Archive pour la catégorie 'FILOSOFIA'

LA SPERANZA TRA MISERICORDIA E GIUSTIZIA – Pietro Coda (1)

http://www.collevalenza.it/Riviste/2008/Riv0708/Riv0708_05.htm

CONGRESSO APOSTOLICO MONDIALE DELLA MISERICORDIA

LA SPERANZA TRA MISERICORDIA E GIUSTIZIA – Pietro Coda (1)

1. Vorrei riflettere con voi su di un fatto che ha delle incalcolabili conseguenze sotto il profilo personale e sotto il profilo sociale e oggi addirittura globale: i discepoli di Gesu, i cristiani, sono chiamati a diventare cin che sono per dono – il lievito e il sale della speranza per il mondo.
I discepoli di Gesu, in effetti, poggiano la loro speranza su di un fondamento che piu non pun essere distrutto: la misericordia di Dio che ha raggiunto il mondo in Gesu. Per questo, il loro impegno per la giustizia c chiamato a costruire un futuro realistico, che vale per tutti e non pun essere smentito da nessuna sconfitta: perché c garantito da Dio, da Dio in persona.
Dunque, speranza, misericordia, giustizia: l’una non si pun dare senza l’altra. E oggi il mondo, ciascuno di noi, la societr in cui viviamo, il villaggio globale di cui siamo cittadini, han bisogno proprio di questo: di speranza, di misericordia, di giustizia – di una speranza che attinge alla fonte della misericordia e lavora realisticamente per la giustizia.
2. Ma andiamo per ordine, cominciando dal primo tassello del nostro trittico: la speranza.
Se c’c un atteggiamento fondamentale dell’esistere umano che oggi difetta, questo c la speranza. Ce l’ha ricordato con accenti intensi e netti Benedetto XVI nella sua seconda enciclica, la Spe salvi: «nella speranza siamo stati salvati» (Rm 8, 24). «L’attuale crisi della fede, nel concreto – puntualizza il Papa –, c soprattutto una crisi della speranza cristiana» (n. 17).
Basta che guardiamo a fondo, con occhio lucido e amico, nel cuore dell’uomo e della donna di oggi, degli adulti, degli anziani, ma soprattutto dei giovani, basta che guardiamo agli ideali e ai progetti che reggono le proposte e i sentieri di vita e d’impegno del nostro mondo, per renderci conto di un vuoto spaventoso. Nascosto, il piu delle volte, rimosso, ricoperto da fronzoli o maschere: ma che di tanto in tanto esplode virulento e che tutti ci colpisce per la desolante indifferenza o per la tragica disperazione che mette allo scoperto. Questo vuoto ha un volto: c assenza di speranza. E come se anche essa, l’ultima a morire tra le risorse dell’uomo, avesse fatto naufragio.
Non c’c speranza, troppo spesso, tra i giovani chiamati ad affrontare con rischio e creativitr la vita che si spalanca davanti a loro.
Non c’c speranza, troppo spesso, nel combattere le tante ingiustizie che, vicine o lontane, come un cancro devastano la vita delle persone, degli ambienti sociali, dei popoli.
Non c’c speranza, troppo spesso, per il futuro del mondo: nella possibilitr, cioc, di trasformare la societr sanando le piaghe che la infettano, nella volontr di gettare ponti di riconciliazione e d’incontro tra le civiltr, nell’impegno a salvaguardare e promuovere l’habitat naturale e cosmico nel quale e col quale viviamo: fiumi, mari, ghiacci, alberi, fiori, pesci, uccelli, animali domestici e selvatici…
Se, c drammatico il vuoto di speranza che come un buco nero divora da dentro le nostre esistenze. E proprio quando le risorse della tecnologia paiono ormai potere tutto: ma senz’anima, senza orientamento, senza meta – appunto, senza speranza.
C vero che vi sono tanti, piccoli e meno piccoli segnali che testimoniano la volontr di cambiare rotta, insieme all’indignazione per la miseria, l’ingiustizia e l’oppressione e all’impegno nell’individuare vie praticabili di solidarietr, di fraternitr, di rispetto e promozione dell’uomo e della natura nel loro insondabile mistero.
Ma tutto sembra – ed c – troppo poco e troppo debole.
3. Ed c qui ed c ora – eccoci al secondo tassello – che i discepoli di Gesu, con atteggiamento di umiltr, di condivisione, di apertura verso tutti coloro nei quali sinceramente vivono la ricerca e la lotta per la veritr e la giustizia, c qui e ora che i discepoli di Gesu son chiamati a giocare una carta decisiva: la carta della speranza.
Perché la speranza non c ottimismo a poco prezzo, non c velleitr alla fine illusoria, non c utopia ideologica. La speranza cristiana – come ci ricorda Benedetto XVI – c fondata su di un fatto, su di un avvenimento, su di una persona: Gesu, il Figlio di Dio fatto uomo, che ha donato la sua vita per noi.
Che cos’c che fa il cristiano… cristiano? che cos’c che sprigiona e plasma da cima a fondo la sua vita nuova nella fede?
L’apostolo Paolo lo esprime con chiarezza cristallina: «Io vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).
C questo l’avvenimento su cui poggiano l’esistenza del cristiano, la novitr e la missione della Chiesa, il futuro del mondo: Gesu ha dato la sua vita per me, per noi, per tutti, per il mondo!
«Ora – incalza l’apostolo Paolo – a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci pun essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo c morto per noi!» (Rom 5,7-8). Il fondamento della fede cristiana, in una parola, c l’amore di misericordia che Dio inequivocabilmente e definitivamente ha mostrato per noi in Gesu crocifisso e risorto.
«L’essere umano – spiega Benedetto XVI – ha bisogno dell’amore incondizionato» (n. 26). «Chi viene toccato dall’amore comincia a intuire che cosa propriamente sarebbe « vita ». Comincia a intuire che cosa vuol dire la parola di speranza» (n. 27).
In queste semplici parole, che traducono per noi il messaggio del vangelo, c condensato il principio vivo di una straordinaria ed incisiva visione dell’uomo, della societr, della storia.
L’uomo nasce dalla misericordia di Dio. In questa nascita che accade nella pasqua di Gesu, che si celebra nel battesimo, che c’investe e ci trasforma nell’Eucaristia, c’c il segreto del suo destino personale e sociale, terreno e definitivo. E c’c il motore della speranza che non si spegne e non delude.
«La mia vita personale e la storia nel suo insieme – sono ancora parole del Papa – sono custoditi nel potere indistruttibile dell’Amore» (n. 35).
C perché mi so accettato, accolto, sanato e ricreato nuovo, ogni volta come fosse la prima, dalla misericordia di Dio in Gesu, c per questo che posso guardare avanti con fiducia e speranza. Tutto cose acquista senso, anche la fatica, la sofferenza, gli ostacoli, le inevitabili sconfitte che punteggiano il nostro cammino.
C come se, affidandomi alla misericordia di Dio che mi raggiunge in
Gesu, io fossi messo in contatto, una volta per sempre, con una fonte inesauribile di energia vitale, fresca e corroborante: che c fiducia, amore, fortezza, gioia, perseveranza, pazienza, attesa …
Una fonte, « la » fonte inesauribile della speranza!
