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VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (2010)

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VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

(dovrebbe essere anno c)

Basilica Vaticana

Sabato Santo, 3 aprile 2010

Cari fratelli e sorelle,

un’antica leggenda giudaica tratta dal libro apocrifo “La vita di Adamo ed Eva“ racconta che Adamo, nella sua ultima malattia, avrebbe mandato il figlio Set insieme con Eva nella regione del Paradiso a prendere l’olio della misericordia, per essere unto con questo e così guarito. Dopo tutto il pregare e il piangere dei due in cerca dell’albero della vita, appare l’Arcangelo Michele per dire loro che non avrebbero ottenuto l’olio dell’albero della misericordia e che Adamo sarebbe dovuto morire. Più tardi, lettori cristiani hanno aggiunto a questa comunicazione dell’Arcangelo una parola di consolazione. L’Arcangelo avrebbe detto che dopo 5.500 anni sarebbe venuto l’amorevole Re Cristo, il Figlio di Dio, e avrebbe unto con l’olio della sua misericordia tutti coloro che avrebbero creduto in Lui. “L’olio della misericordia di eternità in eternità sarà dato a quanti dovranno rinascere dall’acqua e dallo Spirito Santo. Allora il Figlio di Dio ricco d’amore, Cristo, discenderà nelle profondità della terra e condurrà tuo padre nel Paradiso, presso l’albero della misericordia”. In questa leggenda diventa visibile tutta l’afflizione dell’uomo di fronte al destino di malattia, dolore e morte che ci è stato imposto. Si rende evidente la resistenza che l’uomo oppone alla morte: da qualche parte – hanno ripetutamente pensato gli uomini – dovrebbe pur esserci l’erba medicinale contro la morte. Prima o poi dovrebbe essere possibile trovare il farmaco non soltanto contro questa o quella malattia, ma contro la vera fatalità – contro la morte. Dovrebbe, insomma, esistere la medicina dell’immortalità. Anche oggi gli uomini sono alla ricerca di tale sostanza curativa. Pure la scienza medica attuale cerca, anche se non proprio di escludere la morte, di eliminare tuttavia il maggior numero possibile delle sue cause, di rimandarla sempre di più; di procurare una vita sempre migliore e più lunga. Ma riflettiamo ancora un momento: come sarebbe veramente, se si riuscisse, magari non ad escludere totalmente la morte, ma a rimandarla indefinitamente, a raggiungere un’età di parecchie centinaia di anni? Sarebbe questa una cosa buona? L’umanità invecchierebbe in misura straordinaria, per la gioventù non ci sarebbe più posto. Si spegnerebbe la capacità dell’innovazione e una vita interminabile sarebbe non un paradiso, ma piuttosto una condanna. La vera erba medicinale contro la morte dovrebbe essere diversa. Non dovrebbe portare semplicemente un prolungamento indefinito di questa vita attuale. Dovrebbe trasformare la nostra vita dal di dentro. Dovrebbe creare in noi una vita nuova, veramente capace di eternità: dovrebbe trasformarci in modo tale da non finire con la morte, ma da iniziare solo con essa in pienezza. Ciò che è nuovo ed emozionante del messaggio cristiano, del Vangelo di Gesù Cristo, era ed è tuttora questo, che ci viene detto: sì, quest’erba medicinale contro la morte, questo vero farmaco dell’immortalità esiste. È stato trovato. È accessibile. Nel Battesimo questa medicina ci viene donata. Una vita nuova inizia in noi, una vita nuova che matura nella fede e non viene cancellata dalla morte della vecchia vita, ma che solo allora viene portata pienamente alla luce. A questo alcuni, forse molti risponderanno: il messaggio, certo, lo sento, però mi manca la fede. E anche chi vuole credere chiederà: ma è davvero così? Come dobbiamo immaginarcelo? Come si svolge questa trasformazione della vecchia vita, così che si formi in essa la vita nuova che non conosce la morte? Ancora una volta un antico scritto giudaico può aiutarci ad avere un’idea di quel processo misterioso che inizia in noi col Battesimo. Lì si racconta come il progenitore Enoch venne rapito fino al trono di Dio. Ma egli si spaventò di fronte alle gloriose potestà angeliche e, nella sua debolezza umana, non poté contemplare il Volto di Dio. “Allora Dio disse a Michele – così prosegue il libro di Enoch –: ‘Prendi Enoch e togligli le vesti terrene. Ungilo con olio soave e rivestilo con abiti di gloria!’ E Michele mi tolse le mie vesti, mi unse di olio soave, e quest’olio era più di una luce radiosa… Il suo splendore era simile ai raggi del sole. Quando mi guardai, ecco che ero come uno degli esseri gloriosi” (Ph. Rech, Inbild des Kosmos, II 524). Precisamente questo – l’essere rivestiti col nuovo abito di Dio – avviene nel Battesimo; così ci dice la fede cristiana. Certo, questo cambio delle vesti è un percorso che dura tutta la vita. Ciò che avviene nel Battesimo è l’inizio di un processo che abbraccia tutta la nostra vita – ci rende capaci di eternità, così che nell’abito di luce di Gesù Cristo possiamo apparire al cospetto di Dio e vivere con Lui per sempre. Nel rito del Battesimo ci sono due elementi in cui questo evento si esprime e diventa visibile anche come esigenza per la nostra ulteriore vita. C’è anzitutto il rito delle rinunce e delle promesse. Nella Chiesa antica, il battezzando si volgeva verso occidente, simbolo delle tenebre, del tramonto del sole, della morte e quindi del dominio del peccato. Il battezzando si volgeva in quella direzione e pronunciava un triplice “no”: al diavolo, alle sue pompe e al peccato. Con la strana parola “pompe”, cioè lo sfarzo del diavolo, si indicava lo splendore dell’antico culto degli dèi e dell’antico teatro, in cui si provava gusto vedendo persone vive sbranate da bestie feroci. Così questo “no” era il rifiuto di un tipo di cultura che incatenava l’uomo all’adorazione del potere, al mondo della cupidigia, alla menzogna, alla crudeltà. Era un atto di liberazione dall’imposizione di una forma di vita, che si offriva come piacere e, tuttavia, spingeva verso la distruzione di ciò che nell’uomo sono le sue qualità migliori. Questa rinuncia – con un procedimento meno drammatico – costituisce anche oggi una parte essenziale del Battesimo. In esso leviamo le “vesti vecchie” con le quali non si può stare davanti a Dio. Detto meglio: cominciamo a deporle. Questa rinuncia è, infatti, una promessa in cui diamo la mano a Cristo, affinché Egli ci guidi e ci rivesta. Quali siano le “vesti” che deponiamo, quale sia la promessa che pronunciamo, si rende evidente quando leggiamo, nel quinto capitolo della Lettera ai Galati, che cosa Paolo chiami “opere della carne” – termine che significa precisamente le vesti vecchie da deporre. Paolo le designa così: “fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere” (Gal 5,19ss). Sono queste le vesti che deponiamo; sono vesti della morte. Poi il battezzando nella Chiesa antica si volgeva verso oriente – simbolo della luce, simbolo del nuovo sole della storia, nuovo sole che sorge, simbolo di Cristo. Il battezzando determina la nuova direzione della sua vita: la fede nel Dio trinitario al quale egli si consegna. Così Dio stesso ci veste dell’abito di luce, dell’abito della vita. Paolo chiama queste nuove “vesti” “frutto dello Spirito” e le descrive con le seguenti parole: “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Nella Chiesa antica, il battezzando veniva poi veramente spogliato delle sue vesti. Egli scendeva nel fonte battesimale e veniva immerso tre volte – un simbolo della morte che esprime tutta la radicalità di tale spogliazione e di tale cambio di veste. Questa vita, che comunque è votata alla morte, il battezzando la consegna alla morte, insieme con Cristo, e da Lui si lascia trascinare e tirare su nella vita nuova che lo trasforma per l’eternità. Poi, risalendo dalle acque battesimali, i neofiti venivano rivestiti con la veste bianca, la veste di luce di Dio, e ricevevano la candela accesa come segno della nuova vita nella luce che Dio stesso aveva accesa in essi. Lo sapevano: avevano ottenuto il farmaco dell’immortalità, che ora, nel momento di ricevere la santa Comunione, prendeva pienamente forma. In essa riceviamo il Corpo del Signore risorto e veniamo, noi stessi, attirati in questo Corpo, così che siamo già custoditi in Colui che ha vinto la morte e ci porta attraverso la morte. Nel corso dei secoli, i simboli sono diventati più scarsi, ma l’avvenimento essenziale del Battesimo è tuttavia rimasto lo stesso. Esso non è solo un lavacro, ancor meno un’accoglienza un po’ complicata in una nuova associazione. È morte e risurrezione, rinascita alla nuova vita. Sì, l’erba medicinale contro la morte esiste. Cristo è l’albero della vita reso nuovamente accessibile. Se ci atteniamo a Lui, allora siamo nella vita. Per questo canteremo in questa notte della risurrezione, con tutto il cuore, l’alleluia, il canto della gioia che non ha bisogno di parole. Per questo Paolo può dire ai Filippesi: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti!” (Fil 4,4). La gioia non la si può comandare. La si può solo donare. Il Signore risorto ci dona la gioia: la vera vita. Noi siamo ormai per sempre custoditi nell’amore di Colui al quale è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra (cfr Mt 28,18). Così chiediamo, certi di essere esauditi, con la preghiera sulle offerte che la Chiesa eleva in questa notte: Accogli, Signore, le preghiere del tuo popolo insieme con le offerte sacrificali, perché ciò che con i misteri pasquali ha avuto inizio ci giovi, per opera tua, come medicina per l’eternità. Amen.

 

27 MARZO 2016 | SANTA PASQUA – ANNO C | OMELIA

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27 MARZO 2016 | SANTA PASQUA – ANNO C | OMELIA

Gesù è risorto!

Per cominciare

È Pasqua, domenica delle domeniche. Riprende l’alleluia festoso, cessano i colori quaresimali. La liturgia si veste a festa. È la chiesa che esprime le motivazioni di fondo. Fin dalle origini, la risurrezione rappresenta il cuore della fede cristiana. « Dio lo ha risuscitato dai morti », testimoniano Pietro e gli apostoli. « Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede » (1Cor 15,14), dice Paolo.

La parola di Dio Atti degli apostoli 10,34a.37-43. « Noi siamo testimoni », dice Pietro a Cesarea, in casa del centurione Cornelio, che sta per ricevere il battesimo con tutta la sua famiglia. È questo uno degli otto discorsi che Pietro pronuncia negli Atti degli apostoli, nel quale offre la testimonianza matura della sua fede, che vede nell’ultima drammatica vicenda di Gesù il realizzarsi delle profezie, e la piena consapevolezza della missione di continuare l’opera di Gesù, affidata da Dio a lui e agli apostoli, quali « testimoni prescelti ». Colossesi 3,1-4. In pochi versetti Paolo esprime in modo pieno ed efficace la sua fede nel Signore Risorto ed esorta a vivere una vita nuova; a cercare « le cose di lassù », dove siede glorioso il Cristo di Dio, con il quale condivideremo anche noi la gloria. Giovanni 20,1-9. Maria corre di buon mattino alla tomba dove è stato deposto Gesù. È ancora buio. La sepoltura di Gesù è avvenuta in tutta fretta ed è stata sommaria, Maria intende completare le cose, prendersi cura del suo cadavere. Ma la pietra è ribaltata e la tomba è vuota. Corre a dirlo a Pietro e a Giovanni, pensando che qualcuno lo abbia portato via di nascosto. I due apostoli accorrono, osservano ogni cosa, ricordano le parole della Scrittura, e dello stesso Gesù, e diventano i primi testimoni privilegiati della sua risurrezione. Oppure, per l’anno C: Luca 24,1-12. Il racconto sinottico di Luca, a differenza di Giovanni, è più simile a quello di Matteo e Marco, anche se sono molte le varianti. Luca racconta che Maria di Magdala, Giovanna, la madre di Giacomo e altre donne vanno al sepolcro, portando gli aromi per prendersi cura di un cadavere, ma non trovano il corpo di Gesù. Vanno a dirlo agli apostoli, i quali non si fidano della loro testimonianza, anzi, pensano che abbiano perso la testa. Solo Pietro corre al sepolcro, osserva e rimane profondamente colpito. Nel racconto di Luca compaiono due angeli, che parlano alle donne impaurite e ricordano le parole di Gesù. Matteo parla di soldati tramortiti e di un angelo che spaventa le donne. Poi, piene di gioia, s’incontrano con lo stesso Gesù. Marco presenta anche lui un solo angelo, che invita le donne a dare la notizia agli apostoli, ma le donne piene di spavento non dicono niente a nessuno. Non è semplice spiegare le divergenze di questi racconti. C’è chi le giustifica parlando di racconti che sono stati tramandati da testimoni diversi. Ciò che conta è la testimonianza unanime degli apostoli e della chiesa delle origini nel sottolineare la risurrezione di Gesù e le sue apparizioni. Quanto al realismo con cui vengono raccontate, spesso di sapore apologetico, aveva semplicemente lo scopo di rappresentare in qualche modo la straordinarietà dell’evento.

