riflettere meglio sulle sulla vita, sulle scelte, sulle parole di Gesù. Ad assumere anche noi una posizione nei suoi confronti. Giuda, Pietro, gli apostoli, la folla curiosa e indifferente, il cinismo di Pilato e dei capi religiosi. Ai piedi della croce ci sono anche alcune donne coraggiose e irriducibili venute dalla Galilea. C’è Giuseppe di Arimatea, un discepolo che solo adesso esce allo scoperto. Tra costoro chi ci rappresenta meglio?
* La passione e la morte sono rivelazione di Gesù. Rivelazione e conferma del suo amore per noi e delle sue scelte di vita. Gesù non si ribella, non scende dalla croce, non usa per sé la forza misteriosa che gli ha fatto compiere tanti miracoli e che ha richiamato in vita Lazzaro e altri.
* Proprio nel momento della croce Gesù si dichiara messia e Figlio di Dio: « Io lo sono », dice al sommo sacerdote che glielo domanda, « E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo ».
* Gesù, in catene, deriso e coperto di piaghe, si dichiara re. A Pilato che gli chiede: « Tu sei il re dei Giudei? », risponde: « Tu lo dici ». E ironicamente questa è la motivazione della condanna che viene fissata sul legno della croce.
* Nel vangelo di Giovanni Gesù dichiara la sua autorità anche di fronte al potente: « Tu non avresti alcun potere su di me », dice a Pilato, « se ciò non ti fosse dato dall’alto » (19,11).
* Ogni volta che ascoltiamo il racconto della passione e morte, dovremmo sentire come sottofondo queste affermazioni che Gesù rilascia anche nel momento della prova più grande. Essi hanno il sapore della risurrezione, di cui faremo memoria al termine di questa settimana di passione.
* Di fronte alla grandezza di Gesù, che si manifesta anche nel momento della prova, dovremmo ritrovare una fede nuova che ci faccia capire il significato della croce per Gesù e per noi. L’amore conosce solo questa strada per manifestarsi fino in fondo. Mentre è l’indifferenza che uccide.
* Gesù si è collocato per sempre acconto a chi vive per amore, a chi lotta per amore, a chi paga di persona per costruire qualcosa di nuovo nell’umanità. L’amore è condivisione, è responsabilità, è aprire gli occhi di fronte a chi ha bisogno di noi, è fedeltà ai progetti di Dio sul mondo.
Davanti a tutti, in un giorno di festa
« Il Signore ha voluto che la risurrezione avesse luogo all’insaputa di tutti e in segreto. Lasciava ai secoli successivi di provarla. Ma la croce no, essa fu in mezzo alla città, in piena festa, fra il popolo dei giudei, quando erano in seduta due tribunali, quello dei romani e dei giudei, quando la festa riuniva tutti, nel mezzogiorno: davanti alla terra riunita, egli subì il supplizio… » (Giovanni Crisostomo).

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA

5A DOMENICA DI QUARESIMA B – OMELIA

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18 marzo 2018 – 5a Domenica di Quaresima – B | Letture – Omelie

5A DOMENICA DI QUARESIMA B – OMELIA

Per cominciare
Si avvicinano i giorni drammatici della passione e morte di Gesù e si incomincia a parlare apertamente di croce. Domenica prossima sarà la Domenica delle Palme, che aprirà la settimana santa. In questa domenica prima del concilio e della riforma liturgica si velavano la croce e le statue dei santi, per esprimere anche visivamente la drammaticità di questi quindici giorni che ci separano dalla Pasqua.
La Parola di Dio
Geremia 31,31-34. Ci viene presentata una delle più belle pagine dei profeti: Dio per bocca di Geremia parla di un tempo in cui la fedeltà del popolo non verrà meno, la legge sarà scolpita nel loro cuore e l’alleanza sarà definitiva.
Ebrei 5,7-9. Il testo afferma che l’alleanza definitiva si è realizzata in Gesù, attraverso la sua morte. Gesù ha siglato con il suo sangue l’alleanza con Dio, e un patto siglato con la morte è per sua natura definitivo, non può essere ritrattato. È in questo modo che Gesù è diventato causa di salvezza per tutti gli uomini.
Giovanni 12,20-33. Gesù colpisce con il suo modo di fare e di operare e alcuni greci chiedono di vederlo, rivolgendosi a Filippo. Ma Gesù li sorprende facendo riferimento alla sua imminente morte in croce: sarà un morire destinato a fiorire e a produrre salvezza.

Riflettere…
* Curiosamente la liturgia quaresimale anticipa oggi un passaggio di Giovanni che segue immediatamente l’ingresso solenne di Gesù a Gerusalemme. Come ricorderemo domenica prossima, Gesù è appena entrato trionfalmente in Gerusalemme per celebrare la Pasqua. La città è gremita di fedeli provenienti da ogni dove. Gesù cavalca un asinello e la gente lo acclama. Mentre le autorità ebraiche si allarmano e osservano: « Gli va dietro il mondo intero! ».
* Tra i fedeli giunti in città ci son*** anche dei « proseliti », stranieri che hanno aderito pienamente alla religione giudaica, compresa la circoncisione. Tra essi, alcuni greci, che si rivolgono all’apostolo Filippo (il suo nome è greco, probabilmente conosce la loro lingua) e chiedono di poter vedere Gesù.
* « Vedere » nella cultura ebraica non è mai un semplice guardare con gli occhi. Ha sempre un significato forte: può voler dire, come nel caso di Nicodemo, di cui s’è parlato la settimana scorsa, « avere un forte interesse »; addirittura quasi un « credere in qualcuno ».
* Proprio questo allargarsi dell’interesse attorno a lui, spinge Gesù a capire che i tempi sono maturi, che la sua « ora » sta per realizzarsi: l’ora per cui si è incarnato, quando tutti dovranno guardare a lui per essere salvati.
* Non si sa se Gesù abbia accettato di incontrare questi greci, Giovanni non lo dice, ma l’episodio apre al discorso sulla glorificazione di Gesù, che si realizzerà attraverso la sua passione.
* Gesù ne ha paura. Giovanni che non racconta l’episodio del Getsemani, in qualche modo lo fa adesso, mettendo in bocca a Gesù queste parole: « Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò: Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome! ». Non un angelo, ma il Padre stesso, interviene a dargli forza e dice: « L’ho glorificato, e lo glorificherò ancora ».
* Una glorificazione che avverrà attraverso la passione. Come il chicco di grano per dare frutto deve cadere in terra e marcire per germinare, così la glorificazione di Gesù passerà attraverso il suo sacrifico.
* La liturgia domenicale nella prima lettura apre a un secondo tema, che è già stato ricordato quindici giorni fa (Es 20,1-17): la promulgazione della legge da parte di Mosè, strumento che definiva i termini dell’alleanza tra Dio e il popolo di Israele.
* Geremia, con espressioni che sono tra le più alte di tutto l’antico testamento, parla di un’alleanza nuova, sancita non più da una legge esterna all’uomo, ma di un’alleanza scritta nel cuore dei credenti. Alla prima alleanza il popolo non si è rivelato fedele, a questa alleanza nuova e definitiva la fedeltà non verrà meno, perché è firmata dal sangue di Gesù, Figlio di Dio. Un patto con Dio senza ripensamenti, compiuto a favore di tutta l’umanità.
* Si tratta di un nuovo modo di rapportarsi con Dio, che non stabilisce con lui una specie di accordo determinato da gesti, riti, sacrifici, osservanze minuziose e maniacali per osservare con scrupolo una legge, ma di una conversione del cuore, di un’apertura radicale ai progetti di Dio.

