Archive pour la catégorie 'Tempo Liturgico: Triduo pasquale'

L’OMELIA DEL GIOVEDÌ SANTO: “NESSUNO È ESCLUSO DALL’AMORE DI GESÙ”

http://opusdei.org/it-it/article/lomelia-del-giovedi-santo-del-prelato-nessuno-e-escluso-dallamore-di-gesu/

L’OMELIA DEL GIOVEDÌ SANTO: “NESSUNO È ESCLUSO DALL’AMORE DI GESÙ”

Omelia pronunciata da mons. Fernando Ocáriz nella Messa in coena Domini,

celebrata nella chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace, il 13 aprile 2017.

Opus Dei – L’omelia del Giovedì Santo del Prelato: “Nessuno è escluso dall’amore di Gesù”
“Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Ritorniamo con l’immaginazione al Cenacolo di Gerusalemme per contemplare la grande prova d’amore che il Signore ci dà, l’istituzione dell’Eucaristia.
Il nostro Dio è sempre vicino. Ma nell’Eucaristia si presenta specialmente prossimo al nostro cuore con il suo corpo, il suo sangue, la sua anima e la sua divinità. Gesù ci ha amato “sino alla fine”. Nessuno è escluso da questo amore. Per ognuno, il Figlio eterno di Dio si è fatto uomo uguale a noi, in tutto “tranne che nel peccato” (Eb 4, 15). Ma c’è di più: ha voluto accollarsi i peccati di tutti gli uomini, per riparare per loro e restituirci l’amicizia di Dio Padre, facendoci diventare figli suoi con la potenza dello Spirito Santo.
RITORNIAMO CON L’IMMAGINAZIONE AL CENACOLO DI GERUSALEMME PER CONTEMPLARE LA GRANDE PROVA D’AMORE CHE IL SIGNORE CI DÀ
Ognuno di noi si deve chiedere: come stiamo corrispondendo a questo amore? In questo Giovedì Santo chiediamo al Signore di farci comprendere con maggiore profondità l’amore di Dio per noi e l’amore con cui dobbiamo ricambiare, imitando e unendoci a Gesù.
La nostra corrispondenza all’amore di Dio ha molte manifestazioni. Una di esse è l’essere grati di tanto affetto preparandoci molto bene a ricorrere al sacramento della confessione, a partecipare alla santa Messa e ricevere la santa Comunione. La partecipazione al Sacrificio Eucaristico non è solo il ricordo della donazione del Signore per noi; la Messa è molto di più: è la rappresentazione sacramentale del sacrificio del Calvario, anticipato nell’Ultima Cena. “ Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19), disse nostro Signore quando istituì il sacramento.
La Chiesa, fedele al suo mandato, fa presente la passione e la morte di Cristo, per mezzo dei sacerdoti, in ogni celebrazione eucaristica. San Giovanni Paolo II ha scritto che il sacrificio della Croce “è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti “ (Enciclica Ecclesia de Eucharistia, n. 11).
Grazie, Signore, per l’Eucaristia. E grazie per la fede, per la nostra fede, nell’Eucaristia. Grazie per il sacerdozio, che ha perpetuato nel tempo questo tuo amore. “È così grande l’Amore di Dio per le sue creature – esclamò san Josemaría – e così grande dovrebbe essere la nostra corrispondenza che, durante la santa Messa, gli orologi dovrebbero fermarsi” (Forgia, n. 436).
Dalla Croce, dalla Eucaristia, proviene la forza della Redenzione. È lì che si trova la fonte di ogni grazia, il modello dell’amore con il quale dobbiamo amarci gli uni gli altri, la radice dell’efficacia apostolica. Nell’Ultima Cena Gesù ci ha dato questo mandato esplicito: “Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15, 12). E perché rimanesse ben inciso nella memoria dei suoi discepoli e in quella di ognuno di noi, lavò i piedi agli apostoli.
San Giovanni, nella sua prima lettera scrive: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3, 16). Come lo faremo? Molti sono i modi di mettere in pratica il comandamento nuovo del Signore. San Josemaría ci dà questo consiglio: “Più che nel dare, la carità consiste nel comprendere” (Cammino, n. 463).
Il perdono, la giustificazione, l’interesse sincero per gli altri, i particolari di servizio nella vita quotidiana – nella famiglia, nell’università, nel posto di lavoro, nei periodi di riposo, ecc. –, sono molte le occasioni per rendere vivo il comandamento del Signore e farlo diventare nostra vita.
IL PERDONO, LA GIUSTIFICAZIONE, L’INTERESSE SINCERO PER GLI ALTRI, I PARTICOLARI DI SERVIZIO NELLA VITA QUOTIDIANA, SONO MOLTE LE OCCASIONI PER RENDERE VIVO IL COMANDAMENTO DEL SIGNORE E FARLO DIVENTARE NOSTRA VITA.
Durante l’Ultima Cena Gesù pregò il Padre per l’unità di quelli che avrebbe chiamati ad essere suoi discepoli nel corso dei secoli. “Tutti siano una sola cosa: come tu, o Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21).
Imiteremo l’esempio di Dio se ci impegniamo a rafforzare l’unità tra noi, nella Chiesa, e nella misura delle nostre possibilità, tra i credenti. La vocazione del cristiano, pienamente vissuta, avvicinerà a Gesù i nostri amici, i nostri colleghi, siano essi già vicini al Signore o non lo siano ancora.
“Come tu, o Padre, sei in me e io in te” (Gv 17, 21). Partecipare dell’unione delle persone della Santissima Trinità: questo è un obiettivo molto elevato. Ma tale partecipazione il Signore ce la concede in modo eminente attraverso il dono dell’Eucaristia, sacramento della fede e dell’amore. Santa Maria, Madre del Bell’Amore, ci ottenga, con la sua mediazione materna, la grazia di una fede più intensa nell’amore di Dio per noi e una carità più grande verso gli altri.

Così sia.

BENEDETTO XVI – TRIDUO PASQUALE (2010)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2010/documents/hf_ben-xvi_aud_20100331.html

BENEDETTO XVI – TRIDUO PASQUALE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 31 marzo 2010

