buona notte

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« Signore, dacci sempre questo pane »

San Colombano (563-615), monaco, fondatore di monasteri
Istruzioni, 12,3

« Signore, dacci sempre questo pane »

Il profeta afferma: « Voi tutti assetati, venite all’acqua » (Is 55,1). Questa fonte è per chi ha sete, non per chi è sazio. Giustamente quindi chiama a sé quelli che hanno sete, che ha dichiarati beati nel discorso della montagna (Mt 5,6). Questi non bevono mai a sufficienza; anzi quanto più devono tanto più hanno sete. È dunque necessario, o fratelli, che noi sempre desideriamo, cerchiamo e amiamo la fonte della sapienza, il Verbo di Dio altissimo, nel quale, secondo le parole dell’apostolo Paolo, « sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza » (Col 2,3).

Se hai sete, bevi alla fonte della vita; se hai fame, mangia di questo pane di vita. Beati coloro che hanno fame di questo pane e sete di quest’acqua, perché, pur mangiandone e bevendone sempre, desiderano di mangiarne, e berne ancora. Deve essere senza dubbio indicibilmente gustoso il cibo che si mangia e la bevanda che si beve per non sentirsene mai sazi e infastiditi, anzi sempre più soddisfatti e bramosi. Per questo il profeta dice: « Gustate e vedete quanto è buono il Signore » (Sal 3,5). Per questo, o fratelli, seguiamo la nostra colui che ci chiama. La Vita, la sorgente di acqua viva, la fonte della vita eterna, la fonte della luce e sua sorgente ci invita in persona a venire e a bere (Gv 7,37). Lì troviamo la sapienza e la vita, la luce eterna. Lì troviamo l’acqua viva che zampilla per la vita eterna.

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il Papa prega sulle reliquie di Agostino

il Papa prega sulle reliquie di Agostino dans immagini del Papa

il Papa prega sulle reliquie di Agostino

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Agostino maestro di umanesimo

da « Avvenire on line »:

Tappa piena di significati 

Agostino maestro di umanesimo 

Elio Guerriero

Pensatori di stampo agostiniano, così von Balthasar definiva alcuni autori, come Guardini e Przywara, la cui speculazione si accompagnava alla cura di tradurre nella vita gli insegnamenti del pensiero. Nella serie possiamo inserire Benedetto XVI, il cui percorso accademico ebbe inizio proprio con uno studio su sant’Agostino. Approfondendo la dottrina del padre africano sulla Chiesa, il giovane teologo giunse alla conclusione che essa è strettamente ancorata a Cristo, il suo fondatore e capo. A questo esito Benedetto XVI è rimasto fedele tutta la vita. Negli anni a ridosso del Concilio Vaticano II scriveva «Fraternità cristiana» che partiva dall’Antico Testamento. Secondo la visione dei profeti, la fraternità ha il suo fondamento in Dio che è padre degli Israeliti e contemporaneamente è il Dio universale. La differenza tra ebrei e pagani derivava dall’elezione che era all’origine della particolare fratellanza tra gli appartenenti al popolo di Israele. Nella sua incarnazione Gesù estende l’elezione a quanti accolgono il suo Vangelo, così come approfondisce la concezione della fraternità, non legata più alla carne e al sangue, ma donata dallo Spirito Santo.
La tematica ecclesiale di impronta agostiniana è presente anche nel volume Il nuovo popolo di Dio che teneva conto della Costituzione del Vaticano II sulla Chiesa, ma aveva a cuore di riaffermare il legame insostituibile della Chiesa con il suo Fondatore. La stessa sollecitudine fu all’origine di Communio, la rivista fondata con von Balthasar e De Lubac. Negli ultimi anni l’accento del Papa si è progressivamente spostato dalla comunità cristiana al suo capo e fondatore. Come ricorda nel recente libro Gesù di Nazaret, si sta progressivamente diffondendo tra i fedeli e nell’opinione pubblica la convinzione che su Gesù noi sappiamo ben poco e che la fede nella sua divinità sia un’invenzione tardiva dei discepoli.
Il Papa, invece, è convinto che le informazioni date dagli ev angelisti siano degne di fede, che sulla loro base si può ricostruire la vita del Maestro di Nazaret, capace di suscitare l’entusiasmo di chi legge senza pregiudizio. Di qui è possibile l’inizio di un cammino che, come quello di Pietro o dei due discepoli di Emmaus, porta alla confessione, all’incontro diretto e vivo con il Signore nell’Eucarestia. Egli non è più, allora, un rabbi lontano nel tempo e nello spazio, ma il Figlio di Dio che si fa cibo di verità. Il nutrimento di cui l’uomo ha bisogno, infatti, non è solo il pane di frumento ma la parola di verità che introduce al mistero di Dio. Il Figlio lo può rivelare perché viene dal seno del Padre, inviato al mondo proprio per testimoniare la sua misericordia.
Il Papa può allora rispondere a quanti chiedono della specificità dell’insegnamento del Maestro di Nazaret: è vero che la lettera come lo spirito del Discorso della montagna erano già presenti nella Torah degli Ebrei. Gesù, però, «ha portato il Dio di Israele ai popoli così che tutti i popoli ora lo pregano e nelle Scritture di Israele riconoscono la sua parola, la parola del Dio vivente… Il veicolo di questa universalizzazione è la nuova famiglia, il cui unico presupposto è la comunione con Gesù, la comunione nella volontà di Dio».
Oggi il Papa arriva a Pavia pellegrino sulla tomba di sant’Agostino, in segno di devozione e di gratitudine. Al vescovo di Ippona, tuttavia, egli vuole anche chiedere aiuto e sostegno per riportare Cristo nel cuore dei fedeli, per restituire Dio al mondo, perché esso diventi più umano, più permeabile alla carità nella quale venne creato. 

