La fuga in Egitto

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PAPA FRANCESCO – UMILI PER GUARIRE

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PAPA FRANCESCO – UMILI PER GUARIRE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 7 febbraio 2019

Il cristiano deve imparare la «saggezza delle carezze di Dio»: avere l’umiltà di «aprire il cuore per essere guarito dal Signore» e altrettanta umiltà e delicatezza per guarire il fratello che gli sta accanto, che ha bisogno del suo aiuto, di «un consiglio», di una «buona parola». Ed è proprio così che si costruisce una «comunità cristiana».
È la riflessione che Papa Francesco ha sviluppato durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 7 febbraio. Commentando il brano del vangelo di Marco (6, 7-13) nel quale Gesù «invia i suoi discepoli per guarire», il Pontefice ha sottolineato come Gesù stesso sia «venuto al mondo per guarire, guarire la radice del peccato in noi».
Un guarire, quello di Gesù — ha spiegato il Papa — che è un «ricreare». Gesù, infatti «ci ha ricreato dalla radice e poi ci ha fatto andare avanti con il suo insegnamento, con la sua dottrina, che è una dottrina che guarisce».
Il maestro, quindi, invia i dodici «a guarire». Ma prima di tutto diede un comando: «Ordinò loro [...] e loro proclamarono che la gente si convertisse». È un particolare sul quale Francesco si è immediatamente soffermato: «La prima guarigione — ha detto — è la conversione nel senso di aprire il cuore perché entri la Parola di Dio». Infatti «convertirsi è guardare da un’altra parte, convergere su un’altra parte. E questo apre il cuore, fa vedere altre cose. Ma se il cuore è chiuso non può essere guarito». È come nella vita quotidiana: «Se qualcuno è ammalato e per tenacia non vuole andare dal medico, non sarà guarito».
Perciò il Signore raccomanda ai discepoli innanzitutto: «Convertitevi, aprite il cuore». È questo il primo insegnamento che il Papa ha tratto dalla lettura del vangelo del giorno. Seppure «noi cristiani facciamo tante cose buone», ma «il cuore è chiuso», quelle buone azioni sono solo una facciata: «è tutta vernice di fuori, che alla prima pioggia sparirà». Bisogna invece «aprire il cuore». E porsi questa domanda: «Io sento questo invito a convertirmi, aprire il cuore per essere guarito, per trovare il Signore, per andare avanti?».
Proseguendo nella meditazione il Pontefice ha spostato l’attenzione dall’atteggiamento che ogni cristiano deve avere nei confronti di se stesso — la disponibilità ad «aprire il cuore» — a quello da portare avanti nei confronti degli altri. E lo ha fatto riprendendo la lettura del brano evangelico, nel quale si narra che i dodici, «partiti, proclamarono che la gente si convertisse». Una missione, ha spiegato Francesco, per la quale ci voleva «autorità». Ed è stato lo stesso Gesù a indicare come essi avrebbero guadagnato quell’autorità: «non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro…”. Niente. La povertà».
Si tratta di un dettaglio fondamentale per definire la figura dell’apostolo che, ha detto Francesco, è come «il pastore che non cerca il latte delle pecore, che non cerca la lana delle pecore». Anche sant’Agostino, ha ricordato, usò il medesimo paragone specificando che «quello che cerca il latte, cerca i soldi e che a quello che cerca la lana, piace vestirsi con la vanità del suo mestiere. È un arrampicatore di onori». Questo, ha rimarcato con decisione il Papa, non è l’apostolo: «No, no, no, niente: povertà, umiltà, mitezza».
Umiltà e mitezza richieste dallo stesso Gesù ai dodici ai quali raccomanda di non litigare: «Se non vi ricevono andate da un’altra parte!». Un atteggiamento approfondito dal Pontefice per far emergere consigli utili anche oggi: «Se un apostolo, un inviato, qualcuno di noi — ne siamo tanti di inviati qui —, va un po’ col naso in su, credendosi superiore agli altri o cercando qualche interesse umano o — non so — cercando posti nella Chiesa, non guarirà mai nessuno, non sarà riuscito ad aprire il cuore di nessuno, perché la sua parola non avrà autorità».
L’autorità, infatti, viene dal seguire «i passi di Cristo» che sono ben chiari: «La povertà. Da Dio si è fatto uomo! Si è annientato! Si è spogliato! La povertà che porta alla mitezza, all’umiltà». Come Gesù «umile», ha detto il Pontefice, andava «per la strada per guarire», così un apostolo «con questo atteggiamento di povertà, di umiltà, di mitezza, è capace di avere l’autorità per dire: “Convertitevi”, per aprire i cuori».
Questo atteggiamento, ha spiegato Francesco, si riscontra non solo nell’intenzione iniziale, ma anche nei gesti. I dodici infatti, si legge nel vangelo, «Scacciavano molti demoni», avevano «l’autorità di dire: “No, questo è un demonio! Questo è peccato. Questo è un atteggiamento impuro! Tu non puoi farlo». Ma, ha sottolineato il Papa, potevano farlo «con la mitezza e con l’autorità del proprio esempio, non con l’autorità di uno che parla da su ma non è interessato alla gente. Quella non è autorità: è autoritarismo». E davanti all’umiltà, «davanti al potere del nome di Cristo con il quale l’apostolo fa il suo mestiere se è umile, i demoni fuggono», perché i demoni «Non tollerano, che si guariscano i peccati».
E i dodici guarivano non solo lo lo spirito, ma anche il corpo: «ungevano con olio molti infermi e li guarivano». Un gesto altamente significativo quello dell’unzione. Ha sottolineato il Pontefice: «L’unzione è la carezza di Dio».
La simbologia dell’olio è profonda: «l’olio è sempre una carezza, sempre. Ti ammorbidisce la pelle, ti fa stare meglio; l’olio è carezza» del Signore. E così, ha spiegato Francesco, «gli inviati, gli apostoli, devono imparare questa saggezza delle carezze di Dio». Allo stesso modo, ha continuato, «un cristiano guarisce, non solo un sacerdote, un vescovo, ma anche un cristiano. Ognuno di noi ha il potere di guarire se prende questa strada». Così si può «guarire il fratello, la sorella con una buona parola, con la pazienza, con un consiglio a tempo, con uno sguardo, ma come l’olio, umilmente».
Ecco allora riassunta la duplice prospettiva dell’omelia del Pontefice: «Tutti noi abbiamo bisogno di essere guariti, tutti; perché tutti abbiamo malattie spirituali, tutti»; ma, allo stesso tempo, «abbiamo la possibilità di guarire gli altri, ma con questo atteggiamento». Un atteggiamento da chiedere nella preghiera: «Che il Signore ci dia questa grazia di guarire come guariva Lui: con la mitezza, con l’umiltà, con la forza contro il peccato, contro il diavolo e andare avanti in questo bella missione di guarirci fra noi, perché tutti possiamo dire: “Io guarisco l’altro e mi lascio guarire dall’altro”. Perché, ha concluso il Papa, «questa è una comunità cristiana».

