La famiglia di Gesù

The Child Jesus Going Down with His Parents to Nazareth 1856 by William Charles Thomas Dobson 1817-1898

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PAPA FRANCESCO – « NON UCCIDERE!

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PAPA FRANCESCO – « NON UCCIDERE!

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 10 ottobre 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi è dedicata alla Quinta Parola: non uccidere. Il quinto comandamento: non uccidere. Siamo già nella seconda parte del Decalogo, quella che riguarda i rapporti con il prossimo; e questo comandamento, con la sua formulazione concisa e categorica, si erge come una muraglia a difesa del valore basilare nei rapporti umani. E qual è il valore basilare nei rapporti umani? Il valore della vita.[1] Per questo, non uccidere.
Si potrebbe dire che tutto il male operato nel mondo si riassume in questo: il disprezzo per la vita. La vita è aggredita dalle guerre, dalle organizzazioni che sfruttano l’uomo – leggiamo sui giornali o vediamo nei telegiornali tante cose –, dalle speculazioni sul creato e dalla cultura dello scarto, e da tutti i sistemi che sottomettono l’esistenza umana a calcoli di opportunità, mentre un numero scandaloso di persone vive in uno stato indegno dell’uomo. Questo è disprezzare la vita, cioè, in qualche modo, uccidere.
Un approccio contraddittorio consente anche la soppressione della vita umana nel grembo materno in nome della salvaguardia di altri diritti. Ma come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare? Io vi domando: è giusto “fare fuori” una vita umana per risolvere un problema? E’ giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Non si può, non è giusto “fare fuori” un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema. E’ come affittare un sicario per risolvere un problema.
Da dove viene tutto ciò? La violenza e il rifiuto della vita da dove nascono in fondo? Dalla paura. L’accoglienza dell’altro, infatti, è una sfida all’individualismo. Pensiamo, ad esempio, a quando si scopre che una vita nascente è portatrice di disabilità, anche grave. I genitori, in questi casi drammatici, hanno bisogno di vera vicinanza, di vera solidarietà, per affrontare la realtà superando le comprensibili paure. Invece spesso ricevono frettolosi consigli di interrompere la gravidanza, cioè è un modo di dire: “interrompere la gravidanza” significa “fare fuori uno”, direttamente.
n bimbo malato è come ogni bisognoso della terra, come un anziano che necessita di assistenza, come tanti poveri che stentano a tirare avanti: colui, colei che si presenta come un problema, in realtà è un dono di Dio che può tirarmi fuori dall’egocentrismo e farmi crescere nell’amore. La vita vulnerabile ci indica la via di uscita, la via per salvarci da un’esistenza ripiegata su sé stessa e scoprire la gioia dell’amore. E qui vorrei fermarmi per ringraziare, ringraziare tanti volontari, ringraziare il forte volontariato italiano che è il più forte che io abbia conosciuto. Grazie.
E che cosa conduce l’uomo a rifiutare la vita? Sono gli idoli di questo mondo: il denaro – meglio togliere di mezzo questo, perché costerà –, il potere, il successo. Questi sono parametri errati per valutare la vita. L’unica misura autentica della vita qual è? E’ l’amore, l’amore con cui Dio la ama! L’amore con cui Dio ama la vita: questa è la misura. L’amore con cui Dio ama ogni vita umana.
Infatti, qual è il senso positivo della Parola «Non uccidere»? Che Dio è «amante della vita», come abbiamo ascoltato poco fa dalla Lettura biblica.
Il segreto della vita ci è svelato da come l’ha trattata il Figlio di Dio che si è fatto uomo fino ad assumere, sulla croce, il rifiuto, la debolezza, la povertà e il dolore (cfr Gv 13,1). In ogni bambino malato, in ogni anziano debole, in ogni migrante disperato, in ogni vita fragile e minacciata, Cristo ci sta cercando (cfr Mt 25,34-46), sta cercando il nostro cuore, per dischiuderci la gioia dell’amore.
Vale la pena di accogliere ogni vita perché ogni uomo vale il sangue di Cristo stesso (cfr 1 Pt 1,18-19). Non si può disprezzare ciò che Dio ha tanto amato!
Dobbiamo dire agli uomini e alle donne del mondo: non disprezzate la vita! La vita altrui, ma anche la propria, perché anche per essa vale il comando: «Non uccidere». A tanti giovani va detto: non disprezzare la tua esistenza! Smetti di rifiutare l’opera di Dio! Tu sei un’opera di Dio! Non sottovalutarti, non disprezzarti con le dipendenze che ti rovineranno e ti porteranno alla morte!
Nessuno misuri la vita secondo gli inganni di questo mondo, ma ognuno accolga sé stesso e gli altri in nome del Padre che ci ha creati. Lui è «amante della vita»: è bello questo, “Dio è amante della vita”. E noi tutti gli siamo così cari, che ha inviato il suo Figlio per noi. «Dio infatti – dice il Vangelo – ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

 

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Creazione dell’uomo e della donna

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Publié dans : immagini sacre | le 5 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (07/10/2018)

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (07/10/2018)

