immagini: catacomba di San Callisto

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dal sito:

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CATACOMBE DI S. CALLISTO

Via Appia Antica, 110 – 00179 ROMA

Tel. 06.51.30.151 / 06.51.30.15.80; Fax 06.51.30.15.67

e-mail address: scallisto@catacombe.roma.it

Direttore: Don Piero Semprini, SDB

Riposo settimanale: mercoledì

Chiusura annuale: febbraio

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Il complesso di S. Callisto, fra il secondo ed il terzo miglio della via Appia antica, è costituito da aree cimiteriali sopra terra, con annessi ipogei databili già alla fine del II sec. d.C., in origine indipendenti fra loro e in seguito collegati a formare un’unica, vastissima rete catacombale comunitaria. Il complesso deve il nome al papa martire S. Callisto (217-222), che, prima del suo pontificato, fu preposto dal papa Zefirino (199-217) all’amministrazione del cimitero, considerato per eccellenza quello della Chiesa romana, luogo di sepoltura di numerosi pontefici e martiri. Delle molte strutture che occupavano il sopratterra, rimangono visibili solo due edifici funerari absidati: la tricòra orientale e quella occidentale. Quest’ultima ospitava probabilmente le sepolture di papa Zefirino e del martire Tarsicio.

Una delle più antiche ed importanti regioni della catacomba è quella dei Papi e di S. Cecilia: lungo una galleria di questa regione si aprono i cubicoli detti « dei Sacramenti » (primi decenni III sec. d.C.), fra le pitture più antiche delle catacombe. In una cripta della regione furono sepolti quasi tutti i pontefici del III sec.: Ponziano, Anterote, Fabiano, Lucio, Stefano, Sisto II, Dionisio, Felice ed Eutichiano. Accanto alla cripta dei Papi, si trova quella di S. Cecilia, cui fu attribuito un culto soprattutto in epoca altomedievale. Altre regioni catacombali di rilievo sono: quella di papa S. Cornelio (251-253), morto in esilio a Civitavecchia, quella di papa S. Milziade (311-314), quella dei papi SS. Gaio (283-296) ed Eusebio (309) e quella detta « liberiana », per le molte iscrizioni dell’epoca di papa S. Liberio (352-3 66).

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4. ABITARE L’ETERNITÀ

dal sito:

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APPROFONDIMENTI E RICERCHE

4. ABITARE L’ETERNITÀ 


     I cristiani, come si diceva, vivevano come tutti. Ma c’è un punto che in modo particolarmente evidente li differenzia dagli altri, ed è la concezione della morte e della vita oltre la morte. Dalla fine del Il secolo, fu proprio la concezione della morte e dell’aldilà che li spinse a distinguersi decisamente dagli usi dei pagani che fino ad allora anche i cristiani avevano seguito. In tutto i cristiani accettavano la vita dei pagani, facevano il loro dovere di soldati, di commercianti, di schiavi. Ma davanti al concetto della morte si sentirono troppo diversi. Fino alla fine del Il secolo i cristiani non s’erano fatti un problema nell’essere sepolti insieme ai pagani nelle aree comuni. Lo stesso san Pietro, come è noto, venne sepolto a pochi metri di distanza da tombe pagane, così san Paolo sulla Ostiense. Ma alla fine del II secolo i cristiani vollero isolarsi nelle pratiche funerarie e separarono i loro cimiteri dal pagani. Perché?
     Il concetto della morte pagano era freddo, disperato: il pagano sapeva che esisteva la sopravvivenza e ci credeva, ma per lui era una sopravvivenza senza senso. Infatti per il paganesimo l’anima sopravviveva nei Campi Elisi o in altri ambienti ultraterreni, ma solo finché sarebbe stata ricordata. Non appena il defunto fosse stato dimenticato, sarebbe stato assorbito nella massa amorfa, senza senso, privo di personalità, degli dei Mani. È per questo, come facilmente si può osservare, che le tombe pagane sono tutte lungo le vie consolari. 1 lasciarono sono allineati per chilometri lungo tali strade (in particolare la via Appia) in grande evidenza appunto perché i titolari delle tombe volevano farsi ricordare: sapevano che fintanto c’era qualcuno che li vedeva, leggeva i propri nomi, li pensava, vedeva la loro immagine, essi sopravvivevano.
     Terminato il ricordo, era tutto finito. È per questo che facevano testamenti anche costosi, molto ricchi, per obbligare i posteri al ricordo. Abbiamo testi conservati nelle epigrafi dove si ricorda che i proprietari dei sepolcri lasciarono grosse cifre ai liberti perché ogni anno, nell’anniversario, andassero ad accendere una lucerna sulla loro tomba o facessero un sacrificio: tutto per essere ricordati. Per fare un solo esempio di grande sepolcro che attirava l’attenzione dei viventi, basti ricordare la tomba di Cecilia Metella sull’Appia.

