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12 NOVEMBRE 2017 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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12 NOVEMBRE 2017 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Oggi la parola di Dio ci invita alla vigilanza e all’attesa del Signore che viene attraverso una parabola suggestiva, che ha tutto il sapore dell’ambiente palestinese. A due settimane dalla fine dell’anno liturgico, dopo il ricordo dei santi e la commemorazione dei defunti, ci viene proposto ancora il tema dell’aldilà, ma anche quello della sapienza, che ci rende pronti ad attendere l’incontro con il Signore.

La parola di Dio
Sapienza 6,12-16. In questa prima lettura, tratta dalla letteratura ebraica, si fa l’elogio della sapienza. Essa va ricercata in ogni momento e in ogni luogo, nella propria casa e per le strade. La sapienza si fa trovare da chi la cerca e la ama.
1 Tessalonicesi 4,13-18. Ai Tessalonicesi, in vivace attesa della fine dei tempi, Paolo dice parole di conforto e di speranza. Nella sicurezza che, come è risorto Gesù, un giorno tutti risorgeranno.
Matteo 25,1-13. Il contesto della parabola che ci viene presentata è quello dell’attesa gioiosa dell’incontro con il Signore Gesù, che viene come per una festa di nozze. Ma il comportamento delle vergini stolte ci dice che il quadro può assumere delle tonalità meno positive. La mancanza di vigilanza può portare all’esclusione dall’incontro con lo Sposo.

Riflettere
Cominciamo a sgombrare il campo dalle numerose incongruenze della parabola. Perché gli elementi di stranezza sono tanti. Prima di tutto la sventatezza di queste cinque ragazze che non portano con sé olio a sufficienza. Ma è lo sposo che tarda così tanto ad arrivare che esse finiscono per addormentarsi e quindi di consumare tutto l’olio.
Inoltre, c’è da chiedersi perché lo sposo sia così duro con loro, dal momento che è proprio lui a metterle in difficoltà giungendo in ritardo. Tanto più che le ragazze stolte sono addirittura andate di corsa a comprare altro olio in piena notte.
C’è infine uno strano clima poco collaborativo tra le ragazze, un’assenza di comprensione da parte dello sposo, un’atmosfera di rigidità e di durezza generale poco comprensibile.
La parabola delle dieci ragazze, cinque stolte e cinque sapienti, in realtà Matteo la vede come il simbolo della chiesa apostolica, passata forse troppo presto dall’entusiasmo alla stanchezza per l’attesa della seconda venuta di Gesù. In un primo tempo pensata come imminente (cf Paolo ai Tessalonicesi), poi rimandata ad altro tempo.
Il contesto della parabola è quello di una festa di nozze, un simbolismo molto presente sia nell’antico testamento che nelle parole di Gesù. Così è il regno di Dio, che è spesso profetizzato come un grandioso banchetto a cui sono chiamati tutti i popoli e che va atteso e preparato senza stancarsi, senza addormentarsi, ma con mente vigile e con amore.
Se non c’è attesa di Dio, afferma la parabola, se manca questo riferimento alla conclusione della nostra vita e al rendiconto che l’aspetta, allora tutto perde il suo spessore, la sua importanza, tutto diventa banale e si svilisce. Così come capita del resto a ogni nostra attività, se non si conclude con un guadagno, una promozione, un riconoscimento…
Siamo consapevoli di tutto ciò: per questo i cristiani non sono impegnati in modo qualunque. Sanno che a mezzanotte arriverà lo sposo e vogliono che li trovi svegli e impegnati. Sanno che dovranno rendergli conto della loro vita e intendono vivere a occhi aperti, vigilanti, dando a Dio l’attenzione che merita.
Per Dio si veglia, si fa l’alba: « O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia… Nel mio letto di te mi ricordo, e penso a te nelle veglie notturne » (Salmo 63).
San Giovanni Crisostomo dice che la nostra vita è come una rappresentazione teatrale. Ciascuno recita la sua parte, alla fine dello spettacolo ci si libera poi delle maschere e restiamo quello che siamo.
« Manca la sposa in questa parabola », dice una bambina. E la catechista: « La sposa sei tu! ». Sì, la sposa c’è, ed la chiesa, siamo noi, ciascuno di noi. Gesù usa questa parabola per farci comprendere la tonalità alta del suo amore per ciascuno di noi.

Attualizzare
Siamo quasi alla fine dell’anno liturgico. Dopo la solennità dei santi e la commemorazione dei defunti, nelle letture ritornano i temi del termine della vita, l’attesa del Signore, la fine del mondo.
Sono temi di fondo, che noi rimuoviamo volentieri, anche se la cronaca di ogni giorno ce li presenta a volte in modo drammatico.
Di fronte al termine della vita Paolo dice parole di conforto: « Non possiamo essere tristi come gli altri che non hanno speranza » (1Ts 4,13).
Dice san Vincenzo de’ Paoli: « La grazia della perseveranza è la più importante di tutte. È essa che corona tutte le altre grazie e la morte che ci trova con le armi in mano è la più gloriosa e la più desiderabile ».
La parola di Dio ci invita alla vigilanza. La parabola è il simbolo della vita, che è attesa di una festa straordinaria, ma noi preferiamo addormentarci, presi dalla stanchezza, dal sonno, dall’indifferenza.
La nostra vita è normalmente vissuta nell’attesa: del matrimonio, dei figli, di un viaggio, della pensione… Attesa di cose più banali: di una vincita alla lotteria, di una persona che desideriamo o non desideriamo incontrare, di una telefonata che non arriva…
Madre Teresa racconta che sua madre Drane, sempre in attività durante tutto il giorno, quando arrivava la sera metteva a posto la sua persona e si sedeva tranquilla, in attesa del ritorno dal lavoro del marito. « Voglio che mi trovi così », diceva. « Pronta a riceverlo ».
Le cinque ragazze stolte e superficiali sono così simili nel loro comportamento a tanti giovani d’oggi, incapaci di prendere le cose sul serio, di responsabilizzarsi, di costruirsi un futuro. Giovani che preferiscono dormire in una quotidianità piena di colore, ma anche di provvisorietà e di incognite.
Le cinque ragazze, infatti, nell’attesa si addormentano. Sono il simbolo di una società che vive nell’incoscienza, nella quotidianità piatta e sazia, soddisfatta di ciò che già ha, che non si fa domande, che non attende nulla.
Ma in qualche modo qualcuno dovrebbe fare arrivare a loro il messaggio di non dormire sul presente. Che quella che abbiamo è l’unica vita a nostra disposizione ed è un’occasione unica e irripetibile.
Il risentimento che fa chiudere le porte allo sposo, che gli fa dire « Non vi conosco », è quello dell’amante deluso, di chi non si sente atteso, cercato; di chi percepisce che l’amore si è spento, come le loro lampade.
Abbiamo l’agenda piena di impegni, ma tanti non ci curano dell’appuntamento più importante. Si dice che l’uomo d’oggi è un viaggiatore molto preoccupato: delle valigie, del posto comodo, dei compagni di viaggio… ma non della destinazione.
Ed è giusto domandarci dove ci porta il nostro continuo agitarci, se il nostro progresso e le mille invenzioni che ci rendono facile la vita ci rendono davvero più umani.
Fin qui la percezione ? così diffusa, istintiva ? di doverci immedesimare con le cinque ragazze stolte. Ma non è detto che sia così. Noi che ci troviamo a messa quest’oggi possiamo pensare ? perché no? ? di essere le vergini prudenti. Noi che ogni domenica facciamo i nostri calcoli e alla fine decidiamo di lasciare altri impegni per venire in chiesa a celebrare l’eucaristia e alimentare in questo modo la fiaccola della nostra vita a quella della comunità.
Nella celebrazione dell’eucaristia, nell’incontro con lo sposo, perdiamo la paura, l’inquietudine di chi è sempre timoroso di come andrà a finire. Perché la nostra fede, ce lo assicura la parola di Paolo che abbiamo letto, ci dice che tutto andrà bene, che se manteniamo accese le nostre lampade entreremo nel regno di Dio e ci sentiremo chiamare per nome ? « Maria! » ? come è avvenuto a lei il mattino di Pasqua.

Perseveranza
« Quando la freschezza del mattino
ha ceduto alla stanchezza della sera,
quando i muscoli delle gambe tremano per lo sforzo,
quando la salita sembra interminabile
e all’improvviso nulla va più come speravi:
è allora che non devi assolutamente fermarti »
(Dag Hammarskjöld).

05 NOVEMBRE 2017 | 31A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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05 NOVEMBRE 2017 | 31A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Questa domenica è dedicata a fare l’esame di coscienza ai capi religiosi, a tutti quelli che occupano posti di responsabilità e di comando nella comunità cristiana. Essi, che sono chiamati a fare da ponte tra l’uomo e Dio, con la loro condotta possono oscurane il vero volto.

La parola di Dio
Malachia 1,14b?2,2b.8-10. Il profeta Malachia si rivolge ai sacerdoti e ai leviti, come a coloro che sono posti in autorità nella comunità, condannando il loro perbenismo, il culto vuoto, l’indifferenza morale
Tessalonicesi 2,7b-9.13. Paolo ci presenta il modello del vero pastore: è lui stesso, è la sua vita: spinto dall’amore, zelante, uomo di Dio e accolto come tale dai Tessalonicesi.
Matteo 23,1-12. Un durissimo attacco di Gesù nei confronti dei farisei e dei maestri della legge. Essi sono incoerenti, finti, rituali. E li invita a guardare all’autorità come servizio.

Riflettere
« I maestri della legge e i farisei hanno l’incarico di spiegare la legge di Mosè », dice Gesù. « Fate quel che dicono, ubbidite ai loro insegnamenti, ma non imitate il loro modo di agire: perché essi insegnano, ma poi non mettono in pratica quel che insegnano ».
L’accusa pesantissima viene rivolta da Gesù agli scribi e ai farisei all’interno del tempio santo di Gerusalemme. Essi che sono esperti della sacra scrittura e della legge, la interpretano a loro favore. Sono avidi di potere, vanitosi, complicati, pieni di cavilli giuridici e religiosi.
Si presentano come uomini integerrimi, intransigenti, ma sono esibizionisti, danno peso alle esteriorità, vogliono occupare posti di prestigio ed essere riveriti.
Gesù contesta il loro servizio:
- per il legalismo e l’esteriorità del loro culto;
- per la loro incoerenza e doppiezza: mettono sulle spalle degli altri dei pesi impossibili, ma da parte loro non vogliono muoverli neppure con un dito;
- per la loro ostentazione e il bigottismo: « Tutto quel che fanno è per farsi vedere dalla gente ».
Altrove Matteo, che scrive per la chiesa delle origini, contesta altri limiti riferibili agli apostoli: la mancanza di fede, la mancanza di coraggio.
Se vogliamo completare il quadro, riferendoci ai pastori dei nostri giorni, potremmo aggiungere difetti più comuni e tuttavia poco graditi ai fedeli: l’avarizia, la durezza, l’insensibilità…
Naturalmente la storia del popolo eletto presenta anche esempi di pastori zelanti, di uomini e donne che hanno messo la loro vita a servizio del popolo. Gesù si rivolge soprattutto a quei capi religiosi che conosce più da vicino, che stanno esercitando l’autorità mettendola al loro servizio e non della gente. E Matteo, che scrive pensando alla chiesa del suo tempo, mette in guarda coloro che nella chiesa occupano posti di comando.

