Archive pour la catégorie 'Tempo liturgico: Pasqua'

7 MAGGIO 2017 | 4A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

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7 MAGGIO 2017 | 4A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Io sono il Buon Pastore

Per cominciare
Oggi, domenica del Buon Pastore, è la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Il sacerdozio è un grande dono di Gesù. Cristo Risorto si è mostrato visibilmente, ma ha poi inviato i suoi apostoli, e ha dato loro pieni poteri: « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ». Ha fatto di ogni prete un altro se stesso, ha detto a loro di continuare la sua opera di evangelizzazione.

La parola di Dio
Atti 2,14a.36-41.
Il giorno di Pentecoste Pietro incomincia a fare « il pescatore di uomini ». È come sempre un uomo pronto ed entusiasta, ma adesso si mette con il suo temperamento a servizio della predicazione e della testimonianza del nome di Gesù.
1 Pietro 2,20b-25.
Pietro parla ormai ai cristiani della chiesa costituita, li invita a imitare Cristo, ad accoglierlo come Pastore. È l’inizio del suo magistero, del suo ministero. « Eravate erranti come pecore senza pastore… », ora siete una comunità.
Giovanni 10,1-10.
Gesù usa la metafora del buon pastore e parla di un rapporto vivo, efficacissimo tra il pastore e le sue pecore. Parole che indicano il desiderio di avere con ciascuno di noi un’amicizia personale e intima.

Riflettere
Il brano degli Atti degli apostoli presenta il secondo dei numerosi discorsi che Luca inserisce nelle vicende della chiesa delle origini, che sono destinati a spiegare a chi legge ciò che sta avvenendo.
Pietro il giorno di Pentecoste spiega a chi li prende per ubriachi il senso di ciò che è avvenuto, il vento impetuoso, il fragore, le lingue di fuoco e il parlare in lingue. Dimostrando di conoscere bene le scritture, cita alcuni passaggi dell’antico testamento che sarebbero inspiegabili, senza la risurrezione di Gesù.
Investito dallo Spirito, accusa poi gli ebrei di aver crocifisso Gesù. Alle sue parole la gente si sente trafiggere il cuore, si apre al pentimento e riceve il battesimo. Sono migliaia, il primo nucleo del nuovo Israele.
Il vangelo di Giovanni ci presenta un Gesù inesauribile nel dichiarare il rapporto di amore e di alleanza che vuole avere con ciascuno di noi: qui si paragona al pastore, che a quel tempo aveva un legame strettissimo con le sue pecore. Il pastore conosce e ama le sue pecore a una a una, cammina con loro. Ed esse riconoscono la sua voce, lo seguono, si fidano di lui.
« Io sono la porta delle pecore », dice Gesù. E fa riferimento alla porta che si trova nel lato nord-est del muro, non lontano dal tempio di Gerusalemme. È davanti al tempio e a quella che era chiamata la « Porta delle Pecore », presso l’attuale Piscina Probatica o « delle pecore » che Gesù, ha detto con solennità: « Io sono il buon pastore… Io sono la porta delle pecore ».
Gesù si presenta in questo modo nella figura del vero pastore del popolo di Dio. Gesù, come Iahvè (ricordiamo il celebre Salmo 23: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome…). Ma qui Gesù si definisce in qualche modo anche « la porta del tempio », cioè la porta che conduce al luogo che rappresenta il cuore della religiosità degli ebrei.
Gesù si contrappone ai farisei. Essi cacciano dalla sinagoga quelli che credono in Gesù (cf « il cieco nato »). Egli afferma al contrario in modo assoluto (« Io sono ») che lui è autorizzato a essere la porta che conduce alla salvezza: « Se uno entra attraverso me sarà salvo ».
Essi invece non amano le pecore, non le conoscono, non le liberano, non sono al loro servizio, ma impongono su di loro pesi smisurati. Ma le pecore non ascoltano questi falsi pastori, non li seguono.
« Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza ». Attraverso la « Porta delle Pecore » entravano le pecore che venivano sacrificate nel tempio. Ma Gesù non solo non uccide le sue pecore, ma dà la vita per loro.
Attenzione ai verbi che vengono usati da Giovanni in questo brano: « entrare », « ascoltare », « condurre », « seguire », « conoscere »: tutti richiamano un rapporto speciale del pastore con le pecore, e, fuori metafora, del cristiano con Gesù.

Attualizzare
La prima considerazione e la prima domanda che dobbiamo farci quest’oggi è questa: piaccia o non piaccia, ognuno di noi segue dei modelli e si lascia influenzare nelle sue scelte da qualcuno, da qualcosa. Chi influisce di più nei nostri orientamenti di vita? È Cristo il nostro riferimento, il nostro pastore?
« Io sono la porta », dice di sé Gesù. Legando questa immagine meno consueta a quella del buon pastore. « Porta » indica libertà, possibilità di fuga e di ritorno; indica anche passaggio, dialogo, comunicazione.
In questo ultimo senso, è un’immagine dai significati attualissimi. Perché la nostra è l’epoca dei cellulari e della comunicazione (« Ovunque c’è un occhio. Ovunque c’è un obiettivo », scrive Milan Kundera, sottolineando anche i rischi degli eccessi e dell’invadenza), ma è anche l’epoca delle divisioni nette, delle incomprensioni, dell’innalzamento di nuovi muri, soprattutto simbolici. Bella invece l’immagine della porta, perché dice « lasciar passare », superare barriere, accogliere.
Questa è la domenica mondiale dedicata alla preghiera per le vocazioni. Secolarizzazione, edonismo, riduzione delle nascite, indisponibilità ad assumere impegni a lungo termine… sono alcune delle cause dell’attuale crisi delle vocazioni. « Mancano atteggiamenti di fondo in grado di dar vita a un’autentica cultura vocazionale » (Giovanni Paolo II).
In realtà ogni vita è vocazione e il primo « sì » a Dio lo diciamo accogliendo la vita, rispondendo alla chiamata di accettarci e di realizzarci secondo i piani che Dio ha sulla nostra vita.
Oggi ci sono tante forme di rifiuto della vita. E c’è anche chi è incapace di dire « grazie » per il dono della vita.
In questo clima è normale che non ci si senta di assumere impegni duraturi e impegnativi, sia di tipo matrimoniale che a servizio diretto della chiesa.
Ma la mancanza di vocazioni sacerdotali è un problema serissimo per le comunità cristiane. « Lasciate una parrocchia vent’anni senza prete e vedrete che si adoreranno le bestie », pare abbia detto il santo Curato d’Ars con un assoluto e tragico realismo, di cui tutti dovremmo farci carico.
Sono i sacerdoti a garantire l’eucaristia e la riconciliazione, che costruiscono la vita dei credenti e della comunità cristiana.

Il vero pastore nel sogno di Giovanni Paolo II
« Degli otto viaggi di Giovanni Paolo II in Africa, ricordo soprattutto il racconto di un sogno », ricordava il giornalista di Avvenire Silvano Stracca. Lo aveva narrato a Kaduna, in Nigeria, parlando in cattedrale ai catechisti. Era il febbraio del 1982 ed erano trascorsi solo nove mesi dai tre colpi di Alì Agca in piazza San Pietro, il 13 maggio di un anno prima. « Ieri », aveva raccontato il Papa, « ho sognato di trovarmi a colloquio con san Pietro, il quale mi chiese che cosa stavo facendo. Risposi: mi trovo in Nigeria. E san Pietro: non ci credo. Ho incontrato i giovani di Onitsha. E san Pietro: non ci credo. Sì che è vero, insisto io; e stamattina ho perfino ordinato cento preti a Kaduna e domani andrò a parlare all’università di Ibadan; e poi mi stanno aspettando nel Benin, nel Gabon e nella Guinea Equatoriale. Ma san Pietro non si convinse ancora. Allora gli mostrai la mia veste bianca dicendo: « Guarda com’è rossa della polvere per la strada che ho percorso ». Solo allora », concluse il Papa, « san Pietro mi ha creduto ». Vi riconosceranno che siete miei discepoli dalla polvere che sporca i vostri vestiti, ripeterebbe Gesù oggi.