4. Senza la speranza non c’c futuro veramente umano. Ma senza la misericordia di Dio in Gesu per noi, non c’c vera speranza.
Ed c di qui – da questo indissolubile intreccio di speranza e misericordia – che nasce e si alimenta l’inderogabile e responsabile impegno dei discepoli di Gesu per la giustizia: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarr dato in sovrappiu» (Mt 6, 33).
Una parola soltanto vorrei spendere a proposito di questo terzo e ultimo tassello della nostra riflessione.
Come discepoli di Gesu siamo oggi chiamati a risvegliare in noi questa coscienza: la nostra speranza c sterile, c vuota, in definitiva non c speranza cristiana, se – sottolinea Benedetto XVI – non produce fatti e non cambia la vita: «La porta oscura del tempo, del futuro, c stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli c stata donata una vita nuova» (n. 2).
La speranza cristiana – spiega il Papa – «attira dentro il presente il futuro, cose che quest’ultimo non c piu il puro « non ancora ». Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtr futura, e cose le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future» (n. 7).
La speranza della vita che ha il sapore di cin che piu non muore, quella speranza che risplende nella vittoria di Gesu risorto sul peccato e sulla morte, c un lievito che fermenta la pasta della storia nel segno della giustizia, della pace e della fraternitr. Costi quel che costi. Anche la vita. I martiri cristiani sono martiri della speranza – e percin della giustizia.
Ma l’impegno cristiano per la giustizia, che nasce e si alimenta dalla misericordia di Dio in Gesu, ha uno stile inconfondibile: c esso stesso, prima di tutto e sempre di nuovo, esercizio della misericordia, ministero – vorrei dire – della misericordia verso i fratelli e le sorelle, verso tutti e verso ciascuno.
«Siate misericordiosi com’c misericordioso il Padre vostro» (Lc 6, 36).
C qui compendiato tutto il vangelo di Gesu, tutto lo stile della presenza e dell’azione dei suoi discepoli nella storia, uomo accanto a uomo, nella costruzione di un mondo nuovo.
Consapevoli, certo, dei limiti umani e della provvisorietr terrena di quest’impegno e dei frutti che ne vengono: ma nella speranza certa dei « cieli nuovi e della terra nuova » che gir sono realtr in Gesu risorto e in Maria con lui assunta nel seno del Padre, trasfigurati dalla luce senza tramonto dello Spirito che c Amore.
5. Mi ha sempre colpito la centralitr, nella preghiera che Gesu ha insegnato ai suoi – il Padre nostro –, di una delle petizioni che fa da cerniera tra cin che si chiede a Dio in rapporto a Dio che c Padre, e cin che si chiede a Dio in rapporto agli altri che sono fratelli: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori».
«Rimetti a noi i nostri debiti». Il perdono c per lo spirito cin che il pane c per il corpo. Senza misericordia che perdona lo spirito non vive, c morto, pur sembrando vivo. Il perdono nel suo ultimo principio c per-dono: c cioc gratuitr di Dio che c cor-risposta dalla gratitudine dell’uomo – e da nient’altro.
C questo il primo, l’insolvibile debito che abbiamo contratto con Dio dal momento in cui ci ha pensati, voluti, creati – per amare. Ma cin che ci suggerisce con forza semplice e realistica Gesu, c di chiedere a Dio perdono per i debiti contratti via via che la nostra esistenza si squaderna nel tempo. Occasioni perdute, grazie non corrisposte, e rifiuti, chiusura, cattiverie, ostinazioni…
Poter guardare Dio negli occhi, ogni giorno di nuovo, come fosse la prima volta, c riconoscersi davanti a Lui per cin che siamo, peccatori come il pubblicano salito al tempio, e non accampare inesistenti meriti come il fariseo (cf. Lc 18,10-14). Riconoscere che «tutto c grazia» (come scrive Bernanos) e che il Padre c «ricco di misericordia» (Ef 2,4). Senza quietismi, senza flagellazioni o piagnistei. Con realismo. Con vera umiltr.
Allora, lo sguardo di Dio ci fa rinascere nuovi e immacolati.
«Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Ecco uno degli sconvolgenti come di Gesu!
Egli l’aveva gir detto poco prima: «come in Cielo cose in terra».
Il come c il legame vero, l’unico, tra Cielo e terra. La vita del Cielo ha da trasferirsi in terra. La quale, terra ha da restare: non solo nel tempo presente, ma anche in quello definitivo che ancora ha da venire. Non si parlerr anche allora di « cieli nuovi e terra nuova »?
Come: la stessa legge di vita che vive in Cielo – la santificazione del nome di Dio che c Padre da parte del Figlio, quel soffio infinito di reciproco amore che c lo Spirito Santo – ha da vivere in terra nei nostri rapporti. Questa c la volontr del Padre.
Dio rimette a noi i nostri debiti come: e cioc se e in quanto noi li rimettiamo ai nostri debitori. Ma noi siamo capaci di perdonare, solo se prima ci sappiamo perdonati da Dio.
Colpisce che Gesu inviti a chiedere proprio questo al Padre. In fondo, c l’unica petizione del Padre nostro che riguardi esplicitamente i rapporti interpersonali.
Gesu non c’invita a chiedere d’esser capaci di amare, accogliere, servire: ma di … perdonare. Perché la gratuitr del perdono c l’unica che, riaccendendo la relazione spezzata dal male, fa rinascere l’altro – nel tuo cuore e nel suo cuore.
C stato detto: se amare c come generare un figlio, perdonare c come risuscitare un morto. La misericordia c l’immagine piu alta e piu vera di Dio. Ed c per noi la possibilitr donata e trafficata, in Gesu, di far nascere e crescere rapporti veri tra gli uomini. Non solo tra i singoli, ma tra i popoli e le nazioni.
La capacitr di essere misericordiosi nasce dalla capacitr – ricevuta come grazia – di guardare agli altri come ad essi guarda Dio. C questo sguardo di misericordia la radice della speranza che costruisce nel mondo la giustizia.
1 Piero Coda si laurea in Filosofia presso l’Universitr di Torino e consegue il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Universitr Lateranense, dove inizia a insegnare nel 1985. Dal 1993 c docente di Teologia Sistematica. Collabora alla redazione di numerose riviste: Lateranum, Filosofia e Teologia e Nuova umanitr. C consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e membro della Pontificia Accademia Teologica, preside dell’Istituto universitario Sophia; Presidente dell’Associazione Teologica italiana e segretario della Pontificia Accademia di Teologia. Tra le sue numerosissime opere ne segnaliamo solo alcune: Abitando la Trinitr. Per un rinnovamento dell’ontologia, Cittr Nuova, Roma 1998; Il logos e il nulla. Trinitr, religioni, mistica, Cittr Nuova, Roma 2003; Dio che dice amore. Lezioni di teologia, Cittr Nuova, Roma 2007; Sul luogo della Trinitr. Rileggendo il «De Trinitate» di Agostino, Cittr Nuova, Roma 2008.

