Il “Gesù di Nazareth” di Ratzinger-Benedetto XVI

Ho seguito fino a pochi minuti fa la conferenza sul libro del Papa la cosa che mi è sembrata più importante, al di la dell’interessate conferenza, è di leggere personalmente il libro per insegnamento personale e per comprendere il pensiero del Papa: 

 

13/04/2007 16:05
VATICANO
Il “Gesù di Nazareth” di Ratzinger-Benedetto XVI
di Franco Pisano
“Frutto di un lungo cammino interiore” il libro del Papa, “non magisteriale” vuole proporre il Gesù “storico”, a partire dai Vangeli, superando le letture che ne hanno fatto un rivoluzionario o un mistico. E’ la prima parte di un’opera che si occuperà di tutta la vita terrena di Cristo, e vuole “favorire nel lettore la crescita di un vivo rapporto con Lui”.


 

Città del Vaticano (AsiaNews) – Il cristianesimo non è una teoria, ma l’incontro con una Persona. Questo principio, tante volte enunciato da Benedetto XVI, è in fondo all’origine del “Gesù di Nazaret”, il libro nel quale egli cerca di raccontare, scrive, “la mia ricerca personale del ‘volto del Signore’”, con il proposito di “favorire nel lettore la crescita di un vivo rapporto con Lui”. 

Presentato oggi in Vaticano e da lunedì 16 aprile – giorno dell’ottantesimo compleanno di Joseph Ratzinger – in 22 edizioni linguistiche in tutto il mondo, il volume – di 448 pagine, edito da Rizzoli al costo di 19,50 euro – è “frutto di un lungo cammino interiore” del quale rappresenta la prima parte, “i primi dieci capitoli che vanno dal battesimo nel Giordano alla confessione di Pietro ed alla trasfigurazione”, mentre la futura seconda parte si occuperà dell’infanzia di Gesù. L’opera, “non è in alcun modo un atto magisteriale”, per cui “ognuno è libero di contraddirmi”. 

L’oggetto dell’indagine del papa-teologo è, dunque, Gesù. Ma, si chiede, quale Gesù? Dagli anni ’50, rileva l’autore, “i progressi della ricerca storico-critica condussero a distinzioni sempre più sottili tra i diversi strati della tradizione”, offuscando l’immagine sulla quale poggia la fede: si è andati dal “rivoluzionario antiromano” al “mite moralista”. Sono, commenta il teologo Ratzinger, “molto più fotografie degli autori e dei loro ideali che non la messa a nudo di una icona fattasi sbiadita”. 

Ma proprio i “fatti storici” della vita di Gesù e la imprevedibile diffusione che solo a pochi anni dalla sua vicenda terrena aveva il cristianesimo indicano l’assoluta straordinarietà della sua figura. Che non si può capire se non a partire dal dato “veramente storico: l’essere relativo a Dio di Gesù e la sua unione con Lui”. “Questo è anche il punto di appoggio su cui si basa questo mio libro: considera Gesù a partire dalla sua comunione con il Padre. Questo è il vero centro della sua personalità. Senza questa comunione non si può capire niente e partendo da essa Egli si fa presente a noi anche oggi”. 

Il Gesù dei Vangeli è quello “storico” 

E poiché si parla di una persona, il metodo storico è irrinunciabile: la fede “si fonda sulla storia che è accaduta sulla superficie di questa terra”. Altrimenti “la fede cristiana viene eliminata e trasformata in un’altra religione”. 

Il Gesù del libro è dunque il Gesù dei Vangeli: “’Gesù storico’ in senso vero e proprio. Io – scrive Benedetto XVI – sono convinto, e spero che se ne possa rendere conto anche il lettore, che questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni” offerte negli ultimi decenni. 