Attualizzare
Mi piace pensare che la scelta di questo brano da parte dei liturgisti non sia dettata dal voler parlare dei farisei di ieri, ma di quelli di casa nostra, di quelli di oggi, che vivono nella nostra chiesa.
Una chiesa che è affidata a uomini in carne ed ossa e che ha quindi sempre un buon motivo per convertirsi. Diceva nella sua umiltà san Vincenzo de’ Paoli: « Se avessi conosciuto la sublimità di questa condizione, avrei preferito lavorare la terra, piuttosto che impegnarmi in uno stato così terribile. Più divento vecchio, più mi confermo in questi sentimenti, scoprendo ogni giorno di più quanto io sia lontano dalla perfezione in cui dovrei essere ». E Luisa de Marillac: « Le superiore o quelle che hanno posti di responsabilità devono considerarsi « suore serventi », come gli animali da soma, essere i muli della comunità ». Ma questi sono i grandi santi, dalle grandi coerenze antiche.
Gesù non è stato tenero con i farisei e i dottori della legge. Ma così facendo ha manifestato nei loro confronti un atteggiamento di profondo amore. Non è raro che per paura, per servilismo o per disprezzo, non ci si cura di correggere chi è in autorità. Mentre Gesù coraggiosamente smaschera la loro ipocrisia, la loro vanità, i loro interessi.
Correggere fraternamente chi è in autorità è una cosa difficile. Ma chi potrebbe farlo si assume una grande responsabilità a tacere, proprio perché per la posizione che occupano, si trovano nelle condizioni di creare più guai.
Nella storia della chiesa non mancano esempi clamorosi di chi ha preferito sbattere la porta e andarsene. Giovanni Calvino confidava a un amico: « Volendo stare in pace con quelli che nella chiesa rivendicano un posto di preminenza e pretendono essere colonne della fede, avrei dovuto rinunciare alla verità. Ho preferito affrontare tutti i pericoli del mondo piuttosto che cedere a un ricatto così odioso ». E ha scelto di abbandonare la barca della chiesa, portandosi dietro una buona fetta di credenti.
Naturalmente tutto è più facile se chi è in posizioni di comando si dimostra disponibile alla correzione e non alza steccati, trincerandosi in castelli inaccessibili. Filippo di Spagna diceva di san Carlo Borromeo: « Purché siano santi come lui e poi non ci dispiace che ci richiamino all’ordine… ».
Quando però non ci si sente di correggere fraternamente chi ci è superiore, è un po’ meschino sparlare di loro, criticarli negativamente, contribuire ? come diceva don Milani ? a creare il vuoto attorno a loro. Non così ha fatto Gesù, che proprio in forza della sua schiettezza ha preparato la sua condanna.
Se Gesù tornasse da noi oggi, troverebbe una situazione del tutto nuova? Forse. In ogni caso, di fronte ai nostri difetti penso che ci richiamerebbe con minor veemenza. Ma anche oggi, almeno in qualcuno, quanto desiderio di apparenza, abiti e ruoli che separano, quanto desiderio di onorificenze.
Ma per non infierire unicamente contro il clero, penso che si potrebbe estendere la riflessione a chiunque nella nostra società si trova in autorità (politici, genitori, insegnanti, funzionari pubblici…): tutti dobbiamo sentirci al servizio della crescita nella libertà di tutti. È triste avere a volte la sensazione di essere schiacciati da chi esercita un ruolo che per sua natura è a servizio degli altri. Benedetto XVI: « I veri maestri e i maestri di cristianesimo non opprimono la liberta altrui in nome della propria autorità ».
Ma anche in famiglia, dove nessuno dovrebbe prevaricare o tiranneggiare gli altri. È noto ciò che diceva il grande generale greco e capo di stato Alcibiade, che un giorno ha dovuto ammettere: « Il mio figlioletto dev’essere davvero molto potente, se comanda a sua madre, la quale comanda a me, che comando a tutti i cittadini di Atene ».

Essere coerenti
« Quando i pagani sentono le parole del Vangelo, rimangono ammirati e desiderosi di imitarle, ma quando vedono che non siamo coerenti con l’insegnamento del maestro divino, ci dicono che siamo bugiardi » (Tertulliano).

Saper condividere
« Sapevo che non ero degno di esser chiamato all’episcopato… Donami, Signore, di saper condividere in fondo al cuore l’afflizione di coloro che si pentono… Ogni volta che si tratta del peccato di qualcuno che è caduto, possa io piuttosto compatire! Invece che dilungarmi con orgoglio in violenti rimproveri, possa piuttosto gemere e piangere in tal modo che piangendo l’altro, anch’io pianga me stesso » (sant’Ambrogio).

La chiesa siamo tutti noi
Alla beata Madre Teresa – disse papa Benedetto nel suo viaggio in Germania – fu richiesto una volta di dire quale fosse, secondo lei, la prima cosa da cambiare nella chiesa. La sua risposta fu: « Lei e io! ». Questo piccolo episodio ci rende evidenti due cose: da un lato, che la chiesa non sono soltanto gli altri: la gerarchia, il papa e i vescovi, ma chiesa siamo tutti noi, i battezzati.

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

1 NOVEMBRE 2017 | TUTTI I SANTI – T. ORDINARIO – A | OMELIA

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1 NOVEMBRE 2017 | TUTTI I SANTI -| OMELIA

Per cominciare
Oggi siamo invitati a festeggiare il numero sterminato di cristiani di cui la chiesa riconosce la « santità » e la propone all’imitazione di tutti i fedeli. Essi rappresentano il trionfo di Dio, dei suoi progetti su persone come noi che hanno raggiunto la maturità della fede e la salvezza. Tra di essi ricordiamo anche alcuni che abbiamo conosciuto, che ci sono cari e vivono già l’esperienza di far parte del mondo di Dio.

La parola di Dio
Apocalisse 7,2-4.9-14. Il brano dell’Apocalisse ci presenta la grandiosa processione della moltitudine immensa dei salvati. Essi, in piedi, lodano Dio. Sono passati attraverso il martirio e hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello.
1 Giovanni 3,1-3. Siamo figli di Dio sin d’ora, dice Giovanni, e quello che ci attende è qualcosa di straordinario. Le parole dell’apostolo alimentano la nostra speranza: saremo simili a Dio e lo vedremo così come egli è.
Matteo 5,1-12a. L’evangelista Matteo ci presenta le beatitudini di Gesù: un modo di vivere e di raggiungere la felicità alternativi, che vanno al cuore del vangelo: povertà, mitezza, misericordia, purezza di cuore…

Riflettere
L’Apocalisse (la prima lettura) parla di 144.000 segnati da ogni tribù dei figli d’Israele (il numero è simbolico: 12 x 12 x 1000 = tantissimi). Sono i cristiani della prima ora, fedeli fino al martirio. Poi presenta una moltitudine immensa che nessuno può contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua… Sono i salvati, i santi che sono lì davanti all’Agnello, avvolti in bianche vesti.
Festeggiamo oggi la santità della chiesa: un numero sterminato di persone, una varietà di tipi altrettanto straordinaria! Nel dizionario dei santi benedettini si trovano 7.000 nomi. Un autore (un certo O’Hanlon) avrebbe scritto la vita di 3.000 santi irlandesi. Il calendario romano attuale fa memoria di qualche centinaio di santi, ma già soltanto i più recenti, quelli proclamati dagli ultimi due papi, sono quasi 500.
Tra i santi ci sono teenager come Maria Goretti (11 anni), Laura Vicuña (13) e Domenico Savio (15). Ma anche molti anziani, per esempio San Gilberto (100 anni) e Maria Maddalena di Postel (90 anni).
Santi che sono vissuti nelle condizioni di vita le più varie. Naturalmente ci sono papi e vescovi, preti, religiosi e suore, ma santa Maria Francesca e santa Zita erano domestiche, sant’Isidoro un contadino, santa Germana una pastorella. Piergiorgio Frassati era un giovane studente universitario, l’eroica mamma Gianna Beretta Molla era medico chirurgo; medico della carità a Napoli è stato Giuseppe Moscati. Qualcuno ha passato tutta la vita in convento, altri sono stati scrittori, predicatori, professori, missionari, funzionari civili ed ecclesiastici, imperatori, re e regine… Il 13 luglio è la festa dell’imperatore sant’Enrico. Luigi IX, re di Francia, muore di peste in esilio, dopo aver condotto l’ottava crociata e cercando di convertire i musulmani.
Oggi ricordiamo anche i santi della nostra famiglia. Santi sconosciuti al mondo, ma conosciuti da Dio. Abbiamo avuto la fortuna, la grazia di conoscerli, di godere della loro presenza, del loro amore. Possiamo pregarli.

Attualizzare
Questa festa è l’invito a guardare al paradiso, al destino che attende ogni cristiano fedele alla propria vocazione. Ad attendere l’incontro con il Signore. Una poesia di Adriana Zarri dice: « Arriveremo con i piedi sporchi e ce li laverai, come facesti con gli apostoli… », come per indicare la fatica della nostra purificazione e l’attesa di un incontro speciale.
Questa festa ci invita soprattutto a dire di sì alla vita, con entusiasmo e coraggio, perché è adesso che ci giochiamo l’eternità. Ad amare quindi il momento in cui viviamo e a essere persone capaci di incarnare le beatitudini, di riscriverle nella lingua e nella cultura odierna, di mostrare che cosa opera oggi il vangelo quando una persona lo accoglie davvero.
Perché i santi furono persone ben incarnate tra la gente del loro tempo. Anche noi: per annunciare il vangelo, per farci capire, per usare il linguaggio giusto, per entrare nella lunghezza d’onda di chi ci sta vicino… dobbiamo sentirci parte del nostro ambiente di vita, capire che questo è il nostro campo di azione, dove ci giochiamo la nostra santità e l’aldilà.
Mons. Sandro Maggiolini dice: « Non si parla mai di chi è contento di vivere o almeno accetta la vita com’è, di chi paga le tasse e coltiva l’orto, e fa una passeggiata nei campi; di chi fa una vita buona tutti i giorni e osserva le regole, la santità feriale, quella di tutti i giorni, paragonabile a chi guida l’auto e osserva i limiti di velocità e non finisce sui giornali ».
Ancora mons. Maggiolini: « Vale di più un sacrista sorridente che un vescovo con il broncio ». A comportarsi così c’è più gusto, in ogni caso alla fine l’armonia è più grande, si vive meglio.
Siamo tutti chiamati alla santità. Siamo già figli di Dio, ma ciò che questo vuol dire lo scopriremo pienamente solo un giorno. Dobbiamo imparare a riconoscere e a realizzare la nostra vocazione. Abbiamo una sola vita, la dobbiamo giocare nel modo migliore. Un prete ricorda che una signora dopo la messa gli ha voluto parlare e gli ha detto: « Sono una pensionata, ho una casa e tutto ciò che mi occorre e anche di più. Desidero fare qualcosa di speciale prima di morire: mi insegni a fare un’adozione a distanza. Voglio aiutare un bambino che fa fatica a vivere ».
Voglia di eternità
« Non dico che meritiamo un aldilà, né che la logica ce lo dimostri, dico che ne abbiamo bisogno, lo meritiamo o no, e basta. Dico che ciò che passa non mi soddisfa, che ho sete d’eternità, e che senza questa tutto mi è indifferente. Senza di essa non c’è più gioia di vivere… È troppo facile affermare: « bisogna vivere, bisogna accontentarsi di questa vita ». E quelli che non se ne accontentano? » (Miguel de Unamuno).
Guardando i santi impariamo a volare
C’era una volta un contadino che andò nella foresta vicina a casa sua per catturare un uccello da tenere prigioniero. Riuscì a prendere un aquilotto. Lo mise nel pollaio insieme alle galline e lo nutrì a granturco e becchime, incurante del fatto che l’aquila fosse la regina di tutti gli uccelli. Dopo cinque anni, quest’uomo ricevette a casa sua la visita di un naturalista. Mentre passeggiavano per il giardino, il naturalista disse: « Quell’uccello non è una gallina. È un’aquila ». « È vero », rispose il contadino, « è un’aquila. Ma io l’ho allevata come una gallina, e ora non è più un’aquila. È diventata una gallina come le altre, nonostante le ali larghe quasi tre metri ». « No », obiettò il naturalista. « È e sarà sempre un’aquila. Perché ha un cuore d’aquila, un cuore che un giorno la farà volare verso le vette ».
« No, no », insistette il contadino, « è diventata una gallina e non volerà mai come un’aquila ». Allora decisero di fare una prova. Il naturalista prese l’animale, lo sollevò ben in alto e sfidandolo gli disse: « Dimostra che sei davvero un’aquila, dimostra che appartieni al cielo e non alla terra, apri le tue ali e vola! ». L’aquila, appollaiata sul braccio teso del naturalista, si guardava distrattamente intorno. Vide le galline là, in basso, intente a razzolare dei chicchi. E saltò vicino a loro. Il contadino commentò: « Te l’avevo detto, è diventata una semplice gallina! ». « No », insistette di nuovo il naturalista. « È un’aquila. E un’aquila sarà sempre un’aquila. Proviamo di nuovo domani ». Il giorno dopo, il naturalista e il contadino si alzarono molto presto. Presero l’aquila, la portarono fuori città, lontano dalle case degli uomini, in cima a una montagna. Il sole nascente dorava i picchi delle montagne. Con un gesto deciso, il naturalista sollevò verso l’alto il rapace e gli ordinò: « Dimostra che sei un’aquila, dimostra che appartieni al cielo e non alla terra, apri le tue ali e vola! ». L’aquila si guardò intorno. All’improvviso comparve nel cielo un’aquila con le ali distese che puntava nella direzione del sole. In quel momento, lei apri le sue ali potenti, gracchiò con il tipico kau-kaii delle aquile e si alzò, sovrana, al di sopra di se stessa. Iniziò a volare, a volare sempre più in alto, fino a congiungersi con l’altra aquila.

