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IL MERAVIGLIOSO SENSO DELLA VISTA

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IL MERAVIGLIOSO SENSO DELLA VISTA

Se si osserva con attenzione il corpo umano non si può fare a meno di restare ammirati e stupefatti della perfezione dei suoi organi. Noi, in effetti, siamo un “prodigio”, un “miracolo” che cammina. Il capo, il cervello, gli occhi, l’orecchio interno ed esterno, il naso, la bocca… ma perfino le estremità, le mani, i piedi hanno un criterio di “progettazione” ed un funzionamento che lascia strabiliati per l’efficienza e la precisione con cui operano trasformando le intenzioni della nostra volontà in atti concreti. Per non parlare poi degli organi interni: intestini, cuore, fegato, milza, reni, pancreas, ghiandole endocrine e ghiandole esocrine…, i quali costituiscono un insieme di complessità enorme ed incalcolabile fondato sulla trasmissione di segnali nervosi, sull’emissione o ricezione di ormoni, di enzimi, di secrezioni che, senza neanche che ce ne accorgiamo, mantengono l’omeostasi cioè lo stato d’equilibrio del nostro organismo. All’occhio dello scienziato noi appariamo come “macchine” perfette, concepite e realizzate per interagire con l’ambiente della Terra.
L’uomo e la donna occupano veramente il vertice della Creazione perché non esiste un altro essere vivente neanche lontanamente paragonabile a loro. Il pensiero astratto, l’intelligenza, la creatività artistica, la scienza, la filosofia, la vita sociale, soprattutto la Conoscenza di Dio, la Fede e la Religione, il Libero Arbitrio lo rendono unico ed ineguagliato nel panorama così variegato della vita sul pianeta Terra.
Scendendo nei particolari, analizzando i dettagli della sua conformazione corporea si accentua e si accresce la sensazione di essere davanti ad un’“opera” magnifica che non può non provenire che dalle mani di un Creatore infinitamente sapiente e potente.
Prendiamo per esempio l’occhio e il senso della vista. Rapidissimo, mobilissimo, ultra utile, precisissimo riesce, tramite una complessa interazione nervosa con la corteccia visiva che è nel cervello, a misurare le distanze, a percepire i colori (le frequenze della luce), a posizionarci nello spazio, a riconoscere il volto e l’espressione di una persona tra le migliaia e migliaia che sono stipate nella nostra memoria, il tutto in una frazione di secondo! Come afferma il dottor Alessandro Verri, docente di Computer Science a Genova (vedi Focus n. 234, aprile 2012, pp. 22, 28): «Un computer può riconoscere una faccia, ma soltanto se gli vengono presentate fotografie della stessa persona molto simili… gli occhi e il cervello dell’uomo, lavorando in coppia, restano enormemente superiori a qualsiasi apparato meccanico o elettronico». E pensare che anche un bambino è capace di riconoscere l’identità di una persona da una caricatura, da un disegno satirico, da pochi tratti di pennello con una velocità e una facilità che destano impressione.
Che dire poi della capacità dell’occhio di trasmettere all’esterno lo stato d’animo e i sentimenti? Gli studiosi hanno osservato come se siamo impauriti o stiamo pensando intensamente ad una decisione da prendere rapidamente la pupilla si dilata. Viceversa se ascoltiamo una spiegazione complicata e abbiamo difficoltà a capirla, oppure se siamo disgustati dalla scena che osserviamo la pupilla si restringe. Pertanto questo delicatissimo organello situato all’interno dell’occhio non serve solo a “dosare” la quantità di luce che deve arrivare sulla retina per darci una corretta visione, ma “esprime” le emozioni che agitano il nostro animo: l’occhio è la finestra dell’anima. Dice bene Nostro Signore: «La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!» (Mt 6,22).
Dentro di noi la dimensione materiale, fisica, biologica non è separabile dalla dimensione spirituale che informa la parte corporea: sono interconnesse ed interagenti. Nessun altro organo più dell’occhio manifesta questa sinergia, questa fusione intima che c’è tra anima e corpo. Da un punto di vista meramente “meccanico” l’occhio si presenta come una specie di piccola “macchina fotografica” o, se volete, come una minuscola “telecamera”. O forse dovremmo dire più propriamente che l’homo tecnologicus con tutta la sua scienza non ha trovato un sistema ottico-meccanico o un modello più perfetto dell’occhio per realizzare le telecamere.