Festa della mamma
C’è una donna che ha qualcosa di Dio per l’immensità del suo amore e molto di un angelo per l’instancabile sollecitudine verso i suoi cari.
Una donna che, da giovane, ha la saggezza di un’anziana e, nella vecchiaia, lavora con il vigore della gioventù.
Una donna che se è povera, è soddisfatta dalla felicità di coloro che ama; se è ricca darebbe volentieri tutto il suo tesoro per non subire la ferita dell’ingratitudine.
Una donna che pur essendo vigorosa, trema al pianto di un bambino e, pur essendo debole, ha il coraggio di un leone.
Questa donna è la mamma

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

30 APRILE 2017 | 3A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

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30 APRILE 2017 | 3A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

I discepoli di Emmaus

Per cominciare
La Quaresima che prepara alla Pasqua ha una durata di 40 giorni; il tempo di Pasqua è di sette settimane, cioè di 50 giorni. Sono giorni di gioia, un’occasione preziosa per riflettere sulla risurrezione di Gesù e sulla prima testimonianza della chiesa nascente. I due discepoli di Emmaus ci aiutano ad accogliere con maggior convinzione il Cristo risorto

La parola di Dio
Atti 2,14a.22-33. Il giorno di Pentecoste è il giorno del riscatto dell’apostolo Pietro. A Gerusalemme c’è gran folla ed egli si alza insieme agli altri undici apostoli, prende la parola a voce alta e testimonia la risurrezione di Gesù.
1 Pietro 1,17-21. Il primo papa ricorda ai cristiani l’impegno della vita nuova, per essere pronti al giudizio del Padre. Dice: « Ricordatevi che siete stati riscattati con il sangue prezioso di Cristo ». Ma li rassicura, dicendo che il Padre ha messo a fondamento della loro speranza la risurrezione di Gesù dai morti.
Luca 24,13-35. È il notissimo episodio dei discepoli di Emmaus. I due abbandonano Gerusalemme, nonostante le molte testimonianze sul ritorno alla vita di Gesù. Loro non credono alle parole delle donne e degli altri, ma Gesù si affianca a loro, li aiuta a leggere le Scritture e li rende suoi testimoni.

Riflettere
Il racconto dei discepoli di Emmaus nasce dalla raffinata arte narrativa di Luca. È uno degli episodi più belli della Pasqua di Cristo. È la parabola della scelta di fede, che è frutto di una faticosa ricerca, di un cammino che può essere difficile.
E di cammino si parla qui. Camminare è una delle parole-chiave della bibbia. Un camminare che è un crescere nello spirito. « Camminate nella verità », « Camminate nell’amore » sono espressioni care a Paolo e a Giovanni. Gesù ha detto con più profondità: « Camminate nella luce ».
È il pomeriggio di Pasqua, dopo il grande sabato ebraico. Questi due discepoli non ce la fanno più e abbandonano tutto, tornano a casa loro. I loro dubbi e la loro diffidenza fanno così bene alla nostra fede. Non tanto perché ci ritroviamo in loro, quanto perché ci caricano di certezze sulla risurrezione di Gesù. Come avrebbero potuto inventarsi la risurrezione questi uomini che non vogliono credere e dubitato anche dopo che si è presentato risorto? Come loro, così Tommaso, ma anche Pietro e gli altri, che non si fidano delle donne e si spaventano, più che rallegrarsi.
I due discepoli hanno abbandonato il gruppo. La prova e la delusione spengono la generosità e l’amore. Ci si riprende ciò che si aveva donato, si bada ai fatti propri, alla propria felicità individuale, ai propri interessi. Hanno dato fiducia a Gesù, che è morto in croce. Hanno sentito che forse è avvenuto qualcosa di nuovo e di sorprendente, ma non vogliono essere nuovamente delusi. Paolo dice: « Se Cristo non fosse risorto noi saremmo i più miserabili degli uomini ». Ed è esattamente quel che capita a questi due discepoli tentati dalla rassegnazione. Vogliono dimenticare e voltare pagina. Accontentarsi di una vita assolutamente feriale. È incredibile come si possa mettere tra parentesi tutto ciò che si visto e si è vissuto.
Gesù si affianca a loro nella maniera più normale. Non è « il maestro » autorevole della vita pubblica questa volta, ma un semplice « catechista » che aiuta i due discepoli a leggere le scritture e a capire il collegamento tra la parola e gli avvenimenti capitati a Gerusalemme in quei giorni.
Lo riconoscono nello spezzare il pane… in un gesto probabilmente abituale di Gesù con i discepoli. Un gesto semplice e umano che li aiuta a credere. Gesù è presente anche quando scompare ai loro occhi, e oggi, come allora, nello spezzare il pane della domenica. Fino alla fine del mondo.
Ed ecco che, stanchi com’erano – era ormai sera – si mettono a correre e ritornano sui loro passi. E la loro testimonianza si aggiunge a quella degli apostoli e di Pietro, a cui il Signore è apparso.

Attualizzare
Emmaus. « È curioso che gli studiosi non si siano ancora accordati sull’identificazione esatta di questo villaggio citato dall’evangelista Luca per una delle più famose apparizioni del Cristo risorto: tre o quattro località si contendono questo onore. Forse tale molteplicità potrebbe essere assunta a segno. Infatti la strada e il villaggio di Emmaus sono anche in ogni luogo dove i cristiani vivono la loro fede: l’incontro col Cristo risorto avviene infatti, per quei discepoli e per noi, quando la Scrittura è proclamata e ascoltata e quando il pane eucaristico è spezzato » (Gianfranco Ravasi).
Un tempo questa pagina di vangelo si leggeva il lunedì di Pasqua e la fuga dei due discepoli era vista come una scampagnata fuori porta, che si concludeva con l’incontro con il Risorto. In realtà niente di più serio della loro partenza.
Si aspettavano un Gesù diverso. « Noi speravamo che fosse lui a liberare il popolo di Israele! ». Ma la vittoria di Gesù è su un altro versante. È la vittoria della croce ed è difficile da capire e da accettare. Anche dopo duemila anni. Di fronte alla prova personale, alla fatica, alle delusioni è difficile pensare che lì il Signore vince ed è presente risorto. Che la strada che ti fa soffrire è quella che ti salva.
Qualcuno ha scritto che Gino Strada, il famoso medico chirurgo fondatore di Emergensy, un’organizzazione di medici volontari presenti in molti paesi a soccorso delle vittime della guerra, da qualche tempo non sorride più, nemmeno quando viene intervistato alla televisione. Dopo aver assistito a tante guerre, è profondamente deluso e ormai non crede più che l’uomo sia capace di costruire la pace. È la stessa tristezza che ha preso i discepoli di Emmaus. Così simile a ciò che proviamo noi quando qualcosa ci delude.
Anche il nostro è a volte un cammino per una strada in terra battuta e assolata che da Gerusalemme conduce a Emmaus. Anche noi siamo in fuga, in ricerca, dubbiosi. Non crediamo più che le situazioni possano cambiare in meglio, che l’umanità possa una buona volta risorgere. Non ci fidiamo di ciò che dicono su Gesù gli altri, i cristiani, la chiesa, i preti…
Il Risorto si mette al nostro fianco: ci parla, ci dona il suo corpo e il suo sangue, è con noi, ci infonde la speranza nell’uomo, nella storia, nel presente e nel futuro.

Qualcuno però camminava al nostro fianco
« A chi di noi non è familiare l’albergo di Emmaus? Chi non ha camminato per questa strada, una sera in cui tutto sembrava perduto? Cristo era morto dentro di noi. Ce l’avevano preso: il mondo, i filosofi, e i sapienti, le nostre passioni. Non c’era più Gesù per noi, sulla terra. Andavamo per una strada e Qualcuno camminava al nostro fianco. Eravamo soli e non più soli. È sera. Ecco una porta spalancata, l’oscurità d’una stanza in cui la fiamma del focolare non rischiara che la terra battuta e fa danzare le ombre, Oh, pane spezzato! Oh frazione del pane consumato malgrado tanta miseria! « Resta con noi, Signore, perché si fa sera »" (François Mauriac).

