San Giacomo Apostolo

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SAN GIACOMO IL MAGGIORE, APOSTOLO – 25 LUGLIO

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SAN GIACOMO IL MAGGIORE, APOSTOLO – 25 LUGLIO

Un intimo amico del Signore.

San Giacomo è uno dei dodici Apostoli. È detto il « Maggiore » per distinguerlo da Giacomo il cugino di Gesù. Figlio di Zebedeo, era fratello di Giovanni l’evangelista. È noto che il Signore soprannominò i due fratelli « i figli del tuono », a motivo del loro temperamento ardente e senza dubbio anche perché un giorno essi gli avevano chiesto di far cadere il fuoco dal cielo su una città inospitale.
San Giacomo apparteneva a una famiglia di pescatori del lago di Tiberiade, che possedeva barche e servi. I vangeli raccontano in particolare la sua vocazione. Zebedeo, i figli e i servi stavano riparando le reti sulla riva, quando il Signore che passava in quei pressi chiamò a sé i due fratelli. All’istante essi abbandonarono tutto per seguirlo lasciando le reti, la barca e lo stesso padre. Questa grande generosità non si smentirà mai, e Gesù avrà per Giacomo e Giovanni lo stesso affetto privilegiato che aveva per Pietro. Saranno così i tre intimi confidenti dei suoi pensieri, gli unici che assisteranno alla risurrezione della figlia di Giairo, alla Trasfigurazione e all’agonia nell’orto degli Olivi.
Dopo la Pentecoste, san Giacomo il Maggiore predicò il vangelo nella Giudea e nella Samaria. Ma il suo apostolato fu di breve durata, e mentre il fratello Giovanni doveva essere l’ultimo degli Apostoli a lasciare questo mondo, egli fu il primo a versare il proprio sangue per il Signore. Erode Agrippa I lo fece decapitare. Clemente Alessandrino riferisce che la sua costanza e la sua carità convertirono lo stesso carnefice, il quale implorò il suo perdono mentre veniva trascinato al supplizio. Commosso, san Giacomo lo abbracciò dicendogli: « La pace sia con te »! E il carnefice morì decapitato anch’egli, e martire di Cristo.
La morte preziosa.
Non abbiamo a credere che questa morte, sopraggiunta prima dell’anno 44, abbia potuto sconcertare il piano dell’Altissimo sull’apostolato al quale era destinato san Giacomo. La vita dei santi non è mai incompleta; la loro morte, sempre preziosa (Sal 115,15), lo è ancor più quando per Dio sembra giungere prima del tempo. Allora appunto si può dire veramente che le loro opere li seguono (Ap 14,13), essendo Dio stesso tenuto sulla parola a far sì che nulla manchi alla loro pienezza: « Essi giudicheranno le genti, soggiogheranno i popoli, e il Signore regnerà per essi eternamente », diceva già il Libro della Sapienza (Sap 3,8). L’oracolo doveva realizzarsi per l’Apostolo che fu scelto per essere capo della crociata e protettore d’una grande nazione.
Patrono della Spagna.
Diventato infatti, per disposizione divina, il Patrono e il Protettore della Spagna [1], la sua intercessione invocata con perseveranza otterrà la liberazione dal giogo degli infedeli. È al grido di « San Giacomo! san Giacomo! Spagna, avanti! » che per parecchi secoli i cristiani faranno senza sosta la guerra santa ai musulmani, difenderanno con il loro coraggio e il loro sangue l’intera Europa e finiranno per ricacciare i Mori in Africa. E quando il lavoro della Crociata sarà terminato, è ancora sotto il suo patrocinio che gli Spagnoli, al seguito di Cristoforo Colombo, di Vasco de Gama, di Albuquerque e di altri conquistatori, partiranno verso le terre lontane allora scoperte, per portarvi il nome del Signore, e all’Apostolo faranno omaggio delle innumerevoli conversioni ottenute mediante i loro sforzi e che erano state un tempo raffigurate nelle pesche miracolose del lago di Tiberiade. E Giacomo potrebbe dire come san Paolo:  » Non mi ritengo inferiore ai maggiori fra gli Apostoli, poiché, per la grazia di Dio, ho lavorato più di tutti loro » (2Cor 11,5; 12,11; 1Cor 15,10).
Preghiera per la Spagna.
Patrono della Spagna, non dimenticare il grande popolo che ti fu debitore insieme della sua nobiltà in cielo e della sua prosperità in questo mondo. Conserva in essa l’anima ardente di crociato; che abbia sempre a rallegrarsi di essere governata da uomini di Stato veramente cattolici, e rimanga uno dei più saldi bastioni della vera fede, uno dei più intrepidi difensori della Santa Sede e della Chiesa.
Attrattiva di san Giacomo.
Ma nello stesso tempo ricordati, o Apostolo, del culto speciale di cui ti onora tutta la Chiesa. Che cosa sono diventati i secoli in cui, per quanto grande si manifestasse la tua forza di espansione al di fuori, essa era sorpassata dal meraviglioso potere di attrarre tutto a te, che ti aveva comunicato il Signore (Gv 12,32)? Chi dunque, se non Colui che enumera gli astri del firmamento (Sal 146,4), potrebbe mai enumerare i santi, i penitenti, i re, i guerrieri, gli sconosciuti di ogni ceto, moltitudine infinita e rinnovantesi senza posa, che gravitò intorno al tuo santuario come sotto l’impero di quelle immutabili leggi che regolano al di sopra di noi i movimenti dei cieli; esercito senza posa in marcia verso quel campo della stella donde si irradiava il tuo potere sul mondo? E non era forse questo il senso della misteriosa visione concessa, nelle nostre antiche leggende, al grande imperatore dal quale veniva fondata l’Europa Cristiana, quando al termine d’una giornata di fatiche, dalle rive del mare di Frigia, contemplava la lunga fascia stellata che, dividendo il cielo, sembrava passare fra la Gallia, la Germania e l’Italia, per raggiungere di lì, attraverso la Guascogna, il paese Basco e la Navarra, le terre della lontana Galizia? Si narra che tu stesso sia apparso allora a Carlo e gli abbia detto: « Quella via di stelle segna la strada che si offre a te per liberare la mia tomba, e che seguiranno dopo di te tutti i popoli » [2]. E Carlo Magno, oltrepassando i monti, diede per la cristianità il segnale di quell’avanzata sulle terre saracene che si chiamò Crociata.
Le due tombe.
Ma quando consideriamo che due tombe furono, ai due punti estremi, i poli voluti da Dio di quel moto assolutamente impareggiabile nella storia dei popoli: – una, quella in cui Dio stesso si addormentò nella morte, e l’altra, o figlio di Zebedeo, quella che conserva la tua memoria a Compostella; – come non esclamare, con lo stupore del Salmista: I tuoi amici sono onorati fino al sommo, o Dio! (Sal 138,17)? Possa l’impulso dell’alto, di cui il ritorno ai grandi pellegrinaggi cattolici è uno dei segni più felici dei nostri tempi, riportare anche verso Compostella i figli dei tuoi pellegrini di un giorno! Per parte nostra almeno, insieme con san Luigi che mormorava ancora con le labbra vicine a chiudersi per sempre di fronte a Tunisi la Colletta della tua festa, ripeteremo per finire: « Sii, o Signore, per il tuo popolo, santificatore e custode; e che esso, fortificato dall’aiuto del tuo Apostolo Giacomo, possa piacerti nei suoi costumi e ti serva con cuore tranquillo ».

