Gesù, Resurrezione

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Publié dans : immagini sacre | le 13 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

GESÙ CRISTO CHE NOME È?

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GESÙ CRISTO CHE NOME È?

Il nome Gesù Cristo deriva in parte dall’ebraico e in parte dal greco. Il termine ebraico Jeshuah significa “Dio salva”. Questo nome rappresenta la realtà umana del Figlio di Dio e con lo specifico di “Gesù di Nazareth” intendiamo la vita terrena di Gesù, uomo tra gli uomini, che ha condiviso la stessa natura umana, tranne l’esperienza del peccato. Il nome “Cristo” viene dal greco Christos ed è la traduzione greca dell’ebraico meshiah che significa “unto, consacrato”. Questo nome rappresenta la realtà divina del Figlio di Dio e deriva dall’usanza dei popoli dell’Antico Medio Oriente, di consacrare il re ungendolo con olio. Il Cristo è pertanto “unto da Dio”, il designato da Dio a diventare re dell’universo.

Quando è nato Gesù?
La data del 25 dicembre è stata presa dalla cultura pagana che prevedeva in essa la festa del Deus Sol Invictus, il “Dio Sole Mai Vinto”.
Nell’anno 523 il monaco Dionigi il Piccolo fu incaricato di perfezionare i conteggi per stabilire la data della Pasqua, così egli ritenne più giusto contare gli anni a partire dalla nascita di Cristo e non più dalla proclamazione ad imperatore di Diocleziano, nel 284 d.C. Commise tuttavia un errore quando calcolò la nascita di Gesù nell’anno 753 dalla fondazione di Roma, stabilendo dunque come anno 1, l’anno 754.
Non conosciamo il modo in cui Dionigi fece i calcoli, sappiamo tuttavia che Gesù di Nazaret nacque durante il regno di Erode il Grande il quale morì 750 anni dopo la fondazione di Roma, nel 4 a.C.
L’anno della nascita di Gesù fu probabilmente il 747 dalla fondazione di Roma, il 7 a.C. Alcuni studiosi collocano tuttavia la Sua nascita tra il 4 e il 5 a.C.

Chi erano i suoi genitori?
I suoi genitori erano Miryam e Joseph, a noi noti come Maria e Giuseppe: una giovanissima ragazza di circa 15 anni, che in quel tempo conosceva come è normale un uomo per il matrimonio e uno dei pochi carpentieri presenti in Palestina nel I secolo.
Il matrimonio ebraico era suddiviso in due momenti: il primo, detto erusin, era il fidanzamento ma in forma ufficiale, i due erano “promessi sposi” ma non vivevano ancora insieme, nell’attesa del secondo momento del matrimonio, detto nissu’in in cui iniziavano a vivere nella stessa casa.
Miryam e Joseph erano uniti solo dalla prima parte del matrimonio ma per la legge erano già marito e moglie e l’eventuale adulterio era punito con la lapidazione.

Perché di Giuseppe si parla così poco?
Molti uomini nella Bibbia sono “presi in prestito” da Dio, secondo quanto insegna la “teologia dello strumento”, cioè allo scopo di essere “impiegati” da Dio per la realizzazione del suo progetto, Giuseppe è tra questi. Egli è chiamato “giusto”, ovvero attento osservante della legge ebraica, alla ricerca dell’armonia tra la relazione con Dio e con gli altri.
La grandezza della sua fede ha saputo riconoscere in Maria l’opera dello Spirito Santo ed è grazie alla sua disponibilità al misterioso piano di Dio su di lui, che la sua giovane sposa non venne ripudiata e probabilmente lapidata, in seguito all’accusa di adulterio.
Nonostante nei Vangeli egli non dica nemmeno una parola, ciò non significa che la sua presenza non fu importante per l’educazione di Gesù, il quale, come ogni bravo giovane giudeo, imparò dal padre a pregare, a frequentare il tempio, ad offrire i sacrifici previsti, a lavorare e a prepararsi ad entrare responsabilmente nella società del suo tempo.