Questo Gesù è quindi anche “l’ultimo profeta” preannunciato dall’Antico Testamento e precisamente il “nuovo Mosè”, che porterà la “vera liberazione” del suo popolo. Ma, più di Mosè che “come un amico”, aveva “parlato faccia a faccia” con Dio, ma non aveva avuto la facoltà di vederlo, Gesù “vive al cospetto di Dio, non solo come amico, ma come Figlio; vive in profonda unità con il Padre”. E’ da qui che viene la risposta alla domanda “dove Gesù abbia attinto la sua dottrina, dove sia la chiave per la spiegazione del suo comportamento”. Se ne avrà evidente conferma con le beatitudini. Del “discorso della montagna”, Benedetto XVI evidenzia numerosi particolari. A partire dalla “montagna”, che non viene geograficamente indicata dai Vangeli, “ma per il fatto che è il luogo del discorso di Gesù, è semplicemente ‘la montagna’, il nuovo Sinai” ed arrivando alla folla raccoltasi, che è di Galilea, “una striscia di terra che era considerata per metà pagana” , ed “è in realtà la prova della sua missione divina”, rivolta quindi a tutte le genti. Così, soprattutto per il discorso, “la nuova Torah, portata da Gesù”, che “riprende i comandamenti della Seconda tavola e li approfondisce, non li abolisce”. A ben guardare, poi, nei “paradossi” presentati da Gesù nelle beatitudini – beati i poveri, i piangenti, odiati e perseguitati – si esprime “ciò che significa discepolato”. Il significato delle Beatitudini “non può essere spiegato solo in modo teorico: viene proclamato nella vita, nella sofferenza e nella misteriosa gioia del discepolo che si è donato interamente al seguito del Signore”. 

Ma, ricorda il Papa, l’attività pubblica di Gesù – alla quale è dedicato questo volume – ha inizio col suo battesimo. Numerose, anche in questo iniziale capitolo, le sottolineature. A partire dalla possibilità – evocata da Benedetto XVI anche nel corso dell’ultima messa “in coena Domini” – che “Giovanni il Battista e forse anche Gesù e la sua famiglia” fossero “vicini” alla comunità degli esseni, fino al fatto che, nel suo battesimo da parte del Battista, c’è “l’accettazione della piena volontà divina”, il prendere il posto dei peccatori, l’anticipazione della morte sulla croce. 

Le sfide di Gesù per l’oggi 

“Gesù di Nazaret”, però, non è solo una profonda meditazione sulla figura e la vicenda del fondatore del cristianesimo, è anche una riflessione pastorale e quindi uno sguardo sull’oggi. Si va dall’accenno alla “terra purtroppo così tormentata” quando parla della Palestina, alla critica all’”egoismo” dell’uomo di Nietzsche, a quella – radicale – ai mali provocati dal “prescindere da Dio” da parte della società contemporanea. Così, quando ricorda le “tentazioni” di Gesù, a proposito della prima, “trasforma le pietre in pane”, chiede: “il problema dell’alimentazione del mondo – e, più in generale, i problemi sociali – non sono forse il primo e autentico criterio al quale deve essere commisurata la redenzione?”. “Il marxismo ha fatto  proprio di questo ideale – in modo comprensibilissimo – il cuore della sua promessa di salvezza: avrebbe fatto sì che ogni fame fosse placata”. E’ la sfida che anche oggi si pone alla Chiesa: “preoccupati anzitutto del pane del mondo”. Il racconto evangelico mostra che “Gesù non è indifferente di fronte alla fame degli uomini e ai loro bisogni, ma li colloca nel loro giusto contesto e dà loro il giusto ordine”. Che è quanto non si fa oggi. Neppure quando si vuole aiutare. “Gli aiuti dell’Occidente ai Paesi in via di sviluppo, basati su principi  puramente tecnico-materiali, che non solo hanno lasciato da parte Dio, ma hanno anche allontanato gli uomini da Lui con l’orgoglio della loro saccenteria, hanno fatto del Terzo Mondo il Terzo Mondo in senso moderno. Tali aiuti hanno messo da parte le strutture religiose, morali e sociali esistenti e introdotto la loro mentalità tecnicistica nel vuoto. Credevano di poter trasformare le pietre in pane, ma hanno dato pietre al posto del pane. E’ in gioco il primato di Dio. Si tratta di riconoscerlo come realtà, una realtà senza la quale nient’altro può essere buono. Non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio. Se il cuore dell’uomo non è buono, allora nessun’altra cosa può diventare buona. E la bontà di cuore può venire solo da Colui che è Egli stesso la Bontà, il Bene”. 