Ad ogni modo l’occhio funziona così: la luce, che è una radiazione elettromagnetica di una frequenza compresa tra i 564 (rosso) e i 420 (blu) nanometri, entra attraverso la parte anteriore dell’occhio che è trasparente: la cornea. La cornea è già di per sé una lente convessa che serve per mettere a fuoco le immagini. Dietro di essa è situato l’iride che è un delicatissimo “diaframma” costituito da tenuissime strutture muscolari capaci di farlo contrarre e distendere cosicché si stringe o si allarga il foro in esso praticato: la pupilla. Se una luce violenta colpisce l’occhio, un sistema automatico (sic!) immediatamente fa contrarre l’iride e riduce la pupilla ad un forellino di pochi millimetri in modo che non restino danneggiate le parti interne più delicate dell’occhio. Al contrario se siamo di notte o al buio, la pupilla si dilata per far entrare quanta più luce è possibile. Segue poi il cristallino che forse è la parte più sorprendente di quest’organo. È letteralmente una lente bi-convessa come quelle degli obiettivi fotografici, ma al contrario di questi che sono di vetro indeformabile, è morbida e flessibile al punto che può variare il suo spessore e così facendo mette a fuoco sulla retina le immagini osservate. Chi fa contrarre il cristallino? Un delicatissimo sistema muscolare situato dietro la “zonula ciliare” il quale, controllato da cellule nervose, realizza con tessuto biologico quel sistema sofisticato che noi chiamiamo autofocus per cui le immagini risultano sempre a fuoco. Che meraviglia! I raggi luminosi, penetrando attraverso il corpo vitreo raggiungono la retina dove si forma l’immagine capovolta del campo visivo. Tale immagine si “raddrizza” a livello della corteccia cerebrale nel senso che noi la percepiamo diritta solo quando è capovolta: in effetti sulla retina la scena osservata è doppiamente capovolta perché il nord è al posto del sud e la sinistra è al posto della destra. Nella retina, che si può paragonare alla vecchia pellicola fotografica o al moderno sensore CCD delle videocamere, il nervo ottico sfiocca, si allarga in formazioni dette “coni” e “bastoncelli”, i primi sensibili ai colori e i secondi al movimento. Il segnale “grezzo” costituito da impulsi elettrici viaggia dentro il nervo ottico, una specie di “cavo” formato da 1,1 milioni di nervi uniti insieme, verso il cervello in una zona ben precisa di questo: la corteccia visiva. A sua volta la corteccia visiva è suddivisa in tante “aree” ognuna specializzata a “catturare” particolari caratteristiche della scena presentata: ci sono neuroni che reagiscono in presenza di righe o oggetti allungati orizzontalmente, altri per quelli verticali, altri ancora che si attivano solo se c’è un movimento oppure una faccia di una persona e così via.
A questo punto la scienza si arresta e tutto diventa un mistero. Perché tutto questo lavorio e fermento di neuroni (le cellule del cervello), di segnali, di neurotrasmettitori, di sinapsi e quant’altro “diventa” la nostra coscienza? (Non la Coscienza nel senso spirituale ma la coscienza nel senso della nostra percezione di identità, del nostro io cosciente). In altri termini che rapporto c’è tra mente e cervello? Noi non siamo costituiti di solo corpo, noi abbiamo un’anima e in un modo attualmente inesplicabile l’anima interagisce, si affaccia alla “realtà” spazio-temporale attraverso il cervello. In conclusione il cervello è una specie di interfaccia, di “terminale”, una sorta di quadro di comando dal quale e sul quale l’anima riceve e trasmette informazioni con la realtà fenomenica-fisica.
Domanda finale: l’occhio con la sua meravigliosa struttura e funzionalità, e più in generale tutto l’essere umano, può essere frutto solo delle forze cieche del caso e degli eventi naturali o piuttosto ci appare come il prodotto di un sapientissimo progetto creativo divino? Alla luce di quanto abbiamo esposto ognuno di noi può tentare di dare una risposta a questa interessante domanda. Antonio Farina (Fonte: IL SETTIMANALE DI PADRE PIO)

