buona notte

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Publié dans : immagini buon...notte, giorno | le 27 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

« La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda »

Sant’Isacco Siriano (7o secolo), monaco nella regione di Ninive (nell’Iraq attuale)
Discorsi ascetici, 1a parte, n° 72

« La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda »

L’Albero di vita è l’amore di Dio. Adamo l’ha perso nella sua caduta e non ha mai più ritrovato la gioia, ma lavorava e si affaticava sulla terra piena di spine (Gen 3,18). Coloro che si sono privati dell’amore di Dio mangiano nelle loro opere il pane del loro sudore (Gen 3,19), anche se camminassero su una via retta; è questo il pane che è stato dato da mangiare alla prima creatura dopo la caduta. Finché non troviamo l’amore, il nostro lavoro è quà sulla terra piena di spine…; qualunque sia la nostra giustizia personale, al sudore del nostro volto viviamo.Ma quando abbiamo trovato l’amore, ci nutriamo del pane celeste, e siamo confortati al di là opera e di ogni fatica. Il pane celeste è Cristo, che è disceso dal cielo e ha dato la vita al mondo. E questo è il cibo degli angeli (Sal 77,25). Chi ha trovato l’amore si nutre di Cristo ogni giorno e a tutte le ore, e per questo diviene immortale. Infatti egli ha detto « Chi mangia questo pane che io darò non vedrà mai la morte ». Beato chi mangia il pane dell’amore, che è Gesù. Infatti colui che si nutre dell’amore, si nutre di Cristo, il Dio che regge l’universo. Di questo testimonia Giovanni quando dice: « Dio è amore » (1 Gv 4,8).

Dunque

Publié dans : Bibbia: commenti alla Scrittura | le 27 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

L’Europa umiliata dalle falsità

dal giornale  »Avvenire on line » 

Operazioni indegne 

L’Europa umiliata dalle falsità 

Marco Tarquinio  

Siamo fra coloro che auspicano da tempo una seria crescita di ruolo del Parlamento europeo. Un salto di qualità democratico che chiuda definitivamente l’era in cui quell’assemblea è stata confinata in una dimensione istituzionalmente vaga e vana. Ma cominciamo a temere che alcuni dei nemici più insidiosi dell’autorevolezza, dell’attendibilità e della dignità stessa del Parlamento di Strasburgo operino stabilmente proprio sui suoi banchi. E ci rendiamo conto che quella speranza – nostra e di tutti coloro che si ostinano a coltivare un’idea alta e vera dell’Unione Europea – rischia di trasformarsi in amara disillusione.
Ce ne dà nuovo motivo l’inopinato lavorìo di un articolato gruppo di eurodeputati del Pse, della cosiddetta sinistra radicale e del gruppo liberaldemocratico nel quale si sono segnalati tre italiani – i comunisti del Prc Vittorio Agnoletto e Giusto Catania e la verde Monica Frassoni – che ha tentato di riesumare e di utilizzare nell’ambito di un documento sull’«omofobia» alcune incredibili e gravissime deformazioni del pensiero sui cosiddetti Dico del presidente della Conferenza episcopale italiana, l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco. Deformazioni che erano state compiute (e amplificate) da qualche organo di stampa nostrano. Deformazioni che, come purtroppo in Italia sappiamo bene, sono state prese tristemente a pretesto per imbrattare chiese e muri delle nostre città di insulti e minacce. Il tentativo di esportare immondizia – non riusciamo a considerare in altro modo il deliberato spaccio di menzogne – è alla fine fallito. E così è stato grazie alla responsabile attenzione di vari europarlamentari del Ppe, soprattutto italiani. Ma alcune scorie sono entrate ugualmente in circolazione e qualcuna è rimasta appiccicata anche al testo finale.
Verrebbe da dire: pazienza. Ma di pazienza con q uesta Europa della politica che s’allarga e che non cresce ne abbiamo sempre di meno. Soprattutto al cospetto di un’operazione come quella che è stata imbastita da eletti che non fanno niente per dimostrarsi onorevoli. L’ennesima manovra scellerata riconducibile alle solite lobby, quelle per le quali ogni mezzo e ogni terreno è utile pur di alimentare l’offensiva anti-religiosa e, soprattutto, anti-cattolica. Che cosa ci sarebbe di meglio, infatti, che riuscire a costringere a ripetizione (per «omofobia», per «familismo», per «antiprogressismo»…) su un ideale banco degli imputati coloro che si sono presi a bersaglio? Gli alleati, del resto, tra cronisti pressappochisti e propagandisti in malafede, non mancano. Manca però – e con sempre più clamorosa evidenza – la base di certe campagne mistificatorie. Soprattutto quando, come appunto nel fallito tentativo di tirare in ballo il presidente della Cei, emerge che si sarebbe stati pronti a mettere nero su bianco in un documento parlamentare un richiamo polemico che si sapeva benissimo essere capzioso e infondato. Soprattutto quando diventa palese che il reale obiettivo di certi politici (o politicanti, fate voi) è solo quello di scovare un modo per regolare in Europa – sede ulteriore e percepita come « più alta » – i conti aperti in sede nazionale.
Tutto questo non consente più noncuranze rispetto a certe limacciose derive che nell’emiciclo di Strasburgo vengono assecondate con frequenza ormai allarmante. Ne va, lo ripetiamo, dell’autorevolezza, dell’attendibilità e della dignità di quell’assemblea e delle battaglie che in essa possono e debbono essere ingaggiate. Non è ovviamente in questione l’impegno contro le discriminazioni nei confronti delle persone omosessuali, ma gli argomenti con cui si ritiene di motivarlo. Se tra essi si cerca di infilarne di intollerabilme nte falsi e tendenziosi, il contraccolpo è inevitabile e devastante. Chi è disposto a umiliare la verità, umilia anche la causa che dice di difendere e soprattutto umilia l’Europa. Ci si pensi a Straburgo. E ci si pensi a Roma 