 

Publié dans:DOCENTI - STUDI, FILOSOFIA |on 16 mai, 2017 |Pas de commentaires »

COSA FACEVA DIO PRIMA DELLA CREAZIONE? – di Graziella Tenti

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Cosa-faceva-Dio-prima-della-creazione

COSA FACEVA DIO PRIMA DELLA CREAZIONE?

Il mio nipotino (ha cinque anni) mi ha posto una domanda che mi ha messo in imbarazzo. Per il momento ho preso tempo, e vi giro la domanda in modo che possiate aiutarmi a rispondere: cosa faceva Dio prima della creazione?

Graziella Tenti

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia
La domanda è semplice e propria di un bimbo, ma proprio per questo a volte sono quelle più complicate, perché spiegare ciò che è semplice (ossia: non composto) è difficilissimo, perché non ha parti.
Mi verrebbe la voglia di rispondere: non faceva niente! Perché Dio non fa, è. Che faceva il sole prima di illuminare le cose intorno? Niente, faceva il sole. Così Dio faceva Dio.
Ma allora andiamo all’interno di Dio. La prospettiva cambia, perché non ha importanza la creazione, ma chi è Dio. Noi lo possiamo osservare da due angolazioni. La prima è quella della ragione. Dio è l’essere unico e assoluto, non non vi sono altri esseri, altre cose se non Lui solo, e se qualcosa può esistere si deve solo a una deliberazione di Dio stesso che la porrà in essere traendola dal nulla. Questa è la creazione. Ma attenzione. Dio non è che diventi creatore dopo che ha creato, quasi fosse un pittore che può esser detto tale solo dopo che ha dipinto qualcosa. Dio è da sempre creatore, Dio è il creatore per essenza, anche quando ancora non ha creato niente di diverso a se stesso. Perciò possiamo dire che Dio prima di creare «faceva» o è il creatore. Se la luce del sole fosse ciò che fa essere le cose, è chiaro che il sole sarebbe illuminante anche se non c’è niente ancora da illuminare. Così Dio in quanto ciò che farà esistere è una partecipazione al suo essere, il creare è lui stesso, e la creazione avviene come partecipazione al suo essere.
Dice Agostino, nelle Confessioni, Lui era più intimo a me, di me a me stesso. In questo senso Dio è da sempre Creatore, e non lo diviene. Noi veniamo creati in un certo tempo, ma lui non diventa creatore quando ci crea lo è da sempre, perché l’essere è Lui.
L’altra angolazione è quella della fede. L’indagine qui si arricchisce. Dio è Trino, la sua natura si costituisce di tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, relazioni che tra loro si fondano e si differenziano. Allora possiamo dire, a prescindere dalla creazione, che Dio ha sempre fatto il Padre che genera il Figlio e dal loro reciproco amore procede lo Spirito. Il che significa che Dio è un reattore atomico (mi si permetta l’esempio) di Amore costituito dall’eterno atto del Padre di generare il Figlio e far procedere lo Spirito. Ora amare è la più grande e la massima attività di qualunque cosa. Ma mentre l’amore umano passa nell’altro in quanto altro, in Dio costituisce la sua natura di tre Persone divine. E questo è l’essere più perfetto che si possa immaginare: Dio è costituito dall’amore, l’amore è l’eterna generazione che è presente in Dio, e questo amore reciproco ed eterno è la Vita. Dio dunque vive, Dio è la vita in se stesso nella comunione delle tre Persone. Questa vita, questo amore e questo essere, Dio lo ha voluto estendere anche ad altre cose, e le ha create, e se ci pensiamo noi abbiamo preso vita non in un certo tempo, ma dall’eternità, perché siamo nel cuore di Dio, in quanto siamo nel suo progetto di vita e di quella vita noi ne partecipiamo.
Con un’immagine nostra Dio è una «famiglia», viveva in famiglia, che è la cosa più importante come vediamo quando essa è il luogo dell’amore, della gioia, del bene. Una famiglia del genere nessuno la lascerebbe, anzi una volta fuori non si vedrebbe l’ora di tornarci, perché essa è il vero e supremo luogo della vita e dell’essere.
Ecco dunque quello che Dio «faceva»: faceva il Dio, viveva, amava, generava, era generato, cose che fa tutt’ora naturalmente, anche se noi, creature, possiamo dargli qualche pensiero in più.

Publié dans:FILOSOFIA, meditazioni/racconti |on 27 mai, 2014 |Pas de commentaires »

LA SAPIENZA COME SAPORE: ALLE RADICI DI UNA SPIRITUALITÀ SAPIENZIALE

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=114

ALLE RADICI DI UNA SPIRITUALITÀ SAPIENZIALE

SINTESI DELLA RELAZIONE DI ARMIDO RIZZI

Verbania Pallanza, 18 gennaio 1997

In una prima parte sarà presentato un itinerario fenomenologico (dai sapori alla sapienza). In un secondo momento saranno indicate alcune figure della sapienza. Più che di radici si parlerà di ambientazioni, di contestualizzazioni della sapienza.