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LA NATURA NON È ALTRO CHE UNA POESIA ENIGMATICA (Michel Eyquem Montaigne)

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LA NATURA NON È ALTRO CHE UNA POESIA ENIGMATICA (Michel Eyquem Montaigne)

Mentre le montagne si tingono di infuocati colori ed i nudi tronchi neri degli alberi iniziamo a spogliarsi ai primi rigori autunnali, mentre le brune terre appena sovesciate incominciano a ricoprirsi di bianca brina e le rondini sono ormai partite per terre più calde, esplode la magica poesia della natura.
Un canto enigmatico, incomprensibile per chi, abituato alle distese di cemento, per un attimo abbandona le chiassose città per un fisico contatto con la natura.
Non avete mai provato ad andare in un bosco nel periodo autunnale.
È un luogo incantato ed incantevole, uno spazio senza tempo, un meraviglioso microcosmo nel quale si concentra miracolosamente ogni rima della natura in una danza armonica guidata da una sublime sinfonia suonata dal leggero scricchiolio dei rami al passaggio di uno scoiattolo, dal leggero volteggiare delle doglie mezze brune e mezze arancioni nella tiepida aria illuminata da un raggio di sole che vibra tra le invisibili tele dei ragni bagnate di rugiada per illuminare la castagna appena rotolata fuori dallo spinoso riccio.
Un mondo nel quale è semplice capire perché abbia dato vita a migliaia di fiabe e leggende sui muschiosi elfi, gli scaltri folletti, i paciosi gnomi, le eteree fate e le pure ninfe.
Esseri semplici, naturali, timidi e schivi che, ci sembra sempre di intravvedere tra i secolari tronchi rivestiti di muschio ed il frusciante manto di foglie che ricopre il fumante terreno.
Una poesia per molti impossibile da pronunciare perchè, scritta nella lingua del mistero della natura, che, da tempo, hanno scordato.
Una poesia difficile da leggere e decriptare, che solo un esperto e raffinato animo può scovare e decifrare, perché è preziosa ed, ai più, invisibile come i carnosi porcini che tutti cercano ma solo chi è in simbiotica inimità con la natura, riesce a rinvenire.
Un’ode intensa come il cangiante alternarsi di rossi, gialli e neri delle foglie e dei tonchi, sferzate di pura energia che, sfrecciando dentro gli occhi, scorrono dirette nelle molli cavità del cuore creando ineffabili emozioni.
Una sinestesia di delicati profumi di legno, di muschio, di acqua, di bosco che si imprime nella mente trascinandoci in un vortice di ricordi di esperienze mai compiute, di luoghi che popolano le nostre fantasie sin dalla tenera età, che ci parlano in una lingua ignota alla mente ma eloquente per l’anima.
È la lingua della natura, è la poesia della vita, è il palpito delle emozioni, è il fulcro della serenità e della felicità.
In uno scenario tanto idilliaco non c’è nulla di più avvilente e triste di quando incontriamo qualcuno di dissonante, di assordante.
Quando il sottile filo magico dell’atmosfera che impregna il bosco è violentemente spezzato dal suono di un cellulare, dal grido sguaiato di persone irriverenti, rapaci e violente che disprezzano e dissacrano le morbide rime della natura deturpandole con la loro miserrima supponenza, con i loro arroganti atteggiamenti, i loro vili comportamenti ed i loro rifiuti assassini.
Il dolce canto della natura, la sua enigmatica poesia, improvvisamente scompaiono, lasciando il vuoto, lasciando il nulla: allora i tronchi spogli paiono cadaveri d piante devastate dalle piogge acide, le scricchiolanti foglie si tramutano nella mesta testimonianza di una vita spezzata, le leggere nebbioline diventano inquietanti profluvi di anime disperate.
La magia della natura, il suo estasiante canto scompare, si nasconde per non venire profanato, si ritira, si chiude come un piccolo riccio intimorito dalla cattiveria di chi lo ferisce cercando di costringerlo ad aprirsi, solo per il gusto sadico di vederlo soffrire. Ma se ci mettiamo in silenzio, se cerchiamo di ascoltare con le orecchie, con il cuore, con lo spirito, con la mente, con la nostra energia vitale, l’infinita poesia della natura in un bosco, se impariamo a sintonizzarci sulle sue inafferrabili frequenze ultra-sensibili, possiamo esperire un indescrivibile senso di appagamento, di pienezza, di forza, di vitalità che ci pervade e ci sorregge, che ci dona la serenità e la quiete, una carica di benessere ed una profonda, genuina, potente, ineguagliabile felicità tanto difficile da afferrare quanto impossibile da scordare e sradicare. Ciò è possibile, però, solo se abbiamo l’umiltà di metterci all’ascolto, solo se riusciamo a spogliarci delle nostre supponenze e dei nostri pre-giudizi e ci lasciamo andare al nostro animo, se riusciamo ad immetterci nel ribollente flusso emanato dal cuore del bosco, dal cuore della natura, e se troviamo il coraggio di affidarci alla nostra sensibilità ed alla nostra empatia.

