Papa: I miei 80 anni, illuminati dalla luce della Divina Misericordia

 dal sito della Radio Vaticana:

15/04/2007 12:42
VATICANO

Papa: I miei 80 anni, illuminati dalla luce della Divina Misericordia

Alla Messa in san Pietro Benedetto XVI dice grazie a tutta la Chiesa e agli ospiti – fra cui l’inviato di Bartolomeo I – ma soprattutto alla Misericordia di Dio che l’accompagna e che sostiene la sua “debolezza”. Il “Dio ferito” chi chiede di “lasciarci ferire a nostra volta per Lui”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – “La liturgia non deve servire per parlare del proprio io, di se stesso; tuttavia, la propria vita può servire per annunciare la misericordia di Dio”: così Benedetto XVI ha introdotto alcune considerazioni sulla sua vita, nella celebrazione in piazza san Pietro per i suoi 80 anni. Con timidezza commossa, ma anche con fermezza, il pontefice ha letto i momenti salienti della sua vita, gli inizi in famiglia, la sua ordinazione sacerdotale, quella episcopale e il suo divenire papa, alla luce della Divina Misericordia, proprio nella festa ad Essa dedicata, istituita da Giovanni Paolo II. Il clima caldo e primaverile ha favorito la presenza di oltre 35 mila persone. Alla liturgia hanno partecipato almeno 60 fra cardinali, vescovi, membri della Curia romana e della diocesi di Roma, oltre a personalità politiche e del corpo diplomatico presso la Santa Sede.

Il papa ha salutato e ringraziato tutti, il card. Angelo Sodano per l’omaggio iniziale, ma soprattutto la presenza di sua eminenza Ioannis (Zizioulas), metropolita di Pergamo, inviato personale del Patriarca ecumenico Bartolomeo I esprimendo “apprezzamento per il gesto gentile e auspicando che il dialogo teologico cattolico-ortodosso possa proseguire con lena rinnovata”.

Benedetto XVI ha iniziato la sua omelia ricordando il significato della giornata di oggi (domenica “in Albis”): “In questo giorno, i neofiti della veglia pasquale indossavano ancora una volta la loro veste bianca, simbolo della luce che il Signore aveva loro donato nel Battesimo. In seguito avrebbero poi deposto la veste bianca, ma la nuova luminosità ad essi comunicata la dovevano introdurre nella loro quotidianità; la fiamma delicata della verità e del bene che il Signore aveva acceso in loro, la dovevano custodire diligentemente per portare così in questo nostro mondo qualcosa della luminosità e della bontà di Dio”. La notazione è importante perché Benedetto XVI è venuto al mondo il Sabato Santo del 1927 (16 aprile) e battezzato con l’acqua benedetta proprio alla liturgia della Pasqua. “Ho sempre considerato – ha detto il papa – un grande dono della misericordia divina che la nascita e la rinascita siano state a me concesse, per così dire insieme, nello stesso giorno, nel segno dell’inizio della Pasqua. Così, in uno stesso giorno, sono nato membro della mia propria famiglia e della grande famiglia di Dio”

Da diversi anni la domenica in Albis viene definita “festa della Divina Misericordia”, per volere di Giovanni Paolo II che ha proposto a tutta la Chiesa le rivelazioni di Santa Faustina Kowalska.

Per il papa polacco, nella misericordia si trova “riassunto e nuovamente interpretato per il nostro tempo l’intero mistero della Redenzione”. Mentre il pubblico applaudiva al nome di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ha ricordato il valore della misericordia divina nell’esperienza personale del defunto pontefice e negli avvenimenti della storia contemporanea: “Egli visse sotto due regimi dittatoriali e, nel contatto con povertà, necessità e violenza, sperimentò profondamente la potenza delle tenebre, da cui è insidiato il mondo anche in questo nostro tempo. Ma sperimentò pure, e non meno fortemente, la presenza di Dio che si oppone a tutte queste forze con il suo potere totalmente diverso e divino: con il potere della misericordia. È la misericordia che pone un limite al male. In essa si esprime la natura tutta peculiare di Dio – la sua santità, il potere della verità e dell’amore. Due anni or sono, dopo i primi Vespri di questa Festività, Giovanni Paolo II terminava la sua esistenza terrena. Morendo egli è entrato nella luca della Divina Misericordia di cui, al di là della morte e a partire da Dio, ora ci parla in modo totalmente nuovo. Abbiate fiducia – egli ci dice – nella Divina Misericordia! Diventate giorno per giorno uomini e donne della misericordia di Dio! La misericordia è la veste di luce che il Signore ci ha donato nel Battesimo. Non dobbiamo lasciare che questa luce si spenga; al contrario essa deve crescere in noi ogni giorno e così portare al mondo il lieto annuncio di Dio”.