Riflettere e attualizzare Sembra quasi che Gesù nella sua vita abbia voluto nascondersi il più possibile nella sua umanità. Come dice il concilio: « Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo… ha amato con cuore d’uomo… si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato » (Gaudium et spes, 22). Facendosi carne, come ogni uomo ha provato la stanchezza, la fame e la sete. Sensibile al dolore fisico, nella passione è stato sottoposto a terribili torture; crocifisso come uno schiavo. Infine è morto ed è stato sepolto come ogni uomo. Non mancano certo passaggi importanti in cui lo straordinario è presente, come i miracoli che accompagnano la sua predicazione, la profonda conoscenza dell’animo della gente, il realizzarsi delle profezie che parlano di lui come messia molti secoli prima che appaia sulle strade della Palestina. Ma l’avvenimento che supera ogni immaginazione è il fatto che gli apostoli lo hanno rivisto vivo dopo la crocifissione e la sua morte in croce. Questo fatto i cristiani lo ripetono da oltre venti secoli. È la fede della chiesa. La risurrezione di Gesù dovrebbe stupirci, anzi dovrebbe sconvolgerci. Ma non lo fa, perché è da quando eravamo bambini, a catechismo e a messa, che ce lo dicono. Gesù fu crocifisso e morì pubblicamente. La sua esperienza è ormai conclusa quando una pietra chiude il suo corpo morto nel sepolcro. Quando si presenta agli apostoli risorto e vivo, li trova radunati al chiuso, pieni di paura, oppure a pescare in Galilea, dove hanno ripreso il loro antico mestiere. Il fatto della risurrezione « non è descritto da nessuno, non è stato visto da nessuno. La liturgia romana ci dice, nel canto solenne che precede le funzioni della notte di Pasqua: « O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi ». Che cosa è avvenuto in quell’ora sconosciuta, nell’oscurità nella tomba di Gesù? Possiamo comprendere qualcosa di questo evento guardando gli effetti di questo mistero con gli occhi della fede » (Carlo Maria Martini). Ecco che gli apostoli, dopo aver rivisto Gesù, tornano a Gerusalemme e là rischiano senza esitazione la pelle per parlare di lui liberamente. Qualcosa è dunque cambiato nell’animo e nell’esperienza di questi apostoli. Perché quando Gesù fu arrestato, tutti vigliaccamente lo abbandonarono. Gesù aveva fatto crollare i loro sogni e le loro speranze: per quale ragione si sono trasformati così in fretta e in modo così radicale in predicatori di Gesù e della sua risurrezione? Questi apostoli anche di fronte alle prime notizie delle apparizioni non si sono dimostrati facili a credere, anzi hanno reagito increduli alle donne che dicevano di averlo visto risorto. Tommaso non crederà neppure agli apostoli. Oltre ai racconti dei vangeli, c’è la testimonianza sorprendente di Paolo. Lui ha incontrato Gesù vivo sulla via di Damasco. Scrive nella prima lettera ai Corinzi: « Dopo essere apparso a tutti, ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la chiesa di Dio » (15,8-9). Quello di Paolo è un racconto in prima persona e l’apparizione del risorto gli è concessa contro ogni attesa e completamente contro la sua volontà, perché è un fariseo zelante che perseguita i cristiani nelle sinagoghe. È ancora l’apostolo Paolo a ricordare, sempre nella lettera ai Corinzi, scritta attorno all’anno 55, una ventina d’anni dopo la Pasqua di Gesù, che Cristo è apparso vivo a Pietro, a Giacomo, ai Dodici e a cinquecento fratelli in una sola volta, molti dei quali sono ancora vivi (1Cor 15,3-7). Tanti lungo i secoli hanno cercato di capire come storicamente questo fatto sia possibile e quanto siano attendibili i racconti dei vangeli, così pure quale sia il valore della testimonianza degli apostoli e delle donne che lo hanno rivisto vivo. Un problema non certo astratto, perché la risurrezione è fondamentale. Perché la nostra fede si regge sulla risurrezione. « E se fosse risorto? » è il titolo di un lungo articolo apparso sul Corriere della sera. Il giornalista e scrittore Vittorio Messori, ha affrontato questo tema rispondendo a un ipotetico interlocutore laico, scettico e incredulo di fronte al fatto della risurrezione. « Non sono pochi coloro che mi chiedono », scrive, « come io possa prendere sul serio un’affermazione del genere… Non mi sorprendo ». E continua: « Ma sì, oserò dirlo; alla pari di chiunque si dica cristiano, sono convinto che ciò che i vangeli riferiscono coincide con ciò che è avvenuto, che Gesù era davvero morto e che davvero è uscito vivo dal sepolcro, passando poi quaranta giorni con i discepoli prima di ascendere al cielo… La Pasqua non commemora un mito, ma ricorda un fatto ». Per fare queste affermazioni sono fondamentali le parole degli apostoli. A loro, solo a loro Gesù si è presentato risorto: « Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti » (At 10,40-41). La testimonianza degli apostoli non nasce da ragionamento, ma da un’esperienza che li ha sorpresi e li ha trasformati. Gesù lo aveva detto: « Non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi! » (Mc 12,24-27). Lo Spirito Santo è sceso con tutta la sua potenza divina sul cadavere di Gesù. È stato come uno scoppio di luce e di vita. Là dove c’era un corpo morto e una tomba senza speranza è iniziata un’illuminazione del mondo che dura ancora fino a oggi.

Commenta il cardinal Martini: « Quando Gesù diceva, alla fine del vangelo di Matteo: « Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » intendeva questa presenza di risorto, questa forza di Dio operante in Gesù che ciascuno può sentire dentro di sé, purché apra gli occhi del cuore… Ogni uomo, ogni donna di questa terra può vedere il Risorto, se acconsente a cercarlo e a lasciarsi cercare ». « Comincia da qui la storia della chiesa, il suo cammino nella storia, le moltitudini di santi. Lo stesso Spirito che ha ridato vita all’uomo Gesù dà a ciascuno che lo desidera di entrare nelle intenzioni di Cristo, nel suo amore ai poveri, nella sua lotta per la giustizia… Chi guarda al mondo di oggi con gli occhi della fede, ne riconosce tutte le brutture, ma vede anche lo Spirito operante per salvare questo mondo ».

« A partire dalla risurrezione di Cristo può soffiare un vento nuovo, purificatore, del mondo attuale. Se alcuni lo credessero veramente e si lasciassero condurre da questa realtà nella loro azione terrena, molte cose cambierebbero » (Dietrich Bonhoeffer).

Mio prefazio a Pasqua Io voglio sapere se Cristo è veramente risorto, se la Chiesa ha mai creduto che sia veramente risorto. Perché allora è una potenza, schiava come ogni potenza? Perché non batter le strade come una follia di sole, a dire Cristo è risorto, è risorto! Perché non si libera dalla ragione e non rinuncia alle ricchezze per questa sola ricchezza di gioia?

Perché non dà fuoco alle cattedrali, non abbraccia ogni uomo sulla strada chiunque egli sia, per dirgli solo è risorto! E piangere insieme, piangere di gioia?

Perché non fa solo questo e dire che tutto il resto è vano? Ma dirlo con la vita con mani candide e occhi di fanciulli.

Come l’angelo del sepolcro vuoto con la veste bianca di neve nel sole, a dire « non cercate tra i morti colui che vive! ».

Mia Chiesa amata e infedele. Mia amarezza di ogni domenica, Chiesa che vorrei impazzata di gioia, perché è veramente risorto.

E noi grondare luce perché vive in noi noi questa sola umanità bianca a ogni festa in questo mondo del nulla e della morte. Amen.  (padre Davide Maria Turoldo)

Don Umberto DE VANNA sdb

BENEDETTO XVI – TRIDUO PASQUALE (2009)

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BENEDETTO XVI – TRIDUO PASQUALE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 8 aprile 2009

Cari fratelli e sorelle,

la Settimana Santa, che per noi cristiani è la settimana più importante dell’anno, ci offre l’opportunità di immergerci negli eventi centrali della Redenzione, di rivivere il Mistero pasquale, il grande Mistero della fede. A partire da domani pomeriggio, con la Messa in Coena Domini, i solenni riti liturgici ci aiuteranno a meditare in maniera più viva la passione, la morte e la risurrezione del Signore nei giorni del Santo Triduo pasquale, fulcro dell’intero anno liturgico. Possa la grazia divina aprire i nostri cuori alla comprensione del dono inestimabile che è la salvezza ottenutaci dal sacrificio di Cristo. Questo dono immenso lo troviamo mirabilmente narrato in un celebre inno contenuto nella Lettera ai Filippesi (cfr 2, 6-11), che in Quaresima abbiamo più volte meditato. L’apostolo ripercorre, in modo tanto essenziale quanto efficace, tutto il mistero della storia della salvezza accennando alla superbia di Adamo che, pur non essendo Dio, voleva essere come Dio. E contrappone a questa superbia del primo uomo, che tutti noi sentiamo un po’ nel nostro essere, l’umiltà del vero Figlio di Dio che, diventando uomo, non esitò a prendere su di sé tutte le debolezze dell’essere umano, eccetto il peccato, e si spinse fino alla profondità della morte. A questa discesa nell’ultima profondità della passione e della morte segue poi la sua esaltazione, la vera gloria, la gloria dell’amore che è andato fino alla fine. Ed è perciò giusto – come dice Paolo – che «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!» (2, 10-11). San Paolo accenna, con queste parole, a una profezia di Isaia dove Dio dice: Io sono il Signore, ogni ginocchio si pieghi davanti a me nei cieli e nella terra (cfr Is 45, 23). Questo – dice Paolo – vale per Gesù Cristo. Lui realmente, nella sua umiltà, nella vera grandezza del suo amore, è il Signore del mondo e davanti a Lui realmente ogni ginocchio si piega. Quanto meraviglioso, e insieme sorprendente, è questo mistero! Non possiamo mai sufficientemente meditare questa realtà. Gesù, pur essendo Dio, non volle fare delle sue prerogative divine un possesso esclusivo; non volle usare il suo essere Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza, come strumento di trionfo e segno di distanza da noi. Al contrario, «svuotò se stesso» assumendo la misera e debole condizione umana – Paolo usa, a questo riguardo, un verbo greco assai pregnante per indicare la kénosis, questa discesa di Gesù. La forma (morphé) divina si nascose in Cristo sotto la forma umana, ossia sotto la nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dai nostri limiti umani e dalla morte. La condivisione radicale e vera della nostra natura, condivisione in tutto fuorché nel peccato, lo condusse fino a quella frontiera che è il segno della nostra finitezza, la morte. Ma tutto ciò non è stato frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: fu piuttosto una sua libera scelta, per generosa adesione al disegno salvifico del Padre. E la morte a cui andò incontro – aggiunge Paolo – fu quella di croce, la più umiliante e degradante che si potesse immaginare. Tutto questo il Signore dell’universo lo ha compiuto per amore nostro: per amore ha voluto “svuotare se stesso” e farsi nostro fratello; per amore ha condiviso la nostra condizione, quella di ogni uomo e di ogni donna. Scrive in proposito un grande testimone della tradizione orientale, Teodoreto di Ciro: «Essendo Dio e Dio per natura e avendo l’uguaglianza con Dio, non ha ritenuto questo qualcosa di grande, come fanno coloro che hanno ricevuto qualche onore al di sopra dei loro meriti, ma nascondendo i suoi meriti, ha scelto l’umiltà più profonda e ha preso la forma di un essere umano» (Commento all’epistola ai Filippesi, 2,6-7). Preludio al Triduo pasquale, che incomincerà domani – come dicevo – con i suggestivi riti pomeridiani del Giovedì Santo, è la solenne Messa Crismale, che nella mattinata il Vescovo celebra con il proprio presbiterio, e nel corso della quale insieme vengono rinnovate le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’ Ordinazione. E’ un gesto di grande valore, un’occasione quanto mai propizia in cui i sacerdoti ribadiscono la propria fedeltà a Cristo che li ha scelti come suoi ministri. Quest’incontro sacerdotale assume inoltre un significato particolare, perché è quasi una preparazione all’Anno Sacerdotale, che ho indetto in occasione del 150 anniversario della morte del Santo Curato d’Ars e che avrà inizio il prossimo 19 giugno. Sempre nella Messa Crismale verranno poi benedetti l’olio degli infermi e quello dei catecumeni, e sarà consacrato il Crisma. Riti questi con i quali sono simbolicamente significate la pienezza del Sacerdozio di Cristo e quella comunione ecclesiale che deve animare il popolo cristiano, radunato per il sacrificio eucaristico e vivificato nell’unità dal dono dello Spirito Santo. Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena Domini, la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia, il Sacerdozio ministeriale ed il Comandamento nuovo della carità, lasciato da Gesù ai suoi discepoli. Di quanto avvenne nel Cenacolo, la vigilia della passione del Signore, san Paolo offre una delle più antiche testimonianze. «Il Signore Gesù, – egli scrive, all’inizio degli anni cinquanta, basandosi su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore stesso – nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1 Cor 11, 23-25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente col suo corpo dato e col suo sangue versato. E’ il sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta a tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di questo rito sacramentale, che consegna alla Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri i suoi discepoli e quanti ne proseguiranno il ministero nel corso dei secoli. Il Giovedì Santo costituisce pertanto un rinnovato invito a rendere grazie a Dio per il sommo dono dell’Eucaristia, da accogliere con devozione e da adorare con viva fede. Per questo, la Chiesa incoraggia, dopo la celebrazione della Santa Messa, a vegliare in presenza del Santissimo Sacramento, ricordando l’ora triste che Gesù passò in solitudine e preghiera nel Getsemani, prima di essere arrestato per poi venire condannato a morte. E siamo così al Venerdì Santo, giorno della passione e della crocifissione del Signore. Ogni anno, ponendoci in silenzio di fronte a Gesù appeso al legno della croce, avvertiamo quanto siano piene di amore le parole da Lui pronunciate la vigilia, nel corso dell’Ultima Cena. “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti” (cfr Mc 14, 24). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità. Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione. Siamo posti davanti a qualcosa che umanamente potrebbe apparire assurdo: un Dio che non solo si fà uomo, con tutti i bisogni dell’uomo, non solo soffre per salvare l’uomo caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità, ma muore per l’uomo. La morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di mali che grava sull’umanità di ogni tempo: il peso schiacciante del nostro morire, l’odio e la violenza che ancora oggi insanguinano la terra. La passione del Signore continua nella sofferenze degli uomini. Come giustamente scrive Blaise Pascal, “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo” (Pensieri, 553). Se il Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della sua vittoria. Canta la liturgia di questo giorno: O Crux, ave, spes unica – Ave, o croce, unica speranza!” . Questa speranza si alimenta nel grande silenzio del Sabato Santo, in attesa della risurrezione di Gesù. In questo giorno le Chiese sono spoglie e non sono previsti particolari riti liturgici. La Chiesa veglia in preghiera come Maria e insieme a Maria, condividendone gli stessi sentimenti di dolore e di fiducia in Dio. Giustamente si raccomanda di conservare durante tutta la giornata un clima orante, favorevole alla meditazione e alla riconciliazione; si incoraggiano i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza, per poter partecipare realmente rinnovati alle Feste Pasquali. Il raccoglimento e il silenzio del Sabato Santo ci condurranno nella notte alla solenne Veglia Pasquale, “madre di tutte le veglie”, quando proromperà in tutte le chiese e comunità il canto della gioia per la risurrezione di Cristo. Ancora una volta, verrà proclamata la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, e la Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore. Entreremo così nel clima della Pasqua di Risurrezione. Cari fratelli e sorelle, disponiamoci a vivere intensamente il Triduo Santo, per essere sempre più profondamente partecipi del Mistero di Cristo. Ci accompagna in questo itinerario la Vergine Santa, che ha seguito in silenzio il Figlio Gesù fino al Calvario, prendendo parte con grande pena al suo sacrificio, cooperando così al mistero della Redenzione e divenendo Madre di tutti i credenti (cfr Gv 19, 25-27). Insieme a Lei entreremo nel Cenacolo, resteremo ai piedi della Croce, veglieremo idealmente accanto al Cristo morto attendendo con speranza l’alba del giorno radioso della risurrezione. In questa prospettiva, formulo fin d’ora a tutti voi i più cordiali auguri di una lieta e santa Pasqua, insieme con le vostre famiglie, parrocchie e comunità.