Mostrati, Signore
A tutti i cercatori del tuo volto, mostrati, Signore; a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore; con quanti si mettono in cammino e non sanno dove andare, cammina, Signore; affiancati e cammina con tutti i disperati sulle strade di Emmaus; e non offenderti se essi non sanno che sei tu ad andare con loro, tu che li rendi inquieti e incendi i loro cuori; non sanno che ti portano dentro: con loro fermati poiché si fa sera e la notte è buia e lunga, Signore (David Maria Turoldo),

1° maggio
Questa domenica pasquale spesso la viviamo a pochi giorni dalla tradizionale festa dei lavoratori. Le parole di Gesù: « Non vi lascerò orfani », e quelle di Pietro: « Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi », si fondono con un’epica storia di rivendicazioni e di lotte per la dignità e il lavoro. Niente di più attuale, soprattutto per i giovani. Se non tocca alla chiesa indicare le strade per risolvere i nuovi problemi occupazionali, c’è da domandarsi a chi tocca, dal momento che economisti, politici e sindacalisti hanno inventato per i nostri giovani in cerca di futuro soltanto varie e fantasiose forme di lavori senza garanzie: contratti di formazione, lavori a progetto, call center, job on call e simili precarietà, che non li metteranno mai nelle condizioni di lasciare la casa dei loro genitori e di iniziare una propria famiglia.
Oggi molto meno di ieri si accusa la chiesa di insensibilità nei confronti della società, ma i lavoratori delle fabbriche non smettono di pensare che la chiesa sia lontana dai problemi reali e dal mondo del lavoro. Così dice don Gianni Oderda, l’ultimo prete operaio della diocesi di Torino, che lavora alla Fiat Avio. Se non è una leggenda metropolitana, qualche anno fa si diceva che il cardinal Pellegrino auspicasse che fossero ordinati anche dei preti che non avessero fatto studi classici o universitari. Preti quindi più vicini alla gente comune e al mondo del lavoro. Lo stesso Giovanni Paolo II era orgoglioso di essere stato in gioventù un operaio e sostenne con entusiasmo le lotte sindacali in Polonia. Ma c’è ancora l’idea che a diventare cristiani e a sbilanciarsi nei confronti della chiesa si finisce per cambiare campo, per condurre una vita lontana dalle dure problematiche del vivere quotidiano.
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 20. (MT 28, 20)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170426_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 20. (MT 28, 20)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro Mercoledì, 26 aprile 2017

La Speranza cristiana – 20. “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20): la promessa che dà speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Queste ultime parole del Vangelo di Matteo richiamano l’annuncio profetico che troviamo all’inizio: «A lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1,23; cfr Is 7,14). Dio sarà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Gesù camminerà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Tutto il Vangelo è racchiuso tra queste due citazioni, parole che comunicano il mistero di Dio il cui nome, la cui identità è essere-con: non è un Dio isolato, è un Dio-con, in particolare con noi, cioè con la creatura umana. Il nostro Dio non è un Dio assente, sequestrato da un cielo lontanissimo; è invece un Dio “appassionato” dell’uomo, così teneramente amante da essere incapace di separarsi da lui. Noi umani siamo abili nel recidere legami e ponti. Lui invece no. Se il nostro cuore si raffredda, il suo rimane sempre incandescente. Il nostro Dio ci accompagna sempre, anche se per sventura noi ci dimenticassimo di Lui. Sul crinale che divide l’incredulità dalla fede, decisiva è la scoperta di essere amati e accompagnati dal nostro Padre, di non essere mai lasciati soli da Lui.
La nostra esistenza è un pellegrinaggio, un cammino. Anche quanti sono mossi da una speranza semplicemente umana, percepiscono la seduzione dell’orizzonte, che li spinge a esplorare mondi che ancora non conoscono. La nostra anima è un’anima migrante. La Bibbia è piena di storie di pellegrini e viaggiatori. La vocazione di Abramo comincia con questo comando: «Vattene dalla tua terra» (Gen 12,1). E il patriarca lascia quel pezzo di mondo che conosceva bene e che era una delle culle della civiltà del suo tempo. Tutto cospirava contro la sensatezza di quel viaggio. Eppure Abramo parte. Non si diventa uomini e donne maturi se non si percepisce l’attrattiva dell’orizzonte: quel limite tra il cielo e la terra che chiede di essere raggiunto da un popolo di camminatori.
Nel suo cammino nel mondo, l’uomo non è mai solo. Soprattutto il cristiano non si sente mai abbandonato, perché Gesù ci assicura di non aspettarci solo al termine del nostro lungo viaggio, ma di accompagnarci in ognuno dei nostri giorni.
Fino a quando perdurerà la cura di Dio nei confronti dell’uomo? Fino a quando il Signore Gesù, che cammina con noi, fino a quando avrà cura di noi? La risposta del Vangelo non lascia adito a dubbi: fino alla fine del mondo! Passeranno i cieli, passerà la terra, verranno cancellate le speranza umane, ma la Parola di Dio è più grande di tutto e non passerà. E Lui sarà il Dio con noi, il Dio Gesù che cammina con noi. Non ci sarà giorno della nostra vita in cui cesseremo di essere una preoccupazione per il cuore di Dio. Ma qualcuno potrebbe dire: “Ma cosa sta dicendo, lei?”. Dico questo: non ci sarà giorno della nostra vita in cui cesseremo di essere una preoccupazione per il cuore di Dio. Lui si preoccupa di noi, e cammina con noi. E perché fa questo? Semplicemente perché ci ama. Capito questo? Ci ama! E Dio sicuramente provvederà a tutti i nostri bisogni, non ci abbandonerà nel tempo della prova e del buio. Questa certezza chiede di annidarsi nel nostro animo per non spegnersi mai. Qualcuno la chiama con il nome di “Provvidenza”. Cioè la vicinanza di Dio, l’amore di Dio, il camminare di Dio con noi si chiama anche la “Provvidenza di Dio”: Lui provvede alla nostra vita.
Non a caso tra i simboli cristiani della speranza ce n’è uno che a me piace tanto: l’àncora. Essa esprime che la nostra speranza non è vaga; non va confusa con il sentimento mutevole di chi vuole migliorare le cose di questo mondo in maniera velleitaria, facendo leva solo sulla propria forza di volontà. La speranza cristiana, infatti, trova la sua radice non nell’attrattiva del futuro, ma nella sicurezza di ciò che Dio ci ha promesso e ha realizzato in Gesù Cristo. Se Lui ci ha garantito di non abbandonarci mai, se l’inizio di ogni vocazione è un «Seguimi», con cui Lui ci assicura di restare sempre davanti a noi, perché allora temere? Con questa promessa, i cristiani possono camminare ovunque. Anche attraversando porzioni di mondo ferito, dove le cose non vanno bene, noi siamo tra coloro che anche là continuano a sperare. Dice il salmo: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal 23,4). È proprio dove dilaga il buio che bisogna tenere accesa una luce. Torniamo all’àncora. La nostra fede è l’àncora in cielo. Noi abbiamo la nostra vita ancorata in cielo. Cosa dobbiamo fare? Aggrapparci alla corda: è sempre lì. E andiamo avanti perché siamo sicuri che la nostra vita ha come un’àncora nel cielo, su quella riva dove arriveremo.
Certo, se facessimo affidamento solo sulle nostre forze, avremmo ragione di sentirci delusi e sconfitti, perché il mondo spesso si dimostra refrattario alle leggi dell’amore. Preferisce, tante volte, le leggi dell’egoismo. Ma se sopravvive in noi la certezza che Dio non ci abbandona, che Dio ama teneramente noi e questo mondo, allora subito muta la prospettiva. “Homo viator, spe erectus”, dicevano gli antichi. Lungo il cammino, la promessa di Gesù «Io sono con voi» ci fa stare in piedi, eretti, con speranza, confidando che il Dio buono è già al lavoro per realizzare ciò che umanamente pare impossibile, perché l’àncora è sulla spiaggia del cielo.
Il santo popolo fedele di Dio è gente che sta in piedi – “homo viator” – e cammina, ma in piedi, “erectus”, e cammina nella speranza. E dovunque va, sa che l’amore di Dio l’ha preceduto: non c’è parte del mondo che sfugga alla vittoria di Cristo Risorto. E qual è la vittoria di Cristo Risorto? La vittoria dell’amore. Grazie.