Attualizzare
* Secondo un sondaggio, il 64 per cento degli italiani considera Gesù « il personaggio più interessante della storia ». Ma c’è anche chi non lo inserisce nemmeno nei sondaggi, e chi non pensa affatto di doversi in qualche modo confrontare con lui.
* Gesù non è certo uno sconosciuto. Per molti di noi la sua figura è familiare sin dai primi anni. Scrivono di lui un gran numero di libri, opere teatrali, musicali e scritti di ogni genere. Dal 1972 a Londra ci sono state un numero incredibile di repliche del musical Jesus Christ Superstar, che ha battuto ogni record di incassi. Il critico cinematografico Ernesto G. Laura elenca 69 film su Gesù girati dal 1897 a oggi. Il fascino di Gesù è un dato indiscutibile. Sin dall’inizio migliaia di donne e uomini hanno dato la loro vita per lui. Prima i suoi dodici apostoli, poi tanti altri lungo i secoli. Anche oggi milioni di persone si mettono al suo seguito, vivono e sono disposti a morire per lui.
* « Vogliamo vedere Gesù », dicono i greci. Dovrebbe essere questo il desiderio di chi ha preso la quaresima sul serio e si sta preparando alla Pasqua. Invece è più normale, soprattutto nei « praticanti », una certa assuefazione anche all’esperienza della fede, un lasciarsi guidare addirittura da una stanca abitudine. A quindici giorni dalla Pasqua, domandiamoci: con che spirito stiamo vivendo questa quaresima? Ci stiamo preparando ad accompagnare Gesù nel momento in cui si appresta a vivere fino in fondo la sua « ora »?
* « Vogliamo vedere Gesù »: è questo invece a volte il desiderio che attraversa il cuore di chi è lontano dalla fede, di chi si è allontanato dalla chiesa o non ci è mai entrato e ne ha inconsciamente nostalgia. È il desiderio di vedere Dio, di sentirlo vicino e farne esperienza, in qualche modo di toccarlo, avere delle certezze più forti.
* « Vogliamo vedere Gesù! », ripetiamo anche noi oggi, insieme ai milioni e milioni di uomini e donne che dall’inizio della storia cristiana hanno cercato di conoscerlo più da vicino. « Il tuo volto Signore io cerco, di te ha sete l’anima mia, all’aurora ti cerco… » (Salmo 27): dovrebbe essere questa la nostra preghiera in questi ultimi quindici giorni di quaresima, per entrare nell’animo di Gesù, comprenderlo meglio, entrare nella sua intimità.
* Non sappiamo quale dialogo sia stato intessuto tra Gesù e questi greci, ma durante tutta la sua vita, Gesù non si è negato a nessuno, si è rivelato gradualmente ai suoi apostoli, alla gente e perfino ai suoi nemici; addirittura quando in catene, durante il processo, rivelerà fino in fondo la propria identità.
* Al centro della parola di Dio di quest’oggi c’è l’ »ora » di Gesù, che è il momento centrale della sua vita, a cui il vangelo di Giovanni fa riferimento più volte. La sua « ora » è il momento della decisione estrema: « Proprio per questo sono giunto », dice Gesù, e sa che la sua missione non potrà non avere questo epilogo. Ma ne ha anche paura e la sua anima ne è turbata: si tratta ormai di affrontare a viso aperto l’esperienza del sacrificio della croce.
* Quanto a noi, sappiamo che essere discepoli di Cristo significa accettare la logica del vangelo. Al termine della vita di Cristo ci fu la croce. Ma essa è già una realtà a ogni passo, come conseguenza della decisione di scegliere come unica proposta di vita la volontà di Dio.
* Per Gesù prendere la croce non vuol tanto dire mettersi nella prospettiva della mor-te, ma decidere di rimanere fedele, anche a costo di rimetterci ogni cosa, compresa la vita. È quindi segno di un amore senza misura, di una vita non persa ma realizzata.
* Come Cristo ha salvato il mondo con il suo apparente fallimento, giungendo al culmine della sua azione salvifica proprio nel momento della sua Pasqua, così anche per i discepoli, ogni volta che sopportano sofferenza e annientamento per non cedere al compromesso, per essere fedeli a Dio e al suo piano sul mondo, essi diventano causa di salvezza, manifestazione della potenza di Dio, che dona al mondo la vita per mezzo della loro morte.
* Quello della croce è diventato certo un discorso duro per le nostre comunità. Se ne parla con una certa rassegnazione e diventa un fatto incomprensibile, accettato spesso con cuore chiuso. È necessario quindi un vero cambiamento di mentalità, una conversione. La croce, infatti, come già si è detto, in quanto insieme di difficoltà e privazioni che sono conseguenza di scelte evangeliche, è un fatto positivo e salvifico, e rientra nella logica vincente di Dio.
* La via della croce, che era vista come una maledizione per l’uomo, un supplizio infamante, è motivo di onore e di gloria per il cristiano. Se mancasse questa componente della sua vita dovrebbe probabilmente dubitare della verità del suo amore e della sua fedeltà a Dio.
* La gioia, l’amore comunitario e una certa vitalità propria della vita evangelica possono far pensare che il cristiano sia chiamato a una vita di efficienza e non a quella mortificante della croce. C’è addirittura chi immagina che al cristiano quasi per un privilegio venga negata quella componente di vita dura a cui ogni uomo è costretto dalla natura. Essere dalla parte di Dio significa essere dalla parte vincente, ma non in modo automatico, e non sempre in questa vita.
I veri cristiani e l’inevitabilità della croce
Mamma Margherita abbandonò i suoi campi e seguì il figlio Giovanni Bosco a Torino, dove si prese cura dei poveri ragazzi dell’oratorio. Ma una sera, dopo che i ragazzi le avevano distrutto il piccolo l’orto che era riuscita a farsi in città, sussurrò al figlio: « Giovanni, sono stanca. Lasciami tornare ai Becchi. Lavoro dal mattino alla sera, sono una povera vecchia, e quei ragazzacci mi rovinano sempre tutto. Non ce la faccio proprio più ». Don Bosco guardò il volto di sua madre e sentì un nodo alla gola. Non trovò parole potenzialmente capaci di consolare quella povera madre stanca. Si limitò allora a fare un gesto: le indicò il crocifisso appeso alla parete e la santa mamma capì.
Risorgerò nel popolo
« Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno! »: così disse mons. Oscar Romero, vescovo di San Salvador, quando sentì che la sua vita era in grave pericolo. Il 24 marzo 1980 venne ucciso da un sicario mentre celebrava la messa feriale. La sua colpa è stata quella di essersi messo contro gli squadristi per difendere i poveri, di aver sfidato con la forza della fede i poteri forti.

