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CHANNUKKAH UN MIRACOLO CHE SI RIPETE – LA FESTA EBRAICA DELLE LUCI (13-20 dicembre)

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CHANNUKKAH UN MIRACOLO CHE SI RIPETE – LA FESTA EBRAICA DELLE LUCI (13-20 dicembre)

Gavriel Levi

Nel giorno di chanukkà che capita di shabbath, i lumi di chanukkà si accendono assieme con quelli dello shabbath e, la sera dopo assieme con quello dell’avdalà1. La vigilia di shabbath si accende prima la chanukkà e dopo i lumi dello shabbath; alla fine dello shabbath si accende prima la torcia dell’avdalà e dopo i lumi della chanukkà.
È evidente che questa regola è collegata con il divieto di accendere il fuoco durante lo shabbath: non si può accendere nessun fuoco dopo che è cominciato lo shabbath; non si può accendere nessun fuoco finché lo shabbath non è veramente finito. Tuttavia, se ci riflettiamo sopra, questa regola collega, con un significato più ampio e più profondo, i tre fuochi e le tre luci che accendiamo nelle nostre case e che, in modi diversi, rappresentano la forza creativa dell’uomo e la vita di Israele.
Solo se si è acceso il lume di chanukkà si può accendere il lume dello shabbath; solo se si è acceso il lume dell’avdalà si può accendere il lume di chanukkà.
Se si è lottato per rimanere ebrei, se ci si è conquistati il miracolo, allora si può rinunciare ad accendere ogni fuoco e si può godere del lume che deriva direttamente dai giorni della creazione e che riassume, già in sé, la luce del Mashiach.
Se si è acceso il fuoco che permette di accendere ogni fuoco nella settimana, che è stato regalato da Dio al primo uomo e che ci aiuta a distinguere, con i nostri mezzi, la luce dal buio, allora si può accendere, senza più divieti, il fuoco del miracolo.
Le luci della chanukkià devono rimanere divise e distinguibili l’una dall’altra: ogni giorno è un giorno completo di vita; ogni generazione è completa in se stessa ed è necessaria perché la generazione precedente possa vivere nella successiva.
Le luci dell’avdalà devono essere unite e indistinguibili l’una dall’altra: ogni giorno, anche il più banale, è parte del giorno completo che è tutto shabbath.
La luce dell’avdalà è la luce di un fuoco che si accende dopo lo shabbath; la sua benedizione è centrata nella creazione delle « luci » del fuoco e sulla nostra azione di guardarsi le mani, nel buio e alla luce.
La luce di chanukkà è la luce che si accende per rendere manifesto il miracolo; la sua benedizione riguarda l’obbligo di ripetere il miracolo e di preparare la luce di un giorno per farla ardere otto giorni.
Non può esistere la festa di chanukkà senza dentro una vigilia di shabbath, senza uno shabbath e senza un’uscita di shabbath.
Il miracolo di chanukkà (e cioè la luce di un giorno che deve durare fino al termine dei giorni, ed ancora un giorno di più) contiene dentro di sé: a) la luce del fuoco che esiste quando nessun fuoco può essere acceso dall’uomo; b) la luce di un fuoco che deve essere ricreato, per dividere il giorno umano dalla notte umana; il giorno di shabbath dai sei giorni dell’azione; le mani dell’uomo dalla creazione di Dio.
Il miracolo di chanukkà contiene anche due luci: la luce di un fuoco che non esiste (perché è stato acceso prima); la luce di un fuoco creato da D-o (ma acceso dagli uomini) perché l’uomo possa uscire, senza paura, nel mondo degli uomini.
Tra l’inizio di chanukkà e l’inizio dello shabbath esiste un momento di intervallo: noi ebrei abbiamo compiuto il nostro miracolo, quando il sole non è ancora calato; a D-o viene lasciato il tempo per compiere il suo miracolo, finire la creazione e portare il Mashiach.
Tra la fine dello shabbath e l’inizio di chanukkà esiste un altro momento di intervallo: la storia di tutti i giorni si è ripetuta; l’ebreo può accettare il dono del fuoco direttamente da D-o e, ancora una volta, ripetere il miracolo.
Se noi riusciamo a conservare l’olio per un giorno, anche quando ci sembra che il buio durerà più a lungo e quando ci sembra che non ci sia nessun posto per accendere una luce, D-o vedrà questa luce per otto giorni.
Se non conserviamo l’olio nel buio (ma questo è impossibile perché in fondo lo conserviamo anche senza saperlo) allora D-o dovrà fare il miracolo da solo e dovrà riprendere il fuoco di chanukkà da quello donatoci per l’avdalà.
Un cieco adempie al precetto di chanukkià partecipando, se ne ha la possibilità, con una perutà, all’accensione di un altro ebreo e, se non può perché è solo, accendendo la chanukkià, con qualunque aiuto, da solo.
Per quale luce accende la chanukkià, un cieco?
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Fonte: morasha.it

La giornata dello Shabbat si apre e si chiude con un’ accensione di lumi. All’imbrunire del venerdì si accendono due candele (in teoria ne basterebbe una) recitando la benedizione che termina con « e ci hai comandato di accendere il lume dello Shabbat ». Al termine dello Shabbat, nella cerimonia dell’Avdalà, la separazione tra il giorno di festa e quello feriale si accende una torcia formata da più luci che intrecciandosi formano un’unica fiamma. Su questo lume si benedice il Signore « creatore dei luminari di fuoco ». Nel Talmud Jeruscialmì (citato anche dal compendio « Torà Temimà » ai primi versi della Genesi) si ricerca la fonte del fatto che nella Avdalà si dice la benedizione sul lume solo dopo che il lume è acceso. Questo lascia supporre che nell’altro caso, l’accensione dei lumi dello Shabbat, prima si dica la benedizione e poi si accenda. In effetti ciò avviene quasi esclusivamente secondo il rito di Roma (quasi tutti gli altri oggi prima accendono e poi dicono la benedizione).
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Publié dans:Ebraismo : feste |on 13 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

IL MESSAGGIO DI CHANUKKAH – FESTA 2015: 7-14 DICEMBRE

http://moked.it/blog/2013/12/03/il-messaggio-di-chanukkah/

IL MESSAGGIO DI CHANUKKAH -  FESTA 2015: 7-14 DICEMBRE

Andrea Yakov Lattes, Università di Bar Ilan

(3 dicembre 2013)

L’aspetto più rappresentativo e peculiare, e forse anche fondamentale, che caratterizza l’ebraismo fin dalle sue origini, è il confronto e la contrapposizione con la cultura circostante. La storia comincia in Egitto, dove già la famiglia di Giacobbe dovette misurarsi con una società circostante diversa, tant’è che fu costretta a risiedere in una zona separata dagli egiziani, nella Terra di Goshen, perché questi non sopportavano chi si occupava dell’allevamento di bestiame (Genesi 46,34): questo caso potrebbe forse essere stato il prototipo della futura juderia o magari anche di quello che diventerà il ghetto. Terminata la schiavitù egiziana, al popolo venne insegnato che “non farete come le azioni della Terra d’Egitto in cui risiedevate e come le gesta del paese di Canaan in cui vi sto portando, e secondo le loro leggi non vi comporterete” (Levitico 18,3). La contrapposizione alle altre culture e la distinzione da esse diventa dunque non soltanto evidente, ma messa per iscritto e codificata. Sarà questo l’elemento peculiare dell’identità ebraica per le generazioni future: come dissero gli antichi Maestri, ???? ???? ???? ?????, le gesta dei padri sono un segno per i figli. Durante il periodo dei maccabei, l’ebraismo dovette confrontarsi con la cultura ellenistica. La festa di Chanukkah non è altro che la celebrazione di questa contrapposizione culturale, religiosa, e anche etnica, il rigetto delle usanze dei greci, diverse e straniere. In seguito, tramontata l’egemonia ellenica, il popolo ebraico si scontrò con il mondo romano e pagano, scontro che portò alla distruzione del Tempio prima e all’espugnazione di Betar nel 135. Nella Diaspora, il gruppo ebraico si trovò sempre a essere una minoranza, dovendosi per l’appunto confrontare con una cultura di maggioranza diversa dalla propria, sia che si trovasse in Europa in un ambiente cristiano, sia che si trovasse negli altri paesi mediterranei a maggioranza musulmana. Questo continuo confronto con culture diverse, e la necessità di diversificarsi e a volte distanziarsi da loro, è uno fra gli elementi che hanno più influito sulla cultura ebraica così come la conosciamo oggi. Ed è chiaro che nessun’altra popolazione si è mai posta questo dilemma con tanta forza, se accettare oppure rifiutare la cultura esterna. Ancora oggi ci troviamo dinnanzi alla necessità di un confronto con una cultura globalizzata, quella dei McDonald’s e della Coca Cola, e con l’esigenza di riuscire a ritagliare uno spazio particolare in cui poter esprimere la propria peculiarità e con cui identificarsi in una maniera distinta dalla moda corrente. Ma questo millenario confronto fa vedere anche che fra i due estremi, il totale rifiuto della cultura circostante da un lato e la sua passiva adozione a scapito della specifica cultura ebraica dall’altro, vi è una via di mezzo: l’accettazione della cultura estranea in maniera selettiva e consapevole. Quello che può essere utile e non contrasta con i princìpi tradizionali entra nell’ebraismo, quello che invece non è sano e utile viene respinto. Non per niente gli stessi Maestri introdussero molti termini greci nella lingua ebraica, tant’è che la massima istituzione ebraica si chiamava Sinedrio, sostenendo che il greco è una lingua bella e pertanto è permesso perfino scrivere un Sefer Torah in greco (Mishnah, Meghillah). Che sia questo il messaggio, del tutto moderno e attuale, che la festa di Chanukkah ci vuole trasmettere?