     Per i cristiani tutto questo non aveva senso: credevano sul serio nell’altra vita, non in modo così disperato, freddo. È per questo che volevano crearsi aree cimiteriali proprie e distinte. Costruirono così i Koimeteria, termine che significa letteralmente dormitori. Questa parola era per i pagani del tutto incomprensibile. Essi, infatti, non capivano per nulla questo termine applicato alle aree funerarie. Ad esempio nell’editto di confisca dell’imperatore Valeriano nel 257, che ci è riportato da Eusebio di Cesarea, si dice che vengono confiscati ai cristiani beni e luoghi di riunione (qui a Trastevere vennero evidentemente confiscati i « titoli » di Callisto, Crisogono e Cecilia) che appartenevano alla comunità. Oltre a questi beni, vennero confiscati anche i cosiddetti Koimeteria, dormitori.
     I romani non capivano cosa ciò voleva dire. Per un pagano, infatti, « dormitorio » era la stanza dove ci si corica la sera e ci si alza la mattina. Per il cristiano era una parola che indicava tutto: si va a dormire per essere risvegliati; la morte non è una fine ma il luogo dove si riposa; e c’è risveglio sicuro.

     Troviamo altri concetti con cui i cristiani pensavano alla morte e li ritroviamo nelle catacombe: ad esempio il concetto di Depositio. Le lapidi ,con la parola Depositus, talvolta abbreviata (depo, Dep o solo D) si qualificano subito come cristiane. Infatti Deposìtio è un termine giuridico, usato dagli avvocati, che voleva dire « si dà in deposito : i morti venivano affidati alla terra come chicchi di grano, per essere poi restituiti nelle messi future. È un concetto che i pagani non avevano. 

     Per tutti questi motivi, per una teologia della morte così differente da quella dei pagani, i cristiani si vollero isolare e creare dei propri cimiteri. La stessa cosa sentirono gli ebrei, ma solo successivamente.
     Gli scavi di Villa Torlonia hanno dimostrato sicuramente che le catacombe ebraiche furono create almeno 50-60 anni dopo quelle cristiane. Sono gli ebrei che in questo tipo di sepoltura hanno imitato i cristiani.
     Questa concezione cristiana della morte, o meglio questo mondo dei morti che viene sentito come vivo, ci fa entrare nella mentalità dei primi cristiani, dei trasteverini di allora: esternamente erano vasai, mugnai, facchini, soldati, pescivendoli, barcaioli etc., come tutti gli altri (sappiamo anzi che erano stimati dai loro concittadini come gente che sapeva compiere il proprio dovere). Ma nell’intimo della loro coscienza avevano qualcosa di profondamente diverso dagli altri.
     È stata trovata nel Cimitero Maggiore della Nomentana, una bella epigrafe cristiana: esternamente è un piccolo marmetto che non presenta particolari caratteristiche, ma per i concetti che esprime la ritengo uno dei reperti più belli. Vi si parla di un siciliano morto a Roma il quale ha voluto ricordare in greco, con queste parole brevissime, la sua concezione di vita: « Ho vissuto come sotto una tenda (cioè ho vissuto provvisoriamente) per quaranta anni, adesso abito l’eternità ».
     Troviamo qui tutta la differenza nella concezione della vita tra i cristiani e i pagani. Per i primi si trattava di intendere il presente come un vivere provvisoriamente per andare verso la vera abitazione, la vera dimora; per i pagani la vita aveva un senso chiuso: la morte, infatti, ne era la fine. Il momento tragico della morte, diventava per i cristiani l’ingresso in un ambiente gioioso. Gesù lo paragona alla festa di nozze. È per questo che i cristiani nelle loro tombe dipingono rose, uccelli, farfalle: nelle decorazioni delle catacombe si ritrova spesso dipinto quest’ambiente gioioso, sereno, con dei simboli che esprimono serenità e tranquillità.

