il Paraclito

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OMELIA (17-05-2020) – L’AMORE CAMBIA LA STORIA

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OMELIA (17-05-2020) – L’AMORE CAMBIA LA STORIA

Paolo De Martino

E’ l’ultima cena.
Il leader, il capofamiglia, se ne va e i dodici si chiedono se da soli ce la faranno.
Tutti noi abbiamo bisogno di padri, di maestri, di riferimenti, di leggi, di regole chiare e precise.
Ma lo scopo di un maestro è di fare dei suoi discepoli degli altri maestri.
Chi ama ti vuole fare adulto, maturo, anche se questo ti portasse lontano da lui.
Non si può essere sempre discepoli, ciascuno deve diventare maestro della propria vita.
Gesù invita i suoi ad avere un amore forte verso la sua persona: «se mi amate» per evitare di amare un’ideologia, un coacervo di leggi, di norme, di precetti.
Dio non è un’idea, per quanto sublime, è una persona!
È essere capace di relazione.
Il rischio è sempre quello di pensare al rapporto con la divinità come ad un rapporto con la religione, con dei concetti, delle idee.
La chiesa non dovrebbe tanto dare un Dio già fatto, solo da credere, già confezionato, ma dovrebbe insegnare a scoprirlo, a cercarlo, a trovarlo, perché chi trova Dio, il vero Dio, non lo lascia più.
Il Cristianesimo non ti dà la verità, ma ti insegna a vederla, se lo vuoi.
Il Cristianesimo non ti dà Dio, ma ti insegna a cercarlo e per questo delude molti.
Il Cristianesimo non ti da le regole di vita, ma ti invita a vivere.
Il maestro non è colui che ti guida, bensì colui che ti aiuta a scoprire te stesso, la realtà e a incontrare Dio. Perché Dio c’è già dentro di noi, dobbiamo essere aiutati a scoprirlo.
?Fra un poco non mi vedrete più. Ma voi mi vedrete perché io vivo, vivo in voi e voi vivrete?.
Gesù, cioè, sentiva che gli apostoli gli volevano bene.
Anche se erano uomini pieni di paura, gretti, però gli volevano bene, e questo bastava.
Gesù sentiva che la sua vita li affascinava, che erano innamorati, anche se impauriti.
Ci sono delle cose che sono con noi per sempre.
Chi ci ha amato per davvero, rimarrà per sempre con noi, vivrà in noi.
Chi ci ha guarito dalle nostre catene, rimarrà per sempre con noi.
Chi ci ha appassionato il cuore, rimarrà per sempre con noi.
Queste persone, questi fatti neppure la morte ce li toglierà.
La preghiera – in questo contesto – non sarà più un tributo dovuto a Dio per farlo contento, ma la disponibilità concessa a Dio di entrare in relazione con me.
Gesù sta dicendo: ?Se amandomi, mi permettete di amarvi, allora osserverete i miei comandamenti?.
A questo punto nasce una domanda: Gesù ci ha lasciato dei comandamenti?
Sì, uno solo, quello dell’amore: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13, 34).
Perché si parla di comandamenti (plurale) se in realtà ce ne ha lasciato uno solo?
Semplicemente perché nel nostro quotidiano noi dobbiamo declinare questo amore in mille rivoli diversi; noi riceviamo la fonte dell’amore ma poi questo amore va vissuto a seconda delle situazioni in cui ci troviamo, delle persone che incontriamo, delle scelte che facciamo, delle parole che diciamo.
Il comandamento dell’amore si traduce in comandamenti dell’amore.
La parola comandamento ci crea sempre un po’ di problemi…