23 APRILE 2017 | 2A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

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23 APRILE 2017 | 2A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Per cominciare
La chiesa a otto giorni dalla Pasqua propone in tutti i tre anni il vangelo di Tommaso. Il suo rifiuto di credere è funzionale al rafforzamento della fede dei credenti lungo i secoli. Ma testimonia anche l’eccezionalità sorprendente della risurrezione di Cristo.
La parola di Dio

Atti 2,42-47.
Ecco la nuova comunità cristiana nata dalla risurrezione di Cristo, che cresce di numero e si organizza. È animata dalla parola degli apostoli, vive la più schietta comunione fraterna nella condivisione dell’eucaristia (la frazione del pane) e nella preghiera comune. Tra loro avvengono anche prodigi e miracoli, sono stimati dal popolo, il clima è quello della gioia e della semplicità.
1 Pietro 20,19-31.
Pietro sembra parlare già da primo papa e incoraggia la comunità cristiana a perseverare nella vera fede e ad affidarsi a Cristo risorto. Del resto egli è certo dell’amore che i nuovi cristiani nutrono per Gesù, anche se molti di loro lo hanno conosciuto solo attraverso la testimonianza degli apostoli.
Giovanni 20,19-31.
È domenica e Gesù sorprende gli apostoli presentandosi a loro vivo, mostrando le mani e il costato trafitti. Non c’è Tommaso tra di loro ed egli non crede alla loro testimonianza. Otto giorni dopo Gesù è di nuovo tra loro e questa volta c’è anche Tommaso, che, di fronte all’evidenza, compie un profondo atto di fede.
Riflettere
Questa è l’ »Ottava di Pasqua » (Domenica in albis). In antico i nuovi battezzati, che avevano ricevuto battesimo, cresima ed eucaristia nella notte di Pasqua, oggi deponevano la veste bianca ricevuta in quella circostanza e partecipavano a pieno titolo all’eucaristia insieme agli altri.
Come la risurrezione, le apparizioni di Gesù avvengono nel giorno del Signore, il primo dopo il sabato. Di qui la celebrazione della risurrezione di Cristo settimanale nel giorno di domenica, a sostituzione del sabato.
I discepoli passano dalla paura alla gioia. Gesù si presenta senza alcun rancore per la loro fede debole. Li saluta: « Pace a voi! ». Mostra loro le mani e il costato, alita su di loro, e il suo soffio creatore dà alla chiesa nella loro persona il dono dello Spirito per il perdono dei peccati.
Manca Tommaso, uno dei dodici. Egli non presta fede al loro racconto, alla loro testimonianza.
Tommaso aveva certamente negli occhi la morte di Gesù: quelle mani trafitte, quel petto squarciato dalla lancia del centurione. Non ha voluto credere a poco prezzo. « Ma che cosa dite? Che Gesù è risorto? Che è vivo? Non facciamoci prendere da altre illusioni, non andiamo incontro ad altre delusioni! ».
Probabilmente Tommaso aveva sentito più degli altri la sconfitta per la fine in croce di Gesù. Ma quando Gesù gli si presenta mostrando le piaghe aperte, egli si convince di non avere mai veramente dubitato.
Gesù accoglie la sfida. Entra a porte chiuse, si presenta a Tommaso, lo convince mostrandogli le mani e il costato. Tommaso esce nel più maturo atto di fede: « Mio Signore e mio Dio! ». Alla fine sembra proprio Tommaso quello che esprime la fede più esplicita e matura.
Gesù conclude, pensando ai futuri cristiani e quindi a noi: « Beati quelli che pur non avendo visto crederanno ».

Attualizzare
Lo stesso brano del vangelo di Giovanni, che riporta l’episodio di Tommaso, ritorna nei tre anni, quasi a voler ricuperare per chi ha vissuto distrattamente la Pasqua, la realtà del Cristo risorto.
Tommaso viene visto volentieri come un uomo moderno, razionale, critico, non facilmente influenzabile.
Non accetta la testimonianza degli apostoli, non gli basta. Qualcosa non ha funzionato, qualcosa non lo ha abbastanza convinto. Forse non la mancanza di entusiasmo e di gioia o di credibilità degli apostoli e degli altri. Probabilmente è l’esperienza tragica della fine tra i tormenti di Gesù, che toglie ogni dubbio sulla sua morte, oppure la paura di essere ingannato ancora una volta, e soprattutto l’assoluta eccezionalità della risurrezione.
Gesù accetta la sfida di Tommaso e accetta anche la sfida dell’uomo d’oggi. È il Gesù risorto, che passa attraverso i muri, ma è anche il Gesù umanissimo e piagato, con i segni della passione. Il Gesù storico, che ha vissuto l’amicizia con Tommaso, che ha condiviso tutto con gli apostoli e porta nel cuore ciò che hanno vissuto insieme. « Toccatemi, datemi da mangiare », dice loro. Non fa il risentito, li accetta come sono e rinnova l’amicizia. È questo che può far crollare i Tommaso di ieri e di oggi.
Ma questa domenica è destinata soprattutto a riflettere su quella chiesa primitiva che comincia a esistere e a esprimere nei rapporti reciproci uno spirito inedito. « È apparsa un’altra generazione… », scrive Gregorio di Nissa, riferendosi alla comunità nata dalla Pasqua, « un’altra maniera di vivere ».
È una comunità in ascolto della parola trasmessa dagli apostoli, che vive la koinonìa, un’unione fraterna che arriva a condividere i beni di cui dispone, e si ritrova e si esprime nella frazione del pane, che segue i racconti e la testimonianza degli apostoli, vissuti con Gesù negli anni della vita pubblica, e ai quali egli ha fatto il dono di presentarsi risorto.

« Domenica della Misericordia »
Giovanni Paolo II ha voluto che l’ottava di Pasqua fosse la « Giornata della Misericordia », secondo la richiesta fatta da Gesù in una visione privata a Santa Faustyna Kowalska, delle suore della Beata vergine Maria della Misericordia a Varsavia, proclamata santa nel 2000 a Cracovia.
Il 22 febbraio 1931 Gesù ordinò a suor Faustyna di dipingere un’immagine secondo un modello che le venne mostrato e le parlò della misericordia. Le disse: « Voglio che la prima domenica dopo Pasqua sia la festa della misericordia ».
Giovanni Paolo II ha consacrato nel 2002 un santuario a Cracovia dedicato proprio alla « Divina Misericordia ». « La Provvidenza ha disposto che Giovanni Paolo II morisse proprio alla vigilia di questo giorno », ha detto Benedetto XVI, « nelle mani della Misericordia Divina. Quelle sacre piaghe, nelle mani, nei piedi e nel costato sono sorgente inesauribile di fede, di speranza e di amore a cui ognuno può attingere, specialmente le anime più assetate della divina misericordia ».
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

BENEDETTO XVI – L’OTTAVA DI PASQUA (2011)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110427.html

BENEDETTO XVI – L’OTTAVA DI PASQUA (2011)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 27 aprile 2011