Da: Umberto Fasola, Le origini cristiane a Trastevere, Fratelli Palombi Editori, Roma, 1981, pp. 61 (per gentile concessione degli Editori)

Nota sull’autore. Umberto Fasola, padre Servita, licenziato in S. Teologia; laureato in Archeologia Cristiana, laureato in Lettere e Filosofia. Professore di Topografia cimiteriale della Roma Cristiana; già Rettore magnifico del Pontificio Isdtituto di Archeologia Cristiana e Segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Curator del Collegium Cultorum Martyrum; scoperse e studiò diverse catacombe, tra cui il Coemeterium Majus sulla Via Nomentana, autore di molti libri ed articoli di Archeologia. ( †1989). 

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La vicenda del convertito ci interroga

Da Avvenire on line: 

Il senso di un viaggio 

La vicenda del convertito ci interroga 

Gian Maria Vian  

La chiave della tappa a Pavia di Benedetto XVI, che domenica ha venerato le reliquie di sant’Agostino, è il « pellegrinaggio »: quello di un vescovo che ha pregato davanti alla tomba di un suo predecessore nella fede e nella ricerca di Dio, mostrando così a ogni donna e a ogni uomo di oggi quanto questa fede e questa ricerca siano indispensabili. Una chiave che è autobiografica, certo, ma non solo, come ha indicato lo stesso Papa: giunto a Pavia «per esprimere sia l’omaggio di tutta
la Chiesa cattolica ad uno dei suoi « padri » più grandi, sia la mia personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto nella mia vita di teologo e di pastore, ma direi prima ancora di uomo e di sacerdote».
Non è stato infatti solo l’adempimento di un desiderio dell’anima il viaggio di Benedetto, questo vescovo di Roma che con le sue parole semplici sa toccare il cuore di chi lo ascolta. E che domenica ha voluto indicare come sant’Agostino resti un modello per l’umanità di oggi. Modello significa esempio che colpisce e affascina, come il grande intellettuale e vescovo africano è stato ed è per Joseph Ratzinger, oggi Benedetto XVI. E come può essere per chiunque si accosti alla vicenda dell’autore di quella straordinaria autobiografia interiore che sono le Confessioni: vicenda di un convertito, anzi di «uno dei più grandi convertiti della storia della Chiesa», ha sottolineato il Papa che non ha avuto paura di usare una parola per il nostro tempo quasi scandalosa.
Ma perché questo convertito di sedici secoli fa può affascinare ancora oggi, quando sembra che più nulla sia vero? Perché la conversione di sant’Agostino «non fu un evento di un unico momento», ha spiegato Benedetto XVI, ma «un cammino»: ricerca inesausta del volto di Dio che continuò sino a quando il vescovo di Ippona morente fece attaccare alla parete i salmi penitenziali per poterli leggere dal letto nell’ultima preghiera. Ma sin da giovane Agostino aveva cercato, ha detto il Papa: «Non si accontent ò mai della vita così come essa si presentava e come tutti la vivevano. Era sempre tormentato dalla questione della verità. Voleva trovare la verità. Voleva riuscire a sapere che cosa è l’uomo; da dove proviene il mondo; di dove veniamo noi stessi, dove andiamo e come possiamo trovare la vita vera. Voleva trovare la retta vita e non semplicemente vivere ciecamente senza senso e senza meta. La passione per la verità è la vera parola-chiave della sua vita».
E la ricerca della verità non è, secondo Ratzinger, né una prerogativa né un lusso da intellettuali: «Non devo dire quanto tutto ciò riguardi noi: rimanere persone che cercano, non accontentarsi di ciò che tutti dicono e fanno. Non distogliere lo sguardo dal Dio eterno e da Gesù Cristo. Imparare sempre di nuovo l’umiltà della fede nella Chiesa corporea di Gesù Cristo». Come seppe fare Agostino, chiamato a tradurre il vangelo «nel linguaggio della vita quotidiana»: riconoscendo di continuo la necessità della «bontà misericordiosa di un Dio che perdona», nella consapevolezza che «ci rendiamo simili a Cristo, il Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia».
Di questo è convinto Benedetto XVI: «Solo chi vive nell’esperienza personale dell’amore del Signore è in grado di esercitare il compito di guidare e accompagnare altri nel cammino della sequela di Cristo. Alla scuola di sant’Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano». Perché Agostino, come scrisse il suo amico Possidio, è vivo e parla ancora: al Papa come a chiunque di noi.

