Quest’anno cattolici e ortodossi celebrano la Pasqua nello stesso giorno

 dal sito Zenith:

Data pubblicazione: 2007-04-02  Quest’anno cattolici e ortodossi celebrano la Pasqua nello stesso giorno Motivo di grande gioia per i cattolici greci 

SIROS (Grecia), lunedì, 2 aprile 2007 (ZENIT.org).- Quest’anno i cattolici e gli ortodossi celebreranno la Pasqua nello stesso giorno, l’8 aprile. Questa coincidenza è diventata motivo di grande gioia per molti cristiani, come ha testimoniato a ZENIT il presidente della Conferenza Episcopale Cattolica Greca. In genere i cattolici greci, una minoranza in un Paese ortodosso, celebrano – per motivi pastorali – la Pasqua lo stesso giorno della Chiesa ortodossa, per cui si sentono lontani dalle celebrazioni della Chiesa universale.

“Quest’anno anche noi cattolici in Grecia abbiamo la gioia di celebrare la Pasqua con la Chiesa universale”; “l’anno venturo (2008) avremo la differenza di 5 settimane. La Chiesa Cattolica universale celebrerà la Pasqua il 23 Marzo mentre la Chiesa Ortodossa (con la quale noi cattolici Greci celebriamo la Pasqua) celebrerà la Pasqua il 27 Aprile”, ha reso noto monsignor Francesco Papamanolis, dell’ordine dei Frati Minori Cappuccini, Vescovo di Siros, Santorini e Creta.

“Per noi è una sofferenza celebrare la Pasqua separatamente da Roma”, ma è una sofferenza “ancora più grande non celebrare la Pasqua tutti insieme in Grecia”, visto che “molte famiglie sono di mista religione (i matrimoni misti tra cattolico/a e ortodossa/o sono in media del 75%)”, ha aggiunto.

“La diversa data di celebrare la Pasqua crea molti problemi sociali e, per noi, anche problemi pastorali. Il bello sarebbe che si arrivasse ad un accordo e che tutti i cristiani celebriamo la Pasqua tutti insieme”, ha riconosciuto, facendosi eco dell’appello lanciato da Giovanni Paolo II.

Calcolare la data di Pasqua è stato a lungo un problema che vide cimentarsi astronomi e matematici.

Il Concilio di Nicea stabilì che dovesse cadere la domenica dopo il primo plenilunio seguente l’equinozio di primavera.

Ancora oggi la data si individua sulla base dell’equinozio primaverile (21 marzo) e della luna piena (il che la rende “mobile”).

A fare la differenza sono i calendari. La Chiesa cattolica segue quello gregoriano (riformato da Gregorio XIII nel 1582), la Chiesa ortodossa quello giuliano (stabilito da Giulio Cesare nel 46 a.C.).

La prossima volta che la Pasqua coinciderà per cattolici e ortodossi sarà il 4 aprile 2010. 

Omelia del Papa per la Messa nel secondo anniversario della morte di Giovanni Paolo II

Dal sito Zenith:  Data pubblicazione: 2007-04-02 

Omelia del Papa per la Messa nel secondo anniversario della morte di Giovanni Paolo II  CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 2 aprile 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nel corso della Santa Messa celebrata questo lunedì sul sagrato della Basilica Vaticana in suffragio del Pontefice Giovanni Paolo II. 

* * * 
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Due anni or sono, poco più tardi di quest’ora, partiva da questo mondo verso la casa del Padre l’amato Papa Giovanni Paolo II. Con la presente celebrazione vogliamo anzitutto rinnovare a Dio il nostro rendimento di grazie per avercelo dato durante ben 27 anni quale padre e guida sicura nella fede, zelante pastore e coraggioso profeta di speranza, testimone infaticabile e appassionato servitore dell’amore di Dio. Al tempo stesso, offriamo il Sacrificio eucaristico in suffragio della sua anima eletta, nel ricordo indelebile della grande devozione con cui egli celebrava i santi Misteri e adorava il Sacramento dell’altare, centro della sua vita e della sua infaticabile missione apostolica.

Desidero esprimere la mia riconoscenza a tutti voi, che avete voluto prendere parte a questa Santa Messa. Un saluto particolare rivolgo al Cardinale Stanisław Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia, immaginando i sentimenti che si affollano in questo momento nel suo animo. Saluto gli altri Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose presenti; i pellegrini giunti appositamente dalla Polonia; i tanti giovani che Papa Giovanni Paolo II amava con singolare passione, e i numerosi fedeli che da ogni parte d’Italia e del mondo si sono dati appuntamento quest’oggi qui, in Piazza San Pietro.

Il secondo anniversario della pia dipartita di questo amato Pontefice ricorre in un contesto quanto mai propizio al raccoglimento e alla preghiera: siamo infatti entrati ieri, con la Domenica delle Palme, nella Settimana Santa, e la Liturgia ci fa rivivere le ultime giornate della vita terrena del Signore Gesù. Oggi ci conduce a Betania, dove, proprio « sei giorni prima della Pasqua » – come annota l’evangelista Giovanni – Lazzaro, Marta e Maria offrirono una cena al Maestro. Il racconto evangelico conferisce un intenso clima pasquale alla nostra meditazione: la cena di Betania è preludio alla morte di Gesù, nel segno dell’unzione che Maria fece in omaggio al Maestro e che Egli accettò in previsione della sua sepoltura (cfr Gv 12,7). Ma è anche annuncio della risurrezione, mediante la presenza stessa del redivivo Lazzaro, testimonianza eloquente del potere di Cristo sulla morte. Oltre alla pregnanza di significato pasquale, la narrazione della cena di Betania reca con sé una struggente risonanza, colma di affetto e di devozione; un misto di gioia e di dolore: gioia festosa per la visita di Gesù e dei suoi discepoli, per la risurrezione di Lazzaro, per la Pasqua ormai vicina; amarezza profonda perché quella Pasqua poteva essere l’ultima, come facevano temere le trame dei Giudei che volevano la morte di Gesù e le minacce contro lo stesso Lazzaro di cui si progettava l’eliminazione.