Chi governava quando nacque Gesù di Nazareth?
Già dall’anno 37 a.C. la Giudea era sotto il dominio dell’impero romano, nella regione chiamata Siria-palestina e vi rimase fino al 324 d.C.
Tra il 27 a.C. ed il 14 d.C., l’impero romano fu guidato da Cesare Augusto, al tempo quindi della nascita di Gesù. Il suo nome era Ottaviano bisnipote di Giulio Cesare e quando questi fu assassinato, nel 44 a.C., si alleò con Marco Antonio, contro Bruto e Cassio. Formò il triumvirato insieme a Lepido e Antonio ma presto rimase l’unico reggente, fino alla sua proclamazione di Cesare. Prima della sua morte designò il successore nella persona di Tiberio.
La regione di Siria-palestina era governata da Publio Sulpicio Quirino, legato imperiale, che tra il 10 e l’8 a.C., nella sua prima legazione in Palestina, indisse il censimento, terminato tra il 6 e il 7 d.C., quando era ormai governatore della Siria-palestina e con l’incarico di ristrutturare la Giudea come provincia romana. Spettò a lui il compito di sedare le ribellioni giudaiche a seguito degli ingenti prelievi fiscali nonché al censimento stesso, ritenuto offensivo per il popolo che sapeva di appartenere a Dio.
Erode il Grande era re dei giudei quando nacque Gesù e regnò sulla Giudea tra il 37 a.C. e il 4 a.C.
Fu un despota sanguigno e sanguinario. Nel sospetto di minaccia alla sua corona, non esitò a fare uccidere la moglie Mariamne, la suocera Alessandra, il cognato Aristobulo ed i tre figli Alessandro, Aristobulo e Antìpatro.
Il suo nome è legato alla “strage degli innocenti” in cui egli ordinò l’uccisione dei piccoli nati entro i due anni, con l’intenzione di eliminare Gesù, da cui temeva l’usurpazione del regno. Di questo fatto non abbiamo conferme storiche, tuttavia sulla base della popolazione di allora, questi bambini potevano essere di poche decine, resta comunque la gravità della “strage” che rivela tutta la sua crudeltà.
Erode abitava nella Fortezza Antonia, adiacente al tempio di Gerusalemme, da lui fatto ricostruire e che divenne la sua fonte di ricchezza: le ingenti imposte per la espiazione dei peccati gli permisero di dare stabilità al suo dominio e vivere nell’estrema agiatezza. Alla sua morte, avvenuta nel 4 a.C., contava uno stipendio annuale di 1.050 talenti che trasformati inlepton, l’obolo della vedova, era di 1.344 milioni di leptoi.

Publié dans : il nome di Gesù | le 13 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

Rubens : SS Trinità

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11 GIUGNO 2017 | 10A DOMENICA: LA SS. TRINITÀ – A | OMELIA

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11 GIUGNO 2017 | 10A DOMENICA: LA SS. TRINITÀ – A | OMELIA

Nel nome del Padre, Figlio e Spirito Santo

Per cominciare
Il Dio dei cristiani è un solo Dio, in tre persone. È questo uno dei misteri della nostra fede e ci crediamo perché ci è stato rivelato da Gesù. Gesù ci rivela anche che Dio è Trinità per noi, per amore, per la nostra salvezza.
La parola di Dio
Esodo 34,4b-6.8-9. Mosè sale sul monte Sinai per incontrarsi con Dio, ricevere la legge e per chiedergli di essere il Dio del suo popolo. Iahvè si presenta pieno di misericordia e di pietà e Mosè gli chiede di perdonare la durezza del loro cuore e di camminare davanti a loro.
2 Corinzi 13,11-13. Paolo saluta cristianamente i Corinzi, nel nome del Signore Gesù, nel nome di Dio che è Padre e nella comunione dello Spirito Santo. E li invita al coraggio, all’unità, alla fraternità: « Salutatevi con il bacio santo », dice loro.
Giovanni 3,16-18. Gesù è il Figlio di Dio e il Padre lo ha inviato tra noi per salvarci. È l’ardita rivelazione di Gesù a Nicodemo nel loro colloquio notturno.

