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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (07/04/2019)

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (07/04/2019)

Peccatori già perdonati, conquistati da Cristo
Vito Calella

Tutti peccatori
«Neanche io ti condanno. Va e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 11b). Non sappiamo più nulla di quella donna sorpresa in fragrante adulterio, già condannata dagli scribi e farisei, già pronta per essere lapidata, ma risparmiata dalla “pietra verbale” lanciata da Gesù con la frase lapidaria: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8, 7b). Se tutti se ne andarono, cominciando dai più anziani, significa che non aveva più senso giudicare l’atto cattivo di adulterio di quella donna, quando tutti loro, giudici accusatori, scoprirono di portare in coscienza il peso delle loro responsabilità per altre situazioni di sofferenza, divisione, ingiustizia e morte. Magari qualche uomo più anziano si rendeva conto di essere pure lui un adultero come quella donna. Perché avevano condotto solo la donna e non tutti e due, colti in fragrante adulterio? Tutti erano peccatori. Quella pietra che, probabilmente gli scribi e farisei avevano già pronta in mano per lapidare la donna adultera, divenne la pietra simbolo del peso dei loro propri peccati. La “pietra verbale” lanciata da Gesù a tutti i presenti (la folla di ascoltatori e il gruppo degli scribi e farisei) provocò la ritirata di tutti: una sorta di cammino silenzioso e meditativo di ciascuno, un esame di coscienza.
Peccatori già perdonati
«Colui che non aveva conosciuto peccato» (2Cor 5,21a) e colei che aveva conosciuto il peccato rimasero soli, a tu per tu. L’innocente uomo-Dio Gesù era l’unico che, per la legge di Mosè, avrebbe potuto lapidare quella donna; invece è come se avesse «aperto una strada nel deserto», è come se avesse «fornito acqua al deserto» esistenziale di quella donna, rimando all’aridità di tutte le nostre situazioni di peccato. Le disse, e ci dice: «Neanche io ti condanno. Va e d’ora in poi non peccare più». Questa seconda frase di Gesù rivolta personalmente alla donna è come la strada di liberazione in mezzo al Mar Rosso ricordata dal profeta Isaia e la nuova strada del ritorno dall’esilio di Babilonia: «Il Signore, che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti dice: “Non ricordate più le cose passate! Ecco, faccio una cosa nuova: aprirò anche nel deserto una strada, fornirò acqua nel deserto”» (Is 43,16.18a.-19.20b). Per noi cristiani sono parole che evocano gli effetti salvifici della morte di croce di Gesù («neanche io ti condanno») e della sua risurrezione («va’ e non peccare più»).
«Neanche io ti condanno»: come non ricordare lo stesso autore di queste parole, condannato al patibolo della croce? Come non ricordare la preghiera da lui rivolta al Padre, ora rivolta a tutta l’umanità peccatrice «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34a)?
«Va’ e non peccare più»: come non ricordare la testimonianza sicura di Paolo, che diventa Parola di Dio per noi oggi? «Anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo! Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,12b.13b). Siamo tutti peccatori già perdonati.
Guadagnare Cristo ed essere trovati in Lui
Ma cosa vuol dire «va’ e non peccare più»? Non sappiamo nulla della donna adultera, non sappiamo se riuscì a cambiare di vita. Ma non diamo per scontato quell’invito di Gesù: «Va’ e non peccare più». L’apostolo Paolo, pur paragonandosi ad un atleta in corsa verso il traguardo della piena comunione in Cristo, faceva fatica a non peccare più. Scrivendo ai Romani faceva questa confidenza: «C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me» (Rm 7, 18b-21). Lo abbiamo sentito anche oggi: «Non che abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione. Non ritengo ancora di esservi giunto» (Fil 3, 12a.13a). Nonostante le inevitabili ricadute e fatiche a convertirci, ciò che conta è camminare assistiti e sostenuti dell’abbraccio misericordioso e benevolo del Padre, di cui Gesù si fa portavoce per la donna, essendosi già fatto per-dono a favore di tutti noi con la sua morte di croce. Siamo già perdonati, siamo figli amati così come siamo, qui ed ora, nella nostra povertà. Da peccatori già perdonati non basta sforzarci consapevolmente di essere buoni e obbedienti a tutti i comandamenti della legge divina. È illusione pretendere di non peccare più confidando solo sulle nostre forze. Da peccatori già perdonati ciò che conta è far prevalere la scelta di «guadagnare Cristo ed essere trovati in lui» (Fil 3,8b-9a): Cristo al centro del nostro cuore. Ma come fare concretamente? Scegliamo ogni giorno di «conoscere Lui e la potenza della sua risurrezione» (Fil 3,10a), scegliamo di perseverare nella lettura orante della Parola di Dio e nell’invocazione incessante dello Spirito Santo, forza potente della risurrezione di Cristo. Le nostre fragilità accompagnate alle nostre ricadute nel peccato, le fatiche personali e la nostra condivisione con le fragilità degli altri diventeranno esperienza di «stare in comunione con le sue sofferenze facendoci conformi alla sua morte» (Fil 3, 10b). Lo Spirito Santo, agente in noi, renderà la nostra esistenza quotidiana una avventura sempre più unitiva con il mistero pasquale di Cristo, al centro del nostro cuore, e il suo “esserci” vivo in noi a partire dalla nostra povertà diventerà luce e forza di vita nuova qui ed ora, «con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti» (Fil 3, 11).

IV DOMENICA DI QUARESIMA (C) L’AMORE FRUSTRATO DEL PADRE – ENZO BIANCHI

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IV DOMENICA DI QUARESIMA (C) L’AMORE FRUSTRATO DEL PADRE – ENZO BIANCHI