L’Amore ti esalta e ti ferisce don Mario Simula

Dio non ama la solitudine che chiude, isola e obbliga a restare senza parole pronunciate e ascoltate.
La relazione è dono sublime per Dio. “Non è bene che l’uomo sia solo”.
Nemmeno il dominio sulle creature può essere una risposta appagante. L’uomo ha bisogno “di trovare un aiuto che gli corrisponda”.
Dio è sempre geniale e sorprendente.
Inventa una creazione nuovissima e inedita in quel torpore che si impossessa dell’uomo e lo sprofonda nel mistero di Dio. Sta per avvenire una “cosa nuova”.
“Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”. Maschio e femmina: due parole che cantano la diversità nell’unità appassionante dell’amore.
Finalmente due occhi vivi di desiderio. Finalmente due orecchie in grado di ascoltare. Finalmente le premesse di un dialogo fatto di parole e di gesti, di ammiccamenti e di intese, di delicatezze e di finezza.
L’uomo non riesce a trattenere il primo e più melodioso e ineffabile inno di amore per la sua donna: “Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta”. Cuore da cuore anche nei momenti di turbamento.
La medesima ricchezza di cellule. Lo stesso linguaggio. La stessa dignità. L’unica e impareggiabile profondità di sguardi. La meravigliosa comunicazione dei gesti di tenerezza e di cura.
Dio non ha pensato soltanto a dare forma al corpo meravigliosamente diverso della donna. Ha versato nello scrigno della vita dei due, tutte le promesse di bene, di gioia, di accoglienza, di dialogo, di perdono.
Da adesso in poi non ci saranno più mio padre e mia madre, ma il mio sposo e la mia sposa. Per unirsi in un rapporto che coinvolge ogni segmento della vita di due persone. Da adesso “i due saranno una sola carne”. Si ritroveranno nell’intimità dell’unione amorosa. Godranno di un’appartenenza reciproca senza riserve. Totalmente donata. Tutti i doni e i dialoghi della loro vita saranno condivisi come segno inimitabile della somiglianza e dell’immagine di Dio che è sposo e sposa, padre e madre.
Da questa estasiante sessualità piena di amore, di rispetto e di delicatezza, nasce il figlio. Lui, il figlio, è la sintesi inscindibile di due diversità meravigliosamente inspiegabili dentro le quali ogni sguardo torbido o curioso, o semplicemente scientifico, creano profanazione.
Gesù, amante della coppia e della famiglia, ribadisce con forza e delicatezza la meraviglia del progetto del Padre.
L’uomo e la donna, sono, tuttavia, due creature fragili e talvolta egoiste. Tra di loro possono insinuarsi desideri impulsivi di lontananza, di abbandono, di libertà falsa, di strumentalizzazione, di amore violento annebbiato e omicida.
Gesù è chiaro: “L’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto”. “Come riusciremo a vivere questo impegno così grande?”, si domandano gli sposi.
Dio abita il cuore degli sposi. Il loro amore è consacrato dal mistero di un segno sacramentale che richiama l’amore di Gesù per la sua Chiesa. Non sono in balia di se stessi. Dio tiene alla loro fedeltà e all’impegno di condividere tutto fino all’ultimo respiro. Non si allontanerà mai dalla loro vita, dalle loro difficoltà, dai dolori, dalle incomprensioni possibili. Dio è lo Sposo e la Sposa fedele.
Davanti ad ogni coppia c’è Gesù “che ha sofferto perché la grazia di Dio, pagata con la morte, fosse a vantaggio di tutti”.
Il mistero è grande, Signore. E’ un vortice di amore. E’ un abisso di tenerezza. E’ fuoco purissimo che purifica e rende pronti a diventare monili preziosissimi, da appendere, ogni giorno, sul cuore della persona amata.
Come hai potuto fidarti di noi a tal punto? Degli sposi che amano la vita e la donano perché il figlio sia un’immagine evidente dell’ “unica e sola carne”?.
Perché hai scritto nel nostro cuore il bisogno di un amore che neanche gli oceani riescono ad estinguere?
Perché lo hai scritto anche nel cuore di chi, nella vita del matrimonio, non conoscerà mai la gioia della fecondità? Anche in questi sposi Tu, Signore, hai impresso bisogni e gesti insopprimibili di amore. A volte soffrono e si ribellano. Ma Tu sei accanto a loro.
Tu sei ispiratore inatteso dell’amore che ha portato mia madre e mio padre a “volere ad uno ad uno e tutti”, i loro undici figli.
Tu sei anche fonte dell’amore pieno che costruisci, giorno dopo giorno, nella vita di coloro che si consacrano a Te. Non possono essere sterili, Signore. Insegna loro ad amare, ad amare chi si ama. Ad amare chi nell’amare soffre. Insegna loro ad amare l’uomo e la donna, con semplicità, con limpidezza, con verità e sincerità. Non possono rifugiarsi, proprio loro, nelle paure o negli egoismi affettivi. Il loro amore è dono. Dono e nient’altro. Dono che genera. Dono che educa chi ha generato. Dono che porta alla gratitudine. Dono che chiede verifiche continue perché non venga sprecato e non si perda dietro i grovigli dell’ambiguità.
Gesù, aspettiamo di appartenere alla tua scuola di amore: Tu fissi amando intensamente. Tu ti lasci raggiungere da gesti amorosi che suscitano il perdono. Tu, amando dai la vita. E’ tutto questo il segreto del tuo esserci. Dell’essere insieme, accanto, per noi.
Grazie, Gesù, perché hai messo nelle mani la sfida incandescente dell’amore. Grazie, Gesù.

La pace di Cristo

Per it la pace

Publié dans : immagini sacre | le 4 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »

LA PACE INTERIORE CAMMINO DI SANTITÀ

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LA PACE INTERIORE CAMMINO DI SANTITÀ

