Archive pour la catégorie 'meditazioni/racconti'

« LUCI DI POSIZIONE » IN DIFESA DI DIO

http://www.stpauls.it/jesus/0805je/editoriale.htm

« LUCI DI POSIZIONE » IN DIFESA DI DIO

DI VINCENZO MARRAS

Un rabbino, ogni venerdì sera si mette davanti all’armadietto di santità, dove sono riposti i testi sacri, e comincia a invocare il Santo Benedetto, con la sua voce terribilmente petulante: «Senti, mi ascolti? Qui le cose vanno male: viviamo nella miseria più nera e io sono pieno di acciacchi. Ma sono un buon servo e tutti noi siamo pii». E continuava: «Perché non mi mandi un milione di dollari, che sistemiamo tutto e finalmente anch’io avrò qualcosa di buono!?». Alla fine, dopo giorni e giorni – forse mesi o anni – il Santo Benedetto decide di parlargli. «Sono qui, Samuelino, ti ascolto», gli dice. «Davvero, sei tu!?», urla il rabbino, petulante. «Sono io. Ma che voce fastidiosa hai!? Te l’ho data io? Beh, è proprio vero che tutti sbagliano. Ti ascolto, Samuelino. Cosa vuoi?». E il rabbino: «Niente, niente, Santo Benedetto. Voglio solo fare un ragionamento con te. Ascoltami. Che cosa sono per te un milione di anni?». L’Eterno risponde: «E cosa vuoi che siano per me un milione di anni? Meno di un centesimo di secondo». E il rabbino: «E dimmi: cosa sono per te un milione di dollari?». E il Santo: «E cosa vuoi che siano per me un milione di dollari? Meno di un centesimo di dollaro». «Allora», incalzò il rabbino, «ti costa così tanto mandarmi quello che per te è meno di un centesimo di dollaro?». E l’Eterno: «Perché pensi che non te lo voglia dare? Ti chiedo solo di aspettare un centesimo di secondo».
Questo racconto, proposto da Moni Ovadia, traduce eloquentemente il dovere di difendere Dio – soprattutto dentro le comunità di fede – dalla petulanza, dalle ridondanze, dagli usi impropri, dalle appropriazioni indebite. Dio, il Santo Benedetto, rimane sempre al di là: nessuno può contenerlo. È stato il filo conduttore delle riflessioni proposte in diverse puntate da « Uomini e profeti », la trasmissione di Radio3, condotta con raro equilibrio da Gabriella Caramore, attenta agli interrogativi posti dai ricercatori della verità, dagli esploratori dell’uomo, dai pellegrini in marcia verso la luce… anche da quelli che si sono arrestati nel cammino, affaticati o delusi dalla propria ricerca.
Analoga attenzione è espressa da due appuntamenti, che in questo mese di maggio, sono proposti a Piacenza con il Festival della teologia (16-18 maggio) e a Vicenza con il Festival biblico (dal 29 maggio al 2 giugno). Occasioni per riflettere, a Piacenza, attorno alla questione del male, che apre l’esperienza umana a Dio come bisogno e invocazione («Liberaci dal male»), e per cogliere, a Vicenza, la centralità della Bibbia, luogo familiare («Dimorare le Scritture»). E che rimandano a un Dio – per dirla con immagini care a monsignor Bruno Forte – che è a un tempo presenza e assenza, parola e silenzio. Per questo non possiamo servircene. Possiamo solo ascoltarlo, servirlo, e cercarlo, sempre e ancora, nelle pieghe della storia delle donne e degli uomini. Ai quali la Chiesa con i suoi documenti conciliari non ha indicato deprimenti diagnosi ma incoraggianti rimedi, non funesti presagi ma messaggi di fiducia, onorando i loro sforzi e le loro aspirazioni. Queste – chiamiamole così – « luci di posizione », proposte dal Vaticano II, hanno suggerito la strada e lo stile di Jesus in tutti questi anni in cui, in qualità di direttore, sono stato chiamato a firmarlo, grato a quanti – lettrici e lettori compresi – mi hanno accompagnato con fedeltà, senso critico e incoraggiamento.

Vincenzo Marras

Publié dans:meditazioni/racconti |on 3 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

COSA FACEVA DIO PRIMA DELLA CREAZIONE? – di Graziella Tenti

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Cosa-faceva-Dio-prima-della-creazione

COSA FACEVA DIO PRIMA DELLA CREAZIONE?

Il mio nipotino (ha cinque anni) mi ha posto una domanda che mi ha messo in imbarazzo. Per il momento ho preso tempo, e vi giro la domanda in modo che possiate aiutarmi a rispondere: cosa faceva Dio prima della creazione?