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

29 OTTOBRE 2017 | 30A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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29 OTTOBRE 2017 | 30A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Un fariseo, dottore della legge, interroga Gesù. La sua domanda non è sincera, ma Gesù non si rifiuta e risponde trasmettendo il messaggio centrale della legge, che è quello dell’unico comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.

La parola di Dio
Esodo 22,20-26. Nella legge ebraica troviamo queste norme a difesa dei forestieri, degli orfani, delle vedove, dei poveri. Gesti di amore e di carità che hanno già il sapore del vangelo.
1 Tessalonicesi 1,5c-10. Paolo fa l’elogio della comunità di Tessalonica, che si comporta in maniera esemplare, secondo gli insegnamenti e l’esempio di vita che ha dato lo stesso apostolo.
Matteo 22,34-40. Ancora un altro tentativo di mettere alla prova Gesù da parte dei farisei e dei dottori della legge. È la loro ultima manovra, che offre però a Gesù di esprimere il suo pensiero a proposito del cuore della legge e del vangelo.

Riflettere
Nel brano di vangelo letto in questa domenica Gesù celebra nel modo più alto l’amore di Dio, che è il vertice di ogni spiritualità. Afferma che deve essere amato « con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente ». Cioè con tutto l’essere. Egli è la fonte del nostro esistere.
Ma c’è anche l’esaltazione dell’amore del prossimo: Dio e l’uomo vengono associati: sono due facce della stessa medaglia, uno rimanda all’altro.
L’episodio è centrale ed riportato dai tre evangelisti sinottici, ma non allo stesso modo. Luca lo inserisce nel viaggio verso Gerusalemme, fuori da ogni controversia e serve a introdurre la parabola del buon samaritano. In Marco il contesto è simile a quello di Matteo, ma è assente la polemica. Lo scriba loda Gesù: « Hai detto bene, maestro », e Gesù a sua volta gli dice: « Non sei lontano dal regno di Dio » (Mc 12, 32-34).
Qui invece interrogano Gesù per metterlo alla prova, dato che ha chiuso la bocca ai sadducei (cf il vangelo di domenica scorsa). « Maestro, nella legge, qual è il grande comandamento? ».
La domanda è raffinata, peccato che sia animata da rancore. I rabbini, maestri della legge, maniacali nel trasformare in centinaia di precetti la legge di Mosè, probabilmente si interrogavano davvero su quale fosse il « grande comandamento », cioè la disposizione più importante tra quelle che essi stessi nella storia si erano date
Ricordiamo che essi avevano raccolto la legge in 613 comandamenti: 365 proibizioni (una ogni giorno dell’anno) e 248 precetti (tanti quanti, secondo loro, erano le ossa umane).
La risposta di Gesù è inequivocabile, splendida, semplice. « Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti ».
Gesù dà valore anche in questo caso alla legge di Mosè. E presenta un atteggiamento filiale che lui osserverà per tutta la vita, in tutte le circostanze.
A noi questo amare « con tutto il cuore » fa problema, almeno praticamente. Amare con tutto il cuore ricorda che è un impegno che presuppone un oggi e un domani. Che domani sarà possibile amare Dio più di oggi. Sappiamo anzi che dal nostro amore di oggi dipende anche l’intensità del nostro amore di domani. Dice Ranher: « Il nostro è vero amore oggi, solo se si protende per diventare più di quanto è oggi, se è amore che si mette in viaggio, se si apre al domani ».
Sappiamo poi che concretamente questo amore lo si vive soprattutto « lasciandoci amare da Dio ». Ma questo è un altro discorso.
Gesù aggiunge: « Il secondo comandamento poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso ». Un precetto conosciuto anche nell’antico testamento, come abbiamo appena letto nel libro dell’Esodo. Dove si dice di avere cura e attenzione per i forestieri, le vedove e gli orfani, per i più indigenti. Dio si fa vendicatore nei confronti di chi opprime e maltratta, perché « chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero lo onora » (Pr 14,31).
Ma sarà tra i cristiani della nuova comunità nata dalla Pasqua che il precetto dell’amore diventerà pienamente centrale. E diventerà la caratteristica di un’infinità di santi. In tempi recenti basti nominare Madre Teresa e Giovanni XXIII. Ma gli esempi di vita sono tantissimi, con sfumature incredibili, una fioritura di episodi di eroica generosità. È del resto l’atteggiamento di ogni cristiano quando si converte davvero e incontra in qualche modo Dio.

Attualizzare
Se chiedessimo a qualcuno qual è il comandamento più importante, molti probabilmente risponderebbero: non rubare, non bestemmiare, saltare la messa di domenica, tradire la moglie o il marito…
Molti sarebbero anche oggi colti di sorpresa dalla parola di Gesù. Anche se l’amore è certamente la parola più gettonata nella comunità cristiana, nella predicazione, nella catechesi, tra i bambini e tra gli adulti. Una parola forse abusata, che non sempre ha riscontro nella vita.
Accanto ai santi, infatti, non è difficile vedere tra i cristiani i guerrafondai, gli usurai, i colonizzatori, i furbastri dell’economia, i razzisti, i violenti, i vendicatori, quelli che vedono sempre nell’altro un nemico.
E se vai a scavare a fondo, ti accorgi che gli stessi hanno forse anche di Dio un’idea sbagliata e non timbrata dall’amore, ma dalla discriminazione, dalla divisione, dalla separazione: un Dio rigorista e inflessibile, sempre pronto a punire e a condannare.
La risposta di Gesù non lascia dubbi sulla centralità dell’amore e i due precetti « simili », che di fatto sono messi sullo stesso piano, nelle sue parole sono destinati a segnare il ritmo della vita di ogni vero discepolo, ne danno la prospettiva dalla quale va guardata tutta la legge.
Un amore che è risposta all’amore di Dio che ci ama per primo. Amore per il fratello che verifica l’amore per Dio. Lo afferma l’evangelista Giovanni: « Se uno dice: « Io amo Dio » e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello » (1Gv 4,20-21); « Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (4,7-8);
Come dicevamo, è stato prescritto anche qualcosa del genere già nell’antica legge. Lo abbiamo appena ascoltato: « Non molesterai, né opprimerai il forestiero, non maltratterai la vedova o l’orfano… » (Es 22,20). Già a quel tempo l’attenzione a queste categorie di persone non la si praticava per puro spirito umanitario ? che sarebbe già un fatto notevole per quel tempo. Ma lo si doveva fare perché così voleva Dio, perché « l’ira di Iahvè si sarebbe accesa e avrebbe fatto morire di spada » chi non avesse fatto in questo modo, dal momento che « Dio ascolta chi grida verso di lui, essendo pietoso » (Es 22,20-26).
Per l’ebreo però l’amore non si estendeva a tutti indistintamente. Se era prescritto questo sentimento di apertura in alcune situazioni, l’amore veniva per lo più inteso nel cerchio dei propri connazionali, nel proprio clan, nella famiglia.
Il cristiano invece ama il prossimo non perché è della stessa sua tribù, del proprio gruppo famigliare (il racconto di Luca lo precisa: nella sua parabola chi ama davvero è un samaritano, un nemico). Tanto meno ama solo quelli che gli sono simpatici o che la pensano come lui.
Ci amiamo perché siamo creature di Dio e perché Dio ci ama. Dobbiamo amarci perché siamo tutti figli di Dio in Gesù, fratelli tra di noi nella fede.
L’amore dell’uomo inoltre per noi cristiani nasce dall’amore di Dio: è per questo che può diventare grande, eroico, senza misura. Un amore per Dio così fedele e appassionato, da renderci simili a lui e che ci porta a vivere la misericordia verso l’uomo.
È proprio questo brano di vangelo che ci fa capire quanto sia falsa l’idea che la fede in Dio diminuisce l’uomo e il suo impegno nel mondo. C’è chi pensa che chi guarda al cielo è un alienato e non gli interessa più ciò che capita attorno a sé. C’è chi ha scritto che affinché Dio sia tutto, l’uomo deve diventare nulla (Feuerbach, Nietzsche, Sartre).
Gesù risponde con la sua vita a questa visione delle cose. Salendo al cielo è rimasto tra noi incarnato nel volto di ogni uomo, che per noi oggi è in qualche modo « sacramento di Dio ». Questo ci dice oggi con la sua parola: amare Dio e amare l’uomo sono un unico precetto, sono « il » comandamento, la legge della nostra vita. Nessuna gelosia da parte di Dio, nessun antagonismo.
Invece potremmo riflettere a lungo dove può condurre un impegno per l’uomo che non sia animato e orientato dalla fede in Dio. Quante deviazioni e quante velleità si sono concretizzate nella nostra storia e nella storia a volte tragica degli ultimi secoli.
Senza Dio siamo troppo poveri. La carità inventiva di Madre Teresa
Madre Teresa. A lei, i teorici della carità posero una montagna di obiezioni e mossero critiche. L’accusarono su giornali e pamphlet di sfruttare le sofferenze dei poveri, di rifiutare le soluzioni scientifiche e politiche ai mali dell’India. Di essere colpevole di non spendere le molte offerte che le pervenivano per costruire ospedali moderni e ben attrezzati. Mentre lei, convinta di dover usare mezzi poveri per poter servire i poveri, si metteva all’opera ogni giorno tra i più bisognosi, chiedendo alle sue suore di mantenersi povere, servendosi semplicemente della loro voce, delle loro mani, delle risorse disponibili per servire e assistere i più poveri. « Per capire i poveri ed essere accettate dai poveri, noi dobbiamo vivere come i poveri », diceva a loro. Non teorizzava Madre Teresa, ma era tenacissima quando capiva che una soluzione poteva funzionare davvero per i suoi poveri. Spendeva parole solo per ricordare a se stessa e agli altri di « pregare ». Diceva: « Pregando, Dio mi mette il suo amore nel cuore e così posso amare i poveri. Senza Dio siamo troppo poveri per aiutare i poveri ».

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

22 OTTOBRE 2017 | 29A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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22 OTTOBRE 2017 | 29A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Gesù viene posto di fronte a una questione squisitamente politica. Ma anche questa volta il Figlio di Dio non si lascia coinvolgere ed entra nel cuore della questione: si devono riconoscere i diritti di Dio sia nella politica che nell’economia e in ogni altro settore della vita personale e pubblica.

