Ascensione del Signore

IC001121_01

Publié dans : immagini sacre | le 11 mai, 2018 |Pas de Commentaires »

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B) (13/05/2018)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=43198

Liberare per liberarsi

don Luciano Cantini

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B) (13/05/2018)

Gesù apparve agli Undici
Il testo di oggi fa parte di una aggiunta al vangelo di Marco che la comunità cristiana ha fatto intorno al secondo secolo [ritenuta canonica da sempre]. Lo scritto marciano termina con la scoperta del sepolcro vuoto di Gesù da parte delle donne che scappano spaventate e incredule; l’aggiunta finale riporta l’incredulità dei discepoli nonostante due apparizioni del Risorto a Maria Maddalena e a due discepoli in cammino (vv. 9-13), poi Gesù appare anche agli undici mentre erano a tavola e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto (v 14).
Dovremmo domandarci perché la comunità che è cresciuta intorno al vangelo di Marco ha ritenuto necessaria questa aggiunta che è sicuramente espressione dell’esperienza di fede. Quale consapevolezza aveva raggiunto quella comunità cristiana tanto da trasmetterla fino ai nostri giorni?
Il primo dato che emerge dai versetti che precedono il nostro testo è sicuramente la fatica del credere, l’incredulità difronte al Risorto, la durezza di cuore, l’incapacità a andare oltre le certezze acquisite, di superare i limiti dell’umano, liberarsi per raggiungere una visione altra della vita.
Nel momento in cui l’eternità tocca il tempo, l’infinito sfiora i limiti del nostro spazio, quando il divino si manifesta nell’umano, la vita supera la morte, c’è da rimanere sbigottiti, scardinati nelle certezze che i limiti di spazio e di tempo ci offrono. La nostra esperienza legata alle cose, alle relazioni, alle preoccupazioni di questo mondo finisce per indurire il cuore, privarlo della sua libertà, della capacità di andare oltre.
La necessità che la prima comunità cristiana ha percepito come comando del Signore per “liberarsi” è quello di “andare” per liberare.
Andate in tutto il mondo
La comunità marciana che in gran parte si è lasciata ispirare dagli scritti di Luca, nel testo della “missione universale” si avvicina discostandone dal testo parallelo di Matteo (28,19). Il comando andate è il medesimo, poi afferma in tutto il mondo (eis ton kosmon apanta) – mentre in Matteo si dice tutte le nazioni (panta ta ethnê) – e proclamate il Vangelo (kêryssô) – che è assai diverso dall’ammaestrate (matheteuô) – per arrivare a ogni creatura.
La Comunità cristiana vive della Missione che è la risposta necessaria all’incontro con il Signore che per primo si è mosso ed è andato incontro all’uomo; è continuazione della sua opera.
«Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (Evangelii gaudium, 49).
In un mondo globalizzato siamo chiamati a convivere con altri, che non hanno la nostra stessa fede o che non riconoscono neppure una dimensione spirituale dell’uomo. Significa confrontarsi con una realtà diventata post-cristiana in cui molteplici sono le ideologie, le etiche, i punti di riferimento. Non si tratta di inventare strategie e azioni “missionarie”, piuttosto di rivoluzionare le relazioni, rigenerarle perché non si inaridiscano ma abbiano un respiro davvero universale tale da raggiungere ogni creatura.
Questi saranno i segni
L’incredulità raccontata nei versetti precedenti, il rimprovero e la durezza del cuore testimoniano la consapevolezza della inadeguatezza umana della Comunità cristiana che, obbediente al comando di “andare” e “annunciare”, scopre la potenza dell’azione di Dio. Al di là del linguaggio con cui è espressa scopriamo come il vangelo sia efficace contro il male che affligge l’umanità (scacceranno demòni), la testimonianza è capace di superare le incomprensioni (parleranno lingue nuove), ma anche di relazionarsi con la diversità (prenderanno in mano serpenti) senza essere travolti dal pensiero mondano (se berranno qualche veleno, non recherà loro danno), anzi è capace di sanarne le contraddizioni e le ferite (imporranno le mani ai malati e questi guariranno).
Il Signore agiva
L’esperienza della comunità cristiana che trasuda dalle parole che ci ha tramandato sta proprio nella consapevolezza che il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano. Il Signore è sentito presente nella comunità nonostante si dica della sua assenza (fu elevato in cielo) e che siede alla destra di Dio. I limiti umani ci sono e sono pesanti, la comunità cristiana ne è consapevole ma non si chiude, prende coraggio, non aspetta la perfezione, di essere degna, si butta nella avventura con il mondo, allora può scoprire di non essere stata lasciata sola.

Re David

imm it

Publié dans : immagini sacre | le 10 mai, 2018 |Pas de Commentaires »

