Padre e Figlio

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GERUSALEMME PELLEGRINI, TRA GERMOGLI E PIETRE VIVE

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GERUSALEMME PELLEGRINI, TRA GERMOGLI E PIETRE VIVE

La guerra non ferma i pellegrinaggi nei luoghi santi in Medio Oriente. Ecco il racconto del viaggio di un piccolo gruppo partito da Milano
Emmanuele Michela21.01.2009

Anche nel deserto può spuntare un germoglio. Anche nel posto in questo momento più arido e ostile, il Medio Oriente, qualcosa continua a muoversi. È quanto ci racconta don Mario Garavaglia, di Milano, che ha appena accompagnato una cinquantina di pellegrini per un viaggio in Terra Santa.
«Lo scopo del pellegrinaggio era duplice: vedere i luoghi del cristianesimo e conoscere chi vive adesso la fede cristiana in quelle terre».
Don Mario spiega in che modo è nato il viaggio, per iniziativa di alcune coppie, che poi l’hanno proposto ad altri amici: «L’idea del pellegrinaggio era talmente sentita che altri amici si sono offerti di curare i loro figli per quei giorni. Siamo partiti perché ci interessava vedere quei posti, quelle pietre che sembrano morte ma che, alla luce della nostra esperienza, sono il primo segno di una vita: per questo abbiamo cercato un alloggio anche umile, purché fosse all’interno della città di Gerusalemme, così da poter andare più volte possibile presso il Santo Sepolcro».
Pietre vive, quindi, a testimoniare una storia ed una vita, sia per chi viene da lontano per vederle, sia per chi in quelle terre ci abita: è stato con alcuni di loro che il pellegrinaggio ha vissuto i suoi momenti più belli e significativi. «Ad accompagnarci – ci dice don Mario – c’era padre Fredrich Manns, un francescano, in Terra Santa da 35 anni e grande studioso della Bibbia. Tommaso Saltini, un amico responsabile dell “Associazione di Terra Santa”, gli aveva raccontato del movimento, e Manns, interessato, gli aveva detto che gli sarebbe piaciuto conoscere meglio la nostra esperienza accompagnando qualcuno di noi». E così, ecco che padre Manns conosce don Mario e gli altri italiani. «Per noi è stato un incontro bellissimo: Manns conosce ogni angolo di Israele, e ci ha accompagnato a riconoscere tutti i segni della presenza di Gesù in quei luoghi: dove ha abitato, il contesto in cui ha vissuto, ecc…».
Oltre a Manns, è stato possibile conoscere anche padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, che ha spiegato loro cosa significhi vivere la propria fede in Medio Oriente in questi anni di tensione e di difficoltà: «Ciò che stupisce di questi frati è l’eroicità dei loro piccoli gesti quotidiani, che da secoli si ripetono con la solita costanza; padre Pizzaballa ha detto chiaramente che è proprio grazie a questi gesti ripetitivi che è stato possibile restare fedeli alla custodia sui luoghi sacri. Anche a Gaza, per esempio, c’è un frate che non ha intenzione di abbandonare la sua piccola parrocchia».
«Vedere questi posti e conoscere queste persone ha dato prova alla nostra esperienza – ha concluso don Mario – e ci ha fatto capire come l’orizzonte della Chiesa sia universale. In alcune città qui in Palestina, come Betlemme, i cristiani sono sempre di meno. Ma è una piccola presenza che continua a ricordarci che in quei posti duemila anni fa è nato il cristianesimo, e che anche ora, persino in queste difficoltà, è possibile che sorga quel germoglio di cui parla don Carrón».

 

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Santissima Trinità

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Publié dans : immagini sacre | le 26 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

CORRERE NELLA VIA DELLA SALVEZZA

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CORRERE NELLA VIA DELLA SALVEZZA