 

 

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Annunciato l’avvio della causa di beatificazione del Cardinale Van Thuân

dal sito Zenith:

Data pubblicazione: 2007-04-24 

Annunciato l’avvio della causa di beatificazione del Cardinale Van Thuân 

Quest’anno si celebra il quinto anniversario della morte del porporato vietnamita

 

 ROMA, martedì, 24 aprile 2007 (ZENIT.org).- Il 18 aprile a Roma, monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha annunciato che sta per essere avviata la causa di beatificazione del Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân.

Il contesto dell’annuncio è stato offerto dalla presentazione del saggio scritto dal Cardinale Vicario Camillo Ruini dal titolo “Verità di Dio e Verità dell’uomo. Benedetto XVI e le grandi domande del nostro tempo”, che esce per le Edizioni Cantagalli di Siena in una Collana particolare, curata e promossa dall’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla Dottrina sociale della Chiesa.

Il Cardinale Van Thuân (1928-2002) è considerato a ragione un martire del cattolicesimo in Vietnam. Testimone della fede, della speranza cristiana, dell’amore per
la Chiesa e per i poveri, senza avere nessuna colpa è
stato detenuto per tredici anni nei campi di rieducazione comunista, nove dei quali in assoluto isolamento.

Formatosi a Roma e consacrato Vescovo di Nhatrang nel 1967, François-Xavier Nguyen Van Thuân è stato nominato da Paolo VI nel 1975 Arcivescovo coadiutore di Saigon (l’attuale Ho Chi Minh). Il Governo comunista definì la sua designazione un complotto e tre mesi ne ordinò l’arrestò.

Dopo la sua liberazione è stato costretto ad abbandonare il Vietnam. Giovanni Paolo II lo ha accolto a Roma e gli ha affidato incarichi di grande responsabilità nella Curia romana.

Nel marzo 2000 ha commosso milioni di persone che hanno potuto leggere i frammenti delle meditazioni che ha pronunciato durante i suoi esercizi spirituali a Giovanni Paolo II e alla Curia Romana, nelle quali ha condiviso molte delle esperienze spirituali maturate in carcere. Il porporato vietnamita le ha poi pubblicate nel libro “Testimoni della speranza”, edito da “Città Nuova”.

Creato Cardinale nel febbraio 2001, è morto nel 2002 a 74 anni.

“Il libro – ha spiegato il Segretario del Pontificio Consiglio – mi ha spinto a collegare il tema della verità – di Dio e dell’uomo – cui è dedicato il testo del Cardinale Ruini con il tema della speranza, tanto caro al compianto Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân e perfino centrale nella sua spiritualità e nella sua esemplare condotta di vita umana e cristiana”.

“Il collegamento – ha sottolineato monsignor Crepaldi – è reso anche più immediato e significativo dal fatto che quest’anno ci accingiamo a ricordare il quinto anniversario della sua morte, avvenuta il 16 settembre 2002, e sta prendendo inizio la causa di beatificazione”.

Il presule che ha lavorato al fianco del porporato vietnamita ha spiegato come “la verità abbia con la speranza un legame profondo. L’intelligenza della fede mi rende fermamente convinto che la verità, nel suo darsi o svelarsi, rivela una vocazione e quindi induce a sperare”.

“Se riflettiamo con attenzione, vediamo che nella verità, anche nella più piccola e quotidiana, troviamo sempre di più di quanto pensavamo di trovarci. In ogni nostra buona azione troviamo del bene maggiore di quello che pensavamo di metterci”, ha aggiunto.

Monsignor Crepaldi, che è anche Presidente dell’Osservatorio Van Thuân, ha quindi concluso affermando che “la verità ci precede e ci chiama. La verità dell’essere mi dice: conoscimi; la verità del bene mi dice: desiderami; la verità del bello mi dice: contemplami”.

“La verità è, in fondo, meno una nostra conquista che non un suo svelarsi. La cosa diventa ancora più evidente se pensiamo che la verità richiede amore e senza passione per la verità non la si conosce veramente. La verità è attraente”, ha esclamato. 

buona notte

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« Signore, dacci sempre questo pane »

San Colombano (563-615), monaco, fondatore di monasteri
Istruzioni, 12,3

« Signore, dacci sempre questo pane »

Il profeta afferma: « Voi tutti assetati, venite all’acqua » (Is 55,1). Questa fonte è per chi ha sete, non per chi è sazio. Giustamente quindi chiama a sé quelli che hanno sete, che ha dichiarati beati nel discorso della montagna (Mt 5,6). Questi non bevono mai a sufficienza; anzi quanto più devono tanto più hanno sete. È dunque necessario, o fratelli, che noi sempre desideriamo, cerchiamo e amiamo la fonte della sapienza, il Verbo di Dio altissimo, nel quale, secondo le parole dell’apostolo Paolo, « sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza » (Col 2,3).