SALMI A CURA DI ENZO BIANCHI

http://ora-et-labora.net/bibbia/bianchi.html

SALMI A CURA DI ENZO BIANCHI

IL CONTENUTO

Il Salterio si presenta suddiviso in cinque libri scanditi da una dossologia finale; il Quinto libro è concluso da una piccola collezione di Salmi (dal 146 al 150), detti alleluyatici perché hanno come titolo l’espressione «Lodate il Signore» (halelûyah), che fungono da dossologia conclusiva non solo del Quinto libro ma dell’intero Salterio (dal greco psaltérion, lo strumento a corde che accompagnava i Salmi).
Questa antica suddivisione, risalente almeno al Il secolo a.C. ma probabilmente più antica, riproduce la suddivisione in cinque libri della Torah (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) e sottolinea l’autorevolezza dei Salterio: anch’esso è una Torah! La dossologia finale di ciascun libro si accompagna a una beatitudine che troviamo all’interno di ognuno dei Salmi che chiudono i cinque libri: 41,2; 72,17; 89,16; 106,3; 146,5 (all’inizio della collezione alleluyatica conclusiva dei Salterio). Il doppio registro della «beatitudine dell’uomo» e della «lode di Dio» scandisce così ciascuno dei libri dei Salterio. Ma si può dire di più: visto che i Salmi 1 e 2 costituiscono il «prologo» dell’intero Salterio e sono racchiusi dal concetto della beatitudine dell’uomo (1,1; 2,12), e visto che i Salmi 146-150, che costituiscono l’epilogo laudativo del Salterio, sono interamente pervasi dalla lode di Dio, è l’intero libro dei Salterio a essere racchiuso – secondo un tipico procedimento stilistico della letteratura ebraica detto «inclusione» -dal doppio registro della beatitudine dell’uomo e della lode di Dio. li Salterio è cosi un libro dell’uomo e di Dio, un libro teandrico, che indica all’uomo la via della felicità affermando che questa si compie nella lode di Dio: nei Salmi 146-150 la radice hll, «lodare», ricorre ben 31 volte e il Salmo 145, che di fatto è l’ultimo del corpo del Salterio – essendo i Salmi 146-150 l’epilogo – è, come recita la sua soprascritta al versetto 1, una «lode», una tehillâ.
La testimonianza di un popolo che sapeva pregare. Il Salterio è forse il libro biblico più particolare. Si tratta di una raccolta di 150 componimenti poetico-religiosi, differenti per autore, data di composizione, ambiente di origine, tonalità letteraria, lunghezza, modalità di composizione. Accanto al brevissimo Salmo 117 con i suoi due soli versetti, vi è il maestoso Salmo 119 composto da ben 176 versetti. Vi sono Salmi «studiati a tavolino», redatti da capo a fondo con l’elaborato ricorso ad artifici letterari raffinati, come il già ricordato 119; altri, invece, mostrano le tracce e il peso della storia nella stratificazione letteraria di cui sono portatori, come il Salmo 68, costituito da un nucleo originario antichissimo che celebrava una vittoria militare all’epoca dei giudici, da una successiva «rilettura» che lo ha adattato al tempo della monarchia di Giuda, e infine dall’intervento con glosse e ampliamenti di una terza «mano» nell’epoca postesilica. Tutto ciò rende impossibile parlare di una teologia dei Salmi compatta e unitaria.
Tuttavia tali componimenti hanno in comune il fatto di essere preghiere, di essere le parole che hanno retto il dialogo fra Israele e il suo Dio. È con questa prospettiva particolare che essi si collocano all’interno della struttura teologica centrale con cui Israele ha letto il proprio rapporto con Jhwh: «l’alleanza». I Salmi costituiscono la risposta di Israele alla parola di Dio, al suo intervento nella storia: essi sono «preghiere», e la «teologia del Salterio», se cosi si può dire, è essenzialmente una teologia della preghiera biblica. Questa preghiera conosce una grande quantità di inflessioni e modulazioni, parallela all’estrema diversità delle situazioni esistenziali e storiche: il Salterio è preghiera nella vita e nella storia, anzi, è storia e vita messe in preghiera. Esso può dunque essere giustamente considerato la migliore «Scuola di preghiera» in quanto tende a unificare vita e preghiera, storia e preghiera: esso insegna che «la preghiera è vivere alla presenza di Dio». Anche in una prospettiva cristiana, la quale ha al suo centro l’incarnazione e individua la storia e il mondo come il luogo della risposta a Dio, essi restano la preghiera per eccellenza: la Liturgia delle ore, vale a dire la preghiera ufficiale della chiesa, è intessuta essenzialmente di Salmi e afferma la sostanziale irrinunciabilità dei Salmi per la chiesa. E non sarebbe difficile mostrare come le grandi tematiche che attraversano la preghiera salmica (la confessione del nome salvifico di Dio, il riconoscimento della fraternità che lega i credenti nel Signore, la preghiera per l’avvento dei suo Regno, la confessione di peccato e la richiesta di perdono ecc.) sfociano quasi come in un compendio nella preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli, il Padre nostro (cf. E. Beaucamp, Israël en prière. Dès Psaumes au Notre Père, Cerf, Paris 1985). Né si deve dimenticare che i Salmi, essendo pregati in tutte le confessioni cristiane, sono preghiera «ecumenica» per eccellenza.