« OGGI IL GRANDE INDIFESO È DIO »

http://www.zenit.org/article-30752?l=italian

« OGGI IL GRANDE INDIFESO È DIO »

L’intervento di Salvatore Martinez al Life Day

ROMA, lunedì, 21 maggio 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo di seguito il messaggio di Salvatore Martinez, presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo, al Life Day.
*****
Saluto con affetto il popolo della vita, che crede nella vita, che non rinunzia a vivere. Il Rinnovamento nello Spirito, da anni ormai, sente viva e necessaria questa collaborazione, perché se grande è la sfida che ci attende, ancor più grande sarà la nostra risposta se esperimenteremo il dono della comunione e dell’unità.
Le parole di un salmo ci permettono di dare alla tutela della vita un risvolto non sempre evidenziato: «Dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo» (Sal 127, 3).
Dunque sentiamo il dovere irrinunciabile di tutelare e promuovere il diritto imperscrutabile di Dio Padre e conseguentemente – non a prescindere – i diritti nativi degli uomini suoi figli. Il grande indifeso, oggi, è Dio, il Creatore, sempre più eclissato dalla storia.
L’aborto, l’eutanasia, sono sfide aperte a Dio e in fondo all’uomo stesso. Una sfida aperta al genere umano che finisce con il combattere se stesso, il proprio destino di felicità nel tentativo di eliminare Dio dalla storia e quindi dal grembo delle madri, di eclissare il divino dal cuore dell’uomo.
Un credente professa «che lo Spirito Santo è Signore e dà la vita» (Credo niceno costantinopolitano): da Lui provengono il bene grande dell’amore sponsale e familiare, il potere di dare la vita, la compassione e la fraternità cristiane di cui abbisogna la nostra umanità.
È sempre lo Spirito che, come i primi cristiani, ci spinge a rendere testimonianza del «Verbo della vita» (1Gv 1, 1), perché sia illuminata ogni tenebra di menzogna e di morte che attenta al vero bene dell’uomo secondo i voleri di Dio Creatore.
Il tempo che viviamo è sempre più pervaso da siccità di valori spirituali. Stiamo supinamente accettando che il regno del soggettivismo esasperato continui a produrre e a giustificare il moltiplicarsi di crudeltà. Sì, perché l’egoismo, il giustificare l’aborto come scelta d’amore (per risparmiare a se stessi e ai propri figli la fatica di essere uomini tra le prove della vita) è scuola di crudeltà!
Già il Concilio profetizzava che «legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità è riposto nelle mani di chi saprà trasmettere alle nuove generazioni “ragioni di vita e di speranza”» (Gaudium et Spes, n. 31).
Dunque, occorre insegnare alle nuove generazioni “l’arte di vivere”. Come ha ricordato più volte Benedetto XVI, ciò significa primariamente, oggi, la parola “evangelizzare”: educare a vivere. A vivere una vita buona, piena, felice. Altrimenti diventa insopportabile, per se stessi e per gli altri.
Lorena aveva 16 anni quando si suicidò nella metropolitana di Roma. Nel biglietto lasciato accanto al suo corpo si leggeva: “grazie papa, mamma. Mi avete dato tutto, ma non mi avete insegnato ad amare”.
A vivere s’impara soffrendo, facendo spazio nel nostro cuore alla consolazione divina.  È lo Spirito Santo che ci insegna, dal di dentro, come un “Maestro interiore”, che cosa significa vivere per amore.
S. Pietro ne fece esperienza. Non era stato capace di difendere la Vita; si era arreso alla menzogna non riconoscendo di essere un seguace di Gesù dinanzi ad una serva, per paura di fare anch’egli la stessa fine del Maestro.
Ma nel giorno di Pentecoste tutto cambiò per lui. Con l’effusione dello Spirito, con una nuova capacità d’amore che agiva dentro di lui, Pietro non avrà più paura e affronterà il popolo d’Israele gridando: “Avete ucciso l’autore della vita” (At 3, 15). Ora anche lui era pronto a dare la vita per amore.
La vita la si trova donandola e non impossessandosene. “La vita è bella” ci ha raccontato con maestria, in un film, Roberto Benigni. E se fosse “brutta”? Allora la sopprimo? La vita è semplicemente “originale”; un’originalità che discende dall’amore, dall’amare e dal sentirsi amati.
Vivere è la cosa più rara al mondo. “Voglio vivere e non vivacchiare” diceva il beato Piergiorgio Frassati ai suoi coetanei. Purtroppo, spesso l’uomo impara a vivere quando è troppo tardi. Per Thomas Elliot, “quindici minuti prima di morire l’uomo si dà contezza della propria vita”.
Quando una creatura viene al mondo, la prendiamo e la portiamo a noi con due mani. Idealmente, vorrei che considerassimo le nostre due mani entrambe utili per reggere con una la vita umana, con l’altra la vita divina; con una il nostro destino di uomini; con l’altra il destino di Dio tra gli uomini.
Non ci arrendiamo, allora. La profezia obbedisce allo Spirito di verità e lo Spirito di verità forgia i testimoni della vita. Continuiamo il nostro cammino e seminiamo speranza creatrice.