L’itinerario quaresimale che in questa anno liturgico C compiamo attraverso l’ascolto del vangelo secondo Luca è tutto teso all’annuncio della nostra conversione e della misericordia di Dio, che suscita in noi la conversione attraendoci verso “Dio” stesso, che “è amore” (1Gv 4,8.16). Di questa misericordia infinita si fa interprete Gesù con azioni, comportamenti, parole e parabole suscitate alcune volte da quanti non sono giunti a tale conoscenza di Dio, preferendo fermarsi al culto, ai sacrifici, alla liturgia come mezzi per avvicinarsi a lui (cf. Os 6,6).
Eccoci così all’inizio del capitolo 15, dove Luca racconta che i pubblicani, cioè coloro che erano manifestamente peccatori, gente perduta, venivano ad ascoltare Gesù. Perché costoro erano attirati da Gesù, mentre fuggivano dai sacerdoti e dai fedeli zelanti? Perché sentivano che questi ultimi non andavano a cercarli, non li amavano, ma li giudicavano e li disprezzavano. Gesù invece aveva un altro sguardo: quando vedeva un peccatore pubblico, lo considerava come un uomo, uno tra tutti gli uomini (tutti peccatori!), uno che era peccatore in modo evidente, senza ipocrisie né finzioni. A questa vista Gesù sentiva com-passione: non giudicava chi aveva di fronte, non lo condannava, ma andava a cercarlo la dov’era, nel suo peccato, per proporgli una relazione, la possibilità di fare un tratto di strada insieme, di ascoltarsi reciprocamente senza pregiudizi (cf. Lc 19,10). Così i peccatori fuggivano dalla comunità giudaica e si recavano da Gesù, il che scandalizzava gli uomini religiosi per mestiere, i quali “mormoravano dicendo: ‘Costui accoglie i peccatori e addirittura mangia con loro!’”.
Gesù è dunque costretto a difendersi, e lo fa non con violenza e neppure con un’apologia di se stesso, ma raccontando a questi farisei e scribi delle parabole, per l’esattezza tre: quella della pecora smarrita (cf. Lc 15,4-7), quella della moneta smarrita (cf. Lc 15,8-19) e quella che ascoltiamo nella liturgia, la famosa parabola dei due figli perduti e del padre prodigo d’amore. Cerchiamo di leggerla, ancora una volta, in obbedienza alle sante Scritture e formati dall’insegnamento che ci viene dalle nostre esperienze, dalle nostre storie.
Gesù narra la vicenda di una famiglia che, come tutte le famiglie, non è ideale, non è esente dalle sofferenze e dall’“irregolarità” dei rapporti. Essa è composta da un padre (manca però la madre: è morta, o forse assente?) e da due figli, nati e cresciuti nello stesso ambiente eppure capaci di due esiti formalmente diversi, agli antipodi: in realtà, però, entrambi sono accomunati dalla non conoscenza del padre e dalla volontà di negarlo. Ma si badi bene: il padre di questa parabola appare fin dall’inizio altro rispetto ai padri terreni, perché alla richiesta del figlio minore di ricevere in anticipo l’eredità (dunque, in qualche modo, il figlio lo vuole già morto!), risponde lasciandolo fare, senza ammonirlo, senza contraddirlo, senza metterlo in guardia. C’è tra noi umani un padre così? No! Siamo dunque subito portati a vedere in questo padre il Padre, cioè Dio stesso, l’unico che ci lascia liberi di fronte al male che vogliamo compiere, che non ci ferma ma tace, lasciandoci allontanare da sé. Perché? Perché Dio rispetta la nostra autonomia e la nostra libertà. Ci ha dato l’educazione attraverso la Legge e i Profeti, ma poi ci lascia liberi di decidere come vogliamo.
È così che il padre della parabola divide tra i due figli l’eredità, o meglio – come dice il testo greco – “la sua vita” (ho bíos), e lascia partire il figlio minore, mostrandogli, anche se costui certamente non lo capisce, rispetto della sua libertà, gratuità, amore fedele. Il figlio minore esige, reclama, rivendica, forza la mano al padre, e quest’ultimo risponde in modo sorprendente: tutto il suo atteggiamento lo mostra come inoperoso, quasi assente, per rispetto della libertà del figlio. Il figlio, dunque, se ne va finalmente fuori da quella casa che sentiva come una prigione, lontano dallo sguardo di quel padre che sentiva come uno spione, via da quello spazio che doveva condividere con il padre e con il fratello maggiore e che non sentiva come proprio.
Se ne va, ma presto dissipa tutto in feste con amici, giochi, prostitute, rimanendo così senza soldi, fino a doversi mettere a lavorare per sopravvivere. Finisce addirittura per fare il mandriano di porci, animali impuri, disprezzati dagli ebrei, e in quella desolazione comincia a capire meglio dove si può andare a finire… Così “cominciò a trovarsi nel bisogno” (érxato hystereîsthai): gli manca qualcosa, e la mancanza di qualcosa è sempre capace di suscitare in noi delle domande. Cosa gli manca? Certo i soldi spesi, certo il cibo per vivere, ma gli manca anche qualcuno accanto, qualcuno che gli dia da mangiare: anche solo le carrube che mangiavano i porci, ma sente il bisogno che qualcun altro accanto a lui gliele porga! È così, noi abbiamo bisogno dell’altro, e quando gli altri scompaiono dal nostro orizzonte siamo desolati e andiamo verso la morte. A partire dall’esperienza di questa condizione uguale a quella degli animali, il nostro ragazzo comincia a rialzarsi. Non è uno che si converte, ma in lui c’è ormai il desiderio di dire “basta” a quell’esilio da casa, a quella condizione di fame e degradazione. Pensa allora a come poter tornare indietro, convincendo il padre a dargli da mangiare: farà il servo in casa e così si assicurerà il vitto; meglio a casa da servo, che qui da maiale… Ritorna, dunque, imparando a memoria la scena da recitare al padre, per placare la sua collera, la sua giusta ira.
Ma ecco che qui inizia un cammino pieno di sorprese, perché finalmente il figlio conosce il padre in modo diverso da come l’aveva conosciuto quando viveva con lui. Egli pensa che il padre lo chiamerà a rendere conto delle sue malefatte, e invece trova il padre che gli corre incontro; pensa di doversi sottomettere al castigo, diventando schiavo, e invece il padre lo veste con l’abito del figlio; pensa che dovrà piangere e umiliarsi, e invece è il padre a imbandire per lui un banchetto, facendo uccidere il vitello ingrassato; pensa che dovrà stare ai piedi del padre come un penitente, e invece il padre lo abbraccia e lo bacia. Si noti che il padre non si preoccupa se il figlio manifesta un vero pentimento, una vera contrizione. Non lo lascia parlare, lo abbraccia stretto, gli impedisce gesti penitenziali ed espiatori, e così gli mostra il suo perdono gratuito. Proprio come aveva profetizzato Osea: Dio continua ad amare il suo popolo mentre questi si prostituisce, e, appena può, lo riabbraccia e lo riprende (cf. Os 1,2; 11,8-9). Sì, questo padre era altro da come il figlio minore lo aveva conosciuto stando a casa e poi fuggendo lontano: ed è come se questa scoperta lo risuscitasse, lo rimettesse in piedi, gli desse la possibilità di una nuova vita in comunione con lui.
La parabola potrebbe concludersi qui, e l’insegnamento di Gesù sarebbe completo: finalmente il figlio ha conosciuto il vero volto del padre, volto di misericordia, amore fedele che non viene mai meno, amore senza fine… E invece c’è un seguito: i peccatori sono invitati dalla prima parte della parabola a conoscere il vero volto di Dio e quindi a sentirsi perdonati a tal punto da convertirsi; ma i giusti, o meglio quelli che si credono giusti e buoni, come il figlio maggiore che è restato fedelmente in casa, che ne è di loro? La parabola contiene un insegnamento anche per loro, cioè per il figlio maggiore. Eccolo entrare in scena mentre, da ragazzo bravo, diligente e volenteroso, ritorna dai campi dove ha lavorato. Egli sente il rumore di musica e danze provenire dalla casa e si chiede il perché di tutto ciò; è un servo a spiegargli come sono andate le cose: “Tuo fratello è tornato e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. In risposta, egli non sa fare altro che adirarsi, ripromettendosi di non prendere parte a una festa per lui tanto ingiusta.
Se ne sta dunque fuori, ed è il padre a uscire ancora una volta, facendosi incontro anche a lui: lo prega di entrare per partecipare alla gioia del fratello che era come morto, ma ora è un uomo nuovo. Inutile, le parole del padre lo infastidiscono ancora di più: com’è possibile – egli pensa –, c’è una giustizia che deve regnare! Suo fratello (anzi, egli rivolgendosi al padre dice con disprezzo: “Questo tuo figlio…”) se n’è andato, ha sperperato tutto con amici e prostitute, ha goduto e gozzovigliato, mentre egli a casa ha dovuto mandare avanti la campagna e la cascina. E adesso, com’è possibile festeggiare quello che è tornato, quando mai è stato festeggiato lui, rimasto fedelmente a casa? Appare così chiaro che anche questo figlio, pur essendo restato accanto al padre, non lo aveva mai conosciuto, non aveva mai letto il suo cuore, non aveva mai creduto nel padre. Era rimasto in una casa che, come per suo fratello, era una prigione; era rimasto accanto a un uomo, suo padre, che mai aveva conosciuto in verità. È il padre a doverglielo svelare: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo, potevi liberamente prenderti un capretto per fare festa con i tuoi amici. Perché non l’hai fatto? Ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Questa è davvero la parabola dell’amore frustrato di quel padre che ha amato fino alla fine (cf. Gv 13,1), totalmente, gratuitamente, e che invece è apparso un padre-padrone in virtù delle proiezioni che entrambi i figli hanno fatto su di lui. Capita sempre così quando il Padre è Dio, sul quale proiettiamo le nostre immagini; capita così a volte anche nei rapporti tra i padri e i figli di questo mondo. L’unica differenza è che l’amore di Dio è preveniente, sempre in atto, mai contraddetto, fedele e misericordioso, il nostro invece… Per il fratello maggiore resta il compito di non dire più al padre: “questo tuo figlio”, bensì: “questo mio fratello”. È un compito che ci attende tutti, ogni giorno. Affermare che l’uomo è figlio di Dio è facile, e tutti gli uomini religiosi lo fanno, perché hanno cara la teologia ortodossa. È invece più faticoso dire che l’uomo è “mio fratello”, ma è esattamente questo il compito che ci attende. Dio, il Padre, resta fuori dalla festa, accanto a ciascuno di noi, e ci prega: “Di’ che l’uomo è tuo fratello, e allora potremo entrare e fare festa insieme”.

Enzo Bianchi
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III DOMENICA DI QUARESIMA (C)

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III DOMENICA DI QUARESIMA (C)