 

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Discorso del Papa nell’incontro con il mondo della cultura all’Università di Pavia

du site Zenith: 

Codice: ZI07042307 

Data pubblicazione: 2007-04-23 

Discorso del Papa nell’incontro con il mondo della cultura all’Università di Pavia 

PAVIA, lunedì, 23 aprile 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questa domenica da Benedetto XVI nell’incontrarsi con il mondo della cultura all’interno del Cortile « Teresiano » dell’Università di Pavia. 

* * * 

Magnifico Rettore,
illustri Professori, cari studenti!

La mia visita pastorale a Pavia, seppur breve, non poteva non prevedere una sosta in questa Università, che costituisce da secoli un elemento caratterizzante della vostra città. Sono pertanto lieto di trovarmi in mezzo a voi per questo incontro a cui attribuisco particolare valore, venendo anch’io dal mondo accademico. Saluto con cordiale deferenza i professori e, in primo luogo, il Rettore, Prof. Angiolino Stella, che ringrazio per le cortesi parole rivoltemi. Saluto gli studenti, in special modo il giovane che si è fatto portavoce dei sentimenti degli altri universitari. Mi ha rassicurato sul coraggio nella dedizione alla verità, sul coraggio di cercare oltre i limiti del conosciuto, di non arrendersi alla debolezza della ragione. E sono molto grato per queste parole. Estendo il mio pensiero beneaugurante anche a quanti fanno parte della vostra comunità accademica e non hanno potuto essere qui presenti quest’oggi.

La vostra è una delle più antiche ed illustri Università italiane, ed annovera – ripeto quanto ha già detto il Magnifico Rettore – tra i docenti che l’hanno onorata personalità quali Alessandro Volta, Camillo Golgi e Carlo Forlanini. Mi è caro pure ricordare che nel vostro Ateneo sono passati docenti e studenti segnalatisi per un’eminente statura spirituale. Tali furono Michele Ghislieri, diventato poi Papa san Pio V, san Carlo Borromeo, sant’Alessandro Sauli, san Riccardo Pampuri, santa Gianna Beretta Molla, il beato Contardo Ferrini e il servo di Dio Teresio Olivelli.

Cari amici, ogni Università ha una nativa vocazione comunitaria: essa infatti è appunto una universitas, una comunità di docenti e studenti impegnati nella ricerca della verità e nell’acquisizione di superiori competenze culturali e professionali. La centralità della persona e la dimensione comunitaria sono due poli co-essenziali per una valida impostazione della universitas studiorum. Ogni Università dovrebbe sempre custodire la fisionomia di un Centro di studi « a misura d’uomo », in cui la persona dello studente sia preservata dall’anonimato e possa coltivare un fecondo dialogo con i docenti, traendone incentivo per la sua crescita culturale ed umana.

Da questa impostazione discendono alcune applicazioni tra loro connesse. Anzitutto, è certo che solo ponendo al centro la persona e valorizzando il dialogo e le relazioni interpersonali può essere superata la frammentazione specialistica delle discipline e recuperata la prospettiva unitaria del sapere. Le discipline tendono naturalmente, e anche giustamente, alla specializzazione, mentre la persona ha bisogno di unità e di sintesi. In secondo luogo, è di fondamentale importanza che l’impegno della ricerca scientifica possa aprirsi alla domanda esistenziale di senso per la vita stessa della persona. La ricerca tende alla conoscenza, mentre la persona abbisogna anche della sapienza, di quella scienza cioè che si esprime nel « saper-vivere ». In terzo luogo, solo valorizzando la persona e le relazioni interpersonali il rapporto didattico può diventare relazione educativa, un cammino di maturazione umana. La struttura infatti privilegia la comunicazione, mentre le persone aspirano alla condivisione.