di Padre Jacques Philippe

1. Senza di me non potete fare nulla
Per comprendere quanto sia fondamentale, per lo sviluppo della vita cristiana, sforzarsi di acquisire e conservare la pa¬ce del cuore, la prima cosa di cui dobbiamo essere ben con¬vinti è che tutto il bene che possiamo fare viene da Dio e da lui solo. « Senza di me non potete fare nulla », ha detto Gesù (Gv 15,5). Non ha detto: « Non potete fare grandi co¬se », ma « Non potete fare nulla ». E per noi essenziale esse¬re persuasi di questa verità. Avremo spesso bisogno di in¬successi, umiliazioni e prove — permesse da Dio — perché detta verità possa non solo essere colta dalla nostra intelli¬genza, ma divenire esperienza per tutto il nostro essere. Dio, se potesse, ci risparmierebbe tutte queste prove, ma esse so¬no necessarie per farci scoprire la nostra innata impossibili¬tà a fare del bene da soli. Secondo la testimonianza di tutti i santi, è indispensabile acquisire la conoscenza dei nostri li¬miti, perché è il terreno adatto nel quale potranno fiorire tutte le grandi cose che il Signore farà in noi con la potenza della sua grazia.
E per questo che santa Teresa di Gesù Bambino diceva che la più grande cosa che il Signore aveva fatto nella sua ani¬ma era l’averle mostrato la sua piccolezza e la sua impotenza. Se analizziamo seriamente la parola del Vangelo di Gio¬vanni, sopra citata, comprendiamo allora che il problema fon¬damentale della nostra vita spirituale diventa questo: Come lasciare agire in noi Gesù? Come permettere alla grazia di Dio di operare liberamente nella nostra vita?
Non dobbiamo dunque tanto imporci di fare determina¬te cose secondo i nostri progetti e le nostre capacità, bensì dobbiamo cercare di scoprire quali siano le disposizioni del¬la nostra anima che permettono a Dio di agire in noi. Solo in questo modo potremo portare un frutto duraturo, un frutto che rimanga (Gv 15,16).
Alla domanda: « Cosa fare per lasciar agire liberamente la grazia di Dio nella nostra vita? », non esiste una risposta univoca, una ricetta che vada bene per tutti. Per rispondere in modo completo, bisognerebbe scrivere un trattato di vita spirituale in cui si parli della preghiera, dei sacramenti, della purificazione del cuore, della docilità allo Spirito santo e di tutti i modi attraverso i quali la grazia di Dio viene a inon¬darci. Non intendiamo farlo, vogliamo semplicemente trat¬tare un aspetto della vita spirituale, oggi troppo dimentica¬to. Si tratta di questa verità essenziale: per permettere alla grazia di Dio di agire e produrre in noi — con la nostra coo¬perazione — tutte queste « opere buone che il Signore ha predisposto perché noi le praticassimo » (Ef 2,10), è estre¬mamente importante che ci sforziamo di acquisire e conser¬vare la pace interiore, la pace del cuore.
Per una migliore comprensione, useremo un’immagine (da non prendere troppo alla lettera, come tutti i paragoni). Con¬sideriamo la superficie di un lago sulla quale brilli il sole: se questa sarà calma e tranquilla il sole vi si potrà riflettere quasi perfettamente e tanto più perfettamente quanto più il lago sarà calmo. In caso contrario, l’immagine del sole non vi si potrebbe riflettere.
Accade un po’ la stessa cosa alla nostra anima, nei con¬fronti di Dio: più questa è calma, più Dio vi si riflette, la sua immagine s’imprime in noi, la sua grazia agisce attraverso noi. Se invece la nostra anima è agitata e turbata, l’azione della grazia diventa molto più difficoltosa. Tutto il bene che possiamo fare è un riflesso di questo sommo Bene che è Dio. Più la nostra anima è nella calma e nell’abbandono, più que¬sto Bene si comunica a noi e, attraverso noi, agli altri. « II Signore darà forza al suo popolo, il Signore benedirà il suo popolo nella pace », dice la Scrittura (Sai 29,11).
Il nostro Dio è il Dio della pace. Non parla e non opera che nella pace, non nel turbamento e nell’agitazione. Ram¬mentiamo l’esperienza del profeta Elia sul monte Oreb: Dio non era nell’uragano, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel mormorio di un vento leggero (IRe cap. 19).
Spesso ci agitiamo, ci inquietiamo nel tentativo di voler risolvere tutto da soli, mentre sarebbe molto più efficace re¬stare calmi, sotto lo sguardo di Dio, lasciandolo agire ed ope¬rare in noi con la sua saggezza e la sua potenza, infinitamen¬te superiori alle nostre. « Poiché così dice il Signore Dio, il Santo d’Israele: Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza. Ma voi non avete voluto » (Is 30,15).
Il nostro non vuole essere, ben inteso, un invito alla pi-grizia e all’inerzia; ma un’esortazione a non agire mossi da uno spirito d’inquietudine e di fretta eccessiva, bensì sotto l’impulso mite e pacifico dello Spirito di Dio. San Vincenzo de’ Paoli, la persona meno sospettabile di pigrizia, diceva: « II bene che Dio opera si fa da sé, quasi senza che uno se ne accorga. Bisogna essere più passivi che attivi; e così Dio solo farà per mezzo di voi ciò che tutti gli uomini insieme non potrebbero fare senza di lui ».

 

2. Pace interiore e fecondità apostolica
Questa ricerca della pace interiore potrebbe sembrare ad alcuni molto egoistica: perché porsi questo come obiettivo principale, mentre nel mondo vi sono tanta sofferenza e tanta miseria?
A tale osservazione dobbiamo anzitutto rispondere che . pace in questione è quella del Vangelo. Essa non ha nulla che vedere con una sorta d’impassibilità, di morte della sensibilità, di fredda indifferenza chiusa in se stessa, come potrebbero suggerirci certi atteggiamenti dello yoga o alcune statuine di Budda. Al contrario, come vedremo in seguito, . pace di cui parliamo è l’indispensabile corollario dell’amo-:, di una vera apertura alle sofferenze del prossimo e di un’autentica compassione. Poiché solo questa pace del cuore ci li-era da noi stessi, aumenta la nostra sensibilità verso l’altro ci rende disponibili al prossimo.
In aggiunta diremo che solo l’uomo che gode di questa pace interiore può aiutare in modo efficace un fratello. Co¬te, infatti, donare la pace ad altri se non la si possiede? Co-le potrà esserci pace nelle famiglie, nella società, tra le per¬one, se prima di tutto non regna la pace nei cuori?
« Conquista la pace interiore e una moltitudine troverà la salvezza presso di te », diceva san Serafino di Sarov, un gran-e santo russo del settecento. Per acquisire questa pace interiore, egli si è sforzato di vivere nella preghiera incessante. Dopo sedici anni di vita monastica e sedici di vita eremi¬ca, rimase altri sedici anni recluso in una cella. Egli ha cominnciato a irradiare in modo visibile quanto s’era operato ella sua anima, solo dopo quarantotto anni di vita contemplativa. Ma con quali frutti! Migliaia di pellegrini andavano a lui e ripartivano confortati, liberati da dubbi e inquietudini, illuminati sulla loro vocazione, guariti nel corpo e nell’anima.
L’esortazione di san Serafino non fa che testimoniare la sua esperienza personale, identica a quella di tanti altri santi. L’acquisizione e il mantenimento della pace interiore, impossibili senza la preghiera, dovrebbero essere considerati una priorità, soprattutto per chi ha la pretesa di voler fare del bene al prossimo. In caso contrario, spesso comuunicheremmo a chi è nella difficoltà solo le nostre inquietidini.