La parola di Dio
Isaia 45,1.4-6. Ciro, re di Persia, diventa uno strumento di Dio per riedificare Israele. La storia della salvezza è nelle mani di Dio, che si serve degli strumenti più utili, anche di una persona lontana dalla fede.
1 Tessalonicesi 1,1-5b. La lettera ai Tessalonicesi, che iniziamo a leggere oggi, è il più antico documento della chiesa delle origini. Paolo l’ha scritta a Corinto nell’anno 51. Aveva incontrato gli abitanti di Tessalonica durante il suo secondo viaggio e si era rivolto dapprima alla fiorente comunità giudaica, che però gli fece una feroce opposizione (At 17,1-10). Questo lo spingerà a rivolgersi ai pagani.
Matteo 22, 15-21. I farisei, esasperati dal racconto delle parabole sferzanti di Gesù nei confronti delle autorità ebraiche, gli tendono una trappola perché si comprometta davanti al potere politico. Ma Gesù li costringe a uscire dall’ipocrisia e a riconoscere i diritti di Dio.

Riflettere
Il brano di vangelo che ci viene proposto oggi occupa un posto di rilievo nel racconto degli evangelisti. È presente non solo in Matteo, ma anche in Marco (12,13-17) e in Luca (20,20-26).
Il vangelo di questa domenica è preceduto da tre parabole che mettono in evidenza l’atteggiamento negativo dei farisei nei confronti di Gesù: gli invitati scortesi, i vignaioli omicidi e quella dei due figli, di cui uno dice di sì, ma poi non obbedisce.
Con le sue parabole, Gesù ha esasperato i farisei e i maestri della legge. Per questo, dice Luca, « Si misero a spiarlo e mandarono informatori, che si fingessero persone giuste, per coglierlo in fallo nel parlare e poi consegnarlo all’autorità e al potere del governatore » (20,20).
I farisei praticamente passano al contrattacco. Gli presentano questioni spinose, cercano in questo caso, di portarlo sul terreno della politica. Gesù poteva fare un passo falso e offrire il pretesto per accusarlo davanti alle autorità.
La risposta data da Gesù ai farisei e agli erodiani è famosa e viene usata spesso quasi fosse un proverbio. Della frase si è persa la saggezza evangelica, facendo dire a Gesù parole di sola furbizia umana. Invece fanno riferimento al primato di Dio su ogni azione dell’uomo.
I farisei fanno spesso brutta figura nel vangelo. Sappiamo da altre fonti che molti di loro erano invece persone rispettabili e osservanti. Possiamo immaginare però quale disorientamento ha portato nella loro vita il comportamento libero di Gesù.
In questa circostanza attaccano Gesù e per essere più forti si fanno accompagnare dagli erodiani. Pongono a Gesù una questione cruciale, il pagamento delle tasse agli invasori romani; e la testimonianza degli erodiani poteva diventare importante nel caso di un’accusa, perché essi erano vicini a Erode, che governava in pieno accordo con i Romani.
La questione era questa. Ogni ebreo ? dai ragazzi di una dozzina d’anni ai 65 anni ? uomini, donne e gli stessi schiavi, dovevano pagare ai Romani un denaro d’argento a testa (la paga quotidiana di un lavoratore). Ma questo pagamento determinava il riconoscimento dell’autorità di Cesare, che avveniva in un contesto tale per cui ? così sostenevano soprattutto gli zeloti ? l’accettarlo poteva apparire idolatria, e si opponeva direttamente al primo comandamento della legge.
Nella risposta di Gesù troviamo l’unico suo pronunciamento su una questione politica. Su queste questioni Gesù si è sempre comportato con assoluta indifferenza. Ha pagato la tassa per sé e per Pietro (Mt 17,24-27); non ha voluto farsi proclamare re, dopo la moltiplicazione dei pani (Gv 6,15); non ha voluto lasciarsi coinvolgere in questioni di eredità (Lc 12,13-14). Eppure agli occhi delle autorità appare più pericoloso di qualsiasi agitatore politico.
La risposta di Gesù è un misto di ironia e di logica stretta. Gesù li costringe subito a porsi di fronte a quella moneta che ad essi ripugnava. Nella moneta c’era infatti l’immagine dell’imperatore e la scritta Tiberius Caesar Divi Augusti Filius Augustus Pontifex Maximus. Per un vero ebreo questo era intollerabile. I farisei non erano d’accordo con i romani, ma erano anche contrari a qualsiasi movimento di ribellione contro Roma. Essi riponevano la loro fiducia in Iahvè, che aveva il potere di liberarli come aveva fatto in passato.
Gesù non cade dunque nel tranello di presentarsi come ribelle a Roma e dice: « Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare ». E l’atmosfera si fa pesante. Lo era già sin dall’inizio, a dire il vero. Quel loro presentarsi servile e astuto (« Sappiamo che sei veritiero… Tu non hai soggezione di alcuno… ») era ripugnante. E Gesù non si era sottratto alla schiettezza che gli avevano riconosciuta, e aveva risposto senza alcun timore alla loro doppiezza: « Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? ».
La risposta di Gesù però va oltre e aggiunge: « Ma rendete a Dio quello che è di Dio ». Ed è questa l’originalità di ciò che lui afferma.
La prima parte poteva apparire una risposta dettata da realismo, dalla saggezza, forse anche dalla furbizia, la seconda parte allarga gli orizzonti, perché non c’è nulla che si sottragga veramente a Dio, nemmeno la politica.
In questo senso fa parte della signoria di Dio sul mondo e sulla storia la vicenda di Ciro, a cui fa riferimento la prima lettura, tratta dal secondo Isaia: Dio sceglie Ciro, il suo eletto ? un uomo che non conosce il vero Dio ? e lo rende strumento di salvezza: lo chiama ad abbattere davanti a lui le nazioni, e questo per amore di Israele.
La risposta di Gesù in realtà più che accettazione dell’autorità di Cesare, suonava dunque così: « Non lasciatevi sottomettere da nessun Cesare di questo mondo. Non rassegnatevi alla logica del mondo, ma trovate la vera libertà in Dio, signore del mondo ».
Gesù insegna a rispettare e a valorizzare il servizio politico, purché esso rispetti e realizzi le esigenze di Dio. Perché davanti a qualsiasi aberrazione e abuso di potere, anche democratico, i cristiani testimoniano e promuovono i diritti di Dio. È questo il significato vero e rivoluzionario della frase di Gesù.

Attualizzare
Chiesa e politica: il tema è spesso in prima pagina e di altissimo interesse. Alcuni pensano che la chiesa non dovrebbe parlare di politica, che lo fa troppo, che ciò che dice a volte le si ritorce contro. Ma in ogni epoca storica gli uomini di chiesa si sono espressi sui temi scottanti del loro tempo.
Un solo esempio. Nel 1845 Louis Rendu, vescovo di Annecy – dove c’era il più grande cotonificio dello stato savoiardo-piemontese – denunciò presso Carlo Alberto la condizione disumana degli operai-bambini, proprio mentre il Congresso degli scienziati italiani – tutti grandi capitalisti – affermava che « il lavoro infantile nelle officine e nelle fabbriche era assolutamente necessario per reggere la concorrenza straniera ».
Molto più recentemente tutti ricordiamo gli interventi contro la guerra in Iraq di Giovanni Paolo II, tra un coro di consensi.
Che direbbe Gesù della questione? Il brano di vangelo di questa domenica si direbbe che capiti a proposito. Perché a Gesù viene posta una questione squisitamente politica: pagare o non pagare il tributo a Cesare? Come dicevamo, la risposta di Gesù ai farisei e agli erodiani è famosa, anche se viene usata non di frequente a proposito e a sproposito.
Gesù costringe i farisei a porsi di fronte a quell’odiata moneta su cui è scolpita l’immagine dell’imperatore e il riconoscimento che Tiberio è Divus e Pontifex Maximus. Gesù sa bene che farisei ed erodiani nei confronti dei romani sono a disagio, ma non cercano lo scontro.
Gesù però non cade nel loro tranello: « Date a Cesare quel che è di Cesare », dice. « e a Dio quel che è di Dio ». Risposta che al di là di ogni furbizia o realismo, chiede di allargare gli orizzonti. Perché non c’è nulla che si sottragga veramente a Dio, nemmeno la questione del pagare o non pagare le tasse a Cesare.
Gesù non chiede un’accettazione supina all’autorità romana, anzi, invita a non lasciarsi accalappiare e a non sottomettersi in modo passivo a nessun Cesare di questo mondo. « Non rassegnatevi a certe logiche », dice Gesù. « Trovate invece la vera libertà nella fedeltà a Dio, signore del mondo ».
In ogni tempo la fede, quando si incarna e viene vissuta, si fa visibile, trasforma l’ambiente e la società, diventa fermento, lievito di storia, si fa « politica ». Questo dovrebbero ricordare i laici cristiani, che oggi guardano con diffidenza alla politica, e la lasciano a uomini di altre ambizioni, e magari a qualche vescovo.

Intervistare Gesù
Qualcuno chiede a Beppe Severgnini, nella sua rubrica « Italians Magazine » del supplemento al Corriere della Sera: « Se potessi intervistare un grande personaggio del passato, chi sarebbe e di che cosa vorresti parlare? ». Risposta: « Gesù. Vorrei conoscere il Suo conciso giudizio sugli ultimi duemila anni ».

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

15 OTTOBRE 2017 | 28A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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15 OTTOBRE 2017 | 28A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Dio invita gli uomini a una grande festa ed essi paradossalmente rifiutano. Questo comportamento, che è stato storicamente quello degli israeliti, apre la porta a tanti altri che vengono invitati al loro posto. Dio estende il suo invito a tutti gli uomini, di fatto alla comunità cristiana, invitata per ultima, a cui Gesù affida il suo regno.

La parola di Dio
Isaia 25,6-10a. Sul monte Sion il Signore invita a un banchetto grandioso a cui sono invitati tutti i popoli. Ma non è solo l’invito a una festa, bensì a una vita totalmente salvata, in cui verrà asciugata ogni lacrima e cancellata ogni miseria umana.
Filippesi 4,12-14.19-20. Paolo ringrazia per l’aiuto materiale che gli abitanti di Filippi hanno voluto dargli. Dice grazie, ma nello stesso tempo afferma di essere ormai abituato ad affrontare un po’ tutto nella sua vita di missionario, sia i momenti più confortevoli che quelli più difficili.
Matteo 22,1-14. Ancora una parabola sul rifiuto degli ebrei ad accogliere gli inviti di Dio. Un rifiuto che questa volta suscita una dura reazione da parte del re, che amareggiato, estende il suo invito a ogni genere di persone, a chiunque vorrà accettarlo.