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA:

11 MARZO 2018 – 4A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

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11 MARZO 2018 – 4A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

Per cominciare
Questa è la domenica « laetare », dall’antifona con la quale inizia la celebrazione eucaristica. L’invito è quello di rallegrarsi, di esultare e di gioire. E il motivo più grande di questa gioia è lo smisurato amore di Dio per l’umanità. Amore che tocca il culmine nella vita del Figlio di Dio, che per amore ha accettato di essere innalzato sulla croce.
La Parola di Dio
2 Cronache 36,14-16.19-23. La storia di Israele è attraversata dalle sue infedeltà, ma anche dal persistente perdono di Dio. Uno dei momenti più tragici della storia di questo popolo, a causa della rinuncia alla propria identità di popolo di Dio per darsi alla imitazione degli altri popoli, è stata la deportazione in Babilonia. Ma Dio suscita un re pagano, Ciro, re di Persia, che li riporta nella terra promessa.
Efesini 2,4-10. Paolo sottolinea nella lettera agli Efesini con grande insistenza i motivi profondi della nostra gioia. Esalta la bontà di Dio, la misericordia, la sua grazia che si manifesta nella salvezza realizzata per mezzo di Gesù. Dio ci ha amati e ci resi suoi figli, comunicandoci la sua vita divina.
Giovanni 3,14-21. Il vangelo propone una parte del dialogo che Gesù ha avuto con uno dei capi dei giudei, Nicodemo. Costui viene invitato a rinascere e a guardare alla salvezza che viene dalla croce di Gesù.
Riflettere…
o Il secondo libro delle Cronache racconta la più grande catastrofe vissuta dal popolo di Israele, dopo la schiavitù in Egitto: la deportazione in Babilonia. Un esilio umiliante e tragico per un popolo che pensava di avere sempre Dio dalla propria parte. A nulla erano servite le parole dei profeti: i sacerdoti e il popolo « moltiplicarono le loro infedeltà » e la conseguenza fu la perdita di tutto, delle proprie mura, del tempio, dei palazzi, delle case, della propria storia e cultura.
o Dio permette questa terribile prova. Ma la sua fedeltà non viene meno nemmeno questa volta: suscita Ciro, re di Persia, un pagano che si mette a disposizione di Dio. E tutto può ricominciare: il ritorno e la ricostruzione, la ripresa del dialogo con Dio.
o Il brano di vangelo presenta la parte centrale del dialogo che Gesù ha avuto con Nicodemo. Nicodemo è un notabile ebreo. Incuriosito dalle opere straordinarie compiute da Gesù, vuole parlare con lui. Riconosce che è un inviato di Dio e si reca da lui di notte. A Nicodemo Gesù non si nega, anzi gli rivela il piano d’amore di Dio sul mondo, che si sta realizzando nel Figlio.
o C’è chi ha scritto che questi versetti sono tra i più importanti di tutto il quarto vangelo. Qui infatti si trova « l’affermazione chiara e precisa dell’amore di Dio come causa vera, ultima e determinante della presenza del suo Figlio nel mondo » (Felipe Ramos).
o Giovanni lo ha scritto anche nella sua prima lettera: « In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1Gv 4,9-10).
o La croce è la più grande rivelazione dell’amore di Gesù, ma anche dell’amore del Padre, che accetta che il Figlio sia innalzato sulla croce perché « chiunque crede in lui abbia la vita eterna ».
o È questo riconoscimento, questa fede che illumina e salva. Chi crede così non conosce condanna. Ma c’è chi preferisce le tenebre alla luce, perché condizionato dalle sue scelte contro Dio.
Attualizzare
* Anche in questa quarta domenica di quaresima al centro della Parola di Dio c’è Gesù. Un Gesù che si rivela di domenica in domenica: nelle tentazioni, nella trasfigurazione, nel desiderio di purificare la vita religiosa del popolo. E oggi nel suo amore senza misura.
* È la domenica « laetare » e la liturgia ci rimanda alla fonte della nostra gioia, all’annuncio esplicito e profondo dell’amore di Dio. Dio ci ama, Dio ci ha tanto amati: sono le espressioni che ritornano più frequenti nelle tre letture. Al centro, l’espressione del vangelo che toglie il velo al progetto di Dio sull’umanità: Dio ci ha tanto amati da consegnare il suo Figlio unigenito.
* Come si manifesta, come ci coinvolge l’amore di Dio? All’inizio, prima del tempo, l’amore di Dio era per così dire chiuso all’interno delle tre persone della Trinità. Ma anche là, in qualche modo, noi eravamo presenti: « In lui (in Cristo) Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo », dice Paolo, « predestinandoci a essere per lui figli adottivi… » (Ef 1,4-5). « Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele… » (Ger 31,3).
aDio poi si è manifestato nel suo amore attraverso la sua creazione. È stato un manifestarsi libero, gratuito, creativo. Libero della libertà di Dio: ed è stato un manifestarsi per noi straordinario nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo.
* La creazione ci mostra a volte il suo volto ambivalente. C’è anche la sofferenza dovuta alla malvagità umana, e c’è la sofferenza intollerabile degli innocenti. Non tutto ci è chiaro nella pur incredibile magnificenza della creazione. C’è qualcosa che ci sfugge: Bisogna « lasciare a Dio di essere Dio » (Von Balthasar).
* Dio poi ha creato per amore l’uomo e lo ha fatto a sua immagine e somiglianza. L’uomo è davvero un pensiero d’amore di Dio rivestito di carne.
aPer questo l’amore è il fine ultimo della nostra vita, è ciò per cui siano stati creati ed è ciò che può farci pienamente felici.
* Tra Dio e l’uomo il rapporto d’amore non è pacifico e non è stato facile. Il suo amore, l’unico totalmente gratuito e disinteressato, non è sempre stato ricambiato dall’uomo. La storia della salvezza di ieri e di oggi è piena del racconto della infedeltà dell’uomo.
* La prima lettura ne è un esempio. La schiavitù di Babilonia é stata una conseguenza dell’infedeltà di Israele e nello stesso tempo il mezzo di cui Dio si è servito per recuperare l’amore del suo popolo.
* Un terzo grande momento in cui si è rivelato l’amore di Dio è l’incarnazione. Dio si è fatto uomo come noi. Per parlarci e coinvolgerci, ha scelto la strada più audace, attraversando i cieli, eliminando la distanza infinita che ci separa.
* Infine Dio ha scelto per amore la strada della croce, che, come si diceva, è insieme dimostrazione dell’amore infinito del Padre e del Figlio. La croce è in particolare la dimostrazione dell’amore senza limiti di Gesù, che ha scelto per sé il compito di indicarci la strada della salvezza. « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici » (Gv 15,13). È morto per noi, perché si rivelasse il suo amore in modo pieno e noi comprendessimo che l’amore è superamento di noi, è fedeltà, è scelta della strada stretta che porta a un supplemento di amore.
* La vita eterna, che è la vita divina in noi, e la salvezza eterna, dove consumeremo per sempre l’amore di Dio, si conquistano guardando la croce. « Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna » (Gv 3,14-15).
* Dice Gesù: « La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce » (Gv 3,19). È questa la storia dell’uomo sulla terra, la nostra storia personale, in cui fedeltà e infedeltà entrano in gioco. Chi opera il male rimane nelle tenebre, chi fa il bene diventa luminoso.
* L’amore di Dio si manifesta infine nella vita della chiesa. Siamo soliti sottolineare i limiti della chiesa-istituzione, gli intollerabili difetti dei cristiani, che diventano ostacolo alla fede. Ma la comunità cristiana, nella sua fedeltà quotidiana, soprattutto nella testimonianza dei suoi figli migliori, i santi, è una grande prova dello Spirito che l’ha fatta nascere e la sostiene. L’amore vissuto in ogni secolo da un numero grande di cristiani generosi è la prova più convincente dell’amore che ha dato vita al mondo. « L’amore esiste. È raro, ma esiste. Ed è l’unica prova dell’esistenza di Dio » (Jonesco)
* La quaresima è questo tempo di esercizio positivo per scoprire il significato della croce e per vivere nella luce. Alla nostra debolezza e incoerenza viene in soccorso l’esempio di Nicodemo, protagonista del vangelo. Invita Gesù di notte per non compromettersi, ma poi lo difende quando vogliono imprigionarlo senza un adeguato giudizio: «  »La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa? » (Gv 7,51). Durante il giudizio riesce a fare poco. Ma poi coraggiosamente ricupera il corpo di Gesù e gli dà sepoltura. La tradizione vuole che Pietro lo abbia poi battezzato e sia morto martire. È oggi nell’elenco dei santi. Un cammino di rinascita che è stato forse lento, ma è riuscito.
La testimonianza dei santi
Affermava il Card. Shuster, arcivescovo di Milano: « La gente, quando passa davanti alle chiese e ci vede, non si ferma, come se non avessimo nulla da insegnare, ossia come se non portassimo novità di vita, che vale la pena di abbracciare… Così pure, quando passa davanti ai nostri oratori, non si ferma, perché ha trovato posti più divertenti. Ma quando vede passare « un santo » si ferma per ammirarlo e invidiarlo, come un richiamo a un paradiso perduto ».