Cari Fratelli e Sorelle,

stiamo vivendo i giorni santi che ci invitano a meditare gli eventi centrali della nostra Redenzione, il nucleo essenziale della nostra fede. Domani inizia il Triduo pasquale, fulcro dell’intero anno liturgico, nel quale siamo chiamati al silenzio e alla preghiera per contemplare il mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Signore.
Nelle omelie i Padri fanno spesso riferimento a questi giorni che, come osserva Sant’Atanasio in una delle sue Lettere Pasquali, ci introducono «in quel tempo che ci fa conoscere un nuovo inizio, il giorno della Santa Pasqua, nella quale il Signore si è immolato» (Lett. 5,1-2: PG 26, 1379).
Vi esorto pertanto a vivere intensamente questi giorni affinché orientino decisamente la vita di ciascuno all’adesione generosa e convinta a Cristo, morto e risorto per noi.
La Santa Messa Crismale, preludio mattutino del Giovedì Santo, vedrà domani mattina riuniti i presbiteri con il proprio Vescovo. Nel corso di una significativa celebrazione eucaristica, che ha luogo solitamente nelle Cattedrali diocesane, verranno benedetti l’olio degli infermi, dei catecumeni e il Crisma. Inoltre, il Vescovo e i Presbiteri, rinnoveranno le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’Ordinazione. Tale gesto assume quest’anno, un rilievo tutto speciale, perché collocato nell’ambito dell’Anno Sacerdotale, che ho indetto per commemorare il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars. A tutti i Sacerdoti vorrei ripetere l’auspicio che formulavo a conclusione della Lettera di indizione: «Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Cristo e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace!».
Domani pomeriggio celebreremo il momento istitutivo dell’Eucaristia. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti, confermava i primi cristiani nella verità del mistero eucaristico, comunicando loro quanto egli stesso aveva appreso: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,23-25). Queste parole manifestano con chiarezza l’intenzione di Cristo: sotto le specie del pane e del vino, Egli si rende presente in modo reale col suo corpo donato e col suo sangue versato quale sacrificio della Nuova Alleanza. Al tempo stesso, Egli costituisce gli Apostoli e i loro successori ministri di questo sacramento, che consegna alla sua Chiesa come prova suprema del suo amore.
Con suggestivo rito, ricorderemo, inoltre, il gesto di Gesù che lava i piedi agli Apostoli (cfr Gv 13,1-25). Tale atto diviene per l’evangelista la rappresentazione di tutta la vita di Gesù e rivela il suo amore sino alla fine, un amore infinito, capace di abilitare l’uomo alla comunione con Dio e di renderlo libero. Al termine della liturgia del Giovedì santo, la Chiesa ripone il Santissimo Sacramento in un luogo appositamente preparato, che sta a rappresentare la solitudine del Getsemani e l’angoscia mortale di Gesù. Davanti all’Eucarestia, i fedeli contemplano Gesù nell’ora della sua solitudine e pregano affinché cessino tutte le solitudini del mondo. Questo cammino liturgico è, altresì, invito a cercare l’incontro intimo col Signore nella preghiera, a riconoscere Gesù fra coloro che sono soli, a vegliare con lui e a saperlo proclamare luce della propria vita.
Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Signore. Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante: la crocifissione. Esiste una inscindibile connessione fra l’Ultima Cena e la morte di Gesù. Nella prima Gesù dona il suo Corpo e il suo Sangue, ossia la sua esistenza terrena, se stesso, anticipando la sua morte e trasformandola in un atto di amore. Così la morte che, per sua natura, è la fine, la distruzione di ogni relazione, viene da lui resa atto di comunicazione di sé, strumento di salvezza e proclamazione della vittoria dell’amore. In tal modo, Gesù diventa la chiave per comprendere l’Ultima Cena che è anticipazione della trasformazione della morte violenta in sacrificio volontario, in atto di amore che redime e salva il mondo.
Il Sabato Santo è caratterizzato da un grande silenzio. Le Chiese sono spoglie e non sono previste particolari liturgie. In questo tempo di attesa e di speranza, i credenti sono invitati alla preghiera, alla riflessione, alla conversione, anche attraverso il sacramento della riconciliazione, per poter partecipare, intimamente rinnovati, alla celebrazione della Pasqua.
Nella notte del Sabato Santo, durante la solenne Veglia Pasquale, « madre di tutte le veglie », tale silenzio sarà rotto dal canto dell’Alleluia, che annuncia la resurrezione di Cristo e proclama la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte. La Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore, entrando nel giorno della Pasqua che il Signore inaugura risorgendo dai morti.
Cari Fratelli e Sorelle, disponiamoci a vivere intensamente questo Triduo Santo ormai imminente, per essere sempre più profondamente inseriti nel Mistero di Cristo, morto e risorto per noi. Ci accompagni in questo itinerario spirituale la Vergine Santissima. Lei che seguì Gesù nella sua passione e fu presente sotto la Croce, ci introduca nel mistero pasquale, perché possiamo sperimentare la letizia e la pace del Risorto.
Con questi sentimenti, ricambio fin d’ora i più cordiali auguri di santa Pasqua a tutti voi, estendendoli alle vostre Comunità e a tutti i vostri cari.

13 APRILE 2017 |GIOVEDI SANTO – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/03-Quaresima_A/Omelie/7-Giovedi-santo/14-Giovedi-Santo_A_2017-SG.htm

13 APRILE 2017 |GIOVEDI SANTO – A | OMELIA

LA CENA DEL SIGNORE: I DONI DI GESU’

PENSIERO INTRODUTTIVO ALLA S. MESSA

La sera del Giovedì Santo è colma di ricordi, di sentimenti e di fatti prodigiosi. E’ nel Cenacolo che Gesù ci ha fatto i Suoi doni più preziosi.
Infatti è nel Cenacolo che Egli ci ha regalato il precetto della carità: « Amatevi come io vi ho amati ».
E’ nel Cenacolo che ci ha dato la divina Eucaristia, come Sacrificio e come Comunione.
E’ nel Cenacolo che ha donato alla sua Chiesa i Sacerdoti « strumenti vivi di Gesù Eterno Sacerdote », come dice il Concilio (P O, N. 12).
Ed è ancora nel Cenacolo che Gesù conferirà agli Apostoli il potere di rimettere i peccati ed invierà lo Spirito Santo.
Ogni nostra Casa deve essere un Cenacolo, in cui regna sovrana la carità, il fervore eucaristico; in cui si implorano sante vocazioni sacerdotali e nelle quali passeggia costantemente la Madonna come Mamma, irresistibile calamita dello Spirito Santo.

La sera del Giovedì Santo è colma di ricordi, di sentimenti e di fatti prodigiosi. E’ nel Cenacolo che Gesù ci ha fatto i Suoi doni più preziosi.
Infatti è nel Cenacolo che Egli ci ha regalato il precetto della carità: « Amatevi come io vi ho amati ».
E’ nel Cenacolo che ci ha dato la divina Eucaristia, come Sacrificio e come Comunione.
E’ nel Cenacolo che ha donato alla sua Chiesa i Sacerdoti « strumenti vivi di Gesù Eterno Sacerdote », come dice il Concilio (P O, N. 12).
Ed è ancora nel Cenacolo che Gesù conferirà agli Apostoli il potere di rimettere i peccati ed invierà lo Spirito Santo.
Ogni nostra Casa deve essere un Cenacolo, in cui regna sovrana la carità, il fervore eucaristico; in cui si implorano sante vocazioni sacerdotali e nelle quali passeggia costantemente la Madonna come Mamma, irresistibile calamita dello Spirito Santo.
Vangelo: « Li amò sino alla fine » (Gv. 12,1-15)
Oggi – Giovedì Santo – la Chiesa commemora l’istituzione della SS.ma Eucaristia da parte di Gesù durante l’Ultima Cena.
Gesù, offrendosi liberamente alla sua Passione, prese il pane… lo spezzò… lo diede ai suoi discepoli e disse: « Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi ».
Così Gesù invita tutti gli uomini ad accostarsi sempre all’Eucaristia, che per tutti è inestimabile fonte di Grazia, sorgente di vita eterna, insostituibile nutrimento per la santità.
Ma che cosa succede? Davanti all’offerta di questo pane celeste, troppe anime preferiscono digiunare e morire spiritualmente, abbandonando questo cibo soprannaturale.
In tutte le parti del mondo i carcerati, quando vogliono protestare per qualche cosa, iniziano lo sciopero della fame.
Gandhi in India, con i suoi famosi digiuni, faceva tremare gl’Inglesi e otteneva le riforme sociali che desiderava.
Il mondo si commuove dinanzi a questi casi. Il digiuno volontario stupisce e reca sdegno o preoccupa come qualcosa che si avvicina al suicidio.
Eppure nessuno si sdegna, si stupisce o si preoccupa se le anime si astengono volontariamente dalla SS.ma Eucaristia.
E intanto specialmente i giovani, privi di quest’alimento spirituale, languiscono e sbiancano indeboliti, e marciscono travolti dalle passioni e dai vizi.
E’ per rimediare a questa tragedia che anche noi siamo chiamati a diffondere e a propagare la devozione alla Comunione frequente.
Il Concilio ha detto: « La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli… si nutrano alla mensa del Corpo del Signore » tutte le volte che partecipano al Sacrificio della Messa (S C 48),.
Anche in questo Don Bosco ha preceduto il Concilio Vaticano II. Scrive infatti il suo Biografo (Don Lemoyne). « Don Bosco fu l’apostolo della Comunione frequente » (MB 4,457).
Il Santo diceva: « Ogni volta che assistiamo alla S. Messa, procuriamo… di fare la nostra S. Comunione » (MB 6,1°71). E aggiungeva: « La frequente comunione è la grande colonna che tiene su il mondo morale e materiale, affinché non cada in rovina » (MB 6,58).
(Un volta un protestante disse all’autore di Ortodossia: – Se è vero che nell’Eucaristia si riceve realmente Gesù Cristo, come mai i cristiani del passato, e anche oggigiorno, si avvicinano così di rado alla Comunione?

