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IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – NULLA È IMPOSSIBILE A DIO! – 8.12.19

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IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – NULLA È IMPOSSIBILE A DIO! – 8.12.19

– Gen 3, 9-15.20; Sal 97; Ef 1, 3-6.11-12 (Rm 15, 4-9); Lc 1, 26-38 –

Quest’anno la seconda domenica di Avvento coincide con la Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria … la Chiesa ha concesso che in questa domenica si celebri questa festa così cara al cuore dei credenti, ma conservando la seconda lettura della Seconda Domenica d’Avvento …
Guardare a Maria, in questo nostro percorso d’Avvento, ci permette di volgere lo sguardo su quella “terra” che Dio scelse per piantare la sua tenda tra noi uomini … in Maria si incontrano le speranze messianiche della Prima Alleanza che la Promessa del Signore aveva messo in cuore al suo popolo, e lo sguardo di Dio.
Maria, la piccola donna di Nazareth, diviene il crogiuolo di questo incontro, terreno preparato dalla grazia. Maria incontra Dio, accoglie dalla bocca dell’Angelo una parola nuova, sconvolgente, dura, difficile, foriera certamente di lotte e di incomprensioni che potrebbero sommergerla, ma Maria prende una decisione dinanzi a quella parola, in quella parola, e così genera la Parola!
Maria non resta nei “limbi” che tanti cristiani sanno crearsi per non compromettersi con Dio e le sue domande. Si fa interpellare davvero da Dio, e non rimane paralizzata dinanzi alle domande di Dio rimandando all’infinito le risposte: Maria ha la forza, il coraggio e l’onestà di prendere una decisione.
Nella vita di un credente non basta fare esperienza di Dio; a volte esperire la sua presenza amorosa e concreta può rimanere nell’ambito delle cose “romantiche”, “sentimentali”; magari appaganti per quell’ora, e appaganti nei momenti di memoria di quell’ora … questo non basta! Potrebbe diventare un rifugio ben caldo, rifugio che ci mette al riparo da Dio stesso, un rifugio in cui è facile vivere il limbo dell’irresponsabilità … Maria all’annunzio di Gabriele vive una vera esperienza di Dio, conosce un Dio che la chiama; non relega quell esperienza in un’aura di sentimento, ma la trasforma subito in un sì che ingloba tutta la sua vita, il suo cuore, il suo corpo, i suoi progetti, i suoi sogni … nulla lascia fuori da quella Parola che ora deve avvenire in Lei, e dice il suo sì.
Non è un sì “titanico”, di chi si sente forte e “collaboratore” (!) di Dio, ma un sì che sa attraversare domande (Come avverrà?), e che si lascia attraversare da domande…la sua stessa verginità, lungi dall’essere un prodigio straordinario per destare stupore, è invece luogo di povertà e di “impotenza” (lo stato di verginità è incapacità assoluta a generare!)…così diviene terreno per l’avvento del Santo!
Il tempo di Avvento oggi è illuminato dalla presenza umile e forte di Maria, una presenza che ci richiama al fatto che l’Avvento è sì tempo di attesa, di vigilanza, di speranza, ma contemporaneamente è tempo concreto di vita, tempo che vuole decisioni per Dio, decisioni sulla sua Parola. L’Avvento è tempo di fiducia in cui, dicendo i nostri sì scopriamo sempre che l’amore di Dio ci ha prevenuti! Il mistero dell’Immacolata che oggi celebriamo è proprio questo: amore che precede e che prescinde da ogni merito … Maria nasce “tutta santa” dal grembo di sua madre, immacolata; questo però non è un’astratta “impeccabilità”, non è un privilegio accecante, è invece scoperta di essere stata preceduta, è scoperta che, prima del “fiat” di Maria, c’è già e sempre il “fiat” di Dio che è sempre Colui che ama per primo!
Se Maria ci fa fare questa scoperta in questo cammino di Avvento ci avrà consegnato una grande forza, una parola su cui scommettere per dire anche noi i nostri sì, su cui decidersi per il Regno.
Lui viene e provoca già il nostro oggi mostrandoci in Maria un amore preveniente, assolutamente gratuito, un amore che ci grida “nulla è impossibile a Dio”!

E allora ci si può fidare…

Bisogna fidarsi!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

OMELIA I DOMENICA DI AVVENTO A (01-12-2019)

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OMELIA I DOMENICA DI AVVENTO A (01-12-2019)
Missionari della Via

Inizia oggi il tempo dell’Avvento, tempo di preparazione e dunque, speriamo, anche di crescita. Il tempo liturgico dell’Avvento celebra la venuta di Dio, nei suoi due momenti: dapprima ci invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo; quindi, avvicinandosi il Natale, ci chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la nostra salvezza.
Ora, il Signore viene continuamente nella nostra vita, vi è una venuta intermedia che avviene, (speriamo di accogliere) nel nostro cuore. A che serve questa venuta? A vivere bene questa vita, preparandoci all’incontro con il Signore. Infatti, se non riflettiamo che la nostra vita terrena ha un fine, le cose che facciamo non hanno un movente autentico, non sono indirizzate verso la meta finale.
Come sarà la fine della nostra strada? Qui il Vangelo ci dice che può avvenire come al tempo di Noè: tutti mangiano, tutti si sposano, tutti bevono; ora, queste non sono cose cattive, ma rischiano di diventare l’assoluto. Noi viviamo di queste cose, però c’è qualcosa di più grande del solo mangiare, del bere, di realizzarmi, di vivere affetti come possessi. San Paolo ce lo ricorda: «passa la scena di questo mondo» (cfr 1Cor 7,31).
Ecco, Noè sale sull’arca consapevole di ciò, ma gli altri non si accorgono di nulla presi come sono dalle loro cose. Questo è qualcosa di ricorrente. Vediamo persone che si donano, che mostrano con la loro vita che tendono verso qualcosa di oltre, di più grande, ma non riflettiamo su ciò. Ho visto persone rispondere alla chiamata del Signore consacrandosi totalmente a Lui, e i parenti vivere quasi nell’indifferenza tutto ciò.
Una volta un mio caro mi disse che non aveva bisogno di miracoli, perché la mia chiamata era già un miracolo; risultato? Non cambiò minimamente stile di vita, lontano dal Signore prima, lontano dal Signore dopo, nel peccato prima, nel peccato dopo!
Certo che è proprio strano tutto ciò! Siamo così intontiti nel fare le cose di questo mondo che non pensiamo al dopo. Spesso ai funerali mi capita di dire ciò per cercare di risvegliare le persone dal loro torpore spirituale; ma spesso, usciti dalla chiesa, dopo due lacrime, un pochino di commozione ritornano alla stessa vita di prima.
«Gesù non dice che la generazione nella quale avverrà ?il giorno del Signore? sarà immorale o particolarmente perversa, ma ne denuncia solo l’indifferenza. Sono uomini e donne che vivono: nascono, crescono, si innamorano, si sposano, mangiano e bevono… Sì, vivono, e su questo loro vivere Gesù non pronuncia condanne, proponendo loro un programma ascetico. Denuncia solo la ?non conoscenza?, il non essere pronti, l’essere indifferenti a ciò che invece va cercato prima di tutto ed è essenziale a una vita veramente umana, che risponda alla volontà e alla vocazione del Creatore. Dunque nessun castigo da parte di Dio, ma semplicemente la manifestazione della situazione in cui si trova l’umanità di fronte alla presenza e alla venuta del Figlio dell’uomo. Purtroppo noi oscilliamo tra febbre apocalittica con predizioni catastrofiche e indifferenza verso questo evento che, tardando così tanto, pensiamo non ci debba tormentare. Ma questo evento non può essere da noi rimandato alla fine della storia, quasi pensando che non ci riguardi, perché in realtà nell’esodo di ciascuno di noi, nel passaggio da questo mondo all’al di là della morte, saremo messi di fronte alla presenza del Figlio dell’uomo veniente nella gloria» (Enzo Bianchi).
Bisogna dunque vegliare perché non sappiamo quando verrà il Signore nella nostra vita, quando andremo incontro a Lui.
«La vigilanza prende valore dal motivo per cui si veglia. Veglia anche il donnaiolo, diceva sant’Agostino, e veglia il ladro, ma non è certo buono il loro vegliare. Vegliano coloro che passano la notte in discoteca, ma spesso per stordirsi e non pensare. Ora il motivo evangelico della vigilanza è così formulato da Gesù: ?State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso?. Non serve consolarsi dicendo che nessuno sa quando sarà la fine e del mondo. C’è una venuta, un ritorno di Cristo, che ha luogo nella vita di ogni persona, al momento della sua morte. Il mondo passa, finisce, per me, nel momento in cui io passo dal mondo e finisco di vivere. Più ?fine del mondo? di così! Dio forse ci minaccia, non ci vuole bene? No, è per amore, perché ha paura di perderci. La cosa peggiore che si può fare, davanti a un pericolo che incombe, è quello di chiudere gli occhi e non guardare» (p. Raniero Cantalamessa).
Ma già ora il Figlio dell’uomo viene secondo schemi che non abbiamo. Occorre la nostra disponibilità ad accogliere il nuovo che arriva. Occorre essere pronti a cambiare vita, vivere una vita più autentica, non rimanere attaccati sempre alle solite cose che facciamo. Perché? Perché la vita ci presenta cambiamenti, possiamo vivere una sofferenza che ci chiede un cambiamento, siamo pronti e disposti a farlo? Anche la morte, realtà dalla quale spesso fuggiamo, inevitabilmente un giorno verrà, siamo pronti ad affrontarla? Chiunque, prima di affrontare un lungo viaggio prepara le cose che gli occorrono, lo facciamo per un breve viaggio e non lo facciamo per un viaggio senza ritorno?
Occorre che ci domandiamo: «Chi è il padrone della mia vita? Se il signore verrà come un ladro significa che il padrone sono io; se invece il padrone è Lui non verrà come un ladro, ma quando verrà io dirò: è il Signore. Allora facciamo sì che in questo tempo diveniamo persone capaci di farsi visitare pronti alla visita che arriva un ospite gradito» (don Fabio Rosini).
Vegliamo dunque, perché così facendo accogliamo il Signore, accogliamo l’amore nella nostra vita

TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO CRISTO RE

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TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO CRISTO RE

21 Novembre 2019 | Omelie Anno C

2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43

Oggi si parla di un re … una figura un po’ anacronistica … in ribasso sulle quotazioni del mondo … ormai i re sono sempre più pochi sui troni politici del mondo e questo, da un lato rischia di farci sembrare questo titolo dato a Cristo strano e fuori dalle nostre categorie culturali, un titolo quasi da fiaba, da un altro lato però, se i re umani scompaiono o sono solo figure rappresentative e simboliche dove ancora ci sono, questo ci dà la possibilità di guardare alla regalità del Cristo come a qualcosa di davvero diverso e altro. Se i credenti ancora chiamano Gesù re è perché vogliono dire qualcosa di certamente diverso rispetto a tutte le regalità pensabili.
Già il Nuovo Testamento parla di una regalità altra che supera le regalità mondane ed anche quelle messianiche che Israele aveva sperimentato. Nella prima lettura, tratta dal Primo libro di Samuele ci è stata ricordata la regalità messianica di Davide. Le tribù di Israele la riconoscono mettendosi in alleanza con lui riconoscendo la vocazione che Dio gli ha dato di pascere il suo popolo. Ai tempi del Nuovo Testamento però l’esperienza monarchica di Israele è miseramente fallita e la regalità davidica è, per l’Israele fedele, solo una memoria di una promessa che la supera. Il re veniente sarà altro da quello che Israele ha sperimentato, da quello che i popoli sperimentano.
Ma che alterità?
Per comprendere dobbiamo prima porci un’altra domanda: chi è un re? Certamente è uno che guida, che pasce, come già diceva il testo del Primo libro di Samuele con tutta la tradizione profetica; è poi uno nel quale possiamo dire si riassume la totalità del popolo … ma è soprattutto uno che ha l’ultima parola su coloro che lo chiamano re; è il Signore. La festa di oggi allora potremo chiamarla Solennità della Signoria di Cristo. Una signoria che va riconosciuta e accolta per quello che essa è nella sua alterità.
La liturgia di oggi ci propone con crudo realismo questa alterità liberando la regalità di Cristo Gesù da ogni esito trionfalistico, di dominio…liberando la sua Chiesa dalla tentazione di farsi regno mondano stendendo tentacoli di supremazia sui regni e sugli uomini.
Il Cristo è davvero re perché ha parole definitive sulla storia, è davvero re perché tutto regge con la sua parola potente (cfr Eb 1,3), è davvero re perché ha conquistato alla luce del Padre il mondo che si era gettato nelle tenebre di morte. Non bisogna dimenticare che è Gesù stesso che afferma la sua regalità. Nel Quarto Evangelo lo dice con chiarezza: Io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo. Se ci fermassimo qui sarebbe rischioso ma Gesù aveva anche detto, a scanso di ogni possibile equivoco: Il mio regno non è di questo mondo … non è di quaggiù (cfr Gv 18, 36-37) ed il passo dell’Evangelo di Luca che oggi si proclama lo mostra con una chiarezza limpida e spiazzante.
Questo re è altro perché non salva se stesso! Salva gli altri, i suoi torturatori, quelli che lo insultano … salva noi! Per ben tre volte la tentazione lo aggredisce sul paradossale trono della croce: Salva te stesso! La tentazione gli ricorda che ha già operato la salvezza di tanti infelici, di tanti poveri, di tanti disprezzati … e davanti ai suoi occhi di crocefisso sono passati certamente i volti della peccatrice con il vasetto di profumo, del cieco che riapre gli occhi alla luce, dei lebbrosi con la loro pelle risanata, degli ossessi umanizzati, di Zaccheo raggiante di gioia e di speranza, dei suoi discepoli pieni di fiducia in un mondo diverso..li ha salvati! La tentazione gli ricorda che Lui può ma Gesù sa che è re, e anche i suoi uccisori l’hanno scritto in cima alla croce, ma è un re che salva il mondo perdendo se stesso. E questa alterità Luca vuole che noi la capiamo fino in fondo, una regalità davvero altra; Luca vuole che spazziamo via tutte le idee preconcette di regalità e anche di Messia … come l’evangelista ci dice questa alterità? Proprio nel titulus crucis, quel cartello posto in cima alla croce che dava ai passanti e l’identità del condannato e il delitto per cui stava su quel legno. In greco Luca così ci dice il testo del titulum: “O basileùs tõn Ioudaíon outos” che in italiano suona così: “Il re dei Giudei: questo!” Luca è chiarissimo; è come se ci dicesse: “!l re dei Giudei, il Messia è questo, questo crocefisso, questo perdente, questo che non salva se stesso … se pensate ad altra regalità state sbagliando!”
Gesù aveva annunciato questo paradosso per tutta la sua vita, con tutta la sua vita: solo chi perde la propria vita la ritrova (cfr Lc 9,24)…e ora è lì a perdere la sua vita; se salvasse se stesso rinnegherebbe quel paradosso…e così da re paradossale rimane lì, confitto alla croce in un’impotenza totale e sceglie di salvare e non di salvarsi. Come ultimo atto della sua storia su questa nostra terra salva un povero, il più povero…uno a cui si è fatto simile fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). Sulla croce, perdendo se stesso e donando salvezza senza salvare se stesso Gesù è davvero re, domina davvero. Domina quella tremenda “filautìa” che è amore di sé fino alla dimenticanza degli altri e di Dio; domina con l’amore e la misericordia l’odio che lo sta aggredendo inchiodandolo al legno dei maledetti; è re perché si fa ponte tra la terra dei poveri e degli ultimi ed il “paradiso” di Dio…nell’Evangelo di Giovanni Gesù dice: Io sono la via (cfr Gv 14,6) e qui vediamo come Egli sia davvero via; via per chi riconosce nel paradosso la sua regalità, via per chi, come il ladro crocefisso, non ha paura del suo peccato e sa consegnarlo a quelle mani inchiodate apparentemente impotenti ma paradossalmente capaci di aprire quel “paradiso” che l’uomo chiuse con la sua disobbedienza e dinanzi al quale saettava la spada di fuoco dei tremendi cherubini posti a guardarne la soglia (cfr Gen 3,24).
Fu la negazione della signoria del Creatore a chiudere quelle porte che ora vengono spalancate all’ultimo dei figli di Adam, al più reietto e misero, a questo ladro crocefisso che però riconosce, nel Crocefisso che gli sta accanto, il Signore che ha le chiavi della morte e dell’inferno (cfr Ap 1,18) e perciò è la chiave di Davide, se egli apre nessuno chiuderà (cfr Is 22,22).
La Chiesa oggi, al culmine dell’Anno liturgico, contempla questo re che è ragione di ogni lotta quotidiana per la santità e la giustizia, questo re che le dà la forza per costruire il Regno sapendo che esso è sempre dono dall’alto, questo re che mette in crisi tutti i regni del mondo e tutte le pretese di potere, questo re che regna dalla croce.
Alla fine dell’Anno liturgico la meta non è un compiacimento trionfalistico ma, ancora una volta, è una via contraddittoria alle nostre vie, la meta è una Signoria che non ci mette al riparo in una religione rassicurante ma ci chiede di rischiare di persona, a caro prezzo (cfr 1Cor 6,20).
Alla fine dell’Anno liturgico questo re si mostra a noi come possibilità di un modo pieno per essere uomini, vorrei dire del modo pieno per essere uomini: nell’amore che si dona, che non salva se stesso ma salva l’altro!
Questo re è credibile perché senza svendere la sua Signoria si è fatto vicinissimo a noi ed alla concretezza della nostra umanità, fino alle nostre croci. Tanto vicino e prossimo che il ladro crocefisso lo può chiamare semplicemente Gesù (è l’unico in tutto l’Evangelo che lo chiama solo così, senza titoli…) e fa fiorire sulle nostre labbra quello stesso nome santo ogni giorno, nella confidente certezza che Lui è il Signore che a tutto dona senso!
Il Buon Samaritano termina così il suo viaggio, quello che Luca ci ha narrato in tutto il suo Evangelo durante quest’anno ed il finale è sconvolgente: è ferito come colui che ha soccorso! Ha le stesse piaghe e le avrà per sempre (cfr Lc 24,39) non per raccontare un eterno dolore ma per narrare un amore eterno…
Di un Signore così ci possiamo fidare e possiamo camminare, pur tra le contraddizioni della storia, con l’ardente desiderio di pronunciare, come ultima parola delle nostre labbra, proprio come il ladro crocefisso, primo Santo del Regno, il nome del re fattosi compagno delle nostre vite:

Gesù!

P.Fabrizio Cristarella Orestano

TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mal 3,3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia. Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto (siamo dopo il 70) e la vita della Chiesa è sì fiorente ma minacciata, già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo) … la fine del Tempio per Luca (come per tutto il NT) è segno potente della novità che è Cristo e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo tempio che è il Cristo crocefisso, risorto e vivente nella Chiesa.
Il discorso di Gesù del passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per grandiosità del Tempio e per le sue bellezze ed è detto “grande apocalisse lucana” mentre al capitolo 17 avevamo incontrata la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude con la morte.
E’ una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere; qui Gesù ci narra come sarà la storia e come in essa coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo potranno e dovranno camminare.
La storia certo ha un senso, cioè una direzione e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma neanche parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole che promettono una vicinanza provvidente che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Questa salvezza ha però il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.
Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne e questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che da un lato anestetizza i credenti e dall’altro li trasforma in uomini delusi.
Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede; la prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno … menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio; pensiamoci … il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente presentandosi come un idolo che chiede adesione: Molti verranno nel mio nome dicendo io sono … non seguiteli! “Io sono”: è il santo nome di Dio ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare; gli idoli chiedono sequela (e lo fanno con seduzione potente e noi tutti lo sperimentiamo ogni giorno!) ma Gesù ammonisce: Non seguiteli! Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo Seguitemi! (cfr 5,11.27; 9,59; 14,27…) qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo a tale proposito è l’uso del suo nome; il credente può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo invece di farsi servo di quel santo nome. Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati “a causa del mio nome“. E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4,12).
La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro …
Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione, se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo, ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, “la parola quella della croce” (1Cor 1,18) allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.
La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da una puzza diabolica, quella della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli … dagli amici. E’ terribile ma a tal segno arriva l’odio del mondo per le vie che lo contraddicono! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.
La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: come dicevamo, quando scrive l’Evangelo, è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli) e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.
Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.
In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti (l’ “iupomonè” di cui Gesù oggi parla è proprio la pazienza perseverante che è il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno, è la “resistenza”); insomma è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita!
Questa fu la via di Gesù e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona.Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

P.Fabrizio Cristarella Orestano

TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

7 Novembre 2019 | anno 2018/19, Omelie Anno C

2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,16-3,5; Lc 20, 27-38

La morte: la grande contraddizione. L’orrore che fa da muro ad ogni nostra presunzione, la diga che argina ogni nostra autosufficienza, la domanda che cerca instancabilmente un senso alla storia ed alle nostre piccole storie.
Gesù, nel passo dell’Evangelo di questa domenica, viene sfidato proprio sul terreno terribile della morte: su quel terreno su cui avverrà lo scontro finale tra l’amore misericordioso di Dio e l’odio del mondo che inchioderà il profeta di Nazareth, per la morte, su di una croce.
Questa volta, in questo episodio del racconto di Luca, la domanda da cui tutto scaturisce è posta a Gesù non dai soliti Farisei ma dai Sadducei; sono loro i provocatori: uomini di una classe ricca, aristocratica, fatta prevalentemente da sacerdoti del Tempio che credono più all’oggi pieno del loro potere politico ed economico che a qualunque altro futuro affidato ad altre mani, siano pure quelle di Dio. Questi non perdevano occasione per mettere in ridicolo l’ “assurda” credenza nella risurrezione dei morti. Cosa c’è di più evidente della morte e della sua definitività? Ecco ancora un’occasione per mettere in ridicolo i loro avversari; lo fanno con un esempio “grottesco”: una donna, sette fratelli che tutti la sposano …”se si risorge di chi sarà moglie?” I Sadducei si basano qui su una parola della Torah che nel Libro del Deuteronomio (25,5ss) stabilisce la cosiddetta legge del “levirato” (dalla parola ebraica “levir” che significa “cognato”); una legge tesa a garantire a tutti una discendenza, anche a chi ne moriva privo; questo sia per motivi religiosi (partecipare alla benedizione di fecondità data ad Abramo) sia per motivi più terreni come la conservazione dell’eredità.
Di fronte alla loro domanda tesa a screditare sia i nemici Farisei, sia lo stesso Gesù, questi risponde prima affermando il loro errore, sia dimostrandolo con un procedimento tipicamente rabbinico ma non privo di forza.
Gesù, prima cosa, mostra ai suoi interlocutori che il loro parlare è davvero banale e risibile. Non è risibile la fede nella risurrezione ma è risibile il loro pensare ad una risurrezione come prolungamento ed estensione del presente della storia; l’eternità cui l’uomo, tutto l’uomo (perciò si parla di risurrezione e non di immortalità dell’anima!), è chiamato dall’amore fedele di Dio, non è a “immagine e somiglianza” della storia … è una dimensione oltre la storia in cui non ci sarà più bisogno del matrimonio per garantire la vita. La vita sarà custodita non dalla generazione ma dall’amore di Dio, sarà una vita che più non passa. La morte esige il generare, oltre la morte non occorre più generare. Si badi bene che il discorso di Gesù non svaluta il matrimonio ma lo pone con la sua grandezza al suo posto reale, all’interno della storia. Il matrimonio è profezia dell’amore e della vita e nell’eterno non avranno più bisogno d’essere profetati perché li possederemo.
Poi Gesù trae dalla Scrittura un argomento che sente come una prova: si rifà alla scena del Libro dell’Esodo in cui il Signore, dal roveto ardente, parla a Mosè e si definisce Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (cfr Es 3, 15). Per Gesù lì è la forza della certezza della risurrezione: Dio ha un legame così straordinario con gli uomini da farsi chiamare Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe! L’argomento di Gesù è netto: Dio non avrebbe mai detto così riferendosi ad uomini precipitati per sempre nella morte … se così fosse sarebbe un Dio dei morti e non dei viventi. La Scrittura invece ci narra di un Dio creatore della vita, amante della vita e custode delle vita degli uomini e del cosmo; il Dio, fedele all’alleanza che ha stretto con quegli uomini, è il Dio d’una fedeltà che non può essere vinta neanche dalla morte. Il Dio dell’Alleanza fa dell’uomo una creatura capace di conoscerlo, di amarlo, di costruire la sua esistenza attorno a Lui e finalizzata a Lui. Se l’uomo è così legato a Dio, se l’uomo appartiene così a Dio, se l’uomo è colui che di Dio può dire E’ Lui il mio Dio! (cfr Es 15,2), questa creatura non può cessare di esistere. Questa creatura straordinaria che è l’uomo non può non partecipare alla pienezza di vita che Dio ha, che Dio è. Questa creatura è tanto amata che Dio non può permettere che sia caduca tanto da affondare in una morte senza scampo.
Per Gesù la certezza della risurrezione è fondata sul legame d’amore con cui Dio ci lega a sé.
Certo, noi cristiani abbiamo un argomento in più rispetto a Gesù, anzi, abbiamo l’argomento decisivo e definitivo: la sua stessa Risurrezione! Nella Risurrezione di Gesù il Padre dà la risposta a tutte le paure dell’uomo di rimanere per sempre prigioniero della morte, nella Risurrezione di Gesù il Padre ci ha detto che dalla morte ci salva solo l’amore: l’amore che Lui ha per noi, l’amore come quello di Gesù suo Figlio, che è tale da non poter finire nella morte! Perché più forte della morte è l’amore: infatti la morte è disgregazione, spezzamento di vicinanze, l’amore invece è unità, è comunione, è dono dall’alto che vuole solo la vita dell’altro …
Se qui Gesù proclama che Dio è il Dio dei viventi, nella sua Risurrezione ci porta per mano per farci attraversare la morte con amore, nell’ amore, nell’offerta di sé, nella restituzione puntuale a Dio di ciò che noi siamo, ci porta per mano in una terra di vita in cui Dio tutto ci restituirà: pienezza di vita, il nostro corpo, i nostri amori, le persone e le realtà che abbiamo amate … tutto, tutto … il Dio della vita ama tutto ciò che vive e tutto custodisce per la vita, nulla vuole che sia consegnato per sempre alla morte.
E’ questa la speranza che nutre i nostri cuori di credenti, è questa la consolazione che in Cristo Gesù ci è data in modo definitivo, come scrive Paolo nel tratto della Seconda lettera ai cristiani di Tessalonica che oggi abbiamo letto. L’Apostolo qui è certo della fedeltà del Signore che conferma la sua Chiesa, ma è certo anche di un’altra cosa “realistica” e “misteriosa”: Non di tutti è la fede. Sì, se siamo capaci di credere, di fidarci, di aderire vitalmente a Lui anche nel buio della storia, anche nell’attraversare la valle scura della morte, è solo per un dono di Grazia; un dono che ci rende depositari di una grande responsabilità. Una certezza, quella della nostra fede, che non ci deve vedere arroganti o presuntuosi destinatari di un aristocratico privilegio, ma umilmente chini nello stupore di qualcosa che abbiamo solo ricevuto in dono. Tanti nostri fratelli per la loro vita, per le loro vicende, per i loro pesi, per i loro dolori, per le loro umane incapacità strutturali “non possono credere”… questo noi dobbiamo saperlo per essere anche per loro un umanità nuova e , come diceva il grande von Balthassar, per credere per tutti, amare per tutti, sperare per tutti!
La morte: muro terribile di fronte al quale si gioca la nostra capacità di credere per davvero, di fidarsi del Dio della vita che è più potente dei vincoli orrendi della morte. Noi cristiani abbiamo un tesoro di speranza da consegnare al mondo. Un tesoro che Gesù ci ha messo nelle mani non per possederlo come nostra consolazione ma per farci essere consolazione per il mondo che non crede, non spera, non ama.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