 

3. Pace e lotta spirituale
E necessario soffermarci su un’altra verità, non meno im¬portante: la vita cristiana è una lotta, una guerra senza tre¬gua. San Paolo ci invita, nella lettera degli Efesini, a rivesti¬re l’armatura di Dio per lottare « non contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti » (Ef 6,10-17). Egli descrive dettagliatamente tutti i pezzi di quella armatura che dobbiamo indossare.
Ogni cristiano dev’essere ben convinto che la sua vita spi¬rituale non può in alcun caso ridursi a uno scorrere tranquil¬lo di giorni senza storia, ma deve essere il luogo di una lotta costante (contro il male, le tentazioni, lo scoraggiamento), a volte dolorosa, che terminerà solo alla morte. Quest’inevi¬tabile lotta è da interpretare come una realtà estremamente positiva. Poiché « non c’è pace senza guerra » (Santa Cate¬rina da Siena), senza lotta non c’è vittoria. Proprio questo conflitto è il luogo della nostra purificazione e della nostra crescita spirituale, in tal modo impariamo a conoscere noi stessi nejla nostra debolezza e Dio nella sua infinita miseri¬cordia. È, in definitiva, il modo scelto da Dio per la nostra trasfigurazione e la nostra glorificazione.
Ma la lotta spirituale del cristiano, pur essendo talvolta dura, non è mai la guerra disperata di chi si batte in solitudi¬ne, alla cieca, senza nessuna certezza circa l’esito dello scon¬tro. È la lotta di chi combatte con l’assoluta certezza che la vittoria è già assicurata, perché il Signore è risorto: « Non piangere più; ecco, ha vinto il Leone della tribù di Giuda » (Ap 5,1). Così, non combattiamo da soli con le nostre forze, ma con il Signore che ci dice: « Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza » (2 Cor 12,9) e la nostra arma principale non è la naturale fer¬mezza del carattere o l’abilità umana, ma la fede, questa to¬tale adesione a Cristo che ci permette, anche nei momenti peggiori, di abbandonarci con fiducia cieca a colui che non abbandonerà. « Tutto posso in colui che mi da la forza » il 4,13). Ed ancora: « II Signore è mia luce e mia salvezza,
chi avrò paura? » (Sai 27).
Il cristiano dunque lòtta con energia, chiamato com’è a resistere « fino al sangue nella lotta contro il peccato » (Eb 1,4). Lo fa però con cuore tranquillo e la sua lotta è tanto più efficace quanto più il suo cuore dimora nella pace. Perché è proprio questa pace interiore che gli permette di lottare
non con le proprie forze — che verrebbero meno —, ma con quelle di Dio.

 

 

La pace: scopo frequente della lotta spirituale
Abbiamo appena detto che il credente in tutte le sue battaglie, qualunque ne sia la violenza, si sforzerà di custodire pace del cuore per lasciar combattere in lui il Dio delle schiere. Ebbene, bisogna che egli sappia quanto segue: la pace interiore non è solamente una condizione della lotta spirituale, essa ne è — molto spesso — il fine. E molto frequente che la lotta spirituale consista esattamente in questo: difen¬de la pace interiore dal nemico che si sforza di rapircela.
In effetti, una delle abituali strategie messe in atto dal demonio per allontanare un’anima da Dio e ritardarne il pro¬esso spirituale, è tentare di farle perdere la pace interiore, eco cosa dice in merito Lorenzo Scupoli, uno dei più grandi maestri spirituali del sedicesimo secolo, molto stimato da .n Francesco di Sales: « II demonio si sforza con tutto se esso di bandire la pace dal nostro cuore, perché sa che Dio mora nella pace ed è nella pace che opera grandi cose ». Sarà molto utile rammentarlo perché spesso, nello svolgimento quotidiano della nostra vita cristiana, accade che sbagliamo combattimento — se così si può dire —, che mal orientiamo i nostri sforzi. Combattiamo su un terreno dove il diavolo ci trascina sottilmente e sul quale può vincerci, invece di combattere sul vero campo di battaglia dove, con la gra¬zia di Dio, siamo sempre sicuri di vincere. Questo è uno dei grandi segreti della lotta spirituale: non sbagliare combatti¬mento, saper discernere, malgrado le astuzie dell’avversario, contro cosa dobbiamo realmente lottare e dove dirigere i no¬stri sforzi.
E errata la convinzione che, per riportare la vittoria nel¬la lotta spirituale, occorra vincere tutti i nostri difetti, non soccombere mai alla tentazione, non avere più debolezze e mancanze. Su questo terreno saremo immancabilmente scon¬fitti! Perché, chi di noi può avere la pretesa di non cadere mai? Non è certo questo che Dio esige, « poiché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere » (Sai 103). Al contrario, la vera lotta spirituale, più che nel perseguire una invincibilità ed una infallibilità assolutamente fuori dal¬la nostra portata, consiste principalmente nell’imparare a non turbarci eccessivamente quando ci capita di essere miseri e a saper approfittare delle nostre cadute per rialzarci più in alto. Cosa sempre possibile, a condizione di non perderci d’a¬nimo e di conservare la calma.
Si potrebbe dunque a ragione enunciare questo princi¬pio: il primo obiettivo della lotta spirituale, verso cui devo¬no tendere i nostri sforzi, non è ottenere sempre la vittoria (sulle nostre tentazioni, sulle nostre debolezze, ecc.), è piut¬tosto imparare a custodire il proprio cuore nella pace in tutte le circostanze, anche in caso di sconfitta. Solo così facendo po¬tremo raggiungere l’altro scopo che è l’eliminazione progres¬siva delle nostre imperfezioni.
Dobbiamo mirare a questa vittoria completa sui nostri difetti e desiderarla, ma essere ben consapevoli che non ba¬stano le nostre proprie forze, e non pretendere di ottenerla immediatamente. E unicamente la grazia di Dio che ci darà la vittoria e la sua azione sarà tanto più potente e rapida, se sapremo mantenere l’anima nostra in pace ed abbando¬narci con fiducia nelle mani del Padre.