Non fu sempre così).
L’uso della Comunione frequente (quotidiana o plurisettimanale) è già suggerita dalla stessa istituzione dell’Eucaristia e dalla materia scelta per questo Sacramento.
Infatti Gesù parlò di « pane disceso dal cielo », di « pane di vita », rivelandone le analogia con la manna del deserto, e assicurò che « chi mangia di questo pane, vivrà (Gv. 6,59).
I discepoli poterono senza difficoltà comprendere il valore di questa esemplificazione; e come ogni giorno gli Ebrei si nutrirono della manna del deserto, così ogni giorno l’anima ha il suo nutrimento nel pane celeste,
Fin dai primi tempi del Cristianesimo, i fedeli compresero in pieno il desiderio di Gesù; essi si riunivano spessissimo per la preghiera e la « fractio panis »: lo spezzare del pane.
Poiché il Maestro aveva detto di ripetere la Cena in sua memoria, essi si riunivano in « giorni stabiliti » per rinnovare l’unione con Gesù nel sacrificio e nella manducazione della vittima.
San Cipriano afferma che « ricevevano quotidianamente quel cibo di salute »..
La testimonianza di tutte le Chiese antiche è unanime; a questo proposito è famoso il testo di San Girolamo, il quale afferma che S. Melania Iuniore non « volle mai ricevere il cibo corporale, se prima non si fosse comunicata col Corpo del Signore ».
Purtroppo il primitivo fervore eucaristico nei laici svanì, e perciò nel 1215 fu imposto l’obbligo della Comunione almeno a Pasqua (Conc. Later. IV, D. 437).
L’ardore si riaccese con le ardenti predicazioni dei Francescani e dei Domenicani, e soprattutto dopo il Concilio di Trento, il quale raccomandò ai fedeli di ricevere la S. Comunione tutte le volte che partecipavano alla S. Messa (D.U. 882- 994).

S. Tommaso d’Aquino fa notare che….
… se per combattere gli altri vizi il cristianesimo ha bisogno dell’Eucaristia, per vincere il vizio della carne (dell’impurità) la Comunione è indispensabile, perché essa è come un antidoto, nutre lo spirito per la vittoria e innesta nel nostro corpo la vita soprannaturale di Gesù.
S. Filippo Neri dirigeva spiritualmente un giovane che, nonostante ogni sforzo, non riusciva a vivere puro. Le sue cadute si trascinavano da anni, ed egli, ormai privo di ogni fiducia, era quasi disperato.
Allora il Santo gli comandò « una cura straordinaria eppur normale »: quel giovane doveva rimettere a posto la coscienza e mantenere l’impegno di ricevere Gesù ogni giorno.
Il risultato fu meraviglioso: non solo il penitente guarì dal suo vizio, ma continuando poi la frequenza dell’Eucaristia, imparò ad amare sempre più il Signore, si fece sacerdote e visse santamente facendo un gran bene tra le anime.
E’ fin troppo celebre l’episodio di quel ragazzo che una mattina accompagnò il sacerdote a portare il Viatico a un vecchio pittore. In quel tempo si usava andare in processione con il baldacchino, con ceri e con il turibolo sino alla casa dell’infermo.
Quel ragazzo portava appunto il turibolo. Entrò con il sacerdote, vide che il vecchio riceveva devotamente l’Ostia bianca e si raccoglieva in devoto ringraziamento.
Ad un tratto l’infermo guardò il turibolo dove il fuoco si era ormai spento, e ne trasse un carboncino con il quale, in poche linee disegnò un bellissimo volto di Gesù sulla bianca parete vicino al suo letto.
Allora il giovanetto disse sottovoce al pittore: « Vorrei anch’io poter disegnare un volto così bello di Gesù… ».
Il pittore morente lasciò cadere il carboncino consumato, e gli sussurrò: « Per mostrare agli altri Gesù, bisogna averlo prima nel proprio cuore ».
Quel ragazzo capì la lezione e divenne un grande artista: fu il pittore Murillo.
Care Sorelle, se vogliamo presentare alle anime l’immagine di Gesù, dobbiamo averla ben viva nel nostro cuore.
Chiediamo alla Madonna che ci renda sempre più avidi del Pane Eucaristico che Ella stessa ci ha preparato, donando la vita a Gesù, Verbo Incarnato.

Don Severino GALLO sdb

VIA CRUCIS AL COLOSSEO MEDITAZIONI GIANFRANCO RAVASI

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2007/via_crucis/it/station_01.html

VIA CRUCIS AL COLOSSEO MEDITAZIONI GIANFRANCO RAVASI

(metto la prima Stazione ed il link per tutte le altre, cliccate sulle immagini)

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2007/via_crucis/it/station_01.html

PRIMA STAZIONE

Gesù nell’orto degli ulivi

V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi. R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Dal Vangelo secondo Luca. 22, 39-46

Gesù se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

MEDITAZIONE Quando scende su Gerusalemme il velo dell’oscurità, gli ulivi del Getsemani ancor oggi sembrano  ricondurci, con lo stormire delle loro foglie, a quella notte di sofferenza e di preghiera vissuta da Gesù . Egli si staglia solitario, al centro della scena, inginocchiato sulle zolle di quell’orto. Come ogni persona quando è in faccia alla morte, anche Cristo è attanagliato dall’angoscia: anzi, la parola originaria che l’evangelista Luca usa è «agonia», cioè lotta. La preghiera di Gesù è, allora, drammatica, è tesa come in un combattimento, e il sudore striato di sangue che cola sul suo volto è segno di un tormento aspro e duro.

Il grido è lanciato verso l’alto, verso quel Padre che sembra misterioso e muto: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice», il calice del dolore e della morte. Anche uno dei grandi padri di Israele, Giacobbe, in una notte cupa, alle sponde di un affluente del Giordano, aveva incontrato Dio come una persona misteriosa che «aveva lottato con lui fino allo spuntare dell’aurora».(2) Pregare nel tempo della prova è un’esperienza che sconvolge il corpo e l’anima e anche Gesù, nelle tenebre di quella sera, «offre preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che può liberarlo dalla morte».(3)

* * *

Nel Cristo del Getsemani, in lotta con l’angoscia, ritroviamo noi stessi quando attraversiamo la notte del dolore lacerante, della solitudine degli amici, del silenzio di Dio. E’ per questo che Gesù — come è stato detto—«sarà in agonia sino alla fine del mondo: non bisogna dormire fino a quel momento perché egli cerca compagnia e conforto»,(4) come ogni sofferente della terra. In lui noi scopriamo anche il nostro volto, quando è rigato dalle lacrime ed è segnato dalla desolazione.

Ma la lotta di Gesù non approda alla tentazione della resa disperata, bensì alla professione di fiducia nel Padre e nel suo misterioso disegno. Sono le parole del «Padre nostro» che egli ripropone in quell’ora amara: «Pregate per non entrare in tentazione… Non sia fatta la mia, ma la tua volontà!». Ed ecco, allora, apparire l’angelo della consolazione, del sostegno e del conforto che aiuta Gesù e noi a continuare sino alla fine il nostro cammino.

Tutti:

Pater noster, qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo.

Stabat mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat Filius.

(2) Cf. Genesi 32, 23-32. (3) Cf. Ebrei 5, 7. (4) Blaise Pascal, Pensieri, n. 553 ed. Brunschvicg.

25 MARZO 2016 | VENERDÌ SANTO – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/03-Quaresima_C/Omelie/08A-Venerdi-Santo-2016-C/12-08a-Venerdi-Santo-C_2016-UD.htm

25 MARZO 2016 | VENERDÌ SANTO – ANNO C | OMELIA

Commemorazione del Venerdì Santo

Per cominciare È l’unico giorno in cui la chiesa non celebra l’eucaristia. Tutto si concentra sull’adorazione del crocifisso. Nella liturgia la preghiera diventa silenziosa, si fa adorazione. La lettura del « passio » e la pratica della Via crucis permettono di meditare sulle sofferenze e sulla morte del Figlio di Dio. Nella celebrazione serale più che all’omelia, si dà spazio alla proclamazione della parola (tre letture), la solenne preghiera sulla chiesa e sul mondo, l’adorazione della croce e la consumazione dell’eucaristia del Giovedì santo.

