Predicazione di San Pietro

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi sugli Atti degli Apostoli: 3. «Lingue come di fuoco» (At 2,3)

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi sugli Atti degli Apostoli: 3. «Lingue come di fuoco» (At 2,3)

Piazza San Pietro
Mercoledì, 19 giugno 2019

Catechesi sugli Atti degli Apostoli: 3. «Lingue come di fuoco» (At 2,3). La Pentecoste e la dynamis dello Spirito che infiamma la parola umana e la rende Vangelo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Cinquanta giorni dopo la Pasqua, in quel cenacolo che è ormai la loro casa e dove la presenza di Maria, madre del Signore, è l’elemento di coesione, gli Apostoli vivono un evento che supera le loro aspettative. Riuniti in preghiera – la preghiera è il “polmone” che dà respiro ai discepoli di tutti i tempi; senza preghiera non si può essere discepolo di Gesù; senza preghiera noi non possiamo essere cristiani! È l’aria, è il polmone della vita cristiana –, vengono sorpresi dall’irruzione di Dio. Si tratta di un’irruzione che non tollera il chiuso: spalanca le porte attraverso la forza di un vento che ricorda la ruah, il soffio primordiale, e compie la promessa della “forza” fatta dal Risorto prima del suo congedo (cfr At 1,8). Giunge all’improvviso, dall’alto, «un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano» (At 2,2).
Al vento poi si aggiunge il fuoco che richiama il roveto ardente e il Sinai col dono delle dieci parole (cfr Es 19,16-19). Nella tradizione biblica il fuoco accompagna la manifestazione di Dio. Nel fuoco Dio consegna la sua parola viva ed energica (cfr Eb 4,12) che apre al futuro; il fuoco esprime simbolicamente la sua opera di scaldare, illuminare e saggiare i cuori, la sua cura nel provare la resistenza delle opere umane, nel purificarle e rivitalizzarle. Mentre al Sinai si ode la voce di Dio, a Gerusalemme, nella festa di Pentecoste, a parlare è Pietro, la roccia su cui Cristo ha scelto di edificare la sua Chiesa. La sua parola, debole e capace persino di rinnegare il Signore, attraversata dal fuoco dello Spirito acquista forza, diventa capace di trafiggere i cuori e di muovere alla conversione. Dio infatti sceglie ciò che nel mondo è debole per confondere i forti (cfr 1Cor 1,27).
La Chiesa nasce quindi dal fuoco dell’amore e da un “incendio” che divampa a Pentecoste e che manifesta la forza della Parola del Risorto intrisa di Spirito Santo. L’Alleanza nuova e definitiva è fondata non più su una legge scritta su tavole di pietra, ma sull’azione dello Spirito di Dio che fa nuove tutte le cose e si incide in cuori di carne.
La parola degli Apostoli si impregna dello Spirito del Risorto e diventa una parola nuova, diversa, che però si può comprendere, quasi fosse tradotta simultaneamente in tutte le lingue: infatti «ciascuno li udiva parlare nella propria lingua» (At 2,6). Si tratta del linguaggio della verità e dell’amore, che è la lingua universale: anche gli analfabeti possono capirla. Il linguaggio della verità e dell’amore lo capiscono tutti. Se tu vai con la verità del tuo cuore, con la sincerità, e vai con amore, tutti ti capiranno. Anche se non puoi parlare, ma con una carezza, che sia veritiera e amorevole.
Lo Spirito Santo non solo si manifesta mediante una sinfonia di suoni che unisce e compone armonicamente le diversità ma si presenta come il direttore d’orchestra che fa suonare le partiture delle lodi per le «grandi opere» di Dio. Lo Spirito santo è l’artefice della comunione, è l’artista della riconciliazione che sa rimuovere le barriere tra giudei e greci, tra schiavi e liberi, per farne un solo corpo. Egli edifica la comunità dei credenti armonizzando l’unità del corpo e la molteplicità delle membra. Fa crescere la Chiesa aiutandola ad andare al di là dei limiti umani, dei peccati e di qualsiasi scandalo.
La meraviglia è tanta, e qualcuno si chiede se quegli uomini siano ubriachi. Allora Pietro interviene a nome di tutti gli Apostoli e rilegge quell’evento alla luce di Gioele 3, dove si annuncia una nuova effusione dello Spirito Santo. I seguaci di Gesù non sono ubriachi, ma vivono quella che Sant’Ambrogio definisce «la sobria ebbrezza dello Spirito», che accende in mezzo al popolo di Dio la profezia attraverso sogni e visioni. Questo dono profetico non è riservato solo ad alcuni, ma a tutti coloro che invocano il nome del Signore.
D’ora innanzi, da quel momento, lo Spirito di Dio muove i cuori ad accogliere la salvezza che passa attraverso una Persona, Gesù Cristo, Colui che gli uomini hanno inchiodato al legno della croce e che Dio ha risuscitato dai morti «liberandolo dai dolori della morte (At 2,24). È Lui che ha effuso quello Spirito che orchestra la polifonia di lodi e che tutti possono ascoltare. Come diceva Benedetto XVI, «la Pentecoste è questo: Gesù, e mediante Lui Dio stesso, viene a noi e ci attira dentro di sé» (Omelia, 3 giugno 2006). Lo Spirito opera l’attrazione divina: Dio ci seduce con il suo Amore e così ci coinvolge, per muovere la storia e avviare processi attraverso i quali filtra la vita nuova. Solo lo Spirito di Dio infatti ha il potere di umanizzare e fraternizzare ogni contesto, a partire da coloro che lo accolgono.
Chiediamo al Signore di farci sperimentare una nuova Pentecoste, che dilati i nostri cuori e sintonizzi i nostri sentimenti con quelli di Cristo, così che annunciamo senza vergogna la sua parola trasformante e testimoniamo la potenza dell’amore che richiama alla vita tutto ciò che incontra.