Publié dans:VITA (DIFESA DELLA) |on 21 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Giovanni Paolo II: Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata

dal sito:

http://www.zammerumaskil.com/liturgia/preghiere-e-poesie/ci-alzeremo-in-piedi-ogni-volta-che-la-vita-umana-viene-minacciata.html

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata

Giovanni Paolo II
 
Ci alzeremo in piedi ogni volta che
la vita umana viene minacciata…
Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita
viene attaccata prima della nascita
Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l’autorità
di distruggere la vita non nata…
Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso
o solo come un mezzo per soddisfare un’emozione
e grideremo che ogni bambino
è un dono unico e irripetibile di Dio…
Ci alzeremo quando l’istituzione del matrimonio
viene abbandonata all’egoismo umano…
e affermeremo l’indissolubilità del vincolo coniugale…
Ci alzeremo quando il valore della famiglia
è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche…
e riaffermeremo che la famiglia è necessaria
non solo per il bene dell’individuo
ma anche per quello della società…
Ci alzeremo quando la libertà
viene usata per dominare i deboli,
per dissipare le risorse naturali e l’energia
e per negare i bisogni fondamentali alle persone
e reclameremo giustizia…
Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti
vengono abbandonati in solitudine
e proclameremo che essi sono degni di amore,
di cura e di rispetto.

Perché il concepito è vero uomo fin dal primo istante (di Romano Guardini)

dal sito:

http://www.internetica.it/embrione-Guardini.htm

Perché il concepito è vero uomo fin dal primo istante

di Romano Guardini

La difesa della vita, in Guardini, coincide con la difesa dell’umanità dalla barbarie, appena sperimentata nella dittatura hitleriana, e il suo lucido ragionare mette in guardia da ripetere gli stessi errori, perché “le azioni sbagliate, anche se appaiono utili, alla fine conducono alla rovina”. Guardini confuta chi sostiene che l’aborto, la selezione degli embrioni e il loro uso a fini di ricerca sono libere decisioni individuali e non coercizione dello stato, come al tempo del nazismo. La sostanza, sostiene, è la stessa e uguale il pericolo di barbarie.
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Può dirsi essere umano il frutto che matura nel grembo materno? Che lo sia negli ultimi mesi del suo sviluppo è incontestabile, perché dire che lo diventa soltanto al momento in cui si stacca dal grembo materno sarebbe troppo ingenuo. La psicologia è in grado di avanzare, sulla strada dell’inconscio, persino nella vita psichica del nascituro, e la pedagogia parla di un’educazione prenatale.

