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10 DICEMBRE 2017 – 2A DOMENICA DI AVVENTO B | LETTURE – OMELIE

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10 DICEMBRE 2017 – 2A DOMENICA DI AVVENTO B | LETTURE – OMELIE

Per cominciare
C’è profonda unità tra le tre letture di questa domenica: esprimono tutte un senso di attesa gioiosa e trepidante: c’è qualcosa di molto importante che deve avvenire, c’è Qualcuno che deve venire. Qualcuno che le parole di Giovanni Battista non bastano a far capire in modo pieno chi è.

La Parola di Dio
Isaia 40,1-5.9-11. Il brano fa parte del « Libro delle Consolazioni di Israele » del deuteroisaia (capitoli 40-55), un profeta anonimo vissuto durante l’esilio babilonese. Le sue sono parole piene di speranza perché è finito l’esilio babilonese, è finita la schiavitù, Dio ha perdonato. « Nel deserto preparate la strada al Signore », dice Isaia. Questa frase viene ripresa dagli evangelisti Marco, Matteo e Luca e messa sulle labbra di Giovanni che invita alla conversione.
2 Pietro 3,8-14. Pietro in questa seconda lettera sollecita ad attendere « il giorno del Signore », il tempo della giustizia definitiva instaurata da Gesù, l’alfa e l’omega della Storia. Il Signore ritornerà certamente, la sua venuta sarà improvvisa e sconvolgerà la terra. Ritarda a venire per darci il tempo di cambiare vita. Va atteso vivendo « nella santità e nelle preghiere », « senza colpa e senza macchia ».
Marco 1,1-8. Il vangelo di questa domenica ci presenta la testimonianza del Battista, l’ultimo profeta, quello che ha preceduto la venuta di Gesù. Egli dice: « Viene uno che è più forte di me »; e fa proprie le parole di Isaia: « Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri ».

Riflettere
o La parola di Dio di questa domenica ci presenta le espressioni forti di due profeti che hanno preannunciato la venuta di Gesù: quella del profeta Isaia, molti secoli prima della sua venuta; quella del Battista, suo contemporaneo.
o L’antico testamento parla già di Gesù, anzi gli studiosi dicono che tutta l’antica alleanza è orientata alla sua venuta. Ma il contesto in cui Gesù vivrà la sua avventura umana, è quello dell’antico testamento, un contesto ancora da battezzare, fatto di otri vecchi nei quali è rischioso inserire vino nuovo.
o Domenica scorsa, il messaggio è stato: vigilate, vegliate, tenete accesa la lampada! State svegli e in piedi come chi aspetta una persona cara. Oggi l’attesa si fa vicina, l’attesa si fa dolce: « Preparate la strada: il Signore è vicino, viene! ».
o Attendiamo la venuta del Signore e ci prepariamo, perché vogliamo che questa attesa sia dono, salvezza e non giudizio, rimprovero, maledizione. Pietro dice: « Cercate di essere senza colpa e senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace ».
o L’evangelista Marco presenta oggi l’ »inizio del vangelo di Gesù, Cristo ». L’evangelista Marco ci accompagnerà nella liturgia domenicale di questo anno B. Egli ci presenta in ogni pagina la figura di Gesù, con l’interrogativo sulla sua identità. Gesù è qui « colui che viene », il « più forte », colui « che battezzerà in Spirito Santo », cioè colui che darà vita alla chiesa sotto l’impulso dello Spirito.
o La prima lettura è un bellissimo brano del deuteroisaia, che scrive alla fine dell’esilio. Dice: « Nel deserto preparate la via al Signore ». Il deserto fa pensare all’esodo e alla liberazione del popolo dalla schiavitù per opera di Mosè. In antico la strada veniva appianata (anche materialmente) per l’arrivo del re. E Isaia immagina che uno si stacchi dal gruppo e corra avanti a tutti per annunciare la liberazione a Gerusalemme, che è ancora sotto il peso della tristezza: « Il Signore Dio viene con potenza… ha con sé il premio… Egli è come un pastore… porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri ». Chi viene è il Signore che salva e viene come un re potente e buono.
o Sono già immagini natalizie. Altrove Isaia dice: « Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio! Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Principe della pace » (Is 9,5). A Natale Gesù si presenta come un piccolo fanciullo indifeso: nasce in una grotta e in povertà, ma è il re dell’universo.
o Il vangelo ci presenta « la voce nel deserto » di cui parla Isaia, dando un volto a questa voce. Giovanni nel vangelo di Marco è soltanto voce, non giudice e predicatore terribile alle folle e ai soldati. Annuncia Gesù e lo fa con grande umiltà. Si sente servo di Gesù (« indegno di legargli i saldali », che è il lavoro di uno schiavo).
o Il Battista non predica solo con la sua voce, ma anche con il suo stile di vita. Veste di peli di cammello, mangia locuste e miele selvatico. È un uomo che sa ciò che conta, che sa fare penitenza, che attende con grande serietà il messia. E chiede a tutti la conversione, condizione perché il Signore prenda la strada e arrivi.

