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1. Testimonianza e martirio nell’Antico Testamento

dal sito:

http://www.monasterodibose.it/content/view/2616/26/1/1/lang,fr/

Testimonianza e martirio nella Bibbia  

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1. Testimonianza e martirio nell’Antico Testamento

a) Martirio e profezia

Secondo la tradizione giudaica, confluita per es. nel testo apocrifo Vite dei profeti – composto all’epoca della fine del secondo tempio ma trasmesso dai cristiani –, la sorte dei profeti autentici è quella di essere perseguitati. In particolare, il martirio e la morte violenta sono il sigillo per eccellenza della missione profetica, il culmine della testimonianza resa a Dio di fronte all’idolatria dominante e alla disobbedienza degli uomini alla sua volontà. È con questa consapevolezza che, nella liturgia espiatrice celebrata al ritorno dall’esilio, i leviti confessano che «[i nostri padri] si sono ribellati contro di te, o Dio, si sono gettati la Torah dietro le spalle, hanno ucciso i tuoi profeti che li ammonivano per farli tornare a te e ti hanno insultato gravemente» (Ne 9,26). Gesù stesso si porrà nelle parole e nei fatti in questo solco; e Stefano nel lungo discorso che precede la sua lapidazione chiede ai suoi aguzzini: «Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?» (At 7,52).
Questa lunga storia si apre con Mosè, «servo del Signore» (Dt 34,5) duramente contestato e messo alla prova in vari modi dai figli di Israele durante il cammino nel deserto (cf. Es 17,1-7, ecc.). In una tradizione ripresa da Osea vi sono due versetti che, pur essendo di interpretazione molto incerta, sembrano testimoniare le sofferenze fino al sangue inflitte al grande profeta. Ve ne fornisco una traduzione letterale:
Per mezzo di un profeta il Signore fece uscire Israele dall’Egitto e per mezzo di un profeta lo custodì. Ma [Efraim] lo provocò fino all’amarezza: perciò il suo sangue ricadrà su di lui e il suo obbrobrio gli renderà il suo Signore (Os 12,14-15).
Ma il martirio dei profeti è attestato con certezza già da Elia, a metà del ix secolo a.C. Mentre fugge dalla persecuzione della regina Gezabele verso la montagna di Dio, l’Oreb-Sinai, al Signore che gli chiede: «Che fai qui, Elia?», egli risponde: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio dell’universo, poiché i figli di Israele hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita» (1Re 19,9-10.13-14). La «colpa» dei profeti è quella di opporsi al potere idolatrico, fonte di oppressione economica e sociale per i poveri: è attraverso la loro difesa della giustizia che essi testimoniano la sovranità assoluta di JHWH e confessano la loro fede in lui fino al dono della vita.
Si potrebbero citare altri esempi di profeti perseguitati fino al martirio, tra cui spiccano quello di Uria (cf. Ger 26,20-23) e quello di Zaccaria, ricordato anche da Gesù (cf. 2Cr 24,17-22; Mt 23,35; Lc 11,51). Ma io vorrei soffermarmi solo sul caso paradigmatico di Geremia, vissuto a cavallo tra il vii e il vi secolo a.C. Tutto il suo ministero profetico può essere letto come un’ininterrotta passione, che nasce dal contrasto tra il suo annunciare la parola di Dio – la quale «è per lui causa di vergogna e di scherno tutto il giorno» (cf. Ger 20,8) – e il suo essere perseguitato dalle autorità religiose legittime (cf. Ger 18,18), al punto che egli si sente «come un agnello mansueto condotto al macello» (Ger 11,18). Il sacerdote Pascur lo fa fustigare e mettere in prigione (cf. Ger 20,2) e, in seguito alla sua profezia sul tempio, Geremia viene arrestato e riceve una sentenza di morte, sventata all’ultimo momento (cf. Ger 26).
Come già aveva fatto Zaccaria in punto di morte (cf. 2Cr 24,22), anche Geremia chiede a Dio di vendicarlo (cf. Ger 15,15). Dio però non interviene contro i suoi nemici, lascia che il profeta scenda allo she’ol della disperazione, lo mette a confronto con i falsi profeti senza che appaia con chiarezza l’autenticità della sua testimonianza: Geremia vedrà bruciare il rotolo su cui sono scritte le sue parole (cf. Ger 36,l-26), finirà in una cisterna fangosa rischiando la morte (cf. Ger 38,1-12) e sarà trascinato in Egitto, solidale col peccato del suo popolo (cf. Ger 43,1-7). Nei momenti tragici dell’esistenza di quest’uomo, Dio sembra abbandonarlo e rifiutargli la sua testimonianza; eppure Geremia dà sempre la sua testimonianza a Dio, gli rimane fedele fino alla morte fuori della terra santa. Una morte che, secondo la rilettura della tradizione giudaica, è un vero e proprio martirio: «Geremia morì a Tafni, in Egitto, lapidato dal popolo» (Vite dei profeti 2).