 

Publié dans:Ebraismo : feste |on 9 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

YOM KIPPÙR IL GIORNO DELL’ESPIAZIONE (NEL 2015 IL 23 SETTEMBRE) – RICCARDO DI SEGNI,

http://w2.vatican.va/content/osservatore-romano/it/comments/2008/documents/235q01b1.html

ALLA VIGILIA DEL KIPPÙR IL GIORNO DELL’ESPIAZIONE (NEL 2015 IL 23 SETTEMBRE)

DI RICCARDO DI SEGNI, RABBINO CAPO DI ROMA

Nel calendario liturgico ebraico il giorno dell’Espiazione – Kippùr o Yom Kippùr o Yom haKippurìm – è il più importante dell’anno; in aramaico è yomà, « il giorno » per eccellenza che dà il titolo al trattato della Mishnà che ne espone le regole. « Il giorno » cade il 10 di Tishri, primo mese autunnale, quest’anno corrispondente alla sera dell’8 e al giorno del 9 ottobre 2008.
Di questo giorno parla in più occasioni la Bibbia e la fonte principale è il capitolo 16 del Levitico. Qui si descrive un complesso ordine cerimoniale affidato al Gran Sacerdote, che deve scegliere estraendo a sorte tra due capretti; uno, dedicato al Signore, viene offerto in sacrificio; l’altro riceve con un gesto simbolico il carico delle colpe di tutta la collettività e viene quindi inviato a morire nel deserto. Di qui l’espressione e il concetto di « capro espiatorio ». Lo stesso brano biblico si conclude spiegando che in quel giorno è d’obbligo affliggere la propria persona e non lavorare, perché « in questo giorno espierà per voi purificandovi da tutte le vostre colpe, vi purificherete davanti al Signore » (versetto 30).
Dai tempi della sua istituzione biblica Kippùr è il giorno dell’anno in cui le colpe vengono cancellate e il destino futuro di ogni uomo viene stabilito, dopo il giudizio cui è stato sottoposto nei giorni precedenti del Capodanno. La tradizione rabbinica si è dilungata a spiegare quali colpe possano essere cancellate del tutto o in parte, o sospese, in base alla loro gravità. La forza espiatrice del Kippùr si misura con l’obbligo principale dell’uomo nei giorni che lo precedono: la tesciuvà; letteralmente è il « ritorno » ed è il termine con il quale si indica il pentimento, nel senso di ritorno alla retta via. Questo ritorno comporta la consapevolezza di avere sbagliato, l’intenzione di non commettere nuovamente l’errore, la confessione pubblica e collettiva. Tutto questo si basa necessariamente sulla fede in un Dio misericordioso e clemente che viene incontro a chi ha sbagliato. In ogni caso la cancellazione delle colpe si riferisce a quelle commesse nei rapporti dell’uomo con il Signore; le colpe tra uomini vengono cancellate solo dagli uomini. Per questi motivi la vigilia del Kippùr è dovere per ognuno andare a chiedere scusa alle persone che sono state da lui offese.
Per tutto il periodo di esistenza del Tempio di Gerusalemme le cerimonie del giorno di Kippùr rappresentavano il complesso liturgico più complesso e solenne. Solo in quel giorno era consentito al Gran Sacerdote accedere al Santo dei Santi. Il rispetto dei dettagli prescritti era essenziale, richiedeva una preparazione prolungata e minuziosa, e un’esecuzione attenta su cui vigilava con ansia l’intera collettività raccolta nel Tempio. Di tutto questo dopo la distruzione del Tempio è rimasto solo il ricordo nostalgico, che nella liturgia del Kippùr avviene con la lettura, al mattino, del brano del Levitico e nel primo pomeriggio con una lunga evocazione poetica del cerimoniale.
La liturgia sinagogale tocca in questo giorno il vertice dell’impegno; lunghe e solenni preghiere la sera d’inizio, e una seduta praticamente ininterrotta dal mattino successivo fino al comparire delle stelle. Sono momenti speciali quelli della lettura di brani di suppliche, la lettura al mattino di Isaia 57, che descrive come vero digiuno la pratica della giustizia, e al pomeriggio il libro di Giona, che è una grandiosa rappresentazione della misericordia divina. La presenza del pubblico nelle sinagoghe raggiunge il massimo annuale in questo giorno, specialmente nei momenti più solenni di apertura e chiusura.
Essenziale nel Kippùr è il coinvolgimento personale, soprattutto con un digiuno totale senza bere né mangiare per circa 25 ore – dal quale sono esenti i malati – insieme ad altre forme di astensione (lavarsi, usare creme profumate, indossare scarpe di cuoio, evitare i rapporti sessuali). Poi c’è la dimensione familiare e sociale, nei pasti che precedono e seguono il digiuno e nelle riunioni delle famiglie in Sinagoga per ricevere la benedizione sacerdotale, impartita dai Cohanim, i discendenti di Aharon.
Malgrado l’austerità, la solennità e le forme imposte di afflizione fisica il Kippùr è vissuto collettivamente con serenità e gioia nella consapevolezza che comunque non verrà meno la misericordia divina.
A conclusione di queste brevi note esplicative, considerando la sede autorevole e certamente non abituale dove vengono pubblicate, può essere interessante proporre una riflessione sul senso che il Kippùr ha avuto, e può avere oggi, nel confronto ebraico-cristiano. Questo perché nella formazione del calendario liturgico cristiano le origini ebraiche hanno avuto un ruolo decisivo, come modello da riprendere e trasformare con nuovi significati: il giorno di riposo settimanale passato dal sabato alla domenica, la Pasqua e la Pentecoste. In alcuni casi la Chiesa ha persino festeggiato il ricordo dell’osservanza di precetti biblici tipicamente ebraici (la festa della Purificazione del 2 febbraio; un tempo l’1 gennaio quella della Circoncisione). Ma l’intero ciclo autunnale, di cui Kippùr è il giorno più importante, è come se fosse stato cancellato. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i simboli del Kippùr riguardano alcune differenze inconciliabili tra i due mondi. I temi del gran sacerdozio, del Tempio, del sacrificio, del capro espiatorio, della cancellazione delle colpe che nella tradizione ebraica si unificano nel Kippùr sono stati rielaborati dalla Chiesa, ma fuori dall’unità originaria. Semplificando le posizioni contrapposte: un cristiano, in base ai principi della sua fede, non ha più bisogno del Kippùr, così come un ebreo che ha il Kippùr non ha bisogno della salvezza dal peccato proposta dalla fede cristiana.

( L’Osservatore Romano, 8 ottobre 2008)

Publié dans:ebraismo, Ebraismo : feste, Rabbino Di Segni |on 22 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

HANUKKAH – INIZIA IL 17 DICEMBRE (IL 25 DI KISLEV) E DURA 8 GIORNI -

http://testi-italiani.it/hanukkah

HANUKKAH – INIZIA IL 17 DICEMBRE (IL 25 DI KISLEV) E DURA 8 GIORNI -

(altre notizie sul sito)

Hanukkah (;, Tiberian:, di solito farro, pronunciato in ebraico moderno , una traslitterazione anche romanizzato come Chanukah, Chanukkah o Chanuka), noto anche come il Festival delle Luci e festa della Dedicazione, ? un otto giorni festa ebraica che commemora la riconsacrazione il Sacro Tempio (il Secondo Tempio ) in Gerusalemme al tempo della rivolta dei Maccabei contro i greci del 2 ø secolo aC. Hanukkah ? osservato per otto notti e giorni, a partire dal 25 ø giorno di Kislev secondo il calendario ebraico , che pu? verificarsi in qualsiasi momento, da fine novembre a fine dicembre nel calendario gregoriano .
Il festival ? osservato da l’accensione delle luci di un unico, « guardiano ») e viene data una posizione distinta, generalmente al di sopra o al di sotto del resto. Lo scopo del Shamash ? quello di avere una luce disponibile per l’uso pratico, come utilizzare il Hanukkah si accende per scopi diversi da pubblicit? e la meditazione della Hanukkah ? vietato.

Etimologia
Il nome « Hanukkah » deriva dal verbo ebraico «  », che significa « dedicare ». Su Hanukkah, gli ebrei ripresero il controllo di Gerusalemme e riconsacrato il tempio.
Molti homiletical spiegazioni sono state date per il nome:
Il nome pu? essere suddiviso in « , si riposarono il venticinquesimo », riferendosi al fatto che gli ebrei cessarono combattere il giorno 25 di Kislev , il giorno in cui inizia la festa.
(Hanukkah), ? anche l’ebreo – « Otto candele, e la

Le fonti storiche
Maccabei, Mishna e il Talmud
La storia di Hanukkah, insieme con le sue leggi e costumi, ? totalmente assente dai postulati della sua Hakdamah Le’mafteach Hatalmud che le informazioni sulla vacanza era cos? comune che la Mishna non sentiva il bisogno di spiegarlo. Reuvein Margolies suggerisce che la Mishnah ? stato redatto dopo la rivolta di Bar Kochba , i suoi redattori erano riluttanti ad includere discussione esplicita di una festa che celebra un altro relativamente recente rivolta contro un sovrano straniero, per paura di inimicarsi i Romani.
La storia di Hanukkah ? conservata nei libri del Primo e Secondo libro dei Maccabei . Questi libri non fanno parte del Tanakh (Bibbia ebraica); sono invece i libri apocrifi ebraici. Il miracolo della fornitura di un giorno di olio miracolosamente durata di otto giorni ? descritta la prima volta nel Talmud , scritto circa 600 anni dopo gli eventi descritti nei libri dei Maccabei. Il Gemara , nel Shabbat tractate, pagina 21b, si concentra su Shabbat candele e si trasferisce a Hanukkah candele e dice che dopo che le forze di Antioco IV erano stati cacciati dal Tempio, i Maccabei scoperto che quasi tutto l’olio d’oliva rituale era stato profanato. Hanno trovato solo un unico contenitore che era ancora sigillato dal Sommo Sacerdote , con olio sufficiente per mantenere la menorah nel Tempio illuminato per un solo giorno. Hanno usato questo, ma ? bruciato per otto giorni (il tempo necessario per avere nuovo olio pressato e reso pronto).