Stiamo attenti, Gesù non ha detto: ?Vi comando di amarvi?, ma ?Vi do un comandamento?, quello dell’amore. Ciò che ci viene comandato di vivere, ci viene prima donato, è un dono!
Siamo prima amati!
A volte si prova invidia per i discepoli che hanno vissuto con Gesù, l’hanno visto, gli son stati accanto, ma in realtà siamo più fortunati noi.
Loro lo avevano a fianco, noi lo abbiamo dentro.
Loro hanno vissuto il Dio con noi, noi viviamo grazie allo Spirito, il Dio in noi.
Possiamo vedere il Signore, questa è la promessa.
Tranquilli, amici, non stiamo parlando di apparizioni, ma della possibilità che ci è data di entrare in quella dimensione che è lo spirito,, la dimensione più profonda e autentica di noi stessi
Viviamo tempi difficili, inutile negarlo. Difficili umanamente, difficili cristianamente.
Il futuro è denso di nubi scure e il rischio di vedere sempre e solo il negativo rischia di contagiare anche i cristiani più virtuosi.
Gesù è chiaro: il mondo non lo vede presente, parla di lui come di un grande personaggio del passato, come di un simpatico profeta finito male ma i discepoli, continuano a vederlo, lo riconoscono, lo annunciano, lo ascoltano, lo pregano.
Il primo dono che Gesù promette ai discepoli intimoriti è il Paraclito, cioè il Consolatore.
Il Paraclito, mi assicura che metterà nella mia strada delle consolazioni, cioè metterà qualcuno che ha la mia stessa sensibilità, qualcuno che mi aiuterà, qualcuno che mi difenderà, qualcuno che mi proteggerà, qualcuno che entrerà nel mio mondo con rispetto e che lo capirà.
Dio ci consola mettendo nel nostro cammino dei suoi angeli, persone che ci aiutano, che condividono la strada, la passione, che ci aiutano.
Lui non c’è più, ma ci sono i suoi angeli.
Se tu ti fidi di questo, in alcuni giorni ti sentirai solo, ma non sarai mai solo.
Consolatore vuol dire proprio: stare con chi è solo.
Allora: guardati attorno! Dio non c’è, ma si nasconde sotto altri nomi.
Lo riconosci? Lo vedi? Chi sono i tuoi angeli?.
Di questo abbiamo bisogno, urgente: di un aiuto che ci aiuti a leggere la grande storia e la nostra storia personale alla luce della fede.
Se è davvero così, allora, la difficoltà può diventare straordinaria opportunità, occasione di annuncio, ragione di conversione.
Ne sa qualcosa Filippo che, a causa della persecuzione che si è scatenata contro la primitiva comunità, è fuggito e si ritrova in Samaria, la terra abbandonata, la terra eretica.
La fuga diventa luogo per l’annuncio e conversione di nuovi discepoli.
Se anche noi, nell’attuale complessa situazione storica, la smettessimo di lamentarci, e ricominciassimo semplicemente a fare la Chiesa, cioè ad annunciare nella gioia Gesù Cristo, semplificando il proprio linguaggio, alleggerendo le nostre strutture, forse potremmo fare la stessa esperienza che ha fatto Filippo.
Ad una condizione, come ammonisce Gesù: restare fedeli al comandamento dell’amore, ad ogni costo.
Solo il comandamento dell’amore, in questi tempi, è in grado di perforare la spessa corazza anticristiana che abita la nostra società fintamente cristiana.
La bella notizia di questa Domenica? Lui vive e noi viviamo! Questo rende conto della mia speranza. Io appartengo a un Dio vivo e Lui a me e queste parole ci fanno dolce compagnia