 

Chagall, vetrata della creazione

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I SALMI NELLA LITURGIA DELLE ORE

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I SALMI NELLA LITURGIA DELLE ORE

22 marzo 2019
Il canto dei salmi faceva parte della liturgia ebraica del tempio e della sinagoga, e per osmosi naturale e` entrato a far parte anche della liturgica cristiana. La liturgia cristiana si pone infatti in continuita` con la liturgica ebraica, anche se in sostanziale novita`.

di fr Raffaele Quilotti OP, docente di Liturgia

Il canto dei salmi faceva parte della liturgia ebraica del tempio e della sinagoga, e per osmosi naturale e` entrato a far parte anche della liturgica cristiana. La liturgia cristiana si pone infatti in continuita` con la liturgica ebraica, anche se in sostanziale novita`. In continuita` perche´ molti elementi della liturgia ebraica sono stati assunti nella celebrazione cristiana; in novita` perche´ il centro della liturgia cristiana e` il mistero del Cristo: noi celebriamo la sua persona, la sua opera, la sua pasqua, usufruendo per la celebrazioni anche di gesti e testi, acclamazioni, termini ebraici e aramaici (amen, alleluia, sabaoth, hosanna…) gia` della liturgia del tempio, di quella sinagogale e personale.
Il “Salterio”
I salmi giunti fino a noi sono 150, raccolti in un libro biblico chiamato salterio. Salterio e` il nome di uno strumento musicale: i salmi si cantavano accompagnati da strumenti musicali che ne davano il ritmo e l’intonazione. Questo ci dice gia` che i salmi sono dei canti poetici e che vanno cantati, un po’ come tutti i poemi antichi. Cantati in modo diretto, cioe` tutto di seguito, o a cori alterni, o cantati da un solista, o in modo responsoriale tra salmista e ritornello dell’assemblea (cf. Principi e Norme per la Liturgia delle Ore [=PNLO], nn. 121-123).
“E` risaputo che i salmi (cf. i nn. 103-120, che inviterei a rileggere) sono strettamente connessi con la musica; lo dimostra la tradizione sia giudaica che cristiana. In verita` alla piena comprensione di molti salmi contribuisce non poco il fatto che essi vengano cantati o almeno siano sempre considerati in questa luce poetica e musicale. Pertanto, se e` possibile, e` da preferirsi questa forma, almeno nei giorni e nelle Ore principali, e secondo il carattere proprio dei salmi. I diversi modi di eseguire la salmodia sono descritti ai nn. 121-123 (di PNLO). La loro varieta` non deve essere dettata tanto da circostanze esterne, quanto piuttosto, dal diverso genere di quei salmi che ricorrono nella medesima celebrazione. Secondo questo criterio i salmi sapienziali e storici si prestano forse meglio a essere ascoltati, mentre, al contrario, quelli di lode e di rendimento di grazie comportano per se´ il canto in comune. Quel che conta piu` di tutto e` che la celebrazione non si leghi a schemi rigidi e artificiosi, non obbedisca solo a norme puramente formali, ma risponda allo spirito autentico dell’azione che si compie. Il primo scopo da raggiungere e` infatti quello di formare gli animi all’amore per la preghiera genuina della Chiesa e di rendere gioiosa la celebrazione della lode di Dio (cf. Sal 146)” (PNLO, nn. 278- 279).
Composizione del salterio
Nella composizione del salterio i salmi non si susseguono in modo casuale ma sono raccolti seguendo un ordine: si inizia con la scelta di vita (salmo 1: Beato l’uomo che non segue) e si conclude con la glorificazione di Dio con canti e tutti gli strumenti musicali (salmo 150: Lodate il Signore nel suo santuario). Il salterio si suddivide in cinque libretti che terminano ognuno con due Amen: “Amen, Amen”(1-41; 42-72; 73-89; 90-1l6; 107-150). Il salterio e` come un libro che va letto da cima a fondo progressivamente, e cosi` veniva pregato, con una lettura continua. Questa impostazione di fondo e` stata conservata grosso modo anche nell’ultima riforma della Liturgia delle Ore.
Distribuzione generale dei salmi nella LO
Tuttavia nella distribuzione dei salmi si e` tenuto conto (del resto come gia` in passato) anche delle Ore del giorno, dei giorni della settimana, nonche´ di particolari feste e periodi dell’anno liturgico. Per questo, ad esempio, a Compieta ci sono dei salmi adatti alla sera prima di andare a dormire; alle lodi mattutine e ai vespri, nonche´ per i salmi invitatori, le scelte sono diverse. Gli stessi criteri si applicano anche agli inni delle varie Ore e dei giorni. Possiamo dunque distinguere: i salmi invitatori, il salmi di Lodi, i salmi di Vespro, i salmi di Compieta, i salmi per l’Ufficio di lettura o mattutino, i salmi della domenica (pasquali), i salmi del venerdi` (penitenziali), i salmi del sabato (storici e sapienziali). Ne riparliamo.
Da dove partire