 

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

“Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”
Commento di Enzo Bianchi

Oggi il vangelo ci narra l’incontro tra Gesù e Zaccheo. È un testo che raccoglie in sé nel frammento numerosi fili che attraversano la trama complessiva del vangelo secondo Luca. Gesù è sulla via che dalla Galilea sale verso Gerusalemme, la meta del viaggio da lui intrapreso con grande decisione (cf. Lc 9,51). Una tappa di questo viaggio è la città di Gerico, zona di confine della provincia romana della Giudea. Mentre Gesù sta attraversando Gerico, entra in scena un altro personaggio. Egli è “un uomo”, questa la sua qualità primaria: l’evangelista la evidenzia subito, per chiarire ciò che il protagonista principale del racconto, Gesù, vede in lui. Gesù sa andare oltre l’opinione comune, è capace di sentire in grande, di vedere in profondità: vede un uomo dove gli altri vedono solo un delinquente, coglie in ogni suo interlocutore la condizione di essere umano, senza alcuna prevenzione. Il suo nome è Zakkaj, che significa “puro, innocente”: ironia della sorte oppure un altro particolare che ci dice tra le righe ciò che solo Gesù sa vedere in lui? Quanto al suo mestiere, non è solo un pubblicano, ma un “capo dei pubblicani”, l’emblema per eccellenza del pubblico peccatore, arricchitosi grazie a un’ingiusta condotta.
Zaccheo è consapevole di essere peccatore, di non avere meriti da vantare. Non può affermare, come un altro ricco: “Ho osservato i comandamenti fin dalla giovinezza” (cf. Lc 18,21). Umiliato da questa condizione di disprezzato da tutti, ha nel cuore un grande desiderio di conoscere il profeta e maestro Gesù, nella speranza che l’incontro con lui possa cambiare qualcosa nella sua vita. Lo mostra il suo comportamento: “Cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura”. Anche noi, come lui, andiamo a Gesù e lo cerchiamo non in un’inesistente perfezione, in uno splendore candido e luccicante, ma con i nostri propri limiti, le nostre particolarissime tare e oscurità. O accettiamo di andarci in questo modo, oppure, mentre sogniamo di farci belli per accoglierlo, la vita ci scorre alle spalle senza che ce ne rendiamo conto e così manchiamo inesorabilmente l’ora decisiva dell’incontro con il Signore!
Certo, occorrono desiderio, passione per Gesù, in modo da assumere con intelligenza questi limiti e poter portare anche quelli a lui. Tale passione traspare dal comportamento di Zaccheo: “Corse avanti precedendo Gesù e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché stava per passare di là”. Quest’uomo passa avanti a Gesù: è un unicum nei vangeli, dove il discepolo sta sempre dietro a Gesù (cf. Lc 7,38; 9,23; 14,27), alla sua sequela. Tale gesto apparentemente sfrontato narra in modo icastico la verità di una parola paradossale di Gesù: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31). Per raggiungere il suo scopo, inoltre, Zaccheo non esita a rendersi ridicolo agli occhi altrui. Si immagini la scena: un uomo noto, che ha un certo potere, il quale si arrampica su un albero… Ed ecco un improvviso ribaltamento: “Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo, lo vide e gli parlò”. Zaccheo desidera vedere e scopre di essere visto da Gesù: in questo incrocio c’è tutto il senso della vita cristiana. Noi vogliamo vedere Gesù, ma è lui che ci vede, ci ama in anticipo, ci chiama e ci offre la vita in abbondanza. D’altra parte, se è vero che l’iniziativa è di Gesù ed è gratuita, si innesta però su una disponibilità dell’uomo, a cui spetta la responsabilità di predisporre tutto all’entrata di Gesù nella sua vita: se Zaccheo quel giorno non fosse salito sull’albero, per Gesù sarebbe rimasto un anonimo in mezzo alla folla!
Qui è necessario sostare pazientemente sulle parole di Gesù. Certo, nella realtà la scena deve essersi svolta con una fretta dettata dall’urgenza del momento. Ma nel narrare questo episodio Luca dosa sapientemente le parole, per permettere al lettore di ogni tempo di comprendere il valore paradigmatico di questo incontro: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo rimanere, dimorare a casa tua”.
“Zaccheo”: Gesù lo chiama con il suo nome proprio.
“Scendi”. È come se gli dicesse: “Torna a terra, aderisci alla terra: lo straordinario ti è servito per un momento, ma ora fa ritorno alla tua condizione quotidiana!”.
“Subito, in fretta”: non c’è tempo da perdere, l’occasione è da afferrare senza indugio!
“Oggi”: non ieri né domani. Parola chiave in Luca, dalla nascita di Gesù quando gli angeli annunciano ai pastori: “Oggi, nella città di David, è nato per voi un Salvatore” (Lc 2,11); all’inizio della sua attività pubblica, quando nella sinagoga di Nazaret pronuncia quella brevissima omelia: “Oggi questa Scrittura si compie nei vostri orecchi” (Lc 4,21); poi alcune altre volte, fino all’ora della croce, quando Gesù dice al “buon ladrone”: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). Sempre noi incontriamo Gesù oggi!
“Devo, è necessario”: altra parola chiave (deî, che compare per ben 18 volte in questo vangelo, da Lc 2,49 fino a Lc 24,44). Esprime il modo in cui Gesù, nella sua piena libertà, va incontro alla necessitas umana e divina della passione, compiendo la volontà di salvezza di Dio per tutti gli uomini.
“Rimanere, dimorare” (non semplicemente “fermarmi”), come avviene per il Risorto con i discepoli di Emmuas (cf. Lc 24,29).
“A casa tua”: entrare nella casa di un altro significa condividere con lui l’intimità; nello specifico, essendo Zaccheo un peccatore pubblico, questo auto-invito di Gesù significa compromettersi in modo scandaloso con il suo peccato.
Esaminate nel loro insieme, queste parole di Gesù mostrano anche una grande delicatezza. Gesù non dice: “Scendi subito perché voglio convertirti”, oppure, come forse avrebbe fatto il Battista: “Convertiti, fai frutti degni di conversione (cf. Lc 3,8), poi scendi e vedremo il da farsi”. No, chiede a Zaccheo di essere suo ospite. Ovvero, si fa bisognoso, si “spoglia” per entrare in dialogo con lui, parla il suo linguaggio, quello di chi era abituato a dare banchetti e ad accogliere persone in casa propria per fare affari. E qui sta per compiere l’affare della sua vita!
E così siamo giunti non solo al centro del nostro testo, ma al cuore di una verità che, se ci crediamo davvero, può cambiare la nostra vita: non è la conversione che causa il perdono da parte di Dio, di Gesù, ma è il perdono che può suscitare la conversione! Si pensi alla parabola del Padre prodigo d’amore (cf. Lc 15,11-32): il figlio minore, trovandosi in difficoltà, si era preparato il discorso di circostanza, ma le sue parole gli muoiono in bocca quando vede il padre che, “mentre è ancora lontano, lo vede, è preso da viscerale compassione, gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia” (cf. Lc 15,20). È in questo momento che è convertito, non in base a un suo programma di conversione! Con il suo comportamento Gesù rivela un volto di Dio che ci offre gratuitamente il suo perdono: se lo accogliamo, potremo anche convertirci, non viceversa!
Lo dimostra la reazione di Zaccheo, che “scende in fretta e lo accoglie pieno di gioia”, gioia che è un tratto caratteristico della vita del discepolo di Gesù (cf. Lc 6,23; 8,13, ecc.). Con questa annotazione il testo potrebbe concludersi: nel mistero del faccia a faccia tra Gesù e Zaccheo si compirà la salvezza per la vita di quest’uomo. Ma ecco che, come spesso è accaduto a Gesù, i benpensanti non sopportano la sua libertà e non tollerano che egli si rivolga di preferenza ai peccatori manifesti, narrando così il desiderio di Dio di “salvare tutti gli umani” (cf. 1Tm 2,4), a partire da quelli additati come “perduti” (cf. Lc 15,6.9.24.32). Più volte nel vangelo secondo Luca Gesù è disprezzato dagli uomini religiosi, che mormorano per il suo sedere a tavola con i peccatori (cf. Lc 5,30; 15,1-2). Nel nostro brano si registra addirittura una condanna generalizzata: “Tutti mormoravano: ‘È entrato in casa di un peccatore!’”. Resta sempre la possibilità di uno sguardo cattivo, che continua a vedere in Zaccheo solo il peccatore e in Gesù solo un falso maestro…
La prima reazione a queste voci di condanna è di Zaccheo, che sta in piedi, nella sua bassa statura, e parla con risolutezza. Gesù non ha detto nulla a Zaccheo sulla sua ingiusta condotta di capo dei pubblicani, ma la fiducia accordatagli da questo rabbi gli è sufficiente per comprendere che deve cambiare radicalmente. Zaccheo allora, restituito alla sua soggettività, parla rivolto a Gesù, che chiama “Signore” (grande confessione di fede!), senza curarsi dei falsi giusti che li accusano. Costoro peccano nel loro cuore e con il loro occhio cattivo; lui si impegna a compiere un gesto concreto che riguarda le sue ricchezze, e soprattutto riguarda gli altri, i destinatari del suo peccato: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”, ben oltre il dovuto secondo la Legge. Il gesto di quest’uomo è all’insegna della giustizia e della condivisione: questo il modo di impiegare le ricchezze per un discepolo di Gesù.
A questo punto Gesù, rivolto al solo Zaccheo, fa un commento articolato in due momenti. Prima dice: “Oggi la salvezza è avvenuta in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo”, cioè non solo un uomo, ma anche un membro della comunità di fede, un figlio suscitato dalle pietre del peccato (cf. Lc 3,8). E come si manifesta la salvezza, come avviene la storia di salvezza? Nella salvezza delle storie di coloro che Gesù incontra. Sì, l’accoglienza della salvezza è ormai direttamente accoglienza di Cristo stesso, è esperienza di chi incontra Gesù, mette in lui la sua fiducia e si lascia da lui salvare.
Lo esprime bene il commento finale: “Il Figlio dell’uomo” – ossia Gesù stesso che parla di sé in terza persona, prendendo una misteriosa distanza da sé – “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. È una parola che ne ricorda altre di Gesù: “Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Lc 5,32); o la conclusione della parabola già citata: “Bisognava fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32). Di più, è un detto straordinario, che ricapitola e rilancia in avanti questo brano, illuminando la nostra vita quotidiana. Ci dice infatti che, come è entrata quel giorno nella vita e nella casa di Zaccheo, così la salvezza portata dal Signore Gesù può entrare ogni giorno, ogni oggi, nelle nostre vite. Il Signore ci chiede solo di aprire il nostro cuore all’annuncio che ha la forza di convertire le nostre vite: egli “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”, è venuto a offrirci di vivere con lui, anzi di venire lui a dimorare in noi. Davvero ciascuno di noi dovrebbe confessare: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io” (1Tm 1,15)!
Il suo cercarci e il suo salvarci sono la nostra indicibile gioia, la fonte della nostra possibile conversione. Anche quando ci sentiamo perduti, mai dobbiamo disperare dell’amore misericordioso del Signore Gesù, più tenace di ogni nostro peccato, più profondo di ogni nostro abisso: con lui la salvezza è la possibilità di ricominciare a camminare veramente liberi sulle strade della vita. Ciò che è accaduto quel giorno a Zaccheo, può accadere anche a noi, oggi, grazie all’incontro con Gesù. Questo oggi è sempre di nuovo possibile: niente e nessuno può opporsi al perdono di Dio in Gesù Cristo, che ci consente di ricominciare ogni giorno.

 

TRENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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TRENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18, 9-14

Davanti a chi si prega?

Dove si prega?