“Lascia il fico per un altro anno!”
Enzo Bianchi

Dopo le prime due domeniche di Quaresima, che fanno sempre memoria delle tentazioni di Gesù nel deserto e della sua trasfigurazione sul monte, la chiesa ci fa percorrere un itinerario diverso in ogni ciclo. Quest’anno (ciclo C), seguendo il vangelo secondo Luca, il tema dominante nei brani evangelici è quello della misericordia-conversione, cammino da rinnovarsi soprattutto nel tempo di preparazione alla Pasqua.
Questa pagina contiene due messaggi: il primo sulla conversione, il secondo sulla misericordia di Dio. Gli ascoltatori di Gesù sono stati raggiunti da una notizia di cronaca, relativa a una strage avvenuta in Galilea: mentre venivano offerti sacrifici per chiedere a Dio aiuto e protezione, la polizia del governatore Pilato aveva compiuto un eccidio, mescolando il sangue delle vittime offerte con quello degli offerenti. I presenti vogliono che Gesù si esprima sull’oppressivo e persecutorio dominio romano, sulla situazione di quei galilei forse rivoluzionari, sulla colpevolezza di quei loro concittadini che erano stati massacrati tragicamente. La mentalità corrente, infatti, considerava ogni disgrazia avvenuta come castigo per una colpa commessa.
Ma Gesù, che dà un giudizio negativo sui dominatori di questo mondo – i quali opprimono, dominano e si fanno chiamare benefattori (cf. Lc 22,25 e par.) –, risponde coinvolgendo l’uditorio su un altro piano, indicando come decisiva non la morte fisica ma l’ora escatologica. Dice infatti: “Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Egli replica sul piano della fede e della conoscenza di Dio. È come se dicesse: “Voi pensate che il peccato commesso dall’uomo scateni automaticamente il castigo da parte di Dio, ma non è così. In tal modo date a Dio un volto perverso!”. Gesù, infatti, sa che ogni essere umano è abitato in profondità da un ancestrale senso di colpa, che emerge prepotentemente ogni volta che accade una disgrazia o appare la forza del male. Quando ci arriva una malattia, quando ci capita un fatto doloroso, subito ci poniamo la domanda: “Ma cosa ho fatto di male per meritarmi questo?”. È radicata in noi la dinamica ben espressa dal titolo del celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij, “delitto e castigo”: dove c’è il delitto, il peccato, deve giungere il castigo, la pena, pensiamo…
Gesù vuole distruggere questa immagine del Dio che castiga, tanto cara agli uomini religiosi di ogni tempo, in Israele come nella chiesa. Per farlo, menziona lui stesso un altro fatto di cronaca, non dovuto alla violenza e alla responsabilità umana, ma accaduto per caso, e lo accompagna con il medesimo commento: “Quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Qual è dunque il cammino indicato da Gesù? Innanzitutto egli ci insegna ad avere uno sguardo diverso sulla vita: ogni vita è precaria, è contraddetta dalla violenza, dal male, dalla morte. Dietro a questi eventi non bisogna vedere Dio come castigatore e giudice – perché Dio potrà eventualmente fare questo solo nel giudizio finale, quando saremo passati attraverso la morte – ma discernere le nostre fragilità, i nostri errori inevitabili, la precarietà della vita. Nessuno è tanto peccatore da meritare tali disgrazie inviate da Dio, il quale non è uno spione in attesa di vedere il nostro peccato per castigarci! Tra peccato commesso e responsabilità nella colpa c’è però una relazione che sarà manifestata nel giudizio finale.
Quelle uccisioni e quelle morti sono comunque un segno di un’altra morte possibile, che attende chi non si converte, perché chi continua a fare il male cammina su una strada mortifera e, di conseguenza, si procura da solo il male che incontrerà già qui sulla terra e poi nel giudizio ultimo di Dio. Oltre la morte biologica del corpo, che ci può sempre sorprendere, c’è un’altra perdizione, eterna, provocata dal male che scegliamo di compiere nella nostra vita. Gesù, come profeta, non fornisce dunque una spiegazione teologica al male ma invita alla conversione. Non si dimentichino i significati di questa parola. Secondo l’Antico Testamento convertirsi (shuv/teshuvah) significa “tornare”, cioè ritornare al Signore, ritornare alla legge infranta, per rinnovare l’alleanza con Dio. Il cammino richiesto riguarda la mente e l’agire e si manifesta anche come pentimento/penitenza nel tempo presente, ultimo spazio prima del giudizio. Per questo Gesù ha predicato: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15; cf. Mt 4,17), ovvero “convertitevi credendo e credendo convertitevi”. Gesù è un profeta e, come tale, sa che gli umani sono peccatori, commettono il male; per questo chiede loro di aderire alla buona notizia del Vangelo e di accogliere la misericordia di Dio che va loro incontro, offrendo il perdono.
E affinché i suoi ascoltatori comprendano la novità portata dal Vangelo, Gesù racconta loro una bellissima parabola. Un uomo ha piantato con fatica un fico nella propria vigna e con tanta fiducia ogni estate viene e cercare i suoi frutti ma non ne trova, perché quell’albero pare sterile. Spinto da quella delusione ripetutasi per ben tre anni, pensa dunque di tagliare il fico, per piantarne un altro. Chiama allora il contadino che sta nella vigna e gli esprime la sua frustrazione, intimandogli di tagliare l’albero: perché deve sfruttare inutilmente il terreno e rubare il nutrimento ad altre piante? Tutti noi comprendiamo questa decisione del padrone della vigna, ispirata dal nostro concetto di giustizia retributiva e meritocratica: non si paga chi non dà frutto, mentre gli altri si pagano proporzionalmente al frutto che ciascuno dà!
Ma il contadino, che lavora quella terra, ama ciò che ha piantato, sarchiato, innaffiato e concimato. Il vignaiolo, si sa, ama la vigna come una sposa; per questo osa intercedere presso il padrone: “Signore (Kýrie), lascia il fico per un altro anno, perché io possa ancora sarchiarlo e concimarlo, con una cura più attenta e delicata. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, tu lo taglierai!”. Straordinario l’amore del vignaiolo per il fico: ha pazienza, sa aspettare, gli dedica il suo tempo e il suo lavoro. Promette al padrone di prendersi particolare cura di quell’albero infelice; in ogni caso, lui non lo taglierà, ma lo lascerà tagliare al padrone, se vorrà: “Tu lo taglierai, non io!”. Questo “tu lo taglierai” è un’ulteriore intercessione, che equivale a dire: “Io sono pronto ad aspettare ancora e ancora che esso dia frutto”. Qui stanno l’una di fronte all’altra la giustizia umana retributiva e la giustizia di Dio, che non solo contiene in sé la misericordia, ma è sempre misericordia, pazienza, attesa, sentire in grande (makrothymía). Il contadino accorda la fiducia, sa aspettare i tempi degli altri.
Questo contadino è Gesù, venuto nella vigna (cf. Lc 20,13 e par.) di Israele vangata, liberata dai sassi, piantata da Dio come vite eccellente: “e Dio aspettò che producesse uva” (Is 5,2)… Sì, è venuto il Figlio di Dio nella vigna, si è fatto vignaiolo tra gli altri vignaioli, ha amato veramente la vigna e se n’è preso cura, innalzando per lei intercessioni in ogni situazione, ponendosi tra la vigna-Israele e il Dio vivente, facendo un passo, compromettendo se stesso nella cura della vigna, aumentando il suo lavoro e la sua fatica per amore della vigna, facendo tutto il possibile perché dia frutto e viva. È stando “in medio vineae”, in mezzo alla vigna, che dice a Dio: “Lasciala, lasciala ancora, attendi i suoi frutti; io, intanto, me ne assumo la cura, che è responsabilità!”. Così la vigna-Israele e la vigna-chiesa, a volte colpite dalla sterilità, sono conservate anche quando non danno i frutti sperati da Dio, perché Gesù il Messia è il vignaiolo in mezzo a loro (cf. Gv 15,1-8), è il loro sposo (cf. Lc 5,34-35 e par.) e sa attendere con quell’attesa che è la “pazienza di Cristo” (2Ts 3,5).
Giovanni il Battista aveva predicato: “Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Lc 3,9; Mt 3,10). Ciò avverrà alla fine dei tempi, nel giorno del giudizio, ma ora, nel frattempo, Gesù continua a dire a Dio: “Abbi pazienza, abbi misericordia, aspetta ancora a sradicare il fico. Io lavorerò e farò tutto il possibile perché esso porti frutto”. Attenzione però: il frattempo termina per ciascuno di noi con la morte.

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II DOMENICA DI QUARESIMA (C)

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II DOMENICA DI QUARESIMA (C)

Ascoltate lui, il Figlio!
Enzo Bianchi

Se nella prima domenica di Quaresima abbiamo contemplato Gesù nella sua condizione umana, tentato dal demonio nel deserto e durante la sua vita, in questa seconda domenica il vangelo che ci viene donato, quello della trasfigurazione di Gesù, ci porta a confessare che in quella carne mortale venivano “messe tra parentesi” le prerogative divine di colui che “svuotò se stesso assumendo la condizione di uomo e di schiavo” (Fil 2,7): la sua identità profonda, infatti, restava quella di Figlio di Dio e il suo destino era la gloria divina (cf. Fil 2,9-11).
Eccoci dunque davanti a questo racconto testimoniato dai tre vangeli sinottici (cf. Mc 9,2-10; Mt 19,2-9), ciascuno con dei particolari diversi e significativi. Luca scrive che “otto giorni dopo” (Lc 9,28a) quello della svolta, cioè quello della confessione di Pietro che ha riconosciuto e confessato Gesù come “il Cristo di Dio” (Lc 9,20), quello in cui lo stesso Gesù ha annunciato per la prima volta la necessitas della sua passione, morte e resurrezione (cf. Lc 9,22), Gesù decide di salire sul monte santo per dedicarsi alla preghiera. Porta con sé i discepoli a lui più vicini, Pietro, Giovanni e Giacomo, ai quali aveva promesso la visione del regno di Dio prima della loro morte (cf. Lc 9,27)
Gesù entra in quell’incontro con Dio esercitandosi all’ascolto della sua voce, della sua Parola, per poterla comprendere, assumere e conservare nel cuore e, di conseguenza, poter dire il suo “amen” a questa volontà di Dio. La preghiera di Gesù sta tutta qui, e tale è anche la preghiera del cristiano: non c’è molto da dire a un Padre che conosce ciò di cui abbiamo bisogno (cf. Mt 6,8) e ciò che abbiamo nel cuore, non ci sono lunghi discorsi da fare (cf. Mt 6,7), ma c’è solo da rispondere al Signore con l’obbedienza, con il “sì” assunto liberamente e con grande fede amorosa. Tante volte – ci testimoniano i vangeli, in particolare Luca (cf. Lc 5,16; Lc 6,12; Lc 9,18) – Gesù ha cercato la solitudine, la notte, la montagna, per vivere questa preghiera assidua al Padre; anche ora, dopo la confessione di Pietro, che ha segnato un balzo in avanti nella fede dei discepoli e gli ha permesso la rivelazione della sua morte e resurrezione, Gesù entra nella preghiera. Sappiamo bene che la preghiera non muta Dio ma trasforma noi, eppure ce ne dimentichiamo facilmente, perché la forma di preghiera pagana che vuole parlare a Dio, che vuole piegarlo ai nostri desideri, sta nelle nostre fibre di creature fragili e bisognose, pronte a fare di Dio colui che può sempre dirci “sì”. Gesù invece non prega così, perché sa che è lui a dover dire “sì” a Dio, non viceversa.
Ebbene, in quell’ascolto del Padre, in quell’adesione a lui, accade la rivelazione indirizzata ai tre discepoli, che così vengono costituiti “testimoni della sua gloria” (cf. 2Pt 1,16): il volto di Gesù appare “altro”, le sue vesti raggianti di luce. Per noi umani questa è la visione della gloria: percepiamo un mutamento di Gesù, contempliamo la sua alterità, la sua “trasfigurazione” (“fu trasfigurato”: Mc 9,2; Mt 17,2). A prescindere dall’inadeguatezza delle nostre parole, la realtà è che Gesù viene percepito nella sua alterità: l’uomo Gesù, che i tre discepoli seguivano come profeta e Messia, ha un’identità altra, non ancora rivelata, ma che con questo evento si rivela loro momentaneamente, per allusione, comunque in modo sufficiente a trasformare la loro fede in lui.
Qui non riusciamo a dire molto di più, balbettiamo, ci sentiamo alla presenza di un evento che è solo da adorare. Nel corso dei secoli i cristiani si sono molto interrogati, alla lettura di questo brano. Nella tradizione orientale si è giunti a pensare che in verità Gesù è rimasto lo stesso, mentre sono stati gli occhi dei discepoli a subire una trasfigurazione, fino a essere resi capaci di leggere e vedere ciò che quotidianamente non vedevano. Altri cristiani hanno pensato che in questo evento Gesù ha concesso agli apostoli di vedere la sua gloria, di cui si era spogliato nell’incarnazione, gloria non persa ma solo “messa tra parentesi”. Altri, più recentemente, preferiscono vedere nel racconto della trasfigurazione un’anticipazione pasquale: sarebbe frutto della fede in Gesù risorto, della sua identità svelata nella resurrezione, e dunque letta a posteriori come profezia della Pasqua. Diverse letture, tutte possibili, che non si escludono a vicenda. Noi con semplicità, con occhi semplici, accogliamo il mistero di questo evento come rivelazione:
Gesù, quell’uomo di Galilea, che come un profeta aveva dei discepoli e parlava alle folle, quell’uomo precario, fragile e incamminato verso la morte, in verità era il Figlio di Dio e le sue prerogative divine non apparivano perché egli era veramente e totalmente uomo e non nella condizione di semidio. Sì, quell’uomo era il Figlio di Dio!
A testimoniarlo come tale, ecco intervenire innanzitutto Mosè ed Elia, nella loro gloria di viventi in Dio. Gli sono accanto e gli parlano del suo “esodo”, della sua fine, della sua morte che avverrà presto a Gerusalemme, la città verso cui è incamminato: sarà un esodo, un passaggio, perché il Padre lo innalzerà nella gloria (cf. Lc 9,51; 24, 51). Ciò che Gesù aveva annunciato come sua fine prossima a Gerusalemme è detto “gloria” dalla Legge (Mosè) e dai Profeti (Elia). Vi è qui la convergenza su Gesù di tutte le Scritture di Israele, che solo in lui trovano unità e pieno compimento. Per i tre discepoli questo evento appare come un sigillo su colui che essi seguono: ciò che gli accade è conforme a tutte le Scritture, è secondo la rivelazione di Dio data fino ad allora a Israele, il popolo dell’alleanza.
Inadeguati a tale mistero, Pietro, Giovanni e Giacomo sono oppressi dal sonno, ma riescono a vincerlo e a contemplare “la gloria” di Gesù e dei due uomini che parlano con lui della sua passione, morte e resurrezione. Il peso della gloria li invade, così che, in qualche modo, vedono il regno di Dio venire con potenza (cf. Mc 9,1). Pietro allora, in una sorta di estasi, chiede a Gesù di rendere quel momento durevole, in quanto momento di visione e non più di fede, di beatitudine e non più di fatica, di pace e non più di lotta spirituale. Ma mentre Pietro sta ancora parlando in modo estatico, ecco venire la nube della Shekinà, della Presenza di Dio, che li avvolge con la sua ombra, destando nei discepoli timore e tremore. Sono davanti a Dio nella sua sfera di vita, non nella luce che abbaglia ma nella nube che oscura e non permette di vedere: sentono timore ma non vedono nulla, percepiscono la Presenza di Dio ma non la vedono. Però odono, ascoltano, perché Dio non lo si vede senza morire (cf. Es 33,20), ma lo si può sempre ascoltare, proprio come Mosè aveva insegnato ai figli di Israele: “Il Signore vi parlò dal fuoco e voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce!” (Dt 4,12).
La voce di Dio risuona in quella nube come rivelazione dell’identità di Gesù e, nel contempo, come compito per i suoi discepoli: “Questi è il Figlio mio, l’Eletto; ascoltatelo!”. Cosa ascoltano in realtà Pietro, Giovanni e Giacomo? Ascoltano la profezia di Isaia sull’anonimo Servo del Signore, figura attesa dai credenti di Israele: “Ecco il mio Servo, il mio Eletto” (Is 42,1). La rivelazione ormai è Gesù stesso, la sua persona, e il grande comando “Ascolta, Israele!” (Shema‘ Jisra’el: Dt 6,4) diventa: “Ascoltate il Figlio, ascoltate lui!”. Anche l’ascolto della Legge e dei Profeti deve diventare ascolto di Gesù, il Figlio che Dio ama perché compie la sua volontà, conformemente alla missione ricevuta. I tre ormai conoscono Gesù: è il Figlio amato di Dio, da lui inviato perché fosse ascoltato.
Così, nel silenzio, si conclude questo evento narrato con difficoltà: Gesù è di nuovo solo con i tre, i quali, ammutoliti dallo stupore e dall’adorazione del mistero, non parlano, non sanno raccontare ciò che hanno visto, fino a dopo che Gesù sia risorto dai morti. Proprio della resurrezione, infatti, la trasfigurazione è segno e profezia: anche i giusti saranno trasfigurati nel regno di Dio dopo la loro morte (cf. Apocalisse siriaca di Baruc 51). In verità anche noi attendiamo tale evento, desideriamo esserne partecipi nella nostra vita e di fatto lo siamo, ma non abbiamo abbastanza fede per vederlo come gloria di Dio: restiamo uomini e donne di poca fede!