« GESU’ CRISTO DISCESE AGLI INFERI, RISUSCITO’ DAI MORTI IL TERZO GIORNO »

http://digilander.libero.it/carromano/risorto.html

« GESU’ CRISTO DISCESE AGLI INFERI, RISUSCITO’ DAI MORTI IL TERZO GIORNO »

631 Gesù era disceso nelle regioni inferiori della terra: « Colui che discese è lo stesso che anche ascese »( Ef 4,10 ). Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua Risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua Pasqua egli dall’abisso della morte ha fatto scaturire la vita:

Cristo, tuo Figlio,
che, risuscitato dai morti,
fa risplendere sugli uomini la sua luce serena,
e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen [Messale Romano, Veglia Pasquale, Exultet].

Paragrafo 1
CRISTO DISCESE AGLI INFERI
632 Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù « è risuscitato dai morti » ( At 3,15; Rm 8,11; 1Cor 15,20 ) presuppongono che, preliminarmente alla Risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti [Cf Eb 13,20 ]. E’ il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri [Cf 1Pt 3,18-19 ].
633 La Scrittura chiama inferi, shéol o ade [Cf Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9 ] il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio [Cf Sal 6,6; Sal 88,11-13 ]. Tale infatti è, nell’attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti; [Cf Sal 89,49; 633 1Sam 28,19; Ez 32,17-32 ] il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel « seno di Abramo » [Cf Lc 16,22-26 ]. « Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’inferno » [Catechismo Romano, 1, 6, 3]. Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati [Cf Concilio di Roma (745): Denz. -Schönm., 587] né per distruggere l’inferno della dannazione, [Cf Benedetto XII, Opuscolo Cum dudum: Denz. -Schönm., 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam: ibid., 1077] ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto [Cf Concilio di Toledo IV (625): Denz. -Schönm., 485; cf anche Mt 27,52-53 ].
634 « La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti. . .  » ( 1Pt 4,6 ). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. E’ la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell’opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della Redenzione.
635 Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte [Cf Mt 12,40; Rm 10,7; Ef 4,9 ] affinché i morti udissero la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivessero [Cf Gv 5,25 ]. Gesù « l’Autore della vita » ( At 3,15 ) ha ridotto « all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo » liberando « così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita » ( Eb 2,14-15 ). Ormai Cristo risuscitato ha « potere sopra la morte e sopra gli inferi » ( Ap 1,18 ) e « nel nome di Gesù ogni ginocchio » si piega « nei cieli, sulla terra e sotto terra » ( Fil 2,10 ).
Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. . . Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. . . « Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti » [Da un'antica "Omelia sul Sabato Santo": PG 43, 440A. 452C, cf Liturgia delle Ore, II, Ufficio delle letture del Sabato Santo].
In sintesi
636 Con l’espressione « Gesù discese agli inferi », il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo « che della morte ha il potere » ( Eb 2,14 ).
637 Cristo morto, con l’anima unita alla sua Persona divina è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l’avevano preceduto.

Paragrafo 2
IL TERZO GIORNO RISUSCITO’ DAI MORTI
638 « Noi vi annunziamo la Buona Novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù » ( At 13,32-33 ). La Risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del Mistero pasquale insieme con la croce:

Cristo è risuscitato dai morti.
Con la sua morte ha vinto la morte,
Ai morti ha dato la vita [Liturgia bizantina, Tropario di Pasqua].

I. L’avvenimento storico e trascendente
639 Il mistero della Risurrezione di Cristo è un avvenimento reale che ha avuto manifestazioni storicamente constatate, come attesta il Nuovo Testamento. Già verso l’anno 56 san Paolo può scrivere ai cristiani di Corinto: « Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici » ( 1Cor 15,3-4 ). L’Apostolo parla qui della tradizione viva della Risurrezione che egli aveva appreso dopo la sua conversione alle porte di Damasco [Cf At 9,3-18 ].
Il sepolcro vuoto
640 « Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato » ( Lc 24,5-6 ). Nel quadro degli avvenimenti di Pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L’assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti [Cf Gv 20,13; 640 Mt 28,11-15 ]. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell’evento della Risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne, [Cf Lc 24,3; Lc 24,22-23 ] poi di Pietro [Cf Lc 24,12 ]. « Il discepolo. . . che Gesù amava » ( Gv 20,2 ) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo « le bende per terra » ( Gv 20,6 ), « vide e credette » ( Gv 20,8 ). Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, [Cf Gv 20,5-7 ] che l’assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro [Cf Gv 11,44 ].
Le apparizioni del Risorto
641 Maria di Magdala e le pie donne che andavano a completare l’imbalsamazione del Corpo di Gesù, [Cf Mc 16,1; Lc 24,1 ] sepolto in fretta la sera del Venerdì Santo a causa del sopraggiungere del Sabato, [Cf Gv 19,31; Gv 19,42 ] sono state le prime ad incontrare il Risorto [Cf Mt 28,9-10; 641 Gv 20,11-18 ]. Le donne furono così le prime messaggere della Risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli [Cf Lc 24,9-10 ]. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici [Cf 1Cor 15,5 ]. Pietro, chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli, [Cf Lc 22,31-32 ] vede dunque il Risorto prima di loro ed è sulla sua testimonianza che la comunità esclama: « Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone » ( Lc 24,34 ).
642 Tutto ciò che è accaduto in quelle giornate pasquali impegna ciascuno degli Apostoli – e Pietro in modo del tutto particolare – nella costruzione dell’era nuova che ha inizio con il mattino di Pasqua. Come testimoni del Risorto essi rimangono le pietre di fondazione della sua Chiesa. La fede della prima comunità dei credenti è fondata sulla testimonianza di uomini concreti, conosciuti dai cristiani e, nella maggior parte, ancora vivi in mezzo a loro. Questi testimoni della Risurrezione di Cristo [Cf At 1,22 ] sono prima di tutto Pietro e i Dodici, ma non solamente loro: Paolo parla chiaramente di più di cinquecento persone alle quali Gesù è apparso in una sola volta, oltre che a Giacomo e a tutti gli Apostoli [Cf 1Cor 15,4-8 ].
643 Davanti a queste testimonianze è impossibile interpretare la Risurrezione di Cristo al di fuori dell’ordine fisico e non riconoscerla come un avvenimento storico. Risulta dai fatti che la fede dei discepoli è stata sottoposta alla prova radicale della passione e della morte in croce del loro Maestro da lui stesso preannunziata [Cf Lc 22,31-32 ]. Lo sbigottimento provocato dalla passione fu così grande che i discepoli (almeno alcuni di loro) non credettero subito alla notizia della Risurrezione. Lungi dal presentarci una comunità presa da una esaltazione mistica, i Vangeli ci presentano i discepoli smarriti [Avevano il "volto triste": Lc 24,17 ] e spaventati, [Cf Gv 20,19 ] perché non hanno creduto alle pie donne che tornavano dal sepolcro e « quelle parole parvero loro come un vaneggiamento » ( Lc 24,11 ) [ Cf Mc 16,11; Mc 16,13 ]. Quando Gesù si manifesta agli Undici la sera di Pasqua, li rimprovera « per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato » ( Mc 16,14 ).
644 Anche messi davanti alla realtà di Gesù risuscitato, i discepoli dubitano ancora, [Cf Lc 24,38 ] tanto la cosa appare loro impossibile: credono di vedere un fantasma [Cf Lc 24,39 ]. « Per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti » ( Lc 24,41 ). Tommaso conobbe la medesima prova del dubbio [Cf Gv 20,24-27 ] e, quando vi fu l’ultima apparizione in Galilea riferita da Matteo, « alcuni. . . dubitavano » ( Mt 28,17 ). Per questo l’ipotesi secondo cui la Risurrezione sarebbe stata un « prodotto » della fede (o della credulità) degli Apostoli, non ha fondamento. Al contrario, la loro fede nella Risurrezione è nata – sotto l’azione della grazia divina – dall’esperienza diretta della realtà di Gesù Risorto.
Lo stato dell’umanità di Cristo risuscitata
645 Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto [Cf Lc 24,39; 645 Gv 20,27 ] e la condivisione del pasto [Cf Lc 24,30; 645 Lc 24,41-43; Gv 21,9; Gv 21,13-15 ]. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma, [Cf Lc 24,39 ] ma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione [Cf Lc 24,40; 645 Gv 20,20; Gv 20,27 ]. Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo glorioso; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole, [Cf Mt 28,9; Mt 28,16-17; Lc 24,15; 645 Lc 24,36; Gv 20,14; Gv 20,19; Gv 20,26; Gv 21,4 ] poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre [Cf Gv 20,17 ]. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l’aspetto di un giardiniere [Cf Gv 20,14-15 ] o sotto altre sembianze, [Cf Mc 16,12 ] che erano familiari ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede [Cf Gv 20,14; Gv 20,16; 645 Gv 21,4; Gv 20,7 ].
646 La Risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prime della Pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di Naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena « ordinaria ». Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La Risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo Corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un’altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il Corpo di Gesù è, nella Risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è « l’uomo celeste » [Cf 1Cor 15,35-50 ].
La Risurrezione come evento trascendente
647 « O notte – canta l’ »Exultet » di Pasqua – tu solo hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi ». Infatti, nessuno è stato testimone oculare dell’avvenimento stesso della Risurrezione e nessun evangelista lo descrive. Nessuno ha potuto dire come essa sia avvenuta fisicamente. Ancor meno fu percettibile ai sensi la sua essenza più intima, il passaggio ad un’altra vita. Avvenimento storico constatabile attraverso il segno del sepolcro vuoto e la realtà degli incontri degli Apostoli con Cristo risorto, la Risurrezione resta non di meno, in ciò in cui trascende e supera la storia, al cuore del Mistero della fede. Per questo motivo Cristo risorto non si manifesta al mondo, ma ai suoi discepoli, [Cf Gv 14,22 ] « a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme », i quali « ora sono i suoi testimoni davanti al popolo » ( At 13,31 ).

II. La Risurrezione – opera della Santissima Trinità
648 La Risurrezione di Cristo è oggetto di fede in quanto è un intervento trascendente di Dio stesso nella creazione e nella storia. In essa, le tre Persone divine agiscono insieme e al tempo stesso manifestano la loro propria originalità. Essa si è compiuta per la potenza del Padre che « ha risuscitato » ( At 2,24 ) Cristo, suo Figlio, e in questo modo ha introdotto in maniera perfetta la sua umanità con il suo Corpo nella Trinità. Gesù viene definitivamente « costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti » ( Rm 1,3-4 ). San Paolo insiste sulla manifestazione della potenza di Dio [Cf Rm 6,4; 2Cor 13,4; Fil 3,10; Ef 1,19-22; 648 Eb 7,16 ] per l’opera dello Spirito che ha vivificato l’umanità morta di Gesù e l’ha chiamata allo stato glorioso di Signore.
649 Quanto al Figlio, egli opera la sua propria Risurrezione in virtù della sua potenza divina. Gesù annunzia che il Figlio dell’uomo dovrà molto soffrire, morire ed in seguito risuscitare (senso attivo della parola) [Cf Mc 8,31; Mc 9,9-31; 649 Mc 10,34 ]. Altrove afferma esplicitamente: « Io offro la mia vita, per poi riprenderla. . . ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla » ( Gv 10,17-18 ). « Noi crediamo. . . che Gesù è morto e risuscitato » ( 1Ts 4,14 ).
650 I Padri contemplano la Risurrezione a partire dalla Persona divina di Cristo che è rimasta unita alla sua anima e al suo corpo separati tra loro dalla morte: « Per l’unità della natura divina che permane presente in ciascuna delle due parti dell’uomo, queste si riuniscono di nuovo. Così la morte si è prodotta per la separazione del composto umano e la Risurrezione per l’unione delle due parti separate » [San Gregorio di Nissa, In Christi resurrectionem, 1: PG 46, 617B; cf anche "Statuta Ecclesiae Antiqua": Denz. -Schönm., 325; Anastasio II, Lettera In prolixitate epistolae: ibid. , 359; Ormisda, Lettera Inter ea quae: ibid. , 369; Concilio di Toledo XI: ibid., 539].