Il Talmud presenta tre opzioni:
La legge richiede solo una luce ogni notte per famiglia,
Una pratica migliore ? quella di accendere una luce ogni notte per ogni membro del nucleo familiare
La pratica pi? preferito ? quello di variare il numero di luci ogni notte.
In sefarditi famiglie, il padrone di casa accende le candele, mentre in ashkenaziti famiglie, tutti i membri della famiglia si illuminano. Tranne che in caso di pericolo, le luci dovevano essere posto al di fuori la propria porta, sul lato opposto del mezuza , o nella finestra pi? vicina alla strada. Rashi , in una nota a Shabbat 21b, dice che il loro scopo ? quello di pubblicizzare il miracolo . Le benedizioni per le luci di Hanukkah sono discussi in Succah tractate, p. 46a.

Narrazione di Giuseppe Flavio
L’antico storico ebreo Flavio Giuseppe racconta nel suo libro ebraico Antichit? XII, come il vittorioso Giuda Maccabeo ordin? sontuosi festeggiamenti annuali otto giorni dopo rededicating il Tempio di Gerusalemme che era stato profanato da Antioco IV Epifane. Josephus non dice il festival ? stato chiamato Hannukkah ma piuttosto il « Festival delle Luci »:
« Ora Giuda ha celebrato la festa del restauro dei sacrifici del tempio per otto giorni, e omesso nessuna sorta di piaceri al riguardo; ma li festeggiato al momento sacrifici molto ricche e splendide, e lui onorato Dio, e li deliziato da inni e salmi . Anzi, erano cos? molto felice al risveglio dei loro costumi, quando, dopo un lungo periodo di pausa, che inaspettatamente avevano riacquistato la libert? del loro culto, che hanno fatto una legge per la loro posteri, che dovrebbero mantenere un festival ., a causa della restaurazione del loro culto del tempio, per otto giorni e da quel momento per questo che celebriamo questa festa, e chiamiamo illumina Suppongo che la ragione era, perch? questa libert? oltre le nostre speranze ci apparve,., e che da l? era il nome dato a quella festa. Giuda ricostru? le mura intorno alla citt?, e torri di grande altezza allevato contro le incursioni dei nemici, e impostare le guardie in esso. Ha inoltre fortific? la citt? Bet-Zur, che potrebbe servire come una cittadella contro tutte le angosce che potrebbero venire dai nostri nemici. « 

Altre fonti antiche
La storia di Hanukkah si allude nel libro di stato a causa di un miracolo avvenuto il 25 di Kislev, e che sembra essere dato come la ragione per la scelta della stessa data per la riconsacrazione dell’altare da Giuda Maccabeo.
Un’altra fonte ? il Megillat Antioco . Questo lavoro (noto anche come « Megillat HaHasmonaim », « Megillat Hanukkah » o « Megillat Yevanit ») ? sia in aramaico e l’ebraico ; la versione ebraica ? una traduzione letterale dall’originale aramaico. Date Studi recenti ? da qualche parte tra i secoli 2 ø e 5 ø, probabilmente nel 2 ø secolo, con la datazione ebraica al 7 ø secolo. E ‘stato pubblicato per la prima volta a Mantova nel 1557. Saadia Gaon , che ha tradotto in arabo nel 9 ø secolo, attribuito agli stessi Maccabei, contestate da alcuni, in quanto d? date come tanti anni prima della distruzione del secondo Tempio nel 70 dC. Il testo ebraico con traduzione in inglese pu? essere trovato nel Siddur di Filippo Birnbaum .

La si riferisce al festival come « luci ».
Storia di Hanukkah
Sfondo
La prima guerra giudaica. 31 Le Tobiadi , che ha guidato la fazione ebraica ellenizzante a Gerusalemme, furono espulsi in Siria intorno al 170 aC, quando il sommo sacerdote Onia e la sua fazione pro-egiziano strappato il controllo da loro. Tobiadi esiliati incitato Antioco IV Epifane di riconquistare Gerusalemme. Come l’antico storico ebreo Giuseppe Flavio ci dice « Il re essendo esso disposto in precedenza, rispettato con loro, e venne su gli ebrei con un grande esercito, e ha preso la loro citt? con la forza, e uccise una grande moltitudine di coloro che ha favorito Tolomeo, e inviato ai suoi soldati di saccheggiare loro senza piet?. Egli ha anche rovinato il tempio, e mettere fine alla pratica costante di offrire un sacrificio quotidiano di espiazione per tre anni e sei mesi. « 

Vista Tradizionale
Quando il Secondo Tempio di Gerusalemme fu saccheggiata e servizi si ferm?, il giudaismo ? stato dichiarato illegale. Nel 167 aC Antioco ordinato un altare a Zeus eretta nel Tempio. Egli ha vietato la circoncisione e ordin? maiali per essere sacrificato sull’altare del tempio (il sacrificio di suini alle divinit? greche era pratica rituale di serie nella religione greca antica ). Azioni di Antioco provocato una grande rivolta. Mattityahu , un sacerdote ebreo , ei suoi cinque figli Jochanan , Simeone , Eleazar , Jonathan , e Giuda ha condotto una ribellione contro Antioco. Giuda divenne noto come Yehuda HaMakabi (« Giuda il martello »). Con 166 aC Mattatia era morto, e Giuda ha preso il suo posto come leader. Con 165 aC la rivolta ebraica contro la monarchia seleucide era successo. Il Tempio fu liberato e riconsacrato. La festa di Hanukkah ? stato istituito per celebrare questo evento. Giuda ordin? al tempio per essere purificato, un nuovo altare per essere costruito al posto di quello inquinato e nuovi vasi sacri da effettuare. Secondo il Talmud, ? stato necessario l’olio d’oliva per la menorah del Tempio, che ? stata tenuta a bruciare per tutta la notte ogni notte. La storia racconta che c’era solo olio sufficiente a bruciare per un giorno, ma si bruci? per otto giorni, il tempo necessario per preparare una nuova fornitura di petrolio per la menorah. Un festival di otto giorni ? stato dichiarato dai saggi ebrei per commemorare questo miracolo.
La versione della storia in 1 Maccabei afferma che una celebrazione di otto giorni di canti e sacrifici ? stato proclamato su ri-dedicazione dell’altare, e non fa menzione del miracolo dell’olio. Un certo numero di storici ritengono che la ragione per la celebrazione di otto giorni era che la prima Hanukkah era una celebrazione tardiva di Sukkot e Shemini Atzeret . Durante la guerra gli ebrei non erano in grado di celebrare queste feste, quando le lampade dovevano essere accesa nel Tempio (Suk.v. 2-4).

Publié dans:Ebraismo : feste |on 17 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

Rabbi Shalom Gold sounds the shofar in Jerusalem.

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Publié dans:Ebraismo : feste |on 24 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

LE FESTE EBRAICHE – ROSH HA SHANÀ – IL CAPODANNO

http://www.ucei.it/?cat=3&pag=18&subpag=32

LE FESTE EBRAICHE – ROSH HA SHANÀ – IL CAPODANNO

(inizia domani 25 settembre, vedi sotto)

Rosh Ha-Shanà cade i primi due giorni del mese di Tishrì ed è il capo d’anno per la numerazione degli anni, per il computo dei giubilei e per la validità dei documenti. Ha un carattere e un’atmosfera assai diversi da quella normalmente vigente nel capo d’anno « civile » in Italia. Infatti è considerato giorno di riflessione, di introspezione, di auto esame e di rinnovamento spirituale. E’ il giorno in cui, secondo la tradizione, il Signore esamina tutti gli uomini e tiene conto delle azioni buone o malvagie che hanno compiuto nel corso dell’anno precedente. Nel Talmud infatti è scritto « A Rosh Ha-Shanà tutte le creature sono esaminate davanti al Signore ». Non a caso tale giorno nella tradizione ebraica è chiamato anche « Yom Ha Din », il giorno del giudizio. Il giudizio divino verrà sigillato nel giorno di Kippur, il giorno dell’espiazione. Tra queste due date corrono sette giorni che sommati ai due di Rosh Ha-Shanà e a quello di Kippur vengono detti i « dieci giorni penitenziali ».
Rosh Ha-Shanà riguarda il singolo individuo, il rapporto che ha con il suo prossimo e con Dio, le sue intenzioni di miglioramento.
Nella Torà, (Levitico 23:23,24) il primo giorno del mese di Tishrì è designato come « giorno di astensione dal lavoro, ricordo del suono, sacra convocazione », e nuovamente in Numeri (29:1,6) è ripetuto che è « un giorno di suono strepitoso »: un altro dei nomi di questa festa è « Yom Teru’a », giorno del suono dello Shofar, il grande corno. In ottemperanza al comando biblico in questo giorno viene suonato lo Shofar, simbolo del richiamo all’uomo verso il Signore. Questo suono serve a suscitare una rinascita spirituale e a portare verso la teshuvà, il pentimento, il ritorno verso la giusta via. Lo Shofar, oltre a chiamare a raduno, ricorda l’episodio biblico del « sacrificio » di Isacco, sacrificio in realtà mai avvenuto in quanto fu sacrificato un montone al posto del ragazzo. Il corno deve essere di un animale ovino o caprino in ricordo di questo episodio. Inoltre lo shofar ricorda il dono della Torà nel Sinai che era accompagnato da questo suono e allude anche al Grande Shofar citato in Isaia (27:13) « E in quel giorno suonerà un grande shofar », annunciatore dei tempi messianici.
I suoni che vengono emessi da questo strumento sono di diverso tipo: note brevi, lunghe e interrotte; secondo una interpretazione esse sono emesse in onore dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe.
Rosh Ha-Shanà è chiamato anche Giorno del Ricordo, infatti la tradizione vuole che Dio proprio in questa data abbia finito la Sua opera di creazione e sarebbe stato creato Adamo, il primo uomo.
Un uso legato a questa giornata vede l’ebreo recarsi verso un corso d’acqua o verso il mare e lì recitare delle preghiere e svuotarsi le tasche, atto che rappresenta simbolicamente il disfarsi delle colpe commesse e un impegno simbolico a rigettare ogni cattivo comportamento, come scritto nel libro biblico di Michà : « Getterai i nostri peccati nelle profondità del mare ».
Gli ebrei azkenaziti in questo giorno vestono di bianco, simbolo di purezza e rinnovamento spirituale. Anche i rotoli della Torà e l’Arca vengono vestiti di questo colore. Quest’usanza può essere ricondotta al verso di Isaia (1:18) in cui è scritto: « quand’anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diverranno bianchi come la neve ».
A Rosh Ha-Shanà si usa mangiare cibi il cui nome o la cui dolcezza possa essere ben augurante per l’anno a venire. Il pane tipico della festa assume una forma rotonda, a simbolo della corona di Dio e anche della ciclicità dell’anno. Con l’augurio che l’anno nuovo sia dolce, si usa mangiare uno spicchio di mela intinta nel miele. Si usa anche piantare dei semini di grano e di granturco che germoglieranno in questo periodo, in segno di prosperità.