Se hai sete, bevi alla fonte della vita; se hai fame, mangia di questo pane di vita. Beati coloro che hanno fame di questo pane e sete di quest’acqua, perché, pur mangiandone e bevendone sempre, desiderano di mangiarne, e berne ancora. Deve essere senza dubbio indicibilmente gustoso il cibo che si mangia e la bevanda che si beve per non sentirsene mai sazi e infastiditi, anzi sempre più soddisfatti e bramosi. Per questo il profeta dice: « Gustate e vedete quanto è buono il Signore » (Sal 3,5). Per questo, o fratelli, seguiamo la nostra colui che ci chiama. La Vita, la sorgente di acqua viva, la fonte della vita eterna, la fonte della luce e sua sorgente ci invita in persona a venire e a bere (Gv 7,37). Lì troviamo la sapienza e la vita, la luce eterna. Lì troviamo l’acqua viva che zampilla per la vita eterna.

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il Papa prega sulle reliquie di Agostino

il Papa prega sulle reliquie di Agostino dans immagini del Papa

il Papa prega sulle reliquie di Agostino

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Agostino maestro di umanesimo

da « Avvenire on line »:

Tappa piena di significati 

Agostino maestro di umanesimo 

Elio Guerriero

Pensatori di stampo agostiniano, così von Balthasar definiva alcuni autori, come Guardini e Przywara, la cui speculazione si accompagnava alla cura di tradurre nella vita gli insegnamenti del pensiero. Nella serie possiamo inserire Benedetto XVI, il cui percorso accademico ebbe inizio proprio con uno studio su sant’Agostino. Approfondendo la dottrina del padre africano sulla Chiesa, il giovane teologo giunse alla conclusione che essa è strettamente ancorata a Cristo, il suo fondatore e capo. A questo esito Benedetto XVI è rimasto fedele tutta la vita. Negli anni a ridosso del Concilio Vaticano II scriveva «Fraternità cristiana» che partiva dall’Antico Testamento. Secondo la visione dei profeti, la fraternità ha il suo fondamento in Dio che è padre degli Israeliti e contemporaneamente è il Dio universale. La differenza tra ebrei e pagani derivava dall’elezione che era all’origine della particolare fratellanza tra gli appartenenti al popolo di Israele. Nella sua incarnazione Gesù estende l’elezione a quanti accolgono il suo Vangelo, così come approfondisce la concezione della fraternità, non legata più alla carne e al sangue, ma donata dallo Spirito Santo.
La tematica ecclesiale di impronta agostiniana è presente anche nel volume Il nuovo popolo di Dio che teneva conto della Costituzione del Vaticano II sulla Chiesa, ma aveva a cuore di riaffermare il legame insostituibile della Chiesa con il suo Fondatore. La stessa sollecitudine fu all’origine di Communio, la rivista fondata con von Balthasar e De Lubac. Negli ultimi anni l’accento del Papa si è progressivamente spostato dalla comunità cristiana al suo capo e fondatore. Come ricorda nel recente libro Gesù di Nazaret, si sta progressivamente diffondendo tra i fedeli e nell’opinione pubblica la convinzione che su Gesù noi sappiamo ben poco e che la fede nella sua divinità sia un’invenzione tardiva dei discepoli.
Il Papa, invece, è convinto che le informazioni date dagli ev angelisti siano degne di fede, che sulla loro base si può ricostruire la vita del Maestro di Nazaret, capace di suscitare l’entusiasmo di chi legge senza pregiudizio. Di qui è possibile l’inizio di un cammino che, come quello di Pietro o dei due discepoli di Emmaus, porta alla confessione, all’incontro diretto e vivo con il Signore nell’Eucarestia. Egli non è più, allora, un rabbi lontano nel tempo e nello spazio, ma il Figlio di Dio che si fa cibo di verità. Il nutrimento di cui l’uomo ha bisogno, infatti, non è solo il pane di frumento ma la parola di verità che introduce al mistero di Dio. Il Figlio lo può rivelare perché viene dal seno del Padre, inviato al mondo proprio per testimoniare la sua misericordia.
Il Papa può allora rispondere a quanti chiedono della specificità dell’insegnamento del Maestro di Nazaret: è vero che la lettera come lo spirito del Discorso della montagna erano già presenti nella Torah degli Ebrei. Gesù, però, «ha portato il Dio di Israele ai popoli così che tutti i popoli ora lo pregano e nelle Scritture di Israele riconoscono la sua parola, la parola del Dio vivente… Il veicolo di questa universalizzazione è la nuova famiglia, il cui unico presupposto è la comunione con Gesù, la comunione nella volontà di Dio».
Oggi il Papa arriva a Pavia pellegrino sulla tomba di sant’Agostino, in segno di devozione e di gratitudine. Al vescovo di Ippona, tuttavia, egli vuole anche chiedere aiuto e sostegno per riportare Cristo nel cuore dei fedeli, per restituire Dio al mondo, perché esso diventi più umano, più permeabile alla carità nella quale venne creato. 