III. Senso e portata salvifica della Risurrezione
651 « Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la vostra fede » ( 1Cor 15,14 ). La Risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato. Tutte le verità, anche le più inaccessibili allo spirito umano, trovano la loro giustificazione se, risorgendo, Cristo ha dato la prova definitiva, che aveva promesso, della sua autorità divina.
652 La Risurrezione di Cristo è compimento delle promesse dell’Antico Testamento [Cf Lc 24,26-27; Lc 24,44-48 ] e di Gesù stesso durante la sua vita terrena [Cf Mt 28,6; Mc 16,7; Lc 24,6-7 ]. L’espressione « secondo le Scritture » ( 1Cor 15,3-4 e Simbolo di Nicea-Costantinopoli) indica che la Risurrezione di Cristo realizzò queste predizioni.
653 La verità della divinità di Gesù è confermata dalla sua Risurrezione. Egli aveva detto: « Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono » ( Gv 8,28 ). La Risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente « Io Sono », il Figlio di Dio e Dio egli stesso. San Paolo ha potuto dichiarare ai Giudei: « La promessa fatta ai nostri padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi. . . risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel Salmo secondo: « Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato »" ( At 13,32-33 ) [Cf Sal 2,7 ]. La Risurrezione di Cristo è strettamente legata al Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Ne è il compimento secondo il disegno eterno di Dio.
654 Vi è un duplice aspetto nel Mistero pasquale: con la sua morte Cristo ci libera dal peccato, con la sua Risurrezione ci dà accesso ad una nuova vita. Questa è dapprima la giustificazione che ci mette nuovamente nella grazia di Dio [Cf Rm 4,25 ] « perché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova » ( Rm 6,4 ). Essa consiste nella vittoria sulla morte del peccato e nella nuova partecipazione alla grazia [Cf Ef 2,4-5; 1Pt 1,3 ]. Essa compie l’adozione filiale poiché gli uomini diventano fratelli di Cristo, come Gesù stesso chiama i suoi discepoli dopo la sua Risurrezione: « Andate ad annunziare ai miei fratelli » ( Mt 28,10; Gv 20,17 ). Fratelli non per natura, ma per dono della grazia, perché questa filiazione adottiva procura una reale partecipazione alla vita del Figlio unico, la quale si è pienamente rivelata nella sua Risurrezione.
655 Infine, la Risurrezione di Cristo – e lo stesso Cristo risorto – è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: « Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. . . ; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo » ( 1Cor 15,20-22 ). Nell’attesa di questo compimento, Cristo risuscitato vive nel cuore dei suoi fedeli. In lui i cristiani gustano « le meraviglie del mondo futuro » ( Eb 6,5 ) e la loro vita è trasportata da Cristo nel seno della vita divina: [Cf Col 3,1-3 ] « Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro » ( 2Cor 5,15 ).
In sintesi
656 La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento storicamente attestato dai discepoli che hanno realmente incontrato il Risorto, ed insieme misteriosamente trascendente in quanto entrata dell’umanità di Cristo nella gloria di Dio.
657 La tomba vuota e le bende per terra significano già per se stesse che il Corpo di Cristo è sfuggito ai legami della morte e della corruzione, per la potenza di Dio. Esse preparano i discepoli all’incontro con il Risorto.
658 Cristo, « il primogenito di coloro che risuscitano dai morti » ( Col 1,18 ), è il principio della nostra Risurrezione, fin d’ora per la giustificazione della nostra anima , [Cf Rm 6,4 ] più tardi per la vivificazione del nostro corpo [Cf Rm 8,11 ].
Articolo 6
« GESU’ SALI’ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE »
659 « Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio » ( Mc 16,19 ). Il Corpo di Cristo è stato glorificato fin dall’istante della sua Risurrezione, come lo provano le proprietà nuove e soprannaturali di cui ormai gode in permanenza [Cf Lc 24,31; Gv 20,19; 659 Gv 20,26 ]. Ma durante i quaranta giorni nei quali egli mangia e beve familiarmente con i suoi discepoli [Cf At 10,41 ] e li istruisce sul Regno, [Cf At 1,3 ] la sua gloria resta ancora velata sotto i tratti di una umanità ordinaria [Cf Mc 16,12; Lc 24,15; Gv 20,14-15; Gv 21,4 ]. L’ultima apparizione di Gesù termina con l’entrata irreversibile della sua umanità nella gloria divina simbolizzata dalla nube [Cf At 1,9; cf anche Lc 9,34-35; Es 13,22 ] e dal cielo [Cf Lc 24,51 ] ove egli siede ormai alla destra di Dio [Cf Mc 16,19; 659 At 2,33; At 7,56; cf anche Sal 110,1 ]. In un modo del tutto eccezionale ed unico egli si mostrerà a Paolo « come a un aborto » ( 1Cor 15,8 ) in un’ultima apparizione che costituirà apostolo Paolo stesso [Cf 1Cor 9,1; Gal 1,16 ].
660 Il carattere velato della gloria del Risorto durante questo tempo traspare nelle sue misteriose parole a Maria Maddalena: « Non sono ancora salito al Padre: ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro » ( Gv 20,17 ). Questo indica una differenza di manifestazione tra la gloria di Cristo risorto e quella di Cristo esaltato alla destra del Padre. L’avvenimento ad un tempo storico e trascendente dell’Ascensione segna il passaggio dall’una all’altra.
661 Quest’ultima tappa rimane strettamente unita alla prima, cioè alla discesa dal cielo realizzata nell’Incarnazione. Solo colui che è « uscito dal Padre » può far ritorno al Padre: Cristo [Cf Gv 16,28 ]. « Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo » ( Gv 3,13 ) [Cf Ef 4,8-10 ]. Lasciata alle sue forze naturali, l’umanità non ha accesso alla « Casa del Padre » ( Gv 14,2 ), alla vita e alla felicità di Dio. Soltanto Cristo ha potuto aprire all’uomo questo accesso « per darci la serena fiducia che dove è lui, Capo e Primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria » [Messale Romano, Prefazio dell'Ascensione I].
662 « Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » ( Gv 12,32 ). L’elevazione sulla croce significa e annunzia l’elevazione dell’Ascensione al cielo. Essa ne è l’inizio. Gesù Cristo, l’unico Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza, « non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo. . ., ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore » ( Eb 9,24 ). In cielo Cristo esercita il suo sacerdozio in permanenza, « essendo egli sempre vivo per intercedere » a favore di « quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio » ( Eb 7,25 ). Come « sommo sacerdote dei beni futuri » ( Eb 9,11 ) egli è il centro e l’attore principale della Liturgia che onora il Padre nei cieli [Cf Ap 4,6-11 ].
663 Cristo, ormai, siede alla destra del Padre. « Per destra del Padre intendiamo la gloria e l’onore della divinità, ove colui che esisteva come Figlio di Dio prima di tutti i secoli come Dio e consustanziale al Padre, s’è assiso corporalmente dopo che si è incarnato e la sua carne è stata glorificata » [San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 4, 2, 2: PG 94, 1104D].
664 L’essere assiso alla destra del Padre significa l’inaugurazione del regno del Messia, compimento della visione del profeta Daniele riguardante il Figlio dell’uomo:  » [Il Vegliardo] gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto » ( Dn 7,14 ). A partire da questo momento, gli Apostoli sono divenuti i testimoni del « Regno che non avrà fine » [Simbolo di Nicea-Costantinopoli].

In sintesi
665 L’Ascensione di Cristo segna l’entrata definitiva dell’umanità di Gesù nel dominio celeste di Dio da dove ritornerà , [Cf At 1,11 ] ma che nel frattempo lo cela agli occhi degli uomini [Cf Col 3,3 ].
666 Gesù Cristo, Capo della Chiesa, ci precede nel Regno glorioso del Padre perché noi, membra del suo Corpo, viviamo nella speranza di essere un giorno eternamente con lui.
667 Gesù Cristo, essendo entrato una volta per tutte nel santuario del cielo, intercede incessantemente per noi come il mediatore che ci assicura la perenne effusione dello Spirito Santo.

Articolo 7
« DI LA’ VERRA’ A GIUDICARE I VIVI E I MORTI »
I. Egli ritornerà nella gloria
Cristo regna già attraverso la Chiesa. . .
668 « Per questo Cristo è morto e ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi » ( Rm 14,9 ). L’Ascensione di Cristo al cielo significa la sua partecipazione, nella sua umanità, alla potenza e all’autorità di Dio stesso. Gesù Cristo è Signore: egli detiene tutto il potere nei cieli e sulla terra. Egli è « al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione » perché il Padre « tutto ha sottomesso ai suoi piedi » ( Ef 1,21-22 ). Cristo è il Signore del cosmo [Cf Ef 4,10; 1Cor 15,24; 668 1Cor 15,27-28 ] e della storia. In lui la storia dell’uomo come pure tutta la creazione trovano la loro « ricapitolazione », [Cf Ef 1,10 ] il loro compimento trascendente.
669 Come Signore, Cristo è anche il Capo della Chiesa che è il suo Corpo [Cf Ef 1,22 ]. Elevato al cielo e glorificato, avendo così compiuto pienamente la sua missione, egli permane sulla terra, nella sua Chiesa. La Redenzione è la sorgente dell’autorità che Cristo, in virtù dello Spirito Santo, esercita sulla Chiesa, [Cf Ef 4,11-13 ] la quale è « il Regno di Cristo già presente in mistero ». La Chiesa « di questo Regno costituisce in terra il germe e l’inizio » [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3; 5].
670 Dopo l’Ascensione, il disegno di Dio è entrato nel suo compimento. Noi siamo già nell’ »ultima ora » ( 1Gv 2,18 ) [Cf 1Pt 4,7 ]. « Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi e la rinnovazione del mondo è stata irrevocabilmente fissata e in un certo modo è realmente anticipata in questo mondo; difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta » [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. Il Regno di Cristo manifesta già la sua presenza attraverso i segni miracolosi [Cf Mc 16,17-18 ] che ne accompagnano l’annunzio da parte della Chiesa [Cf Mc 16,20 ].
… nell’attesa che tutto sia a lui sottomesso
671 Già presente nella sua Chiesa, il Regno di Cristo non è tuttavia ancora compiuto « con potenza e gloria grande » ( Lc 21,27 ) [Cf Mt 25,31 ] mediante la venuta del Re sulla terra. Questo Regno è ancora insidiato dalle potenze inique, [Cf 2Ts 2,7 ] anche se esse sono già state vinte radicalmente dalla Pasqua di Cristo. Fino al momento in cui tutto sarà a lui sottomesso, [Cf 1Cor 15,28 ] « fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora, la Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e attendono la manifestazione dei figli di Dio » [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. Per questa ragione i cristiani pregano, soprattutto nell’Eucaristia [Cf 1Cor 11,26 ] per affrettare il ritorno di Cristo [Cf 2Pt 3,11-12 ] dicendogli: « Vieni, Signore » ( 1Cor 16,22; Ap 22,17; Ap 22,20 ).
672 Prima dell’Ascensione Cristo ha affermato che non era ancora il momento del costituirsi glorioso del Regno messianico atteso da Israele, [Cf At 1,6-7 ] Regno che doveva portare a tutti gli uomini, secondo i profeti, [Cf Is 11,1-9 ] l’ordine definitivo della giustizia, dell’amore e della pace. Il tempo presente è, secondo il Signore, il tempo dello Spirito e della testimonianza, [Cf At 1,8 ] ma anche un tempo ancora segnato dalla « necessità » ( 1Cor 7,26 ) e dalla prova del male, [Cf Ef 5,16 ] che non risparmia la Chiesa [Cf 1Pt 4,17 ] e inaugura i combattimenti degli ultimi tempi [Cf 1Gv 2,18; 1Gv 4,3; 1Tm 4,1 ]. E’ un tempo di attesa e di vigilanza [Cf Mt 25,1-13; 672 Mc 13,33-37 ].
La venuta gloriosa di Cristo, speranza di Israele
673 Dopo l’Ascensione, la venuta di Cristo nella gloria è imminente, [Cf Ap 22,20 ] anche se non spetta a noi « conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta » ( At 1,7 ) [Cf Mc 13,32 ]. Questa venuta escatologica può compiersi in qualsiasi momento [Cf Mt 24,44; 1Ts 5,2 ] anche se essa e la prova finale che la precederà sono « impedite » [Cf 2Ts 2,3-12 ].
674 La venuta del Messia glorioso è sospesa in ogni momento della storia [Cf Rm 11,31 ] al riconoscimento di lui da parte di « tutto Israele » ( Rm 11,26; 674 Mt 23,39 ) a causa dell’ »indurimento di una parte » ( Rm 11,25 ) nell’incredulità [Cf Rm 11,20 ] verso Gesù. San Pietro dice agli Ebrei di Gerusalemme dopo la Pentecoste: « Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, cioè Gesù. Egli dev’esser accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall’antichità, per bocca dei suoi santi profeti » ( At 3,19-21 ). E san Paolo gli fa eco: « Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione se non una risurrezione dai morti? » ( Rm 11,15 ). « La partecipazione totale » degli Ebrei ( Rm 11,12 ) alla salvezza messianica a seguito della partecipazione totale dei pagani [Cf Rm 11,25; Lc 21,24 ] permetterà al Popolo di Dio di arrivare « alla piena maturità di Cristo » ( Ef 4,13 ) nella quale « Dio sarà tutto in tutti » ( 1Cor 15,28 ).