Publié dans : natura e poesia | le 5 février, 2019 |Pas de Commentaires »

La scala di Giacobbe

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Publié dans : immagini sacre | le 4 février, 2019 |Pas de Commentaires »

CHE LA TERRA TI SIA LIEVE, RAV TOAFF

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CHE LA TERRA TI SIA LIEVE, RAV TOAFF

DI ALFREDO DE GIROLAMO E ENRICO CATASSI – LUNEDÌ 20 APRILE 2015

Si è spenta alla soglia dei cento anni una luce, quella di un grande italiano. Uno dei più illuminati personaggi dello scorso secolo. Era Elio Toaff. Rabbino capo per mezzo secolo della comunità ebraica di Roma. È stato uno dei più illustri toscani del secolo breve.
Nato e cresciuto a Livorno. Laureato a Pisa. Partigiano in Versilia. Religioso e antifascista. Nel dopoguerra ebbe il difficile e lungo compito di “ricostruire” i rapporti tra ebrei e cristiani in Italia, riportando nella comunità ebraica italiana la fiducia per il Paese che con l’introduzione delle scellerate leggi razziali e l’abominio dell’alleanza con i nazisti aveva tradito e abbandonato i propri cittadini di fede israelita.
Uomo del dialogo. Seppe, tra difficoltà politiche e culturali, aprire un nuovo capitolo della storia dell’ebraismo italiano. Fu lui ad organizzare (volere) la visita storica del Pontefice Giovanni Paolo II nella Sinagoga di Roma, quel gesto è il riconoscimento inequivocabile, dopo duemila anni, della fine dell’ostracismo, ottuso e antisemita, della chiesa nei confronti degli ebrei. Non mancò talvolta di essere critico nei confronti della politica, sia di quella italiana che israeliana. Per noi resta un esempio morale, un maestro che sapeva diffondere serenità e pace. Delle tante cose che si sono scritte e dette di Elio Toaff, tra tutte merita ricordare a pochi giorni del 25 aprile, quelle pronunciate da lui stesso il 19 ottobre del 2006, in Sapienza a Pisa prima di ricevere il “Campano d’Oro”, conferito dall’Associazione dei laureati dell’Ateneo pisano, dove volle ricordare Lorenzo Mossa, il docente che gli consentì di laurearsi nonostante le leggi raziali. Di seguito le parole pronunciate a braccio da Elio Toaff.
“Sono veramente molto commosso per la manifestazione di stima e di affetto che avete voluto concedermi. Io non so come potrei contraccambiare questo sentimento che voi oggi mi fate sentire così caldo e così pieno di stima e allora vi dirò che, entrando nell’Università in cui ho passato momenti felici e anche momenti dolorosi, ho rivissuto l’atmosfera indefinibile che nell’Università di Pisa si sente, che è ancora qualche cosa di vivo, qualche cosa che mi sorprende per la profondità del sentimento. Quando sono entrato in questo luogo, dico la verità, non avevo provato niente che mi attirasse, che risvegliasse qualche cosa nel mio intimo, che veramente mi facesse sentire a casa mia. Ho sbagliato: perché poco dopo mi sono sentito a casa mia, ho sentito veramente, attraverso le vostre espressioni e l’applauso che mi avete tributato, che c’è qualche cosa che ci lega, come il ricordo del professor Lorenzo Mossa, a cui debbo molto. Nel 1938 nessuno voleva assegnarmi la tesi di laurea e quindi non avrei potuto laurearmi. Allora il professor Mossa mi invitò a casa sua e mi chiese: ‘Lei ha abbastanza coraggio?’. Risposi: ‘Penso di sì’. Allora Mossa propose: ‘Guardi, potrebbe fare una tesi sul conflitto legislativo in Palestina fra la legislazione ottomana, quella inglese e quella ebraica’. Io accettai e così feci la mia tesi di laurea. Alla discussione, con Mossa, c’erano un altro professore di cui non ricordo il nome e il presidente della commissione Cesarini Sforza. Mossa mi presentò dicendo che avrei parlato di un paese che si stava avviando ad avere un destino felice e continuò su questo tono. A un certo punto, Cesarini Sforza si tolse la toga, la gettò sul tavolo e se ne andò. Io guardai stupito Mossa, non sapendo come si potesse procedere, e lui reagì a quello sguardo dicendo: ‘Vabbé, si farà in due, è lo stesso’. Così continuammo la discussione della tesi di laurea e alla fine lui mi propose: ‘Guardi 110 non glielo posso dare, si accontenta di 105?’. ‘Anche troppo’, replicai io. E lui: ‘Allora le darò 103!’. Accettai felice.
Questi sono ricordi che non si possono cancellare e che si conservano per tutta la vita, finendo per far parte della stessa personalità di un individuo. Per questo debbo riconoscere che entrando in questa Università – ma non in quest’Aula dove non ero mai stato perché mi tenevano fuori – ho sentito risvegliare qualcosa in me, cioè il ricordo di quegli insegnanti che, al di là di ogni pregiudizio razziale, mi avevano trattato come tutti gli altri allievi. Una volta, quando andavo dal professor Mossa, gli raccontai quello che mi era capitato durante il viaggio che facevo da Livorno per venire all’Università a Pisa. Alcuni giovani fascisti mi avevano fermato, mi avevano fatto distendere in uno scompartimento, mi avevano spogliato e avevano scritto delle frasi ingiuriose sulla mia pancia. Gli mostrai le scritte e lui ribattè: ‘Non lo cancelli! Si faccia fotografare, perché questo oltraggio deve rimanere per dimostrare fino a che punto si può arrivare con la politica’.
Era questa la politica che il fascismo insegnava ai giovani e questo il modo con cui essi dovevano comportarsi con gli ebrei. Bene, io possiedo ancora quella fotografia, perché mi sono sempre detto che non avrei mai dovuto dimenticare. In questo mio breve ricordo, posso però aggiungere un episodio di segno opposto, legato al custode della Sapienza. Un giorno mi vide entrare e poco dopo mi affrontò chiedendomi di seguirlo. ‘Venga con me e non faccia discorsi’, disse con tono perentorio. Mi portò in uno stanzino, mi chiuse all’interno con le chiavi e mi disse: ‘Le spiegherò’. Solo dopo un’ora il custode si decise finalmente a riaprire. ‘Non mi ringrazia nemmeno?’, chiese. Veramente io non vedevo alcuna ragione per ringraziarlo di avermi rinchiuso in uno sgabuzzino. Ma lui si spiegò: ‘lo sa perché l’ho rinchiusa? C’erano quattro fascisti che erano venuti a prenderla’. Fu una dimostrazione di fratellanza che non mi sarei aspettato e debbo dire che nel dopoguerra ho avuto modo di sdebitarmi con lui. Il custode era ormai anziano, aveva lasciato il posto di lavoro e se la passava male, così cercai di fare in modo che se la passasse un po’ meglio.
In conclusione voglio ringraziarvi per avermi dato la possibilità di ricordare pezzi della mia vita qui con voi, in modo semplice e immediato, senza fare un discorso con la ‘d’ maiuscola. Ho solo voluto parlare come uso fare di solito, senza salire in cattedra, cercando di arrivare con quelle espressioni che, uscendo dal cuore, entrano nel cuore”. Che la terra ti sia lieve Rav Toaff.

 

Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi

Publié dans : Ebraismo: Autori, EBRAISMO: RABBINI | le 4 février, 2019 |Pas de Commentaires »

Presentazione del Signore

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Publié dans : immagini sacre | le 1 février, 2019 |Pas de Commentaires »

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE OMELIA (02-02-2019)

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE OMELIA (02-02-2019)

