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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – ANDARE A CANA ENZO BIANCHI

https://combonianum.org/2019/01/17/commento-al-vangelo-della-domenica-ii-t-o/

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – ANDARE A CANA ENZO BIANCHI

Per chi comprende il brano evangelico delle nozze di Cana nella sua intenzione più profonda, risulta sempre imbarazzante sentirlo proclamare nelle celebrazioni dei matrimoni. Perché? Perché, se lo si legge attentamente, ci si accorge che mai appaiono in esso uno sposa e una sposa che agiscono o sigillano il loro matrimonio nell’alleanza. La sposa non è mai nominata, mentre allo sposo viene rivolta solo una volta la parola dal capo tavola, ma egli non ribatte: è una figura senza voce, senza carne, senza corpo, come se si sottraesse alla scena, lasciando lo spazio a un altro Sposo… Il protagonista di questa pagina è infatti Gesù, mentre gli altri personaggi sono presaentati solo in riferimento a lui: “la madre di Gesù”, “sua madre” (senza che si dica il nome Maria) e “i suoi discepoli”, testimoni silenziosi, ma che alla fine appariranno come la comunità, la sposa di quell’alleanza con lo Sposo Gesù, sigillata nel vino nuovo del Regno.

Cerchiamo dunque di comprendere questa “epifania”, questa manifestazione che nella festa dell’Epifania veniva cantata, insieme alle due altre, mediante l’antifona Tribus miraculis: il riconoscimento dei magi (manifestazione alle genti), il battesimo (manifestazione a Israele) e, appunto, le nozze di Cana (manifestazione alla chiesa). Si celebra dunque un matrimonio al quale è presente la madre di Gesù ed è invitato Gesù stesso insieme ai suoi discepoli. Siamo nel “terzo giorno”, espressione temporale che evoca il giorno della gloria del Gesù, giorno in cui egli si è mostrato Kýrios più che mai (cf. Mc 8,31 e par.; At 10,40, ecc.). La madre di Gesù è presenza, sta qui all’“inizio dei segni”, come sarà presenza, starà, alla fine dei segni, presso la croce (cf. Gv 19,25). Proprio in quanto madre di Gesù, presente a quell’ora, vedendo che in queste nozze non c’è vino, si rivolge a lui con audacia per dirgli: “Non hanno vino”. E se non vi è vino, come si potranno celebrare le nozze con la gioia necessaria alla festa? Penso sovente che se la chiesa in mezzo all’umanità svolgesse anche solo questa funzione di far notare al Signore che “non c’è vino”, non c’è gioia, questo sarebbe già da parte sua assolvere un ministero essenziale…
Nelle Scritture il vino è innanzitutto promessa di Dio stesso, dono della beatitudine e della gioia fatto al suo popolo. È il vino che rallegra il cuore dell’uomo (cf. Sal 103,15), ma anche il cuore di Dio (cf. Giudic 9,13 : ’Elohim), ed è proprio il vino che segnerà il banchetto escatologico promesso, attraverso il profeta, a tutti i popoli della terra, quel banchetto in cui si celebrerà la liberazione definitiva dalla morte (cf. Is 25,8): “Il Signore dell’universo imbandirà un banchetto, lo preparerà per tutti i popoli sul monte Sion, un banchetto di vivande scelte e vini eccellenti, di cibi gustosi e vini raffinati” (Is 25,6). È il vino che crea il clima dell’amore tra lo sposo e la sposa nella “cella vinaria” (Ct 2,4) del Cantico dei cantici, vino che scenderà come rigagnoli dalle colline della terra benedetta (cf. Gl 4,18). È il vino della gratuità, che fa trascendere la vita sotto il segno della necessità del pane, in un eccesso che chiama l’uomo e la donna fuori di sé. Per questo nel pasto lasciato da Gesù come suo memoriale ci sono il pane necessario e il vino gratuito (cf. Mc 14,22-24 e par.; 1Cor 11,23-25), perché l’umano deve sempre affermare l’uno e l’altro, sentirsi creatura bisognosa ma anche capace di creazione, di bellezza, di canto e di danza.
Non c’è dunque celebrazione di nozze senza vino, e la madre di Gesù per questo interviene. Ma la risposta di Gesù avviene tramite parole che creano una distanza, che le chiedono di restare al suo posto, perché in quanto madre fisica di Gesù non può pretendere nulla: “Che cosa c’è tra me e te, o donna?”. In altri termini, Gesù le sta dicendo che, se c’è qualcosa di suo proprio, non è certo il suo essere madre, ma qualcos’altro. Ed ecco che Maria da madre si fa discepola che ascolta, obbedisce al figlio e chiede agli altri di fare lo stesso: “Tutto quello che vi dirà, fatelo”. La madre, divenuta discepola, chiede che siano riservati a Gesù ascolto e obbedienza, nient’altro. Non può dire altre parole, perché è una donna credente, capace di ascolto, obbediente al Signore: è la prima discepola di Gesù.
A questo punto Gesù dà un segno in cui anticipa la sua ora, non ancora venuta, ma che giungerà solo alla croce, dove si celebreranno nozze di sangue. I servi di tavola subito gli obbediscono: portano sei giare piene di acqua, che serviva per la purificazione. Non vi è però più bisogno di quest’acqua, perché è la presenza dello Sposo a purificare tutti i convitati. Ed ecco che quell’acqua così abbondante, più di seicento litri, diventa vino per le nozze! Quantità e qualità eccezionali dicono che quel vino e più di semplice vino, è il vino dell’amore donato da Gesù ai suoi, è l’amore che non può più mancare. Noi ancora oggi continuiamo a bere di quel vino di Cana donatoci da Gesù, e alla sua tavola, quando celebriamo l’incontro con lui, l’adesione a lui, la fede in lui, celebriamo le nozze tra lui e la comunità cristiana, suo corpo. Come nelle nozze i due diventano “una sola carne” (Gen 2,24; Mc 10,7.8; Mt 19,5.6; Ef 5,31), così nell’eucaristia i credenti diventano carne di Cristo, Signore e Sposo, Sposo che si dà totalmente alla sua comunità. “Questo” – conclude l’evangelista – “fu l’inizio, il primo dei segni della manifestazione della gloria di Gesù, quando i suoi discepoli credettero in lui” e divennero la sua comunità, la sua sposa.
Perché è così potente e intrigante la metafora delle nozze? Perché più di altre esprime la verità dell’incarnazione: corpi che diventano un solo corpo, comunione e comunicazione nel canto dell’amore, nella sobria ebbrezza del vino. Il nostro linguaggio umano è limitato, soprattutto quando vuole alludere a realtà invisibili, e allora fa ricorso alle realtà più umane, umanissime: il mangiare, il bere vino, l’incontro dei corpi nella celebrazione dell’amore reciproco e della reciproca appartenenza. Siamo sempre invitati al banchetto di Cana, non per cercare uno sposo e una sposa che non ci sono, ma per essere noi coinvolti in questo incontro tra Cristo, Signore e Sposo, e la sua comunità. Si tratta di andare a Cana,

di cercare di vedere con occhi di fede,
di ascoltare le parole della fede,
di eseguire le parole dette da Gesù,
di gustare il vino del Regno
e di toccare, sì di toccare il corpo di Gesù.

Allora sentiremo che lui è in attesa di bere presto con noi il vino nuovo del Rgno (cf. Mc 14,25 e par.): l’ha bevuto sulla terra, l’ha lasciato a noi in dono eucaristico, ma lo berrà di nuovo con noi nella terra nuova, nel cielo nuovo (cf. Is 65,17; 66,22; 2P 3,13; Ap 21,1).

BATTESIMO DEL SIGNORE – ANNO C – IN FILA CON I PECCATORI – ENZO BIANCHI

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BATTESIMO DEL SIGNORE – ANNO C – IN FILA CON I PECCATORI – ENZO BIANCHI