So che quest’attenzione alla persona, alla sua esperienza integrale di vita e alla sua tensione comunionale è ben presente nell’azione pastorale della Chiesa pavese in ambito culturale. Lo testimonia l’opera dei Collegi universitari di ispirazione cristiana. Tra questi, vorrei anch’io ricordare il Collegio Borromeo, voluto da san Carlo Borromeo con Bolla di fondazione del Papa Pio IV e il Collegio Santa Caterina, fondato dalla Diocesi di Pavia per volontà del Servo di Dio Paolo VI con contributo determinante della Santa Sede. Importante, in questo senso, è anche l’opera delle parrocchie e dei movimenti ecclesiali, in particolare del Centro Universitario Diocesano e della F.U.C.I.: la loro attività è volta ad accogliere la persona nella sua globalità, a proporre cammini armonici di formazione umana, culturale e cristiana, ad offrire spazi di condivisione, di confronto e di comunione. Vorrei cogliere questa occasione per invitare gli studenti e i docenti a non sentirsi soltanto oggetto di attenzione pastorale, ma a partecipare attivamente e ad offrire il loro contributo al progetto culturale di ispirazione cristiana che
la Chiesa promuove in Italia e in Europa.

Incontrandovi, cari amici, viene spontaneo pensare a sant’Agostino, co-patrono di questa Università insieme a santa Caterina d’Alessandria. Il percorso esistenziale e intellettuale di Agostino sta a testimoniare la feconda interazione tra fede e cultura. Sant’Agostino era un uomo animato da un instancabile desiderio di trovare la verità, di trovare che cosa è la vita, di sapere come vivere, di conoscere l’uomo. E proprio a causa della sua passione per l’uomo ha necessariamente cercato Dio, perché solo nella luce di Dio anche la grandezza dell’uomo, la bellezza dell’avventura di essere uomo può apparire pienamente. Questo Dio inizialmente gli appariva molto lontano. Poi lo ha trovato: questo Dio grande, inaccessibile, si è fatto vicino, uno di noi. Il grande Dio è il nostro Dio, è un Dio con un volto umano. Così la fede in Cristo non ha posto fine alla sua filosofia, alla sua audacia intellettuale, ma, al contrario, lo ha ulteriormente spinto a cercare le profondità dell’essere uomo e ad aiutare gli altri a vivere bene, a trovare la vita, l’arte di vivere. Questo era per lui la filosofia: saper vivere, con tutta la ragione, con tutta la profondità del nostro pensiero, della nostra volontà, e lasciarsi guidare sul cammino della verità, che è un cammino di coraggio, di umiltà, di purificazione permanente. La fede in Cristo ha dato compimento a tutta la ricerca di Agostino. Compimento, tuttavia, nel senso che egli è rimasto sempre in cammino. Anzi, si dice: anche nell’eternità la nostra ricerca non sarà finita, sarà un’avventura eterna scoprire nuove grandezze, nuove bellezze. Egli ha interpretato la parola del Salmo « Cercate sempre il suo volto » ed ha detto: questo vale per l’eternità; e la bellezza dell’eternità è che essa non è una realtà statica, ma un progresso immenso nella immensa bellezza di Dio. Così poteva trovare Dio come la ragione fondante, ma anche come l’amore che ci abbraccia, ci giuda e dà senso alla storia e alla nostra vita personale.

Stamattina ho avuto occasione di dire che questo amore per Cristo ha dato forma al suo impegno personale. Da una vita impostata sulla ricerca egli è passato ad una vita totalmente donata a Cristo e così ad una vita per gli altri. Ha scoperto – questa è stata la sua seconda conversione – che convertirsi a Cristo vuol dire non vivere per sé ma essere realmente al servizio di tutti. Sant’Agostino sia per noi, proprio anche per il mondo accademico, modello di dialogo tra la ragione e la fede, modello di un dialogo ampio, che solo può cercare la verità e così anche la pace. Come annotava il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II nell’Enciclica Fides et ratio, « il Vescovo di Ippona riuscì a produrre la prima grande sintesi del pensiero filosofico e teologico, nella quale confluivano correnti del pensiero greco e latino. Anche in lui, la grande unità del sapere, che trovava il suo fondamento nel pensiero biblico, venne ad essere confermata e sostenuta dalla profondità del pensiero speculativo » (n. 40). Invoco, pertanto, l’intercessione di sant’Agostino affinché l’Università di Pavia si distingua sempre per una speciale attenzione alla persona, per un’accentuata dimensione comunitaria nella ricerca scientifica e per un fecondo dialogo tra la fede e la cultura. Vi ringrazio per la vostra presenza e, augurando ogni bene per i vostri studi, imparto a voi tutti la mia Benedizione, estendendola ai vostri familiari e alle persone a voi care.