 

 

5. Le ragioni per cui perdiamo la pace sono sempre cattive ragioni

Uno degli aspetti dominanti della lotta spirituale è la lot¬ta sul piano dei pensieri. Spesso consiste nell’opporre a pen¬sieri che provengono dal nostro spirito, dalla mentalità che ci circonda, oppure dal Nemico e che ci turbano, ci spaven¬tano o ci scoraggiano, dei pensieri che possano confortarci e ristabilire in noi la pace. In previsione di questa lotta, « bea¬to l’uomo che piena ha la faretra » (Sai 127) di quelle frecce che sono i buoni pensieri, vale a dire quelle solide convin¬zioni basate sulla fede, che nutrono l’intelligenza e fortifica¬no il cuore nel momento della prova. Tra queste frecce nella mano dell’eroe, una delle affermazioni che deve esserci sem¬pre presente è che tutte le ragioni che ci fanno perdere la pace sono sempre delle cattive ragioni.
Questa convinzione non può certo basarsi su considera¬zioni umane, ma è una certezza di fede, fondata sulla parola di Dio. Non poggia sulle ragioni del mondo; Gesù ce lo ha detto chiaramente: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv 14,27).
Se cerchiamo la pace come la da il mondo, cioè se ci aspet¬tiamo una pace secondo i criteri di vita che fanno dipendere lo stato interiore dal buon andamento delle cose esteriori, dall’assenza di contraddizioni, dalla realizzazione di tutti i nostri desideri ecc., sicuramente non saremo mai in pace, op¬pure la nostra pace sarà estremamente fragile e di breve durata.
Per noi credenti, il motivo essenziale per il quale possia¬mo rimanere sempre nella pace non viene dal mondo: « II mio regno non è di questo mondo », dice Gesù (Gv 18,36); vie¬ne dalla fiducia nella promessa del Signore. Quando Egli af¬ferma di donarci la pace, di lasciarci la pace, questa è parola divina ed ha la stessa forza creatrice di quella che ha fatto sorgere dal nulla il ciclo e la terra; lo stesso potere di quella che ha calmato la tempesta o di quella che ha guarito i mala¬ti e resuscitato i morti. Poiché Gesù dice — per ben due volte! — che ci da la sua pace, noi crediamo di averla in possesso e che essa non venga mai ritirata: « I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili » (Rm 11,29). Siamo noi che non sem¬pre li sappiamo accogliere e conservare, perché molto spesso manchiamo di fede.
« Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mon¬do! » (Gv 16,33). In Gesù possiamo sempre dimorare nella pace, perché egli ha vinto il mondo, ha vinto ogni male e pec¬cato, perché è resuscitato dai morti. Con la sua morte ha vinto la morte, ha annullato la sentenza di condanna che gravava su di noi. Ha manifestato la benevolenza di Dio a nostro ri¬guardo. E « se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?… Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? » (Rm 8,31).
Partendo da questo incrollabile fondamento della fede, esamineremo più avanti alcune situazioni nelle quali ci capi¬ta sovente di perdere più o meno la pace del cuore, cercando di superarle alla luce dell’insegnamento del Vangelo. Prima però vorremmo far capire quale è, da parte nostra, la condi¬zione fondamentale per essere in grado di ricevere la pace promessa da Gesù.

 