La preghiera di San FRancesco

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 13 maggio 2020 – 2. La preghiera del cristiano

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 13 maggio 2020 – 2. La preghiera del cristiano

Biblioteca del Palazzo Apostolico

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Facciamo oggi il secondo passo nel cammino di catechesi sulla preghiera, iniziato la settimana scorsa.
La preghiera appartiene a tutti: agli uomini di ogni religione, e probabilmente anche a quelli che non ne professano alcuna. La preghiera nasce nel segreto di noi stessi, in quel luogo interiore che spesso gli autori spirituali chiamano “cuore” (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2562-2563). A pregare, dunque, in noi non è qualcosa di periferico, non è qualche nostra facoltà secondaria e marginale, ma è il mistero più intimo di noi stessi. È questo mistero che prega. Le emozioni pregano, ma non si può dire che la preghiera sia solo emozione. L’intelligenza prega, ma pregare non è solo un atto intellettuale. Il corpo prega, ma si può parlare con Dio anche nella più grave invalidità. È dunque tutto l’uomo che prega, se prega il suo “cuore”.
La preghiera è uno slancio, è un’invocazione che va oltre noi stessi: qualcosa che nasce nell’intimo della nostra persona e si protende, perché avverte la nostalgia di un incontro. Quella nostalgia che è più di un bisogno, più di una necessità: è una strada. La preghiera è la voce di un “io” che brancola, che procede a tentoni, in cerca di un “Tu”. L’incontro tra l’“io” e il “Tu” non si può fare con le calcolatrici: è un incontro umano e tante volte si procede a tentoni per trovare il “Tu” che il mio “io” sta cercando.
La preghiera del cristiano nasce invece da una rivelazione: il “Tu” non è rimasto avvolto nel mistero, ma è entrato in relazione con noi. Il cristianesimo è la religione che celebra continuamente la “manifestazione” di Dio, cioè la sua epifania. Le prime feste dell’anno liturgico sono la celebrazione di questo Dio che non rimane nascosto, ma che offre la sua amicizia agli uomini. Dio rivela la sua gloria nella povertà di Betlemme, nella contemplazione dei Magi, nel battesimo al Giordano, nel prodigio delle nozze di Cana. Il Vangelo di Giovanni conclude con un’affermazione sintetica il grande inno del Prologo: «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (1,18). È stato Gesù a rivelarci Dio.
La preghiera del cristiano entra in relazione con il Dio dal volto tenerissimo, che non vuole incutere alcuna paura agli uomini. Questa è la prima caratteristica della preghiera cristiana. Se gli uomini erano da sempre abituati ad avvicinarsi a Dio un po’ intimiditi, un po’ spaventati da questo mistero affascinante e tremendo, se si erano abituati a venerarlo con un atteggiamento servile, simile a quello di un suddito che non vuole mancare di rispetto al suo signore, i cristiani si rivolgono invece a Lui osando chiamarlo in modo confidente con il nome di “Padre”. Anzi, Gesù usa l’altra parola: “papà”.
Il cristianesimo ha bandito dal legame con Dio ogni rapporto “feudale”. Nel patrimonio della nostra fede non sono presenti espressioni quali “sudditanza”, “schiavitù” o “vassallaggio”; bensì parole come “alleanza”, “amicizia”, “promessa”, “comunione”, “vicinanza”. Nel suo lungo discorso d’addio ai discepoli, Gesù dice così: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda» (Gv 15,15-16). Ma questo è un assegno in bianco: “Tutto quello che chiederete al Padre mio nel mio nome, ve lo concedo”!
Dio è l’amico, l’alleato, lo sposo. Nella preghiera si può stabilire un rapporto di confidenza con Lui, tant’è vero che nel “Padre nostro” Gesù ci ha insegnato a rivolgergli una serie di domande. A Dio possiamo chiedere tutto, tutto; spiegare tutto, raccontare tutto. Non importa se nella relazione con Dio ci sentiamo in difetto: non siamo bravi amici, non siamo figli riconoscenti, non siamo sposi fedeli. Egli continua a volerci bene. È ciò che Gesù dimostra definitivamente nell’Ultima Cena, quando dice: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22,20). In quel gesto Gesù anticipa nel cenacolo il mistero della Croce. Dio è alleato fedele: se gli uomini smettono di amare, Lui però continua a voler bene, anche se l’amore lo conduce al Calvario. Dio è sempre vicino alla porta del nostro cuore e aspetta che gli apriamo. E alle volte bussa al cuore ma non è invadente: aspetta. La pazienza di Dio con noi è la pazienza di un papà, di uno che ci ama tanto. Direi, è la pazienza insieme di un papà e di una mamma. Sempre vicino al nostro cuore, e quando bussa lo fa con tenerezza e con tanto amore.
Proviamo tutti a pregare così, entrando nel mistero dell’Alleanza. A metterci nella preghiera tra le braccia misericordiose di Dio, a sentirci avvolti da quel mistero di felicità che è la vita trinitaria, a sentirci come degli invitati che non meritavano tanto onore. E a ripetere a Dio, nello stupore della preghiera: possibile che Tu conosci solo amore? Lui non conosce l’odio. Lui è odiato, ma non conosce l’odio. Conosce solo amore. Questo è il Dio al quale preghiamo. Questo è il nucleo incandescente di ogni preghiera cristiana. Il Dio di amore, il nostro Padre che ci aspetta e ci accompagna.

 

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 13 mai, 2020 |Pas de Commentaires »

Gesù e i bambini

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Publié dans : immagini sacre | le 7 mai, 2020 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 6 maggio 2020 – 1. Il mistero della preghiera

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 6 maggio 2020 – 1. Il mistero della preghiera

