Archive pour la catégorie 'OMELIE PREDICH, DISCORSI E…♥♥♥'

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – LA COMPASSIONE DI GESÙ, SGUARDO D’AMORE

https://combonianum.org/2018/07/19/prepararsi-alla-domenica-xvi-tempo-ordinario/

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – LA COMPASSIONE DI GESÙ, SGUARDO D’AMORE

Commento di Ermes Ronchi

Vangelo di Marco 6,30-34

Gesù vide una grande folla ed ebbe compassione di loro. Appare una parola bella come un miracolo, filo conduttore dei gesti di Gesù: la compassione. Gesù vide: lo sguardo di Gesù va a cogliere la stanchezza, gli smarrimenti, la fatica di vivere. E si commuove. Perché per Lui guardare e amare sono la stessa cosa. Quando anche tu impari la compassione, quando ritrovi la capacità di commuoverti, il mondo si innesta nella tua anima.
Se ancora c’è chi si commuove per l’uomo, questo mondo può ancora sperare. Gesù aveva mostrato una tenerezza come di madre anche nei confronti dei suoi discepoli: C’era tanta gente che non avevano neanche il tempo di mangiare. E lui: Andiamo via, e riposatevi un po’. C’è tanto da fare in Israele, tanto da annunciare e guarire, eppure Gesù, invece di buttare i suoi discepoli dentro la fornace del mondo, dentro il frullatore dell’apostolato, li porta via con sé. C’è un tempo per agire e un tempo per ritemprare le forze e ritrovare i motivi del fare. Si vis omnia bene facere, aliquando ne feceris (Sant’Ambrogio). Se vuoi fare bene tutte le cose, ogni tanto smetti di farle, stacca e riposati. Un sano atto di umiltà: non siamo eroi, le nostre vite sono delicate, fragili, le nostre energie sono limitate. Gesù vuole bene ai suoi discepoli, non li vuole spremere e sfruttare per uno scopo fosse pure superiore, li vuole felici come tutti gli altri: riposatevi. E come loro io non devo sentirmi in colpa se qualche volta ho bisogno, e tanto, di riposo e di attenzioni.
Venite in disparte con me, per un po’ di tempo tutto per noi. Un tempo per stare con Dio e imparare il cuore di Dio. E poi dopo ritornare nella grande folla, ma portando con sé un santuario di bellezza e di forza che solo Dio può accendere. Cosa c’è di più creativo che riscoprire le grandi stelle polari che guidano il viaggio dell’uomo?
Ma qualcosa cambia i programmi del gruppo: sbarcando, Gesù vide molta folla ed ebbe compassione di loro. Gesù è preso fra due commozioni contrapposte: la stanchezza degli amici e lo smarrimento della folla.
E si mise a insegnare loro molte cose. Gesù cambia i suoi programmi, ma non quelli dei suoi amici. Rinuncia al suo riposo, non al loro.
E ciò che offre è la compassione, il provare dolore per il dolore dell’altro; il moto del cuore, che ti porta fuori da te.
Gesù sa che nell’uomo non è il dolore che annulla la speranza, neppure il morire, ma l’essere senza conforto nel giorno del dolore.
Ed è questo che Gesù insegna ai dodici. Insegna per prima cosa “come guardare”. Prima ancora di come parlare, di che cosa fare, insegna uno sguardo che abbia commozione e tenerezza. Poi, le parole verranno e sapranno di cielo.

OMELIA XV DOMENICA DEL T.O. – Prese a mandarli a due a due

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/43602.html

OMELIA XV DOMENICA DEL T.O. (15-07-2018)

Movimento Apostolico – rito romano

Prese a mandarli a due a due

Secondo l’Antica Scrittura ogni testimonianza era valida se fatta da due testimoni concordi. Gli Apostoli e i missionari del Vangelo sono veri testimoni di Cristo Gesù.
Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni. Non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire. Poi sarà la mano di tutto il popolo. Così estirperai il male in mezzo a te (Dt 17,6-7). Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni (Dt 19,15).
Nel Libro del Qoelet viene annunziato che quando si è in due, ci si sorregge a vicenda.
Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto (Qo 4,9-12).
Dio diede a Mosè come aiuto e sostegno nella missione il fratello Aronne.
Mosè disse al Signore: «Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l’altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». Il Signore replicò: «Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». Mosè disse: «Perdona, Signore, manda chi vuoi mandare!». Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: «Non vi è forse tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlare bene. Anzi, sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca e io sarò con la tua e la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: egli sarà la tua bocca e tu farai per lui le veci di Dio. Terrai in mano questo bastone: con esso tu compirai i segni» (Es 4,10-17).
Lo Spirito Santo volle che la missione presso i pagani fosse svolta da Paolo e Barnaba.
C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono (At 13,1-3).
Gesù non è stato mandato solo. Il Padre lo avvolse con il suo Santo Spirito. Mai però svolse il suo ministero da solo. Era sempre accompagnato dai suoi discepoli.
Gesù vuole che la Madre sua sia con Giovanni e Giovanni con la Madre sua.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé (Gv 19,25-27).
A due a due spiritualmente, discepolo e Spirito Santo, discepolo e Madre di Gesù. Ma anche a due a due materialmente: apostolo con apostolo, cristiano con cristiano.
Madre di Gesù, Angeli, Santi, fate che i discepoli di Gesù vivano in perfetta comunione.

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) GESÙ, TROPPO UMANO – ENZO BIANCHI

https://combonianum.org/2018/07/05/prepararsi-alla-domenica-xiv-del-tempo-ordinario/

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) GESÙ, TROPPO UMANO – ENZO BIANCHI