[1] Esiste in Spagna, a proposito dell’apostolo san Giacomo, una duplice tradizione: quella del suo viaggio in questo paese, e un’altra relativa alla sua tomba venerata a Compostella dal secolo IX. Mons. Duchesne ha mostrato (Annales du Midi, vol. XII, p. 145-180; Anal. Bol. XIX, p. 353) che questa tradizione non ha alcun valore storico.
L’apostolato spagnolo di san Giacomo non appare, verso la fine del secolo VII, che in una versione latina del catalogo degli apostoli, opera di origine bizantina. La letteratura della Spagna non contiene alcuna allusione ad un fatto di così grande importanza per la storia di quel paese, e san Giuliano di Toledo che ha conosciuto il Breviarium Apostolorum rigetta risolutamente la sua affermazione per quanto riguarda il viaggio di san Giacomo in Spagna.
È all’anno 830, data della scoperta d’una tomba antica sul territorio di Amaea, che risale la credenza del Galizi riguardo alla tomba di san Giacomo, si credette di essere davanti ai resti dell’Apostolo.
Il culto popolare si impadronì di quel dato e la venerazione di cui la tomba era oggetto fin dall’860 non è mai cessata. Quanto alla traslazione nel 1139 del resti di san Giacomo in Galizia, tale tradizione non è sostenuta da documenti molto antichi. Non rimane comunque men vero che fin dal secolo X, gli stranieri cominciano a frequentare il santuario; nel secolo XII, non si possono più contare sulle strade che conducono a Compostella e la tomba di san Giacomo diventa uno dei luoghi di pellegrinaggio più celebri della cristianità. L’apostolo, un tempo rappresentato con il Vangelo in mano, sarà d’ora in poi raffigurato come un pellegrino, con la bisaccia decorata di un galletto e con un bastone in mano.
[2] Pesudo-Turpin, De Vita Car. Magni et Rolandi.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 892-895