Movimento Apostolico – rito romano
I miei occhi hanno visto la tua salvezza

Perché lo Spirito Santo muova di noi cuore, mente, desideri, volontà, anima, spirito, corpo, bocca, orecchi, mani, ogni cellula del nostro essere, è necessario che dimoriamo nella Legge del Signore. La sua azione è sempre duplice: dal peccato prima deve condurci nella grazia, dalla disobbedienza all’obbedienza, dalla morte alla vita. Solo dopo può prendere la nostra vita nelle sue mani e condurla secondo la divina volontà. Ma perché Lui possa condurci, muoverci, spingerci è obbligatorio per noi crescere in grazia e verità. Il peccato ci fa massi di piombo. Siamo inamovibili. La grazia ci rende come foglie secche. Possiamo rimanere sulle ali del vento dello Spirito Santo. Più si cresce in grazia e in sapienza e più la nostra resistenza viene meno. Gesù è stato condotto fin sulla croce, perché la sua crescita nell’obbedienza è stata al massimo delle umane possibilità. Simeone è uomo giusto, vive nel timore del Signore, ama la Legge del suo Dio. Ad essa ha consacrato la sua vita. Anche Maria e Giuseppe amano la Legge del loro Dio. La osservano in ogni loro precetto. Lo Spirito Santo può muovere gli uni e gli altri. Può far sì che si incontrino nel tempio del Signore. Si vive nella Legge, ci si incontra nella casa di Dio, per cantare la sua verità, il suo amore, la sua giustizia, la sua grande misericordia. Questo avviene sempre quando si dimora nella Legge del Signore. Quando invece si è fuori, lo Spirito non può operare e nessun incontro potrà mai avvenire. Chi è fuori della Legge non conosce lo Spirito di Dio.
Simeone mandato dallo Spirito di Dio nel tempio, vede con gli occhi dello Spirito Santo il Bambino che Maria porta tra le braccia. Lo riconosce con la sapienza dello Spirito che è nel suo cuore. Parla di Lui con la bocca dello Spirito che si fatta sua bocca. Il Figlio di Maria è la luce che Dio ha mandato nel mondo perché le genti fossero illuminate sul suo vero mistero. Non c’è vera conoscenza di Dio se non nella luce che è Cristo Gesù. Non si tratta di una luce che emana da Cristo, come la luce che viene emanata dal sole. Conosce il Padre chi diviene con Cristo un solo corpo, una sola vita, una sola luce. Chi non diviene luce di Cristo nella luce di Cristo mai potrà conoscere il mistero del Padre. Cristo e il Padre sono un solo mistero. Cristo è nel mistero del Padre, conosce il Padre. Il cristiano è nel mistero di Cristo, conosce Cristo, conosce il Padre. Cristo è la luce del Padre. Conosciamo il Padre se siamo luce di Cristo.
Madre di Dio, Angeli, Santi, fateci luce per illuminare dalla e nella luce di Cristo.
egge non conosce lo Spirito di Dio.

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

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 Bernardo Strozzi, Elia e la vedova di Sarepta