Riflettere

L’esperienza del banchetto, del pranzo condiviso, è una delle più comuni per il popolo ebraico. Ogni grande festa era accompagnata da sacrifici « pacifici », in cui si condivideva il pranzo e c’era allegria per tutti. Il mangiare insieme in festa era addirittura il simbolo del regno messianico, di un tempo di benessere, di grande fraternità, di rapporti radicalmente nuovi.
C’è un bel legame tra la prima lettura (l’apocalisse di Isaia, V secolo) e il vangelo. Le immagini di Isaia sono efficaci, fresche: parlano del banchetto messianico in un quadro di convivialità, gioia, abbondanza. Una situazione di benessere, ma soprattutto di un nuovo rapporto con il Signore, di una nuova conoscenza di lui (strapperà il velo), di una gioia e un destino oltre ogni limite (eliminerà la morte per sempre).
Anche per Gesù il banchetto rappresenta qualcosa di speciale. Lo considera il simbolo della vita futura definitiva. « Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi », dice (Lc 13,29).
Nella sua vita pubblica Gesù partecipa a tantissimi banchetti. A Cana, con la madre e gli apostoli, a casa di Zaccheo e di Simone il lebbroso (con la presenza fuori programma della peccatrice), a casa di Marta e di Maria. Inizia con un banchetto anche la chiamata di Levi, il pubblicano. È durante un pasto che si rivela a Emmaus e ancora durante un pasto decide di lasciare la più bella memoria di sé nel pane e nel vino.
Alcune delle parabole di Gesù hanno come sfondo un banchetto. Così quella che ci viene proposta questa domenica, in cui un re, avendo preparato un grande banchetto per le nozze del figlio, manda i servi a chiamare gli invitati, che però rifiutano. Alcuni lo fanno perché hanno altri impegni (il lavoro dei campi, i propri affari…), ma altri reagiscono con la violenza all’invito: maltrattano i servi e li uccidono.
La reazione del re è durissima: si sdegna e mette a ferro e fuoco la città. L’evangelista Luca che racconta la stessa parabola, non parla di questo particolare, e dice semplicemente: « Nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena » (14,24). Del resto in Luca la parabola ha altre varianti ancora rispetto a Matteo: chi chiama è un uomo qualunque, non un re. Gli inviti vengono fatti una sola volta, e al loro rifiuto, il padrone pieno di sdegno invita quanti più può a partecipare al banchetto: poveri, storpi, ciechi e zoppi. E soprattutto non c’è vendetta nei confronti di chi non accetta l’invito.
Matteo invece usa un linguaggio profetico, diretto e duro: il re « fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città » (22,7). Più degli altri evangelisti Matteo ha il senso della drammaticità della chiamata, del giudizio di Dio sugli atteggiamenti concreti che gli uomini, ebrei e cristiani, assumono nei confronti della proposta evangelica.
Matteo si è legato alla storia d’Israele, ha voluto dire di più, ricordando probabilmente l’incendio di Gerusalemme del 70 d.C.
A proposito degli aspetti più drammatici del racconto di Matteo, della reazione durissima del re, c’è anche chi dice che la parabola, oltre ad avere una finalità teologica, ne avrebbe una pedagogica. Matteo usa quelle similitudini come farebbe una madre, che sgrida il figlio che esce di casa e gli dice di stare attento alle macchine per non essere investito. Però la mamma glielo dice proprio perché non vuole che questo avvenga.
L’evangelista Matteo ha un altro particolare che non compare nel racconto di Luca: tra gli ultimi invitati, buoni e cattivi, c’è uno che non ha indossato l’abito nuziale. Anche in questo caso la reazione del re è severissima: quell’uomo viene legato mani e piedi e gettato fuori nelle tenebre (cf Mt 22,13).
In realtà l’invitato, presentandosi in quel modo, era presente alla festa, ma senza parteciparvi davvero. Matteo aggiunge questo particolare (qualcuno scrive che si potrebbe trattare anche di due parabole accostate) in riferimento alla comunità cristiana delle origini, nella quale qualcuno poteva trovarsi come per caso, non ben motivato, magari per secondi fini.

Attualizzare
La parabola di Gesù, al di là degli aspetti più crudi riportati da Matteo, parla di una grandiosa festa di nozze, di un re che ha cercato di fare l’impossibile per rendere le nozze del figlio memorabili.
Evidentemente il re è Dio, il creatore, che ha profuso nel mondo meraviglie incredibili e chiama alla festa della vita.
Moravia e Nietzsche hanno scritto che i cristiani si annoiano e sono noiosi. « Dovrebbero farci sentire altri canti », dice Nietzsche; e Moravia: « La religione è noiosa. Nelle chiese la gente si annoia ». Ma le parole di Gesù ci dicono che dobbiamo pensare al regno di Dio come a qualcosa di gioioso, a una splendida festa senza fine.
Molti potrebbero testimoniare di aver accolto l’invito di Cristo nella loro vita proprio per essere stati affascinati dalla bellezza, dalla gioia e dalla pienezza di vita che proviene dalla proposta cristiana.
Il succo della parabola è l’intenzione di Dio di chiamare tutti, indistintamente, alla festa per le nozze del figlio. La scelta universale nella parabola appare conseguenza del rifiuto degli ebrei, ma in realtà Dio offre a tutti la sua salvezza. A qualcuno può non piacere, ma di fronte alla salvezza siamo tutti uguali, senza categorie, senza posizioni privilegiate.
Si tratta anche di una chiamata urgente, unica, irripetibile, che esige prontezza: non vuoi venire tu? Chiamo un altro. Dio non forza la mano. Non manda le guardie a portarci l’invito o a costringerci a entrare.
Naturalmente il banchetto a cui Dio chiama non è la messa. È la chiamata alla vita cristiana, alla vita di fede, all’impegno di trasformare il mondo per mezzo dell’amore, del vangelo.
La partecipazione a questo banchetto esige la veste della conversione. Bisogna cambiare vita per vivere nella chiesa e trasformare il mondo.
Invece quello che non indossa l’abito nuziale è uno che si trova tra i salvati per caso, che vive tra i cristiani senza sentirsi a casa sua, che chiede magari i sacramenti e le benedizioni, ma non porta nel cuore una fede personale che lo riscalda veramente. Troppo comodo, però, immaginarsi nella comunità, pensarsi cristiano perché battezzato, senza condividerne gli ideali, senza rinunciare al proprio modo sbagliato di vivere.
Pensiamo al caso limite dei grandi camorristi o dei mafiosi: tutte persone battezzate, che nei loro covi incollano le immaginette di padre Pio e della Madonna, ma non hanno scrupoli a tiranneggiare la gente e a usare violenze di ogni tipo.
Ma il fatto che l’invito sia rivolto a ogni genere di persone ci fa capire che qualunque sia il passato di un uomo ? il nostro passato ? è sempre possibile entrare al banchetto di nozze, diventare costruttori di un mondo nuovo.
Ritornando alla prima parte della parabola e attualizzandone al massimo il significato, possiamo affermare che il Signore oggi chiama al suo banchetto concretamente nella chiesa, nella vita della chiesa. E possiamo chiederci qual è la nostra risposta, qual è la nostra disponibilità nei suoi confronti. Da qualche anno gli inviti si moltiplicano: si organizzano incontri di ogni tipo. Ma chi partecipa? C’è chi dice: siamo sempre gli stessi. Molti si accontentano di vivere ai margini, dicono di non avere tempo. Ma davvero è il tempo che manca?
Sta di fatto che anche oggi, come nella parabola, è difficile convocare la gente al banchetto. Ma se si perdono i contatti con la vita della comunità parrocchiale si corre il rischio di vivere una vita di fede individuale, di diventare spiritualmente sottoalimentati. Oggi si sente di tutto ? pensiamo a quante ore dedichiamo alla televisione ? bisogna ascoltare anche la parola di Dio.
Dobbiamo sicuramente domandarci però se quello della chiesa è l’invito a una festa. Non tanto se una parrocchia è capace di organizzare qualcosa di effervescente e di festoso, ma se ciò che viene organizzato risponde davvero ai bisogni profondi dell’uomo d’oggi, alla sua curiosità esistenziale, alla sua sete di felicità. Nelle parrocchie infatti a volte c’è tempo per iniziative di contorno, ma non per incontri seri sulla parola di Dio.
È comunque difficile oggi convocare i cristiani. Troppa gente ha quasi tagliato i ponti con la chiesa e si limita ad avere nei suoi confronti soltanto i contatti inevitabili. E allora l’unica cosa che può funzionare è spesso la testimonianza personale. Ognuno di noi deve farsi portatore di Dio e della sua salvezza. Far arrivare il regno di Dio dove la gente vive. Del resto è lì che il regno deve diventare visibile realtà.

La comunione dal Papa
Durante la visita di Giovanni Paolo II a Reims (Francia) dovettero scegliere cinquanta persone per ricevere la comunione dalle mani del papa. L’arcivescovo decise di scegliere le 50 persone più coinvolte nelle attività parrocchiali. In questo modo furono escluse molte persone ragguardevoli, tra cui una ricchissima nobildonna francese, che, per poter esserci aveva assicurato un bell’assegno per le opere diocesane. Ma il vescovo non cambiò idea. Il giorno prima però uno di quelli che erano stati scelti si ammalò. Con chi sostituirlo? Il parroco si rivolse al vescovo, che disse: « Faremo come dice il vangelo: esci di qui e la prima persona che incontrerai l’inviterai a ricevere la comunione dal papa ». Così fece. Il Signore dimostrò un bel senso dell’umorismo, perché il cinquantesimo invitato fu André, il barbone che chiedeva l’elemosina all’uscita della cattedrale (il primo che il parroco aveva incontrato), che ricevette quindi con sorpresa la comunione dalle mani di Giovanni Paolo II.
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Attraverso una nuova parabola, Gesù ci ripropone l’infedeltà del popolo ebraico all’alleanza. Gli ebrei, dice Gesù, non riconoscono i doni di Dio, hanno rifiutato la testimonianza dei profeti e sono disposti a uccidere il messia. Per questo il regno di Dio verrà affidato ad altri.

La parola di Dio
Isaia 5,1-7. Isaia canta l’amore di Dio per il suo popolo, simboleggiato nella cura che un buon agricoltore ha per la sua vigna. Ma la vite invece produce uva selvatica e il padrone decide di sbarazzarsene.
Filippesi 4,6-9. Siamo all’ultimo capitolo della lettera agli abitanti di Filippi. Paolo li esorta a una vita virtuosa, a mantenere una condotta ispirata al vangelo, secondo l’esempio che hanno ricevuto da lui.
Matteo 21,33-43. Ancora una parabola sull’infedeltà del popolo ebraico, segnata da un’ostilità crescente impressionante nei confronti del messia. Gesù legge la storia della salvezza e denuncia la persecuzione dei profeti e il rifiuto fino alla violenza e alla morte dell’inviato di Dio.

Riflettere
Siamo in autunno, tempo di vendemmia. La liturgia ci pone delle riflessioni a partire da una parabola che ha per ambiente una vigna.
La vigna è una pianta che ha avuto un posto importante in ogni tempo e tra molti popoli. La chiesa in certi periodi ha addirittura scomunicato chi per vendetta « tagliava » le viti a un nemico.
Nella bibbia la vigna appare un pianta particolarmente preziosa e gli ebrei la caricarono di simboli paradigmatici. La videro come proprietà di Dio e se ne servirono per indicare il rapporto che essi avevano con il Dio dell’alleanza e con la loro storia.
Ricordiamo il salmo 79 (il salmo responsoriale) in cui il popolo di Israele si sente rappresentato proprio da una vigna: « Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna. Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato… « .
Isaia, nel brano che ci viene proposto in questa domenica, usa espressioni tenerissime, tipiche del canto amoroso, per indicare la grande cura che Dio ha avuto per la vigna, ma poi conclude con il proposito di distruggerla a causa della infedeltà del suo popolo.
La parabola di Gesù è anch’essa un’allegoria della storia del popolo di Israele. Gesù ricorda l’amore di Dio per la sua vigna, la fiducia che ha avuto nei viticultori a cui l’ha affidata, l’arroganza con cui essi l’hanno gestita, il trattamento che hanno riservato ai suoi servi, i profeti (Gesù sembra riferirsi in modo esplicito a Geremia, Isaia ed Ezechiele, ma probabilmente anche al Battista). Incredibilmente, quando viene inviato il figlio del padrone, viene ucciso per potersi impadronire definitivamente della vigna.
È sorprendente la pazienza del proprietario nei confronti dei vignaioli. Tollera tutto, a lungo e fino in fondo. Praticamente a ogni sua decisione segue il fallimento. Ma si tratta di una parabola, di un’allegoria. È sicuramente simbolo dell’amore gratuito e incondizionato che Iahvè ha avuto per il suo popolo, nonostante si sia manifestato duro e insensibile in tanti momenti della sua storia.
A differenza di Isaia però Gesù non dice che la vigna verrà distrutta, ma che verrà affidata ad altri. Sarà così appunto del regno di Dio, che, non accolto dagli ebrei, sarà affidato ai nuovi convertiti, alla chiesa. È questo il modo di operare di Dio, che è fedele anzitutto a se stesso e ai suoi progetti. Dio chiama e invita a lavorare nel suo regno, ma se uno non accoglie i suoi inviti, chiama altri.
Questa conclusione Gesù la fa tirare però dagli stessi suoi interlocutori. Al termine della parabola domanda: « Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini? », ed essi rispondono, condannando se stessi: « Quei malvagi li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini ».
Il messaggio di Gesù è chiaro. Il padrone della vigna è Dio, creatore del mondo e degli uomini, a cui affida il compito di custodirla. Ma gli uomini non riconoscono la sua sovranità, e si comportano nei confronti del mondo come dei padroni assoluti. Dio non si adira, ma manda pazientemente i suoi profeti. I contadini però non cambiano il loro comportamento, anzi diventano violenti nei loro confronti. Quando Dio manda tra loro il Figlio Gesù, lo eliminano condannandolo alla morte di croce.
Gesù però conclude assicurando il riscatto del figlio che viene cacciato dalla vigna e ucciso. « La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo », dice, citando il salmo 118. L’espressione apparentemente un po’ oscura è stata ripresa più volte anche dagli apostoli (At 4,11; 1Pt 2,7; Rm 9,33; 1Pt 2,6.8.). Gesù intende parlare di sé e della sua vittoriosa risurrezione. Se si vuole, si può notare un curioso gioco di parole tra ‘eben (pietra) e ben (figlio). Dio toglierà la vigna, il regno di Dio, al popolo che non lo ha accolto e lo darà ad altri.