San Simeone il Nuovo Teologo – Catechesi XXVIII

Fratelli e padri, fate attenzione come ascoltate. Il Cristo Dio dice infatti: “Scrutate le Scritture” (Giovanni 5, 39). E perché dice questo? Per prima cosa perché noi siamo istruiti sulla via che conduce alla salvezza; poi, perché camminando senza distrarci, con la pratica dei comandamenti, arriviamo fino alla salvezza delle nostre anime. E che cos’è dunque la nostra salvezza? Gesù, il Cristo, come l’Angelo, drizzandosi davanti ai pastori, disse loro: “Ecco che vi annuncio una Buona Notizia, una grande gioia: vi è nato oggi un Salvatore, che è il Cristo Signore, nella città di David” (Luca 2, 10-11). Affrettiamoci, dunque, tutti e ciascuno, miei cari, corriamo con forza, senza caricarci di nulla di pesante, di mondano, di ingombrante, che rischierebbe di farci rallentare il passo e di impedirci di arrivare e di entrare nella città di David. Vi prego, per la grazia che opera in voi, non trascurate la vostra salvezza, ma presto! Ponendo fine a questa specie di sonno della cattiva presunzione e della negligenza, non arrestiamoci, non sediamoci: fino a che, usciti dal mondo, troviamo e vediamo là in alto il nostro Salvatore e Dio, per prostrarci e cadere ai suoi piedi. Ed allora, non fermiamoci fino a quando anche lui ci dica: “Voi, voi non siete del mondo, ma sono io che vi ho scelto dal mondo” (Giovanni 15, 19).
Come dunque si arriva a non essere del mondo? Crocifiggendoti per il mondo, ed il mondo per te, come ha già detto Paolo: “Per me il mondo è stato crocifisso ed io per il mondo” (Galati 6, 14). “E qual è il rapporto, tu chiedi, di queste parole con le precedenti?”. Risposta: “Altre sono le parole, ma unico e identico è il senso delle une e delle altre”. Come infatti colui che è al di fuori della casa non vede quelli che sono chiusi all’interno, così chi è crocifisso per il mondo e mortificato non ha davanti alle cose del mondo alcuna sensazione. Ed ancora come il corpo morto né davanti ai corpi viventi né davanti ai corpi che giacciono con lui, non prova la minima sensazione, così chi nello Spirito divino è uscito dal mondo, essendo in compagnia di Dio, non può provare alcuna sensazione davanti al mondo ed alle cose del mondo.
È così, di conseguenza, fratelli, che si produce, prima della morte e prima della resurrezione dei corpi, la resurrezione delle anime, in opera, in potenza, in esperienza ed in verità. Infatti, essendo eliminati i sentimenti mortali dall’intelligenza immortale e la mortalità cacciata dalla vita, l’anima allora, come resuscitata dai morti, vede se stessa, senza dubbio possibile, come si vedono quelli che si svegliano dal sonno, e riconosce colui che l’ha resuscitata, Dio, e, comprendendo e rendendogli grazie, adora e glorifica la sua infinita bontà. Il corpo, al contrario, in rapporto ai suoi propri desideri, non ha il minimo soffio, movimento o ricordo, ma si trova in simile caso del tutto morto ed inanimato. Capiterà frequentemente in queste condizioni che l’uomo dimentichi per così dire persino le sue facoltà naturali, poiché la sua anima ha un’esistenza tutta intellettuale è al di sopra della natura. Ed è normale: “Camminate con lo Spirito, dice infatti la Scrittura, e non realizzate il desiderio della carne” (Galati 5, 16). Infatti morta, come ho detto, per la venuta dello Spirito, la carne ci lascerà ormai senza noie e vivrete senza inciampi, poiché “la legge non è fatta per il giusto” (1 Timoteo 1, 9), secondo il divino apostolo, cioè per colui che ha una condotta al di sopra della legge. “Là infatti – dice – dove è lo Spirito del Signore, là anche è la libertà” (2 Corinti 3, 17), libertà sicuramente dalla schiavitù della legge. Giacché la legge è una guida, un pedagogo, un conduttore ed un maestro di giustizia, poiché dice: “Tu farai questo e quello” ed al contrario: “Questo e quello tu non lo farai”. Ma per la grazia e per la verità, non è così. Ma come, allora? “Farai e dirai tutto secondo la grazia che ti è stata donata e che parla in te, come è scritto: ‘E saranno tutti istruiti da Dio’, poiché non apprenderanno il bene dalle lettere e dai caratteri, ma si istruiranno nel Santo Spirito, e non nella parola solamente, ma nella luce della parola e nella parola della luce, misticamente iniziati alle cose divine. Ed allora infatti che per voi stessi come per il prossimo, è detto, voi sarete maestri”, e più ancora: la luce del mondo, il sale della terra (Matteo 5, 14; 13).
Quelli dunque che vivevano prima della grazia, poiché erano sotto la legge, si trovano ugualmente sotto la sua ombra; ma quelli che sono arrivati dopo la grazia e la luce, sono stati liberati dall’ombra o schiavitù della legge, cioè sono innalzati al di sopra di essa, come per una scala – la vita evangelica – trasportati nelle altezze e partecipando alla vita del legislatore, sono legislatori essi stessi piuttosto che osservanti della legge.