La parola di Dio Isaia 52,13-53,12. Il profeta descrive le sofferenze del messia con impressionate realismo e puntuale aderenza al racconto evangelico. « Il mio servo », dice Isaia, « è stato trafitto per i nostri delitti… maltrattato e umiliato, come agnello condotto al macello… eliminato dalla terra dei viventi ». Ma, conclude, « Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce ». Ebrei 4,14-16; 5,7-9. Cristo chiese « con preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime » di essere liberato dalla croce, ma, pur essendo Figlio, si piegò nell’obbedienza al Padre e conobbe la sofferenza. Ma in questo modo divenne causa di salvezza per ogni uomo. Giovanni 18,1-19,42. Giovanni, che ha seguito da vicino il compiersi dell’ »ora di Gesù », può affermare: « Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera, ed egli sa di dire il vero, perché anche voi crediate ». Nel suo vangelo si trovano dettagli di grande importanza: Gesù dichiara apertamente la propria identità a Pilato, che riconosce la sua innocenza e cerca di liberarlo; sulla croce Gesù muore consegnando sua madre a Giovanni e Giovanni alla madre, facendo di Maria la madre della chiesa.

Le sette parole di Gesù in Croce Sette parole e poi il silenzio e la morte, nell’attesa della risurrezione. Si possono proporre alla meditazione dei fedeli. Per altri commenti vedere l’anno A e B.

« Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno » (Lc 23,34) Gesù è condannato a morte senza un vero e regolare processo. Ora cammina verso il Calvario portando sulle spalle la croce. Lo aspetta una fine infamante e umiliante. Finora non ha detto una parola in sua difesa davanti ai potenti; ora, invece, pienamente sconfitto e vittima di una brutale violenza, mentre gli trafiggono mani e piedi, parla e dice parole di perdono: « Perdonali, Padre! ». È il suo estremo gesto di amore: « perché non sanno quello che fanno ». Quei soldati, che si accaniscono con violenza contro di lui, mite e indifeso, non sanno che è lì per salvarli.

« Oggi con me sarai nel Paradiso » (Lc 23,43) Gesù è in croce tra due malfattori. La sconfitta è totale: viene deriso dagli ebrei, maltrattato dai soldati, abbandonato dai discepoli. La folla è lì più per curiosità che per attaccamento a colui che tante volte ha detto a loro parole di amore e si è piegato sulle loro sofferenze. Gesù subisce il più atroce abbassamento, la più amara delle sconfitte. Solo il « buon ladrone » riconosce in lui un fratello nella sventura, ma anche l’ingiustizia che lo colpisce. Lo chiama per nome, riconosce la sua regalità, forse in una qualche circostanza lo ha sentito parlare, ha forse assistito ai suoi miracoli. Lo riconosce come salvatore: « Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno » (Lc 23,42). Ma è con questa umile e fiduciosa preghiera che trova il suo lasciapassare per entrare nel regno insieme a Gesù che muore.

« Donna, ecco tuo figlio!… Ecco tua madre! » (Gv 19,26-27) « Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Magdala » (Gv 19,25). Ai piedi della croce, testimone dello straziante martirio di Gesù, c’è anche Giovanni, « il discepolo che Gesù amava ». Gesù li vede e compie un atto creativo, che conferma l’amore infinito dimostrato tante volte nella sua vita pubblica: « Donna, ecco tuo figlio!… Ecco tua madre! ». Figli di Dio e fratelli di Gesù, in Giovanni diventiamo tutti anche figli di Maria. Per la madre di Gesù è il compimento della profezia di Simeone: « …anche a te una spada trafiggerà l’anima » (Lc 2,35). Maria diventa madre di un’umanità che gli ha messo in croce il Figlio. Da questo momento Maria è la « madre dei viventi », la « nuova Eva », la « madre della chiesa ».

« Ho sete » (Gv 19,28) Tormentato dall’arsura e dalle sofferenze, Gesù chiede un sorso d’acqua. Colui che ha donato al mondo le sorgenti e i mari muore arso di sete. Un soldato gli porge dell’aceto, alleviando in questo modo la sua tortura. Ed è l’unico segno di umanità. Dal suo cuore trafitto sgorgano sangue e acqua, estremo dono di amore a chi crederà in lui. Alla sua chiesa. Dice Madre Teresa, facendo parlare Gesù: « Ho sete di te. Sì, questo è l’unico modo di cominciare a mostrare il mio amore per te. Ho sete di te. Ho sete di amarti e di essere amato da te ».

« Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mt 27,46, Mc 15,34) Gesù lancia un grido pieno di angoscia. Si rivolge al Padre citando la Scrittura, il salmo 22: « Sono un verme e non un uomo… Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: « Si rivolga al Signore; lui lo liberi, lo porti in salvo, se davvero lo ama! ». Un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori; hanno scavato le mie mani e i miei piedi. Posso contare tutte le mie ossa… Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte ». Ma il suo non è necessariamente un grido di disperazione, perché il salmo si conclude con parole di speranza. « Dio non può averlo abbandonato », dice sant’Agostino, « perché lui stesso è Dio ». Eppure Gesù va incontro a questa estrema desolazione. Prova anche lui « il silenzio di Dio ».

« È compiuto! » (Gv 19,30) Gesù china il capo e consegna lo spirito. Anche nell’estrema prova appare padrone di sé. È lui che lucidamente fino all’ultimo porta a termine la sua missione, cominciata in una povera grotta a Betlemme. Ora tutto si compie in una assoluta povertà e spoliazione. L’amore si è fatto carne, è venuto ad abitare in mezzo a noi, assumendo la condizione di servo: « Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e a una morte di croce » (Fil 2,7-8). « Tutto è compiuto, il tempo si ferma, è l’ora zero della storia. Tutto il dolore della passione sembra ora acquietarsi; come la terra che, dopo aver accolto il seme nel solco, attende nella pace che germogli. È l’ora del « grande silenzio »" (Anna Maria Canopi).

« Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito » (Lc 23,46) L’ultima parola di Gesù è un’invocazione al Padre. Così come è stata la sua prima parola riportata dai vangeli, detta a 12 anni: « Devo occuparmi delle cose del Padre mio » (Lc 2,49). Gesù prega con le parole del salmo 31, consegnandosi al Padre, così come ha fatto sempre in ogni sua preghiera. È la morte di Dio. Colui che il Padre ha mandato per parlare all’umanità e a rivelare il suo amore, ora si immerge nel silenzio della morte. È il tramonto del giorno e cala la sera: il silenzio sta per avvolgere il Calvario e le croci. Il centurione, vedendo come muore, riconosce la sua innocenza e grida: « Veramente quest’uomo era giusto » (Lc 23,47). Poi il silenzio su tutto e nei cuori, mentre quel corpo piagato viene staccato dalla croce e sistemato in fretta in una tomba nuova. Il velo del tempio si squarcia e con lui l’antica legge. È un mondo che muore e che attende una nuova nascita. La gente si allontana battendosi il petto. È attesa della risurrezione.

Anche Tu hai urlato « perché » dall’alto di quella Cima, e nessuna risposta è venuta (allora!). E dunque, anche Tu finivi con la certezza di essere un abbandonato. Non sapevi! E hai gridato il perché di tutti i maledetti appesi ai patiboli. Mistero è che nessuno comprende come tu possa, Dio, coesistere, insieme al male, insieme al lungo penare di un bimbo. Quando la certezza di essere soli divampa dagli occhi del torturato (e Tu non intervieni). « Nelle tue mani rimetto lo spirito »? Resurrezione, non altro la risposta. Ma Tu non sapevi, come noi non sappiamo. E compatta ancora sale sul mondo la Notte.                                (padre David Maria Turoldo)

Don Umberto DE VANNA sdb

GIOVANNI 13, 1-15 – COMMENTO BIBLICO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Giovanni%2013

GIOVANNI 13, 1-15 – COMMENTO BIBLICO

1 Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: « Signore, tu lavi i piedi a me? ». 7 Rispose Gesù: « Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo ». 8 Gli disse Simon Pietro: « Non mi laverai mai i piedi! ». Gli rispose Gesù: « Se non ti laverò, non avrai parte con me ». 9 Gli disse Simon Pietro: « Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo! ». 10 Soggiunse Gesù: « Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti ». 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: « Non tutti siete mondi « . 12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: « Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi ».