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA:

04 MARZO 2018 – 3A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

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04 MARZO 2018 – 3A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

Per cominciare
La Quaresima che stiamo vivendo ci chiama a una verifica in profondità su come viviamo l’alleanza con Dio, alleanza che è stato il momento centrale dei quarant’anni passati nel deserto dagli ebrei in fuga dall’Egitto. Ma siamo invitati anche a riflettere sulla genuinità dei nostri atti di culto. Proprio perché l’esteriorità dei gesti non si sostituisca all’atteggiamento del cuore e questi non rimangano dei puri gesti esteriori.
La Parola di Dio
Esodo 20,1-17. Il popolo d’Israele in marcia verso la terra promessa riceve la legge, che farà di un gruppo di nomadi il popolo di Dio; e di Dio, il Dio d’Israele. Il Decalogo è un codice di vita che tocca da vicino la vita personale e sociale di tutti. « Dieci parole » che rimangono sempre attuali in ogni epoca della storia.
1 Corinzi 1,22-25. Gli ebrei cercano i miracoli, la riuscita, il potere; i Greci si fidano solo della propria sapienza, della logica, della razionalità: noi cristiani teniamo fisso lo sguardo verso un Dio crocifisso, su Gesù, nostra norma di vita.
Giovanni 2,13-25. Un episodio singolare che Giovanni pone all’inizio della vita pubblica di Gesù. Un gesto clamoroso e profetico, per sottolineare che è Gesù il nuovo tempio e il cuore della nuova fede evangelica.

Riflettere…
o La parola di Dio quest’oggi ci presenta nella prima lettura il momento in cui Mosè consegna al popolo d’Israele in viaggio verso la terra promessa la legge, che sarà poi sintetizzata nel Decalogo. Un documento d’intesa che doveva regolare i rapporti di alleanza tra Iahvè e il suo popolo.
o Con questa legge Dio chiede al popolo d’Israele di avere verso lui una fede genuina (monoteistica); di avere rispetto per lui, per il suo nome (non tanto il nostro « non bestemmiare », cosa impensabile nel mondo ebraico); e poi di santificare il giorno del riposo di Dio, per dedicarlo a lui e alla sua gloria.
o La legge regola nella seconda parte il rapporto degli uomini tra di loro: verso il padre e la madre, verso ogni uomo; evitando ogni forma di violenza, la falsa testimonianza, una vita sessuale irregolare e sfrenata, la bramosia del possesso.
o La legge diventerà l’espressione culminante dell’alleanza tra Iahvè e il suo popolo. Sarà per loro motivo di orgoglio, ne diventeranno addirittura fanatici. Finendo quasi per idolatrarla, codificandola in gesti rituali obbliganti, schiavizzanti.
o I profeti interverranno per purificare questa osservanza puramente esteriore: Gioele: « Laceratevi il cuore e non le vesti… » (2,13); Isaia: « È forse questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? (58,5-7); Zaccaria: « Praticate una giustizia vera: abbiate amore e misericordia ciascuno verso il suo prossimo. Non frodate la vedova, l’orfano, il forestiero, il misero e nessuno nel cuore trami il male contro il proprio fratello » (7,9-10). Gesù molte volte, e Paolo, dovranno precisare l’ipocrisia di un certo tipo di osservanza della legge ritenuta per se stessa salvifica.
o Quanto all’episodio narrato dal vangelo, si tratta sicuramente di un fatto singolare, ci presenta un Gesù inedito. Perché Gesù è abitualmente calmo, anche nei momenti di maggior tensione. Sempre padrone di se stesso, equilibrato, non ama i gesti teatrali. Eppure questa volta si dà a un gesto clamoroso, violento, pubblico.
o Quello di Gesù è un gesto polemico verso i guardiani del tempio, che lo hanno trasformato in una specie di mercato. Gesù parla così perché è facile approfittare delle cose di Dio, per trarne vantaggi dal punto di vista economico o per il prestigio personale o sociale.
o Giovanni pone questo episodio all’inizio del suo vangelo come a dire che è questo l’obiettivo di tutta l’attività pastorale di Gesù: purificare la religiosità degli ebrei, soprattutto quella ufficiale, che con il tempo si era trasformata in varie forme di formalità e dipendenza.
o Gli altri evangelisti collocano l’episodio nell’ultima settimana della vita di Gesù. Fino a quel momento, Gesù non è mai stato « ufficialmente » a Gerusalemme. Nel loro racconto, l’episodio sarà determinante per condannarlo a morte, perché con questo gesto si presenta come un rivoluzionario sociale e rischia di creare spaccature profonde fra il popolo e l’autorità religiosa.
o Dice Gesù: « Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato! ». Parole che sono una chiara allusione a quelle del libro del profeta Zaccaria. Proprio nell’ultimo capitolo vi si legge: « Ecco, viene un giorno per il Signore… e in quel giorno non vi sarà neppure un mercante nella casa del Signore degli eserciti » (Zc 14,1.21). Gesù compie questo gesto come un oracolo profetico: egli è il Figlio che viene, nel giorno del Signore, nella casa del Padre suo.
o Se attorno al tempio era sorto un mercato in qualche misura inevitabile, anzi necessario al culto (le offerte al tempio andavano fatte unicamente con monete ebraiche, ed è chiaro che gli animali non si potevano portare con sé da lontano…), Gesù sente tutto lo stridore tra l’esigenza della preghiera e quell’urlare, quel mercanteggiare. Come vedere in quel baccano, nel suono delle monete, nel contrattare feroce le espressioni dell’alleanza? Gesù sapeva che il tempio si era trasformato in un « centro di magia, di superstizione e di oscuri interessi » (G. Ravasi).
o La pagina di Giovanni cita appunto il salmo 69, che al versetto 10 dice: « Mi divora lo zelo per la tua casa ». Un versetto che apre ad altre considerazioni importanti. Chi prega nel salmo è un giusto in difficoltà. Anche Gesù si sente chiamato a purificare il tempio a costo della sua vita. Sarà proprio questo zelo, questa pietà per il tempio che si rivolterà contro di lui. Gesù adempirà perfettamente le Scritture.
o Il tempio di Gerusalemme era la massima espressione della gloria del popolo di Israele, il centro di unità del paese, in qualche modo l’incarnazione di Iahvè. Nel vangelo di Giovanni, Gesù molte volte si troverà a Gerusalemme e svolgerà la sua attività nei dintorni del tempio, proprio per il significato simbolico che il tempio rappresentava per la religiosità dei Giudei.
o Ma Gesù con il suo gesto clamoroso intende richiamare alla sostanza del culto, e invita a vedere in lui il cuore della nuova religiosità. Tutto il complesso di riti e sacrifici, e la stessa alleanza, che aveva il suo centro nel tempio, ora la si trova nella persona di Gesù: è lui il vero tempio di Dio nel quale può avvenire l’incontro fra Dio l’uomo.
o Per questo Gesù sfida i Giudei parlando della risurrezione del suo corpo. Ma essi intendono quelle parole come un’offesa contro il tempio, e questa era considerata sacrilegio, offesa grave, punibile persino con la morte. Le oscure parole di Gesù spingono i Giudei a chiedergli prima un segno e poi una spiegazione. La costruzione del tempo di Gerusalemme era cominciata durante regno di Erode il Grande nell’anno 20-19 a.C. e si era conclusa nel 27 d.C., più o meno nel momento di questa controversia. Gesù parla del suo corpo, della sua risurrezione, ma queste dichiarazioni saranno capite a suo tempo soltanto dai suoi discepoli.
o Il brano termina con la dichiarazione che, vedendo i segni che Gesù compiva molti cominciarono a credere in lui. La stessa cosa è avvenuta dopo il miracolo delle nozze di Cana. Ma si dice anche che Gesù non si fidava di loro, perché li conosceva troppo bene. Tutto vangelo sarà caratterizzato da questo duplice atteggiamento nei confronti di Gesù: molti hanno verso di lui una fede iniziale, e nello stesso tempo ne prenderanno le distanze.