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

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VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

La pagliuzza e la trave

Enzo Bianchi

Nell’ultima parte del discorso della pianura tenuto da Gesù dopo essere disceso dal monte con i dodici discepoli da lui resi apostoli, Luca ha raccolto sentenze diverse, parole e immagini che definisce “parabole” e che riguardano soprattutto la vita dei credenti nelle comunità.
Gesù le aveva indirizzate per mettere in guardia i discepoli dai comportamenti di alcuni uomini religiosi allora sulla scena, scribi e farisei, ma Luca le aggiorna, le attualizza per la sua chiesa. Le stesse espressioni, infatti, nel vangelo secondo Matteo sono utilizzate con maggior chiarezza polemica verso le guide di Israele (cf. Mt 7,16-18; 12,35). Queste brevi sentenze sono espresse mediante accoppiamenti: due ciechi, discepolo e maestro, tu e il tuo fratello, due alberi, due uomini, due case (cf. Lc 6,46-48). Questo stile apparteneva certamente alla tecnica retorica orale, tesa a facilitare l’imprimersi delle parole nella mente degli ascoltatori.
Il primo insegnamento sgorga da una domanda retorica posta agli ascoltatori: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadrebbero entrambi in una buca?”. L’ammonimento è evidente, ma a chi viene indirizzato? A ogni discepolo, tentato di non riconoscere le proprie incapacità, i propri errori, eppure abitato dalla pretesa di voler insegnare agli altri. Sono però rivolte anche alle “guide” della comunità cristiana, quelli che al suo interno detengono l’autorità e insegnano agli altri ma a volte sono colpiti da cecità: denunciano i peccati altrui, condannano severamente gli altri, senza mai fare un esame su loro stessi e sul proprio comportamento. Nel vangelo secondo Matteo Gesù ha avvertito questi “ciechi e guide di ciechi” (Mt 15,14; 23,16) e nel quarto vangelo è testimoniato un suo esteso insegnamento sulla cecità degli uomini religiosi, che non riconoscono di essere ciechi e dunque rimangono in una condizione di peccato, senza possibilità di conversione (cf. Gv9,39-41).
Certo, gli uomini religiosi, e anche noi quando nella comunità cristiana abbiamo il compito di guidare, ammonire e correggere chi ci è affidato, possiamo proprio essere tentati di insegnare ciò che non viviamo e magari di condannare negli altri quelli che sono i nostri peccati: denunciando le mancanze altrui, ci difendiamo dalla coscienza che ci condanna e non le riconosciamo anche come nostre. Per questo occorre una grande capacità di autocritica, un attento esercizio all’esame della propria coscienza, un saper riconoscere il male che ci abita, senza spiarlo morbosamente nell’altro.
Segue poi una sentenza sul rapporto tra discepolo e maestro, un vero richiamo alla formazione: il discepolo sta alla sequela del maestro, accetta di essere da lui istruito e formato, si dispone a ricevere con gratitudine ciò che gli viene insegnato. Di più, secondo la tradizione rabbinica il discepolo impara non soltanto dalla bocca del suo maestro ma stando accanto a lui, condividendo la sua vita in un atteggiamento umile che non presume e non si colloca mai nello spazio di un’autosufficienza che smentirebbe la sua qualità di discepolo. Un discepolo, dunque, non può essere più del suo maestro e, quando avrà completato la formazione, sarà riconoscente al maestro per il cammino percorso, fino a poter diventare lui pure maestro. Il maestro è autentico quando fa crescere il discepolo e con umiltà sa trasmettere l’insegnamento da lui stesso ricevuto; il discepolo è un buon discepolo quando riconosce il maestro e cerca di diventarlo anche lui, vivendo tutte le esigenze del discepolato.
Va però anche detto che Gesù non si limita a collocare il rapporto maestro-discepolo entro la tradizione rabbinica, ma lo trascende, indicando come la sua sequela comporti di andare ovunque egli vada (cf. Ap 14,4), di vivere coinvolti nella sua vita fino a condividere l’esito della sua morte, dunque la resurrezione. Il cammino di Gesù, quello di vita-morte-resurrezione, è il cammino del discepolo, e può essere percorso solo mediante l’attrazione della grazia di Cristo, senza confidare sulle proprie forze.
Ecco poi un ammonimento alla seconda persona singolare, che merita di essere riportato per esteso: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: ‘Lascia che tolga la pagliuzza nel tuo occhio’, mentre non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la paludosa dall’occhio del tuo fratello”. Sì, il fratello cristiano, nella vita quotidiana della comunità, può essere chiamato a correggere il fratello perché questa è una necessità della vita comune: camminare insieme comporta l’aiutarsi a vicenda, fino a correggersi.
Ma proprio in riferimento alla correzione Gesù si fa esigente: questa non può essere mai denuncia delle debolezze dell’altro; non può essere pretesa manifestazione di una verità che lo umilia; non può mai anche solo sembrare un giudizio né l’anticamera di una condanna già pronunciata nel cuore. Purtroppo nella vita ecclesiale spesso la correzione, anziché causare conversione, perdono, e riconciliazione, produce divisione e inimicizia, finendo per separare invece che per favorire la comunione. Il peccato degli altri ci scandalizza, ci turba, ci invita alla denuncia e anche questo ci impedisce di avere uno sguardo autentico e reale su noi stessi. Ciò che vediamo negli altri come “trave”, lo sentiamo in noi come pagliuzza; ciò che condanniamo negli altri, lo scusiamo in noi stessi. Allora meritiamo il giudizio di Gesù: “Ipocrita!”, perché ipocrita è chi è abitato da uno spirito di falsità, chi non sa riconoscere ciò che è vero e anzi è diviso tra ciò che appare e ciò che è nascosto, tra l’interiore e l’esteriore.
In questa esortazione Luca significativamente fa risuonare a più riprese il termine “fratello”, lo intende in senso cristiano e lo applica a tutte le dimensioni della vita ecclesiale. E se Matteo per la correzione fraterna esige una vera prassi, una procedura da adottarsi nella comunità cristiana (correzione a tu per tu, correzione alla presenza di uno o due testimoni, appello alla comunità: cf. Mt 18,15-17), Luca delinea un cammino affinché la correzione sia secondo il Vangelo: si tratta di non sentirsi mai giudice del fratello, di riconoscersi peccatore e solidale con i peccatori, di correggere con umiltà seguendo in tutto l’esempio del maestro, Gesù.
Questa serie di sentenze è conclusa dall’immagine dell’albero buono, che è tale perché produce frutti buoni, che invece non si possono raccogliere se l’albero è cattivo. Gesù richiama alla realtà e invita gli ascoltatori a discernere il vero dal falso discepolo in base al criterio dei frutti portati dalla sua vita. Non le parole, le dichiarazioni, le confessioni e neanche la preghiera bastano per dire l’autenticità della sequela di Gesù, ma occorre guardare al comportamento, ai frutti delle azioni compiute dal discepolo. Il cuore è la fonte del sentire, volere e operare di ogni essere umano. Se nel cuore c’è amore e bontà, allora anche il comportamento dell’uomo sarà amore, ma se nel cuore domina il male, anche le azioni che egli compia saranno male. Il discepolo è perciò chiamato all’esercizio del discernimento!