b) Il Servo del Signore
All’interno del nostro itinerario un posto particolare spetta alla misteriosa figura dell’‘eved Adonaj, il Servo del Signore descritto dal Deutero-Isaia a metà del vi secolo a.C., nei cosiddetti quattro «Canti del Servo» (cf. Is 42,1-9; 49,1-7; 50,4-11; 52,13-53,12). Si tratta di testi estremamente ricchi e complessi, che hanno ricevuto lungo i secoli numerose interpretazioni. Tra di esse si segnalano quella messianica individuale, già presente nel giudaismo e poi attestata con continuità dalla tradizione cristiana, e quella collettiva che vede nel Servo il popolo di Israele, inteso come personalità corporativa (cf. Is 49,3).
In quest’ultima ottica, all’interno di una sorta di processo istruito davanti ai gojim, il popolo esiliato e osteggiato è reso testimone dal Signore stesso. Per tre volte l’oracolo del Signore risuona con forza: «Voi siete i miei testimoni!» (‘edaj [mártyres secondo i lxx]: Is 43,10.12; 44,8). La testimonianza essenziale resa da Israele a Dio è quella della perseveranza pur in una situazione di estrema sofferenza. Nella sua apparente passività il popolo resta «il servo che Dio si è scelto» (cf. Is 43,10) e, in tal modo, fornisce una testimonianza pubblica attraverso la sua fede che resta salda anche in mezzo alle persecuzioni.
Ma i canti del Servo descrivono anche un profeta individuale. Ripieno dello Spirito di Dio, egli è investito della missione di «manifestare alle genti il mishpat» (Is 42,1), «giudizio radicale in nome dell’unico amore di Dio, e perciò giudizio di salvezza per tutti gli uomini» (Alberto Mello). La sua missione sembra però segnata soltanto dall’insuccesso: profeta respinto a causa della testimonianza resa alla parola di Dio, egli subisce ingiurie e persecuzioni; tuttavia continua a confidare in Dio e si dichiara disposto a testimoniare in tribunale davanti ai nemici (cf. Is 50,4-9). Nel quarto canto l’oltraggio riservato al Servo giunge al culmine, facendone «l’uomo dei dolori, familiare col patire» (Is 53,3), condannato a subire un’ingiusta morte violenta e una sepoltura tra gli empi (cf. Is 53,8-9). Come agnello afono l’‘eved Adonaj è condotto al macello (cf. Is 53,7), eppure la sua morte appare come un vero sacrificio di espiazione che permette la realizzazione del disegno di Dio. Proprio a causa della sua fine ignominiosa, infatti, egli vedrà la luce, sarà un segno per le moltitudini (rabbim), sarà fonte di giustificazione grazie alla sua intercessione per i peccatori (cf. Is 53,11-12).
Nella vicenda di questo martire anonimo c’è la testimonianza pubblica di fronte ai poteri mondani, la morte volontariamente accettata, il valore espiatorio del sacrificio e la conseguente benedizione che ricade su tutti gli uomini, tra cui vanno annoverati i suoi carnefici. Essi alla sua vista non possono non riconoscere: «Era trafitto dai nostri peccati, spezzato per le nostre iniquità … Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5). Ecco l’assoluta unicità del Servo: egli, non imputando il peccato alle moltitudini ma prendendo su di sé la loro violenza, pone fine alla violenza; la colpa dei carnefici ricade sul Servo, il quale assume l’ingiustizia di cui è stato vittima e si interpone quale arbitro tra Dio e i peccatori, per chiedere a Dio misericordia e trasmettere il perdono alle moltitudini.
Come emerge da molti passi dei vangeli, Gesù deve aver pensato la propria vocazione più profonda alla luce di questa figura del Servo, assumendola come forma della propria vita, fino a interpretare attraverso di essa la propria fine. Non ha forse detto ai suoi discepoli poco prima di essere arrestato: «Deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra i malfattori” (Is 53,12)» (Lc 22,37)? Di conseguenza, la figura del Servo diventerà un riferimento imprescindibile in ogni riflessione cristiana sul martirio.
c) Il martirio dei Maccabei