COMMENTO GIOVANNI 13,1-15

La Pasqua di Gesù   Il racconto dell’ultima cena di Gesù introduce la seconda parte del vangelo di Giovanni (Gv 13-21), solitamente chiamata “Libro della gloria” perché in essa è descritta, non più attraverso i segni, ma in modo chiaro ed esplicito, la realtà trascendente di Gesù, cioè la sua gloria quale si è manifestata nella sua morte e risurrezione. In questa parte del vangelo è contenuta una lunga sezione in cui sono riportati tre discorsi pronunziati da Gesù durante l’ultima cena (Gv 13-14; 15-16; 17), a cui fa seguito il racconto degli  eventi finali della sua vita terrena (Gv 18-21). I discorsi della cena sono chiaramente una composizione giovannea, fatta però a partire da un materiale tradizionale; con essa l’evangelista intende spiegare in anticipo il significato teologico degli eventi in cui tra breve Gesù sarà coinvolto. Il genere letterario di questi capitoli è quello del testamento spirituale, spesso utilizzato nell’AT (cfr. Dt 32-33) e nel giudaismo (cfr. per es. i Testamenti dei XII Patriarchi). È probabile che questi tre discorsi fossero originariamente autonomi. Secondo Marco e Matteo il racconto della cena è preceduta da quello di alcuni fatti importanti (il complotto del sinedrio, l’unzione di Betania, il tradimento di Giuda e i preparativi di rito) e comprende l’annunzio del tradimento di Giuda da parte di Gesù, l’istituzione dell’eucaristia e l’annunzio del rinnegamento di Pietro; leggermente diverso è l’ordine di Luca, che dopo l’istituzione dell’eucaristia inserisce anch’egli un breve discorso di Gesù sul servizio a cui i discepoli sono chiamati. In Giovanni invece, che aveva anticipato alla domenica precedente l’unzione di Betania, il racconto della cena (Gv 13,1-38) si limita alla lavanda dei piedi (vv. 1-20), non menzionata dai sinottici, cui fa seguito l’annunzio del tradimento di Giuda, il quale lascia poi immediatamente la sala (vv. 21-30); Gesù allora dà il comandamento nuovo (vv. 31-35) e preannunzia il rinnegamento di Pietro (vv. 36-38). Il brano liturgico comprende, dopo l’introduzione (v. 1), il racconto della lavanda dei piedi (vv. 2-5), il dialogo di Gesù con Pietro (vv. 6-11) e termina con il commento di Gesù circa lo scopo del gesto da lui compiuto (vv. 12-15).

Introduzione (v. 1) La narrazione inizia con una frase introduttiva: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Con queste parole l’evangelista dà una chiara indicazione circa le circostanze di tempo, i motivi e le finalità di quanto Gesù sta per fare. L’evento ha luogo «prima della Pasqua». Per Giovanni è questa la terza Pasqua celebrata da Gesù durante il suo ministero pubblico, che quindi sarebbe durato più di due anni. D’accordo con gli altri evangelisti, Giovanni colloca l’ultima cena nella sera del giovedì santo, ma, diversamente da loro, ritiene che in quell’anno la Pasqua cadesse il giorno dopo: infatti secondo lui Gesù morirà nel pomeriggio del venerdì santo, nel momento stesso in cui venivano immolati gli agnelli, le cui carni sarebbero servite per il banchetto pasquale (cfr. 19,31). La cena non è quindi un banchetto pasquale in senso proprio, come viene detto nei sinottici.

L’accenno alla Pasqua non ha solo valore cronologico, ma anche teologico: per Giovanni, come per i sinottici, c’è un rapporto molto stretto tra la festa dei giudei e quanto Gesù sta per compiere. La Pasqua è considerata nei testi biblici come un passaggio di Dio (o dello sterminatore) che colpisce i primogeniti degli egiziani e risparmia quelli dei figli di Israele (cfr. Es 12,12.23). Nel mondo ebraico però si era affermata l’idea che nella Pasqua erano stati gli israeliti a passare, sotto la guida di JHWH, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà (cfr. l’Agada pasquale): una volta liberati dalla schiavitù del faraone essi sono diventati, mediante l’alleanza, proprietà speciale di Dio (cfr. Es 19,3-6). Secondo Giovanni, Gesù sapeva che era giunta la sua ora, che consiste nella sua glorificazione mediante la morte in croce (cfr. Gv 12,23-24). Questa ora è presentata qui, in riferimento alla Pasqua, come un passaggio da questo mondo al Padre: con la sua passione e morte Gesù porta dunque a compimento l’opera salvifica di JHWH, conducendo non solo gli israeliti, ma l’umanità intera in un percorso che ha come meta l’incontro con il Padre. È questo dunque il senso profondo della liberazione attuata da Gesù. Il passaggio di Gesù al Padre viene visto come espressione di un amore portato fino alla fine (telos), cioè fino alla morte: infatti non c’è amore più grande di quello che consiste nel dare la vita per i propri amici (cfr. 15,13). L’amore di Gesù è rivolto ai suoi che erano nel mondo, cioè ai suoi discepoli e a tutti quelli che anche in seguito avrebbero creduto in lui (cfr. 17,20): esso non è altro che il riflesso e la conseguenza del suo amore per il Padre e dell’amore del Padre verso di lui, nel quale egli, mediante la sua morte, coinvolge i suoi discepoli, attuando così la libertà piena prefigurata nella Pasqua israelitica.

La lavanda dei piedi (vv. 2-5) L’evangelista passa poi al racconto della lavanda dei piedi, facendolo però precedere da alcune spiegazioni: «Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita» (vv. 2-4). Anzitutto quanto sta per essere narrato è avvenuto «mentre cenavano», quando già Giuda aveva deciso di tradirlo: non si dice nulla dell’intesa di Giuda con i sacerdoti, ma del tradimento di Giuda si era parlato già prima nel vangelo (cfr. Gv 6,70-71; 12,4). Il lettore è già stato avvertito che non si tratta di una cena pasquale, perché ha avuto luogo prima di Pasqua. Manca ogni riferimento all’istituzione dell’eucaristia: ciò è dovuto sicuramente al fatto che Giovanni ha già anticipato questo tema nel discorso sul pane di vita (Gv 6). In esso si diceva che Gesù avrebbe dato ai suoi discepoli un pane che era la sua stessa persona offerta per la vita del mondo: ciò significa che dopo la sua morte, durante la celebrazione della cena, tutti i credenti stabiliranno con Gesù lo stesso rapporto che i primi discepoli avevano avuto con lui durante il suo ministero pubblico. Qui Giovanni si limita a trasporre l’eucaristia in un gesto simbolico, la lavanda dei piedi, che ne rivela il significato profondo. Il fatto che Giuda avesse già deciso di tradirlo viene attribuito a un intervento diretto sul suo cuore da parte del diavolo: sta dunque per attuarsi lo storico confronto tra il Dio liberatore e il principe di questo mondo, che è destinato ad essere «gettato fuori» (cfr. 12,31). In questa circostanza Gesù è pienamente consapevole che «il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava». Egli possiede già fin d’ora quel potere che secondo Matteo ha ottenuto mediante la sua risurrezione (cfr. 28,18): esso gli deriva dal fatto di essere venuto da Dio e di ritornare a Dio, cioè nel suo rapporto intimo col Padre che fa di lui il rivelatore per eccellenza. Quello che egli sta per compiere non è quindi un atto di debolezza, ma la manifestazione di un potere che non consiste nel fare cose straordinarie, ma nell’amore. Per lavare i piedi ai discepoli Gesù «depone» (tithêmi) le sue vesti che poi in seguito «riprende» (lambanô) (cfr. v. 12): questi due verbi sono gli stessi usati a proposito del buon pastore che offre la vita per le sue pecore e successivamente la riprende (cfr. 10,17): è questa dunque un’allusione alla sua morte e risurrezione. Gesù passa poi a compiere un gesto inatteso: «Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto» (v. 5). Il gesto di lavare i piedi, tanto umiliante da non poter essere neppure richiesto ad uno schiavo ebreo, veniva a volte praticato dal discepolo verso il suo maestro come segno di dedizione totale: e difatti Maria, che a Betania aveva unto i piedi di Gesù (cfr. Gv 12,3), era stata presentata come il tipo del discepolo. Ora i ruoli si sono invertiti: non sono i discepoli che lavano i piedi al Maestro, ma il Maestro ai discepoli, manifestando così la sua piena dedizione nei loro confronti. Nel gesto di Gesù l’evangelista vede il simbolo più significativo della sua prossima morte e risurrezione in quanto segno supremo di amore nei loro confronti.