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) – LA “DIFFERENZA CRISTIANA”

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VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) – LA “DIFFERENZA CRISTIANA”

Enzo Bianchi

Alla proclamazione delle beatitudini, nel vangelo secondo Luca come in quello secondo Matteo, segue da parte di Gesù un discorso indirizzato a quella folla che era venuta ad ascoltarlo quando era disceso con i Dodici dalla montagna (cf. Lc 6,17). In Luca questo insegnamento è più breve e ha una tonalità diversa. In esso non è più registrato il confronto, anche polemico, con la tradizione degli scribi di Israele, ma emerge piuttosto la “differenza cristiana”che i discepoli di Gesù devono saper vivere e mostrare rispetto alle genti, ai pagani in mezzo ai quali si collocano le comunità alle quali è rivolto il vangelo.
“A voi che ascoltate, io dico…”. Sono le prime parole di Gesù, che introducono una domanda, un comando, un’esigenza fondamentale: “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano”. Certo, queste parole sono collegate alla quarta beatitudine indirizzata ai discepoli perseguitati (cf. Lc 6,22-23), ma appaiono rivolte a ogni ascoltatore che vuole diventare discepolo di Gesù. L’amore dei nemici non è dunque soltanto un invito a un’estrema estensione del comandamento dell’amore del prossimo (cf. Lv 19,18; Lc 10,27), ma è un’esigenza prima, fondamentale, che appare paradossale e scandalosa. I primi commentatori del vangelo con ragione hanno giudicato questo comando di Gesù una novità rispetto a ogni etica e sapienza umana, e gli stessi figli di Israele hanno sempre testimoniato che con tale esigenza Gesù andava oltre la Torah.
Per questo dobbiamo chiederci: è possibile per noi umani amare il nemico, chi ci fa del male, chi ci odia e vuole ucciderci? Se anche Dio, secondo la testimonianza delle Scritture dell’antica alleanza, odia i suoi nemici, i malvagi, si vendica contro di loro (cf. Dt 7,1-6; 25,19; Sal 5,5-6; 139,19-22; ecc.) e chiede ai credenti in lui di odiare i peccatori e di pregare contro di loro, potrà forse un discepolo di Gesù vivere un amore verso chi gli fa del male? Diamo troppo per scontato che questo sia possibile, mentre dovremmo interrogarci seriamente e discernere che un amore simile può solo essere “grazia”, dono del Signore Gesù Cristo a chi lo segue. Anche nel nostro vivere quotidiano non è facile relazionarci con chi ci critica e ci calunnia, con chi ci fa soffrire pur senza perseguitarci a causa di Gesù, con chi ci aggredisce e rende la nostra vita difficile, faticosa e triste. Ognuno di noi sa quale lotta deve condurre per non ripagare il male ricevuto e sa come sia quasi impossibile nutrire nel cuore sentimenti di amore per chi si mostra nemico, anche se non ci si vendica nei suoi confronti.
Con questo comando, che lui stesso ha vissuto fino alla fine sulla croce chiedendo a Dio di perdonare i suoi assassini (cf. Lc 23,34), Gesù chiede ciò che solo per grazia è possibile e, significativamente, è sempre Luca a testimoniare che con questo sentimento dell’amore verso i nemici è morto il primo testimone di Gesù, Stefano, il quale ha chiesto a Gesù suo Signore di non imputare ai suoi persecutori la morte violenta che riceveva da loro (cf. Lc 7,60). Gesù dunque qui rompe con la tradizione e innova nell’indicare il comportamento del discepolo, della discepola: ecco la giustizia che va oltre quella di scribi e farisei (cf. Mt 5,20), ecco la fatica del Vangelo, ecco – direbbe Paolo – “la parola della croce” (1Cor 1,18). Amare (verbo agapáo) il nemico significa andare verso l’altro con gratuità anche se ci osteggia, significa volere il bene dell’altro anche se è colui che ci fa del male, significa fare il bene, avere cura dell’altro amandolo come se stessi. E Gesù fornisce degli esempi, indica anche dei comportamenti esteriori da assumere, espressi alla seconda persona singolare: non fare resistenza a chi ti colpisce e neppure a chi ti ruba il mantello; dona a chi tende la mano, chiunque sia, conosciuto o sconosciuto, buono o cattivo, e non sentirti mai creditore di ciò che ti è stato sottratto. Ciò non significa però assumere una passività, una resa di fronte a chi ci fa il male, e Gesù stesso ce ne ha dato l’esempio quando, percosso sulla guancia dalla guardia del sommo sacerdote, ha obiettato: “Se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23).
A questo punto Gesù formula la “regola d’oro”, che riporta il discorso alla seconda persona plurale: “Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”. Regola formalizzata in positivo, nella quale la reciprocità non è invocata come diritto e tanto meno come pretesa, ma come dovere verso l’altro misurato sul proprio desiderio: “fare agli altri ciò che desidero sia fatto a me”. Pochi anni prima del ministero di Gesù rabbi Hillel affermava: “Ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo al tuo prossimo”. Ma Gesù conferisce a tale istanza una forma positiva, chiedendo di fare tutto il bene possibile al prossimo, fino al nemico.
Solo così, amando gli altri senza reciprocità, facendo del bene senza calcolare un vantaggio e donando con disinteresse senza aspettare la restituzione, si vive la “differenza cristiana”. In questo comportamento c’è il conformarsi del discepolo al Dio di Gesù Cristo, quel Dio che Gesù ha narrato come amoroso, capace di prendersi cura dei giusti e dei peccatori, dei credenti e degli ingrati. Se Dio non condiziona il suo amore alla reciprocità, al ricevere una risposta, ma dona, ama, ha cura di ogni creatura, anche il cristiano dovrebbe comportarsi in questo modo nel suo cammino verso il Regno, in mezzo all’umanità di cui fa parte.
Dopo aver ribadito il comandamento dell’amore dei nemici, Gesù fa una promessa: ci sarà “una ricompensa (misthós) grande” nei cieli ma già ora in terra, qui, i discepoli diventano figli di Dio perché si adempie in loro il principio “tale Padre, tale figlio”. Imitare Dio, fino a essere suoi figli e figlie: sembra una follia, una possibilità incredibile, eppure questa è la promessa di Gesù, il Figlio di Dio che ci chiama a diventare figli di Dio. Se nella Torah il Signore chiedeva ai figli di Israele in alleanza con lui: “Siate santi, perché io sono Santo” (Lv 19,2), e questo significava essere distinti, differenti rispetto alla mondanità, in Gesù questo monito diventa: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Nella tradizione delle parole di Gesù secondo Matteo il comando risuona: “Siate perfetti (téleioi) come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,48). Qui invece ciò che viene messo in evidenza è la misericordia di Dio; d’altronde, già secondo i profeti, la santità di Dio era misericordia, si mostrava nella misericordia (cf. Os 6,6; 11,8-9). La misericordia, l’amore viscerale e gratuito del Signore che è “compassionevole e misericordioso” (Es 34,6), deve diventare anche l’amore concreto e quotidiano del discepolo di Gesù verso gli altri, amore illustrato da due sentenze negative e due positive.
Innanzitutto: “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati”, perché nessuno può prendere il posto di Dio quale giudice delle azioni umane e di quanti ne sono responsabili. Si faccia attenzione e si comprenda: Gesù non ci chiede di non discernere le azioni, i fatti e i comportamenti, perché senza questo giudizio (verbo kríno) non si potrebbe distinguere il bene dal male, ma ci chiede di non giudicare le persone. Una persona, infatti, è più grande delle azioni malvagie che compie, perché non possiamo mai conoscere l’altro pienamente, non possiamo misurare fino in fondo la sua responsabilità. Il cristiano esamina e giudica tutto con le sue facoltà umane illuminate dalla luce dello Spirito santo, ma si arresta di fronte al mistero dell’altro e non pretende di poterlo giudicare: a Dio solo spetta il giudizio, che va rimesso a lui con timore e tremore, riconoscendo sempre che ciascuno di noi è peccatore, è debitore verso gli altri, solidale con i peccatori, bisognoso come tutti della misericordia di Dio.
Al discepolo spetta dunque – ecco le affermazioni in positivo – di perdonare e donare: per-donare è fare il dono per eccellenza, essendo il perdono il dono dei doni. Ancora una volta le parole di Gesù negano ogni possibile reciprocità tra noi umani: solo da Dio possiamo aspettarci la reciprocità! Il dono è l’azione di Dio e deve essere l’azione dei cristiani verso gli altri uomini e donne. Allora, nel giorno del giudizio, quel giudizio che compete solo a Dio, chi ha donato con abbondanza riceverà dal Signore un dono abbondante, come una misura di grano che è pigiata, colma e traboccante. L’abbondanza del donare oggi misura l’abbondanza del dono di Dio domani. La “differenza cristiana” è a caro prezzo ma, per grazia del Signore, è possibile.