Se facciamo un salto cronologico agli inizi del ii secolo a.C., l’epoca della persecuzione ellenistica, incontriamo il martirio affrontato per amore di Dio e della sua Legge da parte di alcuni fedeli (chassidim) e di alcuni sapienti (maskilim). La loro testimonianza, narrata dai libri di Maccabei e riletta teologicamente da Daniele, assumerà un valore esemplare per i cristiani oppressi dall’impero romano: non a caso i martiri Maccabei furono ben presto inseriti nei martirologi cristiani e la loro tomba ad Antiochia fu occupata dai cristiani che volevano onorarne la memoria.
Antioco iv Epifane (175-164 a.C.), re della dinastia dei Seleucidi, scatenò un’aspra persecuzione contro i fedeli alla Torah che si opponevano all’introduzione dei costumi pagani e dell’idolatria in Israele. L’abolizione della Torah, la sostituzione della festa delle Capanne con i Baccanali e infine l’introduzione del culto di Zeus nel tempio – evento definito «abominio della desolazione» (Dn 9,27; cf. 1Mac 1,54) – trovarono una fiera opposizione guidata dalla famiglia di stirpe sacerdotale dei Maccabei. Deprivata dei suoi elementi nazionalistici e dei suoi tratti di «guerra santa», visibili soprattutto nella figura di Giuda Maccabeo, questa opposizione rivela caratteristiche paradigmatiche per la prassi del martirio, come si evince da alcuni passi dei libri di Maccabei. Ai nemici che li attaccano in giorno di sabato
essi non risposero, né lanciarono pietra, né ostruirono i nascondigli, dichiarando: «Moriamo tutti nella nostra innocenza. Ci sono testimoni il cielo e la terra che ci fate morire ingiustamente». Così quelli si lanciarono contro di loro in battaglia ed essi morirono con le mogli, i figli e il bestiame, in numero di circa mille persone (1Mac 2,36-38).
Anche lo scriba Eleazaro si avvia prontamente al supplizio, dicendo sotto i colpi: «Il Signore sa bene che, potendo sfuggire alla morte, soffro nel corpo atroci dolori sotto i flagelli, ma nell’anima sopporto volentieri tutto questo per il timore di lui» (2Mac 6,30-31). Ma la testimonianza più impressionante e destinata a godere di un’enorme fortuna è quella dei sette fratelli e della loro madre, pronti a morire piuttosto che rinnegare la Torah (cf. 2Mac 7). Mentre vengono torturati uno a uno, attestano alla presenza del re che Dio darà loro consolazione, risuscitandoli a vita nuova ed eterna; che è bello morire a causa degli uomini per attendere da Dio il compimento della speranza di essere da lui resuscitati. Essi sacrificano la propria vita con parrhesia e piena fede nel Dio unico, che confessano come loro vendicatore.
Il senso della testimonianza di questi credenti è ben compreso da Daniele il quale, retroproiettando all’epoca del regno babilonese i fatti storici del suo tempo, assimila i martiri Maccabei ai tre giovani gettati nella fornace ardente da Nabucodonosor (cf. Dn 3,8-97); al contrario, giudica la rivolta armata come un tentativo fatto da mani d’uomo, «un piccolo aiuto» (Dn 11,34), incapace di fermare la persecuzione perché poco fiducioso nel vero aiuto, quello di Dio (cf. Dan 2,34; 8,25). Egli riconosce come testimoni di Dio «quei sapienti (maskilim) che ammaestreranno le moltitudini, ma cadranno di spada, saranno dati alle fiamme, condotti in schiavitù e oppressi per molti giorni … Alcuni di essi cadranno perché tra di loro ve ne siano di quelli purificati, lavati, resi candidi fino al tempo della fine» (Dan 11,33.35). La loro speranza indefettibile è quella della resurrezione: per questo Daniele può affermare che «risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come stelle per sempre» (Dan 12,3).
Questi ultimi elementi sono ormai molto prossimi alla concezione cristiana del martirio. Potremmo dire che manca una sola cosa, quella essenziale: l’evento e la persona di Gesù Cristo, causa di vita e di morte per i suoi discepoli. Ma prima di passare alla seconda parte della mia riflessione vorrei leggere un ultimo brano, tratto dal libro della Sapienza, composto alle soglie dell’era cristiana. L’autore, paragonando la sorte dei giusti e quella degli empi, scrive parole che costituiscono un trait d’union ideale con quanto seguirà:
I giusti che muoiono sono nella mano di Dio, nessun tormento può colpirli: agli occhi degli stolti sono ritenuti dei morti, la loro scomparsa giudicata una disgrazia, ma essi sono nella pace per sempre. Se agli uomini sono sembrati tribolati, essi hanno sperato in una vita senza fine: dopo una breve sofferenza ricevono una grande ricompensa … Nel giorno della visita del Signore risplenderanno, brilleranno come scintille di fuoco, giudicheranno le genti, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro (Sap 3,1-5.7-8
).