Riflettere
Il brano di Giovanni ci propone un passaggio del dialogo notturno di Gesù con Nicodemo, un « maestro d’Israele », un fariseo membro del sinedrio.
Con il tempo, chissà per quali altre vicende, Nicodemo si schiererà dalla parte di Gesù fino a difenderlo pubblicamente tra i suoi colleghi (Gv 7,50-51), e al momento della deposizione dalla croce di Gesù, sarà lui insieme a Giuseppe d’Arimatea a occuparsi della sua sepoltura, uscendo allo scoperto, se non addirittura manifestandosi suo seguace (cf Gv 19,39).
Nicodemo fa fatica a capire ciò che dice Gesù. Gesù gli propone un profondo cambiamento di vita, una vera rinascita « dall’alto ». E poi gli rivela la sua identità di messia atteso e annunciato, centro della fede dei credenti, segno dell’amore di Dio-Padre verso ogni uomo. Un amore che molti non accolgono, perché non amano la verità, e che verrà suggellato dalla sua passione e morte che dovrà affrontare. Per questo la salvezza di ogni uomo si gioca soltanto nell’adesione a lui.
Qualcuno ha scritto giustamente che questo brano « è un vangelo nel vangelo », nel senso che riassume tutti i grandi temi legati alla vicenda e alla missione di Gesù.
« Dio ha tanto amato il mondo », dice Gesù. Egli, il Padre, che è amore, ama senza limiti e, come ama il Figlio, così ama ogni persona umana, l’umanità intera, a cui dona la salvezza.
Il suo amore si è fatto persona umana, si è reso visibile. In Gesù, il Figlio, ha raccontato il suo amore e ha rivelato i suoi progetti sull’umanità.
Noi infatti possiamo parlare di Dio e del suo mistero trinitario solo perché il Padre stesso ha scelto di entrare in relazione con il mondo, di dimorare con il suo popolo e di camminare al suo fianco, rivelandosi per mezzo del Figlio.
Dio, come afferma il teologo Hans Urs von Balthasar, in qualche modo « rinuncia a essere Dio solo per se stesso », per aprirsi nell’amore alla sua creazione. È il mistero profondo della rivelazione di Dio che crea per amore e si rivela per amore in Gesù.
« Da dare il suo Figlio, unigenito… », dice ancora Gesù. Non è una biografia qualsiasi quella di Gesù. Egli nella sua vita rivela un amore smisurato, al fine di rendere esplicito l’amore del Padre, di renderlo trasparente e ottenere una risposta di amore per fare dell’umanità un popolo di figli nel Figlio: « Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me » (Gv 12,32).
Il Figlio, dice ancora Gesù a Nicodemo, non è venuto per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. L’amore del Padre, la sua volontà salvifica, diventa trasparente nel Figlio incarnato.
« Chi crede nel Figlio non è condannato » (Gv 3,18). Perché la salvezza passa attraverso l’accoglienza del Figlio. Chi accoglie il Figlio accoglie il Padre che lo ha mandato. Accogliere o rifiutare il Figlio è accogliere o rifiutare l’amore del Padre, accogliere o rifiutare la sua « alleanza » e i suoi progetti.
Nei versetti conclusivi (Gv 3,19-21), riprendendo un tema a lui caro, l’evangelista Giovanni ripete che è una scelta tra luce e tenebre, tra verità e menzogna.
Giovanni pone l’attenzione anche sul dono dello Spirito, che ha il compito di aprire il cuore di ogni uomo nei confronti del Figlio Gesù, per scorgere in lui la rivelazione del volto amabile del Padre.
L’amore del Padre non è destinato a rimanere chiuso nell’uomo, come un tesoro personalissimo, ma privato. Paolo invita all’amore i nuovi cristiani dicendo: « Salutatevi a vicenda con il bacio santo ». Il mistero della Trinità, che testimonia l’amore profondissimo tra le tre Persone, sta a fondamento della comunione tra gli uomini. La conoscenza del mistero d’amore di Dio spinge i cristiani a diventare « un cuor solo e un’anima sola », diventando anch’essi testimoni, rivelazione, di un amore donato.

Attualizzare
Conoscere Dio è una delle aspirazioni più profonde dell’umanità. Ogni civiltà ha espresso a modo suo una concezione religiosa e un proprio riferimento a una qualche divinità.
Il cristiano sa che una prima rivelazione dell’esistenza e della grandezza di Dio è la creazione. Il mondo è specchio di Dio. Scrive Paolo: « Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa » (Rm 1,19-20).
La nostra intelligenza ci porta a Dio. Tutto ciò che esiste non si spiega da solo: qualcuno ha programmato il computer della nostra vita, deve esistere un Creatore che sostiene ogni cosa. Se c’è un giardino pieno di fiori coloratissimi e ben coltivati, c’è sicuramente un giardiniere che lo cura. « È logico servirsi di un orologio, negando nello stesso tempo l’esistenza dell’orologiaio? », afferma l’intellettuale anticlericale Voltaire, che se la prende addirittura con gli atei e indica loro il cielo pieno di stelle. « Questo meraviglioso ordine che scorgiamo nel cielo », diceva anche Newton, « non può che essere opera di un Essere onnipotente e onnisciente ».
È piuttosto l’ateo a credere in molte cose inspiegabili: crede nella casa, ma non nell’architetto; crede nel quadro, ma non nel pittore; crede nel figlio, ma non nel padre che lo ha messo al mondo.
Se poi consideriamo la natura nel suo insieme e le leggi che la regolano, dall’acqua che gela a zero gradi, alla cometa Halley, che puntualmente ricompare ogni 76 anni, diventa inspiegabile questo comportamento « intelligente » da parte di corpi tutto sommato bruti e senza cervello. È come se un uomo gettasse una dozzina di dadi e tutti insieme si voltassero sul sei per un miliardo di volte: non sarebbe possibile, senza una mente che programmi quel fenomeno!
Eppure la creazione è un segno convincente, ma ancora imperfetto di Dio. Il suo amore trova scogli difficili da superare nelle varie forme di sofferenza che ogni persona sperimenta, dalla malattia alle tragedie delle inondazioni e dei terremoti, che travolgono migliaia di persone e cose.
La vera rivelazione di Dio è il Figlio Gesù, che manifesta nei confronti di tutti quelli che incontra un’apertura e un amore senza misura. Egli accoglie e perdona, guarisce e piange con chi soffre ed è solidale con ogni persona in difficoltà.
È il Figlio che rivela pienamente l’amore del Padre, che fa « nascere da acqua e Spirito » (Gv 3,5) e manda su quelli che l’hanno seguito lo Spirito Santo, per renderli idonei a continuare la sua opera di rivelazione e di salvezza.