Biblioteca del Palazzo Apostolico

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi iniziamo un nuovo ciclo di catechesi sul tema della preghiera. La preghiera è il respiro della fede, è la sua espressione più propria. Come un grido che esce dal cuore di chi crede e si affida a Dio.
Pensiamo alla storia di Bartimeo, un personaggio del Vangelo (cfr Mc 10,46-52 e par.) e, vi confesso, per me il più simpatico di tutti. Era cieco, stava seduto a mendicare sul bordo della strada alla periferia della sua città, Gerico. Non è un personaggio anonimo, ha un volto, un nome: Bartimeo, cioè “figlio di Timeo”. Un giorno sente dire che Gesù sarebbe passato di là. In effetti, Gerico era un crocevia di gente, continuamente attraversata da pellegrini e mercanti. Allora Bartimeo si apposta: avrebbe fatto tutto il possibile per incontrare Gesù. Tanta gente faceva lo stesso: ricordiamo Zaccheo, che salì sull’albero. Tanti volevano vedere Gesù, anche lui.
Così quest’uomo entra nei Vangeli come una voce che grida a squarciagola. Lui non ci vede; non sa se Gesù sia vicino o lontano, ma lo sente, lo capisce dalla folla, che a un certo punto aumenta e si avvicina… Ma lui è completamente solo, e nessuno se ne preoccupa. E Bartimeo cosa fa? Grida. E grida, e continua a gridare. Usa l’unica arma in suo possesso: la voce. Comincia a gridare: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (v. 47). E così continua, gridando.
Le sue urla ripetute danno fastidio, non sembrano educate, e molti lo rimproverano, gli dicono di tacere: “Ma sii educato, non fare così!”. Ma Bartimeo non tace, anzi, grida ancora più forte: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (v. 47). Quella testardaggine tanto bella di coloro che cercano una grazia e bussano, bussano alla porta del cuore di Dio. Lui grida, bussa. Quella espressione: “Figlio di Davide”, è molto importante; vuol dire “il Messia” – confessa il Messia –, è una professione di fede che esce dalla bocca di quell’uomo disprezzato da tutti.
E Gesù ascolta il suo grido. La preghiera di Bartimeo tocca il suo cuore, il cuore di Dio, e si aprono per lui le porte della salvezza. Gesù lo fa chiamare. Lui balza in piedi e quelli che prima gli dicevano di tacere, ora lo conducono dal Maestro. Gesù gli parla, gli chiede di esprimere il suo desiderio – questo è importante – e allora il grido diventa domanda: “Che io veda di nuovo, Signore!” (cfr v. 51).
Gesù gli dice: «Va’, la tua fede ti ha salvato» (v. 52). Riconosce a quell’uomo povero, inerme, disprezzato, tutta la potenza della sua fede, che attira la misericordia e la potenza di Dio. La fede è avere due mani alzate, una voce che grida per implorare il dono della salvezza. Il Catechismo afferma che «l’umiltà è il fondamento della preghiera» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2559). La preghiera nasce dalla terra, dall’humus – da cui deriva “umile”, “umiltà” –; viene dal nostro stato di precarietà, dalla nostra continua sete di Dio (cfr ibid., 2560-2561).
La fede, lo abbiamo visto in Bartimeo, è grido; la non-fede è soffocare quel grido. Quell’atteggiamento che aveva la gente, nel farlo tacere: non era gente di fede, lui invece sì. Soffocare quel grido è una specie di “omertà”. La fede è protesta contro una condizione penosa di cui non capiamo il motivo; la non-fede è limitarsi a subire una situazione a cui ci siamo adattati. La fede è speranza di essere salvati; la non-fede è abituarsi al male che ci opprime e continuare così.
Cari fratelli e sorelle, cominciamo questa serie di catechesi con il grido di Bartimeo, perché forse in una figura come la sua c’è già scritto tutto. Bartimeo è un uomo perseverante. Intorno a lui c’era gente che spiegava che implorare era inutile, che era un vociare senza risposta, che era chiasso che disturbava e basta, che per favore smettesse di gridare: ma lui non è rimasto in silenzio. E alla fine ha ottenuto quello che voleva.
Più forte di qualsiasi argomentazione contraria, nel cuore dell’uomo c’è una voce che invoca. Tutti abbiamo questa voce, dentro. Una voce che esce spontanea, senza che nessuno la comandi, una voce che s’interroga sul senso del nostro cammino quaggiù, soprattutto quando ci troviamo nel buio: “Gesù, abbi pietà di me! Gesù, abbi pietà di me!”. Bella preghiera, questa.
Ma forse, queste parole, non sono scolpite nell’intero creato? Tutto invoca e supplica perché il mistero della misericordia trovi il suo compimento definitivo. Non pregano solo i cristiani: essi condividono il grido della preghiera con tutti gli uomini e le donne. Ma l’orizzonte può essere ancora allargato: Paolo afferma che l’intera creazione «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Gli artisti si fanno spesso interpreti di questo grido silenzioso del creato, che preme in ogni creatura ed emerge soprattutto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è un “mendicante di Dio” (cfr CCC, 2559). Bella definizione dell’uomo: “mendicante di Dio”. Grazie.