Luca 3, 15-16.21-22

È la festa del battesimo di Gesù, della sua immersione da parte di Giovanni nel fiume Giordano: il primo atto di Gesù uomo maturo, la sua prima apparizione pubblica. Tutti i vangeli ricordano questo evento posto all’inizio del ministero di Gesù, e ciascuno lo narra in modo proprio: cerchiamo dunque di comprendere ed esplicitare le peculiarità del racconto di Luca.
Giovanni il Battista aveva annunciato un Veniente più forte di lui, che avrebbe immerso (cioè battezzato) non nelle acque del Giordano ma in Spirito santo e fuoco. E tuttavia questo Veniente, che è discepolo di Giovanni e porta il nome non ancora famoso di Jeshu‘a, Gesù, va anche lui a farsi battezzare. Luca sottolinea che egli fa questo insieme a “tutto il popolo”, espressione enfatica che vuole porre l’accento sul grande numero di giudei radunati da colui che “evangelizzava” (Lc 3,18), cioè annunciava la buona notizia, e che doveva “preparare al Signore un popolo ben disposto” (Lc 1,17). Solidale con quel popolo, uomo come tutti gli altri, mescolato alla folla anonima, in fila tra uomini e donne, senza nessuna volontà di distinzione dai peccatori, Gesù si fa immergere da Giovanni: uno del popolo, con il popolo, in mezzo al popolo, dove questo termine indica certamente la gente ordinaria, ma anche quel nuovo popolo che Dio sta radunando per farne il suo popolo per sempre. Gesù inizia così la sua vita pubblica: non con una predicazione, non con un miracolo, non con un’apparizione che potesse stupire e meravigliare i presenti, ma un gesto umano di umiltà, di sottomissione a Dio e di totale solidarietà con i suoi fratelli e sorelle peccatori.
Luca vuole anche mettere in evidenza ciò che accade a Gesù, ciò che diventa sua esperienza personalissima in quell’evento. A differenza degli altri vangeli rivela che Gesù riceve il battesimo mentre sta pregando, mentre riconosce la presenza e la signoria del suo Dio e Padre. Ecco la prima azione di Gesù nella sua vita pubblica: la preghiera! E nel vangelo secondo Luca la preghiera sarà anche l’ultima azione di Gesù in croce, prima di morire (cf. Lc 23,46). Cosa significa dunque pregare? Poche cose: fare silenzio, fare spazio dentro di sé per accogliere lo Spirito di Dio e ascoltare quella parola che Dio rivolge personalmente al credente. Questa e solo questa è la preghiera cristiana: non parole dette a Dio, non ripetizione di formule, non esercizio di affetti, ma silenzio, predisposizione di se stessi all’accoglienza della Parola e dello Spirito di Dio.
Avviene per Gesù ciò che avviene per la prima comunità dei discepoli, dopo la sua resurrezione, quando resterà in preghiera, farà spazio allo Spirito e riceverà il dono (cf. At 1,4; 2,1-12). Per questo Gesù, secondo Luca, parlando della preghiera e del suo esaudimento precisa: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,13). La preghiera cristiana è epiclesi dello Spirito e il suo esaudimento è il dono dello Spirito.
Gesù dunque si fa immergere da Giovanni ma soprattutto prega, appresta tutto il suo essere per farsi dimora dello Spirito santo, che solo Gesù “vede scendere” dal cielo sotto forma di colomba per dimorare in lui. È il segno dello Spirito di Dio che covava sulle acque al momento della creazione (cf. Gen 1,2), il segno della Shekinah, la Presenza del Dio vivente che dal cielo scende sulla terra. I cieli si aprono per questa discesa da Dio dello Spirito e, con lo Spirito, ecco risuonare la parola personalissima rivolta a Gesù: “Tu! Tu sei mio Figlio!”. Questa l’identità di Gesù: è il Figlio di Dio!
Per esplicitare questa proclamazione, il vangelo secondo Luca cita il salmo 2: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (v. 7), sicché questa voce non è una rivelazione per Gesù, che conosceva la sua relazione con il Padre (cf. Lc 2,49), ma piuttosto un’intronizzazione messianica all’inizio della sua missione. Nel vangelo secondo Marco la voce discesa dal cielo (ripresa da Matteo e da alcuni manoscritti di Luca) risuona in modo diverso: “Tu sei mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto!” (Mc 1,11; Mt 3,17). Oltre al salmo 2, viene qui echeggiata anche la dichiarazione del Signore sul suo Servo (“Ecco il mio Servo, … in lui mi sono compiaciuto”: Is 42,1). Sì, Dio si compiace, trova gioia nel suo Servo, come la trova nella sua venuta tra gli umani (cf. Lc 2,14). Anche nella trasfigurazione questa voce dal cielo scenderà per proclamare Gesù come Figlio di Dio, come Servo eletto al quale va l’ascolto, e confermarlo nel suo cammino verso la passione e la morte (cf. Lc 9,35).
Nessuno ascolta quella voce, nessuno vede scendere lo Spirito all’infuori di Gesù, che quell’evento potrà dunque proclamare con autorevolezza: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto e mi ha inviato a portare la buona notizia ai poveri” (Lc 4,18; Is 61,1). Il battesimo è dunque rivelazione della chiamata rivolta a Gesù, che lui realizzerà pienamente e puntualmente quale Messia, perciò Figlio di Dio, e quale Profeta, perciò Servo del Signore.
“Gesù aveva circa trent’anni” (Lc 3,23), annota Luca subito dopo, dunque ha trascorso molti anni di vita nascosta. Dal suo bar mitzwah, quando a dodici anni divenne “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-50), fino a questo evento di rivelazione, Gesù ha vissuto un’esistenza ordinaria, che a noi resta oscura. Inutile ricostruire con la fantasia e l’immaginazione quegli anni, per farne discendere una “spiritualità” di Gesù in famiglia, di Gesù operaio, di Gesù a Nazaret… Ci basti sapere che ha atteso, che non si è dato ruoli né una vocazione, ma che ha sempre saputo vivere l’oggi di Dio.
Siamo certi soltanto della sua obbedienza a Dio piuttosto che agli uomini e alla famiglia (cf. Lc 2,49; At 5,29); della sua disponibilità a fare posto nella propria vita e nel proprio corpo allo Spirito santo, “il suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea); del suo esercitarsi nell’arte dell’ascolto della Parola di Dio, che egli trovava nell’assiduità alle sante Scritture; del suo farsi discepolo mettendosi alla sequela di Giovanni, rabbi e profeta; del suo fare discernimento della propria vocazione e missione. Questo fino a circa trent’anni, quando ormai era un uomo maturo e, per il suo tempo, avanti negli anni. E quando il suo maestro Giovanni fu imprigionato da Erode (cf. Lc 3,19-20), ecco venuta la sua ora, l’ora di far risuonare la sua parola, l’ora di proclamare il Vangelo, l’ora di percorrere le vie della Galilea e della Giudea “passando tra gli umani facendo il bene” (cf. At 10,38) e facendo arretrare il diavolo.
Questo cammino va dall’immersione nelle acque del Giordano all’immersione nelle acque della passione e della morte (cf. Sal 69,2-3). E anche nell’ora della morte Gesù sarà crocifisso in mezzo a due malfattori (cf. Lc 22,37; 23,33; Is 53,12), solidale con i peccatori, come lo era stato per tutta la vita. Li aveva preferiti ai giusti, facendosi battezzare insieme a loro da Giovanni; li preferirà ancora ai giusti morendo in croce tra di loro, ma arrivando a promettere proprio a uno di loro: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). E appena morto sentirà di nuovo la voce del Padre: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato”, voce che lo richiama dai morti, Spirito santo che lo rialza alla vita eterna. L’Apostolo Paolo rileggerà questa storia in modo sintetico all’inizio della Lettera ai Romani: “Cristo Gesù, … Figlio di Dio, nato dalla stirpe di David secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito santo, attraverso la resurrezione dei morti” (Rm 1,1.3-4).
La festa del battesimo di Gesù è l’ultima manifestazione-epifania del tempo di Natale. Venendo nel mondo, Gesù si è manifestato a Betlemme ai pastori, ai poveri di Israele; si è manifestato come Re dei giudei ai sapienti venuti dall’oriente, alle genti della terra; e all’inizio del suo ministero pubblico si è manifestato a tutto Israele quale Messia e Figlio di Dio. Dalla prossima domenica, attraverso la lettura cursiva del vangelo secondo Luca, la chiesa ci chiederà di seguire Gesù verso la sua Pasqua, “il suo esodo che dovrà compiersi a Gerusalemme” (Lc 9,31).

http://www.monasterodibose.it

 

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2019)

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MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2019)

Si stupirono
don Luciano Cantini

Andarono, senza indugio, e trovarono
Il vescovo Lancelot Andrewes (1555-1626) nel suo sermone per il Natale 1618 osserva: «Nel messaggio dell’angelo ci sono due parti: “La nascita, e. il ritrovamento”. Perché questa è una festa doppia: non solo la festa della sua nascita, ma anche la festa del suo “ritrovamento”. Per questo l’angelo non conclude l’annuncio con è nato per voi, ma dice altro: “lo troverete”. Non basta dire Cristo è nato, ma, per ricavare un vantaggio da questa nascita, noi dobbiamo “trovarlo”. È nato è la parte che fa lui: lo “troverete” è la nostra. Se non lo troviamo è come se non fosse nato. Per noi, per tutti. Nasce per noi quando lo si conosce».
Una vecchia storiella ebraica racconta di un bambino che piangendo corre dal nonno perché il suo compagno di gioco lo ha piantato in asso: stavano giocando a nascondino e siccome si era nascosto molto bene, l’altro smette di cercarlo. Il nonno gli dà ragione: Non si fa così! Ma noi con Dio facciamo la stessa cosa. Lui si nasconde e noi smettiamo di cercarlo.
Quanti di noi, delusi o disgustati abbiamo abbandonato il gioco della vita: il senso vero della esistenza, ciò che la rende autentica è proprio la continua ricerca. Mentre Dio si nasconde perché lo cerchiamo, contemporaneamente è lui che ci cerca perché ricominciamo a cercarlo; ci corre dietro, perché diventiamo capaci di trovarlo.
Ho cercato l’amore dell’anima mia; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amore dell’anima mia. L’ho cercato, ma non l’ho trovato (Ct 3,1-2).
I pastori non erano persone con qualità particolari, anzi non godevano di molta considerazione. ma erano svegli – vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge (Lc 2,8) – quando l’angelo è passato e si sono messi alla ricerca del Bambino.
I pastori ci insegnano che solo se usciamo da noi stessi, se ci liberiamo dai nostri pregiudizi, se accettiamo la fatica di camminare nella notte della nostra vita avremo la sorpresa di trovare.
Troveremo un neonato in fasce che è Dio, una Donna che si è fidata di qualcuno più grande di lei, un Uomo che in mezzo a dubbi e domande, sa accettare la sfida a percorrere una strada umanamente difficile.
Riferirono ciò che del bambino era stato detto loro
Cosa davvero sia successo è difficile dirlo, l’immagine che il vangelo di Luca ci offre è fantasiosa e ricca di immagini simboliche, gli angeli, la luce, la gloria di Dio…, ma la differenza tra la realtà ipotizzata e l’enfasi del racconto ci dà la misura della fede di chi ha vissuto i fatti, di chi li ha raccontati, uditi e raccontati ancora fino a diventare scritti, raccolti e tramandati. Ecco, quella fede aiuta a non credere nelle favole ma aiuta la nostra fede a vivere l’oggi e scoprirne i segni dell’azione di Dio. I pastori “dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”, ciò che hanno udito e visto diventa testimonianza.
Noi ascoltiamo solo ciò che è urlato forte e vedimo quello che abbaglia, invece ci è chiesto di gustare l’amore di Dio per noi che non è urlato e non abbaglia. L’importante è non rimanere fermi e lontani, come il gregge che è rimasto a dormire ignaro di ogni cosa perché il freddo, il buio, la fatica del cercare nella notte è ripagata dalla scoperta del Dio fatto uomo, piccolo e debole come ciascuno di noi e ci sentiamo accompagnati.
Si stupirono
Il racconto dei pastori stupisce tutti e lo stupore coinvolge tutti: chi ascolta e chi racconta anche se il fatto fa parte della natura delle cose: un bimbo appena nato, capace solo di dormire e strillare. Eppure tutti escono arricchiti da questo incontro con il bambino, col silenzio di Maria e Giuseppe, le parole dei pastori che riecheggiano quelle degli angeli: ognuno ha qualche cosa da annunciare e qualcosa da udire e vedere. Lo stupore non è sufficiente, passa rapidamente scalzato da altre emozioni e da altri sentimenti, è necessario che le parole (che diventano la Parola) si radichino nel cuore dell’uomo, come Maria che da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.