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

Gesù, profeta perseguitato
Enzo Bianchi

Il brano evangelico odierno è il seguito di quello di domenica scorsa (cf. Lc 4,14-21). Siamo sempre nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù è stato allevato e dove era tornato all’inizio della sua predicazione in Galilea. Partecipando al culto sinagogale in giorno di sabato, Gesù ha ascoltato la lettura della Torah e, invitato a leggere la seconda lettura tratta dal profeta Isaia (cf. Is 61,1-2), ha fatto un commento, un’omelia sintetizzata da Luca nelle parole: “Oggi si è realizzata questa Scrittura (ascoltata) nei vostri orecchi”.
Ed ecco la reazione dell’uditorio: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Con la sua omelia Gesù ha colpito l’uditorio, ha saputo destare l’interesse e la meraviglia perché le sue erano anche “parole di grazia” (lógoi tês cháritos). Come il Messia del salmo 45, Gesù è lodato perché “la grazia è sparsa sulle sue labbra” (v. 3). Potremmo dunque dire che la prima predicazione di Gesù al ritorno nel suo villaggio d’origine inizialmente è stata un successo.
Ma il racconto subisce una svolta improvvisa. Quelli che hanno appena approvato e “applaudito” Gesù dicono: “Costui è il figlio di Giuseppe, il carpentiere che ben conosciamo come nostro concittadino. È un uomo, nient’altro che un semplice uomo ordinario, nulla di più!”. Le parole di Gesù hanno meravigliato quella gente, ma egli non pretende nulla, e soprattutto non pretende di avere autorità. Il messaggio che egli ha dato è buono – pensano gli abitanti di Nazaret – ma è il messaggio di un uomo ordinario, come lo si vedeva e lo si poteva descrivere conoscendo bene suo padre Giuseppe. L’entusiasmo e la meraviglia non conducono alla fiducia in Gesù, perché i presenti non si accontentano di parole: occorrono segni, miracoli per avere autorità ed essere riconosciuti
Gesù, conoscendo i pensieri del loro cuore (cf. Gv 2,24-25), passa all’attacco duro, frontale. Non evita il conflitto, non lo tace, ma anzi lo fa esplodere. “Certamente” – dice – “alla fine dei vostri ragionamenti vi verrà in mente un proverbio: ‘Medico, cura te stesso’. Ovvero, se vuoi avere autorità e non solo pronunciare parole, fa’ anche qui a Nazaret, tra quelli che conoscono la tua famiglia, ciò che hai fatto a Cafarnao!”. È una tentazione che Gesù sentirà più volte rivolta a sé: qui tra i suoi, più tardi a Gerusalemme (cf. Lc 11,16) e infine addirittura sulla croce (cf. Lc 23,35-39). È la domanda di segni, di azioni straordinarie, di miracoli: ma tutta la Scrittura ammonisce che proprio questo atteggiamento è il primo atteggiamento degli uomini religiosi che rifiutano Dio. Sempre “gli uomini religiosi chiedono segni” (cf. 1Cor 1,22)… In verità a Cafarnao Gesù aveva compiuto azioni di liberazione da malattia e peccato, ma queste erano, appunto, soltanto “segni” per manifestare la sua volontà: la liberazione da tutti i mali, la liberazione per tutti, come Gesù ha appena letto nel profeta Isaia.
Di fronte a questo repentino cambiamento di umore dell’uditorio nei suoi confronti, Gesù pronuncia alcune parole cariche di mitezza e, insieme, di rincrescimento, parole suggerite dalla sua assiduità alle Scritture, soprattutto ai profeti. Con un solenne “amen” emette una sentenza breve ma efficace, acuta come una freccia: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria, nella sua terra”. Gesù la pronuncia con rincrescimento per il rifiuto patito ma anche con una gioia interiore indicibile, perché da quel rifiuto riceve una testimonianza. Lodandolo per le sue parole di grazia non gli davano testimonianza, ma ora, rigettandolo, sì: perché questo accade a chi è profeta, a chi porta sulla sua bocca una parola di Dio e la consegna a chi ascolta. Gesù dunque in quel momento riceve la testimonianza dello Spirito santo che sempre lo accompagna e che gli dice: “Tu sei veramente profeta, per questo conosci il rigetto!”