Trad. di C. R. L.

 

Publié dans : Padri della Chiesa e Dottori | le 26 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Cristo Re dell’Universo

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Publié dans : immagini sacre | le 23 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

SOLENNITÀ DI N. S. GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO –ANNO B “TU LO DICI, IO SONO RE!”

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SOLENNITÀ DI N. S. GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO –ANNO B “TU LO DICI, IO SONO RE!”

Carissimi fratelli e sorelle,

chiudiamo oggi l’anno liturgico con la Solennità di N. S. Gesù Cristo Re dell’Universo. La liturgia di questo anno B ci propone la contemplazione di Gesù Re sotto la luce di due particolari riflettori.

La prima fonte di luce che illumina oggi questa festa di Cristo Re è la figura del “Figlio dell’Uomo”, immagine biblica inaugurata da Daniele. Questa figura di Daniele appartiene all’ambito, del Cielo, di Dio e da questi riceve il potere regale per instaurare il suo Regno che è Regno universale ed eterno che si contrappone come vincente sui vari regni umani che hanno oppresso Israele.
A quest’immagine si identificò Gesù in numerosi occasioni della sua vita anzi dai Vangeli sembra proprio che questo fosse il titolo preferito da Gesù che, spessissimo, parlando in terza persona parlava di sé come del “Figlio dell’Uomo”.
I quattro evangelisti riportano un totale di ben 78 volte in cui il Signore Gesù parla di sé come “Figlio dell’uomo”, di queste 78 volte ne ricordiamo due in particolare, due tra le più significative, la prima quando chiese a suoi apostoli: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’Uomo” (Mt 16,13), e l’altra quando durante il suo processo davanti a Caifa dirà: “D’ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo” (Mt 26,64).
Questa stessa immagine viene ripresa da Giovanni nella sua Apocalisse in cui la identifica nel Cristo Risorto e vivo, come abbiamo ascoltato nella prima lettura odierna:
“ Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen! Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (Ap 1,5-8)
La seconda fonte di luce che illumina la nostra festa odierna è l’episodio, riportato nel Vangelo di Giovanni che abbiamo appena proclamato, del dialogo tra Gesù e Ponzio Pilato. Dialogo nel quale Gesù si propone, senza mezzi termini come “Re”, ma Re di una dimensione non terrena, Re di un Regno che non è di questo mondo. Regno, cioè, che non ha le caratteristiche terrene di forza e potenza materiale, ma Regno spirituale, Regno dei cuori, Regno dei semplici, dei piccoli, degli umili, Regno dei figli di Dio.
Nel Vangelo di Giovanni solo nella Passione si parla di questo Regno e Gesù muore appunto perché “Re dei Giudei” come farà scrivere Pilato in tre lingue, romano, greco e ebraico, come motivazione della condanna a morte. E la croce viene vista in questo Vangelo come il trono glorioso di questo Re.
Negli altri Vangeli, invece, sono tanti, sin dall’inizio, i discorsi che Gesù fa intorno al Regno che Lui è venuto ad inaugurare. Marco e Luca parlano di questo Regno come del “Regno di Dio” (Mc 1,15; 4,11 ecc.; Lc 4,43; 6,20 ecc.). Matteo più attento alla delicatezza dell’uso ebraico di non pronunciare mai il nome santissimo di “Dio” – perché pronunciarlo sarebbe già come bestemmiarlo – ne parla come il “Regno dei cieli” (Mt 3,1; 4,17; ecc.) o come il “Regno del Padre” (Mt 13,43; 26,29).
Quando Gesù, il Maestro, parlava del “Regno del Padre” si capisce che evocava una realtà ben nota ai suoi uditori. Nell’insegnamento di Gesù, il Regno di Dio si presenta anzitutto come un intervento di Dio nel corso della storia.
Nella Storia della Salvezza noi vediamo come Dio voglia stabilire il suo Regno in mezzo agli uomini. “Regno” richiama “autorità” – “potere” – “dominio”, ora questo Regno di Dio non è però un Regno alla maniera umana, ma tutta sua: è “autorità” che non opprime ma che illumina, è “potere” che non schiavizza, ma libera; è un “dominio” che non schiaccia, ma innalza.
