Gerusalemme, città vecchia

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LA RIVELAZIONE DI DIO NON COINCIDE CON LA SCRITTURA, MA È PIÙ AMPIA (DA J. RATZINGER)

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LA RIVELAZIONE DI DIO NON COINCIDE CON LA SCRITTURA, MA È PIÙ AMPIA (DA J. RATZINGER)

da J. Ratzinger, Un tentativo circa il problema del concetto di tradizione, in K. Rahner – J. Ratzinger,

Rivelazione e Tradizione, Morcelliana, Brescia, 2006, pp. 36-37

Il fatto che esista la «Tradizione» si fonda innanzitutto sulla non-identità delle due realtà, «Rivelazione» e «Scrittura». Rivelazione infatti indica il complesso di parole e gesta di Dio per l’uomo, cioè una realtà di cui la Scrittura ci informa ma che non è semplicemente la Scrittura stessa.
La rivelazione perciò supera la Scrittura nella stessa misura in cui la realtà trascende la notizia che ce la fa conoscere. Si potrebbe anche dire: la Scrittura è il principio materiale della rivelazione (forse l’unico, forse uno accanto ad altri – è una questione che per il momento può essere lasciata aperta), ma non è la rivelazione stessa.
Di questo i riformatori erano perfettamente consci; fu soltanto nella successiva controversia tra teologia cattolica postridentina e ortodossia protestante che ciò andò in gran parte perduto. Nel nostro secolo furono dei teologi evangelici, come Barth e Brunner, a riscoprire questo fatto, che per la teologia patristica e medioevale costituiva una cosa perfettamente ovvia.
Quanto s’è detto può risultare chiaro se lo consideriamo anche da un altro punto di vista: si potrebbe possedere la Scrittura anche senza avere la rivelazione. La rivelazione infatti diventa realtà soltanto e sempre là dove c’è fede. Il non-credente rimane dietro il velo, di cui parla Paolo nel cap. 3 della 2 Cor. Egli può leggere la Scrittura e conoscere ciò che contiene, può perfino comprendere concettualmente ciò ch’essa intende dire e la coerenza delle sue affermazioni, tuttavia egli non è divenuto partecipe della rivelazione.
C’è piena rivelazione soltanto là dove, oltre alle affermazioni materiali che la testimoniano, è divenuta operante nella forma della fede anche la sua intima realtà. Di conseguenza appartiene, fino a un certo punto, alla rivelazione anche il soggetto ricevente, senza del quale essa non esiste.
Non si può mettere in tasca la rivelazione, come si può portare con sé un libro. Essa è una realtà vivente, che esige l’accoglienza di un uomo vivo come luogo della sua presenza.

 

Matteo 21, 33-43

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08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Attraverso una nuova parabola, Gesù ci ripropone l’infedeltà del popolo ebraico all’alleanza. Gli ebrei, dice Gesù, non riconoscono i doni di Dio, hanno rifiutato la testimonianza dei profeti e sono disposti a uccidere il messia. Per questo il regno di Dio verrà affidato ad altri.

La parola di Dio
Isaia 5,1-7. Isaia canta l’amore di Dio per il suo popolo, simboleggiato nella cura che un buon agricoltore ha per la sua vigna. Ma la vite invece produce uva selvatica e il padrone decide di sbarazzarsene.
Filippesi 4,6-9. Siamo all’ultimo capitolo della lettera agli abitanti di Filippi. Paolo li esorta a una vita virtuosa, a mantenere una condotta ispirata al vangelo, secondo l’esempio che hanno ricevuto da lui.
Matteo 21,33-43. Ancora una parabola sull’infedeltà del popolo ebraico, segnata da un’ostilità crescente impressionante nei confronti del messia. Gesù legge la storia della salvezza e denuncia la persecuzione dei profeti e il rifiuto fino alla violenza e alla morte dell’inviato di Dio.

Riflettere
Siamo in autunno, tempo di vendemmia. La liturgia ci pone delle riflessioni a partire da una parabola che ha per ambiente una vigna.
La vigna è una pianta che ha avuto un posto importante in ogni tempo e tra molti popoli. La chiesa in certi periodi ha addirittura scomunicato chi per vendetta « tagliava » le viti a un nemico.
Nella bibbia la vigna appare un pianta particolarmente preziosa e gli ebrei la caricarono di simboli paradigmatici. La videro come proprietà di Dio e se ne servirono per indicare il rapporto che essi avevano con il Dio dell’alleanza e con la loro storia.
Ricordiamo il salmo 79 (il salmo responsoriale) in cui il popolo di Israele si sente rappresentato proprio da una vigna: « Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna. Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato… « .
Isaia, nel brano che ci viene proposto in questa domenica, usa espressioni tenerissime, tipiche del canto amoroso, per indicare la grande cura che Dio ha avuto per la vigna, ma poi conclude con il proposito di distruggerla a causa della infedeltà del suo popolo.
La parabola di Gesù è anch’essa un’allegoria della storia del popolo di Israele. Gesù ricorda l’amore di Dio per la sua vigna, la fiducia che ha avuto nei viticultori a cui l’ha affidata, l’arroganza con cui essi l’hanno gestita, il trattamento che hanno riservato ai suoi servi, i profeti (Gesù sembra riferirsi in modo esplicito a Geremia, Isaia ed Ezechiele, ma probabilmente anche al Battista). Incredibilmente, quando viene inviato il figlio del padrone, viene ucciso per potersi impadronire definitivamente della vigna.
È sorprendente la pazienza del proprietario nei confronti dei vignaioli. Tollera tutto, a lungo e fino in fondo. Praticamente a ogni sua decisione segue il fallimento. Ma si tratta di una parabola, di un’allegoria. È sicuramente simbolo dell’amore gratuito e incondizionato che Iahvè ha avuto per il suo popolo, nonostante si sia manifestato duro e insensibile in tanti momenti della sua storia.
A differenza di Isaia però Gesù non dice che la vigna verrà distrutta, ma che verrà affidata ad altri. Sarà così appunto del regno di Dio, che, non accolto dagli ebrei, sarà affidato ai nuovi convertiti, alla chiesa. È questo il modo di operare di Dio, che è fedele anzitutto a se stesso e ai suoi progetti. Dio chiama e invita a lavorare nel suo regno, ma se uno non accoglie i suoi inviti, chiama altri.
Questa conclusione Gesù la fa tirare però dagli stessi suoi interlocutori. Al termine della parabola domanda: « Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini? », ed essi rispondono, condannando se stessi: « Quei malvagi li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini ».
Il messaggio di Gesù è chiaro. Il padrone della vigna è Dio, creatore del mondo e degli uomini, a cui affida il compito di custodirla. Ma gli uomini non riconoscono la sua sovranità, e si comportano nei confronti del mondo come dei padroni assoluti. Dio non si adira, ma manda pazientemente i suoi profeti. I contadini però non cambiano il loro comportamento, anzi diventano violenti nei loro confronti. Quando Dio manda tra loro il Figlio Gesù, lo eliminano condannandolo alla morte di croce.
Gesù però conclude assicurando il riscatto del figlio che viene cacciato dalla vigna e ucciso. « La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo », dice, citando il salmo 118. L’espressione apparentemente un po’ oscura è stata ripresa più volte anche dagli apostoli (At 4,11; 1Pt 2,7; Rm 9,33; 1Pt 2,6.8.). Gesù intende parlare di sé e della sua vittoriosa risurrezione. Se si vuole, si può notare un curioso gioco di parole tra ‘eben (pietra) e ben (figlio). Dio toglierà la vigna, il regno di Dio, al popolo che non lo ha accolto e lo darà ad altri.

