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23 LUGLIO 2017 | 16A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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23 LUGLIO 2017 | 16A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
La parola di Dio propone tre parabole che parlano del regno di Dio tra noi. Regno che viene paragonato alla seminagione di un campo, a un granello di senape e a un po’ di lievito che fermenta la massa. Immagini piene della misericordia di Dio e di speranza.

La parola di Dio
Sapienza 12,13.16-19. « Dopo i peccati. tu concedi il pentimento », dice la Sapienza. E usi misericordia verso ogni uomo, perché tu sei buono e tutti sono tuoi figli.
Romani 8,26-27. Continua il capitolo ottavo della lettera di Paolo ai cristiani di Roma. Proseguendo nelle sue considerazioni, Paolo assicura che lo Spirito Santo intercede per noi, e ci fa capire quali sono le cose che dobbiamo chiedere e ciò che il Padre vuole da noi.
Matteo 13,24-43. Ci vengono proposte tre parabole, tutte e tre molto conosciute. Quella del grano e della zizzania è un invito a riconoscere i tempi di Dio e a imparare la tolleranza; quelle che paragonano il regno di Dio a un granellino di senapa e al lievito, sono parabole di fiducia nella forza prorompente del vangelo.

Riflettere
Continua la sezione di Matteo dedicata alle parabole. Ci viene presentata un’altra strana seminagione da parte di Dio. Una settimana fa, si parlava di un contadino che seminava sulla strada, tra le pietre e le spine… Oggi sembra quasi che Dio sbagli seminagione e insieme al grano buono semini anche le erbacce.
In realtà non è lui a seminare la zizzania, ma è il suo « nemico », che lo fa di notte, mentre il padrone e i servi dormono.
La parabola intende probabilmente infondere sicurezza e conforto ai cristiani della prima ora, che si sentivano in difficoltà di fronte a una società pagana chiusa ai valori e arrogante, che impediva l’affermarsi del vangelo.
Il campo questa volta è il mondo, la società, la stessa chiesa, siamo noi, persone singole, che vediamo tanto bene svilupparsi, tanti fermenti positivi, ma mescolati a tanto male, soffocati dalla zizzania.
« Il nemico » ha seminato della erbaccia. Non siamo stati noi, non ne siamo noi i responsabili, anzi ci chiediamo chi può aver fatto questo, di chi sono le responsabilità. Pensando a tragedie immani, come i campi di sterminio e le guerre di aggressione o la tortura, ma anche a chi davanti ai nostri occhi si presenta arrogante e fa il male, ci domandiamo: che fare?
I servitori sono impazienti: colti nel sonno dal nemico, ora che vedono l’erbaccia crescere vorrebbero ripulire il campo, strappare la zizzania.
Il significato della parabola è molto conosciuto. Forse non ci sorprende più, ma al tempo di Gesù, e anche oggi, non sono mai mancati coloro che vorrebbero anticipare i giudizi di Dio e si manifestano intolleranti verso coloro che guastano la società oppure verso coloro che, pur essendosi messi al seguito di Gesù, vivono male il cristianesimo.
Spesso queste persone zelanti sono in buona fede, vorrebbero difendere i più giovani, i più deboli, affermare il bene a ogni costo. È l’impazienza, l’inquietudine dei migliori, che vorrebbero pulire l’aia e mandare al fuoco ogni pianta che non porta frutto, come Giovanni Battista (Mt 3,7-10) o che per difendere la purezza della fede fanno sgozzare centinaia di falsi profeti come Elia (1Re 18,40).
Ma il male, l’infedeltà, l’incoerenza, lo scandalo, le proposte negative non possono essere facilmente eliminate. In ogni caso Gesù rifiuta interventi radicali. « C’è una tolleranza che è sinonimo di indifferenza; non è certo il caso della parabola, che parla di una tolleranza generata dall’amore » (Bruno Maggioni).
Alla parabola della zizzania, seguono due belle parabole sul regno di Dio, paragonato a un granello di senapa, che cresce a dismisura e in brevissimo tempo, pur essendo il più piccolo di tutti i semi.
Questo granello è Gesù stesso, seme gettato in terra a marcire, che risorge e porta molto frutto.
L’altra parabola parla del regno di Dio come lievito, che fermenta la pasta dal di dentro, in profondità, e la fa diventare pane buono. Il lievito è invisibile, ma senza di lui l’evoluzione della farina in pane non avviene. Sono il simbolo del bene che sono chiamati a compiere i cristiani: la loro testimonianza, anche quando è piccola e sproporzionata come un granello di senape, lascia sempre il segno e costruisce il regno.
Queste due parabole sono state comprese facilmente dagli apostoli, mentre per quella della zizzania chiedono a Gesù che gliela spieghi. La tolleranza di Dio a volte appare addirittura incomprensibile. Soprattutto perché non è la pazienza di chi aspetta al varco il peccatore rimandando la vedetta al giorno del giudizio, ma è la tolleranza dell’amore, che dà tempo a ciascuno di pentirsi e di diventare erba buona per produrre un buon raccolto.

Attualizzare
La parabola del grano e della zizzania è sempre di attualità, perché anche oggi, come al tempo di Gesù, ci sono tra noi gli intolleranti, i puri, coloro che vorrebbero mandare a morte, seppellire in galera ed escludere dalla società tutti quelli che si comportano male, e sono impazienti di vedere realizzati i severi giudizi di Dio.
Convinciamoci intanto che il male c’è. È la triste constatazione di tanti genitori che vedono i figli perdersi, degli educatori e dei movimenti: chi mai ha messo la zizzania nelle nostre famiglie, nella società, nella chiesa? C’è un « nemico » che semina di notte, mentre noi non siamo abbastanza vigili e attenti.
C’è il male, e prendiamone atto. Nel senso di riconoscerlo e chiamarlo per nome, senza pudori e false timidezze. Perché oggi a volte prendiamo facilmente tutto per buono, fino a non saper più distinguere ciò che è bene da ciò che non lo è.
Di fronte al male scopriamo con stupore il silenzio di Dio e facciamo fatica a comprendere. Come spiegarlo? È il trionfo apparente di ciò che è sbagliato, la serenità incosciente di tanti che allegramente distruggono la società e si autodistruggono. Pensano: « Ho peccato, ma non mi è capitato niente ».
Ma il silenzio di Dio nasce dallo stile di Dio, che è misericordia infinita, e sa che la zizzania può trasformarsi miracolosamente in grano. Così è stato per tante personalità straordinarie, da san Paolo a san’Agostino, da san Francesco d’Assisi a Edith Stein, e Charles de Foucauld, Jacques Fesch… i grandi san’Ignazio e san Camillo de Lellis.
Dio non ha fretta: la storia ha bisogno di tempi lunghi! « I cattivi esistono a questo mondo o perché si convertano, o perché per essi i buoni esercitino la pazienza » (sant’Agostino).
Non giudichiamo e non arroghiamoci un diritto che è solo di Dio, perché noi stessi in fondo siamo un misto di grano buono e di zizzania e la pazienza la dobbiamo esercitare anche con noi stessi, perché non sempre riusciamo a fare il bene che vorremmo.
Infine ci sono le ultime due parabole, piene di positività e di speranza. Il piccolo seme e il lievito sono simbolo di Gesù, simbolo del cammino della chiesa. Ottimismo e fiducia: la storia va verso il meglio, perché è guidata da Dio. A noi il compito di nutrirci di Gesù per diventare come lui, di lasciarci lievitare dalla sua parola, per portare frutto.

Gli uomini non sono mele
Nel film Là dove scende il fiume, parlando di un ex-bandito, un tale dice: « Quando una mela è marcia, non c’è niente da fare: non diventa più sana, anzi, guasta tutte le altre ». Il protagonista, James Stewart, commenta: « Ma gli uomini non sono mele! ».
Don Bosco, a proposito dei ragazzi difficili, diceva: « Prendete una mela marcia, apritela, spaccatela in due e vedrete che i semi sono buoni. Seminate questi semi e avrete delle mele sane e buone ».

Il tuo grido vinse la mia sordità
« Tardi ti amai, o bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti amai! Tu eri dentro di me e io fuori, e lì ti cercavo. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano le tue creature, che non esisterebbero se non fossero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido vinse la mia sordità. Ti assaporai, e ho fame e sete di te. Mi toccasti e aspiro ardentemente alla tua pace. Quando aderirò a te con tutto me stesso, non vi sarà più posto per il dolore e la fatica e la mia vita sarà viva, piena di te » (sant’Agostino).
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

16 LUGLIO 2017 | 15A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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16 LUGLIO 2017 | 15A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Il capitolo 13 del vangelo di Matteo presenta sei parabole, che ci verranno presentate nelle prossime tre domeniche. In quella di oggi, Gesù si immedesima in un seminatore generoso, che getta il seme anche dove la speranza del raccolto non c’è. Per dire che la parola di Dio riesce a portare frutto al di là di ogni ragionevole aspettativa.

La parola di Dio
Isaia 55,10-11. Come la pioggia e la neve scendono dal cielo, fecondano la terra e la fanno germogliare, così è la parola di Dio. È questo il messaggio pieno di speranza del profeta Isaia.
Romani 8,18-23. L’umanità è in cammino e il regno di Dio si fa strada. È un cammino straordinario, ma che si realizza grazie all’impegno di chi non teme di attendere nella fatica il compiersi delle promesse di Dio.
Matteo 13,1-23. Comincia nel vangelo di Matteo la sezione delle parabole. Gesù spiega perché parla in parabole: per svelare a tutti, nel modo più accessibile, i misteri di Dio. E perché, comprendendoli, possano scegliere, senza scuse, se aderirvi o meno.