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 7 mai, 2020 |Pas de Commentaires »

Gesù Buon Pastore

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Publié dans : immagini sacre | le 1 mai, 2020 |Pas de Commentaires »

IV DOMENICA DI PASQUA (A) COMMENTO

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IV DOMENICA DI PASQUA (A) COMMENTO

Gesù, il pastore bello e buono
Enzo Bianchi

Al tempo di Gesù i pastori erano presenti ovunque in Palestina e li si incontrava nelle campagne e nelle città, nelle pianure e sui monti. La figura del pastore era nota e si conoscevano i luoghi nei quali di giorno o di notte stava con le pecore, che fornivano latte, carne e formaggio. Nella Bibbia la figura del pastore è molto presente non solo come protagonista della narrazione, ma anche come parabola e tipologia. Sicché Dio, il Signore, è chiamato e riconosciuto come “Pastore d’Israele” (Sal 80,2), il suo popolo è detto “suo gregge” (cf. Sal 78,52; 95,7; 100,3), pecore che sono la sua proprietà. Le diverse situazioni in cui possono venire a trovarsi il pastore e il gregge servono pertanto a descrivere concrete condizioni storiche, quale lettura dei rapporti tra Dio e il suo popolo.
Dio è il Pastore, ma affinché questa sua qualità sia riconosciuta dai credenti, egli invia al suo gregge dei pastori, scelti “perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (Nm 27,17). Ma questi pastori a volte diventano infedeli alla loro missione, diventano “cattivi pastori”; nello stesso tempo, altri che non sono stati inviati da Dio “si fanno pastori”, assumendo una funzione di servizio finalizzata in realtà al perseguimento dei propri fini. I profeti hanno più volte denunciato queste situazioni, nelle quali il popolo del Signore geme e soffre, ma hanno anche annunciato la venuta di Dio o del suo Messia quale pastore delle sue pecore (cf. Ger 23,1-6; 31,10; Ez 34,1-31).
Nel quarto vangelo, mentre Gesù si trova a Gerusalemme per celebrare la festa della Dedicazione del tempio, viene descritto uno scontro tra Gesù stesso e alcuni farisei, dopo la guarigione da parte sua in giorno di sabato di un cieco nato (cf. Gv 9). Grazie alla fede in Gesù, il cieco giunge a vedere, mentre le guide religiose appaiono cieche, incapaci di riconoscere in lui la missione di Dio. Gesù afferma dunque di essere venuto ad aprire un processo che manifesterà chi è cieco e chi invece vede, chi resta nell’incredulità e chi invece giunge alla luce (cf. Gv 9,40-41).
Questo però costituisce un esodo, un’uscita dal sistema religioso giudaico verso la comunità che aderisce a Gesù. La pretesa di Gesù è lampante e scandalosa, come ci viene presentata dalle espressioni che la comunità giovannea ha forgiato a partire dalle sue parole e azioni, contemplate, meditate e interpretate. Il discorso di Gesù è organizzato attorno alla formulazione di una paroimía (Gv 10,6), ossia di un enigma costruito per immagini (cf. Gv 10,1-6), cui segue la spiegazione che lo risolve in mistero di fede (cf. Gv 10,7-18) e infine una conclusione (cf. Gv 10,19-21).
Ecco dunque l’enigma: “Amen, amen io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante”. Le solenni parole di Gesù mettono in rilievo un’opposizione: vi sono quelli che entrano nel recinto del gregge non attraverso la porta, che è sorvegliata, ma scavalcando il recinto. Questi sono i ladri e i briganti: le pecore non appartengono a loro, ma essi vogliono impossessarsene. Sono ladri perché rubano e sono briganti, che possono entrare nel recinto solo con l’inganno; sono in realtà lupi (cf. At 20,28-30), falsi pastori che non si curano dei bisogni delle pecore ma pensano solo a se stessi.