Attualizzare
* – Che cosa vuol dire oggi preparare la strada al Signore? Addobbare le strade e le case come sta avvenendo in questi giorni per motivi commerciali? Fare il presepe e l’albero? Vuol dire prima di tutto pulirsi gli occhi, la mente e il cuore per non scambiare il Natale con un panettone, una pelliccia, un vestito nuovo, il cenone.
* – « Preparare la strada » vuol dire mettersi nelle condizioni perché il Signore possa venire e possiamo riconoscerlo. Vuol dire prepararsi a riconoscerlo sulle strade che egli sceglierà per venire tra noi.
* – Infatti il Signore sempre ci sorprende e ci sorprenderà a Natale. Noi lo vorremmo potente, capace di trasformare il mondo in un istante, creatore di cieli nuovi e terra nuova, come dice Pietro. Invece lui viene nella debolezza. Si fa bambino. Ma la sua venuta non lascia le cose come sono. Se ci convertiamo, se ci convertiamo tutti, molte cose cambieranno in noi e attorno a noi.
* – Come il Battista, che si fa banditore della venuta del messia nel popolo, anche noi dobbiamo aiutare gli altri ad attendere il vero Natale, per viverlo in modo cristiano e genuino. Dobbiamo diventare annunciatori entusiasti e credibili del Signore che viene.
* – Gesù è la buona notizia, è il vangelo di Dio. È questa la bella notizia del Natale e va trasmessa con gioia. Come chi annuncia la caduta di un muro che divideva due popoli fratelli, come chi annuncia la fine di una guerra. Se il nostro passaparola non avviene nella gioia, per noi Gesù non è venuto e noi siamo ancora nell’antico testamento, lì ad attendere la venuta di un messia. « Essere cristiani significa avere incontrato sulla propria strada una Presenza di sconfinato Amore, che stupisce e affascina e fa esplodere di gioia » (card. Angelo Comastri).
* – L’austero Giovanni è un esempio forte per noi che ci prepariamo al Natale. Egli sceglie il deserto, il luogo ideale, dove nella solitudine si può incontrare Dio. Sceglie per sé una vita austera e invita a imitarlo nella penitenza, per essere preparati e nuovi all’arrivo del Signore.
* – Non è facile fare « deserto » nella società dei consumi e del rumore, nelle strade di città piene di luci che oscurano le stelle. E allora bisogna crearsi il proprio deserto, un angolo dove sia possibile ricuperare se stessi, entrare in sintonia con l’orologio di Dio e mettersi in cammino.
* – Giovanni battezza, mentre la gente confessa i propri peccati: il tempo di Avvento è un’occasione propizia per accostarci al sacramento della riconciliazione in modo più genuino, con più calma e consapevolezza.