C’è un gesto, in questa pericope evangelica, sul quale viene attirata la nostra attenzione, e che anche ora parla in modo singolare ai nostri cuori: Maria di Betania a un certo punto, « presa una libbra di olio profumato di vero nardo, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli » (Gv 12,3). E’ uno di quei dettagli della vita di Gesù che san Giovanni ha raccolto nella memoria del suo cuore e che contengono una inesauribile carica espressiva. Esso parla dell’amore per Cristo, un amore sovrabbondante, prodigo, come quell’unguento « assai prezioso » versato sui suoi piedi. Un fatto che sintomaticamente scandalizzò Giuda Iscariota: la logica dell’amore si scontra con quella del tornaconto.

Per noi, riuniti in preghiera nel ricordo del mio venerato Predecessore, il gesto dell’unzione di Maria di Betania è ricco di echi e di suggestioni spirituali. Evoca la luminosa testimonianza che Giovanni Paolo II ha offerto di un amore per Cristo senza riserve e senza risparmio. Il « profumo » del suo amore « ha riempito tutta la casa » (Gv 12,3), cioè tutta la Chiesa. Certo, ne abbiamo approfittato noi che gli siamo stati vicini, e di questo ringraziamo Iddio, ma ne hanno potuto godere anche quanti l’hanno conosciuto da lontano, perché l’amore di Papa Wojtyła per Cristo è traboccato, potremmo dire, in ogni regione del mondo, tanto era forte ed intenso. La stima, il rispetto e l’affetto che credenti e non credenti gli hanno espresso alla sua morte non ne sono forse una eloquente testimonianza? Scrive sant’Agostino, commentando questo passo del Vangelo di Giovanni: « La casa si riempì di profumo; cioè il mondo si è riempito della buona fama. Il buon odore è la buona fama … Per merito dei buoni cristiani il nome del Signore viene lodato » (In Io. evang. tr. 50, 7). E’ proprio vero: l’intenso e fruttuoso ministero pastorale, e ancor più il calvario dell’agonia e la serena morte dell’amato nostro Papa, hanno fatto conoscere agli uomini del nostro tempo che Gesù Cristo era veramente il suo « tutto ».

La fecondità di questa testimonianza, noi lo sappiamo, dipende dalla Croce. Nella vita di Karol Wojtyła la parola « croce » non è stata solo una parola. Fin dall’infanzia e dalla giovinezza egli conobbe il dolore e la morte. Come sacerdote e come Vescovo, e soprattutto da Sommo Pontefice, prese molto sul serio quell’ultima chiamata di Cristo risorto a Simon Pietro, sulla riva del lago di Galilea: « Seguimi … Tu seguimi » (v 21,19.22). Specialmente con il lento, ma implacabile progredire della malattia, che a poco a poco lo ha spogliato di tutto, la sua esistenza si è fatta interamente un’offerta a Cristo, annuncio vivente della sua passione, nella speranza colma di fede della risurrezione.

Il suo pontificato si è svolto nel segno della « prodigalità », dello spendersi generoso senza riserve. Che cosa lo muoveva se non l’amore mistico per Cristo, per Colui che, il 16 ottobre 1978, lo aveva fatto chiamare, con le parole del cerimoniale: « Magister adest et vocat te – Il Maestro è qui e ti chiama »? Il 2 aprile 2005, il Maestro tornò, questa volta senza intermediari, a chiamarlo per portarlo a casa, alla casa del Padre. Ed egli, ancora una volta, rispose prontamente col suo cuore intrepido, e sussurrò: « Lasciatemi andare dal Signore » (cfr S. Dziwisz, Una vita con Karol, p. 223).

Da lungo tempo egli si preparava a quest’ultimo incontro con Gesù, come documentano le diverse stesure del suo Testamento. Durante le lunghe soste nella Cappella privata parlava con Lui, abbandonandosi totalmente alla sua volontà, e si affidava a Maria, ripetendo il Totus tuus. Come il suo divino Maestro, egli ha vissuto la sua agonia in preghiera. Durante l’ultimo giorno di vita, vigilia della Domenica della Divina Misericordia, chiese che gli fosse letto proprio il Vangelo di Giovanni. Con l’aiuto delle persone che lo assistevano, volle prender parte a tutte le preghiere quotidiane e alla Liturgia delle Ore, fare l’adorazione e la meditazione. E’ morto pregando. Davvero, si è addormentato nel Signore.

« … E tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento » (Gv 12,3). Ritorniamo a questa annotazione, tanto suggestiva, dell’evangelista Giovanni. Il profumo della fede, della speranza e della carità del Papa riempì la sua casa, riempì Piazza San Pietro, riempì la Chiesa e si propagò nel mondo intero. Quello che è accaduto dopo la sua morte è stato, per chi crede, effetto di quel « profumo » che ha raggiunto tutti, vicini e lontani, e li ha attratti verso un uomo che Dio aveva progressivamente conformato al suo Cristo. Per questo possiamo applicare a lui le parole del primo Carme del Servo del Signore, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: « Ecco il mio servo che io sostengo, / il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; / egli porterà il diritto alle nazioni… » (Is 42,1). « Servo di Dio »: questo egli è stato e così lo chiamiamo ora nella Chiesa, mentre speditamente progredisce il suo processo di beatificazione, di cui è stata chiusa proprio questa mattina l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità. « Servo di Dio »: un titolo particolarmente appropriato per lui. Il Signore lo ha chiamato al suo servizio nella strada del sacerdozio e gli ha aperto via via orizzonti sempre più ampi: dalla sua Diocesi fino alla Chiesa universale. Questa dimensione di universalità ha raggiunto la massima espansione nel momento della sua morte, avvenimento che il mondo intero ha vissuto con una partecipazione mai vista nella storia.