I PROFETI più antichi avevano visto questo Regno come il giudizio di Dio su Israele e i peccatori, i PROFETI più recenti vedevano questo Regno in un mondo ricreato che vive all’ombra della presenza di Dio. Gli autori APOCALITTICI descrivono lo stabilirsi del Regno secondo lo scenario di una catastrofe cosmica. Nei libri SAPIENZIALI il Regno di Dio è presentato come il frutto della sapienza divina che aveva messo la sua tenda in mezzo al popolo d’Israele. I SALMI del Regno hanno particolarmente sottolineato l’avvento futuro del Regno di Dio. È Dio stesso che stabilirà il suo Regno sulla terra. È Dio che regnerà, vestito di maestà; è Lui che giudicherà le nazioni e sarà gioia grande per chi Lo ama e terrore e angoscia per coloro che non vivono nel suo amore.
Ora, tutto questo, tutte queste idee sul Regno echeggiavano nel cuore degli ascoltatori di Gesù quando parlava del Regno del Padre suo.
Poiché Gesù è Dio, trovano dunque in Lui il compimento tutte le promesse divine: Dio che viene in persona per stabilire il suo Regno tra gli uomini. Il Nuovo Testamento annuncia il Regno come imminente in forza della morte e risurrezione del Cristo, o come già avvenuto nella sua persona, e pone l’accento sul suo carattere essenzialmente interiore, fondato sulla carità. Noi cristiani viviamo nell’attesa della manifestazione piena di questo Regno alla fine dei tempi.
Ora, Gesù ci ha parlato di questo Regno come:
* a un uomo che « uscì a seminare“ e sparse il suo seme dovunque ma crebbe solo sulla terra buona (Mc 4,1ss);
* a un uomo che “ha seminato del buon seme nel suo campo”, ma vede crescere in esso anche l’erba cattiva (Mt 13,24ss);
* “a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami” (Mt 13,31ss);
* “al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti » (Mt 13,33);
* “a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo” (Mt 13,44);
* “a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Mt 13,45);
* “a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci” (Mt 13,47ss);
* “un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce” (Mc 4,26ss)
* “a un re che volle fare i conti con i suoi servi” (Mt 18,23ss);
* “a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio”, ma gli invitati si scusano e non partecipano provocando l’ira del re che chiamerà così alla festa i poveri e gli ultimi (Mt 22,2ss);
* “a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna” (Mt 20,1);
* “a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo”, ma, “cinque di esse erano stolte e cinque sagge” (Mt 25,1ss).
Gesù parla ancora del Regno come proprietà dei poveri e dei perseguitati: vostro è il Regno (Lc 6,20).
Ci dice ancora che difficilmente un ricco potrà entrarvi (Lc 18,25) e sarebbe meglio per noi tagliarci una mano un’arto e entrarvi monchi piuttosto che rimanervi fuori (Lc 9,43).
Ci ha detto ancora che per entrarvi è necessario una rinascita nell’acqua e nello spirito (Gv 3,5), e che questo Regno è dei piccoli e che se non diventeremo bambini non vi entreremo (Lc 18,17).
È un Regno che soffre violenza e solo coloro che si sforzano e si fanno violenza vi entreranno (Mt 11,12) e se cercheremo questo Regno con tutte le nostre forze, ogni cosa ci verrà data in più (Mt 6,33)
Gesù ci ha invitato a pregare il Padre perché questo Regno venga presto nella sua pienezza (Mt 6,10) e ci ha detto di non scoraggiarci perché questo Regno è già presente nel mondo (Lc 17,21) ed è un Regno aperto a tutti (Lc 13,28) e le sue porte si aprono immediatamente a chi con fiducia invoca il Suo Nome come Lo invocò il ladrone pentito che sulla croce disse: «Gesù ricordati di me quando sarai nel tuo Regno» (Lc 23,42).
Una domanda dobbiamo porci tutti al termine di quanto ascoltato: siamo uomini e donne del Regno? O meglio desideriamo appartenere veramente a questo Regno? Uomini nuovi e donne nuove che hanno nel cuore, nella mente, nell’anima il Signore Gesù, uomini nuovi e donne nuove che desiderano annunciare a tutti questo Regno, Regno di semplicità e di verità, di umiltà e di servizio, di purezza e gioia. Essere testimoni autentici, veri, credibili di questo Regno, ecco l’invito, ecco il desiderio, ecco la missione, ecco la vocazione che Gesù Re dona oggi a tutti noi: portare a tutti l’annuncio di gioia che il Regno di Dio è in mezzo a noi!
Maria SSma, che fu la prima a ricevere l’annuncio della realizzazione delle promesse del Padre e di questo Regno è il membro più eccelso perché da Lei è nato il “Re dei Re”, ci aiuti ad essere nel piccolo mondo della nostra quotidianità, un piccolo segno di speranza e di amore, un piccolo, ma autentico segno di questo Regno.
Amen.