Publié dans:Ebraismo : feste |on 24 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

SHAVUÒT, PENTECOSTE, FESTA DELLE PRIMIZIE E DELLA MIETITURA

http://www.sunuraghe.it/2010/shavuot-pentecoste-festa-delle-primizie-e-della-mietitura

SHAVUÒT, PENTECOSTE, FESTA DELLE PRIMIZIE E DELLA MIETITURA

20 maggio 2010

Calendario per l’omer, Padova 1797. Manifesto in legno e pergamena per il conteggio dell’omer (i 49 giorni fra Pasqua e Pentecoste). Tratto da: Ebraismo Ed. Giunti Firenze.
Questa festa ebraica corrisponde alla nostra Pentecoste ma con significato diverso. Infatti festeggia il raccolto delle messi con un particolare significato per la primogenitura di ogni cosa, dedicata al Signore, ed anche completa il ricordo della liberazione ottenuta con la fuga dall’Egitto.
Shavuòt cade sette settimane (shavuòt) dopo Pèsach (la Pasqua ebraica che anche Gesù festeggiò). In quanto festa delle delle primizie e della mietitura è anche chiamata Ghang abikkurìm e Chang hakatzir. Poiché i Dieci Comandamenti furono promulgati sul Monte Sinai proprio cinquanta giorni dopo l’uscita del Popolo ebraico dall’Egitto, la ricorrenza di Shavuòt viene festeggiata come “tempo in cui è stata donata la legge”.
Il popolo Ebraico conquistò la libertà fisica con la liberazione dall’Egitto, ma fu solo quando ricevette i Comandamenti e la Legge che la liberazione arrivò al suo compimento anche spirituale. Le feste di Pèsach e Shavuòth sono collegate fra loro dal periodo dell’òmer che dura sette settimane.
Il passaggio dalla liberazione fisica a quella spirituale necessita di un periodo di purificazione. Sette giorni è il periodo di purificazione normale, quarantanove giorni è il periodo di purificazione necessario per liberarsi dalle influenze assorbite dalla cultura egiziana: il conto inizia la seconda sera di Pèsach e continua per quarantotto sere successive.
Lòmer è una misura di orzo pari a circa quattro litri che, ai tempi in cui esisteva il Tempio a Gerusalemme, veniva prelevata dal nuovo raccolto e offerta al Santuario, per la prima volta, proprio il secondo giorno di Pèsach.
Come gli Ebrei festeggiano oggi giorno Shavuòt: si usa trascorrere la prima notte della festività studiando tutta la notte su libri appositi in cui sono indicati i brani della Torà, del Talmud e dello Zohar da leggere. Si legge il Libro di Ruth.
Come per gli altri giorni di festa solenne, è permesso accendere da un fuoco già acceso, cucinare e trasportare oggetti da un luogo pubblico ad uno privato. Sono in genere vietati gli stessi lavori vietati il sabato: per es. non è permesso accendere o spegnere la luce elettrica.
In alcune comunità si usa consumare pasti composti di soli latticini forse perché, non avendo ancora ricevuto la Torà (la Legge), gli Ebrei non sapevano ancora come macellare in modo kasher gli animali (in modo puro e codificato dalla Legge oltre che, oggi, verificato e vigilato dai Rabbini).
È consuetudine adornare il Tempio con fiori e piante in ricordo del profumo che gli Ebrei sentirono quando furono promulgati i Comandamenti.
Ludovica Pepe Diaz

Spiegazioni:
Torà: equivale alla nostra Bibbia (Vecchio Testamento, detto anche Pentateuco perché consta di 5 Libri, come nel canone Protestante.
Talmud: Libro che racchiude interpretazioni e pareri sulla Torà di molti Rabbini, oltre a norme di comportamento; è considerato come la Torà orale.
Zohar: testo che appartiene alla mistica ebraica della Kabalà.
Macellazione kasher: viene fatta da macellai autorizzati in modo che l’animale soffra il meno possibile e che tutto il sangue esca tramite rapido taglio della giugulare. La preparazione della carne per la cottura avviene tenendola mezz’ora nell’acqua e poi un giorno sotto sale.

Fonti:
Ebraismo – Giunti Ed. Firenze
Lunario della Comunità Ebraica di Roma?

Publié dans:Ebraismo : feste |on 4 juin, 2014 |Pas de commentaires »

HANUKKAH 2013

http://www.messiev.altervista.org/Hanukkah.htm

HANUKKAH 2013

(Argentino Quintavalle)

(da Chiesa Evangelica)