. Sì, profeta a caro prezzo, e solo chi conosce il rifiuto per le sue parole – che possono essere cariche di grazie ma non vengono accolte per il mancato riconoscimento della sua autorevolezza (exousía) – conosce anche la mite e serena certezza di svolgere un servizio non in nome proprio, ma in nome del Signore; non per interesse personale, ma in obbedienza a una vocazione e a una missione vissute e sentite come più forti della propria disposizione interiore e dei propri desideri umani. Questo è l’atteggiamento degli uomini di Dio, dei profeti, come ascoltiamo a proposito di Geremia nella prima lettura (cf. Ger 1,17-19).
Qui va inoltre messa in risalto la tensione tra Nazaret, la patria, e Cafarnao, città straniera per Gesù, ma dove egli incontrerà proprio stranieri, non ebrei che hanno una fede da lui mai vista in Israele, all’interno del popolo di Dio (cf. Lc 7,9): è più facile per Gesù operare in spazi stranieri che in quelli propri del popolo di Dio. Egli sa bene che le Scritture attestano questo anche per i profeti Elia ed Eliseo, e lo dice. Fu una vedova straniera, di Sarepta di Sidone, ad accogliere il primo e a dargli cibo nel tempo della carestia e della fame (cf. 1Re 17,7-16). Quanto a Eliseo, egli guarì uno straniero, Naaman il siro (cf. 2Re 5), mentre non riuscì a purificare nessuno dei lebbrosi appartenenti al popolo eletto. Con queste parole Gesù, nella sua missione, fa cadere ogni frontiera, ogni muro di separazione: non c’è più una terra santa e una profana; non c’è più un popolo dell’alleanza e gli altri esclusi dall’alleanza. No, c’è un’offerta di salvezza rivolta da Dio a tutti. Anzi, il Dio di Gesù ama i pagani perché ha come nostalgia di loro, che durante i secoli sono rimasti lontani da lui. Gesù dunque li va a cercare, a incontrare e trova in loro una fede-fiducia che gli permettono quell’azione liberatrice per la quale era stato inviato da Dio.
Queste parole di Gesù non potevano che aumentare il rigetto nei suoi confronti e scatenare ulteriormente la collera contro di lui: “si alzarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù”. È la violenza che non sopporta chi svela la sua fonte nel cuore umano… In tal modo Gesù fa una prima esperienza di ciò che gli accadrà quando verrà il tempo del suo ministero a Gerusalemme. Gesù è perseguitato per la collera di uomini religiosi che non accettano il volto di Dio predicato e rivelato da lui, un uomo non investito di autorità da parte delle istituzioni sacre: tentano di farlo fuori già all’inizio del suo ministero, già in Galilea, a casa sua.
Ma Gesù “passando in mezzo a loro, camminava”, in direzione di Cafarnao (cf. Lc 4,31). “Transiens per medium illorum ibat”, attesta la Vulgata. Gesù che “passa in mezzo”, che “passa facendo il bene” (cf. At 10,38), che passa causando entusiasmo ma anche rigetto. Ieri come oggi, “Gesù passa in mezzo e va”, ma noi non ce ne accorgiamo… Passa in mezzo alla sua chiesa ma va oltre la chiesa; come Elia, come Eliseo, va tra i pagani che Dio ama. A Luca è cara questa immagine: Gesù passa e va. E a chi glielo vorrebbe impedire manda a dire: “Andate a dire a quella volpe – Gesù non nomina mai il nome di costui! –: “Ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno terminerò. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente me ne vada per la mia strada” (Lc 13,32-33). Fino a che giunga l’ora degli avversari, “il potere delle tenebre” (Lc 22,53). Ma Gesù è pronto.