La nuova forma della liturgia delle Ore (LO) conseguente alla riforma liturgica del concilio Vaticano II, ha come punto di partenza iniziale la Sacrosanctum Concilium, che tratta della Liturgia delle Ore al cap. IV. L’Ufficio divino, nn. 83-101. Il capitolo inizia dal valore teologico della LO, opera di Cristo e della Chiesa (nn. 83-85), e prosegue sulla sua dimensione pastorale (nn. 86-87). Da qui l’esigenza di una riforma per adeguare questa celebrazione alle mutate condizioni odierne (nn. 88-89). Il n. 89 chiedeva un numero minore di salmi per il Mattutino (Ufficio di Lettura), la soppressione dell’Ora di Prima e per la Compieta la scelta di salmi piu` appropriati per la fine della giornata. Il n. 91 parla della distribuzione dei salmi, tenendo presente che deve essere una celebrazione accessibile a tutti i fedeli (anche laici), con celebrazioni piu` brevi (numero dei salmi); da qui l’apertura anche all’uso delle lingue vive (n. 101). Su questi criteri di fondo e` stata pensata una nuova struttura della LO, che si snodi in uno spazio di tempo piu` lungo di una settimana (n. 91). La commissione incaricata si e` messa subito all’opera ma prima di arrivare ad una struttura definitiva condivisa ci sono voluti sei anni. Alla fine il ritmo della Liturgia delle Ore si snoda su quattro settimane, con tre salmi (o tre parti di salmi) per ogni Ora del giorno, eccetto Compieta che ha un salmo solo (eccetto la prima Compieta della domenica e la compieta del mercoledi` che ne hanno due, perche´ brevi). I salmi piu` lunghi furono divisi in due o tre parti, mentre il lungo salmo 118 conservo` le sue 22 parti, quante le lettere dell’alfabeto ebraico. Per le Ore minori (facoltative: Terza, Sesta e Nona) si ricorse ai brevi salmi “graduali”, cioe` i salmi che gli ebrei pregavano salendo in pellegrinaggio a Gerusalemme (119-127).
Due tipi di salmi difficili
Due tipi di salmi da tempo facevano difficolta`: i salmi imprecatori e i salmi storici, che sembravano poco adatti ad una preghiera, soprattutto evangelica (soprattutto i primi).
I salmi imprecatori (57, 82, 108, ma numerosi versetti anche in altri salmi) erano salmi o espressioni psicologicamente difficili da comprendere in ambito evangelico, in bocca a Cristo, in quanto sono preghiere che invocano la vendetta di Dio e la maledizione sugli avversari, mentre Gesu` chiedeva di perdonare anche i nemici e pregare per i persecutori. Il bellissimo e nostalgico salmo 136: Sui fiumi di Babilonia la` sedevamo piangendo al ricordo di Sion, si conclude con una crudelissima invettiva contro la citta` nemica: beato chi afferrera` i tuoi piccoli e li sfracellera` contro la pietra. Come pregare questi versetti da parte di persone non preparate a leggere e capire il genere letterario dei salmi? Eppure anche questi salmi sono Parola di Dio e Gesu` li ha pregati. In ogni caso si e` deciso di tralasciare questi salmi o questi versetti (i monaci invece, giustamente, li hanno mantenuti).
I salmi storici (77, 104, 105) sono quei salmi che ripercorrono la storia del popolo ebreo. Che senso possono avere nella preghiera dei cristiani? Hanno senso nel fatto che essi ripercorrono le opere salvifiche di Dio, che avranno il loro coronamento nella morte e resurrezione di Gesu`, nella pasqua di Gesu`. Per questo motivo questi salmi storici sono stati riservati al sabato (di Avvento e Natale, Quaresima e Pasqua), come introduzione alla domenica (PNLO, n. 130).
Cantici biblici e evangelici
ai 150 salmi, nel tempo erano subentrati nella preghiera cristiana della LO anche altri Cantici presenti in altri libri biblici dell’AT, e negli stessi vangeli (Benedictus, Magnificat, Nunc. dimittis). Il numero del Cantici biblici fu completato in modo che ogni giorno delle quattro settimane avesse un suo cantico dell’AT alle Lodi; si aggiunsero poi 9 cantici presi dai libri del NT da recitarsi settimanalmente nei Vespri (questi ultimi cantici sono una novita`) e si e` conservata la recita quotidiana dei tre cantici evangelici per Lodi, Vespri e Compieta.
Assegnazione dei salmi nelle varie celebrazioni del giorno
(PNLO, nn. 126-135 sui salmi; 136-139 sui Cantici)
Cio` premesso ci chiediamo con quali criteri sono stati scelti giorno per giorno i salmi e i cantici. Forse questo ci aiutera` a pregare meglio le varie Ore del giorno. Teniamo presente che il canto dei salmi c’e` anche nella Liturgia delle Parola della liturgia eucaristica, come salmi responsoriali o canti (antifone) di ingresso.
1. Salmi invitatori (PNLO, nn. 34-36).
Essi hanno il compito di introdurre alla preghiera del giorno, sono un invito a cantare le lodi di Dio, ad ascoltare la sua voce, aspettando il riposo del Signore. Si cantano o si recitano al mattino, come prima preghiera, in forma responsoriale.
Il tradizionale salmo invitatorio, introduttivo alla preghiera, e` il salmo 94, Venite applaudiamo al Signore, un invito solenne a lodare ringraziare, adorare, ascoltare; l’ascolto esige una risposta.
A questo salmo ne sono stati aggiunti altri tre. Il salmo 99, Acclamate al Signore voi tutti della terra; e` simile al salmo 94; tutto pervaso di gioia per l’incontro col Signore, nostro creatore e nostro pastore. Il salmo 66, Dio abbia pieta` di noi e ci benedica; tre brevi strofe con un ritornello di alleluia; esprime l’anelito che il regno di Dio si estenda a tutti i popoli. Infine il salmo 23, Del Signore e` la terra e quanto contiene; un salmo che esprime le condizioni ideali per entrare davanti al Signore; una esortazione ad allargare le porte perche´ entri il Signore a regnare nel nostro cuore.
