Archive pour la catégorie 'Rabbino Di Segni'

YOM KIPPÙR IL GIORNO DELL’ESPIAZIONE (NEL 2015 IL 23 SETTEMBRE) – RICCARDO DI SEGNI,

http://w2.vatican.va/content/osservatore-romano/it/comments/2008/documents/235q01b1.html

ALLA VIGILIA DEL KIPPÙR IL GIORNO DELL’ESPIAZIONE (NEL 2015 IL 23 SETTEMBRE)

DI RICCARDO DI SEGNI, RABBINO CAPO DI ROMA

Nel calendario liturgico ebraico il giorno dell’Espiazione – Kippùr o Yom Kippùr o Yom haKippurìm – è il più importante dell’anno; in aramaico è yomà, « il giorno » per eccellenza che dà il titolo al trattato della Mishnà che ne espone le regole. « Il giorno » cade il 10 di Tishri, primo mese autunnale, quest’anno corrispondente alla sera dell’8 e al giorno del 9 ottobre 2008.
Di questo giorno parla in più occasioni la Bibbia e la fonte principale è il capitolo 16 del Levitico. Qui si descrive un complesso ordine cerimoniale affidato al Gran Sacerdote, che deve scegliere estraendo a sorte tra due capretti; uno, dedicato al Signore, viene offerto in sacrificio; l’altro riceve con un gesto simbolico il carico delle colpe di tutta la collettività e viene quindi inviato a morire nel deserto. Di qui l’espressione e il concetto di « capro espiatorio ». Lo stesso brano biblico si conclude spiegando che in quel giorno è d’obbligo affliggere la propria persona e non lavorare, perché « in questo giorno espierà per voi purificandovi da tutte le vostre colpe, vi purificherete davanti al Signore » (versetto 30).
Dai tempi della sua istituzione biblica Kippùr è il giorno dell’anno in cui le colpe vengono cancellate e il destino futuro di ogni uomo viene stabilito, dopo il giudizio cui è stato sottoposto nei giorni precedenti del Capodanno. La tradizione rabbinica si è dilungata a spiegare quali colpe possano essere cancellate del tutto o in parte, o sospese, in base alla loro gravità. La forza espiatrice del Kippùr si misura con l’obbligo principale dell’uomo nei giorni che lo precedono: la tesciuvà; letteralmente è il « ritorno » ed è il termine con il quale si indica il pentimento, nel senso di ritorno alla retta via. Questo ritorno comporta la consapevolezza di avere sbagliato, l’intenzione di non commettere nuovamente l’errore, la confessione pubblica e collettiva. Tutto questo si basa necessariamente sulla fede in un Dio misericordioso e clemente che viene incontro a chi ha sbagliato. In ogni caso la cancellazione delle colpe si riferisce a quelle commesse nei rapporti dell’uomo con il Signore; le colpe tra uomini vengono cancellate solo dagli uomini. Per questi motivi la vigilia del Kippùr è dovere per ognuno andare a chiedere scusa alle persone che sono state da lui offese.
Per tutto il periodo di esistenza del Tempio di Gerusalemme le cerimonie del giorno di Kippùr rappresentavano il complesso liturgico più complesso e solenne. Solo in quel giorno era consentito al Gran Sacerdote accedere al Santo dei Santi. Il rispetto dei dettagli prescritti era essenziale, richiedeva una preparazione prolungata e minuziosa, e un’esecuzione attenta su cui vigilava con ansia l’intera collettività raccolta nel Tempio. Di tutto questo dopo la distruzione del Tempio è rimasto solo il ricordo nostalgico, che nella liturgia del Kippùr avviene con la lettura, al mattino, del brano del Levitico e nel primo pomeriggio con una lunga evocazione poetica del cerimoniale.
La liturgia sinagogale tocca in questo giorno il vertice dell’impegno; lunghe e solenni preghiere la sera d’inizio, e una seduta praticamente ininterrotta dal mattino successivo fino al comparire delle stelle. Sono momenti speciali quelli della lettura di brani di suppliche, la lettura al mattino di Isaia 57, che descrive come vero digiuno la pratica della giustizia, e al pomeriggio il libro di Giona, che è una grandiosa rappresentazione della misericordia divina. La presenza del pubblico nelle sinagoghe raggiunge il massimo annuale in questo giorno, specialmente nei momenti più solenni di apertura e chiusura.
Essenziale nel Kippùr è il coinvolgimento personale, soprattutto con un digiuno totale senza bere né mangiare per circa 25 ore – dal quale sono esenti i malati – insieme ad altre forme di astensione (lavarsi, usare creme profumate, indossare scarpe di cuoio, evitare i rapporti sessuali). Poi c’è la dimensione familiare e sociale, nei pasti che precedono e seguono il digiuno e nelle riunioni delle famiglie in Sinagoga per ricevere la benedizione sacerdotale, impartita dai Cohanim, i discendenti di Aharon.
Malgrado l’austerità, la solennità e le forme imposte di afflizione fisica il Kippùr è vissuto collettivamente con serenità e gioia nella consapevolezza che comunque non verrà meno la misericordia divina.
A conclusione di queste brevi note esplicative, considerando la sede autorevole e certamente non abituale dove vengono pubblicate, può essere interessante proporre una riflessione sul senso che il Kippùr ha avuto, e può avere oggi, nel confronto ebraico-cristiano. Questo perché nella formazione del calendario liturgico cristiano le origini ebraiche hanno avuto un ruolo decisivo, come modello da riprendere e trasformare con nuovi significati: il giorno di riposo settimanale passato dal sabato alla domenica, la Pasqua e la Pentecoste. In alcuni casi la Chiesa ha persino festeggiato il ricordo dell’osservanza di precetti biblici tipicamente ebraici (la festa della Purificazione del 2 febbraio; un tempo l’1 gennaio quella della Circoncisione). Ma l’intero ciclo autunnale, di cui Kippùr è il giorno più importante, è come se fosse stato cancellato. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i simboli del Kippùr riguardano alcune differenze inconciliabili tra i due mondi. I temi del gran sacerdozio, del Tempio, del sacrificio, del capro espiatorio, della cancellazione delle colpe che nella tradizione ebraica si unificano nel Kippùr sono stati rielaborati dalla Chiesa, ma fuori dall’unità originaria. Semplificando le posizioni contrapposte: un cristiano, in base ai principi della sua fede, non ha più bisogno del Kippùr, così come un ebreo che ha il Kippùr non ha bisogno della salvezza dal peccato proposta dalla fede cristiana.

