Archive pour la catégorie 'Tempi liturgici: Quaresima'

09 APRILE 2017 |6A DOMENICA DI QUARESIMA: LE PALME – A | OMELIA

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09 APRILE 2017 |6A DOMENICA DI QUARESIMA: LE PALME – A | OMELIA

Gesù entra in Gerusalemme….

Per cominciare
Luca 19,28-40. Gesù entra in Gerusalemme dopo un periodo di apparente indecisione o di riflessione. In realtà Gesù aspettava solo che giungesse « la sua ora », la sua Pasqua. Entra in Gerusalemme e lo fa con solenne regalità, a cavallo di un puledro « su cui non è mai salito nessuno », secondo la parola dei profeti, mentre la gente gli spiana la strada stendendo a terra rami di fronde tagliate dai campi e i loro mantelli, e agitano rami di palme proclamandolo re. Ancora una volta i farisei non capiscono, qualcuno cerca di impedirlo. La scena ha tutto il sapore di una sfida. « Se tacessero loro, griderebbero le pietre », dice Gesù. Ma questo episodio apre la settimana più difficile della sua vita.

La parola di Dio
Isaia 50,4-7. Quando si dice che Isaia è il « quinto evangelista » non ci si sbaglia. Molte delle sofferenze del messia sono state previste e descritte con una straordinaria concordanza ai vangeli. Isaia prevede però anche la vittoria finale e l’assistenza da parte di Dio.
Filippesi 2,6-11. Paolo descrive l’abbassamento del Figlio di Dio, che non solo ha assunto la condizione umana, ma ha accettato l’umiliazione e l’obbedienza della croce. È per questo che Dio « lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome ».
Matteo 26,14-27,56. È il racconto della passione di Gesù secondo Matteo. Si tratta di un racconto « sinottico », parallelo a quello di Marco e Luca. La descrizione dettagliata ci ricorda che gli ultimi fatti della vita di Gesù sono rimasti più facilmente impressi nei suoi discepoli. Gesù per Matteo è colui che realizza le profezie: è il servo sofferente descritto da Isaia.

Riflettere
Anche il profeta Zaccaria fa riferimento al messia e lo presenta con le caratteristiche che vediamo oggi in Gesù: « Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino… Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà pace alle genti » (9,9-10).
Gesù di fatto non raggiunge la città a cavallo, come di chi fa la guerra, ma avanza su un puledro d’asino, la cavalcatura di un re in tempo di pace.
L’entrata solenne in Gerusalemme è l’episodio che condurrà Gesù al dramma della morte, una morte che sarà un abisso di iniquità, in linea con tutte le atrocità e ingiustizie compiute nella storia.
Gesù è condannato a morte dal potere politico. Eppure Ponzio Pilato lo dichiara innocente: « Non vedo in lui nessuna colpa ».
Ma viene condannato anche dal potere religioso, preoccupato dalla popolarità di Gesù e dal suo modo libero di collocarsi di fronte a loro. Dice Caifa, sommo sacerdote: « È meglio che muoia uno piuttosto che perisca l’intera nazione » (Gv 18,14).
Per accusarlo viene calunniato: « È un bestemmiatore, un indemoniato, un agitatore del popolo, un bugiardo… ».
Viene abbandonato da quel popolo, che finora lo ha seguito e lo ha ascoltato con entusiasmo, ma che adesso è condizionato dal parere di chi sta guidando le folle contro di lui.
Viene abbandonato dagli apostoli, tradito dagli amici, venduto da Giuda. Dove sono finite le parole piene di coraggio di Pietro: « Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte »? (Lc 22,33). Ben presto affermerà per tre volte nemmeno di conoscerlo.
C’è poi contro di lui l’accanirsi di una violenza inaudita da parte della soldataglia. La Sindone presenta un corpo tumefatto e coperto di piaghe.
La passione secondo Matteo presenta tuttavia un Gesù che non è travolto dagli eventi, ma che è pienamente consapevole della propria identità. Dice apertamente che potrebbe avere a disposizione dodici legioni di angeli (26,53), ma ci rinuncia e non oppone violenza a violenza. Anche le molte citazioni bibliche confermano che Gesù ha scelto lucidamente la via dell’umiltà e dell’obbedienza alle Scritture e al Padre.

Attualizzazione
Al termine della Quaresima, un momento di bilancio: magari deludente. Non c’è più lo spirito di un tempo, quando tutto aiutava a fare penitenza e a darsi ad atteggiamenti religiosi. Il rischio è di ritrovarsi oggi a mani vuote
La « settimana santa » potrà però dare più intensità al nostro prepararci alla Pasqua.
Questa domenica ci apre al mistero della morte di Gesù, della morte di Dio. Mistero della sua impotenza, del silenzio di Dio, della sconfitta di Dio.
Lo stesso Gesù sembra non capire, ma si abbandona al Padre: « Nelle tue mani affido il mio spirito… ».
Ciò che più colpisce nella settimana di Passione è l’abbandono assoluto e la solitudine in cui Gesù viene a trovarsi. Una settimana in cui Gesù vive insieme tutti i drammi più faticosi della condizione umana. Dopo il trionfo di Gerusalemme e il momento della condivisione più amichevole del Cenacolo, ecco il tradimento di Giuda, la tristezza e lo strazio del Getsemani, il farsi avanti della soldataglia, l’abbandono nelle mani dei torturatori e dei carnefici, la perdita di ogni diritto e di ogni dignità davanti ai potenti.
Gli apostoli si fanno timorosi e vigliacchi, Pietro spergiura: « Io quell’uomo neanche lo conosco! ». E il voltafaccia del popolo, il cammino della croce, la crocifissione, il sentirsi solo anche di fronte al Padre: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ».
Una settimana atroce, in cui si impara fino in fondo che cosa sono l’amicizia, la paura, il tradimento, la sofferenza, il martirio, il potere. Per questo la settimana di Passione è davvero rivelazione. Si impara realmente chi è l’uomo, di che cosa è capace l’uomo. « Ecce homo », questo è l’uomo.
Eppure proprio nella sera in cui fu tradito, in quella drammatica vigilia di Passione, Gesù decide di rimanere tra noi per sempre: « Ecco il mio corpo dato per voi; ecco il mio sangue sparso per voi ». « Uno di noi è Dio », ha scritto qualcuno. Fabrizio De André canta che non è del tutto normale un amore così grande, di un uomo che « rantola senza rancore, perdonando con l’ultima voce chi lo uccide fra le braccia di una croce ».

Alla luce del sole
Una delle scene più crudeli del recente film Alla luce del sole è quella conclusiva, quando don Pino Puglisi nel giorno del suo compleanno viene colpito a morte e si trova riverso a terra in una pozza di sangue, mentre le finestre si chiudono per non vedere e la gente si allontana frettolosa girando il capo dall’altra parte. Eppure la stessa mafia aveva capito le intenzioni nobilissime del prete quando parlava di dignità, dell’importanza di dare la scuola e un futuro ai ragazzi del Brancaccio.
La solitudine dei grandi può diventare addirittura drammatica. Ma è terribilmente ricorrente nella nostra storia. Diceva Ernesto Balducci: « Un giorno chiederemo a Dio perché gli uomini migliori se ne vanno, mentre ci governano gli uomini peggiori ».

Umberto DE VANNA sdb

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 13. LA QUARESIMA CAMMINO DI SPERANZA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170301_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 13. LA QUARESIMA CAMMINO DI SPERANZA

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 1° marzo 2017

La Speranza cristiana – 13. La Quaresima cammino di speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questo giorno, Mercoledì delle Ceneri, entriamo nel Tempo liturgico della Quaresima. E poiché stiamo svolgendo il ciclo di catechesi sulla speranza cristiana, oggi vorrei presentarvi la Quaresima come cammino di speranza.
In effetti, questa prospettiva è subito evidente se pensiamo che la Quaresima è stata istituita nella Chiesa come tempo di preparazione alla Pasqua, e dunque tutto il senso di questo periodo di quaranta giorni prende luce dal mistero pasquale verso il quale è orientato. Possiamo immaginare il Signore Risorto che ci chiama ad uscire dalle nostre tenebre, e noi ci mettiamo in cammino verso di Lui, che è la Luce. E la Quaresima è un cammino verso Gesù Risorto, è un periodo di penitenza, anche di mortificazione, ma non fine a sé stesso, bensì finalizzato a farci risorgere con Cristo, a rinnovare la nostra identità battesimale, cioè a rinascere nuovamente “dall’alto”, dall’amore di Dio (cfr Gv 3,3). Ecco perché la Quaresima è, per sua natura, tempo di speranza.
Per comprendere meglio che cosa questo significhi, dobbiamo riferirci all’esperienza fondamentale dell’esodo degli Israeliti dall’Egitto, raccontata dalla Bibbia nel libro che porta questo nome: Esodo. Il punto di partenza è la condizione di schiavitù in Egitto, l’oppressione, i lavori forzati. Ma il Signore non ha dimenticato il suo popolo e la sua promessa: chiama Mosè e, con braccio potente, fa uscire gli israeliti dall’Egitto e li guida attraverso il deserto verso la Terra della libertà. Durante questo cammino dalla schiavitù alla libertà, il Signore dà agli Israeliti la legge, per educarli ad amare Lui, unico Signore, e ad amarsi tra loro come fratelli. La Scrittura mostra che l’esodo è lungo e travagliato: simbolicamente dura 40 anni, cioè il tempo di vita di una generazione. Una generazione che, di fronte alle prove del cammino, è sempre tentata di rimpiangere l’Egitto e di tornare indietro. Anche tutti noi conosciamo la tentazione di tornare indietro, tutti. Ma il Signore rimane fedele e quella povera gente, guidata da Mosè, arriva alla Terra promessa. Tutto questo cammino è compiuto nella speranza: la speranza di raggiungere la Terra, e proprio in questo senso è un “esodo”, un’uscita dalla schiavitù alla libertà. E questi 40 giorni sono anche per tutti noi un’uscita dalla schiavitù, dal peccato, alla libertà, all’incontro con il Cristo Risorto. Ogni passo, ogni fatica, ogni prova, ogni caduta e ogni ripresa, tutto ha senso solo all’interno del disegno di salvezza di Dio, che vuole per il suo popolo la vita e non la morte, la gioia e non il dolore.
La Pasqua di Gesù è il suo esodo, con il quale Egli ci ha aperto la via per giungere alla vita piena, eterna e beata. Per aprire questa via, questo passaggio, Gesù ha dovuto spogliarsi della sua gloria, umiliarsi, farsi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Aprirci la strada alla vita eterna gli è costato tutto il suo sangue, e grazie a Lui noi siamo salvati dalla schiavitù del peccato. Ma questo non vuol dire che Lui ha fatto tutto e noi non dobbiamo fare nulla, che Lui è passato attraverso la croce e noi “andiamo in paradiso in carrozza”. Non è così. La nostra salvezza è certamente dono suo, ma, poiché è una storia d’amore, richiede il nostro “sì” e la nostra partecipazione al suo amore, come ci dimostra la nostra Madre Maria e dopo di lei tutti i santi.
La Quaresima vive di questa dinamica: Cristo ci precede con il suo esodo, e noi attraversiamo il deserto grazie a Lui e dietro di Lui. Lui è tentato per noi, e ha vinto il Tentatore per noi, ma anche noi dobbiamo con Lui affrontare le tentazioni e superarle. Lui ci dona l’acqua viva del suo Spirito, e a noi spetta attingere alla sua fonte e bere, nei Sacramenti, nella preghiera, nell’adorazione; Lui è la luce che vince le tenebre, e a noi è chiesto di alimentare la piccola fiamma che ci è stata affidata nel giorno del nostro Battesimo.
In questo senso la Quaresima è «segno sacramentale della nostra conversione» (Messale Romano, Oraz. colletta I Dom. di Quar.); chi fa la strada della Quaresima è sempre sulla strada della conversione. La Quaresima è segno sacramentale del nostro cammino dalla schiavitù alla libertà, sempre da rinnovare. Un cammino certo impegnativo, come è giusto che sia, perché l’amore è impegnativo, ma un cammino pieno di speranza. Anzi, direi di più: l’esodo quaresimale è il cammino in cui la speranza stessa si forma. La fatica di attraversare il deserto – tutte le prove, le tentazioni, le illusioni, i miraggi… –, tutto questo vale a forgiare una speranza forte, salda, sul modello di quella della Vergine Maria, che in mezzo alle tenebre della passione e della morte del suo Figlio continuò a credere e a sperare nella sua risurrezione, nella vittoria dell’amore di Dio.
Col cuore aperto a questo orizzonte, entriamo oggi nella Quaresima. Sentendoci parte del popolo santo di Dio, iniziamo con gioia questo cammino di speranza.