I Salmi sono lode di Dio. I Salmi attestano che i due polmoni della preghiera biblica sono «la supplica» e «la lode». O forse, meglio, la lode e la supplica. Infatti, la lode costituisce l’orizzonte inglobante di tutta la preghiera di Israele. «La lode non è soltanto una « forma letteraria » all’interno del Salterio; la lode di Dio risuona in tutti i Salmi ed è pronunciata anche de profundis, dal profondo dell’angoscia. Lodare Dio: questa è la peculiarità di Israele, poiché nella lode è espresso il riconoscimento che il popolo di Dio è consapevole di essere « semplicemente dipendente » dal suo Dio e, al tempo stesso, che deve se stesso e tutto ciò che ha ricevuto e riceve alla bontà di Dio creatore. La lode è quindi la risposta tipica di Israele» (H. J. Kraus, Teologia dei Salmi, Paideia, Brescia 1989, p. 109). La supplica implica sempre la lode (perché la lode è anzitutto confessione di fede nel nome di Dio e questo è sempre presente nelle suppliche, anche le più disperate, come invocazione del volto e dei nome che solo può salvare) e la supplica tende sempre alla lode, com’è ben visibile nei Salmi di supplica che terminano con tonalità di lode (cf. le due parti dei Salmo 22, la prima sotto il segno dell’angoscia – versetti 2-22 – e la seconda impregnata di gioia e di esultanza – versetti 23-32; si veda anche l’espressione «ancora lo celebrerò! » dei levita esiliato che si esprime con tono di lamento in Salmi 42-43). Così, sebbene le suppliche siano il genere di preghiera più presente nel Salterio, si comprende il nome di «Lodi» (Tehillîm) che la tradizione ebraica ha attribuito all’insieme del libro. L’intersecarsi di questi diversi registri di preghiera e di atteggiamenti davanti a Dio (domanda e ringraziamento, lamento ed esultanza, grido angosciato e fiducia, lacrime e risa) dice l’intrinsecità del rapporto fra lode e supplica: « Quando ho levato il mio grido a lui, / la mia bocca già cantava la sua lode» (66,17).
I Salmi sono preghiera personale e collettiva. L’interscambio colto a proposito della lode e della supplica riguarda anche la dimensione personale e collettiva della preghiera del Salterio. Spesso queste dimensioni sono compresenti ìn uno stesso Salmo (cf. 22; 51; 130): a volte forse perché l’orante è il re, dunque una personalità corporativa che abbraccia in sé il destino del popolo, altre volte forse perché un Salmo originariamente individuale è stato rimaneggiato in senso collettivo per meglio adattarlo alla preghiera comunitaria. In ogni caso, al di là delle spiegazioni di dettaglio, va rilevato che la dimensione teologica dell’alleanza implica una intrinsecità fra «io» e «noi». Nei Salmi di ringraziamento l’orante invita i presenti al tempio a unirsi alla sua lode nella piena coscienza che il beneficio che il Signore gli ha procurato gli è stato ottenuto non grazie ai propri meriti, ma alla propria appartenenza al popolo con cui Dio ha stretto alleanza (cf. 34,4); la supplica dell’orante che invoca il perdono dei proprio peccato in vista della propria restaurazione personale e della propria riammissione alla presenza di Dio è seguita dall’invocazione a Dio per la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e la ripresa del culto al tempio (51,3-19 e 20-21). La stessa utilizzazione comunitaria e liturgica di Salmi composti da un individuo fa sì che « io » del singolo e «io» di Israele si collochino in situazione di circolarità e non di esclusione. In ogni caso, il fatto che le preghiere contenute nel Salterio siano destinate a essere cantate e musicate indica che esse trovavano nella liturgia il loro luogo di destinazione. La qual cosa non ha impedito che divenissero testi usati anche nella pietà personale. Il Salterio tuttavia lascia trasparire numerose situazioni liturgiche, rituali e cultuali in cui venivano utilizzati i Salmi: processioni (48,13-15; 68,25-26; 118,26-27), pellegrinaggi (84; la collezione dei 15 Canti delle salite, espressione presente nelle soprascritte dei Salmi 120-134), sacrifici (50,23; 66,13-15; 116,17 ecc.), liturgie di ingresso al tempio (15; 24), benedizioni sacerdotali (115,14-15; 118,26; 128,5; 134,3), oracoli (12,6; 60,8-10; 81,7-17).
I Salmi sono musica e gestualità. Il riferimento a numerosi strumenti musicali (cf. 150,3-5) mostra l’estrema vivezza di queste liturgie: strumenti a corda (arpa, lira, cetra), fiati (flauti, liuti, oboe), corni (sia naturali che artificiali, cioè di bronzo o rame o argento), e poi cimbali, tamburi, campanelle… Ma lo strumento per eccellenza della preghiera salmica, e biblica in genere, è il corpo: «Il fragile strumento della preghiera, l’arpa più sensibile, il più esile ostacolo alla malvagità umana, tale è il corpo. Sembra che per il salmista tutto si giochi là, nel corpo. Non che sia indifferente all’anima, ma al contrario perché l’anima non si esprime e non traspare se non nel corpo. Il Salterio è la preghiera del corpo. Anche la meditazione vi si esteriorizza prendendo il nome di « mormorio », « sussurro ». Il corpo è il luogo dell’anima e dunque la preghiera traversa tutto ciò che si produce nel corpo. È il corpo stesso che prega: « Tutte le mie ossa diranno: Chi è come te, Signore? » » (P. Beauchamp, « La prière à l’école des Psaumes », in O. Odelain – R. Séguineau, Concordance de la Bible. Les Psaumes, Desclée de Brouwer, Paris 1980, P. XVII). Ecco dunque che il corpo si esprime nella preghiera inginocchiandosi (95,6), levando in alto le mani (141,2), protendendo in avanti le mani (143,6), sciogliendo le membra in danze (149,3), battendo le mani (47,2), prostrandosi faccia a terra (29,2), alzando gli occhi verso l’alto in segno di supplica (123) ecc. È cosi che i Salmi strappano la preghiera ai rischi di cerebralità e la presentano come linguaggio globale, di tutto l’uomo.