Attualizzare
Di fronte a questa parabola la prima domanda che ci si deve fare è certamente quella di chiederci se accettiamo Dio come creatore e se riconosciamo la sua sovranità sul mondo.
« Nel Novecento, la negazione di Dio è diventata, per così dire, la nuova religione, propagandata da una straordinaria persuasione ideologica. Non solo vivere come se Dio non ci fosse, non solo organizzare il mondo senza Dio e contro Dio, ma costruire già qui nella vigna che è già diventata nostra, il nostro paradiso » (mons. Gianni Ambrosio).
Oggi non è più così. Più che lotta aperta nei confronti di Dio, trionfa l’indifferenza, la superficialità, il vivere la propria fede come un fatto privato e un po’ di rispetto umano. « Trovandomi a discutere con degli amici, non so come siamo andati a parlare di Dio e qualcuno diceva « chissà se poi esiste ». Nessuno ha dato delle vere risposte. Mi ha fatto rabbia che, nemmeno io che ci credo fermamente, sono stato capace di portare delle prove convincenti » (Stefano).
La nostra intelligenza dovrebbe portarci a Dio e farci dire che tutto è dono di Dio. Ma noi attribuiamo facilmente ogni cosa a noi stessi, ci consideriamo padroni assoluti di ciò che siamo e di ciò che abbiamo. Non comprendiamo che siamo semplicemente dei mezzadri che devono lavorare una vigna che è di un altro. Siamo realisti: prima di noi il mondo c’era già e dopo di noi il mondo ci sarà ancora. Non siamo noi i signori del mondo, anche se Dio ci associa nei suoi progetti e ci chiama a creare un mondo come lui l’ha sognato per la nostra felicità.
Eppure c’è chi mette intelligenza e scienza (anche questi doni di Dio) proprio « contro Dio », quasi come una sfida, così come hanno fatto quelli della torre di Babele, che forti delle loro potenzialità, le hanno usare per sfidare Dio.
Anche i profeti di ogni tempo subiscono la stessa sorte di quelli della parabola. In ogni angolo della terra la chiesa ancora oggi piange i suoi martiri, i suoi testimoni più coraggiosi.
Come ci collochiamo allora di fronte a questo Dio paziente e amoroso senza misura? Egli oggi ci affida il regno e ci chiede di costruirlo, di cambiare addirittura il volto del mondo, renderlo più abitabile.
Gesù afferma che il regno di Dio sarà tolto agli ebrei e sarà dato ad altri « che gli consegneranno i frutti a suo tempo ». Ricordiamo che sia l’Occidente che l’Oriente sono nelle mani di Dio. E che l’Europa non può vantare privilegi, ma può solo ringraziare per i doni ricevuti in questi duemila anni di espansione del cristianesimo. Molte delle comunità che erano fiorenti nei primi secoli della chiesa nell’Africa mediterranea o nell’Asia Minore, oggi sono state praticamente cancellate e di loro rimane solo il ricordo. La fede, pur tra tante difficoltà, si sta diffondendo oggi prevalentemente in alcuni paesi africani, in Asia, in America Latina. Saranno queste le chiese del futuro, destinate a soppiantare l’Europa?
Infine un’ultima provocazione: se Cristo tornasse oggi tra noi, nelle nostre città, nella nostra chiesa, che cosa farebbe, che cosa direbbe? E come reagirebbero di fronte a lui i potenti, la gente comune, i credenti?
È nota la « Leggenda del grande inquisitore » di Fëdor Dostoevskij. L’ateo Ivan racconta al credente Alioscia la leggenda secondo cui Gesù nel 16° secolo volle tornare sulla terra, a Siviglia, negli anni dell’inquisizione spagnola. La gente lo segue, si accalca attorno a lui. Gesù fa miracoli. Poi le guardie lo portano in prigione, davanti al cardinale inquisitore, che stenta a riconoscerlo. Poi lo fissa in silenzio per qualche minuto ed esclama: « Sei tu? Sei tu?… ». E dopo una lunga e polemica argomentazione – Gesù non dice una parola -, gli apre la porta e lo manda via, dicendo: « Va’ e non tornare più, non tornare mai più ». Sarebbe finito sul rogo. Il racconto è paradossale, ma fa riflettere.
Certo, questa è una provocazione. Ma la domanda su come ci collochiamo di fronte a Gesù e su come la vigna del Signore viene gestita a suo nome sono legittime e non oziose. Toccano da vicino tutti.

Milioni di volte
« Se tu fossi un Dio che tiene rancore, un Dio vendicativo, un Dio solamente giusto, allora non daresti ascolto alla nostra preghiera. Perché tutto quello che gli uomini potevano farti del male anche dopo la tua morte (e più dopo la morte che in vita), gli uomini l’hanno fatto; noi tutti, quello stesso che ti parla insieme agli altri, l’abbiamo fatto. Milioni di Giuda ti hanno baciato dopo averti venduto, e non per trenta denari solo, e neppure una volta sola; legioni di Farisei e sciami di Caifa ti hanno sentenziato malfattore, degno di essere inchiodato; e milioni di volte col pensiero e la volontà ti hanno crocifisso » (Giovanni Papini, Storia di Cristo).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

1 OTTOBRE 2017 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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1 OTTOBRE 2017 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Gesù polemizza con i capi del popolo ebraico che non accettano la sua predicazione. Egli si rivolge anche agli esclusi e ai lontani, che però si rivelano più disponibili di fronte alla salvezza. Come capita spesso, Gesù esprime questi pensieri con una parabola tratta dalla vita quotidiana.

La parola di Dio
Ezechiele 18,25-28. Il profeta Ezechiele richiama il principio della responsabilità individuale e afferma che non contano tanto il passato vissuto o i condizionamenti ricevuti nel corso della propria vita, quanto le scelte responsabili che vengono fatte personalmente oggi.
Filippesi 2,1-11. Paolo invita i Filippesi all’umiltà, sulla quale unicamente si può fondare un’intensa vita di comunità. E dice loro di guardare a Cristo, che con l’incarnazione si è fatto servo di tutti, umiliandosi fino all’obbrobrio della croce. Ma proprio per questo è stato esaltato dal Padre al di sopra di ogni altro.
Matteo 21,28-32. Gesù continua le polemiche nei confronti dei farisei e dei maestri della legge, che appaiono formalmente irreprensibili, ma nella sostanza si rivelano contrari alla salvezza, rifiutando sia Giovanni Battista che lo stesso Salvatore.

Riflettere
Gesù è in piena polemica con la classe dirigente ebraica. Siamo al capitolo 21 di Matteo. Gesù entra pacificamente, ma solennemente, in Gerusalemme cavalcando un’asina. Scaccia i mercanti del tempio, viene ai ferri corti con i capi dei sacerdoti e le altre autorità, che gli chiedono: « Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità? » (Mt 21,23). Al posto di rispondere, Gesù pone anche lui una domanda: « Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? » (Mt 21,25). Essi con astuzia si rifiutano di rispondere e Gesù racconta a loro la breve parabola dei due fratelli.
La prima lettura di questa domenica, che parla di « responsabilità personale », va letta nel contesto di questa polemica. Non basta, dice Ezechiele, essere discendenti di Abramo. Non basta aver ricevuto la legge e avere ben radicate le radici nel popolo dei salvati. Ciò che il Signore chiede è una risposta positiva che sia espressione di fede personale e vera, che coinvolga realmente e renda protagonisti nella comunità.
A questo fa riferimento Gesù con la sua parabola. Il racconto a una prima impressione sembra quasi innocuo, addirittura banale nella sua semplicità, tratto com’è dalla quotidianità della vita familiare. E le conclusioni portate da Gesù sembrano addirittura sproporzionate.
Ma la parabola va letta tenendo presenti le due parabole che seguono e che proclameremo nelle prossime domeniche: quella dei servi omicidi e quella dell’indisponibilità a partecipare al banchetto delle nozze regali. È infatti in gioco il rifiuto della classe dirigente israeliana di accogliere il Salvatore, e Gesù, senza mezzi termini, la condanna, non la giustifica.
Gesù dice: non vi siete pentiti, non siete entrati nella giusta disponibilità, non avete l’apertura mentale e del cuore per poter accogliere la parola che salva. « Giovanni venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli » (Mt 21,25). Ecco perché non accogliete neanche me.
Gesù sa che i capi religiosi che ha davanti tengono in scacco il popolo e non vivono con coerenza la loro fede, essi che « legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito » (Mt 23,2-4). Gesù li provoca, afferma di preferire i peccatori che si convertono di fronte alla sua predicazione.
« Che ve ne pare? », domanda Gesù. E la domanda da una parte può esprimere la volontà di Gesù di coinvolgere gli interlocutori nel ragionamento, per aiutarli ad arrivare da soli alle conclusioni. Ma può avere anche sapore di sfida. « È così logico il ragionamento », pare dire Gesù. Per questo la parabola appare anche provocatoria nella sua semplicità e chiarezza.
Anche oggi nella chiesa è possibile trovare gli atteggiamenti dei due fratelli. Quello del diplomatico astuto, che pare sempre stare dalla parte giusta e dice di sì, ma in lui prevalgono secondi fini e altri obiettivi. E colui che lì per lì trova difficile obbedire, cerca di sottrarsi alle proposte, agli incarichi, alla fatica della testimonianza, ma poi si pente, si adegua e rientra nei ranghi.
Il primo figlio è rappresentato, come dicevamo, dalla gente che conta in Israele, dagli uomini-guida, dai capi del sinedrio e della sinagoga. Il secondo rappresenta la gente esclusa: i poveri materialmente, gli ammalati, ma soprattutto i peccatori, gli esclusi dalla salvezza: l’esattore Zaccheo, l’adultera, la prostituta…
Gesù, che conosce i cuori, sa che questi ultimi, i lontani, hanno tante giustificazioni: l’educazione ricevuta, le circostanze, gli amici, i condizionamenti.
Di fatto, la salvezza viene donata a tutti, ma i secondi l’accolgono, gli altri no: sono diffidenti, guardinghi. Gesù si presenta fuori dal sistema, poco rispettoso delle loro tradizioni. Soprattutto è un uomo libero.

