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IL CANTO DELL’ ATTESA

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IL CANTO DELL’ ATTESA

30 novembre 2014 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

Il cuore che spera possiede “già” il “non ancora” della pienezza d’amore che attende. Il libro dell’Apocalisse chiude con la promessa dello Sposo: Sì, vengo presto! E la sposa risponde: Vieni, Signore Gesù! (22,20). Questo grido invocativo risuona in un canto aramaico della Chiesa dei primi secoli che attendeva impaziente la parusia: Maranà tha!
Il canto della speranza sgorga dalla pienezza del cuore che crede e dalla forza della fede che ama. L’uomo senza speranza fa soltanto spettacolo di un credere vacuo, apparente e coreografico. Il canto della fede che spera è espressione viva di entusiasmo interiore che incendia il cuore e dà voce alla profezia e alla lode, al rendimento di grazie e allo stupore, alla gioia e alla contemplazione, alla supplica e al pentimento. Questa esperienza sempre entusiasta dell’uomo biblico percorre tutta la santa Scrittura: dal canto di gioia di Adamo, all’Amen dei redenti nell’Apocalisse; dall’appassionata difesa di Dio da parte di Mosè e dei profeti, al Magnificat di Maria, sino all’ebbrezza della Chiesa a Pentecoste. Si tratta di un canto ora di chi si trova direttamente coinvolto nell’azione di Dio, ora di chi desidera farne memoria viva. Questo canto non è finalizzato a creare una qualche atmosfera coreografica e superficiale ma è inno sublime che, mentre celebra nell’entusiasmo della fede le meraviglie di Dio, allo stesso tempo le annunzia agli altri uomini come speranza realizzata.
Se gli ebrei, seduti lungo i fiumi di Babilonia, piangendo, appendono le loro cetre ai salici amari e si rifiutano di cantare, è perché la drammatica vita d’esilio li ha allontanati da quella patria in cui soltanto potevano fare esperienza del loro Dio. Al contrario, Maria di Nazareth, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna, esplodono nel grido di gioia e di lode, perché sperimentano le ragioni della speranza compiuta nella propria vita.
Il canto della speranza, come tensione e attesa, è slancio verso quel futuro che trasfigura il presente. È aurora dell’atteso nuovo giorno che tutto illumina con la sua luce in splendore. La speranza non si esaurisce dentro il destino individuale dell’uomo ma avvolge e coinvolge il cammino dell’umanità intera verso il futuro di gloria.
La speranza cristiana, scrive Paolo a Timoteo, è attesa di un orizzonte di felicità che Dio stesso ha promesso e che coinvolge tutti gli uomini. Paolo, infatti, ha ricevuto dal Signore la missione di annunziare la salvezza offerta a tutti: Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tim 2,3-4). La fede, infatti, garantisce la realtà del futuro promesso perché, attraverso di esso, l’uomo pone la sua fiducia in Dio da cui ogni futuro dipende: La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede (Eb 11,1). Fede non è soltanto slancio verso l’avvenire, ma anche anticipazione e pregustazione della realtà che si attendono. La fede, attrae il futuro all’interno del presente, così che esso non è più soltanto il “non ancora”, perché, immerso nel presente che attende il compimento, ha già in grembo i semi del futuro. La nostra esistenza, infatti, è stata talmente arricchita di verità e di bontà dal Verbo fatto carne della nostra natura che niente più ci manca.
Se la fede ha la priorità nella declinazione della vita teologale, la speranza ha il primato esistenziale nella vita del cristiano: senza la fede, la speranza si riduce a mera utopia; senza la speranza, la fede è morta ed è incapace di tradursi in vita concreta. La fede, infatti, vede ciò che è, la speranza intuisce ciò che sarà, l’amore ama e armonizza ciò che è con ciò che sarà. In tal senso, la speranza è forza liberante che spinge in avanti il cammino faticoso della storia.
L’uomo che vive di speranza impara a stupirsi dinanzi alle sorprese di Dio che quotidianamente opera all’interno delle vicende umane. Lo stupore esplode in quella pienezza di canto che sgorga dall’entusiasmo del cuore: canta chi percepisce di essere inserito nell’azione salvifica di Dio e nella luce delle sue epifanie. Il canto del credente non è gesto di vuota spensieratezza, di superficiale ilarità o di puro estetismo che talvolta degenera in pericolosa idolatria che sgretola la divina Agape: al contrario, è espressione di un cuore ricolmo d’amore e di gratitudine per le rivelazioni di Dio che crea e redime.