Il brano evangelico di questa domenica ci interroga soprattutto sul nostro atteggiamento abituale, quotidiano: atteggiamento che in profondità non spera nulla e dunque non attende nessuno; e soprattutto, atteggiamento che non riesce a immaginare che dal quotidiano, dall’altro che ci è familiare, da colui che conosciamo possa scaturire per noi una parola veramente di Dio. Non abbiamo molta fiducia nell’altro, in particolare se lo conosciamo da vicino, mentre siamo sempre pronti a credere allo “straordinario”, a qualcuno che si imponga. Siamo talmente poco muniti di fede-fiducia, che impediamo che avvengano miracoli perché, anche se questi avvengono, non li vediamo, non li riconosciamo, e dunque questi restano eventi inutili, miracoli che non ottengono il loro fine.
Questo, in profondità, il messaggio del vangelo odierno, una pagina che riguarda la nostra fede, la nostra disponibilità a credere. Gesù era nato da una famiglia ordinaria: un padre artigiano e una madre casalinga come tutte le donne del tempo. La sua era una famiglia con fratelli e sorelle, cioè parenti, cugini, una famiglia numerosa e legata da forti vincoli di sangue, come accadeva in oriente. Da piccolo, come ogni ragazzo ebreo, Gesù ha aiutato il padre nei lavori, ha giocato con Giacomo, Ioses, Giuda, Simone e con le sue sorelle, ha condotto una vita molto quotidiana, senza che nulla lasciasse trasparire la sua vocazione e la sua singolarità. Poi a un certo punto, non sappiamo quando, sono iniziati per lui quelli che Robert Aron ha chiamato “gli anni oscuri di Gesù”, presso le rive del Giordano e del mar Morto, dove vivevano gruppi e comunità di credenti giudei in attesa del giorno di Dio, uomini dediti alla lettura delle sante Scritture e alla preghiera. Gesù a una certa età li raggiunse e qui divenne discepolo di Giovanni il Battista (il quale lo definì “colui che viene dietro a me”: cf. Mc 1,7). Poi sentì come vocazione da Dio quella di essere un predicatore itinerante, iniziando il suo ministero dalla Galilea, la terra in cui era stato allevato (cf. Mc 1,14-15).
E quando ormai Gesù ha un gruppo di discepoli che vivono con lui (cf. Mc 3,13-19), nella sua predicazione di villaggio in villaggio, in giorno di sabato entra nella sinagoga di Nazaret, “la sua patria”. Torna dopo molto tempo trascorso altrove, e gli abitanti del villaggio lo ricordano come “figlio di” e “fratello di”. Al momento della lettura del brano della Torah (parashah) e dei profeti (haftarah), Gesù, essendo un uomo ebreo, come ogni altro ebreo di più di dodici anni, dopo essere diventato bar mitzwah, figlio del comandamento, ha la possibilità di salire sull’ambone e di prendere la parola. Non è un sacerdote, non è un rabbi ufficialmente riconosciuto – “ordinato”, diremmo noi – ma esercita questo diritto di leggere le Scritture e tenere l’omelia.
A differenza di Luca (cf. Lc 4,16-30), Marco non specifica né i testi biblici proclamati né il contenuto del commento di Gesù, ma mette in evidenza la reazione dell’assemblea liturgica che lo ha ascoltato. D’altronde la sua fama lo ha preceduto: torna a Nazaret come un “maestro” dai tratti profetici, capace di operare guarigioni, azioni miracolose con le sue mani. La prima reazione è di stupore e ammirazione: è un bravo predicatore, ha autorevolezza, la sua parola colpisce e appare ricca di sapienza. Ma di fronte a tale incontestabile verità ecco emergere un pensiero: lo conosciamo come uno di noi, la sua famiglia è qui, i suoi fratelli e le sue sorelle hanno nomi precisi. Dunque che cosa pretende, che cosa vuole? Perché dovrebbe essere “altro”? Sì, Gesù era un uomo come gli altri, si presentava senza tratti straordinari, appariva fragile come ogni essere umano. Così quotidiano, così dimesso, senza qualcosa che nelle sue vesti proclamasse la sua gloria e la sua funzione, senza un “cerimoniale” fatto di persone che lo accompagnassero e lo rendessero solenne nell’apparire tra gli altri.
No, troppo umano! Ma se non c’è in lui nulla di “straordinario”, come poterlo accogliere? Con ogni probabilità, Gesù non aveva neppure una parola seducente, non si atteggiava in modo da essere ammirato o venerato. Era troppo umano, e per questo “si scandalizzavano di lui” (eskandalízonto en autô), cioè sentivano proprio in quello che vedevano, in quella sua umanità così quotidiana, un ostacolo a mettere fiducia in lui e nella sua parola. Dunque quel ritorno al villaggio natale è stato un fallimento. Gesù lo comprende e osa proclamarlo ad alta voce: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Sì, questo è avvenuto: proprio chi pretendeva di conoscerlo, in quanto concittadino, vicino o parente, giunge a disprezzarlo. Marco aveva già annotato che all’inizio della sua predicazione i suoi familiari erano venuti per prenderlo e portarlo via, dicendo che egli era pazzo, fuori di sé (éxo: cf. Mc 3,21); ma ora è tutta la gente a emettere questo giudizio negativo su di lui: il suo atteggiamento è troppo umano, poco sacrale, poco rituale!
Gesù allora si mette a curare i malati là presenti, e ne guarisce anche qualcuno, ma è come se non avesse operato miracoli, perché il miracolo avviene quando il testimone passa dall’incredulità alla fede. Qui invece sono restati tutti increduli, per questo Marco sentenzia: “non poteva compiere nessun miracolo” (dýnamis). Gesù è ridotto all’impotenza, non può agire con potenza, non può neanche fare il bene, perché non c’è fede in lui da parte dei presenti. Che torto aveva Gesù? Rispetto a quei “suoi”, camminava troppo avanti agli altri, teneva un passo troppo veloce, vedeva troppo lontano, aveva la parrhesía, il coraggio di dire ciò che gli altri non dicevano, osava pensare ciò che gli altri non pensavano, e tutto questo restando umano, troppo umano.
Ecco ciò che attende chiunque abbia ricevuto un dono da Dio, anche solo una briciola di profezia: diventa insopportabile, e comunque è meglio non fargli fiducia… Gesù “si stupisce della loro mancanza di fede (apistía)”, e tuttavia non demorde: continua la sua missione andando altrove, sempre predicando e operando il bene. Ma senza ricevere fede-fiducia, Gesù non riesce né a convertire né a guarire.

http://www.monasterodibose.it

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

https://combonianum.org/2018/06/28/prepararsi-alla-domenica-xiii/

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Marco 5, 21-43

Ermes Ronchi

La casa di Giairo è una nave squassata dalla tempesta: la figlia, solo una bambina, dodici anni appena, è morta. E c’era gente che piangeva e gridava. Di fronte alla morte Gesù è coinvolto e si commuove, ma poi gioca al rialzo, rilancia, e dice a Giairo: tu continua ad aver fede. E alla gente: la bambina non è morta, ma dorme. E lo deridevano. Allora Gesù cacciò tutti fuori di casa. Costoro resteranno fuori, con i loro flauti inutili, fuori dal miracolo, con tutto il loro realismo. La morte è evidente, ma l’evidenza della morte è una illusione, perché Dio inonda di vita anche le strade della morte.
Prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui. Gesù non ordina le cose da fare, prende con sé; crea comunità e vicinanza. Prende il padre e la madre, i due che amano di più, ricompone il cerchio degli affetti attorno alla bambina, perché ciò che vince la morte non è la vita, è l’amore.
E mentre si avvia a un corpo a corpo con la morte, è come se dicesse: entriamo insieme nel mistero, in silenzio, cuore a cuore: prende con sé i tre discepoli preferiti, li porta a lezione di vita, alla scuola dei drammi dell’esistenza, vuole che si addossino, anche per un’ora soltanto, il dolore di una famiglia, perché così acquisteranno quella sapienza del vivere che viene dalla ferite vere, la sapienza sulla vita e sulla morte, sull’amore e sul dolore che non avrebbero mai potuto apprendere dai libri: c’è molta più “Presenza”, molto più “cielo” presso un corpo o un’anima nel dolore che presso tutte le teorie dei teologi
Ed entrò dove era la bambina. Una stanzetta interna, un lettino, una sedia, un lume, sette persone in tutto, e il dolore che prende alla gola. Il luogo dove Gesù entra non è solo la stanza interna della casa di Giairo, è la stanza più intima del mondo, la più oscura, quella senza luce: l’esperienza della morte, attraverso la quale devono passare tutti i figli di Dio. Gesù entrerà nella morte perché là va ogni suo amato. Lo farà per essere con noi e come noi, perché noi possiamo essere con lui e come lui. Non spiega il male, entra in esso, lo invade con la sua presenza, dice: Io ci sono.
Talità kum. Bambina alzati. E ci alzerà tutti, tenendoci per mano, trascinandoci in alto, ripetendo i due verbi con cui i Vangeli raccontano la risurrezione di Gesù: alzarsi e svegliarsi. I verbi di ogni nostro mattino, della nostra piccola risurrezione quotidiana. E subito la bambina si alzò e camminava, restituita all’abbraccio dei suoi, a una vita verticale e incamminata.
Su ogni creatura, su ogni fiore, su ogni bambino, ad ogni caduta, scende ancora la benedizione di quelle antiche parole: Talità kum, giovane vita, dico a te, alzati, rivivi, risorgi, riprendi il cammino, torna a dare e a ricevere amore.

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) LA POTENZA DEL SEME DEL REGNO

https://combonianum.org/2018/06/13/prepararsi-alla-domenica-xi-del-t-o/

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) LA POTENZA DEL SEME DEL REGNO

Enzo Bianchi.