 

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buona notte

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Publié dans : immagini buon...notte, giorno | le 12 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

commento al vangelo del giorno – 13.4.07

dal sito EAQ:

Jean-Pierre de Caussade (1675-1751), gesuita
L’abbandono alla divina Provvidenza

« È il Signore ! »

Tutte le creature vivono nelle mani di Dio. I sensi non scorgono che l’azione della creatura, ma la fede vede l’azione divina in ogni cosa. Essa vede che Gesù Cristo vive in tutto e opera per tutta l’estensione dei secoli, che il minimo momento e il più piccolo atomo racchiudono una parte di questa vita nascosta e di quest’azione misteriosa. L’ azione delle creature è un velo che copre i profondi misteri dell’azione divina.

Gesù Cristo dopo la sua risurrezione sorprendeva i suoi discepoli con le sue apparizioni, si presentava ad essi sotto aspetti che lo nascondevano, e non appena si era rivelato di nuovo, scompariva. Questo stesso Gesù che è sempre vivo, sempre operante, sorprende ancora le anime che non hanno la fede abbastanza pura e penetrante. Non c’è un solo momento in cui Dio non si presenti sotto le sembianze di qualche pena, di qualche esigenza o di qualche dovere. Tutto quello che avviene in noi, attorno a noi e attraverso di noi, contiene e nasconde la sua azione divina, seppure invisibile, e questo fa sì che noi siamo sempre colti di sorpresa e che non riconosciamo la sua operazione se non quando non sussiste più.

Se aquarciassimo il velo e se fossimo vigilanti e attenti, Dio si rivelerebbe a noi incessantemente e noi godremmo della sua presenza in tutto quel che ci accade; ad ogni cosa diremmo: « È il Signore! » E in tutte le circostanze ci accorgeremmo di ricevere un dono di Dio, che le creature sono debolissimi strumenti, che niente ci può mancare e che la cura continua che Dio ha di noi lo spinge a darci quel che ci conviene.

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Gesù risorto dice all’incredulo San Tommaso di toccare le sue ferite

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Gesù risorto dice all’incredulo San Tommaso di toccare le sue ferite
Miniatura/illustrazione da « Storie di San Gioacchino, di Sant’Anna,… », Torino, Biblioteca Reale

http://www.storiadimilano.it/arte/de_predis.htm

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Gianfranco Ravasi: « UN PIATTO DI DOLLARI »

dal sito del giornale Avvenire, il « mattutino » di Ravasi di oggi:12 Aprile 2007 

UN PIATTO DI DOLLARI

Quando l’ultimo albero sarà stato tagliato, l’ultimo animale abbattuto, l’ultimo pesce pescato, l’ultimo fiume avvelenato, allora ci accorgeremo che il denaro non si può mangiare.
Così gli indigeni nordamericani rispondevano a coloro che proponevano di trasformare le loro terre in sedi di industrie, moltiplicando lo sfruttamento delle risorse naturali. Certo, non si può coltivare solo il sogno di un idillio ecologico, ma noi « civili » siamo andati così avanti in questa devastazione della natura da esserci ridotti spesso ad avere sulle nostre tavole dei gran piatti di dollari o di euro, mentre non riusciamo più a respirare per l’aria inquinata, siamo avvelenati da cibi corrotti, siamo malati per contaminazioni impalpabili e pervasi da virus ignoti.
«Coltivare e custodire la terra», ammoniva la Genesi (2, 15): quindi, lavorarla, trasformarla, ricavarne sostanze ed energie, ma anche proteggerla, tutelarla, «custodirla» appunto come un bene delicato e prezioso. In essa c’è la vita che è un dono inestimabile, dotato di segreti da scoprire ma che è anche una realtà da non manipolare brutalmente, illudendosi di essere arbitri assoluti. L’uomo moderno così altezzoso si erge sulla terra come un tiranno prepotente: basti solo pensare – senza ricorrere alle grandi tragedie ambientali – al ragazzo che sfregia i monumenti, all’adulto che sporca strade e campi, alla persona che scarica in un fiume i suoi rifiuti. È, questo, un peccato vero e proprio contro la natura che è in noi e fuori di noi.