I cristiani cantano perché Cristo risorto e glorioso vive in loro e li salva; cantano, sia che si trovino nella gioia sia che soffrano nel pianto; cantano perché il cuore è ricolmo di fiducia e di speranza. Lì dove il canto muore, cedendo il posto o al mutismo o alla vanagloria dell’arte canora, lì muore la speranza. L’uomo senza speranza è incapace di vivere in fraterna concordia evangelica perché, attratto da falsi miraggi di divinità costruite da mani d’uomo, disperso in mille confusi frammenti avvizziti come foglie secche su terreni di peccato e di morte, cammina vagabondo per vie sbagliate.
Dopo il passaggio del Mar Rosso, Mosè e gli Israeliti intonano il cantico di vittoria perché la speranza della liberazione è finalmente realizzata: Voglio cantare in onore al Signore, perché ha mirabilmente trionfato… Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. È il mio Dio e lo voglio lodare, il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! (Es 15,1.2). Senza fede in Dio che salva per amore, non si può effondere il canto d’amore fedele al Dio della speranza.
La celebrazione liturgica è il luogo privilegiato in cui lo stupore della fede si fa entusiasmo di preghiera in canto. Mentre, credendo, prego, imparo la sublime arte di sperare. “Culmine e Fonte” della speranza rimane sempre il mistero dell’Eucaristia, “farmaco d’immortalità” e “seme d’incorruttibilità”. Ecco perché tutte le Preghiere eucaristiche si chiudono con il ricordo della gloria verso la quale tende ogni celebrazione del mistero pasquale: «… e con tutte le creature, liberate dalla corruzione del peccato e della morte, canteremo la tua gloria» (IV Prece eucaristica).
Il canto della preghiera liturgica è tutto carico di attesa e di pregustazione escatologica perché partecipa all’Alleluia del Risorto che rivela e anticipa il termine della storia. Ogni canto della preghiera liturgica deve esprimere la quieta tensione tra un’incarnazione nell’affascinante e drammatica trama dell’oggi storico e la nostalgia colma di speranza dell’incontro con la terra promessa di un futuro annunziato e, in qualche modo, già presente, il cui desiderio e la cui realizzazione nella gloria è dono ineffabile dello Spirito Santo.
La necessità della vigilanza per la non conoscenza del tempo in cui il Signore verrà all’incontro con i suoi servi è veglia d’attesa paziente e fiduciosa che, nella perseveranza della preghiera, canta la speranza d’amore con l’inno “sempre antico e sempre nuovo” della fede. Nell’attesa, il canto della speranza comporta il vegliare operoso che è beatitudine: Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli (Lc 12,37). Il vegliare cristiano si pone all’interno della prima e della seconda venuta del Signore. La vita cristiana inizia dalla prima venuta, si sviluppa come cammino verso la seconda, si conclude nell’ultimo e definitivo incontro col Signore. Allora, quei servi che saranno rimasti svegli, se pur oppressi dal sonno, come gli apostoli sul Tabor, potranno vedere e godere la gloria del Trasfigurato che trasfigurerà i corpi mortali (cf Lc 9,32). Vegliate, vigilate: è l’invito di Cristo che ci prepara all’incontro con Lui. Vegliare e vigilare, dunque, sono i verbi dell’attendere amando. “Vegliare” è l’atteggiamento di chi è proteso verso l’incontro sperato che fa cantare il cuore tenendolo desto. “Vigilare” fa percepire e intravedere, attraverso i chiaroscuri dell’attesa, la venuta del Kyrios, il Signore-Padrone, nell’alveo misterioso di quel silenzio che è canto di speranza e di vita.
Quando i Padri della Chiesa cercano di configurare la vita del cielo e il segno della gloria, quasi sempre, si riferiscono al gesto del cantare. Sant’Agostino così descrive la vita della gloria: «Là riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo» (La città di Dio, XXII, 3,5). Quello che sulla terra si attua sacramentalmente nella divina Liturgia, in cielo è già piena realtà. Quello che già in terra si contempla mediante la fede, in cielo si vive nella beata visione.