Di fronte alla tomba di Sant’Agostino, il Papa rilancia: “Dio è amore”

DAL SITO: 

Data pubblicazione: 2007-04-22 

Di fronte alla tomba di Sant’Agostino, il Papa rilancia: “Dio è amore” 

E’ il messaggio centrale del suo pontificato, spiega 

PAVIA, domenica, 22 aprile 2007 (ZENIT.org).- Visitando la tomba di Sant’Agostino, questa domenica pomeriggio, Benedetto XVI ha rilanciato il messaggio centrale del suo pontificato: “Dio è amore”.

“L’umanità contemporanea ha bisogno di questo messaggio essenziale, incarnato in Cristo Gesù”, ha affermato concludendo la sua visita pastorale nella città di Pavia.

“Tutto deve partire da qui e tutto qui deve condurre: ogni azione pastorale, ogni trattazione teologica”, ha affermato nell’omelia che ha pronunciato nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro durante la celebrazione dei vespri con sacerdoti, religiosi (molti agostiniani), religiose e seminaristi della diocesi.

Papa Joseph Ratzinger ha iniziato spiegando che ha voluto “venire a venerare le spoglie mortali di sant’Agostino, per esprimere sia l’omaggio di tutta
la Chiesa cattolica ad uno dei suoi ‘padri’ più grandi, sia la mia personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto nella mia vita di teologo e di pastore, ma direi prima ancora di uomo e di sacerdote”.

Gli scritti di Sant’Agostino, Vescovo di Ippona, vissuto dal 354 al 430, Dottore della Chiesa, hanno avuto una notevole influenza su Joseph Ratzinger, che nel 1953 ha scritto la sua tesi dottorale su questo filosofo e teologo.

“Davanti alla tomba di sant’Agostino, vorrei idealmente riconsegnare alla Chiesa e al mondo la mia prima Enciclica, che contiene proprio questo messaggio centrale del Vangelo: ‘Deus caritas est’, Dio è amore”.

Ecco “il messaggio che ancora oggi sant’Agostino ripete a tutta
la Chiesa”: “l’Amore è l’anima della vita della Chiesa e della sua azione pastorale”.

“Solo chi vive nell’esperienza personale dell’amore del Signore è in grado di esercitare il compito di guidare e accompagnare altri nel cammino della sequela di Cristo”.

“Alla scuola di sant’Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano”.

“Servire Cristo è anzitutto questione d’amore”, ha aggiunto. “
La Chiesa non è una semplice organizzazione di manifestazioni collettive né, all’opposto, la somma di individui che vivono una religiosità privata”.


La Chiesa è una comunità di persone che credono nel Dio di Gesù Cristo e si impegnano a vivere nel mondo il comandamento della carità che Egli ha lasciato”.

“E’ dunque una comunità in cui si è educati all’amore, e questa educazione avviene non malgrado, ma attraverso gli avvenimenti della vita”.

Il Papa ha concluso lanciando un appello a “perseguire la ‘misura alta’ della vita cristiana, che trova nella carità il vincolo della perfezione e che deve tradursi anche in uno stile di vita morale ispirato al Vangelo, inevitabilmente controcorrente rispetto ai criteri del mondo, ma da testimoniare sempre con stile umile, rispettoso e cordiale”.

Dopo il suo pellegrinaggio sui resti di Sant’Agostino, e dopo essersi congedato dalla Comunità degli Agostiniani, il Papa ha preso un elicottero para trasferirsi all’aeroporto di Milano-Linate per rientrare a Roma.

La terza visita pastorale di Benedetto XVI in Italia ha avuto come mete le città di Vigevano (dove ha celebrato
la Messa sabato pomeriggio) e Pavia (dove questa domenica ha avuto un intenso programma di incontri pubblici).