Cari fratelli e sorelle, il Salmo responsoriale ci ha posto sulla bocca parole colme di fiducia. Nella comunione dei santi, ci sembra di ascoltarle dalla viva voce dell’amato Giovanni Paolo II, che dalla casa del Padre – ne siamo certi -non cessa di accompagnare il cammino della Chiesa: « Spera nel Signore, sii forte, / si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore » (Sal 26,13-14). Sì, si rinfranchi il nostro cuore, cari fratelli e sorelle, e arda di speranza! Con questo invito nel cuore proseguiamo la Celebrazione eucaristica, guardando già alla luce della risurrezione di Cristo, che rifulgerà nella Veglia pasquale dopo il drammatico buio del Venerdì Santo. Il Totus tuus dell’amato Pontefice ci stimoli a seguirlo sulla strada del dono di noi stessi a Cristo per intercessione di Maria, e ce l’ottenga proprio Lei, la Vergine Santa, mentre alle sue mani materne affidiamo questo nostro padre, fratello ed amico perché in Dio riposi e gioisca nella pace. Amen. 

Publié dans : Papa Benedetto XVI | le 3 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

buona notte

lavialattea.jpg

la via lattea

Publié dans : immagini buon...notte, giorno | le 2 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

commento al vangelo del giorno – 3.4.07

dal sito Evangile au Quotidien, poi metto il link:

San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Discorso 3 sulla Passione, 4-5 ; PL 54, 320-321

« Si è caricato delle nostre sofferenze » (Is 53,4)

Il Signore si è rivestito della nostra debolezza per coprire la nostra incostanza con la fermezza della sua fortezza. Era venuto dal cielo in questo mondo come un mercante ricco e benevolo e, mediante un mirabile scambio, aveva concluso un affare: preso quello che era nostro, ci concedeva ciò che era suo; in cambio di quello che faceva la nostra vergogna, donava l’onore, in cambio dei dolori la guarigione, in cambio della morte la vita…

Il santo apostolo Pietro ha fatto per primo l’esperienza di quanto tale umiltà sia stata proficua per tutti i credenti. Scosso dalla violenta tempesta del suo turbamento, si è ripreso con un brusco cambiamento, e ha ritrovato la sua fortezza. Aveva trovato il rimedio nell’esempio del Signore… Il servo infatti « non è da più del suo padrone, né un discepolo da più del maestro » (Mt 10,24), e non avrebbe potuto vincere il tremore della sua fragilità umana se lo stesso vincitore della morte non avesse prima tremato. Il Signore dunque ha guardato Pietro (Lc 22,61); in mezzo alle calunnie dei sacerdoti, alle menzogne dei testimoni, alle ingiurie di coloro che lo percuotevano e lo beffeggiavano, ha incontrato il suo discepolo, con quegli occhi che vedevano in anticipo il turbamento che lo avrebbe sconvolto. La Verità l’ha penetrato con il suo sguardo proprio quando il suo cuore aveva bisogno di venire guarito. Era come se la voce del Signore si fosse fatta udire per dirgli: « Dove vai, Pietro? Perché rientrare in te stesso? Torna a me, fidati di me e seguimi. Questo tempo è quello della mia Passione, non è ancora giunta l’ora del tuo supplizio. Perché temere ora? Anche tu vincerai. Non lasciarti sconcertare dalla debolezza che ho assunto. A causa di quello che ho preso da te, io ho tremato; ma tu, sii senza timore, a motivo di quello che ricevi da me.

Publié dans : Bibbia: commenti alla Scrittura | le 2 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

La resurrezione di Lazzaro

La resurrezione di Lazzaro dans immagini sacre

dal sito:

http://puntoeacapo.splinder.com/archive/2003-04

Publié dans : immagini sacre | le 2 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

Da un Papa all’altro – L’attualità del manifesto di Subiaco

Da Avvenire on line: 

Da un Papa all’altro  L’attualità del manifesto di Subiaco  Elio Guerriero  

Due anni fa, il primo aprile 2005, il cardinale Joseph Ratzinger riceveva a Subiaco il premio San Benedetto per la promozione della vita e della famiglia in Europa. Nell’occasione egli tenne un discorso, «L’Europa nella crisi della cultura» (Cantagalli 2005), che merita di essere ricordato perché vi sono enunciati alcuni dei principi guida del pontificato di Benedetto XVI.
Il punto di partenza dell’intervento del cardinale era la visione cristiana della creazione e della vita, secondo la quale l’uomo, creato a immagine di Dio, è un dono da accogliere e da proteggere. Nell’ultimo secolo il pensiero laicista ha escluso Dio dalla vita pubblica e ha relegato la morale nell’ambito del privato. La scienza inoltre ha acquistato una capacità di manipolazione per la quale può modellare la vita secondo l’immagine della società. In queste condizioni sono cresciuti la povertà, lo sfruttamento delle risorse umane, la fame e le malattie. Si può continuare, allora, a dare fiducia ad una visione scientifico-pragmatica che elimina Dio dalla scena del mondo e bandisce la moralità dalla vita pubblica?
Il discorso generale veniva poi applicato alla Costituzione europea e alle argomentazioni portate a sostegno dell’esclusione del riferimento a Dio e alle origini cristiane dell’Europa nel preambolo. Qui, commentava il cardinale, non ci troviamo di fronte ad un presunto rispetto delle altre religioni. Alla menzione di Dio nella Costituzione non si oppongono certo gli islamici; alle radici cristiane non obiettano gli ebrei dato che, ultimamente, esse risalgono alla legge proclamata al Sinai. In realtà, nel modo più evidente, qui ci troviamo di fronte ad una imposizione della cultura illuminista più radicale che vuole escludere Dio e la morale dalla vita pubblica. Se, invece, si vuole dialogare bisogna ripartire da un nuovo accordo tra fede e religione. La razionalità ha radici cristiane. Il cristianesimo è la religione del Logos e dello Spirito creatore. Come dire che il mondo ha una sua razionalità intrinseca che può essere serenamente riconosciuta e posta a fondamento dell’agire morale e politico.
Perché, dunque, non partire da questo fondamento? La proposta dell’Illuminismo radicale che ha trovato espressione nella Costituzione europea è di agire etsi Deus non daretur. Il cardinale Ratzinger proponeva, al contrario, di agire veluti Deus daretur, come se Dio esistesse, principio di razionalità ed armonia.
A questo scopo, concludeva il cardinale, abbiamo bisogno di uomini come san Benedetto che dallo sguardo verso Dio hanno saputo proporre modelli di serena convivenza tra i popoli. Di uomini, possiamo aggiungere, come Giovanni Paolo II che dalla fede in Dio hanno saputo elaborare una visione dell’uomo rispettosa della sua libertà e dignità. La gratitudine dei fedeli e di tanti uomini di buona volontà ha indotto la Chiesa ad accelerare il riconoscimento della santità di Karol Wojtyla, al punto che la fase diocesana del processo di canonizzazione si conclude proprio domani 2 aprile, secondo anniversario della sua morte.
In questi giorni, in occasione delle celebrazioni per il cinquantenario della firma del trattato che ha portato all’Unione europea, diversi politici, anche cattolici, hanno proposto di prendere atto della situazione, di rassegnarsi all’esclusione di Dio dalla Costituzione europea come dalla vita pubblica. A Subiaco ed in altri interventi successivi, Benedetto XVI ha invece esortato l’Europa a non imporre la sua posizione laicista e a farsi promotrice di razionalità e armonia per se stessa e per il mondo. 