Nel deserto ho ritrovato me stesso
Ecco ciò che scrive Carlo Carretto, uno dei più dinamici presidenti nazionali di Azione Cattolica, che si è fatto « Piccolo fratello di Charles de Foucauld ». Racconta: « Nel deserto ho ritrovato me stesso, il senso della vita ». Così riferisce la sua prima esperienza di preghiera nel Sahara: « Il sole era alto e mi sentivo stanco. Solo il vento che soffiava sul muso della macchina permetteva ancora alla jeep di procedere benché la temperatura fosse infernale e l’acqua bollisse nel radiatore. Sapevo che nella zona c’erano grossi blocchi di granito emergenti dalla sabbia: ricercatissimi luoghi d’ombra per fare il campo. Verso mezzogiorno trovai ciò che cercavo. Sulla parete nord di un macigno alto una decina di metri, una lama d’ombra si proiettava sulla sabbia rossa. Misi la jeep contro vento per raffreddare il motore e scaricare il ghess, cioè l’indispensabile per fare il campo: una stuoia, il sacco dei viveri, due coperte e il treppiede per il fuoco. Ma avvicinandomi alla roccia in ombra, mi accorsi che c’erano già ospiti: due vipere se ne stavano raggomitolate nella sabbia e mi sorvegliavano senza muoversi. Feci un salto indietro, m’avvicinai alla jeep senza perdere di vista le due serpi velenose, presi il fucile. Misi una cartuccia con piombo medio. Cercai di colpire le due vipere d’infilata, per non sprecare un altro colpo. Tirai e vidi i due rettili saltare in aria tra un nuvolo di sabbia. Ripulii la zona dal sangue, stesi la stuoia e mi sedetti. Era mezzogiorno, presi il breviario e incominciai a pregare »

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA:

3 DICEMBRE 2017 – 1A DOMENICA DI AVVENTO B | LETTURE – OMELIE

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3 DICEMBRE 2017 – 1A DOMENICA DI AVVENTO B | LETTURE – OMELIE

Per cominciare
Inizia ancora una volta l’Avvento. Come 2000 anni fa ci sentiamo coinvolti nella vigilia del più grande evento di tutti i tempi: la venuta tra noi del Figlio di Dio. Entriamo anche noi nel clima speciale dell’attesa dei secoli, così come l’hanno vissuta i profeti, che hanno annunciato la venuta del messia. Inizia per la chiesa anche un nuovo anno liturgico e lo cominciamo con quattro settimane che ci preparano all’evento gioioso e straordinario dell’incarnazione del Figlio di Dio.

La Parola di Dio
Isaia 63,16b-17.19b; 64,2-7.
Il brano di Isaia è un grandioso e severo riconoscimento collettivo della propria fragilità e del bisogno per Israele di liberarsi dal peccato: « Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli ». Ma il profeta invoca anche la salvezza: « Se tu squarciassi i cieli e scendessi!… Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma ».

1 Corinzi 1,3-9.
È l’inizio della prima lettera di Paolo ai Corinzi. Paolo ringrazia Dio per la trasformazione avvenuta in quella popolazione evoluta e moderna, ma attraversata da problemi di ogni genere. E li incoraggia a perseverare e ad attendere ancora irreprensibili la venuta del Signore.

Marco 13,33-37.
Gesù invita i suoi discepoli a vigilare senza superficialità e pigrizia, rimanendo ben svegli. E racconta una parabola per rendere più efficace il suo invito. Noi siamo i custodi della casa di Dio, chiamati a vigilare in ogni ora del giorno e della notte in attesa del suo ritorno.

Riflettere
o Iniziamo un nuovo anno liturgico. È l’invito a vivere il tempo insieme a Gesù Cristo e alla chiesa, che lo celebra, lo rivive, lo testimonia e prolunga la sua missione.
o Tutto l’Avvento è attesa di Qualcuno. Gesù è venuto al mondo atteso da un popolo, predicato dai profeti, desiderato da tanti giusti. Anche noi dobbiamo attendere Gesù, preparare la sua venuta, prepararci a incontrarlo.
o L’attesa dà sostanza ai nostri giorni, vissuti spesso come momenti puntuali e frammentati. L’attesa si fa progetto, programma di vita.
o Gesù è già nato e noi nell’Avvento ci prepariamo e attendiamo la sua seconda venuta gloriosa, alla fine dei tempi. Di qui l’esigenza che il Signore ci trovi svegli e impegnati.
o Per molti cristiani l’Avvento è diventato una semplice preparazione al Natale, e a un Natale di festa e di regali, giorni di una festa buonista e caramellosa, nell’unica prospettiva del rivivere una bella storia che ha incantato l’umanità, i giorni della nascita di Gesù a Betlemme.
o In queste quattro settimane che ci separano al Natale rileggeremo più volte il profeta Isaia. Le sue parole sono piene di immagini suggestive che ci invitano a un profondo rinnovamento nell’attesa della venuta del Signore. Ma anche a rendere grande la speranza che si è realizzata con la sua venuta.
o Iniziamo un nuovo anno liturgico e la liturgia ci dice di vigilare. Il Signore è già venuto, ma siamo invitati a entrare nelle disposizioni di chi attende ancora la sua « seconda » venuta. Gesù non ha voluto rivelare i tempi del suo ritorno. E la parabola ci dice che può venire all’improvviso: a sera, a mezzanotte, all’alba o al mattino. Parole che inducono a prendere sul serio il tempo, le giornate della nostra vita, e queste quattro settimane di attesa dell’evento straordinario e sconvolgente del Natale di Gesù e della sua seconda venuta.
o In questo Avvento, come ci dice la parabola di Gesù, siamo noi che dobbiamo disporci ad attendere il Signore. In realtà è lui che ci corre incontro e viene a cercarci. Dio in Gesù si fa vicino, assume fino in fondo la nostra condizione umana, nasce in una famiglia, da una donna, tra un popolo.