 

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Discorso del Papa nell’incontro con il mondo della cultura all’Università di Pavia

du site Zenith: 

Codice: ZI07042307 

Data pubblicazione: 2007-04-23 

Discorso del Papa nell’incontro con il mondo della cultura all’Università di Pavia 

PAVIA, lunedì, 23 aprile 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questa domenica da Benedetto XVI nell’incontrarsi con il mondo della cultura all’interno del Cortile « Teresiano » dell’Università di Pavia. 

* * * 

Magnifico Rettore,
illustri Professori, cari studenti!

La mia visita pastorale a Pavia, seppur breve, non poteva non prevedere una sosta in questa Università, che costituisce da secoli un elemento caratterizzante della vostra città. Sono pertanto lieto di trovarmi in mezzo a voi per questo incontro a cui attribuisco particolare valore, venendo anch’io dal mondo accademico. Saluto con cordiale deferenza i professori e, in primo luogo, il Rettore, Prof. Angiolino Stella, che ringrazio per le cortesi parole rivoltemi. Saluto gli studenti, in special modo il giovane che si è fatto portavoce dei sentimenti degli altri universitari. Mi ha rassicurato sul coraggio nella dedizione alla verità, sul coraggio di cercare oltre i limiti del conosciuto, di non arrendersi alla debolezza della ragione. E sono molto grato per queste parole. Estendo il mio pensiero beneaugurante anche a quanti fanno parte della vostra comunità accademica e non hanno potuto essere qui presenti quest’oggi.

La vostra è una delle più antiche ed illustri Università italiane, ed annovera – ripeto quanto ha già detto il Magnifico Rettore – tra i docenti che l’hanno onorata personalità quali Alessandro Volta, Camillo Golgi e Carlo Forlanini. Mi è caro pure ricordare che nel vostro Ateneo sono passati docenti e studenti segnalatisi per un’eminente statura spirituale. Tali furono Michele Ghislieri, diventato poi Papa san Pio V, san Carlo Borromeo, sant’Alessandro Sauli, san Riccardo Pampuri, santa Gianna Beretta Molla, il beato Contardo Ferrini e il servo di Dio Teresio Olivelli.

Cari amici, ogni Università ha una nativa vocazione comunitaria: essa infatti è appunto una universitas, una comunità di docenti e studenti impegnati nella ricerca della verità e nell’acquisizione di superiori competenze culturali e professionali. La centralità della persona e la dimensione comunitaria sono due poli co-essenziali per una valida impostazione della universitas studiorum. Ogni Università dovrebbe sempre custodire la fisionomia di un Centro di studi « a misura d’uomo », in cui la persona dello studente sia preservata dall’anonimato e possa coltivare un fecondo dialogo con i docenti, traendone incentivo per la sua crescita culturale ed umana.

Da questa impostazione discendono alcune applicazioni tra loro connesse. Anzitutto, è certo che solo ponendo al centro la persona e valorizzando il dialogo e le relazioni interpersonali può essere superata la frammentazione specialistica delle discipline e recuperata la prospettiva unitaria del sapere. Le discipline tendono naturalmente, e anche giustamente, alla specializzazione, mentre la persona ha bisogno di unità e di sintesi. In secondo luogo, è di fondamentale importanza che l’impegno della ricerca scientifica possa aprirsi alla domanda esistenziale di senso per la vita stessa della persona. La ricerca tende alla conoscenza, mentre la persona abbisogna anche della sapienza, di quella scienza cioè che si esprime nel « saper-vivere ». In terzo luogo, solo valorizzando la persona e le relazioni interpersonali il rapporto didattico può diventare relazione educativa, un cammino di maturazione umana. La struttura infatti privilegia la comunicazione, mentre le persone aspirano alla condivisione.