( L’Osservatore Romano, 8 ottobre 2008)

Publié dans:ebraismo, Ebraismo : feste, Rabbino Di Segni |on 22 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

Pesach 5772 (7-14 aprile) – Rav Di Segni – Rabbino Capo di Roma “Messaggio unico e ancora rivoluzionario”

http://moked.it/blog/2012/04/06/pesach-5772-rav-di-segni-messaggio-unico-e-ancora-rivoluzionario/

Pesach 5772 (7-14 aprile) – Rav Di Segni  – Rabbino Capo di Roma “Messaggio unico e ancora rivoluzionario”

In momenti di grave crisi e di turbamento collettivo, come possono essere anche questi giorni, in cui si cerca e ci si illude che una leadership forte possa risolvere tutti i problemi, si può rimanere vittime di personaggi affascinanti che conquistano le masse con le loro parole.
Se si pensa alla storia di Pesach, in cui la liberazione è stata condotta da Moshè, vediamo che lo scenario è completamente differente. C’era una situazione insostenibile, un grido disorganizzato di sofferenza, ma il leader che arriva è un balbuziente, una persona che ha serie difficoltà di parlare in pubblico. Questo leader, Moshè, che riesce ad abbattere la più grande potenza dei suoi tempi, questa sera, nella cerimonia in qualche modo a lui dedicata, verrà citato una sola volta. Sono belle stranezze. Ma Pesach è strano in tutti i suoi aspetti. Viene ogni anno a tirarci fuori dalla dimensione privata delle attività e delle grandi preoccupazioni quotidiane per immergerci in una dimensione differente: quella della storia e dell’identità collettiva ebraica, che ci unisce nel tempo e nello spazio cancellando distanze di migliaia di anni e di chilometri. Potrebbe essere una bella storia di liberazione politica, ma non è solo quella, è la rivelazione divina nella storia. Pesach-Pasqua ebraica è un modo del tutto speciale per unire un gruppo umano e portare un messaggio unico e ancora rivoluzionario. La fedeltà ebraica a questo messaggio ha fatto sì che nel corso dei secoli il tempo della Pasqua sia diventato una delle occasioni più drammatiche di confronto tra diverse visioni del mondo (e della Pasqua).
Come per altre feste ebraiche, ma più di ogni altra, Pesach è la festa dei miracoli, del miracolo dell’esistenza di Israele che resiste alla storia. Ogni dettaglio rituale serve a trasmettere questo messaggio. Per questo il primo augurio di questi giorni è di un Pesach kasher, conforme al regole, perché sono proprio queste regole che ci salvano come ebrei e che portano redenzione al mondo.
Pesach kasher, ma anche sameach.

Rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

RAV DI SEGNI: IL MAGISTERO RABBINICO DI RAV ELIO TOAFF A ROMA (per il giorno della memoria)

http://moked.it/rabbanutroma/files/2010/05/toaff.pdf

Riccardo Di Segni

IL MAGISTERO RABBINICO DI RAV ELIO TOAFF A ROMA

(dall’indirizzo web direi maggio 2010)

La presenza di rav Toaff come rabbino capo a Roma si distingue prima di tutto per il suo record storico di durata: cinquanta anni, dal 1951 al 2001. Si tratta di un fatto estremamente raro nelle biografie dei singoli rabbini e nelle storie delle comunità: perché vi sono sempre stati, anche se non molto frequenti, dei rabbini molto longevi, ma difficilmente vi sono state delle comunità disposte a convivere con lo stesso rabbino per un periodo tanto lungo. Quindi bisogna riflettere anche sui meccanismi di una convivenza molto prolungata ma mai semplice. L’attività di Rav Toaff è conosciuta ai più per la sua presenza nella scena politica, prima, e in quella interreligiosa dopo. Il suo ruolo come guida religiosa della comunità romana, e in qualche modo di quella italiana in generale, viene un po’ offuscato da questi maggiori eventi mediatici. Ma non si può fare a meno di studiare tutto questo aspetto che appare invece essenziale. Le note che seguono sono solo una breve serie iniziale di impressioni e testimonianze, perché ben altro è il lavoro da fare per ricostruire un percorso molto ricco e complesso. Per comprenderne appieno i termini, è essenziale prima di tutto riferirsi al curriculum formativo. Rav Toaff ricevette l’ordinazione rabbinica al Collegio Rabbinico di Livorno, diretto da suo padre rav Alfredo Sabato. L’attività rabbinica quindi è intrinseca alla sua esperienza formativa, ma è stata respirata e vissuta in famiglia fin dall’inizio, e in un contesto del tutto particolare, quello di Livorno, comunità madre dell’ebraismo sefardita con tutta la sua pungente arguzia toscana e con tutte le sue tradizioni ebraiche specifiche, la sua storia, le sue tipografie. Ancora negli anni venti e trenta Livorno era una comunità molto vivace culturalmente, in grado di ospitare il famoso convegno ebraico del 1924 in cui si esibirono e scontrarono i Sereni e i Rosselli; la vita ebraica ruotava intorno alla storica Sinagoga, che fu poi distrutta da un bombardamento alleato nella seconda guerra mondiale; era ricca di pratica religiosa e, malgrado fenomeni di assimilazione diffusi, abbondava di attività di studio; soprattutto ospitava un Collegio Rabbinico, fratello antagonista del Collegio Rabbinico fiorentino. Vani erano stati per circa venti anni, sullo sfondo di una crisi di risorse costante, i tentativi di unificare i due istituti rabbinici toscani. I fiorentini vantavano una certa superiorità scientifica, cui i livornesi, ancora sotto l’influsso culturale di Elia Benamozegh, opponevano forse una maggiore radicalità tradizionale. Ma sempre di Italia ebraica si trattava, per cui il modello comune era quello di un’ortodossia temperata, aperta al confronto con le scienze e il mondo esterno, e con forti simpatie per il sionismo. A Livorno gli studenti del Collegio Rabbinico facevano il loro percorso di studi laici liceali tutto all’interno dell’istituto, dove il direttore rabbinoAlfredo Toaff indossava anche le vesti di professore di latino e greco. Gli studenti erano subito addestrati in attività parallele come la chazanut e la shechità, secondo il modello che voleva produrre un rabbino in grado di assicurare tutti i servizi essenziali in qualsiasi luogo si fosse recato(esperienze formative di cui rav Toaff in seguito fece tesoro). Poi c’erano gli esami di stato. Nell’anno in cui uno scritto di maturità si tenne di Sabato, non ci fu niente da fare con il governo e il futuro rav Toaff con i suoi compagni di classe dovette ripetere l’anno. Per l’università (di cui il titolo era fortemente richiesto) gli studenti andavano a Pisa, il che rappresentava il primo incontro forte con il mondo esterno. Rav Toaff si laureò in giurisprudenza all’Università di Pisa, riuscendo a