 

Publié dans : Approfondimenti | le 26 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

Tendenze contro la ricerca della carità e della giustizia internazionale, avverte il Vaticano

dal sito Zenith:  

Tendenze contro la ricerca della carità e della giustizia internazionale, avverte il Vaticano 

Presentazione della XIII Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali 

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 26 aprile 2007 (ZENIT.org).- Nonostante la consapevolezza comune che la ricerca della carità e della giustizia a livello internazionale sia di importanza fondamentale per la società odierna, si rilevano a volte segnali che agiscono in direzione opposta, avverte
la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Questo giovedì, la presentazione della XIII Sessione Plenaria dell’organismo pontificio alla stampa – in Vaticano – ha dato l’opportunità di tracciare il panorama globale attuale.

L’ampia convocazione internazionale e multidisciplinare di esperti, dal 27 aprile al 1° maggio in Vaticano, indagherà sulla fattibilità di una collaborazione, tra Nazioni, nel campo della carità e della giustizia in un mondo globalizzato.

La riflessione deve affrontare i “nuovi segni dei tempi che risultano molto preoccupanti”, riconosce
la Pontificia Accademia.

Il « riemergere del nazionalismo” è uno di questi segni.

In questo senso, sia nei Paesi in via di sviluppo che in quelli avanzati “ci sono segnali di crisi circa due caratteristiche chiave del processo di globalizzazione: il primo è un problema umano legato all’accresciuta emigrazione internazionale legale e illegale e la conseguente resistenza politica ad essa; il secondo è economico ed è in relazione alle tensioni tra protezionismo e libero scambio”, ha spiegato.

Alle ombre del panorama attuale si aggiunge il fatto che “i segnali di convergenza economica e sociale” – ed educativa – tra Paesi ricchi e Paesi poveri si limitano ancora a pochi di questi ultimi.

“Allo stesso tempo, perfino in paesi con un’economia in rapida crescita, l’incidenza della povertà e della povertà estrema è ancora molto alta”, ha affermato
la Pontificia Accademia.

L’organismo avverte anche della “debolezza del multilateralismo”. “Il bilateralismo sta crescendo sempre più e molte istituzioni multilaterali, come l’ONU, il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), l’FMI (Fondo Monetario Internazionale),
la Banca Mondiale e persino alcune delle loro omologhe regionali, mostrano segnali di debolezza e di stanchezza. Nonostante ciò, nessuna istituzione sta attualmente emergendo per prendere il loro posto”.

Rispetto agli “Obiettivi del Millennio”, esistono “fondati dubbi” circa il loro conseguimento “entro i tempi previsti”. Questi obiettivi si basavano su un ampio consenso internazionale che sta “cominciando a sfaldarsi”, per cui
la Pontificia Accademia esorta a riflettere su meccanismi utili a raggiungere queste mete, insieme alla formulazione di nuove proposte.

Contraria alla ricerca della carità e della giustizia a livello internazionale è anche la realtà di “aiuti insufficienti e inefficaci”.

“L’aiuto fornito è stato molto inferiore rispetto all’obiettivo di stanziare lo 0,7% del PIL dei paesi sviluppati per gli aiuti internazionali”, oltre al fatto che questo aiuto è stato spesso mal distribuito e mal utilizzato da organizzazioni internazionali, Governi e agenzie locali, ha segnalato
la Pontificia Accademia.