 

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IL Buon Pastore

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Publié dans : immagini sacre | le 20 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – LA COMPASSIONE DI GESÙ, SGUARDO D’AMORE

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – LA COMPASSIONE DI GESÙ, SGUARDO D’AMORE

Commento di Ermes Ronchi

Vangelo di Marco 6,30-34

Gesù vide una grande folla ed ebbe compassione di loro. Appare una parola bella come un miracolo, filo conduttore dei gesti di Gesù: la compassione. Gesù vide: lo sguardo di Gesù va a cogliere la stanchezza, gli smarrimenti, la fatica di vivere. E si commuove. Perché per Lui guardare e amare sono la stessa cosa. Quando anche tu impari la compassione, quando ritrovi la capacità di commuoverti, il mondo si innesta nella tua anima.
Se ancora c’è chi si commuove per l’uomo, questo mondo può ancora sperare. Gesù aveva mostrato una tenerezza come di madre anche nei confronti dei suoi discepoli: C’era tanta gente che non avevano neanche il tempo di mangiare. E lui: Andiamo via, e riposatevi un po’. C’è tanto da fare in Israele, tanto da annunciare e guarire, eppure Gesù, invece di buttare i suoi discepoli dentro la fornace del mondo, dentro il frullatore dell’apostolato, li porta via con sé. C’è un tempo per agire e un tempo per ritemprare le forze e ritrovare i motivi del fare. Si vis omnia bene facere, aliquando ne feceris (Sant’Ambrogio). Se vuoi fare bene tutte le cose, ogni tanto smetti di farle, stacca e riposati. Un sano atto di umiltà: non siamo eroi, le nostre vite sono delicate, fragili, le nostre energie sono limitate. Gesù vuole bene ai suoi discepoli, non li vuole spremere e sfruttare per uno scopo fosse pure superiore, li vuole felici come tutti gli altri: riposatevi. E come loro io non devo sentirmi in colpa se qualche volta ho bisogno, e tanto, di riposo e di attenzioni.
Venite in disparte con me, per un po’ di tempo tutto per noi. Un tempo per stare con Dio e imparare il cuore di Dio. E poi dopo ritornare nella grande folla, ma portando con sé un santuario di bellezza e di forza che solo Dio può accendere. Cosa c’è di più creativo che riscoprire le grandi stelle polari che guidano il viaggio dell’uomo?
Ma qualcosa cambia i programmi del gruppo: sbarcando, Gesù vide molta folla ed ebbe compassione di loro. Gesù è preso fra due commozioni contrapposte: la stanchezza degli amici e lo smarrimento della folla.
E si mise a insegnare loro molte cose. Gesù cambia i suoi programmi, ma non quelli dei suoi amici. Rinuncia al suo riposo, non al loro.
E ciò che offre è la compassione, il provare dolore per il dolore dell’altro; il moto del cuore, che ti porta fuori da te.
Gesù sa che nell’uomo non è il dolore che annulla la speranza, neppure il morire, ma l’essere senza conforto nel giorno del dolore.
Ed è questo che Gesù insegna ai dodici. Insegna per prima cosa “come guardare”. Prima ancora di come parlare, di che cosa fare, insegna uno sguardo che abbia commozione e tenerezza. Poi, le parole verranno e sapranno di cielo.

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 20 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

un angelo

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Publié dans : immagini sacre | le 18 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

QUANDO SONO STATI CREATI GLI ANGELI?