un itinerario fenomenologico: dai sapori alla sapienza

il sapore
« Sapienza » come « sapore » viene dal latino sàpere, che corrisponde al nostro « aver sapore ». La prima accezione di sàpere è dalla parte dell’oggetto, dei sapori.
In italiano c’è un verbo che fa da ponte tra oggetto e soggetto ed è « gustare » (oltre al raffinato « assaporare »), che indica sia il sapore (il gusto) che il sentire il sapore.
Questa facilità a migrare dal soggetto all’oggetto sta ad indicare una forma di conoscenza in cui soggetto e oggetto sono profondamente uniti, una forma di conoscenza diversa da quella più comunemente intesa, quella cioè del soggetto « di fronte » all’oggetto. La prima riguarda il dato originario, il campo sorgivo del conoscere, rispetto al quale la seconda (quella che si rifà al senso del vedere) è un momento successivo.
Il gustare, l’avere buon gusto, riguarda non solo i sapori, ma tutto ciò che è bello e buono, come le tinte, i suoni, ecc.. Il gusto, nella sua accezione più generale, è il senso più soggettivo (non si può gustare a distanza, mentre si può vedere e sentire) ed è il meno strumentale, il cui valore è fine a se stesso.
Mentre la maggior parte dei sensi ha un valore strumentale, il gusto ha sempre una dimensione fruitiva, ha il massimo di carattere fruitivo. Ecco perché il gusto indica quella forma di conoscenza in cui il cuore delle cose e il cuore del soggetto sono più vicini.
il gusto del bello (la connaturalità estetica)
Il « buongustaio » non è semplicemente « chi gusta », ma chi sa valutare i gusti, chi sa riconoscere come buone, belle, valide le cose che lo sono davvero.
Si tratta qui di un sapere veritativo, in grado di dare dei giudizi di valore, non solo di fatto.
Tutto il mondo dell’estetica rientra in questo sapere veritativo. Quando dico di un qualche cosa che « è bello », intendo dire che è come deve essere, che è conforme ad un canone ideale, al tipo ideale di quella cosa. Chi ha buon gusto va oltre la superficie delle cose, per coglierne la forma, l’essenza.
Se è vero che qui abbiamo a che fare con giudizi di valore che presumono di dire ciò che è bello, buono, ecc., è anche vero che questi giudizi sono indimostrabili. Non esiste la dimostrazione scientifica del bello, del buono, del valido. Possiamo solo affidarci alla capacità di mettersi in sintonia tra soggetto e oggetto, alla quale uno può essere maggiormente predisposto e che comunque deve coltivare.
Questa disposizione di base e la successiva acclimatazione sono la connaturalità.
la sapienza
Oltre alla connaturalità estetica (che riguarda gli oggetti da contemplare) esiste anche una connaturalità operativa (che riguarda il saper fare), che, come la precedente, necessita sia di predisposizioni naturali che di apprendimento.
La sapienza è la convergenza di queste due connaturalità, è l’intelligenza insieme contemplativa e operativa, è la capacità di vedere che cosa è giusto fare.
È la prudentia dei latini, che indica non solo ciò che è bene evitare, ma che cosa è giusto fare.
« Giusto » è qui inteso non in senso strumentale, né nel senso estetico (la misura giusta), ma come il giusto della giustizia, che riguarda l’azione vista dal di dentro. È il giusto come canone dell’agire umano, che qualifica il soggetto umano come persona. La persona è vista come giusta o non giusta a seconda di ciò che fa. È la dimensione più profonda della persona ed è l’istanza ultima.
Non è la qualità dell’altro (di bellezza, di intelligenza, di giustizia) a definire l’esigenza dell’agire giusto, che mi definisce come persona giusta. Proprio il cogliere che devo comportarmi giustamente con l’altro mi fa percepire il suo valore incommensurabile, il suo carattere « sacro », il mio essere sempre in una posizione di debito.
È questo sapere indimostrabile ad indicare ciò che è la sapienza: il cogliere, al di dentro dell’esigenza di agire giustamente, il valore dell’altro in quanto colui nei confronti del quale devo agire giustamente indipendentemente da quello che ha o è.
alcune figure della sapienza

il cosmo umano
Il cosmo umano è quell’ordine globale, all’interno del quale i singoli tipi di azione e di comportamento si qualificano come giusti, proprio in quanto parti del tutto ordinato.
Se la sapienza è l’intelligenza che coglie ciò che è giusto, in questa figura lo coglie come parte di un « cosmo ordinato ».
Nelle religioni naturalistiche il cosmo umano è visto come inserito nel cosmo naturale. Le leggi del cosmo diventano le leggi della condotta umana.
Nell’ebraismo classico il cosmo umano è visto come comunità con cui Dio fa alleanza, a cui Dio dà la legge. Non è più il cosmo naturale, sdivinizzato, fonte di valore per l’agire umano.
Nel pensiero cristiano convergeranno la visione ebraica della comunità a cui Dio dà la legge e la riflessione della filosofia greca secondo cui la legge umana tende ad essere inserita nella legge cosmica. Le leggi della comunità umana acquistano un carattere ambiguo di « leggi naturali ».
Le tre sottofigure esposte si muovono all’interno del « principio-tradizione ». La sapienza, come modo giusto di guardare il mondo, è trasmessa di generazione in generazione ed è fatta risalire agli dei a Dio, come nell’ebraismo. La trasmissione, e l’origine divina, legittima ciò che viene trasmesso.
La modernità rompe con questo sapere sapienziale tramandato. « Sàpere aude! » Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza (Kant).
La fonte di legittimazione non è più la tradizione, ma la ragione adulta o il futuro, l’utopia. L’ideale del mondo giusto di domani diventa fonte di legittimazione di ciò che è giusto fare nel presente (es.: il marxismo).
Ma oggi anche il « principio-ragione » è entrato in crisi e si cerca di recuperare un sapere sapienziale
o rifacendosi alle tradizioni del passato (fondamentalismi);
o creando tradizioni nuove (New Age);
o affermando una « nuova laicità », la consapevolezza cioè che esiste, diffusa in tutta l’umanità in quanto dotata di coscienza etica, una sapienza, che può essere terreno comune tra uomini religiosi e non religiosi e che può favorire la nascita dell’uomo planetario (Balducci), consapevole insieme della propria universalità (« io sono soltanto un uomo ») e della propria parzialità (appartenenza ad una precisa tradizione e fede).
la sapienza celeste
È una figura che fa parte della tradizione cristiana cattolica. La costruzione di un mondo buono e giusto, la sapienza del cosmo umano, è vista come piattaforma per muoversi sin da ora in direzione della patria celeste (la sapienza celeste). Questa visione è rintracciabile nella teologia monastica.
cogliere i « segni dei tempi »
I segni dei tempi, il « kairòs », sono, in una prima accezione, i segni di un certo periodo storico, che bisogna cogliere per poter intervenire. Il profeta ha questo fiuto di saper cogliere dove sta andando la storia per potervi operare. I segni dei tempi sono qui visti nel loro risvolto culturale e storico.
Il fiuto dei processi storico-culturali, unito alla luce o fede a cui uno aderisce, è una forma di sapienza come capacità di leggere i segni dei tempi, che possiamo chiamare profezia.
la sapienza del tempo escatologico come sapienza dell’istante
Il « kairòs » è qui visto non in relazione ai fatti storici, ma all’istante, all’oggi continuo.
Con Gesù sono giunti i tempi ultimi, perché tutto il tempo, in ogni suo istante, è tempo di decisione come se fosse l’ultima. Ogni istante è un « kairòs » come senso che Dio ci dona e che ci sollecita ad una risposta. Ogni istante è una occasione irripetibile di diventare un po’ noi stessi, un’occasione quindi non semplicemente in base ai nostri interessi o gusti.
Nella parabola del fattore disonesto e scaltro (Lc 16,1-9), Gesù ci invita ad avere l’intelligenza (la scaltrezza) di capire che si è nel tempo escatologico, nel tempo che va sfruttato per diventare ciò che dobbiamo essere, non in base ai nostri progetti, opzioni o desideri, ma in base al progetto che Dio ha inscritto dentro di noi e per noi.
Il progetto che Dio ha su di noi è ultimativamente la disposizione ad amare, a farci amici i poveri diavoli che ci ospiteranno « nelle dimore eterne ».
L’ultima parola della sapienza evangelica è la sapienza dell’amore.