Publié dans : Approfondimenti | le 2 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

Cuba. Come la Chiesa coltiva il seme della libertà

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/dettaglio.jsp?id=130423

Cuba. Come la Chiesa coltiva il seme della libertà


Intervista a Dagoberto Valdés Hernández, fondatore e direttore del più influente think tank cattolico liberale dell’isola: « La Chiesa è l’unica istituzione a Cuba dove c’è ancora traccia di quella società civile che, per il resto, è stata annientata » di Sandro Magister

ROMA, 2 aprile 2007 – Da quando Fidel Castro, alla fine di luglio dell’anno scorso, ha formalmente lasciato il potere, per Cuba e per la Chiesa cattolica cubana è iniziata la grande vigilia. L’approdo finale è più che mai incerto. Ma il traguardo verso il quale i cattolici cubani puntano risolutamente si definisce con una parola: libertà. Uno dei più autorevoli testimoni di questo cammino di Cuba e della Chiesa cubana verso la libertà è Dagoberto Valdés Hernández, 52 anni, tre figli, ingegnere agrario, fondatore, nel 1993, del Centro de Formación Cívica y Religiosa della diocesi di Pinar del Rio e, nel 1994, della rivista « Vitral ».

Quando Castro conquistò il potere a Cuba, nel 1959, Valdés era bambino. Visse i pochi mesi di luna di miele tra la Chiesa e il nuovo regime, ma soprattutto la lunga fase di libertà cancellata, di violenza istituzionalizzata, di persecuzione. All’università, in quanto cattolico, gli è vietato l’accesso alle facoltà umanistiche, e allora si specializza in agraria. Ma il suo punto di riferimento ideale è Félix Varela, sacerdote, filosofo e politico, padre dell’indipendenza cubana e maestro di un liberalismo cattolico per molti aspetti simile a quello di pensatori suoi contemporanei come Antonio Rosmini e Alexis de Tocqueville. Lavora nell’Empresa del Tabaco, ma a metà degli anni Novanta il regime lo punisce per l’attività di formazione civica che egli intanto ha iniziato a svolgere nella diocesi di Pinar del Rio. Lo obbliga a raccogliere yaguas, un tessuto fibroso che si stacca dalle palme e serve per imballare il tabacco. Ma Valdés non si arrende, anzi, intensifica la sua attività di formazione. La rivista « Vitral », dal nome della vetrata multicolore che adorna molte case cubane, diventa la voce di un piccolo ma influente think tank cattolico-liberale, baluardo delle idee democratiche e della visione umanistico-cristiana dell’uomo nella Cuba comunista. Grazie al viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba, nel 1998, anche in Vaticano si accorgono di lui, ne apprezzano l’attività e l’anno dopo lo nominano membro del pontificio consiglio della giustizia e della pace.

Quella che segue è una delle rare interviste che Dagoberto Valdés Hernández ha dato a un giornale straniero. Ed è la prima nella quale egli affronta direttamente la questione della transizione di Cuba alla democrazia, con una particolare attenzione al ruolo della Chiesa cattolica cubana.

Il giornale è « Mondo e Missione », mensile del Pontificio Istituto Missioni Estere, stampato a Milano, che pubblicherà l’intervista nel numero di aprile. Autore è Alessandro Armato. Chi volesse leggere la registrazione integrale, più ampia di quella qui riportata e ricca di altri spunti interessanti, la trova nella versione spagnola di questa pagina.

« La Cuba che sogno »

Intervista con Dagoberto Valdés Hernández

D. – Che clima si respira a Cuba?

R. – Predominano l’incertezza e un senso di attesa. L’incertezza si deve soprattutto alla mancanza di informazione su tutto ciò che accade e al fatto che il futuro non è nelle mani del popolo sovrano, ma delle più alte sfere del potere politico. All’incertezza si uniscono le conseguenze di un danno antropologico provocato nella maggioranza dei cubani dall’ideologia « della dipendenza » e dal controllo totalitario, che impedisce lo sviluppo della libertà e della responsabilità.

D. – Nei suoi editoriali, lei insiste sulla necessità di sviluppare una « maturità civica » per far uscire il paese dalla « adolescenza socio-politica » in cui vive. Quale ritiene sia il modo migliore per farlo?

R. – Vedo due strade: l’educazione e i piccoli spazi di partecipazione. È vero che esiste un incredibile analfabetismo civico e politico, frutto dell’estremismo ideologico e del blocco sistematico delle informazioni alternative a quelle del governo. Ma questa situazione può essere superata solo rompendo l’isolamento interno, che è peggio dell’embargo esterno. C’è bisogno di più informazione, più apertura, più scambio. Serve un processo sistematico e profondo di educazione etica, civica e politica. Ma non credo possa bastare…

D. – Che intende dire?

R. – Non dobbiamo fermarci alla teoria: è necessario creare piccoli spazi di partecipazione e dibattito, serve allenamento alla democrazia, perché la teoria, che non è stata sperimentata in mezzo secolo, difficilmente potrà essere messa in pratica se prima non abbiamo provato ad applicarla in piccoli spazi. Come cercano di fare la Chiesa cattolica, le biblioteche indipendenti, le Damas de Blanco, i giornalisti non allineati, le Chiese evangeliche… Questo è quanto cerchiamo di fare da 14 anni col nostro Centro de Formación Cívica y Religiosa della diocesi di Pinar del Río, e con la rivista « Vitral ».