COSA È IL REGNO DI DIO ANNUNZIATO DA GESÙ DEL CARD.CARLO MARIA MARTINI

http://www.gliscritti.it/approf/2005/conferenze/martini01.htm

BRANI DI DIFFICILE INTERPRETAZIONE DELLA BIBBIA, XVI,

COSA È IL REGNO DI DIO ANNUNZIATO DA GESÙ DEL CARD.CARLO MARIA MARTINI

Il presente testo è tratto da una meditazione tenuta dal card. C.M.Martini ai preti del settore Sud di Roma, su invito di S.E.mons. Paolo Schiavon, nella Quaresima 2005, il 24 febbraio. Il titolo della meditazione era: Regno di Dio ed eucarestia. Il testo è stato trascritto da mons.Luciano Pascucci, che ringraziamo, e non è stato rivisto dall’autore.

L’Areopago
In ogni Eucaristia noi citiamo il Regno, per esempio recitando il Padre nostro: Padre nostro, venga il tuo Regno! E al termine della preghiera eucaristica proclamiamo: “Tuo è il Regno, tua la potenza e la gloria nei secoli!”. E questo Regno è il tema fondamentale della predicazione di Gesù fin dall’inizio. Da quando, cioè, Gesù, dopo che Giovanni fu arrestato, fu trasferito da Nazaret a Cafarnao. Dicono i vangeli che Gesù cominciò allora a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino!” (Mt 4,17). Questa è il tema fondamentale della predicazione di Gesù. In Mt 4,23 troviamo questa frase sintetica: “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattia e di infermità nel popolo”. Notiamo anche la differenza tra i verbi: insegnando (didàschein); predicando, proclamando il Regno (Kerissèin) e curando i malati. Le tre cose fanno come una unità.
Gesù, dunque, parla molto spesso del Regno di Dio, soprattutto nei sinottici; l’espressione non ricorre quasi mai in Giovanni; mentre nei sinottici è l’espressione corrente. Tuttavia sappiamo anche che non è facile definire il Regno, perché Gesù non conchiude mai in una definizione teorica che cosa è il Regno. Si contenta di alludervi con paragoni e con parabole. Il Regno è come un seme, è simile ad una rete, è simile ad una perla preziosa, è simile a un tesoro nascosto in un campo… Sono paragoni che descrivono alcuni aspetti del Regno, senza che mai se ne dia una definizione precisa e completa.
E qui c’è qualcosa di misterioso, tanto è vero che lo stesso Gesù in Mc 4,11, parla di “mistero del Regno”. Non dice ai discepoli: “A voi è stato dato il Regno!”, ma “A voi è stato dato il mistero del Regno!”. C’è quindi un mistero in questa parola “Regno”, almeno come è pronunciata agli inizi del ministero di Gesù, che lo rende necessariamente, da una parte affascinante e dall’altra un po’ enigmatico. E non poteva che essere enigmatico fino allo svelamento che avverrà appunto con la morte e la risurrezione di Gesù.
Ma noi possiamo cercare di domandarci: che cosa potevano intendere i primi uditori di Gesù in Galilea, quando sentivano che parlava del Regno di Dio? Una tale espressione era ben nota ai lettori della Bibbia ebraica. Essi sapevano perfettamente che Dio è Re da sempre; per esempio il salmo 29, dice: Il Signore siede re per sempre! Quindi era un termine acquisito. Salmo 96: Dite tra i popoli: il Signore regna! Ancora Salmo 97: Il Signore regna; esulti la terra!… Non era di per sé neanche necessaria la proclamazione di Gesù per far imparare alla gente che il Signore regna. Per esempio un inno molto antico, come il cantico di Mosè, diceva, alla fine, concludendo: Il Signore regna in eterno e per sempre! Da secoli, da millenni si tramandava l’idea della regalità di Dio. E un altro inno successivo, che si trova nel primo libro delle Cronache (cap. 29), cantava: Tuo è il Regno, Signore, tu ti innalzi sovrano su ogni cosa! (1 Cr 29,11). Quindi Gesù apparentemente non parla per dire una cosa nuova, dicendo che Dio è Re e suo è il Regno!
Però i lettori della Bibbia ebraica sapevano pure che il peccato oppone resistenza al Regno, sia il peccato individuale, sia il peccato sociale; per cui Dio regna di diritto, ma di fatto si ha spesso l’impressione che a condurre il gioco siano i malvagi, quelli che non si sottomettono a Dio. La Bibbia è piena di tali amare constatazioni e in particolare la disobbedienza a Dio che pure è re eterno sfocia in particolare nell’oppressione del popolo e, ad un certo punto, nella dipendenza del popolo dallo straniero, adoratore degli idoli e nemico del Dio di Israele. In tale contesto, dunque, il Regno c’è, ma non si vede.
E allora il venire del Regno significa che Dio viene a mettere le cose a posto, viene a mettere ordine, a sconfiggere i nemici, a punire i peccatori, a instaurare di fatto quel potere sulla storia che era da sempre suo di diritto. Ed era questa anche l’attesa degli ebrei devoti, che credevano e speravano in Dio, attesa che si trova in molti salmi e in molte altre pagine della Bibbia, per esempio il salmo 9, 18: Tornino gli empi negli inferi, tutti i popoli che dimenticano Dio. Cioè, la regalità di Dio spazzi via i nemici! Ancora salmo 9: Hai minacciato le nazioni, hai sterminato l’empio! Quindi ti dimostri veramente re! Il loro nome hai cancellato in eterno, per sempre! Hanno sfidato la tua regalità e sono stati schiacciati. E termina dicendo, presentando la regalità di Dio: Il Signore sta assiso in giudizio; erige per il giudizio il suo trono e da questo trono come re giudica il mondo. Ancora un altro salmo, il salmo 102, dice così: Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario, dal cielo ha guardato la terra e che cosa ha ascoltato? Il gemito del prigioniero, del suo popolo prigioniero. Quindi ha guardato la terra per ascoltare il gemito del prigioniero, per liberare i condannati a morti, perché sia annunziato in Sion il nome del Signore, la sua lode in Gerusalemme.
Segno di questa liberazione è appunto la libera proclamazione della gloria di Dio in Sion e in Gerusalemme. Si attendeva, perciò, che Dio regnasse, condannando tutti i nemici, distruggendo tutti i peccatori, eliminando tutti i malvagi, così che il popolo potesse vivere tranquillo nella sua casa, nella sua terra, nella sua città di Gerusalemme. Ma noi sappiamo che le cose non sono così semplici. Gesù nella sua rivelazione progressiva del Regno, non rivela come un semplice giudizio di condanna e di distruzione dei malvagi; anzi, a poco a poco, fa capire, in maniera anche un po’ enigmatica, che il regnare di Dio non significa che Dio voglia schiacciare i peccatori, ma che Dio intende piuttosto perdonarli e salvarli. Questo è certamente un fatto nuovo e perciò Gesù comincia con il prendere su di sé il male del mondo: questa è la novità assoluta della rivelazione di Gesù. Già lo faceva intuire Matteo, al capitolo ottavo, citando Isaia 53, là dove dice: Egli ha preso su di sé le nostre infermità, s’è addossato le nostre malattie. Di per sé immediatamente il brano si riferisce alle guarigioni di Gesù, però con questa frase misteriosa – “se le è prese su di sé, se le è addossate” – Gesù si rivela sempre più chiaramente come colui che assume su di sé il peccato del mondo. E questo diventa sempre più chiaro nel percorso di Gesù verso Gerusalemme, soprattutto come previsione della passione o con espressioni come quelle che troviamo in Marco 10,45: Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. Così egli chiarisce a poco a poco il senso di come egli intende l’esercizio della regalità di Dio: non schiacciare i nemici, ma dare la sua vita per il perdono dei nemici, per il riscatto di molti. E anche poi nella passione, con parole come quelle del Getsemani: “Padre, non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu! E anche con l’affermazione dopo la cattura nell’orto degli ulivi: Tutto questo è avvenuto, perché si adempissero le Scritture dei profeti.
Gesù fa capire che questo – il suo prendere su di sé il male del mondo – è il disegno nel quale si rivela la regalità di Dio. Gesù attua dunque il Regno, anzitutto nella prima parte della sua vita, sconfiggendo le malattie, le infermità, ma facendo intuire misteriosamente che egli vuole a un certo punto assumersele. Le infermità e le malattie sono conseguenze e immagine del peccato; Gesù perdona i peccati, ma soprattutto offre in debolezza, in povertà, in infermità la sua vita per noi, nella morte in croce e risorge per darci la certezza del perdono di Dio. Ecco dunque come il Regno si svela a poco a poco. Per cui il Regno non è come una macchina già fatta che viene dall’alto e si instaura sulla terra; il Regno è qualcosa che si manifesta progressivamente nella vita di Gesù. Possiamo dire: è Gesù il Regno che viene, è lui! E in noi il Regno si attua qui attraverso un processo, un processo di rigenerazione che parte dal cuore dell’uomo, dall’interno dell’uomo, che ha inizio con la nascita – il Battesimo – che va verso la crescita, verso la pienezza della manifestazione definitiva di Gesù nella nostra umanità salvata. Dunque, il Regno lo incontriamo anzitutto in Gesù che è il Regno per eccellenza. Il regno si attua nella sua vita, morte e risurrezione. Il Regno si attua in tutta la sua vita, dall’annunciazione all’ascensione, si attua nella sua morte, si attua nella sua risurrezione. E poi il Regno si attua gradualmente in tutti noi, in tutti coloro che entrano negli atteggiamenti e nelle relazioni di Gesù, vivendo come lui ha vissuto, offrendo la propria vita come lui l’ha offerta.
Perciò il Regno viene, non in astratto, ma nella misura in cui ciascuno di noi entra nel progetto di Gesù e si fa in qualche modo uno con Gesù e instaura nella sua vita le relazioni con i fratelli e le cose del mondo, secondo il mandato e l’esempio di Gesù. E questo avviene non solo individualmente, ma collettivamente, anzitutto nella chiesa visibile e poi in tutte quelle situazioni nelle quali si rivive e si mette in pratica l’insegnamento e il modo di vivere di Gesù. L’insieme di coloro che vivono così e che attuano il Regno diviene, secondo la parola di Gesù, sale della terra, luce del mondo. E porta gli uomini a lodare il Padre che è nei cieli.
A questo punto possiamo anche comprendere perché il Regno nel Nuovo Testamento, al di là dei sinottici, non viene più espresso con la sola formula, un po’ enigmatica “il Regno di Dio”, ma con molte altre formule, anche se queste formule non citano espressamente il vocabolo “Regno”. Così formule come “Cristo è risorto!”, “il Crocifisso è risorto”, “Gesù è stato crocifisso per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione”, o formule come: “Io sono la via, la verità e la vita”, oppure formule come quelle paoline: “Vivo io, ma non più io, Cristo vive in me!”, sono formule brevi che esprimono la realtà del Regno. E di queste formule è pieno il Nuovo Testamento! Sappiamo poi che vi sono formule anche più lunghe, come – per esempio – l’inizio della lettera agli Efesini, ai Colossesi, il capitolo 2 della lettera ai Filippesi, che descrivono i vari momenti della venuta del Regno, esprimendo appunto la “carriera” di Gesù, il suo venire dal Padre, nell’umiltà della passione, della morte, del suo risorgere, della gloria, del riversare il suo Spirito nella chiesa. Tutto questo è il Regno di Dio che sta venendo in pienezza.