Questo non fa dimenticare un altro aspetto: “l’inizio del nuovo secolo è stato caratterizzato da un rilevante incremento del flagello sociale e morale del terrorismo”, mentre “il mondo è ancora afflitto su larga scala da guerre e guerre civili”.

“Carità e Giustizia nelle relazioni tra popoli e Nazioni” si propone, quindi, come asse della Sessione Plenaria che inizierà venerdì
la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, cercando risposte agli interrogativi posti soprattutto alla luce del Magistero della Chiesa.

[Ulteriori informazioni, programma e partecipanti su: http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_academies/acdscien/documents/rc_pa_acdscien_doc_20070327_social_plenary-session-2007_programme_en.html ] 

 

La prima volta di Benedetto XVI in America latina

dal sito: la chiesa it 

La prima volta di Benedetto XVI in America latina
Molti si aspettano che il papa finalmente parli ai cinquecento milioni di cattolici del continente, che da lui si sono sentiti fin qui trascurati. Ad Aparecida il possibile inizio d’un secondo tempo del pontificato
di Sandro Magister 

ROMA, 26 aprile 2007 – A San Paolo del Brasile e al santuario dell’Aparecida, sul tropico del Capricorno, è autunno e le temperature sono miti. Ma il suo prossimo viaggio in quelle terre, dal 9 al 14 maggio, sarà per Benedetto XVI una prova del fuoco.

In due anni di pontificato né il Brasile né l’America latina sono mai apparsi al centro della sua attenzione, nonostante lì vivano cinquecento milioni di cattolici, quasi la metà del miliardo e cento milioni di cattolici di tutto il pianeta.

Lampi di passione per questo continente Joseph Ratzinger li aveva fatti balenare nei primi mesi dopo l’elezione a papa.

Aveva fissato lui, il 7 luglio del 2005, il tema della quinta conferenza generale dei vescovi dell’America latina e dei Caraibi: “Discepoli e missionari di Gesù Cristo”. Quinta dopo quelle di Rio de Janeiro nel 1955, di Medellín nel 1968, di Puebla nel 1979 e di Santo Domingo nel 1992:

Aveva voluto lui che che l’altra frase del titolo: “Perché tutti abbiano la vita” finisse specificando: “in Lui”. E che fosse aggiunta l’affermazione dello stesso Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita”.

Aveva stabilito lui la data e il luogo. Nell’ottobre del 2005, durante il sinodo dei vescovi, incontrando alcuni cardinali sudamericani chiese loro a bruciapelo quale fosse in Brasile il più frequentato santuario della Madonna. “L’Aparecida”, gli risposero. E il papa: “Vi riunirete lì. Nel maggio del 2007. E io ci sarò”.

Poi però ha interamente delegato ad altri la fase preparatoria: in curia al cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione per i vescovi e presidente della pontificia commissione per l’America Latina, e oltre Atlantico al cardinale Francisco Javier Errázuriz Ossa, arcivescovo di Santiago del Cile e attuale presidente del CELAM, il consiglio episcopale latinoamericano.

Il cardinale Re è da anni il principale responsabile delle nomine dei nuovi vescovi in America latina, con questo e con il precedente papa. Si deve in buona parte a lui, quindi, se oggi l’episcopato latinoamericano è così povero di figure di spicco, di guide sicure e di grande visione. Le eccezioni sono rare. Il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio è una di queste: ma dalla preparazione della conferenza di Aparecida si è tenuto lontano e ha opposto un diniego insuperabile alla richiesta fattagli dallo stesso Benedetto XVI di trasferirsi a Roma a capo di un dicastero curiale.

In Vaticano il papa ha poi fatto venire, lo scorso ottobre, l’arcivescovo di San Paolo del Brasile, il cardinale Cláudio Hummes, come prefetto della congregazione per il clero. Ma senza alcun effetto visibile, sinora.

Hummes sa per esperienza diretta che il clero è uno dei punti critici della Chiesa del continente. Tranne che in Messico, Colombia, Cile e Argentina, in tutti gli altri paesi i preti indigeni sono pochissimi, uno ogni quindicimila battezzati, in proporzione dieci volte di meno che in Europa o nel Nordamerica dove pure il loro numero ha subito un forte ribasso.

Oltre che pochissimi, i preti sono male istruiti. Nelle aree rurali e sulle Ande il concubinato è prassi corrente. In molte chiese e parrocchie la messa domenicale è celebrata di rado e spesso in forma arbitraria: il che spiega i bassi indici di partecipazione regolare alla messa in questo continente pur così diffusamente cattolico.