Invece “il pastore delle pecore entra attraverso la porta” e il guardiano posto all’ingresso del recinto lo riconosce e gli apre; allora “le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori”. Gesù è questo pastore e il Padre è il guardiano che gli apre. È infatti il Padre che gli ha dato le pecore (cf. Gv 17,6-8), che lo ha inviato (cf. Gv 8,16.42), che gli ha messo tutte nelle mani (cf. Gv 3,35; 5,22). Dunque il Padre riconosce Gesù come pastore unico del gregge, e così fanno anche le pecore: esse riconoscono la sua voce, la ascoltano ed esultano, sentendosi da lui chiamate ciascuna con il proprio nome.
Gesù ha un compito preciso: chiamando le pecore per nome, le fa “uscire”, fa compiere loro un esodo dal recinto ai pascoli aperti, alla libertà. Questa azione è più del far uscire di Mosè dall’Egitto verso la terra promessa, perché è un far uscire dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita per sempre. In queste poche parole è delineato tutto il cammino del discepolo, pecora del gregge di Gesù: deve ascoltare la voce del pastore, deve riconoscerla come parola per sé, deve dunque conoscere il pastore e quindi seguirlo verso i pascoli della libertà, in vista di una “vita in abbondanza”.
Il pastore si definisce poi anche “porta”. L’enigma viene così spiegato mediante due affermazioni: “io sono la porta ” (Gv 10,7.9) e “io sono il buon pastore” (Gv 10,11.14). Si faccia attenzione: Gesù non dice di essere la porta del recinto, ma la porta delle pecore! Egli non è una porta che fa accedere a un recinto, a un’istituzione, ma una porta a servizio delle pecore. Nell’Antico Testamento l’immagine della porta è rivelativa di un passaggio verso il cielo (cf. Gen 28,17), di un passaggio per accedere alla presenza del Signore, alla sua Shekinah, nel tempio (cf. Is 60,11; Sal 118,19-20); ma qui è Gesù che diventa porta piccola e st . Mt 7,13-14; Lc 13,24), unica via di entrata e di uscita verso Dio, il Padre.
Venuta la pienezza dei tempi, quando “si adora Dio in Spirito e Verità” (cf. Gv 4,23-24), Gesù è ormai l’unico accesso a Dio, l’unica via per far parte del gregge del Signore: è una porta aperta su uno spazio senza limiti. Negli ultimi discorsi ai suoi discepoli dirà: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), parole che esplicitano l’affermazione: “Io sono la porta”, che esprimono e sono il cammino che conduce alla conoscenza di Dio e dunque alla vita per sempre (cf. Gv 17,3). Queste parole di Gesù ci possono sorprendere e anche destabilizzare: com’è possibile che un uomo abbia vantato simili pretese? Eppure Giovanni mette in bocca a Gesù tali rivelazioni, perché così vuole la fede in colui che è il Figlio di Dio, il Messia venuto nel mondo.
Ecco allora la richiesta di discernimento su quanti sono venuti prima di Gesù, con la pretesa di essere pastori inviati da Dio: molti sono già venuti, ma erano ladri, briganti, estranei “venuti per rubare e sacrificare” (Gv 10,10), come dice letteralmente il testo (verbo thýo). Gesù non delegittima certo i “pastori” inviati da Dio – da Abramo fino ai profeti –, ma i falsi Messia, come aveva ben inteso già Ignazio di Antiochia: “Cristo è la porta del Padre, attraverso la quale sono entrati Abramo, Isacco, Giacobbe, i profeti, gli apostoli e la chiesa” (Ai filadelfesi 9).