Attualizzare
Di fronte a questa parabola la prima domanda che ci si deve fare è certamente quella di chiederci se accettiamo Dio come creatore e se riconosciamo la sua sovranità sul mondo.
« Nel Novecento, la negazione di Dio è diventata, per così dire, la nuova religione, propagandata da una straordinaria persuasione ideologica. Non solo vivere come se Dio non ci fosse, non solo organizzare il mondo senza Dio e contro Dio, ma costruire già qui nella vigna che è già diventata nostra, il nostro paradiso » (mons. Gianni Ambrosio).
Oggi non è più così. Più che lotta aperta nei confronti di Dio, trionfa l’indifferenza, la superficialità, il vivere la propria fede come un fatto privato e un po’ di rispetto umano. « Trovandomi a discutere con degli amici, non so come siamo andati a parlare di Dio e qualcuno diceva « chissà se poi esiste ». Nessuno ha dato delle vere risposte. Mi ha fatto rabbia che, nemmeno io che ci credo fermamente, sono stato capace di portare delle prove convincenti » (Stefano).
La nostra intelligenza dovrebbe portarci a Dio e farci dire che tutto è dono di Dio. Ma noi attribuiamo facilmente ogni cosa a noi stessi, ci consideriamo padroni assoluti di ciò che siamo e di ciò che abbiamo. Non comprendiamo che siamo semplicemente dei mezzadri che devono lavorare una vigna che è di un altro. Siamo realisti: prima di noi il mondo c’era già e dopo di noi il mondo ci sarà ancora. Non siamo noi i signori del mondo, anche se Dio ci associa nei suoi progetti e ci chiama a creare un mondo come lui l’ha sognato per la nostra felicità.
Eppure c’è chi mette intelligenza e scienza (anche questi doni di Dio) proprio « contro Dio », quasi come una sfida, così come hanno fatto quelli della torre di Babele, che forti delle loro potenzialità, le hanno usare per sfidare Dio.
Anche i profeti di ogni tempo subiscono la stessa sorte di quelli della parabola. In ogni angolo della terra la chiesa ancora oggi piange i suoi martiri, i suoi testimoni più coraggiosi.
Come ci collochiamo allora di fronte a questo Dio paziente e amoroso senza misura? Egli oggi ci affida il regno e ci chiede di costruirlo, di cambiare addirittura il volto del mondo, renderlo più abitabile.
Gesù afferma che il regno di Dio sarà tolto agli ebrei e sarà dato ad altri « che gli consegneranno i frutti a suo tempo ». Ricordiamo che sia l’Occidente che l’Oriente sono nelle mani di Dio. E che l’Europa non può vantare privilegi, ma può solo ringraziare per i doni ricevuti in questi duemila anni di espansione del cristianesimo. Molte delle comunità che erano fiorenti nei primi secoli della chiesa nell’Africa mediterranea o nell’Asia Minore, oggi sono state praticamente cancellate e di loro rimane solo il ricordo. La fede, pur tra tante difficoltà, si sta diffondendo oggi prevalentemente in alcuni paesi africani, in Asia, in America Latina. Saranno queste le chiese del futuro, destinate a soppiantare l’Europa?
Infine un’ultima provocazione: se Cristo tornasse oggi tra noi, nelle nostre città, nella nostra chiesa, che cosa farebbe, che cosa direbbe? E come reagirebbero di fronte a lui i potenti, la gente comune, i credenti?
È nota la « Leggenda del grande inquisitore » di Fëdor Dostoevskij. L’ateo Ivan racconta al credente Alioscia la leggenda secondo cui Gesù nel 16° secolo volle tornare sulla terra, a Siviglia, negli anni dell’inquisizione spagnola. La gente lo segue, si accalca attorno a lui. Gesù fa miracoli. Poi le guardie lo portano in prigione, davanti al cardinale inquisitore, che stenta a riconoscerlo. Poi lo fissa in silenzio per qualche minuto ed esclama: « Sei tu? Sei tu?… ». E dopo una lunga e polemica argomentazione – Gesù non dice una parola -, gli apre la porta e lo manda via, dicendo: « Va’ e non tornare più, non tornare mai più ». Sarebbe finito sul rogo. Il racconto è paradossale, ma fa riflettere.
Certo, questa è una provocazione. Ma la domanda su come ci collochiamo di fronte a Gesù e su come la vigna del Signore viene gestita a suo nome sono legittime e non oziose. Toccano da vicino tutti.