Attualizzare
* Una domanda sarebbe legittima: chi sono oggi i « mercanti del tempio »? Coloro verso cui Gesù prenderebbe la frusta? Si diceva in passato: i fabbricanti di armi, gli spacciatori di droga, camorristi e mafiosi, i violentatori di donne e bambini.
* È certo che Gesù avrebbe molto da dire a costoro. Ma sembra più corretto domandarci perché la chiesa propone a noi questo brano, a noi che facciamo già qualcosa di meglio di tanti altri che trascurano, per esempio, l’impegno di santificare la domenica andando a messa.
* Possiamo chiederci quale tipo di religiosità ci caratterizza, se siamo delle persone che si lasciano prendere il cuore, o se si danno ai riti per tradizione, senza metterci l’anima.
* Possiamo pensare alla religiosità popolare, a quella che circola nei grandi santuari. Una religiosità che rischia di trasformarsi in puro turismo religioso, o addirittura in una forma di superstizione.
* Certe forme di religiosità in cui i gesti esteriori sono sfacciatamente prevalenti, non si sa dove conducano. Alcune feste religiose paesane, in cui il trasporto di statue e di enormi carri e candelabri, il suono della banda e le chiacchiere di chi partecipa fanno pensare più a qualcosa di folcloristico, che di religioso; più esibizione di una certa forza muscolare di chi si misura orgoglioso con il peso della statua e del carro, che non a un atteggiamento di fede. Non si può non porre un grosso punto interrogativo su tutte queste forme esteriori di culto. Anche se molta gente semplice riesce probabilmente a trasformare anche queste forme di religiosità in gesti di fede e di sincera preghiera.
* Gesù afferma che non è più il tempio il luogo dell’incontro con Dio, non è più il tempio quella significativa « tenda del convegno » che permetteva il dialogo con Dio. « È finito il tempo in cui Dio sia assegnato a una residenza sacra, prigioniero delle pietre e delle mura degli uomini: Dio non abita dentro, ma fuori, libero, sulle strade del mondo » (L. Pozzoli).
* Come ha detto Gesù alla samaritana, ora Dio vuole che « i veri adoratori lo adorino in spirito e verità » (Gv 4,23). Ai sacrifici del passato, ai gesti di culto compiuti come per una tassa da pagare, c’è ora l’unico sacrificio di Cristo che si è offerto per noi sulla croce, ed è rimasto tra noi fino alla fine dei tempi nella cena eucaristica e nella comunità ecclesiale, fatta di fratelli da amare. « Voi siete il tempio di Dio », dice Paolo (1Cor 3,16).
* La pagina di vangelo si conclude amaramente con una frase un po’ oscura: Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti fino in fondo. Quanto stenta ad affermarsi la fede schietta attorno a Gesù! Fino all’ultimo gli starà vicina gente dalla fede piccola e incerta.
* Quanto alla prima lettura, è inevitabile in questo tempo di Quaresima, in cui tante volte siamo esortati a rendere la nostra religiosità meno esteriore e più personale, fare una riflessione anche su come viviamo i dieci comandamenti. Perché se la nostra fede quaresimale non è supportata dalla vita vissuta, i nostri atti di culto rischiano di diventare qualcosa di chiuso in se stesso, senza alcuna efficacia e senza rendere gloria a Dio.
* Gesù che ha preso talvolta distanza dalla legge, ne ha anche confermata la validità. Il Decalogo infatti è la legge di Dio scolpita dentro di noi, ed è per tutti un punto di riferimento fondamentale. Chi trascura uno dei comandamenti deve presumere di aver infranto l’alleanza con Dio e aver peccato. Ci si può illudere, a volte la coscienza stessa può essere mal formata, ma chi uccide, chi ruba, chi calunnia… può ben pensare di amare Dio: in realtà nel fondo del suo cuore compie delle scelte contro di lui.
* È inutile quindi fare quaresima in chiesa, se poi ci comportiamo da violenti e vendicativi, se abbandoniamo i nostri genitori nella loro vecchiaia, se viviamo di menzogna e di furbizie, se ci diamo a una vita sessuale disordinata e senza freni. Se non accettiamo alcune regola per la nostra vita e ci costruiamo una personalità dove per Dio non c’è posto. Se invece tutti ci lasciamo abitare dai comandamenti, vivremmo in una società profondamente diversa, costruiremmo il regno di Dio.
Un gesto profetico?
Un parroco di Rivarolo di Toscana era un tipo originale e un po’ « carismatico ». Evangelicamente esigente, era molto radicale, ma riusciva a farsi accettare dai suoi parrocchiani, che lo trovavano gradito ed efficace. Raccoglieva frutti. Ecco che un giorno lo si vide arrivare in chiesa con l’apparecchio televisivo e mandarlo in frantumi scagliandolo a terra li, davanti a tutti. E spiegava: « Così tutti avete visto che io non ho più il televisore… ».
In origine la chiesa
« All’inizio la chiesa era la casa. I gesti significativi non sono i riti, il sacrificio di animali, ma lo spezzare il pane. Niente di più semplice, di più quotidiano e coinvolgente. « Gesù non li manda a compiere un ministero religioso, a spargere benedizioni, a costruire templi, ad alzar statue, a fare processioni… li manda a realizzare la pace » (padre Ernesto Balducci).