Così è il regno di Dio: piccola realtà, ma che ha in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza che noi facciamo nulla. Il contadino non può fare davvero nulla: deve solo seminare il seme nella terra, ma poi sia che lui dorma sia che si alzi di notte per controllare ciò che accade, la crescita non dipende più da lui.
Dopo il tempo pasquale e le due domeniche del tempo Ordinario sulle quali sono state innestate due feste teologiche, quella della Triunità di Dio e quella del Corpo e Sangue di Cristo, la chiesa ci fa riprendere la lettura cursiva del vangelo secondo Marco, quello proprio del ciclo liturgico B.
Nel vangelo più antico Gesù pronuncia un discorso in parabole come insegnamento rivolto ai discepoli che ha chiamato alla sua sequela e alle folle che ascoltano la sua predicazione del Regno veniente (cf. Mc 4,1-34). Le parabole sono un linguaggio enigmatico che diventa però “mistero” (Mc 4,11) per chi segue Gesù e in qualche modo entra nella sua intimità, fino a trovarsi in uno spazio che può essere definito da Gesù stesso éso, “dentro” (cf. Mc 3,31-32; 4,11). Nello stesso tempo, le parabole sono da lui dette in modo che gli ascoltatori cambino il loro modo di pensare. Esse, infatti, contengono sempre un messaggio di contro-cultura, correggono ciò che tutti pensano o sono portati a pensare, e di conseguenza sono annuncio di qualcosa di nuovo: una novità apportata da Gesù non a livello di idee, ma come qualcosa che cambia il modo di vivere, di sentire, di giudicare e di operare. Gesù era un uomo che innanzitutto sapeva vedere: vedeva, osservava, contemplava tutto ciò che gli era intorno e tutti quelli che gli si avvicinavano e che egli avvicinava a sé. In lui la consapevolezza e l’adesione alla realtà erano sempre in esercizio, sicché poteva poi pensare. Di più, potremmo dire che il suo pensare davanti al Padre e alla sua volontà era un pregare che gli permetteva di immaginare racconti e situazioni, quelli che narrava nelle parabole.
Nella nostra pericope Gesù, dopo aver pronunciato la parabola del seminatore, spiegata in seguito ai soli discepoli (cf. Mc 4,1-20) e i due brevi detti sulla lampada “che viene” e sulla misura dell’ascolto (cf. Mc 4,21-25), narra altre due parabole. Egli afferma che “così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”. Gesù ci parla ancora del seme, un elemento che lo intrigava e sul quale aveva molto meditato. Il seme è sempre qualcosa che resta dal raccolto precedente, è il frutto di una pianta che, raccolto, secca e sembra morto. Ma se il seme cade, se è gettato sotto terra, allora nella terra intrisa di acqua marcisce, visibilmente si disfa e muore; in realtà, però, genera vita, che diventa una pianta e che apparirà infine addirittura come una moltiplicazione e una trasformazione del seme stesso, attraverso frutti abbondanti. Il seme è adatto per rappresentare la dinamica dell’enigma che diventa mistero, ed è per questo che Gesù ricorre più volte a questa immagine, la più presente nelle parabole da lui create.
La venuta del regno di Dio, il suo apparire, è dunque paragonato al processo agricolo che ogni contadino conosce bene, anzi che vive con attenzione e premura: semina, nascita del grano, crescita, formazione della spiga e maturazione. Di fronte a tale sviluppo, occorre meravigliarsi, guardando alla potenza, alla forza presente in quel piccolo seme secco, che sembra addirittura niente. Così è il regno di Dio: piccola realtà, ma che ha in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza che noi facciamo nulla. Di fronte a questa realtà, il contadino non può fare davvero nulla: deve solo seminare il seme nella terra, ma poi sia che lui dorma sia che si alzi di notte per controllare ciò che accade, la crescita non dipende più da lui. Anzi, se il contadino volesse misurare la crescita e andasse a verificare cosa accade al seme sotto terra, minaccerebbe fortemente la nascita e la vita del germoglio. Ecco allora l’insegnamento di Gesù: occorre meravigliarsi del regno che si dilata sempre di più, anche quando noi non ce ne accorgiamo, e di conseguenza occorre avere fiducia nel seme e nella sua forza. E il seme è la parola che, seminata dal predicatore, darà frutto anche se lui non se ne accorge né può verificare il processo: di questo deve essere certo! Nessuna ansia pastorale, ma solo sollecitudine e attesa; nessuna angoscia di essere sterili nel predicare: se il seme è buono, se la parola predicata è parola di Dio e non del predicatore, essa darà frutto in modo anche invisibile. Questa la certezza del “seminatore” credente e consapevole di ciò che opera: la speranza della mietitura e del raccolto non può essere messa in discussione.
Segue un’altra parabola, sempre sul seme, ma questa volta su un seme di senape. Gesù è veramente un uomo intelligente e sapiente, e anche in questa parabola le sue parole mostrano come egli non fosse mai distratto, ma tutto e tutti vedesse e pensasse. Egli sa bene che il chicco di senape è tra i semi più minuscoli, non più grande di un granello di sale; eppure anch’esso, se seminato in terra, diventa un albero che si impone. Sembra impossibile che da un seme così minuscolo possa derivare un albero tanto rigoglioso: anche qui c’è dunque da stupirsi, da meravigliarsi! Eppure proprio ciò che ai nostri occhi è piccolo, può avere una forza impensabile per noi umani… Ecco, infatti, che il seme di senape sotto terra marcisce, germoglia, poi spunta e cresce fino a essere un arbusto sulle cui fronde gli uccelli possono fare il nido. Qui Gesù allude certamente a quell’albero intravisto da Daniele, simbolo del regno universale di Dio (cf. Dn 4,6-9.17-19). Sì, anche questa parabola vuole comunicarci qualcosa di decisivo: la parola di Dio che ci è stata donata può sembrare piccola cosa, rivestita com’è di parola umana, fragile e debole, messa in bocca a uomini e donne poveri, non intellettuali, non saggi secondo il mondo (cf. 1Cor 1,26). Eppure quando essa è seminata e predicata da loro, proprio perché è parola di Dio contenuta in parole umane, è feconda e può crescere come un albero capace di accogliere tante creature.
Queste parabole ci devono interrogare sulla nostra consapevolezza della parola di Dio che ci è data e che noi dobbiamo seminare, sulla nostra visione del Regno come realtà di piccoli e di poveri, realtà di un “piccolo gregge” (Lc 12,32), che può divenire una raccolta delle genti del mondo intero, in cammino verso il regno di Dio veniente per tutti. Ma pensiamoci un momento: chi pronunciava queste parabole era un oscuro laico di Galilea, non sacerdote e neppure rabbino formatosi in qualche scuola riconosciuta a Gerusalemme o lungo il lago di Galilea. E con lui c’era una comunità itinerante che lo seguiva: una dozzina di uomini e poche donne senza cultura; una realtà piccola e oscura ma significativa. Allora, perché avere timore di essere noi cristiani una minoranza oggi nel mondo? Basta che siamo significativi, cioè che crediamo alla potenza della parola di Dio, che la seminiamo con umiltà e molta pace, senza angoscia né frenetica attesa di vedere i risultati…

Enzo Bianchi

X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

http://www.clerus.va/content/clerus/it/omelie/new78.html

X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

Mc 3,20-35

Congregatio pro Clericis

Il vangelo di oggi segue in Marco l’istituzione dei Dodici e il primo effetto davanti alle folle che cominciano a radunarsi intorno a Gesù riguarda quelli che sono chiamati i suoi parenti, i quali lo ritengono “fuori di sé”. Quello che Cristo ha cominciato a dire colpisce fortemente gli ascoltatori e produce la reazione degli spiriti immondi. La liberazione dal male che lui ha iniziato non può non provocare il male a reagire fino al punto di accusarlo di essere posseduto da Beelzebul (cf Mc 3,22). Ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata, dice Gesù (cf Mc 3,29). A Pentecoste si è compiuta la promessa del Padre e il dono dello Spirito è la condizione essenziale per poter seguire Gesù. Rimane confuso chi non è coinvolto in questa discesa e comincia a ragionare secondo termini puramente umani. Intestardirsi nell’orizzonte solo umano e addirittura appellarsi alle forze oscure, tenebrose, opposte a Dio invece di accogliere il dono dello Spirito che manifesta e realizza nell’umanità del Figlio un’esistenza nuova vuol dire bestemmiare lo Spirito Santo. Il non perdono spiega questa chiusura in sé stessi e la schiavitù di questa nostra limitata, mortale natura. Questo ricorda direttamente il colloquio con Nicodemo: “Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito” (Gv 3,6). La logica della carne ragiona secondo cause e conseguenze e non riesce a superare sé stessa, ma lo Spirito è libero e vede il superamento di ogni logica carnale. Cristo stesso si scontra con questo giudizio solo umano ossia solo secondo la carne: “Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno” (Gv 8,15). A partire dallo Spirito Santo non è possibile creare un giudizio sulla persona fatto secondo la carne perché lo Spirito ci libera dai legami della carne e ci fa superare la sottomissione alla natura. “Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova.” (2Cor 5,16-17). Non si tratta di una contrapposizione dualista tra il corpo e lo spirito, non si tratta di una reminiscenza gnostica ma si tratta di esplicitare il modo con cui la persona umana vive la propria umanità, la propria natura umana. Lo Spirito Santo ci fa partecipare quel modo divino, comunionale, d’amore che fa vivere la propria umanità come espressione e realizzazione della propria esistenza nell’amore, nel dono di sé agli altri. Questa è anche la via della vita perché in questo modo la natura umana avvolta nell’amore è innestata nella vita che rimane (cf 1Cor 13,8), mentre far sì che l’io umano diventi l’espressione delle esigenze della propria natura significa distruggersi perché la natura umana non ha in sé stessa nulla che possa superare la morte. Questo lo può ricevere solo dal Signore che dà la vita e versa nei nostri cuori l’amore di Dio Padre (cf Rm 5,5). “Perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo vivrete” (Rm 8,13).
Infatti nel brano di oggi Cristo fa vedere non solo un principio nuovo dell’unità ma nella sua umanità ne rende visibile la piena realizzazione: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” (Mc 3,33). Sappiamo molto bene quanto nella tradizione dell’Antico Testamento fosse fondamentale il legame di sangue, invece Cristo palesemente ne dichiara l’insufficienza perché è un legame che non fa superare all’uomo il suo destino tragico, cioè la morte. Già il primo modulo dell’esodo che troviamo nella Bibbia come processo di liberazione è la chiamata ad Abramo a svincolarsi dai legami secondo la natura e cominciare a vivere la propria natura umana secondo la vocazione, secondo la voce che lo chiama, cioè tenendo conto di Dio. Si tratta di cominciare a vivere la propria umanità secondo la relazione: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gn 12,1). La vita secondo lo Spirito sarà dunque la realizzazione dell’uomo come mistero della persona secondo l’esistenza delle Persone divine, cioè secondo la comunione. La Chiesa è il luogo e l’espressione di questa realizzazione dell’uomo come comunione delle persone. Abramo ha dovuto fare un lungo itinerario per arrivare a comprendere che la paternità da lui tanto desiderata era chiamato a viverla a un livello radicalmente nuovo, non più solo secondo la natura ma secondo lo Spirito, cioè secondo Dio. Il bello di questo passaggio consiste nel fatto che la paternità secondo lo Spirito non elimina la paternità secondo la natura ma la integra liberandola dalla schiavitù della necessità. È la libertà che caratterizza la realizzazione dell’uomo secondo lo Spirito. Come nei suoi studi fa vedere molto bene Berdjaev, la libertà si trova e la si scopre solo nell’amore perché ne è sua dimensione costitutiva. L’unione delle persone e la realizzazione dell’uomo avviene nell’amore di Dio Padre. Il male del mondo e persino il principe di questo mondo non può avere su di noi nessun potere se ci lasciamo guidare dallo Spirito che ci innesta nel Figlio in cui la volontà del Padre non è compiuta in un’obbedienza secondo la logica umana ma nell’amore. “Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha alcun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco” (Gv 14,30-31).