Riflettere
Le parabole di Gesù occupano buona parte del vangelo. Gran parte del pensiero teologico di Gesù, più che attraverso teorie astratte, passa attraverso le parabole. È così che presenta il Padre, il regno, se stesso.
Il tono di ogni parabola è semplice e accessibile, per essere compreso da tutti. E nasce sempre dalla vita reale, partendo dalle cose più comuni e quotidiane: gli uccelli del cielo, i gigli del campo, il sole e la pioggia, le nuvole, il tramonto, la vite e il fico, il tarlo e la ruggine, i passeri e gli avvoltoi, i pesci, le pecore, le volpi e lo scorpione…
Gesù racconta la parabola del seminatore in un contesto suggestivo: la gente è molta e trovandosi in riva al lago, sale su una barca e racconta.
La parabola che ci viene proposta oggi è piena di ottimismo e di fiducia. Gesù paragona se stesso a un seminatore generosissimo. Addirittura sembra sprecare tempo e fatica gettando il seme anche là dove non potrebbe attecchire: sulla strada, tra le pietre e le spine.
È una scelta che nasce dal suo amore per ogni uomo, un amore esagerato e senza misura, nella speranza che anche l’uomo più refrattario possa accogliere il seme della sua parola.
Gesù però corregge Isaia, il quale afferma che la parola di Dio, scendendo come la pioggia e la neve, porta sicuramente frutto. In realtà, precisa Gesù, molto dipende dalla qualità del terreno su cui cade il seme.
In questo caso, tre quarti del raccolto vanno persi, lo dice lo stesso Gesù. Forse così avveniva realmente nella quotidianità del contadino ebraico, che aveva a che fare con un terreno arido, pieno di spine e di pietre.
Ma la parabola diventa « giudizio » verso il terreno inadatto a ricevere il seme. Il seme che cade sulla strada, dice Gesù, è quello di chi ascolta la parola, ma non è preparato a comprenderla e non lascia il segno. È la durezza impenetrabile, il rifiuto e l’indifferenza che lo rende inabile ad accoglierla.
Il seme che cade tra i sassi è di chi ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, ma non ha radici e alle prime difficoltà, l’abbandona. È l’esperienza di chi è facile all’entusiasmo, ma che non dà seguito a ciò che ha vissuto. Un fuoco di paglia.
La parola che cade tra le spine è soffocata dalla ricchezza e dall’ambizione. Ma anche dalle prove della vita, dalle crisi esistenziali.
Eppure il raccolto è ugualmente abbondante, continua Gesù: dove il terreno è buono, a volte frutta il trenta, a volte il sessanta, a volte addirittura il cento per cento. In questo caso, sì, il seme della parola di Dio non scende inutilmente e porta frutto.
L’atteggiamento di Gesù, anche nella spiegazione che ne dà, non è negativo, anche se sottolinea che molto dipende dal terreno su cui cade il seme. Parlando di un raccolto del cento per cento, un dato praticamente inverosimile, rivela anche la possibilità di frutti straordinariamente positivi nella seminagione. Soprattutto in campo spirituale sappiamo che può avvenire così. Proprio perché il seminatore è Gesù e si tratta della sua parola, può portare molto frutto.

Attualizzare
La parola di Dio cade su ogni fatto che riguarda la nostra vita: dai vari progetti di legge del nostro governo, ai rincari della benzina. Cade su tutto ciò che ci coinvolge e, come dice Isaia, non cade inutilmente. Ma purtroppo spesso il seme della parola incontra un cuore come il nostro, indaffarato in troppe cose, duro come la roccia. Dobbiamo imparare ad affrontare ogni esperienza mettendola a confronto con questa parola, leggerla e valutarla con l’occhio di Dio.
Il seminatore della parabola è Gesù, che non si mette dalla parte di chi miete, ma di chi semina, e lo fa con una generosità « sprecona » che sorprende. Promette un raccolto impossibile, semina anche sulla dura pietra, anche là dove non ci si può aspettare nulla di buono.
Ma il risultato è legato al terreno, dipende da chi ascolta. Al riguardo mi pare di grande interesse il commento che tempo fa il cardinal Martini ha fatto ai catechisti riuniti a Collevalenza, a partire proprio dalla parabola del seminatore.
Richiamandosi alla descrizione tipologica della parabola evangelica, il cardinal Martini distingueva alcuni gruppi umani:
- Gli uomini-asfalto. La strada è l’asfalto, l’impenetrabile. Sono tutti quei contempora-nei che non percepiscono affatto o rigettano esplicitamente il legame intimo con Dio e con la sua Parola. In essi sembra scomparsa ogni inquietudine e ogni domanda. Sulla strada, sull’asfalto, non cresce niente e non può penetrare alcun discorso religioso. Sono le persone che non hanno domande.
- Gli uomini-terra sassosa. Sono gli incostanti, gli incoerenti, i superficiali, gli individuali-sti. Forse, con un termine riassuntivo, potremmo parlare di battezzati post-cristiani, di gente battezzata ma che non ne accetta le conseguenze per la vita. Per questo, pur affermando di credere in Dio, si ritengono estranei alla chiesa, rifiutano l’ »humus » ecclesiale, rifuggono dall’esperienza comunitaria e parrocchiale. Si può parlare di post-cristiani perché il cristianesimo è già dietro di loro e – pur se significa qualcosa a livello folcloristico, culturale, tradizionale – non vale per l’esistenza quotidiana.
- Gli uomini-terra cespugliosa (le spine). È la gente soffocata dalla mentalità consumisti-ca, è la gente che cerca Gesù Cristo, cerca la chiesa e tuttavia conduce una vita molto pagana, rimanendo indifferente di fronte alle verità, soprattutto morali, del cristianesimo. Sono coloro che accettano un ritualismo esteriore, vogliono il battesimo, la comunione e la cresima per i propri figli, vanno talora in chiesa e chiedono funerali religiosi, ma non comprendono la necessità di una fede coerente nella vita.
- La terra buona. È suddivisa da Gesù in trenta, sessanta e cento. Si tratta di differenze grandi. Potremmo forse tradurre in questo modo:
- il trenta sono i credenti tradizionalisti, molto ligi alle pratiche, anzi rigidi, e però incapaci di aprirsi a nuove proposte. Producono frutto « trenta » perché non accolgono né l’evangelizzazione, né stimoli che escano dagli schemi a cui sono abituati;
- il sessanta sono tutti i « movimentisti »: persone di grande zelo, capaci di fare molte cose ma poco legati alle comunità locali;
- il cento è la mèta cui tutti dobbiamo tendere con la nostra seminagione apostolica.
Noi possiamo specchiarci in qualcuno di questi modelli, ma in realtà siamo qualcosa di mezzo: a volte siamo così e a volte diversi. Facciamo i nostri propositi di bene, abbiamo voglia di impegnarci, di prendere sul serio qualcosa. Di affrontare una buona volta seriamente il problema di Dio, di vivere il cristianesimo in modo meno superficiale. Ma poi ci lasciamo andare in un grigio quotidiano. Siamo un po’ terreno buono e un po’ terreno sassoso.
Quanto a chi è chiamato a seminare, non deve stancarsi di farlo e di offrire la parola anche a chi non sembra disponibile. Senza giudicare, senza pensare e dire « Non merita », « È tempo perso », « Ci ho già provato troppe volte ». Non così fa Dio con noi.
Ma dobbiamo anche chiederci se siamo capaci di usare i toni giusti, le parole giuste, i mezzi più idonei, i momenti più opportuni per raggiungere e farci capire e accogliere da chi ascolta.

Lavorate sul vostro campo
« Cambiate finché è possibile, voltate con l’aratro le parti dure, togliete le pietre dal campo, strappatene le spine. Non abbiate il cuore duro così da far morire subito la parola di Dio. Non abbiate un terreno leggero, in cui la carità non può radicarsi profondamente. Non permettete alle preoccupazioni e ai desideri mondani di soffocare il seme buono… » (Sant’Agostino).
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Gesù e i bambini

imm salmi e it - Copia

9 LUGLIO 2017 | 14A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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9 LUGLIO 2017 | 14A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Gesù esulta, perché tanta gente del popolo lo segue, lo capisce, lo accetta con semplicità e accoglie i suoi messaggi con apertura di cuore e disponibilità. Mentre i potenti e gli intellettuali del suo tempo gli tendono tranelli e non riconoscono la sua dottrina.
La parola di Dio
Zaccaria 9,9-10. Gesù realizza pienamente la profezia di Zaccaria. In contrapposizione ai re gloriosi del suo tempo, Zaccaria annuncia l’arrivo di un re « giusto, vittorioso e umile » che entra pacificamente in Gerusalemme, non servendosi di un cavallo da guerra, ma cavalcando un asinello.
Romani 8,9.11-13. Da oggi e per cinque domeniche sentiremo leggere il capitolo 8° della lettera di Paolo ai Romani. Quest’oggi Paolo ci invita a non diventare schiavi del peccato e a vivere una vita nuova nello Spirito. Vivere secondo lo Spirito è premessa di immortalità, perché abita in noi lo stesso Spirito che ha risuscitato Gesù dalla morte.
Matteo 11,25-30. Il vangelo ci fa conoscere una delle pochissime preghiere di Gesù al Padre. Gesù benedice e ringrazia perché la sua missione si compie e viene accolta da gente come lui, semplice e umile.

Riflettere
« Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra… » (Mt 11,25). Gesù ha scelto gli apostoli (cap. 9), ha chiesto loro una grande disponibilità, di non temere rischi, prove, persecuzione (cap. 10). Ma assicura: nemmeno un bicchiere d’acqua andrà perso a chi lo offrirà a chi annuncia il suo vangelo. Poi Matteo ci fa conoscere questa preghiera di Gesù. È un brano fresco e immediato, teologicamente significativo, « una meteora che proviene dal vangelo di Giovanni », come è stata definita questa sezione di Matteo. Ci rivela non solo con che stile Gesù si rivolge al Padre, ma è un importante spiraglio per farci comprendere come Dio interviene nella storia e dona la salvezza.
« Perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti » (Mt 11,25). Gli scribi, i farisei, i maestri della legge – cioè tutta la classe dirigente ebraica – non accoglie Gesù, anzi reagiscono con la massima durezza nei suoi confronti, difendendosi fino alla violenza dalle parole di novità di questo messia inatteso.
« e le hai rivelate ai piccoli » (Mt 11,25). Chi ha accolto il messaggio di Gesù, entrando nella logica di Dio, aprendosi al suo stile, è stata invece la gente semplice: il popolino, gli ex-pescatori, i peccatori pubblici, i poco raccomandabili. Quelli che non facevano parte di nessuna « casta », né politica, né economica, né sociale.
La salvezza quindi, che è sempre stata destinata a tutti, ma che in pratica era stata legata ai privilegiati, ora invece appare con evidenza slegata dalla cultura, dalla ricchezza, condizionata unicamente alla disponibilità a entrare in sintonia con Dio.
« Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza » (Mt 11,26). È il Padre che ha voluto così, è lui che interviene per mezzo di Gesù a compiere questo prodigio, a renderlo evidente.
« Nessuno conosce il Figlio se non il Padre… » (Mt 11,27). Gesù rivela anche il rapporto di comunione che c’è tra lui e il Padre. Tra Padre e Figlio c’è conoscenza perfetta.
« e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo » (Mt 11,27). Ma questa conoscenza si apre a chi è ben disposto, a chi è povero e semplice di fronte a Dio.
La salvezza è iniziativa del Padre, che interviene nella storia concretamente per mezzo di Gesù. Dunque Dio interviene nella storia e dona la salvezza anche attraverso i poveri e i semplici, cioè attraverso coloro che hanno conosciuto e accolto Gesù.
« Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e appressi… » (Mt 11,28). La seconda parte del passo di Matteo, più che ai discepoli è rivolto alla gente che lo segue. Quegli ebrei sono  » stanchi e scoraggiati, come pecore che non hanno pastore  » (Mt 9,36) e Gesù prova verso di loro una sincera commozione. Essi sono oppressi in particolare dal giogo della legge: centinaia di minuziose prescrizioni insopportabili. Gesù li invita a seguire lui e la sua nuova legge.
« Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero… » (Mt 11,30). Le parole di Gesù, che pure risuonano radicalmente impegnative, rispondono però intimamente alle esigenze più profonde dell’uomo e costituiscono un giogo meno pesante da portare.
Il brano è sicuramente polemico nei confronti di quelle classi che vedono nella parola di Gesù una minaccia alla loro posizione di prestigio e che sono più attente all’osservanza legale che disponibili alla parola di Dio.