Attualizzare
* L’Avvento è un tempo speciale di attesa del Dio della speranza. Di un Dio che ci cerca, che viene tra noi, che vuole salvarci, liberarci, risolverci la vita.
* Attendere. Non ne siamo più capaci. Siamo impazienti: se desideriamo qualcosa lo vogliamo subito. Ma c’è anche chi non è più capace di attendere perché ha tutto ciò che può desiderare, ha le mani piene ed è sazio. E c’è chi non desidera più nulla perché ha perso la speranza ed è nella delusione. C’è anche chi si è arreso di fronte alle difficoltà e si lascia andare (anche a vivere da cristiani è faticoso!): si adatta a una vita senza slanci, smorta, spenta, e vive come coloro che non hanno fede e non attendono nulla.
* Gesù ci dice di attendere il suo ritorno con lo stato d’animo di un custode che non sa a che ora arriverà il suo padrone. Può arrivare anche in piena notte o al canto del gallo.
* In verità non attendiamo un padrone, ma una persona cara, anzi la persona più amabile e che più di ogni altro ci ama e che più amiamo. « A causa del suo amore infinito per gli uomini – scrive Massimo il confessore – Dio è divenuto veramente e per natura quello stesso che egli amava ».
* La nostra allora è un’attesa impaziente, come quella di chi aspetta l’arrivo di un amico, il ritorno dello sposo, la visita della persona più cara. Ci si prepara, si mette a posto la propria casa, si è emotivamente coinvolti e ogni ritardo fa battere il cuore. Allora si può anche prendere il telefonino, informarsi sul momento dell’arrivo, sollecitare la sua venuta.
* L’Avvento è tempo di attesa operosa, dunque, non tanto « per timore del ritorno del padrone », quanto per responsabilità. È quindi tempo di preghiera, di carità, di preparazione nella purificazione del proprio spirito, tempo per farsi belli. Tempo per cambiare dentro, per chiedere perdono (una buona confessione), per mettersi davvero in cammino con tutta la chiesa verso il Natale di Gesù e del suo secondo definitivo ritorno.
*Ogni anno c’è l’Avvento, ogni anno ritorna il Natale. Quasi quasi nemmeno le luminarie ci stupiscono più, tanto arrivano in anticipo e tanto sono sempre uguali. Eppure un altro anno è passato e noi siamo diversi. Siamo cambiati nel fisico e nell’anima. Possiamo – dobbiamo – preparaci a vivere un Natale diverso, nuovo, così come noi siamo cambiati. Per accogliere con animo adeguato e nuovo Colui che ha squarciato i cieli ed è sceso tra noi, per vivere i giorni che ci conducono al suo arrivo definitivo con animo sveglio e vigile.

Drana, la madre di Madre Teresa
Madre Teresa ricorda che quando da ragazza viveva ancora in famiglia, sua madre Drana durante tutto il giorno era in continua attività per una cosa o per l’altra. Ma arrivate le cinque di sera, sospendeva tutto, si metteva in ordine e si sedeva. Voleva che al ritorno di suo marito Nikola la trovasse tranquilla, accogliente, tutta per lui.