I seminari sono anch’essi di qualità molto disuguale. Là dove le vocazioni al sacerdozio sono in ripresa – in qualche diocesi più viva, in qualche comunità carismatica – la difficoltà maggiore per il vescovo o il capo di comunità è trovare un seminario affidabile.

Tutto ciò è arcinoto, ma nei testi preparatori della conferenza di Aparecida e persino nella bozza del lunghissimo documento finale, predisposto in segreto negli uffici vaticani, se ne trova solo una flebile traccia.

Il 20 gennaio di quest’anno e poi il 17 febbraio Benedetto XVI ha letto i due soli discorsi fin qui da lui dedicati al tema: il primo rivolto ai membri della pontificia commissione per l’America Latina e il secondo ai nunzi di quel continente. Discorsi entrambi di routine, prodotti negli uffici del cardinale Re, senza un passaggio che denotasse la mano e la mente del papa, ben riconoscibili quando scrive di suo pugno.

Altrettanto di routine è stata la nomina dei 266 partecipanti alla conferenza di Aparecida, tra membri, invitati, osservatori ed esperti. Dei sedici la cui scelta spettava a Benedetto XVI undici erano d’obbligo in quanto capi di altrettanti uffici curiali. Dei rimanenti cinque, l’unico di rilievo è il cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec, canadese ma molto più competente in materia di tanti suoi colleghi latinoamericani.

Eppure grossi ragioni ci sarebbero perché Aparecida entri nella storia, come – per altre ragioni – due delle riunioni continentali che l’hanno preceduta: Medellín, in Colombia, nel 1968 e Puebla, in Messico, nel 1979.

Il discorso che Giovanni Paolo II pronunciò a Puebla ebbe un impatto forte, inaugurò la decennale battaglia che Roma avrebbe poi combattuto e vinto, con l’apporto inflessibile dell’allora cardinale Ratzinger, contro l’utopia marxista nelle vesti della teologia della liberazione.

Da allora però moltissimo è cambiato. Quando Karol Wojtyla mise piede in Messico nel 1979 e l’anno dopo in Brasile, in vari paesi del continente erano al potere regimi reazionari e anche sanguinari. Oggi per
la Chiesa la sfida è opposta e per certi aspetti ancora più ardua.

In Brasile, Cile, Uruguay, Argentina governano i progressisti di Lula, Michelle Bachelet, Vázquez, Kirchner, portatori di una visione laica simile a quella del Nord secolarizzato del mondo. Mentre in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua domina il populismo di Chávez, Morales, Correa, Ortega. Il marxismo caro alla teologia della liberazione resiste solo a Cuba. La religione dei nuovi regimi populisti è semmai l’indigenismo, sono i miti dell’America precristiana.

Ma un cambiamento non meno forte è avvenuto sul terreno religioso. Nel 1980, quando Giovanni Paolo II si recò per la prima volta in Brasile, i cattolici avevano il quasi monopolio, erano l’89 per cento della popolazione. Al censimento del 2000 erano scesi al 74 per cento e oggi a San Paolo, a Rio e nelle aree urbane sono addirittura sotto il 60 per cento.

Contemporaneamente sono aumentati i senza religione – dall’1,6 per cento del 1980 al 7,4 per cento del 2000 – ma soprattutto i protestanti d’impronta pentecostale. Questi ultimi sono passati dal 5 per cento del 1980 al 15 per cento e nelle aree urbane anche al di sopra del 20.

Ma c’è di più: lo spirito del pentecostalismo raccoglie un numero crescente di seguaci anche tra chi continua ad appartenere alla Chiesa cattolica. Il Pew Forum on Religion & Public Life, in un’accurata indagine del 2006, ha accertato che in Brasile un cattolico su tre può essere oggi ascritto a questa tendenza. Che è in larga misura reattiva alla pressione secolarizzante e ama un cristianesimo puritano, comunitario, ispirato dall’alto, difensore della vita e della famiglia, impegnato sulla scena pubblica, con forte spirito di missione.

Giovanni Paolo II, a Santo Domingo nel 1992, bollò come “lupi rapaci” le comunità pentecostali protestanti, che in effetti sono spesso aggressive contro i simboli del cattolicesimo, dalla Madonna al papa.

Lo stesso Ratzinger, in una conferenza del 13 maggio 2004, accusò gli Stati Uniti di promuovere “la protestantizzazione dell’America latina e il dissolvimento della Chiesa cattolica”.

Ma da papa, lo scorso 17 febbraio, ha richiamato piuttosto
la Chiesa a interrogare se stessa.