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QUANDO SONO STATI CREATI GLI ANGELI?

risponde il teologo 04/11/2009

di Archivio Notizie

Vorrei porre tre domande sugli angeli. C’è qualche passo della Bibbia in cui si parla della creazione degli angeli? Perché gli angeli custodi non proteggono dalle violenze della natura e degli uomini persone che di quelle violenze non sono responsabili? Visto che spesso, nella Bibbia, gli angeli sono soltanto dei simboli (angelo a guardia del paradiso terrestre: angeli sulla scala di Giacobbe; angeli nell’Apocalisse, ecc.) non se ne può dedurre che anche in tutti gli altri episodi in cui compaiono gli angeli, questi siano ancora dei simboli della presenza di Dio in mezzo agli uomini?
Emanuele Ripoli

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura
Nella prospettiva biblica gli angeli fanno parte della corte celeste di Dio: eseguono sulla terra i suoi ordini, annunciano i suoi decreti – angelo significa messaggero -, come nei Vangeli l’angelo che si manifesta a Zaccaria (Lc 1,13.18.19), oppure a Maria (Lc 1,26-38), oppure a Giuseppe (Mt 1,24; 2,13.19). Tuttavia nelle Scrittura non si fa riferimento esplicito ad una loro creazione, che però è patrimonio della fede, a cominciare dai Padri della Chiesa.
Nel II secolo avanti Cristo il libro dei Giubilei, un apocrifo, la raccontava così: «E l’angelo che sta accanto a Dio, in conformità all’ordine del Signore, disse a Mosè: « Scrivi tutte le cose della creazione, in qual modo il Signore Iddio compì, in sei giorni, tutta la Sua creazione e nel settimo giorno si riposò, lo santificò per tutti i secoli e lo pose a segno di tutta la sua opera. (Scrivi) che nel primo giorno creò i cieli che (sono) in alto, la terra, le acque ed ogni spirito che serviva al Suo cospetto, gli angeli che stanno accanto a Dio, gli angeli della santità, gli angeli dello spirito del fuoco e quelli dello spirito del vento, delle nuvole per la tenebra, la grandine e la neve; gli angeli degli abissi, dei tuoni e dei fulmini; gli angeli degli spiriti del gelo, del forte calore, della stagione delle piogge, della primavera, dell’estate e dell’autunno ( ?) che Egli preparò con la sapienza del Suo cuore »» (Giubilei II, 1, 1-3).
Anche senza il riferimento alla creazione, il ruolo degli inviati divini nelle Scritture non può essere ignorato, ma la lettera agli Ebrei mette in guardia dal sopravvalutarli: «A quale degli angeli ha mai detto: « Siedi alla mia destra, finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi? » Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?» (Eb 1,14).
Lo stesso lettore sottolinea il ruolo dei cherubini, quando l’uomo e la donna sono cacciati dal giardino di Eden (cf. Gen 3,24), o quello degli angeli nel libro dell’Apocalisse (cf. Ap 1,1; 2,1.12.18; 3,1.7.14; ecc.). Qui abbiamo aggiunto soltanto alcuni altri esempi.
Il Signore manda il suo angelo ad Agar per soccorrerla ed indicarle quanto le accadrà (Gen 16,7); o per fermare la mano di Abramo (Gen 22,12). Per rinnovare ad Abramo la promessa della discendenza «l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: « Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici »» (Gen 22,15-17). Ancor prima, inviati divini avevano annunciato la nascita di Isacco (cf. Gen 18,2.10). La lettera agli Ebrei, perciò, esortando all’accoglienza degli stranieri, scriverà: «non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13,2).
Ancora nel libro della Genesi, Giacobbe «fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa» (Gen 28,12). Lo stesso Giacobbe lotterà una notte intera con un misterioso inviato divino (cf. Gen 32,25).
Ancora, un angelo accompagna il servo di Abramo inviato a prendere una moglie ad Isacco (Gen 24,40), come accompagnerà Tobia (Tob 5,22). In questo caso si rivelerà come «Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore» (Tob 12,15).
Il profeta Elia, in grave difficoltà, incontra l’aiuto del Signore attraverso un angelo: «venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: « Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino »» (1 Re 19,7). Così nel racconto sulla tentazione, scrive il Vangelo che Gesù «rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano» (Mc 1,13; cf. Mt 4,11).
Dio è sempre presente accanto all’uomo, ma lasciando intatta la libertà dell’uomo. Tutto questo dà un senso più completo ai racconti con cui le Scritture, attraverso il loro tipico linguaggio – simbolico ma reale – manifestano attraverso l’inviato divino, il volto invisibile del Signore. Così Egli si prende cura della sorte degli uomini: «Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede» (Sal 91,11-12; cf. Sal 121,2-8). Del resto, la stessa lettera agli Ebrei dice: «Egli non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura» (Eb 2,16).