Ma il frutto è forse un essere umano fin dal primo momento del suo sviluppo? Oppure lo diventa in un momento qualsiasi, che va determinato con esattezza, tra il concepimento e la nascita, di modo che, riguardo al nostro problema, risulterebbe veramente importante determinare in modo esatto tale momento, onde poter effettuare l’intervento [abortivo] senza scrupoli morali?

Si dice che nel primo periodo, ossia fino al centesimo giorno, l’embrione non sia ancora un vero e proprio essere autonomo, bensì una formazione del tutto appartenente all’organismo materno. Non appena si esamini senza pregiudizi questa dichiarazione, si vede subito che non è dettata necessariamente dall’oggetto medesimo, ma dall’esterno, da motivi che hanno a che fare con determinati interessi vitali. E si vede inoltre che si fonda su una concezione meccanicistica dell’essere vivente.

Che cosa si obietterebbe se qualcuno asserisse che un certo vegetale c’è come tale soltanto quando si manifesta chiaramente il carattere di albero? O se qualcuno asserisse che un animale, il cui sviluppo avviene fuori dall’organismo materno, ad esempio un pesce, è questo pesce soltanto quando ha squame e pinne e quant’altro ancora appartiene alla sua forma caratteristica? Si risponderebbe che si tratta di un’assurdità. Poiché il modo di esistere del vivente proviene da un inizio semplice, ossia dalla divisione di una cellula o dall’unione di due, passa attraverso una serie di trasformazioni fino al pieno svolgimento morfologico, per giungere poi attraverso le varie forme della stabilizzazione e del decadimento fino alla morte.

Questi singoli stadi però – e ciò è essenziale – non si susseguono l’uno dopo l’altro in una serie esteriore, ma formano un tutto, una forma [Gestalt] nel senso stretto del termine.

Ciò che chiamiamo organismo, da questo punto di vista, ha due forme per manifestarsi.

Una è sincronica, laddove le varie formazioni (a cominciare dalle molecole proteiche fino agli organi più complessi) si congiungono in una struttura complessiva, o, per meglio dire, ogni momento singolo si forma fin dall’inizio secondo la struttura complessiva: chiamiamo questa prima forma “forma strutturale” [Baugestalt].

Ma v’è anche l’altra forma, quella diacronica, laddove i vari stadi attraverso i quali è passato o deve ancora passare l’individuo (a cominciare dalla prima forma delle cellule originarie che si separano o delle cellule dei genitori che si uniscono, per passare per la piena maturità ed arrivare all’ultimo decadimento) portano a formare la struttura complessiva, o per meglio dire: ogni fase si coordina nel complessivo processo di sviluppo; chiamiamo questa seconda forma “forma in divenire” [Werdegestalt]. Questa forma in divenire è necessaria e caratteristica per l’essere vivente in questione, tanto quanto la forma strutturale, e non è possibile togliere né una fase a quella, né un membro a questa.

Da parte loro entrambe le forme, quella strutturale e quella in divenire, si coappartengono, vale a dire rappresentano entrambe appunto l’organismo, la prima nello spazio, l’altra nel tempo. In entrambi i casi si tratta di un’unità indivisibile, poiché ogni elemento è determinato dal tutto e viceversa il tutto ha necessità di ogni elemento. “L’albero” è quella figura che ha la sua presenza nello spazio, disposta in radici, tronco, rami, fogliame – ma è pure quella serie di fasi che vanno attuandosi nella successione temporale di seme, embrione, pianticella, albero adulto pienamente sviluppato. L’albero, in ogni fase sempre identico a se stesso, si attua interamente soltanto nella serie completa fino all’ultimo morire della radice.