L’autentica preghiera cristiana avviene in un “luogo” straordinario, non in un luogo, non in un tempio ma “in” Dio. Stando in Lui, dimorando in Lui, sentendosi avvolti dal suo Amore di Padre, dalla tenerezza del Figlio che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20), nell’abbraccio dello Spirito che abita in noi e ci trascina “in” Dio … E tutto questo non solo è il luogo della preghiera ma anche il motivo della lode che anima ogni vera preghiera. Lode per qualcosa che Dio ha fatto e fa per noi e lo fa in modo totalmente gratuito, a prescindere dai nostri “meriti”.
La parabola del fariseo e del pubblicano ci presenta due personaggi che incarnano la possibilità e la capacità o meno di pregare per davvero. In fondo Gesù non racconta questa parabola per parlarci direttamente della preghiera ma per parlarci di due cuori, di due modi di essere uomo davanti a Dio e davanti agli altri uomini. In questo racconto di Gesù la preghiera è solo (!) lo specchio veritiero del cuore dei due uomini. Nella preghiera si ravvisa la qualità dell’uomo. E’ così.
Ed ecco la preghiera del fariseo, uomo “religioso”, impeccabile, infallibile, irreprensibile. Una preghiera che sembra iniziare bene: O Dio, ti ringrazio … Anche Gesù inizia a pregare in modo molto simile: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra … (cfr Lc 10,21). Gli esiti sono però radicalmente diversi. Gesù ringrazia il Padre per quello che il Padre ha fatto rivelando ai piccoli i misteri del Regno: Sì, perché così è piaciuto a te… , dice Gesù. Il fariseo no: ringrazia per sé; non eventualmente per quello che Dio ha fatto in lui ma per quello che egli è e per quello che egli non è; non per quello che Dio ha fatto ma per quello che lui stesso fa. E qui la preghiera, direi, “abortisce” e diventa un’altra cosa: monologo capace solo di innalzare un muro tra lui e Dio! Un monologo folle in cui il fariseo addirittura si vanta davanti a Dio! Un monologo in cui trova agevolmente posto il disprezzo per gli altri, un disprezzo che non si accontenta d’essere generico per coloro che sono ladri, ingiusti, adulteri ma che si appunta anche su un soggetto concreto: quel pubblicano che certo lo ha disturbato quando l’ha visto osare entrare nel Tempio. Il monologo del fariseo è tanto folle d’orgoglio che elenca una serie di presunti precetti cui presta osservanza; dico presunti perche in verità nessun precetto della Torah chiede il digiuno due volte alla settimana, il Libro del Levitico lo prescrive una volta all’anno (cfr Lv 16,29); lui invece digiuna due volte alla settimana per espiare i peccati “degli altri”; certo non i suoi perché lui è irreprensibile (quanti ne conosciamo di uomini e donne irreprensibili, incapaci di chiedere perdono, che hanno una ragione per tutti i loro comportamenti e che non attendono altro che tu chieda loro perdono … magari per aver pensato male!); inoltre le decime, secondo la Torah, (cfr Dt 12,17) vanno pagate non dall’acquirente ma dal produttore; lui il fariseo, però, paga anche quello che non deve e questo per sentirsi la coscienza a posto nel dubbio che il produttore avesse non pagato la decima … (l’espressione greca “panta osa ktõmai” è più preciso tradurla tutte le cose che acquisto e non tutte le cose che possiedo).
Il fariseo tragicamente crede di pregare ma non prega, crede di sbandierare a Dio la sua “giustizia” ma tornerà a casa sua senza giustificazione; aveva calpestato gli altri e quella concreta incarnazione degli altri che è quel pubblicano pur di elevarsi ma alla fine è nulla agli occhi di Dio. I saggi rabbini d’Israele già lo dicevano: La giustizia dell’uomo è un panno immondo.
L’altro, il pubblicano, è entrato nel Tempio a testa bassa … non ha nulla da portare a Dio, solo la sua miseria, il suo peccato, i mille compromessi che ha fatto con se stesso e con la parola della Torah … è a mani vuote … le mani le usa solo per battersi il petto e per dire così che lì, nel suo petto, nel suo cuore c’è la causa di ogni sua miseria; in quel cuore fragile, incline al male … Non dice tante parole ma le sole sensate che noi uomini possiamo dire dinanzi alla santità di Dio: Sii benevolo con me … abbi pietà di me. A questo piccolo uomo gravato dal suo peccato gli altri appaiono tutti migliori di lui; avrà anche guardato con ammirazione a quel fariseo pieno di giustizia, con le mani levate a Dio e con le tante parole che gli si leggevano sulle labbra; gli altri sono tutti migliori di lui perché lui è “il” peccatore. Il testo greco è così: c’è l’articolo determinativo: Abbi pietà di me il peccatore. Quasi che sia lui l’unico peccatore … Quando questi tornò a casa, ci dice Gesù, non era più a mani vuote, aveva il dono più grande di Dio che con amore lo rendeva giusto: Tornò a casa sua giustificato.
Il problema allora qui non è quello del modo migliore di pregare, qui è questione di verità e di consapevolezza della verità.
Il fariseo non sa la verità né di Dio, né di sé perché è ubriaco di se stesso. E’ lui l’orizzonte angusto della sua vita. Il pubblicano invece non sa altro che la sua verità cioè che è povero e peccatore, a mani vuote e con una sola speranza: la misericordia di Dio. E questo ci dice che sa pure la verità di Dio, sa pure chi è Dio: è il Dio capace di amore e misericordia nella più assoluta gratuità. Direbbe S. Agostino che questo pubblicano è il vero sapiente: La vera sapienza – scrisse infatti S. Agostino – è sapere chi sei Tu, o Dio, e chi sono io.
E’ impressionante che S. Benedetto nella sua Regola addita questo pubblicano come unico modello del monaco che, quando ha percorso tutta la scala dell’umiltà, deve essere come “publicanus ille”, come quel pubblicano (RB VII,65).