Come vedremo – Hanukkah – la Festa della Dedicazione o Festa delle Luci, illumina la vita e il ministero del Messia. La sua origine è menzionata profeticamente nel libro di Daniele, ma quello che maggiormente coglie di sorpresa è che il riferimento più chiaro di Hanukkah si trova nel Nuovo Testamento. Hanukkah è una celebrazione di otto giorni che inizia il giorno 25 del mese di Kislev (novembre/dicembre). Sebbene conosciuta come Festa delle Luci, Hanukkah significa Dedicazione, e il tema di questa festa è la ri-dedicazione (ri-consacrazione) del Tempio di Gerusalemme, dopo averlo liberato dal malvagio potere di un re pagano che l’aveva profanato. Ma per i credenti nel Messia Gesù, la festa ha un significato più profondo. Essere parte del corpo di Cristo significa avere la responsabilità di esprimere Cristo, dedicarsi a perseguire i suoi santi scopi, essendo stati salvati dalla potenza del male. Possiamo anche applicare il principio della dedicazione alle nostre vite in quanto individualmente membri del suo corpo. Siamo chiamati giornalmente a dedicare le nostre vite a Colui che ci ama e proclamare il glorioso vangelo del Messia Gesù, essendo luci in questo mondo di tenebre. Per capire completamente Hanukkah, abbiamo bisogno di conoscere un po’ la storia. La maggior parte di quello che conosciamo riguardo la storia di questa festa si trova nei libri extra-biblici di 1 e 2 Maccabei e negli scritti dello storico giudeo Giuseppe Flavio. Il periodo di tempo tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento è stato chiamato “gli anni del silenzio”, ma la verità è che in questo periodo sono accadute molte cose di notevole rilevanza. La storia di Hanukkah è una storia di sopravvivenza, di audacia e di fede vittoriosa. Sono accadute cose troppo importanti per poterle passare sotto silenzio. Il messaggio è che davanti a cose inaspettate, con Dio siamo sempre vittoriosi. La storia risale ad Alessandro il Grande. Partendo dalla Grecia, nel 4° secolo a.C., l’ambizioso Alessandro, all’età di 23 anni, ha iniziato a conquistare il mondo allora conosciuto. Il libro del profeta Daniele lo ritrae, simbolicamente, dapprima come un leopardo alato e poi come un capro con un corno tra gli occhi, che correva così velocemente tanto da non toccare il suolo (Dan.7:6; 8:5-7). È stato con le sue conquiste che è iniziata l’Ellenizzazione del mondo. Le idee dei filosofi greci, che glorificavano il corpo umano sia nello sport che nell’arte, e la maniera greca di comprendere l’universo che ci circonda, ha permeato il mondo. Queste nuove idee filosofiche hanno cambiato le culture esistenti e hanno cercato d’influire anche sulle religioni dei popoli conquistati. Alla morte di Alessandro nel 323 a.C., c’è stata una spartizione di potere tra quattro dei suoi generali, ed ha segnato l’inizio di un lungo periodo di guerre durato per quasi 200 anni. Il regno è stato diviso in quattro parti, governato da varie dinastie. Alla fine, la dinastia Seleucide/Siriana, sotto il comando di Antioco IV, che si è chiamato Epifane (che vuole “manifestazione di Dio”), ha avuto il controllo della regione che includeva anche Israele. L’obiettivo di Antioco era quello di unificare il suo regno. Egli ha imposto una politica di assimilazione della cultura ellenista, senza alcun riguardo alla cultura ed alle usanze dei popoli conquistati. I greci pensavano che, per essere veramente efficace, questa assimilazione doveva essere applicata a tutti gli aspetti della vita, comprese la lingua, le arti e la religione. Tutto e tutti si dovevano conformare alla maniera greca di vivere, considerata superiore. Questa politica di ellenizzazione, per molti, non è stato affatto un problema. Infatti, i greci erano rispettati per la loro cultura ed anche molti giudei hanno accettato e difeso l’ellenismo. Però, c’era un numero significativo di Giudei che erano terrorizzati dal cambiamento della loro società e si sono rifiutati di sottoporvisi. È iniziata così una massiccia lotta tra culture: Giudaismo contro Ellenismo. Antioco credeva che la religione giudaica fosse l’ostacolo che impediva l’accettazione dell’ellenismo, così ha messo fuori legge il giudaismo e condannato a morte chiunque lo praticasse. Nel Tempio si è praticata la prostituzione sacra. È stato dichiarato illegale il possesso delle Sacre Scritture. Famiglie intere di giudei sono state uccise per aver voluto osservare il sabato e la circoncisione. Molte famiglie, quando si scopriva che avevano circonciso i loro figli, venivano crocifisse con i neonati impiccati sui loro colli. Nonostante queste misure raccapriccianti ed il clima di terrore, molti giudei si sono rifiutati di assimilarsi alla cultura greca. Nel 167 a.C., Antioco Epifane ha marciato su Gerusalemme, è entrato nel Tempio e l’ha saccheggiato. Vi ha eretto un’immagine del suo dio, Zeus, e sull’altare sacro vi ha sacrificato un maiale. I giudei “ribelli”, invece di chiamarlo Antioco Epifane (manifestazione di Dio), l’hanno chiamato Epimene – che è l’equivalente greco per “pazzo”. Egli ha inviato i suoi soldati nelle campagne, distruggendo villaggi e sinagoghe e costringendo gli abitanti a partecipare alla celebrazione di Zeus con una festa del maiale. Quando sono entrati nella città di Modin, la gente è stata fatta riunire nella piazza della città dai soldati greco-siriani, è stato fatto costruire un altare ed il vecchio sacerdote Mattatia avrebbe dovuto sacrificare un maiale affinché la cittadinanza lo mangiasse. Mattatia si è rifiutato. A questo punto, un uomo del villaggio si è offerto di collaborare con i greco-siriani. Come l’uomo si è avvicinato al maiale, Mattatia gli è andato incontro ed ha ucciso il collaborazionista. I cinque figli di Mattatia hanno preso le loro armi, colpito i soldati, e poi sono fuggiti verso le colline. Si sono uniti a loro molti altri Giudei, ed insieme hanno iniziato una rivolta contro il potente impero greco-siriano. Poco dopo, Mattatia è morto e suo figlio Giuda ha assunto la guida del gruppo, divenuto noto come il gruppo dei «Maccabei». Ci sono due teorie riguardo questo nome. Il primo e più comune è che derivi dalla parola maqqabôt, « martello », dalla radice maqab. Si crede che a Giuda sia stato dato il nome di maqqabôt per la sua grande forza. La seconda teoria è che la parola « maqqabôt » sia un acrostico – « Mi kamokha ba’elim Adonai » che significa, « chi tra i potenti è simile a te, o Signore?”. Si crede che “maqqabôt” sia stato il grido di battaglia dei Giudei che hanno combattuto contro l’esercito Siriano. Sotto la conduzione di Giuda e di fronte ad una siffatta disparità di forze, i « ribelli » hanno adottato la tattica della guerriglia, ed in seguito hanno sorpreso e sconfitto l’esercito Siriano mandato contro di loro per domare la rivolta. Convinti della fedeltà di Dio, i “ribelli” si sono spinti fino a Gerusalemme, l’hanno liberata dai Siriani ed hanno riconquistato il Tempio. Hanno buttato giù la statua di Zeus e rimosso l’altare contaminato, costruendone uno nuovo. È stata fissata una data per la riconsacrazione del Tempio – il 25 di Kislev, lo stesso giorno nel quale, tre anni prima, Antioco aveva emesso le sue leggi anti-giudaiche ed aveva commesso «l’abominazione della desolazione». Nel Luogo Santo del Tempio, con grande gioia dei conquistatori Giudei, è stata ritrovata la grande menorah, che era il simbolo della luce di Dio. Era stata danneggiata, ma essi l’hanno riparata ed hanno cercato lo speciale olio per accenderla. In uno dei magazzini hanno trovato una sola bottiglia d’olio, che era sufficiente solo per un giorno e la procedura per la sua preparazione richiedeva otto giorni. Essi erano di fronte alla decisione se fare l’olio ed aspettare otto giorni per accendere la menorah, dando così il tempo ai Siriani di riorganizzarsi ed attaccare, oppure accenderla subito e sperare che la gente, vedendo che la luce di Dio era ancora una volta nel Tempio, si unisse alla lotta insieme a loro. Il solo pensiero di riaccendere la luce per vederla splendere di nuovo era una cosa che toccava il cuore. Inoltre, lo zelo per la riconsacrazione del Tempio era così forte che, malgrado il dilemma, essi decisero di accendere il candelabro. Dio ha mostrato la Sua approvazione per gli atti di valore e di zelo dei Maccabei, quando l’olio, che doveva durate per un solo giorno, è miracolosamente durato per tutti gli otto giorni, fino a quando era pronto il nuovo olio santo. Il sentimento nazionale è cresciuto a tal punto che i Siriani non hanno più potuto riprendere Gerusalemme. Giuda stabilì che questo evento sarebbe stato ricordato con una festa annua, Hanukkah, la Festa della Dedicazione. Un detto tradizionale è nato dalla storia di Hanukkah: «nes gadol haya sham», che vuole dire, «un grande miracolo è accaduto». Perciò, questa festa di 8 giorni è conosciuta anche come «Festa delle Luci». Ci sono alcune tradizioni associate alla commemorazione di Hanukkah, ma voglio concentrarmi su quello che, in maniera molto chiara, mostra un simbolismo Messianico. Durante la festa, veniva usata una menorah speciale. L’Hanukkah Menorah ha nove bracci invece dei normali sette. Quello chiamato «Shamash» o «Servitore» si trova ad un lato oppure in mezzo ma in posizione più elevata. La prima notte, viene messa una candela nello Shamash e una alla fine. Si accende lo Shamash, e poi con esso si accende l’altra candela. La seconda notte, si aggiunge una candela, e così via fino alla fine degli otto giorni. Durante l’accensione, la famiglia recita una tradizionale preghiera di benedizione. È della candela Shamash di cui voglio parlare. La candela centrale, lo Shamash, il Servitore – ci ricorda Gesù e quello che egli ha detto di sé stesso: «il Figliuol dell’uomo non è venuto per esser servito ma per servire» (Mat.20:28). Come lo Shamash è l’unica fonte di luce per le altre candele, così Gesù è l’unica fonte di luce delle nostre vite. Vediamo in Giov.1:9 che «La vera luce che illumina ogni uomo, era per venire nel mondo». Per i credenti in Gesù la metafora è significativa: Gesù, la «luce del mondo» (Giov.8:12), è venuto come un servitore (Mar.10:45) per dare a tutti la luce (Giov.1:4,5), in modo da poter diventare luce per gli altri (Mat.5:14). Per la comunità ebraica, Hanukkah è diventata un tempo per esprimere la speranza Messianica, in quanto è un ricordo di liberazione. Noi sappiamo che il vero Shamash è Gesù, la Luce del mondo. Ho già detto che la citazione più chiara di Hanukkah si trova nel Nuovo Testamento, e precisamente in Giov.10:22-30. Leggiamo che Gesù era a Gerusalemme per celebrare la festa della Dedicazione ed è in quella occasione che egli ha scelto di dichiarare pubblicamente la sua divinità – dichiarare sé stesso come Messia. Il passaggio inizia: «In quel tempo ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d’inverno, e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone». (vv.22,23). Gli Israeliti dei tempi di Gesù conoscevano gli eventi che avevano portato alla Festa della Dedicazione, quando gli si sono avvicinati nel Tempio. Era nel contesto di quella storia che gli hanno chiesto: «Se tu sei il Cristo diccelo apertamente» (v.24). Se egli era veramente il Messia, essi ragionavano, avrebbe dovuto avere il potere di liberare il popolo dalla tirannia dei Romani, così come Dio li aveva liberati dal perverso Antioco. Gesù ha risposto loro con un rimprovero. «Ve l’ho detto, e non lo credete» (v.25). Gesù ha chiaramente affermato la sua Messianicità. Egli ha dichiarato di avere la potenza divina per liberare e sostenere il suo popolo, ma non nel modo che essi speravano ed attendevano: «le opere che fo nel nome del Padre mio, son quelle che testimoniano di me; ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce, e io le conosco, ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna, e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti; e nessuno può rapirle di mano al Padre». (vv.25-29). Il potere di cui parlava Gesù non era un potere temporale e materiale. Era spirituale ed eterno – ed era basato sulla fede in lui come Cristo di Dio. La salvezza che egli offriva non era dall’oppressione romana, ma dall’oppressione di Satana, dal peccato e dalla morte. La riconsacrazione del Tempio ricordava la potenza di Dio per mantenere le Sue promesse e preservare il Suo popolo Israele. Ma Uno maggiore del Tempio stava nel portico di Salomone in quel giorno. Egli ha fatto una affermazione sbalorditiva: «Io ed il Padre siamo uno» (v.30). Questo è il ricordo di Hanukkah. Era ancora fresco tra la gente il ricordo che essi avevano rifiutato di sottomettersi ad Antioco. Ora c’è qui Gesù, che sta in piedi nel Tempio e che afferma la sua divinità. La reazione della gente era prevedibile. «I Giudei presero di nuovo delle pietre per lapidarlo» (v.31). E se egli non fosse stato colui che sosteneva di essere, essi avrebbero avuto pienamente ragione a fare questo. Non c’è stato alcun fraintendimento, essi hanno capito perfettamente quello che Gesù esigeva di essere, «Molte buone opere v’ho mostrate da parte del Padre mio; per quale di queste opere mi lapidate voi?» (v.32). I Giudei hanno risposto: «Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (v.33). Quando la gente ha rifiutato Antioco, Dio ha mantenuto la Sua promessa di liberarli miracolosamente. Ma quando i capi Giudei hanno rifiutato Gesù, essi hanno perso un miracolo ben più grande della vittoria che Israele aveva ottenuto sull’esercito Siriano. Essi hanno perso il miracolo dell’Emmanuele, Dio con noi. Quel miracolo ha dato a Gesù il diritto di esercitare la potenza per salvare tutti quelli che vanno a Dio attraverso di Lui. Dio mantiene le Sue promesse, anche quando l’essere umano non riesce a vederlo. Egli ha detto, «Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figliuolo, e gli porrà nome Emmanuele…Poiché un fanciullo ci è nato, un figliuolo ci è stato dato, e l’imperio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace» (Is.7:14; 9:6). Gesù ha adempiuto queste promesse preziose di Dio. In lui, Dio ha dimostrato la Sua fedeltà ad Israele e a tutto il mondo. Quando guardiamo il miracolo di Hanukkah, sappiamo di avere motivo per fare festa. Poiché Dio mantiene le Sue promesse, Egli salverà e sosterrà Israele. Poiché Dio mantiene le Sue promesse, Egli salverà e sosterrà tutti quelli che sono venuti a Lui per mezzo della fede nell’Emmanuele, il nostro Messia Gesù. Poiché Dio mantiene le Sue promesse, Egli ha comprato con sangue ogni credente per essere il Suo proprio Tempio, dove l’Emmanuele, Dio con noi, ha posto la sua residenza. E poiché Dio mantiene le Sue promesse, ci uniamo ad altri nel dedicare noi stessi a vivere per Lui per mezzo della potenza del Ruach haKodesh, lo Spirito Santo che arde dentro di noi. Se non abbiamo mai considerato Hanukkah come una festa, un giorno santo, possiamo incominciare ad apprezzarla. Ricordiamo che ognuno di noi, illuminato dallo Shamash, è ora il Tempio di Dio. Ci è stata data una fiamma eterna – un rifornimento senza fine di « olio nelle nostre lampade ». Facciamo radiosamente bruciare questa fiamma nei nostri cuori. E ora, possa Dio darci luce agli occhi, e farci vedere Gesù nella vita di tutti i giorni. Possa la Sua luce illuminare della Sua presenza le nostre case. Possa Egli permettere ad ognuno di noi di essere come lampade splendenti nel mondo in cui viviamo.  