 

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – LA TAVOLA È GIÀ APPARECCHIATA

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=43325

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – LA TAVOLA È GIÀ APPARECCHIATA

don Giacomo Falco Brini

Come si può parlare di Gesù nostro Signore, realmente presente nel sacramento dell’Eucarestia? Se non invochiamo lo Spirito Santo, impossibile. Ma se lo invochiamo perché ci illumini, non credo ci neghi questo aiuto. Bisogna però coinvolgere tutte le facoltà. Perché se ne vuoi parlare solo con e all’intelletto, non serve a niente. Sr. Elvira Petrozzi, fondatrice della comunità “Il Cenacolo”, nel 2005 (anno dell’Eucarestia), davanti a tutti i vescovi del mondo riuniti con il papa per il Sinodo, cominciò il suo intervento dicendo che l’Eucarestia si può capire solo con il cuore. Questa semplice affermazione dice quasi tutto. Ho fatto la mia 1a comunione come tutti, all’età di 8-9 anni. Una memoria davvero bella per la festa familiare e parrocchiale. Però non ricordo alcuna consapevolezza del contatto con Gesù. Poi la crescita e il lento, inesorabile allontanamento dalla vita sacramentale intorno ai 13 anni.
Vi risparmio quello che sta in mezzo. Intorno ai 21 anni riprendo a frequentare la messa a causa della malattia di un caro amico, solo per essergli vicino, poiché si risvegliò il suo interesse per le cose della fede. Le domande su quello a cui assistevo di nuovo in chiesa fioccavano continuamente. Trovai per grazia di Dio un sacerdote che seppe parlarmi e guidarmi alla riscoperta della preghiera. Così, spontaneamente, nel tentativo di ricominciare a pregare, mi trovai spesso nella mia parrocchia da solo, di pomeriggio. Ricordo che le prime volte rimanevo colpito dalla solitudine di quel posto. La chiesa era vuota, c’era tanto silenzio, non c’era mai nessuno prima delle 18.00. Venne un giorno come tanti in cui, trovandomi sempre da solo, guardavo il Tabernacolo dell’Eucarestia. Non posso spiegare esattamente cosa sia avvenuto. Niente di sensazionale, niente di straordinario, nessuna esperienza mistica. Solo la intima certezza che non ero solo. Lì dentro c’era qualcuno. Avvertii chiaramente, per la prima volta, la sua Presenza. Lo ricordo bene, perché quel pomeriggio passò molto in fretta: trascorse un’ora come se fosse stata solo un minuto.
Gesù è veramente presente nell’Eucarestia. Man mano che camminavo nella fede, diventò sempre più forte il bisogno di ritrovarmi davanti al suo mistero nel Tabernacolo. Fu una immensa grazia, il resto è la mia storia. Molte volte mi sono chiesto in preghiera perché il Signore ha scelto di essere presente così. Gliel’ho chiesto anche direttamente, ma non ho mai avuto risposta. Certe volte mi parve che mi rimandasse a leggere il vangelo. Nella sua storia possiamo sempre rintracciare tante strade per rispondere ai nostri interrogativi. Per esempio, il vangelo con cui oggi celebriamo solennemente il dono dell’Eucarestia, ci parla dell’invio dei discepoli per la preparazione della cena di Pasqua. Gesù da loro alcune istruzioni, ma quello che colpisce è che i discepoli trovano una sala già pronta per l’evento (Mc 14,13-16). Nel giorno della prima Eucarestia nella storia della chiesa questo è un segnale importantissimo. E’ Dio che prepara per primo la cena, non noi. Gesù si identifica corporalmente con quel pane che si spezza, con quel vino che si offre a chi lo accoglie (Mc 14,22-24).
Come se dicesse ad ogni uomo che gli apre fiduciosamente il suo cuore: “ecco, Io ti sono sempre vicino, fino alla fine dei tuoi giorni (Mt 28,20). Sono con te in questo pane e questo vino perché voglio stare sempre insieme a te, come in una tavola imbandita il pane e il vino sono indispensabili. Sono in questo pane perché tu possa gustare il mio amore nella tua vita, e sono in questo vino perché voglio essere la gioia del tuo cuore, perché tu possa “brindare” sempre con me la gratitudine per il dono della tua vita. Sono in questo pane e questo vino perché tu scopra la fedeltà del mio amore, proprio come il pane e il vino accompagnano fedelmente la tua tavola. Sono in questo pane perché tu non abbia paura di me, perché ai tuoi occhi tu scopra che sono disarmato e così anche tu possa disarmarti con me. Sono in questo vino perché il mio sangue scorra nelle tue vene, perché tu diventi sempre più carne della mia carne e spirito nel mio Spirito. Vivere insieme, amare gli altri insieme: questo è vivere veramente! In questo modo la tua vita così fragile e incerta entra nella mia vita certa e sicura, la vita eterna. Io in te e tu in me (Gv 6,54-56). Ricordati: sei sempre invitato a questa cena, la tavola è già apparecchiata, il cibo è già pronto (Lc 14,17), c’è bisogno solo del tuo cuore (Ap 3,20) e del tuo aiuto per preparare e invitare a questa tavola chi ancora non mi conosce (Lc 14,21-23).”
Grazie Signore Gesù! Grazie. Grazie. Grazie. Sia lodato e ringraziato in ogni momento, il Santissimo e divinissimo Sacramento! Figli, se sapeste quanto Dio vi ama, piangereste di gioia (La Vergine Maria a uno dei veggenti di Medjugorje). Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, come era nel principio, ora e sempre nei secoli dei secoli!

SS. TRINITÀ ANNO B. UN DIO SOLO MA NON SOLITARIO

https://www.arcidiocesibaribitonto.it/pubblicazioni/articoli-on-line/editoriali/ss-trinita-anno-b-un-dio-solo-ma-non-solitario

SS. TRINITÀ ANNO B. UN DIO SOLO MA NON SOLITARIO

La fede che professiamo fa zampillare la speranza che un giorno ci sarà dato di partecipare in piena luce alla comunione trinitaria e nella santa eucaristia ci offre tutto l’amore che ci occorre come viatico per il nostro pellegrinaggio verso la patria.