Quel segno di Croce
Giocatori e atleti che prima di scendere in campo si segnano senza pudore davanti a migliaia e milioni di spettatori allo stadio e alla televisione. Che cosa fanno? Sono diventati improvvisamente uomini religiosi? O la loro è solo scaramanzia? O addirittura superstizione? Oppure è un atto di fede implicito in quella che è la più chiara e semplice manifestazione della Trinità? Perché il segno di croce è riferimento a Gesù nel momento del suo supremo atto di amore, ma ci si segna precisamente nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. C’è qualcosa di più esplicito? Forse il loro è davvero espressione di un barlume di fede in Qualcuno o in qualcosa di superiore… Ma in questo caso siamo ancora molto lontani da una vera fede, che ha come centro il Dio cristiano, che è solo così: Padre, Figlio e Spirito.

Preghiamo la Trinità con Madre Teresa di Calcutta
« O Dio del cuore, tu che hai creato e dato la vita a tutti noi, facci crescere in amore per te e l’uno per l’altro. Hai mandato il tuo Figlio Gesù Cristo per rivelarci che ti prendi cura di noi tutti e che tu ci ami. Donaci il tuo Santo Spirito, affinché susciti in noi una fede forte, abbastanza forte per capire con profonda comprensione la vita degli altri popoli, in modo da saper scorgere in ogni bicchiere d’acqua, offerto all’assetato, un bicchiere d’acqua offerto all’amato tuo Figlio ».

Dio si è mostrato in Gesù Cristo
« Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il « big bang ». Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Non volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio. Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi » (Benedetto XVI, Lettera ai Seminaristi).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Pentecoste e predicazione (titolo dell’icona)

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Publié dans : immagini sacre | le 8 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO UDIENZA GENERALE: LA PATERNITÀ DI DIO SORGENTE DELLA NOSTRA SPERANZA

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PAPA FRANCESCO UDIENZA GENERALE: LA PATERNITÀ DI DIO SORGENTE DELLA NOSTRA SPERANZA

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 7 giugno 2017

La Speranza cristiana – 25. La paternità di Dio sorgente della nostra Speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