6. La buona volontà, condizione necessaria alla pace
La pace interiore, di cui trattiamo, dipende fondamen¬talmente dall’atteggiamento nei confronti di Dio.
La pace interiore è dono di Dio, l’uomo che gli si oppo¬ne, che più o meno coscientemente lo rifugge o rifugge alcu¬ni dei suoi appelli o delle sue esigenze, non potrà godere di una vera pace.
Notiamo però una cosa: quando qualcuno è vicino a Dio. l’ama e desidera servirlo, sarà in grado di ricevere il dono della pace; l’ordinaria strategia, messa in atto dal demonio consisterà nel cercare di fargli perdere questa pace del cuo¬re, mentre Dio, al contrario, viene in suo aiuto per render¬gliela. I fattori di questa legge si invertono per una persona il cui cuore è lontano da Dio e che vive nel male e nell’indif¬ferenza: il demonio cercherà di tranquillizzarla, di mantenerla in una falsa pace; mentre invece il Signore, che desidera la sua salvezza e la sua conversione, turberà ed agiterà la sua coscienza per cercare di condurla al pentimento.
La pace di un uomo non può essere profonda e duratura, se egli è lontano da Dio, se la sua più profonda volontà non è interamente orientata verso Lui: « Tu ci hai fatti per te, Signore, ed il nostro cuore è inquieto se non riposa in te » (Sant’Agostino).
Condizione necessaria alla pace interiore è dunque quanto potremmo definire la buona volontà. Si potrebbe parimenti chiamare purezza di cuore. È quella stabile e costante dispo¬sizione d’animo dell’uomo deciso ad amare Dio più di ogni altra cosa, sinceramente desideroso di anteporre in tutte le circostanze la volontà di Dio alla sua. Potrà succedere — ac¬cadrà sicuramente — che nella vita di tutti i giorni il suo com¬portamento non sia in perfetta armonia con questo proponi¬mento. Molte imperfezioni si sommeranno nella realizzazio¬ne di questo desiderio, ma egli ne soffrirà, ne domanderà per¬dono al Signore e cercherà di correggersi. Dopo gli smarri¬menti eventuali, si sforzerà di rientrare in questo sì a Dio in tutto, senza eccezione.
Ecco cos’è la buona volontà. Non è la perfezione, in quan¬to può ben coesistere con delle esitazioni, delle imperfezio¬ni, con degli errori, ma è la via verso di essa, perché è pro¬prio questa disposizione abituale del cuore (fondata su virtù quali fede, speranza, carità), che permette alla grazia di Dio di condurci poco a poco alla perfezione.
Questa buona volontà, questa abituale determinazione di dire sempre di sì a Dio, nelle grandi come nelle piccole cose, è una conditio sine qua non della pace interiore. Fin quan¬do non avremo acquisito questa determinazione, continue-
ranno a dimorare in noi una certa inquietudine ed una certa tristezza: l’inquietudine di non amare Dio tanto quanto lui ci invita ad amarlo, la tristezza di non avergli ancora donato tutto. Perché l’uomo che ha donato la sua volontà a Dio, in un certo qual modo gli ha già donato tutto. Fin quando il nostro cuore non avrà così trovato la sua armonia, non po¬tremo essere veramente in pace. Esso non sarà unificato che nel momento in cui tutti i nostri desiderare saranno subor¬dinati al desiderio d’amare Dio, di piacere a lui e di fare la sua volontà. Ciò implica, ben inteso, anche la determinazio¬ne a staccarci da tutto quanto sarebbe contrario a Dio.
7. La buona volontà, condizione sufficiente alla pace
Possiamo anche affermare che questa buona volontà è suf¬ficiente per mantenere il proprio cuore nella pace, anche se, malgrado ciò, abbiamo ancora molti difetti e mancanze: « Pace in terra agli uomini di buona volontà » (testo latino della Vulgata).
In effetti, cosa ci domanda Dio, se non questa buona vo¬lontà? Cosa potrebbe pretendere di più, lui che è un Padre buono e compassionevole, quando vede che il suo figlio de¬sidera amarlo sopra ogni cosa, soffre di non amarlo a suffi¬cienza ed è disposto (anche se si ritiene incapace di farlo con la propria forza) a staccarsi da tutto ciò che gli sarebbe con¬trario? Non sta forse a Dio stesso intervenire per portare a buon fine questi desideri che l’uomo, lasciato alle sue sole capacità, non è in grado di realizzare?
A sostegno di quanto appena detto — cioè che la buona volontà è sufficiente per renderci graditi a Dio e dunque per poter stare nella pace — ecco un episodio della vita di santa Teresa di Gesù Bambino, raccontato da sua sorella Celina:
« In una circostanza nella quale suor Teresa m’aveva mostrato tutti i miei difetti, ero triste e un po’ disorientata. Eccomi tanto lontana dalla virtù — pensavo — proprio io che desideravo tanto possederla; vorrei tanto essere dolce, paziente, umile, caritatevole… Ah! non ci riuscirò mai!. Tuttavia la sera, durante la preghiera, lessi che a santa Geltrude, che aveva espresso lo stesso desiderio, nostro Signore aveva risposto: « In tutte le cose e al di sopra di tutto abbi buona volontà; questa sola disposizione donerà alla tua anima lo splendore e il merito speciale di tutte le virtù. Chiunque abbia buona volontà, desiderio sincero di la¬vorare per la mia gloria, rendermi grazie, partecipare alle mie sofferenze, amarmi e servirmi tanto quanto le creatu¬re insieme, riceverà senza dubbio ricompense degne della mia generosità e il suo desiderio sarà talvolta più vantaggio¬so di quanto non lo siano, per altri, le loro buone opere ». Molto contenta per questa buona parola — continua Celina — tutta a mio vantaggio, ne informai la nostra ca¬ra piccola Maestra (Teresa) che rincarò la dose ed aggiun¬se: « Avete letto quanto è riportato nella vita del padre Surin? Faceva un esorcismo; i demoni gli dissero: « Noi riusciamo a sopraffare tutto; non e ‘è che questa cagna di buona volontà alla quale non riusciamo mai a resistere! ». Ebbene, se non avete virtù, avete almeno una cagnolina che vi salverà da tutti i pericoli; consolatevi, essa vi porterà in paradiso! Ah, qual è l’anima che non desideri possedere la virtù! È la via più comune! Ma quanto poco numerose sono le anime che accettano di cadere e d’essere deboli, che sono contente di vedersi per terra e che gli altri le colgano sul fatto! » (Consigli e ricordi di sr. Geneviève).
Come risalta da questo testo, la concezione che Teresa (la più grande santa dei tempi moderni, secondo il giudizio di Papa Pio XI) aveva della perfezione non è affatto quella a cui ci viene spontaneo pensare…
Vediamo adesso come il credente di buona volontà può, alla luce della fede, superare tutte le circostanze nelle quali e tentato di perdere la pace.

Publié dans : meditazioni | le 4 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »

San Francesco D’Assisi

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Publié dans : immagini sacre | le 3 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »

SIGNORE FA’ DI ME UNO STRUMENTO DELLA TUA PACE

http://www.gliscritti.it/approf/papers/sfrancesc.htm

SIGNORE FA’ DI ME UNO STRUMENTO DELLA TUA PACE

La preghiera detta “di S.Francesco” e la sua vera storia. Breve nota da un articolo di Roberto Beretta
Il testo che presentiamo on-line è tratto dall’articolo di Roberto Beretta, Gli apocrifi del Poverello, pubblicato su Avvenire del mercoledì 9 gennaio 2002, p.23. L’articolo commentava due volumi allora appena pubblicati sugli scritti di Francesco d’Assisi. Abbiamo volutamente omesso i riferimenti a queste due opere, per limitarci ai dati storici che l’autore proponeva sulla cosiddetta “Preghiera semplice di S.Francesco”.
Mettere a disposizione questa piccola nota on-line vuole essere uno stimolo ad un confronto più serrato con il Francesco della storia, uomo segnato da una profonda fede cristologica e da una profonda adesione alla Chiesa del suo tempo, anche nel suo spessore gerarchico e sacramentale.