Nella vita del papa presente la misericordia si è anzitutto manifestata nella sua entrata alla vita e alla vita cristiana, nella famiglia naturale e nella famiglia di Dio: “Nascita e rinascita; famiglia terrena e grande famiglia di Dio – è questo il grande dono delle molteplici misericordie di Dio, il fondamento sul quale ci appoggiamo”.

“Sì – ha detto Benedetto XVI – ringrazio Dio perché ho potuto fare l’esperienza di che cosa significa « famiglia »; ho potuto fare l’esperienza di che cosa vuol dire paternità, cosicché la parola su Dio come Padre mi si è resa comprensibile dal di dentro; sulla base dell’esperienza umana mi si è schiuso l’accesso al grande e benevolo Padre che è nel cielo. Davanti a Lui noi portiamo una responsabilità, ma allo stesso tempo Egli ci dona la fiducia, perché nella sua giustizia traspare sempre la misericordia e la bontà con cui accetta anche la nostra debolezza e ci sorregge, così che man mano possiamo imparare a camminare diritti. Ringrazio Dio perché ho potuto fare l’esperienza profonda di che cosa significa bontà materna, sempre aperta a chi cerca rifugio e proprio così in grado di darmi la libertà. Ringrazio Dio per mia sorella e mio fratello che, con il loro aiuto, mi sono stati fedelmente vicini lungo il corso della vita. Ringrazio Dio per i compagni incontrati nel mio cammino, per i consiglieri e gli amici che Egli mi ha donato. Ringrazio in modo particolare perché, fin dal primo giorno, ho potuto entrare e crescere nella grande comunità dei credenti, nella quale è spalancato il confine tra vita e morte, tra cielo e terra; ringrazio per aver potuto apprendere tante cose attingendo alla sapienza di questa comunità, nella quale sono racchiuse non solo le esperienze umane fin dai tempi più remoti: la sapienza di questa comunità non è soltanto sapienza umana, ma in essa ci raggiunge la sapienza stessa di Dio – la Sapienza eterna”.

Riferendosi poi alla prima lettura di questa domenica (Atti 5,12-16), che narra delle guarigioni che avvenivano facendosi toccare dall’ombra di Pietro, il papa ha aggiunto: “L’ombra di Pietro, mediante la comunità della Chiesa cattolica, ha coperto la mia vita fin dall’inizio, e ho appreso che essa è un’ombra buona – un’ombra risanatrice, perché, appunto, proviene in definitiva da Cristo stesso. Pietro era un uomo con tutte le debolezze di un essere umano, ma soprattutto era un uomo pieno di una fede appassionata in Cristo, pieno di amore per Lui. Per il tramite della sua fede e del suo amore la forza risanatrice di Cristo, la sua forza unificante, è giunta agli uomini pur frammista a tutta la debolezza di Pietro. Cerchiamo anche oggi l’ombra di Pietro, per stare nella luce di Cristo!”.

Nella “debolezza” di Pietro, rafforzata dalla misericordia di Dio, il pontefice vede la propria debolezza, accompagnata dalla compagnia di Gesù. Lo dice con molta chiarezza ricordando la sua ordinazione sacerdotale: “Nella festa dei santi Pietro e Paolo del 1951, quando noi – c’erano oltre quaranta compagni – ci trovammo nella cattedrale di Frisinga prostrati sul pavimento e su di noi furono invocati tutti i santi, la consapevolezza della povertà della mia esistenza di fronte a questo compito mi pesava. Sì, era una consolazione il fatto che la protezione dei santi di Dio, dei vivi e dei morti, venisse invocata su di noi. Sapevo che non sarei rimasto solo. E quale fiducia infondevano le parole di Gesù, che poi durante la liturgia dell’Ordinazione potemmo ascoltare dalle labbra del vecchio Vescovo: ‘Non vi chiamo più servi, ma amici’. Ho potuto farne un’esperienza profonda: Egli, il Signore, non è soltanto Signore, ma anche amico. Egli ha posto la sua mano su di me e non mi lascerà. Queste parole venivano allora pronunciate nel contesto del conferimento della facoltà di amministrare il Sacramento della riconciliazione e così, nel nome di Cristo, di perdonare i peccati. È la stessa cosa che oggi abbiamo ascoltato nel Vangelo: il Signore alita sui suoi discepoli. Egli concede loro il suo Spirito – lo Spirito Santo: ‘A chi rimetterete i peccati saranno rimessi…’. Lo Spirito di Gesù Cristo è potenza di perdono. È potenza della Divina Misericordia. Dà la possibilità di iniziare da capo – sempre di nuovo. L’amicizia di Gesù Cristo è amicizia di Colui che fa di noi persone che perdonano, di Colui che perdona anche a noi, ci risolleva di continuo dalla nostra debolezza e proprio così ci educa, infonde in noi la consapevolezza del dovere interiore dell’amore, del dovere di corrispondere alla sua fiducia con la nostra fedeltà”.