PAPA FRANCESCO – SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI (2015)

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PAPA FRANCESCO – SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di Santa Sabina

Mercoledì, 18 febbraio 2015

Come popolo di Dio incominciamo il cammino della Quaresima, tempo in cui cerchiamo di unirci più strettamente al Signore, per condividere il mistero della sua passione e della sua risurrezione.
La liturgia di oggi ci propone anzitutto il passo del profeta Gioele, inviato da Dio a chiamare il popolo alla penitenza e alla conversione, a causa di una calamità (un’invasione di cavallette) che devasta la Giudea. Solo il Signore può salvare dal flagello e bisogna quindi supplicarlo con preghiere e digiuni, confessando il proprio peccato.
Il profeta insiste sulla conversione interiore: «Ritornate a me con tutto il cuore» (2,12).
Ritornare al Signore “con tutto il cuore” significa intraprendere il cammino di una conversione non superficiale e transitoria, bensì un itinerario spirituale che riguarda il luogo più intimo della nostra persona. Il cuore, infatti, è la sede dei nostri sentimenti, il centro in cui maturano le nostre scelte, i nostri atteggiamenti. Quel “ritornate a me con tutto il cuore” non coinvolge solamente i singoli, ma si estende all’intera comunità, è una convocazione rivolta a tutti: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo» (v. 16).
Il profeta si sofferma in particolare sulla preghiera dei sacerdoti, facendo osservare che va accompagnata dalle lacrime. Ci farà bene, a tutti, ma specialmente a noi sacerdoti, all’inizio di questa Quaresima, chiedere il dono delle lacrime, così da rendere la nostra preghiera e il nostro cammino di conversione sempre più autentici e senza ipocrisia. Ci farà bene farci la domanda: “Io piango? Il Papa piange? I cardinali piangono? I vescovi piangono? I consacrati piangono? I sacerdoti piangono? Il pianto è nelle nostre preghiere?”. E proprio questo è il messaggio del Vangelo odierno. Nel brano di Matteo, Gesù rilegge le tre opere di pietà previste nella legge mosaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. E distingue, il fatto esterno dal fatto interno, da quel piangere dal cuore. Nel corso del tempo, queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità sociale. Gesù mette in evidenza una tentazione comune in queste tre opere, che si può riassumere proprio nell’ipocrisia (la nomina per ben tre volte): «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro…Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti…Quando pregate, non siate simili agli ipocriti, che…amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. … E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti» (Mt 6,1.2.5.16). Sapete, fratelli, che gli ipocriti non sanno piangere, hanno dimenticato come si piange, non chiedono il dono delle lacrime.
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce in noi il desiderio di essere stimati e ammirati per questa buona azione, per ricavarne una soddisfazione. Gesù ci invita a compiere queste opere senza alcuna ostentazione, e a confidare unicamente nella ricompensa del Padre «che vede nel segreto» (Mt 6,4.6.18).
Cari fratelli e sorelle, il Signore non si stanca mai di avere misericordia di noi, e vuole offrirci ancora una volta il suo perdono – tutti ne abbiamo bisogno – , invitandoci a tornare a Lui con un cuore nuovo, purificato dal male, purificato dalle lacrime, per prendere parte alla sua gioia. Come accogliere questo invito? Ce lo suggerisce san Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor5,20). Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana, è lasciarsi riconciliare. La riconciliazione tra noi e Dio è possibile grazie alla misericordia del Padre che, per amore verso di noi, non ha esitato a sacrificare il suo Figlio unigenito. Infatti il Cristo, che era giusto e senza peccato, per noi fu fatto peccato (v. 21) quando sulla croce fu caricato dei nostri peccati, e così ci ha riscattati e giustificati davanti a Dio. «In Lui» noi possiamo diventare giusti, in Lui possiamo cambiare, se accogliamo la grazia di Dio e non lasciamo passare invano questo «momento favorevole» (6,2). Per favore, fermiamoci, fermiamoci un po’ e lasciamoci riconciliare con Dio.
Con questa consapevolezza, iniziamo fiduciosi e gioiosi l’itinerario quaresimale. Maria Madre Immacolata, senza peccato, sostenga il nostro combattimento spirituale contro il peccato, ci accompagni in questo momento favorevole, perché possiamo giungere a cantare insieme l’esultanza della vittoria nel giorno della Pasqua. E come segno della volontà di lasciarci riconciliare con Dio, oltre alle lacrime che saranno “nel segreto”, in pubblico compiremo il gesto dell’imposizione delle ceneri sul capo. Il celebrante pronuncia queste parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» (cfr Gen 3,19), oppure ripete l’esortazione di Gesù: «Convertitevi e credete al Vangelo» (cfr Mc 1,15). Entrambe le formule costituiscono un richiamo alla verità dell’esistenza umana: siamo creature limitate, peccatori sempre bisognosi di penitenza e di conversione. Quanto è importante ascoltare ed accogliere tale richiamo in questo nostro tempo! L’invito alla conversione è allora una spinta a tornare, come fece il figlio della parabola, tra le braccia di Dio, Padre tenero e misericordioso, a piangere in quell’abbraccio, a fidarsi di Lui e ad affidarsi a Lui.

BENEDETTO XVI – TRIDUO PASQUALE (2009)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20090408.html

BENEDETTO XVI – TRIDUO PASQUALE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 8 aprile 2009

Cari fratelli e sorelle,

la Settimana Santa, che per noi cristiani è la settimana più importante dell’anno, ci offre l’opportunità di immergerci negli eventi centrali della Redenzione, di rivivere il Mistero pasquale, il grande Mistero della fede. A partire da domani pomeriggio, con la Messa in Coena Domini, i solenni riti liturgici ci aiuteranno a meditare in maniera più viva la passione, la morte e la risurrezione del Signore nei giorni del Santo Triduo pasquale, fulcro dell’intero anno liturgico. Possa la grazia divina aprire i nostri cuori alla comprensione del dono inestimabile che è la salvezza ottenutaci dal sacrificio di Cristo. Questo dono immenso lo troviamo mirabilmente narrato in un celebre inno contenuto nella Lettera ai Filippesi (cfr 2, 6-11), che in Quaresima abbiamo più volte meditato. L’apostolo ripercorre, in modo tanto essenziale quanto efficace, tutto il mistero della storia della salvezza accennando alla superbia di Adamo che, pur non essendo Dio, voleva essere come Dio. E contrappone a questa superbia del primo uomo, che tutti noi sentiamo un po’ nel nostro essere, l’umiltà del vero Figlio di Dio che, diventando uomo, non esitò a prendere su di sé tutte le debolezze dell’essere umano, eccetto il peccato, e si spinse fino alla profondità della morte. A questa discesa nell’ultima profondità della passione e della morte segue poi la sua esaltazione, la vera gloria, la gloria dell’amore che è andato fino alla fine. Ed è perciò giusto – come dice Paolo – che «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!» (2, 10-11). San Paolo accenna, con queste parole, a una profezia di Isaia dove Dio dice: Io sono il Signore, ogni ginocchio si pieghi davanti a me nei cieli e nella terra (cfr Is 45, 23). Questo – dice Paolo – vale per Gesù Cristo. Lui realmente, nella sua umiltà, nella vera grandezza del suo amore, è il Signore del mondo e davanti a Lui realmente ogni ginocchio si piega. Quanto meraviglioso, e insieme sorprendente, è questo mistero! Non possiamo mai sufficientemente meditare questa realtà. Gesù, pur essendo Dio, non volle fare delle sue prerogative divine un possesso esclusivo; non volle usare il suo essere Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza, come strumento di trionfo e segno di distanza da noi. Al contrario, «svuotò se stesso» assumendo la misera e debole condizione umana – Paolo usa, a questo riguardo, un verbo greco assai pregnante per indicare la kénosis, questa discesa di Gesù. La forma (morphé) divina si nascose in Cristo sotto la forma umana, ossia sotto la nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dai nostri limiti umani e dalla morte. La condivisione radicale e vera della nostra natura, condivisione in tutto fuorché nel peccato, lo condusse fino a quella frontiera che è il segno della nostra finitezza, la morte. Ma tutto ciò non è stato frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: fu piuttosto una sua libera scelta, per generosa adesione al disegno salvifico del Padre. E la morte a cui andò incontro – aggiunge Paolo – fu quella di croce, la più umiliante e degradante che si potesse immaginare. Tutto questo il Signore dell’universo lo ha compiuto per amore nostro: per amore ha voluto “svuotare se stesso” e farsi nostro fratello; per amore ha condiviso la nostra condizione, quella di ogni uomo e di ogni donna. Scrive in proposito un grande testimone della tradizione orientale, Teodoreto di Ciro: «Essendo Dio e Dio per natura e avendo l’uguaglianza con Dio, non ha ritenuto questo qualcosa di grande, come fanno coloro che hanno ricevuto qualche onore al di sopra dei loro meriti, ma nascondendo i suoi meriti, ha scelto l’umiltà più profonda e ha preso la forma di un essere umano» (Commento all’epistola ai Filippesi, 2,6-7). Preludio al Triduo pasquale, che incomincerà domani – come dicevo – con i suggestivi riti pomeridiani del Giovedì Santo, è la solenne Messa Crismale, che nella mattinata il Vescovo celebra con il proprio presbiterio, e nel corso della quale insieme vengono rinnovate le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’ Ordinazione. E’ un gesto di grande valore, un’occasione quanto mai propizia in cui i sacerdoti ribadiscono la propria fedeltà a Cristo che li ha scelti come suoi ministri. Quest’incontro sacerdotale assume inoltre un significato particolare, perché è quasi una preparazione all’Anno Sacerdotale, che ho indetto in occasione del 150 anniversario della morte del Santo Curato d’Ars e che avrà inizio il prossimo 19 giugno. Sempre nella Messa Crismale verranno poi benedetti l’olio degli infermi e quello dei catecumeni, e sarà consacrato il Crisma. Riti questi con i quali sono simbolicamente significate la pienezza del Sacerdozio di Cristo e quella comunione ecclesiale che deve animare il popolo cristiano, radunato per il sacrificio eucaristico e vivificato nell’unità dal dono dello Spirito Santo. Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena Domini, la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia, il Sacerdozio ministeriale ed il Comandamento nuovo della carità, lasciato da Gesù ai suoi discepoli. Di quanto avvenne nel Cenacolo, la vigilia della passione del Signore, san Paolo offre una delle più antiche testimonianze. «Il Signore Gesù, – egli scrive, all’inizio degli anni cinquanta, basandosi su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore stesso – nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1 Cor 11, 23-25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente col suo corpo dato e col suo sangue versato. E’ il sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta a tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di questo rito sacramentale, che consegna alla Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri i suoi discepoli e quanti ne proseguiranno il ministero nel corso dei secoli. Il Giovedì Santo costituisce pertanto un rinnovato invito a rendere grazie a Dio per il sommo dono dell’Eucaristia, da accogliere con devozione e da adorare con viva fede. Per questo, la Chiesa incoraggia, dopo la celebrazione della Santa Messa, a vegliare in presenza del Santissimo Sacramento, ricordando l’ora triste che Gesù passò in solitudine e preghiera nel Getsemani, prima di essere arrestato per poi venire condannato a morte. E siamo così al Venerdì Santo, giorno della passione e della crocifissione del Signore. Ogni anno, ponendoci in silenzio di fronte a Gesù appeso al legno della croce, avvertiamo quanto siano piene di amore le parole da Lui pronunciate la vigilia, nel corso dell’Ultima Cena. “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti” (cfr Mc 14, 24). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità. Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione. Siamo posti davanti a qualcosa che umanamente potrebbe apparire assurdo: un Dio che non solo si fà uomo, con tutti i bisogni dell’uomo, non solo soffre per salvare l’uomo caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità, ma muore per l’uomo. La morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di mali che grava sull’umanità di ogni tempo: il peso schiacciante del nostro morire, l’odio e la violenza che ancora oggi insanguinano la terra. La passione del Signore continua nella sofferenze degli uomini. Come giustamente scrive Blaise Pascal, “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo” (Pensieri, 553). Se il Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della sua vittoria. Canta la liturgia di questo giorno: O Crux, ave, spes unica – Ave, o croce, unica speranza!” . Questa speranza si alimenta nel grande silenzio del Sabato Santo, in attesa della risurrezione di Gesù. In questo giorno le Chiese sono spoglie e non sono previsti particolari riti liturgici. La Chiesa veglia in preghiera come Maria e insieme a Maria, condividendone gli stessi sentimenti di dolore e di fiducia in Dio. Giustamente si raccomanda di conservare durante tutta la giornata un clima orante, favorevole alla meditazione e alla riconciliazione; si incoraggiano i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza, per poter partecipare realmente rinnovati alle Feste Pasquali. Il raccoglimento e il silenzio del Sabato Santo ci condurranno nella notte alla solenne Veglia Pasquale, “madre di tutte le veglie”, quando proromperà in tutte le chiese e comunità il canto della gioia per la risurrezione di Cristo. Ancora una volta, verrà proclamata la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, e la Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore. Entreremo così nel clima della Pasqua di Risurrezione. Cari fratelli e sorelle, disponiamoci a vivere intensamente il Triduo Santo, per essere sempre più profondamente partecipi del Mistero di Cristo. Ci accompagna in questo itinerario la Vergine Santa, che ha seguito in silenzio il Figlio Gesù fino al Calvario, prendendo parte con grande pena al suo sacrificio, cooperando così al mistero della Redenzione e divenendo Madre di tutti i credenti (cfr Gv 19, 25-27). Insieme a Lei entreremo nel Cenacolo, resteremo ai piedi della Croce, veglieremo idealmente accanto al Cristo morto attendendo con speranza l’alba del giorno radioso della risurrezione. In questa prospettiva, formulo fin d’ora a tutti voi i più cordiali auguri di una lieta e santa Pasqua, insieme con le vostre famiglie, parrocchie e comunità.