Milioni di volte
« Se tu fossi un Dio che tiene rancore, un Dio vendicativo, un Dio solamente giusto, allora non daresti ascolto alla nostra preghiera. Perché tutto quello che gli uomini potevano farti del male anche dopo la tua morte (e più dopo la morte che in vita), gli uomini l’hanno fatto; noi tutti, quello stesso che ti parla insieme agli altri, l’abbiamo fatto. Milioni di Giuda ti hanno baciato dopo averti venduto, e non per trenta denari solo, e neppure una volta sola; legioni di Farisei e sciami di Caifa ti hanno sentenziato malfattore, degno di essere inchiodato; e milioni di volte col pensiero e la volontà ti hanno crocifisso » (Giovanni Papini, Storia di Cristo).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

San Francesco D’Assisi

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Publié dans : immagini sacre | le 4 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 35. MISSIONARI DI SPERANZA OGGI

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PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 35. MISSIONARI DI SPERANZA OGGI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 4 ottobre 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa catechesi voglio parlare sul tema “Missionari di speranza oggi”. Sono contento di farlo all’inizio del mese di ottobre, che nella Chiesa è dedicato in modo particolare alla missione, e anche nella festa di San Francesco d’Assisi, che è stato un grande missionario di speranza!
In effetti, il cristiano non è un profeta di sventura. Noi non siamo profeti di sventura. L’essenza del suo annuncio è l’opposto, l’opposto della sventura: è Gesù, morto per amore e che Dio ha risuscitato al mattino di Pasqua. E questo è il nucleo della fede cristiana. Se i Vangeli si fermassero alla sepoltura di Gesù, la storia di questo profeta andrebbe ad aggiungersi alle tante biografie di personaggi eroici che hanno speso la vita per un ideale. Il Vangelo sarebbe allora un libro edificante, anche consolatorio, ma non sarebbe un annuncio di speranza.
Ma i Vangeli non si chiudono col venerdì santo, vanno oltre; ed è proprio questo frammento ulteriore a trasformare le nostre vite. I discepoli di Gesù erano abbattuti in quel sabato dopo la sua crocifissione; quella pietra rotolata sulla porta del sepolcro aveva chiuso anche i tre anni entusiasmanti vissuti da loro col Maestro di Nazareth. Sembrava che tutto fosse finito, e alcuni, delusi e impauriti, stavano già lasciando Gerusalemme.
Ma Gesù risorge! Questo fatto inaspettato rovescia e sovverte la mente e il cuore dei discepoli. Perché Gesù non risorge solo per sé stesso, come se la sua rinascita fosse una prerogativa di cui essere geloso: se ascende verso il Padre è perché vuole che la sua risurrezione sia partecipata ad ogni essere umano, e trascini in alto ogni creatura. E nel giorno di Pentecoste i discepoli sono trasformati dal soffio dello Spirito Santo. Non avranno solamente una bella notizia da portare a tutti, ma saranno loro stessi diversi da prima, come rinati a vita nuova. La risurrezione di Gesù ci trasforma con la forza dello Spirito Santo. Gesù è vivo, è vivo fra noi, è vivente e ha quella forza di trasformare.
Com’è bello pensare che si è annunciatori della risurrezione di Gesù non solamente a parole, ma con i fatti e con la testimonianza della vita! Gesù non vuole discepoli capaci solo di ripetere formule imparate a memoria. Vuole testimoni: persone che propagano speranza con il loro modo di accogliere, di sorridere, di amare. Soprattutto di amare: perché la forza della risurrezione rende i cristiani capaci di amare anche quando l’amore pare aver smarrito le sue ragioni. C’è un “di più” che abita l’esistenza cristiana, e che non si spiega semplicemente con la forza d’animo o un maggiore ottimismo. La fede, la speranza nostra non è solo un ottimismo; è qualche altra cosa, di più! È come se i credenti fossero persone con un “pezzo di cielo” in più sopra la testa. È bello questo: noi siamo persone con un pezzo di cielo in più sopra la testa, accompagnati da una presenza che qualcuno non riesce nemmeno ad intuire.
Così il compito dei cristiani in questo mondo è quello di aprire spazi di salvezza, come cellule di rigenerazione capaci di restituire linfa a ciò che sembrava perduto per sempre. Quando il cielo è tutto nuvoloso, è una benedizione chi sa parlare del sole. Ecco, il vero cristiano è così: non lamentoso e arrabbiato, ma convinto, per la forza della risurrezione, che nessun male è infinito, nessuna notte è senza termine, nessun uomo è definitivamente sbagliato, nessun odio è invincibile dall’amore.
Certo, qualche volta i discepoli pagheranno a caro prezzo questa speranza donata loro da Gesù. Pensiamo a tanti cristiani che non hanno abbandonato il loro popolo, quando è venuto il tempo della persecuzione. Sono rimasti lì, dove si era incerti anche del domani, dove non si potevano fare progetti di nessun tipo, sono rimasti sperando in Dio. E pensiamo ai nostri fratelli, alle nostre sorelle del Medio Oriente che danno testimonianza di speranza e anche offrono la vita per questa testimonianza. Questi sono veri cristiani! Questi portano il cielo nel cuore, guardano oltre, sempre oltre. Chi ha avuto la grazia di abbracciare la risurrezione di Gesù può ancora sperare nell’insperato. I martiri di ogni tempo, con la loro fedeltà a Cristo, raccontano che l’ingiustizia non è l’ultima parola nella vita. In Cristo risorto possiamo continuare a sperare. Gli uomini e le donne che hanno un “perché” vivere resistono più degli altri nei tempi di sventura. Ma chi ha Cristo al proprio fianco davvero non teme più nulla. E per questo i cristiani, i veri cristiani, non sono mai uomini facili e accomodanti. La loro mitezza non va confusa con un senso di insicurezza e di remissività. San Paolo sprona Timoteo a soffrire per il vangelo, e dice così: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (2 Tm 1,7). Caduti, si rialzano sempre.
Ecco, cari fratelli e sorelle, perché il cristiano è un missionario di speranza. Non per suo merito, ma grazie a Gesù, il chicco di grano che, caduto nella terra, è morto e ha portato molto frutto (cfr Gv 12,24).