Composizione del quadro

Composizione del quadro
Bernardo Strozzi, Il profeta Elia e la vedova di Sarepta, 1630

A commento del Vangelo di questa domenica leggiamo assieme l’opera che narra un episodio citato da Gesù in risposta ai suoi concittadini: l’incontro tra il profeta Elia e la vedova di Sarepta.
Potremmo bollare questo quadro di leziosità, ma una lettura della sua grammatica, ovvero delle regole che lo compongono potranno lasciarci stupiti. Per aiutare l’interpretazione facciamo a meno del colore e utilizziamo una foto in bianco e nero per mettere meglio in risalto le scelte compositive del pittore.
La scena è presentata come a teatro. C’è una balaustra tra noi e i protagonisti (linea azzurra orizzontale in basso) a segnare un passaggio: siamo osservatori di qualcosa che sta accadendo.
I protagonisti non occupano tutta la scena, ma sono “incorniciati” per meglio permetterci di osservarli. Questo effetto ottico si ottiene creando dei parallelismi di linee. Le due linee quasi parallele del braccio di Elia e della vedova chiudono il quadro lasciando due zone vuote (linee azzurre).
Ci sono poi due linee principali che hanno un forte valore narrativo. La prima si ottiene allungando il bastone del profeta Elia (linea azzurra che taglia trasversalmente il quadro). Questa linea segna due linguaggi diversi tra i personaggi: al di sopra di essa i volti e gli sguardi, al di sotto i gesti eloquenti delle mani (evidenziati dai cerchi rossi).
La seconda linea compositiva che fa da narrazione è quella forte ombra che separa la figura della vedova dal gruppo composto da Elia e dal figlio di lei (linea gialla a metà del quadro). I due personaggi principali vengono presentati separati: una pagana e un profeta del Signore. Ma c’è un gesto che spezza questa linea di separazione ed è la mano tesa di Elia verso la donna. Elia va oltre le convenzioni e si rivolge proprio a lei.
I gesti della donna sono contrari alla propensione di Elia: sta proteggendo i vasi dove conserva quel poco che ha per vivere. In mezzo il figlio della vedova (incorniciato dalle due forme ovali in giallo – queste sono due linee che il nostro occhio crea seguendo i panneggi del profeta e della madre – un buon pittore è quello che sa dove vuole far arrivare i nostri occhi) che ha già superato ogni separazione porgendo a Elia da mangiare.
Il gesto del bambino “eccede” dalla balaustra teatrale e viene verso di noi: scopriamo che non siamo mai stati osservatori, ma co-protagonisti del quadro. Siamo quindi interpellati a prendere posizione verso quel gesto di accoglienza che il figlio della vedova ci sta presentando.

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 31 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

batism of Christ (Popiashvili David)

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Publié dans : STUDI | le 30 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Viaggio Apostolico in Panama

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Viaggio Apostolico in Panama