Il pontefice ha poi ricordato il brano evangelico di oggi, che racconta l’incontro dell’apostolo Tommaso con il Signore risorto. “All’apostolo – spiega il papa – viene concesso di toccare le sue ferite e così egli lo riconosce – lo riconosce, al di là dell’identità umana del Gesù di Nazaret, nella sua vera e più profonda identità: ‘Mio Signore e mio Dio!’ (Gv 20,28)”.

Il papa così attento alla ricerca “del volto del Signore” – come appare dal suo libro “Gesù di Nazaret”, pubblicato in occasione dei suoi 80 anni – non perde l’occasione di manifestare il volto di Dio misericordioso come “un Dio ferito”: “Il Signore – ha detto – ha portato con sé le sue ferite nell’eternità. Egli è un Dio ferito; si è lasciato ferire dall’amore verso di noi. Le ferite sono per noi il segno che Egli ci comprende e che si lascia ferire dall’amore verso di noi. Queste sue ferite – come possiamo noi toccarle nella storia di questo nostro tempo! Egli, infatti, si lascia sempre di nuovo ferire per noi. Quale certezza della sua misericordia e quale consolazione esse significano per noi! E quale sicurezza ci danno circa quello che Egli è: ‘Mio Signore e mio Dio!’ E come costituiscono per noi un dovere di lasciarci ferire a nostra volta per Lui!”.

Le sue ultime considerazioni mostrano quanto “le misericordie di Dio ci accompagnano giorno per giorno”, anche nelle fatiche del pontificato. “Siamo troppo inclini – ha detto il papa – ad avvertire solo la fatica quotidiana che a noi, come figli di Adamo, è stata imposta. Se però apriamo il nostro cuore, allora possiamo, pur immersi in essa, constatare continuamente quanto Dio sia buono con noi; come Egli pensi a noi proprio nelle piccole cose, aiutandoci così a raggiungere quelle grandi. Con il peso accresciuto della responsabilità, il Signore ha portato anche nuovo aiuto nella mia vita”.

Benedetto XVI ha voluto citare come segno delle “misericordie quotidiane di Dio”, tutti i collaboratori e le persone nascoste che pregano per lui e il suo ministero: “Ripetutamente vedo con gioia riconoscente quanto è grande la schiera di coloro che mi sostengono con la loro preghiera; che con la loro fede e con il loro amore mi aiutano a svolgere il mio ministero; che sono indulgenti con la mia debolezza, riconoscendo anche nell’ombra di Pietro la luce benefica di Gesù Cristo. Per questo vorrei in quest’ora ringraziare di cuore il Signore e tutti voi”.

A conclusione dell’omelia, egli ha ricordato una preghiera del papa san Leone Magno, da lui usata 30 anni fa sull’immagine-ricordo della sua consacrazione episcopale: « Pregate il nostro buon Dio, affinché voglia nei nostri giorni rafforzare la fede, moltiplicare l’amore e aumentare la pace. Egli renda me, suo misero servo, sufficiente per il suo compito e utile per la vostra edificazione e mi conceda uno svolgimento del servizio tale che, insieme con il tempo donato, cresca la mia

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ancora buona notte

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buona notte

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La debolezza della fede di Tommaso, fonte di grazia per la Chiesa

dal sito francese Evangile au Quotidien:

Cardinale John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
PPS, vol. 2, n° 2, « Faith without Sight »

La debolezza della fede di Tommaso, fonte di grazia per la Chiesa

Non dobbiamo credere che san Tommaso fosse stato molto differente dagli altri apostoli. Tutti, più o meno, hanno perso fiducia nella promessa di Cristo quando l’hanno visto condotto per essere crocifisso. Quando è stato messo nel sepolcro, anche la loro speranza è stata seppellita con lui, e quando è stata annunciata loro la notizia della sua risurrezione, nessuno ha creduto. Quando è apparso a loro, « li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore » (Mc 16,14)… Tommaso si è convinto per ultimo perché ha visto Cristo per ultimo. Quel che è certo, é che non è stato un discepolo riservato e freddo: prima aveva espresso il desiderio di condividere il pericolo con il suo Maestro e di soffrire con lui: « Andiamo anche noi a morire con lui » (Gv 11,16). Tommaso ha spinto gli altri apostoli a rischiare la loro vita con il loro Maestro.