Graziella Tenti

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia
La domanda è semplice e propria di un bimbo, ma proprio per questo a volte sono quelle più complicate, perché spiegare ciò che è semplice (ossia: non composto) è difficilissimo, perché non ha parti.
Mi verrebbe la voglia di rispondere: non faceva niente! Perché Dio non fa, è. Che faceva il sole prima di illuminare le cose intorno? Niente, faceva il sole. Così Dio faceva Dio.
Ma allora andiamo all’interno di Dio. La prospettiva cambia, perché non ha importanza la creazione, ma chi è Dio. Noi lo possiamo osservare da due angolazioni. La prima è quella della ragione. Dio è l’essere unico e assoluto, non non vi sono altri esseri, altre cose se non Lui solo, e se qualcosa può esistere si deve solo a una deliberazione di Dio stesso che la porrà in essere traendola dal nulla. Questa è la creazione. Ma attenzione. Dio non è che diventi creatore dopo che ha creato, quasi fosse un pittore che può esser detto tale solo dopo che ha dipinto qualcosa. Dio è da sempre creatore, Dio è il creatore per essenza, anche quando ancora non ha creato niente di diverso a se stesso. Perciò possiamo dire che Dio prima di creare «faceva» o è il creatore. Se la luce del sole fosse ciò che fa essere le cose, è chiaro che il sole sarebbe illuminante anche se non c’è niente ancora da illuminare. Così Dio in quanto ciò che farà esistere è una partecipazione al suo essere, il creare è lui stesso, e la creazione avviene come partecipazione al suo essere.
Dice Agostino, nelle Confessioni, Lui era più intimo a me, di me a me stesso. In questo senso Dio è da sempre Creatore, e non lo diviene. Noi veniamo creati in un certo tempo, ma lui non diventa creatore quando ci crea lo è da sempre, perché l’essere è Lui.
L’altra angolazione è quella della fede. L’indagine qui si arricchisce. Dio è Trino, la sua natura si costituisce di tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, relazioni che tra loro si fondano e si differenziano. Allora possiamo dire, a prescindere dalla creazione, che Dio ha sempre fatto il Padre che genera il Figlio e dal loro reciproco amore procede lo Spirito. Il che significa che Dio è un reattore atomico (mi si permetta l’esempio) di Amore costituito dall’eterno atto del Padre di generare il Figlio e far procedere lo Spirito. Ora amare è la più grande e la massima attività di qualunque cosa. Ma mentre l’amore umano passa nell’altro in quanto altro, in Dio costituisce la sua natura di tre Persone divine. E questo è l’essere più perfetto che si possa immaginare: Dio è costituito dall’amore, l’amore è l’eterna generazione che è presente in Dio, e questo amore reciproco ed eterno è la Vita. Dio dunque vive, Dio è la vita in se stesso nella comunione delle tre Persone. Questa vita, questo amore e questo essere, Dio lo ha voluto estendere anche ad altre cose, e le ha create, e se ci pensiamo noi abbiamo preso vita non in un certo tempo, ma dall’eternità, perché siamo nel cuore di Dio, in quanto siamo nel suo progetto di vita e di quella vita noi ne partecipiamo.
Con un’immagine nostra Dio è una «famiglia», viveva in famiglia, che è la cosa più importante come vediamo quando essa è il luogo dell’amore, della gioia, del bene. Una famiglia del genere nessuno la lascerebbe, anzi una volta fuori non si vedrebbe l’ora di tornarci, perché essa è il vero e supremo luogo della vita e dell’essere.
Ecco dunque quello che Dio «faceva»: faceva il Dio, viveva, amava, generava, era generato, cose che fa tutt’ora naturalmente, anche se noi, creature, possiamo dargli qualche pensiero in più.

Publié dans:FILOSOFIA, meditazioni/racconti |on 27 mai, 2014 |Pas de commentaires »

« DAI E TI SARÀ DATO »

http://www.zenit.org/article-31136?l=italian

« DAI E TI SARÀ DATO »