I Salmi sono poesia. Questa totalità di espressione dell’uomo trova la sua più adeguata manifestazione nella forma poetica: non bisogna dimenticare che i Salmi sono poesia e che pertanto la musicalità e il ritmo, le assonanze e le allitterazioni, cosi come tutti gli altri elementi stilistici della poetica ebraica che compongono la trama dei Salmi, sono essenziali per penetrarli, o meglio, per lasciarsene penetrare. Senza addentrarsi nella grande ricchezza della poetica ebraica, basti qui ricordare che la regola fondamentale della poesia ebraica si basa sul fatto che la lingua ebraica è accentuale, regolata dall’accento tonico distribuito fra pause e cesure. Ogni parola ha un accento su cui cade il tono della voce nel canto o nella recitazione, e il ritmo si adatta al carattere proprio di ciascun Salmo: i Salmi sapienziali, meditativi, avranno più frequentemente un ritmo pacato e disteso di 3+3 accenti (per esempio 1); le suppliche hanno spesso il ritmo detto qinâ («lamento»), un ritmo strozzato di 3+2 accenti che riproduce il parlare sincopato di chi è preso da singhiozzi e pianto (42-43). Tuttavia molti Salmi non presentano affatto una regolare struttura ritmica o per la lunga e stratificata storia letteraria che li ha prodotti, o per le corruzioni e lacune che si possono essere prodotte nel corso della tradizione manoscritta.
Altra regola essenziale della poesia ebraica è quella del «parallelismo»: un concetto è ripetuto una o più volte con parole diverse, con espressioni variate, per ottenere lo scopo di una adeguata interiorizzazione. I Salmi delle salite (120-134), tutti databili all’epoca postesilica – eccetto il Salmo 132, di origine più antica – sono redatti facendo ricorso al procedimento della «ripetizione»: una stessa parola o espressione è ripetuta più volte per aiutare la memorizzazione del testo, tra l’altro sempre molto breve (tranne, ancora, il Salmo 132). Si trattava infatti di componimenti che dovevano essere recitati durante il pellegrinaggio a Sion (detto «la salita», poiché a Gerusalemme, data la sua collocazione geografica, «si sale»: cf. Vangelo secondo Marco 10,33), e dunque dovevano essere semplici, adatti a tutti i livelli della popolazione, e facilmente memorizzabili.
Al «parallelismo sinonimico» (6,2) si affianca il «parallelismo antitetico», in cui un’idea è rafforzata dal suo contrario: «Gli uni contano sui carri, gli altri sui cavalli; / noi invochiamo il nome di Jhwh nostro Dio; / quelli si piegano e cadono, / noi restiamo in piedi e siamo saldi» (20,8-9).
Il « parallelismo sintetico » si riferisce a un concetto che, espresso nel primo membro di un versetto, viene completato dal secondo: « La volontà del Signore è luminosa / dà trasparenza allo sguardo » (1 9,9cd).
Il «parallelismo ascendente» mostra il continuo e progressivo accrescimento dell’idea fondamentale espressa: «Riconoscete a Jhwh, figli di Dio, / riconoscete a Jhwh gloria e potenza / riconoscete a Jhwh la gloria del suo nome» (29,1-2a).
Preghiera di tutto l’uomo, i Salmi rivelano la grande quantità di linguaggi che può esprimere la relazione con il Signore. Il sussurro, il brusio sommesso della meditazione (1,2), i singhiozzi e le lacrime del pianto del supplice (6,7-8; 56,9), la protesta nei confronti di un agire di Dio che non si riesce a comprendere («Perché, Signore?», 88,15), il silenzio (65,2), il grido e l’urlo (22,6; 61,2; 69,4), l’invettiva (58; 83,10ss), il lamento (5,2), la riflessione e il dialogo interiore (4,5; 42,6.12; 43,5; 73,16), il riso incontenibile della gioia straripante (126,2). Ogni linguaggio rinvia a una situazione esistenziale e storica che l’orante cerca di leggere davanti a Dio.
La molteplicità di situazioni e di atteggiamenti espressa nei Salmi si riflette sulla variegata gamma di generi letterari presenti nel Salterio che di seguito analizzeremo. Occorre però dapprima premettere che in realtà molti Salmi presentano una tale mescolanza di generi al loro interno che risulta quasi impossibile rinchiuderli in una sola griglia. Così il 36 combina il registro sapienziale con quello della supplica; il 52 contiene elementi sapienziali, ma anche i toni dell’invettiva e della requisitoria, del lamento personale e del ringraziamento; il 75 può essere annoverato tra i ringraziamenti, benché vi emerga la tematica della regalità di Jhwh e presenta elementi liturgico-profetici; il 95 e il 115 sembrano tradire un’origine liturgica senza che sia possibile specificare il tipo di liturgia; il 125 unisce il tono della supplica a quello della fiducia; il 126 è un Salmo di ringraziamento che diviene lamentazione e supplica; il 129 vede coabitare in sé i toni della supplica, della fiducia e del ringraziamento… E questo, che potrebbe essere verificato su molti altri Salmi, da un lato dice la precarietà dell’attribuzione di un Salmo a un determinato genere (mentre spesso si tratta piuttosto di giudicare la preponderanza di un tono rispetto a un altro), dall’altro attesta che i Salmi riflettono anzitutto la complessità e la non linearità della vita e della storia più ancora che la regolarità ingessata di forme e moduli letterari rigidi.