j.m.j.

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21 novembre: Presentazione al Tempio di Maria

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21 NOV.: PRESENTAZIONE DI MARIA AL TEMPIO

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DIMORA DI DIO

21 NOV.: PRESENTAZIONE DI MARIA AL TEMPIO

La memoria liturgica della Presentazione di Maria al Tempio trova la sua radice e il suo fondamento nella tradizione ebraica e nel fatto che, come tutti gli Ebrei osservanti, anche Gioachino e Anna, genitori della Vergine, come più tardi farà la stessa Madre di Gesù, hanno portato al Tempio Maria Bambina, per offrirla al Signore, facendo dono di due tortore o di due colombi.
La festa vuole ricordare anche tutto il periodo che va dalla natività sino al fidanzamento con Giuseppe e all’annunciazione. Nel celebrarla la Chiesa intende illuminare il silenzio che grava sul primo periodo della vita di Maria e presentarlo come tempo della sua preparazione alla sublime vocazione di Madre di Dio.
Per la memoria della festa, si ricorre all’apocrifo Protovangelo di Giacomo (risalente al III secolo) che ne parla così: «Tutte le fanciulle della città prendono le fiaccole ed un lungo corteo luminoso accompagna la bambina su in alto, “nel tempio del Signore”. Qui il sacerdote l’accoglie dicendo: “Il Signore ha magnificato il tuo nome in tutte le generazioni: in te, nell’ultimo dei giorni, Egli manifesterà la sua redenzione ai figli di Israele… Maria stava nel tempio del Signore come una colomba allevata, e riceveva il cibo per mano di un angelo».
Ma al di là della poesia, quello che conta è il fatto che quella Bambina era destinata a divenire la Dimora ove il Figlio di Dio e lo Spirito Santo vennero ad abitare in mezzo agli uomini; come tale la Presentazione è il simbolo di una verità più alta: quella della totale consacrazione a Dio fin dai primi istanti della sua esistenza.
La Chiesa, fin dai primi tempi, ha venerato la sublime santità di Maria e ha riferito a lei numerosi passi biblici dell’Antico Testamento, là dove Maria è presentata come “dimora della Sapienza in mezzo agli uomini”: in questa prospettiva viene chiamata Sede della Sapienza, perché in lei abita la Sapienza di Dio che è Cristo, e in lei cominciano a manifestarsi le meraviglie di Dio, che lo Spirito compie in Cristo e nella Chiesa.
Intesa come Tempio di Dio, Maria è salutata non solo come la Madre dei credenti, ma anche come la Donna dei tempi nuovi, perché in Lei si realizzano le promesse dei profeti, e, per la sua mediazione, lo Spirito Santo mette in comunione Dio con gli uomini.
“In Maria, lo Spirito Santo manifesta il Figlio del Padre divenuto Figlio della Vergine. Ella è il roveto ardente della teofania definitiva: ricolma di Spirito Santo, mostra il Verbo nell’umiltà della sua carne ed è ai poveri e alle primizie dei popoli, che lo fa conoscere” (Catechismo della Chiesa Cattolica
n. 724).
Ricordando la Presentazione della Vergine al Tempio, è importante meditare sul legame strettissimo che esiste tra Maria e la Chiesa, quello cioè della sua inestimabile santità. Guardare a Lei vuol dire guardare al modello più fulgido della vita cristiana, che non solo ubbidisce alla Legge, ma diventa punto di riferimento per il nostro camminare nel Tempio del Signore, che è la Chiesa.
Lo dice il Concilio: “I fedeli del Cristo si sforzano ancora di crescere nella santità per la vittoria sul peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti” (Lumen Gentium 65).
Non si può dimenticare che, il 21 novembre, nella festa della Presentazione al Tempio, si celebra anche la Giornata delle claustrali come invito alla gratitudine per quelle sorelle che vivono la loro consacrazione di vita nella preghiera, nella meditazione e nel nascondimento. Queste sorelle, vere antenne sul monte del Signore, sono nel cuore della Chiesa e la arricchiscono con la loro verginità e incessante preghiera. Senza di loro la Chiesa sarebbe molto più povera!
G. S.