Dialogo con Pietro (vv. 6-11) Il significato di ciò che sta compiendo viene spiegato da Gesù nel dialogo che si svolge tra lui e Pietro. Questi, quando giunge il suo turno, gli dice: «Signore, tu lavi i piedi a me?» (v. 6). Questa domanda tradisce sorpresa, riluttanza e incomprensione. È quest’ultima soprattutto che Gesù mette in luce nella sua risposta: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo» ( 7). L’incomprensione nei confronti di Gesù è una dimensione costante del quarto vangelo. Solo alla fine, dopo la risurrezione e con l’aiuto dello Spirito, i credenti potranno cogliere fino in fondo il significato della persona di Gesù e della sua opera salvifica. L’incomprensione di Pietro sfocia nel rifiuto esplicito: «Non mi laverai mai i piedi!» (v. 8a). Quello che nella sua intenzione era un atteggiamento di rispetto nei confronti del Maestro sfocia così in un’aperta ribellione. Ma Gesù soggiunge: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (v. 8b). La posta in palio è dunque la comunione con il Maestro, la possibilità di partecipare alla sua vita e alle sue scelte, in ultima analisi la possibilità stessa di essere suo discepolo. Pietro capisce almeno questo e va all’eccesso opposto dicendo: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!» (v. 9). Se è necessario farsi lavare da Gesù per essere in comunione con lui, Pietro non ha dubbi: il suo amore sincero per il Maestro e la sua impetuosità sono un dato che appare costantemente da tutti i vangeli. Tuttavia dalla sua risposta risulta che egli, proprio in forza della sua incomprensione, considera la lavanda dei piedi come parte di un bagno rituale che per essere completo deve riguardare anche altre parti del corpo. Ma Gesù taglia corto dicendo: «Chi ha fatto il bagno non ha bisogno di lavarsi (se non i piedi) ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». E l’evangelista si affretta a spiegare che egli ha detto questo perché sapeva chi lo tradiva (vv. 10-11). La risposta di Gesù a Pietro è oscura. L’espressione «colui che ha fatto il bagno» (ho leloumenos) sembrerebbe indicare un gesto anteriore, al quale si aggiunge ora la lavanda dei piedi: in questo caso Gesù vorrebbe dire che i discepoli sono già stati purificati dal rapporto con lui e ora non hanno più bisogno di altri riti purificatori: è sufficiente per loro la lavanda dei piedi, con la quale questo rapporto giunge al suo compimento. Si noti però che le parole «se non i piedi» sono omesse da alcuni manoscritti e sconosciute a numerosi padri. Se si toglie questo inciso, l’espressione «fare il bagno» non può riferirsi se non alla lavanda stessa dei piedi. In questo caso Gesù sembra voler dire che le pratiche rituali, a cui Pietro alludeva, sono ormai abolite, in quanto un’unica abluzione, la lavanda dei piedi (bagno), che è il segno anticipatore della sua morte in croce, è sufficiente per purificare l’uomo. Lavando i piedi dei discepoli Gesù intende stabilire con loro una comunione totale di vita. il suo gesto di umiltà simboleggia dunque la sua morte in croce, mediante la quale la nazione è ricondotta all’unità (cfr. 11,52). E al tempo stesso esso simboleggia l’eucaristia, nella quale si ricorda la sua morte in croce ed egli stesso si mette a sevizio dei discepoli per attuare quella comunione fra loro e con il Padre che è lo scopo della sua venuta. Il rifiuto di Pietro è solo in apparenza un atto di umiltà; in realtà esso nasconde l’orgoglio dell’uomo che non riconosce il suo bisogno di essere salvato. È probabile che il termine «bagno» sia stato scelto per richiamare anche l’idea del battesimo: i discepoli sono mondi perché hanno ricevuto da Gesù questo bagno che, nel battesimo, sarà poi messo a disposizione di tutti i credenti. L’unico a far eccezione è Giuda, il quale sta per tradire il Maestro.

Lo scopo del gesto (vv. 12-15) Nella terza parte del brano Gesù indica il motivo del gesto che ha fatto: «Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (vv. 12-15). Sedendosi, Gesù riprende la posizione tipica del maestro. Le sue parole riecheggiano detti riportati anche nei vangeli sinottici (cfr. Lc 22,24-30; Mc 9,37). L’evangelista li situa in questo contesto perché ritiene che siano utili per comprendere più in profondità il gesto del Maestro. Egli dice di aver fatto ciò per dare loro un esempio: se lui, che è il Maestro, ha lavato i piedi ai suoi discepoli, essi devono imparare a fare altrettanto fra di loro. È significativo che Gesù chieda loro di fare qualcosa non per lui, ma fra di loro: è tipico infatti dell’alleanza biblica che l’obbedienza e il ringraziamento dovuti a Dio per i suoi benefici si manifestino non in atti di culto, ma nei rapporti nuovi che si instaurano tra i membri del popolo: la dimensione verticale tipica della fede è totalmente assorbita in quella orizzontale, in cui si esprime l’amore vicendevole: per questo Paolo parlerà di una fede che opera mediante l’amore (cfr. Gal 5,6). Qui termina il testo liturgico. Nel seguito del brano Gesù sottolinea che i suoi discepoli, per adeguarsi veramente a lui come Maestro, devono mettere in pratica il suo insegnamento (vv. 16-17). In seguito preannunzia, con l’aiuto di una citazione biblica (Sal 41,10; cfr. Mc 14,18) il tradimento di Giuda (v. 18-19). Infine Gesù afferma che, accogliendo i suoi inviati, si accoglie non solo lui stesso, ma anche colui che lo ha inviato, cioè il Padre (v. 20; cfr. Mt 10,40; Mc 9,37; Lc 9,48).

Linee interpretative La lavanda dei piedi simboleggia la morte di Gesù in croce, vista come il gesto supremo d’amore verso il Padre e verso i suoi discepoli. Questa morte assume, come bene suggerisce il gesto di lavare i piedi, il significato di una radicale purificazione dal peccato e di una piena riconciliazione dei discepoli con Dio e fra di loro. L’amore che purifica è quello che ha ispirato la lotta di Gesù contro i detentori del potere politico e religioso e la sua attenzione nei confronti dei più piccoli ed emarginati. Proprio in forza di questo amore egli ha saputo andare incontro a una morte terribile, dimostrando così una fedeltà che non viene meno neppure di fronte alle prove più grandi. In questo modo ha aperto una strada nella quale coinvolge i discepoli e tutti quelli che crederanno in lui. La morte in croce, in quanto preannunziata mediante un bagno purificatore amministrato da Gesù ai discepoli, diventa simbolo del battesimo cristiano, mediante il quale i credenti di tutti i tempi sono coinvolti nella persona e nel progetto di Gesù. Chi riceve il battesimo di Gesù accetta di essere lavato da lui, cioè di entrare in comunione con lui, adottando nella sua vita quei valori in funzione del quale egli è vissuto ed è morto. Mediante il battesimo si aggregheranno sempre nuove schiere di discepoli che manterranno vivi nei secoli il suo sogno e la sua utopia, quella cioè di un mondo riconciliato. Nella lavanda dei piedi Giovanni ha voluto simboleggiare anche il sacramento dell’eucaristia: ad esso aveva già dedicato tutto il c. 6 e non poteva certo dimenticarlo nel contesto dell’ultima cena. In essa Gesù, con il dono del suo corpo e del suo sangue, stabilisce un rapporto strettissimo tra i discepoli i quali, proprio in forza di esso, vengono a formare una comunità che è il suo corpo (cfr 1Cor 10,16-18; 11,23-29). È questo anche il significato della lavanda dei piedi: con essa Gesù mette se stesso totalmente a disposizione dei discepoli allo scopo di creare tra essi rapporti nuovi di comunione e di solidarietà. La lavanda dei piedi è dunque una trasposizione simbolica dell’istituzione dell’Eucaristia.