C’era qualcosa di affascinante nella preghiera di Gesù, di talmente affascinante che un giorno i suoi discepoli hanno chiesto di esservi introdotti. L’episodio si trova nel Vangelo di Luca, che tra gli Evangelisti è quello che maggiormente ha documentato il mistero del Cristo “orante”: il Signore pregava. I discepoli di Gesù sono colpiti dal fatto che Lui, specialmente la mattina e la sera, si ritira in solitudine e si “immerge” in preghiera. E per questo, un giorno, gli chiedono di insegnare anche a loro a pregare (cfr Lc 11,1).
È allora che Gesù trasmette quella che è diventata la preghiera cristiana per eccellenza: il “Padre nostro”. Per la verità, Luca, rispetto a Matteo, ci restituisce l’orazione di Gesù in una forma un po’ abbreviata, che incomincia con la semplice invocazione: «Padre» (v. 2).
Tutto il mistero della preghiera cristiana si riassume qui, in questa parola: avere il coraggio di chiamare Dio con il nome di Padre. Lo afferma anche la liturgia quando, invitandoci alla recita comunitaria della preghiera di Gesù, utilizza l’espressione «osiamo dire».
Infatti, chiamare Dio col nome di “Padre” non è per nulla un fatto scontato. Saremmo portati ad usare i titoli più elevati, che ci sembrano più rispettosi della sua trascendenza. Invece, invocarlo come “Padre” ci pone in una relazione di confidenza con Lui, come un bambino che si rivolge al suo papà, sapendo di essere amato e curato da lui. Questa è la grande rivoluzione che il cristianesimo imprime nella psicologia religiosa dell’uomo. Il mistero di Dio, che sempre ci affascina e ci fa sentire piccoli, però non fa più paura, non ci schiaccia, non ci angoscia. Questa è una rivoluzione difficile da accogliere nel nostro animo umano; tant’è vero che perfino nei racconti della Risurrezione si dice che le donne, dopo aver visto la tomba vuota e l’angelo, «fuggirono via […], perché erano piene di spavento e di stupore» (Mc 16,8). Ma Gesù ci rivela che Dio è Padre buono, e ci dice: “Non abbiate paura!”.
Pensiamo alla parabola del padre misericordioso (cfr Lc 15,11-32). Gesù racconta di un padre che sa essere solo amore per i suoi figli. Un padre che non punisce il figlio per la sua arroganza e che è capace perfino di affidargli la sua parte di eredità e lasciarlo andar via di casa. Dio è Padre, dice Gesù, ma non alla maniera umana, perché non c’è nessun padre in questo mondo che si comporterebbe come il protagonista di questa parabola. Dio è Padre alla sua maniera: buono, indifeso davanti al libero arbitrio dell’uomo, capace solo di coniugare il verbo “amare”. Quando il figlio ribelle, dopo aver sperperato tutto, ritorna finalmente alla casa natale, quel padre non applica criteri di giustizia umana, ma sente anzitutto il bisogno di perdonare, e con il suo abbraccio fa capire al figlio che in tutto quel lungo tempo di assenza gli è mancato, è dolorosamente mancato al suo amore di padre.
Che mistero insondabile è un Dio che nutre questo tipo di amore nei confronti dei suoi figli!
Forse è per questa ragione che, evocando il centro del mistero cristiano, l’apostolo Paolo non se la sente di tradurre in greco una parola che Gesù, in aramaico, pronunciava “abbà”. Per due volte san Paolo, nel suo epistolario (cfr Rm 8,15; Gal 4,6), tocca questo tema, e per due volte lascia quella parola non tradotta, nella stessa forma in cui è fiorita sulle labbra di Gesù, “abbà”, un termine ancora più intimo rispetto a “padre”, e che qualcuno traduce “papà, babbo”.
Cari fratelli e sorelle, non siamo mai soli. Possiamo essere lontani, ostili, potremmo anche professarci “senza Dio”. Ma il Vangelo di Gesù Cristo ci rivela che Dio che non può stare senza di noi: Lui non sarà mai un Dio “senza l’uomo”; è Lui che non può stare senza di noi, e questo è un mistero grande! Dio non può essere Dio senza l’uomo: grande mistero è questo! E questa certezza è la sorgente della nostra speranza, che troviamo custodita in tutte le invocazioni del Padre nostro. Quando abbiamo bisogno di aiuto, Gesù non ci dice di rassegnarci e chiuderci in noi stessi, ma di rivolgerci al Padre e chiedere a Lui con fiducia. Tutte le nostre necessità, da quelle più evidenti e quotidiane, come il cibo, la salute, il lavoro, fino a quella di essere perdonati e sostenuti nelle tentazioni, non sono lo specchio della nostra solitudine: c’è invece un Padre che sempre ci guarda con amore, e che sicuramente non ci abbandona.
Adesso vi faccio una proposta: ognuno di noi ha tanti problemi e tante necessità. Pensiamoci un po’, in silenzio, a questi problemi e a queste necessità. Pensiamo anche al Padre, a nostro Padre, che non può stare senza di noi, e che in questo momento ci sta guardando. E tutti insieme, con fiducia e speranza, preghiamo: “Padre nostro, che sei nei Cieli…”

Angeli musicanti

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Publié dans : immagini sacre | le 7 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

DAL «COMMENTO AL LIBRO DI GIOBBE» DI SAN GREGORIO MAGNO, PAPA

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IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDI UFFICIO DELLE LETTURE – SECONDA LETTURA

Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
Lib. 23, 23-24; PL 76, 265-266)