DOMENICA DELLE PALME DALLE OMELIE DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

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DOMENICA DELLE PALME DALLE OMELIE DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

In Mt., hom. 66, 1-2. PG 57, 627-628.

Gesù era venuto spesso a Gerusalemme; mai però vi era entrato in modo così solenne. Quale ne è il motivo? All’inizio del suo ministero egli non era molto conosciuto e a quel tempo neppure era prossima l’ora della sua passione. Gesù si mescolava alla folla senza alcuna distinzione, cercando anzi di passare inosservato. Qualora si fosse manifestato troppo presto, non avrebbe riscosso ammirazione, ma l’ira degli avversari sì sarebbe scatenata ben più violenta. Più tardi, invece, quando la croce è alle porte, dà prova sufficiente del suo potere, dispiega in modo più lampante la sua grandezza e compie con maggiore solennità ogni cosa, anche se ciò inasprirà la parte avversa. Ripeto che egli avrebbe potuto fare ciò sin dall’inizio della sua predicazione, ma non sarebbe stato né utile né vantaggioso.
Non considerare la menzione dell’asina poco importante. Quelli che si lasciarono portare via i loro animali, erano povera gente, forse dei contadini. Chi li persuase a non opporsi? Che dico? Neppure aprirono bocca. Insomma, perché acconsentirono oppure tacendo dettero via l’asina?
Nell’uno e nell’altro caso il comportamento di costoro è ugualmente ammirevole: sia lo starsene zitti quando vengono portate via le loro bestie; sia il non opporre resistenza dopo aver chiesto e avuto la spiegazione dagli apostoli: Il Signore ne ha bisogno. E sono tanto più ammirevoli, perché non vedevano il Signore, ma solo i suoi discepoli.
Questo episodio ci insegna che Gesù avrebbe potuto ridurre al silenzio e atterrare i Giudei che stavano per impadronirsi di lui, ma non volle farlo. Non solo, ma in quella circostanza dà anche un altro insegnamento ai discepoli: essi dovranno senza opporsi fare quanto egli chiederà loro, foss’anche la vita stessa. Se quegli sconosciuti hanno ceduto obbedienti, essi dovranno abbandonare tutto senza recriminazioni.
Allorché Gesù entra in Gerusalemme cavalcando un’asina, ci insegna l’umiltà e la moderazione. Egli non viene solo a compiere le profezie e a seminare la parola di verità, ma anche a istituire un modello di vita che si limiti al necessario e si ispiri ad un comportamento onesto.
Ecco perché, quando nasce, non cerca un magnifico palazzo, e neppure una madre ricca e illustre, ma si contenta dell’umile sposa di un carpentiere; nasce in una grotta e viene deposto in una mangiatoia. Per discepoli non sceglie né retori e dotti, né ricchi e nobili ma povera gente di modesta estrazione, del tutto sconosciuta.
Al momento del pasto, a volte si ciba di pane d’orzo, altre volte di quello che manda i discepoli a comprare in piazza, e l’erba gli serve da tavola. Si veste poveramente, come usa la gente del popolo, e non ha neppure una casa. Quando deve spostarsi da un luogo all’altro, fa i viaggi a piedi, tanto da esserne affaticato.
Gesù non ha nessun trono per sedersi né cuscino per posare il capo. Che sia sulla montagna o presso un pozzo – come quando era solo a parlare con la Samaritana – si mette semplicemente a sedere per terra.
Ci dà l’esempio della misura anche nei nostri dolori e nella nostra tristezza: quando piange, versa poche lacrime, in modo che indica i limiti da non oltrepassare e l’equilibrio, da mantenere.
Ecco un altro esempio di semplicità: prevedendo che molti, deboli fisicamente, non potranno sempre viaggiare a piedi, insegna con il suo esempio la moderazione: non è necessario andare a cavallo, non c’è bisogno di muli aggiogati, ma basta un’asina, e così non si eccede oltre il necessario.
Ma vediamo più da vicino questa profezia che si realizza in parole e in atti. Quale è dunque? Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te, mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma. (Cf Zc 9,9) Gesù non guida carri da guerra, come gli altri re; non impone tributi, non avanza sconvolgente scortato da un corpo di guardia, ma presenta d’ora in poi il modello della mitezza e della moderazione.

20 MARZO 2016 | 6A DOMENICA DI QUARESIMA: LE PALME – ANNO C | OMELIA

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20 MARZO 2016 | 6A DOMENICA DI QUARESIMA: LE PALME – ANNO C | OMELIA

GESÙ ENTRA A GERUSALEMME

Per cominciare Con il rito suggestivo della benedizione dell’ulivo la chiesa dà inizio solenne alla « settimana santa ». La Domenica delle Palme è vissuta con particolare partecipazione dal popolo cristiano. La lettura del testo della passione ci fa entrare con forza nell’animo di Gesù, che in questi giorni vive fino in fondo il mistero dell’incarnazione. Ma nell’aria c’è già il profumo della Pasqua.

La parola di Dio Luca 19,28-40. Sin dal capitolo 9 Luca presenta Gesù che prende « la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme ». Ora eccolo qui, su un puledro, che avanza nella città santa, mentre la folla stende i mantelli sulla strada e piena di gioia loda Dio e tributa a Gesù onori regali. Una folla mutevole, che gli volterà ben presto la faccia, chiedendo la sua condanna a morte. Isaia 50,4-7. Quello che viene proposto oggi è il terzo dei quattro canti del servo di Iahvè presenti nel libro di Isaia. Il capitolo si apre con il lamento da parte di Iahvè che sembra non trovare nessuno che risponda alla sua chiamata. Poi compare questo misterioso servo fedele che assume su di sé incondizionatamente la missione che gli è affidata. Incoraggia gli sfiduciati, si fa attento alla parola di Iahvè, accetta fino in fondo le conseguenze della sua missione. La descrizione è impressionante, se confrontata con la vicenda vissuta da Gesù nella sua passione: viene flagellato, insultato, schiaffeggiato, gli sputano in faccia, ma continua a confidare nel Signore, rendendo la sua faccia « dura come pietra ». Non è stato difficile al cristiani della chiesa apostolica vedere nella passione di Gesù il realizzarsi di questo testo profetico. Filippesi 2,6-11. All’inizio del capitolo Paolo invita la comunità di Filippi a vivere unanimi e concordi, evitando rivalità e vanagloria, dando la precedenza all’attenzione agli altri, così come ha fatto Gesù. Quindi riporta uno dei più importanti inni cristologici in uso nella liturgia della prima comunità cristiana, un testo straordinario, che descrive in modo realistico l’umiliazione a cui si è sottoposto il Figlio di Dio con l’incarnazione, ma anche l’esaltazione seguita a questa obbedienza, che gli ha procurato « un nome che è al di sopra di ogni nome » e una gloria senza misura. Luca 22,14-23,56. L’anno C ci presenta la passione di Cristo secondo il racconto di Luca. Ogni evangelista ha dato ampio spazio agli ultimi episodi della vita di Gesù, che in modo più vivo sono rimasti impressi nella memoria degli apostoli e sono stati oggetto della predicazione apostolica. Si tratta fondamentalmente di racconti costruiti su una base comune, ma che ogni evangelista ha poi ricostruito riferendo episodi attinti da fonti personali che si completano a vicenda. Luca si conferma l’evangelista della misericordia senza misura di Gesù, che viene presentato come l’esempio del servo fedele, che porta a termine fino in fondo la sua missione.

Riflettere

Si sa che i vangeli sinottici sono molti simili. In particolare per quel che riguarda il racconto della passione, Marco e Matteo sono quasi intercambiabili, pur nelle loro diverse sensibilità, dovute probabilmente sia ai diversi ricordi personali, che alla diversa destinazione del loro vangelo. Il racconto della passione secondo Luca invece, pur conservando un fondo comune, si stacca maggiormente dagli altri due. Il suo racconto è più breve, descrive gli avvenimenti da una diversa prospettiva teologica e appare personale anche nell’uso del vocabolario. Come dice all’inizio del suo vangelo, Luca nella sua ricerca ha probabilmente attinto a una fonte personale diversa. In particolare Luca presenta Gesù come il servo fedele, il modello del martire cristiano. Lo presenta in ginocchio nel giardino degli ulivi nel momento della prova, che accoglie nella preghiera come volontà del Padre, mentre, nella fatica della lotta, versa sangue come sudore. Accetta nel silenzio, con sovrana padronanza di sé, il processo e la condanna; si consegna agli aguzzini con il suo corpo e il suo sangue; muore con un grande atto di affidamento: « Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito ». Luca è poi attentissimo a presentare la passione di Gesù come l’icona della tutta la sua vita. Lo descrive a tavola con i suoi discepoli in atteggiamento di servizio, accoglie amichevolmente Giuda nel momento che gli conduce la soldataglia per prenderlo; risana l’uomo a cui è stato staccato l’orecchio; con uno sguardo tocca il cuore di Pietro che incredibilmente ha detto per tre volte di non conoscerlo; muore perdonando chi lo crocifigge e spalanca il paradiso al malfattore che gli sta accanto: « Oggi con me sarai nel paradiso ». È ancora lo stesso Gesù, che nella sua vita ha sempre privilegiato la misericordia e la disponibilità al perdono. Gesù rivela la sua grandezza proprio nel momento in cui la sua umanità viene umiliata e ferita. Nello stesso tempo la passione di Cristo, proprio nel suo annientamento, proprio nel modo con cui il Figlio dell’uomo affronta la crocifissione e la morte, rivela il volto di Dio. « Veramente quest’uomo era giusto », dice il centurione. Più esplicito è il racconto di Marco, che fa dire al centurione: « Davvero quest’uomo era Figlio di Dio! » (15,39). Proprio per farci conoscere come e in che misura Dio ci ama, Gesù ha scelto quel modo di soffrire e di morire. Dice Gesù nel vangelo di Giovanni: « Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo » (10,17-18). « Quanto accadde a Gesù nel Calvario non fu frutto del caso, né del destino, neppure di un perverso processo giudiziario. Non fu altro che un perfetto atto di obbedienza alla volontà del Padre. La ignominiosa morte in croce del Figlio fu la più luminosa gloria del Padre. A dar luce sfolgorante a questa gloria del Padre fu appunto la tragica morte del suo Figlio che nella sua umanità portò il peso di tutti i peccati degli uomini di tutti i tempi » (mons. Giovanni Benedetti). Tuttavia il racconto di Luca presenta la passione di Gesù come l’effetto della coalizione di tutte le forze del male, come lo scatenamento di satana. Gesù viene tradito dagli amici, e uno dei suoi apostoli addirittura lo vende e lo consegna ai nemici; i capi religiosi e le autorità politiche si coalizzano contro di lui, pur sapendolo innocente; subisce gli insulti e le beffe di Erode e le violenze della soldataglia; la folla è scatenata contro di lui e ne chiede a gran voce la condanna, mentre Pilato pensava di liberarlo. Luca conserva in tanti particolari la sua peculiarità narrativa, che è quella di attutire i toni, di alleggerire le accuse: gli apostoli nel Getsemani dormono non per indifferenza, ma per la tristezza; Pietro tradisce, ma pentito piange poi amaramente; Matteo e Marco dicono che i due ladroni insultavano Gesù, invece Luca racconta che uno dei due, commosso per il castigo ingiusto subìto da Gesù, rimprovera l’altro. Infine Gesù è accompagnato nel suo Calvario dal pianto di alcune donne venute dalla Galilea, che si battono il petto. Donne che quasi per un misterioso sentire, dopo la crocifissione di Gesù, insieme ad altri conoscenti, stanno da lontano a osservare ogni cosa. Quasi ad attendere l’imminente Pasqua di risurrezione.