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C)

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C)

Beatitudini e guai
Enzo Bianchi

Quando Gesù aveva ormai discepoli che lo seguivano e stavano accanto a lui nel suo peregrinare sulle strade della Galilea per annunciare la venuta del Regno, ecco imporsi una scelta, un’elezione. Gesù non è solo ma ha una comunità che deve apparire come una personalità corporativa, capace di rappresentare il popolo di Israele, il popolo delle dodici tribù in alleanza con il Signore.
Per operare questo discernimento, Gesù sale sul monte come un tempo aveva fatto Mosè (cf. Es 32,30-34,2), e in quel luogo solitario ma propizio all’ascolto del Padre prega. Secondo Luca nei momenti decisivi della sua missione Gesù entra sempre in preghiera, cerca la comunione con il Padre e cerca di discernere la sua volontà. Da questa intensa esperienza di ascolto egli matura la sua decisione di chiamare a sé e dunque di scegliere tra i suoi seguaci dodici uomini che saranno da lui inviati (apóstoloi) e avranno come compito la missione di annunciare il regno di Dio insieme a Gesù stesso.
Ecco dunque Gesù scendere dal monte con la sua comunità “istituita”e raggiungere una pianura dove trova molti ascoltatori, tra i quali numerosi malati che chiedono la guarigione e la liberazione dal potere del male (cf. Lc 6,18-20). Gesù è un vero rabbi, un vero profeta, e molti percepiscono che è abitato da una forza (dýnamis) portatrice di vita. In questo contesto Gesù vede attorno a sé i suoi discepoli e indirizza loro le beatitudini. Si tratta di un modo di esprimersi ben attestato in Israele (cf. Is 30,18; 32,20; Sal 1,1; ecc.): esclamazioni, grida cariche di forza e speranza, indirizzate a qualcuno per attestargli che ciò che lui vive o compie è benedetto da Dio, il quale porterà a termine l’opera in modo imprevedibile. In ogni beatitudine è pertanto implicata una promessa di intervento da parte di Dio.
Nel vangelo secondo Luca le beatitudini sono quattro e risultano differenti dalla versione di Matteo, che ne contiene nove (cf. Mt 5,1-11). In Luca sono espresse alla seconda persona plurale, indirizzate direttamente ad ascoltatori presenti nell’uditorio di Gesù e indicano una situazione concreta come la povertà, la fame, il pianto, la persecuzione; le beatitudini secondo Matteo mettono invece in risalto le condizioni spirituali dei beati, quali la povertà di spirito, la mitezza, la fame e sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore…
Abbiamo dunque due testimonianze, due interpretazioni delle beatitudini pronunciate da Gesù, che sono complementari e ci permettono di conoscere in modo più ricco e profondo il messaggio che dà forza, convinzione e speranza ai discepoli. Certo, nell’ascoltare queste beatitudini e ancor più nell’annunciarle mi bruciano le labbra: Gesù, infatti, si rivolge a poveri, affamati di pane, piangenti e perseguitati, mentre io non posso collocarmi tra questi destinatari del Regno. Ascoltiamole dunque ancora una volta, lasciamo che ci interroghino, che ci feriscano al cuore e cerchiamo di non essere scandalizzati dal loro radicalismo: le beatitudini non sono etica e morale, ma sono rivelazione, sono annuncio da accogliere o rigettare, esprimono la logica e la dinamica del regno di Dio. Quel Regno che noi dobbiamo cercare per prima cosa (cf. Lc 6,31; Mt 6,33) nella consapevolezza che Gesù è la buona notizia, il Vangelo di Dio per noi.
La prima beatitudine è indirizzata a “voi che siete poveri”, cioè ai discepoli di Gesù che in tutto il vangelo appaiono come poveri: essi hanno abbandonato tutto, si sono spogliati addirittura della famiglia e, fatti poveri, seguono il Messia povero. Certo, le parole di Gesù trascendono i suoi discepoli storici e sono indirizzate alla chiesa, costituendo un principio di krísis, di giudizio: questi poveri reali, concreti, ai quali Gesù ha rivolto la beatitudine-felicità, sono nella chiesa? La chiesa è la comunità dei poveri ed è povera? Domande che, significativamente, Luca si pone nella seconda parte della sua opera, gli Atti degli apostoli, dove la povertà e i poveri sono creditori della condivisione, della koinonía, affinché “nessuno di loro fosse povero” (cf. At 4,34).
Questa prima beatitudine – va ammesso – è paradossale. Com’è possibile affermare: “Beati i poveri”? Eppure essa risuona in questo modo perché vuole indicare che non è la povertà a rendere beati i poveri, ma la condizione della povertà permette loro di invocare, desiderare, discernere il regno di Dio. I poveri sono quelli che invocano che a regnare su di loro sia Dio, non il denaro, non i potenti di questo mondo. In tal modo diventano “significanti”, fanno segno verso il regno di Dio con una forza più efficace di quella di ogni possibile comunicazione verbale. I poveri sono segno dell’ingiustizia del mondo e, insieme, sacramento del Signore Gesù, il quale “da ricco che era si fece povero per noi, per farci ricchi della sua povertà” (cf. 2Cor 8,9). I poveri – e bisogna renderli vicini, ascoltarli e conoscerli per poterli interpretare – sanno riconoscere che il regno di Dio è per loro e questa è la beatitudine che nessuno potrà mai strappare dal loro cuore. Verrà il regno di Dio con l’instaurazione della giustizia, e allora la koinonía sarà piena.
Come i poveri reali e concreti, anche quelli che hanno fame e conoscono la minaccia della morte per mancanza di cibo e di acqua sono beati. Perché? Perché ora sono in questa condizione, ma il Dio liberatore agisce in loro favore. Come Luca ha attestato nel Magnificat cantato da Maria (cf. Lc 1,46-55), donna umile, povera e credente, Dio con la forza del suo braccio disperde i potenti e annulla i loro piani, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote. Ci sarà una sazietà per chi ora soffre la fame! Questa è la giustizia che si esprimerà nel giudizio di Dio, un giudizio che ci dovrebbe avvertire, perché sarà nella misericordia se avremo avuto misericordia di chi soffre accanto a noi. Non possiamo pensare che le omissioni siano meno gravi di un’azione che provoca morte: chi vede l’affamato e non lo sazia è come uno che gli dà la morte, è un assassino del fratello!
Consideriamo la terza beatitudine, quella relativa a chi piange, forse in modo meno temibile, perché prima o poi piangiamo tutti. Qui però la contrapposizione va letta tra chi trascorre la vita nel lamento e chi invece vive da gaudente; tra chi conosce solo il duro mestiere di vivere e chi è esente da fatiche, pesi e sofferenze, perché carica gli altri dei suoi pesi delle sue fatiche. In sostanza, tra oppressi e oppressori. La gioia e il canto sono dunque la promessa di Dio anche per quanti sono oppressi.
Infine, l’ultima beatitudine lucana è indirizzata ai perseguitati a causa di Cristo e del suo messaggio. Sì, ci sarà persecuzione per chi porta il nome di cristiano, ci sarà ostilità, disprezzo e insulto: se infatti è avvenuto così per Gesù, il maestro, potrà forse avvenire diversamente per i discepoli? Con questa beatitudine Gesù intravede il futuro e noi sappiamo come ciò è sempre accaduto e accade oggi più che mai, per molti cristiani sparsi nel mondo. Costoro possono esultare ed essere gioiosi, perché la persecuzione testimonia l’appartenenza a Cristo di chi è osteggiato e gli assicura la ricompensa del regno dei cieli.
In Luca alle beatitudini seguono i “guai” (Ouaì hymîn!), grida di avvertimento per quanti si sentono autosufficienti. Si faccia però attenzione: non si tratta di maledizione, come spesso si dice o si traduce, ma di constatazione e lamento! Constatazione che chi è ricco, sazio e gaudente non capisce, non comprende (cf. Sal 49,13.21), non sa di andare verso la rovina e la morte, una morte che vive già nel rapporto con i propri fratelli e le proprie sorelle. Questi “guai” sono eco degli avvertimenti dei profeti di Israele (cf. Is 5,8-25; Ab 2,6-20), sono un richiamo a mutare strada, a cambiare mentalità e comportamenti, sono un vero invito alla vita autentica e piena.
Se ha una vita fedele e conforme a Cristo, il cristiano non si attenda che gli vengano tolti i sassi dal cammino. Al contrario, facilmente gli verranno scagliati addosso: se infatti è “giusto”, sarà odiato e non si sopporterà neppure la sua vista (cf. Sap 1,16-2,20). Ricordiamo infine anche il “guai, quando tutti diranno bene di voi”, perché come Gesù è stato “segno di contraddizione” (Lc 2,34), così lo è il cristiano, se è conforme a lui.