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA

25 FEBBRAIO 2018 – 2A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

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25 FEBBRAIO 2018 – 2A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

Per cominciare
Quaresima: tempo forte di conversione, tempo di rinnovamento per rifarci gli occhi e il cuore. Dopo il rito delle ceneri e aver rivissuto la Quaresima di Gesù e la sua vittoria sulle tentazioni, oggi viviamo con Pietro, Giacomo e Giovanni l’esperienza della trasfigurazione, che anticipa la Pasqua.
La Parola di Dio
Genesi, 22,1-2.9a.10-13.15-18. Abramo, il generoso, il fedele a Dio, non gli nega neppure il figlio della promessa. Un episodio oscuro e tragico, che richiama il sacrificio del Figlio di Dio sulla croce.
Romani 8,31b-34. « Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? », dice Paolo. La bontà di Dio è senza misura, dal momento che per nostro amore ha consegnato il proprio Figlio nelle nostre mani.
Marco 9,2-10. Accanto a Gesù trasfigurato compaiono Mosè ed Elia, la legge e la profezia. È l’investitura solenne di Gesù, il messia promesso e atteso. Preceduta e seguita dalle parole di Gesù sulla sua passione e morte, la trasfigurazione è un’anticipazione della risurrezione per i tre apostoli presenti.

Riflettere…
o L’episodio della trasfigurazione è uno dei più attraenti della vita di Gesù e ha ispirato da sempre la fede dei cristiani. Lo si trova nei tre vangeli sinottici, ma anche in Pietro, che dice: « Egli ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: « Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento ». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte » (2Pt 1,17-18).
o Marco, che pure scrive il vangelo più breve, dà sulla trasfigurazione molti particolari. Dice che le vesti erano splendenti, bianchissime (« Nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche ». E riferisce le parole di Pietro: « Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia ». Precisando: « Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati ». Come si sa, molto probabilmente Marco riporta la predicazione di Pietro.
o Quello della trasfigurazione è un episodio ricco di significato proprio per il momento in cui avviene (è preceduta e seguita dagli annunzi della passione e morte di Gesù), per la presenza di testimoni qualificati dell’antico e del nuovo testamento (Mosè ed Elia), per il legame che ha con il battesimo di Gesù nel Giordano: anche là il Padre era intervenuto per rivelare l’identità di Gesù.
o Scrivendo questo episodio, Marco avrà pensato al capitolo 24 del libro dell’Esodo, quando Mosè salì sul monte per ricevere la legge nel contesto di una grande manifestazione di gloria.
o Ora Mosè è lì a testimoniare la grandezza di Gesù. Marco, ma anche Matteo e Luca, dicono che c’è anche Elia, ed è facile comprendere perché: nella tradizione ebraica si parla spesso di « Mosè e i profeti » ed Elia rappresentava « il profeta tra i profeti ». Messo anche lui al fianco di Gesù nel ruolo di testimone, indica che Gesù è superiore a Mosè e a tutti i profeti dell’antico testamento.
o Singolare in questo episodio la reazione di Pietro, che si rifà all’idea trionfalistica del messia. Pietro pare vedere in questo momento solenne finalmente l’occasione per superare un’idea riduttiva del regno di Dio. Di sperimentare forse anche la bontà della sua scelta di mettersi al seguito di un maestro che non cessava di spegnere gli animi di chi era sempre in attesa di qualcosa di straordinario.
o Il Padre conferma sostanzialmente le parole dette al momento del battesimo di Gesù: « Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo! ».
o Ma alla fine non rimane che Gesù nella sua semplicità di uomo: « Improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro ». Quasi a sottolineare che la trasfigurazione è una parentesi, e che la vita della chiesa deve continuare a seguire le orme di questo maestro normale.
o Gesù appare nella sua gloria proprio a Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre che saranno testimoni muti e indifferenti dell’abbattimento del Getsemani. La trasfigurazione sarebbe quindi destinata a sostenere la fede debole degli apostoli, che non riusciranno ad accettare la morte in croce del messia.
o Ma l’episodio è anche un’anticipazione della gloria della risurrezione, destinato a dare a Gesù e agli apostoli piena coscienza del senso finale della missione del messia. È questo il senso delle parole di Gesù: « Ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti ». Ma essi, è evidente, si chiedevano « che cosa volesse dire risorgere dai morti ».
o Nella prima lettura Abramo appare come l’uomo fedele a Dio fino in fondo, senza resistenze, disponibile addirittura a sacrificare Isacco, il figlio della promessa.
o I sacrifici umani erano normali in quel tempo, e con questo tragico episodio Iahvè intendeva affermare la propria riprovazione per questi macabri sacrifici.
o Non possiamo dimenticare che ciò che non ha subito Isacco, lo subirà Gesù. È questa la tradizione ecclesiale, che vede realizzarsi puntualmente nella passione e morte di Gesù quel sacrificio che ad Abramo è stato impedito di consumare.
o È inevitabile quindi collegare la prima lettura anche agli due brani della parola di Dio: Paolo sottolinea che « Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi » (Rm 8,32); mentre il vangelo, come dicevamo, è preceduto e seguito da due annunzi della sua passione.