Sostenere che l’essere da noi considerato incominci a esser se stesso solamente quando ha già percorso un certo numero di forme evolutive, sarebbe piatto meccanicismo, essendo posta in tal caso una somma di particelle in luogo di una totalità vivente. Chi in qualche modo ha compreso che cosa sia l’”organismo”, non può far a meno di dire che l’essere vivente in questione incomincia fin dalla divisione della prima cellula ovvero dall’unione delle due cellule dei procreatori.

E ciò vale anche per l’uomo. La curva della sua forma in divenire inizia con l’unione delle cellule dei genitori, culmina nella perfezione morfologica e giunge alla morte. Egli dunque è già essere umano fin dal concepimento – come lo è ancora all’ultimo momento del morire. Non è logicamente possibile pensare altrimenti.

Se poi si vorrà obiettare come i primi stadi dell’evoluzione possano comportare già l’importanza spirituale della dignità umana, si deve nuovamente rispondere: è materialismo porre un pensare secondo la quantità al posto di un pensare secondo la qualità. Poiché già le prime cellule possiedono infatti tutta la potenzialità strutturale della vita futura, esse contengono in potenza tutte le forme che si generano non solo durante lo sviluppo embrionale ma pure in quello che seguirà alla nascita, attraverso infanzia, età matura, decadimento. Affinché dalla quantità 2 risulti la quantità 5, bisogna aggiungervi la quantità 3, altrimenti rimane ancora 2. Ma affinché dal primo stadio dell’organismo si formino i seguenti stadi, non c’è bisogno di aggiunta alcuna, bensì di uno svolgimento; v’è già in potenza tutto ciò che verrà.

Una concezione meccanicistica non può rendersi conto dell’essere vivente, poiché lo vede come giustapposizione esteriore, come macchina. Inoltre tale concezione comporta un grande pericolo rispetto alla comprensione del valore: quello di essere improntata dalla quantità, sia in quanto massa, sia in quanto somma degli elementi formativi in atto. Chi pensa in tal modo, vedrà tanto meno l’uomo nell’embrione, quanto minore sarà la grandezza e meno differenziata l’organizzazione del relativo stadio evolutivo; e quindi si sentirà sempre meno impedito a intervenire nella vita embrionale.

Non dobbiamo inoltre dimenticare le altre conseguenze di una simile visione che, in termini generali, sostiene che l’essere-uomo non è un carattere essenziale, ma qualcosa che è dato in grado superiore o inferiore, e precisamente in quella misura in cui lo stadio di sviluppo preso in considerazione si avvicina all’optimum, alla situazione suprema di ricchezza formale e di energia vitale.

Viene così manifestandosi una graduatoria, non solo nelle evoluzioni embrionali che siamo andati finora esaminando, ma anche in altri punti del complesso vitale. La distanza dal punto ottimo può essere proiettata all’indietro, in direzione del principio, con questa conclusione: quanto più lo stadio dell’evoluzione embrionale è primitivo, tanto meno umano è il prodotto. Si può però proiettarla anche in avanti, per concludere: quanto più lo stadio dell’evoluzione autonoma dista dal culmine già raggiunto, ossia quanto più l’individuo è vecchio, tanto meno è ancora uomo. La distanza dall’optimum può inoltre manifestarsi mediante tutte quelle menomazioni che si chiamano malattia, debolezza, sventura, e allora si conclude: quanto più un individuo è malato, debole, sventurato, tanto meno può pretendere al carattere di vero essere umano.

Ma allora tutto dipende da come si fissa la scala esplicativa con cui ‘indicizzare’ l’eliminazione delle forme indebolite, non solo quelle embrionali, ma anche quelle postnatali.

E si deve nuovamente ricordare che teoria e prassi del non lontano passato sono giunte a questa conclusione anche effettivamente e con piena coscienza, ammettendo lo spaventoso concetto di una “vita priva di valore vitale”. Prime vittime furono i malati mentali e gli idioti, sarebbero seguiti gli incurabili – e, infatti, molti di essi vennero uccisi – e i vecchi e gli inabili al lavoro avrebbero chiuso la serie. Ma a questo punto la sfera dell’esistenza degna dell’uomo era definitivamente abbandonata, poiché una tale mentalità è barbarie nuda e cruda.