IL CANTO DELLA SPERANZA

http://www.korazym.org/11497/il-canto-della-speranza/

IL CANTO DELLA SPERANZA

di Don Giuseppe Liberto

Il cuore che spera già possiede il non ancora della pienezza d’amore che attende. Alla fine del libro dell’Apocalisse lo sposo promette: Sì, vengo presto! La sposa gli risponde: Vieni, Signore Gesù! (22,20). Questo grido invocativo riprende un canto aramaico della Chiesa dei primi secoli che attendava impaziente la parusia: Maranà tha!
Il canto della speranza sgorga dalla pienezza del cuore che crede e dalla forza della fede vissuta. L’uomo senza speranza fa soltanto spettacolo di una fede vacua, apparente e coreografica. Il canto della fede che spera è espressione viva di entusiasmo interiore che incendia il cuore e dà voce alla profezia e alla lode, al rendimento di grazie e allo stupore, alla gioia e alla contemplazione, alla supplica e al pentimento. E’ questa l’esperienza dell’uomo biblico, creatura sempre entusiasta: dal canto di gioia di Adamo, all’Amen dei redenti nell’Apocalisse; dall’appassionata difesa di Dio da parte di Mosè e dei profeti, al Magnificat di Maria e all’ebbrezza della Chiesa a Pentecoste. Si tratta di un canto ora di chi si trova direttamente coinvolto nell’azione di Dio, ora di chi desidera farne memoria viva. Questo canto non è finalizzato a creare una qualche atmosfera coreografica e superficiale ma è inno che, mentre celebra nell’entusiasmo della fede le meraviglie di Dio, allo stesso tempo le fa conoscere agli altri uomini come speranza realizzata.
Se gli ebrei, seduti lungo i fiumi di Babilonia, piangendo, appendono le loro cetre ai salici amari e si rifiutano di cantare, è perché la drammatica esperienza dell’esilio li ha allontanati da quella patria in cui soltanto potevano fare esperienza del loro Dio. Al contrario, Maria di Nazareth, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna, esplodono nel grido di gioia e di lode perché sperimentano le ragioni della speranza compiuta nella propria vita.
Il canto della speranza, come tensione e attesa, è slancio verso il futuro che trasfigura il presente. E’ aurora dell’atteso nuovo giorno che tutto illumina con la sua luce. La speranza è necessaria poiché l’uomo è veramente se stesso solo quando è aperto verso il domani. La speranza non si esaurisce dentro il destino individuale dell’uomo ma avvolge e coinvolge il cammino dell’umanità verso il futuro.
La speranza cristiana, scrive Paolo a Timoteo, è attesa di un orizzonte di felicità che coinvolge tutti gli uomini e che Dio stesso ha promesso. Dio, infatti, vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (1Tim 2.4). La fede garantisce la realtà del futuro promesso perché, attraverso di esso, l’uomo pone la sua fiducia in Dio da cui ogni futuro dipende: La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono (Eb 11,1). Fede non è soltanto slancio verso l’avvenire ma anche anticipazione e pregustazione della realtà che si attendono. La fede attira dentro il presente, il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro “non ancora”. Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura e così le cose future si riversano in quelle presente e le presenti in quelle future (Spe salvi n. 7).
Se la fede ha la priorità nella declinazione della vita teologale, la speranza ha il primato esistenziale nella vita del cristiano: senza la fede, la speranza si riduce a mera utopia; senza la speranza, la fede è morta ed è incapace di tradursi in vita concreta. La fede, infatti, vede ciò che è, la speranza intuisce ciò che sarà, l’amore ama e armonizza ciò che è e ciò che sarà. In tal senso la speranza è forza liberante che spinge in avanti l’arduo cammino faticoso della storia.
L’uomo che vive di speranza impara a stupirsi dinanzi alle sorprese di Dio che quotidianamente entra nella trama delle vicende umane. La speranza è stupore dell’uomo di fronte alle meraviglie che Dio opera nella storia. Stupore che esplode in pienezza di canto che sgorga dall’entusiasmo del cuore. Canta chi percepisce di essere inserito nell’azione salvifica di Dio e nella luce delle sue epifanie. Il canto del credente non è gesto di vuota spensieratezza, di superficiale ilarità o di puro estetismo che talvolta degenerano in pericolosa idolatria, esso è espressione di un cuore colmo di stupore e di gratitudine per le rivelazioni d’amore con cui Dio crea e redime.
I cristiani cantano perché Cristo risorto e glorioso vive in loro e li salva; cantano, sia che si trovino nella gioia sia che soffrano nel pianto; cantano perché il cuore è ricolmo di fiducia e di speranza. Lì dove il canto muore, cedendo il posto al mutismo, lì muore la speranza. L’uomo senza speranza è incapace di sciogliere le labbra agli inni di lode e di gratitudine. Dopo il passaggio del Mar Rosso, Maria intona il cantico di vittoria perché la speranza della liberazione si è finalmente realizzata: Voglio cantare in onore del Signore, perché ha mirabilmente trionfato…Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. E’ il mio Dio e lo voglio lodare, è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! (Es 15, 1.2). Senza fede in Dio che salva per amore, non si può effondere il canto d’amore fedele della speranza.
La celebrazione liturgica è il luogo privilegiato in cui lo stupore della fede si fa entusiasmo di preghiera in canto. Mentre credendo prego, imparo la sublime arte dello sperare. Quando non posso più parlare con nessuno, quando non ho nessuno da invocare, scrive Benedetto XVI, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c’è nessuno che possa aiutarmi…Egli può aiutarmi. Se sono relegato in estrema solitudine…l’orante non è mai totalmente solo (Spe salvi n. 32).
Al disopra di tutto, fondamento e anticipazione di ogni speranza, rimane sempre il mistero dell’Eucaristia, “farmaco d’immortalità” e “seme d’incorruttibilità”. Ecco perché tutte le preghiere eucaristiche si chiudono con il ricordo della gloria verso la quale tende ogni celebrazione del mistero pasquale. Esemplare rimane la conclusione della IV Prece eucaristica: …e con tutte le creature, liberate dalla corruzione del peccato e della morte, canteremo la tua gloria.
Il canto della preghiera liturgica è tutto carico di attesa e di pregustazione escatologica perché partecipa all’Alleluia del Risorto che rivela e anticipa il termine della storia. Ogni canto della preghiera liturgica deve esprimere la quieta tensione tra un’incarnazione nell’affascinante e drammatica trama dell’oggi storico e umano e la nostalgia colma di speranza dell’incontro con la terra promessa di un futuro annunziato e, in qualche modo già presente, il cui desiderio e la cui realizzazione nella gloria è dono ineffabile dello Spirito Santo.

CREDERE SENZA VEDERE

http://www.zenit.org/it/articles/credere-senza-vedere

(Ho fatto una ricerca su Google sotto la voce : »credere senza vedere », uno dei risultati)

CREDERE SENZA VEDERE

ULTERIORE PROPOSTA DEL VESCOVO DI LOCRI-GERACE PER IL CAMMINO VERSO L’ANNO DELLA FEDE

16 MAGGIO 2012

DI EUGENIO FIZZOTTI

ROMA, mercoledì, 16 maggio 2012 (ZENIT.org).- Continuando a invitare tutti i membri della sua Diocesi a effettuare un cammino solido, personale e comunitario verso l’anno della fede, Mons, Giuseppe Fiorini Morosini, Vescovo di Locri-Gerace, ha stilato una nuova e originale pista di riflessione nella quale fa riferimento alla seconda apparizione di Gesù nel Cenacolo, avvenuta otto giorni dopo la risurrezione (Gv 20, 19-28), che «si conclude con l’atto di fede di Tommaso, che volle vedere prima di credere, e con l’ammonizione di Gesù allo stesso Tommaso: Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno».
La tematica presa in considerazione è quanto mai attuale perché consente di prendere in considerazione alcuni interrogativi fortemente significativi: «Possiamo ritenerci noi beati perché stiamo credendo senza aver visto? Ma veramente non appartiene a una fede vera aspettarsi di vedere i segni che ci aiuterebbero a credere? L’apologetica cristiana, quando affronta il tema delle origini divine di Cristo, non ricorre ai segni che egli ha dato attraverso i miracoli? E allora, che male c’è voler vedere i segni?».
E ciò per consentire ai credenti di riconoscere che Gesù, mentre «ha tacciato di incredulità la sua generazione perché chiedeva segni: Una generazione perversa e adultera pretende un segno! (Mt 12, 39)», qualche volta «è proprio lui ad affermare di operare segni perché la gente che gli sta attorno creda. Infatti, quando dal cielo si udì la voce che affermava di glorificarlo, Gesù osservò: Questa voce non è venuta per me, ma per voi (Gv 12, 20-30). Dopo la moltiplicazione dei pani egli rimproverò la gente perché non seppe vedere in quel miracolo un segno della sua identità messianica: Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato (Gv 6, 26)».
Nucleo fortemente valido è quindi la considerazione che le affermazioni di Gesù vanno prese nel loro insieme, perché egli alcune volte ribadisce un aspetto della realtà e altre volte ne evidenzia un altro, senza negare quanto ribadito in altri momenti. E riprendendo l’esperienza di Tommaso, dal quale Gesù si sarebbe aspettato una fede semplice, basata sulle testimonianze degli altri apostoli, Mons. Morosini, dopo aver posto l’accento sul fatto che Tommaso vuole vedere per credere, si chiede se «sarà stato solo il fatto dell’aver visto che ha spinto Tommaso a credere, o non piuttosto l’amore verso il maestro coltivato lungo gli anni della sequela, per cui, senza andare a toccare, si inginocchia, con timore misto a vergogna e a gioia, e fa il suo atto di fede: Mio Signore e mio Dio».
E come risposta a tale interrogativo sottolinea che «dall’atto di fede proferito non sembra che in Tommaso prevalga la certezza della ragione, quanto piuttosto la potenza dell’amore, che la visione del maestro ha avuto la forza di far rivivere». Ciò vuol dire che non sono i miracoli a far credere, ma è la fede a far vedere la presenza misericordiosa di Dio in un avvenimento non spiegabile razionalmente. Ecco perché, pur riconoscendo che «i miracoli aiutano la fede, ma non la generano automaticamente», occorre riconoscere che dinanzi a certi fatti inspiegabili dal punto di vista della ragione (es. guarigioni improvvise e istantanee) non tutti diventano credenti.
Essendo un dono di Dio che richiede una corrispondenza da parte dell’uomo «la fede si basa su alcune condizioni che sono prettamente umane. Credere senza vedere significa procedere a un confronto reale con se stessi, del senso che vogliamo dare alla vita, delle nostre aspettative, degli ideali che ci muovono, con la vita e gli insegnamenti di Gesù. Il credere, almeno per quanto riguarda la nostra parte, nascerebbe dal fatto che troviamo in questo confronto interiore con Gesù e la sua parola la risposta ai nostri problemi e conseguentemente la pace e la serenità, individuale e collettiva, perché persone che hanno pace interiore costruiscono una società di pace. Da questo incontro scaturirebbe la nostra adesione a lui e la volontà di sequela, cioè di mettersi al suo seguito per imitarlo. Gesù ha espresso tutto questo con la parabola del tesoro nascosto in un campo: Un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo (Mt 13, 44)».
Un riferimento esemplare a queste riflessione viene suggerito per Mons. Morosini dalla parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-31) perché è chiaro che da parte di Gesù emerge «la negazione che il miracolo possa generare automaticamente la fede: Se non ascoltano Mosé e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi (Lc 16, 31)». E nello stesso tempo riconosce che c’è l’indicazione chiara di come procedere per una conversione di vita ai valori della fede: Hanno Mosé e i Profeti; ascoltino loro (Lc 16, 29).
Con estrema chiarezza, quindi, per il Vescovo di Locri-Gerace Gesù «indica l’origine della fede e della conversione di vita in un confronto diretto della propria coscienza con la Parola di Dio, che illumina e guida, e che, accolta, riesce a cambiare la vita. Ecco allora che cosa può significare credere senza aver visto».
E in vista di una concreta accettazione della sua proposta di riflessione Mons. Morosini dichiara che, se ci si trova dinanzi a una persona che non crede e vuole porsi domande di fede o a una persona la cui fede si è indebolita o è caduta in oblio o addirittura è rinnegata, non è necessario invocare miracoli o condurla in posti ove si crede accadano prodigi. Quello che occorre fare invece è invitare a confrontarsi con la Parola di Dio e con la vita della comunità cristiana che si sforza di testimoniare la fede, in modo da ricevere, soprattutto attraverso la preghiera comunitaria, la grazia di Dio che tutto rinnova e consente di maturare nello stile di vita solidale che caratterizza il vero cristiano.

AL SEPOLCRO IN ATTESA DELLA VITA VERA

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=1048

AL SEPOLCRO IN ATTESA DELLA VITA VERA

Il giorno della sepoltura di Cristo la Chiesa si astiene dall’Eucaristia, fonte della sua stessa identità. Nelle parole di monsignor Vito Angiuli teologo del Congresso di Bari il significato di questo digiuno.

 Il masso che sigilla il sepolcro è l’ultimo rumore che risuona dopo la morte di Gesù. Eppure il silenzio che regna tra il Venerdì santo e il Sabato santo è abitato dall’attesa di qualcosa di nuovo e più grande. Monsignor Vito Angiuli, direttore dell’Istituto di scienze religiose di Bari e presidente della Commissione teologica del Congresso eucaristico nazionale di Bari, spiega il valore teologico e liturgico di questi due giorni in cui la Chiesa conserva e consuma solo il pane eucaristico consacrato il Giovedì santo. Oggi il digiuno eucaristico terminerà con la grande Veglia pasquale.
Monsignor Angiuli, qual è il significato di questo silenzio di riflessione?
«In questo giorno accostarsi alla tomba di Cristo vuol dire riconoscere che tutta la rivelazione del Dio-Amore si muove nella dialettica tra svelamento e velamento, tra manifestazione e nascondimento. Il silenzio del Sabato santo custodisce la Parola rivelata: se la croce è la manifestazione pubblica dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, il sepolcro di Cristo è il luogo in cui l’amore si ‘nasconde’ in un silenzio che è carico di tutta la profondità del mistero di Dio e dell’uomo».
Un silenzio che comunica, quindi.
«Certo, esso è anche la risposta di Dio alle domande fondamentali che l’uomo si pone sul senso della vita e della storia. A chi, come André Malraux, è ancora in attesa ‘del profeta che oserà gridare: non c’è il nulla’, il credente deve annunciare con tutta la sua vita che il male, il dolore e la morte sono stati definitivamente sconfitti e che l’amore di Dio circonda tutta la vita. Questo annuncio cristiano contiene il segreto desiderio di ogni uomo».
Ciò significa che non si tratta di un messaggio per pochi privilegiati?
«Infatti. Va interpretato in tal senso il ‘fremito di Dio’, il ‘desiderio dello Spirito’ che serpeggia e, talvolta, divampa nel mondo contemporaneo e dà voce a quella ‘preghiera laica’ di Heideggger: ‘Solo un Dio può salvarci’. Ma quale Dio? Il Dio Pan che ‘ rinasce’ (per morire e rinascere ancora) o il Crocifisso-Risorto che risorge e non muore più, perché la morte non ha più alcun potere su di Lui?».
Se la Chiesa si costituisce attorno alla mensa eucaristica, quali sono i riferimenti in questo giorno in cui l’Eucaristia viene a mancare?
«A questo proposito vorrei richiamare un’osservazione del cardinale Ratzinger. Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ricordando una pratica esistente fin dall’epoca apostolica, nel suo ‘La comunione nella Chiesa’, scrive che ‘il digiuno eucaristico era frutto della spiritualità comunionale della Chiesa. È proprio la rinuncia alla comunione in uno dei giorni più santi dell’anno liturgico, trascorso senza Messa e senza comunione ai fedeli. Era un modo profondo di partecipare alla Passione del Signore: il lutto della sposa alla quale è tolto lo sposo’. Ci sono, infatti, momenti nei quali l’astenersi dalla mensa del Signore non implica un’esclusione dall’amore di Dio, ma è il segno di un desiderio della sua presenza più intenso».
Come vivere questa esperienza di digiuno?
«Rispondo ancora con le parole di Ratzinger: ‘Esso potrebbe favorire un approfondimento del rapporto personale col Signore nel sacramento; potrebbe essere anche un atto di solidarietà con chi ha desiderio del sacramento, ma non lo può ricevere. Mi sembra che il problema dei divorziati risposati, ma anche quello dell’intercomunione (per esempio, nei matrimoni misti) risulterebbe molto meno gravoso se tale volontario digiuno spirituale riconoscesse ed esprimesse visibilmente che noi tutti dipendiamo da quel salvataggio dell’amore che il Signore ha compiuto nell’estrema solitudine della croce’».
Sullo sfondo dell’Anno dell’Eucaristia, che valore aggiunto per il Sabato santo?
«Varrebbe la pena oggi di meditare in particolare su alcuni passaggi dell’enciclica Ecclesia de Eucharistia. In essa il Papa sottolinea che ‘quando si celebra l’Eucaristia presso la tomba di Gesù si torna in modo quasi tangibi le all’ora della croce e della glorificazione’. La celebrazione eucaristica riconduce il tempo all’evento della redenzione, al mistero della Croce e del sepolcro vuoto, a quel fatto che ha un valore storico e cosmico».
E in vista del Congresso eucaristico di Bari?
«A questo proposito il riferimento al Sabato santo acquista un particolare significato anche in vista del dialogo interconfessionale. La scelta della città di Bari come sede del Congresso è dovuta alla sua naturale vocazione ecumenica. Motivi storico-geografici e soprattutto la presenza delle reliquie di san Nicola, vescovo di Myra, nella Basilica a lui dedicata, fanno della città e della Puglia un punto di incontro tra la tradizione bizantina e quella latina».
In cosa si differenziano queste due sensibilità?
«L’Ortodossia, nelle sue diverse espressioni teologiche, liturgiche e artistiche, pone in particolare rilievo il mistero del Sabato santo. ‘L’immagine della redenzione, in Occidente – ha recentemente scritto Olivier Clément –, è il Golgota. In Oriente, è la discesa di Cristo agli inferi’. Cristo spezza la porta di questo stato d’esistenza dove regnano la separazione e l’angoscia e stende la mano al primo Adamo».
Il sepolcro come condizione esistenziale?
«Nella visione orientale l’umanità decaduta si trova sepolta nell’inferno come modalità di esistenza, un inferno che non è creazione di Dio, ma espressione dello ‘stato di separazione’. Come ha sottolineato Hans Urs von Balthasar, è forse una lacuna della teologia occidentale quella di non considerare da che cosa Cristo ci ha riscattati. Questo ‘da che cosa’ per l’Ortodossia è semplicemente l’inferno».