La vera scienza rifugge dalla superbia
«Ascolta, Giobbe, i miei discorsi, ad ogni mia parola porgi l’orecchio» (Gb 33, 1). L’insegnamento delle persone arroganti ha questo di proprio, che esse non sanno esporre con umiltà quello che insegnano, e anche le cose giuste che conoscono, non riescono a comunicarle rettamente. Quando insegnano danno l’impressione di ritenersi molto in alto e di guardare di là assai in basso verso gli ascoltatori, ai quali sembra vogliano far giungere non tanto dei consigli, quanto dei comandi imperiosi.
Ben a ragione, dunque, il Signore dice a costoro per bocca del profeta: «Li avete guidati con crudeltà e violenza» (Ez 34, 4). Comandano con durezza e violenza coloro che si danno premura non di correggere i loro sudditi, ragionando serenamente, ma di piegarli con imposizioni e ordini perentori.
Invece la vera scienza fugge di proposito con tanta più sollecitudine il vizio dell’orgoglio, quanto più energicamente perseguita con le frecciate delle sue parole lo stesso maestro della superbia. La vera scienza si guarda dal rendere omaggio con l’alterigia della vita a colui che vuole scacciare con i sacri discorsi dal cuore degli ascoltatori. Al contrario, con le parole e con la vita si sforza d’inculcare l’umiltà, che è la maestra e la madre di tutte le virtù, e la predica ai discepoli della verità più con l’esempio che con le parole.
Perciò Paolo, rivolgendosi ai Tessalonicesi, quasi dimenticando la grandezza della sua dignità di apostolo, dice: «Ci siamo fatti bambini in mezzo a voi» (1 Ts 2, 7 volgata). Così l’apostolo Pietro raccomanda: «Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» e ammonisce che nell’insegnare vanno osservate certe regole, e soggiunge: «Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, e con una retta coscienza» (1 Pt 3, 15-16).
Quando poi Paolo dice al suo discepolo: «Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità» (Tt 2, 15), non chiede un atteggiamento autoritario, ma piuttosto l’autorità della vita vissuta. Si insegna infatti con autorità, quando prima si fa e poi si dice. Si sottrae credibilità all’insegnamento, quando la coscienza impaccia la lingua. Perciò è assai raccomandabile la santità della vita che accredita veramente chi parla molto più dell’elevatezza del discorso. Anche del Signore è scritto: «Egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi» (Mt 7, 29). Egli solo parlò con vera autorità in modo tanto singolare ed eminente, perché non commise mai, per debolezza, nessuna azione malvagia. Ebbe dalla potenza della divinità ciò che diede a noi attraverso l’innocenza della sua umanità.

San Paolo Apostolo

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Publié dans : immagini sacre | le 5 juin, 2017 |Pas de Commentaires »

LA SPIRITUALITÀ DEL DESERTO – PER DIVENTARE UOMINI DI PROFONDA INTERIORITÀ

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LA SPIRITUALITÀ DEL DESERTO – PER DIVENTARE UOMINI DI PROFONDA INTERIORITÀ