 

 

buona notte

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« Questa è l’opera di Dio : credere in colui che egli ha mandato »

 dal sito EAQ: 

San Tommaso Moro (1478-1535), statista inglese, martire
Dialoghi del conforto nelle tribulazioni

« Questa è l’opera di Dio : credere in colui che egli ha mandato »

Il fondamento sul quale ci appoggiamo, è la fede. Senza la fede, è inutile sperare che si possa portare qualche conforto spirituale… Quale sostegno infatti, la Santa Scrittura potrebbe procurare a uno che non credesse che essa sia la Parola di Dio, e che questa sua Parola sia vera ? Sicuramente uno trarrà poco profitto da essa, se non crede che sia la Parola di Dio, o se, ammesso che lo sia, crede che essa possa contenere errori ! Ognuno troverà conforto nelle parole della Santa Scrittura a seconda della fortezza della sua fede.

Nessuno può acquistare da sè questa virtù della fede, e nessuno può darla a qualcun altro … La fede è un dono gratuito di Dio e, come dice san Giacomo : « Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce » (Gc 1, 17). Per cui, noi che sentiamo da molti segni quanto sia debole la nostra fede, preghiamo affinché egli la fortifichi.

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ho visto in diretta la vista del Papa a Pavia e…

dato che è tanto recente che su internet c’è ancora poco scrivo qualcosa io:

Ho seguito fino a pochi minuti fa la visita del Papa a Pavia, non ho proprio visto tutto, tuttavia l’ultima omelia che Egli ha tenuto, e la vista “pellegrinaggio” alle reliquie di Sant’Agostino, hanno fatto fanno risuonare il pensiero più profondo ed intimo del Papa, o, perlomeno così l’ho percepito; 

 

l’amore del Papa per Agostino nasce da lungo tempo, dal suo dottorato che fece sul pensiero del santo, ma anche oggi sembra di rivedere in lui l’umiltà e la fedeltà a Cristo di Agostino, il suo faticoso cammino verso la fede cristiana, che, in Benedetto, pur essendo diverso – cristiano da piccolissimo – sembra che dai primissimi anni pensasse al sacerdozio, si assomiglia dove il pensiero di Benedetto rimanda a quel pellegrinaggio della fede, che fece Agostino, comunque difficile, questa sera il Papa ha ripetuto che la cosa più importante è “che Dio è amore” richiamandosi alla “Deus Caritas est”; 

 

è come un insistente ripetizione, non come un battere sopra un chiodo, ma come un ripensare e ripensare all’amore di Dio, e viverlo sempre di più nella sua partecipazione con gli altri che si fa sempre più calorosa e più dolce, una fedeltà al Signore che va dai piccoli gesti alle grandi affermazioni di fede, ma tutto si riduce come nelle parole del salmo che egli ripete spesso, io prendo ad esempio, e credo che sia nelle citazioni del Papa, il Salmo 27, 8: 

 “Di te ha detto il mio cuore: « Cercate il suo volto »; 

il tuo volto, Signore, io cerco.” 

 

anche oggi lo ha ripetuto: di cercare sempre il volto del Signore, e ha detto, non ricordo più quando, che il Paradiso non è un luogo statico ma dinamico, ossia che continua sempre questa ricerca del volto di Dio in modo sempre più sempre più perfetto; 

 

scrivo queste poche righe perché è difficile mettere insieme tutto, poi io proprio tutto non ho potuto seguirlo, spero che domani saranno pubblicate le altre omelie e, magari, qualche buon commento, come sapete mi affido sempre a persone che ho conosco personalmente, ho che conosco per la serietà delle loro ricerche; 

 

mi viene in mente un’altra cosa, in aggiunta, quello che ricordo e che mi ha colpito durante la diretta, ai studenti (e ai professori) ha detto che lo studio deve essere, sì scientifico, nel senso di approfondire i vari temi delle ricerche, ma, che alla fine, tutto deve portarsi ad una sintesi, una sintesi che non “spacchi” la ricerca ma che ritorni verso l’uomo e verso Dio, questo mi sembra – anche perché è una frase precedente l’omelia – un continuo riportare tutto sotto l’amore gratuito di Dio; 

 

mi fermo perché sto ritornando sugli stessi temi, domani potrò cercare i testi e i commenti migliori come ho detto, in modo da recuperare nella nostra vita questo percorso del Papa, perché mi sembra così: che egli personalmente sta facendo un pellegrinaggio verso una fede più piena, ma anche come Pastore della Chiesa Universale sta proponendo questo camminare alla ricerca del “volto” vero di Dio: quello dell’amore; 

 

Publié dans : con voi | le 22 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

Omelia del Pontefice nella celebrazione eucaristica agli Orti dell’Almo Collegio Borromeo

dal sito:

http://www.zenit.org/italian/

Data pubblicazione: 2007-04-22  Omelia del Pontefice nella celebrazione eucaristica agli Orti dell’Almo Collegio Borromeo 

PAVIA, domenica, 22 aprile 2007 (ZENIT.org).- Riportiamo l’omelia pronunciata dal Vescovo di Roma questa domenica presiedendo la celebrazione della Santa Messa, svoltasi agli Orti dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia, con i Vescovi della Lombardia, i sacerdoti della Diocesi e una rappresentanza dei Padri Agostiniani.