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LA SPIRITUALITÀ DELL’AVVENTO

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LA SPIRITUALITÀ DELL’AVVENTO

La liturgia dell’Avvento è tutta un richiamo a vivere alcuni atteggiamenti essenziali del cristiano: l’attesa vigilante e gioiosa, la speranza, la conversione, la povertà.
L’attesa vigilante e gioiosa deve sempre caratterizzare il cristiano e la Chiesa perché il Dio della rivelazione è il Dio della promessa, il quale in Cristo ha manifestato tutta la sua fedeltà all’uomo. Tutta la liturgia dell’Avvento risuona di questa promessa, soprattutto nella voce di Isaia, che ravviva la speranza d’Israele. Non siamo di fronte a una finzione come se in questo tempo liturgico la Chiesa dovesse mettersi a recitare la parte degli ebrei che attendevano il Messia promesso. La liturgia esprime sempre la realtà e quando nell’Avvento assume la speranza d’Israele, lo fa vivendola ai livelli più profondi e pieni di attuazione. La speranza della Chiesa è la stessa speranza d’Israele, ma già compiuta in Cristo. Lo sguardo, allora, della comunità cristiana si fissa con più sicura speranza verso il compimento finale: la venuta gloriosa del Signore: “Maranathà: vieni, Signore Gesù”. E’ il grido e il sospiro di tutta la Chiesa nel suo pellegrinaggio terreno verso l’incontro definitivo con il Signore. Al senso dell’attesa vigilante è accompagnata sempre l’invito alla gioia. L’Avvento è un tempo di attesa gioiosa perché ciò che si spera, certamente avverrà. Dio è fedele.
Nell’Avvento tutta la Chiesa vive la sua grande speranza. Il Dio della rivelazione di Gesù ha un nome: “Dio della speranza” (Rm 15,13). Non è l’unico nome del Dio vivo, ma è il nome che lo identifica quale “Dio per e con noi”. L’Avvento è il tempo liturgico della grande educazione alla speranza: una speranza forte e paziente; una speranza che accetta l’ora della prova, della persecuzione e della lentezza nello sviluppo del regno; una speranza che si affida al Signore e libera dalle impazienze soggettivistiche e dalle frenesie del futuro programmato dall’uomo. La Chiesa vive nella speranza la sua esistenza come grazia di Cristo, tutta e solo ancorata alla parola del vangelo. Questa Chiesa è chiamata dal mistero dell’Avvento a rendersi segno e luogo di speranza per il mondo in un impegno concreto di liberazione integrale dell’uomo, liberazione che è inscindibilmente grazia di Dio e libera risposta umana.
Avvento, tempo di conversione. Non c’è possibilità di speranza e di gioia senza ritornare al Signore con tutto il cuore nell’attesa del suo ritorno. La vigilanza richiede di lottare contro il torpore e la negligenza, di essere sempre pronti e perciò stesso richiede distacco dai piaceri e dai beni terreni. Appare evidente che gli atteggiamenti fondamentali del cristiano, richiesti dallo spirito dell’Avvento, sono intimamente connessi tra loro, per cui non è possibile l’attesa, la speranza e la gioia per la venuta del Signore senza una profonda conversione. Lo spirito di conversione, proprio dell’Avvento, ha tonalità diverse da quelle richiamate dalla Quaresima. La sostanza essenziale è sempre la stessa, ma, mentre la Quaresima è contrassegnata dall’austerità per la riparazione del peccato, l’Avvento è contrassegnato dalla gioia per la venuta del Signore.
Un atteggiamento, infine, che caratterizza la spiritualità dell’Avvento, è quello del povero. Non è tanto il povero in senso economico, ma il povero inteso nel senso biblico: colui che si affida a Dio e si appoggia con fiducia in lui. Questi “anavim”, come li chiama la Bibbia, sono i miti e gli umili, perché le loro disposizioni fondamentali sono l’umiltà, il timore di Dio, la fede.

Giuliano Franzan OFM Cap.

TERZA DOMENICA D’AVVENTO: “ VIENI SIGNORE GESU’ ”

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PREPARIAMOCI ALLA TERZA DOMENICA D’AVVENTO, CON L’OMELIA DI DON GIANNI.

VIENI SIGNORE GESÙ!

3° DOMENICA DI AVVENTO 12 dicembre 2010. “ VIENI SIGNORE GESU’ ”  