E’ così, e non solo per il monaco. E lì la nostra meta perché poi da lì il Signore compirà in noi le sue opere. Solo così l’uomo può consegnarsi nella mani di Colui che lo può plasmare fino a dargli il volto di Cristo, fino a dargli quella capacità di combattere la buona battaglia, di giungere al termine della corsa della sua storia custodendo la cosa che più conta: la fede, l’adesione a Lui che ci ama. In fondo il meraviglioso passo della Seconda lettera a Timoteo che oggi leggiamo è un modo di farci vedere in Paolo concretamente incarnato “publicanus ille”, in lui che si è riconosciuto amato nella più assoluta lontananza, mentre era nemico (cfr Rm 5,8-10).
Se avremo il “coraggio” dell’umiltà che è verità, il Signore ci porterà a “volare alto”: Chi si umilia sarà innalzato!

P.Fabrizio Cristarella Orestano 

VENTINOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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VENTINOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Es 17, 8-13; Sal 120; 2Tm 3,14-4,2; Lc 18,1-8

La necessità della preghiera.

Una necessità che è tale sempre. Una parola, come si comprende, molto “fuori moda”, una parola che contraddice l’idea diffusa nel mondo (ma purtroppo anche in certi ambienti ecclesiali, pure se detto “tra i denti” e a volte solo con sorrisetti ironici!) che la preghiera sia evasione “in-utile” per i bisogni molteplici e concreti dell’uomo. La mentalità mondana, e ripeto penetrata anche all’interno della Chiesa, guarda alla preghiera come una sindrome da disadattati che vilmente fuggono le responsabilità; a volte in certi ambienti ecclesiali la preghiera è quella cosa che purtroppo “si deve fare” ma che di deve fare presto per non togliere tempo alle “cose importanti”, “fattive”, “concrete”, “utili” che invece meritano tutto il nostro tempo e le nostre fatiche. E’ la grande “eresia” di oggi che toglie alla Chiesa il suo vero volto, e toglie anche all’azione concreta della Chiesa il sapore di opera di Dio, il profumo di azione evangelica … toglie alle “opere” quel nerbo di forza evangelica e le fa diventare opere tra le opere e fa diventare la Chiesa stessa un’organizzazione benefica tra le altre.
Gesù, invece, nel testo odierno, sottolineato anche dal passo del Libro dell’Esodo in cui la preghiera di Mosè è la vera azione liberatoria dalla violenza schiacciante di Amalek, dice con chiarezza che c’è un “sempre” per la preghiera.
Certamente la parabola della vedova e del giudice iniquo va collocata all’interno del contesto in cui l’evangelista Luca la pone perché solo così ne comprenderemo la portata e la libereremo dalle facili interpretazioni banali ed utilitaristiche.
Il contesto è la cosiddetta piccola apocalisse di Luca che è al capitolo 17 dopo la guarigione dei dieci lebbrosi ed il riconoscimento da parte dell’unico che ritorna che Gesù è il Tempio di Dio, luogo della presenza di Dio. Ai farisei che chiedono il “quando” della venuta del Regno Gesù risponde che il Regno è già presente (perché Lui è presente!) ma seguiranno giorni in cui il Figlio dell’uomo verrà sottratto al mondo, giorni in cui si desidererà uno solo dei suoi giorni. Quando tornerà ci sarà il discernimento nel mondo: si separeranno quelli del Regno da quelli che non hanno accolto il Regno. Il suo ritorno è imprevedibile e non bisogna dar credito ai falsi profeti. Una cosa però è certa: il Figlio dell’uomo verrà. E intanto? E qui c’è la parabola della vedova e del giudice iniquo.
I due protagonisti di questa parabola sono funzionali al racconto ma anche ulteriori rispetto al racconto stesso; rimandano ad altre realtà. La vedova adombra la Chiesa che è privata dello Sposo che nella sua passione (pure annunciata nella piccola apocalisse da Luca; cfr 17,25) le è strappato; è povera perché non ha più identità: una sposa senza lo sposo; nulla può colmare il suo vuoto. Ha solo una ricchezza: il desiderio e l’invocazione; due cose preziosissime perche la rendono capace di accogliere Colui che desidera. E il giudice ingiusto? Certamente è funzionale al racconto ma adombra non una realtà ma una proiezione, forse potremmo dire una tentazione. Quel giudice è quello che ci appare essere Dio: sordo, insensibile, incapace di fare giustizia. Quella del giudice iniquo è una delle maschere perverse che noi mettiamo sul volto di Dio … il suo ritardo ci pare iniquità e a volte intendiamo perfino il suo esaudirci come frutto delle nostre suppliche sgradevoli più che frutto del suo amore. Se ci riflettiamo è davvero tremendo. La vedova, in verità, davvero lotta con Dio che vuole quella lotta a costo d’essere scambiato per un giudice ingiusto; la vuole perché solo in quella lotta, come Giacobbe (cfr Gen 32,23ss), possiamo scoprire chi è Lui e scoprire anche il nostro vero nome. La lotta, il desiderio incessanti sono lo spazio che permette che la venuta sia desiderata, accolta, riconosciuta. Il ritardo di Dio, come scriverà anche Pietro (2Pt 3,8ss), è luogo della sua “macrothimìa”, della sua pazienza che guarda in grande l’uomo e le sue possibilità; Dio ritarda perché la vedova possa crescere nel desiderio di deporre gli abiti del lutto dinanzi al volto del Veniente.
La parabola strana si chiude con un’assicurazione ed un monito drammatico. L’assicurazione è la certezza della risposta di Dio dinanzi al desiderio dell’uomo che grida a Lui il suo bisogno di Lui; il monito è quella domanda che resta aperta (e come potrebbe essere chiusa?): Il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?
L’attesa di Dio ed il tempo della lotta non hanno un esito automatico. Lui certo tornerà ma l’esito è affidato al consenso dei discepoli. L’esito è affidato a ciò di cui i discepoli riempiranno il tempo dell’attesa. Se questo tempo è riempito dalla preghiera tutta la vita della Chiesa si animerà di desiderio di Dio e del Suo Cristo e in questa luce essa verrà contagiata dall’amore crocifisso del Figlio di Dio. Nel grembo caldo della preghiera sarà possibile fidarsi di una venuta che tarda ma che certo brillerà all’orizzonte della storia perché la storia si versi nell’eterno.