Attualizzare
Al tempo di Gesù, tra gli ebrei, l’uomo riuscito era chi era diventato ricco e potente, con una bella famiglia e tanti figli. Erano le categorie privilegiate, che dominavano sul popolo. Mentre i poveri, gli ammalati, le prostitute, i pubblicani, il popolino erano considerati persone piene di peccati e dovevano offrire sacrifici per chiedere perdono.
Gesù guarda la situazione e sceglie: si schiera per i poveri, gli anawim, i miti, i peccatori. Lui stesso si fa uno di loro. E dice: « Imparate da me, fate come ho fatto io ».
« Chi sono i poveri oggi? », si domanda mons. Giovanni Nervo, fondatore della Caritas italiana: « Oggi i poveri sono la gente che ha passato lunghe notti d’inverno sul tetto delle fabbriche per difendere il posto di lavoro; sono gli immigrati che, quando perdono il lavoro per una legge miope e disumana, diventano clandestini, e quindi « delinquenti »; sono quelli che la nostra marina militare respinge in mare… « .
« Oggi, oltre che di povertà, parliamo anche di impoverimento: persone e famiglie che erano autosufficienti, un certo benessere, ma che con la perdita del lavoro, della chiusura dell’azienda, sono diventate povere ».
« In questa situazione », continua mons. Nervo, « la chiesa è chiamata a fare la scelta preferenziale dei poveri e a testimoniare al mondo di oggi « la benevolenza di Dio verso i piccoli, gli stanchi e gli oppressi »".
Così si sono regolati i cristiani lungo i secoli. Sin dai tempi di Paolo. « Dio ha scelto – dice l’apostolo ai cristiani di Corinto – ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio » (1Cor 1,26-29).
Da san Francesco a Madre Teresa, da san Vincenzo de’ Paoli a don Bosco, la storia della chiesa è costellata di cristiani che hanno compreso le parole di Gesù e le hanno vissute in forma personale, giungendo ai vertici della solidarietà e della comunione con Dio.
Non sono sicuramente mancati nei duemila anni della chiesa credenti di grande intelligenza e di studio, che hanno vissuto con semplicità e autenticità la loro fede. Basta pensare al genio di Agostino, di san Tommaso d’Aquino, di Dante Alighieri, di Pascal, e a uno stuolo di scienziati, artisti, sovrani e uomini politici che hanno messo l’intera loro intelligenza e il frutto delle loro competenze nella costruzione del regno di Dio.
Certo, esistono anche coloro che dalla scienza traggono solo dubbi e si allontanano dalla fede. Che non vogliono riconoscere la sovranità di Dio sul creato e sulle forze della natura, oppure che affermano che a loro il dono della fede non è concesso, poiché proviene gratuitamente da Dio.
È il caso di ricordare che la fede la si riceve in ginocchio, come ogni altro dono di Dio, e che il Padre si rivela a chi si fa piccolo come Gesù.
Proprio per questo motivo, dà un contributo più significativo alla costruzione del regno di Dio un’azione apparentemente piccola, ma compiuta per amore, che non le grandi imprese realizzate a titolo personale, magari per accrescere nella considerazione di chi ci vede.
L’insegnamento di Gesù è sconvolgente ancora oggi. Tutti vogliano contare, diventare dei numeri uno, crescere nel benessere, nella sicurezza, nella ricchezza. E quando le cose non vanno come si vorrebbe, ci si lascia prendere dallo sconforto e dalla frustrazione, pensando di aver sbagliato strada.
Ma è più importante ciò che siamo di fronte a Dio, del prestigio sociale e della ricchezza che abbiamo raggiunto. È più importante ciò ché siamo di ciò che possediamo.
Dice Ireneo di Lione: « È meglio e più utile essere semplici e sapere poche cose e vivere mediante l’amore in comunione con Dio, piuttosto che presumere di sapere molte cose e di avere molta esperienza, ma bestemmiare il proprio Dio. È meglio non sapere proprio nulla, nemmeno la causa di una qualsiasi cosa creata, ma credere a Dio e perseverare nell’amore, piuttosto che insuperbirsi per la propria scienza e perdere l’amore che dà la vita all’uomo. È meglio non cercare di sapere altro che Gesù Cristo, Figlio di Dio, crocifisso per noi, piuttosto di cadere nell’empietà, attraverso sottili questioni e minuzie di parole ».
Gesù si presenta come grande consolatore per gli uomini di ogni tempo. Il suo modo di fare è pieno di mitezza, di misericordia, di bontà. La sua legge è dolce, nasce dall’amore, risponde alle più profonde esigenze umane. Ma proprio nel capitolo precedente Matteo ha presentato le impegnative esigenze che Gesù chiede a chi lo segue. In che senso allora il giogo di Gesù è « dolce e leggero »?
- Gesù ci libera dalla schiavitù della legge, chiedendoci di arrivare al cuore di ogni legge, vivendo per amore;
- Ci libera da un certo modo di concepire l’autorità e il potere, chiedendoci di vivere nella fraternità;
- Ci assicura che siamo ascoltati dal Padre ogni volta che ci rivolgiamo a lui;
- Promette lo Spirito consolatore, che viene in soccorso alla nostra debolezza;
- Lui stesso si è presentato mite e umile di cuore: si è fatto come noi, si è inserito in una cultura e in un tempo storico, e come un buon pastore ha usato parole di consolazione e di amore con chi lo seguiva;
- Infine ha dato per amore la sua vita sulla croce, subendo la più tragica forma di umiltà.

L’umiltà di papa Luciani
Un giorno papa Luciani ebbe a dire: « Mi limito a raccomandare una virtù, tanto cara al Signore: ha detto: « Imparate da me che sono mite e umile di cuore ». Io rischio di dire uno sproposito, ma lo dico: il Signore tanto ama l’umiltà che, a volte, permette dei peccati gravi. Perché? perché quelli che li hanno commessi, questi peccati, dopo, pentiti, restino umili. Non vien voglia di credersi dei mezzi santi, dei mezzi angeli, quando si sa di aver commesso delle mancanze gravi. Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili. Invece la tendenza, in noi tutti, è piuttosto al contrario: mettersi in mostra. Bassi, bassi: è la virtù cristiana che riguarda noi stessi ».

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

2 LUGLIO 2017 | 13A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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2 LUGLIO 2017 | 13A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare

Chi accetta di diventare discepolo di Gesù deve sapere che questa scelta diventa prioritaria di fronte a qualunque altra. Ma Gesù invita i cristiani ad accogliere coloro che lasciano tutto e si mettono in viaggio per annunciare il vangelo, dando loro, quando occorre, la necessaria ospitalità.

La parola di Dio
2 Libro dei Re 4,8-11.14-16. Il profeta Eliseo viene ospitato da una famiglia perché « è un uomo di Dio e un santo ». Il profeta ricambia suscitando da parte di Dio il miracolo che quella famiglia attendeva.
Romani 6,3-4.8-11. Continua la lettera di Paolo ai primi cristiani di Roma. Ricorda a loro che hanno ricevuto il battesimo e la vita nuova per mezzo della passione, morte e risurrezione di Gesù. E li invita a vivere per lui.
Matteo 10,37-42. Il capitolo decimo di Matteo presenta le condizioni per mettersi al seguito di Gesù. Chi sceglie Gesù lo fa in modo radicale e condivide la sua vita.