Publié dans : angeli | le 18 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

San Bonaventura

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Publié dans : STUDI | le 16 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

BONAVENTURA DA BAGNOREGIO 15 LUGLIO

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BONAVENTURA DA BAGNOREGIO 15 LUGLIO

A cura di Diego Fusaro

Come se uno cade in un precipizio e vi rimane se un altro non lo aiuta a sollevarsi, così l’anima nostra non avrebbe potuto risollevarsi dalle cose sensibili fino alla contemplazione di se stessa e dell’eterna verità riflessa in essa, se la verità stessa, assumendo la forma umana in Cristo, non si fosse fatta scala di riparazione per la caduta della prima scala di Adamo. Perciò nessuno, per quanto possa essere illuminato dai doni di natura e della scienza acquisita, può rientrare in se stesso per godervi Dio, se non per la mediazione di Cristo, che ha detto: « Io sono la porta; chi passerà attraverso di me si salverà, entrerà e troverà pascoli eterni ».
Giovanni Fidenza , detto Bonaventura (e appellato « doctor seraficus »), nasce verso il 1217 a Bagnoregio presso Viterbo . Nel 1235 si reca a Parigi a studiare forse nella facoltà delle Arti e successivamente, nel 1243 , nella facoltà di teologia. Nel 1235 si reca a Parigi a studiare forse nella facoltà delle Arti e successivamente, nel 1243, nella facoltà di teologia. Probabilmente in quello stesso anno entra tra i Frati Minori. I suoi studi di teologia terminano nel 1253, quando diventa « magister » (cioè « maestro ») di teologia e ottiene la licentia docendi (la « licenza d’insegnare »). Nel 1250 il papa aveva autorizzato il cancelliere dell’Università a conferire tale licenza a religiosi degli ordini mendicanti, sebbene ciò contrastasse con il diritto di cooptare i nuovi maestri rivendicato dalla corporazione universitaria. E proprio nel 1253 scoppia uno sciopero al quale tuttavia i membri degli ordini mendicanti non si associarono. La corporazione universitaria richiese loro un giuramento di obbedienza agli statuti, ma essi rifiutarono e pertanto vennero esclusi dall’insegnamento. Questa esclusione colpì anche Bonaventura, che fu maestro reggente fra il 1253 e il 1257. Nel 1254 i maestri secolari denunciarono a papa Innocenzo IV il libro del francescano Gerardo di Borgo San Donnino Introduzione al Vangelo eterno. In questo testo fra’ Gerardo, rifacendosi al pensiero di Gioacchino da Fiore, annunciava l’avvento di una «nuova età dello Spirito Santo» e di una «Chiesa cattolica puramente spirituale fondata sulla povertà», profezia che si doveva realizzare attorno al 1260. In conseguenza di questo il Papa — poco prima di morire — annullò i privilegi concessi agli ordini mendicanti. Il nuovo pontefice papa Alessandro IV condannò il libro di Gerardo con una bolla nel 1255, prendendo tuttavia posizione a favore degli ordini mendicanti e senza più porre limiti al numero delle cattedre che essi potevano ricoprire. I secolari rifiutarono queste decisioni, venendo così scomunicati, anche per il boicottaggio da loro operato ai danni dei corsi tenuti dai frati mendicanti. Tutto questo nonstante che i primi avessero l’appoggio del clero e dei vescovi, mentre il re di Francia Luigi IX si trovava a sostenere le posizioni dei mendicanti. San Bonaventura in un dipinto di Francisco de ZurbaránNel 1257 Bonaventura venne riconosciuto magister. Nello stesso anno fu eletto Ministro generale dell’Ordine francescano, e rinunciando così alla cattedra. A partire da questa data, preso dagli impegni della nuovo servizio, accantonò gli studi e compì vari viaggi per l’Europa. Il suo obiettivo principale fu quello di conservare l’unità dei Minori, prendendo posizione sia contro la corrente spirituale (influenzata dalle idee di Gioacchino da Fiore e incline ad accentuare la povertà del francescanesimo primitivo), sia contro le tendenze mondane insorte in seno all’Ordine. Favorevole a coinvolgere l’Ordine francescano nel ministero pastorale e nella struttura organizzativa della Chiesa, nel Capitolo generale di Narbona del 1260, contribuì a definire le regole che dovevano guidare la vita dei membri dell’Ordine: le Costituzioni dette appunto Narbonensi. A lui, in questo Capitolo, venne affidato l’incarico di redigere una nuova biografia di san Francesco d’Assisi che, intitolata Legenda maior, diventerà la biografia ufficiale nell’Ordine. Infatti il Capitolo generale successivo, del 1263, approvò l’operà composta dal Ministro generale; mentre il Capitolo del 1266, riunito a Parigi, giunse a decretare la distruzione di tutte le biografie precedenti alla Legenda Maior, probabilmente per proporre all’Ordine una immagine univoca del proprio fondatore, in un momento in cui le diverse interpretazioni fomentavano contrapposizioni e conducevano verso la divisione.