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Attesa in tutto il mondo per la presentazione, domani, del libro di Benedetto XVI « Gesù di Nazaret »

dal sito della Radio Vaticana

http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=127946

Attesa in tutto il mondo per la presentazione, domani, del libro di Benedetto XVI « Gesù di Nazaret » 

Cresce l’attesa per la presentazione, domani, del libro di Benedetto XVI Gesù di Nazaret, che sarà in vendita nelle librerie da lunedì 16 aprile nelle edizioni italiana (Rizzoli), tedesca (Herder) e polacca (Wydawnictwo M). L’opera verrà presentata, alle ore 16, nell’Aula del Sinodo presso l’Aula Paolo VI. Nella prefazione del libro, già resa nota nei giorni scorsi, il Papa scrive che con questo volume si propone “di presentare il Gesù dei Vangeli come il vero Gesù, come il Gesù storico nel vero senso della espressione”. Il Papa si dice convinto che “questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni”. Su questo passaggio, Fabio Colagrande ha raccolto la riflessione del biblista padre Giulio Michelini, docente di Nuovo Testamento presso l’istituto teologico di Assisi: 

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R. – Penso che ce ne fosse bisogno e tutti accolgono favorevolmente questa iniziativa. C’è il desiderio di riappropriarsi di un qualcosa che è stato, forse, dimenticato. In questo senso l’iniziativa del Pontefice è buona per far ritornare i credenti alla radice del problema, perché – forse in Italia in particolare – siamo in una situazione in cui il catechismo che è stato insegnato ai bambini non basta più ed è necessario riappropriarci della fede che ci è stata donata, purché lo si faccia senza sconfessare una tradizione bimillenaria che ci è stata consegnata. Cosa che, invece, sta accendo, mi sembra con alcune pubblicazioni.
 
D. – Padre Michelini, nella prefazione al suo libro, che è stata anticipata, il Papa racconta che alcuni studi critici dagli anni Cinquanta in poi hanno lasciato l’impressione che noi sappiamo ben poco di certo su Gesù e che solo più tardi la fede nella sua divinità ha plasmato questa immagine. Ha parlato di una situazione drammatica per la fede, da questo punto di vista. Come studioso del Nuovo Testamento, cosa pensa di queste parole del Papa?
 
R. – Io sono d’accordo, anche perché ora siamo sull’onda lunga di questo scetticismo che vedeva un divario invalicabile ed incolmabile tra la figura del Gesù storico e il Cristo della fede, per esempio quello presentato dalle Chiese e in particolare facciamo riferimento alla nostra Chiesa cattolica. Questi studi, che pure sono meritevoli e sono stati forse necessari, hanno però portato alla conclusione che è irraggiungibile la figura di Gesù. C’è ora un’altra onda lunga che credo venga dal Nord America e che ha un’altra impostazione e cioè che noi siamo di fronte ad un mito nuovo delle origini cristiane. Se dagli anni Cinquanta – come scrive il Papa – si diceva che il Gesù della storia fosse diverso dal Cristo della fede presentato dalle Chiese, ora si dice che il Cristo presentato dalle Chiese è un Cristo falso, un Cristo che non corrisponde alla storicità. Questo si legge anche in recenti pubblicazioni, che sono state anche fortemente pubblicizzate nel panorama italiano e in base alle quali noi nelle Chiese sentiremmo parlare di un Gesù totalmente diverso da quello che Lui è realmente stato. Questo non è vero, perché certo la Chiesa ha la fatica di presentare il Volto di Cristo, ma è anche sempre stata attenta che non dicesse delle fandonie, che non inventasse dei miti, ma che pronunciasse proprio quel Vangelo che era il Vangelo ricevuto duemila anni fa. 
 