D. – Il cammino di Cuba verso la libertà sembra inarrestabile, ma non mancano le resistenze…

R. – C’è e ci sarà sempre resistenza al cambiamento. È umano. A porre ostacoli non saranno solo coloro che detengono il potere oggi, ma buona parte degli stessi cittadini. La situazione attuale, però, pesa molto più che la resistenza naturale al cambiamento. Sembra che la bilancia spinga verso una serie di trasformazioni pacifiche e graduali, che ci condurranno dall’essere un fossile politico del passato a diventare un paese normale, inserito come gli altri nella comunità internazionale. Un paese i cui figli non dovranno più fuggire dalla propria terra se desiderano progredire e vivere in libertà. Non so tuttavia come si verificheranno questi cambiamenti, assolutamente necessari e inarrestabili.

D. – Quali scenari intravede?

R. – Il primo: una successione all’interno dello stesso sistema che apra gradualmente alle riforme economiche e sociali e di conseguenza normalizzi le relazioni politiche internazionali e proceda ad effettuare riforme politiche interne. Un altro scenario possibile è una combinazione tra una successione breve e una transizione lenta e duratura, affidata a una generazione più giovane dal pensiero più aperto. Nel più pessimista degli scenari non si realizzerebbe nessuna delle alternative precedenti e si rafforzerebbero il controllo totalitario, la repressione dei dissidenti e la chiusura internazionale. Tutte cose, queste ultime, che condurrebbero a una « nordcoreanizzazione » di Cuba, creando più sofferenza e povertà, aumentando l’esodo di massa. Col rischio di aprire la porta alla violenza.

D. – Quali, a suo avvviso, i principali rischi che dovrà affrontare la Cuba di domani?

R. – Se si rafforzano la chiusura e l’isolamento andiamo dritti verso la violenza, l’esplosione sociale incontrollata e il caos politico. È inevitabile. Nessuno lo vuole, ma purtroppo pochi s’impegnano seriamente per scongiurare questo esito. Se invece Cuba si apre e si democratizza, ci misureremo con i rischi intrinseci a una libertà slegata dalla responsabilità: corruzione, relativismo morale, libertinaggio mediatico, disoccupazione e forse la nascita di nuove mafie. Evitare che questo succeda dipende da noi. Dobbiamo, fin d’ora, ampliare i servizi ecclesiali e sociali di formazione etica, i servizi di educazione civica e politica e promuovere una cultura della responsabilità nella libertà.

D. – Teme l’ »imperialismo » degli Stati Uniti?

R. – Da fuori potrebbero venire influenze negative e addirittura aspirazioni egemoniche; noi cubani, però, abbiamo sufficiente esperienza in materia per cavarcela. Ma dall’esterno potrebbe anche venire – se lo sappiamo canalizzare adeguatamente – un aiuto positivo e costruttivo: da parte dei circa due milioni di cubani esiliati o emigrati. Un aiuto prezioso, sotto forma di conoscenze, esperienza, investimenti, riunificazioni familiari, rafforzamento della propria cultura. Il peggiore scenario ipotizzabile è quello di un’apertura che fosse cinica esterofilia, subordinazione indiscriminata a tutto ciò che proviene dall’esterno, a modelli edonisti e contrari alla vita, senza discernimento e coscienza critica.

D. – Si parla anche di una possibile annessione di Cuba al Venezuela. Cosa ne pensa?

R. – È una sparata, un’illusione impraticabile, che offenderebbe l’immensa maggioranza dei cubani e dei venezuelani. Altra cosa, invece, sarebbe una rispettosa integrazione regionale.

D. – Crede possibile che il comunismo, invece di morire, si perpetui sotto forma di quel « socialismo del XXI secolo » di cui Hugo Chávez si dice il profeta?

R. – Il comunismo, così come lo ha vissuto l’umanità, ha fallito ed è scomparso nel modo in cui una volta è esistito. Ciò che ne resta in alcuni paesi è solo un’ombra di quel passato triste. È stato un errore e non credo che l’umanità sia disposta a pagare il prezzo di ripeterlo.

D. – In questo frangente, le sembra che l’atteggiamento dei cubani della diaspora sia costruttivo?

R. – La grande maggioranza degli esuli cubani riconosce il protagonismo degli abitanti dell’isola e mette a nostra disposizione il suo potenziale, in termini di formazione e finanziamento. Esiste già un gruppo di imprenditori di ispirazione cristiana che sta realizzando un fondo comune d’investimento destinato unicamente alla micro-impresa e al microcredito, che secondo me dovrebbero essere le basi del nuovo modello economico per Cuba. Restano però ancora – tanto fuori come dentro Cuba – piccole minoranze con molto potere e influenza sui mezzi di comunicazione, che danno l’impressione di rappresentare tutti, quando invece non è così. Se queste minoranze, un residuo del passato, persistono con le loro rivendicazioni anacronistiche – gli uni per proprietà irrecuperabili, gli altri per puro attaccamento al potere – saranno un serio ostacolo per realizzare quei cambiamenti graduali, pacifici e giusti di cui Cuba ha bisogno.

D. – Oppositori politici, dissidenti, esponenti della società civile: il panorama dei cubani che spingono per un’apertura democratica è assai variegato, ma non sono sempre chiari i profili dei differenti gruppi…

R. – A Cuba oggi ci sono oppositori politici, dissidenti e gruppi di una società civile incipiente. Ma c’è anche un grande analfabetismo civico e politico che non permette agli attori sociali di distinguersi chiaramente. Inoltre abbiamo un governo che cerca di confondere gli uni con gli altri, per mettere tutti sullo stesso piano, accomunandoli nell’etichetta di « contro-rivoluzionari » e « mercenari » al servizio degli Stati Uniti. Tutto ciò pregiudica gravemente il futuro di Cuba. La nazione deve imparare a distinguere e riconoscere, rispettare e promuovere i differenti attori sociali. La società civile deve sapere qual è il suo ruolo e il suo margine di autonomia nei confronti dello stato e dei partiti politici di opposizione. Occorre un paziente lavoro educativo affinché i partiti d’opposizione sappiano rispettare e dialogare con gli altri membri della società civile, senza confonderli con i propri scopi, e affinché lo stesso stato impari a distinguere e a dialogare con gli uni e con gli altri.