completare gli studi già in regime di leggi razziali. Iniziò il suo magistero rabbinico ad Ancona, interrotto dalla fuga durante la persecuzione nazista; quindi fu rabbino a Venezia. In questo decennio drammatico un aspetto particolare che incise profondamente sulla formazione rabbinica “sul campo” fu quello dell’ondata di fughe opportunistiche, di ripensamenti e di battesimi sotto la persecuzione che il rabbinato italiano dovette fronteggiare con la sola forza del convincimento. Rav Toaff arrivò a Roma in età relativamente giovane (36 anni) ma con un’esperienza di gestione comunitaria già formata. Il rabbino che arrivava a Roma era un sefardita livornese, prodotto eccellente di una scuola rabbinica con un preciso orientamento tra modernità e tradizione, che rimarrà perennemente legato alle sue origini culturali e alla figura del padre, riferimento costante per istruzioni, consigli ed esempi di comportamento. “Così faceva il babbo” è stata la risposta ripetuta in tante occasioni in cui è stata presa una decisione o un orientamento su questioni controverse. A Roma, ad accogliere il nuovo rabbino, c’era anche il peso non indifferente della memoria dei suoi predecessori. A parte il caso infame che nessuno rimpiangeva, la tenacia pastorale di rav Panzieri ancora oggi ricordata, ma soprattutto la personalità monumentale e affascinante di rav Prato si imponeva su tutti e proponeva un confronto rischioso. Ma rav Toaff seppe giocare con grazia il passaggio tra vecchio e nuovo, tra anziano e giovane e non faticò a imporre un suo modello carismatico.Per capire il senso dell’attività specificamente religiosa di rav Toaff nei primi anni a Roma bisogna tener presente una situazione per molti aspetti del tutto differente da quella di oggi. Sulla situazione economica, psicologica e morale della Comunità, che si leccava le ferite della persecuzione, in cui molte famiglie stentavano a riprendersi ma molte erano le speranze e le energie infuse nella ricostruzione, altri parleranno in questo volume. Qui è importante riflettere sulle condizioni religiose in quei tempi, che non possono essere giudicate con il metro di oggi. Riferendosi ai modelli principali di osservanza religiosa il quadro è presto fatto: fino al 1967, anno dell’arrivodegli ebrei libici a Roma, era funzionante una sola macelleria kasher (oggi ce ne sono otto). La kasherut sostanzialmente era un optional, abbandonata dalla stragrande maggioranza delle persone, che si limitavano a forme più o meno rigorose di astensione da certi alimenti, come il maiale (per alcuni da evitare il Sabato). Rav Toaff ricorda che al suo arrivo fu invitato da un’importante famiglia che voleva salutarne l’arrivo e la illustre padrona di casa offrì un rinfresco in casa sua con tanto di maiale, riservando un vassoio a qualcosa di teoricamente permesso. Lo shabbat è ancora oggi un problema, figuriamoci sessanta anni fa. Taharat hamishpacha, “la purezza familiare”, neppure il caso di parlarne, con il miqwè adibito alle sole spose e a un gruppo di signore contabili con le dita di una mano. Il Seder di Pesach, solo per poche famiglie. In compenso una frequenza abbastanza assidua alle tefillot del Sabato e delle feste in tre-quattro Sinagoghe, con organo funzionante di Sabato al Tempo Maggiore. E, in controtendenza rispetto alle cifre alte delle altre comunità italiane, una percentuale piuttosto contenuta di matrimoni misti (forse spiegabile per la struttura sociale più tradizionale della maggioranza della comunità in rapporto alle sue attività economiche allora prevalenti).Si farebbe un grave errore pensando che solo Roma ebraica si trovasse in una tale situazione; all’epoca il quadro era lo stesso, se non ancora più grave, in altri centri europei con ben altra popolazione ebraica: persino a Parigi fino agli anni sessanta c’era un’unica macelleria kasher. A fronteggiare questa situazione c’era una sparuta pattuglia di rabbini di stile ortodosso moderno di cui rav Toaff faceva parte senza complessi, mentre i maestri di stile charedì erano isolati e