Attualizzare

Da cinque settimane ci prepariamo alla Pasqua. Giorni scivolati veloci, che forse non hanno lasciato un traccia significativa nella nostra vita. Un tempo tutto aiutava a viverli più seriamente. Le molte attenzioni e le stesse piccole rinunce venivano accolte con maggior disponibilità e convinzione, mentre oggi molti di noi non sono più capaci di dare alla quaresima il tradizionale carattere di austerità. Ci rimane l’ultima settimana, la « settimana santa », quella che ci farà rivivere i momenti più drammatici della vita di Gesù, eventi umanissimi e tragici che non mancano ancora oggi di emozionarci. La « Domenica delle Palme » si apre con l’ingresso solenne di Gesù a Gerusalemme. Piace a tutti questo Gesù regale e pacifico che cavalca un puledro tra due ali di folla osannante. Ci sembra giusto che alla vigilia della sua più drammatica umiliazione gli venga riconosciuta la sua dignità regale che gli spetta come messia. La sua è una sfida aperta, destinata a condurlo alla croce. Racconta Giovanni che dopo la risurrezione di Lazzaro la popolarità di Gesù è ancora cresciuta. Per questo i giudei si sono decisi di ucciderlo. Lo dice Caifa a nome di tutti: « È conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera! » (Gv 11,50). La condanna a morte di Gesù è senza dubbio uno degli episodi più infamanti dell’umanità. Un atto di ingiustizia compiuto contro un innocente da parte di una coalizione di potenti che si liberano di lui per calcolo politico. Anche il popolo, influenzato dalle autorità, si fa corresponsabile e chiede la morte di un giusto. Nello stesso tempo è qualcosa che facciamo fatica a capire, perché Gesù si consegna alla croce volontariamente per obbedienza al Padre; « Perché si compiano le Scritture, secondo le quali così deve avvenire » (Mt 26,54). Per questo la sua morte in croce rappresenta il vertice dell’amore del Figlio di Dio, che ha voluto per amore condividere fino in fondo l’esperienza umana, anche quella della sofferenza: « Svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini… facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce » (Fil 2,7-8). « Dio si lascia cacciare fuori del mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta. Qui sta la differenza decisiva rispetto a qualsiasi religione. La religiosità umana rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo, Dio è il deus ex machina. La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio, solo il Dio sofferente può aiutare » (Dietrich Bonhöffer). La passione di Luca si chiude con la deposizione di Gesù nel sepolcro e ricorda che « era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato ». Le donne osservano ogni cosa e il giorno dopo preparano aromi e oli profumati. Tutto annuncia ormai la Pasqua di Gesù.

Per amore « Quelle mani che hanno benedetto tutti ora sono inchiodate alla croce, e i piedi che hanno tanto camminato per seminare speranza e amore ora sono attaccati al patibolo. Perché, Signore, non sei sceso dalla croce rispondendo alle nostre provocazioni? Non sono sceso dalla croce perché altrimenti avrei consacrato la forza come signora del mondo, mentre è l’amore l’unica forza che può cambiare il mondo. Perché, Signore, questo pesantissimo prezzo? Per dirvi che Dio è amore, infinito amore, amore onnipotente » (card. Angelo Comastri).

Eliminare il crocifisso dai luoghi pubblici? « Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È là, muto e silenzioso. È il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Per i cattolici, è il Figlio di Dio. Per i non cattolici può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti e traditi e martoriati per la loro fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è l’immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti… Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli, tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi… Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici. È il contrario di tutte le guerre… il contrario degli aerei che gettano bombe… » (Natalia Ginsburg).

Don Umberto DE VANNA sdb

UN CARDIOLOGO RIVELA: GESU’ MORI’ PER UN INFARTO

http://www.corrierecaraibi.com/VARIE_Curiosita_gesu.htm

UN CARDIOLOGO RIVELA: GESU’ MORI’ PER UN INFARTO

Analizzate da uno specialista milanese le cause che provocarono il decesso

di Marcel Blanch

La morte di Gesù resta ancora un mistero sotto il profilo medico, perché le cause del decesso non sono state ancora completamente chiarite. Se non ci sono dubbi sul significato religioso e filosofico della crocifissione e della resurrezione, senza dubbio mancano risposte scientifiche certe sulla agonia del figlio di Dio che a Pasqua i cattolici vivono con devota commozione. Ad approfondire il delicato argomento in questi giorni di Quaresima è un cardiologo milanese, Francesco Fiorista, fervente cattolico e autore anche di libri sui vangeli, che analizza le varie supposizioni mediche circa la fine del Cristo. Le ipotesi fino ad oggi più accreditate restano quelle che il mondo scientifico ha raccolto a partire dal lontano 1871: ipotesi che affermano, come ha dichiarato il presidente della Royal Medical Society di Edimburgo, che la causa principale della morte di Gesù sia stata un infarto miocardico. Ma i dubbi non mancano. Il supplizio della crocifissione si svolse in maniera decisamente anomala, in quanto tale tortura durò un giorno solamente, anzi, stando alla testimonianza di S. Luca, appena tre ore e ciò risulta in contrasto con la tradizione dell’epoca che invece aveva l’intento di infliggere una morte lenta e dolorosa. Fatto questo che sorprese lo stesso Pilato, che lo aveva condannato e che ne aveva potuto ammirare il coraggio e la resistenza alle varie sevizie subite durante la notte precedente alla crocifissione davanti a Caifa e al Sinedrio. Non ci si deve dimenticare infatti le sofferenze a cui il Figlio di Dio fu sottoposto: la flagellazione, i vari colpi subiti alla testa con copiose perdite di sangue, la fronte completamente lacerata dalla corona di spine; e per finire le ferite ai polsi e ai piedi prodotte dai chiodi. A tutto questo si deve aggiungere, come ricorda il professore Fiorista, il digiuno e uno stato avanzato di disidratazione che sicuramente lo resero ancora più debole. Per non parlare della lunga esposizione al freddo della notte del corpo nudo, del principio di infezione delle innumerevoli ferite subite durante il calvario e una possibile febbre da trauma. Tutte circostanze che sicuramente diminuirono la sua resistenza fisica. È difficile quindi determinare la causa principale della sua morte così rapida sulla croce. Sono state fatte varie ipotesi. Secondo un medico americano una delle concause principali fu il sudore ematico: nel giardino di Getsemani, sentendo vicino il momento della morte, Cristo accusò uno stato di profonda angoscia psicologica tanto che, scrive Luca nel suo Vangelo, « il suo sudore divenne simile al sangue ». Altri ipotizzano invece di un decesso per asfissia, favorita dalla comparsa di una progressiva e irreversibile contrattura muscolare generalizzata. E’ stata anche ventilata la possibilità di una morte riflessa da deglutizione con secondario arresto cardiaco. Ipotesi che si basa sul fatto che i legionari gli diedero, in quella posizione abnorme, da bere una bevanda composta da acqua, aceto e uovo. È molto difficile dare una risposta certa a questo quesiti, tenendo conto anche del fatto che le interpretazioni dei vangeli sono molte e variegate e che le rappresentazioni pittoriche della crocifissione non raffigurano fedelmente la sua agonia. Basti pensare che alcuni pittori rappresentano il Cristo con le mani inchiodate, mentre sappiamo che furono i polsi ad essere trafitti. E non solo: anche i piedi vengono solitamente disegnati sovrapposti e inchiodati su un piccolo legno di sostegno; altro grave errore perché i piedi di Gesù furono trafitti separatamente.

CROCE RIVELAZIONE DELL’AMORE. DIO E LA SOFFERENZA DELL’UOMO.

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=4237

CROCE RIVELAZIONE DELL’AMORE. DIO E LA SOFFERENZA DELL’UOMO.

Riflessione sul significato della sofferenza alla luce della croce di Cristo. È un testo assai impegnativo tratto, in forma un po’ abbreviata, da una relazione tenuta dal card. Kasper a un recente convegno sulla teologia della croce.

“Dio è amore”: questa affermazione, tratta dalla prima lettera di Giovanni (3, 8.16), è stata scelta da papa Benedetto XVI come tema della sua prima enciclica. Il documento affida così alla teologia il compito di ripensare e riproporre in modo nuovo il discorso dottrinale su Dio, inserendolo in un’ottica biblica di centrale importanza. La constatazione “Dio è amore” pone una vera e propria sfida. E non solo perché a essa era categoricamente contrario Aristotele, ritenendo che Dio, amato da tutti, non amasse, ma fosse il motore immobile.
L’espressione “Dio è amore” è una sfida anche perché, almeno a partire da Leibniz, Kant, Hegel e Nietzsche, essa deve fare i conti con un’altra questione: se e come Dio sia responsabile della sofferenza nel mondo. Lo stesso papa Benedetto XVI, di fronte all’indicibile sofferenza e all’inaudita ingiustizia collegate al nome di Auschwitz, si è posto la domanda: “Dove era Dio in quei giorni? Perché ha taciuto? Come ha potuto tollerare quest’eccesso di distruzione, questo trionfo della malvagità?”. “Perché hai taciuto? Come hai potuto sopportare tutto questo?”.1
Il problema della teodicea, ovvero la questione di come sia possibile conciliare la sofferenza dell’innocente con l’esistenza di un Dio buono e al tempo stesso onnipotente, costituisce il punto più spinoso della dottrina su Dio, molto più spinoso di tutte le altre questioni teoriche e le obiezioni che vengono sollevate sull’esistenza e la natura di Dio. La sofferenza è la roccia dell’ateismo, ha detto Büchner, e Stendhal ha osservato cinicamente che l’unica scusa di Dio è quella di non esistere. Dostojevski, Camus e molti altri hanno tematizzato la questione in modo pregnante. È stato obiettato infatti: o Dio è buono ma non onnipotente, non potendo far niente contro l’ingiustizia, e non è allora Dio; o Dio è onnipotente ma non buono, non volendo far niente contro l’ingiustizia, e allora è un demone malvagio. Dopo Auschwitz, la teologia ha acutizzato ulteriormente tale questione: alcuni hanno sostenuto che non sia più possibile parlare di un Dio onnipotente e buono allo stesso tempo.
Vediamo dunque che il tema di cui ci occupiamo non _è assolutamente un problema astratto, ma è una questione profondamente esistenziale, che penetra fino al nucleo vitale della fede cristiana e che pone la fede in Dio di fronte alla sua negazione, nella forma umanamente più pesante. Dopo le esperienze atroci che hanno segnato il XX secolo e quelle che si sono verificate già all’inizio del XXI, non è più possibile schivare la questione dell’esistenza/presenza di Dio e del senso della sofferenza innocente. Ma entrambe possono essere esaminate e discusse solo congiuntamente.
La sacra Scrittura, a differenza di quanto afferma Aristotele, ci indica tale stretta relazione già nelle più antiche parti dell’Antico Testamento. Essa ci dice che Dio è un Dio misericordioso, che prova compassione di fronte alla miseria umana (Es 34,6 s.). In modo significativo leggiamo in Osea: «Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione» (11,8). La teologia ebraica parla per questo della partecipazione “passionale”, addirittura del pathos di Dio nei confronti delle sue creature e del suo popolo. Dio non troneggia impassibile al di sopra delle atrocità del mondo. Dio è commosso dalla sofferenza e dalla gioia dell’uomo e ad esse reagisce con gioia o dolore, con approvazione o indignazione, con amore o con collera. Anche Gesù prova collera e tristezza di fronte alla durezza del cuore degli uomini (cf. Mc 3,5); egli è mosso a compassione (cf. Mt 9,36); è colto dalla paura e dall’angoscia; è triste fino alla morte (Mc 14,33ss.); alla fine, lancia dalla croce il suo grido di sofferenza per l’abbandono di Dio (Mc 15,34).