3 DOMENICA DI AVVENTO

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3 DOMENICA DI AVVENTO

Dal Vangelo secondo Luca (3,10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva loro: “Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi, che cosa dobbiamo fare?”. Rispose loro: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”. Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
La gioia della conversione
La terza Domenica d’avvento è chiamata domenica Gaudete a partire dalle parole dell’antifona di ingresso: rallegratevi sempre nel Signore (Gaudete in Domino semper). La gioia, l’esultanza, l’allegria sono il lessico che colora e domina le letture di questa Domenica che già comincia a vedere l’alba della venuta del Signore. La gioia è legata alla presenza del Signore, ha la sua origine nella relazione con il Signore e si manifesta in un comportamento conseguente. Per il testo del vangelo la conversione stessa, per quanto a caro prezzo, è azione di gioia, è frutto di gioia e produce gioia perché è possibile a tutti. La missione di Giovanni è “preparare le vie del Signore dando al popolo la conoscenza della salvezza nel perdono dei peccati grazie alle viscere di misericordia di Dio” (Lc 1,76-79). Giovanni annuncia il vangelo, che è il Veniente, proprio nel presentare vie concrete di salvezza.
“…le folle interrogavano Giovanni, dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”
Giovanni davanti a questa domanda chiede di assumere un comportamento nuovo all’interno dell’oggi della propria vita, tale da preparare alla venuta del Signore. Giovanni ha davanti tre gruppi di persone e chiede al primo gruppo di condividere vesti e cibo con chi è nel bisogno, perché privo di essi. Quello che devono fare è imparare a vedere il bisogno dell’altro e a rispondere a ciò con il dono, la condivisione e la spartizione di ciò che si ha, conservando per sé solo il necessario.
La risposta data agli altri due gruppi ha una costante: si pone loro un limite nella loro professione. Ai primi si chiede di non esigere al di là del dovuto; ai secondi di non abusare del potere posto nelle loro mani per arricchirsi. L’espressione della conversione per i pubblicani è l’essere onesti e non pretendere dagli altri più di quello che è fissato. Ecco c’è un limite da porre: non pretendere quello che l’altro non può darmi perché non può, non ci riesce, non ce la fa. Ai soldati si chiede di non abusare della propria condizione di forza e di potere per arricchirsi. Di non fare ricorso alla violenza per avere dei guadagni. Come la condivisione richiede l’intelligenza del bisogno altrui, come il non esigere richiede l’intelligenza del limite delle proprie pretese, limite rappresentato dall’altro, così il non abusare richiede l’intelligenza della vulnerabilità propria e altrui. Questa intelligenza è la capacità di sopportare le nostre debolezze, le nostre fragilità e riconoscere le capacità che abbiamo di essere violenti.
Le risposte di Giovanni sembrano banali, cose da poco, ma Luca sottolinea come la conversione passa attraverso i piccoli gesti del quotidiano e proprio quel quotidiano si impregna di salvezza rendendo possibile al Regno di Dio di prendere spazio. I gesti della quotidianità possono avere un valore salvifico, possono avere un sapore evangelico. Tra l’altro è stranissimo che agli esattori e ai soldati, il cui lavoro stesso li faceva considerare pubblici peccatori o collaboratori dei romani, Giovanni non chieda di cambiare mestiere, ma di viverlo in modo nuovo. Basta un gesto semplice, un bicchiere di acqua fresca dirà Gesù, per entrare nella salvezza che è saper dare un volto nuovo alle piccole cose che viviamo, saper ridipingere il nostro quotidiano della luce del Vangelo, ma occorre cambiare mentalità e cuore perché solo allora anche le piccole cose diventano diverse. Giovanni, accogliendo le loro domande e cercando una risposta non astratta, non generica ma inserita in quella vita (perché a essa fosse possibile quella conversione necessaria per prepararsi alla venuta del Signore), comunica loro quanto siano preziosi per Dio, proclama che a Dio interessano. Per questo il messaggio di Giovanni è felice annuncio e prepara quello di Gesù, perchè annuncia una presenza e una venuta di Dio nel nostro oggi, dove siamo, in questo amore sconfinato del Padre per la nostra vita tanto da farne la dimora per il Figlio.
“Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali”.
Giovanni può avere una parola autorevole su quello che c’è da fare, perché nella sua carne si è inscritto quel limite che ora insegna agli altri. Dinanzi all’attesa del popolo circa il Messia, Giovanni sa stare al suo posto. Non usa della sua autorevolezza per sedurre, per affascinare, per manipolare, per impadronirsi delle persone. Non si sostituisce al Veniente, non occupa tutto lo spazio, non cattura lo sguardo su di sé ma lo orienta altrove, al Veniente. La sua gioia è tutta qui. Giovanni e le folle si avvicinano nella comune attesa del Veniente, ma Giovanni le libera da sé. Il suo amore libera l’altro dalla dipendenza e sottomissione a sé e lo apre a quell’incontro con il Signore nella gioia semplice di sapersi strumento e semplicemente amico che gode della gioia dell’altro, delle nozze tra Dio e l’uomo che si compiono nella venuta di Gesù: “Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l`amico dello sposo, che è presente e l`ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. 30 Egli deve crescere e io invece diminuire”.

Sorelle Povere di Santa Chiara
Monastero Santa Maria Maddalena

II DOMENICA DI AVVENTO (C) COMMENTO

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II DOMENICA DI AVVENTO (C) COMMENTO

Lavori in corso

commento di Antonio Savone

A contatto con il Dio che raggira la via dell’ufficialità. È qui che ci porta la liturgia della II Domenica di Avvento, mentre ci chiede di farci pellegrini verso il deserto. Chi l’avrebbe mai detto che Dio potesse rivelarsi a un uomo che per scelta decide di collocarsi nel luogo dell’anti-apparenza e dell’irrilevanza qual è un deserto? Il luogo che per eccellenza è il simbolo del silenzio diventa il luogo da cui parte un messaggio di rinnovamento. Sempre così: il deserto rappresenta una sorta di terapia di riabilitazione usata da Dio quando vengono meno gli abituali punti di riferimento. Se da una parte il frequentare il deserto è invito a misurarsi con ciò che conta davvero, esso è altresì invito ad una esperienza di condivisione: chi si avventura da solo è presto destinato a scomparire. Non scontata la scelta del deserto: non poche volte, infatti, pur di evitare il confronto con gli interrogativi di fondo dell’esistenza, è più seducente rincorrere altre proposte che, se immediatamente sono più allettanti, non tardano a diventare vere e proprie forme di schiavitù.
Mentre la storia ufficiale sembra procedere inalterata, per il suo corso, Dio sceglie figure a tutta prima marginali per dischiudere nuovi orizzonti di senso. Dio parla e si rivolge a chi ha scelto di non appesantire il suo cuore da cose inutili, a chi, pur abitando nella zona più profonda della terra (com’era la regione del Giordano), non ha smesso il desiderio di cose vere.
Riempie il cuore di speranza ascoltare un brano come quello del vangelo. Mentre tutto lascerebbe pensare che le cose non possano cambiare, quando in maniera rassegnata ci ritroviamo a registrare solo smentite e disfatte, Dio non resta spettatore muto e già va intessendo una nuova trama, quella che sa intravedere e riconoscere chi non teme di abbandonare le risposte obsolete dei palazzi e muove i passi là dove qualcuno propone un messaggio che ha plasmato non poco la sua persona e la sua vicenda. A dare una svolta alla storia non sarà Tiberio, non sarà Erode, non saranno Anna e Caifa: sarà proprio colui per il quale costoro non muoveranno un dito perché possa vedere salvata la sua esistenza. Anzi.
Per questo è necessario imparare a leggere la storia attraverso la trama e l’ordito: la complessità delle nostre vicende non è mai un impedimento al compiersi della parola di Dio. D’ora in avanti, capitale di un possibile riscatto non saranno più i centri del potere ma chi è completamente libero da condizionamenti e compromessi.
Preparate la via del Signore…
La proposta di Giovanni è una sorta di “lavori in corso” mai del tutto compiuti. E proprio come quando si tratta di delineare un nuovo percorso, è necessario individuare le voragini delle nostre paure che sono da colmare, ciò che sembra insormontabile e che invece è da abbassare, ciò che è contorto ed è da raddrizzare.
Non dimentichiamolo: non è da chissà quali strategie politiche che riparte la vita di un popolo; non è da chissà quali riforme dall’alto che conosciamo il rinnovamento della vita ecclesiale. I segni del nuovo cominciano da un uomo – Giovanni, figlio di Zaccaria – che si lascia trasformare – lui, personalmente – dalla parola di Dio.
Anche se la sua situazione storica ha un carattere deprimente e la politica religiosa tocca il fondo dello squallore, Giovanni non si lascia distogliere dall’abitare il deserto come luogo di verità e di essenzialità. Non fuori dalla storia e neppure sotto i riflettori. A lungo la sua voce risuonerà nel nascondimento e nella marginalità, ma il lavoro operato dentro di lui lo renderà capace di chiedere conversione e di indicare ad altri la via per vedere la salvezza di Dio. È proprio questo acconsentire al fatto che la parola trasformi lui, che gli conferisce autorevolezza in un contesto in cui l’autorità è rappresentata da altri che, tuttavia, non sono all’altezza della situazione.
Accostare quest’oggi la figura di Giovanni significa per noi accogliere come provocazione l’invito a:
non rifuggire il momento presente (caro salutis cardo: è la carne, la storia, il cardine della salvezza)
essere sobri nella vita (frequentare il deserto),
rimuovere ogni prevaricazione (ogni colle sia abbassato),
non vivere ripiegati su se stessi (ogni valle sia colmata)