limitavano la loro influenza a gruppi ristretti e poco comunicanti con gli altri. La storia religiosa ebraica dell’Europa occidentale di questi ultimi sessanta anni, ancora da scrivere seriamente, è quella di una progressiva riscoperta e valutazione dell’importanza del modello religioso e dello studio della Torà nelle comunità; del crescente ruolo di rabbinati più tradizionali; delle comunicazioni tra i mondi, sempre problematiche se non traumatiche, che hanno messo in discussione atteggiamenti e certezze acquisite: sono gli incontri/scontri tra aree e modelli come Diaspora- Israele, Modern Orthodox – Charedi, emigrazione nord africana – comunità stanziali, chiusura-“outreach” (di cui il fenomeno più rilevante è stato il movimento Chabad). Il ruolo dei rabbini europei -tra cui rav Toaff- occupanti le posizioni decisive del dopoguerra è stato quello difficilissimo di guidare il ritorno all’ebraismo della Torà da posizioni di allontamento remoto; il paradosso è stato che dopo aver avviato e sostenuto questo processo virtuoso, e sono stati gli unici a prendersene carico, ne sono stati in qualche modo travolti e superati da modelli ritenuti più rigorosi e coerenti.In una rapida rassegna possiamo ricordare alcune linee guida nella conduzione rabbinica di rav Toaff a Roma. Per la kasherut, settore costantemente problematico, riuscì a portare a Roma, con l’aiuto del Lubavitcher Rebbe , un giovane shochet che per decenni ha garantito al qualità del servizio; si adoperò a controllare personalmente e costantemente l’esercizio degli shochatim e della vendita nelle macellerie, assicurandone il controllo: già ai tempi dell’unico macellaio “Angelino” ‘era un controllore fisso tutto il giorno, e non era un risultato semplice per quei tempi. Le azzime si fabbricavano a Roma, e si è continuato a farlo fino agli inizi degli anni settanta quando è sembrata più conveniente l’importazione da Israele e dalla Francia, ma finché la produzione durava bisognava garantirne la correttezza halakhica e anche questo non era semplice. Lentamente e faticosamente è stata messa su un’organizzazione di controllo e certificazione di prodotti, ma questo è stato possibile solo quando la richiesta del mercato è stata tale da consentirne l’avvio. L’investimento che ritengo più rilevante, soprattutto per i suoi risultati nei tempi medi e lunghi, è stato quello sull’educazione. Rav Toaff non ha mai rinunciato a dedicare parte considerevole del suo tempo all’insegnamento diretto e alla formazione di insegnanti e rabbini. Non c’è un conto preciso, ma sono decine le persone di qualsiasi responsabilità nel campo dell’insegnamento che hanno seguito le sue lezioni. Che si distinguevano prima di tutto per il calore umano, la leggerezza, l’esperienza di vita con storie e casistiche vive. Studiare con rav Toaff era una vacanza piacevole in mezzo a lezioni forse più ricche tecnicamente, ma spesso fredde se non glaciali dal punto di visto umano. Un insegnante così trasmette passione allo studente. E nell’ambito dell’insegnamento è stata importante non solo la didattica diretta, quanto anche la direzione e la vigilanza sugli istituti. Costante tendenza di molte gestioni comunitarie, assillate da difficoltà finanziarie e non molto capaci di comprendere il senso di un investimento educativo, è stata la volontà di stringere, limitare, rinviare, se non chiudere classi, scuole, istituti. Contro queste tendenze di chiusura e, al contrario, a sostegno di nuove aperture si è ripetutamente schierato con forza rav Toaff. Ricordo tra l’altro la sua epica battaglia a metà degli anni settanta quando nell’Unione delle Comunità c’era chi voleva chiudere il Collegio Rabbinico o metterlo sotto il bavaglio di un pretenzioso Istituto Superiore di Studi Ebraici. “Provateci e domani me lo riapro per conto mio”, fu la sua risposta di sfida e il Collegio continuò a funzionare. La difesa della scuola rabbinica è uno degli esempi di un’attività a costante protezione delle istituzioni religiose, continuamente esposte all’attacco di riformatori