Attualizzare
* Nella nostra vita, carica del peso dell’oscurità e della sofferenza, non mancano squarci di trasfigurazioni e di bellezza, nei quali Dio lo si incontra davvero, lo si sente a un passo da noi, se ne fa esperienza viva, immediata.
* Questi momenti di esperienza forte di Dio non sono un’illusione, dal momento che sono testimoniati praticamente da tutti i veri credenti. Diventano possibili soprattutto nei momenti di preghiera vera come per Gesù: « Gesù… salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante  » (Lc 9,28-29).
* Un sacerdote torinese, don Paolo Gariglio, fondatore di Radio Nichelino e di molte iniziative a vantaggio dei giovani, ha voluto invitare nel teatro della sua parrocchia tutti coloro che pensavano di aver incontrato Dio. Si sono ritrovati in trecento in un teatro gremito e molti hanno potuto raccontare la loro storia singolarissima, il loro incontro personale con Dio.
* « Dio si fa conoscere a coloro che lo cercano », dice Pascal. Ciò che noi dovremmo fare è creare le condizioni perché questa esperienza diventi possibile. Dio non si sperimenta nel trambusto, nel caos, nell’agitazione delle attività. Bisogna in qualche modo conquistarsi degli spazi in cui si possa fare silenzio, per entrare in noi stessi. « Volete conoscere Dio? Mettetevi in ginocchio » (Fulton Sheen).
* Anche noi che siamo qui, se non siamo venuti solo per una tradizione sociale, o per pura osservanza di un precetto religioso, lo siamo perché in qualche modo abbiamo conosciuto Dio.
* Dio si presenta a noi non tanto per un ragionamento intellettuale, ma attraverso un’esperienza vitale, un’intuizione di fondo irresistibile, che riconosce l’armonia dell’universo, che va oltre i dubbi e le brutture del mondo.
* Tutto il racconto della trasfigurazione ha nello sfondo la croce. La logica di Dio è diversa dalla logica degli uomini e la gloria passa attraverso il sacrifico. Questo è il progetto di Dio sulla vita di Gesù, ma anche sulla nostra vita. Senza croce, cioè senza affrontare la vita in modo che diventi obbedienza a Dio, non ci sarà trasfigurazione-risurrezione.
* La croce coinvolge anche noi, fa parte delle nostre esperienze di vita. Ma sono tanti i passi della parola di Dio che ci danno la certezza, che ? condividendo la vita e le scelte di Gesù ? condivideremo anche la sua gloria. « I giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro » (Mt 13,43), dice Gesù. E Paolo ricorda che « le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi » (Rm 8,18); e ancora: « Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria » (Col 3,4).
Dio può farsi vedere
« Dio nel suo amore, nella sua bontà verso gli uomini, nella sua potenza è giunto fino a concedere a coloro che lo amano il privilegio di vederlo. L’uomo con le sue sole forze non potrà mai vedere Dio. Ma se Dio lo vuole, può farsi vedere da chi vuole, quando vuole e come vuole. Come coloro che vedono la luce, sono nella luce e partecipano al suo splendore, così coloro che vedono Dio sono in Dio e partecipano al suo splendore. Lo splendore di Dio dona la vita: coloro che vedono Dio ricevono dunque la vita » (sant’Ireneo).
Dio esiste, io l’ho incontrato
André Frossard nacque in una famiglia dove nessuno si poneva il problema di Dio. Nessuno ne parlava. Il padre era deputato e primo segretario del partito comunista francese. Quando si trasferì a Parigi, André frequentò il liceo, ma l’andare a scuola lo interessava poco. Preferiva « tagliare » e frequentare giardini e piscine, possibilmente in compagnia di ragazzine. Finiti gli studi, il padre lo fece entrare nella redazione di un giornale della sera. Fu li che conobbe André Willemin, un giovane ottimista col quale strinse fraterna amicizia. Il lavoro di giornalista lo interessava poco. Non aveva ideali, né problemi esistenziali, delusioni o dubbi. Era un ateo tranquillo. Fu a questo punto che Dio gli tese un’imboscata. Un pomeriggio, stanco di attendere l’amico Willemin, per ingannare il tempo entrò in chiesa. Sopra l’altar maggiore vi era un ostensorio per l’adorazione perpetua. Fece in un istante un’esperienza che non riuscì a descrivere, ma che lo trasformò totalmente. Uscendo da quella chiesa insieme all’amico, era diventato definitivamente « cattolico ». Scriverà il libro della sua vita, il best-seller Dio esiste; io l’ho incontrato.

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA

18 FEBBRAIO 2018 – 1A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

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18 FEBBRAIO 2018 – 1A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

Per cominciare
Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo » è il messaggio di questa prima domenica di quaresima. Un messaggio che ci è stato consegnato già mercoledì scorso, quando il sacerdote ha posto sul nostro capo la cenere della penitenza, come segno visibile della nostra volontà di prendere sul serio questo periodo forte dell’anno liturgico.

La Parola di Dio
Genesi 9,8-15. Ci viene raccontata la fine del diluvio. Iahvè conferma l’alleanza con Noè e con l’umanità. Noè è come un nuovo Adamo: Dio gli promette che non distruggerà più l’umanità e pone nel cielo suggestiva l’ »icona » dell’arcobaleno.
1ª Pietro 3,18-22. Pietro ricorda che il battesimo è come un diluvio di purificazione e ci trasmette la salvezza di Cristo risorto. Come cristiani siamo scampati anche noi al diluvio. Ci presenta poi la glorificazione di Gesù, che ora siede alla destra di Dio, nella pienezza della sua sovranità.
Marco 1,12-15. Il vangelo presenta le tentazioni di Gesù, i quaranta giorni vissuti nella penitenza, prima di iniziare la vita pubblica. È la sua quaresima. Poi rinnovato e deciso inizia la sua predicazione.