Riflettere
Ciò che impressiona maggiormente nelle affermazioni di Gesù è sicuramente la radicalità della scelta che il discepolo deve fare, senza mezze misure.
È sottolineata bene anche la libertà che il cristiano deve avere di fronte alle cose e alle persone nei confronti di Dio. Quando si tratta di Dio, tutto passa in secondo ordine.
Colpisce la serietà che Gesù richiede a coloro che vogliono diventare suoi discepoli, l’impegno che un cristiano assume quando vuole prendere le cose sul serio.
La frase che Gesù dice assume un tono così paradossale da apparire poco reale. Invece proprio questo riferirsi alla propria casa, agli affetti più cari e quotidiani, rende estremamente concrete le sue parole. In fondo Gesù chiede a ogni cristiano di non assolutizzare le persone, le cose, le situazioni che riempiono la sua vita di ogni giorno.
E si tratta di una rinuncia vera, anche se non sempre il distacco diventa fisico: non a tutti Gesù chiede di abbandonare fisicamente parenti e beni, ma certamente a tutti chiede di cambiare il proprio atteggiamento nei loro confronti. Si tratta di legami veri e profondi, che non possono essere rinnegati, ma che un vero discepolo vive in un modo nuovo, mettendoli a servizio del vangelo.
Su questo punto, che parrebbe assolutamente originale, Gesù ricalca un pensiero che era già stato espresso nell’antico testamento, anche se le parole a noi paiono paradossali e vanno lette nel contesto in cui sono state espresse. E tuttavia è evidente la prevalenza di Dio su ogni cosa e persona: « Qualora il tuo fratello, figlio di tuo padre o figlio di tua madre, o il figlio o la figlia o la moglie che riposa sul tuo petto o l’amico che è come te stesso t’istighi in segreto, dicendo: « Andiamo, serviamo altri dèi », dèi che né tu né i tuoi padri avete conosciuto, divinità dei popoli che vi circondano, vicini a te o da te lontani da un’estremità all’altra della terra, tu non dargli retta, non ascoltarlo. Il tuo occhio non ne abbia compassione: non risparmiarlo, non coprire la sua colpa. Tu anzi devi ucciderlo: la tua mano sia la prima contro di lui per metterlo a morte; poi sarà la mano di tutto il popolo. Lapidalo e muoia, perché ha cercato di trascinarti lontano dal Signore, tuo Dio… » (Dt 13,7-11).
Tra le condizioni per mettersi al seguito di Gesù bisogna dunque tenere presenti queste parole riportate dall’evangelista Matteo, che inducono il cristiano a impegnarsi fino in fondo per delle scelte non facili. Gesù non ha mai parlato di una scelta di comodo. D’altra parte sa che questa scelta egli la può richiedere, anzi è l’unico a poterla richiedere.
Il capitolo 10 di Matteo è tutto dedicato all’impegno missionario degli apostoli. Dopo aver scelto i dodici (vv. 1-4), Gesù li manda al popolo d’Israele (vv. 5-6). Intanto traccia per loro uno stile di comportamento (vv. 7-15), li invita a non scomporsi nelle persecuzioni (vv. 16-25) e a essere liberi anche di fronte ai legami familiari per potersi impegnare in questo nuovo tipo di vita (vv. 34-39).
Ma quasi per offrire loro un segno tangibile di solidarietà, invita tutti a essere ospitali nei loro confronti. « Chi accoglie voi, accoglie me », dice esplicitamente Gesù. Come Gesù è mandato dal Padre, così gli apostoli sono mandati da Gesù. Nel modo con cui gli uomini accoglieranno gli apostoli, così accolgono lui e il Padre.
Chi non accoglie e non ascolta gli apostoli, nel giorno del giudizio sarà punito più severamente della gente di Sodoma e Gomorra (v. 15).
Chi invece li ospita e quindi permette al profeta o al giusto di poter annunciare il vangelo, dice Gesù, riceverà la stessa ricompensa riservata al profeta o al giusto. Anche chi accoglie un « piccolo », cioè uno che non ha altre credenziali e qualifiche che quella di essere discepolo, non perderà la sua generosità.
Già nell’antico testamento l’ospitalità e il rispetto per il forestiero erano sacri, perché il popolo ebraico aveva in prima persona conosciuto la dipendenza, lo sfruttamento, la condizione dello straniero. Chi rifiutava l’ospitalità era come se non accogliesse un « an-gelo », un messaggero di Dio (cf Gn 18).
Nel vangelo però l’ospitalità è data a un titolo tale che non può essere negata. Il credente sa che dando ospitalità all’inviato di Gesù, ospita Gesù in persona. Per il credente quindi l’ospitalità non è soltanto un atto di cortesia, di umanità, di solidarietà, ma è un vero atto di fede.

Attualizzare
Se riflettiamo a certe scelte importanti della nostra vita (matrimonio, scelta professionale…) vedremo che tutti siamo chiamati qualche volta a fare scelte radicali, e le facciamo sovente in modo non necessariamente traumatico, semplicemente perché riteniamo che la strada che vogliamo iniziare per noi è molto importante.
Così per sposarsi, una persona lascia realmente padre, madre, fratelli e sorelle, la propria casa… Per il proprio lavoro, a volte soltanto per elevarsi socialmente, si lascia tutto, anche la propria nazione. Dunque la scelta di Gesù non è assurda: dipende soltanto dal valore che noi attribuiamo alla sua chiamata.
Abbiamo probabilmente fatto l’abitudine a Dio, fino al punto da dimenticare che dal momento che è Dio, nei nostri confronti non può che diventare un assoluto.
Scegliere Dio può comportare questa fatica: ma la nostra scelta ha la possibilità di fare il miracolo di legarci maggiormente alle persone care, di farci gustare in modo più intenso e genuino le cose di questo mondo. Ogni volta che offriamo qualcosa a Dio, ci viene restituita rinnovata: come quando durante la messa offriamo pane e vino e riceviamo in cambio il corpo e il sangue del suo Figlio.
Che significa oggi praticamente rinunciare al padre, alla madre, alla famiglia, alla propria vita? Significa evidentemente mettere a disposizione di Dio ciò che abbiamo: il nostro tempo, il denaro, i nostri progetti. A qualcuno Dio chiederà anche un abbandono visibile e fisico, a molti chiederà di diventare più disponibili, di dedicare più spazio alle cose di Dio: alla preghiera, alla comunità cristiana, agli impegni nella parrocchia, al servizio.
Probabilmente dobbiamo anche trovare il modo di compiere alcuni gesti che possano esprimere la nostra disponibilità a subordinare nelle scelte gli interessi personali a quelli di Dio. Un tempo questi gesti si chiamavano piccole rinunce o « fioretti ». Cose superate, forse. Ma è un fatto che bisogna esercitarsi per essere capaci di fare delle scelte più importanti nel momento in cui ci saranno richieste.
La seconda parte del brano fa riferimento all’ospitalità che deve essere offerta ai discepoli. Ma il discorso può essere allargato, ricordando che presso gli antichi – e in modo speciale nelle comunità ecclesiali – l’ospitalità era considerata una cosa sacra. Oggi la si vede come un atto di ingenuità, una mancanza di accortezza, di furbizia: chi non si difende e non si barrica dentro la propria casa, pensa che o prima o poi ne avrà delle conseguenze spiacevoli.
Si moltiplicano quindi le porte blindate, gli antifurto, non si aprono le porte… Si vive in una diffidenza di fondo: c’è un senso di sfiducia spesso motivata, frutto di esperienze amare. Chi chiede ospitalità spesso non è sincero, è un approfittatore, un opportunista.
Difficilmente quindi la pratica dell’ospitalità potrebbe essere vissuta oggi come in passato. Sarebbe semplicistico accusare di individualismo o di mancanza di solidarietà chi non si sente di essere ospitale. Ci troviamo infatti di fronte a un ambiente sociale talmente mutato che pare giustificare certi comportamenti restii e chiusi. Forse però bisogna tentare qualcosa per sbloccare in qualche modo questa situazione.
Anzitutto quando si parla di ospitalità, non necessariamente ci si riferisce a quella tradizionale, quando si accoglieva una persona in casa per interi giorni e notti. È in qualche modo ospitalità anche l’accoglienza che si manifesta con un sorriso, con il saluto, la disponibilità al dialogo. Queste piccole cose servono molto a far sentire l’altro a suo agio, sgelando i rapporti, indicando la porta aperta a un rapporto di amicizia più approfondito.
È ospitalità non chiudersi in casa tra quattro mura, cercando di incontrare gente, fare e accettare inviti a pranzo…
Nel vangelo si parla di ospitalità offerta al discepolo « in quanto discepolo ». Quindi almeno tra fratelli nella fede bisognerebbe riuscire a praticare l’ospitalità anche in senso stretto, materiale. Se fossimo più comunità, avremmo più coraggio nell’abbattere steccati, nel non temere che gli altri ficchino il naso in casa nostra.
L’ospitalità può diventare in molti casi un atto di solidarietà doveroso: è il caso di chi subisce uno sfratto improvviso, una calamità naturale, delle impreviste difficoltà familiari… Dovremmo ricuperare l’idea che quando una persona diventa nostra ospite, non porta soltanto del disagio in più, ma « la benedizione di Dio ».
Se abbiamo tanta paura di offrire ospitalità, dobbiamo riconoscere che è anche perché siamo ricchi, possediamo molto e temiamo di perdere ciò che abbiamo.
L’ospitalità ci mette in condizione di offrire un servizio, di sperimentare la gioia di essere utili agli altri, di condividere con altri le cose che possediamo.
L’ospitalità infine mi fa dimenticare me stesso e miei problemi. I nostri drammi personali e familiari che ci tormentano, messi a confronto di quelli di altri spesso diventano piccole cose. Quanto più evitiamo di calarci nella pelle degli altri, di entrare nel loro animo nelle loro difficoltà, tanto più le nostre difficoltà ci sembrano insormontabili. È il confronto invece che rende solidali e ridimensiona i problemi.

In realtà accogli Cristo
« Lo sanno tutti: è bello accogliere bene i forestieri, non lasciar mancare alla loro mensa le attenzioni dovute agli ospiti, essere disponibili nei loro confronti, attendere la loro venuta. Dio ama l’ospitalità, tanto che neppure un bicchiere d’acqua fresca rimarrà senza ricompensa. Pensa che Abramo ospitò Dio, mentre pensava semplicemente di essere ospitale, e Lot ospitò degli angeli. Come fai a sapere se anche tu, quando accogli un ospite, non accogli Cristo? D’altra parte in ogni ospite c’è Cristo, perché Cristo è nel povero, come egli stesso dice… » (Sant’Ambrogio).

Chi è il cristiano
« Cristiano è colui che imita Cristo in tutto… Con tutti è ospitale, a nessuno chiude la porta in faccia, accoglie i poveri alla sua mensa. Tutti riconoscono la sua bontà e nessuno da lui viene offeso. Egli serve Dio giorno e notte con semplicità e rettitudine, con una coscienza coerente e fedele. Vive abitualmente con la mente aperta a Dio, non è attaccato alle cose materiali, ma ha un vivo desiderio per le cose di fede » (S. Cipriano).
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II (2001)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/2001/documents/hf_jp-ii_hom_20010629_sts-peter-paul.html

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II (2001)

Venerdì 29 giugno 2001

1. « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16,16).