I DOMENICA DI AVVENTO (C) LECTIO

https://combonianum.org/2018/11/29/i-domenica-di-avvento-c-lectio/

I DOMENICA DI AVVENTO (C) LECTIO

Dal Vangelo secondo Luca (21,25-28.35-36)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

Alzate il capo e contemplate
Inizia con questa domenica il tempo di Avvento, il tempo in cui rinnoviamo la nostra attesa, ma anche ridestiamo e affiniamo i nostri sensi per cogliere i segni della venuta e della presenza del Signore. La speranza del ritorno del Signore determina l’essere del cristiano e della chiesa, fa stare in un certo modo nella storia e nello spazio. L’avvento ci mette in cammino e dobbiamo alleggerirci di ciò che è d’intralcio in questa corsa. Si tratta di ridestarsi da uno stato di dissipazione e distrazione per ritrovare l’orientamento verso il Signore che viene.
A questo movimento interiore è chiamata anche tutta la comunità cristiana a ritrovare una unificazione: la comunità ritrova unità e orientamento nel convertirsi insieme verso il Signore che viene, non altrove. Il tempo liturgico dell’avvento però non ha una connotazione penitenziale come la quaresima, ma la gioia è la sua colorazione, la sua nota dominante. Il felice annuncio della venuta del Signore suscita una vigile corsa nella comunità cristiana e nella vita del discepolo.
” …risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.
Il cristiano nel giorno del giudizio è rappresentato non prostrato a terra, in adorazione del sovrano che torna avvolto di gloria e splendore, né schiacciato da insicurezza e paura dinanzi al padrone di casa. È uno eretto, nella postura dell’umano liberato e libero che guarda Gesù negli occhi, da fratello, amico, senza paura. Una posizione eretta. Questa immagine dello stare in piedi parla di una liberazione dalle schiavitù che ci fanno stare col capo chinato per entrare in una relazione ben precisa con chi ci vuole guardare negli occhi.
All’interno della relazione di fede in Gesù, della sequela dietro lui, il cristiano è chiamato a crescere nella propria soggettività umana, nel dare forma umana al suo essere uomo, vivendo da persona che “sta in piedi”, risorta e responsabile della vita che gli è data. L’attesa di Colui che viene è l’apprendistato e l’esperienza di questa libertà. Il cristiano dopo una lunga vigilia nella preghiera può accogliere in piedi e a testa alta il Figlio dell’uomo la cui venuta segna la fine di tutte le prove che avrà dovuto patire. La condotta del cristiano non è ispirata dalla paura ma dalla speranza che sa cogliere una parola, una relazione di salvezza dentro ai drammi della vita.
Si parla di raddrizzarsi, di alzare il capo e di stare in piedi; si dice di fare attenzione a sé, di non dormire, di pregare. La finalità dello stare attenti a sé è la resistenza allo stordimento interiore e alla perdita di consapevolezza del tempo che si vive, quindi la lotta contro la dissipazione, distrazione, frammentazione; il non dormire mediante la preghiera ha come finalità di sfuggire a quel che sta per accadere, il che non vuol dire restare al di fuori degli sconvolgimenti storici e cosmici, ma sottrarsi alla perdita d’orientamento che non ci permette di ritrovare il Signore che regna sul nostro oggi sul nostro futuro.
“ State attenti a voi stessi”.
Il movimento di “attenzione verso di sé” chiede da un lato di imparare ad ascoltare, quella che Francesco e Chiara chiamano, la “divina ispirazione”; dall’altro lato chiede di imparare a discernere ciò che nel cuore si oppone alla Scrittura, al Vangelo. Così il movimento di rivolgersi a sé, per vedere cosa c’è in noi, è finalizzato al movimento di rivolgersi a Dio che parla perché l’ascolto richiede la consapevolezza di sé. Questo è il primo movimento per tornare a essere responsabili della propria vita. È la premessa perché io decida di fare qualcosa di me sapendo che l’unico potere che ho è quello su me stesso.
C’è un lavoro da fare dentro di noi per risvegliare l’attesa del Signore che viene, impedendo che i cuori si appesantiscano. La dissipazione serve per rimanere tranquilli nella falsità: presi da mille cose non si vede più la realtà nella sua verità anche di pericolo. C’è un affanno nella vita che distoglie il credente dal far maturare, crescere in sé il s
“Vigilate in ogni momento pregando”
La vigilanza si lega alla preghiera come modalità per abitare il tempo nell’attesa, come modalità per riscattare il tempo dalla sua insensatezza. La vigilanza nella preghiera è lotta, esercizio di lucidità su di sé e sulla storia contro la tentazione dell’intontimento e dell’istupidimento, come azione del pensare la propria esistenza con i pensieri di Dio in Cristo. La lucidità su di sé va vissuta nel contempo imparando a guardare sé e gli altri con lo sguardo del Padre in Gesù.
Vivendo alla presenza del Signore nell’oggi, sapendo che in ogni momento ci viene incontro, ci prepariamo a incontrarlo alla sua venuta. Il cammino di alleggerimento richiesto da una vigile corsa richiede allora di restaurare uno spazio vuoto in ciascuno di noi e nella comunità da tutte quelle realtà che lo occupano in maniera abusiva e ci distraggono dall’essenziale, perché ci sia un vuoto in cui può risuonare e farci suoi il Signore che viene.

 

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – « ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO VENIRE SULLE NUBI DEL CIELO”

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – « ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO VENIRE SULLE NUBI DEL CIELO”