Letture: Isaia 35, 1-6.8.10      Giacomo 5, 7-10      Matteo 11, 2-11        

Abbiamo celebrato da poco la festa dell’Immacolata e non vorrei tralasciare un pensiero riconoscente e affettuoso a Maria, la Madre di Gesù. Maria, madre della Chiesa, ci educa a tre atteggiamenti fondamentali da vivere sempre e in modo privilegiato proprio nella Messa.  Il primo è la gratitudine.           È l’atteggiamento che capovolge la noia e la banalità di una vita sazia di cose e povera di amore. “È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza rendere grazie sempre e in ogni luogo a Te, Padre Santo…”: ogni volta che nei nostri Prefazi risuonano queste parole, è il prolungarsi nella Chiesa del Magnificat di Maria, il canto di grazie di chi si accorge di essere visitato dalla potenza del Signore.  Il secondo atteggiamento è l’Offerta.           Maria si è unita pienamente al sacrificio del Signore, condividendo fino in fondo la sua logica di umiltà, di abbassamento, di povertà… come logica dell’amore che si dona, si consuma, si offre. Questa è l’unica logica che salva il mondo e lo cambia. Ma è logica esigente e scomoda. Partecipare all’eucaristia significa condividerla, unire al sacrificio del Signore l’offerta della nostra vita perché sia spazio di irradiazione di questa carità.            Il terzo atteggiamento è la Comunione, cioè un’accoglienza totale e incondizionata, un’obbedienza che diviene immedesimazione con i pensieri, i sentimenti, la volontà del Signore, fino a fare una cosa sola con Lui. È quello che siamo chiamati a vivere nella comunione eucaristica. In ogni nostro “Amen” al Corpo eucaristico di Cristo dovrebbe risuonare l’“Eccomi” di Maria, che mette pienamente la propria esistenza a disposizione del suo mistero e per questo diviene modello di accoglienza della sua venuta.   E ora veniamo alle letture di questa 3° domenica di Avvento:  Prima lettura: il profeta Isaia parla del ritorno dall’esilio e si rivolge a gente sfiduciata per aiutarla a sperare nella salvezza che viene dal Signore. Gli effetti dell’intervento divino sono descritti con l’immagine di persone che ricuperano all’istante la loro sanità; anche la natura partecipa a questa gioia! Il deserto dell’esistenza umana è percorso da una corrente di vita e di gioia quasi contagiosa. I vocaboli della felicità si accalcano sulle labbra del profeta: “Gioite, si rallegri, fiorisca, siate forti, non temete, venite a Sion con canti, con gioia sul volto, gioia e felicità li seguiranno!” Il corpo mutilato e la debilitazione della speranza sono attraversati dalla stessa trasformazione. È la nuova vita del popolo di Dio che, dall’esilio, cammina con speranza verso Sion.  Vangelo: molti sono i punti che legano questo brano di Matteo alla prima lettura.  Ø Il popolo cui si rivolge Isaia è un popolo esiliato, che rischia ogni giorno di perdere la speranza nella vita e nel suo Dio; Giovanni in carcere è assillato dal dubbio sull’identità del cugino Gesù. Prima di morire (ormai sente la morte avvicinarsi) vorrebbe sapere chi è veramente  Ø Al popolo in esilio l’intervento di salvezza di Dio viene descritto con un ricupero della salute da parte delle categorie più malandate (ciechi, storpi. lebbrosi, poveri…); a Giovanni in carcere viene detto che i segni che accompagnano la venuta e l’operare di Gesù sono i segni della liberazione dal male proprio per quelle categorie cui faceva riferimento Isaia Ø La risposta che viene data al popolo in esilio e a Giovanni in carcere non passa attraverso disquisizioni teoriche, argomentazioni filosofiche… ma passa attraverso i segni della vita ricuperata nella sua dignità e pienezza.   Ecco la carta di identità del nostro Dio! La risposta che Gesù manda a Giovanni è segnata dall’intenzione di attestare la verità su Dio e quindi su se stesso. Prima di tutto questo: l’essenza della volontà di Dio è avere cura per l’essere umano!  “È sorprendente come questa “buona notizia” susciti perplessità più che entusiasmo, diffidenza più che confidenza, resistenza stupefatta o aggressiva più che commozione luminosa e grata. Perché i suoi segni sono alla portata di chiunque abbia occhi per vedere e orecchi per intendere…. la lieta sorpresa del regno è l’incondizionata unilateralità di Dio a favore dell’uomo. Di ogni uomo, senza eccezione. È l’inaudita folgorazione circa la verità di Dio che Gesù non può aver appreso neppure dalla Madre. » (Sequeri)  In altre parole la risposta di Gesù si potrebbe riformulare così: “I miracoli che compio sono i segni della liberazione dal male, in cui è sempre rappresentato Dio. Dio esiste come Padre, viene come Padre, la sua volontà di bene la cogliete dalla guarigione, non dalla malattia. Chi insegna agli uomini che Dio si serve del dolore degli uomini, del sacrificio delle creature, del male che li affligge per affermare il proprio ordine e il proprio onore, farebbe meglio a legarsi al collo una macina da mulino e a gettarsi in acqua!”  Allora il Dio di Gesù è un Dio che salva, che si può vedere e toccare dovunque c’è la presenza di questi segni. Dove c’è liberazione dal male, lì c’è Dio! I ciechi vedono, i lebbrosi sono sanati, gli storpi camminano, i sordi odono, …. I gesti che rivelano Dio sono eventi della liberazione dal male e soltanto per questi eventi si rende disponibile la potenza della quale è investito il rappresentante di Dio, il figlio suo Gesù.  Conclusione: mi tornano alla mente le parole del buon ladrone: “Costui non ha fatto nulla di male, che meriti la morte!” La carta di identità del nostro Dio porta come unica connotazione l’offerta di segni di bontà, di accoglienza, di perdono, di misericordia, di guarigione dal male in tutte le sue manifestazioni…  Il Dio che viene a Natale è così, nel suo DNA ha questi segni! Avrei voluto fare un’analisi attenta di cosa significa oggi per te e per me “essere ciechi, storpi, sordi, lebbrosi, poveri…” perché a costoro Gesù si rivolge e per costoro Gesù viene: per guarirli.            Questo è il pubblico, la gente sulla quale Dio si china con cuore di Padre. Prova a pensare alla tua cecità: sono/sei cieco sui doni di Dio, su chi è Dio davvero, sulle ricchezze che possiedi, sulle belle qualità di chi ti sta a fianco e che ti ostini a non riconoscere (per invidia, gelosia, orgoglio…?); cieco sulla tua pigrizia e sui tuoi peccati (sono cosa da nulla e poi… fanno tutti così!). Pensa alla tua povertà: di speranza, di amore, di desiderio di Dio e del suo Vangelo… povero di generosità, di slancio per le cose belle; povertà che è chiusura nella solida torre del benessere, dell’egoismo, della ricerca del proprio tornaconto… Allora è il caso che preghiamo con tanta insistenza “Vieni Signore Gesù!” e portami la tua salvezza: che io veda, che oda, che possa camminare, che sia guarito dalla lebbra del peccato, che diventi ricco della ricchezza che conta, non di quella che “i ladri possono rubare e la ruggine distruggere”

Le figure-modello (bibliche) dell’attesa dell’Avvento

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Le figure-modello dell’attesa dell’Avvento