L’Areopago
…Tutti conoscono la cosiddetta “Preghiera semplice” – quella che suona: “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace. Dove è odio, fa’ che io porti l’amore…” – e quasi tutti ne allegano la paternità all’autore del “Cantico delle creature”. Gli storici, peraltro, e gli addetti ai lavori hanno sempre saputo invece che tale suggestiva orazione è tutt’altro che francescana: infatti ha un secolo d’anzianità al massimo e non è stata neppure composta da un frate minore; l’attribuzione al Poverello si deve al fatto accidentale che essa fu stampata una volta sul retro di un santino di Francesco d’Assisi…
Certo: la “Preghiera semplice” è un inno alla pace, all’amore, insomma alle virtù cristiane che ben corrispondono all’immagine di san Francesco divulgata popolarmente. Ma si tratta comunque di uno stereotipo: è corretto alimentarlo senza ricorrere alle fonti originali? Padre Willibrord-Christian van Dijk, un cappuccino che ha studiato la vicenda della “Preghiera semplice” per 40 anni, ha notato per esempio la stranezza di attribuire a un “santo che passa per essere un grande mistico cristiano un testo che non s’indirizza a Gesù Cristo e nemmeno lo nomina, né vi si trova alcuna citazione evangelica o biblica”. Osservazione pertinente, visto che tutte le preghiere autentiche di Francesco sono nient’altro che centoni di frasi desunte dalle Scritture e/o dalla liturgia…
San Francesco non è un “archetipo” astratto, bensì un personaggio storico; e come tale merita di essere trattato anche nell’esame dei suoi scritti. Con metodo rigoroso, infatti, lo studioso francese arriva a risultati pressoché definitivi sull’origine della “Preghiera semplice”: la sua più antica stampa conosciuta risale al dicembre 1912, quando l’orazione comparve sulla pia rivista parigina La Clochette (“La campanella”), bollettino mensile della Lega della Santa Messa: era anonima, ma forse attribuibile al direttore del periodico stesso, il prete poligrafo normanno Esther Auguste Bouquerel. Di lì a poco la strofetta fu ripresa da un’altra rivista francese e quindi, nel 1916, sulla prima pagina dell’Osservatore romano, che la lanciò internazionalmente come invocazione per la pace. L’abbinamento col saio del grande Assisate avviene dopo il 1918, quando il cappuccino padre Etienne Benoit stampa il testo dell’orazione sul retro di un’immaginetta destinata al suo terz’ordine e recante in facciata la figura del Fondatore: “Questa preghiera riassume meravigliosamente la fisionomia esterna del vero figlio di san Francesco”, scrive il religioso. E’ un santino dunque l’origine della falsa attribuzione francescana, che però diventa esplicita per la prima volta nel 1927 in una pubblicazione protestante: i cattolici infatti rifiuteranno tale abusiva paternità almeno fino agli anni Cinquanta. Segue un incredibile successo internazionale…

Publié dans : San Francesco d'Assisi | le 3 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »

Chagall, Dos payasos a caballo

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Publié dans : immagini | le 1 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »

CANTICI D’AMORE TRA STUPORE E MISTERO – 1: PREMESSA

https://www.culturacattolica.it/cristianesimo/magistero/deus-caritas-est/cantici-d-amore-tra-stupore-e-mistero-1-premessa

(alla Premessa seguono 19 capitoli)

CANTICI D’AMORE TRA STUPORE E MISTERO – 1: PREMESSA

Autore:Riva, Sr. Maria :Mangiarotti, Don Gabriele

Il Cantico dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana come in quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si esprime l’essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell’uomo con Dio – il sogno originario dell’uomo -, ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell’oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi – Dio e l’uomo – restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola: « Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito », dice san Paolo (1 Cor 6, 17)…

Chagall, una premessa
Nessun commento può esaurire la miriade di significati e di suggestioni offerte dalle opere di Chagall; egli stesso, del resto, si rifiutò di commentare le sue opere proprio per non limitare la portata del loro messaggio:
« Tutte le domande e le risposte, si possono vedere sui quadri stessi. Ognuno può vederle a modo suo, interpretare quello che vede e come vede. Spesso nei quadri sono nascoste più parole, silenzi e dubbi di quanto le parole possano esprimere. » (M. Chagall, Discorso d’inaugurazione delle pitture dell’Opera di New York, 1967).
L’arte per Chagall non va svuotata del suo contenuto spirituale, promessa al decorativo e alle sole ricerche di ordine estetico. E questo contenuto non è unicamente ebraico-cristiano, – si affretta ad aggiungere l’artista- è poetico (cfr. P. Provoyeur, Il Messaggio biblico di M. Chagall, Hapax Editore Milano 1994 pg 26).
Con queste parole egli ci incoraggia ad entrare nel suo mondo immaginoso e vasto, ma ci offre anche un’avvertenza: armarsi di semplicità e di stupore e di apertura al mistero. Scriveva Chagall nel 1973 «Fin dalla mia prima giovinezza, sono stato affascinato dalla Bibbia. Mi è sempre sembrato e ancora mi sembra che sia la più grande fonte di poesia di ogni tempo» Fascino e infanzia, semplicità e stupore sono le costanti della sua arte.
Attenzione però, non dobbiamo leggere questi termini alla luce dell’interpretazione freudiana, un interpretazione che – peraltro – spinse Chagall (attorno al 1924) ad allontanarsi dai surrealisti. Chagall ebbe a dire un giorno al riguardo: «Da parte mia ho dormito molto bene senza Freud. Lo confesso, non ho letto nemmeno uno dei suoi libri, e non lo farò ora. » (Marc Chagall Da qualche impressione sulla pittura francese 1944-1945.).
Neppure dobbiamo relegare Chagall al grado di cantastorie visionario, sia pure grandemente dotato: «Non ci sono fiabe nelle mie pitture né favole, né leggende popolari. Sono contro i termini «fantasia» e «simbolismo». Tutto il nostro mondo interiore è realtà, forse ancora più reale del mondo apparente.»
Anche l’apertura al mistero di Chagall va letta nella giusta luce. L’indipendenza assoluta di questo artista da tutte le correnti a lui vicine o contemporanee (Impressionismo, Realismo, Cubismo, Simbolismo, Surrealismo) ha fatto sì che i critici di storia dell’arte lo collocassero nel numero dei pittori -rari in questo secolo – detti religiosi. Chagall è sfuggito ripetutamente da questa e altre simili collocazioni, non disdegnando però di definirsi « un mistico » e la sua arte « religiosa »:
« E’ a torto che alcuni hanno paura della parola «mistico» che le danno una colorazione troppo decisamente ortodossa. Occorre strappare a questo termine il suo aspetto desueto, ammuffito; bisogna prenderlo nella sua forma pura, intatta, Mistico! quante volte mi hanno gettato in faccia questa parola, come un tempo mi si rimproverava di essere « letterario »! Ma senza mistica, esisterebbe forse al mondo un solo grande quadro, una sola grande poesia, o anche un solo grande movimento sociale? Ogni organismo- individuale o sociale- privato della forza mistica, del sentimento della ragione, non appassisce, non muore? » (M. Chagall « Qualche impressione sulla pittura francese » 1944-45).
« La fede religiosa è necessaria per l’artista? L’Arte, in generale, è un atto religioso. Ma sacra è l’Arte creata al di sopra degli interessi: gloria o altro bene materiale. […] L’arte mi sembra essere soprattutto uno stato d’animo » (Marc Chagall, conferenza pronunciata a Chicago nel 1958 (cfr. Provoyeur op. cit. pg 27-28).

