Archive pour la catégorie 'Teologia biblica'

COME È FATTO L’ALDILÀ?

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COME È FATTO L’ALDILÀ?

«Nel pensare l’Aldilà siamo troppo condizionati dal modello della Divina Commedia?», chiede un lettore. Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla facoltà teologica dell’Italia centrale.

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
Santi in Paradiso
12/02/2017 di Redazione Toscana Oggi

Ho letto la risposta sulla teoria del Limbo (sul numero 2 di Toscana Oggi) e condivido il concetto, come anche quello relativo ad un’aldilà diviso in settori. Dante con la sua Commedia ci ha illustrato il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio come luoghi in cui vengono proiettati i nostri sentimenti terreni di giudizio. Questo modo di pensare ci ha condizionato in modo radicale ed in certo qual modo deviante. Ma mi permetto di farLe questa domanda: se sono «stati» ma non «luoghi» il Cristo Risorto dove sta se non in un «luogo»?
Ho sempre immaginato «terre nuove» e «cieli nuovi» situate in un’altra dimensione, quindi fuori dal cosmo mortale che la resurrezione ci garantisce subito o alla fine dei tempi. Forse sto facendo una grande confusione e chiedo aiuto.
La domanda si addentra in una questione un po’ complessa e complicata, perché nessuno è stato nell’Aldilà ed è tornato, e nessuno ha potuto dare una sbirciatina da qualche finestrino che dà sull’altro mondo. Perciò si ricostruisce male quello di cui non si sa quasi niente.
Nell’altro mondo o paradiso sappiamo che vi sono solo due corpi quello di Gesù e quello di sua madre Maria, tutto il resto sono anime in attesa della resurrezione dei loro corpi. Stando a quello che le parole significano vuol dire che vi sono solo due nature umane quella di Gesù e quella di Maria. Le anime mancando dei corpi non sono una natura umana, ma solo la parte spirituale della persona che era nella vita terrena.
Il problema come sia la corporeità nell’Aldilà, di cui chiede il lettore, per ora riguarda solo i corpi di Gesù e di Maria. Di primo acchito la risposta sembra facile: dato che Gesù e Maria sono subito saliti in cielo, il corpo è certamente quello che avevano al momento. Ma per gli altri esseri umani, che corpo resusciterà?
Su questo argomento abbiamo alcune informazioni: Gesù dopo la resurrezione e i testi di S. Paolo. Gesù, dicono i Vangeli, appariva ai discepoli più o meno come era stato in vita, ma non aveva le stesse caratteristiche della corporeità materiale, infatti ogni volta che lo incontravano i discepoli avevano difficoltà a riconoscerlo e lo facevano solo quando compiva qualche gesto che rivelava chi fosse. Inoltre si presentava in luoghi diversi passando muri e spazi e tempi, invitava a toccarlo e si mangiava un bel pesce a dimostrazione che il corpo che aveva era realmente un corpo fisico. Dunque c’era una fisicità che non aveva i caratteri della materialità. San Paolo, poi, dice: «Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale» (1 Cor 15,42ss).
Cosa se ne conclude? Che non sappiamo bene come potrà essere il nostro corpo glorioso e spirituale che riprenderemo alla resurrezione dei morti, e non possediamo categorie adatte per poterlo dire. Dai testi e dai fatti possiamo dedurre: a) che avremo il nostro corpo fisico; b) che ha perso le qualità tipiche della materialità di cui abbiamo esperienza in questo mondo cioè spazio-tempo; c) che sarà l’anima a permeare e a impregnare il corpo sì da renderlo vivo-spirituale, come nella semina la vita permane nella macerazione del chicco e rispunta come un germoglio nuovo e vitale. In altri termini, come ora nel mondo materiale la corporeità sottomette l’anima, nella resurrezione sarà l’anima a dare i caratteri di se stessa al corpo. Dunque il corpo sarà fisico ma non più materiale, perché la fisicità perde le qualità spazio-temporali della materia, cioè non ha più i caratteri che la fanno di questo mondo. In tal senso i corpi di Gesù e di Maria non hanno un luogo, perché ne prescindono, e non ne bisognano in quanto non occupano spazio. I cieli nuovi e le terre nuove avranno i medesimi requisiti, perché la luce di Dio eliminerà dalla materia quelle qualità che la separano da un rapporto diretto con Lui.
E secondo me la ragione sta nel contrario. Il mondo come ora noi siamo e esistiamo è dovuto alla separazione da Dio, ora, cioè, siamo in una dimensione che non è quella originaria perché un creato separato da Dio non ha senso. Il peccato d’origine ha spezzato la diretta comunione con Dio e ha fatto sì che il mondo entrasse in una dimensione che chiamo «materiale», dove si è imposta e vive la «quantità», cioè la divisibilità, che è ragione della morte. Ed è tale divisibilità che rende materialità la fisicità eterna, del primo creato, così come ora noi la percepiamo, ma in origine non era così: la fisicità non era materiale, perché non aveva né spazio e né tempo in quanto Dio aveva creato tutto nella vita e non c’era ombra di morte (materialità). Così interpreto: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra. La giustizia infatti è immortale» (Sap. 1,13-15). Infatti le caratteristiche della materialità che fanno dell’essere creato un mortale sono lo spazio-tempo, tolte queste il mondo ritornerebbe «eterno» cioè vivente, esistente, senza veleno di morte. Quando Dio lo creò era così, e di conseguenza lo stato «normale» del creato sarebbe come Dio lo creò e non come l’essere umano col peccato lo ha ridotto, e che ora costatiamo. In conclusione i corpi risorti riacquistano le loro originarie proprietà di vita eterna e, perdendo i caratteri di spazio-tempo, ritroveranno la diretta comunione con Dio senza necessità di occupare luoghi e zone materiali. Questo ce lo indica il fatto che il corpo-umanità di Gesù e di Maria non avevano contratto il peccato originale, e perciò tornano ad essere come Dio li aveva originariamente creati in intima comunione con Lui.