Publié dans:Ebraismo : feste |on 28 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

LE FESTE EBRAICHE – 18-27 SETTEMBRE : LA FESTA DELLE CAPANNE

http://www.ucei.it/?cat=3&pag=18&subpag=34

LE FESTE EBRAICHE – 18-27 SETTEMBRE

LA FESTA DELLE CAPANNE

La festa di Sukkoth inizia il 15 del mese di Tishrì. Sukkoth in ebraico significa « capanne » e sono appunto le capanne a caratterizzare questa festa gioiosa che ricorda la permanenza degli ebrei nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù dall’Egitto: quaranta anni in cui abitarono in dimore precarie, accompagnati però, secondo la tradizione, da « nubi di gloria ».
Nella Torà (Levitico, 23, 41-43) infatti troviamo scritto: « E celebrerete questa ricorrenza come festa in onore del Signore per sette giorni all’anno; legge per tutti i tempi, per tutte le vostre generazioni: la festeggerete nel settimo mese. Nelle capanne risiederete per sette giorni; ogni cittadino in Israele risieda nelle capanne, affinché sappiano le vostre generazioni che in capanne ho fatto stare i figli di Israele quando li ho tratti dalla terra d’Egitto ».
La festa delle capanne è una delle tre feste di pellegrinaggio prescritte nella Torà, feste durante le quali gli ebrei dovevano recarsi al Santuario a Gerusalemme, fino a quando esso non fu distrutto dalle armate di Tito nel II secolo e.v. Altri nomi della festa sono « Festa del raccolto » e anche « Festa della nostra gioia », poiché cade proprio in coincidenza con la fine del raccolto quando si svolgevano grandi manifestazioni di gioia. Questa festa è detta anche « festa dei tabernacoli » e il precetto che la caratterizza è proprio quello di abitare in capanne durante tutti i giorni della festa. Se a causa del clima o di altri motivi non si può dimorare nelle capanne, vi si devono almeno consumare i pasti principali. Altri nomi della festa sono « Festa del raccolto » e anche « Festa della nostra gioia », poiché cade proprio in coincidenza con la fine del raccolto quando si svolgevano grandi manifestazioni di gioia.
La capanna deve avere delle dimensioni particolari e deve avere come tetto del fogliame piuttosto rado, in modo che ci sia più ombra che luce, ma dal quale si possano comunque vedere le stelle. E’ uso adornare la sukkà, la capanna, con frutta, fiori, disegni e così via.
La sukkà non è valida se non è sotto il cielo: l’uomo deve avere la mente e lo spirito rivolti verso l’alto.
Un altro precetto fondamentale della festa è il lulàv: un fascio di vegetali composto da un ramo di palma, due di salice, tre di mirto e da un cedro che va agitato durante le preghiere. Forte è il significato simbolico del lulàv: la palma è senza profumo, ma il suo frutto è saporito; il salice non ha né sapore né profumo; il mirto ha profumo, ma non sapore ed infine il cedro ha sapore e profumo. Sono simbolicamente rappresentati tutti i tipi di uomo: tutti insieme sotto la sukkà. Secondo un’altra interpretazione simbolica la palma sarebbe la colonna vertebrale dell’uomo, il salice la bocca, il mirto l’occhio ed infine il cedro il cuore. L’uomo rende grazie a Dio con tutte le parti del suo essere.
L’uomo è disposto a mettersi al servizio di Dio anche nel momento in cui sente che massima è la potenza che ha raggiunto: ha appena raccolto i frutti del suo raccolto, ma confida nella provvidenza divina e abbandona, anche se solo per pochi giorni, la sua dimora abituale per abitare in una capanna. Capanna che è insieme simbolo di protezione, ma anche di pace fra gli uomini. « E poni su di noi una sukkà di pace » riecheggiano infatti i testi di numerose preghiere; ci sono dettagliate regole che stabiliscono l’altezza massima e minima che deve avere una sukkà, ma per quanto concerne la larghezza viene stabilita solo la dimensione minima: nei tempi messianici infatti la tradizione vuole che verrà costruita una enorme unica sukkà nella quale possa risiedere tutta l’umanità intera.

Publié dans:Ebraismo : feste |on 16 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

YOM KIPPUR

http://www.parrocchie.it/villasangiovanni/parrocchiaimmacolata/movimenti/rdsk/yom.htm

(per il 2013 era il 13 e 14 settembre, si sono sovrapposte alla Festa della Santa Croce, il 14 ed alla domenica, quindi metto qualcosa oggi, articolo del 2008)

YOM KIPPUR

Testi biblici correlati: ES 29,36sES 30,1-10LV 4LV 23EB 13,10ss1GV 4,10

Le feste

Le feste, per il popolo ebraico, sono prevalentemente di carattere liturgico. Nulla, per il popolo eletto, è separato da Dio. Le feste spezzano il tempo ordinario, ed immergono l’uomo nella memoria del passato, perché non si deve dimenticare mai l’opera che Dio ha fatto e che continua a fare con il Suo popolo, la festa è un memoriale, non una semplice rievocazione di un evento, ma un ripetersi, un riattualizzarsi dell’evento, un nuovo passaggio di Dio. Le feste sono anche un ringraziamento a Dio creatore, per aver fatto l’uomo e il mondo come cosa buona (cfr. GN 1), in quanto sostenuti entrambi dal sacro, dal Qadosh, da Dio stesso. Ogni festa ha, implicitamente, 3 punti cardinali:
Rifiuto della morte. La fine dell’uomo non è in questo mondo austero, la realtà ultima non è il demonio e il male. La festa indica questa lotta.
Affermazione della vita. (cfr. DT 16,14). La felicità non è una cosa egoistica, ma si gioisce quando tutti stanno bene, grazie al reciproco aiuto. La festa ricostruisce in un certo senso, l’Eden originario, in cui Adamo ed Eva vivevano riconciliati col cosmo e con Dio perché il peccato non era entrato in loro.
Dio è fondamento di tutto. Si può vincere il demonio e godere in terra della felicità perché l’uomo non è solo nel suo combattimento, ma il suo fondamento ontologico sta in Dio stesso che crea l’uomo “a Sua immagine e somiglianza”. L’uomo è chiamato a rientrare, tramite la festa, in quel piano divino che Dio ha con lui.
Le feste d’Israele hanno origini agricole. Si vuol esprimere a Dio la gratitudine per i doni fatti durante l’anno, offrendo le primizie dei raccolti e del bestiame. Il popolo riconosce che nulla gli appartiene ma che tutto è dono di Dio. Poiché i dono vengono da Dio, nessuno se ne può impadronire ma tutti devino usufruirne secondo le proprie necessità. Proprio delle feste infatti è il provvedere ai bisognosi, in modo che tutti possano lodare Dio e far festa secondo le leggi prescritte. Le feste ricordano inoltre al popolo la stretta connessione che c’è tra l’abbondanza dei frutti e il rispetto della Torà ricevuta sul Sinai. (LV 26,3-6).

Yom Kippur
Introduzione
La festa di Kippur cade 9 giorni dopo il Rosh Ha Shanà (capo d’anno).La parola Kippur vuol dire espiazione, ed indica appunto il carattere penitenziale di tale festa. Il popolo di Israele, sentendosi peccatore, ha bisogno di essere perdonato da Dio. La caratteristica fondamentale di tale espiazione consiste nel fatto che vengono perdonati soltanto i peccati fatti contro Dio, per i peccati fatti contro un’ altra persona è necessario chiedere perdono direttamente al diretto interessato (cfr. MT 6,12-15). E’ un giorno di penitenza e digiuno. La Bibbia (LV 16) fa risalire questa festa alla lite tra i figli di Aronne, come necessità di riconciliazione. Lo Y. Kippur si celebrava al Tempio, ma dopo la sua distruzione avvenutanel 70 d.C., la liturgia della festa ha subito di conseguenza molte variazioni. Dobbiamo quindi distinguere il periodo pre e post tempio.

Problemi di datazione
Sebbene il testo del LV 16 metta l’origine dello Yom Kippur al tempo di Mosè e di Aronne. Dagli ultimi studi sappiamo che il testo del Levitico è di tradizione sacerdotale, quindi postesilico (dopo il VI sec. A.C.). Facendo l’analisi del testo di LV 16 possiamo distinguere 3 srati cronologici:
litigio tra i figli di Aronne, necessità di perdono (pre esilio)
purificazione del Tempio (post.esilio)
datazione e carattere penitenziale della festa (post.esilio)
Inoltre in nessun testo preesilico è menzionata tale festa. Ezechiele (Ez 45,18-25) parla di una festa con sacrifici per purificare il Tempio e per i peccati del popolo, che forse è un primordio dello Yom Kippur, infatti mancano molti elementi. Esdra e Neemia non ne fanno alcuna menzione. La situazione è complessa e richiederebbe una trattazione molto più lunga e dettagliata della mia, ho solo fatto qualche cenno.