Qualche cenno biografico
Marc Chagall nasce il 7 luglio 1887 nel ghetto di Vitebsk, in Russia. Un luogo dove si era diffuso e radicato il movimento mistico popolare ebraico del chassidismo, apparso in Polonia e Ucraina all’inizio del XVIII secolo. [1] Questo movimento unisce al rifiuto dell’ascetismo un grande fervore religioso, pieno di meraviglia davanti ai benefici della vita terrena. Dio è in tutto, presente nei minimi aspetti della sua creazione, « non un granello di sabbia, non una piuma d’uccello si muove senza che Dio lo sappia e voglia che sia così » A questo si aggiunge una pratica religiosa entusiasta, in cui il canto e la musica hanno una grande parte » Quale fosse il panorama quotidiano dell’infanzia di Marc lo testimoniano le sue opere: nei suoi primi paesaggi di Vitebsk appare costantemente all’orizzonte la cupola, il lucernario, la croce della chiesa ortodossa, mentre negli interni egli descrive puntualmente l’arredamento della Sinagoga.
Se nelle Sinagoghe Chagall ebbe modo di gustare la bellezza della preghiera: « non ho parole per tradurre le ore della preghiera della sera. A quell’ora, il tempio mi sembrava interamente popolato di santi. Lentamente, gravemente, gli Ebrei dispiegano i loro veli sacri, pieni delle lacrime di tutta la giornata di preghiere » (M. Chagall, La mia vita 1923-1931), dall’iconostasi ha raccolto il linguaggio suggestivo e sacro dell’arte bizantina, i valori della fede cristiana.
Le sue successive esperienze e la sua straordinaria qualità umana lo indirizzarono verso un linguaggio aconfessionale, senza per questo tradire la personale esperienza di fede ebraica.
« Questi quadri d’ispirazione biblica (N.d.R.) nel mio pensiero non rappresentano il sogno di un sol popolo, ma quello dell’umanità » (M. Chagall citato da Provoyeur in op. cit. pg 24).
« Mi sono riferito a quel grande libro universale che è la Bibbia. Fin dall’infanzia, mi ha riempito di visioni sul destino del mondo e mi ha ispirato nel mio lavoro. Nei momenti di dubbio, la sua grandezza e la sua saggezza altamente poetiche mi hanno quietato. Essa è per me come una seconda natura »
Quello che importa per Chagall è esprimere con la propria arte qualcosa di autentico, di proprio. La più profonda interiorità.
« Occorre lavorare la pittura con il pensiero ché qualcosa della vostra anima vi penetri e le dia sostanza. Un quadro deve nascere e fiorire come qualcosa di vivo. Deve cogliere qualcosa di inafferrabile, di evanescente, l’incanto e il senso profondo di ciò che vi riguarda. » (M. Chagall, testi citati da Charles Solier, 1979 in Provoyeur op. cit. pg 44)
Per lui: « L’umanità vuole trovare del nuovo. Vuol ritrovare l’originalità del proprio linguaggio, simile a quello dei primitivi, a quello degli uomini che, per la prima volta, aprirono la bocca per dire la loro sola verità. (M. Chagall, Qualche impressione sulla pittura francese 1944-45).
Con la sua pittura « luminosa » dove forme e colori sorprendono, fluttuano nello spazio e lo abitano, non è la narrazione che conta, prevale l’effetto visivo che diviene una provocazione fatta ad un mondo senza Dio, « un gettare quel guanto a sette dita [2] in faccia al secolo, sperando di colpirlo nel vivo delle sue nostalgie, di provocarlo a tornare ai misteri » (Provoyeur in op. cit. pg 37).
Chagall si trasferisce in Francia a partire dal 1922, Bella – sua moglie – lo raggiungerà più tardi. In Francia, Chagall nascerà una seconda volta arricchendo la sua esperienza umana e spirituale di nuove forme e nuovi linguaggi. Nel 1941 a causa della seconda guerra mondiale, come molti altri artisti ebrei, si trasferisce in America e ritorna in Francia solo nel 1948. Muore a Saint Paul de Vence il 28 marzo del 1985, all’età di 97 anni. Nonostante il rabbino capo della città offrisse alla seconda moglie Valentina (Vavà) un posto nel cimitero ebraico, Chagall troverà riposo in terra cristiana, nel cimitero cattolico di St Paul de Vence. Così anche nella morte, come nella sua arte, Chagall è profezia di novità: « Dio, tu che ti dissimuli nelle nubi, o dietro la casa del calzolaio, fa che si riveli la mia anima, anima dolente di ragazzetto balbettante, rivela il mio cammino. Non vorrei essere come tutti gli altri; voglio vedere un mondo nuovo. » (M. Chagall, testo citato da Charles Solier, 1979).
« Se tu esisti, rendimi azzurro, focoso, lunare, nascondimi nell’altare con la Torah, fa’ qualcosa, Dio, in nome di noi, di me » (M. Chagall, La mia vita 1923- 1931).

[1] Il movimento si era diffuso a Vitebsk per opera di Manahem Medel allievo di un discepolo del fondatore stesso del Chassidismo, il Baalam Shem Tov
[2] I colori dell’Iride

 

Publié dans : BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento | le 1 octobre, 2018 |Pas de Commentaires »
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