* * *

Cari fratelli e sorelle! Ieri pomeriggio ho incontrato la Comunità diocesana di Vigevano ed il cuore di questa mia visita pastorale è stata

la Concelebrazione eucaristica in Piazza Ducale; quest’oggi ho la gioia di visitare la vostra Diocesi e momento culminante di questo nostro incontro è anche qui

la Santa Messa. Con affetto saluto i Confratelli che concelebrano con me: il Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, il Pastore della vostra diocesi, il Vescovo Giovanni Giudici, quello emerito, il Vescovo Giovanni Volta, e gli altri Presuli della Lombardia. Sono grato per la loro presenza ai Rappresentanti del Governo e delle Amministrazioni locali. Rivolgo il mio saluto cordiale ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose, ai responsabili delle associazioni laicali, ai giovani, ai malati e a tutti i fedeli, ed estendo il mio pensiero all’intera popolazione di questa antica e nobile città e della Diocesi.

Nel tempo pasquale la Chiesa ci presenta, domenica per domenica, qualche brano della predicazione con cui gli Apostoli, in particolare Pietro, dopo

la Pasqua invitavano Israele alla fede in Gesù Cristo, il Risorto, fondando così

la Chiesa. Nell’odierna lettura gli Apostoli stanno davanti al Sinedrio – davanti a quell’istituzione che, avendo dichiarato Gesù reo di morte, non poteva tollerare che questo Gesù, mediante la predicazione degli Apostoli, ora cominciasse ad operare nuovamente; non poteva tollerare che la sua forza risanatrice si facesse di nuovo presente e intorno a questo nome si raccogliessero persone che credevano in Lui come nel Redentore promesso. Gli Apostoli vengono accusati. Il rimprovero è: « Volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo ». A questa accusa Pietro risponde con una breve catechesi sull’essenza della fede cristiana: « No, non vogliamo far ricadere il suo sangue su di voi. L’effetto della morte e risurrezione di Gesù è totalmente diverso. Dio lo ha fatto «capo e salvatore» per tutti, proprio anche per voi, per il suo popolo d’Israele ». E dove conduce questo « capo », che cosa porta questo « salvatore »? Egli conduce alla conversione – crea lo spazio e la possibilità di ravvedersi, di pentirsi, di ricominciare. Ed Egli dona il perdono dei peccati – ci introduce nel giusto rapporto con Dio.

Questa breve catechesi di Pietro non valeva solo per il Sinedrio. Essa parla a tutti noi. Poiché Gesù, il Risorto, vive anche oggi. E per tutte le generazioni, per tutti gli uomini Egli è il « capo » che precede sulla via e il « salvatore » che rende la nostra vita giusta. Le due parole « conversione » e « perdono dei peccati », corrispondenti ai due titoli di Cristo « capo » e « salvatore », sono le parole-chiave della catechesi di Pietro, parole che in quest’ora vogliono raggiungere anche il nostro cuore. Il cammino che dobbiamo fare – il cammino che Gesù ci indica, si chiama « conversione ». Ma che cosa è? Che cosa bisogna fare? In ogni vita la conversione ha la sua forma propria, perché ogni uomo è qualcosa di nuovo e nessuno è soltanto la copia di un altro. Ma nel corso della storia della cristianità il Signore ci ha mandato modelli di conversione, guardando ai quali possiamo trovare orientamento. Potremmo per questo guardare a Pietro stesso, a cui il Signore nel cenacolo aveva detto: « Tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli » (Lc 22,32). Potremmo guardare a Paolo come a un grande convertito. La città di Pavia parla di uno dei più grandi convertiti della storia della Chiesa: sant’Aurelio Agostino. Egli morì il 28 agosto del 430 nella città portuale di Ippona, allora circondata ed assediata dai Vandali. Dopo parecchia confusione di una storia agitata, il re dei Longobardi acquistò le sue spoglie per la città di Pavia, cosicché ora egli appartiene in modo particolare a questa città ed in essa e da essa parla a tutti noi in maniera speciale.