Battezzate tutte le nazioni nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo
Un Dio vicino, a portata di mano, ma non manipolabile; lontano, inafferrabile, ma non irraggiungibile; infinito e stupefacente, ma non eclatante; eterno, immenso, non circoscrivibile; incomprensibile, eppure amabile, amabilissimo: credere in un solo Dio non significa fare della aritmetica applicata al trascendente. Dio non è calcolo e quantità, ma amore e bellezza; non è “sistema” ma “mistero”: nel sistema non si danno persone, ma solo numeri e fattori, funzionari e burocrati; nel mistero invece si danno persone uniche, originali, irripetibili, nei cui confronti non è consentita alcuna computisteria.
1. Ma come è fatto Dio? Si racconta di s. Agostino che un giorno, passeggiando lungo il mare e pensando al mistero di Dio, avrebbe visto un bambino che giocava sulla spiaggia e si divertiva a riempire d’acqua una buca fatta nella sabbia. Ebbe allora una illuminazione: come non si può mettere il mare in un vasca, così l’uomo non può illudersi di racchiudere l’infinito mistero di Dio nella sua piccola mente. Leggiamo in s. Paolo: “solo lo Spirito di Dio conosce i segreti di Dio”; solo lo Spirito del Signore ci poteva rivelare “le profondità del mistero di Dio” (cfr. 1Cor 2,10-11). Ed è quanto è avvenuto prima con l’Antico e poi con il Nuovo Testamento.
L’Antico Testamento rivela tre tratti fondamentali del volto di Dio. Innanzitutto ci dice che Dio non è come gli idoli che hanno occhi ma non vedono, hanno bocca ma non parlano. Dio non è una cosa tra le tante, fosse pure la più importante, a proposito della quale l’uomo può aprire un’inchiesta. Dio è un vivente che parla e dice il suo nome; anzi è il vivente è il primo, colui che è fin dall’inizio, e la cui esistenza si impone come un dato primordiale, indiscutibile, che non ha bisogno di alcuna spiegazione. La sua presenza è straordinariamente attiva, intensissima; la sua vitalità è immediata e irresistibile: “non si stanca né si affanna”, “non dorme né sonnecchia” (Is 40,28; Sal 121,4). Dio è spirito, ossia forza e potenza senza confini. L’uomo invece è carne, cioè debolezza caduca, come l’erba che subito sfiorisce e dissecca o come la traccia effimera del volo di un uccello.
Questa potentissima energia di vita – è il secondo tratto – Dio non la mostra per poi nasconderla di nuovo, non la conserva gelosamente per sé, ma la mette a disposizione del popolo di Israele, perché il suo nome è YHWH, che significa: Io-sono-con-voi, e indica una presenza attenta e attiva, una benevolenza che vuole donarsi senza limiti e che, per questo, chiede un’accoglienza senza condizioni. Dio è salvatore, è “il” salvatore, perché il solo capace e il solo disposto a salvare l’uomo. Tutto il resto è nulla che riduce al nulla chi fonda la propria esistenza su di sé.
E, terzo, Dio è il santo: la sua santità apre dinanzi a lui un abisso per ogni creatura; nessuno può sostenere la sua vicinanza, il firmamento vacilla, le montagne si liquefanno e trema ogni carne. La santità di Dio dice la sua assoluta diversità rispetto all’uomo, la sua totale impenetrabilità agli assalti delle sue farneticanti presunzioni, ma l’uomo è sempre tentato di interpretarla in modo falso. Vi vede solo una distanza invalicabile alle sue povere forze, senza sospettare che essa è nello stesso tempo vicinanza e tenerezza: “Io sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non amo distruggere” (Os 11,9). Anche per la santità di Dio, come per ogni suo attributo, la chiave di lettura sta nel potere di dono e nella volontà di amore.
2. L’Antico Testamento rivela che Dio è il vivente, che è il salvatore, e che solo lui può esserlo, perché è santo: solo Dio è Dio! Gesù non è venuto a cambiare questa tradizione, ma a confermarla integralmente; nella più rigorosa fedeltà la porta a compimento e le conferisce un timbro di sconvolgente novità. “Dio nessuno l’ha visto mai; proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Dove sta questa novità? Sta nel mostrare che Dio è il vivente, il salvatore, il santo, perché è essenzialmente e totalmente Amore: in lui, infatti, la volontà di amore non è un carattere tra i tanti, ma costituisce il segreto ultimo della sua più nascosta identità.
Dio è il vivente perché è Amore che genera vita, è il Padre, ci rivela Gesù. È Padre da sempre e per sempre: da sempre ha deciso di salvare il mondo attraverso il Figlio perché egli ha creato l’uomo per amore, “per avere qualcuno da amare” (s. Ireneo); ma non ha cominciato ad amare quando ha creato l’universo, perché dall’eternità ha generato il Figlio del suo amore. Gesù non si limita a ripetere ciò che Israele aveva sperimentato. Non ridice soltanto che Dio ha la tenerezza di un padre, ma rivela fino a che punto egli lo sia: manifestando nella paternità il tutto della sua identità. Padre non è un nome tra i tanti e neanche il primo che si attribuisce a Dio; è il suo nome proprio per eccellenza: perché egli è la pura gioia del donare senza riserve: “Dio (il Padre) ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”.
Questo Padre non ha nulla a che fare con le sue immagini deformate della cultura moderna: non soffoca la libertà, non preserva dalla fatica, non favorisce la passività. Piuttosto si deve constatare che, emarginando questo Dio-Padre, l’umanità occidentale anziché ritrovarsi adulta, ha finito per sentirsi orfana.
Inoltre – ci rivela Gesù – in Dio, oltre all’Amore che si dona, c’è anche l’Amore che accoglie e ridona: è l’Amore-Figlio. Infatti il Padre dona al Figlio tutto ciò che ha e tutto ciò che è: gli dona le parole da dire e le opere da compiere, l’amore per i fratelli fino alla morte, e la gloria della risurrezione. Perciò Gesù può dire in verità: “Chi ha visto me, ha visto il Padre… Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,9-11). Gesù – lo dice il suo nome – è “Dio-salva”, è il Salvatore che mostra fino a che punto il Padre ci ami, fino al punto da non risparmiarsi la vita del Figlio, ma da darlo per tutti noi.
In terzo luogo, Gesù si rivela come il Dio-Salvatore perché è stato consacrato con l’unzione del Santo: lo ha ricevuto dal Padre e lo ha donato agli uomini. Nello Spirito la santità di Dio rivela il suo volto più vero: quello di santificarci, di farci diventare figli, di farci gridare con lo stesso Spirito di Gesù: “Abbà Padre!”. La santità donataci dal Dio Santo plasma in noi un cuore filiale che ci fa rivolgere verso il Padre con profonda adorazione e gioiosa confidenza; ci fa vivere da fratelli verso tutti, anche coloro che ci fanno soffrire; ci fa camminare nella vita con fiducia e responsabilità e con il coraggio nelle prove.
3. Dio è il vivente, il salvatore, il santo: è Padre e Figlio e Spirito Santo. In quanto donazione gratuita, senza riserve, è il Padre; in quanto accoglienza grata e attiva è il Figlio; in quanto perfetta unità tra colui che dona e colui che accoglie è lo Spirito Santo. “Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato, l’Amore”, affermava s. Agostino. Dio è Amore, e l’amore fonde le tre Persone senza confonderle; le distingue, ma non le separa; le pone nell’ordine della carità, ma non le subordina l’una alle altre. Le tre Persone sono una con l’altra, una per l’altra, una nell’altra: ecco le tre preposizioni trinitarie: con-per-in. Sono le tre preposizioni della spiritualità di comunione: vivere non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma gli uni con e per gli altri, gli uni negli altri. Come poteva dire Kant che la Trinità non ha nulla a che fare con la nostra storia?
La fede che ora professiamo fa zampillare la speranza che un giorno ci sarà dato di partecipare in piena luce alla comunione trinitaria e in questa santa eucaristia ci offre tutto l’amore che ci occorre come viatico per il nostro pellegrinaggio verso la patria. E la storia continua tra fatiche e dubbi, gioie e tribolazioni, ma è una storia d’amore, già vivificata, salvata, santificata dal Padre, che da sempre ci ha scelti e chiamati, e continua a guardarci e a custodirci, e fino all’ultimo giorno ci seguirà e inseguirà. Come afferma una bella preghiera di s. Anselmo: “Non ti ho visto mai, Signore mio Dio, né conosco il tuo volto… Sono stato fatto per vederti e non ho ancora realizzato ciò per cui sono stato fatto… Mi sia concesso di intravedere la tua luce almeno da lontano, almeno dal fondo della mia miseria. Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco, perché non ti posso cercare se tu non mi insegni, né trovare se tu non ti mostri. Possa cercarti nel mio desiderio e desiderarti nella mia ricerca. Ti possa trovare amandoti e, trovandoti, ti possa amare”.