Se tanti fedeli l’abbandonano e passano alle comunità pentecostali – fenomeno che interessa massicciamente anche l’Africa, l’Asia e il Nordamerica – è perché hanno sete di un Gesù vivo e vero che
la Chiesa annuncia troppo debolmente. Come il Gesù umanizzato e politicizzato dei libri di Jon Sobrino, il teologo della liberazione condannato lo scorso inverno dalla congregazione per la dottrina della fede.

In definitiva, per Benedetto XVI, la questione capitale è Gesù, anche per l’America latina. Chissà a San Paolo e ad Aparecida come saprà finalmente parlarle, e toccarla nel cuore.
 

Publié dans : Sandro Magister | le 26 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

ho sonno…

oggi ho tanto sonno non so perché, a domani, buona serata,

Gabriella

Publié dans : con voi | le 25 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

immagini: catacomba di San Callisto

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dal sito:

http://www.catacombe.roma.it/indice.html

CATACOMBE DI S. CALLISTO

Via Appia Antica, 110 – 00179 ROMA

Tel. 06.51.30.151 / 06.51.30.15.80; Fax 06.51.30.15.67

e-mail address: scallisto@catacombe.roma.it

Direttore: Don Piero Semprini, SDB

Riposo settimanale: mercoledì

Chiusura annuale: febbraio

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Il complesso di S. Callisto, fra il secondo ed il terzo miglio della via Appia antica, è costituito da aree cimiteriali sopra terra, con annessi ipogei databili già alla fine del II sec. d.C., in origine indipendenti fra loro e in seguito collegati a formare un’unica, vastissima rete catacombale comunitaria. Il complesso deve il nome al papa martire S. Callisto (217-222), che, prima del suo pontificato, fu preposto dal papa Zefirino (199-217) all’amministrazione del cimitero, considerato per eccellenza quello della Chiesa romana, luogo di sepoltura di numerosi pontefici e martiri. Delle molte strutture che occupavano il sopratterra, rimangono visibili solo due edifici funerari absidati: la tricòra orientale e quella occidentale. Quest’ultima ospitava probabilmente le sepolture di papa Zefirino e del martire Tarsicio.

Una delle più antiche ed importanti regioni della catacomba è quella dei Papi e di S. Cecilia: lungo una galleria di questa regione si aprono i cubicoli detti « dei Sacramenti » (primi decenni III sec. d.C.), fra le pitture più antiche delle catacombe. In una cripta della regione furono sepolti quasi tutti i pontefici del III sec.: Ponziano, Anterote, Fabiano, Lucio, Stefano, Sisto II, Dionisio, Felice ed Eutichiano. Accanto alla cripta dei Papi, si trova quella di S. Cecilia, cui fu attribuito un culto soprattutto in epoca altomedievale. Altre regioni catacombali di rilievo sono: quella di papa S. Cornelio (251-253), morto in esilio a Civitavecchia, quella di papa S. Milziade (311-314), quella dei papi SS. Gaio (283-296) ed Eusebio (309) e quella detta « liberiana », per le molte iscrizioni dell’epoca di papa S. Liberio (352-3 66).

Publié dans : immagini sacre | le 24 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

4. ABITARE L’ETERNITÀ

dal sito:

http://www.catacombe.roma.it/it/ricerche/ricerche.html

APPROFONDIMENTI E RICERCHE

4. ABITARE L’ETERNITÀ 


     I cristiani, come si diceva, vivevano come tutti. Ma c’è un punto che in modo particolarmente evidente li differenzia dagli altri, ed è la concezione della morte e della vita oltre la morte. Dalla fine del Il secolo, fu proprio la concezione della morte e dell’aldilà che li spinse a distinguersi decisamente dagli usi dei pagani che fino ad allora anche i cristiani avevano seguito. In tutto i cristiani accettavano la vita dei pagani, facevano il loro dovere di soldati, di commercianti, di schiavi. Ma davanti al concetto della morte si sentirono troppo diversi. Fino alla fine del Il secolo i cristiani non s’erano fatti un problema nell’essere sepolti insieme ai pagani nelle aree comuni. Lo stesso san Pietro, come è noto, venne sepolto a pochi metri di distanza da tombe pagane, così san Paolo sulla Ostiense. Ma alla fine del II secolo i cristiani vollero isolarsi nelle pratiche funerarie e separarono i loro cimiteri dal pagani. Perché?
     Il concetto della morte pagano era freddo, disperato: il pagano sapeva che esisteva la sopravvivenza e ci credeva, ma per lui era una sopravvivenza senza senso. Infatti per il paganesimo l’anima sopravviveva nei Campi Elisi o in altri ambienti ultraterreni, ma solo finché sarebbe stata ricordata. Non appena il defunto fosse stato dimenticato, sarebbe stato assorbito nella massa amorfa, senza senso, privo di personalità, degli dei Mani. È per questo, come facilmente si può osservare, che le tombe pagane sono tutte lungo le vie consolari. 1 lasciarono sono allineati per chilometri lungo tali strade (in particolare la via Appia) in grande evidenza appunto perché i titolari delle tombe volevano farsi ricordare: sapevano che fintanto c’era qualcuno che li vedeva, leggeva i propri nomi, li pensava, vedeva la loro immagine, essi sopravvivevano.
     Terminato il ricordo, era tutto finito. È per questo che facevano testamenti anche costosi, molto ricchi, per obbligare i posteri al ricordo. Abbiamo testi conservati nelle epigrafi dove si ricorda che i proprietari dei sepolcri lasciarono grosse cifre ai liberti perché ogni anno, nell’anniversario, andassero ad accendere una lucerna sulla loro tomba o facessero un sacrificio: tutto per essere ricordati. Per fare un solo esempio di grande sepolcro che attirava l’attenzione dei viventi, basti ricordare la tomba di Cecilia Metella sull’Appia.

     Per i cristiani tutto questo non aveva senso: credevano sul serio nell’altra vita, non in modo così disperato, freddo. È per questo che volevano crearsi aree cimiteriali proprie e distinte. Costruirono così i Koimeteria, termine che significa letteralmente dormitori. Questa parola era per i pagani del tutto incomprensibile. Essi, infatti, non capivano per nulla questo termine applicato alle aree funerarie. Ad esempio nell’editto di confisca dell’imperatore Valeriano nel 257, che ci è riportato da Eusebio di Cesarea, si dice che vengono confiscati ai cristiani beni e luoghi di riunione (qui a Trastevere vennero evidentemente confiscati i « titoli » di Callisto, Crisogono e Cecilia) che appartenevano alla comunità. Oltre a questi beni, vennero confiscati anche i cosiddetti Koimeteria, dormitori.
     I romani non capivano cosa ciò voleva dire. Per un pagano, infatti, « dormitorio » era la stanza dove ci si corica la sera e ci si alza la mattina. Per il cristiano era una parola che indicava tutto: si va a dormire per essere risvegliati; la morte non è una fine ma il luogo dove si riposa; e c’è risveglio sicuro.

     Troviamo altri concetti con cui i cristiani pensavano alla morte e li ritroviamo nelle catacombe: ad esempio il concetto di Depositio. Le lapidi ,con la parola Depositus, talvolta abbreviata (depo, Dep o solo D) si qualificano subito come cristiane. Infatti Deposìtio è un termine giuridico, usato dagli avvocati, che voleva dire « si dà in deposito : i morti venivano affidati alla terra come chicchi di grano, per essere poi restituiti nelle messi future. È un concetto che i pagani non avevano. 

     Per tutti questi motivi, per una teologia della morte così differente da quella dei pagani, i cristiani si vollero isolare e creare dei propri cimiteri. La stessa cosa sentirono gli ebrei, ma solo successivamente.
     Gli scavi di Villa Torlonia hanno dimostrato sicuramente che le catacombe ebraiche furono create almeno 50-60 anni dopo quelle cristiane. Sono gli ebrei che in questo tipo di sepoltura hanno imitato i cristiani.
     Questa concezione cristiana della morte, o meglio questo mondo dei morti che viene sentito come vivo, ci fa entrare nella mentalità dei primi cristiani, dei trasteverini di allora: esternamente erano vasai, mugnai, facchini, soldati, pescivendoli, barcaioli etc., come tutti gli altri (sappiamo anzi che erano stimati dai loro concittadini come gente che sapeva compiere il proprio dovere). Ma nell’intimo della loro coscienza avevano qualcosa di profondamente diverso dagli altri.
     È stata trovata nel Cimitero Maggiore della Nomentana, una bella epigrafe cristiana: esternamente è un piccolo marmetto che non presenta particolari caratteristiche, ma per i concetti che esprime la ritengo uno dei reperti più belli. Vi si parla di un siciliano morto a Roma il quale ha voluto ricordare in greco, con queste parole brevissime, la sua concezione di vita: « Ho vissuto come sotto una tenda (cioè ho vissuto provvisoriamente) per quaranta anni, adesso abito l’eternità ».
     Troviamo qui tutta la differenza nella concezione della vita tra i cristiani e i pagani. Per i primi si trattava di intendere il presente come un vivere provvisoriamente per andare verso la vera abitazione, la vera dimora; per i pagani la vita aveva un senso chiuso: la morte, infatti, ne era la fine. Il momento tragico della morte, diventava per i cristiani l’ingresso in un ambiente gioioso. Gesù lo paragona alla festa di nozze. È per questo che i cristiani nelle loro tombe dipingono rose, uccelli, farfalle: nelle decorazioni delle catacombe si ritrova spesso dipinto quest’ambiente gioioso, sereno, con dei simboli che esprimono serenità e tranquillità.