Carissimi fratelli e sorelle,

approssimandosi la fine dell’anno liturgico che si concluderà domenica prossima con la Solennità di Cristo Re, la Chiesa ci invita a riflettere su quelle che sono le verità ultime, dalla Solennità dei Santi – possiamo dire – la Chiesa ci parla di quelli che chiamiamo Novissimi: morte, giudizio, purgatorio, paradiso, inferno, fine del mondo, giudizio universale.
Ma prima di entrare nel merito vorrei affrontare un punto difficile che emerge dall’odierno Vangelo: Gesù parlando ai suoi della fine del mondo dice una frase oscura: “Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”. A causa di questa frase alcuni rimangono fortemente perplessi sulla divinità di Gesù Cristo per il ragionamento che spontaneamente viene da fare dicendo: “Ma se Gesù è Dio come poteva non conoscere quella data?” Alcuni poi passano dalla perplessità alla negazione della sua divinità.
Allora è bene che noi conosciamo i criteri di lettura della Bibbia e quindi degli stessi Vangeli che ne sono il cuore. Il criterio fondamentale con cui noi cattolici leggiamo la Scrittura – non dobbiamo mai dimenticarcelo! – è la fede! Cioè noi leggiamo la Scrittura nella precomprensione del deposito della nostra fede, fede che ci è stata trasmessa dagli Apostoli. Per cui se un brano biblico sembrerebbe affermarmi una qualunque cosa che è nettamente contraria alla mia fede, io devo cercare altre possibili interpretazioni del brano e, se non ne trovassi, dovrei ammettere con umiltà di trovarmi davanti ad un passo oscuro, che non capisco e di fronte al quale faccio il mio atto di fede in quello che Santa Madre Chiesa mi ha trasmesso, rifiutandone categoricamente una interpretazione non conforme alla fede.
Ciò premesso, quale spiegazione conforme alla nostra fede potremmo dare a questo passo oscuro? Dobbiamo innanzi tutto partire dal dato di fede per cui noi crediamo che Gesù Cristo è Dio con il Padre e lo Spirito Santo e in quanto Dio non poteva non sapere qualcosa e quindi Lui sapeva benissimo quella data.
Ma allora Gesù Cristo avrebbe detto una bugia? Impossibile, Lui è la “Verità” (Gv 14,6)! Dio non può mentire né ingannare nessuno! E questo appunto perché Dio, infatti Dio, essendo perfettissimo, non può mentire perché se mentisse non sarebbe perfetto!
E allora? La Chiesa ha sempre interpretato questo passo difficile supponendo che Gesù poté affermare di non sapere in quanto in Lui sussistevano due conoscenze: una umana e una divina e quindi Lui in quanto Dio conosceva tutto, in quanto uomo doveva imparare, così come imparò a leggere e a scrivere, come imparò l’umile arte del falegname e tante altre cose. Quella data, dunque, da Lui conosciuta in quanto Dio, gli era ignota in quanto uomo. La coesistenza di queste due conoscenze è un mistero: è il mistero dell’incarnazione! Come può Dio essere anche vero uomo? Di fronte a questo mistero possiamo solo inginocchiarci e adorare!
Ma chiediamoci anche: Perché il Signore Gesù non ci ha rivelato quella data? Evidentemente perché il Padre non gli aveva dato questo compito e non glielo diede perché questa conoscenza non ci serviva, anzi averla sarebbe stato per noi terribile e controproducente. Pensateci un po’: cosa avrebbe significato per l’umanità conoscere che la fine del mondo sarebbe avvenuta, non so, magari nel 3589 d.C.? Sarebbero accadute due cose: per tutte le persone delle epoche precedenti quella data, si sarebbe persa l’atmosfera spirituale dell’attesa amorosa e per la generazione vivente a quella data, l’attesa si potrebbe tramutare in terrore, ansia e angoscia per molti e in ogni caso avrebbe messo quest’ultima generazione in una condizione di privilegio in quanto, sapendo la data della fine, avrebbero potuto anche prepararsi ad essa convertendosi a Dio e al suo Cristo che viene a chiudere la storia, e questo per la sola paura di finire all’inferno. Ma Dio vuole che noi ci avviciniamo a Lui per amore e non per terrore!
Chiarito tutto questo, volevo farvi osservare come sia la prima lettura tratta dal libro di Daniele, sia il discorso di Gesù riportato dal Vangelo di oggi sono espressi in un linguaggio apocalittico, si tratta di un genere letterario caratterizzato da immagini molto forti e terrificanti che parla di terremoti, catastrofi planetarie, eventi terrificanti. Questo stile letterario nacque nel terribile periodo della persecuzione greca, in tempo di oppressione e di martirio circa nel II° secolo a. C., si sviluppò poi nella persecuzione romana di Nerone e ha nel libro dell’Apocalisse di S. Giovanni la sua massima espressione biblica. Questo stile letterario voleva, tramite un linguaggio così vivo e sconvolgente, trasmettere ai fedeli che vivevano momenti di terrore, la certezza della signoria di Dio sulla storia, è quindi animato da una grande speranza e vuole infondere fiducia nell’intervento definitivo di Dio, rivelando (apocalisse=rivelazione) il vero senso della storia dell’umanità.
Cerchiamo ora di giungere a qualcosa di concreto per la nostra vita spirituale, mettendoci di fronte con fede e con amore alla Parola ascoltata che oggi ci ha ricordato come quel Gesù che ha donato la sua vita per noi sulla croce e che ora “si è assiso alla destra di Dio” (seconda lettura) un giorno ritornerà a chiudere la storia dell’umanità. Di fronte a questa affermazione della nostra fede, viene spontaneo domandarvi e domandare innanzi tutto a me stesso: Ma ci crediamo a questo? Crediamo veramente che Gesù tornerà a chiudere la storia? Ogni domenica lo affermiamo nel “Credo”, ma ci crediamo veramente?
Io spero di sì! E così dolce il pensiero che Lui tornerà! È venuto nell’umiltà del presepe, è vissuto nella povertà, è morto nudo e martoriato su un pezzo di legno per me. Se lo amiamo veramente come non gioire al pensiero che tornerà e tornerà non più così, ma nella potenza del suo splendore e della sua onnipotenza divina (cfr. 1Cor 15,23-28; Fil 2,10; Rm 14,11)? Come non gioire al pensiero che anche le ginocchia più recalcitranti dovranno piegarsi (1Cor 15,24)
Oggetto della speranza cristiana è rivedere il Signore andando “incontro a Lui sulle nubi del cielo” (1Ts 4,17). Vedete, i primi cristiani subirono la fortissima delusione di non vederLo venire, credevano infatti che il suo ritorno fosse imminente, interpretando male alcune frasi di Gesù nelle quali Egli sembra affermare questo. Una di queste frasi è quella odierna, quando Gesù dice che “non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute”. L’equivoco nacque dal fatto che nel discorso di Gesù s’incrociano la visione della distruzione prossima di Gerusalemme ad opera della potenza romana con quella della fine del mondo. Altri passi della Scrittura poi contribuirono ad acuire l’equivoco. Ad esempio: “Sì, verrò presto!” (Ap 22,20) o quella frase che Gesù stesso disse agli Apostoli nel cenacolo: “Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete” (Gv 16,16). Ma Gesù poteva affermare che sarebbe tornato presto perché “davanti al Lui un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2Pt 3,8).
E noi – carissimi fratelli e sorelle – possiamo dire che siamo i figli spirituali di quei cristiani delusi, perché al suo ritorno ormai non ci pensiamo più, non è vero forse? Sì, diciamo di crederci recitando settimanalmente il Credo, lo affermiamo anche dopo ogni consacrazione eucaristica quando diciamo: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”, ma siamo “sinceri” quando lo affermiamo? Il nostro sguardo, il nostro cuore, la nostra persona è proiettata verso quel giorno, sospiriamo quel giorno, preghiamo perché quel giorno venga presto?
Sì, che venga presto quel giorno! Il giorno quando – finalmente! – Lui trionferà, quando sarà inaugurato il suo Regno eterno d’amore e dove noi regneremo con Lui (cfr. Lc 22,30; Mt 25,34; Ap 2,26). Se veramente Lo amiamo non possiamo non fare nostro il grido della Chiesa che in ogni sua preghiera, in ogni sua celebrazione sospira verso quel giorno. La stessa Bibbia si conclude con questo grido di speranza, di attesa, di amore: “Lo Spirito e la Chiesa dicono: Vieni!” invitando ogni fedele ad unirsi ad esso: “Chi ascolta ripeta: Vieni!” (Ap 22,17), “Marana tha: Vieni, o Signore!” (1Cor 16,22).
La vivacità della speranza nel Suo ritorno è il termometro della nostra fede e la misura del nostro amore per Lui. Diamo a Gesù la gioia di vedersi atteso con amore, desiderato, sospirato, Lui viene infatti innanzi tutto “per coloro che lo attendono con amore” (2Tm 4,8). Quel giorno è principalmente il giorno della nostra festa e della nostra gioia! Non lasciamoci sviare dal linguaggio apocalittico che può essere da noi equivocato e indurci a sentimenti di terrore, di paura, di angoscia. No! Non può esserci paura e angoscia nel cuore di chi Lo ama!
Alcune volte mi sono sentito dire: “Sì, padre, lei ha ragione, ma come desiderare quel giorno quando nel cuore porto l’angoscia per il fatto che i miei cari non credono e vivono nel peccato? Che ne sarà di mio figlio che è miscredente?” Questi sono ragionamenti totalmente umani, apparentemente giusti che portano in sé però il limite di una piccola fede in quell’amore infinito che Lui ci porta e che quindi porta verso i nostri cari. E, come ci ricorda s. Pietro, “il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9). A quell’amore misericordioso del Signore Gesù dunque noi affidiamo tutti i nostri cari e tutte le persone umane pregando e sospirando che Lui torni presto per inaugurare il Suo regno di giustizia, di pace e d’amore.
D’altra parte, mai dobbiamo dimenticarci che, se avvolta nel mistero è quella data del Suo ritorno e nessuno sa se ne sarà testimone, tutti sappiamo con certezza che la nostra vita è sempre incerta, potendo ogni ora, ogni istante essere l’ultimo di essa o di quella dei nostri cari. Per questo il desiderio di vedere presto il Signore nel suo ritorno glorioso e trionfante è la preparazione migliore alla nostra morte, giorno in cui Lui ci prenderà con sé per essere sempre con Lui (cfr. Gv 14,3).
Maria SSma che fra poco, nel prossimo tempo dell’Avvento, contempleremo Immacolata e in attesa del parto verginale, ci comunichi quell’ardente desiderio che pulsava nel suo Cuore, il desiderio di vedere il volto di Gesù, suo Figlio Divino e nostro Salvatore.

Amen.