Quante volte abbiamo ripetuto questa professione di fede, pronunciata un giorno da Simone, figlio di Giona, nei pressi di Cesarea di Filippo! Quante volte io stesso ho trovato in queste parole un sostegno interiore per proseguire nella missione che la Provvidenza mi ha affidato!
Tu sei il Cristo! L’intero Anno Santo ci ha portati a fissare lo sguardo su « Gesù Cristo unico salvatore, ieri, oggi e sempre ». Ogni celebrazione giubilare è stata un’incessante professione di fede in Cristo, rinnovata in modo corale a duemila anni dall’Incarnazione. Alla domanda, sempre attuale, di Gesù ai suoi discepoli: « Voi chi dite che io sia? » (Mt 16,15), i cristiani del Duemila hanno risposto ancora una volta unendo le loro voci a quella di Pietro: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ».
2. « Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli » (Mt 16,17).
Dopo due millenni, la « roccia » su cui è fondata la Chiesa resta sempre la stessa: è la fede di Pietro. « Su questa pietra » (Mt 16,18) Cristo ha costruito la sua Chiesa, edificio spirituale che ha resistito all’usura dei secoli. Certamente, su basi semplicemente umane e storiche non avrebbe potuto reggere all’assalto di tanti nemici!
Nel corso dei secoli, lo Spirito Santo ha illuminato uomini e donne, di ogni età, vocazione e condizione sociale, per farne « pietre vive » (1 Pt 2,5) di questa costruzione. Sono i santi, che Dio suscita con inesauribile fantasia, ben più numerosi di quanti ne additi solennemente la Chiesa ad esempio per tutti. Una sola fede; una sola « roccia »; una sola pietra angolare: Cristo, Redentore dell’uomo.
« Beato te, Simone figlio di Giona »! La beatitudine di Simone è la stessa di Maria santissima, alla quale Elisabetta disse: « Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore » (Lc 1,45). E’ la beatitudine riservata anche alla comunità dei credenti di oggi, alla quale Gesù ripete: Beata te, Chiesa del Duemila, che custodisci intatto il Vangelo e continui a proporlo con rinnovato entusiasmo agli uomini dell’inizio di un nuovo millennio!
Nella fede, frutto del misterioso incontro tra la grazia divina e l’umiltà umana che ad essa si affida, sta il segreto di quella pace interiore e di quella gioia del cuore che anticipano in qualche misura la beatitudine del Cielo.

3. « Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede » (2 Tm 4,7).
La fede si « conserva » donandola (cfr Enc. Redemptoris missio, 2). E’ questo l’insegnamento dell’apostolo Paolo. Ciò è avvenuto da quando i discepoli, il giorno di Pentecoste, usciti dal Cenacolo e sospinti dallo Spirito Santo, si mossero in ogni direzione. Questa missione evangelizzatrice prosegue nel tempo ed è la maniera normale con cui la Chiesa amministra il tesoro della fede. Di questo suo dinamismo tutti dobbiamo essere attivamente partecipi.
Con tali sentimenti rivolgo il mio più cordiale saluto a voi, cari e venerati Fratelli, che oggi mi fate corona. In modo speciale saluto voi, cari Arcivescovi Metropoliti, nominati nel corso dell’ultimo anno e venuti a Roma per il tradizionale rito dell’imposizione del Pallio. Voi provenite da ventuno Paesi dei cinque continenti. Nei vostri volti contemplo il volto delle vostre Comunità: un’immensa ricchezza di fede e di storia, che nel Popolo di Dio si compone e si armonizza come in una sinfonia.
Saluto anche i novelli Vescovi, ordinati nel corso di quest’anno. Anche voi provenite da varie parti del mondo. Nelle diverse membra del corpo ecclesiale, che voi qui rappresentate, ci sono speranze e gioie, ma non mancano certo le ferite. Penso alla povertà, ai conflitti, talora persino alle persecuzioni. Penso alla tentazione del secolarismo, dell’indifferenza e del materialismo pratico, che mina il vigore della testimonianza evangelica. Tutto ciò non deve affievolire, ma intensificare in noi, venerati Fratelli nell’Episcopato, l’ansia di recare la Buona Novella dell’amore di Dio ad ogni essere umano.
Preghiamo perché la fede di Pietro e di Paolo sostenga la nostra comune testimonianza e ci renda disponibili, se necessario, a giungere sino al martirio.
4. Fu proprio il martirio il suggello della testimonianza resa a Cristo dai due grandi Apostoli che oggi celebriamo. A distanza di qualche anno l’uno dall’altro, versarono il loro sangue qui a Roma, consacrandola una volta per sempre a Cristo. Il martirio di Pietro ha segnato la vocazione di Roma come sede dei suoi successori in quel primato che Cristo gli conferì a servizio della Chiesa: servizio alla fede, servizio all’unità, servizio alla missione (cfr Enc. Ut unum sint, 88).
E’ pressante quest’anelito alla totale fedeltà al Signore; si fa sempre più intenso il desiderio della piena unità di tutti i credenti. Mi rendo conto che, « dopo secoli di aspre polemiche, le altre Chiese e Comunità ecclesiali sempre più scrutano con uno sguardo nuovo tale ministero di unità » (ivi, 89). Ciò vale in modo particolare per le Chiese Ortodosse, come ho potuto notare anche nei giorni passati, nel corso della mia visita in Ucraina. Quanto vorrei che s’affrettassero i tempi della riconciliazione e della reciproca comunione!
In tale spirito, sono lieto di rivolgere il mio cordiale saluto alla Delegazione del Patriarcato di Costantinopoli, guidata da Sua Eminenza Jeremias, Metropolita di Francia ed Esarca di Spagna, che il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I ha inviato per la celebrazione dei santi Pietro e Paolo. La loro presenza aggiunge una particolare nota di gioia alla nostra festa. Intercedano per noi i Santi Apostoli, affinché il nostro impegno congiunto possa sollecitare e preparare la ricomposizione di quell’unità, piena ed armonica, che dovrà caratterizzare la Comunità cristiana nel mondo. Quando questo avverrà, sarà più facile al mondo riconoscere il volto autentico di Cristo.
5. « Ho conservato la fede »! (2 Tm 4,7). Così afferma l’apostolo Paolo facendo il bilancio della sua vita. E sappiamo in quale modo la conservò: donandola, diffondendola, facendola fruttificare il più possibile. Sino alla morte.
Allo stesso modo, la Chiesa è chiamata a conservare il « deposito » della fede, comunicandolo a tutti gli uomini e a tutto l’uomo. Per questo il Signore l’ha inviata nel mondo, dicendo agli Apostoli: « Andate, e fate discepole tutte le nazioni » (Mt 28,19). Questo mandato missionario è più che mai valido ora, all’inizio del terzo millennio. Anzi, di fronte alla vastità del nuovo orizzonte, esso deve ritrovare la freschezza degli inizi (cfr Enc. Redemptoris missio, 1).
Se san Paolo vivesse oggi, come esprimerebbe l’anelito missionario che ha contrassegnato la sua azione a servizio del Vangelo? E san Pietro non mancherebbe certo di incoraggiarlo in questo generoso slancio apostolico, dandogli la sua destra in segno di comunione (cfr Gal 2,9).
Affidiamo, pertanto, all’intercessione di questi due Santi Apostoli il cammino della Chiesa all’inizio del nuovo millennio. Invochiamo Maria, la Regina degli Apostoli, perché ovunque il popolo cristiano cresca nella comunione fraterna e nello slancio missionario.
Possa quanto prima l’intera comunità dei credenti proclamare con un cuor solo e un’anima sola: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! ». Tu sei il nostro Redentore, il nostro unico Redentore! Ieri, oggi e sempre. Amen.

 

25 GIUGNO 2017 | 12A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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25 GIUGNO 2017 | 12A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
« Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio », dice Gesù. Gesù parla agli apostoli e ai missionari e li incoraggia a non essere deboli e timorosi nella loro testimonianza, riponendo la propria sicurezza in Dio.

La parola di Dio
Geremia 20,10-13. Geremia è stato profeta in un periodo difficile della storia di Israele. Ha conosciuto persecuzione, carcere duro e morte in esilio. È un modello per chi non deve arrendersi nell’annunciare la parola di Dio.
Romani 5,12-15. Paolo afferma che come il peccato e la morte sono entrati nel mondo a causa del primo uomo, la salvezza è venuta da Gesù, l’uomo nuovo: una salvezza ben più significativa, avendo dato inizio a una nuova umanità.
Matteo 10,26-33. Continua la lettura del capitolo decimo di Matteo. Chi annuncia il vangelo, dice Gesù, lo deve fare con grande slancio e senza temere le difficoltà, i contrasti e la stessa persecuzione.

Riflettere
Geremia ha profetato tra il 626 a.C. e il 587. Soprattutto negli ultimi vent’anni è stato coinvolto con la storia del suo popolo, che subì due deportazioni per opera di Nabuccodonor, re di Babilonia: la prima nel 597, la seconda nel 587, con la distruzione della città, del tempio, della deportazione dei superstiti e dello stesso re Sedecia.
Sin dal 605 Nabuccodonosor governa sulla Palestina e Geremia invita la popolazione ad accettare questa sottomissione in attesa di tempi migliori, immaginando e minacciando, a nome di Dio, le tragiche conseguenze di una ribellione. Come avverrà.
Geremia fa il profeta quasi contro voglia: « Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me.… » (20,7).
Geremia veniva accusato di scoraggiare la gente e i soldati, fu gettato in una cisterna e poi fu anche lui deportato e probabilmente morì in Egitto.
L’esperienza della coraggiosa e contrastata predicazione di Geremia, si collega al capitolo 10 di Matteo, dove Gesù, scelti i dodici apostoli, li manda in missione, lasciando però ad essi alcune avvertenze, che dovranno caratterizzare il loro comportamento, ma anche l’incoraggiamento a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e ai contrasti a cui andranno incontro.
Gesù in poche battute ripete per tre volte l’invito a « non avere paura ». « Non abbiate paura degli uomini », dice. Parole che sanno di incoraggiamento, di consolazione, di sicurezza. Parole amiche, di chi prevede per i suoi seguaci tempi duri e vuole infondere coraggio. Parole che sanno di realismo, perché è inevitabile che chi segue lui vada incontro alla croce e alla persecuzione.
Parole accompagnate da alcuni passaggi forti, per far capire chi è che dà la forza di superare la paura: « Abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo… » (Mt 10,28). Parole che intendono infondere coraggio e spingere gli apostoli a buttarsi senza riserve nella missione, sapendo di avere Dio dalla loro parte. Nel parallelo passo di Luca si legge: « Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il regno » (Lc 12,32).
La preoccupazione, la paura, può sorgere proprio dall’inadeguatezza e dalla sproporzione delle forze in campo di fronte alla costruzione del regno, e ai poteri forti che potrebbero contrastarle, ma Gesù assicura quel piccolo manipolo di persone che potranno sempre contare su un Padre che si curerà di loro, soprattutto nel momento della difficoltà. L’importante è che, più che ricercare di accrescere la loro forza nelle risorse umane, non perdano la fede in Dio.
« Nessun passero cade a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati » (Mt 10,30-31). È questa la certezza che l’ultima parola la dirà colui che ci manda ad annunciare agli altri la sua parola. Anche gli esseri più piccoli, i passeri, e la cosa più insignificante, i nostri capelli, sono nelle mani del Padre, che se ne prende cura.
« Quello che io vi dico nelle tenebre, voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze » (Mt 10, 27), dice Gesù, che chiede agli apostoli un entusiasmo che non ammette timidezze. Chi si mette al suo seguito deve essere mosso da forti convinzioni, dal bisogno di gridare a tutti la gioia e le convinzioni che si porta dentro.
È un parlare che fa pensare inoltre alla capacità di presentare quel che ha detto Gesù non solo in modo aperto e pubblico, senza complessi di inferiorità o « rispetto umano », ma anche facendo uso, diremmo oggi, di tutti quegli strumenti nuovi (tecnologici) che possano rendere più trasparente il messaggio.
« Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32). Non dimentichiamo che Gesù queste parole le dice a uomini che lo abbandoneranno nel momento del pericolo, che diranno di non conoscerlo, per paura della persecuzione.