Da: Umberto Fasola, Le origini cristiane a Trastevere, Fratelli Palombi Editori, Roma, 1981, pp. 61 (per gentile concessione degli Editori)

Nota sull’autore. Umberto Fasola, padre Servita, licenziato in S. Teologia; laureato in Archeologia Cristiana, laureato in Lettere e Filosofia. Professore di Topografia cimiteriale della Roma Cristiana; già Rettore magnifico del Pontificio Isdtituto di Archeologia Cristiana e Segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Curator del Collegium Cultorum Martyrum; scoperse e studiò diverse catacombe, tra cui il Coemeterium Majus sulla Via Nomentana, autore di molti libri ed articoli di Archeologia. ( †1989). 

Publié dans : Approfondimenti | le 24 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

La vicenda del convertito ci interroga

Da Avvenire on line: 

Il senso di un viaggio 

La vicenda del convertito ci interroga 

Gian Maria Vian  

La chiave della tappa a Pavia di Benedetto XVI, che domenica ha venerato le reliquie di sant’Agostino, è il « pellegrinaggio »: quello di un vescovo che ha pregato davanti alla tomba di un suo predecessore nella fede e nella ricerca di Dio, mostrando così a ogni donna e a ogni uomo di oggi quanto questa fede e questa ricerca siano indispensabili. Una chiave che è autobiografica, certo, ma non solo, come ha indicato lo stesso Papa: giunto a Pavia «per esprimere sia l’omaggio di tutta
la Chiesa cattolica ad uno dei suoi « padri » più grandi, sia la mia personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto nella mia vita di teologo e di pastore, ma direi prima ancora di uomo e di sacerdote».
Non è stato infatti solo l’adempimento di un desiderio dell’anima il viaggio di Benedetto, questo vescovo di Roma che con le sue parole semplici sa toccare il cuore di chi lo ascolta. E che domenica ha voluto indicare come sant’Agostino resti un modello per l’umanità di oggi. Modello significa esempio che colpisce e affascina, come il grande intellettuale e vescovo africano è stato ed è per Joseph Ratzinger, oggi Benedetto XVI. E come può essere per chiunque si accosti alla vicenda dell’autore di quella straordinaria autobiografia interiore che sono le Confessioni: vicenda di un convertito, anzi di «uno dei più grandi convertiti della storia della Chiesa», ha sottolineato il Papa che non ha avuto paura di usare una parola per il nostro tempo quasi scandalosa.
Ma perché questo convertito di sedici secoli fa può affascinare ancora oggi, quando sembra che più nulla sia vero? Perché la conversione di sant’Agostino «non fu un evento di un unico momento», ha spiegato Benedetto XVI, ma «un cammino»: ricerca inesausta del volto di Dio che continuò sino a quando il vescovo di Ippona morente fece attaccare alla parete i salmi penitenziali per poterli leggere dal letto nell’ultima preghiera. Ma sin da giovane Agostino aveva cercato, ha detto il Papa: «Non si accontent ò mai della vita così come essa si presentava e come tutti la vivevano. Era sempre tormentato dalla questione della verità. Voleva trovare la verità. Voleva riuscire a sapere che cosa è l’uomo; da dove proviene il mondo; di dove veniamo noi stessi, dove andiamo e come possiamo trovare la vita vera. Voleva trovare la retta vita e non semplicemente vivere ciecamente senza senso e senza meta. La passione per la verità è la vera parola-chiave della sua vita».
E la ricerca della verità non è, secondo Ratzinger, né una prerogativa né un lusso da intellettuali: «Non devo dire quanto tutto ciò riguardi noi: rimanere persone che cercano, non accontentarsi di ciò che tutti dicono e fanno. Non distogliere lo sguardo dal Dio eterno e da Gesù Cristo. Imparare sempre di nuovo l’umiltà della fede nella Chiesa corporea di Gesù Cristo». Come seppe fare Agostino, chiamato a tradurre il vangelo «nel linguaggio della vita quotidiana»: riconoscendo di continuo la necessità della «bontà misericordiosa di un Dio che perdona», nella consapevolezza che «ci rendiamo simili a Cristo, il Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia».
Di questo è convinto Benedetto XVI: «Solo chi vive nell’esperienza personale dell’amore del Signore è in grado di esercitare il compito di guidare e accompagnare altri nel cammino della sequela di Cristo. Alla scuola di sant’Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano». Perché Agostino, come scrisse il suo amico Possidio, è vivo e parla ancora: al Papa come a chiunque di noi.