Cari fratelli e sorelle,

in questi primi giorni del Tempo Pasquale, che si prolunga fino a Pentecoste, siamo ancora ricolmi della freschezza e della gioia nuova che le celebrazioni liturgiche hanno portato nei nostri cuori. Pertanto, oggi vorrei riflettere con voi brevemente sulla Pasqua, cuore del mistero cristiano. Tutto, infatti, prende avvio da qui: Cristo risorto dai morti è il fondamento della nostra fede. Dalla Pasqua si irradia, come da un centro luminoso, incandescente, tutta la liturgia della Chiesa, traendo da essa contenuto e significato. La celebrazione liturgica della morte e risurrezione di Cristo non è una semplice commemorazione di questo evento, ma è la sua attualizzazione nel mistero, per la vita di ogni cristiano e di ogni comunità ecclesiale, per la nostra vita. Infatti, la fede nel Cristo risorto trasforma l’esistenza, operando in noi una continua risurrezione, come scriveva san Paolo ai primi credenti: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5, 8-9).
Come possiamo allora far diventare “vita” la Pasqua? Come può assumere una “forma” pasquale tutta la nostra esistenza interiore ed esteriore? Dobbiamo partire dalla comprensione autentica della risurrezione di Gesù: tale evento non è un semplice ritorno alla vita precedente, come lo fu per Lazzaro, per la figlia di Giairo o per il giovane di Nain, ma è qualcosa di completamente nuovo e diverso. La risurrezione di Cristo è l’approdo verso una vita non più sottomessa alla caducità del tempo, una vita immersa nell’eternità di Dio. Nella risurrezione di Gesù inizia una nuova condizione dell’essere uomini, che illumina e trasforma il nostro cammino di ogni giorno e apre un futuro qualitativamente diverso e nuovo per l’intera umanità. Per questo, san Paolo non solo lega in maniera inscindibile la risurrezione dei cristiani a quella di Gesù (cfr 1Cor 15,16.20), ma indica anche come si deve vivere il mistero pasquale nella quotidianità della nostra vita.
Nella Lettera ai Colossesi, egli dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (3,1-2). A prima vista, leggendo questo testo, potrebbe sembrare che l’Apostolo intenda favorire il disprezzo delle realtà terrene, invitando cioè a dimenticarsi di questo mondo di sofferenze, di ingiustizie, di peccati, per vivere in anticipo in un paradiso celeste. Il pensiero del “cielo” sarebbe in tale caso una specie di alienazione. Ma, per cogliere il senso vero di queste affermazioni paoline, basta non separarle dal contesto. L’Apostolo precisa molto bene ciò che intende per «le cose di lassù», che il cristiano deve ricercare, e «le cose della terra», dalle quali deve guardarsi. Ecco anzitutto quali sono «le cose della terra» che bisogna evitare: «Fate morire – scrive san Paolo – ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria» (3,5-6). Far morire in noi il desiderio insaziabile di beni materiali, l’egoismo, radice di ogni peccato. Dunque, quando l’Apostolo invita i cristiani a distaccarsi con decisione dalle «cose della terra», vuole chiaramente far capire ciò che appartiene all’«uomo vecchio» di cui il cristiano deve spogliarsi, per rivestirsi di Cristo.
Come è stato chiaro nel dire quali sono le cose verso le quali non bisogna fissare il proprio cuore, con altrettanta chiarezza san Paolo ci indica quali sono le «cose di lassù», che il cristiano deve invece cercare e gustare. Esse riguardano ciò che appartiene all’«uomo nuovo», che si è rivestito di Cristo una volta per tutte nel Battesimo, ma che ha sempre bisogno di rinnovarsi «ad immagine di Colui che lo ha creato» (Col 3,10). Ecco come l’Apostolo delle Genti descrive queste «cose di lassù»: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri (…). Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14). San Paolo è dunque ben lontano dall’invitare i cristiani, ciascuno di noi, ad evadere dal mondo nel quale Dio ci ha posti. E’ vero che noi siamo cittadini di un’altra «città», dove si trova la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra. Partecipando fin d’ora alla vita del Cristo risorto dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore della città terrena.
E questa è la via non solo per trasformare noi stessi, ma per trasformare il mondo, per dare alla città terrena un volto nuovo che favorisca lo sviluppo dell’uomo e della società secondo la logica della solidarietà, della bontà, nel profondo rispetto della dignità propria di ciascuno. L’Apostolo ci ricorda quali sono le virtù che devono accompagnare la vita cristiana; al vertice c’è la carità, alla quale tutte le altre sono correlate come alla fonte e alla matrice. Essa riassume e compendia «le cose del cielo»: la carità che, con la fede e la speranza, rappresenta la grande regola di vita del cristiano e ne definisce la natura profonda.
La Pasqua, quindi, porta la novità di un passaggio profondo e totale da una vita soggetta alla schiavitù del peccato ad una vita di libertà, animata dall’amore, forza che abbatte ogni barriera e costruisce una nuova armonia nel proprio cuore e nel rapporto con gli altri e con le cose. Ogni cristiano, così come ogni comunità, se vive l’esperienza di questo passaggio di risurrezione, non può non essere fermento nuovo nel mondo, donandosi senza riserve per le cause più urgenti e più giuste, come dimostrano le testimonianze dei Santi in ogni epoca e in ogni luogo. Sono tante anche le attese del nostro tempo: noi cristiani, credendo fermamente che la risurrezione di Cristo ha rinnovato l’uomo senza toglierlo dal mondo in cui costruisce la sua storia, dobbiamo essere i testimoni luminosi di questa vita nuova che la Pasqua ha portato. La Pasqua è dunque dono da accogliere sempre più profondamente nella fede, per poter operare in ogni situazione, con la grazia di Cristo, secondo la logica di Dio, la logica dell’amore. La luce della risurrezione di Cristo deve penetrare questo nostro mondo, deve giungere come messaggio di verità e di vita a tutti gli uomini attraverso la nostra testimonianza quotidiana.
Cari amici, Sì, Cristo è veramente risorto! Non possiamo tenere solo per noi la vita e la gioia che Egli ci ha donato nella sua Pasqua, ma dobbiamo donarla a quanti avviciniamo. E’ il nostro compito e la nostra missione: far risorgere nel cuore del prossimo la speranza dove c’è disperazione, la gioia dove c’è tristezza, la vita dove c’è morte. Testimoniare ogni giorno la gioia del Signore risorto significa vivere sempre in “modo pasquale” e far risuonare il lieto annuncio che Cristo non è un’idea o un ricordo del passato, ma una Persona che vive con noi, per noi e in noi, e con Lui, per e in Lui possiamo fare nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5).

LE DONNE AL SEPOLCRO DI GESÙ

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LE DONNE AL SEPOLCRO DI GESÙ

Maria con le Donne fedeli presso la tomba
Le Donne che hanno unto e fasciato il corpo morto del Signore e che sono rimaste presso il sepolcro quando già splendeva la luce del Sabato (Lc 23, 54ss; cfr Gv 19, 25), ricevono il premio non metaforico della prima apparizione del Signore Risorto (Gv 20, 1. 11-18) e ne danno l’annuncio ai discepoli (Gv 20, 2. 17-18). Come già l’annuncio del Verbo per l’Incarnazione storica è rivolto a Maria, così ora spetta a Maria Maddalena.
Il mandato operativo della Resurrezione è rivolto alle Donne presso il sepolcro vuoto e, da loro, agli Apostoli: « Andate, annunciate, fate memoriale di tutti questi fatti » (Lc 24, 1-12; Mc 16, 1-10; Mt 28, 1-10). La Donna, Maria per prima e in modo unico è perciò l’annunciatrice e il segno permanente della Resurrezione. Cristo, Sapienza del Padre, scende nel mondo portato dalla Figlia di Sion, Trono della Sapienza divina (cfr RM 33). Ella è il segno e lo strumento volontario dell’Incarnazione, che va dalla Resurrezione del Figlio al suo annuncio prima della nascita a Betlemme, alla sua seconda Venuta gloriosa.
Tra le diverse composizioni dell’icona della Sapienza è celebre quella della Sofia di Novgorod (fine sec. XVI). La Sapienza ha la figura di un angelo seduto in trono, incoronato e vestito di abiti imperiali. Ha in mano lo scettro, attributo regale, e un rotolo, il contenuto della Sapienza. La Sapienza è al centro. Al di sopra si vede il busto del Signore, il quale abbassa le mani verso l’angelo. Questi è attorniato da una parte della Theotókos che tiene Cristo Emmanuele e dall’altra da s. Giovanni il Battista.
Il tema iconografico della « Sapienza » viene da Pr 9,1-5: la Sapienza si è costruita la casa, ha preparato il pane e il vino, ha imbandito la tavola e ha inviato i suoi servi a chiamare i convitati per la celebrazione della festa. La Theotókos è la persona che la Sapienza si è scelta quale amministratrice dei suoi misteri. Secondo un’altra spiegazione la Theotókos, che contiene nel medaglione il Cristo Emmanuele, è la Sapienza nel Mistero teandrico dell’Incarnazione, e il luogo privilegiato nel quale la Sapienza divina si rivela è la Maternità verginale.