GIOVEDÌ SANTO. MESSA IN « COENA DOMINI » – ENZO BIANCHI

http://www.arcidiocesibaribitonto.it/pubblicazioni/articoli-on-line/editoriali/messa-in-coena-domini#

GIOVEDÌ SANTO. MESSA IN « COENA DOMINI » – ENZO BIANCHI

Il cristiano, ciascuno di noi, per entrare in relazione con Gesù dovrà lasciarsi lavare i piedi; dovrà accettare di vedere andare in frantumi l’immagine religiosa, teologica che ha di Dio, che ha del suo Inviato

Carissimi,

iniziamo a celebrare il santo sacramento del Triduo pasquale, cominciamo a vivere il mistero pasquale di Gesù, il mistero che si è consumato in tre giorni, mistero sintetizzato nella sua passione, morte e resurrezione. Ma va subito detto con chiarezza: noi non celebriamo gli ultimi giorni di Gesù in quanto ultimi giorni della sua vita, ma perché in essi c’è stata la rivelazione, la narrazione di tutta la vita di Gesù e di tutta l’opera di Dio a favore di noi uomini. Con questo tramonto siamo all’inizio del primo giorno, il giorno della passione e morte che si apre significativamente con la cena di Gesù, nella quale egli, con dei gesti, ha voluto raccontare in anticipo quello che sarebbe accaduto nelle ore successive dello stesso giorno, il primo dei tre giorni pasquali. Gesù, volendo dire ai suoi discepoli che dava la vita liberamente e mosso soltanto dall’amore, volendo istruire i discepoli sul significato di quegli eventi terribili ormai incombenti, secondo i vangeli sinottici compie un gesto e secondo il quarto vangelo compie un altro gesto. Ma i due gesti hanno lo stesso significato, la stessa intenzione: uno è il gesto eucaristico della frazione del pane, l’altro è il gesto della lavanda dei piedi. Le letture che abbiamo ascoltato ci danno la narrazione di questi gesti: nel brano della Prima lettera ai Corinti Paolo racconta, in fedeltà alla tradizione che troviamo nei sinottici, la frazione del pane; nel quarto vangelo Giovanni ci parla della lavanda. Questa sera voglio sostare sulla lavanda, ma non dimentico che il gesto eucaristico, così come la lavanda, vuole manifestare l’amore di Gesù, svelare l’amore di cui Gesù è stato capace, dirci come Gesù aveva speso la vita e l’ha voluta anche dare subendo l’ingiustizia, la violenza degli uomini, subendo il tradimento di chi mangiava con lui lo stesso pane (cf. Sal 41,10; Gv 13,18) e sedeva alla stessa tavola, ma mentiva; subendo il tradimento all’alleanza comunitaria da lui vissuta interamente; subendo anche l’incomprensione e la non vicinanza di quelli che aveva scelto «perché stessero con lui» (Mc 3,14). Gesù ha vissuto questo senza contraddire l’amore, senza venir meno all’amore; e in questo Gesù non ha solo vissuto con forza ciò che gli apparteneva nella sua vita umana, ma ha anche raccontato Dio e lo ha raccontato non nella quantità delle sofferenze, non nel soffrire e nel morire, ma nel vivere sofferenze e morte ingiusta in un preciso modo, mai venendo meno all’amore. La morte di Gesù, la sua passione hanno questo di unico e sono per noi oggetto questa sera di contemplazione: non in quanto morte, non in quanto sofferenza, ma perché Gesù è riuscito a vivere morte ingiusta e sofferenza continuando ad amare e mai contraddicendo l’amore. Durante l’ultima cena Gesù è con i discepoli e dice, secondo Paolo che si rifà alla tradizione: «Questo è il mio corpo che è per voi … Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue». Che cosa significano queste parole? Significano: «La mia vita è stata, è e sarà nelle prossime ore vita donata a voi, spesa per voi. E la mia morte, fino al sangue versato, è un nuovo patto, una nuova alleanza, ultima e definitiva, con voi». Pensiamo almeno un momento al contesto reale di queste parole. Con Gesù ci sono i discepoli, uomini ai quali egli si è dato e per i quali ha consumato la vita: tra di loro c’è uno che lo tradisce, che vive nella menzogna ormai da tempo ma continua a stare con Gesù; uno che lo rinnega, e solo dopo si pentirà nonostante gli avvertimenti che Gesù gli aveva dato personalmente; e gli altri, impauriti, ignavi, inerti, che lo abbandonano tutti. Gesù dice: «Io vi do il mio corpo»; gli altri – Paolo legge la comunità di Corinto, ma era la comunità del Signore quella sera, è la nostra comunità questa sera, è la comunità della chiesa –, gli altri tengono il «proprio» (ciò di cui pensano di avere proprietà); addirittura, pur partecipando alla cena in cui il Signore dà tutto, anche il suo corpo – «il mio corpo che è per voi» –, gli altri tengono il «proprio» per sé fino a mangiare – dice Paolo – il «proprio» cibo e dunque in realtà non sono partecipi della cena del Signore (cf. 1Cor 11,17-22). Ma leggiamo anche come la lavanda dei piedi da parte di Gesù dica la stessa cosa, e come Gesù per entrambi i gesti comandi: «Fate questo in memoria di me», oppure: «Fate questo come io ho fatto a voi». Due gesti, due memorie comandate per una sola realtà: Gesù che dà la vita per noi. Conosciamo bene questa narrazione della lavanda, descritta con precisione e con una lentezza che ci invita a sostare anche sui particolari dell’agire di Gesù. È impressionante, ma è una scena in cui le parole sono semplicemente di troppo. È un fare di Gesù; di più, direi che per Giovanni è veramente l’opera, quell’opera di cui più volte ha parlato nel quarto vangelo, l’opera di Gesù, l’opera del Figlio, ma che adesso diventa un’azione, un fare. Avete sentito: Gesù si alza da tavola, depone le vesti, prende l’asciugamano, se lo cinge ai fianchi, versa l’acqua nel catino, lava i piedi ai discepoli. È Gesù che opera, che fa, totalmente protagonista, non ha né inservienti né assistenti. Perché quel gesto che riassumeva tutta la sua vita e che prefigurava la sua morte, in sintonia a come aveva vissuto al servizio degli altri, lui solo e solo così poteva farlo. È il fare dello schiavo – lo sappiamo bene – verso il suo Signore; ma è anche il gesto che può essere fatto per amore da parte del discepolo verso il suo rabbi; ed è anche il gesto che poteva essere fatto per amore da parte del figlio verso il padre vecchio e anziano. Solo in quei casi era possibile quel gesto: o per amore del figlio e del discepolo, o per obbedienza dello schiavo. Un gesto, dunque, che è di umiliazione ma che può anche essere di relazione, di affetto. E non possiamo dimenticare che, se questo è il gesto compiuto quella sera da Gesù verso i suoi discepoli, l’unica che aveva fatto a lui quel gesto, l’unica – non glielo hanno mai fatto i discepoli –, l’unica era quella prostituta che gli lavò i piedi e per la quale Gesù ha dovuto dire che quel gesto era una narrazione di amore (cf. Lc 7,36-47; Mc 14,3-9). In ogni caso, Gesù opera un’inversione dei ruoli: si fa schiavo, si fa discepolo, si fa figlio. Ecco lo scandalo di Pietro: il gesto compiuto da Gesù dice la sua identità, e Pietro, da buon ebreo, non può accettare una tale identità per il suo rabbi, per il suo profeta e Messia. Così egli protesta, e non accettando l’opera di Gesù non accetta neppure l’opera di Dio. Gesù deve dunque dirgli: «Se tu non accetti che io ti lavi i piedi non avrai parte con me». Cioè: «Tu