[1] Negli ultimi anni della sua vita, Bonaventura intervenne nelle lotte contro l’aristotelismo e nella rinata polemica fra maestri secolari e mendicanti. A Parigi, tra il 1267 e il 1269, tenne una serie di conferenze sulla necessità di subordinare e finalizzare la filosofia alla teologia. Nel 1270 lascia Parigi per farvi però ritorno nel 1273, quando tiene altre conferenze nelle quali attacca quelli che sono a suo parere gli errori dell’aristotelismo. Nel maggio del 1273, già vescovo di Albano, viene nominato cardinale; l’anno successivo partecipa al Concilio di Lione (in cui favorisce un riavvicinamento fra le Chiesa latina e quella greca), nel corso del quale muore, forse a causa di un avvelenamento, stando almeno a quanto affermò in seguito il suo segretario, Pellegrino da Bologna. Pierre de Tarentasie, futuro papa Innocenzo V, ne celebrò le esequie, e Bonaventura venne inumato nella chiesa francescana di Lione. Nel 1434 la salma venne traslata in una nuova chiesa, dedicata a San Francesco d’Assisi; la tomba venne aperta e la sua testa venne trovata in perfetto stato di conservazione: questo fatto ne facilitò la canonizzazione, che avvenne ad opera del papa francescano Sisto IV il 14 aprile 1482, e la nomina a dottore della Chiesa, compiuta il 14 maggio 1588 da un altro francescano, papa Sisto V. Bonaventura è considerato uno dei pensatori maggiori della tradizione francescana, che anche grazie a lui si avviò a divntare una vera e propria scuola di pensiero, sia dal punto di vista teologico che da quello filosofico. Difese e ripropose la tradizione patristica, in particolare il pensiero e l’impostazione di sant’Agostino. Egli combatté apertamente l’aristotelismo, anche se ne acquisì alcuni concetti, fondamentali per il suo pensiero. Inoltre valorizzò alcune tesi della filosofia arabo-ebraica, in particolare quelle di Avicenna e di Avicebron, ispirate al neoplatonismo. Nelle sue opere ricorre continuamente l’idea del primato della sapienza, come alternativa ad una razionalità filosofica isolata dalle altre facoltà dell’uomo. Egli sostiene, infatti, che: « (…) la scienza filosofica è una via verso altre scienze. Chi si ferma resta immerso nelle tenebre. » Secondo Bonaventura è il Cristo la via a tutte le scienze, sia per la filosofia che per la teologia. Il progetto di Bonaventura è una riduzione (reductio artium)non nel senso di un depotenziamento delle arti liberali, bensì della loro unificazione sotto la luce della verita rivelata, la sola che possa orientarle verso l’obiettivo perfetto a cui tende imperfettamente ogni conoscenza, il vero in sè che è Dio. La distinzione delle nove arti in tre categorie, naturali (fisica, matematica, meccanica), razionali (logica, retorica, grammatica) e morali (politica, monastica, economica) riflette la distinzione di res, signa ed actiones la cui verticalità non è altro che cammino iniziatico per gradi di perfezione verso l’unione mistica. La parzialità delle arti è per B. non altro che il rifrangersi della luce con la quale Dio illunima il mondo: prima del peccato originale Adamo sapeva leggere indirettamente Dio nel Liber Naturae (nel creato), ma la caduta è stata anche perdita di questa capacità. Per aiutare l’uomo nel recupero della contemplazione della somma verità, Dio ha inviato all’uomo il Liber Scripturae, conoscenza supplementare che unifica ed orienta la conoscenza umana, che altrimenti smarrirebbe se stessa nell’autoreferenzialità. Attraverso l’illunimazione della rivelazione, l’intelletto agente è capace di comprendere il riflesso divino delle verità terrene inviate dall’intelletto passivo, quali pallidi riflessi delle verita eterne che Dio perfettamete pensa mediante il Verbo. Ciò rappresenta l’accesso al terzo libro, Liber Vitae, leggibile solo per sintesi collaborativa tra fede e ragione: la perfetta verita, assoluta ed eterna in Dio, non è un dato acquisito, ma una forza la cui dinamica si attua storicamente nella reggenza delle verita con le quali Dio mantiene l’ordine del creato. Lo svelamento di quest’ordine è la lettura del terzo libro che per segni di dignità sempre maggior avvicina l’uomo alla fonte di ogni verità. La primitas divina La primalità di Dio è il sostegno a tutto l’impianto teologico anselmiano. Nella sua prima opera, il Breviloquium, egli definisce i caratteri della teologia affermando che, poiché il