Maria e le Donne, apostole degli Apostoli
Secondo la Liturgia bizantina, Maria è tra le Donne Mirofore che si recano al sepolcro del Signore; portano olio profumato (myron) per ungere il corpo morto del Signore. Ma già nel Cantico il termine myron è anche un nome dello Sposo (Ct 1, 3). Cristo è il Figlio di Dio « Unto » nello Spirito quale Re Sacerdote e Sposo della Chiesa. Myron è uno dei titoli dati dalla Chiesa greca a Cristo. E Maria è Mirofora, portatrice del Figlio di Dio, Unto di Dio, Salvatore degli uomini e Sposo dei redenti.
Le stesse Donne sono dette « apostole degli Apostoli », o anche « le eguali agli Apostoli » (isapóstolai), come le chiama ancora la Tradizione greca. Le Mirofore, testimoni della morte e della sepoltura di Cristo, sono coloro che cercano lo Sposo assente (Ct 3, 1-2; 5, 6; 6, 1). Dopo tre giorni esse sono rese partecipi della meravigliosa storia dell’incontro con il Risorto. Il mattino di Pasqua 1′Emmanuele si mostra loro come il Vivente eterno perennemente giovane, costituitosi egli stesso primo predicatore della sua Resurrezione. Le Donne sono le prime a vedere Cristo Uomo Nuovo, ad ascoltare dalle sue stesse labbra l’annuncio della Resurrezione. Esse sono quindi valide testimoni della tomba vuota e dell’annuncio della Resurrezione; sono esse a riferire tale annuncio agli Apostoli e da questi ultimi parte tutta la predicazione del Kérygma del Maestro nel mondo. Se la Donna aveva portato all’uomo l’invito alla morte, era necessario che a lei per prima fosse annunciata dal Signore Risorto la Vita nuova e che da lei l’annuncio della Resurrezione fosse recato all’uomo, cioè agli Apostoli. Del resto l’annuncio della redenzione nell’Antico Testamento era stato dato alla Donna (Gn 3, 15); in lei era stato posto l’inizio della Promessa divina (Mic 5, 2; Is 7, 14). Anche adesso, al culmine della Alleanza Ultima, sarà la Donna la prima a ricevere e a trasmettere l’annuncio di Cristo Risorto.
Le Donne inviate da Cristo Risorto erano probabilmente unite al Signore dalla comune origine in Galilea; esse lo avevano seguito per ascoltarlo e si erano abbandonate alla sua azione di salvezza (cfr Mt 27, 55-56; Lc 8, 2-3; Mc 15, 40-41). Forse più che gli Apostoli esse erano convinte che l’Emmanuele è l’Inviato da Dio, la sua Parola Vivente; non lo avevano tradito né abbandonato, ma anzi avevano proceduto con lui in paziente fedeltà dalla Galilea a Gerusalemme ed erano divenute sue familiari. Ora il Risorto si manifesta e parla loro; ed esse che nella struttura gerarchica e sacramentale non hanno un vero posto, assumono un ruolo di primissimo piano. E non va inteso come un fatto occasionale e momentaneo, ma come una comunione di vita sia tra il Signore e le Donne, sia tra esse e gli Apostoli; è in virtù della loro fede che esse appartengono alla nuova Famiglia di Dio sulla terra, nata dalla Resurrezione. Se tale è il ruolo della Donna nella Resurrezione, tanto più Maria, la Madre, occuperà un ruolo di importanza unica.
La Chiesa bizantina ha addirittura istituito una festa che riguarda soltanto le Donne Mirofore. Lo stretto rapporto tra la Resurrezione, la Domenica mattina, e la loro presenza al sepolcro, è all’origine della data celebrativa per la II Domenica dopo Pasqua. La memoria delle Mirofore si protrae per un’intera settimana, detta appunto « la Settimana delle Mirofore ». Esse vengono chiamate anche « evangeliste », e la Liturgia così le saluta:
« Le donne di divina sapienza correvano con aromi, e ti cercarono con lacrime quasi tu fossi un mortale. Ma esultanti di gioia, ti adorarono Dio vivo,
e te annunciarono ai discepoli tuoi, o Cristo ». (Sergio Gaspari, Celebrare con Maria l’anno di grazia del Signore, ed. Monfortane, pp. 106-108

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OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – DOMENICA DI PASQUA 2017

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DOMENICA DI PASQUA NELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE

SANTA MESSA DEL GIORNO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – DOMENICA DI PASQUA 2017

Piazza San Pietro

Domenica di Pasqua, 16 aprile 2017

Oggi la Chiesa ripete, canta, grida: “Gesù è risorto!”. Ma come mai? Pietro, Giovanni, le donne sono andate al Sepolcro ed era vuoto, Lui non c’era. Sono andati col cuore chiuso dalla tristezza, la tristezza di una sconfitta: il Maestro, il loro Maestro, quello che amavano tanto è stato giustiziato, è morto. E dalla morte non si torna. Questa è la sconfitta, questa è la strada della sconfitta, la strada verso il sepolcro. Ma l’Angelo dice loro: “Non è qui, è risorto”. E’ il primo annuncio: “E’ risorto”. E poi la confusione, il cuore chiuso, le apparizioni. Ma i discepoli restano chiusi tutta la giornata nel Cenacolo, perché avevano paura che accadesse a loro lo stesso che accadde a Gesù. E la Chiesa non cessa di dire alle nostre sconfitte, ai nostri cuori chiusi e timorosi: “Fermati, il Signore è risorto”. Ma se il Signore è risorto, come mai succedono queste cose? Come mai succedono tante disgrazie, malattie, traffico di persone, tratte di persone, guerre, distruzioni, mutilazioni, vendette, odio? Ma dov’è il Signore? Ieri ho telefonato a un ragazzo con una malattia grave, un ragazzo colto, un ingegnere e parlando, per dare un segno di fede, gli ho detto: “Non ci sono spiegazioni per quello che succede a te. Guarda Gesù in Croce, Dio ha fatto questo col suo Figlio, e non c’è un’altra spiegazione”. E lui mi ha risposto: “Sì, ma ha domandato al Figlio e il Figlio ha detto di sì. A me non è stato chiesto se volevo questo”. Questo ci commuove, a nessuno di noi viene chiesto: “Ma sei contento con quello che accade nel mondo? Sei disposto a portare avanti questa croce?”. E la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù. Oggi la Chiesa continua a dire: “Fermati, Gesù è risorto”. E questa non è una fantasia, la Risurrezione di Cristo non è una festa con tanti fiori. Questo è bello, ma non è questo è di più; è il mistero della pietra scartata che finisce per essere il fondamento della nostra esistenza. Cristo è risorto, questo significa. In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù – è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità. Il senso di guardare oltre, il senso di dire: “Guarda non c’è un muro; c’è un orizzonte, c’è la vita, c’è la gioia, c’è la croce con questa ambivalenza. Guarda avanti, non chiuderti. Tu sassolino, hai un senso nella vita perché sei un sassolino presso quel sasso, quella pietra che la malvagità del peccato ha scartato”. Cosa ci dice la Chiesa oggi davanti a tante tragedie? Questo, semplicemente. La pietra scartata non risulta veramente scartata. I sassolini che credono e si attaccano a quella pietra non sono scartati, hanno un senso e con questo sentimento la Chiesa ripete dal profondo del cuore: “Cristo è risorto”. Pensiamo un po’, ognuno di noi pensi, ai problemi quotidiani, alle malattie che abbiamo vissuto o che qualcuno dei nostri parenti ha; pensiamo alle guerre, alle tragedie umane e, semplicemente, con voce umile, senza fiori, soli, davanti a Dio, davanti a noi diciamo “Non so come va questo, ma sono sicuro che Cristo è risorto e io ho scommesso su questo”. Fratelli e sorelle, questo è quello che ho voluto dirvi. Tornate a casa oggi, ripetendo nel vostro cuore: “Cristo è risorto”.

 

SAN MASSIMO DI TORINO – PARTICIPIO PASSATO O PARTICIPIO PRESENTE?

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SAN MASSIMO DI TORINO – PARTICIPIO PASSATO O PARTICIPIO PRESENTE?

Participio passato o participio presente? San Massimo di Torino risponderebbe così. In margine alla Colletta della VI domenica di Pasqua.

MAGGIO 6, 2015 

Scrivere sulla preghiera Colletta della VI domenica di Pasqua può essere pericoloso: tanti e tanti sono gli spunti che potrebbe offrire questo testo, che nel Messale ci appare come un solo testo, ma che in verità è la centonizzazione di altri tre testi, molto più antichi. Può essere interessante affrontare questo testo da un dettaglio che non è proprio minimo, nonostante possa apparire secondario. Nella traduzione italiana, c’è una sfasatura temporale, in riferimento ai giorni di letizia. Vediamo: Fac nos, omnipotens Deus, hos laetitiae dies, quos in honorem Domini resurgentis exsequimur, affectu sedulo celebrare, ut quod recordatione percurrimus semper in opere teneamus Nel testo del Messale italiano, i giorni di letizia sono in onore “del Cristo risorto”, mentre nell’originale latino il participio presente suggerisce meglio una certa contemporaneità. Certamente, la traduzione non avrebbe potuto essere strettamente letterale – giorni di letizia in onore di Cristo risorgente -, ma non si vede la difficoltà di un’espressione italiana come la seguente: “giorni di letizia in onore di Cristo che risorge”. Si tratta di sfumature, e forse non vale la pena di farne una questione di stato, ma può essere comunque utile notare queste piccolezze: siamo nel tempo pasquale, e l’unità della cinquantina poteva essere evidenziata anche in tale attenzione temporale. Quel participio dovrà essere passato o presente? Al di là delle regole grammaticali o dello stile linguistico, qui vale, prima di tutto, la regola liturgica e “lo stile di Dio”: l’azione pasquale di Dio è perennemente presente, e i miracoli di Cristo non passano con il passare degli anni, figuriamoci se passano con il passare dei giorni! Su questo dovremo tornare, per oggi (!) sarà sufficiente e bello ascoltare alcuni passaggi di san Massimo di Torino, tratti da un sermone nella festa dell’Epifania, in cui il brano evangelico era la pericope delle nozze di Cana: I miracoli di Cristo, infatti, sono tali che non passano per la distanza di anni, ma acquistano vigore per la grazia; non vengono sepolti dall’oblio, ma si rinnovano quanto a efficacia. Dinanzi alla potenza di Dio in realtà niente risulta abolito, niente risulta passato. In rapporto alla sua grandezza tutto è per lui al presente. Per lui tutto il tempo è oggi  [totum illi tempus est hodie] e di conseguenza il santo profeta dice: Mille anni ai suoi occhi come un giorno solo. E se tutto il tempo di secoli è un giorno solo per il Signore, nello stesso giorno in cui il Salvatore operò meraviglie per i nostri padri le operò anche per noi. Perciò anche noi come i nostri antenati vediamo i miracoli del Signore, quando li guardiamo con stupore pari al loro. Anche noi come loro abbiamo dolcemente bevuto dalle stesse idrie: essi vi hanno attinto una coppa di vino, mentre noi ne abbiamo ricavato il calice di salvezza.