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Il libro, scrive sempre il Papa, è frutto “di un lungo cammino interiore”. Benedetto XVI avverte nella prefazione che il suo Gesù di Nazaret “non è assolutamente un atto magisteriale, ma è unicamente espressione” della sua “ricerca personale del Volto del Signore”. Sul contributo che questo libro può offrire alla conoscenza della figura di Gesù Cristo, Alessandro Gisotti ha intervistato padre Michele Piccirillo, archeologo presso lo Studium Biblicum Francescanum di Gerusalemme:

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R. – Credo che il Papa voglia tirare le fila di un discorso che va avanti oramai da una cinquantina d’anni: passato cioè il periodo dell’Ottocento e poi anche la prima metà del Novecento, in cui si parlava un po’ di un Gesù mitico e dell’esegesi che guardava al Vangelo come un fatto semplicemente di fede, si sono fatti degli sforzi in Germania – ed anche fuori della Germania – per superare questa impasse e quindi di cercare di far capire che si può dare un messaggio di fede pur utilizzando fatti storici. Su questa linea già diversi studiosi – anche in Italia – si erano mossi per fare qualcosa di positivo. Linea, questa, che ha seguito anche il Papa con questo libro.
 
D. – Ecco, un libro come “Gesù di Nazaret” di Benedetto XVI può suscitare interesse e magari in qualcuno semplicemente curiosità, capace però di spingerlo ad avvicinarsi ai Vangeli?
 
R. – Credo che, al di là dell’autorità del Papa come studioso e al di là dell’autorità del posto che occupa nella Chiesa, sarà un libro di successo. Anche se lui non si aspetta questo, certo non lo ha scritto per questo! Sarà certamente una buona occasione per spingere qualcuno ad andare alle fonti. Abbiamo questi quattro Vangeli ed io, scherzando con i miei amici esegeti, dico: “Scrivete tanti libri sui quei poveri quattro libretti, ma per fortuna che non li cambiate e restano sempre gli stessi!”. 

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Nunzio in Israele: basta con le false interpretazioni su Pio XII

Dal sito di Asia News

12/04/2007 12:59

ISRAELE – VATICANO

Nunzio in Israele: basta con le false interpretazioni su Pio XII


Una scritta sulla ambigua reazione di papa Pacelli all’Olocausto, esposta nello Yad Vashem, ha spinto mons. Franco ad annunciare che non parteciperà alla commemorazione della Shoah. “Non si vuole tener conto – spiega ad AsiaNews – neppure di recenti acquisizioni storiche “.

Gerusalemme (AsiaNews) – Nessuno chiede di cambiare la storia, ma una interpretazione della storia sì, specialmente quando recenti studi confermano che non è vera. Risponde così, parlando con AsiaNews, il nunzio in Israele, mons. Antonio Franco, alla polemica creata dallo Yad Vashem, il museo di Gerusalemme sull’Olocausto. L’istituto ha reso pubblica la decisione del nunzio di non partecipare all’annuale commemorazione della Shoah, se non verrà accolta la sua richiesta di “riconsiderare” l’esposizione all’interno del museo di una foto di Pio XII – esposta per la prima volta nel 2005 – con una didascalia che il nunzio giudica “offensiva” e non rispettosa della verità, in quanto parla di ambigua reazione di papa Pacelli all’uccisione degli ebrei durante l’Olocausto.  La notizia della decisione di mons. Franco è stata data oggi dal quotidiano israeliano Yedioth Aharonoth, nella sua edizione on-line Y-net. Il giornale riporta un comunicato del museo, per il quale “lo Yad Vashem è dedicato alla ricerca storica e presenta la verità storica su Pio XII così come è oggi nota agli studiosi” e dichiarazioni di funzionari del Ministero degli esteri per i quali “è un argomento molto delicato che va esaminato con attenzione. E’ importante che tutti i diplomatici assistano alla cerimonia di commemorazione” e “la sua assenza risalterà di sicuro” 