D. – « Vitral » è una rivista dissidente o d’opposizione?

R. – « Vitral » è una rivista cattolica, espressione del Centro de Formación Cívica y Religiosa della diocesi di Pinar del Río. È una rivista della Chiesa, anche se il suo profilo è socioculturale e non confessionale. È aperta a tutti gli uomini di buona volontà e il consiglio di redazione controlla che tutto ciò che viene pubblicato si mantenga in un ambito etico-umanista ampio e pluralista. Questo ci identifica e ci colloca nel seno della società civile e non dentro l’opposizione politica. Personalmente mi concepisco come animatore civico dal punto di vista sociologico e come evangelizzatore della società civile in quanto cristiano.

D. – È una rivista influente?

R. – Dato che credo nel Vangelo, sono convinto che un piccolo granello di sale può essere efficace, un minuscolo chicco di senape può germogliare e una piccola luce nell’oscurità può orientare altri. « Vitral » aspira ad essere questo fermento nell’immensità della massa.

D. – Circola liberamente?

R. – « Vitral » circola come può, di mano in mano: non si può vendere per strada, non può essere portata nelle scuole, ma la stessa rete informale della Chiesa e il resto della società civile la fanno arrivare ai diecimila abbonati che abbiamo a Cuba, in alcune comunità della diaspora, in certe università di Stati Uniti, Messico e Spagna e a una rete di amici sparsi nel mondo.

D. – Che ruolo svolge la Chiesa cubana in questa delicata fase di transizione verso un paese « giusto, libero e solidale », come ha detto il cardinale Jaime Ortega Alamino?

R. – La Chiesa è l’unica istituzione a Cuba che nell’ultimo mezzo secolo ha mantenuto autonomia e indipendenza dallo stato. Nella Chiesa c’è ancora traccia di quella società civile che, per il resto, è stata pervicacemente disarticolata dal socialismo reale. Negli ultimi anni, l’istituzione ecclesiastica ha giocato un ruolo fondamentale nell’accompagnamento e nella ricostruzione della società civile, offrendo educazione etica, formazione civica, addestramento alla partecipazione e alla responsabilità comunitaria, educazione alla libertà, alla giustizia e alla pace. La Chiesa ha inoltre alleviato la disperazione e fornito motivi per restare nel paese a moltissimi cubani.

D. – Come vede oggi la relazione tra Chiesa e potere politico?

R. – La Chiesa ha mantenuto la sua identità, la sua missione e i suoi spazi, anche se il suo inserimento nella società è stato limitato da uno stato che pretendeva di controllare tutto e tutti. La Chiesa è riuscita a seminare il Vangelo in mezzo alle più incredibili difficoltà. Molti sacerdoti, religiosi e laici hanno lavorato per anni e anni come testimoni fedeli, anche a rischio della propria sicurezza e di quella delle proprie famiglie. Tutto questo è un grande dono di Dio!

D. – Mezzo secolo sotto un regime comunista. C’è qualcosa di speciale che la Chiesa ha appreso durante questo tempo e può servire da insegnamento per tutti?

R. – Credo di sì. Abbiamo imparato a credere nella forza della piccolezza, nell’efficacia del seme, nella potenza del lievito nella massa. Abbiamo imparato a essere umili, a vivere coi piedi nell’humus, condividendo la sorte di coloro che patiscono l’ingiustizia. Abbiamo imparato che la Chiesa cresce e si purifica nel mezzo delle tribolazioni e che questo è un tempo di gloria crocifissa e resuscitata per noi discepoli di Cristo che viviamo a Cuba.

D. – Nel paese ci sono anche numerosi missionari…

R. – La presenza di tanti missionari cattolici – non li chiamerei stranieri, perché nella Chiesa nessuno è straniero – è una grazia e un dono di Dio per questo popolo che soffre e spera. Ci sono missionari italiani, spagnoli, tedeschi, colombiani, messicani e di tante altre nazionalità. Arrivano con una grande generosità e curiosità, cercano di inculturarsi e di impegnarsi nei villaggi dove vengono inviati. La gente li riceve a braccia aperte. Ci offrono quello che non abbiamo conosciuto a causa della chiusura dell’isola, ma – a loro volta – ricevono molto dalla gente, costantemente impegnata a ricercare alternative per sopravvivere senza perdere la speranza. Annunciano il Vangelo e denunciano, quando è possibile, ciò che offende la dignità e i diritti umani.

D. – A che difficoltà vanno incontro i missionari, se alzano la voce?

R. – Molte volte devono tacere perché rischiano la revoca del permesso di soggiorno e un’espulsione silenziosa e umiliante. Alcuni missionari e missionarie si domandano cosa significhi perdere un permesso di soggiorno rispetto a perdere la vita, come accade altrove; altri ritengono che sia meglio continuare a rimanere qui a servire in silenzio. Altri ancora, infine, si chiedono se il silenzio sia complicità con l’ingiustizia. Ma nessuno resta indifferente al presente di questa bella isola, sofferente e ospitale, e alla sua gente, pacifica e allegra, che continua a sperare da cinque decadi la visita del Signore Gesù per realizzare – con le sue stesse forze – la liberazione interiore, la democratizzazione politica e lo sviluppo umano integrale. È quanto chiese, nel gennaio 1998, Giovanni Paolo II sulla Plaza de la Revolución José Martí, all’Avana: « Voi siete e dovete essere – disse – i protagonisti della vostra storia personale e nazionale ». Lo speriamo. E ci stiamo provando.