San Massimo di Torino, Sermone 102,2.

edizione: Massimo di Torino, Sermoni liturgici (Letture cristiane del primo millennio 28) (ed. M. Mariani Puerari), Milano 1999, 350; cf. CCL 23, 406

MESSAGGIO URBI ET ORBI DI PAPA BENEDETTO XVI – LA RISURREZIONE DI CRISTO È UN AVVENIMENTO

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MESSAGGIO URBI ET ORBI DI PAPA BENEDETTO XVI – LA RISURREZIONE DI CRISTO È UN AVVENIMENTO

La risurrezione di Cristo non è il frutto di una speculazione, di un’esperienza mistica: è un avvenimento, che certamente oltrepassa la storia, ma che avviene in un momento preciso della storia e lascia in essa un’impronta indelebile di papa Benedetto XVI   «In resurrectione tua, Christe, caeli et terra laetentur / Nella tua risurrezione, o Cristo, gioiscano i cieli e la terra» (Liturgia Horarum).

Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero! Il mattino di Pasqua ci ha riportato l’annuncio antico e sempre nuovo: Cristo è risorto! L’eco di questo avvenimento, partita da Gerusalemme venti secoli fa, continua a risuonare nella Chiesa, che porta viva nel cuore la fede vibrante di Maria, la Madre di Gesù, la fede di Maddalena e delle altre donne, che per prime videro il sepolcro vuoto, la fede di Pietro e degli altri Apostoli. Fino ad oggi – anche nella nostra era di comunicazioni ultratecnologiche – la fede dei cristiani si basa su quell’annuncio, sulla testimonianza di quelle sorelle e di quei fratelli che hanno visto prima il masso rovesciato e la tomba vuota, poi i misteriosi messaggeri i quali attestavano che Gesù, il Crocifisso, era risorto; quindi Lui stesso, il Maestro e Signore, vivo e tangibile, apparso a Maria di Magdala, ai due discepoli di Emmaus, infine a tutti gli undici, riuniti nel Cenacolo (cfr. Mc 16, 9-14). La risurrezione di Cristo non è il frutto di una speculazione, di un’esperienza mistica: è un avvenimento, che certamente oltrepassa la storia, ma che avviene in un momento preciso della storia e lascia in essa un’impronta indelebile. La luce che abbagliò le guardie poste a vigilare il sepolcro di Gesù ha attraversato il tempo e lo spazio. È una luce diversa, divina, che ha squarciato le tenebre della morte e ha portato nel mondo lo splendore di Dio, lo splendore della Verità e del Bene. Come i raggi del sole, a primavera, fanno spuntare e schiudere le gemme sui rami degli alberi, così l’irradiazione che promana dalla Risurrezione di Cristo dà forza e significato a ogni speranza umana, a ogni attesa, desiderio, progetto. Per questo il cosmo intero oggi gioisce, coinvolto nella primavera dell’umanità, che si fa interprete del muto inno di lode del creato. L’alleluia pasquale, che risuona nella Chiesa pellegrina nel mondo, esprime l’esultanza silenziosa dell’universo, e soprattutto l’anelito di ogni anima umana sinceramente aperta a Dio, anzi, riconoscente per la sua infinita bontà, bellezza e verità. «Nella tua risurrezione, o Cristo, gioiscano i cieli e la terra». A questo invito alla lode, che si leva oggi dal cuore della Chiesa, i “cieli” rispondono pienamente: le schiere degli angeli, dei santi e dei beati si uniscono unanimi alla nostra esultanza. In Cielo tutto è pace e letizia. Ma non è così, purtroppo, sulla terra! Qui, in questo nostro mondo, l’alleluia pasquale contrasta ancora con i lamenti e le grida che provengono da tante situazioni dolorose: miseria, fame, malattie, guerre, violenze. Eppure, proprio per questo Cristo è morto ed è risorto! È morto anche a causa dei nostri peccati di oggi, ed è risorto anche per la redenzione della nostra storia di oggi. Perciò, questo mio messaggio vuole raggiungere tutti e, come annuncio profetico, soprattutto i popoli e le comunità che stanno soffrendo un’ora di passione, perché Cristo Risorto apra loro la via della libertà, della giustizia e della pace. Possa gioire la Terra che, per prima, è stata inondata dalla luce del Risorto. Il fulgore di Cristo raggiunga anche i Popoli del Medio Oriente, affinché la luce della pace e della dignità umana vinca le tenebre della divisione, dell’odio e delle violenze. In Libia la diplomazia e il dialogo prendano il posto delle armi e si favorisca, nell’attuale situazione conflittuale, l’accesso dei soccorsi umanitari a quanti soffrono le conseguenze dello scontro. Nei Paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tutti i cittadini – e in particolare i giovani – si adoperino per promuovere il bene comune e per costruire società, dove la povertà sia sconfitta e ogni scelta politica risulti ispirata dal rispetto per la persona umana. Ai tanti profughi e ai rifugiati, che provengono da vari Paesi africani e sono stati costretti a lasciare gli affetti più cari arrivi la solidarietà di tutti; gli uomini di buona volontà siano illuminati ad aprire il cuore all’accoglienza, affinché in modo solidale e concertato si possa venire incontro alle necessità impellenti di tanti fratelli; a quanti si prodigano in generosi sforzi e offrono esemplari testimonianze in questa direzione giunga il nostro conforto e apprezzamento. Possa ricomporsi la civile convivenza tra le popolazioni della Costa d’Avorio, dove è urgente intraprendere un cammino di riconciliazione e di perdono per curare le profonde ferite provocate dalle recenti violenze. Possano trovare consolazione e speranza la terra del Giappone, mentre affronta le drammatiche conseguenze del recente terremoto, e i Paesi che nei mesi scorsi sono stati provati da calamità naturali che hanno seminato dolore e angoscia. Gioiscano i cieli e la terra per la testimonianza di quanti soffrono contraddizioni, o addirittura persecuzioni per la propria fede nel Signore Gesù. L’annuncio della sua vittoriosa risurrezione infonda in loro coraggio e fiducia. Cari fratelli e sorelle! Cristo risorto cammina davanti a noi verso i nuovi cieli e la terra nuova (cfr. Ap 21, 1), in cui finalmente vivremo tutti come un’unica famiglia, figli dello stesso Padre. Lui è con noi fino alla fine dei tempi. Camminiamo dietro a Lui, in questo mondo ferito, cantando l’alleluia. Nel nostro cuore c’è gioia e dolore, sul nostro viso sorrisi e lacrime. Così è la nostra realtà terrena. Ma Cristo è risorto, è vivo e cammina con noi. Per questo cantiamo e camminiamo, fedeli al nostro impegno in questo mondo, con lo sguardo rivolto al Cielo. Buona Pasqua a tutti!

IL SIMBOLISMO DELLE API, IL CERO PASQUALE E PIO XII.

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IL SIMBOLISMO DELLE API, IL CERO PASQUALE E PIO XII.