“Già lo scorso anno – rileva mons. Franco – il nunzio Pietro Sambi aveva scritto alla direzione del museo richiamando l’attenzione su quella didascalia, su questo giudizio veramente molto negativo su Pio XII  e chiedeva di rivedere o di togliere la scritta. Successivamente ci sono stati anche delle segnalazioni di studi e di materiale storico. Niente è stato fatto e io adesso nell’immediatezza della celebrazione ho voluto scrivere al presidente del rettorato di Yad Vashem – questo signor Avner Shalev che ci aveva risposto l’anno scorso – precisando che era una interpretazione che mi faceva difficoltà – e non solo a me, ma a tutti i fedeli cattolici – offensiva della dignità del Papa – e il Papa per noi è il Papa – quindi mi sentivo a disagio di andare a questa commemorazione. Invitavo a riconsiderare la possibilità, diciamo, che la didascalia fosse corretta o la fotografia rimossa. E chiaramente era una comunicazione, non una conferenza stampa, non c’era e non c’è volontà polemica. Loro l’hanno data alla stampa”.  “Ora – prosegue mons. Franco – la realtà è che quella scritta è un’interpretazione, non è la verità storica. Secondo quanto riporta Yedioth Aharonoth, Yad Vashem avrebbe detto che non si può cambiare la storia. Siamo d’accordissimo che la storia non si può cambiare, ma questa è un’interpretazione della storia. A me dispiace, perché ferisce i miei sentimenti, la mia fede e le ricerche storiche. Sappiamo benissimo che ci sono alcuni che hanno detto una cosa, ma c’è tanta documentazione e tanta ricerca storica che provano il contrario, tutto quello che la Chiesa cattolica e il papa Pio XII hanno fatto per salvare gli ebrei. Un saggio del 2003 di Martin Gilbert, il famoso storico inglese che ha scritto tanto sulla Seconda guerra mondiale, Churchill e l’Olocausto, intitolato The Righteous, (I giusti) mette in risalto tutto quello che Pio XII e la Chiesa cattolica hanno fatto per gli ebrei. E ci sono tanti altri studi storici, anche di ebrei, che provano questo fatto”. 

“La mia lettera – sottolinea il nunzio – era stata scritta per attirare l’attenzione su un problema che per me va riconsiderato e approfondito e va cambiato questo giudizio su Pio XII. Altrimenti io non andrò mai a Yad Vashem. L’ho detto. Ho la mia responsabilità di persona, di cristiano e di rappresentante del Papa. A me fa difficoltà come rappresentante del Papa leggere questo giudizio che non è storico e non è vero”.  Quanto all’affermazione dello Yad Vashem di essere disposto a continuare a studiare la questione, se il Vaticano gli permetterà di consultare i suoi archivi, il nunzio fa notare che “per quanto riguarda gli archivi storici, ci sono principi che sono posti da tutti gli Stati e la ricerca viene fatta con certi criteri che sono criteri storici e non di nascondere le verità storiche. Noi le verità storiche le abbiamo pure accettate e sappiamo pure chinare il capo, quando c’è da chinarlo, ma non quando non c’è da farlo”. 

  

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buona notte

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polar bear and baby sleeping

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« Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse : ‘ Pace a voi ’ »

Giovanni Paolo II
Varcate la soglia della speranza

« Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse : ‘ Pace a voi ’ »

Abbiamo più che mai bisogno di udire questa parola di Cristo risorto: « Non abbiate paura » (Mt 28,10). Questa è una necessità per l’uomo di oggi… che non cessa di avere paura nel suo intimo, e non senza ragione… È questa anche una necessità per tutti i popoli e le nazioni del mondo intero. Bisogna che, nella coscienza di ogni essere umano, si fortifichi la certezza che esiste Qualcuno che tiene in mano la sorte di questo mondo che passa, Qualcuno che ha le chiavi della morte e degli inferi (Ap 11,8), Qualcuno che è l’Alfa e l’Omega della storia dell’uomo (Ap 22,13), sia individuale che collettiva; e soprattutto la certezza che questo Qualcuno è Amore, l’Amore fattosi uomo, l’Amore crocifisso e risorto, l’Amore sempre presente in mezzo agli uomini! Egli è l’Amore eucaristico. È fonte inesauribile di comunione. È l’unico a cui possiamo credere senza riserva quando ci chiede: « Non abbiate paura! »