Nella liturgia di questo tempo emergono alcune figure bibliche che danno una particolare tonalità: Isaia, Giovanni Battista, Maria e san Giuseppe. Isaia: Un’antichissima e universale tradizione ha assegnato all’Avvento  la lettura del libro di questo profeta, perché in lui si trova un’eco della grande speranza che ha confortato il popolo eletto durante i secoli duri e decisivi della sua storia, soprattutto durante l’esilio. La seconda parte del libro (cap. 40-55), chiamata “il libro delle consolazioni” è opera del Deutero-Isaia. Essa contiene essenzialmente un lieto annunzio di liberazione, parla di un nuovo e più glorioso esodo e della creazione di una nuova Gerusalemme. Le pagine più significative di questo libro vengono lette durante l’Avvento e costituiscono un annuncio di speranza perenne per gli uomini di tutti i tempi. Giovanni Battista: E’ l’ultimo dei profeti e riassume nella sua persona e nella sua parola tutta la storia precedente nel momento in cui sfocia nel suo compimento. Ben incarna, pertanto, lo spirito dell’Avvento. La coscienza lucida della sua missione, la sua volontà di far posto a Cristo che deve crescere, mentre lui deve diminuire (cfr. Gv 1,19-28), fanno del battista una figura sempre attuale. Maria: L’Avvento è il tempo liturgico nel quale, a differenza degli altri come sarebbe auspicabile, si pone felicemente in rilievo la relazione e la cooperazione di Maria al mistero della redenzione. Ciò avviene come “dal di dentro” della celebrazione del mistero e non per sovrapposizione o per aggiunta devozionistica. L’Avvento ci fa considerare particolarmente Maria in rapporto alla venuta del Signore. Con l’immagine biblica della “figlia di Sion” la liturgia ci ricorda che in Maria culmina l’attesa messianica di tutto il popolo di Dio dell’Antico Testamento; quest’attesa in lei si raccoglie in un’aspirazione più ardente, in una preparazione spirituale più totale alla venuta del Signore. Maria è colei che, nel mistero dell’Avvento e dell’incarnazione, congiunge il Salvatore al genere umano. I testi evangelici delle genealogie di Gesù e dell’annunciazione, che vengono proclamati in questo tempo, ci ricordano tale mistero di “assunzione” dell’umano e di “immersione” nell’umano da parte di Dio. L’anello ultimo di questo mistero è la divina maternità verginale di Maria. San Giuseppe: Dai dati biblici dell’Avvento natalizio emerge, anche se con l’umiltà che la contraddistingue, la figura di Giuseppe, sposo di Maria e proprio nel momento più significativo e delicato insieme della sua missione di padre legale di Gesù. Il “mistero” di Giuseppe è riassunto in due parole dal testo evangelico: “uomo giusto” (cfr. Mt 1,19). Infine Giuseppe è l’“uomo giusto” per la sua fede. Egli è il tipo del “povero”, non solo perché assicura alla vita di Gesù l’inserimento nella comunità degli ultimi tempi, ma soprattutto perché la sua fede è modello di quella di ogni uomo che vuole entrare in dialogo e in comunione con Dio.

 Giuliano Franzan OFM Cap.

I° SETTIMANA DI AVVENTO VESPRI DOMENICA – MT 24, 37-44

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I° SETTIMANA DI AVVENTO VESPRI DOMENICA   -  MT 24, 37-44  

Discorsi per l’avvento, 2, 2-4 : PL 185, 15-17 (in l’Ora dell’Ascolto p. 118)

 « Nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà »  di Beato Guerrico d’Igny nel dodicesimo secolo    

Siamo nell’attesa dell’anniversario della nascita di Cristo… Si levi dunque il nostro spirito con vivida gioia, e corra incontro al suo Salvatore… La scrittura sembra esigere da noi un gaudio tale che anche il nostro spirito, elevandosi al di sopra di sé, brami di andare incontro in qualche modo a Cristo che viene, si protenda col desiderio e, non sopportando indugi, si sforzi di vedere già l’evento promesso… Prima della sua venuta nel mondo, il Signore venga da voi. Prima di apparire al mondo intero, venga a visitarvi intimamente. Infatti ha detto : « Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi » (Gv 14,18).          E certamente, a seconda del merito e dell’amore, tale visita del Signore in ogni anima è frequente, in questo tempo che intercorre fra la prima e l’ultima venuta, tempo che ci rende conformi alla prima e ci prepara all’ultima. Egli viene in noi ora per non rendere vana per noi la sua prima venuta, e per non tornare adirato contro di noi nella seconda. Con queste visite, tende a riformare la nostra mentalità superba per renderla conforme alla sua umiltà, che ci dimostrò venendo la prima volta ; e lo fa per poi « trasfigurare il nostro misero corpo e conformarlo al suo corpo glorioso » (Fil 3,21), che ci manifesterà al suo ritorno. Per questo dobbiamo desiderare con tutte le nostre forze, e chiedere con fervore tale venuta intima che ci da la grazia della prima venuta e ci promette la gloria della seconda…          La prima venuta fu umile e nascosta, l’ultima sarà folgorante e magnifica ; quella di cui parliamo è nascosta, e nello stesso tempo, magnifica. Dico che è nascosta, non perché sia ignota da colui che la riceve, ma perché avviene in lui nel segreto … Avviene senza essere vista e si allontana senza che se ne accorga. La sua sola presenza è luce dell’anima e dello spirito. In essa vediamo l’invisibile e conosciamo l’inconoscibile. Questa venuta del Signore mette l’anima di chi la contempla in una dolce e beata ammirazione. Allora dall’intimo dell’uomo scoppia questo grido : « Signore, chi è come te ? » (Sal 34, 10). Lo sanno quanti hanno fatto tale esperienza, e voglia Dio che coloro che non l’hanno ancora fatta ne provino il desiderio.  