Attualizzare
Si direbbe che la persecuzione sia parte integrante dell’annuncio del vangelo. Gesù avvisa i suoi sin dall’inizio. Li ha appena scelti e li manda in missione. Ma li mette immediatamente in guardia. Li rende consapevoli che le sue parole non giungeranno a gente disposta a riceverle, ma, proprio perché si tratta di parole liberanti, quindi spesso provocatorie e alternative, sono destinate a non essere immediatamente e facilmente accolte, anzi rifiutate, contrastate, impedite.
Gli Atti degli apostoli ci raccontano che la persecuzione ha accompagnato la chiesa sin dai primi decenni. L’apostolo Giacomo, il diacono Stefano, Pietro e Giovanni hanno sperimentato con il carcere e la vita che la messa in guardia di Gesù non era tanto per dire. Ci sarà sempre chi si difenderà con ogni mezzo alla novità del vangelo, chi non vorrà abbandonare le proprie concezioni di vita e tradizioni.
La storia della chiesa rivela, sin dagli inizi, due movimenti in parallelo. Da una parte la straordinaria audacia e infaticabilità dei primi cristiani e dall’altra la persecuzione, i contrasti. Curiosa però questa intolleranza verso i cristiani, fino a diventare in ogni tempo autentica persecuzione, carcere, martirio. Perché ci si difende dai cristiani, perché danno fastidio e vengono perseguitati o derisi, emarginati? Perché chi è al potere teme coloro che parlano solo di amore, di fraternità, di giustizia?
Ma è stato così in ogni epoca, soprattutto quando il vento dello Spirito ha soffiato più forte e le istituzioni si sono sentite minacciate. Anche oggi in molte nazioni i cristiani subiscono persecuzione, carcere, emarginazione. Sono oltre un centinaio all’anno i missionari che vengono assassinati.
Ma anche nei paesi della democrazia avanzata e del benessere, il cristianesimo conosce l’emarginazione e chi si dichiara cristiano è talvolta oggetto di irrisione e di indifferenza. Molti si vergognano di dirsi cristiani, non si fanno riconoscere, temono di apparire poco moderni, poco aperti, troppo ossequienti ai preti e alla chiesa. Si mimetizzano per evitare disagi, opposizioni, contrapposizioni.
L’impressione è che se le chiese nei giorni di festa sono ancora abbastanza frequentate, si tratta sovente di un cristianesimo vissuto per abitudine. La vita reale sembra rimanere fuori e ogni cristiano vive i propri valori in solitudine, tra l’indifferenza dei più.
I cristiani nella nostra società non appaiono protagonisti e non sono per lo più persone di rottura. Molte battaglie condotte dai vertici sembrano dettate dalla paura di scomparire, lasciano i cristiani indifferenti, mentre il profumo delle verità evangeliche non si diffonde nei media moderni e non riesce a farsi strada, a raggiungere chi è vittima di un pensare comune piatto e scontato.
Il vero cristianesimo dovrebbe modificare profondamente la società e investire i rapporti umani. Il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, ha scritto qualche tempo fa ai suoi diocesani invitandoli al « rispetto e alla gentilezza, che aiutano a umanizzare il territorio: a fare un piacere gratuito, a dare volentieri la precedenza o a cedere un posto, a coltivare sentimenti di fiducia più che di diffidenza…. ». E di fronte al grave problema della casa, ha esortato: « Oso rivolgermi anzitutto alle comunità parrocchiali, agli istituti religiosi, alle realtà del mondo cattolico e alle famiglie che possiedono diverse unità abitative disponibili, perché si offrano a condividere almeno parte delle rispettive proprietà, dandole in locazione a prezzi accessibili ».
La parola di Dio ci invita a ricuperare il coraggio della testimonianza. Ispirandoci alla tenacia di Geremia, a quella degli apostoli, di Paolo. « Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato » (At 4,20), dicono Pietro e Giovanni davanti al tribunale ebraico per giustificare la loro condotta. Chi ha conosciuto il messaggio di Dio non può tenerlo per sé. È lo Spirito che spinge a rendere partecipi anche altri della propria gioia per il dono della vita nuova ricevuta.
Ricordiamo ciò che ha detto ai giovani Giovanni Paolo II a Tor Vergata: « Se sarete quello che dovete essere, metterete il fuoco in tutto il mondo ». A volte si è troppo timidi, quando qualcuno ti canzona o magari ti bestemmia in faccia per provocarti. Mentre i cristiani non temono il confronto e accettano la sfida, sanno rendere ragione delle proprie convinzioni e della propria felicità. Rifiutano il ghetto, non si staccano dalla vita, sanno di costruire la storia.

La fede difficile dei giovani
« Voglio esprimere il mio disagio », dice Cesare, un ragazzo di 16 anni di Vicenza: « Nel mio ambiente, tra gli amici e i compagni di scuola, sono tra i pochi della mia età ad avere il coraggio di definirmi cristiano. E per questo sono spesso offeso e deriso… ». Ha scritto alla rivista Dimensioni Nuove e altri giovani come lui gli hanno risposto che essere cristiani era difficile 2000 anni fa e lo è ancora oggi. Che dirsi cristiani non è cosa da poco, perché non si tratta solo di pronunciare una frase o partecipare a una messa: essere cristiani può significare avere il coraggio di restare in pochi. Ed è esattamente questo che dice Gesù quando chiede ai suoi discepoli di non avere paura, di rendergli aperta testimonianza, di non nascondersi, anzi di sbandierare la propria identità senza complessi.

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

11 GIUGNO 2017 | 10A DOMENICA: LA SS. TRINITÀ – A | OMELIA

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11 GIUGNO 2017 | 10A DOMENICA: LA SS. TRINITÀ – A | OMELIA

Nel nome del Padre, Figlio e Spirito Santo

Per cominciare
Il Dio dei cristiani è un solo Dio, in tre persone. È questo uno dei misteri della nostra fede e ci crediamo perché ci è stato rivelato da Gesù. Gesù ci rivela anche che Dio è Trinità per noi, per amore, per la nostra salvezza.
La parola di Dio
Esodo 34,4b-6.8-9. Mosè sale sul monte Sinai per incontrarsi con Dio, ricevere la legge e per chiedergli di essere il Dio del suo popolo. Iahvè si presenta pieno di misericordia e di pietà e Mosè gli chiede di perdonare la durezza del loro cuore e di camminare davanti a loro.
2 Corinzi 13,11-13. Paolo saluta cristianamente i Corinzi, nel nome del Signore Gesù, nel nome di Dio che è Padre e nella comunione dello Spirito Santo. E li invita al coraggio, all’unità, alla fraternità: « Salutatevi con il bacio santo », dice loro.
Giovanni 3,16-18. Gesù è il Figlio di Dio e il Padre lo ha inviato tra noi per salvarci. È l’ardita rivelazione di Gesù a Nicodemo nel loro colloquio notturno.

Riflettere
Il brano di Giovanni ci propone un passaggio del dialogo notturno di Gesù con Nicodemo, un « maestro d’Israele », un fariseo membro del sinedrio.
Con il tempo, chissà per quali altre vicende, Nicodemo si schiererà dalla parte di Gesù fino a difenderlo pubblicamente tra i suoi colleghi (Gv 7,50-51), e al momento della deposizione dalla croce di Gesù, sarà lui insieme a Giuseppe d’Arimatea a occuparsi della sua sepoltura, uscendo allo scoperto, se non addirittura manifestandosi suo seguace (cf Gv 19,39).
Nicodemo fa fatica a capire ciò che dice Gesù. Gesù gli propone un profondo cambiamento di vita, una vera rinascita « dall’alto ». E poi gli rivela la sua identità di messia atteso e annunciato, centro della fede dei credenti, segno dell’amore di Dio-Padre verso ogni uomo. Un amore che molti non accolgono, perché non amano la verità, e che verrà suggellato dalla sua passione e morte che dovrà affrontare. Per questo la salvezza di ogni uomo si gioca soltanto nell’adesione a lui.
Qualcuno ha scritto giustamente che questo brano « è un vangelo nel vangelo », nel senso che riassume tutti i grandi temi legati alla vicenda e alla missione di Gesù.
« Dio ha tanto amato il mondo », dice Gesù. Egli, il Padre, che è amore, ama senza limiti e, come ama il Figlio, così ama ogni persona umana, l’umanità intera, a cui dona la salvezza.
Il suo amore si è fatto persona umana, si è reso visibile. In Gesù, il Figlio, ha raccontato il suo amore e ha rivelato i suoi progetti sull’umanità.
Noi infatti possiamo parlare di Dio e del suo mistero trinitario solo perché il Padre stesso ha scelto di entrare in relazione con il mondo, di dimorare con il suo popolo e di camminare al suo fianco, rivelandosi per mezzo del Figlio.
Dio, come afferma il teologo Hans Urs von Balthasar, in qualche modo « rinuncia a essere Dio solo per se stesso », per aprirsi nell’amore alla sua creazione. È il mistero profondo della rivelazione di Dio che crea per amore e si rivela per amore in Gesù.
« Da dare il suo Figlio, unigenito… », dice ancora Gesù. Non è una biografia qualsiasi quella di Gesù. Egli nella sua vita rivela un amore smisurato, al fine di rendere esplicito l’amore del Padre, di renderlo trasparente e ottenere una risposta di amore per fare dell’umanità un popolo di figli nel Figlio: « Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me » (Gv 12,32).
Il Figlio, dice ancora Gesù a Nicodemo, non è venuto per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. L’amore del Padre, la sua volontà salvifica, diventa trasparente nel Figlio incarnato.
« Chi crede nel Figlio non è condannato » (Gv 3,18). Perché la salvezza passa attraverso l’accoglienza del Figlio. Chi accoglie il Figlio accoglie il Padre che lo ha mandato. Accogliere o rifiutare il Figlio è accogliere o rifiutare l’amore del Padre, accogliere o rifiutare la sua « alleanza » e i suoi progetti.
Nei versetti conclusivi (Gv 3,19-21), riprendendo un tema a lui caro, l’evangelista Giovanni ripete che è una scelta tra luce e tenebre, tra verità e menzogna.
Giovanni pone l’attenzione anche sul dono dello Spirito, che ha il compito di aprire il cuore di ogni uomo nei confronti del Figlio Gesù, per scorgere in lui la rivelazione del volto amabile del Padre.
L’amore del Padre non è destinato a rimanere chiuso nell’uomo, come un tesoro personalissimo, ma privato. Paolo invita all’amore i nuovi cristiani dicendo: « Salutatevi a vicenda con il bacio santo ». Il mistero della Trinità, che testimonia l’amore profondissimo tra le tre Persone, sta a fondamento della comunione tra gli uomini. La conoscenza del mistero d’amore di Dio spinge i cristiani a diventare « un cuor solo e un’anima sola », diventando anch’essi testimoni, rivelazione, di un amore donato.