N.B.: Questo testo è solo una piccola parte dell’introduzione ai Salmi
curata da Enzo Bianchi e riportata nel volume citato più sopra.

Publié dans : BIBBIA. A.T. SALMI, Enzo Bianchi | le 10 mai, 2018 |Pas de Commentaires »

Acquasantiera

imm per itacquasantiera-22

Publié dans : immagini sacre | le 9 mai, 2018 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL BATTESIMO. 5: LA RIGENERAZIONE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2018/documents/papa-francesco_20180509_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUL BATTESIMO. 5: LA RIGENERAZIONE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 9 maggio 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi sul sacramento del Battesimo ci porta a parlare oggi del santo lavacro accompagnato dall’invocazione della Santissima Trinità, ossia il rito centrale che propriamente “battezza” – cioè immerge – nel Mistero pasquale di Cristo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1239). Il senso di questo gesto lo richiama san Paolo ai cristiani di Roma, dapprima domandando: «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?», e poi rispondendo: «Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). Il Battesimo ci apre la porta a una vita di risurrezione, non a una vita mondana. Una vita secondo Gesù.
Il fonte battesimale è il luogo in cui si fa Pasqua con Cristo! Viene sepolto l’uomo vecchio, con le sue passioni ingannevoli (cfr Ef 4,22), perché rinasca una nuova creatura; davvero le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove (cfr 2Cor 5,17). Nelle “Catechesi” attribuite a San Cirillo di Gerusalemme viene così spiegato ai neobattezzati quanto è loro accaduto nell’acqua del Battesimo. E’ bella questa spiegazione di San Cirillo: «Nello stesso istante siete morti e nati, e la stessa onda salutare divenne per voi e sepolcro e madre» (n. 20, Mistagogica 2, 4-6: PG 33, 1079-1082). La rinascita del nuovo uomo esige che sia ridotto in polvere l’uomo corrotto dal peccato. Le immagini della tomba e del grembo materno riferite al fonte, sono infatti assai incisive per esprimere quanto avviene di grande attraverso i semplici gesti del Battesimo. Mi piace citare l’iscrizione che si trova nell’antico Battistero romano del Laterano, in cui si legge, in latino, questa espressione attribuita al Papa Sisto III: «La Madre Chiesa partorisce verginalmente mediante l’acqua i figli che concepisce per il soffio di Dio. Quanti siete rinati da questo fonte, sperate il regno dei cieli».[1] E’ bello: la Chiesa che ci fa nascere, la Chiesa che è grembo, è madre nostra per mezzo del Battesimo.
Se i nostri genitori ci hanno generato alla vita terrena, la Chiesa ci ha rigenerato alla vita eterna nel Battesimo. Siamo diventati figli nel suo Figlio Gesù (cfr Rm 8,15; Gal 4,5-7). Anche su ciascuno di noi, rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo, il Padre celeste fa risuonare con infinito amore la sua voce che dice: «Tu sei il mio figlio amato» (cfr Mt 3,17). Questa voce paterna, impercettibile all’orecchio ma ben udibile dal cuore di chi crede, ci accompagna per tutta la vita, senza mai abbandonarci. Durante tutta la vita il Padre ci dice: “Tu sei il mio figlio amato, tu sei la mia figlia amata”. Dio ci ama tanto, come un Padre, e non ci lascia soli. Questo dal momento del Battesimo. Rinati figli di Dio, lo siamo per sempre! Il Battesimo infatti non si ripete, perché imprime un sigillo spirituale indelebile: «Questo sigillo non viene cancellato da alcun peccato, sebbene il peccato impedisca al Battesimo di portare frutti di salvezza» (CCC, 1272). Il sigillo del Battesimo non si perde mai! “Padre, ma se una persona diventa un brigante, di quelli più famosi, che uccide gente, che fa delle ingiustizie, il sigillo se ne va?”. No. Per la propria vergogna il figlio di Dio che è quell’uomo fa queste cose, ma il sigillo non se ne va. E continua a essere figlio di Dio, che va contro Dio ma Dio mai rinnega i suoi figli. Avete capito quest’ultima cosa? Dio mai rinnega i suoi figli. Lo ripetiamo tutti insieme? “Dio mai rinnega i suoi figli”. Un po’ più forte, che io o sono sordo o non ho capito: [ripetono più forte] “Dio mai rinnega i suoi figli”. Ecco, così va bene.
Incorporati a Cristo per mezzo del Battesimo, i battezzati vengono dunque conformati a Lui, «il primogenito di molti fratelli» (Rm 8,29). Mediante l’azione dello Spirito Santo, il Battesimo purifica, santifica, giustifica, per formare in Cristo, di molti, un solo corpo (cfr 1Cor 6,11; 12,13). Lo esprime l’unzione crismale, «che è segno del sacerdozio regale del battezzato e della sua aggregazione alla comunità del popolo di Dio» (Rito del Battesimo dei Bambini, Introduzione, n. 18, 3). Pertanto il sacerdote unge con il sacro crisma il capo di ogni battezzato, dopo aver pronunciato queste parole che ne spiegano il significato: «Dio stesso vi consacra con il crisma di salvezza, perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, siate sempre membra del suo corpo per la vita eterna» (ibid., n. 71).
Fratelli e sorelle, la vocazione cristiana sta tutta qui: vivere uniti a Cristo nella santa Chiesa, partecipi della stessa consacrazione per svolgere la medesima missione, in questo mondo, portando frutti che durano per sempre. Animato dall’unico Spirito, infatti, l’intero Popolo di Dio partecipa delle funzioni di Gesù Cristo, “Sacerdote, Re e Profeta”, e porta le responsabilità di missione e servizio che ne derivano (cfr CCC, 783-786). Cosa significa partecipare del sacerdozio regale e profetico di Cristo? Significa fare di sé un’offerta gradita a Dio (cfr Rm 12,1), rendendogli testimonianza per mezzo di una vita di fede e di carità (cfr Lumen gentium, 12), ponendola al servizio degli altri, sull’esempio del Signore Gesù (cfr Mt 20,25-28; Gv 13,13-17). Grazie.