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OMELIA – PER LA MEDITAZIONE – I DOMENICA DI AVVENTO, 28 NOVEMBRE 2010 (ANNO A)

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AVVENTO: “LEVATI” MARIA, “CORRI, APRI!”

I DOMENICA DI AVVENTO, 28 NOVEMBRE 2010 (ANNO A)

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 26 novembre 2010 (ZENIT.org).- “In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finchè venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Mt 24,37-44). “Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Mt 24,44): non incutono timore queste parole del Vangelo (e quelle che precedono) se le ascoltiamo riferite alla vergine Maria nel giorno in cui le fu annunziato che il “Verbo della vita” (1 Gv 1,1) si sarebbe fatto carne in Lei, non senza il suo assenso al disegno del Padre. Questa fu davvero un’ora inimmaginabile per la fanciulla di Nazaret, immensamente sorpresa dall’annunzio più inconcepibile che mente umana potesse pensare: il Figlio di Dio sarebbe stato concepito nel suo grembo verginale per opera della Spirito Santo. Tale stupefacente iniziativa divina, a quanto sembra, trovò Maria del tutto impreparata: “Come avverrà questo? Non conosco uomo” (Lc 1,34); impreparata, ma pronta. Sì, perché si può essere pronti anche se impreparati, a ben considerare il duplice modo possibile della vigilanza. Anzitutto la nostra vigilanza può dirsi prossima: quella di chi attende un avvenimento conosciuto (se non quanto al contenuto, almeno come fatto ignoto ed importante che si avvicina); in secondo luogo essa può essere remota, cioè profonda, radicata nella vita: come quella naturale di una mamma nei confronti del suo bambino, vigilanza che il suo amore materno alimenta e tiene desta giorno e notte. Se in Maria mancò la vigilanza prossima, poiché le era impossibile prevedere il contenuto dell’annunzio celeste, certo non mancò quella remota. Non mancò e da sola fu più che sufficiente, dal momento che la “piena di grazia” attimo dopo attimo si ritrovava perfettamente disposta e pronta ad obbedire alla volontà di Dio, in forza e grazia della purezza del suo cuore verginale abitato solo dal desiderio di amare il Signore “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5). Tale meravigliosa vigilanza è così cantata da un innamorato della Madonna: “Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano (…)Non sia che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. “Eccomi”, dice, “sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38)” (San Bernardo, “Omelie sulla Madonna”, breviario del Tempo di Avvento). La triplice esortazione del santo (“levati, corri, apri!”) è una pura contemplazione dell’intima disposizione del cuore di Maria che ci aiuta a comprendere il dinamismo della sua vigilanza silenziosa e nascosta, perfettamente pronta ad accogliere in sé la venuta del Cristo non per una preparazione razionale, ma per l’attitudine profonda del suo essere, della sua persona, del suo cuore.