2. Salmi a Lodi mattutine, Vespri e Compieta (PNLO, nn. 37-54.84ss. 136-139).
a) Le Lodi mattutine. Sono stati scelti tre salmi, in crescendo come importanza. Il primo salmo e` inerente all’ora del mattino, un salmo legato alla luce. Il secondo e` un cantico dell’AT. Complessivamente i Cantici del VT sono 26, alcuni presi dalla tradizione, altri dall’Ufficio monastico. I cantici delle lodi delle domeniche sono ripetuti. Il terzo salmo infine e` il vero canto di lode; e` il piu` importante e solenne dei tre, e lo deve essere anche nel tono.
b) Vespri. Per questa preghiera si sono scelti dei salmi piu` semplici, a partire dal salmo 109 (l’ultima parte del salterio, che sono salmi di lode). Come terzo canto e` stato scelto un cantico del NT, il piu` importante dei tre. Complessivamente sono 9 i cantici del NT, presi in prevalenza dal libro dell’Apocalisse. Ai Vespri delle domeniche nel tempo di quaresima, il cantico alleluiatico di Apocalisse 19 (Alleluia. Salvezza gloria e potenza) e` stato sostituito da 1Pt 2, 21-24 (Cristo pati` per voi). Inoltre per l’Epifania e la Trasfigurazione si e` ricorso a 1Tm 3,16 (Cristo si manifesto` nella carne).
c) Compieta. Per questa Ora prima del sonno (non della sera) sono stati scelti dei salmi di fiducia in Dio, con la possibilita` di pregare tutti i giorni i salmi della domenica, in particolare il salmo 90: Tu che abiti al riparo dell’Altissimo, un salmo di abbandono in Dio.
La preghiera dei salmi viene aiutata dal titolo proprio del salmo e dalle antifone, che ne mettono a fuoco alcuni aspetti. Si voleva riprendere anche l’uso antico della orazioni salmiche, che sono un interpretare il salmo in senso cristologico, ma l’intento non ha trovato molto seguito (nn. 110-120).
Salmi nelle celebrazioni settimanali e nelle solennita` e feste
a) Salmi secondo i giorni della settimana. Per tradizione si e` tenuto conto anche dei giorni della settimana, in particolare della domenica, la cui celebrazione inizia con i primi vespri, la quale ha una dimensione spiccatamente pasquale. Sarebbe lungo enumerare tutti i salmi della domenica, settimana per settimana. Alleniamoci a scoprire in questi salmi la dimensione pasquale. Anche il mattutino del sabato risente talvolta della attrazione della domenica. Uguale attenzione si e` dato al venerdi`, con una dimensione penitenziale. Alle Lodi del venerdi` c’e` sempre il salmo 50 (Pieta` di me o Dio) e nell’Ora media della 3a settimana il salmo 21 (Dio mio, Dio mio, perche´ mi hai dimenticato).
b) Salmi nelle solennita` e feste. Pensiamo in particolare alle solennita` di Natale, Epifania, Pasqua (Triduo pasquale), Ascensione e Pentecoste, sulle quali c’era gia` stata molta attenzione anche in passato. Uguale lavorio per i Comuni: Dedicazione, Beata Vergine Maria, apostoli, martiri, confessori e dottori, vergini, santi e sante, e per l’Ufficio dei defunti. Una qualche differenziazione c’e` anche tra le solennita` e le feste: piu` curate, nella forma d’insieme, le prime. La scelta di un salmo e` suggerita da qualche suo versetto particolare, spesso nella tradizione latina o nella traduzione italiana. Cambiando la traduzione (gli agganci) talvolta si e` cambiato anche il salmo.
In ambito domenicano pensiamo alle solennita` e alla feste del nostro calendario: san Domenico, san Tommaso, santa Caterina da Siena, sant’Alberto Magno (non so se sara` possibile mantenere questo grado anche nel nuovo Ordinamento del Calendario domenicano, in attesa di approvazione da parte della Congregazione per il culto).
Vorrei inserire qui una riflessione riguardo la celebrazione dei confessori e dottori, finora uniti insieme in un medesimo formulario. Essere confessori (pastori: vescovi, sacerdoti e diaconi) e essere dottori, sono due cose diverse, perche´ possono essere dottori anche dei cristiani non insigniti del sacramento dell’Ordine (esempio delle donne). Questo portera`, penso, in futuro, a qualche ulteriore distinzione. In ogni caso, anche riguardo gli insigniti del sacramento dell’Ordine, mi sembra piu` importante essere vescovi e sacerdoti che dottori. Perche´ esser dottori evidenzia un ministero particolare, quello profetico, rispetto ai ministero pastorale che include tre funzioni: sacerdotale, profetico e regale. Naturalmente queste considerazioni, in concreto, dipendono dal carattere particolare dei singoli confessori, se sono stati piu` grandi nel ministero pastorale o in quello magisteriale. Nell’Ordine domenicano si e` dato naturalmente piu` importanza al fatto di essere dottori che essere vescovi, ma teologicamente non e` cosi` (mi sembra). Ulteriori riflessioni sui salmi porteranno forse a preferire alcuni di essi piuttosto che altri. La Liturgia non e` mai un tutto fisso.