Commento di mons. Francesco Lambiasi

tratto da « Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi »

PENTECOSTE (ANNO B) – OMELIA MESSA DEL GIORNO

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=25616

Vedere è ben più di guardare

don Marco Pedron

PENTECOSTE (ANNO B) – OMELIA MESSA DEL GIORNO

Oggi la chiesa celebra la festa di Pentecoste. Il centro delle letture non è, come al solito, il vangelo, ma la prima lettura dagli Atti degli Apostoli, in cui si racconta l’evento fisico della Pentecoste. Pentecoste è una parola greca e significa cinquantesimo giorno; si celebra cinquanta giorni dopo Pasqua.
Pasqua era anticamente la festa di primavera, Pentecoste l’inizio della raccolta del grano. Per gli ebrei Pasqua ricorda il passaggio del mar Rosso e Pentecoste i comandamenti sul Sinai. Per i cristiani, Pasqua è la resurrezione di Gesù, Pentecoste l’effusione dello Spirito. Gesù a Pasqua se ne va al cielo, ma a Pentecoste ritorna sotto un’altra forma: lo Spirito.
Per gli antichi cinquanta era il numero della pienezza di un tempo. A cinquant’anni a Roma, si era dispensati dal servizio militare. Ogni cinquant’anni c’era il giubileo (ebrei). Allora la Pentecoste, i cinquanta giorni, indicano che un tempo è finito: è giunto a compimento il tempo del Gesù terreno e delle sue apparizioni e si apre un nuovo tempo, il tempo dell’uomo, della Chiesa e dello Spirito.
Cosa sta succedendo? Gesù è morto e gli apostoli sono presi dalla paura: « Che accadrà adesso? ». Possiamo capire tutta la loro paura e i loro dubbi: « Gesù se ne è andato, è morto, cosa ne sarà di noi, adesso che il maestro, il nostro capo è morto? Gesù era Gesù, noi siamo noi: come possiamo pensare di continuare noi il suo messaggio? Gesù lo hanno ucciso: noi abbiamo paura. Faranno anche a noi ciò che hanno fatto a lui? ». Per loro questo è un momento di crisi forte, profonda, radicale, decisiva.
Quante volte ci troviamo in questa situazione. Sei dirigente di banca: lavoro sicuro, ben retribuito, bella posizione sociale. Ma il tuo hobby, il tuo desiderio profondo è fare il fotografo. Hai la possibilità di entrare in società con un amico fotografo. Che si fa?
Il tuo fidanzato vive in Toscana e tu sei del Veneto. Ti dice: « Ci sposiamo? ». Avresti anche la possibilità di farti spostare il lavoro lì e lo ami tanto, ma vuol dire lasciare tutti gli amici, la tua famiglia d’origine, le relazioni, tutto il tuo mondo. Che si fa?
Fra te e tua moglie non va male, vi capite, siete d’accordo sull’educazione dei figli, vi volete bene, ma c’è qualcosa che non gira, il fuoco dell’amore non s’accende, il rapporto tira avanti un po’ stancamente. Che c’è da fare?
Stai facendo la tua vita: il lavoro ce l’hai, la famiglia (moglie e figli) pure, gli amici anche, tutto sembra andare bene ma in realtà tu dentro sei spento e procedi per forza d’inerzia.
Vai in chiesa, rispetti le regole cristiane, sei generoso, ma non c’è slancio nella tua fede, non c’è passione; quando parli di Dio sembri un insegnante non un innamorato, perché?
Sei una brava persona (e in effetti lo sei davvero), rispettato, se puoi aiuti gli altri, sei presente in casa e con i figli, attento con tutte le persone, ma sei insoddisfatto perché senti che tu non sei proprio così. Che si fa?
Cosa è necessario in tutte queste situazioni? Cosa è successo agli apostoli?
Il giorno di Pentecoste per gli apostoli è stato un salto qualitativo, quantico. Da un livello di superficie sono passati ad un livello interno, dall’esteriorità sono passati all’interiorità, dalla dipendenza sono passati all’autonomia e alla libertà.
Parlavano una lingua che tutti capivano (2,8-11) perché erano entrati in contatto con il Dio dentro di sé. Prima Gesù era fuori: vi avevano vissuto insieme, avevano mangiato e parlato con lui. Ma adesso quel Gesù (Risorto) non era più fuori ma dentro (Spirito Santo), lo sentivano forte e chiaro, potente e presente.
Mentre prima vivevano nella paura di perderlo adesso sapevano benissimo che nessuno glielo poteva più togliere. Perché ciò che è dentro di noi non ci può essere sottratto. Prima Gesù era fuori (il Gesù storico), adesso è dentro (lo Spirito Santo).
Fu un passaggio che li sconvolse, che li rovesciò, che li mise in crisi.
Le due immagini « rombo come di vento » (2,2) e « fuoco che si divideva » (2,3) indicano un passaggio potente, destabilizzante, anche terribile all’inizio, in ogni caso così forte che poi non sarai mai più come prima.
Il vento indica un passaggio di libertà e di decisione: il vento spazza via, purifica, scompiglia e sconvolge, è un uragano che si abbatte (rombo), che ti libera da paure e dalla dipendenza dagli altri.
Il fuoco indica un salto di calore, di passione, un « essere preso », toccato nell’unicità di ciascun soggetto (ogni lingua assume la sua forma su ogni soggetto che scende). Questo salto qualitativo ti ha portato dall’essere freddo, insipido, al bruciare, al trovare senso e passione. Questo contatto con Dio in te ti ha permesso di individuarti, di trovare la tua forma e la tua unicità.
Solo così avvengono i grandi passaggi della vita: se non c’è Spirito, se non c’è vento e fuoco, non si va da nessuna parte!; non si possono fare le grandi scelte, non si può andare in tutto il mondo.
Il dirigente di banca: se non metti te prima della posizione sociale, non puoi fare nessun salto di vita. Se invece di osare e rischiare per fare quello che ti riscalda, preferisci la sicurezza e la stabilità, ti condanni a seguire un binario già fatto: sicuro ma non è il tuo. Ci vuole Spirito!
Il fidanzato in Toscana: se non fai un salto di fiducia e prendi questa decisione che sconvolgerà la tua vita, se non metti prima il fuoco dell’amore, se non segui il tuo cuore mettendo a tacere le voci della paura: « Ce la farò? Sarò in grado? E se poi finisce male? Sarò sola? », vivrai per tutta la vita con il rammarico di ciò che avrebbe potuto essere ma che per paura non è stato. Ci vuole Spirito!
Fra te e tua moglie: se non avviene un salto di relazione il rapporto si trascinerà negli anni. Un salto di relazione vuol dire che ciò che c’è dentro è la nostra forza: quindi scambiarci il nostro profondo e incontrarci nella nostra parte più interna (e per questo intima). Ma ci vuole Spirito, coraggio, apertura, per farlo!
L’andare in chiesa: se non avviene un salto di fede rimarrai un semplice esecutore di regole religiose (bambino nella fede). Il salto è che Dio non è una regola, un precetto, una formula, ma una persona di cui innamorarsi, che ti prende dentro, che diventa esempio e modello di energia, coraggio, forza, libertà, passione, per cui guardando il suo fuoco tu sprigioni il tuo fuoco. Questione di Fuoco!
Te stesso: se il coraggio della libertà e della decisione non ti portano a trovare la tua missione nella vita, il senso delle tue giornate, la strada del tuo destino, magari farai tante cose belle e buone, ma non ciò per cui tu esisti. Ci vuole lo Spirito della libertà che ti porta a seguire solamente la tua unica chiamata.
La festa di Pentecoste esprime la verità che Dio abita dentro di noi. Dio non è più presente fisicamente in mezzo a noi; Dio è presente con il suo Spirito. Quando noi sentiamo questa affermazione pur registrandola con la mente e sapendola ripetere a memoria, traduciamo così: « E cosa vuol dire tutto questo? Io non lo sento! Cos’è lo Spirito? ».
Se noi chiediamo alle persone cos’è lo Spirito, la maggior parte non saprà cosa rispondere. E se non sa rispondere è perché non lo conosce, non ne ha esperienza, non lo ha mai vissuto. Molti pensano che lo Spirito sia qualcosa che si aggiunge a quello che siamo. Quindi, ne posso fare anche a meno. Ma lo Spirito non è un di più, ma qualcosa che noi già siamo. Altri pensano che lo Spirito sia in contrasto con la materia – e non vi è cosa più erronea – per cui spirituale vuol dire disincarnato, fuori del mondo.
E quando pensano ad una persona spirituale si immaginano un monaco che vive quasi fuori dal mondo, solo pregando e che odia tutto ciò che c’è nel mondo. Queste persone potrebbero leggere un po’ di più del vangelo e osservare quanto materiale fosse Gesù, che mangiava, bevevo, faceva festa, si divertiva e toccava. E non si può dire che non fosse spirituale!
Lo Spirito non viene in noi un giorno della nostra vita ma abita già in noi. Lo Spirito non è nient’altro che il modo con cui Dio abita in noi. Ed essere spirituali non è pregare molto o fare cose religiose o frequentare la chiesa o fare pellegrinaggi. Essere spirituali vuol dire vivere facendo emergere ciò che ci abita dentro. E’ un modo di vivere.
Madre Teresa disse ad un giornalista: « Vede, io Dio lo vedo chiaramente. E’ qui in questo uomo che soffre o in quello lì, di quel letto lì, abbandonato da tutti. Dio è in me, Dio è in lei. Se lei non lo vede non è un affare mio. Per me la cosa è così evidente! ». Che cosa vedeva questa donna? Che occhi aveva per vedere Dio presente in ogni creatura?
Francesco vedeva Dio nell’acqua, nel sole, nella luna e perfino nella sorella morte. Che era pazzo? Era solo un romantico, un poeta? O aveva valicato la soglia della materia?
Gesù che guardava gli uccelli del cielo o i gigli del campo e affermava che neppure Salomone in tutta la sua ricchezza vestiva come loro: cosa vedeva? Era pazzo o aveva varcato la soglia della materia?
Quando Gesù proclamava le beatitudini e diceva beati i poveri, quelli che piangono, quelli che soffrono, era un pazzo? Chi vuole soffrire, chi vuole essere perseguitato, deriso o imprigionato? Nessuno che sia sano di mente! E allora, che cosa vedeva Gesù? Non è che avesse valicato la soglia dell’apparenza?