Descrizione generale
Lo Yom Kippur è preceduto da un tempo di 10 giorni, detti anche “giorni tremendi », nei quali ognuno ha la possibilità di fare un esame di coscienza e riconciliarsi col prossimo. Qualora una persona non si riconcili col fratello, il giudizio di Dio su di lui sarà tremendo. Il giorno di Yom Kippur è di assoluta penitenza, assenza di lavoro e digiuno.
Prima del 70 d.C. Il Sommo Sacerdote offre un toro in olocausto per i propri peccati. Poi vengono presi due arieti, uno viene offerto in sacrificio per Dio. Col sangue del toro e dell’ariete immolati il S. Sacerdote asperge il propiziatorio, dopo aver offerto l’incenso nel S. dei Santi. Poi si asperge l’altare. A questo punto il Santuario del Tempio è purificato. L’altro ariete allora, dopo che il S. Sacerdote confessa i peccati sulla sua testa,viene portato nel deserto spinto giù da un dirupo. Il S. Sacerdote offre poi un olocausto per se stesso e per il popolo. Giunto il momento di chiudere le porte del tempio si recitava la Ne’ila, preghiera che sigillava i decreti di Dio.
Dopo la distruzione del Tempio. La sera prima dello Yom Kippur Tutti vanno in Sinagoga e si canta il Col Nidrè (preghiera che riguarda i voti fatti durante l’anno) e poi si fa la triplice confessione dei peccati (per sé, per la famiglia, per il popolo). Inoltre sempre la stessa sera, vengono uccisi un gallo ed una gallina. Il capofamiglia fa girare questi animali per 3 volte sulla testa di ognuno per prendere i loro peccati, durante questo rito (forse precedente al medioevo) si leggono alcuni brani della scrittura. Al giorno d’oggi lo Yom Kippur è una delle feste più importanti per Israele, la Mishnà lo chiama infatti “il giorno fra i giorni”, e viene celebrato il 10 di Tishri.

Il rituale del tempio
Il giorno di Yom Kippur, come già detto, è di non lavoro, penitenza e digiuno. Valgono tutte le prescrizioni in vigore del sabato. L’assemblea si reca al Tempio dove vengono effettuati i vari sacrifici. In questo giorno solo il S. Sacerdote può officiare. Un rituale è tipicamente levitico: il S. Sacerdote offre un toro per i suoi peccati e per quelli della sua casa (casta sacerdotale). Solo in questa festa egli può entrare nel S.dei Santi per incensare il propiziatorio (kapporet, cfr. ES 25,17-22; ES 37,6-9) dopo averlo asperso col sangue del toro. Lo stesso fa poi col sangue del capro immolato per i peccati del popolo. Queste espiazioni sono legate all’espiazione per l’altare e per il santuario (v 33).

Il capro per Azael
Oltre al capro offerto in sacrificio c’è un altro capro che fa parte del rito che viene tirato a sorte (uno per Dio, l’altro per Azael). Questo capo viene portato dinnanzi alla presenza di Dio, il S. Sacerdote gli impone le mani riversando su di lui tutti i peccati degli Israeliti. Un inserviente porta il capro nel deserto (forse vicino alla valle del Kedron, Bet Haddu o Bet Hardun, l’attuale Khirbet Khareidan, a 6 Km circa da Gerusalemme). Quest’uomo, resosi impuro, poteva rientrare in comunità solo dopo essersi purificato. Alcuni studiosi accostano un rito babilonese che si svolgeva il 5 di Nisan per la festa dell’anno nuovo. Un uomo purificava i templi di Bel e Nabu con acqua e aromi, poi un altro uomo uccideva un montone e fregava la carcassa sulle mura del tempio di Nabu per cancellare sue impurità. Poi la carcassa veniva gettata nell’Eufrate dai 2 uomini che non potevano rientrare prima della fine della festa cioè il 12 di Nisan. Non si sa bene cosa sia “Azael”, alcuni vedono semplicemente la parola “precipizio”, quindi solo la destinazione del capro. Ma è incongruente col testo che dice “destinato a”. E’ più plausibile che tale nome indichi un antico demone relegato nel deserto, come testimoniano anche il Targum, la versione siriaca e il Libro di Enoch. Dio stesso trasferisce i peccati sul capro, quando viene portato alla Sua presenza, il quale essendo impuro non serve come vittima sacrificale.

Preparazione allo Yom Kippur
Lo Yom Kippur, insieme al Rosh Ha Shanà, fa parte delle cosidette “feste austere”. Infatti sono di carattere penitenziale e non hanno origini agricole ne sono legate ad un evento storico particolare. Queste due feste entrano nell’ottica della Teshuvà (lett. Ritorno), cioè il popolo è cosciente di aver tradito la Torà e vuole rientrare in essa. Quando l’uomo pecca si allontana automaticamente da Dio, ed è chiamato ogni volta a rialzarsi, a rientrare nell’alleanza fatta con Dio.La Teshuvà è la speranza, per gli ebrei, che Dio non abbia chiuso totalmente le porte dell’Eden, ma che l’uomo possa rientrarvi. Queste porte per noi sono state aperte da Cristo quando è salito al Padre vincendo la morte, precedendoci in Galilea, inviandoci il Suo Spirito e restando con noi tutti i giorni. Lo Yom Kippur è il punto di arrivo, il culmine di una serie di eventi che preparano il popolo a riconciliarsi con Dio. Già dal 1 giorno del mese di Elul, che precede Tishri, inizia la preparazione di ogni uomo per ricevere il perdono, tramite preghiere aggiuntive chiamate Seliot. Secondo una tradizione Mosè salì sul Sinai il primo giorno di Elul per ricevere la Torà e tornò proprio nel giorno di K. Per questo si fa iniziare la Teshuvà col primo di Elul. Il popolo dichiarò dunque di abbandonare l’idolatria e ritornare a Dio (ES 34,6.9). I rabbini dicono infatti che il ritorno alla Torà apre le porte del perdono. Col Rosh Ha Shanà iniziano i “giorni tremendi” (yamim nora’im) perchè inzia il giudizio di Dio (EZ 33,11). In questo giorno, dicono gli ebrei, ogni uomo passa davanti a Dio, vengono aperti 3 libri in cui si legge la sorte del buono, delmalvagio e del tiepido. I giusti vengono scritti sul libro della Vita, i malvagi vengono cancellati, ai tiepidi si danno 10 giorni di tempo fino a Yom KippurQuindi in questi 10 giorni si decide il destino di tutta l’umanità. Già a R.H.S., che richiama l’inzio della creazione (bereshit) e l’inizio degli eventi salvifici (generazione di Isacco e Samuele), si suona lo Shofar, che richiama la voce di Dio sul Sinai. Il popolo si sente così chiamato a rinnovare l’alleanza, infatti quasi tutte le preghiere di questa festa sono di ringraziamento e di richiesta di perdono a Dio. Trascorsi 8 giorni, ai vespri del nono giorno inizia lo Yom Kippur, momento culmine dei giorni tremendi poichè è il giorno del giudizio divino. Per coloro che si rinnovano attraverso la teshuvà e il pentimento (EZ 18,21s), questo giorno diventa il “giorno del Grande Perdono” o il “Sabato dei Sabati”, perchè il popolo si sente purificato (IS 1,18). Il popolo è cosciente che tale perdono non è umano ma viene da Dio, il quale riprende la sua sposa che è stata infedele. Dio rinnova la promessa di creazione e di alleanza senza tener conto del male causato dall’uomo. Tale perdono è legato al perdono dei fratelli, ma non in un rapporto consequenziale. Se si perdona il fratello vuol dire che già si è entrati nel perdono di Dio. Col perdono Dio ridona l’Eden all’uomo, perchè il perdono ricrea, dona la vita.