Link utili:
http://www.avvenire.it

(Teologo Borèl) Marzo 2005 – autore: Matteo Liut

Publié dans:Tempo liturgico: Pasqua |on 29 mars, 2013 |Pas de commentaires »

IL SILENZIO DEL SABATO SANTO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/2002-2003/Sabato_Santo.html

IL SILENZIO DEL SABATO SANTO

Il Sabato Santo, incastonato tra il dolore della Croce e la gioia della Pasqua, si colloca al centro della nostra fede. È un giorno denso di sofferenza, di attesa e di speranza; segnato da un profondo silenzio.
I discepoli hanno ancora nel cuore le immagini dolorose della morte di Gesù che segna la fine dei loro sogni messianici. In quel giorno sperimentano il silenzio di Dio, la pesantezza della sua apparente sconfitta, la disperazione dovuta all’assenza del Maestro prigioniero della morte.
C’è stato, a partire dalla cena pasquale, un succedersi vorticoso di fatti imprevedibili, che li ha sorpresi e ammutoliti. Le anticipazioni sulla sua passione più volte fatte da Gesù, i segni rassicuranti e miracolosi che le avevano sostenute, l’amore mostrato nell’Ultima Cena… tutto, in questo giorno, sembra svanito.
I discepoli hanno l’impressione che Dio sia divenuto muto e che non suggerisca più linee interpretative della storia.
A ciò si aggiunge la vergogna d’essere fuggiti e d’aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente e senza prospettiva di futuro, non vedono come uscire da una situazione di crollo delle illusioni, mancando ancora quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della Domenica con il racconto del sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto.
Tuttavia, i discepoli, proprio attraverso la porta del Sabato Santo, ci aiutano a riflettere sul senso del nostro tempo e a leggere il passaggio dei nostri giorni, riconoscendo nel loro disorientamento, le nostalgie e le paure che caratterizzano la nostra vita di credenti nello scenario che s’appresta all’inizio di questo millennio.
La presenza di Maria

Ma questo giorno è anche il Sabato di Maria. Ella lo vive nelle lacrime unite alla forza della fede. Veglia nell’attesa fiduciosa e paziente; sa che le promesse di Dio si avverano per la potenza divina che risuscita i morti. Così Maria con la sua forza d’animo sorregge la fragile speranza dei discepoli amareggiati e delusi.
Con la Madonna del Sabato Santo, anche noi leggeremo la nostra attesa e le nostre speranze, la fede vissuta come continuo e faticoso cammino verso il mistero, per rispondere con verità, speranza ed amore alle domande che ci portiamo dentro: “Chi siamo e dove siamo diretti? Dove va il cristianesimo e la Chiesa che amiamo?”.
Anche nel sabato del tempo in cui ci troviamo è necessario riscoprire l’importanza dell’attesa. L’assenza di speranza è forse la malattia mortale delle coscienze di oggi.
Siamo nel sabato del tempo, è vero, un sabato che indica quasi assenza di direzione, tempo sospeso ma pur sempre un tempo santificato dall’azione di Dio, anche se un Dio silente, che tace e si nasconde.
Verrà quindi per tutti il giorno ottavo, il giorno del ritorno del Signore Gesù, non fuori, ma dentro le contraddizioni della storia. Per questo, dobbiamo lasciarci ispirare dalla Pasqua e riflettere sulla gioia degli apostoli quando incontrano Gesù vivente e risorto: “E i discepoli gioirono al vedere il Signore”.
All’indifferenza, alla frustrazione e alla delusione senza attese di futuro, deve opporsi come antidoto soltanto la speranza, non quella fondata su calcoli, ma sull’unico fondamento della promessa di Dio.
La Madonna del Sabato Santo getta luce sul compito che ci aspetta e che ci è reso possibile dal dono dello Spirito del Risorto. Si tratta di irradiare attorno a noi, con gli atti semplici della vita quotidiana, e senza forzature, la gioia interiore e la pace, frutti della consolazione dello Spirito. Perché credere in Cristo, morto e risorto, per noi significa essere testimoni, con la parola e con la vita, della speranza che non muore.
                                                                  

  Corrado Bruno SDB

Publié dans:Tempo liturgico: Pasqua |on 29 mars, 2013 |Pas de commentaires »

SOFIA CAVALLETTI. BANCHETTO PASQUALE E ULTIMA CENA – PASQUA E ULTIMA CENA

http://liturgiadomenicale.blogspot.it/2008/03/sofia-cavalletti-banchetto-pasquale-e.html