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 4 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

Via Crucis, il Cireneo porta la croce di Gesù

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Publié dans : immagini sacre | le 2 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

L’ARMONIA È L’ALTRO VOLTO DEL BENE – DI GIANFRANCO RAVASI

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L’ARMONIA È L’ALTRO VOLTO DEL BENE – DI GIANFRANCO RAVASI

« La bellezza è come una ricca gemma, per la quale la montatura migliore è la più semplice ». Questa deliziosa annotazione dei Saggi di Francesco Bacone è una salutare sferzata sia a un’arte che si raggomitola su se stessa seguendo canoni stilistici sempre più indecifrabili, sia a una critica che adotta un esoterismo oracolare tale da impedire, piuttosto che facilitare, l’accesso al senso profondo dell’opera d’arte. Alle soglie dell’incontro tra Benedetto XVI e gli artisti, che si svolgerà il 21 novembre prossimo in quella vera « ricca gemma » che è la Cappella Sistina, non vogliamo ora riproporre il tema centrale di quell’evento, ossia il rinnovato dialogo tra fede e arte, ritessendo un’alleanza che in quest’ultimo secolo si è infranta, nonostante il vigoroso appello che 45 anni fa, nel 1964, Paolo VI aveva rivolto agli artisti di allora nella stessa straordinaria cornice spaziale.
È nostra intenzione, invece, suggerire una modesta e semplificata analisi su quel « grande codice » della nostra arte che è pur sempre la Bibbia, l’atlante iconografico sfogliato per secoli e ora relegato sullo scaffale polveroso dell’oblio negli atelier degli artisti. Non punteremo però su un’analisi dell’influsso esercitato dalle Scritture Sacre sull’esercizio artistico espresso in un immenso catalogo di opere, quanto piuttosto su un argomento molto delicato e anch’esso accantonato ai nostri giorni, quello della bellezza. Le stesse cattedre o i saggi di estetica cercano di star lontani dall’interrogarsi su questo soggetto così fluido e inafferrabile, anche perché ogni definizione o verifica risulterebbe simile a uno stampo freddo che congela l’incandescenza della bellezza. Aveva ragione Ezra Pound quando nel suo Artista serio osservava che « non ci si mette a discutere su un vento d’aprile: semplicemente gli si va incontro e si è rianimati. Lo stesso accade quando ci si imbatte in un pensiero di Platone che vola veloce o in un affascinante profilo di un volto o di una statua ».
Consapevoli di questo limite, ci accontenteremo di vedere come la Bibbia riesce a dire a suo modo qualcosa sul bello, ovviamente lasciando tra parentesi il bello che tanti autori sacri hanno manifestato attraverso le loro opere « ispirate » (un nome per tutti, Giobbe). « In confronto col pensiero greco colpisce anzitutto la scarsa importanza che il concetto del bello ha nell’Antico Testamento. Complessivamente questo problema non riscuote l’interesse del pensiero biblico ». Così scriveva Walter Grundmann nella voce kalòs, « bello », di uno dei monumenti dell’esegesi tedesca, il Grande Lessico del Nuovo Testamento. A lui faceva eco Joachim Wanke quando, in un altro strumento importante come il Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, osservava che « in entrambi i Testamenti il bello nel senso della concezione platonica ed ellenistica non è preso in considerazione ». Anzi, lo stesso autore – evocando indirettamente le parole paoline sulla croce « scandalo » e « stoltezza » per la cultura ambiente nella quale il cristianesimo è sbocciato e fiorito – notava che « la croce è certo la più radicale dissoluzione del concetto classico di perfezione e bellezza ».
Ora, è indubbio che il mondo greco-latino – sia pure in forme molto variegate – ha dedicato al tema del bello riflessioni di straordinaria intensità e fascino, anche se in senso stretto la filosofia estetica è una branca del sapere piuttosto recente, essendo stata codificata – almeno a livello terminologico – solo nel Settecento col pensatore tedesco Alexander Baumgarten. È evidente, però, che la grande metafisica greca e la sua gnoseologia avevano già offerto le basi per esaltare il nesso tra essere, vita e bellezza, così da poter affermare col filosofo Plotino che il bello è « la fioritura dell’essere », la sua perfezione. Inoltre la contemplazione pura e libera dell’armonia delle forme costituiva una componente dell’arte e della letteratura di quella civiltà.
Tutto questo – bisogna riconoscerlo – non appassiona gli autori sacri dai quali è assente l’atteggiamento « romantico » di chi si sofferma abbacinato e affascinato davanti alle meraviglie cosmiche o allo splendore delle forme (anche se qualche eccezione, come vedremo, è possibile). Si ha, infatti, una concezione molto più funzionale del bello, al punto tale che si verifica già a livello lessicale un fenomeno molto significativo. Il principale termine estetico ebraico è tôb: esso ricorre 741 volte e ha significati molto fluidi che vanno dal « buono » al « bello », all’ »utile » e al « vero », al punto tale che la stessa antica traduzione greca della Bibbia detta « dei Settanta » è ricorsa ad almeno tre aggettivi greci diversi per rendere questo vocabolo (agathòs, « buono », kalòs, « bello » e chrestòs, « utile »).
Similmente nel greco neotestamentario il termine kalòs, che ricorre 100 volte, è normalmente sinonimo dell’altra parola greca, agathòs, « buono », tranne in un unico caso, quando Luca (21, 5) ricorda che, davanti al tempio erodiano di Gerusalemme, « alcuni parlavano delle sue belle pietre (lìthoi kaloì) ». Il vocabolo è destinato, invece, sempre a delineare le qualità morali di un atto o di una persona o di una realtà, oppure la sua capacità operativa. Così, tanto per fare qualche esempio, si parla di « opere buone », di « buona condotta », di « buona coscienza », usando sempre l’aggettivo kalòs. Cristo, come è noto, si autodefinisce nel Vangelo di Giovanni (10, 11.14) come « pastore kalòs », ma il significato primario – come si ha nelle versioni – è quello di « buon pastore », e così accade in altri usi di quell’aggettivo (« buon diacono, buon soldato, buoni amministratori, buon maestro »).
San Paolo usa il verbo kalopoièin per dire « fare il bene » (2 Tessalonicesi, 3, 13) ed è suggestiva l’esclamazione della folla che, di fronte ai miracoli di Gesù, esclama: « Ha fatto kalôs ogni cosa! » (Marco, 7, 37), laddove è evidente che quel « bello » è in realtà un « bene ». Potremmo andare avanti a lungo in queste esemplificazioni per scoprire sempre che il « bello » neotestamentario – anche su influsso dell’Antico Testamento e dell’ebraico – altro non è che il « buono », il « bene », la bravura, la legittimità o anche l’utilità come « il buon frutto, seme, perla, pesce, albero », sempre espressi con l’aggettivo kalòs. Detto questo, bisogna, però, fare un ulteriore passo. Non è che gli autori sacri ignorino la bellezza in quanto tale, tant’è vero che esiste un altro termine ebraico, jafeh, che significa « stupendo, incantevole, bello » in senso stretto, come na’weh è « affascinante ». Solo che raramente la finalità di questa ammirazione è meramente estetica.