So che quest’attenzione alla persona, alla sua esperienza integrale di vita e alla sua tensione comunionale è ben presente nell’azione pastorale della Chiesa pavese in ambito culturale. Lo testimonia l’opera dei Collegi universitari di ispirazione cristiana. Tra questi, vorrei anch’io ricordare il Collegio Borromeo, voluto da san Carlo Borromeo con Bolla di fondazione del Papa Pio IV e il Collegio Santa Caterina, fondato dalla Diocesi di Pavia per volontà del Servo di Dio Paolo VI con contributo determinante della Santa Sede. Importante, in questo senso, è anche l’opera delle parrocchie e dei movimenti ecclesiali, in particolare del Centro Universitario Diocesano e della F.U.C.I.: la loro attività è volta ad accogliere la persona nella sua globalità, a proporre cammini armonici di formazione umana, culturale e cristiana, ad offrire spazi di condivisione, di confronto e di comunione. Vorrei cogliere questa occasione per invitare gli studenti e i docenti a non sentirsi soltanto oggetto di attenzione pastorale, ma a partecipare attivamente e ad offrire il loro contributo al progetto culturale di ispirazione cristiana che
la Chiesa promuove in Italia e in Europa.

Incontrandovi, cari amici, viene spontaneo pensare a sant’Agostino, co-patrono di questa Università insieme a santa Caterina d’Alessandria. Il percorso esistenziale e intellettuale di Agostino sta a testimoniare la feconda interazione tra fede e cultura. Sant’Agostino era un uomo animato da un instancabile desiderio di trovare la verità, di trovare che cosa è la vita, di sapere come vivere, di conoscere l’uomo. E proprio a causa della sua passione per l’uomo ha necessariamente cercato Dio, perché solo nella luce di Dio anche la grandezza dell’uomo, la bellezza dell’avventura di essere uomo può apparire pienamente. Questo Dio inizialmente gli appariva molto lontano. Poi lo ha trovato: questo Dio grande, inaccessibile, si è fatto vicino, uno di noi. Il grande Dio è il nostro Dio, è un Dio con un volto umano. Così la fede in Cristo non ha posto fine alla sua filosofia, alla sua audacia intellettuale, ma, al contrario, lo ha ulteriormente spinto a cercare le profondità dell’essere uomo e ad aiutare gli altri a vivere bene, a trovare la vita, l’arte di vivere. Questo era per lui la filosofia: saper vivere, con tutta la ragione, con tutta la profondità del nostro pensiero, della nostra volontà, e lasciarsi guidare sul cammino della verità, che è un cammino di coraggio, di umiltà, di purificazione permanente. La fede in Cristo ha dato compimento a tutta la ricerca di Agostino. Compimento, tuttavia, nel senso che egli è rimasto sempre in cammino. Anzi, si dice: anche nell’eternità la nostra ricerca non sarà finita, sarà un’avventura eterna scoprire nuove grandezze, nuove bellezze. Egli ha interpretato la parola del Salmo « Cercate sempre il suo volto » ed ha detto: questo vale per l’eternità; e la bellezza dell’eternità è che essa non è una realtà statica, ma un progresso immenso nella immensa bellezza di Dio. Così poteva trovare Dio come la ragione fondante, ma anche come l’amore che ci abbraccia, ci giuda e dà senso alla storia e alla nostra vita personale.

Stamattina ho avuto occasione di dire che questo amore per Cristo ha dato forma al suo impegno personale. Da una vita impostata sulla ricerca egli è passato ad una vita totalmente donata a Cristo e così ad una vita per gli altri. Ha scoperto – questa è stata la sua seconda conversione – che convertirsi a Cristo vuol dire non vivere per sé ma essere realmente al servizio di tutti. Sant’Agostino sia per noi, proprio anche per il mondo accademico, modello di dialogo tra la ragione e la fede, modello di un dialogo ampio, che solo può cercare la verità e così anche la pace. Come annotava il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II nell’Enciclica Fides et ratio, « il Vescovo di Ippona riuscì a produrre la prima grande sintesi del pensiero filosofico e teologico, nella quale confluivano correnti del pensiero greco e latino. Anche in lui, la grande unità del sapere, che trovava il suo fondamento nel pensiero biblico, venne ad essere confermata e sostenuta dalla profondità del pensiero speculativo » (n. 40). Invoco, pertanto, l’intercessione di sant’Agostino affinché l’Università di Pavia si distingua sempre per una speciale attenzione alla persona, per un’accentuata dimensione comunitaria nella ricerca scientifica e per un fecondo dialogo tra la fede e la cultura. Vi ringrazio per la vostra presenza e, augurando ogni bene per i vostri studi, imparto a voi tutti la mia Benedizione, estendendola ai vostri familiari e alle persone a voi care.