DIO NON È APATICO NÉ INDIFFERENTE
Il Dio del Nuovo e dell’Antico Testamento non è un Dio apatico come quello di Aristotele, non è un Dio indifferente al dolore umano, ma è un Dio “simpatico”, nel senso etimologico della parola, un Dio che soffre con noi. È l’Emanuele, il Dio con noi (Is 7,14; Mt 1,23). Tuttavia, nel tentativo di trovare una risposta al perché della sofferenza dell’innocente, l’Antico Testamento ha dovuto percorrere un lungo cammino. Il libro di Giobbe alla fine riprende tutte le risposte e, conducendole ad absurdum, arriva alla conclusione che Dio è imprevedibile e che l’unica risposta possibile davanti al mistero insondabile di Dio sia il silenzio. Nemmeno il Nuovo Testamento ci fornisce una risposta teorica precisa, ma ricorre all’immagine veterotestamentaria del servo sofferente (Is 53) proiettandola sulla passione e sulla morte di Gesù, il più innocente tra tutti gli uomini. In modo quasi trionfale sostiene: se Dio per noi non ha risparmiato neppure il suo figlio, allora niente potrà separarci dall’amore di Dio, né la vita, né la morte (Rom 8,31-39). È alquanto significativo dunque che l’affermazione “Dio è amore” si situi nel contesto della croce (cf. 1 Gv 4,8ss).
La costituzione pastorale Gaudium et spes del Vaticano II ha intuito quanto rivoluzionaria fosse questa affermazione per la nostra concezione di Dio e ha affermato: «Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime» (22). Il riferimento alla croce di Gesù fornisce a colui che crede una risposta esistenziale. Ma non per questo la sfida teologica risulta risolta, al contrario: ecco emergere di colpo altri interrogativi, in modo del tutto nuovo. Di fatti, secondo la logica umana, la croce è stoltezza e scandalo (1 Cor 1,21.23; 2,14). Ci chiediamo allora: come è possibile comprendere la croce come rivelazione dell’amore di Dio? La croce non è piuttosto il segno di un Dio crudele, collerico, violento, che ha bisogno di un capro espiatorio e che sacrifica il suo stesso figlio come prezzo da pagare per la riconciliazione?
Con il mistero della croce, la teologia si trova confrontata a una realtà che va ben oltre ciò che la teologia negativa aveva sostenuto. All’interno di tale tradizione teologica, Anselmo da Canterbury aveva affermato che Dio era ciò di cui non si poteva pensare niente di più grande (Proslogion, cap. 2), e si era spinto ancora oltre, dicendo che Dio era più grande di tutto ciò che si poteva pensare. Ma davanti alla croce, la teologia non s’imbatte soltanto nel limite del proprio pensiero. Davanti all’azione imprevedibile e incomprensibile di Dio sulla croce, essa tocca il limite di ciò che ritiene essere la realtà stessa di Dio.
La croce crocifigge il concetto che abbiamo di Dio. Un Dio sulla croce, che soffre e che muore, è il contrario dell’immagine di Dio che di solito ci facciamo. La croce mette in discussione uno degli assiomi fondamentali della metafisica tradizionale, la quale, a priori, considera come caratteristiche quasi imprescindibili di Dio immutabilità e apatia. Non solo Aristotele, ma anche i grandi pensatori della teologia scolastica escludevano che Dio potesse partecipare alla sofferenza di Gesù e alla sofferenza degli uomini, poiché, così argomentavano, relazioni reali esistono soltanto a partire dalla creatura verso Dio, ma non viceversa, essendo Dio perfetto. Pertanto, la sofferenza della creatura non può commuovere Dio, il quale non può soffrire.2 Ci chiediamo allora: quando la Bibbia parla della compassione di Dio, tema centrale in tutta la Scrittura, dobbiamo interpretarla metaforicamente?
Alcuni Padri della Chiesa e teologi hanno osato combinare il concetto di Dio e quello della sofferenza, parlando addirittura di un Dio che muore. Ma ecco che affiora un’altra domanda altrettanto impellente: se prendiamo sul serio la croce e parliamo di un Dio che muore, allora, per essere coerenti, non dobbiamo parlare anche della morte di Dio? Hegel lo ha fatto con un vecchio canto religioso: “Dio stesso è morto”. E con particolare veemenza Nietzsche è entrato in campo proclamando, contro il cristianesimo, che Dio è morto. La teologia del “Dio è morto”, negli anni sessanta e all’inizio degli anni settanta, voleva demolire tali affermazioni, credendo di poter interpretare il Dio cristiano in modo ateo. Nel frattempo, destinata a durare ben poco, anch’essa è morta (e ha avuto la sorte che ben meritava). Ma il problema rimane. Non pochi contemporanei ritengono infatti che le indicibili sofferenze e ingiustizie nel mondo provino l’assenza, l’impotenza, o se non altro il silenzio di Dio. Nessuna vita pare scaturire ormai da Dio; Dio, o almeno il messaggio di Dio, è morto.
La croce come risposta alla domanda sull’esistenza di Dio di fronte alla sofferenza dell’innocente nel mondo è dunque tutt’altro che una risposta semplice e compiacente. Piuttosto, è una risposta scomoda, difficile, che ci induce a intraprendere una riflessione teologica ancora più approfondita. La croce è al contempo fondamento e critica della teologia. Essa ci spinge a ridefinire ciò che intendiamo con Dio.

CONTESTO STORICO ED ECUMENICO
Guardando agli sviluppi storici più antichi e a quelli più recenti, incontriamo vari tipi di teologia della croce.

La Teologia dei Pastori
I Padri della Chiesa del II e III secolo interpretarono la croce, sulla base del Nuovo Testamento, come uno scandalo. Tertulliano definisce il cristianesimo come religione della croce (Apol., 16,6). I primi Padri ribadiscono il paradosso del Dio che, incapace di soffrire, ha sofferto. Alcuni tra loro, come Atanasio e Ilario di Poitiers, parlano senza esitazione del Dio sofferente e crocifisso; Tertulliano dice addirittura “Deus mortuus” (Adv. Marcionem II, 16,3). Ancora i monaci theopaschiti, durante questa controversia del VI secolo, affermavano che una delle tre persone divine aveva sofferto. E il V concilio ecumenico confermava tale posizione. Tuttavia, con la svolta costantiniana e il famoso presagio “In questo segno vincerai”, la croce non è più vista come scandalo. Comincia a predominare il motivo della croce vittoriosa, vessillo di trionfo. Già in Gregorio di Nazianzo troviamo l’espressione: “il segno invincibile della croce” (Oratio 45,21). Ancora a questa connotazione vittoriosa s’ispira l’arte romanica, nel modo ad esempio in cui rappresenta la croce e la posiziona all’interno della chiesa sull’arco trionfale, all’entrata del presbiterio.

La Teologia medievale
Nel Medioevo, a partire da Bernardo di Chiaravalle, si sviluppa una particolare forma di pietà, che accentua la dimensione della compassione, ponendo al centro dell’attenzione la debolezza umana e la sofferenza di Cristo. L’identificazione con la sofferenza di Gesù è esemplificata in modo pregnante dalle stigmate di s. Francesco di Assisi. Nel tardo Medioevo, la devotio moderna, attraverso la continua contemplazione della passione, doveva condurre all’imitazione di Cristo, incoraggiando il fedele a partecipare alla passione del Signore e a seguire il suo cammino di croce. Ricordiamo, a tal proposito, due opere molto significative: De imitatione Christi e De passione Christi di Tommaso da Kempen. Questa nuova forma di pietà ispirò anche una nuova immagine della croce: il crocifisso gotico, incoronato di spine, con il volto segnato marcatamente dal dolore. In un tempo in cui l’Europa era sconvolta dal flagello della peste, rivolgere lo sguardo al crocifisso, all’uomo del dolore, significava cercare consolazione nel mezzo della miseria umana.
La pietà medioevale, che in tempi più vicini ai nostri si è sviluppata nella pietà del Sacro Cuore di Gesù, esprime in modo suggestivo il significato soteriologico, esemplare e spirituale della croce. Tuttavia, manca la dimensione teologica: si parla cioè del significato della croce all’interno della riflessione condotta sull’uomo, ma non di quella condotta su Dio. Il quadro classico della metafisica greca, tranne poche eccezioni, rimane il punto di riferimento pressoché inalterato.

La Teologia di Lutero
A segnare una nuova svolta è la teologia della croce di Lutero,3 che parla di una theologia paradoxa. Secondo Lutero, il vero teologo non è colui che arriva alla conoscenza dell’essenza invisibile di Dio attraverso la realtà creata, ma è colui che comprende attraverso la passione e la croce ciò che è visibile di Dio e ciò che di lui è stato manifestato nel mondo. La croce, da sola, è contenuto della teologia e della predicazione: Crux sola est nostra theologia (WA 5, 176,32 s). Lutero oppone questa theologia crucis alla theologia gloriae della scolastica. Secondo lui, Dio può essere realmente conosciuto soltanto sul cammino della croce. Mentre il peccatore ha corrotto ogni cosa, Dio ha raddrizzato tutto e ha fatto della croce un cammino di salvezza. Sulla croce egli è sub contrario absconditus (WA 56, 392). “Dio contro Dio a favore degli uomini”, “Il Dio misericordioso contro il Dio collerico, per il nostro bene”, così è stata descritta e riassunta la teologia della croce di Lutero.
Il pensiero di Lutero ha fatto storia non solo nella teologia, ma anche nella filosofia. Esso, ad esempio, è stato ripreso e sviluppato in modo significativo dalla filosofia dialettica di Hegel. Secondo Hegel, Dio realizza se stesso come soggetto assoluto attraverso il suo porsi al di fuori di sé e il suo auto-differenziarsi; non vi è pertanto una chiara distinzione tra la storia di Dio e la storia del mondo. Dal punto di vista teologico, questo comporta una profonda ambiguità. L’interesse per la teologia consiste tuttavia nel fatto che Hegel abbia collegato il significato della croce alla riflessione su Dio, fornendo un importante spunto per lo sviluppo moderno della teologia protestante. In riferimento e in opposizione ad Hegel, il più recente pensiero protestante di Barth, Moltmann e Jüngel è giunto a una teologia della croce che, nel differenziarsi dalla teologia naturale di stampo metafisico, rimane fedele all’istanza di Lutero. Per questi teologi la croce, e in fondo soltanto la croce, è il punto di partenza per conoscere Dio, è il luogo in cui Dio definisce sé stesso.
Alla base di tale teologia vi è il concetto di una relazione tra Dio e uomo, e tra fede e ragione, che non lascia spazio alla cooperazione umana. Questo vale sia per la natura e l’azione umana di Gesù Cristo, che per la partecipazione degli uomini al processo di salvezza, partecipazione resa possibile dalla grazia divina. L’aut-aut nella teologia della croce di Lutero lo porta a non riconoscere agli uomini la capacità di cooperare alla propria giustificazione. Ecco perché questa teologia è di cruciale importanza per il dialogo ecumenico sulla dottrina della giustificazione. Anche se in tale ambito siamo pervenuti nel frattempo a un accordo su questioni fondamentali, molti punti rimangono aperti e dovranno essere ulteriormente discussi proprio alla luce della teologia della croce.