Publié dans:FILOSOFIA, Teologia |on 28 avril, 2014 |Pas de commentaires »

LE GOCCE DEL TEMPO

http://www.korazym.org/11974/le-gocce-del-tempo/ 

LE GOCCE DEL TEMPO 

1 GENNAIO 2014  

DI DON GIUSEPPE LIBERTO 

Nella scansione ritmica del tempo, ritorna puntuale il momento in cui l’anno che volge al termine si tuffa nell’immenso oceano delle memorie del passato. Mentre si toglie il vecchio calendario, torna insistente l’eterno interrogativo: “Che cos’è il tempo?”.

Anche sant’Agostino, puntando lo sguardo sul passato, sul presente e sul futuro, nella celebre pagina delle Confessioni, s’interroga: Che cos’è il tempo? Chi riuscirà a spiegarlo in modo facile e breve? Chi potrà comprenderne il concetto per poterne dire una parola? Eppure, di che cosa possiamo parlare che sia più familiare e più nota del concetto di tempo?… Se nessuno me lo domanda, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, allora non lo so. Tuttavia affermo con sicurezza di sapere che, se non passasse nulla, non esisterebbe il passato; se nulla divenisse, non ci sarebbe futuro; se nulla esistesse, non ci sarebbe presente (Conf. 11,14).

Prima d’intraprendere la riflessione sul tempo, il Vescovo d’Ippona si era rivolto a Dio chiedendo di aiutarlo a comprendere sia il Verbo creatore del tempo, sia il tempo stesso nel suo alveo esistenziale e così scrive: Troppo preziose sono per me le gocce del tempo. Da molto mi riarde il desiderio di meditare la tua legge, di confessarti la mia conoscenza e la mia ignoranza in proposito, le prime luci della tua illuminazione e i residui delle mie tenebre (Conf. 11,2). Agostino percepisce le “gocce del tempo” come il finito immerso nell’eterno e così armonizza, senza confondere, tempo dell’uomo ed eternità di Dio. Tutto ciò che esiste lo colloca tra un passato e un futuro, unica dimensione possibile alle realtà che esistono; ritiene, inoltre, che non sia semplice la spiegazione del tempo nella sua triplice forma di passato, presente e futuro. Il tempo passato è ormai inesistente, quello futuro non è ancora, il presente esce da un luogo occulto, perché, da futuro diviene presente, così come si ritrae in un luogo occulto, allorché da presente diviene passato (Conf. 11, 17, 22). Il tempo, per Agostino, è percezione dell’anima e può essere solo presente: E’ inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non vedo che siano altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro è l’attesa (Conf. 11, 20, 26). Nella “percezione dell’anima” e nell’“estensione dello spirito” ogni tempo è presente: nella memoria, se è passato; nell’attenzione, se è presente; nell’attesa, se è futuro.  Agostino, nelle sue lunghe e articolate riflessioni, lasciandosi illuminare dalle divine Scritture, ricongiunge nell’uomo, eterno e tempo. Il tempo, in Cristo, diventa tempo di grazia e di salvezza. Il cristiano, infatti, vede nel Verbo incarnato, nelle “gocce del tempo” a lui donate, tutto ciò che esiste, vivendo, nella speranza, l’attesa del riposo del settimo giorno. Generare il tempo cristiano è l’impegno del credente che vive, tra fascino e dramma, nell’oggi della storia.

Nella Santa Scrittura, l’inizio del tempo degli uomini ha origine dal “tempo di Dio”. Dio è Arché, cioè inizio e origine “dal quale” tutto esiste; Dio è Télos, cioè meta e fine “per il quale” tutto esiste. Egli, perciò, è principio e fine, conclusione e perfezionamento d’ogni realtà creata. Presente e futuro, tempo astronomico e antropologico, hanno la loro sorgente in Dio. E’ Lui che sottrae il tempo dalla monotonia ciclica e lo ricrea sempre nuovo con i suoi interventi provvidenziali. Il tempo dell’universo e dell’uomo è “tempo di Dio” e della sua relazione paterna con l’umanità. Nel tempo, il Creatore entra in dialogo con le sue creature e con esse costruisce la storia. E’ lo stesso Dio, quindi, che orienta il tempo verso la fine misteriosa, in cui raggiungerà il suo termine e insieme la sua pienezza. La Bibbia, in questo modo, “desacralizza” il tempo e lo “santifica” superando il panteismo con la trascendenza. La chiave di lettura del tempo non è la cosmogonia, ma la storia. Il tempo, come le altre creature, è nelle mani di Dio, anzi è proprio lui a ordinarlo e a condurlo, ogni determinismo cosmico e pagano viene così superato. La Rivelazione diventa realtà storica e la storia evento di Rivelazione. Il profeta, infatti, incontra il suo Dio nei fatti storici che per lui sono “Parola di Dio” che, rivelandosi agisce e nell’agire si rivela. Il tempo non è più visto come l’opposto dell’eternità, ma, carico d’eternità è proiettato verso l’eterno.

Il tempo ha un’arché e un télos, non è circolo vizioso chiuso in se stesso, ma spirale protesa verso un fine e un compimento di pienezza escatologica. Abramo, non come Ulisse, abbandona per sempre Ur di Caldea e si mette in cammino verso la terra che Dio gli darà. All’amara e sconfortata nostalgia di Ulisse, la Santa Scrittura oppone la speranza serena nell’attesa gioiosa. Il Dio della Bibbia è sperimentato come il Dio degli eventi che vive e che salva il suo popolo senza tirarlo fuori dalla storia. Egli escogita e attua una serie di fatti che si dispiegano in determinati momenti storici chiamati kairòi, eventi con i quali Dio costruisce la storia dell’uomo in un’ininterrotta manifestazione della sua misericordia. Il tempo, allora, non sarà più kronos mitologico che divora gli uomini e la storia, ma kairòs teologico che è “sacramento” mediante il quale Dio lavora per salvare il suo popolo. Culmine e centro è l’evento Cristo, kairòs per eccellenza che, nella “pienezza dei tempi”, dà senso compiuto alla dimensione temporale, spaziale e creaturale (cf Ef 1,10). Dio crea il tempo e lo offre in dono all’uomo perché sia l’alveo prezioso per accogliere Colui che del tempo è la pienezza: Cristo Signore, punto fisso che orienta tutta storia prima e dopo di lui, è Kairòs luminoso che ricapitola passato, presente e futuro.