che hanno a cuore l’economia delle comunità e non comprendono altri valori. La difesa valoriale dei principi espone spesso il rabbino ad aspri conflitti con la dirigenza comunitaria; rav Toaff non se ne è mai sottratto, rischiando spesso l’isolamento. C’è chi oggi tende a presentare la sua figura come quella del rabbino che permetteva tutto, a differenza di una banda di talebani oggi imperante. Si dimenticano episodi vari e ripetuti di liti e conflitti. Perchè dimenticare ad esempio la sua posizione di fermezza nel casus del consiglio della comunità di Firenze scoppiato (fine anni ’60) intorno a una vicenda di matrimonio misto? Un altro importante settore in cui si è espressa l’attività rabbinica di rav Toaff è stato il Beth Din, il tribunale rabbinico, che si occupa prevalentemente di divorzi, conversioni e controversie. Su quest’ultimo aspetto, non molto frequente ma necessario per la pace sociale della comunità, l’autorità del Beth Din dipende dall’autorevolezza dei suoi membri e del suo presidente in primo luogo; nel comporre controversie il rispetto personale attribuito a rav Toaff è stato essenziale in molti casi complessi. Sull’attività in campo matrimoniale il Beth Din di Roma ha svolto un ruolo essenziale di continuità nella situazione geografica italiana, con il riconoscimento di rabbinati esteri, in un campo molto delicato nel quale è necessaria attenzione e competenza. Svolgendo questa attività rav Toaff non dimenticava mai nello stesso tempo di formare tecnicamente coloro che lo aiutavano. Consultando i registri si vede come nei primi due decenni l’attività nel campo dei divorzi è stata sporadica; dopo, anche per l’introduzione della legge sul divorzio in Italia c’è stato un sensibile incremento che dura fino ad oggi. Questa variazione di comportamento sociale è chiaramente un problema etico prima che tecnico-giuridico, rav Toaff se ne rese bene conto, tentando di richiamare all’ordine; ma i problemi oggi richiedono ben altri interventi che i semplici richiami. Ma l’aspetto più delicato dell’attività di Beth Din è stato sempre quello delle conversioni, che si divide in due grandi capitoli, quella degli adulti e quella dei minori. Non c’è tribunale che si occupi di questi temi che non sia esposto a critiche, spesso molto aspre, sia sui principi che sui casi singoli che spesso nella pratica contraddicono le buoni intenzioni dichiarate all’inizio e la fiducia accordata dal tribunale al candidato. Nelle sue linee tendenziali rav Toaff seguì la tradizione ricevuta nella sua formazione, gli indirizzi trasmessigli dal padre e l’orientamento del rabbinato italiano dai tempi dell’unità d’Italia, che non si distingueva poi tanto da quello del rabbinato europeo occidentale. Oggi il pensiero è differente, ma non tanto perché i principi siano cambiati, quanto per condizioni sociali molto differenti; i fenomeni limitati di un tempo sono diventati molto più estesi e le scelte pratiche non possono essere più quelle di un tempo. Si sbaglierebbe però a concludere, con la leggerezza di molti critici, che la politica di rav Toaff sia stata di totale apertura senza condizioni. E’ un giudizio affrettato e le testimonianze di coloro che sono stati accettati o respinti dovrebberoessere prese in seria considerazione per ricostruire la storia vera. Un ultimo aspetto esemplare del rabbinato di rav Toaff che deve essere sottolineato è il modo in cui ha gestito il suo ritiro (“a riposo”, come commenta egli stesso ironicamente). Dal momento in cui ha cessato la sua attività non ha più voluto intervenire nelle questioni comunitarie e specificamente rabbiniche, mai un giudizio, mai un commento; una prova di autocontrollo eccezionale per un personaggio che per 50 anni è stato il responsabile delle principali decisioni rabbiniche e comunitarie, tanto più stupefacente quando si vede che le linee delle decisioni attuali possono non essere sovrapponibili al suo passato orientamento. Eppure rav Toaff ha saputo mantenere un mirabile silenzio. Un’ultima (per ora), magistrale lezione.