San Tommaso amava dunque il suo Maestro, come un vero apostolo, e si è messo al suo servizio. Ma quando l’ha visto crocifisso, la sua fede è venuta meno, per un tempo, come quella degli altri… e più degli altri. Si è isolato, rifiutando la testimonianza, non di una sola persona, ma dei dieci altri apostoli, di Maria Maddalena e delle altre donne… Sembra che avesse avuto bisogno di una prova visibile di ciò che è invisibile, di un segno infallibile venuto dal cielo, come la scala degli angeli di Giacobbe (Gen 28,12), per placare la sua angoscia che gli mostrasse la meta del cammino nel momento di incamminarsi. Un desiderio segreto di certezza lo abitava e questo desiderio si è risvegliato all’udire la notizia della risurrezione di Cristo.

Il nostro Salvatore consente alla sua debolezza, risponde al suo desiderio, ma gli dice: « Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno ». E così, tutti i suoi discepoli lo servono, pur nella loro debolezza, affinché egli la trasformi in parole di insegnamento e di conforto per la sua Chiesa.

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La carità fraterna deve conformarsi all’esempio di Cristo

dal sito Vaticano - spirtualità:

La carità fraterna deve conformarsi all’esempio di Cristo

« Non c’è niente che ci spinga ad amare i nemici, cosa in cui consiste la perfezione dell’amore fraterno, quanto la dolce considerazione di quella ammirabile pazienza per cui egli, « il più bello tra i figli dell’uomo » (Sal 44, 3) offrì il suo bel viso agli sputi dei malvagi. Lasciò velare dai malfattori quegli occhi, al cui cenno ogni cosa ubbidisce. Espose i suoi fianchi ai flagelli. Sottopose il capo, che fa tremare i Principati e le Potestà, alle punte acuminate delle spine. Abbandonò se stesso all’obbrobrio e agli insulti. Infine sopportò pazientemente la croce, i chiodi, la lancia, il fiele e l’aceto, lui in tutto dolce, mite e clemente.

Alla fine fu condotto via come una pecora al macello, e come un agnello se ne stette silenzioso davanti al tosatore e non aprì bocca (cfr. Is 53, 7).

Chi al sentire quella voce meravigliosa piena di dolcezza, piena di carità, piena di inalterabile pacatezza: « Padre, perdonali » non abbraccerebbe subito i suoi nemici con tutto l’affetto? « Padre », dice, « perdonali » (Lc 23, 34). Che cosa si poteva aggiungere di dolcezza, di carità ad una siffatta preghiera? Tuttavia egli aggiunse qualcosa. Gli sembrò poco pregare, volle anche scusare. « Padre, disse, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». E invero sono grandi peccatori, ma poveri conoscitori. Perciò: « Padre, perdonali ». Lo crocifiggono, ma non sanno chi crocifiggono, perché se l’avessero conosciuto, giammai avrebbero crocifisso il Signore della gloria (cfr. 1 Cor 2, 8); perciò « Padre, perdonali ». Lo ritengono un trasgressore della legge, un presuntuoso che si fa Dio, lo stimano un seduttore del popolo.

Ma io ho nascosto da loro il mio volto, non riconobbero la mia maestà ». Perciò: « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno » (Lc 23, 34).

Se l’uomo vuole amare se stesso di amore autentico non si lasci corrompere da nessun piacere della carne. Per non soccombere alla concupiscenza della carne, rivolga ogni suo affetto alla dolcezza del pane eucaristico. Inoltre per riposare più perfettamente e soavemente nella gioia della carità fraterna, abbracci di vero amore anche i nemici.

Perché questo fuoco divino non intiepidisca di fronte alle ingiustizie, guardi sempre con gli occhi della mente la pazienza e la pacatezza del suo amato Signore e Salvatore.« 

Dallo « Specchio della carità » di sant’Aelredo, abate (Lib. 3, 5; PL 195, 582)

Orazione 

Concedi, Signore, alla tua Chiesa di prepararsi interiormente alla celebrazione della Pasqua, perché il comune impegno nella mortificazione corporale porti a tutti noi un vero rinnovamento dello spirito. Per il nostro Signore.