APPROFONDIMENTI

Nella spiritualità cristiana il deserto è il simbolo del rapporto intimo e particolare con Dio, il luogo dove Dio conduce per tessere un nuovo inizio, caratterizzato da un legame interiore, forte, come un segno indelebile che determina una vita rinnovata perché alla Sua presenza, in Sua compagnia. Nella sua spiritualità Giaquinta ha messo a fuoco, nell’alveo della spiritualità del deserto, l’esperienza dell’alleanza, riletta come il punto della storia della salvezza nel quale prende forma concreta la relazione tra Dio e l’uomo come legame d’amore. Un legame interiore i cui frutti si irradiano nella Chiesa e nel mondo.
Alle origini del deserto
Quando penso al deserto, la prima immagine che mi viene in mente è una distesa di sabbia infuocata, i cui confini si perdono all’orizzonte.
Nel deserto è facile perdersi, non ci sono strade, non ci sono punti di riferimento.
Solo sabbia, sole, calore, silenzio.
Chi si avventura nel deserto si inoltra in un percorso difficile, pericoloso, rischia di perdersi o di mettere a repentaglio la sua vita.
Nella Bibbia il deserto evoca un luogo da evitare, perché abitato da bestie feroci, da briganti, un luogo dove non ci sono punti di riferimento fissi, ma sempre in movimento; è il luogo senza parola, come dice il significato del termine in ebraico. E Dio, nella sua sapienza fantasiosa e geniale, ha saputo trasformare questo luogo terribile in un simbolo di salvezza, anzi nell’esperienza intima, mistica, profonda dell’amore, della provvidenza, della tenerezza di Dio per l’uomo.
Solo Dio poteva compiere questo miracolo, necessario per far capire che veramente Lui è più forte della morte e dove arriva la sua Parola accade l’impossibile, il deserto fiorisce come un giardino, il silenzio lascia il posto alla voce dello Spirito che porta vita nuova lì dove c’era solo vuoto, buio, desolazione.
La storia della vita comincia nel deserto. Il libro della Genesi si apre descrivendo così cosa c’è prima della creazione: “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. E Dio disse…” (Gen 1, 2).
All’inizio della storia del mondo, Dio fissa quasi un imprinting nella creazione stessa: c’è la realtà, oscura, vuota e tenebrosa, di un deserto informe, ma quando Dio pronuncia la sua parola ogni cosa prende vita, forma, colore, è la presenza di Dio che fa la differenza trasformando un luogo ostile in esperienza di grazia, di incontro con la vita.
Nel deserto si rifugiano i profeti, in fuga da chi li perseguita, stanchi della loro missione; così succede al profeta Elia, in fuga dalla furia della regina Gezabele, che si inoltra nel deserto desideroso di morire. E in quel deserto è straordinariamente raggiunto da Dio che lo nutre, gli ridà vigore e lo conduce fino all’Oreb, dove si rivela nel sussurro di una brezza leggera, per consegnargli rinnovata la sua missione profetica.
Nel deserto l’alleanza: il segno della speranza
Ma il deserto è il luogo del grande cammino del popolo di Israele dall’Egitto alla terra promessa. Per Israele il deserto è più che un luogo di transito, è il simbolo di un cammino speciale, del cammino che determina e caratterizza il rapporto con il suo Signore. Israele si inoltra nel deserto non di sua iniziativa, ma per uno specifico invito di Dio, dietro una promessa precisa: “Ti condurrò in una terra dove scorre latte e miele, dove sarai libero ed io sarò il tuo dio e tu sarai il mio popolo”. La promessa è quella di un legame intimo e indissolubile che prendere il nome di alleanza, un legame che dà una nuova prospettiva e un nuovo orientamento.
La spiritualità del deserto è spiritualità dell’alleanza. I segni più profondi e incisivi che il Signore compie nell’Esodo avvengono all’inizio del percorso, non a conclusione. Prima di partire dall’Egitto, il Signore fa celebrare la Pasqua, anticipazione del passaggio, della liberazione che presto il popolo sperimenterà. Anche l’alleanza sul Sinai avviene durante il cammino, non è il termine, e ne segna il ritmo: da quel momento il popolo ha nella Legge scritta da Dio lo spartito sul quale modulare la vita.
Ma non basta, non è ancora sufficiente, il popolo tradisce quel patto, rivela tutta la sua fragilità. Il seme gettato nel deserto da Dio stesso non rimane senza frutto, è un seme di speranza, è una promessa di un compimento che giungerà al momento opportuno.
“Il popolo di Israele non riesce a seguire il ritmo dell’amore. Dopo i tanti fallimenti Dio stabilisce allora una economia e una alleanza differenti: scende dentro l’uomo, fa in modo che l’uomo non veda più l’alleanza come una realtà esterna, ma come un qualcosa che sta in lui, al di dentro. Non si tratta di osservare semplicemente una legge, ma di fare una esperienza; l’alleanza diventa esperienza di vita”(G. Giaquinta, L’alleanza, 61).
Nel cuore del deserto nasce la speranza, attraverso una parola nuova che Dio dice all’uomo: “Scriverò la mia legge nel tuo cuore, anzi ti darò un cuore nuovo, un cuore di carne al posto del cuore di pietra, un cuore capace di contenere il mio spirito”.
Una speranza per l’umanità
Per Giaquinta ogni uomo è chiamato a realizzare la sua alleanza con Dio, a dire il suo sì pieno, totale, definitivo. E sebbene questo patto sia personale, interiore, è destinato a irradiarsi sul resto dell’umanità, perché è l’alleanza portata a compimento da Cristo, il quale “spalanca le porte, apre a tutta l’umanità, con una universalità che crea nell’umanità uno stato di speranza…