Athos Turchi

Publié dans:Teologia biblica |on 2 juillet, 2018 |Pas de commentaires »

ASCOLTARE E VEDERE, NELL’ANTICO TESTAMENTO (DA RINO FISICHELLA)

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ASCOLTARE E VEDERE, NELL’ANTICO TESTAMENTO (DA RINO FISICHELLA)

Scritto da Redazione de Gliscritti: 29 /04 /2009 -

(da R. Fisichella, Introduzione alla teologia fondamentale, Piemme, Casale Monferrato, 1992, pp. 67-69)

L’Antico Testamento, legge l’evento della rivelazione alla luce di un intervento libero, sovrano e potente di Dio. L’espressione privilegiata per esprimerlo è «parola di Jahvè». Per l’uomo biblico, infatti, nonostante si dia il «vedere» e «guardare» Jahvè, si fa tuttavia maggior affidamento all’«ascoltare» la sua voce. Anche un semplice sguardo all’uso terminologico mostra con evidente chiarezza questa posizione privilegiata: il verbo: akoúo nei LXX è usato circa 1080 volte contro le 520 circa di oráo. È peculiare di Israele l’entrare in rapporto con Jahvè attraverso la categoria della parola; a differenza del mondo greco dove, invece, domina la componente visiva. Se i Greci, quindi, sono stati il popolo dell’occhio per la loro insistenza alla contemplazione, gli Ebrei sono stati, invece, il popolo dell’ascolto; «vedere Jahvè» avrà sempre per loro una componente metaforica. Una concezione visiva di Dio è per il popolo ebraico una realtà tanto inusuale quanto inaudita. In quei rarissimi casi in cui se ne parla, viene comunque mantenuto il riserbo totale. Anche nel caso di Mosé, in cui vi era tutto l’interesse apologetico per evidenziare il suo rapporto confidenziale con Jahvè, a tal punto da giungere ad affermare che questi parlava con Jahvè «faccia a faccia», come un amico parla con un amico; l’autore sacro, tuttavia, sente il dovere di correggere questa impostazione avvertendo che Jahvè gli passò davanti mostrando solo le sue spalle, «perché non si può vedere Dio e restare in vita» (Es 33,20; Is 6,5). Tanto è eccezionale il vedere Dio, quanto è invece comune l’«ascoltare la sua voce». Anche nei casi espliciti di teofanie, quali 1 Sam 3,1-21 e Is 6,1-7, l’accentuazione è data, poi, all’ascolto. La religione veterotestamentaria è la religione della «parola», ma come per ogni linguaggio, la prima reazione al «dire» non è un altro dire, ma il silenzio e l’ascolto. «Shema Israel» resterà sempre nella storia del popolo come l’emblema costitutivo nel suo rapportarsi al Signore. Questo fa comprendere ugualmente che l’ascolto non è conseguenza di una passività; è, piuttosto, segno di una libera scelta di chi si pone nella dimensione coerente con la rivelazione del mistero. La «parola» rivelata ispira, dirige e determina la storia di un popolo attraverso le vicende tipiche del suo formarsi come popolo e dell’organizzarsi come tale. Dai Patriarchi ai Giudici, dalla monarchia al profetismo, l’azione rivelativa di Dio è onnipresente e onnicomprensiva: nulla nella storia di questo popolo può essere posto fuori dall’orizzonte di questa azione, pena l’incomprensibilità della storia stessa e l’inesistenza del popolo come tale. La Torah stessa, è pensata e interpretata come «parole» che vengono dall’Alleanza; anzi tutta la legge sarà denominata con «la parola» (cfr. Dt 28,69; 30,14; 32,47). Attraverso la «parola di Jahvè», Israele conosce chi è Dio perché per il mondo semitico la parola quasi in nulla si distingue da colui che la pronuncia. Il valore noetico che essa possiede permette così di conoscere la realtà stessa; i pensieri e gli affetti, le intenzioni e i propositi… tutto ciò che costituisce la persona è facilmente confluibile nella sua parola. Essa, nel momento in cui viene posta in atto, attualizza ciò che pronuncia (Gn 1,3); il Dio veritiero è il Dio che parla in modo fedele e che tiene fede alla parola promessa.

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