SOFIA CAVALLETTI. BANCHETTO PASQUALE E ULTIMA CENA

SOFIA CAVALLETTI, EBRAISMO E SPIRITUALITÀ CRISTIANA

PASQUA E ULTIMA CENA

Le discussioni intorno al carattere dell’Ultima Cena si sono accese fin dai tempi più antichi, e già presso i Padri si trovano dissensi al riguardo; mentre Girolamo e Ambrogio pensano a una coincidenza tra Ultima Cena e pasqua ebraica, Ireneo ritiene che Gesù sia morto nel giorno della pasqua, e quindi l’Ultima Cena sarebbe avvenuta durante la vigilia della festa.
La cosa non risulta chiara già nei Vangeli: secondo i sinottici sembra che Gesù abbia celebrato il banchetto il primo giorno degli azzimi; invece, secondo Giovanni, sembra che la crocefissione sia avvenuta nel primo giorno degli azzimi cioè nello stesso giorno e, più o meno, nella stessa ora in cui nel Tempio si immolavano gli agnelli, che sarebbero stati consumati durante la cena pasquale.
La questione si complica ancor più se si tiene presente quello che è stato messo recentemente in evidenza, e cioè che, al tempo di Gesù, gli ebrei avevano due calendari, uno ufficiale e un altro che conosciamo dai testi di Qumran, e che poteva essere usato anche al di fuori della stretta cerchia di quella comunità. Le discussioni al riguardo sono ben lungi dall’essere esaurite, anche se si può dire che la tendenza generale è quella di vedere nell’Ultima Cena un vero e proprio banchetto pasquale.
La sobrietà dei racconti evangelici al riguardo può essere considerata una riprova di questa asserzione; essi infatti ci dicono soltanto quello che di nuovo avvenne in quella occasione, sorvolando su tutti gli altri particolari, perché, trattandosi di un vero e proprio banchetto rituale, che si celebrava ogni anno, hanno ritenuto superfluo descriverlo in dettaglio.
Comunque si siano svolte realmente le cose, è certo che l’Ultima Cena si svolge su uno sfondo pasquale. Siamo nel mese di nisan (marzo-aprile), il mese in cui – secondo la tradizione ebraica più corrente – il mondo è stato creato, il mese cioè della primavera astronomica e della primavera del mondo. Ma il pensiero ebraico, l’abbiamo già detto, non si volge mai al passato in un atteggiamento nostalgico; se lo fa, è per animare la speranza che spinge a guardare al futuro. Nel mese di nisan infatti, quando la natura si rinnova, il Messia verrà, portando agli uomini e alle cose quel rinnovamento di cui hanno parlato i profeti. I monti si abbasseranno e le valli si innalzeranno per appianare e facilitare la strada al Messia; i cieli e la terra si rinnoveranno, e gli uomini stessi saranno trasformati: non ci sarà più violenza, la pace regnerà fra gli uomini egli animali; i ciechi potranno leggere le parole dei libri egli zoppi salteranno come cervi. Si ritornerà a quello stato paradisiaco che ha preceduto il peccato, e il ristabilimento dell’ordine morale nell’uomo si rifletterà sulla natura, che entrerà in una nuova fase, simile a una nuova ed eterna primavera. Sarà una creazione nuova, che si contrapporrà a quella primigenia e la completerà. li fatto che – secondo la tradizione – i due avvenimenti coincidano anche nella stagione dell’anno rende la relazione fra di essi più evidente.
Il rinnovamento primaverile della natura e l’atteggiamento pasquale degli animi, atteggiamento fatto di attesa e di speranza, fanno da sfondo all’atto centrale della vita di Gesù, quell’atto con cui egli rilancia il mondo in una nuova creazIone.
Gli elementi di quella natura, che il primo Adamo aveva contaminato con il suo peccato, tanto da attirare su di essa la maledizione di Dio, diventano ora strumenti di quella creazione nuova, che si opera nella persona del nuovo Adamo e che darà vita a una umanità nuova. Pane e vino diventano da allora i mezzi con cui gli uomini potranno, in terra, sotto il velo dei segni, anticipare e realizzare nel tempo l’unione con Dio. Gli elementi della natura, affrancati dalla maledizione, sono messi a servizio della nuova opera creativa. È la vera primavera del creato, una primavera in cui la natura si risveglia non solo dal letargo invernale, ma da quello stato di morte in cui il peccato l’aveva gettata, e ritorna a nuova vita, trasformata al punto da divenire strumento di redenzione. La vera primavera non è quella che gonfia di linfa i germogli sugli alberi, ma quella che rende il pane e il vino capaci di dare la vita eterna.
Come nella tradizione ebraica, anche per i cristiani la nuova primavera corrisponde a quella primigenia, perché nello stesso giorno in cui il mondo fu creato, Cristo fu concepito e soffrì la passione (1). Come l’antico Adamo, padre dell’umanità peccatrice, domina il campo della creazione primigenia, così Cristo sta al centro della creazione rinnovata.
Si è parlato anche di una relazione tra l’elemento che Gesù consacra a salvezza del genere umano e l’albero che fu occasione dd peccato di Adamo: Origene stesso dice che l’albero della conoscenza del bene e del male era la vite, altri pensano al grano, e si spiega che questo avvenne per- che il debito si sciogliesse con lo stesso mezzo con cui era stato contratto. Anche la più antica tradizione ebraica vede un rapporto tra il pane e il vino – i due più importanti elementi della liturgia pasquale – e l’albero della conoscenza del bene e del male: quella pianta era la vite, dice R. Meir; era il grano dice R. Jehudah (2). Il peccato di Adamo fu un peccato di ubriachezza, affermano altri (3). Ma quello che era stato per l’umanità pietra d’inciampo sarebbe diventato nel futuro causa di gioia (4), perché, nel quadro del rinnovamento primaverile escatologico, anche il vino si sarebbe rinnovato, sarebbe diventato « mosto » cioè « vino nuovo » (5). Fra il vino bevuto da Adamo alle origini del mondo, a rovina del genere umano, e quello che si attende « rinnovato » a compenso della rovina passata, si pone il vino pasquale, che ogni ebreo consuma durante il rito domestico insieme con il pane azzimo.
All’ultima Cena il vino è così « rinnovato » che diventa velo della presenza salvifica di Cristo.
Il banchetto pasquale ebraico
La sobrietà dei racconti evangelici riguardo all’Ultima Cena delude un poco il lettore moderno che, così lontano dal tempo in cui Gesù ha vissuto la sua vita terrena, desidererebbe tuttavia poterne ricostruire l’ambiente e la storia nel modo più preciso possibile. Davanti al silenzio degli evangelisti ci volgeremo quindi a interrogare quei testi che, facendoci conoscere la vita religiosa degli ebrei intorno sorgere dell’era cristiana, illuminano per riflesso la stessa figura di Gesù. Testi contemporanei di Gesù non ne abbi; mo, ma il carpus di regole religiose e civili, che si chian Mishnah – in particolare il trattato sulla pasqua (Pesahim) – le aggiunte ad esso (Tasefta), e un testo interpretativo (Sifrè) (6), nei quali troviamo lo schema del banchetto pl squale o alcuni elementi di esso, redatti entro i primi due secoli dell’era cristiana, ci danno sufficiente garanzia di rispecchiare gli usi pasquali, che Gesù stesso e i suoi aposto avranno seguito. È ad essi dunque che dovremo rivolgerci se vogliamo inquadrare nel loro contesto vitale le notizie date dagli evangelisti.
Secondo questi testi, il banchetto pasquale ( che gli ebrei chiamano seder, cioè ordo ), si svolgeva all’inizio dell’era cristiana sostanzialmente come adesso, ad eccezione di alcune aggiunte, prive di importanza, fatte nel corso de secoli. Eccone in breve la descrizione: dopo la benedizionI del giorno, recitata sulla prima coppa di vino, si portano davanti al capo del banchetto tutti i cibi particolari richiesti dall’occasione, fra cui naturalmente il pane non lievitato (masah). Secondo un uso che troviamo documentato in epoca tarda, si presentavano al capo della mensa tre azzime; egli ne spezzava una, coprendone una parte con un tovagliolo, e lasciando l’altra parte con le azzime intere. Sulle azzime si recitava la formula consueta per la benedizione del pane: « Benedetto Tu, Signore Iddio nostro, che fai uscire il pane dalla terra » nota, già in periodo molto antico (7); ma l’azzima spezzata sembra avere importanza particolare, perché su di essa si pronuncia subito dopo un’altra benedizione: « Benedetto Tu, Signore, Dio nostro, che ci hai santificato con i Tuoi precetti e ci hai comandato di mangiare l’azzima »; dopo di questo il capo della mensa mangia l’azzima e ne dà a tutti i commensali (8). Quella parte di azzima che era stata riposta sotto il tovagliolo, veniva ripresa solo dopo il pasto e si consumava senza altre benedizioni particolari, introducendo con tale atto la benedizione finale sul cibo. Questi particolari ci sono noti solo da un testo relativamente tardo; ma, data la scarsità di documenti liturgici precedenti, non possiamo escludere che essi non rispecchino una prassi assai più antica.
Dopo tutto ciò, il figlio più giovane deve interrogare il padre riguardo al carattere particolare della notte di pasqua, durante la quale – a differenza delle altre sere – si mangia solo pane azzimo, erbe amare ad esclusione di altre erbe, carne arrostita e non anche bollita. La domanda del ragazzo serve per dare lo spunto al padre di famiglia per spiegare il significato della festività, ed egli deve farlo – prescrive la Mishnah – « cominciando dalla disgrazia e concludendo con l’esaltazione »; egli deve spiegare cioè o il brano del Deuteronomio (26, 5ss.) (9): « Un arameo errante era nostro padre… scese in Egitto divenne lì un popolo grande, forte e numeroso. Ci angariarono gli Egiziani… E ci fece uscire il Signore dall’Egitto con mano forte e braccio teso »… oppure di Giosuè (24, 2ss.) (10). « Di là dal Fiume (Eufrate) abitavano i vostri padri… E io presi vostro padre Abramo di là dal Fiume e lo feci andare nella terra di Canaan… E mandai Mosè ed Aronne… e vi feci uscire dall’Egitto… e vi detti una terra sulla quale non vi eravate affaticati, case che non avevate costruito e vi abitaste; e voi mangiaste i frutti di vigne e di oliveti che non avevate piantato ».
Sono le due più antiche redazioni della storia della salvezza d’Israele (11), che prendono in considerazione i due punti principali di essa: la vocazione dei padri, tratti dal Signore da una terra idolatra, perché prendessero possesso della terra promessa al popolo di Dio; la liberazione dalla schiavitù egiziana, momento in cui Israele diventa veramente il libero popolo di Dio. Già Esodo (13, 14) prevedeva che i figli interrogassero i padri sulla ragione di determinate regole cultuali, ma lì la risposta, determinata dall’obbligo del riscatto dei primogeniti, è limitata al secondo punto della storia della salvezza, la liberazione dall’Egitto, perché fu in quell’occasione che i primogeniti degli ebrei furono prodigiosamente risparmiati dal flagello, che portò alla morte i primogeniti egiziani.
Rievocata cosi brevemente la storia d’Israele, il capo del banchetto avrà modo di spiegare il perché dell’uso di mangiare l’agnello arrostito, il pane azzimo e le erbe amare, collegandosi a quegli antichi avvenimenti: il rito pasquale, di cui quei cibi speciali fanno parte, è il modo con cui ogni ebreo rivive e attualizza la storia passata.
L’agnello pasquale (pesah) ricorda come il Signore abbia « saltato » ( in ebraico pesah) le case degli ebrei al momento della morte dei;primogeniti d’Egitto; il pane azzimo è in relazione al fatto che, all’atto dell’uscita dall’Egitto, non si ebbe tempo di far fermentare il pane; e le erbe amare ricordano le amarezze sofferte durante la schiavitù. Ma quella storia passata non è mai del tutto passata, perché si riattualizza in ogni ebreo che compie il rito di pasqua, in ogni ebreo che – secondo quanto dice la Mishnah – deve « considerare se stesso come uscito dall’Egitto ». La liberazione operata dal Signore al tempo di Mosè è liberazione di ogni singolo israelita, e il rito è il modo di prenderne coscienza e di partecipare ad esso.
Perciò ogni ebreo « ha il dovere di ringraziare, di lodare, di pregare, di glorificare, di esaltare, di magnificare, di benedire e sublimare Colui che ha fatto per i nostri padri e per noi tutti questi prodigi: ci ha fatto uscire dalla schiavitù verso la libertà, dall’angoscia alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce splendente, dalla soggezione alla redenzione. Diciamo dunque al Suo cospetto: Allelujah ». Con queste parole si inizia la recita della prima parte dei salmi di lode (chiamati in ebraico hallel) cioè i Salmi 113 e 114, che devono concludersi con la menzione della « redenzione », menzione a cui già Rabbi Aqiba dava un evidente carattere messianico, con le seguenti parole:
« Così, Signore Dio nostro e Dio dei nostri padri, facci arrivare in pace alle altre feste e solennità che verranno davanti a noi; rallegraci con la ricostruzione della Tua Città e facci lieti con il Tuo servizio; fa che possiamo mangiare lì i sacrifici e le offerte pasquali… Benedetto Tu che redimi Israele » (12).
La storia passata, rievocata dalle parole del capo del banchetto, si continua in ogni ebreo, che nel tempo presente partecipa al rito, ma si proietta nello stesso tempo verso il tempo avvenire, quando, secondo la parola dei profeti, Gerusalemme sarà ricostruita e in essa si celebrerà un culto che non avrà più fine.
Si benedice a questo momento una seconda coppa di vino e si inizia il pasto, che è un vero e proprio pasto rituale, preceduto e seguito com’è da letture e da preghiere; è il rito che dà modo all’ebreo di partecipare in ogni tempo alla liberazione operata dal Signore a vantaggio del Suo popolo. Segue la « benedizione sul cibo », cioè il ringraziamento su quanto si è mangiato, accompagnata dalla benedizione su una terza coppa di vino, da una benedizione per la terra e da una che comincia con le parole » Colui che riedifica Gerusalemme » (13); ogni pasto infatti è un partecipare ai beni di Dio, e come tale è un atto di culto; ma il culto per l’ebreo è collegato al Tempio e quindi alla sua ricostruzione nella città santa di Gerusalemme.
Il ringraziamento si completa con la benedizione di una altra coppa di vino, la quarta; è la più solenne, è quella di cui gli ebrei dicevano che solo David sarebbe stato degno di benedirla, attribuendole quindi chiaramente un carattere messianico. Essa viene accompagnata dalla recita degli altri salmi di lode, cioè dal 115 (« Non a noi, Signore, non a noi, ma al Tuo Nome dà gloria « ) fino al 118, il salmo cioè che al verso 13 contiene le parole, che ancora oggi il sacerdote ripete durante la Messa: « Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che Egli mi ha fatto? Innalzerò il calice della salvezza e invocherò il Nome del Signore ».
Segue ancora una preghiera, riguardo alla quale la Mishnah non ci fornisce che il nome: « La benedizione del canto », ma già R. Johanan (III sec.) (14) sapeva trattarsi della preghiera che conchiude, si può dire in ogni rito, i salmi di lode e quindi anche il banchetto pasquale :
« L’anima di ogni vivente benedica il Tuo Nome, signore, Iddio nostro, e lo spirito di ogni creatura magnifichi ed esalti la Tua memoria, o nostro Re, sempre. Dall’eternità e in eterno tu sei Dio, e all’infuori di Te non abbiamo re, né redentore, né salvatore, né liberatore, che ci salvi, ci nutra, e abbia pietà di noi in ogni momento d’angustia e bisogno. Non abbiamo re all’infuori di Te, Dio dei tempi primordiali e dei tempi ultimi. Dio di ogni creatura, Signore di tutte le generazioni, lodato con molte lodi, che conduce il Suo mondo con grazia e le Sue creature con misericordia. Il Signore non sonnecchia, né dorme; Egli sveglia i dormienti, desta i torpidi; fa parlare i sordi, libera i prigionieri, sostiene i cadenti, rialza i curvi.
« Te, Te solo noi ringraziamo. Se le nostre bocche fossero piene di canto come il mare, e le nostre lingue di cantici come la moltitudine delle sue onde, e le nostre labbra di lode come le distese del firmamento; se i nostri occhi fossero lucenti come il sole e la luna e le nostre mani aperte come le ali delle aquile del cielo, e i nostri piedi veloci come quelli delle gazzelle – non saremmo sufficienti a lodarti, Signore nostro Dio, e Dio dei nostri padri, e a benedire il Tuo Nome per una sola delle miriadi e infinite volte che ci hai beneficati, noi e i nostri padri. Tu ci hai redento dall’Egitto, Signore Iddio nostro, dalla casa di schiavitù ci hai liberato; nella fame ci hai nutrito, nell’abbondanza ci hai sostenuto; ci hai salvato dalla spada, ci hai scampato dai flagelli e da gravi malattie; hai dato sollievo a noi fiduciosi. Fino ad ora ci ha aiutato la Tua misericordia, ne ci ha abbandonato la Tua grazia. Non ci respingerai, Signore Dio nostro, in eterno! Perciò ogni membro che ci hai dato, lo spirito e l’anima che hai spirato nelle nostre narici, e la lingua che hai posto nella nostra bocca, ecco: esse confesseranno e benediranno e loderanno e magnificheranno ed esalteranno e celebreranno il Tuo Nome, e proclameranno la Tua santità e la Tua regalità, o nostro re. Infatti ogni bocca Ti confesserà; ogni lingua giurerà a Te, e ogni ginocchio si piegherà davanti a Te; ogni altezza si prostrerà al Tuo cospetto, e ogni cuore Ti temerà. L ‘interno di ogni uomo canterà lodi al Tuo Nome, come sta scritto: ‘Ogni osso dirà: Signore, chi come Te?’. Tu salvi il povero da chi è più forte di lui e il povero e il misero da chi lo depreda. Chi Ti assomiglia o chi Ti pareggia, e chi può essere messo a confronto con Te, Dio grande e forte, venerando, Dio eccelso, che hai creato il cielo e la terra? »
« Noi Ti lodiamo, Ti celebriamo, Ti magnifichiamo, benediciamo il Tuo Nome Santo, come è detto da David: ‘Benedici, anima mia il Signore, e tutto quello che è dentro di me benedica il Nome Suo santo’ ».
Era diffusa nel Medio Evo la leggenda che questa preghiera fosse dovuta a San Pietro; si tratta naturalmente di un fatto non controllabile, ma che comunque ci permette di immaginare che forse Pietro – l’unico a cui il Padre aveva rivelato la vera natura del Messia (Mt. 16, 16ss.) – sia stato quello che in occasione dell’Ultima Cena abbia afferrato più degli altri il significato di quanto era avvenuto, così che non trovando sufficienti le parole dei salmi, per esprimere la sua gratitudine, avrebbe formulato una sua preghiera, nella quale il riconoscimento dell’incapacità dell’uomo di lodare sufficientemente il Signore fosse la migliore espressione della sua riconoscenza.
Un altro testo (Tosephta) specifica invece che a questo momento si deve dire un versetto di un salmo di lode: « Benedetto Colui che viene nel Nome del Signore », anticipando nell’invocazione e nel desiderio la venuta del Messia e la sua salvezza; tutto poi si conclude con la lode a Dio che redime il Suo popolo.
L’Ultima Cena
Sono stati fatti vari tentativi per riuscire a individuare a quale punto del rito domestico pasquale ebraico Gesù abbia inserito le sue parole, quelle parole che nessuno al mondo aveva mai udito: « Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo » e: « Prendete e bevete, questo è il mio Sangue », quelle parole che all’invocazione della redenzione messianica venivano a rispondere: oggi essa si compie.
Dalle scarne notizie del Vangelo sappiamo che « durante il pasto » Gesù lava i piedi degli apostoli (Gv. 13, 1), consacra il pane a distanza di tempo dal vino, che viene consacrato dopo il pasto (Lc. 22, 20), e che prima di uscire dal Cenacolo recita dei cantici (Mc. 14, 26; Mt. 26, 30). Ci piacerebbe di poter piazzare questi momenti al loro posto nel rituale ebraico, per poter ricostruire più al vivo quel banchetto pasquale unico nella storia del mondo. Ognuna di quelle azioni di Gesù, che gli evangelisti menzionano, trovano riscontro in altrettante azioni abituali del banchetto, azioni alle quali viene, nell’Ultima Cena, conferito un aspetto nuovo. Ci sembra di poter individuare il momento della lavanda dei piedi in quello in cui viene porto al capo della messa un catino perché, all’inizio del pasto, si lavi le mani prima di recitare la benedizione sul pane; Gesù fa un uso particolare di quel catino, ma la sua novità si innesta su un’azione abituale.
Così pure ci domandiamo se le parole della consacrazione del pane – quelle parole che rompono i confini di qualsiasi rituale tradizionale -non siano state dette di seguito alla formula che abbiamo riportato sopra e che ogni ebreo ancor oggi recita, spezzando il pane: « Benedetto Tu, Signore Dio nostro, che fai uscire il pane della terra »; parole che, nel contesto dell’Ultima Cena, quando  » la morte incombeva – e gli apostoli, anche se ignari, dovevano sentirla passare sopra di loro – sembrano quasi assumere il tono e il valore di profezia di risurrezione : l’identità fra quel pane e il Corpo di Cristo era esplicita nelle parole di Gesù (e il fatto sarà poi messo in particolare evidenza da Paolo ), così che si poteva intuire che come il Signore fa uscire dalla terra il pane, così ne avrebbe tratto fuori quel Corpo che solo temporaneamente sarebbe sceso nel suo seno. Anche nell’ebraismo, del resto, la speculazione mistica dirà che il pane e il vino sono Israele e il Messia stesso (15).
Se vogliamo cercare di scendere nei particolari, ci domandiamo se non sia possibile individuare nell’azzima spezzata, che viene benedetta due volte e che quindi riveste già per se stessa un particolare carattere sacro, l’azzima che Gesù ha consacrato, dandola a mangiare ai suoi apostoli. Ci induce a questa supposizione anche il fatto che essa veniva mangiata con l’agnello, anzi col passare del tempo diventerà per gli ebrei il ricordo dell’agnello (16), tanto che le si applicheranno tutte le prescrizioni previste per esso (17). Sarebbe quindi su di essa che l’Agnello di Dio, venuto a perfezionare il sacrificio pasquale ebraico, avrebbe pronunciato le parole consacratorie.
Si tratta sempre solo di congetture, ma dato che Luca dice espressamente che il vino viene consacrato dopo il pasto, ci sembra poter individuare la coppa che Gesù consacra in quella coppa che ogni ebreo benediceva, e benedice tuttora, con particolare solennità, a chiusura del pasto rituale (18). Abbiamo detto che ad essa si attribuiva un particolare carattere messianico, e che si aspettava che David – cioè il prototipo del Messia – venisse lui stesso a benedirla.. I salmi di lode che ne accompagnano la benedizione sembrano particolarmente adatti al momento che i commensali dell’Ultima Cena stanno vivendo, anzi sembra che alcuni di essi non si spieghino che in quel contesto:
…« Mi avvolsero lacci di morte,le angustie degli inferi mi raggiunsero,angustie e preoccupazioni incontrai.Allora invocai il Nome del Signore:’Orsù, Signore, salva l’anima mia’.Ritorna, anima mia, alla tua quiete,perché il Signore ti ha beneficato;infatti Tu hai salvato la mia anima dalla morte,il mio occhio dal pianto, il mio piede da caduta.Camminerò davanti al Signorenella terra dei viventi.Ho detto nella mia trepidazione:’Ogni uomo è mendace’.Che cosa renderò al Signore per tutti i Suoi sacrifici?Prenderò il calice della salvezzae invocherò il Nome del Signore.Preziosa è al cospetto del Signorela morte dei Suoi fedeli »… (Sal. 116, 3ss).
Le angustie della morte si alternano in questo salmo con la sicurezza dell’aiuto del Signore, con una fede che possiamo definire fede nella risurrezione. Forse solo Gesù sapeva tutto il significato di quelle parole, che gli apostoli avranno ascoltato attoniti; in quell’atmosfera di tragedia incombente, forse ancora turbati dall’annuncio del tradimento, saranno essi stati capaci di sentire la speranza e la promessa che esse contenevano?
Con la recita dei «cantici », di cui parlano gli evangelisti e nei quali dobbiamo ravvisare i salmi di lode, che chiudono il banchetto pasquale, l’Ultima Cena ha termine; si conclude cioè quel rito, antico e nuovo nello stesso tempo, quel rito che permette a ogni fedele di partecipare alla nuova e definitiva liberazione, operata dal Signore a vantaggio del Suo popolo. Se l’azzima benedetta e il vino benedetto erano per l’ebreo il modo di riattualizzare in se stesso la redenzione di Israele, anticipando nell’invocazione e nel desiderio il completamento di quella redenzione che il Messia avrebbe portato, le parole nuove, pronunciate da Gesù durante la cena pasquale, il fatto nuovo da Lui operato, rendono presente quel completamento. Quella sera gli apostoli hanno potuto rivolgere a una persona chiaramente individuata quell’invocazione, nella quale ogni ebreo esprimeva il massimo dei suoi desideri:  » Benedetto Colui che viene nel Nome del Signore!  » .
Ancora una volta Gesù inserisce il fatto nuovo che egli compie nel quadro della liturgia giudaica. Come a Nazareth aveva voluto che il culto sinagogale costituisse lo sfondo, su cui annunciare che la salvezza preannunciata dai profeti era presente nella sua persona, così anche il momento essenziale della sua vita terrena, quel momento in cui egli celebra il suo Sacrificio sotto il velo dei segni, lo vuole inserito nella cornice del culto ebraico, culto che egli vive, assomma in se e perfeziona.
Quella storia della salvezza che il capo della mensa riassumeva brevemente per i suoi commensali, menzionandone l’inizio e il momento determinante dell’esodo, quella storia di cui la predicazione dei profeti faceva intravedere una conclusione al tempo messianico, aveva raggiunto l’epilogo che Israele aveva per secoli invocato. La religione ebraica è essenzialmente messianica, cioè volta all’avvenire, tesa dinamicamente verso il futuro; la storia passata non viene evocata che per rivolgersi verso le cose che avverranno; la storia passata non si riattualizza nel rito che per portarla avanti, verso il momento della sua maturazione. Quella sera, nella « stanza superiore » di una casa di Gerusalemme, quel momento era arrivato; un nuovo periodo della storia della salvezza si era iniziato, punto di maturazione e nello stesso tempo punto di partenza, volto all’attesa del completamento finale, verso il ritorno glorioso di Cristo, la parusia.
Se fino a quel momento Israele aveva cercato, attraverso i molteplici mezzi suggeriti dalla Legge, l’unione con Dio, da allora in poi tutti codesti mezzi si sarebbero riassunti in due elementi soltanto, quelli pasquali del pane e del vino. Tutte le prescrizioni legali (la circoncisione, il sabato, i filatteri, ecc.), eseguite in obbedienza alla volontà esplicita di Dio, avevano avuto fin allora un valore che potremmo chiamare quasi “sacramentale » per Israele, nel senso che si trattava di segni ( othoth ) esteriori che esprimevano l’unione del popolo con il suo Dio. Da allora in poi tutto ciò si sarebbe ricapitolato nella Persona stessa di Cristo, che lega la sua presenza ai veli del Pane e del Vino, in quella Persona in cui l’unione con Dio diviene reale, in quella Persona che è il Verbo stesso di Dio, cioè l’espressione vivente della Sua volontà, Colui che non è venuto ad abolire la Legge, ma a sintetizzarla in se stesso.