Liturgia dello Yom Kippur
Gli elementi principali della festa sono:
“Kol Nidrè” cioè la confessione dei peccati,
le letture bibliche, Musaf
il rito di conclusione“Ne’ilah”.
Il Kol Nidrè (tutti i voti) è di origine sconosciuta. Tutti gli ebrei, prima dell’alba, vanno in sinagoga e confessano di annullare tutti i voti fatti. Tale professione viene cantata 3 volte. Per voti si intende solo quelli fatti con Dio (digiuno, astensione da qualcosa ecc.). Sciogliere i voti indica la gratuità del perdono che viene da Dio, il quale non si lega a vincoli e promesse umane. Il cuore dello Yom Kippur è la confessione dei peccati inserita nella Tefillà, che viene ripetuta 5 volte durante il giorno. Questa preghiera è composta da 2 parti: la prima parte ripete sempre “abbiamo peccato” e la seconda “per il peccato commesso…”. Tale supplica enumera 44 tipi di peccati che vengono confessati battendosi il petto, si parla sempre al prurale. Dopo la distruzione del tempio, la preghiera è divenuta sempre di pù la più alta espressione del legame tra uomo e Dio. Con la diaspora degli ebrei, la Tefillà sostituì il sacrificio del Tempio, divenendo il modo più idoneo per parlare con Dio. Altra caratteristica è la Tefillà di Musaf, che ricorda il rito della confessione pubblica fatta dal S. Sacerdote al Tempio. Tutt’oggi nelle sinagoge si legge LV 16 per ricordare la purificazione antica. Inoltre in questo giorno si legge anche il testo di IS 57,14-58, il popolo si ricorda che la purificazione ha le radici nel cuore, nell’intenzione del pentimento, non è solo un mero rito da compiere moralisticamente.Solo così si può digiunare veramente, anzi è così importante che è l’unica volta che si digiuna rigorosamente per 24 ore, da un vespro all’altro.ù Un altro testo che si legge è il libro di Giona, perchè ricorda che Dio ama tutte le nazioni, e che ogni popolo a modo poprio, ha la possibilità di pentirsi e convertirsi a Dio. L’ultimo elemento è la Ne’ilà, liturgia che ricorda la preghiera fatta al Tempio quando venivano chiuse le porte. Adesso tale chiusura è simbolica, poichè il Tempio non c’è. Questo rito ricorda al popolo che c’è un’urgenza nel rispondere a Dio, non si può rinviare la conversione. Tale rito viene fatto di sera, al tramonto del sole. Tutto finisce col suono dello Shoffar, che simboleggia il perdono di Dio grazie al quale il popolo è rinnovato per il nuovo anno. misna’ –ordine secondo (feste), yom hakippurim
CP1: 7 giorni prima dello Yom Kippur il S. Sacerdote veniva separato dalla famiglia e portato nella “camera dei consiglieri” per evitare che contraesse qualche impurità, non potendo così officiare nello Yom Kippur Per sicurezza viene designato un altro sacerdote che possa officiare al suo posto. In questi 7 giornideve preparare alcune cose del santuario e offrire sacrifici. Inoltre gli vengono affiancati 2 anziani che ogni giorno gli ripetono il rituale dello Yom Kippur affinchè lo impari. Siccome il S.Sacedote doveva perfettamente il sacrificio, alla vigilia di Yom Kippur gli portavano tori, arieti e agnelli per fargli fare pratica. In questi giorni i suoi pasti erano molto frugali, specialmente alla vigilia, affinchè egli non si addormentasse. Infatti nel sonno poteva venire una polluzione e renderlo impuro. In seguito gli anziani della classe sacerdotale incontrano il S. S. per ricordargli di non offrire l’incenso sulla paletta d’oro prima di entrare nel S. dei Santi, secondo l’opinione sadducea:
“mio signore, Sommo Sacerdote, siamo i delegati del tribunale e tu sei nostro emissario e delegato del tribunale. Ti supplichiamo (lett. Congiuriamo) per Colui del quale il nome abita in questa casa, che non muti nulla di ciò che ti abbiamo detto” (Mishnà, Yomà 1,5).
A questo punto si separano e ognuno va in luogo a piangere.Inoltre per evitare il sonno, se egli è istruito legge o commenta la Scrittura, altrimenti lo fa qualche saggio in sua presenza; se si addormenta va subito svegliato. Tutto questo dura fino all’ora del sacrificio. Nel giorno di Yom Kippur, si tolgono le ceneri dall’altare a mezzanotte, mentre normalmente nelle altre occasioni si fa di mattina al canto del gallo.
CP2: precisazioni liturgiche sui vari sacrifici dell’anno.
CP3: Non si può entrare nello spazio del Tempio per fare i riti, senza aver fatto il bagno rituale (migvè) anche se già si è puri. In Yom Kippur il S. Sacerdote fa cinque immersioni e 10 santificazioni (LV 16,4b) in una parte del santuario, la Parvà (stanza adibita per salare le pelli degli animali sacrificati. Nel tetto c’era la migvà usata in Yom Kippur per il S.Sacerdote). Infatti viene posto tra lui e i presenti un lenzuolo di lino. Il S. Sacerdote si purifica e poi gli vengono portate le vesti d’oro, dopo essersi vestito santifica mani e piedi (GV 13,8-10). Dopodichè fa il sacrificio e i vari riti quotidiani. Finiti questi riti tornava alla Parvà, si spogliava, si purificava e si metteva le vesti di lino bianco. A questo punto viene portato il toro del sacrificio addizionale e collocato tra il portico e l’altare con la faccia volta a oriente. Il S. Sacerdote stava sull’altare, (accanto a lui stavano il prefetto e il capo della casa di suo padre) rivolto verso occidente, poggiava le mani sul toro e faceva la confessione:
“Oh Dio, ho offeso, trasgredito, ho peccato innanzi a Te, io e la mia famiglia; Oh Dio, perdona le colpe, le trasgressioni e i peccati coi quali ti ho offeso, che ho commesso, coi quali ho peccato innanzi a Te, io e la mia famiglia, come sta scritto nella legge di Mosè tuo sevo. Perchè in questo giorno si fa l’espiazione per voi (LV 16,30)”.
Tutti rispondono benedicendo il nome di Dio. Poi si andava al lato nord dell’altare, dove c’erano i 2 capri e la cassa con le due sorti.
CP4: Vengono tirate le sorti dalla cassa, una “per Dio” e l’altra “per Azael”. Allora il S. Sacerdote pone la sorte “per Dio” sopra la testa del capro e dice “per il Signore, come sacrificio per il peccato” e qui appunto si pronuncia il nome di Dio secondo il tetragramma sacro. Poi lega un filo di lana color poropora sulle corna dell’altro capro “per Azael”. Ogni capro viene in seguito posto verso la direzione a cui è destinato. Il S. Sacerdote si riavvicina al toro e imponendogli le mani fa un’altra confessione dei suoi peccati e di tutti i sacerdoti. Sacrifica l’animale e raccoglie il sangue in un calice. Un uomo si occupa di mescolare questo sangue per non farlo coagulare. Il S. Sacerdote prende il braciere sale sull’altare, rimuove le ceneri più consumate, poi sale sulla quarta terrazza dell’atrio e pone li il braciere.
CP5: portano la pala d’oro e il braciere al Sacerdote, che riempie la pala d’incenso. Col braciere nella mano destra e la pala nella sinistra va davanti alla tenda S. dei Santi. Arrivando davanti all’Arca, pone il bracere tra i due cherubini e gli mette l’incenso in modo che tutto il SS. sia pieno di fumo. Quando non c’era più l’arca il braciere veniva posto su una pietra “fondamento” che si staccava di 3 dita dal suolo. Esce facendo una preghiera e rientra nel SS. Dopo l’orazione riesce e torna sulla terrazza bagnandosi le mani col sangue e torna al SS e asperge una volta verso l’alto e 7 volte verso il basso. Esce, sacrifica il capro “per Dio” e ne raccoglie il sangue, ritorna nel SS. e rifà le 8 aspersioni allo stesso modo di prima. Poi riprende il sangue del toro e asperge 8 volte dall’esterno la tenda davanti all’Arca, poi fa lo stesso col sangue del capro. Poi mescola il sangue dei due animali in un solo recipiente, va nell’altare del Signore (quello interno d’oro, dove si bruciava l’incenso ES 30,1ss) e lo purifica aspergendo tale sangue, iniziando dal lato nord orientale in senso orario.
CP6: i due capri scelti per Yom Kippur devono essere preferibilmente uguali d’aspetto e di peso, vanno comprati insieme. Se uno dei 2 capri muore dopo aver tirato le sorti, bisogna portare un altra coppia di capri e ritirare le sorti. Il S.Sacerdote si avvicina al capro espiatorio, gli impone le mani e recita la confessione:
“Oh Dio, ti ha offeso, ha trasgredito, peccò innanzi a Te il Tuo popolo, Israele. Oh Dio, perdona le colpe, le trasgressioni, i peccati coi quali ti ha offeso, commise azioni illecite, peccò il Tuo popolo, Israele, come sta scritto nella Legge di Mosè tuo servo. Perchè in questo giorno vi perdonerà purificandovi da tutti i vostri peccati, davanti al Signore sarete purificati.”.
I sacerdoti e il popolo stavano nell’atrio del Tempio e quando ascoltavano il nome di Dio (si pronuncia il nome di Dio secondo il tetragramma sacro per la seconda volta) si inginocchiavano, si prostravano e dicevano con la faccia a terra “benedetto il nome della gloria del Suo regno per sempre”. Il capro veniva consegnato dunque all’addetto per condurlo al deserto (poteva essere chiunque sebbene si preferisse un sacerdote). Lungo il tragitto c’erano delle postazioni in cui l’addetto si fermava per far rifocillare il capro affinchè non morisse prima di arrivare al deserto. Inoltre alcuni accompagnavano l’addetto e il capro fino all’ultimo punto di ristoro. Giunto al punto stabilito, l’addetto legava una parte del filo rosso ad una roccia e l’altra parte tra le corna del capro, poi lo spingeva indietro e cadeva rotolando. L’addetto si rendeva impuro appena usciva dalle mura della città. Il S. Sacerdote sventrava il toro e il capro, ne prelevava le parti sacrificali e le bruciava sull’altare. Anche egli appena usciva dall’atrio del Santo era considerato impuro. Il S.Sacerdote sapeva che il capro era giunto al deserto perchè lungo il percorso venivano collocate alcune torrette che facevano dei segnali con la tela. Da Gerusalemme a Bet Horon ci sono 3 miglia di distanza. Alcuni Rabbi dicono che c’era un altro modo per saperlo. Un altro filo di porpora veniva collocato nell’entrata del Tempio e quando il capro arrivava al deserto il filo iniziava ad impallidire (IS 1,18).
CP7: Dunque il S.Sacerdote va all’atrio delle donne per fare la lettura. Un inserviente gli porta il libro della Torà, legge LV 16 e LV 23,26-32 e recita a memoria NM 29,7-11.Poi chiude il rotolo, lo avvicina al petto e dice “molte altre cose di quelle che vi ho letto sono scritte quì”.Poi pronuncia otto benedizioni:

per la Torà
per il culto
per l’azione di grazie
per il perdono dei peccati
per il Tempio
per Israele
per i sacerdoti
per le altre necessità (fa una preghiera)
Mentre il S. Sacerdote legge, vengono bruciate le parti del toro e del capro, quindi o si vede il Sacerdote o il sacrificio. Poi torna a rifarsi la migvè, si mette le vesti d’oro, si purifica mani e piedi e offre un giovenco per lui, un giovenco per il popolo e 7 agnelli senza macchia di un anno. Dopo questo si ripurifica tutto e si veste di bianco, entra nel SS per togliere il braciere e la pala . Poi si purifica totalmente un’altra volta, si riveste d’oro, ritorna al SS per bruciare l’incenso vespertino (ES 30,8) e per alimentare le lampade. Si ripurifica, si mette i suoi abiti e viena accompagnato a casa dove fa una festa coi suoi familiari.
CP8: nello Yom Kippur è proibito mangiare, bere, lavarsi, ungersi, calzare sandali e avere rapporti sessuali. Alcuni Rabbi concedono delle eccezioni. I bambini non hanno l’obbligo del digiuno ma vanno educati ai comandamenti già 2 anni prima di entrare a far parte della comunità. Le donne gravide e i malati possono mangiare, secondo giudizio dei medici o proprio. In caso di morte si può lavorare per salvare un uomo. I peccati e le trasgressioni commesse possono essere espiate coi sacrifici prestabiliti (LV 4,27-35; LV 5,15; LV 6,6). Ma in Yom Kippur e in stato di morte basta il sincero pentimento per espiare. Infatti i peccati più gravi vengono perdonati solo in Yom Kippur

Lo Yom Kippur non perdona i peccati contro il prossimo.

Publié dans:Ebraismo : feste |on 16 septembre, 2013 |Pas de commentaires »
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