Attualizzare
Conoscere Dio è una delle aspirazioni più profonde dell’umanità. Ogni civiltà ha espresso a modo suo una concezione religiosa e un proprio riferimento a una qualche divinità.
Il cristiano sa che una prima rivelazione dell’esistenza e della grandezza di Dio è la creazione. Il mondo è specchio di Dio. Scrive Paolo: « Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa » (Rm 1,19-20).
La nostra intelligenza ci porta a Dio. Tutto ciò che esiste non si spiega da solo: qualcuno ha programmato il computer della nostra vita, deve esistere un Creatore che sostiene ogni cosa. Se c’è un giardino pieno di fiori coloratissimi e ben coltivati, c’è sicuramente un giardiniere che lo cura. « È logico servirsi di un orologio, negando nello stesso tempo l’esistenza dell’orologiaio? », afferma l’intellettuale anticlericale Voltaire, che se la prende addirittura con gli atei e indica loro il cielo pieno di stelle. « Questo meraviglioso ordine che scorgiamo nel cielo », diceva anche Newton, « non può che essere opera di un Essere onnipotente e onnisciente ».
È piuttosto l’ateo a credere in molte cose inspiegabili: crede nella casa, ma non nell’architetto; crede nel quadro, ma non nel pittore; crede nel figlio, ma non nel padre che lo ha messo al mondo.
Se poi consideriamo la natura nel suo insieme e le leggi che la regolano, dall’acqua che gela a zero gradi, alla cometa Halley, che puntualmente ricompare ogni 76 anni, diventa inspiegabile questo comportamento « intelligente » da parte di corpi tutto sommato bruti e senza cervello. È come se un uomo gettasse una dozzina di dadi e tutti insieme si voltassero sul sei per un miliardo di volte: non sarebbe possibile, senza una mente che programmi quel fenomeno!
Eppure la creazione è un segno convincente, ma ancora imperfetto di Dio. Il suo amore trova scogli difficili da superare nelle varie forme di sofferenza che ogni persona sperimenta, dalla malattia alle tragedie delle inondazioni e dei terremoti, che travolgono migliaia di persone e cose.
La vera rivelazione di Dio è il Figlio Gesù, che manifesta nei confronti di tutti quelli che incontra un’apertura e un amore senza misura. Egli accoglie e perdona, guarisce e piange con chi soffre ed è solidale con ogni persona in difficoltà.
È il Figlio che rivela pienamente l’amore del Padre, che fa « nascere da acqua e Spirito » (Gv 3,5) e manda su quelli che l’hanno seguito lo Spirito Santo, per renderli idonei a continuare la sua opera di rivelazione e di salvezza.

Quel segno di Croce
Giocatori e atleti che prima di scendere in campo si segnano senza pudore davanti a migliaia e milioni di spettatori allo stadio e alla televisione. Che cosa fanno? Sono diventati improvvisamente uomini religiosi? O la loro è solo scaramanzia? O addirittura superstizione? Oppure è un atto di fede implicito in quella che è la più chiara e semplice manifestazione della Trinità? Perché il segno di croce è riferimento a Gesù nel momento del suo supremo atto di amore, ma ci si segna precisamente nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. C’è qualcosa di più esplicito? Forse il loro è davvero espressione di un barlume di fede in Qualcuno o in qualcosa di superiore… Ma in questo caso siamo ancora molto lontani da una vera fede, che ha come centro il Dio cristiano, che è solo così: Padre, Figlio e Spirito.

Preghiamo la Trinità con Madre Teresa di Calcutta
« O Dio del cuore, tu che hai creato e dato la vita a tutti noi, facci crescere in amore per te e l’uno per l’altro. Hai mandato il tuo Figlio Gesù Cristo per rivelarci che ti prendi cura di noi tutti e che tu ci ami. Donaci il tuo Santo Spirito, affinché susciti in noi una fede forte, abbastanza forte per capire con profonda comprensione la vita degli altri popoli, in modo da saper scorgere in ogni bicchiere d’acqua, offerto all’assetato, un bicchiere d’acqua offerto all’amato tuo Figlio ».

Dio si è mostrato in Gesù Cristo
« Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il « big bang ». Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Non volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio. Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi » (Benedetto XVI, Lettera ai Seminaristi).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

4 GIUGNO 2017 | 8A DOM.: PENTECOSTE – A | OMELIA

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4 GIUGNO 2017 | 8A DOM.: PENTECOSTE – A | OMELIA

VIENI SPIRITO SANTO, VIENI

Per cominciare Nel giorno della Pentecoste nasce la chiesa. Discende sugli apostoli lo Spirito Santo: le porte si spalancano, Pietro, che si era manifestato vile nel momento della prova, ora si fa coraggioso testimone della risurrezione di Cristo. Molti accolgono la sua parola e vengono battezzati e in quel giorno si aggregarono a loro « circa tremila persone » (At 2,41).

La parola di Dio Atti 2,1-11. Questa prima lettura, presente nei tre anni della liturgia, presenta il misterioso evento della Pentecoste, così come lo descrive Luca. L’ »improvviso fragore dal cielo, quasi un vento che si abbatte impetuoso », rimanda al Sinai, quando Iahvè strinse la prima alleanza con il suo popolo. Ma anche al superamento di Genesi 11: come la torre di Babele ha confuso le lingue e ha disperso le genti, così la Pentecoste crea comunicazione e comunione tra genti diverse per lingue e cultura. 1 Corinzi 12,3b-7.12-13. Paolo riconosce la ricchezza dei carismi che si sono manifestati nella comunità cristiana di Corinto, ma è anche preoccupato che questi siano usati per l’ »utilità comune », dal momento che sono tutti a servizio della stessa chiesa, corpo di Cristo. Giovanni 20,19-23. Leggiamo in questo brano il racconto della Pentecoste secondo Giovanni. Gesù alita sugli apostoli e dona loro lo Spirito. Uno Spirito che dà agli apostoli il potere di rimettere i peccati, che è un grande dono a servizio della comunità. Una comunità che si consolida proprio nella riconciliazione.

Riflettere La Pentecoste era una festa ebraica, ed esisteva prima che gli apostoli ricevessero lo Spirito Santo. La prima lettura ci ricorda il momento in cui, « mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste » gli apostoli e i discepoli vengono coinvolti in un’esperienza che li trasforma profondamente. La festa di Pentecoste, sette settimane dopo la Pasqua, era molto sentita dagli ebrei, perché era la festa della mietitura, del raccolto. Ma con il tempo venne ad assumere sempre più il carattere di festa religiosa: si ricordava in modo speciale l’alleanza ricevuta da Mosè sul Sinai, e il tempo in cui aveva ricevuto dalle mani di Iahvè la torah. Era una delle tre solennità in cui gli ebrei si recavano in pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. Per i cristiani è la festa della nascita della chiesa. Gli apostoli si trasformano da paurosi e traditori, in uomini coraggiosi e in testimoni entusiasti del fatto della risurrezione di Gesù, annunciatori del suo vangelo. I fatti e i fenomeni così come vengono raccontati sono pieni di simboli e fanno sicuramente riferimento alla prima alleanza sul monte Sinai: si sente un forte vento; si posano su di loro come lingue di fuoco e si mettono a parlare in altre lingue. C’è tanta gente di nazioni e di lingue diverse che ascoltano e comprendono le parole di Pietro. È esattamente il fenomeno opposto a quello della torre di Babele: là, come una maledizione, ci fu la prima confusione delle lingue e la divisione tra le genti. Qui una nuova comunione tra una moltitudine di genti diverse. Il verificarsi di questi fenomeni straordinari è abbastanza sorprendente, perché nel vangelo, anche quando i fenomeni sono eccezionali (come una moltiplicazione di pani che coinvolge e sfama migliaia di persone), il racconto si fa piano, quasi ordinario. Paolo nella seconda lettura ricorda in particolare che lo Spirito Santo consacra la nostra originalità – i nostri « carismi » – e li mette a servizio della chiesa. « Dio ha bisogno degli uomini, Dio ha bisogno di te », come dice il canto, ma ognuno opera « per il bene comune », così come le diverse membra di un corpo, pur avendo ognuna la sua specifica funzione, sono tutte a servizio della persona.