La cultura del dono supera e risolve le contraddizioni dell’utilitarismo

di Carmine Tabarro
Comunità Cattolica Shalom

ROMA, domenica, 10 giugno 2012 (ZENIT.org).- La cultura del dono come terza alternativa fra altruismo ed egoismo. L’egoismo è un essere per sé, l’altruismo è un essere per l’altro. Il dono appartiene alla dimensione intermedia dell’essere per e con l’altro. La cultura del dono è tipica di Gesù Cristo e del cristianesimo, penso al capitolo 2 e 4 degli Atti degli Apostoli, all’Ora et Labora di Benedetto, a Chiara e Francesco, alla scuola economica francescana, alle reducciones dei gesuiti solo per fare alcuni nomi.
La cultura del dono è stata ripresa e sviluppata in questi termini, fra Ottocento e Novecento dall’antropologo e sociologo francese di origine ebraica Marcel Mauss. Dal suo pensiero ha preso vita l’associazione Mauss (acronimo di Movimento antiutilitarista in scienze sociali) che unisce studiosi che si rifanno al maestro transalpino.
In ambito cattolico chi ha ripreso questa cultura è stata Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari. In maniera profetica vedeva come il modo per poter contribuire ad un mondo più giusto si trovava proprio nella cultura del dono, della reciprocità non strumentale.
La cultura dell’utilitarismo accusa la cultura del dono di perseguire sempre un atto egoistico perchè donando, l’uomo soddisfa la sua sete di fare del bene.
In realtà la riflessione sul dono è molto più complessa di quello che la cultura utilitaristica o del capitalismo compassionevole vorrebbe indicare come unica verità.
Il dono non parte solo da un atteggiamento di bontà, o di buonismo, ma da una forte apertura verso l’altro, dal desiderio di relazionarsi con l’altro. E’ agape con e per l’altro.
Nel dono c’è ontologicamente il desiderio di appartenenza, di legame per una più piena realizzazione del sé che si realizza se in relazione con l’altro.
Nel dono non vi è l’egoismo di chi pensa solo ai propri interessi, ma nemmeno il sacrificio o l’egoismo del sé tipico di qualche atteggiamento dell’altruismo.
Le persone che vivono della cultura del dono la declinano come un bisogno esistenziale per-con l’altro.
Attenzione non si tratta di uno scambio simmetrico. In altre parole chi dona non si attende un ritorno. Difatti la cultura del dono non funziona come avviene nello scambio economico con un dare e un avere.
Dono qualcosa di me perché sento il bisogno di legarmi con l’altro. Sento il legame come bene in sé, come il fine per costruire una società ricca in termini di rapporti umani, perché io mi considero solo in relazione con l’altro.
Il dramma della società postmoderna sta nell’avere perso il Dio-Trinità (che è koinonia perfetta e dono perfetto) e nell’avere perso l’uomo umanizzato; ha prevalso la tendenza a preferire l’uomo animale spinto da istinti darwinistici, (cioè soppressione del più debole ndr). La cultura del dono se esercitata fa crescere nella persona una diversa consapevolezza del sé, rispetto alla cultura dello scambio e della competizione individualista tipica della cultura predominante.
La Riforma Protestante, e l’epoca dei lumi, hanno favorito l’individualismo e l’autosufficienza, ci consideriamo Dio di noi stessi in nome dell’utile e del profitto. Abbiamo accettato di sacrificare i legami familiari, amicali creando una società e relazioni fondate sull’utilitarismo e le conseguenze pratiche e profonde che le nostre società stanno pagando sono sotto gli occhi di tutti. Abbiamo dato vita ad un mostro che qualcuno ha definito ‘aborto antropologico’.
Per parlare di dono è necessario che le persone siano state educate alle relazione non strumentali, cioè capaci di sentire e vivere il vincolo di relazioni fin dalla nascita: qualcuno (Dio, i nostri genitori, le persone che abbiamo incontrato nella nostra vita) ha reso possibile la nostra vita, la nostra crescita, rende possibile il nostro lavoro, il nostro matrimonio, la nostra vita di fede ecc. Quindi siamo in « debito » con l’altro in termini relazionali. Ma nella società dominata dall’utilitarismo si tende a negare, a rimuovere questo nostro essere in « debito », perché siamo impegnati a perseguire il nostro utile e il nostro narcisismo. Questa cultura narcisistica ha fatto a brandelli la coesione sociale, sta privatizzando i nuovi beni comuni (penso alla mappatura e utilizzazione utilitarista e strumentale del genoma umano), abbiamo indebolito ed in alcuni casi reciso i legami umani anche quelli più profondi la famiglia, che è ciò che caratterizza l’umano.
Eppure il dono – essere in-relazione-per-con-l’altro è una esperienza difficile ma che rende l’uomo più umano e felice.
È una cultura umanizzante alla portata di tutti, molto più della cultura dell’ altruismo perché si radica nel bisogno di avere vincoli di reciprocità. E tutti se ne avvantaggiano perché nell’essere insieme è ognuno che si rafforza. Il paradosso è che in questa società individualista il « noi », cioè « l’essere con e per l’altro » assume, in alcuni casi, valenze negative fatte di comunità fondate sull’esclusione, sulla contrapposizione, sulla discriminazione degli altri.
In questo contesto l’altruismo non è l’unica alternativa all’egoismo. E’ solo il primo passo. C’è una terza dimensione che è quella del dono, che nasce dal riconoscere l’esistenza dell’altro e può assumere le forme di compassione, amore, gratuità, libertà, giustizia. Il dono nasce dalla consapevolezza di essere stati donati, di essere di origine creaturale. Nel dono non c’è pretesa di restituzione. Per questo dico che è asimmetrico. Il dono costruisce nella libertà le relazioni non strumentali che sono il cemento armato di qualsiasi società civile. Con il dono si alimenta un circolo virtuoso: non pretendo niente nell’immediato, ma so che nell’economia della salvezza tutto può essermi restituito.
“Dai e ti sarà dato” afferma il Vangelo.
In questo senso il dono presuppone la sua accettazione. Noi rimaniamo spiazzati, stupiti, dinanzi ad un dono responsabile, siamo abituati ad utilizzare, ad approfittarci della debolezza dell’altro. Ma una persona che ci dona in maniera libera e responsabile provoca in noi un terremoto, ci rende nudi, siamo refrattari alla gratitudine, resistenti alla gratuità, non vogliamo essere grati.
Concludendo dobbiamo riportare a scuola, nelle famiglie, in tutti i corpi intermedi la cultura del dono.
Ma la fonte principale rimane la famiglia, ed in particolare il rapporto con la madre e con il padre. È lì che si instaura il rapporto di cura e se ne capisce l’importanza. La cura è essenziale al dono. La cura è il dono.
Mi viene in mente don Milani e il suo « I care ».
La cura a partire da chi mi è vicino per poi aprirsi al mondo per riconquistare una nuova dimensione antropologica e tutto cambierebbe radicalmente.