Einstein un giorno definì la formula E=mc2. Questa formula stabilisce che la materia è anche luce, spirito. Questa formula scientifica dice ciò che i mistici da sempre hanno vissuto migliaia di anni prima. Quando guardavano le persone, la natura ed ogni cosa, non vedevano la materialità, ma la luce, lo spirito che abitava in ogni cosa.
Tu guardi un sasso e dici: « Che pieno! ». Ma, invece, dentro è vuoto. Il 99% delle cose è fatto di vuoto. Se noi togliessimo il vuoto della materia, lo spazio che c’è tra gli atomi, la città di Milano sarebbe molto meno che una pallina da tennis. Tu prendi un sasso e dici: « Senti che duro, senti che resistenza ». Ma la resistenza non è data dalla materia ma dalle connessioni, dai rapporti che si instaurano tra i vari atomi del sasso. Tu prendi un sasso, lo guardi e dici: « Più materia di questa! ». Dipende con quali occhi lo guardi. Perché quel sasso lì è energia condensata. Se tu lo guardi con altri occhi, gli occhi dello spirito, è luce.
Tu sei seduto su di una sedia in questo momento. Indossi degli abiti e porti delle scarpe: più materia di questo! Ma ti sbagli perché tutto questo è energia condensata: così come il ghiaccio è acqua condensata, così la materia è energia condensata. Se tu entri dentro la materia della sedia e di ogni cosa, troverai degli atomi che ballano in maniera allucinante in un movimento frenetico. La sedia non è ferma, la sedia vive! La sedia dove sei seduto è materia, ma più dentro è energia.
La scienza non fa altro che rendere scientifico ciò che da sempre i mistici hanno saputo: tutto è al tempo stesso onda, energia o particella, materia. Ogni cosa è materia e spirito (luce, energia). Lo spirito si trova nell’unghia, nell’osso, nella pelle, in tutte le cose. Non c’è uno spirito dentro la materia. La materia è simultaneamente spirito e materia. Non esiste uno spirito distaccato dalla materia ma la materia stessa è spirito. Dipende da cosa vedi. Dipende se entri dentro o se rimani nell’apparenza. Ciò che vediamo è meno reale di quello che pensiamo.
Ora cosa centra tutto questo con la festa di Pentecoste di oggi? Centra eccome: lo Spirito abita ogni cosa, è ogni cosa. Tutto è spirito o tutto è materia e questo dipende solo da come tu guardi le cose. Si tratta di andare oltre le apparenze.
Gesù fu l’uomo del vedere dietro l’apparenza o dentro la realtà. Questa cosa Lui la chiamava « regno di Dio ». E lo diceva sempre: « Il regno di Dio non è il paradiso, ma è qui, oggi, adesso. Dipende dai tuoi occhi ». Gesù vedeva un fiore e vedeva Dio (vedeva la luce, lo spirito del fiore). Gesù vedeva gli uccelli del cielo ed esclamava: « Che meraviglia; chi può vestire come loro?; che liberi! ». Gesù vedeva i fatti di cronaca e vi vedeva dentro, leggeva la mano di Dio che insegnava. Gesù vedeva i sofferenti, i poveracci, le donne, e mentre tutti se ne stavano lontani, Lui li abbracciava, li incontrava, li baciava, li accarezzava e coglieva il loro desiderio e bisogno d’amore. Gesù vedeva i peccatori e mentre tutti si fermavano all’apparenza (« Siete peccatori, avete sbagliato, lontani da Dio! »), Lui andava dentro. Lui sapeva cogliere la luce che li abitava; Lui sapeva vedere la forza e il desiderio di vita che dormiva dentro di loro. Lui vedeva un pescatore qualsiasi e mentre la materialità diceva: « Uno che pensa solo ai soldi, al pesce e a vendere », Lui vi coglieva i desideri profondi del suo animo. Sulla croce era vicino ad un peccatore che aveva ucciso e mentre tutti vedevano il malfattore, Lui gli disse: « Oggi sarai con me in Paradiso ». Fu condannato a morte e mentre noi non proviamo che rabbia verso coloro che lo condannarono, Lui vide la luce che si nascondeva nel profondo delle loro tenebre: « Padre perdonali perché non sanno quello che fanno ». Gesù non vedeva tanto la materia; Gesù vedeva lo Spirito, la luce che c’è dentro ad ogni cosa.
Tuo figlio ha 15 anni, è nervoso, spesso ti risponde in malo modo ed è aggressivo. Puoi guardare alla materia, rimanere nella superficie e dire: « Tu così a tuo padre non rispondi. Io vado a lavorare per te (cosa che è vera, peraltro), fatico e porto a casa i soldi per i tuoi studi. Tu non mi rispetti ». Allora lui ci prova; ma non ci riuscirà. Tu ti sentirai incompreso e offeso; lui si sentirà incompreso e in colpa. Ma tu lo puoi guardare con gli occhi dello spirito: « Cosa c’è dietro tutto questo? Cosa sta vivendo per essere così? ». Forse non ce l’ha con te; forse sta tentando di muovere i suoi primi passi nella vita e ha molta paura. Forse nel suo animo c’è una confusione terribile e neppure lui sa chi è e cosa vuole. « Guarda meglio; guardalo dentro. La verità non è quello che sembra ».
Sei stata abusata da un tuo familiare. Questo ti ha creato un senso di vergogna e di indegnità enorme. Ti guardi allo specchio e ti fai schifo. Ti senti colpevole di ciò che è successo; anzi credi di essere stata proprio tu la causa (ma avevi solo tredici anni!). E nel profondo ti senti sempre con quest’onta. Se guardi alla materia, a ciò che è successo, non hai scampo. Ti terrai per te tutto questo, non lo dirai a nessuno, rimarrà il tuo segreto e per tutta la vita avrai la sensazione di essere sporca e indegna di vivere. Ma se tu riesci ad entrare dentro potrai trovare la luce. Tu sei ancora degna di vivere; questo dolore non ha cancellato la tua bellezza profonda, quella che Dio vede. Tu sei ancora pura e vergine ai suoi occhi. Se tu riesci, tra dolore e lacrime, ad andare oltre, tu puoi ritrovare la luce. Tu puoi trasformare la dura realtà e accedere al tuo spirito, alla tua parte incontaminata, quella che sta oltre l’esterno e i fatti della vita.
Ogni mattina passi davanti ad un albero secolare. E’ lì da tanto tempo, prima di te e forse lo sarà per tanto tempo dopo di te. Ma tu non ti sei mai reso conto che c’è, non ti sei mai fermato a guardarlo, non ti sei mai seduto alla sua ombra, non lo hai mai visto realmente. Per te è solo legno, non ti sei mai fermato a pregare ai suoi piedi e non hai mai imparato da lui. Non cogli il suo spirito, non riesci a penetrarlo, non riesci ad accedere alla luce che contiene.
Hai un sacco di cose da fare – ti dici -, ma non ti chiedi mai perché sei sempre così irrequieto, nervoso? Nel fondo sei sempre insoddisfatto e mai pienamente felice. Poi te la racconti che « bisogna accontentarsi », « che è così per tutti », ma la verità è che c’è qualcosa che non và. Ma tu continui a correre, a fare, a produrre, e così continui a rimanere nell’ordine della materia. Non puoi accedere allo spirito che c’è in ogni cosa. Non puoi vedere il divino che si nasconde dentro le persone e la vita stessa.
Perché sbatti le porte così forte? Perché urli sempre quando parli? Perché sei sempre arrabbiato? Perché non c’è luce nel tuo volto? Perché non sai esprimere un sentimento che sia uno? Perché se puoi « fregare » gli altri lo fai? Perché non sai sorridere? Perché non sai dire « grazie »? Perché non sai pregare?
Ciò che è tremendo della nostra società è l’incapacità di essere spirituale. E’ una vera disabilità. Il segno evidente della nostra malattia è: « Quanto costa? Quanti soldi? Quanti soldi servono? ».
Un altro segno eclatante è l’espressione: « Io, io ». « Io faccio così; se non ci fossi io; ti dico io cosa fare; io di qua, io di là; parlo io; io so; io non ho bisogno ».
Quando non mando mio figlio ad una festa di compleanno del suo amichetto perché mi vergogno di non potergli fare il regalo (tutti glielo fanno), io ho perso lo spirito della festa. Sto costruendo un figlio materialista. « Ma sarà più importante la presenza umana che il regalo! ». Sto mettendo prima la materia all’anima.
Quando giudico o valuto le persone in base al vestito; quando ammiro le auto e le case della gente, invidiandole; quando il mio unico pensiero è il conto in banca; quando il lavoro viene prima di ogni cosa; quando tutto viene monetizzato: « Quanto costa? »; quando « una mano lava l’altra », cioè che io aiuto te solo se tu aiuti me, sono materia.
Materia è il pane della domenica sull’altare. Spirito è quando io vedo in quel pane, il Pane, il Cristo. Materia è quando vedo nel mio collega o in una persona solo uno che rompe i miei piani, uno che scoccia, uno che mi dà fastidio. Spirito è quando inizio a vedere uno che soffre, uno che ha un cuore e un’anima. Materia è quando vedo di fronte al nuovo giorno solo un altro giorno di lavoro. Spirito è quando posso vedere un’altra opportunità che mi viene data per sperimentare la vita. Materia è quando qualcosa mi fa innervosire. Spirito è quando inizio a chiedermi il perché, che cosa devo imparare o che cosa devo cambiare del mio comportamento o del mio modo di pensare. Materia è quando guardo una donna e voglio possedere il suo corpo. Spirito è quando inizio a percepire che quella donna è una creatura, con un cuore che batte e che pulsa. Materia è mangiare, spirito è gustare. Materia è respirare (avviene in automatico), spirito è essere consapevoli del respiro (non a caso ruah, spirito, in ebraico vuol dire anche soffio). Materia è udire il canto degli uccelli, spirito è ascoltare il canto degli uccelli. La stessa vita può essere terribilmente materiale o terribilmente spirituale, piena di buio o di luce. Tutto può essere materia o tutto può essere spirito, dipende dai miei occhi.
Un ladro un giorno andò dal maestro: « Che cosa vuoi? », gli disse il maestro. « Mi servono le tue cose preziose ». « Bene », disse il maestro, « prenditele pure, ma non so se ti serviranno ». Dopo alcuni mesi tornò e si prese i suoi libri. Passati alcuni mesi si prese tutti i suoi libri. Infine tornò e si prese quel che rimaneva della casa del maestro. Dopo alcuni mesi ancora tornò di nuovo e disse al maestro: « Maestro non hai più niente da darmi? ». « No, amico perché per quanto io ti dia è il tuo spirito che è malato. Ciò che cerchi non è materiale; tu cerchi qualcosa che nessuno ti può dare ».