Al riguardo vi sono due osservazioni da fare. La prima inerisce all’indole femminile di Maria. La sua vigilanza pronta è anzitutto naturale, essenziale, perché scaturisce dalla sua natura femminile materna. E’ per questo istinto proprio della donna che, quando una mamma nella notte è svegliata dal pianto del suo bambino, subito si alza (levati), si affretta alla culla (corri) e se lo prende tra le braccia per calmarlo (il gesto concreto: apri!). Tutto ciò, in genere, è molto più faticoso per il papà, specie se si deve ripetere varie volte nella notte. E’ su questo terreno favorevole che si innesta poi la fede di Maria, amplificando al soprannaturale la vigilanza della sua natura così da acconsentire la libera e pronta adesione all’invito dell’Angelo, senza titubanza alcuna. Vediamo infatti che nel dialogo con Gabriele, Maria si leva con la fede: “Eccomi”; corre con la devozione: “sono la serva del Signore”; apre il suo grembo con l’assenso: “avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). La sua domanda “Come avverrà questo?” (Lc 1,34) non esprime un dubbio circa la possibilità di ciò che le viene detto, ma chiede responsabilmente una nuova luce per la ragione. Una volta ottenuta (“Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo”) (Lc 1,35), ella dichiara subito quella disponibilità che già era totalmente presente nel suo cuore. Un po’ come un malato che, prontissimo a farsi operare dal chirurgo, chiede in anticipo a che tipo di intervento sarà sottoposto. Ci aiuta a comprenderne bene questa vigilanza cooperante di Maria il beato J. H. Newman: “..la Vergine merita il suo posto nel piano della salvezza poiché corrispose attivamente e personalmente alla grazia di Dio. Nel momento del suo concepimento ella era passiva nelle mani creatrici di Dio, ma nel momento dell’Annunciazione, quando divenne la Madre di Dio e della misericordia divina, non fu semplicemente uno strumento fisico passivo, ma causa vivente, responsabile e intelligente del fatto che Dio prendesse carne umana dentro di lei. Se non avesse fatto volontariamente atto di obbedienza e di fede non sarebbe diventata la Madre di Dio” (in “MARIA. Pagine scelte”, p. 60). Alla Madonna l’Angelo non chiede l’assenso, ma attende quella risposta personale che il mondo intero sollecita “prostrato alla sue ginocchia” (S. Bernardo). Maria è così invitata ad esprimere il “sì” del proprio grembo al concepimento della “Vita invisibile” (1Gv 1,2), un sì che è assenso “in luogo e al posto della natura umana” (San Tommaso, S. Theol. III, q. 30, a. I) alla venuta del Salvatore. Venendo al Vangelo, vediamo che Gesù accosta oggi il Tempo dell’Avvento al tempo di Noè: “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito..e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo” (Mt 24,38-39). Il messaggio per noi è reso ancor più chiaro dall’immagine di Maria incinta, inseparabile dall’Avvento. Come il ventre di una donna all’ottavo mese di gravidanza è segno inequivocabile della presenza del bambino dentro di lei, così l’Avvento è il “sacramento” della presenza viva ed efficace di Dio nel nostro mondo, e della sua venuta continua nella storia, entrambe le cose per mezzo della liturgia e della sua Chiesa. Quelli che ignorano tale presenza e tale venuta del Signore sono da compiangere più di tutti gli uomini, poiché, non sapendo nemmeno di avere bisogno di un Salvatore, sono nella condizione di coloro che perirono nel diluvio: un racconto, per altro, che non deve far venire in mente la “Protezione Civile”. Infatti: “Per la Sacra Scrittura quell’evento acquista i contorni di un atto di un giudizio divino morale sul peccato umano: il Dio biblico non è indifferente di fronte alla corruzione e all’immoralità. Il diluvio è perciò, secondo questa interpretazione, uno strumento di giudizio secondo la classica teoria della retribuzione per cui ad ogni delitto deve già ora corrispondere un castigo” (G. Ravasi, “150 Risposte. Questioni di fede”, p. 143-144). Oggi il peccato più di ogni altro abominevole ed emblematico dell’attuale cultura della morte è l’uccisione della vita umana nel grembo. Ogni aborto infatti, anche quando la vita è spuntata da un giorno, è una sorta di distruzione di tutta la storia sacra che Dio ha fatto con l’umanità nel suo Figlio, concepito e nato da Maria, poiché: “lo avete fatto a me” (Mt 25,40). “Ma l’ultima parola non è quella del giudizio e della morte. Nell’uomo giusto Noè, e nella sua discendenza, si manifesta l’amore del Creatore che fa pace con l’umanità. Sorge così l’aurora di un nuovo mondo e di una nuova storia, ed è per questo che la tradizione cristiana ha riletto l’epopea del diluvio in chiave battesimale, come anticipazione simbolica delle acque che cancellano l’uomo vecchio e fanno rinascere l’uomo nuovo che vive nella giustizia e nella santità”(G. Ravasi, id.). L’Avvento rivela che quest’aurora del mondo nuovo è la Madre di Gesù, Madre di tutti i viventi, di tutti gli uomini concepiti nel grembo e fuori del grembo. A Lei rivolgiamo la supplica della nostra speranza cristiana: “Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare e amare con te; indicaci la via verso il Salvatore e guidaci nel nostro cammino!”(Enciclica “Spe Salvi”, n. 50, modificato).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Avvento ( Thomas Merton)

dal sito:

http://www.pensieriparole.it/poesie/autori/t/thomas-merton/pag1

THOMAS MERTON

Avvento

Affascinate, cieli, con la vostra purezza
queste notti d’inverno
e siate perfetti!
Volate più vive nel buio di fuoco, silenziose meteore,
e sparite.
Tu, luna, sii lenta a tramontare,
questa è la tua pienezza!

Le quattro bianche strade se ne vanno in silenzio
verso i quattro lati dell’universo stellato.
Il tempo cade, come manna, agli angoli
della terra invernale.

Noi siamo diventati più umili delle rocce,
più attenti delle pazienti colline.

Affascinate con la vostra purezza queste notti di Avvento,
o sante sfere,
mentre le menti, docili come bestie,
stanno vicine, al riparo, nel dolce fieno,
e gli intelletti sono più tranquilli delle greggi che
pascolano alla luce delle stelle.

Oh, versate, cieli il vostro buio e la vostra luce sulle nostre
Solenni vallate;
e tu, viaggia come la Vergine gentile
verso il maestoso tramonto dei pianeti,
o bianca luna piena, silente come Betlemme!