Attualizzare
Questa parabola è detta proprio per noi. Siamo noi quelli che sono stati invitati a lavorare nella vigna (al mattino o alle 17 del pomeriggio), che in qualche modo abbiamo risposto di sì con il battesimo. Noi che abbiamo il privilegio di sentirci a posto perché cattolici, ma che pure viviamo la nostra esperienza cristiana consapevoli della nostra fragilità, dei nostri tanti « no » detti a Dio.
È bello sapere, come dice la parabola di Gesù, che qualunque sia stata finora la nostra risposta agli inviti di Dio, è sempre possibile rispondere di sì, convertirsi. Confermare ogni giorno, con i fatti, ciò in cui crediamo e di cui ci diciamo orgogliosi.
Quante parole andiamo dicendo! Gesù ci rinfaccerebbe questa cosa. Dovremmo « obbedire » di più e parlare di meno. È incredibile, ma sono spesso i docili, i malati, i superimpegnati che trovano sempre tempo per tutto, energie per tutto. Mentre ci sono i trafficoni sempre agitati, gli sfaticati lamentosi che non trovano mai l’occasione buona per fare ciò che devono.
C’è anche chi tiene il piede in due staffe ed è incoerente: predica la carità ma è attaccato avidamente ai suoi soldi; c’è il marito che canta in chiesa e poi fa il prepotente in famiglia; la donna che ascolta con devozione le prediche del parroco ma non ha alcuna pazienza con i figli e la suocera…
« Non ho voglia », « Non me la sento », « Non tocca a me », « Perché dovrei farlo io? » sono le espressioni più gettonate dai giovani, ma non solo da loro. Il farsi i fatti propri è uno dei mestieri più diffusi nella nostra società.
Siamo svogliati, lenti di fronte all’impegno di costruire il regno di Dio, di realizzare almeno un poco ciò che il Signore ci suggerisce e ci invita a fare. Non abbiamo la fretta, la passione di chi deve annunciare una notizia importante, che non ci si può tenere dentro.
Eppure c’è un’umanità che aspetta, ci sono fratelli che non sanno perché vivono e sono senza speranza. Se accogliamo l’invito a lavorare nella vigna del Signore, possiamo dire a loro con la nostra vita e le nostre parole che c’è un Padre che dà senso pieno a ciò che facciamo, che è bello vivere.
Può darsi che col tempo qualcuno si sia pentito del « sì » detto un giorno al Signore. Guardando alla vita degli altri, si è fatto dei complessi, si è vergognato di farsi vedere troppo buono, troppo coerente con la sua fede. Ed è così che ci si spegne, che ci si lascia andare come quelli che lucidamente o per ignoranza dicono di « no » a Dio.
Comunque, prima di dare la nostra risposta al Padre che ci invita, dovremmo pensarci un momento, rifletterci su, pregarci sopra qualche minuto, una giornata intera. Prima di prendere una decisione importante, prima di sposarci, prima di sfasciare il matrimonio o di mettere al mondo un figlio, prima di scegliere ciò che può cambiare una vita…
A proposito di questa parabola, è molto curioso ciò che scrive Alessandro Pronzato, il quale ipotizza un « terzo figlio », quello che – quando il padre lo invita a lavorare nella vigna – lo costringe a sedersi al tavolo e a discutere per ore e giorni sul modo migliore di coltivare la vigna, per individuare gli errori nella coltivazione, per ricercare le responsabilità. E al padre che dice: « Va bene, figlio mio, ma adesso dimmi: sei disposto a darmi una mano? », il figlio risponde: « Vedi che tenti sempre di eludere i problemi? Va sempre a finire così con te… ». E così di seguito, continuando a discutere e a progettare. E la vigna aspetta.
Ma Pronzato non si ferma e nella sua originalità ipotizza anche un « quarto figlio », quello che accetta ogni giorno di tirare il carretto senza parlare, il figlio che va alla vigna senza bisogno di rispondere nemmeno con un « sì » o un « no ». Al padre è sufficiente un cenno perché lui capisca al volo e parta in silenzio, senza un’obiezione, senza cercare scuse o volere spiegazioni. Un giovane « mulo » che potrebbe apparire poco simpatico nella sua muta obbedienza. Ma si sa che il mondo è pieno di questa gente silenziosa che manda avanti il mondo.
Detto nel modo più rispettoso, Gesù rientra proprio in questa ultima categoria. Lui che si è fatto uomo, condividendo fino in fondo la nostra condizione di uomini e si è fatto obbediente al Padre. Lui che ha detto davvero un « sì » pieno, senza alcuna riserva, pienamente fedele fino in fondo (2ª lettura).

L’uomo libero dice di « sì »
« Non l’uomo che si chiude in sé è uomo completo, ma l’uomo che si apre, che esce da se stesso, diventa completo e trova se stesso… Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il « no » fosse l’apice della libertà. Solo chi può dire « no » sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l’uomo deve dire « no » a Dio; solo così pensa di essere finalmente se stesso, di essere arrivato al culmine della libertà… Solo nel « sì » l’uomo diventa realmente se stesso; solo nella grande apertura del « sì », nella unificazione della sua volontà con la volontà divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa « divino ». Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in se stesso; lo è uscendo da sé, è nel « sì » che diventa libero » (Benedetto XVI).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA

24 SETTEMBRE 2017 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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24 SETTEMBRE 2017 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Gesù ci sorprende raccontando una parabola paradossale che afferma la sua predilezione per gli « ultimi ». È il modo di operare di Dio: la sua bontà supera la logica umana e la semplice giustizia distributiva.

La parola di Dio
Isaia 55,6-9. « I miei pensieri non sono i vostri pensieri… », dice il Signore per bocca di Isaia: « Quanto il cielo sovrasta la terra… i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri ». Pensieri antichi degli ebrei in esilio, ma che si applicano perfettamente alla parabola che la liturgia ci propone oggi.
Filippesi 1,20c-27a. Incomincia oggi la lettura della lettera ai Filippesi, che ci accompagnerà per quattro domeniche. Paolo incontra i Filippesi nel suo secondo viaggio. Si reca in Macedonia spinto da una visione e avrà sempre cari quegli abitanti. Paolo si è perfino fatto aiutare da loro, mentre lo ha sempre evitato da parte delle altre comunità, per non apparire interessato. Nel brano che ci viene presentato oggi, afferma che Gesù è la ragione della sua vita: desidera raggiungerlo, ma accetta di continuare a essere al suo servizio predicando tra di loro il vangelo.
Matteo 20,1-16a. Gesù racconta una parabola sconcertante, ma solo perché presenta la bontà sorprendente di Dio, che ha della giustizia un’idea assolutamente personale.

Riflettere
La parabola raccontata da Matteo evidentemente ha una finalità ben precisa: Gesù afferma che di fronte alla salvezza gli uomini sono tutti radicalmente uguali. Gli operai dell’ultima ora in realtà sono i pagani dell’epoca apostolica, che hanno soppiantato i « figli della promessa e dell’alleanza », indifferenti di fronte al Dio fatto uomo.
La parabola è verosimile e si rifà a una situazione molto diffusa al tempo di Gesù. Il lavoro a giornata era normale, e a quel tempo tutto sommato era una fortuna per la sopravvivenza di molte famiglie.
Anche il comportamento del padrone non è del tutto assurdo, dal momento che i grandi latifondisti erano signori assoluti e non vi era alcuna legge o contratto che regolasse il rapporto di lavoro tra operai e padroni.
Gesù del resto per trasmettere un suo messaggio racconta un episodio-parabola tratto dalla vita del tempo, senza preoccuparsi se in questo racconto il comportamento del protagonista potrebbe apparire discutibile: la stessa cosa aveva fatto raccontando la parabola del fattore infedele (Lc 16,1-13) o quella del padrone che pretende di essere servito (Lc 17,7-10).
Ciò che in questa parabola diventa certamente elemento di novità è prima di tutto la premura del padrone nell’invitare gli operai al lavoro. Soprattutto nell’invito agli ultimi si nota il suo disappunto nel vederli oziosi. È la bontà e l’insistenza di Dio che chiama tutti a lavorare nella sua vigna, anche chi apparentemente è più lontano da lui.
Ed è altrettanto sorprendente e provocatorio il fatto di cominciare a dare il salario dagli ultimi, da quelli cioè che hanno lavorato solo un’ora. E così la protesta di chi ha lavorato l’intera giornata ci pare giusta e logica. Oggi ci si appellerebbe ai sindacati. Ma si direbbe che tutto è fatto a proposito, proprio allo scopo di provocare una reazione.
Gesù intende presentare un caso di bontà imprevedibile. Il padrone diventa icona di Dio, sovranamente libero e misericordioso, che ama di amore inventivo. Egli è il padrone buono, che nel fare i suoi doni non si lascia condizionare dalle opere compiute, ma unicamente dal suo amore.
La parabola è autobiografica di Gesù e sottolinea che i peccatori, gli esclusi, i pubblicani, gli ultimi, cioè quelli che nella storia della salvezza non avevano peso, dopo la sua venuta sono stati portati al livello di importanza degli scribi e farisei, indifferenti e addirittura ostili di fronte alla sua predicazione.
La parabola intende anche spiegare come mai nell’epoca apostolica il regno di Dio, il nuovo Israele, si sia aperto anche ai nuovi convertiti, i pagani. E nella nuova comunità ecclesiale tutti si trovano sullo stesso piano di fronte alla salvezza, sia chi vi è approdato dall’esperienza ebraica, sia i nuovi convertiti dal paganesimo.
Gli stessi dodici apostoli non hanno fatto parte della gerarchia ebraica, eppure ora occupano i primi posti.

Attualizzare
La cosa che colpisce di più nella parabola è ancora l’amore inventivo di Dio, la sua ricerca degli operai per la sua vigna (al mattino presto, verso le nove, a mezzogiorno, alle tre del pomeriggio, alle cinque di sera…), il suo andare incontro anche a quelli che se ne stanno senza far niente.
Ma l’imprevedibilità di Dio, che nasce dall’amore, non viene capita dagli operai della prima ora. E riesce difficile anche a noi, cittadini e cristiani benpensanti, a cui non piace troppo la gratuità. Ma l’operare di Dio fa parte di una logica diversa, si fonda sulla libertà di Dio. Ancora una volta, all’uomo che cerca di ridurre Dio alla propria dimensione, Dio risponde sconcertandolo.
Si tratta di una nuova giustizia fondata non sul « tanto mi dai, tanto ti do », ma di un modo di giudicare che riesce a leggere nel fondo delle persone e delle situazioni, che si fonda sulla dignità di ogni uomo, sul diritto ad avere ciò che è indispensabile per vivere e per realizzarsi.
È indubbiamente un modo di ragionare che va contro la mentalità di coloro che sono sempre alla ricerca della meritocrazia, della selezione, delle rigide graduatorie, magari dei privilegi. Dice Gesù: « Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 5,20).
È una nuova giustizia che nasce da un supplemento di bontà. Per questo non è facile da accettare, se non ci si mette dal punto di vista di Dio. Perché si dà il caso che quel padrone potrebbe non trovare più gli operai all’alba del giorno dopo, preferendo presentarsi tutti alle cinque del pomeriggio… Così come il fratello del figliol prodigo trova giusto non dover ulteriormente dividere l’eredità con chi ha già sperperato una buona parte del patrimonio famigliare. « Non è giusto », dice, e non vuole fare festa come il padre.
Come dicevamo, la parabola è raccontata da Matteo per dire che la chiesa nata dalla Pasqua si è aperta ai pagani, ultimi arrivati, che hanno poi finito per soppiantare gli ebrei, che pure erano giunti alla fede sin dall’alba.
Ma la parabola è raccontata anche per noi, che viviamo nella chiesa di oggi. Tra di noi ci sono quelli che sono approdati alla fede sin da bambini, che ci vivono senza scossoni, tra messe quotidiane e rosari, e c’è chi fa fatica a credere, chi vive la vita cristiana con apparente superficialità e disinvoltura. E ci sono i « lontani », gli esclusi per le circostanze più diverse, coloro che vivono ai margini dei normali sentieri ecclesiali.
Dobbiamo chiederci se ci interessa questo Dio che manda tutti a lavorare a ogni ora nella sua vigna e ci chiama non a giudicare o a condannare, ma a farci carico della sua bontà e andare a cercarli, imitandolo nell’offrire la salvezza anche a chi è lontano o sfaticato, a chi deve essere spinto per trovare il gusto del lavoro e del vivere. A chi non conosce Dio e non lo vuole conoscere, a chi non ama la chiesa e anzi la rifiuta.
Domandiamoci anche quale spazio lasciamo nelle nostre comunità parrocchiali a coloro che giungono alla fede da strade lontane, che si convertono e diventano magari cristiani doc. Essi sono a volte così diversi dai « praticanti » e portano aria nuova, dando a volte l’impressione di voler sconvolgere le nostre buone abitudini. « Ma che cosa vogliono da noi, che siamo sempre stati qui, battezzati ancora in fasce e cresciuti tra oratorio e parrocchia? ».
C’è gente che teme di perdere il proprio posto in parrocchia, di venire privata della fiducia, di essere scavalcata dall’ultimo arrivato. E c’è chi non crede alla sincerità del loro cambiamento di vita. È stato così persino per Paolo, guardato con diffidenza dai cristiani della prima ora.
Quanto all’atteggiamento degli operai della prima ora, che affermano di avere faticato per l’intera giornata, ricordiamo che lavorare nella vigna di Dio non è mai faticoso, anzi è gioia e privilegio, crescita nella maturazione e nella propria ricchezza interiore. Chi arriva alla fede, in gioventù o in tarda età, sente il privilegio di avere incontrato qualcosa di sorprendente, che dà un senso nuovo alla sua vita.
Ricorda un ragazzo di 17 anni, Alessandro: « Sentivo tanta confusione dentro di me. Giunto alla scuola superiore mi sono ritrovato da solo e senza un progetto, qualcosa per cui vivere. Amavo solo la musica, ma non bastava a riempire la mia vita. Allora mi sono ritirato in un bosco e ho gridato verso Dio: « Se ci sei, fatti vivo, dammi un segno della tua presenza ». Non ero sicuro che mi avrebbe risposto, invece l’ho incontrato. Da quel momento Dio per me non è stato più un’idea, ma una presenza. Mi sono sentito amato. È scomparsa la paura, tutto è diventato bello, ho scoperto di essere nelle mani di Dio ».