Così, quando il salmista « contempla il Tuo (di Dio) cielo, opera delle Tue dita, la Luna e gli astri che tu hai fissato », apparentemente abbandonandosi alla scoperta della bellezza imponente degli spazi siderali, la domanda che si pone rivela la vera finalità di quella contemplazione che è, invece, di taglio teologico-esistenziale: « Che cos’è mai l’uomo perché te ne ricordi, l’essere umano perché te ne curi? » (Salmo, 8, 4-5). Anche il profeta Geremia – che pure è considerato da alcuni come il poeta biblico più attento alla bellezza della natura e ai suoi ritmi – quando, ad esempio, si sofferma ad ammirare « un ulivo verde e maestoso » o « un tamerisco nella steppa, in luoghi aridi e desertici e in una terra di salsedine » (11, 16; 17, 6), lo fa con un atteggiamento « morale » e non estetico, pronto com’è a cavarne subito una lezione etica per Israele.
Similmente la straordinaria e potente evocazione presente nelle 16 interrogazioni rivolte da Dio a Giobbe nel primo dei due discorsi divini finali di quel libro non ha lo scopo di dipingere un meraviglioso arazzo di scene cosmiche e animali quasi « a colori » – come sembrerebbe al lettore immediato – bensì di rivelare all’uomo l’esistenza di una ‘esah, di un « progetto » trascendente insito al creato e di affermarne la legittimità, la coerenza, nonostante l’apparente incomprensibilità per la razionalità umana. Anche un libro che nasce in piena atmosfera greca come quello della Sapienza (siamo verso la fine del I secolo prima dell’era cristiana) non ha dubbi sul fatto che « belle sono le realtà che si contemplano » (13, 7) ma l’autore premette subito questa limpida considerazione: « Dalla grandezza e dalla bellezza delle creature per analogia si contempla il loro artefice » (13, 5). È quella che la filosofia definirà appunto come « l’analogia » per risalire dal creato al Creatore attraverso un percorso di conoscenza « naturale ».
Era ciò che appariva simbolicamente in una pagina poetica mirabile, il Salmo 19. Lo sfolgorare del sole, comparato a uno sposo che esce all’alba dalla stanza nuziale o a un eroe atletico che si scatena nella corsa lungo la sua orbita è in realtà epifania di una parola divina cosmica: « I cieli narrano la gloria di Dio, il firmamento annunzia l’opera delle sue mani. Il giorno al giorno affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette la conoscenza » (19, 2-3). La colossale coreografia cosmica che il Salmo 148 suppone non è tanto una sfilata di 22 (o 23) creature, tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico, da ammirare con stupore; è, invece, un coro di alleluia che si leva al Creatore all’interno di una sorta di cattedrale cosmica. Lo stesso si deve ripetere per altri testi salmici, a prima vista simili a « uno schizzo del mondo, dipinto in pochi tratti », come definiva il Salmo 104 il padre della moderna climatologia e oceanografia, Alexander von Humboldt (1769-1859): in realtà, anche in quel caso il poeta biblico vuole esaltare l’opera del Creatore che « manda il suo spirito » per dar origine alla vita e « rinnovare la Terra ».
In questa stessa linea dobbiamo collocare anche quella straordinaria capacità narrativa svelata dalle 35 parabole di Gesù (72, se si allarga l’elenco anche alle immagini o alle metafore sviluppate). Sappiamo, infatti, che Cristo è un oratore affascinante. Egli parte dal mondo dei suoi uditori fatto di terreni aridi, di semi e seminatori, di erbacce e di messi, di vigne e di fichi, di pecore e di pastori, di cagnolini, di uccelli, di gigli, di cardi, di senapa, di pesci, di scorpioni, serpi, avvoltoi, tarli, di venti, di scirocco e tramontane, di lampi balenanti e piogge o arsure. Ci sono nei suoi discorsi bambini che giocano sulle piazze, cene nuziali, costruttori di case e di torri, braccianti e fittavoli, prostitute e amministratori corrotti, portieri e servi in attesa, casalinghe e figli difficili, debitori e creditori, ricchi egoisti e poveri ridotti alla fame, magistrati inerti e vedove indifese ma coraggiose, ci sono monete piccole e grandi, ci sono tesori nascosti e mense con cibi puri e impuri secondo le regole kasher dell’ebraismo e altro ancora.
Tuttavia, noi sappiamo che Cristo non si ferma davanti ai voli degli uccelli o alla fragranza delicata e sontuosa dei gigli del campo per comporre una lirica, bensì per condurre chi li sta contemplando verso altre mete. Non per nulla le parabole iniziano spesso così: « Il Regno dei cieli è simile a ». L’estetica è, quindi, funzionale all’annunzio, bellezza e verità s’intrecciano, l’armonia è un altro volto del bene. In questo senso si ammonisce l’annunciatore a dire Dio in modo bello (quanto questo monito è stato disatteso nella storia della predicazione e lo è ancor oggi, ad esempio, nell’arte sacra!). Non per nulla già il salmista esortava i fedeli così: « Cantate a Dio con arte! » (Salmi, 47, 8). E la « gloria » divina è sempre raffigurata nella Bibbia come immersa nello splendore della luce e nella pienezza della perfezione.
Dobbiamo, però, riconoscere che si assiste anche a un processo in cui la bellezza acquista un suo spazio rilevante, sia pure sempre nella cornice di quella finalità teologica a cui l’autore biblico tende. È significativo il caso della creazione descritta nel capitolo 1 della Genesi. Là, infatti, al termine dei singoli atti creativi di Dio è apposta una « formula di approvazione », ribadita sette volte (1, 4.10.12.18.21.25.31), che suona così: « Dio vide che era tôb ». Sappiamo già che questo termine significa sia « buono » sia « bello ». È evidente che qui l’aspetto estetico, a nostro avviso, ha un certo primato. La « visione » stessa, la soddisfazione per l’opera compiuta, l’immagine del Creatore-artista inducono a rendere quella frase così: « Dio vide che era bello », oppure: « Dio vide: era bello! ». Certo, non si esclude la positività dell’essere creato, ma è indubbio che la qualità estetica – come annotava un esegeta, Claus Westermann – « non è qualcosa di aggiunto alla creazione, ma appartiene al suo stesso statuto e alla sua struttura ».