Attualizzare È il giorno del compleanno della chiesa, nata da una nuova alleanza stipulata dal sangue di Gesù e dalla discesa dello Spirito Santo. C’è tanto entusiasmo tra gli apostoli. Migliaia le conversioni. Com’è cambiato Pietro che solo alcuni giorni prima aveva detto di non conoscere nemmeno Gesù! Nel racconto degli Atti degli apostoli tutto è immagine, spettacolarità: qualcuno ha parlato dello spot di Dio, della sua agenzia di pubblicità… « Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita », diciamo a ogni messa festiva. Ma in realtà lo Spirito Santo è ancora il grande dimenticato nella vita dei cristiani. Eppure nella storia della salvezza è protagonista: quando si parla di Spirito Santo avviene sempre qualcosa di straordinario: scende in Maria e il Figlio di Dio si fa uomo, si posa su Gesù nel battesimo e ha inizio la sua vita pubblica. È in forza dello Spirito di Dio che Gesù risorge. A Pentecoste lo Spirito trasforma un manipolo di paurosi in testimoni coraggiosi e nasce la chiesa. È Spirito di novità: Gesù parla a Nicodemo di rinascita nello Spirito, Ezechiele parla dello Spirito che riporta la vita nelle ossa spente degli ebrei (37,5). È Spirito di unità: come lo Spirito è l’amore che tiene uniti il Padre e il Figlio, così è l’amore che tiene uniti i cristiani. In questo senso è l’opposto di ciò che è capitato ai costruttori della Torre di Babele: se là c’è stata la confusione delle lingue e l’impossibilità di comunicare, nel giorno di Pentecoste ci si comprende, pur parlando lingue diverse ed essendo popoli diversi. Nasce una nuova comunità unita, pur avendo radici diverse, idee diverse, culture diverse… È Spirito missionario. Lo Spirito non chiude gli apostoli nel cenacolo, per custodire nel cuore i bei ricordi di ciò che avevano vissuto con Gesù, ma li spinge alla missione, ad andare addirittura ai pagani, correndo tutti i rischi del caso, organizzando un nuovo modo di vivere l’alleanza. È Spirito di unità pur tra molti carismi: a ciascuno viene data una particolarità dello Spirito per l’utilità comune. È Spirito creativo: la creazione geme nelle doglie del parto e l’uomo deve fare nuova ogni cosa: lo Spirito è l’imprevedibilità di Dio. È Spirito di perdono e di riconciliazione: « Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi… ». Lo Spirito è il dono della vicinanza di Dio, che abita nell’uomo grazie allo Spirito. Lo Spirito è, per i credenti, al centro del proprio cammino personale ed è l’anima della chiesa, che lo rende presente nella parola, nel magistero, nei sacramenti. Una chiesa che senza lo Spirito non sarebbe che un’istituzione benefica tra le tante, mentre al soffio dello Spirito diventa il prolungamento dell’incarnazione di Gesù.

La corrente che porta l’acqua alla foce Parlando della Trinità, san Gregorio Nazianzeno la paragona a un corso d’acqua: il Padre è la sorgente, il Figlio il fiume e lo Spirito Santo la corrente che fa scorrere l’acqua e le fa raggiungere la foce. La sorgente e l’acqua hanno un nome, la corrente no, ma tutto il movimento dell’acqua dipende dallo Spirito. Così accade all’interno della Trinità e nella storia della chiesa.

Per preparasi alla Pentecoste Santa Luisa de Marillac, fondatrice, insieme a san Vincenzo de’ Paoli, delle Figlie della Carità, aveva un attaccamento speciale alla festa di Pentecoste. Scrive alle sue suore: « È vero, questo tempo di preparazione mi è molto caro. In questo giorno in cui Dio diede a Mosè la sua legge scritta, in questo medesimo giorno, sotto la legge della grazia, ha dato alla sua chiesa la legge del suo amore, che dava insieme all’uomo la capacità di praticarla. Per questo ho pensato di domandare il permesso di disporci a questa festività astenendoci dalla santa Comunione durante questi undici giorni in cui la santa Vergine, gli apostoli e le sante donne sono rimaste separate dal loro Maestro ». Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

28 MAGGIO 2017 | 7A DOM.: ASCENSIONE DI GESÙ – A | OMELIA

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28 MAGGIO 2017 | 7A DOM.: ASCENSIONE DI GESÙ – A | OMELIA

ASCENSIONE DI GESU’ AL CIELO

Per cominciare
« Gesù è risorto dai morti e siede alla destra di Dio nei cieli », dice Paolo agli Efesini. E li invita a conoscere più profondamente Dio che si rivela in Gesù. Il vangelo di Matteo afferma che « alcuni dubitavano » anche durante le apparizioni di Gesù risorto. In realtà l’ascensione è il raggiungimento della fede piena da parte degli apostoli, che si rendono finalmente conto della identità divina di Gesù.

La parola di Dio
Atti 1,1-11. È l’inizio del libro degli Atti. I primi cinque versetti costituiscono il « prologo »: Luca riprende la narrazione dove l’aveva lasciata nel suo vangelo: Gesù risorto si mostra vivo, prima di salire al cielo. Gli altri versetti presentano il racconto dell’Ascensione di Gesù e la promessa dello Spirito Santo.
Efesini 1,17-23. Paolo riassume con grande partecipazione gli avvenimenti della risurrezione e ascensione di Gesù, che costituiscono la grande speranza a cui Dio ci ha chiamati. E prega perché i cristiani siano illuminati da Dio per comprendere che Gesù siede alla destra di Dio, e occupa la posizione più grande che si possa immaginare nel presente e nel futuro.
Matteo 28,16-20. Convocati in Galilea, gli apostoli ricevono da Gesù risorto il compito di ammaestrare e battezzare tutte le nazioni, e di diffondere il suo progetto evangelico di vita. E li rassicura che si troverà al loro fianco « fino alla fine del mondo ».

Riflettere
A differenza di Marco e Luca, il vangelo di Matteo non presenta l’ascensione. Ma si conclude con il mandato agli apostoli da parte del Risorto, a cui « è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra ». « Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli », dice loro Gesù, « insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato » (Mt 28,16-20). È la missione di Gesù che continua nei suoi apostoli, a cui egli conferisce i suoi stessi poteri.
Gesù che siede alla destra di Dio è la glorificazione e la riconciliazione definitiva dell’uomo con Dio. Gesù è il nuovo Adamo che torna al Padre dopo aver santificato, riscattato, purificato l’umanità con la sua morte in croce.
Gesù scompare visibilmente agli occhi degli apostoli, ma non abbandona l’uomo al suo destino. Inizia una presenza nuova, diversa, ma reale: nella chiesa, nei sacramenti, nel fratello che amiamo come lui e come fosse lui.
Credere nell’ascensione non significa pensare che Gesù d’ora in poi abiti in un « astro lontano », da cui potrebbe raggiungere la terra con qualche viaggio straordinario da astronauta; significa che è davvero vivo per noi e operante nel nostro mondo attraverso la nuova realtà della sua risurrezione.
Gesù è presente nei fratelli che soffrono: « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? » (At 9,4); è presente nei poveri e negli infelici: « Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare… » (Mt 25,31-46).
L’Ascensione è festa di fede. Siamo figli di Dio e il destino di Gesù è il nostro destino. « La vita è un paradiso, e tutti siamo in un paradiso, ma non vogliamo riconoscerlo: ché, se avessimo volontà di riconoscerlo, domani stesso si instaurerebbe in tutto il mondo il paradiso » (Fedor Dostoevskij).
« Perché state a guardare il cielo? », dicono i due angeli agli apostoli. Gesù tornerà un giorno e la terra dovrà essere preparata ad accoglierlo.
L’Ascensione è la festa della potenza di Dio, ma anche del valore della nostra vita quotidiana. La fedeltà di Gesù ha preparato la sua glorificazione; la nostra fedeltà prepara anche la nostra glorificazione. È festa dunque di impegno, di una presenza viva nel mondo, di motivazioni nuove, di accettazione delle sfide che la vita ci propone. « C’è qualcosa di peggio che avere un’anima cattiva », dice Peguy: « è avere un’anima da tutti i giorni ». L’ascensione ci infonde motivazioni nuove, una speranza che riposa nelle promesse di Dio

Attualizzare
John Kennedy da ragazzo voleva fare il giornalista, poi disse di aver scelto di fare il presidente degli Stati Uniti perché non intendeva raccontare soltanto le vicende importanti degli altri, ma voleva lui stesso essere protagonista di avvenimenti che altri avrebbero potuto raccontare di lui.
Era un ragazzo e non pensava che una cosa non nega necessariamente l’altra, anzi che si completano a vicenda. Così è stato del comando di Gesù agli apostoli: « Andate, ammaestrate tutte le genti. Fate discepoli tutti i popoli ». Leggendo i vangeli e il libro degli Atti ci si può convincere dell’entusiasmo che gli apostoli ci hanno messo per raccontare, scrivere e testimoniare le vicende e le parole di Gesù.
È noto che ogni evangelista presenta i fatti in una prospettiva originale, un po’ diversa dagli altri, funzionale alla sua finalità teologica. I racconti dell’ascensione in particolare sono pieni di simboli suggestivi, di tempo e di spazio.
Nel reportage di Luca compaiono uomini in vesti bianche, una nube che sottrae Gesù che sale al cielo… riferimenti ad antiche teofanie. Il biblista Ravasi dice che questi simboli non sono che una nuova, grande dichiarazione di fede nel Cristo risorto.
Luca chiude il suo vangelo con il racconto più lungo e più solenne dell’ascensione, e apre la sua seconda opera, gli Atti, con lo stesso racconto. Per Luca infatti l’ascensione è il vertice della Pasqua e quasi la spiegazione di quel prodigio che fu la risurrezione di Gesù.
L’ascensione non riduce la Pasqua di Gesù solo a un miracolo straordinario, quasi un ritorno alla vita di un cadavere, ma afferma che con la Pasqua è Dio che entra nel cuore dell’umanità e glorifica l’uomo Gesù.
È così che la fede dei discepoli, sempre incerta e dubbiosa, legata fino all’ultimo a prospettive terrene e nazionalistiche, nel momento dell’ascensione diventa finalmente piena.
L’ascensione è senza dubbio il momento in cui negli apostoli la fede in Gesù si fa più esplicita. Ora finalmente vedono l’uomo Gesù, un uomo straordinario, autorevole e sorprendente, ma anche debole e sconfitto, sedere con la sua umanità alla destra di Dio, Dio egli stesso.
Per questo andare in tutto il mondo a parlare e a scrivere di lui più che un comando è un’esigenza entusiasmante, come è stato per gli apostoli, che – come dice Luca – dopo averlo adorato se ne tornarono a Gerusalemme « pieni di gioia ».

Credere nell’Aldilà
« Secondo voi, che cosa c’è dopo la morte nell’Aldilà? ». La domanda è stata fatta da un’agenzia di sondaggi, la CSA, a 1024 francesi dai 18 anni in su. Le risposte:
- qualcosa, ma non so cosa 38%
- non c’è niente, il nulla 25%
- un’altra vita nell’aldilà 22%
- la reincarnazione 11%
- non risponde 4%

Cristo non ha mani
ha soltanto le nostre mani
per fare il suo lavoro oggi.
Cristo non ha piedi
ha soltanto i nostri piedi
per guidare gli uomini sui suoi sentieri.
Cristo non ha labbra
ha soltanto le nostre labbra
per raccontare di sé agli uomini di oggi.
Cristo non ha mezzi
ha soltanto il nostro aiuto
per condurre gli uomini a sé.
Noi siamo l’unica bibbia
che i popoli leggono ancora,
siamo l’unico messaggio di Dio
scritto in opere e parole.

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