Publié dans:meditazioni/racconti |on 11 juin, 2012 |Pas de commentaires »

Come un pipistrello: di J.R. Gschwend, missionario in Sud Africa

dal sito:

http://camcris.altervista.org/ipocritipip.html

Come un pipistrello

di J.R. Gschwend, missionario in Sud Africa

Uno stregone di Natal, nell’Africa del Sud, conosciuto dallo scrittore di queste righe sentì parlare del cristianesimo quando viveva ancora nel suo villaggio. Era un pagano orgoglioso che non voleva accettare una civiltà diversa dalla sua. Un giorno sentì dell’esistenza di gente che si sarebbe chiamata « CRISTIANA ». Gli nacque il desiderio di poter appropriarsi di questo nome. Si unì ad una chiesa cristiana, si procurò dei vestiti come quelli che i cristiani indossavano, cercò d’imitarli nel miglior modo possibile. Gli s’insegnò di lasciare le sue pratiche da stregone e di buttare via la medicina magica per condurre una vita da cristiano.
Gli s’insegnò inoltre di lasciare le danze pagane. Egli in seguito vide danzare quei « CRISTIANI », a modo loro, cioè le donne insieme con gli uomini. Tale modo gli parve essere più attraente che il modo pagano, dato che in esso uomini e donne ballavano separatamente. Non trascorse molto tempo che fece suo quel modo di danzare, cadendo nel peccato più profondamente che sotto il tempo delle danze pagane. Egli notò anche che i membri della nuova chiesa fumavano delle sigarette e delle belle pipe, per cui trovando questo modo più comodo di quello pagano, piuttosto complicato, finì per fumare molto più di prima. In seguito s’ammalò. Siccome gli avevano detto che la medicina magica non sarebbe servita a niente, egli comprò le medicine dei cristiani, ma neanche queste lo aiutarono. Mentre l’indigeno si avvicinava alla morte, cominciò a riflettere seriamente e disse a se stesso: « A che cosa mi è servito, essere diventato cristiano? » Dopo aver abbandonato il ballo pagano, la « danza cristiana » mi ha indotto in peccati più profondi e mi ha esposto a tentazioni più grandi. Non fumo più nel modo complicato di prima, ma ora fumo giorno e notte e quelle bevande alcoliche dei bianchi mi ubriacano ancora più della birra preparata da me stesso. Ora mi pare che sono divenuto figlio dell’inferno due volte peggio di prima (vedi Matteo 23:15)! Ho buttato via la mia medicina magica e ora sto morendo. Nessuno dei medici moderni, né la scienza medica sono capaci di guarirmi. Non sono più un pagano ma nemmeno mi sento d’essere un vero cristiano, a che mi serve tutto questo? Sono come un « pipistrello ».
Un pipistrello è un animale simile ad un uccello ma non è un uccello. Esso è simile a un topo, ma non è neanche un topo. Esso è un qualcosa di mezzo, non è né topo né uccello. Molta gente ha paura dei pipistrelli. Essi vengono visti come un simbolo degli spiriti maligni perché svolazzano nella penombra e nell’oscurità, preferendo quest’ultima alla luce. Di solito sono pieni di parassiti.