Al momento dell’Incarnazione, il tempo, nel suo naturale fluire, non subisce un arresto, ma entra misteriosamente nel nuovo movimento impresso dal Verbo Redentore. Da Lui è rinnovato, consacrato e reso mezzo di salvezza. L’incarnazione inaugura il tempo nuovo attraverso l’evento unico e definitivo della salvezza che è il Mistero pasquale di Passione-Morte-Risurrezione-Ascensione-Dono dello Spirito. Tutta quanta la realtà spazio-temporale è orientata progressivamente verso l’eschaton, verso la nuova creazione sulla quale il tempo si apre per raggiungere la sua pienezza.

Gli eventi del passato e l’attesa del futuro sono vissuti da Israele e dalla Chiesa nell’“Oggi” del tempo liturgico. Il tempo liturgico non è invecchiamento, ma il sempre nuovo rifiorire della giovinezza della Chiesa, Sposa immacolata e Corpo senza rughe di Cristo, Signore del tempo e della storia. Il tempo allora trova la sua scaturigine, il suo svilupparsi e il suo completarsi nel mistero di Dio incarnato: Dio si è fatto tempo – afferma sant’Ireneo – affinché noi, uomini temporali, divenissimo eterni e mostra che il temporale culmina nell’eterno fin da quaggiù.

La liturgia del tempo appare, così, come “sacramento” dell’eternità che integra il tempo cosmico nel Logos-Kronokrator, Verbo-Signore del tempo. In Lui, il “fine” ultimo della storia trova il suo adempimento, anche se non trova compimento la “fine” della storia. E’ Cristo il pieno compimento e la speranza realizzata del futuro. E’ Lui il “già” e “non ancora”. Il cosmo, la storia e l’umanità, per Cristo, con Cristo e in Cristo, sono ormai inseriti nel mistero del tempo nuovo della Chiesa. Questo tempo non è fine a se stesso, ma appartiene già agli “ultimi tempi”, anche se non ancora in modo definitivo, perché tutto è orientato verso la pienezza del compimento futuro. L’“Oggi liturgico” non sarà nostalgia del passato, ma tensione e desiderio ardente del futuro la cui gioia è anticipata nel presente. Desideri e tensione ci aiuteranno a trascendere il tempo cosmico e a vivere l’unione tra celeste e terrestre, tra invisibile e visibile, in piena comunione trasfigurante del divino nell’umano e dell’umano nel divino. La Chiesa di Cristo, comunità escatologica, celebrando quel che già possiede, è protesa verso ciò che attende. Passato, presente e futuro salvifici sono già contenuti nel Memoriale del Signore.

A che serve sapere usare il metronomo, se poi non si comprende cos’è la musica nel ritmo? A che serve possedere orologio e calendario, se poi non si è capaci di comprendere cos’è il tempo nel misterioso fluire degli anni?

Il salmo 90 è una meditazione sulla vita umana alla luce di Dio. Contemplando l’eternità di Dio, il salmista si abbassa a guardare la caducità umana che, per contrasto, punta gli occhi sull’eternità di Dio e invoca: Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio (Sal 90,12). Le gocce del tempo non andranno mai perdute come lacrime nella pioggia, ma saranno perle preziose immerse nell’eterno.

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA E SCIENZA, FILOSOFIA |on 17 février, 2014 |Pas de commentaires »

LA PROVA DI ADAMO (Soren Kierkegaard)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_i.htm#LA PROVA DI ADAMO

LA PROVA DI ADAMO

Soren Kierkegaard *

Kierkegaard (1813-1855) nato a Copenaghen, fu educato con austerità nel luteranesimo. Da studente, si immerse con una specie di frenesia nella filosofia e nella teologia. Dal 1843 al 1850 pubblicò le sue opere più importanti, non prive di vigore. Secondo le sue stesse affermazioni, nei suoi libri, anche se di carattere letterario e filosofico, si prefigge uno scopo religioso, mettendo la sua abilità di scrittore a servizio della rivelazione di cui sottolinea tutte le esigenze. La sua ricerca appassionata si allontana a volte dalle grandi certezze cristiane, ma pur nella sua angoscia Kierkegaard ha potuto lasciarci una testimonianza commovente, prova questa che egli era già sensibilizzato alla angoscia dell’anima moderna. La sua influenza del resto, è sentita ancora nel nostro tempo.

Leggiamo nella Scrittura: E Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Abramo, Abramo dove sei? Ed egli rispose Eccomi, sono qui (Gen. 22,1). Ora dimmi: tu, a cui io mi rivolgo, tu avresti fatto lo stesso? Nel veder venire da lontano verso di te la tremenda prova -imposta dalla provvidenza, non avresti forse detto alle montagne «copritemi» e alle colline «cadetemi addosso»? Oppure, avendo più coraggio, non avresti rallentato il tuo passo lungo la strada, pensando con nostalgia ai sentieri di una volta? E al sentire la chiamata, saresti rimasto zitto, oppure avresti risposto forse piano piano, quasi in un bisbiglio? Ma non fu tale la risposta di Abramo; pieno di coraggio, di gioiosa fiducia, egli rispose ad alta voce: Eccomi!
Leggiamo in seguito: Abramo si alzò di buon mattino (Gen. 22,3). Si affrettò, quasi andasse a una festa e di buon mattino si trovò nel luogo indicatogli, sul monte Moria. Non disse niente a Sara, niente a Eleazaro: chi poteva capirlo? E la prova, per la sua stessa natura, non gli aveva forse imposto l’impegno del silenzio?
Tagliò la legna, legò Isacco, accese il fuoco, afferrò il coltello (Gen. 22,9-10). Lo sappiamo: sono stati tanti i padri che, con la morte del loro figlio, hanno sentito di perdere quanto avevano di più caro al mondo; hanno visto crollare tutte le speranze riposte nell’avvenire: pure non c’è mai stato certamente un figlio della promessa nel senso in cui Isacco lo era per Abramo. Ci sono stati tanti padri che hanno perduto un figlio, ma era la mano di Dio che lo toglieva loro, era la volontà immutabile e imperscrutabile dell’Onnipotente. Non fu così per Abramo. A lui era riservata una prova molto più dura e la sorte di Isacco era sospesa al coltello che il patriarca aveva in mano. E lui stava li, uomo solo davanti alla sua unica speranza! Ma non esitò, non si mise a guardare intorno ansiosamente, non scongiurò il cielo con la preghiera. Sapeva che era Dio onnipotente a metterlo alla prova e che quello era il più grande sacrificio che potesse essergli ,chiesto. Ma sapeva anche che nessun sacrificio è troppo grande quando chi lo chiede è Dio: e afferrò il coltello…
O venerabile padre Abramo! Quando sei tornato a casa dal monte Moria, tu non hai avuto bisogno di parole che ti consolassero di una perdita. Non avevi forse ottenuto tutto, mentre Isacco rimaneva con te? E da allora il Signore non te lo prese più, anzi hai potuto sedere felice a tavola con lui nella tua tenda, così come farai in cielo per tutta l’eternità. O venerabile padre Abramo! Da quel giorno migliaia d’anni sono passati, ma tu non hai affatto bisogno che un tardo ammiratore strappi all’oblio la tua memoria: in ogni lingua si parla di te fra gli uomini, e tuttavia tu ricompensi più splendidamente di chiunque altro quelli che ti ammirano. Infatti in cielo, nel tuo seno, essi conoscono la felicità: e sul<la terra tu affascini. il loro cuore e i loro occhi con la luce della tua azione straordinaria.