 

 

Publié dans : Approfondimenti, Papa Benedetto XVI | le 24 avril, 2007 |Pas de Commentaires »

Annunciato l’avvio della causa di beatificazione del Cardinale Van Thuân

dal sito Zenith:

Data pubblicazione: 2007-04-24 

Annunciato l’avvio della causa di beatificazione del Cardinale Van Thuân 

Quest’anno si celebra il quinto anniversario della morte del porporato vietnamita

 

 ROMA, martedì, 24 aprile 2007 (ZENIT.org).- Il 18 aprile a Roma, monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha annunciato che sta per essere avviata la causa di beatificazione del Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân.

Il contesto dell’annuncio è stato offerto dalla presentazione del saggio scritto dal Cardinale Vicario Camillo Ruini dal titolo “Verità di Dio e Verità dell’uomo. Benedetto XVI e le grandi domande del nostro tempo”, che esce per le Edizioni Cantagalli di Siena in una Collana particolare, curata e promossa dall’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla Dottrina sociale della Chiesa.

Il Cardinale Van Thuân (1928-2002) è considerato a ragione un martire del cattolicesimo in Vietnam. Testimone della fede, della speranza cristiana, dell’amore per
la Chiesa e per i poveri, senza avere nessuna colpa è
stato detenuto per tredici anni nei campi di rieducazione comunista, nove dei quali in assoluto isolamento.

Formatosi a Roma e consacrato Vescovo di Nhatrang nel 1967, François-Xavier Nguyen Van Thuân è stato nominato da Paolo VI nel 1975 Arcivescovo coadiutore di Saigon (l’attuale Ho Chi Minh). Il Governo comunista definì la sua designazione un complotto e tre mesi ne ordinò l’arrestò.

Dopo la sua liberazione è stato costretto ad abbandonare il Vietnam. Giovanni Paolo II lo ha accolto a Roma e gli ha affidato incarichi di grande responsabilità nella Curia romana.

Nel marzo 2000 ha commosso milioni di persone che hanno potuto leggere i frammenti delle meditazioni che ha pronunciato durante i suoi esercizi spirituali a Giovanni Paolo II e alla Curia Romana, nelle quali ha condiviso molte delle esperienze spirituali maturate in carcere. Il porporato vietnamita le ha poi pubblicate nel libro “Testimoni della speranza”, edito da “Città Nuova”.

Creato Cardinale nel febbraio 2001, è morto nel 2002 a 74 anni.

“Il libro – ha spiegato il Segretario del Pontificio Consiglio – mi ha spinto a collegare il tema della verità – di Dio e dell’uomo – cui è dedicato il testo del Cardinale Ruini con il tema della speranza, tanto caro al compianto Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân e perfino centrale nella sua spiritualità e nella sua esemplare condotta di vita umana e cristiana”.

“Il collegamento – ha sottolineato monsignor Crepaldi – è reso anche più immediato e significativo dal fatto che quest’anno ci accingiamo a ricordare il quinto anniversario della sua morte, avvenuta il 16 settembre 2002, e sta prendendo inizio la causa di beatificazione”.

Il presule che ha lavorato al fianco del porporato vietnamita ha spiegato come “la verità abbia con la speranza un legame profondo. L’intelligenza della fede mi rende fermamente convinto che la verità, nel suo darsi o svelarsi, rivela una vocazione e quindi induce a sperare”.

“Se riflettiamo con attenzione, vediamo che nella verità, anche nella più piccola e quotidiana, troviamo sempre di più di quanto pensavamo di trovarci. In ogni nostra buona azione troviamo del bene maggiore di quello che pensavamo di metterci”, ha aggiunto.

Monsignor Crepaldi, che è anche Presidente dell’Osservatorio Van Thuân, ha quindi concluso affermando che “la verità ci precede e ci chiama. La verità dell’essere mi dice: conoscimi; la verità del bene mi dice: desiderami; la verità del bello mi dice: contemplami”.

“La verità è, in fondo, meno una nostra conquista che non un suo svelarsi. La cosa diventa ancora più evidente se pensiamo che la verità richiede amore e senza passione per la verità non la si conosce veramente. La verità è attraente”, ha esclamato. 

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