Pensiero della settimana
Puoi uscire perché ci sei entrato,
puoi andare perché sei restato,
puoi lasciare perché hai amato,
puoi morire perché hai vissuto.

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B) (13/05/2018)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=43198

Liberare per liberarsi

don Luciano Cantini

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B) (13/05/2018)

Gesù apparve agli Undici
Il testo di oggi fa parte di una aggiunta al vangelo di Marco che la comunità cristiana ha fatto intorno al secondo secolo [ritenuta canonica da sempre]. Lo scritto marciano termina con la scoperta del sepolcro vuoto di Gesù da parte delle donne che scappano spaventate e incredule; l’aggiunta finale riporta l’incredulità dei discepoli nonostante due apparizioni del Risorto a Maria Maddalena e a due discepoli in cammino (vv. 9-13), poi Gesù appare anche agli undici mentre erano a tavola e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto (v 14).
Dovremmo domandarci perché la comunità che è cresciuta intorno al vangelo di Marco ha ritenuto necessaria questa aggiunta che è sicuramente espressione dell’esperienza di fede. Quale consapevolezza aveva raggiunto quella comunità cristiana tanto da trasmetterla fino ai nostri giorni?
Il primo dato che emerge dai versetti che precedono il nostro testo è sicuramente la fatica del credere, l’incredulità difronte al Risorto, la durezza di cuore, l’incapacità a andare oltre le certezze acquisite, di superare i limiti dell’umano, liberarsi per raggiungere una visione altra della vita.
Nel momento in cui l’eternità tocca il tempo, l’infinito sfiora i limiti del nostro spazio, quando il divino si manifesta nell’umano, la vita supera la morte, c’è da rimanere sbigottiti, scardinati nelle certezze che i limiti di spazio e di tempo ci offrono. La nostra esperienza legata alle cose, alle relazioni, alle preoccupazioni di questo mondo finisce per indurire il cuore, privarlo della sua libertà, della capacità di andare oltre.
La necessità che la prima comunità cristiana ha percepito come comando del Signore per “liberarsi” è quello di “andare” per liberare.
Andate in tutto il mondo
La comunità marciana che in gran parte si è lasciata ispirare dagli scritti di Luca, nel testo della “missione universale” si avvicina discostandone dal testo parallelo di Matteo (28,19). Il comando andate è il medesimo, poi afferma in tutto il mondo (eis ton kosmon apanta) – mentre in Matteo si dice tutte le nazioni (panta ta ethnê) – e proclamate il Vangelo (kêryssô) – che è assai diverso dall’ammaestrate (matheteuô) – per arrivare a ogni creatura.
La Comunità cristiana vive della Missione che è la risposta necessaria all’incontro con il Signore che per primo si è mosso ed è andato incontro all’uomo; è continuazione della sua opera.
«Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (Evangelii gaudium, 49).
In un mondo globalizzato siamo chiamati a convivere con altri, che non hanno la nostra stessa fede o che non riconoscono neppure una dimensione spirituale dell’uomo. Significa confrontarsi con una realtà diventata post-cristiana in cui molteplici sono le ideologie, le etiche, i punti di riferimento. Non si tratta di inventare strategie e azioni “missionarie”, piuttosto di rivoluzionare le relazioni, rigenerarle perché non si inaridiscano ma abbiano un respiro davvero universale tale da raggiungere ogni creatura.
Questi saranno i segni
L’incredulità raccontata nei versetti precedenti, il rimprovero e la durezza del cuore testimoniano la consapevolezza della inadeguatezza umana della Comunità cristiana che, obbediente al comando di “andare” e “annunciare”, scopre la potenza dell’azione di Dio. Al di là del linguaggio con cui è espressa scopriamo come il vangelo sia efficace contro il male che affligge l’umanità (scacceranno demòni), la testimonianza è capace di superare le incomprensioni (parleranno lingue nuove), ma anche di relazionarsi con la diversità (prenderanno in mano serpenti) senza essere travolti dal pensiero mondano (se berranno qualche veleno, non recherà loro danno), anzi è capace di sanarne le contraddizioni e le ferite (imporranno le mani ai malati e questi guariranno).
Il Signore agiva
L’esperienza della comunità cristiana che trasuda dalle parole che ci ha tramandato sta proprio nella consapevolezza che il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano. Il Signore è sentito presente nella comunità nonostante si dica della sua assenza (fu elevato in cielo) e che siede alla destra di Dio. I limiti umani ci sono e sono pesanti, la comunità cristiana ne è consapevole ma non si chiude, prende coraggio, non aspetta la perfezione, di essere degna, si butta nella avventura con il mondo, allora può scoprire di non essere stata lasciata sola.

12345...88

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31