Non è per caso che gli indigeni dell’Africa del Sud danno il nome di « pipistrello » ad un cristiano che frequenta la chiesa e poi partecipa alle feste e ai riti pagani. Non è possibile servire a Dio e a Mammona! Molti cristiani rassomigliano ai pipistrelli. Frequentano la chiesa e poi cercano la soddisfazione nelle gioie impure di questo mondo (vedi 1 Giov. 2:15). Essi sono attaccati ai divertimenti mondani, oggi appaiano come dei cristiani, domani appartengono a questo mondo peccatore. Cantano begli inni, le loro labbra si muovono in preghiera e così dal di fuori sembrano dei veri cristiani in modo che la gente dica di essi: Questi sono dei cristiani! – Ma quando si osserva il loro agire, la loro vita, le loro case e si ascolta il loro modo di esprimersi, si è spinti a dire: Sono dei pagani! È gente di penombra. Cercano di servire a due padroni, e a Dio e al principe di questo mondo, evitano la luce e preferiscono le tenebre. Simile ai fastidiosi pipistrelli carichi di vari parassiti, questi cosiddetti « Cristiani » sono carichi di peccati. Forse non si tratta dei peccati grossi e vili, ma spesso cadono nel peccato dell’incredulità, dell’orgoglio, dell’ipocrisia, delle male voglie, dell’odio, dell’invidia e sono soggetti a dei vizi segreti.
Tramite il profeta Elia Dio dice: « Fino a quando zoppicherete voi dai due lati? Se l’Eterno è Dio, seguitelo, se poi lo è Baal, seguite lui » (1 Re 18:21). Voi non potete servire a due padroni . . . Voi non potete servire a Dio e a Mammona! (Matteo 6:24). Eppure tanti uomini cercano di fare proprio quello che Gesù stesso dichiara sia cosa impossibile. Non possiamo tenere nello stesso recipiente luce e tenebre, acqua e fuoco.
Proprio nel tempo della sua infermità nelle sue pene e dolori l’ex stregone negro fu visitato da un evangelista indigeno pure lui, il quale gli portò la vera luce, la luce di Gesù Cristo. Lo invitò a portare tutti i suoi peccati alla croce del Golgota, non soltanto i peccati dei pagani ma pure quelli dei cosiddetti « cristiani ». Gli disse che Gesù era venuto per salvare anche lui dai suoi peccati, e purificarlo col Suo sangue prezioso.
Il negro chiese a Dio di perdonarlo e creare in lui un cuore nuovo e un nuovo spirito ben saldo. (Salmo 51:12). Invece di cambiare l’abito esterno, che da pagano era stato « cristianizzato », egli fu liberato realmente dal suo peccato tramite la ferma fiducia nella potenza salvatrice di Gesù. Il negro trovò la grazia d’essere liberato dal tabacco, dall’alcool e da tutte le altre cose malefiche, che avevano rovinato la sua vita. Egli sperimentò la verità che se uno è in Cristo è una nuova creatura e che le vecchie cose sono passate.
Fino al giorno d’oggi in cui scrivo queste righe, questo negro è una testimonianza vivente della grazia salvatrice di Cristo. Egli vive la vita pura, felice e pacifica d’un vero cristiano e ovunque dà una testimonianza gioiosa della potenza purificatrice del sangue prezioso di Gesù Cristo. Dopo aver dato la vita a Dio, l’indigeno fu guarito miracolosamente senza consultare alcun aiuto umano. Quando testimonia della meravigliosa salvezza in Gesù, egli dice: « Prima ero un pagano, dopo divenni pipistrello e ora sono una nuova creatura in Gesù Cristo. Per la grazia di Dio, sono davvero cristiano ».
Caro lettore, in quale posizione ti trovi tu? O sei perduto o sei salvato, o sei vivente in Cristo, o sei morto nei falli e nei peccati. O tu cammini nella luce o sei seduto nelle tenebre. Forse stai cercando di servire a due padroni? Secondo il giudizio del nostro indigeno saresti un « PIPISTRELLO » e con tutta ragione saresti una creatura della notte che sta avanzando.
Perciò . . . . « Uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore » (2 Corinzi 6:17).

Publié dans:meditazioni/racconti |on 1 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

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