 

Colossesi 3, 12

imm it

Publié dans : immagini sacre | le 7 mai, 2018 |Pas de Commentaires »

IL CUORE – SIMBOLI BIBLICI

http://www.paoline.it/blog/bibbia/1190-il-cuore-simboli-biblici.html

IL CUORE – SIMBOLI BIBLICI

Il termine cuore si riferisce principalmente alla persona nella sua totalità e non soltanto al cuore come sede dei sentimenti e dell’affetto. Il cuore è il luogo da dove scaturiscono pensieri, sentimenti intimi, progetti, razionalità, autenticità, comportamenti.
Nella Bibbia, infatti, con il cuore si pensa, si ascolta, si decide, si ama, si giudica, si ricorda, ci si relaziona. Il cuore può essere puro (cfr. Mt 5,8) e cercare Dio o doppio (cfr. Sal 12,3) che provoca comportamenti cattivi. Gesù esprime lapidariamente questa concezione con l’espressione: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,34). Anna, la madre del profeta Samuele esprime la gioia che inonda tutta la sua persona con le parole: «Il mio cuore esulta nel Signore» (cfr.1 Sam 2,1). Anche Dio, che è pienamente coinvolto nella storia del suo popolo, ha un cuore che lo determina positivamente: «Il mio cuore si commuove dentro di me» (Os 11,8).
Il cuore, in quanto interiorità, è spesso offuscato dall’apparenza esteriore, ma Dio lo vede senza inganno: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti, l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,7). Il salmista prega: «Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri» (Sal 138, 23). Il libro del Deuteronomio raccomanda di ricordare nel cuore e di meditare ciò che Dio ha fatto per il popolo (4,39) per non inorgoglire il cuore e dimenticare Dio. Invita a fissare i suoi precetti nel cuore (cfr. Dt 6,4.6; 8, 14-17). Molti passi biblici, in particolare i testi profetici ricordano che la fedeltà a Dio si realizzerà quando egli porrà nel loro intimo ‘un cuore nuovo’ capace di riconoscere Dio e di servirlo (cfr. Ger 31,33). La persona dal cuore vivo è incapace d’ipocrisia. Il salmista chiede a Dio di liberarlo dall’orgoglio del cuore che lo porterebbe a cercare cose superiori alle sue forze, ingannandosi (Sal 131,1). Il libro dei Proverbi consiglia di affidarsi a Dio con tutto il cuore più che alla propria intelligenza (cfr. Prov 3,5). Gesù proclama beati coloro il cui cuore è puro, rivolto, cioè, unicamente a Dio da cui dipende (Mt 5, 8) e rimprovera coloro avendo indurito il cuore non possono credere in lui. Dopo la sua risurrezione rimprovera la loro incredulità e durezza di cuore (Mc 16,1).
Gesù nel Nuovo Testamento spiega che il male come anche il bene hanno origine nel cuore: «Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (cfr. Mc 7,21-13). I pensieri nascono dal cuore e poi si formulano nella mente: «Perché pensate cose cattive nei vostri cuori» (Mc 2,26; cfr. Lc 1,51; Sal 140,3). Gesù si autodefinisce mite e umile di cuore (cfr. Mt 11,25-30) perché il suo essere profondo è incapace di imporsi con la violenza e le relazioni che egli stabilisce donano riposo e ristoro.

Da Sapere
Nei racconti dell’infanzia, Luca per tre volte afferma che Maria ‘conservava nel cuore queste cose’ e le meditava, indicando in lei la serva fedele che non dimentica le parole e gli eventi di Dio, anzi lasciandole depositare nel suo profondo (cuore) ha realizzato nella vita la parola di Dio ricevuta e amata (cfr. Lc 1, 66; 2,19; 2,61).
I verbi della fede sono collegati con la docilità del cuore come questi esempi evidenziano: amare (Dt 6,5); ricordare (Dt 4,9); ascoltare (cfr.1Re 3,8); osservare (Sal 119,34); cercare (Sal 27,8; 119,10); servire (Gs 22,5); lodare (Sal 86,12 ); convertirsi (Gl 2,13); custodire fedelmente (Sal 119, 68), valutare con saggezza (cfr. Sal 90,12).

Publié dans : BIBLICA - TEMI | le 7 mai, 2018 |Pas de Commentaires »

« Vi do un comandamento nuovo »

imm la mia e it

Publié dans : immagini sacre | le 4 mai, 2018 |Pas de Commentaires »