A cura dell’Istituto di Spiritualità: 
Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino

Publié dans : spiritualità  | le 14 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

La preziosità dell’opera

su Avvenire, sia giornale che ripetuto on line, trovo sempre qualcosa di interessante e che aiuta la meditazione, vi prego di scusarmi se spesso metto qualcosa da questo giornale, 

La preziosità dell’opera 

Ragionare ed entusiasmarsi per la persona di Gesù 

Elio Guerriero  

Ho sentito parlare per la prima volta del libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI su Gesù alla fine del 2004. Ero andato in visita dal cardinale al Sant’Uffizio. Parlando di progetti editoriali, egli mi confidò che, dopo il ritiro, che vedeva vicino, pensava di portare a termine il libro su Gesù. Poi, a dicembre del 2006, una telefonata dal Vaticano mi annunciava che il Papa aveva concluso la prima parte del suo libro e desiderava che io collaborassi all’edizione italiana. Ricordo l’impressione profonda alla prima lettura dell’opera. Gesù di Nazaret è un testo ricco e impegnativo, l’opera di una vita scritta con tenacia e con passione.
Cerco di accennare ai temi più significativi. Innanzitutto il rapporto ebrei-cristiani. Benedetto XVI riconosce un profondo legame tra ebrei e cristiani. Gesù, il nuovo Mosè promesso dal Deuteronomio (18,5), non viene per abolire la legge, ma per portarla a compimento. Il pensiero diventa più chiaro con un’applicazione della parabola del Padre misericordioso e dei due figli. La parabola, commenta il pontefice, esalta la generosità del padre che accoglie il figlio ritornato a casa. Nella stessa logica, quel genitore misericordioso consola e abbraccia anche il fratello maggiore. Gesù, dunque, è venuto per estendere l’alleanza a tutti i popoli, non certo per eliminare la legge del Sinai. Antico e Nuovo Testamento sono uniti come le due ante di un’unica grande tavola ideata e realizzata da Dio.
Secondo tema: le vite di Gesù. Il Papa parte da un ricordo personale. Nella sua infanzia diverse vite di Gesù riuscivano a trasmettere un vero entusiasmo per il Maestro di Nazaret. A partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso la situazione cambiò. I progressi del metodo storico-critico portarono a differenziazioni sempre più raffinate tra i diversi strati delle tradizioni. È divenuto, dunque, sempre più difficile tracciare un quadro unitario della persona di Gesù. Come risultato d’insieme si è diffusa l’impress ione che noi sappiamo molto poco su di Lui e che la fede nella sua divinità è un’aggiunta posteriore. Una tale situazione, secondo Benedetto, è drammatica: l’intima amicizia con Gesù su cui tutto si basa sembra cadere nel vuoto. Ad evitare equivoci, il Papa precisa che i progressi dell’esegesi sono stati preziosi. Come chiarisce nel dialogo con Schnackenburg, eletto a rappresentante dell’esegesi scientifica, bisogna avere il coraggio di andare oltre lo studio storico-critico per incontrare nuovamente la persona di Gesù. Egli non è chiuso nel passato. Attraverso la Chiesa, i cristiani e quanti lo desiderano possono incontrarlo ogni giorno nella parola e nei sacramenti.
Infine, la confessione cristiana. In tutti e tre i Vangeli sinottici la richiesta di Gesù: cosa pensa la gente e cosa pensate voi che io sia, rappresenta una svolta significativa. A nome dei dodici risponde Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». La confessione di Pietro è seguita dall’annuncio della passione, della morte e dalla trasfigurazione. Per il Papa è il segno che chi vuole stare più vicino a Gesù è chiamato a condividere il mistero pasquale, a diventare seme che, solo dopo l’immersione nella terra, porterà nuovo frutto.
Concludo con un’applicazione patristica della parabole del buon samaritano che il Papa fa sua. Il ferito derubato e abbandonato lungo la strada è l’uomo, il figlio di Adamo. Il buon samaritano che si ferma a soccorrerlo è Gesù. Egli presta al ferito le prime cure, poi lo porta alla taverna, la Chiesa, incaricata di proseguire l’opera del Maestro.
Il volume presenta la prima parte della vita di Gesù. L’augurio, per il Papa e per noi, è che egli possa portare a termine un’opera preziosa. 