Conclusione
Concludo citando un testo della bella Introduzione alla Liturgia delle Ore, che mi sembra significativo, proprio sui salmi.
“Nella Liturgia delle Ore la Chiesa prega in gran parte con quei bellissimi canti, che i sacri autori, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno composto nell’Antico Testamento. Per la loro stessa origine, infatti, essi hanno una capacita` tale da elevare la mente degli uomini a Dio, da suscitare in essi pii e santi affetti, da aiutarli mirabilmente a render grazie a Dio nelle circostanze prospere, da recare consolazione e fermezza d’animo nelle avversita`.
I salmi, tuttavia, non offrono che un’immagine imperfetta di quella pienezza dei tempi che apparve in Cristo Signore e dalla quale trae il suo vigore la preghiera della Chiesa. Pertanto puo` talvolta accadere che, pur concordando tutti i cristiani nella somma stima dei salmi, trovino tuttavia qualche difficolta`, nello stesso tempo in cui cercano di far propri nella preghiera quei canti venerandi.
Ma lo Spirito Santo, sotto la cui ispirazione i salmisti hanno cantato, assiste sempre con la sua grazia coloro che eseguono tali inni con fede e buona volonta`. E` tuttavia necessario che ciascuno, secondo le sue possibilita`, si procuri «una maggiore formazione biblica, specialmente riguardo ai salmi». Inoltre si deve arrivare ad assimilare bene il modo e il metodo migliore per pregarli come si conviene” (PNLO, cap. III, nn. 100-102).
Riferimenti-base per approfondire il discorso
- La Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (=SC), nn. 83-101 (dic. 1964)
- La Costituzione apostolica di Paolo VI Laudis Canticum, per la promulgazione del rinnovato Ufficio divino (nov. 1970).
- Principi e norme per la Liturgia delle Ore (=PNLO, Introduzione alla LO) (aprile 1971). Qui vedere in particolare il cap. II. La santificazione del giorno ossia le varie Ore liturgiche (nn. 34 ss), e il cap. III. I diversi elementi della Liturgia delle Ore: I. I salmi (nn. 100-109); III. Il modo di Salmodiare (121-15); IV Criteri di distribuzione dei salmi nell’Ufficio (nn. 126-135); V I cantici dell’Antico e Nuovo Testamento (nn. 136-139); cap. V. Riti da osservare…: II. Il canto nell’Ufficio (nn. 267-284, in particolare, nn. 278-279).
- Lo studio di IOSEPH PASCHER, Il Nuovo ordinamento della salmodia nella Liturgia romana delle Ore, in: AA.VV., Liturgia delle Ore, Quaderni di Rivista Liturgica, n. 14, Elledici, Torino-Leumann, 1972, pp. 161- 184, uscito a commento subito dopo la riforma. Il presente articolo deve molto a questo studio.