La teologia orientale
Un’altra via, con caratteristiche proprie, ci viene indicata dalla teologia russo-ortodossa sviluppatasi nella prima metà del XX secolo. Il suo ambiente vitale è la liturgia ortodossa, che attribuisce alla croce un’importanza ancora più centrale di quella riconosciutale in occidente. Questa teologia è segnata dall’esperienza del dolore, in particolare dalla capacità del popolo russo di sopportare la sofferenza e dall’interpretazione kenotica dell’esistenza umana, tipica anche dei romanzi di Dostojevski. Diversi nomi possono essere citati: Solovjev, Tarejev e, il più importante di tutti per la teologia, Bulgakov. Per quest’ultimo, tutta l’economia della salvezza è caratterizzata dalla synkatabasis (condiscendenza; abbassamento) di Dio. Essa inizia già con la creazione e arriva al suo culmine con l’incarnazione e la crocifissione. Sia nella creazione che nella redenzione l’infinito Dio lascia nondimeno spazio a una realtà “non divina”, ovvero opta per una “auto-limitazione”. Fondamentale è la struttura kenotica dell’economia della salvezza, resa possibile dal rapporto tra le persone della Trinità, le quali, comunicando nell’amore, si lasciano spazio l’una all’altra. Bulgakov parla addirittura di un sacrificio di sé intertrinitario, che si concretizza nella storia sulla croce.
Alla luce di ciò che è stato appena detto, si capisce quanto, nel dialogo ecumenico, si possa imparare dalla ricchezza della spiritualità e della teologia ortodosse. Ma se è vero che la grandezza di tale visione è innegabile, è anche vero che in essa è insito un rischio da non sottovalutare. Questa grandiosa visione unitaria potrebbe cioè far perdere di vista il carattere misterioso e da non deviare che la croce riveste nella storia, facendo inavvertitamente slittare la teologia nella sofiologia. La Sofia diventerebbe allora una realtà sovracristologica e la croce storica sul Golgota non sarebbe altro che la trasposizione visibile di un Golgota metafisico.
Mentre la posizione luterana tende verso un “aut-aut” di kenosi e Logos, contrapponendo l’uno all’altra, i teologi ortodossi russi tendono, come Hegel, a interpretare in modo speculativo il Logos come kenosi, svuotando del suo significato costitutivo il mistero della kenosi che ha avuto luogo storicamente sulla croce. Ciò spiega perché esistano forti riserve nei confronti di tale teologia all’interno dell’attuale Chiesa ortodossa russa.

La teologia cattolica
Sulla base di una rilettura della Scrittura e della tradizione patristica stimolata dalla teologia ortodossa e da alcuni concetti fondamentali del pensiero di Lutero, anche l’odierna teologia cattolica ha sviluppato una teologia della croce. Tra i nomi da ricordare, il più importante è sicuramente quello di H. U. von Balthasar, a cui ritorneremo in seguito. Ma la prima domanda che ci dobbiamo porre è: dove si situa la teologia cattolica all’interno di questa discussione? La teologia della croce luterana è di stampo paolino; quella ortodossa viene solitamente descritta come giovannea. Quale è la caratteristica della teologia cattolica della croce?
La tesi qui sostenuta, che verrà argomentata più sotto nel dettaglio, è che la teologia della croce cattolica sia primariamente sinottica e possa essere definita petrina, come si spiegherà tra breve. Questa argomentazione parte dalla croce storica e dalla sua interpretazione biblica; nella croce storica tenta di comprendere il Logos. In questo senso si tratta di una teologia “dal basso”, che non contrappone la kenosi al Logos, né comprende speculativamente il Logos come kenosi, ma lo ricerca nell’evento storico della kenosi e legge nella croce la rivelazione dell’amore divino.

LA SOSTITUZIONE VICARIA
La tesi appena formulata ci porta, come secondo passo, a ricercare i fondamenti biblici. L’esegeta Martin Hengel, di Tubinga, nel suo scritto “Pietro sottovalutato”, ha menzionato validi motivi che dimostrano sorprendentemente come la tradizione sinottica, attraverso Marco, discepolo di Pietro, risalga fino a quest’ultimo. Hengel sostiene addirittura che la teologia di Pietro possa essere equiparata a quella di Paolo. Hengel ritiene anche che si possa ricondurre a Pietro l’interpretazione sinottica della croce, sulla base del concetto di sostituzione vicaria. Il concetto di sostituzione vicaria, già presente nella teologia veterotestamentaria del servo sofferente (Is 52,13-53,12), è fondamentale per la venuta di Gesù in mezzo agli uomini, a iniziare dal battesimo nel Giordano, fino ai racconti della passione (Mc 10,45) e a quelli dell’ultima cena, che interpretano l’evento della croce come morte vicaria “per gli altri”. Dalla tradizione sinottica, di stampo fortemente petrino, il concetto di morte vicaria passa poi alla tradizione paolina (2 Cor 5,21) e a quella giovannea (Gv 3,16).
Quello della sostituzione è dunque un concetto chiave in tutti i Vangeli e nell’intero Nuovo Testamento. Esso sembra risolvere il nostro problema, poiché può essere considerato il giusto punto di partenza biblico per una teologia della croce. Questo concetto è espresso nel Nuovo Testamento con la formula “per voi”, “per noi”, “per molti”, avente un triplice significato. Essa ci dice che Gesù ha dato la sua vita “al posto di” noi peccatori; noi come peccatori siamo assoggettati alla morte e non possiamo aiutarci da soli. In questa situazione, Dio è venuto in nostro soccorso ed ha assunto su di sé in modo vicario la maledizione del peccato, della morte, dell’abbandono di Dio. Il primo significato è dunque quello dell’intervento personale di Dio. Il secondo si riferisce al fatto che Gesù ha dato la sua vita “per noi” e “per molti”; è quello del sacrificio di Cristo per il nostro bene, in nostro favore. Infine la formula ci indica che Gesù ha compiuto tutto ciò “a causa” nostra, spinto da compassione verso di noi.

La Kenosi per amore
Agire in modo vicario significa quindi che Dio interviene al posto del peccatore, operando uno scambio, per la sua generosa misericordia e il suo infinito amore. Egli fa questo per noi e per il nostro bene, interviene per noi, muore al nostro posto affinché noi viviamo. Gesù prende il posto degli ultimi per farci posto presso Dio. La kenosi è la forma esistenziale dell’amore nella condizione del peccato. Non si svuota nel niente; essa mira piuttosto a riportare il bene, a ripristinare l’ordine voluto da Dio.
L’idea della sostituzione vicaria è stata accolta anche all’interno del credo apostolico. In modo conciso, si può dire che Dio è diventato uomo, è entrato pienamente nella condicio humana, affinché noi siamo divinizzati. Il concetto di sostituzione vicaria è dunque un concetto teologico chiave, che esprime la legge di una struttura in processo di divenire. È la legge del chicco di grano che deve morire per produrre frutto (Gv 12,24). È la legge del lasciare tutto per raccogliere un guadagno centuplicato (Mc 10,28). È soprattutto la legge dell’amore. Soltanto nel darsi all’altro e nell’esserci pienamente per l’altro, l’amore realizza se stesso. L’abbandonare per guadagnare è la legge fondamentale dell’amore e dell’amicizia (Gv 15,13). Essa è la legge di Cristo: portare i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2).
È precisamente in questo ampio contesto che va compreso il grido di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Questo grido è espressione del profondo svuotamento di se stesso che compie Gesù e della sua totale solidarietà con noi. Egli assume davvero su di sé il peso dell’abbandono di Dio, dell’eclissi di Dio dal mondo. Tuttavia, questa citazione dell’inizio del Salmo 22 è, in linea con la tradizione ebraica, un riferimento all’intero salmo, il quale comincia, è vero, con il lamento per l’abbandono di Dio, ma si conclude con la riconfortante certezza che Dio rimane fedele al suo popolo. Per questo, il grido di abbandono lanciato da Gesù non può assolutamente essere letto in chiave atea. Esso non ci dice che Gesù ha per così dire rinunciato al suo essere Dio, ma esprime piuttosto il fatto che Dio ci soccorre e ci salva perfino nella notte d’eclissi più buia in cui l’uomo possa trovarsi, in cui noi, soprattutto al presente, ci troviamo. Anche in una simile situazione, egli è il Dio presente, egli è il Dio con noi. Luca ha interpretato giustamente le dure parole dell’abbandono riportate in Marco, dicendo: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). E in Giovanni troviamo l’affermazione che corona il mistero della croce: “Tutto è compiuto!” (Gv 19,30).
Anche le parole della kenosi nell’inno della Lettera ai Filippesi (2,7; cf. 2 Cor 8,9; Eb 2,9) vanno capite in questo senso. Kenosi significa svuotamento, cessione, rinuncia, alienazione. Attraverso la propria auto-alienazione, Gesù, che era Dio nella forma, ha scelto di prendere il posto di noi peccatori, di noi che siamo assoggettati alla morte e quindi suoi servi. Ecco perché Gesù assume la forma di servo. Ma lasciandosi crocifiggere non per necessità del destino ma per sua propria volontà e per obbedienza al Padre, egli sottrae alla morte il suo pungiglione e ci libera dalla schiavitù, dandoci una nuova vita. L’auto-alienazione non si esaurisce dunque nel vuoto, nel nulla; al contrario, essa è la via verso l’innalzamento, tramite cui Gesù diventa Kyrios, ovvero Signore del mondo. La morte di Gesù è la morte della morte e la liberazione a nuova vita. Agostino ci fornisce una giusta interpretazione di tutto questo quando scrive in modo conciso e pregnante: “Solo perché Dio, abbassandosi, si è reso presente e attivo, è possibile dire: ‘Ucciso dalla morte, egli uccide la morte’ “ (In Jo XII, 10 s.).
Si capisce dunque perché per Paolo la croce costituisca il mistero della sapienza di Dio (1 Cor 1,7-25; 2,6-10; 2 Cor 13,4) e la parola della croce sia l’essenza del messaggio salvifico. Negli scritti più tardi del Nuovo Testamento la croce assume addirittura una dimensione cosmica; attraverso la croce, tutto viene riconciliato a Dio (Col 1,20). L’Apocalisse giovannea ci presenta l’agnello immolato come luce del cosmo (Ap 21,23). Nel Nuovo Testamento la kenosi non è quindi contrapposta al Logos; sul Logos essa getta una nuova luce. A sua volta, il Logos non può essere interpretato in maniera speculativa e dialettica come kenosi. Piuttosto, è la kenosi della croce a svelare pienamente il senso del Logos, che è l’amore. E l’amore è il senso dell’essere. Detto questo, ecco che abbiamo compiuto il primo passo verso una trattazione sistematica della teologia della croce.

LA CRISTOLOGIA DELLA KENOSI
Il Nuovo Testamento ci dice che Dio stesso è all’opera sia nella kenosi di Gesù che nel suo innalzamento. Dio si rivela nel suo Figlio. Nel Gesù terreno, nel Gesù crocifisso si manifesta la gloria di Dio e il suo amore. Sulla croce ci viene dunque svelato Dio stesso come amore. Nell’economia della salvezza, Dio non rivela “qualcosa” ma rivela se stesso (DV 2). Se la rivelazione è intesa come auto-rivelazione, allora la realtà di Dio non è “qualcosa” che si nasconde “dietro” la sua rivelazione: là, Dio stesso è presente. L’amore di Dio rivelatosi sulla croce rende visibile Dio stesso come amore. Sulla croce egli si rivela come colui la cui essenza è amore. Detto in maniera più astratta: nella Trinità economica rivelata dalla croce e dalla risurrezione, si rivela la Trinità immanente.