Dopo tutto, anche la Bibbia riconosce che « belle » erano Rebecca, Sara, Betsabea, la regina persiana Vasti, Ester, Giuditta, come lo erano anche il piccolo Mosè, Davide, il suo figlio Adonia, i giovani ebrei di Babilonia. È su questa scia che dobbiamo porre quel gioiello poetico che è il Cantico dei cantici nel quale l’accento sulla dimensione estetica della natura e della persona umana è marcato, sia pure senza mai dimenticare la finalità dell’esaltazione dell’amore, la realtà superiore e trascendente celebrata da quei versi mirabili. Al centro, infatti, si ha un « giardino chiuso », anzi, un « paradiso » (pardes) vegetale (4, 13), che spesso si trasforma in vigne lussureggianti con viti in fiore; si ha un vero e proprio « erbario » dominato dal giglio rosso palestinese (o forse l’anemone), accompagnato dal narciso, mentre folto è il bosco dell’amore con cedri, ginepri, meli, melograni, palme, alberi odorosi, fichi, mandragore, rovi, alberi selvatici, noci e così via. Monti, colline, rupi, valli, deserti, campi, sorgenti, fiumi, acque, laghi, fiamme, scintille si stendono davanti al lettore. Su questa terra, avvolta in una dolce primavera (2, 8-17), vola la colomba, l’uccello-simbolo per eccellenza, emblema di amore, tenerezza, bellezza e fedeltà, corrono gazzelle e cerbiatti, altrettanto rilevanti a livello simbolico, appaiono i greggi, i cavalli, i leoni, i leopardi, le volpi, i corvi, mentre latte e miele rimandano a vacche e api.
Ma è soprattutto il corpo umano, femminile e maschile, dipinto in tavole colme di eros (4, 1-5; 5, 10-16; 6, 4; 7, 10), a costituire il vertice della bellezza creata, come è attestato dall’esclamazione stupita e reiterata: « Quanto sei affascinante (jafah), compagna mia, quanto sei affascinante! (…) Quanto sei affascinante, mio amato, quanto sei incantevole (na’îm) » (1, 15-16). « Tutta affascinante (jafah) sei, compagna mia, difetto non c’è in te! » (4, 7). La stessa natura è descritta nella sua bellezza attraverso una sorta di transfert: il paesaggio, infatti, si trasforma in uno specchio dell’anima e delle sue sensazioni di felicità, di armonia, di pienezza. Tuttavia, come già si affermava, la dimensione somatica non è mai meramente estetica, ma è il punto di partenza e d’arrivo di un reticolo di relazioni interpersonali, di sensazioni interiori, di esperienze psicologiche e spirituali. Sta di fatto, però, che questa meta trascendente è raggiunta attraverso un’intensa e creativa contemplazione estetica ed estatica della corporeità che, nel mondo biblico, non è mai solo fisicità ma unità psico-fisica della persona.
L’esaltazione della bellezza nelle sue epifanie cosmiche ha, però, una sua espressione particolare in una pagina biblica tarda, all’interno di un inno collocato nella sezione finale dell’opera del Siracide, un sapiente del II secolo prima dell’era cristiana. L’inno inizia in 42, 15 e si conclude in 43, 33. La prospettiva, da noi sempre sottolineata, dell’intreccio tra estetica e teologia permane, ma è evidente il fiorire limpido della contemplazione lirica della bellezza del creato. L’aspetto teologico è esplicito in apertura e chiusura del canto allorché Dio si leva sull’universo con l’efficacia della sua parola, lo splendore della sua gloria, la sua trascendenza e onniscienza. Per la Bibbia la natura è sempre « creato », è un « cosmo » ordinato che risponde a un progetto e a un disegno capace di riflettere il suo autore: « Come il Sole che sorge illumina tutto il creato, così della gloria del Signore è piena la sua opera » (42, 16). Per questo, di fronte all’architettura cosmica, l’uomo non può che esclamare: « Egli è tutto! » (43, 27).
Il Siracide, però, rivela in modo più esplicito rispetto alla precedente tradizione un atteggiamento lirico. Egli s’affaccia con stupore sulle meraviglie dell’universo e le fa sfilare davanti ai suoi occhi abbacinati da tanta bellezza. È questo il contenuto della parte centrale, vero cuore poetico dell’inno. Questa sequenza, che è quasi pittorica o filmica, parte dal firmamento limpido e luminoso, nel quale irrompe innanzitutto il Sole a cui è riservato un bozzetto che marca l’incandescenza del suo irraggiarsi (43, 1-5). Subentra naturalmente il quadretto dedicato alla Luna, celebrata soprattutto nella sua funzione « cronologica », essendo la matrice del calendario lunare liturgico e civile (43, 6-8). A essa si associano le stelle, concepite come sentinelle che vegliano nella notte (43, 9-10). Ecco, subito dopo, irrompere maestoso l’arcobaleno, tracciato nel cielo dalla stessa mano divina (43, 11-12). La serie successiva, pur connettendosi alla volta celeste, ha una sua autonomia: entra, infatti, in scena la meteorologia col suo apparato di fulmini, dotati di « raggi giustizieri », delle nubi che « volano come uccelli da preda », dei chicchi di grandine simili a polvere, del tuono che fa sobbalzare la terra, dei venti impetuosi (43, 13-17).
Sempre lungo il filo dei fenomeni meteorologici, una sorta di deliziosa miniatura è dedicata alla neve la cui caduta lieve è comparata al volo degli uccelli e degli stormi di cavallette: « il suo candore abbaglia gli occhi e, al vederla fioccare, il cuore rimane estasiato » (43, 18). A essa è associata la brina, simile a grani di sale che rendono brillanti come cristalli i rami su cui essi si posano (43, 19). Queste immagini invernali trascinano con sé l’evocazione della gelida tramontana che fa ghiacciare le superfici delle acque, rivestendole quasi di una corazza (43, 20). Paradossalmente la scena del gelo ha effetti analoghi a quelli estivi perché anch’esso brucia la vegetazione come accade quando domina l’arsura (43, 21): in tal modo il poeta riesce a trasferire il lettore nell’estate infuocata, ove è attesa la rugiada che feconda la terra riarsa (43, 22). L’ultima sequenza di immagini ci sposta sul mare ove sono « piantate » come oasi o fiori le isole. Del suo mistero fatto di abissi, di tempeste imponenti, di mostri e terrori, ben noti alla cosmologia biblica, restano le testimonianze dei naviganti che possono solo affidarsi alla parola divina che salva (43, 23-26).
L’esclamazione iniziale dell’inno, scandita da un interrogativo retorico, è l’ideale espressione di un’ammirazione lirica che scopre il fulgore della bellezza: « Ogni opera supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore? » (42, 25). La dimensione estetica è, quindi, riconosciuta, anche se – lo ripetiamo ancora una volta – essa non è mai del tutto fine a se stessa ma diventa sempre, più o meno esplicitamente, una via pulchritudinis, un percorso bello e glorioso per approdare al Creatore, al suo progetto e alla sua opera. E la stessa bellezza letteraria di molte pagine bibliche ha come meta ultima la proclamazione dell’infinita bellezza e verità della Parola divina.