SESTA DOMENICA DI PASQUA – ANNO B – IL NUOVO COMANDAMENTO

http://www.pasomv.it/omelie/testiomelie/pasqua/#PB6

SESTA DOMENICA DI PASQUA – ANNO B – IL NUOVO COMANDAMENTO

Carissimi fratelli e sorelle,

siamo giunti alla sesta Domenica di Pasqua e siamo accompagnati, come sempre in questo tempo, da Giovanni, Apostolo ed Evangelista, che ci illumina con il suo Vangelo. Oggi continuiamo la lettura del capitolo 15 iniziato domenica scorsa con l’allegoria della “Vera Vite e dei suoi tralci” e della sua Lettera dell’Amore. Nelle poche righe che abbiamo ascoltato, Giovanni, tra Vangelo e Lettera, ha ripetuto 18 volte la parola “amore” o il verbo “amare”, invitandoci così a rimanere nel Suo amore. La nostra riflessione odierna non può quindi non essere orientata da questo amore approfondendo così anche quanto abbiamo detto nelle domeniche passate su questo argomento (e non è stato poco!)
Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto di come Pietro comprende che la nuova realtà della Chiesa fondata dal Risorto è qualcosa non di riservato a qualcuno, popolo o gruppo, bensì Essa è aperta ad ogni uomo. Sappiamo come questa apertura al mondo pagano sia stata tanto sofferta e combattuta negli inizi della cristianità, si tratta del passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento.
Oggi vogliamo chiederci, di fronte a questa parola così ripetuta da Giovanni qual è l’originalità cristiana del comandamento dell’amore in confronto a quell’amore che veniva comandato dal Vecchio Testamento. Infatti tutte le leggi e i comandamenti del Vecchio Testamento, sappiamo bene, potevano e possono essere riassunte semplicemente ed efficacemente da quell’unico riassuntivo: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso » – Lc 10,27.
Gesù è venuto poi non per abolire la Vecchia Legge di Dio: “Non son venuto per abolire, ma per dare compimento” – Mt 5,17. Gesù è venuto per dare “compimento”, cioè realizzazione piena di quelle indicazioni amorose del Padre per i suoi figli che sono espresse nei suoi Dieci Comandamenti.
I Dieci Comandamenti erano la base costitutiva del vecchio popolo di Dio che si riconosceva come tale in quanto viveva quelle norme ricevute da Dio. Vivere i comandamenti di Dio per il popolo ebreo non era semplicemente un’osservanza giuridica esteriore, era un fatto d’amore. Con Dio aveva infatti un rapporto di amore: era stato scelto da Dio, amato da Dio e doveva rispondere a questo amore. Il Signore stesso attraverso Mosè propone al popolo quest’Alleanza libera d’amore: il popolo è libero di scegliere se amare o no il suo Dio, quegli uomini erranti nel deserto diverranno “popolo di Dio” accettando la sua offerta d’amore sulla base dell’esperienza di essere stati da Lui liberati dalla schiavitù (cfr. Es 24,1-11). Accettando l’offerta d’amore di Dio, il popolo s’impegna a ricambiarLo osservando e vivendo i suoi comandamenti che abbiamo riassunto in quell’unico “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5) e “il prossimo come te stesso”(Lv 19,18)
Ora cerchiamo di andare in profondità. Se l’osservanza dei comandamenti di Dio significa l’espressione concreta dell’amore dell’uomo per Dio e per il prossimo e se Gesù nel Nuovo Testamento non è venuto ad abolire nulla di questi comandamenti, ma continua ad invitarci ad osservarli, quale sarà lo specifico cristiano? Quale sarà la pecularietà del popolo del Nuovo Testamento? Questa pecularietà non potrà consistere nel comandamento dell’amore in sé perché l’amore era già comandato dal Vecchio Testamento, come è stato detto.
Dunque una vita cristiana improntata tutta sul dovere dell’amore verso Dio e verso il prossimo espresso dall’osservanza dei Dieci Comandamenti, non ha nulla di specificamente cristiano. L’insistenza sul dovere di osservare i comandamenti ci accomuna non solo agli Ebrei che sono fermi al Vecchio Testamento, ma anche ad ogni uomo che porta scritta nel cuore quella legge di Dio di amarLo e di amare tutti. Viviamo quindi il rischio oggettivo di dirci di essere membri del popolo del Nuovo Testamento e di non avere nulla di nuovo e di diverso da coloro che non hanno accolto Gesù o non lo conoscono. Forse sarà anche per questo perché tanti cristiani – purtroppo! – parlano della fede come un “credere a Qualcosa” e non tanto in “credere in Qualcuno che mi ha amato e dato se stesso per me” (cfr. Gal 2,20).
Lo specifico, dunque, che fa di me un cristiano, che fa di ciascuno di voi dei cristiani non sarà quindi il fatto che ciascuno di noi osserva i Dieci Comandamenti così come li osservano gli Ebrei e molta brava gente nel mondo che vive la legge di Dio conosciuta nel cuore, no, non è questo il nostro specifico.
Il nostro specifico cristiano è pensare, vivere, relazionarsi, amare come Gesù ha pensato, vissuto, si è relazionato, ha amato. Proprio nel Vangelo che abbiamo ascoltato Gesù ci ha detto: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come Io vi ho amati” (Gv 15,12): Amare come Lui, amare come Gesù! Il contesto da cui è stato estratto questo brano è quello immediatamente successivo all’Ultima Cena. In questa circostanza Gesù parlerà espressamente ai suoi Apostoli di un “suo comandamento” che chiama anche “nuovo”: “Amare come Lui ci ha amati”. Gesù stesso è quindi la novità del “nuovo comandamento”, non si tratta cioè di conoscere e mettere in pratica delle norme, ma di conoscere una Persona, Gesù Cristo, e impegnarsi a vivere in quelle linee su cui si è distesa la sua vita terrena: “Come Lui ci ha amati!”.
Ora, possiamo identificare quel “come”, cioè quella modalità peculiare di “come” Gesù ci ha amato in quel “compimento” della legge mosaica realizzato da Gesù e di cui Lui stesso – come abbiamo visto – ne ha parlato: “… sono venuto per dare compimento” (Mt 5,17). Dunque noi suoi seguaci siamo chiamati a realizzare nelle nostre persone questo compimento perfetto dei comandamenti del Padre sulla scia di Gesù. Per cui, scrutando la vita di Gesù per cogliere le modalità di questo suo compimento perfetto della volontà del Padre vediamo come esso si manifesta in tutto ciò che Egli ha fatto, detto, subito, vissuto, esperimentato, ma in modo particolarissimo si manifesta con luce sfolgorante nella sua morte di Croce.