FRANÇOIS XAVIER NGUYEN VAN THUAN: CINQUE PANI E DUE PESCI

dal sito: 

http://www.atma-o-jibon.org/italiano3/piccoli_grandi_libri.htm

FRANÇOIS XAVIER NGUYEN VAN THUAN 

CINQUE PANI E DUE PESCI 

TERZO PANE: 

UN PUNTO FERMO, LA PREGHIERA 

« Sappiate riascoltare,
nel silenzio della preghiera,
la risposta di Gesù:
« Venite e vedrete » »

(Giovanni Paolo II, Messaggio per la XII giornata mondiale della Gioventù, 1997, n. 2) 

Dopo la mia liberazione, molte persone mi hanno detto: «Padre, lei ha avuto molto tempo per pregare, in prigione ». Non è così semplice come potreste pensare. Il Signore mi ha permesso di sperimentare tutta la mia debolezza, la mia fragilità fisica e mentale. Il tempo passa lentamente in prigione, particolarmente durante l’isolamento. Immaginate una settimana, un mese, due mesi di silenzio… Sono terribilmente lunghi, ma quando si trasformano in anni, diventano un’ eternità. Un proverbio vietnamita dice: « Un giorno in prigione è come mille autunni fuori ». Vi sono giorni in cui, stremato dalla stanchezza, dalla malattia, non arrivo a recitare una preghiera! 

Mi viene alla memoria una storia, quella del vecchio Jim. Ogni giorno, alle 12, Jim entrava in chiesa, per non più di due minuti, poi usciva. Il sacrestano era molto curioso e un giorno fermò Jim e gli domandò:
- Perché vieni qui ogni giorno?
- Vengo per pregare.
- Impossibile! Quale preghiera puoi dire in due minuti?
- Sono un vecchio ignorante, prego Dio a mio modo.
- Ma che cosa dici?
- Dico: Gesù, eccomi, sono Jim. E me ne vado.
Passano gli anni. Jim, sempre più vecchio, malato, entra in ospedale, nel reparto dei poveri. In seguito, sembra che Jim stia per morire, e il prete e la religiosa infermiera stanno vicino al suo letto.
- Jim, dicci: perché, da quando sei entrato in questo reparto, tutto è cambiato in meglio, e la gente è diventata più contenta, felice e amichevole?
- Non lo so. Quando posso camminare, giro di qua e di là, visitando tutti, li saluto, chiacchiero un po’; quando sono a letto, chiamo tutti, li faccio ridere tutti, li rendo tutti felici. Con Jim, sono sempre felici.
- Ma tu, perché sei felice?
- Voi, quando ricevete una visita ogni giorno, non siete felici?
- Certo. Ma chi viene a visitarti? Non abbiamo mai visto nessuno.
- Quando sono entrato in questo reparto, vi ho chiesto due sedie: una per voi, una riservata per il mio ospite, non vedete?
- chi è il tuo ospite?
- È Gesù. Prima andavo in chiesa a visitarlo, adesso non posso più; allora, alle 12, Gesù viene.
- E che cosa ti dice Gesù?
- Dice: Jim, eccomi, sono Gesù!…
Prima di morire, lo vediamo sorridere e fare un gesto con la mano verso la sedia vicina al suo letto, invitando qualcuno a sedere. Sorride di nuovo e chiude gli occhi. 

Quando le forze mi mancano e non riesco neanche a recitare le mie preghiere, ripeto: « Gesù, eccomi, sono Francesco ». Vengono gioia e consolazione, ed esperimento che Gesù risponde: «Francesco, eccomi, sono Gesù ». 