* Fear and Trembling – Oxford University Press, Londra 1946 pp. 19-22.

« PERCHÉ NON POSSIAMO NON DIRCI CRISTIANI » (di padre Piero Gheddo)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28936?l=italian

« PERCHÉ NON POSSIAMO NON DIRCI CRISTIANI »

Le idee e i valori rivoluzionari portati dalla Bibbia e dal Vangelo all’umanità

di padre Piero Gheddo

ROMA, sabato, 10 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Ecco un interrogativo che ricorre fra le persone colte e la stampa di paesi non cristiani: perchè il mondo moderno è nato nell’Occidente cristiano e non, ad esempio, nell’Oriente buddhista o indù o islamico oppure nel profondo dell’Africa nera? La risposta è questa: Dio ha rivelato se stesso mandando il proprio Figlio Gesù Cristo come Messia (salvatore) e l’ha fatto nascere nel popolo ebraico, che aveva lungamente preparato ad accoglierlo. Dopo la sua morte in Croce e la sua Risurrezione, Cristo ha fondato la comunità dei suoi credenti (la Chiesa) mandandola in tutto il mondo a dare la “Buona Notizia” del Vangelo, che ha rivoluzionato la storia dell’umanità. Gli Apostoli e i loro successori hanno iniziato a diffondere la Chiesa fra i popoli del Mediterraneo, a quel tempo unificati nell’Impero romano e con un ambiente filosofico-culturale adatto, in cui la verità di Cristo poteva inculturarsi meglio che altrove, grazie alla razionalità della filosofia greca, al diritto e al senso della storia dell’impero romano.
    “La religione è la chiave della storia”
    Nel 1942 il sommo filosofo italiano, l’agnostico Benedetto Croce, pubblicava il saggio intitolato “Perché non possiamo non dirci cristiani”, che un altro filosofo, Marcello Pera (già presidente del Senato italiano), così giudica[1]: “Saggio splendido, lucido, vigoroso, sereno, composto tra dolore e speranza, che si iscrive nella letteratura della crisi della civiltà europea”. E cita dal volume di Croce questi giudizi: “Il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto…. Tutte le altre rivoluzioni non sostengono il suo confronto… Le rivoluzioni che seguirono nei tempi moderni non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana…. Il pensiero e la civiltà moderna sono cristiani, prosecuzione dell’impulso dato da Gesù e da Paolo…. “(Esiste) un legame tra il messaggio di Gesù e la vita della libertà…. Il cristianesimo sta nel fondo  del pensiero moderno e del suo ideale etico”, tanto che si può parlare di “sostanza cristiana del liberalismo”.
     Christopher Dawson afferma che « la religione è la chiave della storia »: l’emergere e l’affermarsi nel mondo d’oggi della civiltà occidentale non trova altra spiegazione (se non vogliamo cadere nel razzismo) che nella visione messianica e ottimista della storia propria dell’ebraismo e del cristianesimo ([2]). Il biblista Alessandro Sacchi scrive: “Il concetto di una storia guidata da Dio verso un fine positivo è uno dei contributi più grandi che la Bibbia ha dato al progresso umano. Infatti, solo chi ha la speranza di un futuro migliore può impegnarsi efficacemente nelle realtà terrene per cambiarle e migliorarle. E di fatto la Bibbia, riflettendo sulla creazione alla luce dell’alleanza (fra Dio e gli uomini), afferma che Dio ha dato all’uomo il potere di soggiogare la terra e di dominare su tutti gli animali (Genesi, 1, 28). E’ ammesso da tutti ormai che la mancanza di sviluppo nel terzo mondo è dovuta in gran parte proprio all’assenza di un preciso concetto di storia” ([3]).
     E poi esamina come questi valori evangelici contribuiscono allo sviluppo dei popoli e aggiunge: “Chi è vissuto in mezzo a popoli non ancora evangelizzati([4]) si è reso conto come l’assenza di certe idee e di valori tipicamente cristiani condizioni pesantemente il loro sviluppo, non solo religioso e umano, ma anche sociale e politico. Offrire ad essi in modo fraterno e disinteressato questi valori è senza dubbio il più grande servizio che si può fare loro. E’ chiaro che la diffusione di idee cristiane non può che aprire la strada a Colui che ne è stato l’ideatore, portando così ad una progressiva cristianizzazione del mondo”.
     Alioune Diop (1910-1980, che nel 1947 fondò a Parigi « Présence Africaine »[5]) scriveva negli anni sessanta[6]: « La tradizione africana ignora il concetto stesso di storia e di progresso: noi non guardiamo avanti, ma indietro: il nostro ideale non è un mondo migliore, ma il mondo degli antenati da conservare tale e quale l’abbiamo ereditato. Le nozioni di progresso, di rivoluzione, di cambiamento, sono specifiche del genio europeo. Né la Cina né il mondo nero riescono a giustificare razionalmente i cambiamenti”.
     Un missionario Comboniano in Burundi, padre Enrico Bartolucci, conferma[7]: “Gli africani, prima che la colonizzazione li tirasse fuori dal loro isolamento, non cercavano il progresso, ma l’equilibrio, il mantenimento dello status quo. Si preoccupavano non di progredire, ma di non cambiare. Non si trattava di dominare la natura, ma di rispettarla e di adattarvisi. Voler trasformare e correggere la natura all’africano sembrava un atto di arroganza contro le forze misteriose che dominano la natura stessa”.
     Padre Silvano Zoccarato, che dal 1971al 2006 ha lavorato fra i Tupurì (nord del Camerun), scrive[8]: « Il tempo in cui si muove l’africano è più una ripetizione del passato che novità del presente. Il futuro è la fedeltà al suo passato. Culturalmente il futuro non gli appartiene ed egli non riesce a fare il passo dal tempo mitico al tempo storico che comprende passato, presente e futuro ». La Parola di Dio apre agli uomini le prospettive del futuro, cioè di un cammino in avanti dell’umanità per un mondo più vivibile per l’uomo. Ma questo cammino verso il futuro è faticoso e necessita di valori e di orientamenti che Dio stesso ha dato all’uomo con la Bibbia, il Vangelo e la persona di Gesù.
     Non è facile per l’uomo d’oggi capire queste differenze culturali-religiose, ad esempio fra cultura-religione africana e cultura-religione cristiana. Ormai siamo in un mondo “globalizzato” nel quale, con i rapidissimi mezzi comunicazione dei quali disponiamo, c’è appunto una “globalizzazione” delle culture e delle mentalità. Oggi è in atto una omologazione delle culture e dei comportamenti, ma il problema di fondo per capire “sviluppo e sottosviluppo” sta nel fatto che i popoli vivono in epoche storiche diverse: noi cristiani nel 2000 dopo Cristo, i musulmani nel 1400 dopo Maometto, l’Africa nera è stata tratta fuori dalla preistoria dalla colonizzazione poco più di un secolo fa (erano senza scrittura, in un’economia di sussistenza). Erano popoli che vivevano isolati, come gli indios dell’Amazzonia, i papua della Nuova Guinea, i tribali di India, Bangladesh e Vietnam.
     Anche se oggi tutti i popoli usano la bicicletta, il telefonino, il computer, l’aereo e la televisione, non si capisce il perché di sviluppo e sottosviluppo, se non si risale alle radici storiche dei singoli popoli, che spiegano il diverso cammino storico riguardo allo sviluppo. Ecco in breve le idee e i valori rivoluzionari portati dalla Bibbia e dal Vangelo, cioè dal cristianesimo, all’umanità, che non ci sono in altre religioni e culture.
Per chiunque volesse approfondire il tema consigliamo la lettura del libro: “Meno male che Cristo c’è” (Editrice Lindau, Torino, pagg. 330).
——————————————-
[1] MarcelloPera, “Perché dobbiamo dirci cristiani – Il liberalismo, l’Europa e l’etica”, Mondadori 2008, pagg. 49-50.
[2]) C. Dawson, « Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidentale », Rizzoli 1997, pagg. 19 segg.
[3]) Alessandro Sacchi, « La missione cristiana contributo indispensabile allo sviluppo dei popoli », in « Mondo e Missione », gennaio 1984, pagg. 56-61.
[4] Padre Alessandro Sacchi del Pime è stato missionario in India negli anni settanta e ottanta.
[5] ) Celebre rivista che diventò il maggior strumento di elaborazione e valorizzazione del pensiero africano moderno.
[6]) Citato da Ernesto Toaldo in “Fattori culturali e politici dello sviluppo” in “Primo corso studi terzo mondo”, Editrice Pime 1969, n. 6, pag. 7.
[7] ) E. Bartolucci,  in “Nigrizia”, Verona, ottobre 1969, pag. 12.
[8] ) S. Zoccarato, “Cosa per saggi, 100 proverbi dei Tupurì”, EMI 1988, pag. 89.