Publié dans : meditazioni | le 2 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

Matteo 21, 28 -32

ila mia e it - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 29 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »

1 OTTOBRE 2017 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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1 OTTOBRE 2017 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Gesù polemizza con i capi del popolo ebraico che non accettano la sua predicazione. Egli si rivolge anche agli esclusi e ai lontani, che però si rivelano più disponibili di fronte alla salvezza. Come capita spesso, Gesù esprime questi pensieri con una parabola tratta dalla vita quotidiana.

La parola di Dio
Ezechiele 18,25-28. Il profeta Ezechiele richiama il principio della responsabilità individuale e afferma che non contano tanto il passato vissuto o i condizionamenti ricevuti nel corso della propria vita, quanto le scelte responsabili che vengono fatte personalmente oggi.
Filippesi 2,1-11. Paolo invita i Filippesi all’umiltà, sulla quale unicamente si può fondare un’intensa vita di comunità. E dice loro di guardare a Cristo, che con l’incarnazione si è fatto servo di tutti, umiliandosi fino all’obbrobrio della croce. Ma proprio per questo è stato esaltato dal Padre al di sopra di ogni altro.
Matteo 21,28-32. Gesù continua le polemiche nei confronti dei farisei e dei maestri della legge, che appaiono formalmente irreprensibili, ma nella sostanza si rivelano contrari alla salvezza, rifiutando sia Giovanni Battista che lo stesso Salvatore.

Riflettere
Gesù è in piena polemica con la classe dirigente ebraica. Siamo al capitolo 21 di Matteo. Gesù entra pacificamente, ma solennemente, in Gerusalemme cavalcando un’asina. Scaccia i mercanti del tempio, viene ai ferri corti con i capi dei sacerdoti e le altre autorità, che gli chiedono: « Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità? » (Mt 21,23). Al posto di rispondere, Gesù pone anche lui una domanda: « Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? » (Mt 21,25). Essi con astuzia si rifiutano di rispondere e Gesù racconta a loro la breve parabola dei due fratelli.
La prima lettura di questa domenica, che parla di « responsabilità personale », va letta nel contesto di questa polemica. Non basta, dice Ezechiele, essere discendenti di Abramo. Non basta aver ricevuto la legge e avere ben radicate le radici nel popolo dei salvati. Ciò che il Signore chiede è una risposta positiva che sia espressione di fede personale e vera, che coinvolga realmente e renda protagonisti nella comunità.
A questo fa riferimento Gesù con la sua parabola. Il racconto a una prima impressione sembra quasi innocuo, addirittura banale nella sua semplicità, tratto com’è dalla quotidianità della vita familiare. E le conclusioni portate da Gesù sembrano addirittura sproporzionate.
Ma la parabola va letta tenendo presenti le due parabole che seguono e che proclameremo nelle prossime domeniche: quella dei servi omicidi e quella dell’indisponibilità a partecipare al banchetto delle nozze regali. È infatti in gioco il rifiuto della classe dirigente israeliana di accogliere il Salvatore, e Gesù, senza mezzi termini, la condanna, non la giustifica.
Gesù dice: non vi siete pentiti, non siete entrati nella giusta disponibilità, non avete l’apertura mentale e del cuore per poter accogliere la parola che salva. « Giovanni venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli » (Mt 21,25). Ecco perché non accogliete neanche me.
Gesù sa che i capi religiosi che ha davanti tengono in scacco il popolo e non vivono con coerenza la loro fede, essi che « legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito » (Mt 23,2-4). Gesù li provoca, afferma di preferire i peccatori che si convertono di fronte alla sua predicazione.
« Che ve ne pare? », domanda Gesù. E la domanda da una parte può esprimere la volontà di Gesù di coinvolgere gli interlocutori nel ragionamento, per aiutarli ad arrivare da soli alle conclusioni. Ma può avere anche sapore di sfida. « È così logico il ragionamento », pare dire Gesù. Per questo la parabola appare anche provocatoria nella sua semplicità e chiarezza.
Anche oggi nella chiesa è possibile trovare gli atteggiamenti dei due fratelli. Quello del diplomatico astuto, che pare sempre stare dalla parte giusta e dice di sì, ma in lui prevalgono secondi fini e altri obiettivi. E colui che lì per lì trova difficile obbedire, cerca di sottrarsi alle proposte, agli incarichi, alla fatica della testimonianza, ma poi si pente, si adegua e rientra nei ranghi.
Il primo figlio è rappresentato, come dicevamo, dalla gente che conta in Israele, dagli uomini-guida, dai capi del sinedrio e della sinagoga. Il secondo rappresenta la gente esclusa: i poveri materialmente, gli ammalati, ma soprattutto i peccatori, gli esclusi dalla salvezza: l’esattore Zaccheo, l’adultera, la prostituta…
Gesù, che conosce i cuori, sa che questi ultimi, i lontani, hanno tante giustificazioni: l’educazione ricevuta, le circostanze, gli amici, i condizionamenti.
Di fatto, la salvezza viene donata a tutti, ma i secondi l’accolgono, gli altri no: sono diffidenti, guardinghi. Gesù si presenta fuori dal sistema, poco rispettoso delle loro tradizioni. Soprattutto è un uomo libero.