Voi mi domandate: quali sono le tue preghiere preferite?
Sinceramente, amo molto le preghiere brevi e semplici del Vangelo:
«Non hanno più vino! » (Gv 2,3).
«Magnificat…» (Lc 1,46-55).
«Padre, perdona loro… » (Lc 23,34).
«In manus tuas…» (Lc 23,46).
«Ut sint unum… Tu in me…» (Gv 17,21).
«Miserere mei peccatoris»
(Lc 18,13).
«Ricordati di me quando sarai in paradiso» (Lc 23,42-43). 

In carcere non ho potuto portare con me la Bibbia; allora ho raccolto tutti i pezzetti di carta che ho trovato e mi sono fatto una minuscola agenda, in cui ho riportato più di 300 frasi del Vangelo; questo Vangelo ricostruito e ritrovato è stato il mio vademecum quotidiano, il mio scrigno prezioso da cui attingere forza e alimento mediante la lectio. divina.
Amo pregare con l’intera parola di Dio, con le preghiere liturgiche, i salmi, i cantici. Amo molto il canto gregoriano, che ricordo a memoria in gran parte. Grazie alla formazione in seminario, questi canti liturgici sono entrati profondamente nel mio cuore! Poi, le preghiere nella mia lingua nativa, che tutta la famiglia prega ogni sera nella cappella familiare, così commoventi, che ricordano la prima infanzia. Soprattutto le tre Ave Maria e il Memorare che mia mamma mi ha insegnato a recitare mattina e sera. 

Come ho detto, sono stato 9 anni in isolamento, cioè solo con due guardie. Per evitare le malattie dovute all’immobilità, come l’artrosi, camminavo tutto il giorno facendo massaggi, esercizi fisici ecc., pregando con canti come Miserere, Te Deum, Veni Creator e l’inno dei martiri Sanctorum meritis. Questi canti della Chiesa, ispirati alla parola di Dio, mi comunicano un grande coraggio per seguire Gesù. Per apprezzare queste bellissime preghiere, è stato necessario sperimentare l’oscurità del carcere e prendere coscienza del fatto che le nostre sofferenze sono offerte per la fedeltà alla Chiesa. Questa unità con Gesù, nella comunione con il Santo Padre e tutta la Chiesa, la sento in modo irresistibile quando ripeto, durante la giornata: «Per ipsum et cum ipso et in ipso… ».
Mi viene in mente una semplicissima preghiera di un comunista, è vero, che prima era una spia, ma che dopo è diventato mio amico. Prima della sua liberazione mi ha promesso: «La mia casa dista 3 km dal santuario della Madonna di Lavang. Ci andrò per pregare per lei ». Credo alla sua amicizia, ma dubito che un comunista vada a pregare la Madonna. Ecco, un giorno, forse 6 anni dopo, mentre ero in isolamento, ho ricevuto una sua lettera! Scriveva: «Caro amico, ti avevo promesso di andare a pregare la Madonna di Lavang per te. Lo faccio ogni domenica, se non piove. Prendo la mia bicicletta quando sento suonare la campanella. La basilica è interamente distrutta dal bombardamento, allora vado al monumento dell’apparizione, che rimane ancora intatto. Prego per te così: Madonna, non sono cristiano, non conosco le preghiere, ti domando di dare al signor Thuan ciò che lui desidera ». Sono commosso fino nel profondo del mio cuore; certamente la Madonna lo esaudirà.
Nel Vangelo che stiamo meditando, prima di compiere il miracolo, prima di nutrire la gente affamata, Gesù ha pregato. Gesù vuole insegnarmi: prima del lavoro pastorale, sociale, caritativo, bisogna pregare.
Giovanni Paolo II vi dice: «Conversate con Gesù nella preghiera e nell’ ascolto della Parola; gustate la gioia della riconciliazione nel sacramento della penitenza; ricevete il Corpo e il Sangue di Cristo nell’ eucaristia… Scoprite la verità su di voi stessi, l’unità interiore e troverete il « Tu » che guarisce dalle angosce, dagli incubi, da quel soggettivismo selvaggio che non dà la pace» (Messaggio per la XII giornata mondiale della Gioventù, 1997, n. 3). 

Preghiera 

BREVI PREGHIERE EVANGELICHE 

Penso, Signore, che Tu mi hai donato
un modello di preghiera.
A dire il vero, non ne
hai lasciato che uno solo: il Padre nostro.
E breve, conciso
e denso. 