 

Publié dans : Approfondimenti | le 14 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

Con Hummes arriva in curia un Brasile campione del mondo

Presento l’articolo sul Cardinale Hummes perché per la notte di Pasqua, ossia la veglia, è venuto a celebrare, inaspettatamente per noi e, forse, anche per i frati francescani, il Card. Hummes, naturalmente siamo stati contenti, e fa piacere che ogni tanto si facciano vedere nelle Chiese; così lo presento (o ripresento non so) da un articolo di Magister su la Chiesa it: 

Con Hummes arriva in curia un Brasile campione del mondo


Aveva il primato di più popolosa nazione cattolica. Ma oggi il Brasile è sotto la sfida della formidabile crescita del cristianesimo pentecostale e carismatico. Come risponde la Chiesa di Roma? Un’indagine del Pew Forum

di Sandro Magister

ROMA, 3 novembre 2006 – Alla vigilia della festa di tutti i santi Benedetto XVI ha chiamato a dirigere la congregazione vaticana per il clero un personaggio di prima grandezza nella Chiesa mondiale: il cardinale Cláudio Hummes, arcivescovo di San Paolo del Brasile.

La congregazione per il clero si chiamava fino al 1967 congregazione “del Concilio” ed era nata quattro secoli prima con lo scopo di applicare le norme del Concilio di Trento.

Oggi i suoi compiti principali sono di curare l’attività dei preti in tutto il mondo e la catechesi dei fedeli.

Sono compiti che a Benedetto XVI stanno particolarmente a cuore, come provano i suoi frequenti richiami, specialmente nei discorsi che rivolge ai vescovi in visita “ad limina”.

Nell’ottobre del 2005, durante il sinodo dei vescovi, papa Joseph Ratzinger rimase molto colpito dalla diagnosi che Hummes aveva fatto dello stato del cattolicesimo in Brasile e in Sudamerica:

“In Brasile i cattolici diminuiscono in media dell’1 per cento all’anno. Nel 1991 i brasiliani cattolici erano circa l’83 per cento, oggi, secondo nuovi studi, sono appena il 67 per cento. Ci domandiamo con angoscia: fino a quando il Brasile sarà ancora un paese cattolico? In conformità con questa situazione, risulta che in Brasile per ogni sacerdote cattolico ci sono già due pastori protestanti, la maggior parte delle Chiese pentecostali. Molte indicazioni mostrano che lo stesso vale quasi per tutta l’America Latina e anche qui ci domandiamo: fino a quando l’America Latina sarà un continente cattolico?”.

Pochi giorni dopo, Benedetto XVI annunciò che si sarebbe recato di persona, nel maggio del 2007, in Brasile, al santuario dell’Aparecida, alla conferenza generale del CELAM, la federazione delle conferenze episcopali dell’America Latina.

E al cardinale brasiliano Hummes il papa chiede ora di prendere il comando, da Roma, di una rinascita cattolica nelle immense regioni del mondo dove soffia più impetuoso il “Fire from Heaven”, il fuoco dal cielo.

“Fire from Heaven” è il titolo di un celebre saggio del 1995 del teologo protestante americano Harvey Cox, che descrive la formidabile crescita, nell’ultimo secolo, del cristianesimo pentecostale e carismatico.

Un altro libro importante per capire il fenomeno è del 2002: “The Next Christendom. The Coming of Global Christianity” – in italiano “La Terza Chiesa. Il cristianesimo nel XXI secolo”, Fazi editore. L’autore, Philip Jenkins, è storico delle religioni, professore alla Pennsylvania State University.

Il cristianesimo pentecostale e carismatico, nato ai primi del Novecento e cresciuto a successive ondate, comprende oggi quasi un quarto dei 2 miliardi di cristiani di tutto il mondo.

Una parte cospicua di esso ha dato vita a nuove Chiese indipendenti, ma un’altra parte è rimasta interna alle Chiese storiche, compresa la cattolica.

I tratti dominanti di questo nuovo cristianesimo sono profonda fede personale, moralità esigente e puritana, ortodossia della dottrina, vincolo comunitario, forte spirito di missione, profezia, guarigioni, visioni.

Il Brasile è un paese dove l’avvento di questo nuovo cristianesimo è particolarmente visibile.

Nel censimento del 1980 i cattolici erano l’89 per cento della popolazione e gli appartenenti a Chiese pentecostali il 3,3.

Nel censimento del 2000 i cattolici sono scesi al 73,6 per cento e i pentecostali saliti al 10,4.

Quest’anno, un’indagine del Pew Forum on Religion & Public Life condotta in Brasile nelle aree metropolitane ha registrato un 57 per cento di cattolici e un 21 per cento di protestanti.

Dei protestanti, otto su dieci si dichiarano pentecostali o carismatici. E dei cattolici si dicono tali circa la metà.