(il testo e` apparso nel fascicolo 1, 2019 di Dominicus)

Publié dans : BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI | le 17 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

SS. Trinità

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Publié dans : immagini sacre | le 15 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

SANTISSIMA TRINITA’ – Omelie anno C

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SANTISSIMA TRINITA’ – Omelie anno C

Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15

Nel Quarto Evangelo, in quella lunga sezione che va sotto il nome di “Discorsi di addio”, c’è tutto il fondamento della rivelazione trinitaria. Contemplare oggi questo mistero al termine delle celebrazioni pasquali, è possibile per queste pagine profonde e bellissime di Giovanni di cui oggi leggiamo un breve tratto del capitolo sedicesimo; ma dire “questo mistero” mi pare poco, quasi fosse un mistero come gli altri: in realtà è il mistero fontale della nostra fede!
Per il Gesù di Giovanni è fondamentale la conoscenza di questa dinamica trinitaria di Dio in cui Egli, il Figlio, ci inserisce con il suo amore “glorioso” (cioè che racconta Dio!) e di cui lo Spirito è garante di verità nel cuore dei credenti. Il Padre è allora fonte di una parola che nel Figlio ha preso carne, e che lo Spirito radica nel cuore dell’uomo.
Se Gesù ha narrato il Padre con il suo mistero pasquale, lo Spirito conduce colui che gli si fa docile a conoscere, sperimentare e fare suo quell’amore pasquale di Cristo. Tutto questo, come scriveva il teologo Bruno Forte “non è un astruso teorema celeste” senza incidenze sulla nostra vita, ma è rivelazione e consegna di Dio alla storia degli uomini; una rivelazione che non esaurisce Dio ed il suo mistero, ma ci conduce a contemplare la vita stessa di Dio. Un mistero che ci dice che Dio è in se stesso dinamica vitale, relazione, che è vita di persone fatta di amore che ama, si lascia amare e si dona. Il mistero trinitario ci dice che tutto in Dio è relazione, e che quindi l’uomo, creato a sua immagine, non può che realizzarsi nella relazione con se stesso, con Dio, con l’altro, con il mondo. Senza relazioni il Dio cristiano non sussiste, e non sussiste neanche la salvezza perché questa – nella rivelazione cristiana – è realizzata dal Figlio che è venuto nella nostra carne per opera dello Spirito Santo, e ha condotto, nel suo mistero pasquale, l’uomo alla piena comunione con il Padre. Il discepolo di Cristo non può non essere che un uomo che specchia il suo essere nelle relazioni trinitarie, trovando lì la ragione, la fonte e la forza delle sue relazioni, quelle grazie alle quali si vive e grazie alle quali si realizza la vera umanità.
Bonificare le relazioni rendendole autentiche e veritiere è opera altissima di umanizzazione: il discepolo di Gesù è immerso nelle relazioni trinitarie fin dal suo Battesimo, e vi è immerso perché immerso nella morte e risurrezione stessa di Gesù (“Io ti immergo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”) e, in quanto tale, il discepolo è chiamato a vivere tutte le sue relazioni umanizzandole, liberandole cioè dalle sovrastrutture della “philautìa”, che è quell’amore di sé che non dà spazio all’altro, che ignora volutamente la costruzione di vere relazioni o addirittura le calpesta allo scopo di “salvare se stesso”. L’uomo perciò è chiamato a vivere l’amore in quella comunione fraterna capace di dare all’umano un respiro ampio e non claustrofobico, che restituisce all’uomo quella fraternità ferita e compromessa dal peccato di cui è “icona” già l’omicidio di Abele (cfr Gen 4, 1-16)!
Il mistero trinitario radica allora nei credenti la necessità di relazioni umane e fraterne non in ragione semplicemente etica o psicologica, ma nelle profondità stesse di Dio e quindi nelle profondità stesse del nostro essere uomini creati ad immagine di un Dio che non è un Dio solitario ma un Dio trino, un Dio che è comunione e, quindi, può essere amore!
Contemplare la Trinità è poi contemplare la fonte del Mistero Pasquale che domenica scorsa, nella celebrazione della Pentecoste, è giunto alla sua meta. La fonte è lì, nel Dio che Gesù ci ha raccontato che è Padre, è Figlio, è Spirito Santo e che desidera attrarre l’uomo – sua creatura amata e vertice di questo mondo bellissimo – non vicino a sé ma dentro di sé, e che per far questo non solo non ha disdegnato l’Incarnazione del Figlio, ma ha voluto prendere dimora nell’uomo! Sì, nell’uomo, unica vera degna dimora del Dio Trino nella storia … nessun Tempio fatto da mano d’uomo può uguagliare la bellezza del cuore umano per poter essere dimora di Dio!
Da quando il Figlio, inviato dal Padre, per opera dello Spirito Santo ha iniziato a dimorare nella carne dell’uomo, è questa nostra stessa carne che Dio desidera e viene ad abitare! Chi scopre in sé questa dimora di Dio, chi scopre in sé questo spazio per Dio che è opera dello Spirito, può davvero iniziare a vivere da uomo nuovo “creato secondo Dio” (cfr Ef 4, 24).
Il mistero della Trinità è allora il mistero dolcissimo di una dimora verso cui tendere e di cui, incredibilmente, noi stessi siamo fatti dimora.
La Trinità è meta e presenza, è promessa ma anche “atmosfera” che già respiriamo perché in essa immersi dalla misericordia di Cristo crocefisso e risorto!
La Trinità che si è rivelata a pieno nel mistero della Croce e Risurrezione di Gesù diviene per noi rivelazione della nostra identità più radicale di esseri fatti dalla comunione e per la comunione.
E’ chiaro allora che il Dio dei cristiani, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il Dio che Gesù ha narrato, può essere rinarrato alla storia solo dalla comunione fraterna, solo dall’unità che non sopprime le differenze; in questa dinamica la Chiesa si può porre dinanzi al mondo come umile ma vera alternativa alla disumanizzazione dell’uomo che è sempre tentativo del mondo di fare dell’uomo ciò che l’uomo non è; la comunione trinitaria ci dice allora da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo: ci dice dunque la nostra origine, il nostro cammino e la nostra meta.

P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Sant’Antonio da Padova

it e ciottoli - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 13 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

L’INSEGNAMENTO DEI «SERMONI» DI SANT’ANTONIO DI PADOVA

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L’INSEGNAMENTO DEI «SERMONI» DI SANT’ANTONIO DI PADOVA

Parole chiave: benedetto xvi (2612)
17/02/2010 di Archivio Notizie

DI ANDREA DRIGANI

Mercoledì 10 febbraio, nel corso dell’udienza generale, Papa Benedetto XVI ha presentato la figura di sant’Antonio di Padova (1195-1231), appartenente alla prima generazione dei Frati Minori. In particolare si è voluto soffermare sulla sua predicazione raccolta nei «Sermoni». In questi «Sermoni» – ha detto il Pontefice – egli commentava i testi della Scrittura presentati dalla Liturgia, utilizzando l’interpretazione patristico-medievale dei quattro sensi, quello letterale o storico, quello allegorico o cristologico, quello tropologico o morale e quello anagogico, che orienta verso la vita eterna. Oggi – ha continuato il Papa – si riscopre che questi sensi sono dimensioni dell’unico senso della Bibbia e che è giusto interpretarla cercando, appunto, le quattro dimensioni della parola.