suo oggetto è Dio, essa ha il compito di dimostrare che la verità della sacra scittura è da Dio, su Dio, secondo Dio ed ha come fine Dio. l’unita del suo oggette determina come unitaria ed ordinata la teologia perché la sua struttura corrisponde ai caratteri del suo oggetto. Nella sua opera più famosa, l’Itinerarium mentis in Deum (« L’itinerario della mente verso Dio »), Bonaventura spiega che il criterio di valore e la misura della verità si acquisiscono dalla fede, e non dalla ragione (come sostenevano gli averroisti). Da ciò fa conseguire che la filosofia serve a dare aiuto alla ricerca umana di Dio, e può farlo, come diceva sant’Agostino, solo riportando l’uomo alla propria dimensione interiore (cioè l’anima), e, attraverso questa, ricondurlo infine a Dio. Secondo Bonaventura, dunque, il «viaggio» spirituale verso Dio è frutto di una illuminazione divina, che proviene dalla «ragione suprema» di Dio stesso. Per giungere a Dio, quindi, l’uomo deve passare attraverso tre gradi, che, tuttavia, devono essere preceduti dall’intensa ed umile preghiera, poiché: « (…) nessuno può giungere alla beatitudine se non trascende sé stesso, non con il corpo, ma con lo spirito. Ma non possiamo elevarci da noi se non attraverso una virtù superiore. Qualunque siano le disposizioni interiori, queste non hanno alcun potere senza l’aiuto della Grazia divina. Ma questa è concessa solo a coloro che la chiedono (…) con fervida preghiera. È la preghiera il principio e la sorgente della nostra elevazione. (…) Cosí pregando, siamo illuminati nel conoscere i gradi dell’ascesa a Dio. » La « scala » dei 3 gradi dell’ascesa a Dio è simili alla « scala » dei 4 gradi dell’amore di Bernardo di Chiaravalle, anche se non uguale; tali gradi sono:
1) Il grado esteriore: « (…) è necessario che prima consideriamo gli oggetti corporei, temporali e fuori di noi, nei quali è l’orma di Dio, e questo significa incamminarsi per la via di Dio. »
2) Il grado interiore: « È necessario poi rientrare in noi stessi, perché la nostra mente è immagine di Dio, immortale, spirituale e dentro di noi, il che ci conduce nella verità di Dio. »
3) Il grado eterno: « Infine, occorre elevarci a ciò che è eterno, spiritualissimo e sopra di noi, aprendoci al primo principio, e questo dona gioia nella conoscenza di Dio e omaggio alla Sua maestà. »
Inoltre, afferma Bonaventura, in corrispondenza a tali gradi, l’anima ha anche tre diverse direzioni: « (…) L’una si riferisce alle cose esteriori, e si chiama animalità o sensibilità; l’altra ha per oggetto lo spirito, rivolto in sé e a sé; la terza ha per oggetto la mente, che si eleva spiritualmente sopra di sé. Tre indirizzi che devono disporre l’uomo a elevarsi a Dio, perché l’ami con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta l’anima (…). » (San Bonaventura da Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum) Dunque, per Bonaventura l’unica conoscenza possibile è quella contemplativa, cioè la via dell’illuminazione, che porta a cogliere le essenze eterne, e ad alcuni permette persino di accostarsi a Dio misticamente. L’illuminazione guida anche l’azione umana, in quanto solo essa determina la «sinderesi», cioè la disposizione pratica al bene. Il mondo, per Bonaventura, è come un libro da cui traspare la Trinità che l’ha creato. Noi possiamo ritrovare la Trinità « extra nos » (cioè « fuori di noi »), « intra nos » (« in noi ») e « super nos » (« sopra di noi »). Infatti, la Trinità si rivela in 3 modi: come « vestigia » (o impronta) di Dio, che si manifesta in ogni essere, animato o inanimato che sia; come « immagine » di Dio, che si trova solo nelle creature dotate d’intelletto, in cui risplendono memoria, intelligenza e volontà; come « similitudine » di Dio, che è qualità propria delle creature giuste e sante, toccate dalla Grazia e animate da fede, speranza e carità; quindi, quest’ultima è ciò che ci rende « figli di Dio ». La Creazione dunque è ordinata secondo una scala gerarchica trinitaria, e la natura non ha sua consistenza, ma si rivela come segno visibile del principio divino che l’ha creata; solo in questo, quindi, trova il suo significato. Bonaventura trae questo principio anche da un passo evangelico, in cui i discepoli di Gesù dissero: « « Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli! » Alcuni farisei tra la folla gli dissero: « Maestro, rimprovera i tuoi discepoli ».Ma egli rispose: « Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre ». » (Lc, 19,38-40) Le creature, dunque, sono impronte, immagini, similitudini di Dio, e persino le pietre « gridano » tale loro legame col divino.