La tua vita, Signore, è una preghiera,
sincera
e
semplice,
rivolta al Padre.
È
accaduto che la tua preghiera fosse lunga,
senza formule fatte,
come la preghiera sacerdotale
dopo la Cena:
ardente
e spontanea. 

Ma abitualmente, Gesù, la Vergine, gli apostoli usano preghiere brevi, ma molto belle che essi associano alla loro vita quotidiana. lo che sono debole e tiepido, amo queste brevi preghiere davanti al Tabernacolo, alla scrivania, per strada, solo. Più le ripeto, più ne sono penetrato. Sono vicino a Te, Signore. 

Padre perdona loro,
perché
non sanno quello che fanno. 

Padre, che siano una cosa sola. 

Sono la serva del Signore. 

Non hanno vino. 

Ecco tuo figlio, ecco tua madre! 

Ricordati di me, quando sarai nel tuo Regno. 

Signore, cosa vuoi che faccia? 

Signore, Tu sai tutto, Tu sai che Ti amo. 

Signore, abbi pietà di me, povero peccatore. 

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 

Tutte queste brevi preghiere, legate l’una all’altra, formano una vita di preghiera. Come una catena di gesti discreti, di sguardi, di parole intime formano una vita d’amore. Esse ci conservano in un ambiente di preghiera senza distoglierei dal compito presente, ma aiutandoci a santificare ogni cosa. 

Nell’isolamento
a Hanoi (Nord Viet Nam),
25 marzo 1987,
Festa dell’ Annunciazione  

 

Publié dans:testimoni, testimonianze |on 12 février, 2008 |Pas de commentaires »

Addio a don Oreste Benzi

dal sito:

http://qn.quotidiano.net/2007/11/03/45061-addio_oreste_benzi.shtml

Addio a don Oreste Benzi
Il Papa: « Una vita per gli ultimi »
 

Il presidente e fondatore della Comunita’ Papa Giovanni XXIII è deceduto in seguito ad un attacco cardiaco nella sua abitazione di Rimini, aveva 82 anni. Aperta la camera aredente, lunedì il funerale in Duomo. Si è sempre battuto per la difesa degli emarginati e delle prostitute 

Rimini, 2 novembre 2007 – Don Oreste Benzi, sacerdote fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, è morto questa notte per un attacco cardiaco. Il prelato aveva 82 anni. In base a quanto comunicato dalla segreteria della sua Comunità, don Benzi è deceduto intorno alle 2 presso la parrocchia della Resurrezione di Rimini. I funerali sono previsti per lunedì 5 novembre nel Duomo di Rimini, dalle 12 di oggi sarà allestita la camera ardente presso la parrocchia della Resurrezione. 

  

Nato il 7 settembre 1925 a San Clemente in provincia di Forlì, don Benzi è entrato in seminario nel 1937 ed è stato ordinato sacerdote nel 1949. A lungo impegnato con i giovani, cui propone « un incontro simpatico con Cristo », nel 1972 ha guidato l’apertura della prima Casa Famiglia dell’Associazione Papa Giovanni XXIII a Coriano (Forlì). 

  

Nell’ottobre 1950, come spiega il sito della sua Comunità, don Benzi viene chiamato in seminario a Rimini quale insegnante e quindi è nominato vice assistente della Gioventù Cattolica di Rimini (ne sarà poi Assistente nel 1952). E’ in questo periodo che matura in lui la convinzione dell’importanza di essere presenti ai giovani adolescenti nei quali si formano i metri di misura definitivi dei valori di vita. 

  

Riteneva fondamentale, infatti, realizzare una serie di attività che favorissero un « incontro simpatico con Cristo » per coinvolgere la maggior parte di teenager che venivano ad avere incontri decisivi per la loro formazione con tutti ad eccezione di Cristo. In questo progetto rientra anche la costruzione di una casa alpina ad Alba di Canazei (TN) per soggiorni di adolescenti, realizzata dal 1958 al 1961. 