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di Gianfranco Ravasi su: i discepoli di Emmaus

L’articolo è di Gianfranco Ravasi, mi sembra del 2000, sono riuscita a prenderlo anche se era stato cancellato da internet (cioè la pagina non esisteva più ma compariva e poi si chiudeva internet) comunque ce l’ho fatta, perché Ravasi mi piace, dal sito, doveva essere “Novena.it”:

 

Nel 1623 un grande musicista tedesco, Heinrich Schùtz, compose uno stupendo oratorio intitolato
Storia della risurrezione (op. 3). Alla partitura egli aggiunse un post-scriptum di poche ma intense righe: «Signore Gesù Cristo, tu mi hai concesso di cantare la tua risurrezione su questa terra. Nel giorno del tuo giudizio, Signore, richiamami dalla mia tomba e, in cielo, il mio canto, mescolato a quello dei serafini, ti renderà grazie in eterno!». La narrazione evangelica della Pasqua di Cristo, pur nella sua estrema sobrietà, ha una potenza di speranza da aver mosso tanti cuori, in particolare quelli di coloro che hanno voluto riproporre la loro fede attraverso la bellezza dell’arte. Si pensi solo all’indimenticabile cascata di alleluia del Messia di Hàndel (1742). Ci fermiamo ora su una delle pagine più affascinanti del Vangelo di Luca: i discepoli di Emmaus (24,13-35).
La cornice cronologica è proprio quella del giorno di Pasqua. Due discepoli stanno camminando sulla strada che da Gerusalemme conduce a un non meglio identificabile villaggio di Emmaus. Il Cristo della gloria pasquale non è riconoscibile coi sensi soltanto: è necessaria una via superiore di conoscenza. Due sono le tappe di questo processo di fede: prima l’ascolto delle Scritture spiegate da Cristo in chiave cristiana; poi lo “spezzare il pane” che, nel linguaggio neotestamentario, allude all’eucaristia. In questi termini abbiamo già ciò che ogni domenica facciamo all’interno delle chiese, ascoltando la Parola di Dio e accostandoci alla mensa del Signore.
Nell’ascolto della Parola «il cuore arde nel petto»; allo spezzare del pane «gli occhi si aprono e lo riconoscono». Ma c’è anche quell’indimenticabile implorazione finale: «Rimani con noi perché si fa sera e il giorno sta ormai declinando!». Lasciamo la parola al grande scrittore francese, Francois Mauriac (1885-1970), e alla sua Vita di Gesù (1936): «A chi di noi, dunque, la casa di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada, una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi. Ce l’avevano preso il mondo, i filosofi e gli scienziati, nostra passione. Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra. Seguivamo una strada, e qualcuno ci veniva a lato. Eravamo soli e non soli. Era la sera. Ecco una porta aperta, l’oscurità d’una sala ove la fiamma del caminetto non rischiara che il suolo e fa tremolare delle ombre. O pane spezzato! O porzione del pane consumata malgrado tanta miseria! Rimani con noi, perché il giorno declina…! Il giorno declina, la vita finisce. L’infanzia sembra più lontana che il principio del mondo, e della giovinezza perduta non sentiamo più altro che l’ultimo mormorio degli alberi morti nel parco irriconoscibile…».
Cristo, presenza ineludibile, è «con noi sino alla fine del mondo» (Matteo 28,20). Il celebre scrittore Kafka all’amico Gustav Janouch che lo interrogava su Cristo aveva risposto: «Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitare». 

Publié dans : CAR. GIANFRANCO RAVASI | le 11 avril, 2007 |Pas de Commentaires »
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