Di quelli passati a nuove Chiese pentecostali, tre su quattro erano in precedenza cattolici.

La Chiesa cattolica brasiliana ha dunque subito severe perdite e una forte mutazione interna, negli ultimi decenni. Le “comunità ecclesiali di base”, su cui la gerarchia aveva inizialmente puntato, hanno ristretto invece che allargato la platea dei fedeli. La teologia della liberazione, di matrice centroeuropea, ha ispirato una élite ancora più ristretta e autoreferenziale, agli antipodi delle correnti carismatiche in impetuosa espansione anche tra i ceti popolari. In anni recenti nella gerarchia cattolica vi sono stati segni di ripensamento, di cui è un esempio proprio l’evoluzione personale di Hummes, appartenente all’ordine francescano dei frati minori e inizialmente su posizioni socialprogressiste, ma poi avvicinatosi al movimento carismatico.

Tuttavia, la percezione che l’avanzata di pentecostali e carismatici sia la novità più macroscopica nel cristianesimo dell’ultimo secolo è ancora lontana dall’essere condivisa dall’insieme della gerarchia cattolica e dalle élite che più fanno opinione.

Contro questa cecità si è scagliato di recente anche un esponente autorevole del progressismo cristiano in Italia, il pastore protestante valdese Giorgio Bouchard, in due libri dedicati al risveglio pentecostale ed “evangelical”.

Ha scritto Bouchard: “I pentecostali e gli ‘evangelical’ sono in assoluto il movimento religioso che si diffonde più rapidamente in tutto il mondo: più delle Chiese storiche protestanti e cattoliche, più dei musulmani che pure si trovano in una fase di vigorosa espansione. [...] In un’epoca infestata dal peggior relativismo morale e da un materialismo soffocante, i pentecostali rappresentano una nuova e legittima interpretazione della ‘pietas’ cristiana, fondata su una grande certezza: la presenza dello Spirito, la tanto trascurata terza persona della Trinità”.

E ha proseguito: “Naturalmente questo movimento non è molto gradito agli intellettuali secolarizzati di Harvard, della Sorbona e di Francoforte. Essi hanno cominciato a usare la parola fondamentalista come sinonimo di oscurantista: si tratta però di un abuso lessicale che va fermamente combattuto. [...] Il fondamentalismo ha un grande merito: ripropone la Bibbia come grande codice della società e anche come libro di preghiera. [...] Certo, noi li possiamo criticare dal nostro punto di vista di europei un po’ disincantati, e a volte è anche giusto criticarli; ma non credo che ci sia lecito farli oggetto di una sommaria squalifica. Come mai tra di loro il cancro al polmone è praticamente assente, e l’AIDS è quasi sconosciuto? Come mai i loro giovani si astengono dalla droga e dall¿alcool? Potrebbe darsi che proprio i tanto disprezzati fondamentalisti costituiscano l’ultima manifestazione di quello spirito puritano che tanta importanza ha avuto nella storia della democrazia moderna ». 

* * * 


Sul risveglio pentecostale e carismatico in Brasile e in altre nove nazioni – Stati Uniti, Cile, Guatemala, Kenya, Nigeria, Sudafrica, India, Filippine, Corea del Sud – ha condotto recentemente un’inchiesta approfondita il Pew Forum on Religion & Public Life di Washington.

Per “pentecostali”, nel rapporto conclusivo dell’inchiesta, si intendono gli aderenti a nuove Chiese di questo tipo – come le Assemblee di Dio, con più di un secolo di vita, o la più recente Chiesa Universale del Regno di Dio particolarmente diffusa in Brasile – mentre per “carismatici” si intendono coloro che sono rimasti all’interno delle Chiese storiche, la cattolica e le protestanti. Col termine “rinnovamento” si intendono sia gli uni che gli altri.

Ebbene, nelle aree metropolitane del Brasile i pentecostali sono oggi il 15 per cento della popolazione e i carismatici il 34 per cento. Sommati fanno la metà della popolazione.

Ciò che li distingue dagli altri cristiani sono i “segni dello Spirito”: parlare in lingue, profetizzare, far guarigioni. Solo in pochi compiono queste pratiche, ma tutti le ritengono doni dal cielo.

Leggono le Sacre Scritture più di altri cristiani e partecipano più frequentemente ai riti sacri. In Brasile, però, sia l’una che l’altra di queste pratiche sono intense solo tra i pentecostali. Tra i carismatici cattolici la lettura della Bibbia e la partecipazione alla messa sono in linea con gli standard dei comuni fedeli, che vanno in Chiesa ogni domenica nella misura di uno su tre.