Riflettere…
o Gesù si sottopone alla prova del deserto immediatamente dopo il suo battesimo, che lo ha proclamato Figlio di Dio e lo ha « intronizzato » ufficialmente agli occhi dei presenti come messia.
o Gesù è spinto dallo stesso Spirito che si è posato su di lui nel momento del battesimo, e inizia con quaranta giorni di penitenza e di duro deserto la sua vita pubblica. È anche il suo modo di vivere la propria identità messianica, il voler evitare sin dall’inizio ogni trionfalismo.
o Gesù, secondo il racconto di Marco, nel deserto viene tentato da Satana e vive in armonia con gli animali selvatici. È chiara nell’intenzione di chi scrive fare riferimento ad Adamo, il primo uomo uscito dalle mani di Dio. Gesù è l’Adamo definitivo, dopo che Dio ha riproposto inutilmente la sua alleanza con l’umanità attraverso Noè, Abramo e Mosè. Nella prima lettura si ricorda quella di Noè. Gesù riprende il progetto iniziale di Dio e dà alla storia la svolta che si attendeva il Creatore.
o Marco non presenta in dettaglio le tentazioni di Gesù, come fanno Matteo (4,1-11) e Luca (4,1-13). Gesù non viene nemmeno presentato come un « superuomo », ma come qualcuno da imitare nella normalità apparente di chi rifiuta di sottomettersi alle lusinghe del male.
o Il sottoporsi alla tentazione, sottolinea anche l’umanità di Gesù. Come scrive Paolo ai Filippesi: « Pur essendo nella condizione di Dio, Cristo non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini… » (2,6-8).
o Gesù lascia il deserto quando Giovanni Battista viene imprigionato, ma si mette sulla stessa scia, entrando senza paura nella mischia, nonostante i rischi legati alla sua missione, soprattutto da parte dei potenti del tempo.
o Un dottore della legge farà questo elogio di Gesù: « Maestro, sappiamo che tu sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno » (Mt 22,16-17). Questa schiettezza e libertà di parola Gesù la manifesterà anche nei confronti delle autorità e degli avversari, senza alcun complesso. Quando gli dicono che Erode ha intenzione di farlo uccidere, sembra raccogliere la sfida ed esclama: « Andate a dire a quella volpe… » (Lc 13,31). Erode non gli fa paura.
o Gesù evita la grande città e proclama la venuta del regno di Dio nella Galilea. Gesù conosce la sua gente sin da ragazzo. È stato anche lui una volta uno di questi artigiani che si avvicinano per ascoltarlo, e conosce molto bene le condizioni di vita di questa gente. Per questo le sue parole partono dalla vita e giungono al cuore. « Nelle sue parole c’è l’odore del sudore della vita » (Endo Shusaku).
o Gesù predica il regno di Dio. Che è qualcosa da costruire, un tempo di fraternità nuova, una società di pace e di diritti riconosciuti. Qualcosa dunque da annunciare, tenendo presenti i progetti di Dio sull’umanità.
o Gesù dirà del regno di Dio: « A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra » (Mc 4,30-32). Il regno di Dio è come un seme che un uomo getta sul terreno, « che germoglia e cresce, come, egli stesso non lo sa » (Mc 4,26-29).
o Il regno di Dio appartiene a un futuro ancora e sempre da costruire, ma che ci coinvolge nel presente. Infatti dipende dalla nostra volontà di conversione.
o L’impegno di conversione non va visto però soltanto negli aspetti faticosi e pesanti: non così lo presenta Gesù. Il regno di Dio che viene a noi, se è accolto come un dono inaspettato, diventa la « buona notizia » che ti cambia la vita e ti riempie di gioia.
o Gesù non è prima di tutto come lo ha dipinto Giovanni il Battista, un rigido riformatore, un fustigatore dei costumi, ma sin dall’inizio predica progetti pieni di novità, di gioia inattesa e di speranza.
Attualizzare
* Le letture invitano alla conversione, ad approfittare del « tempo compiuto » quaresimale per riscoprire la salvezza giunta a noi attraverso il battesimo e realizzare una vita cristiana più convinta e piena.
aIl diluvio è stato il grande battesimo dell’umanità, un battesimo di purificazione radicale. La conversione è la risposta personale ai doni di Dio, la risposta dell’uomo al desiderio di Dio di entrare in dialogo con l’umanità.
* La quaresima è tempo di deserto, di riflessione su di sé e sulla vita, tempo di silenzio. Un tempo abbastanza lungo per un cammino di conversione personale serio. La prima conversione a cui siamo chiamati è probabilmente quella di prendere sul serio questa quaresima.
* Dalla prova dei quaranta giorni del diluvio nasce con Noè la nuova umanità, un’alleanza nuova con Dio. Anche noi potremo uscire da questa quaresima diversi. Viviamo in tempi messianici, lo sposo è già venuto: è il momento che aspettavamo, è il momento giusto per noi.
* Gesù, prima di farsi travolgere dalla vita pubblica, ha vissuto quaranta giorni di prove e privazioni nel deserto. Quaranta giorni pieni di simboli: da quelli di Noè, ai giorni di Elia verso il monte di Dio, a quelli di Giona (« Quaranta giorni e Ninive sarà distrutta »). Il numero quaranta fa riferimento anche ai quaranta giorni di Mosè sul Tabor per ricevere i dettati della Legge, e anche ai quarant’anni di marcia nel deserto degli ebrei verso la terra promessa.
* Tutti siamo chiamati alla conversione. Probabilmente gli ebrei al tempo di Gesù hanno colto con stupore e sorpresa l’invito di Gesù alla conversione. Secondo le loro convinzioni secolari, erano i pagani che avrebbero dovuto convertirsi, non la stirpe eletta, il popolo dell’alleanza.
* Soprattutto i capi religiosi hanno colto tutta la rottura che veniva a rappresentare l’invito di Gesù. Eppure loro più di altri avevano bisogno di cambiare il cuore. Loro più di altri faranno fatica a farsi piccoli per il regno, a entrare seriamente in un atteggiamento di disponibilità. Gesù stesso ha trovato meno difficoltà a « convertire » i peccatori pubblici e incalliti, che a indirizzare i « giusti » del suo tempo verso una mentalità più evangelica.
* Sarà forse anche il nostro caso, di noi che ci troviamo a messa e ci riteniamo tutto sommato cristiani praticanti e migliori di altri, ma che a volte facciamo perfino fatica a dare a Dio il momento della messa della domenica, giorno della risurrezione del Signore.
* A molti le parola quaresima richiama momenti di penitenza e di riti speciali. In realtà si tratta soprattutto di cambiare l’orientamento di fondo della nostra vita, modificare il nostro modo di riflettere sulle cose. È ciò che esprime la parola metànoia (« conversione »), che in greco significa « cambiare la mente », il proprio punto di vista, cambiare il cuore. Oppure la parola ebraica shûb, un verbo molto usato nella Bibbia, che significa « volgersi, tornare, ritornare », tipico di chi ha sbagliato strada, e deve fare un’inversione a « u » per ritrovare il proprio sentiero.
aCambiare cuore, ritrovare il sentiero, ma come manifestare poi la vita ritrovata? Tradizionalmente tre sono gli orientamenti che i cristiani assumono nel tempo della quaresima per raggiungere e manifestare la propria volontà di conversione: il deserto (penitenza, digiuno, silenzio), la preghiera, la carità.
* Deserto. Papa Luciani (il papa dei 33 giorni) ricordava un facchino di Milano che dormiva tranquillo non distante dai binari, nonostante il gran rumore dei treni, e del via vai continuo di gente. Diceva papa Luciani: « C’è bisogno ogni tanto di riposare, di rifarsi per tornare al proprio lavoro, che è monotono, stressante e faticoso ».
* Quanto al digiuno, non proprio popolare nel nostro tempo, a meno che non si tratti di diete per dimagrire o per salvarsi da una malattia, il documento dei vescovi italiani « Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza » (1994) afferma che appartengono da sempre alla vita della chiesa, e rispondono al bisogno del cristiano di conversione. Ma rientrano anche in quelle forme di comportamento religioso che sono soggette alla mutazione dei tempi. Le attuali trasformazioni sociali e culturali rendono problematici, se non addirittura anacronistici e superati, usi e abitudini fino a ieri da tutti accettati. Diventa allora necessario ripensarli.
* La proposta tradizionale è di privarsi o di moderarsi non solo del cibo, ma anche di tutto ciò che può essere di qualche ostacolo alla vita spirituale, alla meditazione, alla preghiera e alla disponibilità al servizio del prossimo.
* Il nostro tempo è caratterizzato dallo spreco, da una corsa sfrenata verso spese voluttuarie, e, insieme, da diffuse e gravi forme di povertà, o addirittura di miseria. In questo contesto, ogni persona è sollecitata ad assumere uno stile di vita improntato a una maggiore sobrietà e talvolta anche ad austerità, che inducano a gesti generosi.
* Quanto alla Preghiera, essa funziona e ci cambia il cuore, e arriva lontano, anche dove noi non ci aspetteremmo. André Frossard, autore del libro Dio esiste, io l’ho incontrato, racconta come avvenne la sua conversione. Alle cinque del pomeriggio entra in una chiesa, stanco di aspettare un amico che ritardava. Entra in chiesa, dove c’erano delle suore che pregavano davanti a Gesù eucaristico esposto. « Forse quelle sorelle parlavano di me al Signore, senza conoscermi », scrisse.
* Infine la Carità. Madre Teresa entra in una capanna buia e sporca. Chiede all’ammalato: « Posso pulirla? ». « Io sto bene così », risponde quell’uomo. In un angolo vede una grossa lampada abbandonata, piena di polvere. « Non l’accendete mai questa lampada? ». « E per chi? Sono anni che nessuno viene a trovarmi ». « E se venissimo noi, accendereste la lampada? ». Egli non disse no e le suore andarono. Tre anni dopo le suore dicono a Madre Teresa: « Quell’uomo ci ha detto che da quel giorno la lampada è sempre stata accesa
Il senso del digiuno
« Ecco come tu dovrai praticare il digiuno: durante il giorno di digiuno tu mangerai solo pane e acqua; poi calcolerai quanto avresti speso per il tuo cibo durante quel giorno e tu offrirai questo denaro a una vedova, a un orfano o a un povero; così tu ti priverai di qualche cosa affinché il tuo sacrificio serva a qualcuno per saziarsi. Egli pregherà per te il Signore. Se tu digiunerai in questo modo, il tuo sacrificio sarà gradito a Dio » (il Pastore d’Erma).
« Noi vi prescriviamo il digiuno, ricordandovi non solo la necessità dell’astinenza, ma anche le opere di misericordia. In questo modo, ciò che voi avrete risparmiato sulle spese ordinarie si trasforma in alimento per i poveri » (san Leone Magno).

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA

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