  

Mantenendo l’impegno fra gli adolescenti, nel 1953 don Benzi è nominato direttore spirituale nel seminario di Rimini per i giovani tra i 12 e i 17 anni. Attraverso tale compito (protrattosi fino al 1969) ha potuto approfondire più intensamente la conoscenza dell’animo giovanile. Nel frattempo, dal 1953, oltre al seminario, insegnava religione alla scuola Agraria « S. Giovanni Bosco » di Rimini, frequentata dagli adolescenti nei primi tre anni dopo le elementari. Nel 1959, continuando l’ufficio di padre spirituale in seminario e la presenza fra gli adolescenti in Diocesi, viene trasferito al Liceo Classico « Giulio Cesare » di Rimini, poi nel 1963 al Liceo Scientifico « Serpieri » di Rimini, ed infine nel 1969 al Liceo Scientifico « Volta » di Riccione. Tale esperienza, spiegano dalla Comunità, gli ha permesso di portare numerose attuazioni sul piano educativo tendenti a migliorare l’insegnamento di religione nella scuola, con il coinvolgimento dei giovani nella propria vita e nella presenza ai più poveri. 

  

Nel 1968, con questo gruppetto di giovani e con alcuni altri sacerdoti dà vita all’Associazione Papa Giovanni XXIII. Dall’incontro con persone che nella vita non riuscirebbero a cavarsela da sole e grazie alla disponibilità a tempo pieno di alcuni giovani, Don Oreste Benzi guida l’apertura della prima Casa Famiglia dell’Associazione Papa Giovanni XXIII a Coriano (FO) il 3 luglio 1972. Nel 1983 l’associazione di don Benzi ottiene il riconoscimento di « aggregazione ecclesiale » da parte del vescovo della Diocesi di Rimini Mons. Giovanni Locatelli. Il 7 ottobre 1998 l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII è riconosciuta come « Associazione Internazionale Privata di Fedeli di Diritto Pontificio » riconosciuta dal Pontificio Dicastero dei Laici. 

  

Da oltre trent’anni la Comunità Papa Giovanni XXIII opera nel mondo dell’emarginazione in Italia e all’estero . E’ presente in: Albania, Australia, Bangladesh, Bolivia, Brasile, Cile, Cina, Croazia, India, Italia, Kenya, Romania, Russia, Tanzania, Venezuela e Zambia. La vocazione specifica della Comunità è riassunta così: « Mossi dallo Spirito a seguire Gesù povero e servo, i membri della Comunità Papa Giovanni XXIII, per vocazione specifica, si impegnano a condividere direttamente la vita degli ultimi mettendo la propria vita con la loro vita, facendosi carico della loro situazione, mettendo la propria spalla sotto la loro croce, accettando di farsi liberare dal signore attraverso loro. L’amore ai fratelli poveri di cui si condivide la vita deve spingersi fino a cercare di togliere le cause che provocano il bisogno e quindi porta la Comunità ad impegnarsi seriamente nel sociale, con un’azione non violenta, per un mondo più giusto ed essere voce di chi non ha voce ». 

  

GLI ULTIMI MOMENTI DI VITA 

  

« È stato sorridente fino alle fine, ci ha lasciato col sorriso ». Così Giampiero Cofano, della segreteria dell’Associazione Giovanni XXIII, racconta la morte di Don Benzi, avvenuta nella notte. « Due giorni fa aveva avuto un dolore al cuore, all’aeroporto di Fiumicino, dopo un incontro con rappresentanti dei ministeri della Solidarietà sociale e della Salute. È stato subito assistito dai medici ma ha voluto comunque continuare il viaggio – riferisce Cofano – La notte è andato in discoteca, con il vescovo di San Marino, a parlare ai giovani. Ieri si era sottoposto a dei controlli e questa mattina avrebbe dovuto fare un intervento di angioplastica ». Invece, all’1,30 di notte, l’attacco cardiaco: Don Benzi era in camera sua ed ha chiamato un altro sacerdote. 

  

Tempestivo l’intervento dei medici del 118 che per 40-50 minuti hanno tentato di salvarlo. Ma il cuore non ha retto e intorno alle 2,20 è spirato. « Era consapevole, ha detto ‘muoio, muoiò », prosegue Cofano. Secondo i medici da tempo doveva sopportare dolori fortissimi, ma non si lamentava mai e continuava la sua vita di viaggi incessanti in tutto il mondo, nelle 500 case-famiglia dell’Associazione presenti in 27 paesi (di cui 200 in Italia). 