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Publié dans : Sandro Magister | le 2 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

Seguire Cristo: Omelia di Benedetto XVI per la Domenica delle Palme

dal sito Zenit:

Data pubblicazione: 2007-04-01  Seguire Cristo: Omelia di Benedetto XVI per la Domenica delle Palme Giornata Mondiale della Gioventù 2007 CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 1° aprile 2007 (ZENIT.org).- Questa domenica mattina, Benedetto XVI ha presieduto, in Piazza San Pietro, la solenne celebrazione liturgica della Domenica delle Palme e della Passione del Signore. Alla celebrazione hanno preso parte giovani di Roma e di altre diocesi, in occasione della ricorrenza della XXII Giornata Mondiale della Gioventù sul tema: « Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri » (Gv 13,34).Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal Papa. 

* * *
Cari fratelli e sorelle,
nella processione della Domenica delle Palme ci associamo alla folla dei discepoli che, in gioia festosa, accompagnano il Signore nel suo ingresso in Gerusalemme. Come loro lodiamo il Signore a gran voce per tutti i prodigi che abbiamo veduto. Sì, anche noi abbiamo visto e vediamo tuttora i prodigi di Cristo: come Egli porti uomini e donne a rinunciare alle comodità della propria vita e a mettersi totalmente a servizio dei sofferenti; come Egli dia il coraggio a uomini e donne di opporsi alla violenza e alla menzogna, per far posto nel mondo alla verità; come Egli, nel segreto, induca uomini e donne a far del bene agli altri, a suscitare la riconciliazione dove c’era l’odio, a creare la pace dove regnava l’inimicizia.La processione è anzitutto una gioiosa testimonianza che rendiamo a Gesù Cristo, nel quale è diventato visibile a noi il Volto di Dio e grazie al quale il cuore di Dio è aperto a tutti noi. Nel Vangelo di Luca il racconto dell’inizio del corteo nei pressi di Gerusalemme è composto in parte letteralmente sul modello del rito dell’incoronazione col quale, secondo il Primo Libro dei Re, Salomone fu rivestito come erede della regalità di Davide (cfr 1 Re 1,33-35). Così la processione delle Palme è anche una processione di Cristo Re: noi professiamo la regalità di Gesù Cristo, riconosciamo Gesù come il Figlio di Davide, il vero Salomone – il Re della pace e della giustizia. Riconoscerlo come Re significa: accettarlo come Colui che ci indica la via, del quale ci fidiamo e che seguiamo. Significa accettare giorno per giorno la sua parola come criterio valido per la nostra vita. Significa vedere in Lui l’autorità alla quale ci sottomettiamo. Ci sottomettiamo a Lui, perché la sua autorità è l’autorità della verità.

La processione delle Palme è – come quella volta per i discepoli – anzitutto espressione di gioia, perché possiamo conoscere Gesù, perché Egli ci concede di essere suoi amici e perché ci ha donato la chiave della vita. Questa gioia, che sta all’inizio, è però anche espressione del nostro « sì » a Gesù e della nostra disponibilità ad andare con Lui ovunque ci porti. L’esortazione che stava oggi all’inizio della nostra liturgia interpreta perciò giustamente la processione anche come rappresentazione simbolica di ciò che chiamiamo « sequela di Cristo »: « Chiediamo la grazia di seguirlo », abbiamo detto. L’espressione « sequela di Cristo » è una descrizione dell’intera esistenza cristiana in generale. In che cosa consiste? Che cosa vuol dire in concreto « seguire Cristo? »

All’inizio, con i primi discepoli, il senso era molto semplice ed immediato: significava che queste persone avevano deciso di lasciare la loro professione, i loro affari, tutta la loro vita per andare con Gesù. Significava intraprendere una nuova professione: quella di discepolo. Il contenuto fondamentale di questa professione era l’andare con il maestro, l’affidarsi totalmente alla sua guida. Così la sequela era una cosa esteriore e, allo stesso tempo, molto interiore. L’aspetto esteriore era il camminare dietro Gesù nelle sue peregrinazioni attraverso la Palestina; quello interiore era il nuovo orientamento dell’esistenza, che non aveva più i suoi punti di riferimento negli affari, nel mestiere che dava da vivere, nella volontà personale, ma che si abbandonava totalmente alla volontà di un Altro. L’essere a sua disposizione era ormai diventata la ragione di vita. Quale rinuncia questo comportasse a ciò che era proprio, quale distogliersi da se stessi, lo possiamo riconoscere in modo assai chiaro in alcune scene dei Vangeli.

Ma con ciò si palesa anche che cosa significhi per noi la sequela e quale sia la sua vera essenza per noi: si tratta di un mutamento interiore dell’esistenza. Richiede che io non sia più chiuso nel mio io considerando la mia autorealizzazione la ragione principale della mia vita. Richiede che io mi doni liberamente a un Altro – per la verità, per l’amore, per Dio che, in Gesù Cristo, mi precede e mi indica la via. Si tratta della decisione fondamentale di non considerare più l’utilità e il guadagno, la carriera e il successo come scopo ultimo della mia vita, ma di riconoscere invece come criteri autentici la verità e l’amore. Si tratta della scelta tra il vivere solo per me stesso o il donarmi – per la cosa più grande. E consideriamo bene che verità e amore non sono valori astratti; in Gesù Cristo essi sono divenuti persona. Seguendo Lui entro nel servizio della verità e dell’amore. Perdendomi mi ritrovo.