La Trinità
Per comprendere più profondamente la natura trinitaria di Dio, possiamo partire dalla natura dell’amore. Precisamente da qui era partito anche Agostino,4 senza però sviluppare oltre il suo pensiero. Per lui, come per la tradizione teologica classica, fondamentale è l’analisi dell’atto conoscitivo. Nella teologia odierna possiamo costatare lo stesso interesse. Stimolato dalle analisi di Fichte, di Schelling, di Hegel e soprattutto dal personalismo dialogico di origine ebraica, come in Martin Buber e, in modo sostanzialmente più radicale, in Emmanuel Lévinas, lo studio del fenomeno dell’amore occupa adesso un posto di primaria importanza.
Oggi, il punto di partenza della riflessione teologica sulla Trinità è principalmente l’auto-comunicazione di Dio. Ma l’amore, che comunica se stesso per essere una cosa sola con l’altro, non significa fusione. Il vero amore non assorbe l’altro, né lo usa per la propria auto-conoscenza o auto-realizzazione. L’amore non ha una struttura dialettica, ma una struttura dialogica. Amore significa essere una cosa sola con l’altro, preservando l’identità di ognuno, e permettendo allo stesso tempo la realizzazione ed il compimento di ciascuno. Chi darà la propria vita, la riceverà. L’unità nell’amore comporta dunque il riconoscimento della differenza. L’amore sa distinguere e sa ritrarsi. L’amore fa un passo indietro; esso rende l’altro libero e ne riconosce l’alterità. La logica dell’amore è dunque quella del lasciarsi spazio reciprocamente: è quella, anche, della rinuncia. Amore e dolore, amore e morte, ecco due realtà strettamente legate, come ci dicono da sempre i grandi poeti.
Possiamo allora interpretare l’affermazione che Dio è amore così: Dio è se stesso nell’essere totalmente per l’altro. Il Dio-amore può essere concepito soltanto come un’auto-differenziazione al suo interno. Pertanto, la dottrina trinitaria non contraddice il monoteismo, come più volte si sente dire. Essa esprime piuttosto il fatto che un Dio-amore può essere pensato soltanto in maniera trinitaria. La Trinità è il monoteismo concreto.
Di fronte alla realtà della sofferenza, la Trinità è l’unica forma di monoteismo che possa essere concepita e che possa esistere. Dalla croce in poi, pensare a Dio in modo trinitario significa pensare a un Dio che al suo interno lascia spazio all’altro se stesso. Diversamente dal Dio onnipotente che molti si immaginano, Dio è assolutamente non violento. Dio, nella sua essenza, è colui che si apre totalmente e che si offre. Dio non opprime; egli si lascia addirittura cacciare dal mondo, e ci si mostra debole, impotente. Dio è in se stesso kenotico. Balthasar parla della kenosi originaria e di una “divisione” all’interno di Dio. Ma in questo suo essere kenotico, Dio non rinuncia a se stesso, non si trasforma in qualcosa di diverso, non abbandona la propria divinità. In questa sua esistenza kenotica, Dio è Dio.

Rivoluzione metafisica
Come la croce è la rivelazione dell’amore intratrinitario di Dio, così l’amore intratrinitario di Dio è la condizione interna che rende possibile la compassione di Dio fino alla morte in croce. La croce è dunque la forma più esterna dell’amore divino che si dà, è la forma più esterna dell’amore costitutivo di Dio. Questa tesi comporta una vera e propria rivoluzione metafisica. La relazione non è più concepita come una semplice realtà accidentale. Così come la vera realtà non corrisponde più semplicemente né alla sostanza, che sussiste in sé e per sé, né al soggetto che esiste in sé e per sé secondo il pensiero moderno. Adesso è nella relazione stessa che si fonda la sussistenza delle persone della Trinità. Dio è relazione, e nella relazione egli viene a noi. Nell’essere il Dio per noi e con noi, egli rivela la sua natura più profonda.
Il tema della sofferenza di Dio, che è stato sempre così spinoso per la tradizione teologica, acquista allora una nuova dimensione. La sofferenza, e in questo dobbiamo riconoscere che la teologia classica ha assolutamente ragione, non può essere sperimentata da Dio in modo passivo. Quando Dio soffre, lo fa in modo divino. La sofferenza divina non è espressione di una mancanza, ma di una libera volontà. Dio non è investito passivamente dal dolore della creatura, ma si lascia coinvolgere intenzionalmente. Per questo, l’onnipotenza di Dio non è in contraddizione con il suo amore; la sua onnipotenza si manifesta nell’amore, poiché è precisamente l’onnipotenza che rende possibile il ritirarsi senza rinunciare a se stessi. L’onnipotenza di Dio è l’onnipotenza del suo amore, che rivela ciò che è ed è ciò che è proprio nel lasciare spazio all’altro.
Il Dio compassionevole, che si manifesta sulla croce, è la risposta alla questione della teodicea: Dio è il Dio che soffre e che muore, e si fa vicino a coloro che sono oppressi, torturati, martirizzati. Dio è al loro fianco e soffre con loro. Questo non significa però che dobbiamo glorificare o divinizzare la sofferenza. Dio non divinizza la sofferenza, ma la redime, mutandola al suo interno. Non l’elimina, ma la trasforma in speranza. La croce è infatti la via verso la risurrezione e la trasfigurazione. Il dolore e la morte non hanno l’ultima parola. La cristologia della kenosi ci conduce oltre se stessa, verso la cristologia pasquale dell’innalzamento e della trasfigurazione. Come dice la Scrittura, “nella speranza noi siamo stati salvati” (Rom 8,20.24; 1 Pt 1,3).

SPIRITUALITÀ CRISTIANA ODIERNA
Lo abbiamo appena detto: la teologia della kenosi non è una speculazione astratta. Essa costituisce la tela di fondo della riflessione sulla teodicea e sul significato esistenziale della sofferenza e della morte. Essa è inoltre di grande importanza per il dialogo ecumenico. Una considerazione a parte meriterebbe il suo ruolo all’interno del dialogo interculturale e interreligioso, soprattutto per l’incontro con la spiritualità buddista e il suo concetto di nirvana.
In questo contesto, desidero fare solo alcune osservazioni conclusive sul significato che la teologia della kenosi riveste per una spiritualità cristiana odierna. Vi sono molte figure di grande rilievo che hanno mostrato l’importanza della sostituzione vicaria e che, testimoniandola con la propria vita, costituiscono un esempio luminoso per la spiritualità odierna e per un rinnovamento missionario della Chiesa: Teresa di Lisieux, C. de Foucauld, E. Stein, M. Kolbe, D. Bonhoeffer, O. Romero e molti altri. Ognuno a modo proprio, essi si sono immersi nel grido di dolore e di abbandono di Gesù e hanno portato sulle proprie spalle, con solidarietà, il peso dell’eclissi di Dio dal mondo. Per loro, l’esperienza della notte, del deserto, dell’ultimo posto non ha significato un cammino verso un niente privo di senso, ma si è trasformata in qualcosa di attivo, in una vita spesa per gli altri, affinché la luce di Dio risplendesse anche nel buio più opprimente.
Anche per il cristiano di oggi non esiste un altro cammino. Nel mondo occidentale, egli normalmente non è esposto a una brutale violenza anti-cristiana, ma è costretto a vivere in una società che non conosce Dio, o lo conosce così poco da non essere neppure in grado di sostenere un ateismo cosciente. A Dio si è ormai indifferenti. Il mondo è diventato un deserto, una notte in cui non si distingue più nulla, in cui non c’è più né un sotto né un sopra, in cui si è perso l’orientamento. In questa situazione, la Chiesa non può più atteggiarsi a potente istituzione, portando davanti a sé la croce come segno temporale di vittoria. Il cristiano, piuttosto, dovrà sperimentare l’impotenza della croce, dovrà condividere la sofferenza di altri. Ed è proprio ora, in questa notte d’eclissi, che egli dovrà preservare e testimoniare per gli altri la luce della fede, della speranza e dell’amore. Ecco la sfida del cristiano di oggi e di domani: una presenza attiva a favore degli altri.
Maria è esempio e tipo di questa esistenza kenotica, lei, l’umile serva che ha dato spazio a Dio, dapprima nel suo cuore e poi nella sua carne. Maria ha portato avanti la speranza fino ai piedi della croce. E lo ha fatto per noi. Ha pronunciato il suo “fiat” al posto di tutta l’umanità. Maria è fulgido esempio di un’esistenza attiva “per” l’altro; ella è l’aurora di un nuovo mondo.

1 Discorso nel Campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau del 28 maggio 2006.
2 Tommaso d’Aquino, Summa theol. I q. 25, a.1; III q. 16 a. 4; q. 46 a.12 ecc.
3 La teologia della croce di Lutero si trova già nella disputa di Heidelberg del 1518.
4 Agostino, «Ecce tria sunt, amans et quod amatur et amor». De Trinitate VIII,10.
Link utili:
http://www.dehoniane.it
(Teologo Borèl) Aprile 2007 – autore: card. Walter Kasper

RITORNO A DIO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_d.htm

RITORNO A DIO

Giulio Bevilacqua *

Padre Bevilacqua, il «parroco-cardinale» nacque nel Veronese nel 1881. Si laureò a Lovanio con una tesi di carattere sociologico. Filippino nel 1906 e sacerdote due anni dopo, fu pensatore, scrittore e predicatore profondo e apprezzatissimo. Parroco in tempo di pace e cappellano durante la guerra, può veramente essere chiamato un «umanista cristiano» nel senso più pieno dell’espressione. Quando, a 84 anni, fu fatto cardinale e accettò questa dignità a patto di poter rimanere semplice parroco di periferia, si comprese che era uno degli uomini delle nuove frontiere della Chiesa, che davvero aveva saputo mantenersi sempre giovane. Morì povero fra i poveri il 6 maggio 1965, concludendo la sua splendida testimonianza di vita evangelica.

Tutta la creazione deve percorrere un immenso ciclo che parte da Dio e torna a Dio. In senso infinitesimale e analogico, ogni creatura umile e sovrana può ripetere la parola di Gesù: Uscii dal Padre, e venni al mondo: abbandono di nuovo il mondo e torno al Padre (Gv. 16, 28). La vita totale non è che questo immenso pellegrinaggio di stelle e di atomi, di spiriti e di corpi che, partiti da Dio, tornano a vivere o a morire, ai piedi o sul cuore di Dio. Ma nel cammino l’uomo si è improvvisamente arrestato. Per gelosia, per orgoglio. La grandezza da cui l’uomo usciva gli sembrava schiacciante. Per fame e sete di esperienze nuove, il sentiero incerto gli parve più dolce del grande cammino. L’uomo nel moto universale delle creature sentì allargarsi i confini del proprio io, sentì vicina la realizzazione del miraggio: sarai come Dio! Diffidente di fronte al comando di Dio, fu credulo alle promesse di tutte le insufficienze moltiplicate che gli garantivano paradisi terrestri tra i corpi e le cose. Corridore distratto, dimenticò che la gloria è all’ultima tappa e si familiarizzò con le tappe intermedie. Allora venne l’espiazione per ricordare all’uomo che ogni precetto di Dio è sotto pena di morte perché ogni precetto di Dio è legge di vita. Ogni ora portò all’uomo un tormento, ogni sforzo una delusione, ogni stagione una decadenza, ogni promessa una smentita. Come il soldato e che per viltà tronca la marcia e si distende sul ciglio della via, l’uomo, dopo la prima ebbrezza, si sentì solo… Prima della sosta, il cammino di andata-ritorno da Dio a Dio era dolce e luminoso come il cammino degli astri e lo svolgersi delle stagioni. Dopo l’arresto non è più così; la ripresa della marcia, nell’ordine universale, suppone un cumulo di energie, di capacità eccedenti ogni disponibilità umana. D’altra parte il ponte era spezzato tra l’uomo e Dio. L’uomo, in piena luce aveva rifiutato a Dio la dignità di bene unico e sovrano. Questo bene infinito e calpestato esigeva una riparazione di un valore infinito. Il Cristo poteva rappresentare in pieno questa umanità ribelle; ed il suo gesto di dolore e di amore sterminato, partendo dalla sua personalità divina, poteva riallacciare l’umanità a Dio… Così la pietà divina diede il Figlio per redimere il mondo. Il Signore della gioia si fece l’uomo del dolore ed assunse sopra di sé la gigantesca fatica di ricondurre l’uomo al suo Dio, attraversando un oceano di sofferenze dovute a noi dalla logica pesante e serrata della colpa come dalla logica alta e profonda della giustizia.

* L’uomo che conosce il soffrire – Ed. Studium; Roma 1940 pp. 57-59.

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