P.Fabrizio Cristarella Orestano

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

Rendere gloria a Dio attraverso Gesù
Enzo Bianchi

Per la terza volta Luca attesta che Gesù è in cammino verso Gerusalemme (cf. Lc 9,51; 13,22) e precisa che, invece di continuare la strada verso il sud, tocca la frontiera tra Galilea e Samaria per scendere nella valle del Giordano. Ma ecco un incontro inatteso: dieci lebbrosi, scarti della società, emarginati e condannati alla segregazione come impuri e maledetti da Dio e dagli uomini, vanno incontro a Gesù mentre egli sta per entrare in un villaggio. Sono uomini che, secondo la Legge, hanno il peccato scritto sulla pelle; peccato che, consumato, corrompe tutto il corpo, tutta la persona, facendone un membro rigettato dalla comunità credente.
Per noi è difficile comprendere la condizione del lebbroso in quel tempo, perché oggi abbiamo una concezione diversa della malattia e, soprattutto, le malattie della pelle ci fanno forse ribrezzo ma non ci spaventano più come segno della presenza del Maligno. Nella Scrittura c’era una legge precisa per affermare l’immunità dalla lebbra nella vita quotidiana (cf. Lv 13-14): il sacerdote, esaminata la piaga sulla pelle del malato, lo dichiarava impuro. Di conseguenza, il lebbroso doveva portare vesti strappate, tenere il capo scoperto, coprirsi con un velo la barba. Quando si muoveva doveva gridare: “Impuro! Impuro!”, e restarsene solo, abitando fuori del villaggio (cf. Lv 13,45-46). Il lebbroso, dunque, era un vivo-morto, come uno a cui il padre aveva sputato in faccia (cf. Nm 12,14)…
Nel vangelo secondo Luca abbiamo già letto un incontro tra Gesù e un lebbroso: supplicato da quest’ultimo, Gesù aveva steso la mano e toccato il suo corpo piagato, guarendolo (cf. Lc 5,12-16). Qui invece i lebbrosi sono un gruppetto e, stando lontani, senza avvicinarsi a lui, gli gridano: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. È un grido semplice e breve, che mette l’accento sulla miseria di questi uomini. È un grido ripetuto tante volte nei salmi, come invocazione al Signore Dio. Il Signore, che è misericordioso e compassionevole (cf. Es 34,6), nella sua potenza può compiere ciò che i lebbrosi possono solo desiderare ma non realizzare. Questa invocazione è come una lancia, una giaculatoria molto generale, non precisa nei contenuti, ma efficace lamento di chi soffre e chiede aiuto, consolazione.
Gesù vede questi lebbrosi, con uno sguardo che li discerne tutti e ciascuno personalmente e, mosso a compassione, dà loro un ordine che può sembrare enigmatico, anche assurdo: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”, coloro che erano incaricati dalla Legge di diagnosticare la lebbra e attestare la guarigione da essa. A prima vista, dunque, dieci lebbrosi non sono esauditi, anzi sembrerebbe che Gesù li rimandi ai sacerdoti per manifestare la propria incompetenza. Eppure essi obbediscono a Gesù e realizzano ciò che ha loro chiesto. Egli infatti non li manda via da sé ma, accogliendo la loro fiducia iniziale che li aveva spinti all’invocazione, li invita a una fiducia che può contare sulla sua parola. Ed ecco che “mentre essi andavano, furono purificati”: la loro lebbra sparisce ed essi diventano puri. Certamente Luca, nel raccontare questo evento, ricorda la guarigione dalla lebbra di Naaman il siro da parte di Eliseo: il profeta, restando lontano, gli ordina attraverso un messaggero di andare a bagnarsi nel Giordano, ed egli dopo un iniziale rifiuto acconsente e così viene guarito (cf. 2Re 5,1-14; Lc 4,27).
Qui è la fede di questi uomini, la loro adesione a Gesù che causa la guarigione. Potevano sentirsi delusi dalla parola di Gesù, il quale non li tocca, non compie nessun gesto, non pronuncia nessuna parola di guarigione, ma li invita solo a dare seguito alla loro fiducia, fino ad andare dai sacerdoti che avevano l’autorità di dichiararli guariti. La fede resta veramente un mistero e non sempre sappiamo discernerla nella sua portata, nella sua qualità, non sappiamo giudicarla né misurarla: negli altri, ma anche in noi che, secondo l’Apostolo, da discepoli cristiani dovremmo avere il coraggio di esaminarci, ponendoci la domanda: “Abbiamo la fede sì o no?” (cf. 2Cor 13,5). Sì, la fede, questa adesione al Signore Gesù Cristo che come dono è deposta in noi, ma che noi dobbiamo custodire, esercitare, rinnovare, sostenere, confermare, resta davvero un mistero. Eppure – come dichiara Gesù alla fine di questo brano – è la fede che ci salva, e la sua affermazione: “La tua fede ti ha salvato”, presente più volte nei vangeli (Lc 7,50; 17,19; 18,42; Mc 5,34 e par.; Mc 10,52), dovrebbe ricordarcelo.
Come altre narrazioni di miracoli, anche questo racconto potrebbe finire qui e invece prosegue. Tra quei dieci uomini lebbrosi guariti dalla malattia fisica, uno era samaritano, a differenza degli altri nove che erano giudei, dunque membri del popolo di Dio, santi per vocazione (cf. Lv 11,44-45; 19,2, ecc.). I samaritani erano ritenuti scismatici ed eretici, il loro culto era considerato illegittimo, erano disprezzati come gruppo. Ma proprio uno di essi, annoverato tra “quelli di fuori”, tra “i lontani”, non appena si vede guarito torna indietro e comprende che, essendo stato purificato dalla sua fede in Gesù, deve testimoniarlo, deve mostrargli gratitudine. Egli riconosce il peso, la gloria della presenza di Dio in Gesù, la grida a piena voce e si getta davanti a Gesù con la faccia a terra, come davanti al Signore. In tal modo mostra che la fede che lo aveva guarito è anche quella che lo salva.
Gesù però constata, con una serie di domande: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. Egli è deluso non perché gli altri non sono tornati a ringraziarlo, ma perché il loro cammino di fede si è arrestato alla guarigione, senza accogliere la salvezza, cioè la grazia del Signore: costoro sono guariti ma non salvati. Non sembri oziosa questa differenza: guarire nel corpo è certamente una vittoria della vita sulla malattia e sulla morte, e Dio se ne rallegra, ma questo non significa entrare nella salvezza che è guarigione, restituzione all’integrità di tutta la persona, nella sua unità di corpo, mente e spirito. Noi cristiani dovremmo essere molto attenti e vigilanti di fronte a guarigioni e miracoli: questi avvengono, a dire il vero anche in contesti non cristiani, ma non sono le guarigioni e i miracoli che danno la salvezza, che rendono i malati figli del Regno e quindi discepoli di Gesù. La guarigione fisica non significa e non coincide con la guarigione totale, quella della vita più intima, la vita spirituale che ciascuno di noi, con più o meno consapevolezza, vive.
Anche questa volta (cf. Lc 4,23-27; 7,1-10) chi accede allo spazio dei figli del Regno è uno straniero, un samaritano, uno fuori dal popolo di Dio, dal recinto ortodosso. In questo racconto Gesù demolisce molte certezze di noi cristiani asserragliati in chiese o comunità. Fuori, fuori, anche fuori c’è un operare di Cristo Signore che trova più ricezione di quanta ne abbia tra noi che ci sentiamo dentro. Dio non si lascia conoscere solo nelle istituzioni ecclesiastiche o cultuali, ma si fa conoscere soprattutto in Gesù: grazie a lui, attraverso di lui solo si rende gloria a Dio.