Attualizzare
Questa parabola è detta proprio per noi. Siamo noi quelli che sono stati invitati a lavorare nella vigna (al mattino o alle 17 del pomeriggio), che in qualche modo abbiamo risposto di sì con il battesimo. Noi che abbiamo il privilegio di sentirci a posto perché cattolici, ma che pure viviamo la nostra esperienza cristiana consapevoli della nostra fragilità, dei nostri tanti « no » detti a Dio.
È bello sapere, come dice la parabola di Gesù, che qualunque sia stata finora la nostra risposta agli inviti di Dio, è sempre possibile rispondere di sì, convertirsi. Confermare ogni giorno, con i fatti, ciò in cui crediamo e di cui ci diciamo orgogliosi.
Quante parole andiamo dicendo! Gesù ci rinfaccerebbe questa cosa. Dovremmo « obbedire » di più e parlare di meno. È incredibile, ma sono spesso i docili, i malati, i superimpegnati che trovano sempre tempo per tutto, energie per tutto. Mentre ci sono i trafficoni sempre agitati, gli sfaticati lamentosi che non trovano mai l’occasione buona per fare ciò che devono.
C’è anche chi tiene il piede in due staffe ed è incoerente: predica la carità ma è attaccato avidamente ai suoi soldi; c’è il marito che canta in chiesa e poi fa il prepotente in famiglia; la donna che ascolta con devozione le prediche del parroco ma non ha alcuna pazienza con i figli e la suocera…
« Non ho voglia », « Non me la sento », « Non tocca a me », « Perché dovrei farlo io? » sono le espressioni più gettonate dai giovani, ma non solo da loro. Il farsi i fatti propri è uno dei mestieri più diffusi nella nostra società.
Siamo svogliati, lenti di fronte all’impegno di costruire il regno di Dio, di realizzare almeno un poco ciò che il Signore ci suggerisce e ci invita a fare. Non abbiamo la fretta, la passione di chi deve annunciare una notizia importante, che non ci si può tenere dentro.
Eppure c’è un’umanità che aspetta, ci sono fratelli che non sanno perché vivono e sono senza speranza. Se accogliamo l’invito a lavorare nella vigna del Signore, possiamo dire a loro con la nostra vita e le nostre parole che c’è un Padre che dà senso pieno a ciò che facciamo, che è bello vivere.
Può darsi che col tempo qualcuno si sia pentito del « sì » detto un giorno al Signore. Guardando alla vita degli altri, si è fatto dei complessi, si è vergognato di farsi vedere troppo buono, troppo coerente con la sua fede. Ed è così che ci si spegne, che ci si lascia andare come quelli che lucidamente o per ignoranza dicono di « no » a Dio.
Comunque, prima di dare la nostra risposta al Padre che ci invita, dovremmo pensarci un momento, rifletterci su, pregarci sopra qualche minuto, una giornata intera. Prima di prendere una decisione importante, prima di sposarci, prima di sfasciare il matrimonio o di mettere al mondo un figlio, prima di scegliere ciò che può cambiare una vita…
A proposito di questa parabola, è molto curioso ciò che scrive Alessandro Pronzato, il quale ipotizza un « terzo figlio », quello che – quando il padre lo invita a lavorare nella vigna – lo costringe a sedersi al tavolo e a discutere per ore e giorni sul modo migliore di coltivare la vigna, per individuare gli errori nella coltivazione, per ricercare le responsabilità. E al padre che dice: « Va bene, figlio mio, ma adesso dimmi: sei disposto a darmi una mano? », il figlio risponde: « Vedi che tenti sempre di eludere i problemi? Va sempre a finire così con te… ». E così di seguito, continuando a discutere e a progettare. E la vigna aspetta.
Ma Pronzato non si ferma e nella sua originalità ipotizza anche un « quarto figlio », quello che accetta ogni giorno di tirare il carretto senza parlare, il figlio che va alla vigna senza bisogno di rispondere nemmeno con un « sì » o un « no ». Al padre è sufficiente un cenno perché lui capisca al volo e parta in silenzio, senza un’obiezione, senza cercare scuse o volere spiegazioni. Un giovane « mulo » che potrebbe apparire poco simpatico nella sua muta obbedienza. Ma si sa che il mondo è pieno di questa gente silenziosa che manda avanti il mondo.
Detto nel modo più rispettoso, Gesù rientra proprio in questa ultima categoria. Lui che si è fatto uomo, condividendo fino in fondo la nostra condizione di uomini e si è fatto obbediente al Padre. Lui che ha detto davvero un « sì » pieno, senza alcuna riserva, pienamente fedele fino in fondo (2ª lettura).

L’uomo libero dice di « sì »
« Non l’uomo che si chiude in sé è uomo completo, ma l’uomo che si apre, che esce da se stesso, diventa completo e trova se stesso… Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il « no » fosse l’apice della libertà. Solo chi può dire « no » sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l’uomo deve dire « no » a Dio; solo così pensa di essere finalmente se stesso, di essere arrivato al culmine della libertà… Solo nel « sì » l’uomo diventa realmente se stesso; solo nella grande apertura del « sì », nella unificazione della sua volontà con la volontà divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa « divino ». Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in se stesso; lo è uscendo da sé, è nel « sì » che diventa libero » (Benedetto XVI).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 29 septembre, 2017 |Pas de Commentaires »
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