Collaboratori nella vigna di Dio
« Da alcuni anni Chiara Castellani è missionaria laica in Congo, unico medico per 100 mila abitanti, e dirige un piccolo ospedale. Sin dal 1992 ha una protesi al posto del braccio sinistro, rimasto schiacciato sotto una jepp in un incidente stradale. Avrebbe anche lei qualche motivo per prendersela con Dio, invece confessa di essere felice, di aver ricevuto già qui, su questa terra il « centuplo » evangelico, in termini di relazioni umane, di intensità di vita. In una parola: di felicità vera, piena » (Gerolami Fazzini).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

17 SETTEMBRE 2017 | 24A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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17 SETTEMBRE 2017 | 24A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
La liturgia oggi ci invita a perdonare, così come Dio perdona noi. Esaminiamoci sin dall’inizio di questa celebrazione. Se nel nostro cuore c’è un forte risentimento verso qualcuno, decidiamo sin d’ora di riconciliarci, affinché la nostra preghiera possa raggiungere Dio.

La parola di Dio
Siracide 27,30-28,7. Il sapiente Ben Sirac, vissuto nel secondo secolo a.C. scopre il legame che c’è tra la nostra richiesta di perdono che chiediamo a Dio nella preghiera e l’esigenza della riconciliazione con coloro verso i quali portiamo rancore.
Romani 14,7-9. Con questa domenica finiamo la lettura continua della lettera ai Romani. Noi apparteniamo a Cristo sempre, dice Paolo, nella vita e nella morte. Tra le cose che ci assimilano di più a Gesù c’è certamente la capacità di perdonare.
Matteo 18,21-35. Gesù ci presenta una parabola paradossale per invitarci a perdonare. Ma anche per dire che il perdono che noi concediamo ai nostri fratelli è infinitamente più piccolo di quello che Dio concede a noi.

Riflettere
L’evangelista Matteo parla alla prima comunità cristiana e nelle ultime domeniche la liturgia ci ha presentato due caratteristiche importanti nella vita dei cristiani: il portare la croce (domenica 22ª) e la correzione fraterna (23ª).
Oggi il vangelo di Matteo ci parla di perdono. Di fatto, poche cose rivelano veramente il cristiano come il perdonare. Infatti chi sa perdonare e dimentica i torti subìti, è grande della stessa grandezza di Dio.
L’uomo di tutti i tempi ha apprezzato questa nobiltà d’animo, anche se presso molti popoli la vendetta era una pratica comune, quasi doverosa.
Quanto al popolo ebraico, nella sua legislazione non solo poneva un limite alla vendetta, ma vietava l’odio e il rancore verso il fratello.
Nei cinque versetti precedenti al nostro brano (Mt 18,15-20), Gesù parla di come regolarsi verso coloro che nella comunità hanno sbagliato. L’invito alla « correzione fraterna » dà l’opportunità a Pietro di porre la domanda: « Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? ». E volendosi sbilanciare nella sua generosità, precisa: « Fino a sette volte? ». Presso gli ebrei l’invito che veniva fatto era di perdonare tre volte. Pietro fa il grande e si spinge molto oltre.
D’altra parte sul piano umano, uno che nei nostri confronti si è comportato molto male per tantissime volte (sette), come potrebbe essere perdonato? Chi ci ha offeso quasi sistematicamente finora, lo farà ancora.
Così pensa probabilmente Gesù, che si pone su un piano diverso e invita a perdonare « sempre », raccontando la parabola del re che condona al servo un debito enorme.
Si tratta sicuramente di una parabola paradossale, ma che rende bene l’idea.
Dio, nella sua generosità, ci perdona oltre ogni misura. Ricordiamo che diecimila talenti rappresentavano un valore enorme. Tanto per capirci, il reddito annuale di Erode il Grande, re della Giudea, poteva essere di 900 talenti. E per la gente comune corrispondeva a vent’anni di lavoro.
Questo ci ricorda che Dio non si nega mai al perdono, nemmeno quando ciò che deve perdonare è un peccato enorme.
Invece il servo che è stato appena perdonato, come dice la parabola, dimostra di non aver capito nulla della grandezza d’animo del re, e non perdona chi aveva verso di lui un debito non piccolissimo, ma di gran lunga inferiore (cento denari potevano corrispondere più o meno a cento giornate lavorative).

Attualizzare
In ogni tempo, in ogni civiltà, c’è sempre stato un grande bisogno di riconciliazione. Oggi basta guardare un telegiornale o aprire un quotidiano per rendersene conto. Anche nel nostro piccolo, alzi la mano chi non ha mai avuto qualcosa da perdonare o da farsi perdonare.
Gesù ci invita a un perdono illimitato, gioioso, generoso. Ci invita a perdonare subito. Un rancore coltivato, si trasforma in rabbia, richiama magari odio e vendetta, crea solchi spessi tra noi e chi ci ha offeso.
Perdoniamo, perché Dio ha perdonato a noi tanto e tante volte. Perdoniamo per non portarci nel cuore dei pesi inutili e ingombranti. La vita è ricca di compiti e di doveri e dobbiamo conservare o ricuperare al più presto le forze nostre e degli altri.
Perdoniamo, perché un giorno dovremo morire e di fronte alla morte anche la mancanza più grave appare piccola cosa.
Mons. Antonio Riboldi racconta che un giorno si trovò presso il letto di un mafioso che era stato colpito da un suo nemico e stava morendo. Inveiva contro di lui. Mons. Riboldi, data la gravità della situazione, lo invitò con coraggio al perdono. Il mafioso disse: « Se muoio lo perdono, ma se non muoio lo ammazzo! ».
Così siamo noi. Il perdono sarà sempre qualcosa di difficile, soprattutto se ci faremo guidare dal nostro orgoglio ferito, e non da sentimenti superiori, riflettendo sulla pietà e misericordia che Dio ha da sempre ha avuto nei nostri confronti.
Si tratta di imparare la misericordia e ricordare la fragilità umana, che vede il bene, ma sceglie il male. Chi ci offende gravemente è spesso più una persona piena di problemi, che una persona cattiva. In molti casi è verissimo che « la miglior vendetta è il perdono », perché dal perdono possono essere ricreati rapporti incredibilmente nuovi e nascere rapporti di amicizia.
Ma la spinta più forte a perdonare viene soprattutto dalla parola e dall’esempio di Gesù: « Non si perdona perché l’altro cambi », dice Frère Roger di Taizé. « Sarebbe un calcolo che non ha nulla a che vedere con la gratuità dell’amore del vangelo. È per Cristo che si perdona ».
Certo il primo impegno di ognuno dovrebbe essere quello di fare in modo da non doverci fare perdonare nulla dagli altri. La vita è già abbondantemente generosa di croci e non è il caso che noi ne gettiamo qualcuna addosso ad altri con le nostre crudeltà nel parlare e nell’operare. Pensiamo alla sofferenza che procuriamo, evitiamo di dividerci per questioni banali, spesso per motivi ereditari, vedendo sempre delle ingiustizie perpetrate nei nostri confronti.
Il dovere del perdono non ci esime tuttavia dall’accettare con coraggio e determinazione le lotte della vita, i doverosi contrarsi per far riconoscere il giusto diritto nostro o degli altri. Nessun cristiano può arrendersi di fronte al bene da fare o a un male da sradicare soltanto perché qualcuno potrebbe offendersi, avercela a male, rompere con noi.
Permettiamo però agli altri di essere se stessi. Lasciamo agli altri il diritto di esistere e di respirare, di essere diversi da noi. Verso qualcuno siamo di una intolleranza senza limiti: tutto ciò che fanno ci urta e ci dà fastidio. « Quando il mondo ci urta, non è il mondo, ma siamo noi che dobbiamo cambiare » (Alberto Bevilacqua). Lasciamo agli altri quei comportamenti che a noi appaiono difettosi, e in realtà sono solo un modo diverso di vedere le cose. Accettiamo anche il livello di maturazione a cui può essere arrivato chi ci sta vicino, facendo qualcosa, se ci pare doveroso e utile, per aiutarlo a riflettere e a crescere.
Oggi è quasi normale, dopo un gravissimo danno subito, sentirsi chiedere dal cronista di turno: « È disposto a perdonare? ». È una domanda di cattivo gusto. Perché il perdono porta sempre con sé una buona dose di fatica e quando la riconciliazione vuole essere seria, non la si può né ricevere, né dare a cuor leggero. Qualcosa deve cambiare da una parte e dall’altra. Soprattutto sarà possibile quando avremo capito, come dice Paolo, che è solo il Signore in grado di giudicare fino in fondo la responsabilità delle persone di fronte a certi comportamenti.
Infine perdoniamo di cuore e nei fatti. Non sarà sempre facile e possibile (perché a volte è l’altro che proprio non accetta la riconciliazione), ma non ci si può limitare a un perdono che doniamo a patto che quel fratello non ci giri più intorno. Purché non sia costretto a porgergli la mano e a fargli capire con il mio modo di fare che siamo ancora fratelli.
Il « segno della pace » che a ogni messa ci scambiamo, è un piccolo gesto simbolico. A chi porgiamo il nostro semplice gesto di fraternità probabilmente non dobbiamo perdonare nulla, ma esprima il nostro più vivo desiderio di riconciliazione verso tutti, la nostra piena disponibilità al perdono.
Paolo agli Efesini scrive: « Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira » (4,26). È un’espressione che si applica bene soprattutto nella famiglia, nel rapporto di coppia. Che la giornata si concluda sempre dandosi il perdono reciproco, sapendo che anche i più piccoli screzi e le divergenze inevitabili possono con il tempo creare pesanti divisioni difficili da superare. Alcuni di questi pensieri sono espressi così bene in questa brano poetico di Ignazio Amico:

Potersi dire: ho sbagliato
Parliamo,
non chiudiamoci nel silenzio,
mano nella mano, senza abbassare il capo,
ma guardandoci negli occhi con coraggio,
ammettiamo i nostri errori;
non importa se sono più gravi i miei o i tuoi,
sapere chi ha sbagliato per prima non consola,
ma è urgente liberarci da ogni astio,
senza né vinti né vincitori,
ritrovar la fiducia l’un nell’altro,
e lasciar che dal cuore una risata
esploda sulla nostra stupidità,
che per un attimo ci ha fatto scordare
che niente al mondo è più bello dell’amore.
Rompere la catena con il perdono

« Nulla vi è di più tenace del ricordo delle umiliazioni e delle ferite del passato. Esso riesce a tenere vivo il sospetto, anche da una generazione all’altra. Il perdono del vangelo è ciò che ci permette di andare al di là del ricordo. Saremo fra quelli che raccolgono le loro energie per sbarrare il passo alle antiche o nuove forme di diffidenza? » (frère Roger Schultz).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

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