In verità concepimento e morte, ascesa e decadenza, infanzia e maturità, salute e malattia, appartengono a quel tutto che chiamiamo “uomo”. Sono elementi della totalità della sua esistenza [Gesamtdasein], che non è infatti soltanto natura, ma anche storia; che non possiede soltanto uno sviluppo, ma anche un destino; in cui si compiono non solo incremento e danneggiamento, ma anche conservazione e deperimento, vittoria e sconfitta, superamento ed espiazione. E la malattia sopportata con coraggio, la incapacità di rendimento dalla quale fioriscano bontà, saggezza, maturità sono assai più “valori vitali” di una salute che renda brutali e di una perizia tecnica che estrometta l’esistenza.

Chi pensa in maniera conseguente non può non concludere che l’uomo è realmente un vero uomo fin dal primo momento del suo sviluppo, ossia dall’unione delle cellule dei genitori, cosicché tutti gli stadi del suo divenire sono soggetti alle norme che valgono per l’uomo.

Sia lecito dirlo ancora più chiaramente: la maturità etica presente si rivela nel caso in cui qualcuno, spinto dal fatto che l’esteriore somiglianza dell’embrione con l’uomo diminuisce sempre più guardando all’indietro, o si senta indotto a non considerarlo come uomo, o invece protegga l’umanità ancora latente dell’embrione con vigilante coscienza.

Al forte è affidato l’indifeso, e nel fatto che l’uno usa la sua superiorità per proteggere l’altro, sta la differenza tra forza e prepotenza [Gewalttätigkeit]. Questo prendersi cura, laddove si tratta della vita in divenire, assume uno speciale carattere decisivo per tutta la vita umana. Perciò ci si commuove sempre per il sacrificio che la vera madre compie a favore di questo compito. Lo stesso compito adempie il padre quando protegge la madre e il bambino che in lei si forma. E così pure fa il medico, che sa vedere l’essere umano laddove l’occhio inesperto non lo riconosce ancora, e si fa quasi suo procuratore contro tutte le considerazioni utilitaristiche che lo sollecitano.

Con ciò è stato detto qualcosa che stabilisce il più profondo ethos del medico. Il maestro di pedagogia Hermann Nohl definì una volta l’educatore come quell’uomo che rappresenta il senso della gioventù di fronte alle pretese autoritarie della società – e quindi ovviamente anche di fronte ai suoi stessi impulsi istintivi. Per il medico si può dire qualcosa di simile: egli rappresenta il diritto dell’uomo malato di fronte alla brutalità dei sani. E così pure rappresenta il diritto dell’uomo in divenire di fronte all’egoismo degli adulti – anche all’egoismo che nasce in un caso di necessità.

Qui occorre quell’incorruttibilità che riposa su una chiara visione dell’essenza dell’uomo e dell’incondizionata obbligazione di tutelarne la dignità. Il medico conosce più di ogni altro il dolore e i casi urgenti della vita. Sa pure che il dolore e i casi urgenti degli uomini sono d’altra natura di quelli degli animali, poiché l’uomo è una persona inalienabile nella sua dignità spirituale, insostituibile nella sua responsabilità eterna. Al medico è affidata la situazione di malattia e di incompiutezza del singolo, non solo come fenomeno psicofisico o come utente della pubblica assistenza, ma in quanto contenuto della persona, del suo essere e della sua conservazione. Perciò non deve mai fare come se la persona non fosse; è piuttosto obbligato a proteggerla nell’ambito della sua competenza, anche contro la pressione dei motivi in sé buoni ma che debbono rimanere subordinati a ragioni superiori, prima di tutto all’inviolabilità della persona.

Publié dans:VITA (DIFESA DELLA) |on 10 novembre, 2010 |Pas de commentaires »

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