In ogni tempo appaiono nel mondo e anche nella chiesa pretesi “unti”, falsi inviati, che Dio non ha mandato, uomini e donne che imputano al Signore le loro elucubrazioni, ma sono sempre riconoscibili da chi è credente attento in Gesù: non stanno in mezzo al gregge, ma al di sopra; non conoscono le pecore per nome, ma vogliono solo comandarle; non proteggono la pecora debole, ma la abbandonano; non vanno alla ricerca della pecora perduta, ma preferiscono stare con le altre dentro al recinto.
Gesù è dunque la porta da attraversare in libertà per andare e venire, per spingersi verso i pascoli del cielo e rientrare al riparo quando sopraggiunge la minaccia. È una porta di salvezza, che dona una salvezza non transitoria, come quella che talvolta gli umani si danno nella storia. Di conseguenza, è anche il pastore che desidera per le pecore una cosa sola: “la vita in abbondanza”. Per questo le fa uscire in libertà, su cammini di esodo nei quali si aprono orizzonti nuovi e si conoscono nuovi pascoli. Ecco la libertà dei figli di Dio, nella quale c’è anche protezione, perché – dice Gesù – “nessuno può rapire le mie pecore dalla mia mano” (Gv 10,28).
L’altra spiegazione dell’enigma consiste nell’autorivelazione di Gesù quale “pastore bello e buono”: “Io sono il pastore bello e buono (kalós), che depone la propria vita per le pecore” (Gv 10,11). La manifestazione della venuta “pastorale” di Gesù non consiste nelle idee, nella dottrina, nel solo insegnamento, ma nel deporre e spendere la vita per le pecore. Se Dio era cantato nel salmo quale Pastore del credente al quale nulla manca (cf. Sal 23,1), Gesù dice di sé che egli stesso dà la sua vita per le pecore. E se nei vangeli sinottici il pastore della parabola era pieno di amore, fino ad andare a cercare la pecora smarrita per riportarla a casa (cf. Mt 18,12-14; Lc 15,4-7), qui il pastore dà la sua vita sia per la pecora smarrita sia per quella che resta nel recinto.
Viene così individuato il rapporto tra il pastore e le pecore: una conoscenza reciproca che diventa amore, una conoscenza penetrativa attraverso la quale il pastore conosce le pecore in profondità nelle quali esse stesse non giungono a conoscersi; e le pecore giungono a riconoscere il pastore come colui che ha cura di loro perché le ama. Esperienza indicibile, eppure autentica, nella quale si ascolta la voce del pastore, si giunge a discernere la sua presenza elusiva, ma soprattutto ci si sente amati, compresi, perdonati da un amore che è sempre anche misericordia.
Ma accanto al buon pastore appare anche “il pastore salariato” (Gv 10,12), che svolge il suo compito e realizza il suo lavoro solo per il salario. Molti erano i pastori di questo tipo al tempo di Gesù e molti sono ancora oggi: non sono cattivi, non fanno del male, non rubano al popolo di Dio né lo maltrattano, ma sono meri funzionari! Se la chiesa fosse una macchina, potrebbe anche andare avanti così; ma la chiesa è il gregge del Signore, è una realtà viva, un corpo nel quale, se non c’è l’amore gratuito, avviene un triste sfiguramento. Il pastore salariato adempie il suo mestiere per quanto è pagato; per questo, se vede arrivare il lupo, pensa a salvare se stesso, non le pecore (cf. Gv 10,12-13). Gesù invece no! La sua missione di pastore è motivata solo dall’amore, e il Padre lo ama proprio per questo: perché sa donare la vita per le pecore, per poi riceverla di nuovo da lui (cf. Gv 10,14-15.17-18). La sua missione di dare e spendere la vita è indirizzata a tutti gli esseri umani, anche a quelli che appartengono ad altri ovili, non solo a quello di Israele. Verrà il giorno in cui anche queste pecore provenienti dalle genti potranno ascoltare la voce di Cristo e così divenire pecore del gregge che è il suo (cf. Gv 10,16): di lui, il solo pastore dell’umanità, di tutta la creazione.