 

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – “HA DATO PIÙ DI TUTTI”

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – “HA DATO PIÙ DI TUTTI”

Carissimi fratelli e sorelle,

ci avviamo verso la fine di questo anno liturgico e già appare, nella Liturgia della Parola, l’accenno all’evento finale della storia di questo nostro mondo, che è il ritorno glorioso di Gesù, “senza più nessuna relazione col peccato” – come ci ha ricordato la Lettera agli Ebrei – ritorno che avverrà soprattutto per “coloro che l’aspettano per la loro salvezza”, salvezza intesa in senso pieno e totale come realizzazione piena del proprio essere e non semplicemente e solo come salvezza dall’inferno, dalla dannazione.
La prima volta è venuto in relazione al peccato: per prendere su di sé i nostri peccati e stracciare, con il suo corpo straziato e martoriato, “il documento scritto del nostro debito” (Col 2,14). La seconda volta verrà per consegnare il premio – che è Lui stesso – a coloro che “attendono con amore la sua manifestazione” (2Tm 4,8).
Una domanda per scavare nel nostro spirito e vedere se troviamo l’acqua viva (cf Gv 4,14; 7,38) dell’amore o l’acqua stantia della tiepidezza: il ritorno di Gesù è oggetto di una mia reale amorosa attesa?
Lasciamo ora questo argomento in quanto avremo modo di riprenderlo nelle prossime domeniche di questo finale dell’anno liturgico e, soprattutto, poi, ne prossimo Tempo di Avvento, e veniamo al resto della Liturgia della Parola che oggi ha come suo centro due vedove: l’ospitalità della prima viene compensata dal miracolo di Elia (prima lettura) e l’umile generosità della seconda merita da Gesù un elogio che non ha l’eguale (Vangelo).
Ciò che accomuna le due vedove è sia la situazione di povertà: povertà affettiva perché private, con la morte, dall’affetto e vicinanza del marito e povertà effettiva, perché oltre tutto sono prive di beni materiali ed entrambe sono poverissime; sia la grande generosità d’animo: entrambe sono capace di dare tutto, e dando tutto, danno se stesse, si consegnano generosamente non tenendo nulla per sé fidandosi della Provvidenza del buon Dio.
Entrambe quindi ci danno una lezione di amore, di amore vero e l’amore è vero solo quando rende la persona capace di dare se stessa e non semplicemente delle cose, quando ciò che diamo tocca la nostra persona, allora e solo allora stiamo veramente amando. Finché stiamo dando il superfluo, il sovra più non abbiamo ancora verificato la nostra capacità di amare, essa si verifica e si attua solo nella donazione di qualcosa che ci tocchi, qualcosa quindi che non sia superfluo, cioè qualcosa che se ne possa fare a meno senza esserne toccato, bisogna che quel qualcosa che dono produca un vuoto in me, faccia sentire la sua mancanza. Quando noi siamo capaci di dare qualcosa che ci costa, allora stiamo amando sul serio e quella cosa che stiamo dando diventa segno di quell’amore più o meno grande che ha motivato il gesto, per cui la cosa donata diventa segno della persona stessa che nel dono dona se stessa. Certamente quanto più il dono costerà alla persona, quanto più la cosa donata era necessaria, quanto più amore occorrerà per donarla. Entrambe le nostre vedove dando tutto ciò che posseggono, danno se stesse, perché si privano di ciò che hanno per darlo agli altri: la vedova di Zarepta per far mangiare Elia, la vedova del Vangelo per dare gloria a Dio e così facendo manifestano l’amore più grande possibile: dare tutto se stessi per l’altro.
Entrambe realizzano questo gesto di amore nell’abbandonarsi a Dio, nell’affidarsi a Lui totalmente. L’amore vero comporta sempre necessariamente quest’abbandonarsi in Dio della persona che, amando, rischia sempre qualcosa, perde necessariamente le proprie sicurezze e rimane senza appoggi. Chi desidera sempre sicurezze e punti d’appoggio materiali non sarà mai capace di amare nella verità, perché ha una tremenda paura di rischiare se stesso. È questa paura che attanaglia il cuore di tanti oggi e che li blocca all’amore: avendo perso Dio come fondamento, come riferimento e come affidamento, rimangono incapaci di giocarsi, di rischiare perché hanno paura di perdere qualcosa e volendo quindi salvare se stessi ad ogni costo, vivono in se stessi il fallimento dell’amore, l’incapacità di amare e di realizzare amore. E ogni volta che si aprono all’amore, l’apertura è sempre con condizioni, a tempo più o meno indeterminato: finché va, finché mi torna comodo e non ci sono intoppi, finché ci guadagno qualcosa…, sempre pronti a riprendersi quanto si è dato all’altro con riserva e mai in modo assoluto e totale. Chi, invece, ama non ha paura di rischiare qualcosa e di perderla e ama solo chi è capace di donarsi senza condizioni e senza riserve.
Ma veniamo ora più in particolare alla pagina evangelica e vediamo cosa essa possa dire al nostro cuore.
Gesù è nel Tempio di Gerusalemme che insegna di guardarsi dai modi di fare superficiali, vuoti e ipocriti di molti scribi che ostentano boriosamente se stessi ricercando riconoscimenti e primi posti, sfruttando anche gli altri a proprio beneficio. In questo contesto Gesù si siede di fronte al tesoro del Tempio, al luogo dove i fedeli ebrei gettavano le loro offerte, si siede e guarda la gente che va a gettare la propria offerta.
Fermiamoci un istante a gustare questo sguardo di Gesù: c’era folla e Lui stava lì, da parte, seduto e guardava inosservato e disatteso dalle persone. È così tutta la nostra vita: non c’è un istante di essa che possa sottrarsi allo sguardo penetrante di Gesù. Tutta la nostra vita si svolge sotto il suo sguardo a cui nulla sfugge. Se si pensasse di più a questa verità quante cose belle si farebbero in più e quante cose brutte in meno: Lui c’è, c’è sempre, e guarda dal suo angoletto nascosto nel più profondo del cuore di ognuno, guarda la nostra vita: guarda i nostri pensieri, affetti, sentimenti, atteggiamenti, comportamenti, parole, ciò che facciamo e ciò che subiamo.
Gesù guarda, si compiace e si rallegra…oppure Gesù guarda e si rattrista amareggiato.
Gesù “sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte”. Chissà cosa pensava, Gesù, quando guardava questi ricconi che gettavano sonoramente i loro oboli perché li sentissero tutti e li ammirassero. Si tratta di un rischio reale e concreto per tutti. La ricerca del complimento, del compiacimento altrui, fare le cose solo in funzione dell’apparenza per suscitare plauso attorno a sé, il far bella figura, suscitare ammirazione e così credersi di essere qualcuno. I soldi, i troppi soldi, portano sempre con sé questo rischio. E Gesù sta lì e li guarda mentre loro, impastati di vanità e di superbia, offrono a Dio il loro superfluo.
Ma, ad un certo punto il Maestro chiama i suoi discepoli più intimi e addita loro, gioiosamente compiaciuto, una vedova che aveva donato due spiccioli e la loda affermando che lei, proprie lei, nella sua povertà aveva donato al Signore più di tutti, “poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
“Ha dato più di tutti”: Lui non guarda infatti l’esteriorità, la quantità di quanto di dona, Gesù guarda il cuore, guarda come dona il cuore, guarda se quel cuore è bello, aperto, generoso e allora gioisce perché vede l’amore e l’amore Lo fa gioire.
Se quella povera vedova “ha dato più di tutti”, significa anche che lei era la più ricca di tutti, possedeva un grande tesoro, quale? Il suo stesso cuore ferito dall’amore, un cuore capace di dare tutto e non tenersi nulla per sé. Un cuore così è padrone del mondo, non possedendo nulla possiede tutto perché possiede Dio (cf 1Cor 3,22-23).
Impariamo da questa vedova ad amare, ce lo chiede lo stesso Gesù, infatti, invitando gli Apostoli a guardarla, implicitamente ha invitato anche noi, oggi, a farlo, a guardarla con attenzione per scoprire la bellezza di quel gesto umile e nascosto, che fa’ gioire e glorifica Dio stesso.
Ma l’invito di Gesù è anche un invito a scoprire le tante e tante persone che in questo nostro povero mondo sanno dare tutto con amore e per amore. Nessun telegiornale parlerà mai di loro, sono troppo umili e nascoste, eppure sono tante, più di quanto si possa pensare e sono proprio loro che reggono il mondo, perché attirano su di esso lo sguardo compiaciuto e benevolo di Dio Amore.
La Vergine Maria, che di tutte queste persone è stata la prima e lì, all’Annunciazione, seppe consegnare tutta se stessa, senza riserve, all’Amore perché la fecondasse, ci aiuti ad aprire senza paura il nostro cuore alle esigenze più alte dell’amore, perché nella nostra vita possa sempre più trasparire la presenza ineffabile di quel Gesù che Lei portò fisicamente in grembo e diede alla luce a Betlemme, e che oggi, nella sua grazia, vive e regna nel cuore di chi, come noi, Lo ama. Amen.

j.m.j.

TRENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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TRENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dt 6, 2-6; Sal 17; Eb 7, 23-28; Mc 12, 28-34

Cosa è essenziale nella relazione con Dio? Cosa è primario? La ricerca di questo primato spinge lo Scriba che incontriamo nel passo dell’Evangelo di oggi a porre a Gesù la domanda sul primo comandamento … come districarsi nella selva dei seicentotredici precetti che i rabbini riconoscono presenti nella Torah? Sono trecentossessantacinque divieti (tanti quanti i giorni di un anno) e duecentoquarantotto precetti positivi (quante le membra del corpo umano secondo le concezioni del tempo).
La ricerca dell’unumnecessarium fu l’impegno di tanta riflessione rabbinica e, se Davide – dicono – ridusse ad undici il numero di precetti (cfr Sal 15), Isaia li ridusse a sei (cfr Is 33,15), Micheaa tre (cfr Mi 6,8), Amos a due (cfr Am 5,4) ed infine Abacuc ad uno (cfr Ab 2,4)! Gesù qui, anche Lui, li riduce ad uno ma lo fa citando lo Shemà, che abbiamo ascoltato nel passo del Libro del Deuteronomio che oggi è la primalettura, ed unificando ad esso il comandamento dell’amore per il prossimo contenuto nel Libro del Levitico (19,18). E’ fondamentale capire che Gesù unifica i precetti dell’amore per Dio e dell’amore per il prossimo definendoli uno e proclamando che quest’unico comandamento ha primato su tutto!
Questo comando di amore, per Dio e per il prossimo, parte dalla fede; guai a dimenticarlo! E’ amore per un Dio che si sperimenta nella fede, in quella fede che è adesione esistenziale e che nasce dall’ascolto, come chiede lo Shemà; è fede in quel Dio ascoltato e quindi conosciuto come “unico Signore” e quindi amato. Ecco l’itinerario: ascoltare, conoscere, amare.
Giunto all’amore il credente è chiamato a verificare che il suo amore non sia mai disincarnato, che sia un amore che coinvolge tutto l’uomo e a tal proposito il testo insiste con quel “tutto”: tutto il suo cuore (il suo profondo), tutta la sua mente e tutte le sue capacità … Inoltre è bene sottolineare ancora una cosa: nel testo di Deuteronomio che Gesù cita, con tutte le tue forze, la parola ebraica originale che Marco traduce in greco con dianoías(“forze”) può significare anche sostanze, dunque: con tutto ciò che tu possiedi.
Insomma un amore concretissimo e non fatto di belle parole o bei sentimenti un amore invece che prende e “travolge” la vita con quel che si è e con quel che si ha; un amore connesso strettamente all’amore per il prossimo il quale, dunque, deve avere le medesime caratteristiche di totalità e di concretezza.
La fede che chiede Gesù, insomma, è una fede che genera un amore per Dio senza “fughe” dall’umano e un amore per gli uomini nostri fratelli senza “fughe” da Dio. Poiché i due sono un solo comandamento è necessario comprenderli bene ed insieme: non è discepolo di Cristo chi pretende di amare Dio senza l’orizzonte compromettente degli altri uomini e non è discepolo di Cristo chi pretende di esaurire nell’amore e nell’impegno per gli altri (siano anche i poveri più poveri) l’amore per Dio! Non è discepolo di Cristo l’uomo “religioso” disincarnato ma non è neanche discepolo di Cristo chi vive una filantropia tutta dedita al fare e dimentica di Dio! Troppe volte abbiamo udito, in tal senso, espressioni come “amore per gli altri è amore per Dio…se faccio opere caritative le altre cose non servono, né preghiere, né liturgie, né vita ecclesiale perché sono più cristiano di tanti cristiani!” Una specie di cristiani “moderni” e “fattuali” questi, che hanno fatto dell’Evangelo un manuale di filantropia e hanno tolto alla rivelazione cristiana quell’ “oltre”, quel “di più” che fa sconfinare l’uomo dagli asfittici spazi del misurabile, del pesabile, del toccabile, del materiale!
Di contro non è possibile neanche nessuna “fuga” in intimismi dimentichi della carne propria e di quella degli altri uomini!
Gesù dichiara che c’è un primo (l’amore per Dio) ed un secondo comandamento (l’amore per il prossimo) ma “primo” e “secondo” non intendono dire un’importanza maggiore o minore ma un primato cronologico e direi ontologico (che riguarda, cioè, l’essere stesso dell’amore)! Insomma Gesù insegna con autorità che se non si ama Dio l’amore per il prossimo avrà per forza dei limiti, delle barriere invalicabili! Senza un’autentica conoscenza-amore per Dio come sarebbe pensabile amare il non-amabile o addirittura il nemico?
Il Quarto Evangelo porterà alle estreme ragioni questo amore fraterno con l’amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Il modello è ancora e sempre Gesù ed il suo amore fino all’estremo per il Padre e per gli uomini.
In fondo, il testo di Marco non lo dice in modo esplicito, ma chi è che ha amato fino in fondo Dio con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze se non Gesù? Chi ha amato l’uomo fino all’estremocondividendo la sua vita e la sua morte se non Gesù? Allora mi pare di dover dire che alla fin fine il primo comandamento non è una legge scritta, un precetto codificato, il primo comandamento è l’uomo Gesù! Gesù è lo Shemà attuato perché Lui è la Parola detta dal Padre e ascoltata, Lui è l’innamorato del Padre con tutto se stesso, Lui è l’obbediente; ma Lui è anche l’amore del prossimo senza riserve perché Lui si è fatto prossimo di ogni uomo umiliato, sofferente e peccatore, prossimo di ogni “perduto”…
Sciogliamo questo testo dell’Evangelo da ogni tentazione moralistica e conduciamolo al suo vero alveo: ci si appressa al Regno quando si imbocca questa strada di Gesù! Lo Scriba “non è lontano dal Regno” ma si potrà rendere conto che il Regno lo è andato a cercare nella ricerca di Gesù che gli si è fatto prossimo … Se saprà capire questo lo Scriba potrà entrare davvero nel Regno! Comprendiamo allora perché i due comandamenti sono un solo comandamento: il principio di unificazione tra l’amore per Dio e l’amore per il prossimo è proprio in Gesù in cui Dio si è fatto prossimo!
Quando lo Scriba riconoscerà tutto questo sarà giunto a lui ed in lui il Regno di Dio; in Gesù i due comandamenti si sono fatti uno e accogliere Gesù è accedere alla possibilità vera di vivere il comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo. Poveri quei cristiani che postulano di scindere i due comandamenti!
Poveri quei cristiani che sono diventati uomini del “fare” incapaci di “perdere tempo” con Dio e per Dio, e che sono diventati dei filantropi senza memoria di Dio. Poveri quei cristiani che si vergognano di farsi vedere in preghiera a “perdere del tempo”, tempo che potrebbe essere impiegato a “fare” cose “utili”… Poveri quei cristiani che pretendono d’essere tutto fervore per Dio e si chiudono in verticalismi disincarnati; poveri i cristiani che pretendono di magnificare l’amore per Dio e di obliare contemporaneamente l’amore per la Chiesa, per l’uomo; poveri i cristiani che dimenticano di essere discepoli di un Dio che si è fatto prossimo e che solo così e proprio così ci ha salvati!
Poveri i “cristiani” così … e le “virgolette” dicono la realtà: non sono più cristiani! E’ così! E’ inutile fare giri di parole!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

25 OTTOBRE 2015 | 30A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | LECTIO DIVINA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/30a-Domenica-B-2015/03-30a-Domenica-B-2015-JB.htm

25 OTTOBRE 2015 | 30A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA: Mc 10,46-52
La guarigione del cieco drammatizza il potere della fede cieca in Gesù: una folla di vedenti accompagna Gesù e si oppone alla richiesta del cieco; questo, mendicante per bisogno, non permette che passi distante chi può aiutarlo. Non aveva molte luci, però la sua cecità lo portò a Gesù. E osò chiedere l’impossibile: la vista. Il cieco è l’unico che vede in Gesù la sua unica opportunità. E quando recupera la vista, non potrà fare altro che seguirlo: dà la sua vita a chi l’ha riempito di luce. Confidare in Gesù, anche quando sembra che si allontani da noi, affrontando anche l’opposizione di chi lo accompagna, può essere il cammino della nostra fede e l’inizio della sua sequela. Che nessuno si renda conto di quanto abbiamo bisogno di Lui non è una buona scusa per non manifestargli il nostro bisogno. Non importa che viviamo circondati da ciechi, l’importante è che la nostra cecità non sia un ostacolo per cercare in Gesù la luce che ci manca; ciò che gli altri pensano o dicono, non importa a chi, quello che interessa, è recuperare la visione delle cose che dà la sequela.
In quel tempo,
46 mentre Gesù usciva da Gerico con i suoi discepoli e parecchia gente, il cieco Bartimeo, figlio di Timeo, era seduto al bordo della strada, chiedendo elemosina. 47 All’udire che passava Gesù Nazareno, cominciò a gridare:
« Figlio di Davide, Gesù, abbi compassione di me ».
48 Molti lo rimproveravano parchè si calmasse. Però egli gridava più forte:
« Figlio di Davide, abbi compassione di me ».
49 Gesù si voltò e disse: « Chiamatelo ». Chimarono il cieco, dicendogli:
« Coraggio, alzati, che ti chiama ».
50 Levatosi il mantello, fece un salto e si avvicinò a Gesù.
51 Gesù gli disse: « Che vuoi che io faccia per te »? Il cieco gli rispose:
« Maestro, che possa vedere ».
52 Gesù gli disse: « Va, la tua fede ti ha guarito ».
E al momento recuperò la vista e lo seguiva lungo la strada.