Publié dans : feste di Maria | le 20 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

La seconda venuta del Signore

imm  it Così+anche+voi_+quando+vedrete+accadere+queste+cose,+sappiate+che+egli+è+vicino,+è+alle+porte.

Publié dans : immagini sacre | le 16 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – « ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO VENIRE SULLE NUBI DEL CIELO”

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – « ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO VENIRE SULLE NUBI DEL CIELO”

Carissimi fratelli e sorelle,

approssimandosi la fine dell’anno liturgico che si concluderà domenica prossima con la Solennità di Cristo Re, la Chiesa ci invita a riflettere su quelle che sono le verità ultime, dalla Solennità dei Santi – possiamo dire – la Chiesa ci parla di quelli che chiamiamo Novissimi: morte, giudizio, purgatorio, paradiso, inferno, fine del mondo, giudizio universale.
Ma prima di entrare nel merito vorrei affrontare un punto difficile che emerge dall’odierno Vangelo: Gesù parlando ai suoi della fine del mondo dice una frase oscura: “Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”. A causa di questa frase alcuni rimangono fortemente perplessi sulla divinità di Gesù Cristo per il ragionamento che spontaneamente viene da fare dicendo: “Ma se Gesù è Dio come poteva non conoscere quella data?” Alcuni poi passano dalla perplessità alla negazione della sua divinità.
Allora è bene che noi conosciamo i criteri di lettura della Bibbia e quindi degli stessi Vangeli che ne sono il cuore. Il criterio fondamentale con cui noi cattolici leggiamo la Scrittura – non dobbiamo mai dimenticarcelo! – è la fede! Cioè noi leggiamo la Scrittura nella precomprensione del deposito della nostra fede, fede che ci è stata trasmessa dagli Apostoli. Per cui se un brano biblico sembrerebbe affermarmi una qualunque cosa che è nettamente contraria alla mia fede, io devo cercare altre possibili interpretazioni del brano e, se non ne trovassi, dovrei ammettere con umiltà di trovarmi davanti ad un passo oscuro, che non capisco e di fronte al quale faccio il mio atto di fede in quello che Santa Madre Chiesa mi ha trasmesso, rifiutandone categoricamente una interpretazione non conforme alla fede.
Ciò premesso, quale spiegazione conforme alla nostra fede potremmo dare a questo passo oscuro? Dobbiamo innanzi tutto partire dal dato di fede per cui noi crediamo che Gesù Cristo è Dio con il Padre e lo Spirito Santo e in quanto Dio non poteva non sapere qualcosa e quindi Lui sapeva benissimo quella data.
Ma allora Gesù Cristo avrebbe detto una bugia? Impossibile, Lui è la “Verità” (Gv 14,6)! Dio non può mentire né ingannare nessuno! E questo appunto perché Dio, infatti Dio, essendo perfettissimo, non può mentire perché se mentisse non sarebbe perfetto!
E allora? La Chiesa ha sempre interpretato questo passo difficile supponendo che Gesù poté affermare di non sapere in quanto in Lui sussistevano due conoscenze: una umana e una divina e quindi Lui in quanto Dio conosceva tutto, in quanto uomo doveva imparare, così come imparò a leggere e a scrivere, come imparò l’umile arte del falegname e tante altre cose. Quella data, dunque, da Lui conosciuta in quanto Dio, gli era ignota in quanto uomo. La coesistenza di queste due conoscenze è un mistero: è il mistero dell’incarnazione! Come può Dio essere anche vero uomo? Di fronte a questo mistero possiamo solo inginocchiarci e adorare!