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VENTISEIESIIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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VENTISEIESIIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Am 6, 1a.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16; Lc 16, 19-31

Ancora sul denaro.

La scorsa settimana la riflessione ci portò a considerare l’uso retto delle ricchezze, oggi i gravi pericoli delle ricchezze.
Le parole di Amos, nella prima lettura, sono forti, dure, hanno il suono della profezia che grida parole scomode, parole che giudicano. Amos grida facendosi eco del dolore del Signore soprattutto per l’indifferenza dei ricchi, dei benestanti, in senso ampio e in senso letterale, cioè quelli che stanno bene, sicuri, riparati, certi del loro potere; questi sono tanto stolti da credere che la loro condizione sia definitiva ed inamovibile.
Non si illudano: il Signore depone i potenti dai troni (Lc 1,52) e cesserà l’orgia dei dissoluti! I sazi continuano ad ingannarsi, sono stolti e ciechi; stolti perché si sopravvalutano e ciechi perché incapaci di vedere altro che la loro condizione, incapaci di vedere la miseria degli altri.
La parabola del ricco e del povero Lazzaro è una straordinaria narrazione di questa situazione che ogni giorno appesta il mondo e ferisce l’umanità. Sì, ogni giorno l’indifferenza uccide, ogni giorno il potere del denaro è morte dolorosa del povero, è morte dannata per il ricco, è morte della fede in Dio per chi confida nel denaro, per chi dice il suo Amen al denaro (ricordiamo il senso terribile della parola Mammona!).
Questa è l’unica parabola in tutto l’Evangelo in cui uno dei protagonisti ha un nome: Eleàzar (Lazzaro) che significa Dio aiuta; ha un nome che rivela il suo cuore: si fida di Dio, del suo aiuto. E’ nelle mani di Dio. L’altro non ha nome, si fa definire dal suo oro: è un uomo ricco. Questi non compie azioni malvagie verso Lazzaro, è solo distante, indifferente, immerso nella sua orgia da dissoluto; veste come un re e non è un re: l’unico signore della sua esistenza è lui stesso. Lazzaro è lì e il ricco non se ne cura, lo ignora: il mondo è lui! La sua malvagità è più subdola di quella di un brigante che uccide, la sua malvagità produce ugualmente piaghe e dolore. Lazzaro soffre per le piaghe e per il desiderio sempre frustrato di sfamarsi; non pretende di sedersi a quella mensa, vorrebbe solo le molliche di pane che il ricco usa per pulirsi le mani dopo aver mangiato (le posate non esistevano!)…
Accade però che l’orgia del ricco finisce e finisce anche il dolore di Lazzaro. Viene la morte che però non livella; i due tornano in una situazione di disparità ma capovolta: Lazzaro è portato dagli angeli nel seno di Abramo, il ricco è sepolto e sta nell’inferno. La differenza dei due verbi è importante e già mostra, con il tocco sapiente e raffinato di Luca, il capovolgimento delle situazioni. Si badi che qui Gesù non vuole descrivere l’oltretomba, l’aldilà, vuole invece parlarci del giudizio di Dio su ciò che noi viviamo nell’aldiquà! Il ricco ora è in una nuova situazione, una situazione di desiderio, ha sete, e finalmente vede Lazzaro accanto ad Abramo. Non l’aveva mai visto, i suoi occhi non si erano fermati sulle sue piaghe e sul suo desiderio di sfamarsi … ora lo vede e subito ancora mette davanti i suoi desideri: Lazzaro dovrebbe andare da lui a spegnergli l’ardore della sete. Abramo, loro padre comune, che ora è il suo interlocutore nega questa possibilità. Si badi bene che il no di Abramo non è una vendetta, non è un occhio per occhio, dente per dente, non è la punizione perché non ha soccorso Lazzaro. No! Abramo spiega che ora si è stabilita un’impossibilità, c’è un abisso tra il ricco ed il seno di Abramo ove Lazzaro è consolato. L’abisso l’ha creato l’indifferenza, l’abisso l’ha creato quella ricchezza colpevole nella quale si è abbandonato e dalla quale si è lasciato stordire e rendere cieco ed insensibile. L’abisso non è più valicabile. E’ finita l’orgia del dissoluto, direbbe Amos, il “dissoluto” ora raccoglie l’orrore che ha seminato; questo strano dannato (si vede che è un parto della fantasia di Gesù e dell’evangelista e non è un vero dannato) si preoccupa della sorte dei suoi fratelli ricchi che ora sa che sono su una via mortifera. Per loro chiede un miracolo. Abramo chiarisce che non servono miracoli perché hanno già dove volgere lo sguardo: hanno la Scrittura, lì il popolo dei figli di Abramo ha la via, lì devono tendere l’ascolto, lì devono prestare obbedienza. Nessun risorto da morte converte il cuore se non si ascolta la Scrittura! Il monito è terribile per noi cristiani che cantiamo l’alleluia al Cristo Risorto e Luca certamente non è ingenuo nello scrivere queste parole e nel metterle sulla bocca di Abramo e quindi di Gesù che narra la parabola. L’ascolto della Scrittura rende possibile la fede nel Risorto e non il contrario. Nell’ultimo capitolo del suo Evangelo lo stesso Luca ci narra che i due discepoli di Emmaus riconoscono il Risorto solo dopo averlo ascoltato spiegare le Scritture. Senza l’ascolto vero quel viandante rimarrebbe solo un compagno di viaggio capace di molte chiacchiere. Ascoltare le Scritture ci dà la possibilità di sfuggire ai pericoli delle ricchezze che soffocano e seminano morte. Ascoltare le Scritture significa dare a Dio ed al suo parlare la signoria sulla nostra esistenza e se Lui è il Signore non ci saranno asservimenti alle orge, alle ricchezze, all’idolatria di sé e dei propri desideri che diventano legge a costo d’essere ciechi sulle piaghe, le attese ed i legittimi bisogni degli altri, dei poveri, dei dimenticati. Di questi Dio non si dimentica, è per loro aiuto (Eleazar, Dio aiuta), è per loro consolazione e speranza.
Questa domenica ogni assemblea cristiana è chiamata a fuggire l’avidità che è rovina e perdizione. Spiace che la nuova versione della CEI non traduca con “fuggi” l’imperativo greco “feughe” ma attenui con un blando “evita”. E spiace anche che il testo della Prima lettera a Timoteo inizi solo al versetto 11 senza farci leggere il precedente in cui si specifica da cosa Timoteo deve fuggire. I versetti 7-10 parlano dell’inganno della ricchezza e dei molti desideri insensati ed inutili che aggrediscono il cuore del ricco. Paolo specifica che la ricchezza affoga e che l’avidità è radice di ogni male: Alcuni presi da questo desiderio (del denaro) hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti. Per questo Paolo dice con molto calore al discepolo Timoteo: Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose! e poi ancora parla di una realtà della vita cristiana su cui più volte abbiamo meditato: la lotta. Infatti Paolo scrive: Combatti la buona battaglia della fede!
La lotta è possibile solo in quella signoria di Cristo che va accettata senza riserve.
Il ricco della parabola, ma con lui tutti i ricchi che si fidano delle loro ricchezze e sono ciechi e lontani dagli altri, è precipitato nell’inferno abissale perché aveva un “signore” che gli ha messo catene pesanti, forse d’oro, ma catene che l’hanno tenuto ben ancorato alla terra che era stata, con le sue ricchezze, il suo solo orizzonte. E vi è rimasto prigioniero! Dinanzi a tutto questo risuoni forte l’imperativo di Paolo: Fuggi!

P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

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