Publié dans:FILOSOFIA, pastorale |on 10 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

“E SE L’AFRICA SCOMPARISSE DAL MAPPAMONDO?” (Filomeno Lopes)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26136?l=italian

“E SE L’AFRICA SCOMPARISSE DAL MAPPAMONDO?”

Filomeno Lopes alla tavola rotonda promossa da Harambee International Onlus

ROMA, mercoledì, 30 marzo 2011 (ZENIT.org).- “E se l’Africa scomparisse dal mappamondo? Una riflessione filosofica” è il titolo dell’ultimo libro (Armando Editore) del professor Filomeno Lopes, presentato questo lunedì a Roma nel corso del Forum Harambee sull’Africa.
L’autore, originario della Guinea Bissau, è docente di Filosofia della Comunicazione presso la Pontificia Università Urbaniana e l’Università La Sapienza di Roma.
La questione più importante, ha osservato, non è tanto ciò che gli altri possono pensare sulla scomparsa o meno del continente, quanto ciò che la stessa Africa è in grado di dire al riguardo.
“Si tratta di spostare l’interesse su un aspetto qualitativo”, ha indicato. “C’è un proverbio africano che dice: ‘Quando il tuo futuro è assai oscuro, non avere timore né vergogna di tornare indietro’”.
“Se si guarda oggi al futuro dell’Africa è veramente problematico per noi africani – ha riconosciuto Lopes –. Allora bisogna fermarsi, tornare indietro, per guardare cosa c’era prima e cosa può costituire quello spirito per un futuro meno peggiore del presente, che stiamo vivendo”.
È quindi la vittoria della storia sulla geografia: il mondo non è l’Occidente, ma l’Occidente è diventato il mondo entro il quale tutti noi siamo nati e cresciuti.
L’Africa di cui parla Filomeno Lopes è quella che nasce veramente sulla nave della schiavitù, “che si afferma come realtà pensante sul suo futuro a partire dalle Americhe, con i figli degli schiavi, con i movimenti del Panafricanesimo e di Negritude, e che rientra nel suolo ormai chiamato Africa a partire dagli anni ’60. Quindi quest’Africa non è necessariamente un luogo geografico, ma unità di passioni e capacità di pensare insieme, progettare un futuro”.
La strada proposta dall’autore nel suo libro consiste nel cercare una riflessione e creare condizioni di possibilità filosofiche per un discorso sulla filosofia della comunicazione, o meglio ancora una filosofia dell’agire comunicativo endogeno in Africa.
“L’Africa ha cominciato ad esistere a partire da un certo periodo ed è esistita come realtà di violenza – ha commentato –. Da quel periodo in poi stiamo cercando di capire come, da questa morte, possa nascere una resurrezione. Da qui tutto il tema del Rinascimento africano che, secondo me, non può prescindere dalla comunicazione”.
“E’ inutile parlare di solidarietà, quando ci stiamo uccidendo ogni giorno”, ha dichiarato Lopes. “Questo significa che di fondo la nostra capacità comunicativa è fortemente in crisi”.
Dove attingere allora per capire che se si continua così il futuro remerà contro?
Il professor Lopes parte dagli egiziani per arrivare a dialogare con tutti gli altri filosofi, dai greci fino ad Habermas. Questo ormai è il patrimonio dell’Africa, ha sottolineato: “Gli africani siamo questa realtà: dentro di noi abita un europeo, un americano, un asiatico e viceversa”.
Per ulteriori informazioni,
http://www.harambee-africa.org/.

Publié dans:FILOSOFIA |on 30 mars, 2011 |Pas de commentaires »

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