Entriamo nell’Avvento (Enzo Bianchi)

dal sito:

http://clarisseremite.xoom.it/virgiliowizard/dare-senso-al-tempo-entriamo-nell-avvento

Entriamo nell’Avvento  

di Enzo Bianchi

Entriamo nel tempo dell’avvento, il tempo della memoria, dell’invocazione e dell’attesa della venuta del Signore. Nella nostra professione di fede noi confessiamo: “Si è incarnato, patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò secondo le Scritture, verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”.
La venuta del Signore fa parte integrante del mistero cristiano perché il giorno del Signore è stato annunciato da tutti i profeti e Gesù più volte ha parlato della sua venuta nella gloria quale Figlio dell’Uomo, per porre fine a questo mondo e inaugurare un cielo nuovo e una terra nuova. Tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto aspettando la sua trasfigurazione e la manifestazione dei figli di Dio (cf. Rm 8,19ss.): la venuta del Signore sarà l’esaudimento di questa supplica, di questa invocazione che a sua volta risponde alla promessa del Signore (“Io vengo presto!”: Ap 22,20) e che si unisce alla voce di quanti nella storia hanno subito ingiustizia e violenza, misconoscimento e oppressione, e sono vissuti da poveri, afflitti, pacifici, inermi, affamati. Nella consapevolezza del compimento dei tempi ormai avvenuto in Cristo, la chiesa si fa voce di questa attesa e, nel tempo di Avvento, ripete con più forza e assiduità l’antica invocazione dei cristiani: Marana thà! Vieni Signore! San Basilio ha potuto rispondere così alla domanda “Chi è il cristiano?”: “Il cristiano è colui che resta vigilante ogni giorno e ogni ora sapendo che il Signore viene”.
Ma dobbiamo chiederci: oggi, i cristiani attendono ancora e con convinzione la venuta del Signore? È una domanda che la chiesa deve porsi perché essa è definita da ciò che attende e spera, e inoltre perché oggi in realtà c’è un complotto di silenzio su questo evento posto da Gesù davanti a noi come giudizio innanzitutto misericordioso, ma anche capace di rivelare la giustizia e la verità di ciascuno, come incontro con il Signore nella gloria, come Regno finalmente compiuto nell’eternità. Spesso si ha l’impressione che i cristiani leggano il tempo mondanamente, come un eternum continuum, come tempo omogeneo, privo di sorprese e di novità essenziali, un infinito cattivo, un eterno presente in cui possono accadere tante cose, ma non la venuta del Signore Gesù Cristo!
Per molti cristiani l’Avvento non è forse diventato una semplice preparazione al Natale, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme? Ingenua regressione devota che depaupera la speranza cristiana! In verità, il cristiano ha consapevolezza che se non c’è la venuta del Signore nella gloria allora egli è da compiangere più di tutti i miserabili della terra (cf. 1Cor 15,19, dove si parla della fede nella resurrezione), e se non c’è un futuro caratterizzato dal novum che il Signore può instaurare, allora la sequela di Gesù nell’oggi storico diviene insostenibile. Un tempo sprovvisto di direzione e di orientamento, che senso può avere e quali speranze può dischiudere?
L’Avvento è dunque per il cristiano un tempo forte perché in esso, ecclesialmente, cioè in un impegno comune, ci si esercita all’attesa del Signore, alla visione nella fede delle realtà invisibili (cf. 2Cor 4,18), al rinnovamento della speranza del Regno nella convinzione che oggi noi camminiamo per mezzo della fede e non della visione (cf. 2Cor 5,6-7) e che la salvezza non è ancora sperimentata come vita non più minacciata dalla morte, dalla malattia, dal pianto, dal peccato. C’è una salvezza portata da Cristo che noi conosciamo nella remissione dei peccati, ma la salvezza piena – nostra, di tutti gli uomini e di tutto l’universo – non è ancora venuta.
Anche per questo l’attesa del cristiano dovrebbe essere un modo di comunione con l’attesa degli ebrei che, come noi, credono nel “giorno del Signore”, nel “giorno della liberazione”, cioè nel “giorno del Messia”.
Davvero l’Avvento ci riporta al cuore del mistero cristiano: la venuta del Signore alla fine dei tempi non è altro, infatti, che l’estensione e la pienezza escatologica delle energie della resurrezione di Cristo.
In questi giorni di Avvento occorre dunque porsi delle domande: noi cristiani non ci comportiamo forse come se Dio fosse restato alle nostre spalle, come se trovassimo Dio solo nel bambino nato a Betlemme? Sappiamo cercare Dio nel nostro futuro avendo nel cuore l’urgenza della venuta di Cristo, come sentinelle impazienti dell’alba? E dobbiamo lasciarci interpellare dal grido più che mai attuale di Teilhard de Chardin: “Cristiani, incaricati di tenere sempre viva la fiamma bruciante del desiderio, che cosa ne abbiamo fatto dell’attesa del Signore?”.

Publié dans:Tempi Liturgici: Avvento |on 23 novembre, 2011 |Pas de commentaires »
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