  

Da pochi giorni era tornato dal Cile e prossimamente doveva recarsi in Croazia e in Bolivia. « Faceva 25-30 viaggi intercontinentali l’anno. Non si è mai voluto fermare. Diceva di sè: « Sono una dinamo, se mi spengo mi fermo ».
Alla parrocchia della Resurrezione, di cui Don Benzi è stato parroco per 25 anni, sono attese centinaia di persone per la camera ardente allestita dalle ore 12: ma molte migliaia di fedeli e amici accorreranno per il funerale, lunedì nel Duomo di Rimini. 

  

IL TELEGRAMMA DEL PAPA 

Un  »infaticabile apostolo della carita’ a favore degli ultimi e degli indifesi », capace di farsi carico  »di tanti gravi problemi sociali che affliggono il mondo contemporaneo ». Cosi’ papa Benedetto XVI ricorda la figura di don Oreste Benzi in un telegramma di cordoglio, a firma del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, inviato al vescovo di Rimini monsignor Francesco Lambiasi. 

Publié dans:testimoni |on 3 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

Il Papa: «Van Thuân, uomo della speranza»

dal sito on line del giornale « Avvenire »:

TESTIMONI DELLA FEDE 

Il Papa: «Van Thuân, uomo della speranza» 

Nell’udienza al dicastero Giustizia e pace il vivo ricordo del cardinale vietnamita
Presto la causa di beatificazione 

Di Matteo Liut  

Il cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân era «un uomo di speranza, che viveva di speranza e la diffondeva tra tutti coloro che incontrava». È un ritratto vivo quello dedicato da Benedetto XVI al porporato vietnamita, di cui lo stesso Pontefice conserva «non pochi personali ricordi degli incontri avuti durante gli anni del servizio nella Curia romana». Anche in vista dell’apertura della causa di beatificazione, ieri mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, Ratzinger ha ripercorso i tratti salienti della personalità e della storia del cardinale cui Giovanni Paolo II aveva affidato la guida del Pontificio Consiglio «Giustizia e pace». Un discorso tenuto davanti agli officiali e ai collaboratori del dicastero, oggi guidato dal cardinale Renato Raffaele Martino, che ieri ha preso parte all’udienza assieme al vescovo monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario dello stesso dicastero. All’incontro erano presenti, oltre ai parenti e agli amici del porporato vietnamita scomparso il 16 settembre 2002, anche i membri della Fondazione San Matteo, istituita in memoria di Van Thuân, e quelli dell’Osservatorio internazionale cardinale Van Thuân per la Dottrina sociale della Chiesa.
Ieri, nelle parole del Papa, anche il ricordo della «luminosa testimonianza di fede» del cardinale: «Come dimenticare gli spiccati tratti della sua semplice e immediata cordialità? Come non porre in luce la capacità che egli aveva di dialogare e di farsi prossimo di tutti?». Un ricordo vissuto nella commozione, ha detto il Papa, «mentre tornano in mente le grandi visioni, colme di speranza, che lo animavano». Ma anche «il suo fervoroso impegno per la diffusione della Dottrina sociale della Chiesa tra i poveri del mondo, l’anelito per l’evangelizzazione nel suo Continente, l’Asia, la capacità che aveva di coordinare le attività di carità e di promozione umana che promuoveva e sosteneva nei posti più reconditi della terra».
«La speranza lo sostenne come ve scovo isolato per 13 anni dalla sua comunità diocesana», ha notato ancora Ratzinger riferendosi alla lunga prigionia di Van Thuân e ricordando poi «la grande stima e il grande affetto» che lo stesso Wojtyla nutriva per il porporato vietnamita. «Nella capacità di vivere l’ora presente – ha aggiunto il Papa – traspare l’intimo suo abbandono nelle mani di Dio e la semplicità evangelica che tutti abbiamo ammirato in lui».
Al termine Benedetto XVI ha rivelato di aver accolto «con intima gioia la notizia che prende avvio la causa di beatificazione di questo singolare profeta della speranza cristiana». E proprio in vista dell’apertura della causa nei giorni scorsi era stata annunciata, da parte del cardinale Martino, successore di Van Thuân alla presidenza del Pontificio Consiglio giustizia e pace, la nomina del postulatore nella persona di Silvia Monica Correale. Lo stesso Martino, poi, domenica mattina a Roma, assieme al gruppo ricevuto ieri in udienza dal Papa, ha celebrato un’Eucaristia in ricordo di Van Thuân nella chiesa di Santa Maria della Scala, a Trastevere. 

 

Publié dans:testimoni |on 18 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

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