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) LECTIO

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) LECTIO

Profondità
La Parola che oggi ci raggiunge compone, con modulazioni diverse, un unico tema “musicale”: Dio è Colui che irrompe nella vita dell’uomo con una Parola che lo fa vivere; e la vita dell’uomo è apertura sempre più profonda alla relazione con Lui e con i fratelli.
L’evangelista Luca colloca la “vocazione” di Pietro e dei suoi compagni a questo punto del suo vangelo, dopo aver già presentato l’inizio del ministero di Gesù nella sinagoga di Nazareth e le sue prime guarigioni accompagnate dall’annuncio della Parola (cfr. Lc 4,16-44). Da un punto di vista puramente cronologico, l’incontro di Gesù con Pietro e gli altri sulle rive del lago avrebbe dovuto precedere gli eventi del cap. 4 (tanto più che in Lc 4,38-39 Gesù era entrato nella casa di Simone e ne aveva guarito la suocera… quindi si suppone che Pietro e Gesù già si fossero incontrati!).
Ma nel vangelo di oggi Luca ci sta dicendo che c’è una chiamata che avviene continuamente nella vita quotidiana, nelle situazioni di fallimento e di crisi che la vita ci pone. Non si tratta quindi della “prima chiamata” di Pietro (episodio isolato), ma del modo in cui Gesù sempre chiama Pietro, il pescatore pescato per altre pèsche.
In questo racconto quindi scorgiamo la “chiamata permanente” dell’uomo ad entrare sempre più in profondità nella sua relazione con Dio (e di qui a porsi in un rapporto nuovo con i fratelli!).
La situazione iniziale di Simone e dei suoi compagni è quella di uomini affaticati e delusi che, dopo una nottata di duro lavoro, si ritrovano a reti vuote sulla riva del lago di Galilea.
Simone e gli altri sono pescatori.
E il vangelo si sofferma a descriverli a confronto con la loro fatica quotidiana (non sarà stata né la prima né l’ultima pesca infruttuosa!). Si tratta della fatica di cercare nelle profondità del mare ciò che li può far vivere. Si pesca per vivere. Per non morire di fame. Con tutta la loro perizia, Pietro e gli altri non hanno pescato nulla.
Ed eppure questi uomini non sono inerti di fronte al loro insuccesso: accanto alle loro barche accostate a riva, “i pescatori erano scesi e lavavano le reti”. Non hanno abbandonato il luogo della loro fatica (il lago), né gli strumenti della loro ricerca (le reti), ma stanno preparandoli per pesche future e così stanno predisponendo se stessi per ricominciare. Sanno che pescare chiede la fatica di una fedeltà quotidiana che sempre si rimette in gioco là dove ha sperimentato il fallimento.
Qui arriva Gesù.
Potremmo dire che questa è la “situazione ideale” perché avvenga l’incontro con Lui!
Nella quotidiana ricerca di ciò che ci fa vivere, sul crinale delle nostre attese deluse, nell’apertura invincibile del nostro cuore a ricerche ulteriori.
In questo brano potremmo riconoscere tre “chiamate” che Gesù rivolge a Pietro, o meglio una chiamata a tre livelli, sempre più profondi.
Inizialmente Gesù, circondato da folle affamate di ascoltare la sua parola, sale sulla barca di Simone e “lo pregò di scostarsi un poco da terra” per “insegnare dalla barca”. La barca di Simone, che non era servita a raccogliere pesce, appare a Gesù come il luogo ideale dal quale annunciare la Parola. Il Signore Gesù chiama Pietro a spostare lo sguardo dalle sue reti e dalla sua barca vuota, alle folle bisognose dell’insegnamento di Lui. La disponibilità di Pietro all’invito del Maestro trasforma la barca del suo insuccesso nel “pulpito” di una Parola che “trae” le folle alla vita.
Il Signore doni anche a ciascuno di noi la prontezza di Pietro nel lasciare che sia Lui ad indicarci come utilizzare gli strumenti che abbiamo per vivere, le nostre reti e le nostre barche vuote, strappandoci dal tentativo di raccogliere per noi, per mettere ciò che abbiamo a servizio del bisogno degli altri!
Avendo acconsentito alla prima chiamata di Gesù, Pietro si trova anche lui ad ascoltare la Parola che Gesù sta rivolgendo alle folle. Anche lui destinatario di una Parola che fa vivere. E Pietro non sarà rimasto indifferente alla Parola di Gesù, se subito dopo avrà il coraggio di affidarsi ad essa, al di là di ogni logica evidenza: “sulla tua parola, getterò le reti”.
Non conosciamo il contenuto della parola di Gesù alla folla, ma l’evangelista annota che “quando ebbe finito di parlare”, Gesù si rivolge a Simone. Possiamo pensare che quella parola rivolta in modo indiscriminato ad una folla anonima, sia ora declinata in modo personale per Simone e i suoi compagni: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Una chiamata personale (“Prendi il largo”) unita ad una chiamata comunitaria (“e gettate le vostre reti per la pesca”).
E Pietro non permette alle sue obiezioni di prevalere sulla Parola di Gesù. Pietro infatti presenta a Gesù la realtà del loro fallimento (“Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”), ma si affida alla Parola di Gesù più che alla logica della sua esperienza (non si pesca di giorno…).
Il Signore doni anche a noi la fede di Pietro, capace di lasciarsi condurre oltre l’evidenza e l’esperienza che abbiamo delle cose della vita. Una fede che osa scommettere su ciò che ancora non c’è, pronta a giocarsi secondo quello che Gesù vede possibile, mentre rimane ancora invisibile ai nostri occhi. Sì, una fede che vede l’invisibile (cfr. Rm 4,17 e Eb 11,27)!
La fede di Pietro mette in movimento non solo se stesso, ma tutti i compagni della sua barca (“Fecero così e presero una quantità enorme di pesci”) fino a coinvolgere anche gli altri della barca vicina (“fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli). Le reti piene di cui Pietro e gli altri fanno esperienza sono la conseguenza diretta dell’aver assunto la parola di Gesù come guida del loro agire. C’è sempre un dono di Dio pronto a riempire la barca della nostra vita, ma che rimane sconosciuto finché non ci affidiamo a Lui.
La parola di Gesù invitava Pietro a “prendere il largo” (secondo la traduzione della CEI), ma letteralmente ad “andare nel profondo”, a cercare la vita non nella superficie delle cose, ma nella profondità degli eventi, delle relazioni, delle situazioni che la vita pone. “Mare profondo è la relazione con Te”, scriveva in modo lapidario il beato Christophe Lebreton, monaco trappista martire in Algeria. Sì, le profondità del mare nelle quali Pietro getta le reti sono la “profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio” (Rm 11,33) dalle quali Pietro trae Vita abbondante, la Vita di Dio.
Ed ecco che qui la chiamata di Pietro si fa ancora più profonda. L’aver attinto dalle “profondità” del mare tanta abbondanza, mette in luce la smisurata piccolezza di Pietro, la sua fragilità, il suo peccato. C’è una sproporzione che getta l’uomo a terra, nel riconoscimento di essere “poco più di un nulla” (cfr. Sal 8) e che chiede di mettere ancora più distanza fra Dio/Santo e l’uomo/peccatore: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”.
Ed eppure Dio, misteriosamente, non ci misura a partire dalla distanza in cui ci pone il nostro peccato, la nostra sproporzione.
Là dove l’uomo dice: “allontanati da me” (come Pietro nel Vangelo), Dio dice: “segui me” (come fa Gesù nel racconto della vocazione di Pietro in Mc 1,17).
Là dove l’uomo dice: “sono un peccatore” (come Pietro, Isaia e Paolo), Dio dice: “sarai…” altro, cioè pone l’inizio di una identità che non si misura sul limite e sul peccato, ma sulla promessa di Dio.
Dio così chiama Pietro ad assumere uno sguardo nuovo sul suo peccato. Non è l’ostacolo per la relazione con Dio, ma il “punto di partenza” da cui sempre può ripartire per una relazione nuova con Lui, una relazione dove il senso della distanza da Lui non ci allontana, ma ci fa progredire in un cammino inesausto di sequela.
E Pietro ne farà concretamente esperienza nei momenti più importanti della sua vita!
Questa chiamata a non temere l’abisso del suo peccato si apre per Pietro a un altro orizzonte ancora più vasto: i fratelli. Gesù lo invia ai fratelli proprio a partire dal riconoscimento della propria debolezza perché risplenda in lui quella parola di Paolo: “mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze perché dimori in me la potenza di Cristo” (cfr. 2Cor 12,9-10).
Gesù ha “pescato” Pietro dall’abisso della sua debolezza.
Ora Pietro è pronto ad andare ai fratelli per lasciare che Cristo, in lui, li tragga alla medesima Vita.

Sorelle Povere di Santa Chiara

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE OMELIA (02-02-2019)

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/45015.html

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE OMELIA (02-02-2019)

Movimento Apostolico – rito romano
I miei occhi hanno visto la tua salvezza

Perché lo Spirito Santo muova di noi cuore, mente, desideri, volontà, anima, spirito, corpo, bocca, orecchi, mani, ogni cellula del nostro essere, è necessario che dimoriamo nella Legge del Signore. La sua azione è sempre duplice: dal peccato prima deve condurci nella grazia, dalla disobbedienza all’obbedienza, dalla morte alla vita. Solo dopo può prendere la nostra vita nelle sue mani e condurla secondo la divina volontà. Ma perché Lui possa condurci, muoverci, spingerci è obbligatorio per noi crescere in grazia e verità. Il peccato ci fa massi di piombo. Siamo inamovibili. La grazia ci rende come foglie secche. Possiamo rimanere sulle ali del vento dello Spirito Santo. Più si cresce in grazia e in sapienza e più la nostra resistenza viene meno. Gesù è stato condotto fin sulla croce, perché la sua crescita nell’obbedienza è stata al massimo delle umane possibilità. Simeone è uomo giusto, vive nel timore del Signore, ama la Legge del suo Dio. Ad essa ha consacrato la sua vita. Anche Maria e Giuseppe amano la Legge del loro Dio. La osservano in ogni loro precetto. Lo Spirito Santo può muovere gli uni e gli altri. Può far sì che si incontrino nel tempio del Signore. Si vive nella Legge, ci si incontra nella casa di Dio, per cantare la sua verità, il suo amore, la sua giustizia, la sua grande misericordia. Questo avviene sempre quando si dimora nella Legge del Signore. Quando invece si è fuori, lo Spirito non può operare e nessun incontro potrà mai avvenire. Chi è fuori della Legge non conosce lo Spirito di Dio.
Simeone mandato dallo Spirito di Dio nel tempio, vede con gli occhi dello Spirito Santo il Bambino che Maria porta tra le braccia. Lo riconosce con la sapienza dello Spirito che è nel suo cuore. Parla di Lui con la bocca dello Spirito che si fatta sua bocca. Il Figlio di Maria è la luce che Dio ha mandato nel mondo perché le genti fossero illuminate sul suo vero mistero. Non c’è vera conoscenza di Dio se non nella luce che è Cristo Gesù. Non si tratta di una luce che emana da Cristo, come la luce che viene emanata dal sole. Conosce il Padre chi diviene con Cristo un solo corpo, una sola vita, una sola luce. Chi non diviene luce di Cristo nella luce di Cristo mai potrà conoscere il mistero del Padre. Cristo e il Padre sono un solo mistero. Cristo è nel mistero del Padre, conosce il Padre. Il cristiano è nel mistero di Cristo, conosce Cristo, conosce il Padre. Cristo è la luce del Padre. Conosciamo il Padre se siamo luce di Cristo.
Madre di Dio, Angeli, Santi, fateci luce per illuminare dalla e nella luce di Cristo.
egge non conosce lo Spirito di Dio.