Nel suo libro « Le Confessioni« , Agostino ha illustrato in modo toccante il cammino della sua conversione, che col Battesimo amministratogli dal Vescovo Ambrogio nel duomo di Milano aveva raggiunto la sua meta. Chi legge Le Confessioni può condividere il cammino che Agostino in una lunga lotta interiore dovette percorrere per ricevere finalmente, nella notte di Pasqua del 387, al fonte battesimale il Sacramento che segnò la grande svolta della sua vita. Seguendo attentamente il corso della vita di sant’Agostino, si può vedere che la conversione non fu un evento di un unico momento, ma appunto un cammino. E si può vedere che al fonte battesimale questo cammino non era ancora terminato. Come prima del Battesimo, così anche dopo di esso la vita di Agostino è rimasta, pur in modo diverso, un cammino di conversione – fin nella sua ultima malattia, quando fece applicare alla parete i Salmi penitenziali per averli sempre davanti agli occhi; quando si autoescluse dal ricevere l’Eucaristia per ripercorrere ancora una volta la via della penitenza e ricevere la salvezza dalle mani di Cristo come dono delle misericordie di Dio. Così possiamo parlare delle « conversioni » di Agostino che, di fatto, sono state un’unica grande conversione nella ricerca del Volto di Cristo e poi nel camminare insieme con Lui.

Vorrei parlare di tre grandi tappe in questo cammino di conversione, di tre « conversioni ». La prima conversione fondamentale fu il cammino interiore verso il cristianesimo, verso il « sì » della fede e del Battesimo. Quale fu l’aspetto essenziale di questo cammino? Agostino, da una parte, era figlio del suo tempo, condizionato profondamente dalle abitudini e dalle passioni in esso dominanti, come anche da tutte le domande e i problemi di un giovane. Viveva come tutti gli altri, e tuttavia c’era in lui qualcosa di particolare: egli rimase sempre una persona in ricerca. Non si accontentò mai della vita così come essa si presentava e come tutti la vivevano. Era sempre tormentato dalla questione della verità. Voleva trovare la verità. Voleva riuscire a sapere che cosa è l’uomo; da dove proviene il mondo; di dove veniamo noi stessi, dove andiamo e come possiamo trovare la vita vera. Voleva trovare la retta vita e non semplicemente vivere ciecamente senza senso e senza meta. La passione per la verità è la vera parola-chiave della sua vita. E c’è ancora una peculiarità. Tutto ciò che non portava il nome di Cristo, non gli bastava. L’amore per questo nome – ci dice – lo aveva bevuto col latte materno (cfr Conf 3,4,8). E sempre aveva creduto – a volte piuttosto vagamente, a volte più chiaramente – che Dio esiste e che Egli si prende cura di noi. Ma conoscere veramente questo Dio e familiarizzare davvero con quel Gesù Cristo e arrivare a dire « sì » a Lui con tutte le conseguenze –questa era la grande lotta interiore dei suoi anni giovanili. Egli ci racconta che, per il tramite della filosofia platonica, aveva appreso e riconosciuto che « in principio era il Verbo » – il Logos, la ragione creatrice. Ma la filosofia non gli indicava alcuna via per raggiungerlo; questo Logos rimaneva lontano e intangibile. Solo nella fede della Chiesa trovò poi la seconda verità essenziale: il Verbo si è fatto carne. E così esso ci tocca, noi lo tocchiamo. All’umiltà dell’incarnazione di Dio deve corrispondere l’umiltà della nostra fede, che depone la superbia saccente e si china entrando a far parte della comunità del corpo di Cristo; che vive con la Chiesa e solo così entra nella comunione concreta, anzi corporea, con il Dio vivente. Non devo dire quanto tutto ciò riguardi noi: rimanere persone che cercano, non accontentarsi di ciò che tutti dicono e fanno. Non distogliere lo sguardo dal Dio eterno e da Gesù Cristo. Imparare sempre di nuovo l’umiltà della fede nella Chiesa corporea di Gesù Cristo.