Ma chiediamoci anche: Perché il Signore Gesù non ci ha rivelato quella data? Evidentemente perché il Padre non gli aveva dato questo compito e non glielo diede perché questa conoscenza non ci serviva, anzi averla sarebbe stato per noi terribile e controproducente. Pensateci un po’: cosa avrebbe significato per l’umanità conoscere che la fine del mondo sarebbe avvenuta, non so, magari nel 3589 d.C.? Sarebbero accadute due cose: per tutte le persone delle epoche precedenti quella data, si sarebbe persa l’atmosfera spirituale dell’attesa amorosa e per la generazione vivente a quella data, l’attesa si potrebbe tramutare in terrore, ansia e angoscia per molti e in ogni caso avrebbe messo quest’ultima generazione in una condizione di privilegio in quanto, sapendo la data della fine, avrebbero potuto anche prepararsi ad essa convertendosi a Dio e al suo Cristo che viene a chiudere la storia, e questo per la sola paura di finire all’inferno. Ma Dio vuole che noi ci avviciniamo a Lui per amore e non per terrore!
Chiarito tutto questo, volevo farvi osservare come sia la prima lettura tratta dal libro di Daniele, sia il discorso di Gesù riportato dal Vangelo di oggi sono espressi in un linguaggio apocalittico, si tratta di un genere letterario caratterizzato da immagini molto forti e terrificanti che parla di terremoti, catastrofi planetarie, eventi terrificanti. Questo stile letterario nacque nel terribile periodo della persecuzione greca, in tempo di oppressione e di martirio circa nel II° secolo a. C., si sviluppò poi nella persecuzione romana di Nerone e ha nel libro dell’Apocalisse di S. Giovanni la sua massima espressione biblica. Questo stile letterario voleva, tramite un linguaggio così vivo e sconvolgente, trasmettere ai fedeli che vivevano momenti di terrore, la certezza della signoria di Dio sulla storia, è quindi animato da una grande speranza e vuole infondere fiducia nell’intervento definitivo di Dio, rivelando (apocalisse=rivelazione) il vero senso della storia dell’umanità.
Cerchiamo ora di giungere a qualcosa di concreto per la nostra vita spirituale, mettendoci di fronte con fede e con amore alla Parola ascoltata che oggi ci ha ricordato come quel Gesù che ha donato la sua vita per noi sulla croce e che ora “si è assiso alla destra di Dio” (seconda lettura) un giorno ritornerà a chiudere la storia dell’umanità. Di fronte a questa affermazione della nostra fede, viene spontaneo domandarvi e domandare innanzi tutto a me stesso: Ma ci crediamo a questo? Crediamo veramente che Gesù tornerà a chiudere la storia? Ogni domenica lo affermiamo nel “Credo”, ma ci crediamo veramente?
Io spero di sì! E così dolce il pensiero che Lui tornerà! È venuto nell’umiltà del presepe, è vissuto nella povertà, è morto nudo e martoriato su un pezzo di legno per me. Se lo amiamo veramente come non gioire al pensiero che tornerà e tornerà non più così, ma nella potenza del suo splendore e della sua onnipotenza divina (cfr. 1Cor 15,23-28; Fil 2,10; Rm 14,11)? Come non gioire al pensiero che anche le ginocchia più recalcitranti dovranno piegarsi (1Cor 15,24)
Oggetto della speranza cristiana è rivedere il Signore andando “incontro a Lui sulle nubi del cielo” (1Ts 4,17). Vedete, i primi cristiani subirono la fortissima delusione di non vederLo venire, credevano infatti che il suo ritorno fosse imminente, interpretando male alcune frasi di Gesù nelle quali Egli sembra affermare questo. Una di queste frasi è quella odierna, quando Gesù dice che “non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute”. L’equivoco nacque dal fatto che nel discorso di Gesù s’incrociano la visione della distruzione prossima di Gerusalemme ad opera della potenza romana con quella della fine del mondo. Altri passi della Scrittura poi contribuirono ad acuire l’equivoco. Ad esempio: “Sì, verrò presto!” (Ap 22,20) o quella frase che Gesù stesso disse agli Apostoli nel cenacolo: “Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete” (Gv 16,16). Ma Gesù poteva affermare che sarebbe tornato presto perché “davanti al Lui un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2Pt 3,8).