Cristo presente nella storia, nella storia personale di ciascuno, nella mia storia, nella mia vita, Lui che mi inserisce nella sua vita. Ciascuno deve poter dire: io sono un trasformato, un chiamato da Cristo, io devo stringere, o rinnovare, con Cristo la mia alleanza, assumere nella mia vita la legge che Lui mi detta, cioè quello che Egli vuole io viva. È un problema personale, certamente, ma anche comunitario.
[…] Accettare e vivere veramente una simile impostazione significa diventare capaci di rivoluzionare la propria vita personale e comunitaria. Non è possibile rimanere nel quieto vivere. Il Signore ha chiamato ogni battezzato a vivere in lui, alla sua presenza. Egli, che è presente in noi, ci ha dato la sua legge, e la rinnova continuamente come rinnova il nostro patto con lui” (G. Giaquinta, L’alleanza, 121).
L’alleanza è il sigillo che Dio pone sul cuore dell’uomo, è la chiamata alla sua santità, a vivere in profonda relazione con Lui e trarre da questo legame interiore, anzi da questa presenza intima la capacità di guardare con occhi nuovi il deserto e scoprire in esso semi di speranza da raccogliere, custodire, coltivare, affinché germoglino frutti buoni per tutti. Così come l’alleanza ha sempre questa duplice dimensione personale e comunitaria, il santo ha lo sguardo penetrante, reso tale dallo Spirito. Così Giaquinta sintetizza la missione del santo di oggi: “Quale dunque il santo di oggi? In primo luogo un uomo aperto, che abbia la capacità di cogliere il pullulare di bene, di ansie, di attese, di speranze, che sappia cogliere nei movimenti che attorno nascono, fioriscono e forse muoiono, la voce implorante dello Spirito, una creatura, cioè, aperta a tutte le suggestioni dello Spirito. Non è possibile rinchiudersi nei vari schematismi, ma è necessario avere l’ampiezza del cuore di Cristo e di Paolo nella piena fedeltà alla Chiesa, ma con l’ampiezza della chiesa stessa. Il santo moderno, quindi, deve avere un senso di ampiezza e di percezione dei valori positivi anche tra le realtà negative con il senso di ottimismo che nasce appunto dalla certezza che è lo Spirito che agisce, non dimenticando che anche la maturazione del mondo verso alcuni ideali, cui si è già accennato prima, è opera dello Spirito: è lo Spirito che agisce nel mondo, senza che questo ne abbia la percezione, spingendolo verso Cristo. Di qui la necessità di saper valorizzare gli aspetti positivi di un mondo che resiste allo Spirito”. (G. Giaquinta, La santità, 51)
Queste parole sono state dette quasi quaranta anni fa: eppure conservano intatta la loro carica programmatica. Oggi viviamo immersi in tanti deserti, nei quali i semi di speranza sono ben nascosti; eppure non occorre essere santi per aguzzare la vista e accorgersi di quel pullulare di bene, di ansie, di attese… sarebbe già un primo passo, un ottimo esercizio per trasformare qualche angolo di deserto da luogo inospitale e ostile a giardino di vita.
Ma Giaquinta ci ricorda che il santo, colui che ha accolto nella sua vita l’alleanza con il Signore quale legame intimo d’amore con Lui, sa riconoscere Colui che ha messo il seme della speranza nel deserto, vede il bene come seme gettato dallo Spirito nel cuore dell’uomo, nel cuore del mondo, nel cuore della società. E questo fa la differenza. Perché se il seme della speranza è un frutto spontaneo dura quanto la volubilità umana.
Ma se è dono dello Spirito, allora la sua opera sarà certamente portata a compimento. E, cosa ancora più straordinaria, il mondo ha degli aspetti positivi che vengono da una presenza e da un’azione dello Spirito, sebbene ci sia nel mondo stesso una resistenza allo Spirito; motivo in più per cui è necessaria una azione di animazione e di mediazione da parte del santo che agisce all’interno del mondo per aiutarne il cammino e lo sviluppo seguendo l’azione dello Spirito.
Fame e sete
Uno dei paradossi del nostro tempo è la mancanza di equilibrio tra vita interiore e vita esteriore: sembra che esista solo la seconda e la prima è diventata sempre più sottile, povera, vuota. È questo il vuoto da riempire con l’amorevole compagnia di chi ripete l’annuncio del profeta: “Ecco, germoglia qualcosa di nuovo… non te ne accorgi?”.
Alcuni giorni fa ho letto questo passo del libro del profeta Amos: “Ecco verranno giorni, oracolo del Signore, in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore” (Am 8, 11). Mi sono sembrate parole molto adatte per il nostro tempo, in cui c’è tanta fame e sete di affetti, di relazioni sincere, di persone dedite al servizio del bene comune in maniera disinteressata; c’è fame di rispetto, di accoglienza, di compagnia. E in tutto questo deserto, occorre far risuonare la Parola, farla risuonare con una testimonianza di vita. Non occorre una testimonianza ineccepibile, perfetta e impeccabile, ma il sorriso, la parola, lo sguardo, i gesti di chi dice, anche senza parlare, di aver incontrato Cristo e di essersi accorto che la vita da quell’incontro è stata trasformata.
Cristina Parasiliti Oblata Apostolica, Associata del Movimento Pro Sanctitate

Publié dans : Padri del deserto, spiritualità  | le 5 juin, 2017 |Pas de Commentaires »
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