Publié dans : San Bonaventura da Bagnoregio | le 16 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Gesù li inviò due a due

a due a due

Publié dans : immagini sacre | le 13 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

OMELIA XV DOMENICA DEL T.O. – Prese a mandarli a due a due

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/43602.html

OMELIA XV DOMENICA DEL T.O. (15-07-2018)

Movimento Apostolico – rito romano

Prese a mandarli a due a due

Secondo l’Antica Scrittura ogni testimonianza era valida se fatta da due testimoni concordi. Gli Apostoli e i missionari del Vangelo sono veri testimoni di Cristo Gesù.
Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni. Non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire. Poi sarà la mano di tutto il popolo. Così estirperai il male in mezzo a te (Dt 17,6-7). Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni (Dt 19,15).
Nel Libro del Qoelet viene annunziato che quando si è in due, ci si sorregge a vicenda.
Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto (Qo 4,9-12).
Dio diede a Mosè come aiuto e sostegno nella missione il fratello Aronne.
Mosè disse al Signore: «Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l’altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». Il Signore replicò: «Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». Mosè disse: «Perdona, Signore, manda chi vuoi mandare!». Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: «Non vi è forse tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlare bene. Anzi, sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca e io sarò con la tua e la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: egli sarà la tua bocca e tu farai per lui le veci di Dio. Terrai in mano questo bastone: con esso tu compirai i segni» (Es 4,10-17).
Lo Spirito Santo volle che la missione presso i pagani fosse svolta da Paolo e Barnaba.
C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono (At 13,1-3).
Gesù non è stato mandato solo. Il Padre lo avvolse con il suo Santo Spirito. Mai però svolse il suo ministero da solo. Era sempre accompagnato dai suoi discepoli.
Gesù vuole che la Madre sua sia con Giovanni e Giovanni con la Madre sua.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé (Gv 19,25-27).
A due a due spiritualmente, discepolo e Spirito Santo, discepolo e Madre di Gesù. Ma anche a due a due materialmente: apostolo con apostolo, cristiano con cristiano.
Madre di Gesù, Angeli, Santi, fate che i discepoli di Gesù vivano in perfetta comunione.

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ | le 13 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »
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