non puoi avere nessuna comunione con me, né qui e ora, ma neanche nel Regno, neanche nella vita eterna». Gesù con quel gesto fonda la relazione essenziale tra lui e il discepolo, tra lui e il credente futuro, tra lui e il cristiano. Il cristiano, ciascuno di noi, per entrare in relazione con Gesù dovrà lasciarsi lavare i piedi; dovrà accettare di vedere andare in frantumi l’immagine religiosa, teologica che ha di Dio, che ha del suo Inviato; dovrà accettare un amore che non si può misurare umanamente, ma che è un amore sempre preveniente, un amore, soprattutto, che non si deve meritare. Sì, perché ciascuno di noi, e questo è il grande ostacolo alla fede in Gesù Cristo, pensa di dover meritare l’amore. Qui davvero sta la differenza tra gli uomini che sono pronti a credere in Dio ma che sono lenti a credere in Gesù Cristo. Questa è la verità: Gesù ci dice che l’amore di Dio non va meritato. Gesù conosce questa difficoltà umana, per la quale l’uomo non arriva a credere, non arriva a credere in Cristo e non arriva a «credere all’amore», come dice con molta intelligenza spirituale Giovanni nella sua Prima lettera (cf. 1Gv 4,16). Per questo Gesù chiede solo che ci lasciamo lavare i piedi da lui e ci promette che capiremo più tardi il perché. Ecco allora l’exeghésato (Gv 1,18) attuato nella lavanda: Gesù che ci narra Dio, che ci narra l’amore di Dio, un amore che non dobbiamo meritare, un amore per il quale i piedi ci sono lavati anche quando noi non comprendiamo. Pietro capirà più tardi, dopo essere passato anche attraverso l’infedeltà. Anche Giuda si lascia lavare i piedi quella sera, ma non capirà; anzi, proprio perché Gesù gli ha lavato i piedi, proprio perché gli ha dato il boccone eucaristico, accresce la sua capacità di inimicizia fino a permettere che Satana si impadronisca completamente di lui (cf. Lc 22,3). Ecco allora il messaggio: lasciarsi lavare i piedi da Gesù Cristo. Qui noi decidiamo se la nostra fede è autenticamente cristiana, o se resta ancora nell’economia veterotestamentaria, o se è semplicemente una fede monoteista. Perché solo da una tale comprensione di Gesù, da una tale inversione dei ruoli noi decidiamo la comunione con Dio o il suo rifiuto. Ma dopo il gesto e dopo il dialogo con Pietro, Giovanni ci parla di un dialogo avvenuto anche con i discepoli: «Avete capito quello che vi ho fatto?». Qui però ciò che è richiesto nella comprensione non riguarda l’identità di Gesù, ma riguarda il comportamento dei discepoli. Gesù instaura un’altra logica nelle sue parole: si passa così dal piano cristologico circa l’identità di Gesù, al piano etico, o – se si vuole – al piano ecclesiologico, al piano delle relazioni tra i discepoli, che è poi il piano della relazione tra i cristiani e tutti gli uomini che il cristiano decide semplicemente di incontrare, credenti o non credenti, cristiani o non cristiani. La lavanda dei piedi operata da Gesù è stata sì una rivelazione di chi Gesù è, ma qui diventa un esempio, un paradigma – potremmo dire nel nostro linguaggio – che viene proposto ai discepoli. Ecco come dalla fede scaturisce il fare, l’etica: «Dimmi che immagine tu hai di Dio e ti dirò come tu vivi da uomo. Se dunque tu credi che Dio, il Signore, può lavare i piedi a te, allora tu sarai capace, anzi sentirai la responsabilità e il dovere di lavare i piedi agli altri». E non dimentico neppure qui, in questo passaggio dalla rivelazione all’etica, il racconto di Paolo, perché anche l’Apostolo ci fa passare dalla liturgia all’etica, da una celebrazione rituale a un entrare in quella logica del «per voi», smettendo di avere per sé il proprio. In ogni caso, dai gesti fatti da Gesù, lavanda o istituzione, scaturisce l’etica ecclesiale, il fare dei cristiani. L’interpretazione liturgica della chiesa romana ha privilegiato questo paradigma della lavanda; ha privilegiato, per così dire, il versante etico del gesto di Gesù e ha considerato la lavanda dei piedi come ministerium, come un compito necessario nella vita fraterna, a imitazione di Gesù che presiedendo la comunità ha lavato i piedi ai suoi. Ed è per questo che nella chiesa latina chi presiede la chiesa, chi presiede una comunità monastica lava i piedi agli altri. Ma va ricordato che l’interpretazione ambrosiana privilegia il significato cristologico e fa addirittura della lavanda un gesto battesimale; certo, con un significato penitenziale, che noi facciamo fatica a comprendere. Ma è significativo che nella tradizione monastica, dove si è iniziata a vivere la lavanda, prima ancora che all’interno delle chiese, questo gesto sia un gesto che dice, rivela, racconta come i cristiani vivono l’amore. Mi ha sempre impressionato che nella Regola di Benedetto si ordina che l’abate versi l’acqua sulle mani degli ospiti che arrivano e, aiutato dalla comunità, lavi i piedi a tutti gli ospiti che giungono in monastero: «Pedes hospitibus omnibus tam abbas quam cuncta congregatio lavet» (RB 53,12-13). Pensate, se io dovessi lavare i piedi a tutti gli ospiti che arrivano qui… Però questo è significativo, perché non è solo un gesto di umiltà, di servizio verso l’ospite che nella tradizione monastica è comunque sacramento di Cristo (cf. RB 53,1), ma io credo voglia essere soprattutto una dimostrazione di umanità. Non a caso san Benedetto ha appena affermato: «Omnis ei exhibeatur humanitas», «si mostri all’ospite tutta l’umanità» (RB 53,9). Quasi a dire che la lavanda dei piedi è un cammino di umanizzazione per l’ospitante, abate e comunità monastica, ma anche per l’ospite che giunge, sconosciuto o conosciuto. Questo gesto della lavanda dei piedi, segno di un servizio all’altro, segno di umiliazione personale riguarda tutti: riguarda noi monaci e riguarda anche voi, amici e ospiti. È vero che nella liturgia lo compie solo chi presiede la chiesa o la comunità monastica, e certamente lo fa, se pur indegnamente, a nome di Cristo, per ricordare l’abbassamento del Kýrios, l’atteggiamento di Dio verso ciascuno; ma poi, secondo la volontà di Gesù, questo gesto dovrebbe essere compiuto dalla comunità tutta, dai cristiani tra di loro, dovrebbe essere un gesto reciproco. Ora chi presiede lo compie, a nome del Signore, per raccontare chi era Gesù, come inveramento del suo esempio; ma lo compie anche per dire che il rapporto fraterno nella comunità cristiana è dato dal servizio dello schiavo o dall’affetto del discepolo verso il maestro, del figlio verso il padre. È un gesto dunque che noi reiteriamo perché Gesù ce lo ha chiesto, per il suo comando, alla stessa maniera con cui rifacciamo il gesto sul pane e sul vino. Che il Signore ci conceda di accettare questo suo gesto. E soprattutto ci conceda, attraverso questo gesto, di modificare la nostra immagine di Dio e di accogliere il suo amore: un amore che non dobbiamo meritare perché ci previene, un amore che non chiede neppure reciprocità, ma chiede solo di essere accolto e creduto. Perché noi cristiani dobbiamo essere, secondo la volontà di Gesù, nient’altro che quelli che credono all’amore (cf. 1Gv 4,16).

 

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31