Ritorniamo alla liturgia e alla processione delle Palme. In essa la liturgia prevede come canto il Salmo 24 [23], che era anche in Israele un canto processionale usato nella salita al monte del tempio. Il Salmo interpreta la salita interiore di cui la salita esteriore è immagine e ci spiega così ancora una volta che cosa significhi il salire con Cristo. « Chi salirà il monte del Signore? », chiede il Salmo, ed indica due condizioni essenziali. Coloro che salgono e vogliono giungere veramente in alto, arrivare fino all’altezza vera, devono essere persone che si interrogano su Dio. Persone che scrutano intorno a sé per cercare Dio, per cercare il suo Volto. Cari giovani amici – quanto è importante oggi proprio questo: non lasciarsi semplicemente portare qua e la nella vita; non accontentarsi di ciò che tutti pensano e dicono e fanno. Scrutare Dio e cercare Dio. Non lasciare che la domanda su Dio si dissolva nelle nostre anime. Il desiderio di ciò che è più grande. Il desiderio di conoscere Lui – il suo Volto…

L’altra condizione molto concreta per la salita è questa: può stare nel luogo santo « chi ha mani innocenti e cuore puro ». Mani innocenti – sono mani che non vengono usate per atti di violenza. Sono mani che non sono sporcate con la corruzione, con tangenti. Cuore puro – quando il cuore è puro? È puro un cuore che non finge e non si macchia con menzogna e ipocrisia. Un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva, perché non conosce doppiezza. È puro un cuore che non si strania con l’ebbrezza del piacere; un cuore il cui amore è vero e non è soltanto passione di un momento. Mani innocenti e cuore puro: se noi camminiamo con Gesù, saliamo e troviamo le purificazioni che ci portano veramente a quell’altezza a cui l’uomo è destinato: l’amicizia con Dio stesso.

Il salmo 24 [23] che parla della salita termina con una liturgia d’ingresso davanti al portale del tempio: « Sollevate, porte i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria ». Nella vecchia liturgia della Domenica delle Palme il sacerdote, giunto davanti alla chiesa, bussava fortemente con l’asta della croce della processione al portone ancora chiuso, che in seguito a questo bussare si apriva. Era una bella immagine per il mistero dello stesso Gesù Cristo che, con il legno della sua croce, con la forza del suo amore che si dona, ha bussato dal lato del mondo alla porta di Dio; dal lato di un mondo che non riusciva a trovare accesso presso Dio. Con la croce Gesù ha spalancato la porta di Dio, la porta tra Dio e gli uomini. Ora essa è aperta.

Ma anche dall’altro lato il Signore bussa con la sua croce: bussa alle porte del mondo, alle porte dei nostri cuori, che così spesso e in così gran numero sono chiuse per Dio. E ci parla più o meno così: se le prove che Dio nella creazione ti dà della sua esistenza non riescono ad aprirti per Lui; se la parola della Scrittura e il messaggio della Chiesa ti lasciano indifferente – allora guarda a me, tuo Signore e tuo Dio.
È questo l’appello che in quest’ora lasciamo penetrare nel nostro cuore. Il Signore ci aiuti ad aprire la porta del cuore, la porta del mondo, affinché Egli, il Dio vivente, possa nel suo Figlio arrivare in questo nostro tempo, raggiungere la nostra vita. Amen.

[Al termine della solenne celebrazione, il Papa ha rivolto dei saluti in diversi lingue. In italiano ha detto:]

Saluto infine voi, cari fratelli e sorelle di lingua italiana, in modo particolare i giovani, venuti in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. Auguro a tutti una Settimana Santa ricca di frutti spirituali, e per questo invito a viverla in intima unione con la Vergine Maria. Da Lei impariamo il silenzio interiore, lo sguardo del cuore, la fede amorosa per seguire Gesù sulla via della Croce, che conduce alla luce gioiosa della Risurrezione. 

Seguire Cristo: Omelia di Benedetto XVI per la Domenica delle Palme dans Papa Benedetto XVI

Pope Benedict XVI, top right, walks with Italian Cardinal Camillo Ruini, left, and another unidentified cardinal, as he arrives for an open-air Palm Sunday Mass in St. Peter’s Square at the Vatican, Sunday, April 1, 2007. Palm Sunday commemorates Jesus Christ’s triumphant entry into Jerusalem, and is the start of the church’s Holy Week. Benedict XVI opened the Roman Catholic Church’s most solemn week by urging young people during his Palm Sunday Mass to live pure, innocent lives. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Publié dans : Papa Benedetto XVI | le 2 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

buona notte

bruyere.jpg

Publié dans : immagini buon...notte, giorno | le 2 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

commento al vangelo del giorno – 2.4.07

dal sito Evangile au Quotidien:

San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Discorsi sul Cantico dei cantici,12

Cospargere i piedi di Cristo dell’unguento della compassione

Vi ho parlato prima di due unguenti spirituali: quello della contrizione, che viene sparso per tutti i peccati ed è simboleggiato attraverso l’unguento di cui la peccatrice cosparse i piedi del Signore: « Tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento »; c’è anche quello della devozione che rinchiude tutti i benefici di Dio… Ma c’è un unguento che li supera ambedue di gran lunga; lo chiamerò l’unguento della compassione. Questo si compone infatti dei tormenti della povertà, delle angosce in cui vivono gli oppressi, delle preoccupazioni della tristezza, delle colpe dei peccatori, insomma di tutte le pene degli uomini, persino dei nostri nemici. Questi ingredienti sembrano indegni eppure l’unguento che compongono è superiore a tutti gli altri. Questo è un balsamo che guarisce: « Beati i misericordiosi, troveranno misericordia » (Mt 5,7).

Così, molte miserie abbracciate sotto uno sguardo compassionevole sono essenze preziose… Beata l’anima che si è curata di fare provviste di questi aromi, di cospargerli dell’olio della compassione e di farli cuocere al fuoco della carità! Chi è, secondo voi, quel « felice uomo pietoso che dà in prestito » (Sal 11,5), portato alla compassione, pronto a soccorrere il prossimo, più contento di dare che di ricevere? Quell’uomo che perdona facilmente, resiste all’ira, non consente alla vendetta, e in ogni cosa guarda come sue le miserie degli altri? Qualunque sia quell’anima impregnata dalla rugiada della compassione, il cui cuore trabocca di pietà, che si fa tutta a tutti, che ritiene se stessa nulla se non un vaso incrinato in cui nulla è tenuto gelosamente, quell’anima così perfettamente morta a se stessa da vivere solamente per gli altri, è felice di possedere quel terzo unguento migliore. Le sue mani distillano un balsamo infinitamente prezioso, che non inaridirà nell’avversità, né sarà disseccato dal fuoco della persecuzione. Dio infatti ricorderà sempre i suoi sacrifici.


 

Publié dans : Non classé | le 1 avril, 2007 |Pas de Commentaires »
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