E noi – carissimi fratelli e sorelle – possiamo dire che siamo i figli spirituali di quei cristiani delusi, perché al suo ritorno ormai non ci pensiamo più, non è vero forse? Sì, diciamo di crederci recitando settimanalmente il Credo, lo affermiamo anche dopo ogni consacrazione eucaristica quando diciamo: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”, ma siamo “sinceri” quando lo affermiamo? Il nostro sguardo, il nostro cuore, la nostra persona è proiettata verso quel giorno, sospiriamo quel giorno, preghiamo perché quel giorno venga presto?
Sì, che venga presto quel giorno! Il giorno quando – finalmente! – Lui trionferà, quando sarà inaugurato il suo Regno eterno d’amore e dove noi regneremo con Lui (cfr. Lc 22,30; Mt 25,34; Ap 2,26). Se veramente Lo amiamo non possiamo non fare nostro il grido della Chiesa che in ogni sua preghiera, in ogni sua celebrazione sospira verso quel giorno. La stessa Bibbia si conclude con questo grido di speranza, di attesa, di amore: “Lo Spirito e la Chiesa dicono: Vieni!” invitando ogni fedele ad unirsi ad esso: “Chi ascolta ripeta: Vieni!” (Ap 22,17), “Marana tha: Vieni, o Signore!” (1Cor 16,22).
La vivacità della speranza nel Suo ritorno è il termometro della nostra fede e la misura del nostro amore per Lui. Diamo a Gesù la gioia di vedersi atteso con amore, desiderato, sospirato, Lui viene infatti innanzi tutto “per coloro che lo attendono con amore” (2Tm 4,8). Quel giorno è principalmente il giorno della nostra festa e della nostra gioia! Non lasciamoci sviare dal linguaggio apocalittico che può essere da noi equivocato e indurci a sentimenti di terrore, di paura, di angoscia. No! Non può esserci paura e angoscia nel cuore di chi Lo ama!
Alcune volte mi sono sentito dire: “Sì, padre, lei ha ragione, ma come desiderare quel giorno quando nel cuore porto l’angoscia per il fatto che i miei cari non credono e vivono nel peccato? Che ne sarà di mio figlio che è miscredente?” Questi sono ragionamenti totalmente umani, apparentemente giusti che portano in sé però il limite di una piccola fede in quell’amore infinito che Lui ci porta e che quindi porta verso i nostri cari. E, come ci ricorda s. Pietro, “il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9). A quell’amore misericordioso del Signore Gesù dunque noi affidiamo tutti i nostri cari e tutte le persone umane pregando e sospirando che Lui torni presto per inaugurare il Suo regno di giustizia, di pace e d’amore.
D’altra parte, mai dobbiamo dimenticarci che, se avvolta nel mistero è quella data del Suo ritorno e nessuno sa se ne sarà testimone, tutti sappiamo con certezza che la nostra vita è sempre incerta, potendo ogni ora, ogni istante essere l’ultimo di essa o di quella dei nostri cari. Per questo il desiderio di vedere presto il Signore nel suo ritorno glorioso e trionfante è la preparazione migliore alla nostra morte, giorno in cui Lui ci prenderà con sé per essere sempre con Lui (cfr. Gv 14,3).
Maria SSma che fra poco, nel prossimo tempo dell’Avvento, contempleremo Immacolata e in attesa del parto verginale, ci comunichi quell’ardente desiderio che pulsava nel suo Cuore, il desiderio di vedere il volto di Gesù, suo Figlio Divino e nostro Salvatore.

Amen.

 

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 16 novembre, 2018 |Pas de Commentaires »
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