Gesù e i discepoli

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Publié dans : immagini sacre | le 29 avril, 2020 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi sulle Beatitudini: 9. «Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,10)

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi sulle Beatitudini: 9. «Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,10)

Biblioteca del Palazzo Apostolico
Mercoledì, 29 aprile 2020

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Con l’udienza di oggi concludiamo il percorso sulle Beatitudini evangeliche. Come abbiamo ascoltato, nell’ultima si proclama la gioia escatologica dei perseguitati per la giustizia.
Questa beatitudine annuncia la stessa felicità della prima: il regno dei Cieli è dei perseguitati così come è dei poveri in spirito; comprendiamo così di essere arrivati al termine di un percorso unitario dipanato negli annunci precedenti.
La povertà in spirito, il pianto, la mitezza, la sete di santità, la misericordia, la purificazione del cuore e le opere di pace possono condurre alla persecuzione a causa di Cristo, ma questa persecuzione alla fine è causa di gioia e di grande ricompensa nei cieli. Il sentiero delle Beatitudini è un cammino pasquale che conduce da una vita secondo il mondo a quella secondo Dio, da un’esistenza guidata dalla carne – cioè dall’egoismo – a quella guidata dallo Spirito.
Il mondo, con i suoi idoli, i suoi compromessi e le sue priorità, non può approvare questo tipo di esistenza. Le “strutture di peccato”,[1] spesso prodotte dalla mentalità umana, così estranee come sono allo Spirito di verità che il mondo non può ricevere (cfr Gv 14,17), non possono che rifiutare la povertà o la mitezza o la purezza e dichiarare la vita secondo il Vangelo come un errore e un problema, quindi come qualcosa da emarginare. Così pensa il mondo: “Questi sono idealisti o fanatici…”. Così pensano loro.
Se il mondo vive in funzione del denaro, chiunque dimostri che la vita può compiersi nel dono e nella rinuncia diventa un fastidio per il sistema dell’avidità. Questa parola “fastidio” è chiave, perché la sola testimonianza cristiana, che fa tanto bene a tanta gente perché la segue, dà fastidio a coloro che hanno una mentalità mondana. La vivono come un rimprovero. Quando appare la santità ed emerge la vita dei figli di Dio, in quella bellezza c’è qualcosa di scomodo che chiama ad una presa di posizione: o lasciarsi mettere in discussione e aprirsi al bene o rifiutare quella luce e indurire il cuore, anche fino all’opposizione e all’accanimento (cfr Sap 2,14-15). È curioso, attira l’attenzione vedere come, nelle persecuzioni dei martiri, cresce l’ostilità fino all’accanimento. Basta vedere le persecuzioni del secolo scorso, delle dittature europee: come si arriva all’accanimento contro i cristiani, contro la testimonianza cristiana e contro l’eroicità dei cristiani.
Ma questo mostra che il dramma della persecuzione è anche il luogo della liberazione dalla sudditanza al successo, alla vanagloria e ai compromessi del mondo. Di cosa si rallegra chi è rifiutato dal mondo per causa di Cristo? Si rallegra di aver trovato qualcosa che vale più del mondo intero. Infatti «quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita?» (Mc 8,36). Quale vantaggio c’è lì?
È doloroso ricordare che, in questo momento, ci sono molti cristiani che patiscono persecuzioni in varie zone del mondo, e dobbiamo sperare e pregare che quanto prima la loro tribolazione sia fermata. Sono tanti: i martiri di oggi sono più dei martiri dei primi secoli. Esprimiamo a questi fratelli e sorelle la nostra vicinanza: siamo un unico corpo, e questi cristiani sono le membra sanguinanti del corpo di Cristo che è la Chiesa.
Ma dobbiamo stare attenti anche a non leggere questa beatitudine in chiave vittimistica, auto-commiserativa. Infatti, non sempre il disprezzo degli uomini è sinonimo di persecuzione: proprio poco dopo Gesù dice che i cristiani sono il «sale della terra», e mette in guardia dal pericolo di “perdere il sapore”, altrimenti il sale «a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente» (Mt 5,13). Dunque, c’è anche un disprezzo che è colpa nostra, quando perdiamo il sapore di Cristo e del Vangelo.
Bisogna essere fedeli al sentiero umile delle Beatitudini, perché è quello che porta ad essere di Cristo e non del mondo. Vale la pena di ricordare il percorso di San Paolo: quando pensava di essere un giusto era di fatto un persecutore, ma quando scoprì di essere un persecutore, divenne un uomo d’amore, che affrontava lietamente le sofferenze della persecuzione che subiva (cfr Col 1,24).
L’esclusione e la persecuzione, se Dio ce ne accorda la grazia, ci fanno somigliare a Cristo crocifisso e, associandoci alla sua passione, sono la manifestazione della vita nuova. Questa vita è la stessa di Cristo, che per noi uomini e per la nostra salvezza fu “disprezzato e reietto dagli uomini” (cfr Is 53,3; At 8,30-35). Accogliere il suo Spirito ci può portare ad avere tanto amore nel cuore da offrire la vita per il mondo senza fare compromessi con i suoi inganni e accettandone il rifiuto. I compromessi con il mondo sono il pericolo: il cristiano è sempre tentato di fare dei compromessi con il mondo, con lo spirito del mondo. Questa – rifiutare i compromessi e andare per la strada di Gesù Cristo – è la vita del Regno dei cieli, la più grande gioia, la vera letizia. E poi, nelle persecuzioni c’è sempre la presenza di Gesù che ci accompagna, la presenza di Gesù che ci consola e la forza dello Spirito che ci aiuta ad andare avanti. Non scoraggiamoci quando una vita coerente col Vangelo attira le persecuzioni della gente: c’è lo Spirito che ci sostiene, in questa strada.

[1] Cfr Discorso ai partecipanti al workshop “Nuove forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione”, 5 febbraio 2020: «L’idolatria del denaro, l’avidità, la corruzione, sono tutte “strutture di peccato” – come le definiva Giovanni Paolo II – prodotte dalla “globalizzazione dell’indifferenza”».

Publié dans : PAPA FRANCESCO CATECHESI | le 29 avril, 2020 |Pas de Commentaires »
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