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Ha poi rammentato che il Papa Pio XII, nel 1946, proclamò Antonio Dottore della Chiesa, attribuendogli il titolo di «Dottore evangelico», perché dai «Sermoni» emerge la freschezza e la bellezza del Vangelo e ancora oggi li possiamo leggere con grande profitto spirituale. Antonio – ha proseguito Benedetto XVI – ci ricorda che la preghiera necessita di un’atmosfera di silenzio che non coincide con il distacco dal rumore esterno, ma è esperienza interiore, che mira a rimuovere le distrazioni provocate dalle preoccupazioni dell’anima, creando il silenzio nell’anima stessa. Secondo l’insegnamento di Antonio la preghiera è articolata in quattro atteggiamenti indispensabili: aprire fiduciosamente il proprio cuore a Dio; colloquiare affettuosamente con Lui; presentargli i nostri bisogni ed infine lodarlo e ringraziarlo.
In questo insegnamento di sant’Antonio sulla preghiera – ha osservato il Pontefice – cogliamo uno dei tratti specifici della teologia francescana, di cui egli è stato l’iniziatore, cioè il ruolo assegnato all’amore divino, che entra nella sfera degli affetti, della volontà, del cuore, e che è anche la sorgente da cui sgorga una conoscenza spirituale, che sorpassa ogni conoscenza. Infatti, amando, conosciamo. Il Papa ha concluso citando una frase di Antonio: «La carità è l’anima della fede, la rende viva; senza l’amore, le fede muore».

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Publié dans : Sant'Antonio da Padova | le 13 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

Pentecoste

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Publié dans : immagini sacre | le 12 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE 9 giugno 2019 – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2019/documents/papa-francesco_20190609_omelia-pentecoste.html

(sono stata male, scusate se non ho potuto mettere prima qualcosa sulla Pentecoste)

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE 9 giugno 2019 – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro

Domenica, 9 giugno 2019

Pentecoste arrivò, per i discepoli, dopo cinquanta giorni incerti. Da un lato Gesù era Risorto, pieni di gioia lo avevano visto e ascoltato, e avevano pure mangiato con Lui. Dall’altro lato, non avevano ancora superato dubbi e paure: stavano a porte chiuse (cfr Gv 20,19.26), con poche prospettive, incapaci di annunciare il Vivente. Poi arriva lo Spirito Santo e le preoccupazioni svaniscono: ora gli Apostoli non hanno timore nemmeno davanti a chi li arresta; prima preoccupati di salvarsi la vita, ora non hanno più paura di morire; prima rinchiusi nel Cenacolo, ora annunciano a tutte le genti. Fino all’Ascensione di Gesù attendevano un Regno di Dio per loro (cfr At 1,6), ora sono impazienti di raggiungere confini ignoti. Prima non avevano quasi mai parlato in pubblico e quando l’avevano fatto avevano spesso combinato guai, come Pietro rinnegando Gesù; ora parlano con parresia a tutti. La vicenda dei discepoli, che sembrava al capolinea, viene insomma rinnovata dalla giovinezza dello Spirito: quei giovani, che in preda all’incertezza si sentivano arrivati, sono stati trasformati da una gioia che li ha fatti rinascere. Lo Spirito Santo ha fatto questo. Lo Spirito non è, come potrebbe sembrare, una cosa astratta; è la Persona più concreta, più vicina, quella che ci cambia la vita. Come fa? Guardiamo agli Apostoli. Lo Spirito non ha reso loro le cose più facili, non ha fatto miracoli spettacolari, non ha tolto di mezzo problemi e oppositori, ma lo Spirito ha portato nelle vite dei discepoli un’armonia che mancava, la sua, perché Egli è armonia.
Armonia dentro l’uomo. Dentro, nel cuore i discepoli avevano bisogno di essere cambiati. La loro storia ci dice che persino vedere il Risorto non basta, se non Lo si accoglie nel cuore. Non serve sapere che il Risorto è vivo se non si vive da Risorti. Ed è lo Spirito che fa vivere e rivivere Gesù in noi, che ci risuscita dentro. Per questo Gesù, incontrando i suoi, ripete: «Pace a voi!» (Gv 20,19.21) e dona lo Spirito. La pace non consiste nel sistemare i problemi di fuori – Dio non toglie ai suoi tribolazioni e persecuzioni – ma nel ricevere lo Spirito Santo. In questo consiste la pace, quella pace data agli Apostoli, quella pace che non libera dai problemi ma nei problemi, è offerta a ciascuno di noi. È una pace che rende il cuore simile al mare profondo, che è sempre tranquillo anche quando in superficie le onde si agitano. È un’armonia così profonda che può trasformare persino le persecuzioni in beatitudini. Quante volte, invece, rimaniamo in superficie! Anziché cercare lo Spirito tentiamo di rimanere a galla, pensando che tutto andrà meglio se passerà quel guaio, se non vedrò più quella persona, se migliorerà quella situazione. Ma questo è rimanere in superficie: passato un problema ne arriverà un altro e l’inquietudine ritornerà. Non è prendendo le distanze da chi non la pensa come noi che saremo sereni, non è risolvendo il guaio del momento che staremo in pace. La svolta è la pace di Gesù, è l’armonia dello Spirito.
Oggi, nella fretta che il nostro tempo ci impone, sembra che l’armonia sia emarginata: tirati da mille parti rischiamo di scoppiare, sollecitati da un nervosismo continuo che fa reagire male a ogni cosa. E si cerca la soluzione rapida, una pastiglia dietro l’altra per andare avanti, un’emozione dietro l’altra per sentirsi vivi. Ma abbiamo soprattutto bisogno dello Spirito: è Lui che mette ordine nella frenesia. Egli è pace nell’inquietudine, fiducia nello scoraggiamento, gioia nella tristezza, gioventù nella vecchiaia, coraggio nella prova. È Colui che, tra le correnti tempestose della vita, fissa l’ancora della speranza. È lo Spirito che, come dice oggi San Paolo, ci impedisce di ricadere nella paura perché ci fa sentire figli amati (cfr Rm 8,15). È il Consolatore, che ci trasmette la tenerezza di Dio. Senza lo Spirito la vita cristiana è sfilacciata, priva dell’amore che tutto unisce. Senza lo Spirito Gesù rimane un personaggio del passato, con lo Spirito è persona viva oggi; senza lo Spirito la Scrittura è lettera morta, con lo Spirito è Parola di vita. Un cristianesimo senza lo Spirito è un moralismo senza gioia; con lo Spirito è vita.
Lo Spirito Santo non porta solo armonia dentro, ma anche fuori, tra gli uomini. Ci fa Chiesa, compone parti diverse in un unico edificio armonico. Lo spiega bene San Paolo che, parlando della Chiesa, ripete spesso una parola, “diversi”: «diversi carismi, diverse attività, diversi ministeri» (1 Cor 12,4-6). Siamo diversi, nella varietà delle qualità e dei doni. Lo Spirito li distribuisce con fantasia, senza appiattire, senza omologare. E, a partire da queste diversità, costruisce l’unità. Fa così, fin dalla creazione, perché è specialista nel trasformare il caos in cosmo, nel mettere armonia. È specialista nel creare le diversità, le ricchezze; ognuno la sua, diversa. Lui è il creatore di questa diversità e, allo stesso tempo, è Colui che armonizza, che dà l’armonia e dà unità alla diversità. Soltanto Lui può fare queste due cose.
Oggi nel mondo le disarmonie sono diventate vere e proprie divisioni: c’è chi ha troppo e c’è chi nulla, c’è chi cerca di vivere cent’anni e chi non può venire alla luce. Nell’era dei computer si sta a distanza: più “social” ma meno sociali. Abbiamo bisogno dello Spirito di unità, che ci rigeneri come Chiesa, come Popolo di Dio, e come umanità intera. Che ci rigeneri. Sempre c’è la tentazione di costruire “nidi”: di raccogliersi attorno al proprio gruppo, alle proprie preferenze, il simile col simile, allergici a ogni contaminazione. E dal nido alla setta il passo è breve, anche dentro la Chiesa. Quante volte si definisce la propria identità contro qualcuno o contro qualcosa! Lo Spirito Santo, invece, congiunge i distanti, unisce i lontani, riconduce i dispersi. Fonde tonalità diverse in un’unica armonia, perché vede anzitutto il bene, guarda all’uomo prima che ai suoi errori, alle persone prima che alle loro azioni. Lo Spirito plasma la Chiesa, plasma il mondo come luoghi di figli e di fratelli. Figli e fratelli: sostantivi che vengono prima di ogni altro aggettivo. Va di moda aggettivare, purtroppo anche insultare. Possiamo dire che noi viviamo una cultura dell’aggettivo che dimentica il sostantivo delle cose; e anche in una cultura dell’insulto, che è la prima risposta ad un’opinione che io non condivido. Poi ci rendiamo conto che fa male, a chi è insultato ma anche a chi insulta. Rendendo male per male, passando da vittime a carnefici, non si vive bene. Chi vive secondo lo Spirito, invece, porta pace dov’è discordia, concordia dov’è conflitto. Gli uomini spirituali rendono bene per male, rispondono all’arroganza con mitezza, alla cattiveria con bontà, al frastuono col silenzio, alle chiacchiere con la preghiera, al disfattismo col sorriso.
Per essere spirituali, per gustare l’armonia dello Spirito, occorre mettere il suo sguardo davanti al nostro. Allora le cose cambiano: con lo Spirito la Chiesa è il Popolo santo di Dio, la missione il contagio della gioia, non il proselitismo, gli altri fratelli e sorelle amati dallo stesso Padre. Ma senza lo Spirito la Chiesa è un’organizzazione, la missione propaganda, la comunione uno sforzo. E tante Chiese fanno azioni programmatiche in questo senso di piani pastorali, di discussioni su tutte le cose. Sembra che sia quella strada ad unirci, ma questa non è la strada dello Spirito, è la strada della divisione. Lo Spirito è il bisogno primo e ultimo della Chiesa (cfr S. Paolo VI, Udienza generale, 29 novembre 1972). Egli «viene dov’è amato, dov’è invitato, dov’è atteso» (S. Bonaventura, Sermone per la IV Domenica dopo Pasqua). Fratelli e sorelle, preghiamolo ogni giorno. Spirito Santo, armonia di Dio, Tu che trasformi la paura in fiducia e la chiusura in dono, vieni in noi. Dacci la gioia della risurrezione, la perenne giovinezza del cuore. Spirito Santo, armonia nostra, Tu che fai di noi un corpo solo, infondi la tua pace nella Chiesa e nel mondo. Spirito Santo, rendici artigiani di concordia, seminatori di bene, apostoli di speranza.

Publié dans : PENTECOSTE | le 12 juin, 2019 |Pas de Commentaires »
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