1. LEGGERE: Capire quello che dice il testo e come lo dice
Guarire un cieco non è l’unico (Mc 8,22-26) miracolo che Gesù compie durante il suo viaggio verso Gerusalemme; sarà l’ultimo (Mc 11,1). Anche se l’episodio si presenta come la cronaca di un miracolo, in fondo delinea un autentico itinerario di fede: chi viveva ai bordi di una strada, alla periferia della città, mendicando aiuto, finirà, una volta recuperata la vista, per seguire Gesù per le strade. Incontrarsi con Gesù permise a Bartimeo di trovare la luce per i suoi occhi e per la sequela. La narrazione è diafana: Gesù si trova a circa 25 km da Gerusalemme, camminando verso la sua meta. (Mc 10,33-34). Era abituale che, come fece Bartimeo, chi chiedeva l’elemosina si collocasse alle porte della città, per approfittare al massimo dell’intenso traffico di persone. Quando seppe che era Gesù colui che passava, non chiese l’elemosina ma compassione, ripetutamente (Mc 10,47-48), a voce alta, importunando i viandanti (Mc 10.48). E’ significativo che non chieda in primo luogo la guarigione, ma un po’ di attenzione e misericordia. Gesù reagisce, contrariamente a coloro che lo seguivano, con premura. Non lo infastidisce che lo chiamino con grida, se queste nascono da un bisogno. E manda, coloro che rimproveravano il cieco, a chiamarlo: non lascia alternativa; è imperativo, è categorico. (Mc 10,49). La reazione di Gesù cambia l’atteggiamento dei suoi, che incoraggiano il cieco ad avvicinarsi a Lui, e l’atteggiamento del cieco, che si alza con un balzo e va a incontrarlo. Il bisogno di sentire compassione ha portato il cieco fino a Gesù; il bisogno di vedere gli farà chiedere il miracolo. Gesù si assicura prima e gli fa esplicitare il suo desiderio: vuole vedere. Ed è Gesù colui che vede in questa richiesta un atto di fede. Bartimeo non solo recupera la vista; si unisce, credente e già sanato, alla comitiva che segue Gesù, che l’ha liberato dalla mendicità e dalle tenebre.
Bartimeo, il suo cammino di fede, illustra il percorso di colui che non essendo ancora discepolo e vivendo dell’elemosina degli altri, osa approfittare del passaggio di Gesù per provocare la sua misericordia, ottenendo che lo ascolti, lo chiami, gli chieda cosa desidera e glielo conceda. Perché solo lui ha ottenuto essere compassionevole, Gesù vede fede, dove gli altri hanno visto una seccatura, ha valorizzato la fiducia del cieco e non le sue grida. E’ la sua maniera di fare discepoli.

II. MEDITARE: APPLICARE QUELLO CHE DICE IL TESTO ALLA VITA
La guarigione del cieco Bartimeo, un piccolo avvenimento dentro il ministero pubblico di Gesù, ci offre oggi la possibilità di riflettere sulla nostra vita di fede, espressa nella preghiera, e sulla responsabilità che abbiamo preso di prenderci cura degli altri, in particolar modo dei più bisognosi, coloro che hanno più bisogno di Gesù.
In cammino verso Gerusalemme con i suoi discepoli, Gesù usciva da Gerico senza notare, a quanto pare, la presenza di un mendicante cieco al margine della strada. Se non fosse stato per le sue grida, nessuno lo avrebbe notato e lui, sicuramente, sarebbe morto cieco, chiedendo l’elemosina all’uscita della sua città. Se recuperò la vista e seguì Gesù, se vide di nuovo la luce e smise per sempre di essere un mendicante, se abbandonò il bordo della strada per fare strada con Gesù, fu perché osò chiedergli a gran voce la sua guarigione. A chi passava i suoi giorni chiedendo l’elemosina non doveva risultare difficile chiedere una volta di più. Chi viveva della generosità dei passanti, doveva confidare necessariamente in tutti coloro che passavano davanti a lui. Il cieco chiedeva aiuto a chiunque gli si avvicinava. Però il giorno in cui si rese conto che era Gesù colui che passava accanto a lui, smise di chiedere l’elemosina e osò chiedere un miracolo. Non si vergognò della sua temerarietà, espose il suo bisogno con grida, giungendo a molestare quanti accompagnavano il Maestro. Non gli interessò richiamare l’attenzione né soffrire recriminazioni; non volle perdere l’opportunità e continuò a gridare, fino a quando Gesù lo ascoltò. Gesù non era rimasto infastidito dalle sua grida, visto che era la voce della fede, che chiedeva ciò che prima non aveva chiesto a nessuno, ciò che solo Gesù, il Figlio di David, poteva dargli: la vista. Questa fede cieca che chiede a gran voce un miracolo, e non nel silenzio del tempio, ma in mezzo al frastuono delle strade, deve essere da stimolo alla nostra vita di preghiera… e di serio avvertimento dinanzi alla nostra maniera di vivere giornalmente la fede. Bisogna invidiare, in effetti, l’ardire del mendicante che un giorno lasciò di chiedere piccole elemosine quando, finalmente, osò chiedere la guarigione di cui aveva bisogno. Sapeva bene che solo la vista lo avrebbe liberato dalla mendicità, che tutto ciò che riceveva non era altro che un aiuto a metà, che prolungavano i suoi giorni senza luce e non volle perdere l’occasione che gli si presentò il giorno in cui Gesù passò accanto a lui. Stanco di mendicare tutti i giorni, osò chiedere la guarigione definitiva: scommise su Gesù e confidò a lui il suo bisogno. Questo lo salvò dalla sua povertà e dalla sua cecità.
Il mendicante cieco ci ricorda oggi che, possibilmente, siamo anche noi, come era lui fino a quando non incontrò Gesù, a chiedere aiuto, a supplicare un’elemosina a tutti quelli che ci passano accanto, senza osare esigere il miracolo da Gesù, con grida se fosse necessario, perdendo dinanzi a lui e dinanzi agli altri la compostezza. Perché rifugiarsi nelle buone maniere quando siamo tanto bisognosi? Forse ci manca di sentirci indifesi come si sentiva il cieco; sicuramente non siamo coscienti della mancanza di luci con la quale viviamo. Accettiamo probabilmente troppo la nostra mancanza di mete, da dover perdere tempo a dire pubblicamente il nostro bisogno. La nostra fede non ci guarisce, perché non sentiamo il bisogno di essere guariti; non accettando che ci manca la luce che solo Cristo ci può dare, non potremo andare da lui a chiedergliela: solo un cieco sa avvertire la mancanza della luce.
Dovremmo impedire a Gesù, come ha fatto il cieco Bartimeo, che ci lasci senza essere stati guariti dalle nostre cecità. Dovremmo smettere di chiedergli l’elemosina e osare chiedergli un miracolo. La nostra vita di preghiera non meriterà le attenzioni di Gesù fino a quando non gli abbiamo gridato il bisogno che abbiamo di lui e del suo potere.
Non temiamo di perdere il rispetto verso di lui: anche se gridiamo a Dio, se lo facciamo perché ci ascolti, se gli gridiamo quando abbiamo bisogno di lui – perché altro non ci interessa -, guadagneremo la sua fiducia e otterremo quello che chiediamo con tanta fede. E’ ciò che ha fatto il cieco, e fu lodato, e guarito, da Gesù. Non ci manca povertà né luce; manchiamo di fede in Cristo e abbondiamo di sfiducia che ci voglia guarire. Per questo, continuiamo a convivere con le nostre mancanze senza osare chiedergli la guarigione.
I discepoli che accompagnavano Gesù si sono sentiti, invece, infastiditi dalle grida del mendicante. Non si resero conto che erano l’espressione della sua fede e rimasero contrariati per la sua insistenza. Fosse stato per loro avrebbero preferito passare a distanza, avrebbero voluto passare sotto silenzio il bisogno del cieco e avrebbero evitato che Gesù lo ascoltasse. Come non vedere oggi tutti noi ritratti nel loro atteggiamento? Quante poche volte noi discepoli di Gesù, abbiamo, oggi come ieri, tempo e sensibilità per chi sta ai bordi della nostra strada gridandoci il proprio bisogno. Sempre tanto occupati con il nostro Dio e, se no, del nostro personale interesse, non vediamo l’indigenza di quanti ci circondano. Il fatto che noi abbiamo occhi ci fa passar sopra alla realtà più di tanti altri che non li hanno mai avuti o li hanno persi per sempre. Solo perché Dio ci ha liberati da una malattia, da una prova, da uno stato di bisogno, ci facciamo ciechi dinanzi alle malattie, sordi dinanzi ai bisogni fino a giungere a sentirci molestati dinanzi al dolore dei nostri simili. Spesso soccombiamo alla tentazione di dimenticarci di chi ancora non segue Gesù, solo perché noi da tempo stiamo facendo lo sforzo di camminare dietro a lui col suo passo. Amare Gesù dovrebbe portarci, invece, a saper condividere questa gioia con tutti coloro che vogliono qualcosa da lui, e lo cercano come abbiamo fatto noi un giorno. Seguire Gesù da vicino ci deve portare ad avvicinarci a chi ha bisogno per facilitargli il suo incontro con l’unico Maestro che può realmente guarire. Non ci meriteremmo Gesù, che seguiamo, se non lo aiutassimo ad avvicinarsi a quanti oggi hanno bisogno di lui e domani possono essere suoi seguaci.
E certamente, conducendo una vita cristiana come quella che conduciamo, preoccupati di avere Dio accanto a noi e ai nostri problemi, attenti solo a quanto noi vogliamo da Lui, interessati che nessuno lo molesti con le sue grida, allontanandolo da quanti non sono ancora suoi discepoli, stiamo privando un mondo bisognoso di Dio, della sua luce e della sua salvezza. Il mondo oggi non riesce a vedere Gesù come il suo salvatore perché i suoi discepoli lo stanno sequestrando. A furia di volerlo solo per noi, infastidendoci perché altri lo stanno chiamando a gran voce, non riusciamo a migliorare il nostro mondo né permettiamo a Dio che ascolti coloro che lo cercano.
Seguire Gesù ci deve rendere uomini che non si infastidiscono perché gli si chiedono miracoli con grida, perché chi lo segue sa che Gesù è disposto a farlo tutte le volte che trova la fede. Non sarà per la nostra poca fede che non siamo audaci quando preghiamo, chiedendo l’impossibile, facendo diventare impossibile quanto chiediamo? E non sarà che proprio perché non sappiamo pregare cerchiamo di impedire ad altri che lo facciano meglio di noi? Dobbiamo pensarlo.

JUAN J. BARTOLOME sdb

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