Gesù crocifisso è l’espressione più alta di ogni possibile amore al Padre, perché Gesù è mandato dal Padre a morire sulla croce, volontà divina che farà tremare e sudar di sangue l’umanità di Gesù, vero Dio e vero uomo che nell’Orto degli Ulivi si è immerso liberamente e pienamente in quel calice amaro offertoGli dal Padre nonostante che Lui chiedesse che passasse lontano da sé (cfr. Lc 22,39ss).
Gesù crocifisso è l’espressione più alta di ogni possibile amore all’umanità perché ciò che inchioda Gesù a quella croce non è solo l’amore per il Padre, ma anche, o meglio in quell’amore per il Padre, l’amore per tutta l’umanità, tutta e ciascun membro di essa. Gesù, infatti, “vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (Ef 5,2), Gesù “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).
Se è così, ed è cosi, ogni cristiano che vuole essere tale non solo di nome o perché ha ricevuto qualche Sacramento, deve sforzarsi per quanto può di conoscere Gesù in profondità, la sua mentalità, i suoi modi di ragionare, di relazionarsi con gli altri, il suo modo di vivere e di essere. Senza questa conoscenza viva di Gesù, della sua Persona, dei suoi affetti, dei suoi sentimenti (cfr. Fil 2,5) e soprattutto senza una conoscenza profonda di quell’amore che Lo ha inchiodato alla croce, nessuno può dirsi in verità suo discepolo.
Questo è l’impegno unico che abbiamo preso quando abbiamo ricevuto il Battesimo: vivere come Gesù, ragionare come Gesù, amare come Gesù. Per questo non può esistere un cristiano tranquillo che si sente a posto perché “non ammazza, non ruba, non fa del male a nessuno”! Ogni vero cristiano è una persona sempre e perennemente in crisi perché ogni giorno si confronta con Gesù e con quell’amore con cui è stato amato, ogni giorno si chiede se ha corrisposto a quell’amore ricevuto gratis, e se quindi ha saputo amare gratis chi in quel giorno ha incrociato il suo cammino.
Certamente nessuno di noi potrà mai amare il Padre e i fratelli con quell’intensità d’amore e di perfezione che ebbe e che ha Gesù, ma ciascuno di noi può, così com’è nella sua piccolezza, fragilità e povertà lasciarsi coinvolgere dal dinamismo intrinseco di quell’amore che ha condotto Gesù a dare la sua vita per noi. Si tratta allora di scoprire le modalità intrinseche della dinamica della vita di Gesù, quali sono state le linee interiori di crescita, di sviluppo, di maturazione umana (cfr. Lc 2,52) con cui Egli ha vissuto la sua esistenza in mezzo a noi, perché possiamo acquisirle ed assimilarle per la realizzazione di un’autentica nostra vita cristiana.
E allora, se sapremo leggere bene nella vita di Gesù troveremo quella legge interiore che Lo ha sempre mosso e condotto in una direzione ben precisa, si tratta di delineare quel “come”, quella modalità particolare con cui Egli, il Verbo incarnato, ci ha amato. Scopriremo così che l’intimo dinamismo della vita di Gesù ha un nome particolare che in greco si chiama “kénosi”, abbassamento, spogliazione, umiliazione. Infatti, Egli, “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9).”Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,6-8).
Si tratta dunque di un “come” difficile, alto, esigente, ma è l’unica modalità di vita che può dare al nostro cuore fatto per amare, pace vera. “Dio è Amore” ci ha detto Giovanni e noi siamo stati creati da Dio “a sua immagine e somiglianza” (Gen 1,26), se Dio quindi è AMORE PER ESSENZA, noi siamo AMORE PER PARTECIPAZIONE e la nostra stessa intima struttura tutta, le fibre più interiori del nostro essere persone umane e tutte le nostre dimensioni personali sono state create da Dio per amare e sono violentemente frustrate se non amano nella verità.
Siamo creati per amare e ogni nostra infelicità ha la sua causa nascosta nella nostra incapacità di amare. Salvandoci, il Verbo Eterno di Dio ci libera anche da questa incapacità donandoci il suo Spirito e con Esso la sua stessa capacità di amare, il suo stesso Cuore. Lo Spirito realizza così l’antica profezia di Ezechiele: “Toglierò dal loro petto il cuore di pietra ed darò loro un cuore di carne” (Ez 11,19).
Certamente come ogni trapianto non è indolore e non è esente da crisi di rigetto da parte dell’uomo vecchio (cfr. Col 3,9): è un trapianto che richiede del tempo, che non si realizza in un attimo, ma in un lungo cammino di conversione che si identifica in un cammino di amicizia con Gesù. Sì, di amicizia, amicizia intima con Lui che ci ha scelti come “amici”, ci ha scelti Lui, non siamo stati noi a sceglierLo, ci ha scelti Lui perché Lui vuole la nostra amicizia, vuole stare con noi (cfr. Mc 3,14). E sarà lì, nell’intimità con Gesù nella preghiera, in quel tempo che sapremo donare a Chi ci ha donato tutto, che Lui c’insegnerà i segreti del suo amore, ci insegnerà come si ama, cioè come si dona la vita, come si fa a tenere ferme le mani, fermi i piedi quando vengono trafitti, ci insegnerà come fare ad avere il cuore sempre aperto per tutti e chiuso per nessuno, ci insegnerà a stare fermi sulla croce, anche quando vorremmo fuggire e scendere giù da essa è così tanto facile! Ci insegnerà a dare la vita e ci farà capire che solo un amore così è degno di questo nome, perché un amore che non sa dare la vita non è autentico e vero.
In questo cammino in cui impariamo ad amare come Gesù, dobbiamo aver pazienza con noi stessi e tanta umiltà e mai stancarci ogni giorno di rialzarci dalle nostre cadute nel non-amore, e quando – finalmente! – avremo ben capito che Lui ci ama proprio senza alcun nostro merito, allora e solo allora Lui ci darà la gioia di poter amare fino in fondo come Lui ci ha amato.
La Vergine Maria, nostra Madre e Maestra, interceda per noi perché possiamo presto realizzare e esperimentare una nuova e più grande capacità di amare. Amen.

 

12345...1131

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31