Publié dans:Rabbino Di Segni, Rabbino Toaff |on 26 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

QUELL’ABBRACCIO TRA WOJTYLA E IL RABBINO TOAFF (Di Segni: « Tra loro un feeling speciale »)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26779?l=italian

QUELL’ABBRACCIO TRA WOJTYLA E IL RABBINO TOAFF

Di Segni: « Tra loro un feeling speciale »

di Mariaelena Finessi

ROMA, venerdì, 20 maggio 2011 (ZENIT.org).- Del dialogo, dei giovani e della comunicazione, Wojtyla è stato però anche il Papa della prima visita ufficiale in una sinagoga. «No signorina qua si sbaglia»: il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni scherza con la presentatrice al concerto organizzato il 18 maggio da « Roma Capitale » a chiusura degli eventi per la beatificazione di Giovanni Paolo II. Sale sul palco dellAuditorium della Conciliazione per raccontare il particolare «feeling» con lebraismo instaurato dal Papa polacco durante il suo mandato.
«Se vogliamo essere precisi prosegue Di Segni , il primo Pontefice in assoluto a visitare una sinagoga è stato Pietro». In platea, tra migliaia di spettatori, una delegazione ebraica composta, tra gli altri, dal Presidente dellUnione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna e dallassessore della Comunità ebraica di Roma Ruben Della Rocca in rappresentanza del presidente Riccardo Pacifici.
Artisti di fama, e testimoni « speciali » del legame vissuto con Wojtyla nel corso del suo pontificato durato 27 anni – come ad esempio l’ex Cardinale vicario di Roma Camillo Ruini o il postulatore monsignor Slawomir Oder – si alternano sul palco a ripercorrere i momenti più importanti, le svolte e i giri di boa che questo pontefice ha consegnato per sempre alla storia.
Come quella volta, 13 aprile 1986, quando Giovanni Paolo II ha varcato la soglia del Tempio di Roma. Di Segni, ai tempi giovane ministro del culto, ricorda così levento: «Cera la sensazione di vivere un momento storico». E tanta era stata poi la sorpresa «anche perché non era poca la perplessità per i problemi procedurali da risolvere. In altri termini era tutto da creare». E, daltra parte, si era impreparati: mai cerano stati precedenti di tale portata.
«Si racconta una leggenda continua Di Segni per spiegare come fosse unassoluta novità quellincontro tra il Papa e lex rabbino capo di Roma Elio Toaff, oggi 96enne -, che io allora abbia cantato ma posso assicurarvi che ciò non corrisponde al vero. Di fatto ironizza il rabbino nella sua nota cifra stilistica, lasciando intendere una scarsa capacità canora non ha piovuto quel giorno». Indimenticabile labbraccio tra i due uomini, in cui si racchiudevano tante parole non dette a sciogliere altrettante incomprensioni. «Tra loro cera un feeling speciale», commenta Di Segni.
Lo stesso Toaff nell’autobiografico « Perfidi giudei, fratelli maggiori »  (ediz. Mondadori) scrive: «Insieme entrammo nel Tempio. Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il Papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della Sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. E allora scoppiò lapplauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio, non solo per me ma per tutto il pubblico, che finalmente capì fino in fondo l’importanza di quel momento… Lapplauso scoppiò [nuovamente] irrefrenabile quando [il Papa] disse: « Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire, i nostri fratelli maggiori »».
E non a caso il nome di Toaff è uno dei tre insieme a quello dellallora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede cardinale Joseph  Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, e del cardinale Stanislaw Dziwisz, attuale arcivescovo di Cracovia ma per quarantanni a servizio di Wojtyla come suo segretario particolare – pubblicati nel testamento spirituale del pontefice polacco «a ulteriore riprova di un legame che va oltre lufficialità. Una simpatia sostanziale che porta allamicizia là dove il profilo dottrinale può creare problemi».
Il rabbino puntualizza quindi il senso della parola « dialogo » che molti osservatori hanno preso ad usare per raccontare, con la visita di Wojtyla al Ghetto, linfrangersi di certe rigidità del passato: «In quegli anni il dialogo tra ebraismo e cristianesimo era già ben impostato ma si trattava perlopiù di un dialogo tra eruditi e teologi. Un dialogo a cui mancava laspetto umano e Wojtyla è stato in grado coglierne la necessità».
Insomma, conclude Di Segni, «questo Papa ha saputo rompere il ghiaccio ed oggi tutti ci rendiamo conto che il suo gesto ha cambiato per sempre latmosfera nelle nostre relazioni».

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