Aula Paolo VI

Mercoledì, 30 gennaio 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi mi soffermerò con voi sul Viaggio Apostolico che ho compiuto nei giorni scorsi in Panamá. Vi invito a rendere grazie con me al Signore per questa grazia che Egli ha voluto donare alla Chiesa e al popolo di quel caro Paese. Ringrazio il Signor Presidente del Panamá e le altre Autorità, i Vescovi; e ringrazio tutti i volontari – ce n’erano tanti – per la loro accoglienza calorosa e familiare, la stessa che abbiamo visto nella gente che dappertutto è accorsa a salutare con grande fede ed entusiasmo. Una cosa che mi ha colpito tanto: la gente alzava con le braccia i bambini. Quando passava la Papamobile tutti con i bambini: li alzavano come dicendo: “Ecco il mio orgoglio, ecco il mio futuro!”. E facevano vedere i bambini. Ma erano tanti! E i padri o le madri orgogliosi di quel bambino. Ho pensato: quanta dignità in questo gesto, e quanto è eloquente per l’inverno demografico che stiamo vivendo in Europa! L’orgoglio di quella famiglia sono i bambini. La sicurezza per il fututo sono i bambini. L’inverno demografico, senza bambini, è duro!
Il motivo di questo Viaggio è stata la Giornata Mondiale della Gioventù, tuttavia agli incontri con i giovani se ne sono intrecciati altri con la realtà del Paese: le Autorità, i Vescovi, i giovani detenuti, i consacrati e una casa-famiglia. Tutto è stato come “contagiato” e “amalgamato” dalla presenza gioiosa dei giovani: una festa per loro e una festa per Panamá, e anche per tutta l’America Centrale, segnata da tanti drammi e bisognosa di speranza e di pace, e pure di giustizia.
Questa Giornata Mondiale della Gioventù è stata preceduta dall’incontro dei giovani dei popoli nativi e di quelli afroamericani. Un bel gesto: hanno fatto cinque giorni di incontro, i giovani indigeni e i giovani afro-discendenti. Sono tanti in quella regione. Loro hanno aperto la porta alla Giornata Mondiale. E questa è un’iniziativa importante che ha manifestato ancora meglio il volto multiforme della Chiesa in America Latina: l’America Latina è meticcia. Poi, con l’arrivo dei gruppi da tutto il mondo, si è formata la grande sinfonia di volti e di lingue, tipica di questo evento. Vedere tutte le bandiere sfilare insieme, danzare nelle mani dei giovani gioiosi di incontrarsi è un segno profetico, un segno controcorrente rispetto alla triste tendenza odierna ai nazionalismi conflittuali, che alzano dei muri e si chiudono alla universalità, all’incontro fra i popoli. È un segno che i giovani cristiani sono nel mondo lievito di pace.
Questa GMG ha avuto una forte impronta mariana, perché il suo tema erano le parole della Vergine all’Angelo: «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). È stato forte sentire queste parole pronunciate dai rappresentanti dei giovani dei cinque continenti, e soprattutto vederle trasparire sui loro volti. Finché ci saranno nuove generazioni capaci di dire “eccomi” a Dio, ci sarà futuro nel mondo.
Tra le tappe della GMG c’è sempre la Via Crucis. Camminare con Maria dietro Gesù che porta la croce è la scuola della vita cristiana: lì si impara l’amore paziente, silenzioso, concreto. Io vi faccio una confidenza: a me piace tanto fare la Via Crucis, perché è andare con Maria dietro Gesù. E sempre porto con me, per farlo in qualsiasi momento, una Via Crucis tascabile, che mi ha regalato una persona molto apostolica a Buenos Aires. E quando ho tempo prendo e seguo la Via Crucis. Fate anche voi la Via Crucis, perché è seguire Gesù con Maria nel cammino della croce, dove Lui ha dato la vita per noi, per la nostra redenzione. Nella Via Crucis si impara l’amore paziente, silenzioso e concreto. A Panamá i giovani hanno portato con Gesù e Maria il peso della condizione di tanti fratelli e sorelle sofferenti nell’America Centrale e nel mondo intero. Tra questi ci sono tanti giovani vittime di diverse forme di schiavitù e povertà. E in questo senso sono stati momenti molto significativi la Liturgia penitenziale che ho celebrato in una Casa di rieducazione per minori e la visita alla Casa-famiglia “Buon Samaritano”, che ospita persone affette da Hiv/Aids.
Culmine della GMG e del viaggio sono state la Veglia e la Messa con i giovani. Nella Veglia – in quel campo pieno di giovani che hanno fatto la Veglia, hanno dormito lì e alle 8 del mattino hanno partecipato alla Messa – nella Veglia si è rinnovato il dialogo vivo con tutti i ragazzi e le ragazze, entusiasti e anche capaci di silenzio e di ascolto. Passavano dall’entusiasmo all’ascolto e alla preghiera in silenzio. A loro ho proposto Maria come colei che, nella sua piccolezza, più di ogni altro ha “influito” sulla storia del mondo: l’abbiamo chiamata la “influencer di Dio”. Nel suo “fiat” si sono rispecchiate le belle e forti testimonianze di alcuni giovani. La mattina di domenica, nella grande celebrazione eucaristica finale, Cristo Risorto, con la forza dello Spirito Santo, ha parlato nuovamente ai giovani del mondo chiamandoli a vivere il Vangelo nell’oggi, perché i giovani non sono il “domani”; no, sono l’“oggi” per il “domani”. Non sono il “frattanto”, ma sono l’oggi, l’adesso, della Chiesa e del mondo. E ho fatto appello alla responsabilità degli adulti, perché non manchino alle nuove generazioni istruzione, lavoro, comunità e famiglia. E questo è la chiave in questo momento nel mondo, perché queste cose mancano. Istruzione, cioè educazione. Lavoro: quanti giovani sono senza. Comunità: si sentano accolti, in famiglia, nella società.
L’incontro con tutti i Vescovi dell’America Centrale è stato per me un momento di speciale consolazione. Insieme ci siamo lasciati ammaestrare dalla testimonianza del santo vescovo Oscar Romero, per imparare sempre meglio a “sentire con la Chiesa” – era il suo motto episcopale –, nella vicinanza ai giovani, ai poveri, ai sacerdoti, al santo popolo fedele di Dio.
E un forte valore simbolico ha avuto la consacrazione dell’altare della restaurata Cattedrale di Santa Maria La Antigua, a Panamá. È stata chiusa per sette anni per il restauro. Un segno di ritrovata bellezza, a gloria di Dio e per la fede e la festa del suo popolo. Il Crisma che consacra l’altare è lo stesso che unge i battezzati, i cresimati, i sacerdoti e i vescovi. Possa la famiglia della Chiesa, in Panamá e nel mondo intero, attingere dallo Spirito Santo sempre nuova fecondità, perché prosegua e si diffonda sulla terra il pellegrinaggio dei giovani discepoli missionari di Gesù Cristo.

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