NOTE

(1) Secondo un calendario mozarabico, v. DAL, I, 2, 2248; cfr. Leone Magno, Sermo L XI, P.L., 54, 314.(2) BeTak., 40 a.(3) Nu. T., 10, 2-9; Lv. T., 12, 1-5; Sanh., 70 a. h. (4) Lv. T., 12, 5.(4) Lv. r., 12, 5.(5) Tanh., Noah 22.(6) Cfr. Appendice.(7) Berak., 39 h; 46 h; 53 h.(8) Mahsor Vitr;, p. 294; v. 96.(9) Pesah., 10, 4.(10) J. Pesah, 10, 4, 37 d.(11) G. von Rad, Théologie de l’A.T., Génève 1963, p.112 ss.(12) La formula di R. Aqiba si è conservata quasi identica attraverso i secoli, cfr. Maimonide, Mishneh Torah, Hilkoth hames u-masah, fine.(13) Berak., 48 a(14) Pesah., 118 a; cfr. RABBENU SCHLOMOH BAR JIZHAQ, in Mahsor Vitr;, 282.(15) GOODENOUGH, Symbols, VI, 182.(16) RASHJ ad Pesah, 119 b.(17) Enciclop. Talmudith, I, 134.5.(18) Alcuni studiosi vorrebbero vedere in Mt. 26, 29 una prova che Gesù non ha benedetto e consacrato tale coppa, attendendo il compimento della redenzione; ma la cosa non appare chiara.Sofia Cavalletti, Ebraismo e spiritualità Cristiana Cap.X, Editrice Studium – Roma, 1966
Pubblicato da Antonello Iapicca Etichette: Giovedì Santo, Pasqua, Pasqua ebraica, Radici nell’ebraismo, S. Cavalletti, Settimana Santa, Triduo Pasquale 

LA MESSA IN COENA DOMINI DEL GIOVEDÌ SANTO

http://borgopiave.diocesi.it/liturgia%20a%20puntate/messa%20Coena%20Domini.htm

LA MESSA IN COENA DOMINI DEL GIOVEDÌ SANTO  

    Il tramonto del sole del giovedì santo segna la fine del periodo quaresimale. Seguendo l’uso ebraico, che fa iniziare il giorno festivo dal tramonto precedente, la Chiesa viene introdotta nel triduo pasquale della morte (venerdì), sepoltura (sabato) e risurrezione del Signore (domenica) da una celebrazione liturgica solenne che costituisce il compendio sacramentale dei misteri della salvezza che la liturgia si accinge a ripercorrere nel loro fluire storico, seguendo il filo segnato dall’evangelo, nei tre giorni seguenti. Nell’Eucaristia è infatti dato il mistero pasquale nella sua interezza e si fa comunione con il Signore morto, sepolto e risorto.
    La celebrazione è festosa e solenne, ricca di tematiche: il sacerdozio, il comandamento dell’amore, l’unione della comunità particolare con la Chiesa universale, ma soprattutto l’Eucaristia, la cui adorazione prolunga la celebrazione in una veglia solenne che può protrarsi fino alla mezzanotte.
    La qualità dello stile celebrativo deve corrispondere pienamente e in tutte le sue parti alla ricchezza di una settimana che la Chiesa d’Oriente chiama « grande e santa », e deve favorire la partecipazione piena e fruttuosa dei fedeli ai misteri celebrati.
    La preparazione inizia molto tempo prima, con la definizione e le prove dei canti, la scelta dei ministranti, dei lettori e delle persone per la lavanda dei piedi, la preparazione dell’offertorio e l’allestimento del tabernacolo della reposizione (ornato a festa, evitando l’effetto sepolcro o ornamentazioni insulse come – sarebbe difficile immaginarlo se non lo si fosse visto davvero – uccellini e angioletti di carta sospesi nel vuoto con il filo da pesca).
    Il tabernacolo sarà vuoto e aperto. Il colore dei paramenti sarà il bianco. Alla suppellettile usuale andranno aggiunti brocca, bacile, grembiale e asciugatoio per la lavanda dei piedi, velo omerale (eventualmente anche velo per la pisside) e un secondo turibolo per la processione di reposizione. Si preparerà anche un vassoio su cui deporre le ampolle con gli oli nuovi, che il parroco avrà ritirato al mattino, dopo la messa crismale. Sarebbe opportuno valorizzare il segno della  fractio panis usando un’ostia di dimensioni maggiori, da dividere almeno tra alcuni dei presenti. Per la comunione dei fedeli, si ricordi di consacrare le particole necessarie anche per la comunione del giorno seguente. Al canto del Gloria si suonano le campane; subito dopo, per i campanili in cui la tecnologia ha sostituito le vecchie corde, vanno staccati gli automatismi per escludere il suono fino al Gloria della veglia pasquale.
    La processione introitale si svolge come di consueto. Un diacono o un ministrante segue il crocifero portando il vassoio con gli oli, che depone in presbiterio. Il celebrante incensa gli oli dopo la croce e l’altare. Quindi le ampolle possono essere riposte sulla credenza o, meglio, dove esista, nell’apposita custodia presso il fonte battesimale.
    La liturgia della Parola si svolge come di consueto. Dopo l’omelia non si fa la professione di fede, ma il presidente compie la lavanda dei piedi ad alcune persone – uomini o ragazzi – della comunità (Messale Roma­no, p. 136, n. 6). Né il messale, né il cerimoniale ne prescrivono il numero: il rito non intende imitare scenicamente gli apostoli, ma raffigurare con un’icona forte il comandamento dell’amore che si fa servizio. È quanto esprime la Parola di Dio appena ascoltata, ed è la chiave di lettura per comprendere il sacrificio del Signore Gesù, perdurante in tutta la sua efficacia salvifica nell’Eucaristia, nonché il sacerdozio ministeriale. Non viene precisato dove far sedere le persone: si parla semplicemente di luogo adatto. Per la lavanda il celebrante toglie la casula (che un ministrante ripiegherà sulla credenza o appenderà a una gruccia, non butterà a casaccio su una sedia e ancor meno poggerà sull’altare), e cinge un grembiale, che un altro ministrante gli porge (bianco e senza pettina). Gli uomini scelti raggiungono i loro posti, scalzano il piede destro e ricacciano sotto la sedia la scarpa con il calzino. Il sacerdote con gli assistenti può inginocchiarsi di fronte a ciascuno, o anche una volta per due persone. Due diaconi o due ministranti lo affiancano tenendo il bacile e l’asciugatoio. Il sacerdote versa l’acqua sul piede destro, prende l’asciugatoio e asciuga il piede. Terminato il rito, altri ministranti presentano al sacerdote brocca, catino, una ciotolina con sapone liquido e il manutergio per lavare le mani; lo aiutano quindi a togliere il grembiale e a riprendere la casula.
    La messa continua con la preghiera dei fedeli. All’offertorio è vivamente consigliata la processione per la presentazione dei doni. Il canone romano prevede le parti proprie della solennità: si veda il messale a p. 140. Dopo la narrazione dell’istituzione, si riprende il testo abituale, a p. 390.
    Dopo la comunione si raccolgono le particole in una sola pisside, chiusa, che si pone sul corporale, al centro dell’altare. Si recita l’ultima orazione e quindi si avvia la processione. Chi presiede si reca davanti all’altare, infonde l’incenso in due turiboli, genuflette, si inginocchia e incensa il Santissimo Sacramento. Quindi indossa il velo omerale e riceve la pisside che il diacono prende dall’altare. L’ordine di processione è il seguente: crocifero e ceroferari, ministranti, sacerdoti, due turiferari che precedono chi porta il Santissimo Sacramento.
    Giunti al luogo della reposizione, la pissi­de viene deposta all’interno del tabernacolo e nuovamente incensata (se si canta il Tantum ergo l’incensazione viene fatta all’inizio dell’ultima strofa). All’amen, il diacono chiude la porticina del tabernacolo. Dopo alcuni istanti di adorazione silenziosa, la pro­cessione rientra in sagrestia in silenzio, per la via più breve.
    Subito dopo, alcuni ministranti tolgono candelieri e tovaglia dall’altare dove si è celebrato e velano le croci. 

Publié dans:Tempo liturgico: Pasqua |on 28 mars, 2013 |Pas de commentaires »
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