Molto più intense tra i pentecostali, rispetto ai carismatici, sono anche le credenze nell’imminenza della fine dei tempi, la spinta missionaria, la certezza che Gesù Cristo è l’unica via di salvezza, la convinzione che la prosperità materiale sia un dono di Dio e che sia un dovere operare a favore della giustizia e dei poveri.

A motivo del loro concentrarsi sulla vita spirituale è opinione diffusa che pentecostali e carismatici si tengano lontani dalla vita politica.

Ma non è così. Il Pew Forum ha accertato che è vero l’opposto. Pentecostali e carismatici vogliono che le rispettive comunità religiose prendano pubblicamente posizione sulle questioni sociali e politiche e ritengono importante che i leader politici siano di forte fede cristiana.

Come i cristiani in genere, anche i pentecostali e i carismatici sono in maggioranza convinti che vi siano dei chiari criteri, validi sempre e per tutti, per stabilire che cosa è bene e che cosa è male.

Di nuovo, però, i pentecostali si distaccano dai carismatici nell’opporsi con più forza all’omosessualità, alla prostituzione, al sesso fuori dal matrimonio, alla poligamia, al divorzio, al bere alcol, al suicidio, all’eutanasia.

Quanto all’aborto, il 91 per cento dei pentecostali e il 76 per cento dei carismatici sostengono che non è giustificato in nessun caso. Sia gli uni che gli altri, però, si dividono all’incirca a metà nell’ammettere o no che lo stato lo legalizzi.

Sul conflitto israelo-palestinese la gran parte non dichiara la propria posizione. Ma tra quelli che lo fanno le simpatie vanno molto più a Israele che agli arabi.

Sulla guerra condotta dagli Stati Uniti contro il terrorismo islamico, in Brasile i contrari sopravanzano di poco i favorevoli. Tra gli altri paesi indagati dal Pew Forum, quelli in cui pentecostali e carismatici appoggiano di più la guerra americana sono quelli a più diretto contatto col mondo musulmano: Nigeria, Kenya e Filippine.

In Brasile come in tutti gli altri nove paesi oggetto dell’inchiesta la religione è considerata da pentecostali e carismatici come il più importante fattore di identità.

Va notato però che in sette su dieci di questi paesi anche l’insieme della popolazione mette al primo posto la religione come fattore d’identità.

Insomma, il fenomeno carismatico non è per niente slegato da una più generale ripresa d’importanza del fattore religioso nella società mondiale.

Nell’Europa secolarizzata l’Italia è un test importante di questa ripresa.

Mentre in Francia, ad esempio, negli ultimi vent’anni i “credenti praticanti” sono scesi sotto il 10 per cento e in Spagna sono calati di un terzo, in Italia, negli stessi vent’anni, sono cresciuti fino a circa il 40 per cento. Tale ripresa comprende i giovani, anche qui all’opposto di quanto avviene in altri paesi d’Europa.

Viceversa, i “non credenti” si sono ridotti in Italia della metà, dal 12,1 al 6,6 per cento. Mentre in Francia, negli stessi vent’anni, sono aumentati dal 34,6 al 38,5 per cento.

Inoltre, in Italia ha preso forza la convinzione che “vi sono dei chiari criteri per stabilire che cosa è bene e che cosa è male; e tali criteri valgono per tutti, indipendentemente dalle circostanze”.

Tale convinzione è condivisa oggi in Italia da un cittadino su tre: meno che negli Stati Uniti o – come s’è visto – in Brasile, ma pur sempre in controtendenza rispetto ad altri paesi d’Europa.

Questi dati sono analizzati in un saggio della sociologa non cattolica Loredana Sciolla, “La sfida dei valori”, edito nel 2004 dal Mulino. A giudizio della studiosa, la diversità dell’Italia è legata a una forte presenza in essa della Chiesa cattolica.

Quella Chiesa “di popolo” su cui Benedetto XVI – nel discorso pronunciato a Verona lo scorso 19 ottobre – ha scommesso perché renda “un grande servizio non solo all’Italia, ma anche all’Europa e al mondo”. 

candele a Markl am Inn per gli 80 anni di Papa Bendetto

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Publié dans : Papa Benedetto XVI | le 14 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

buona notte

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Publié dans : immagini buon...notte, giorno | le 13 avril, 2007 |1 Commentaire »

apparizioni di Gesù risuscitato

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Publié dans : immagini sacre | le 13 avril, 2007 |Pas de Commentaires »
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