 La Pasqua è il culmine della vita cristiana e la solennità più grande di tutta la vita liturgica della Chiesa. La celebrazione della Veglia Pasquale si divide in quattro momenti ugualmente importanti e ricchi di significato: la liturgia della Luce, la liturgia della Parola, la liturgia Battesimale e la liturgia Eucaristica. Il termine “Pasqua” – così come indica l’ebraico Pesach – significa “passaggio”: è la festa del passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce. E’ per questo che – nella ricchezza di simboli pieni di significati – quello del cero pasquale assume un significato primordiale: è il simbolo di Cristo, “nostra luce”, che illumina le tenebre del peccato in cui il mondo viveva prima della sua Incarnazione e in cui spesso si trovano i nostri cuori. La luce del cero pasquale illuminerà ogni celebrazione durante i cinquanta giorni di Pasqua (la cinquantina pasquale) e verrà spento solennemente terminata la veglia di Pentecoste. LE API NELLA “LAUS CEREI” L’importanza del cero pasquale, solennemente acceso nella Notte Santa, si evince anche dall’ampio spazio che gli dedica l’antico inno dell’Exultet – riportato nel Messale Romano – che annuncia il glorioso evento della Risurrezione di Gesù. E’ per questo che, nella storia, questi inni pasquali venivano anche chiamati Laus Cerei. In questa notte di grazia accogli, Padre santo, il sacrificio di lode, che la Chiesa ti offre per mano dei suoi ministri, nella solenne liturgia del cero, frutto del lavoro delle api, simbolo della nuova luce. Riconosciamo nella colonna dell’Esodo gli antichi presagi di questo lume pasquale che un fuoco ardente ha acceso in onore di Dio. Pur diviso in tante fiammelle non estingue il suo vivo splendore, ma si accresce nel consumarsi della cera che l’ape madre ha prodotto per alimentare questa preziosa lampada. Ti preghiamo, dunque, Signore, che questo cero, offerto in onore del tuo nome per illuminare l’oscurità di questa notte, risplenda di luce che mai si spegne. Salga a te come profumo soave, si confonda con le stelle del cielo. Lo trovi acceso la stella del mattino, questa stella che non conosce tramonto: Cristo, tuo Figlio, che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen. In questo brano dell’Exultet (o Preconio Pasquale) per ben due volte si fa riferimento alle api che producono la cera con la quale si confeziona il cero e si alimenta la simbolica fiamma. LE API NELL’ANTICO EGITTO E NELLA GRECIA Nella mitologia e nella religione dell’antico Egitto, così come nella letteratura classica greca, le api e il miele hanno un significato misterioso legato al mondo delle divinità. Il miele è il cibo degli dei, dolce al palato, che scende dal cielo creando un ponte tra il cielo e la terra; è segno di purezza, di castità e di dolcezza. Le api sono il simbolo del culto a diverse divinità di Corinto, Efeso e Creta. Sia in Egitto che in Grecia si trovano testimonianze della presenza del miele in alcuni riti funebri come alimento destinato alla vita ultraterrena. LE API NELLA BIBBIA Nella Bibbia (soprattutto nell’AT) l’ape è un archetipo dal significato polivalente, come molti simboli (oggetti, elementi naturali o esseri animali). L’ape è il simbolo dell’operosità, del lavoro instancabile, dello zelo come si legge nel testo greco dei Proverbi: “Va verso l’ape e osserva com’è laboriosa e quanto è nobile l’opera che essa compie. Re e cittadini, per la loro salute, usano i suoi prodotti; è ricercata e famosa presso tutti, benché debole sotto l’aspetto della forza, i distingue per aver onorato la sapienza” (LXX. Prov. 6,8) L’ape è anche simbolo di organizzazione e di metodo nel lavoro per costruire il nido e produrre il miele e la cera; è anche il simbolo della bontà che va al di là delle apparenze: “L’ape è piccola tra gli esseri alati, ma il suo prodotto è il migliore tra le cose dolci” (Sir 11,3), per questo è stata anche interpretata come immagine di Israele o della Vergine Maria. Ma d’altra parte l’ape è anche il simbolo dei nemici che attaccano il giusto da ogni parte: “Mi hanno circondato come api” (Sal 117,12). I popoli nemici sono paragonati a insetti fastidiosi: “In quel giorno il Signore farà un fischio alle mosche che sono all’estremità dei canali d’Egitto e alle api che si trovano in Assiria” (Is 7,18). Il miele, frutto del lavoro delle api, è un dono della bontà e predilezione di Dio: “Lo sazierei con miele dalla roccia” (Sal 81,17); simbolo della dolcezza dei giudizi di Dio che sono “più dolci del miele e di un favo stillante” (Sal 19,11b);  simbolo dell’amore: “Le tue labbra stillano nettare, c’è miele e latte sotto la tua lingua” (Ct 4,11); simbolo della terra promessa, una “terra dove scorrono latte e miele” (Es 3,8; 3,17; 13,5 Et al.); anche la “manna”, cibo sceso dal cielo per alleviare il cammino di Israele nel deserto, “aveva il sapore di una focaccia con miele” (Es 16,31); Il miele è il cibo dei consacrati a Dio come Giovanni (Mt 3,4) e come il bambino-Messia annunciato da Isaia che “mangerà panna e miele” (Is 7,15). LE API E I PADRI DELLA CHIESA I Padri della Chiesa, sempre sensibili alle metafore tratte dalla vita quotidiana e dalla natura, hanno più volte fatto riferimento alle api nelle loro omelie o catechesi. L’operosità e l’efficacia dell’ape è lodata da Clemente Alessandrino: “L’ape succhia dai fiori di un intero prato per trarne un unico miele”. Teoletto di Filadelfia cita le api come un esempio da seguire, un modello per la vita delle comunità monastiche: “Imitate la saggezza dell’ape!”. Sant’Ambrogio di Milano compara la Chiesa a un arnia dove le api (i cristiani) lavorano con zelo e fedeltà ricercando, ed ottenendo, il meglio da ogni fiore: il miele. Anche Bernardo di Chiaravalle parlò delle api considerandole simbolo della Spirito Santo che vola e si alimenta del profumo dei fiori. L’ape è anche considerata immagine di Cristo per il suo miele ma anche per il suo pungiglione: è la misericordia (dolcezza) unita alla giustizia (forza). Per Origene l’acqua disseta il pellegrino durante il cammino nel deserto, ma, giunti alla meta, il miele è l’alimento della ricchezza e della vittoria, è il nutrimento dei mistici, il dolce cibo promesso. IL PAPA PIO XII SUL RUOLO DELLE API Anche il papa Pio XII ha dedicato elogi alle api, alla loro organizzazione e ai frutti del loro lavoro; lo ha fatto il 22 settembre del 1958 in un discorso ai partecipanti del 17° Congresso Internazionale di Apicoltori convenuti a Roma per l’evento. In quella occasione il papa definiva il mondo delle api come un mondo sorprendente per la mente umana che, fin dai tempi antichi,espresse interesse e curiosità per questi laboriosi insetti. Dall’attività delle api – sottolineava papa Pacelli – gli uomini ricavano innumerevoli benefici.  Prima ancora di parlare del miele (“il prodotto più caratteristico” dalle “preziose proprietà nutritive”), il papa parlò dell’importanza della cera opera di queste “infaticabili lavoratrici”. “Se consideriamo che le candele, destinate all’uso liturgico, devono essere confezionate – interamente o per la maggior parte – con questa cera, dobbiamo ammettere che le api aiutano in qualche modo l’uomo a compiere il suo dovere supremo: quello della religione”. La perfetta organizzazione della società dell’alveare (una “città industriale dove si lavora in modo assiduo e ordinato”) offriva a Pio XII l’occasione per una riflessione sulla saggezza e intelligenza divina. Se la scienza riconosce nella società delle api una straordinaria capacità organizzativa e una imparagonabile precisione matematica, la filosofia deve escludere che l’intelligenza che rende possibile questa sorprendente realtà sia quella delle api (incapaci di capire e di progredire ma solo di obbedire a un istinto innato): l’origine è da ricercare altrove. “Cosa concludere se non che l’intelligenza che dirige l’organizzazione dell’alveare e la vita delle api è quella di Dio, che ha creato cielo e terra, che ha fatto germogliare le erbe e i fiori e ha dotato di istinto gli animali? Noi vi invitiamo, cari figli, a vedere l’opera del Signore nell’alveare, davanti al quale rimaniamo meravigliati. Adoratelo, dunque, e lodatelo per questo riflesso della sua divina saggezza; per il cero che si consuma sugli altari, simbolo delle anime che desiderano ardere e consumarsi per Lui; lodatelo per il miele, che è dolce, ma meno delle sue parole, che il salmista definisce ‘più dolci del miele’ (Sal 119,103). Alla fine del discorso, il papa incoraggiava agli apicoltori a rinforzare la loro fede augurandogli di arrivare a gustare la dolcezza del miele promesso dal Signore: “Cari figli, che studiate il mondo misterioso e meraviglioso delle api, gustate e vedete, per quanto è possibile qui sotto, la dolcezza di Dio. Un giorno gusterete e vedrete in cielo che l’oceano della sua luce e del suo amore eterno è infinitamente più dolce del miele”.

Miguel Cuartero

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