La seconda conversione Agostino ce la descrive alla fine del secondo libro delle sue Confessioni con le parole: « Oppresso dai miei peccati e dal peso della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine. Tu, però, me lo impedisti, confortandomi con queste parole: «Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto per tutti» » (2 Cor 5,15; Conf 10,43,70). Che cosa era successo? Dopo il suo Battesimo, Agostino si era deciso a ritornare in Africa e lì aveva fondato, insieme con i suoi amici, un piccolo monastero. Ora la sua vita doveva essere dedita totalmente al colloquio con Dio e alla riflessione e contemplazione della bellezza e della verità della sua Parola. Così egli passò tre anni felici, nei quali si credeva arrivato alla meta della sua vita; in quel periodo nacque una serie di preziose opere filosofiche. Nel 391 egli andò a trovare nella città portuale di Ippona un amico, che voleva conquistare alla vita monastica. Ma nella liturgia domenicale, alla quale partecipò nella cattedrale, venne riconosciuto. Il Vescovo della città, un uomo di provenienza greca, che non parlava bene il latino e faceva fatica a predicare, nella sua omelia non a caso disse di aver l’intenzione di scegliere un sacerdote al quale affidare anche il compito della predicazione. Immediatamente la gente afferrò Agostino e lo portò di forza avanti, perché venisse consacrato sacerdote a servizio della città. Subito dopo questa sua consacrazione forzata, Agostino scrisse al Vescovo Valerio: « Mi sentivo come uno che non sa tenere il remo e a cui, tuttavia, è stato assegnato il secondo posto al timone… E di qui derivavano quelle lacrime che alcuni fratelli mi videro versare in città al tempo della mia ordinazione » (cfr Ep 21,1s). Il bel sogno della vita contemplativa era svanito, la vita di Agostino ne risultava fondamentalmente cambiata. Ora egli doveva vivere con Cristo per tutti. Doveva tradurre le sue conoscenze e i suoi pensieri sublimi nel pensiero e nel linguaggio della gente semplice della sua città. La grande opera filosofica di tutta una vita, che aveva sognato, restò non scritta. Al suo posto ci venne donata una cosa più preziosa: il Vangelo tradotto nel linguaggio della vita quotidiana. Ciò che ora costituiva la sua quotidianità, lo ha descritto così: « Correggere gli indisciplinati, confortare i pusillanimi, sostenere i deboli, confutare gli oppositori… stimolare i negligenti, frenare i litigiosi, aiutare i bisognosi, liberare gli oppressi, mostrare approvazione ai buoni, tollerare i cattivi e amare tutti » (cfr Serm 340, 3). « Continuamente predicare, discutere, riprendere, edificare, essere a disposizione di tutti – è un ingente carico, un grande peso, un’immane fatica » (Serm 339, 4). Fu questa la seconda conversione che quest’uomo, lottando e soffrendo, dovette continuamente realizzare: sempre di nuovo essere lì per tutti; sempre di nuovo, insieme con Cristo, donare la propria vita, affinché gli altri potessero trovare Lui, la vera Vita.

C’è ancora una terza tappa decisiva nel cammino di conversione di sant’Agostino. Dopo la sua Ordinazione sacerdotale, egli aveva chiesto un periodo di vacanza per poter studiare più a fondo le Sacre Scritture. Il suo primo ciclo di omelie, dopo questa pausa di riflessione, riguardò il Discorso della montagna; vi spiegava la via della retta vita, « della vita perfetta » indicata in modo nuovo da Cristo – la presentava come un pellegrinaggio sul monte santo della Parola di Dio. In queste omelie si può percepire ancora tutto l’entusiasmo della fede appena trovata e vissuta: la ferma convinzione che il battezzato, vivendo totalmente secondo il messaggio di Cristo, può essere, appunto, « perfetto ». Circa vent’anni dopo, Agostino scrisse un libro intitolato Le Ritrattazioni, in cui passa in rassegna in modo critico le sue opere redatte fino a quel momento, apportando correzioni laddove, nel frattempo, aveva appreso cose nuove. Riguardo all’ideale della perfezione nelle sue omelie sul Discorso della montagna annota: « Nel frattempo ho compreso che uno solo è veramente perfetto e che le parole del Discorso della montagna sono totalmente realizzate in uno solo: in Gesù Cristo stesso. Tutta la Chiesa invece – tutti noi, inclusi gli Apostoli – dobbiamo pregare ogni giorno: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori » (cfr Retract. I 19,1-3). Agostino aveva appreso un ultimo grado di umiltà – non soltanto l’umiltà di inserire il suo grande pensiero nella fede della Chiesa, non solo l’umiltà di tradurre le sue grandi conoscenze nella semplicità dell’annuncio, ma anche l’umiltà di riconoscere che a lui stesso e all’intera Chiesa peregrinante era continuamente necessaria la bontà misericordiosa di un Dio che perdona; e noi – aggiungeva – ci rendiamo simili a Cristo, il Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia.

In quest’ora ringraziamo Dio per la grande luce che si irradia dalla sapienza e dall’umiltà di sant’Agostino e preghiamo il Signore affinché doni a tutti noi, giorno per giorno, la conversione necessaria e così ci conduca verso la vera vita. Amen 

Publié dans : Papa Benedetto XVI | le 22 avril, 2007 |Pas de Commentaires »
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