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

https://combonianum.org/2019/01/31/commento-al-vangelo-della-iv-domenica-t-o-a/

imm it bernardo-strozzi-il-profeta-elia-e-la-vedova-di-sarepta-1630-kunsthistorisches-museum-vienna-austria

 Bernardo Strozzi, Elia e la vedova di Sarepta

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

Gesù, profeta perseguitato
Enzo Bianchi

Il brano evangelico odierno è il seguito di quello di domenica scorsa (cf. Lc 4,14-21). Siamo sempre nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù è stato allevato e dove era tornato all’inizio della sua predicazione in Galilea. Partecipando al culto sinagogale in giorno di sabato, Gesù ha ascoltato la lettura della Torah e, invitato a leggere la seconda lettura tratta dal profeta Isaia (cf. Is 61,1-2), ha fatto un commento, un’omelia sintetizzata da Luca nelle parole: “Oggi si è realizzata questa Scrittura (ascoltata) nei vostri orecchi”.
Ed ecco la reazione dell’uditorio: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Con la sua omelia Gesù ha colpito l’uditorio, ha saputo destare l’interesse e la meraviglia perché le sue erano anche “parole di grazia” (lógoi tês cháritos). Come il Messia del salmo 45, Gesù è lodato perché “la grazia è sparsa sulle sue labbra” (v. 3). Potremmo dunque dire che la prima predicazione di Gesù al ritorno nel suo villaggio d’origine inizialmente è stata un successo.
Ma il racconto subisce una svolta improvvisa. Quelli che hanno appena approvato e “applaudito” Gesù dicono: “Costui è il figlio di Giuseppe, il carpentiere che ben conosciamo come nostro concittadino. È un uomo, nient’altro che un semplice uomo ordinario, nulla di più!”. Le parole di Gesù hanno meravigliato quella gente, ma egli non pretende nulla, e soprattutto non pretende di avere autorità. Il messaggio che egli ha dato è buono – pensano gli abitanti di Nazaret – ma è il messaggio di un uomo ordinario, come lo si vedeva e lo si poteva descrivere conoscendo bene suo padre Giuseppe. L’entusiasmo e la meraviglia non conducono alla fiducia in Gesù, perché i presenti non si accontentano di parole: occorrono segni, miracoli per avere autorità ed essere riconosciuti
Gesù, conoscendo i pensieri del loro cuore (cf. Gv 2,24-25), passa all’attacco duro, frontale. Non evita il conflitto, non lo tace, ma anzi lo fa esplodere. “Certamente” – dice – “alla fine dei vostri ragionamenti vi verrà in mente un proverbio: ‘Medico, cura te stesso’. Ovvero, se vuoi avere autorità e non solo pronunciare parole, fa’ anche qui a Nazaret, tra quelli che conoscono la tua famiglia, ciò che hai fatto a Cafarnao!”. È una tentazione che Gesù sentirà più volte rivolta a sé: qui tra i suoi, più tardi a Gerusalemme (cf. Lc 11,16) e infine addirittura sulla croce (cf. Lc 23,35-39). È la domanda di segni, di azioni straordinarie, di miracoli: ma tutta la Scrittura ammonisce che proprio questo atteggiamento è il primo atteggiamento degli uomini religiosi che rifiutano Dio. Sempre “gli uomini religiosi chiedono segni” (cf. 1Cor 1,22)… In verità a Cafarnao Gesù aveva compiuto azioni di liberazione da malattia e peccato, ma queste erano, appunto, soltanto “segni” per manifestare la sua volontà: la liberazione da tutti i mali, la liberazione per tutti, come Gesù ha appena letto nel profeta Isaia.
Di fronte a questo repentino cambiamento di umore dell’uditorio nei suoi confronti, Gesù pronuncia alcune parole cariche di mitezza e, insieme, di rincrescimento, parole suggerite dalla sua assiduità alle Scritture, soprattutto ai profeti. Con un solenne “amen” emette una sentenza breve ma efficace, acuta come una freccia: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria, nella sua terra”. Gesù la pronuncia con rincrescimento per il rifiuto patito ma anche con una gioia interiore indicibile, perché da quel rifiuto riceve una testimonianza. Lodandolo per le sue parole di grazia non gli davano testimonianza, ma ora, rigettandolo, sì: perché questo accade a chi è profeta, a chi porta sulla sua bocca una parola di Dio e la consegna a chi ascolta. Gesù dunque in quel momento riceve la testimonianza dello Spirito santo che sempre lo accompagna e che gli dice: “Tu sei veramente profeta, per questo conosci il rigetto!”. Sì, profeta a caro prezzo, e solo chi conosce il rifiuto per le sue parole – che possono essere cariche di grazie ma non vengono accolte per il mancato riconoscimento della sua autorevolezza (exousía) – conosce anche la mite e serena certezza di svolgere un servizio non in nome proprio, ma in nome del Signore; non per interesse personale, ma in obbedienza a una vocazione e a una missione vissute e sentite come più forti della propria disposizione interiore e dei propri desideri umani. Questo è l’atteggiamento degli uomini di Dio, dei profeti, come ascoltiamo a proposito di Geremia nella prima lettura (cf. Ger 1,17-19).
Qui va inoltre messa in risalto la tensione tra Nazaret, la patria, e Cafarnao, città straniera per Gesù, ma dove egli incontrerà proprio stranieri, non ebrei che hanno una fede da lui mai vista in Israele, all’interno del popolo di Dio (cf. Lc 7,9): è più facile per Gesù operare in spazi stranieri che in quelli propri del popolo di Dio. Egli sa bene che le Scritture attestano questo anche per i profeti Elia ed Eliseo, e lo dice. Fu una vedova straniera, di Sarepta di Sidone, ad accogliere il primo e a dargli cibo nel tempo della carestia e della fame (cf. 1Re 17,7-16). Quanto a Eliseo, egli guarì uno straniero, Naaman il siro (cf. 2Re 5), mentre non riuscì a purificare nessuno dei lebbrosi appartenenti al popolo eletto. Con queste parole Gesù, nella sua missione, fa cadere ogni frontiera, ogni muro di separazione: non c’è più una terra santa e una profana; non c’è più un popolo dell’alleanza e gli altri esclusi dall’alleanza. No, c’è un’offerta di salvezza rivolta da Dio a tutti. Anzi, il Dio di Gesù ama i pagani perché ha come nostalgia di loro, che durante i secoli sono rimasti lontani da lui. Gesù dunque li va a cercare, a incontrare e trova in loro una fede-fiducia che gli permettono quell’azione liberatrice per la quale era stato inviato da Dio.
Queste parole di Gesù non potevano che aumentare il rigetto nei suoi confronti e scatenare ulteriormente la collera contro di lui: “si alzarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù”. È la violenza che non sopporta chi svela la sua fonte nel cuore umano… In tal modo Gesù fa una prima esperienza di ciò che gli accadrà quando verrà il tempo del suo ministero a Gerusalemme. Gesù è perseguitato per la collera di uomini religiosi che non accettano il volto di Dio predicato e rivelato da lui, un uomo non investito di autorità da parte delle istituzioni sacre: tentano di farlo fuori già all’inizio del suo ministero, già in Galilea, a casa sua.
Ma Gesù “passando in mezzo a loro, camminava”, in direzione di Cafarnao (cf. Lc 4,31). “Transiens per medium illorum ibat”, attesta la Vulgata. Gesù che “passa in mezzo”, che “passa facendo il bene” (cf. At 10,38), che passa causando entusiasmo ma anche rigetto. Ieri come oggi, “Gesù passa in mezzo e va”, ma noi non ce ne accorgiamo… Passa in mezzo alla sua chiesa ma va oltre la chiesa; come Elia, come Eliseo, va tra i pagani che Dio ama. A Luca è cara questa immagine: Gesù passa e va. E a chi glielo vorrebbe impedire manda a dire: “Andate a dire a quella volpe – Gesù non nomina mai il nome di costui! –: “Ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno terminerò. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente me ne vada per la mia strada” (Lc 13,32-33). Fino a che giunga l’ora degli avversari, “il potere delle tenebre” (Lc 22,53). Ma Gesù è pronto.

Composizione del quadro

Composizione del quadro
Bernardo Strozzi, Il profeta Elia e la vedova di Sarepta, 1630

A commento del Vangelo di questa domenica leggiamo assieme l’opera che narra un episodio citato da Gesù in risposta ai suoi concittadini: l’incontro tra il profeta Elia e la vedova di Sarepta.
Potremmo bollare questo quadro di leziosità, ma una lettura della sua grammatica, ovvero delle regole che lo compongono potranno lasciarci stupiti. Per aiutare l’interpretazione facciamo a meno del colore e utilizziamo una foto in bianco e nero per mettere meglio in risalto le scelte compositive del pittore.
La scena è presentata come a teatro. C’è una balaustra tra noi e i protagonisti (linea azzurra orizzontale in basso) a segnare un passaggio: siamo osservatori di qualcosa che sta accadendo.
I protagonisti non occupano tutta la scena, ma sono “incorniciati” per meglio permetterci di osservarli. Questo effetto ottico si ottiene creando dei parallelismi di linee. Le due linee quasi parallele del braccio di Elia e della vedova chiudono il quadro lasciando due zone vuote (linee azzurre).
Ci sono poi due linee principali che hanno un forte valore narrativo. La prima si ottiene allungando il bastone del profeta Elia (linea azzurra che taglia trasversalmente il quadro). Questa linea segna due linguaggi diversi tra i personaggi: al di sopra di essa i volti e gli sguardi, al di sotto i gesti eloquenti delle mani (evidenziati dai cerchi rossi).
La seconda linea compositiva che fa da narrazione è quella forte ombra che separa la figura della vedova dal gruppo composto da Elia e dal figlio di lei (linea gialla a metà del quadro). I due personaggi principali vengono presentati separati: una pagana e un profeta del Signore. Ma c’è un gesto che spezza questa linea di separazione ed è la mano tesa di Elia verso la donna. Elia va oltre le convenzioni e si rivolge proprio a lei.
I gesti della donna sono contrari alla propensione di Elia: sta proteggendo i vasi dove conserva quel poco che ha per vivere. In mezzo il figlio della vedova (incorniciato dalle due forme ovali in giallo – queste sono due linee che il nostro occhio crea seguendo i panneggi del profeta e della madre – un buon pittore è quello che sa dove vuole far arrivare i nostri occhi) che ha già superato ogni separazione porgendo a Elia da mangiare.
Il gesto del bambino “eccede” dalla balaustra teatrale e viene verso di noi: scopriamo che non siamo mai stati osservatori, ma co-protagonisti del quadro. Siamo quindi interpellati a prendere posizione verso quel gesto di accoglienza che il figlio della vedova ci sta presentando.

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