Di fronte alla tomba di Sant’Agostino, il Papa rilancia: “Dio è amore”

DAL SITO: 

Data pubblicazione: 2007-04-22 

Di fronte alla tomba di Sant’Agostino, il Papa rilancia: “Dio è amore” 

E’ il messaggio centrale del suo pontificato, spiega 

PAVIA, domenica, 22 aprile 2007 (ZENIT.org).- Visitando la tomba di Sant’Agostino, questa domenica pomeriggio, Benedetto XVI ha rilanciato il messaggio centrale del suo pontificato: “Dio è amore”.

“L’umanità contemporanea ha bisogno di questo messaggio essenziale, incarnato in Cristo Gesù”, ha affermato concludendo la sua visita pastorale nella città di Pavia.

“Tutto deve partire da qui e tutto qui deve condurre: ogni azione pastorale, ogni trattazione teologica”, ha affermato nell’omelia che ha pronunciato nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro durante la celebrazione dei vespri con sacerdoti, religiosi (molti agostiniani), religiose e seminaristi della diocesi.

Papa Joseph Ratzinger ha iniziato spiegando che ha voluto “venire a venerare le spoglie mortali di sant’Agostino, per esprimere sia l’omaggio di tutta
la Chiesa cattolica ad uno dei suoi ‘padri’ più grandi, sia la mia personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto nella mia vita di teologo e di pastore, ma direi prima ancora di uomo e di sacerdote”.

Gli scritti di Sant’Agostino, Vescovo di Ippona, vissuto dal 354 al 430, Dottore della Chiesa, hanno avuto una notevole influenza su Joseph Ratzinger, che nel 1953 ha scritto la sua tesi dottorale su questo filosofo e teologo.

“Davanti alla tomba di sant’Agostino, vorrei idealmente riconsegnare alla Chiesa e al mondo la mia prima Enciclica, che contiene proprio questo messaggio centrale del Vangelo: ‘Deus caritas est’, Dio è amore”.

Ecco “il messaggio che ancora oggi sant’Agostino ripete a tutta
la Chiesa”: “l’Amore è l’anima della vita della Chiesa e della sua azione pastorale”.

“Solo chi vive nell’esperienza personale dell’amore del Signore è in grado di esercitare il compito di guidare e accompagnare altri nel cammino della sequela di Cristo”.

“Alla scuola di sant’Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano”.

“Servire Cristo è anzitutto questione d’amore”, ha aggiunto. “
La Chiesa non è una semplice organizzazione di manifestazioni collettive né, all’opposto, la somma di individui che vivono una religiosità privata”.


La Chiesa è una comunità di persone che credono nel Dio di Gesù Cristo e si impegnano a vivere nel mondo il comandamento della carità che Egli ha lasciato”.

“E’ dunque una comunità in cui si è educati all’amore, e questa educazione avviene non malgrado, ma attraverso gli avvenimenti della vita”.

Il Papa ha concluso lanciando un appello a “perseguire la ‘misura alta’ della vita cristiana, che trova nella carità il vincolo della perfezione e che deve tradursi anche in uno stile di vita morale ispirato al Vangelo, inevitabilmente controcorrente rispetto ai criteri del mondo, ma da testimoniare sempre con stile umile, rispettoso e cordiale”.

Dopo il suo pellegrinaggio sui resti di Sant’Agostino, e dopo essersi congedato dalla Comunità degli Agostiniani, il Papa ha preso un elicottero para trasferirsi all’aeroporto di Milano-Linate per rientrare a Roma.

La terza visita pastorale di Benedetto XVI in Italia ha avuto come mete le città di Vigevano (dove ha celebrato
la Messa sabato pomeriggio) e Pavia (dove questa domenica ha avuto un intenso programma di incontri pubblici).

 

 

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