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA

MEDITAZIONE SULL’AVVENTO: VIENE IL NOSTRO DIO

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MEDITAZIONE SULL’AVVENTO: VIENE IL NOSTRO DIO

Nel cuore della nostra fede c’è un’attesa. Questa non è data da un’assenza, ma da una venuta. Gesù Risorto non è mai assente dalla sua Chiesa. È vero che i segni della sua presenza non sono sempre immediatamente riconoscibili, poiché dopo la sua Pasqua, come dice Sant’Ambrogio: «non con gli occhi della carne, ma con quelli dello Spirito si vede Gesù».
Tuttavia Gesù è sempre presente, però la Sua è la presenza di un Veniente, che rimane altro rispetto ai nostri tentativi di catturarlo e di ricondurlo dentro i confini delle nostre attese e dei nostri bisogni. Il suo venire ci converte sempre a un andare verso di Lui, in un esodo da noi stessi che ci consegna alla novità e allo stupore.
Uno stupore a cui è chiamata tutta l’umanità, perché l’invito di Dio è rivolto a tutti i popoli. Infatti, proprio all’inizio dell’Avvento la liturgia ci ricorda il nostro dovere di annunciare a tutti i popoli la venuta del Signore: «Date l’annunzio ai popoli: Ecco, Dio, il nostro Salvatore, viene» (Vespri, Antifona 1ª).

Come sentinella nella notte
La Chiesa è travolta da questo compito immane: annunciare a tutti che Dio viene, anzi che Lui è il perenne veniente. Questo è il rivelarsi della sua azione dinamica verso di noi, ma anche dice qualcosa di Suo, di intimo a Dio stesso. Dio è colui che è nel suo incessante avvicinarsi. Il sopraggiungere improvviso, come un lampo, non è solo una caratteristica di Dio ma è il suo stesso esserci nella storia dell’uomo. Dio è l’improvviso ma è anche l’inatteso, per questo sorprende come un ladro o come uno sposo. È sposo per chi l’attende come l’amico dello sposo che gioisce alla sua venuta, per chi desidera il suo giorno, per chi brama che i giorni del nostro trascorrere terreno siano tutti suoi, ripieni della gioia nuziale, dei flauti della festa, del fervore del banchetto. Ma è ladro per chi vuole trattenere qualcosa per sé, per chi ha timore di perdere la sua vita, per chi costruisce sulla sabbia del mondo e non sulla roccia di Lui che è la Parola che non muta.

Inizi sempre nuovi
Giustamente il libro dell’Apocalisse si conclude con l’invocazione dello Spirito e della sposa che dicono insieme «Vieni» e ascoltano la promessa del Signore che dice: «Sì, verrò presto!» (Ap 22,17-21). Perché Colui che era e che è rimane sempre colui che viene.
Sempre l’Apocalisse ricorda, in sintonia con altri testi neo testamentari, che il Signore viene come un ladro (cf 3,3; 16,15). Questa metafora inconsueta, oltre ad evocare l’imprevedibile della venuta del Signore, ci invita a lasciarci «rubare» qualcosa da colui che viene. Egli deve strapparci a noi stessi, alla certezza dei nostri possessi, perché la relazione con il Signore diviene autentica soltanto se, come dice San Gregorio di Nissa ci fa passare attraverso «inizi sempre nuovi, che non hanno fine».

Il volto orientale
Benedetto XVI ci ha ricordato che l’Avvento richiama i credenti a prendere coscienza di questa verità e ad agire in conseguenza. Questo «vieni!» risuona come un appello salutare nel ripetersi dei giorni, delle settimane, dei mesi: Svegliati! Ricordati che Dio viene! Non ieri, non domani, ma oggi, adesso! L’unico vero Dio, «il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», non è un Dio che se ne sta in cielo, disinteressato a noi e alla nostra storia, ma è il-Dio-che-viene. È un Padre che mai smette di pensare a noi e, nel rispetto estremo della nostra libertà, desidera incontrarci e visitarci; vuole venire, dimorare in mezzo a noi, restare con noi. Il suo «venire» è spinto dalla volontà di liberarci dal male e dalla morte, da tutto ciò che impedisce la nostra vera felicità.
Dio ci offre la sua stessa gioia eterna, poiché Lui è la novità assoluta sottratta alla corruzione del tempo. Così, Dio viene portando con Sé il giorno nuovo, rapito alla dissoluzione del sepolcro della storia, perché Dio è l’eterno inizio, è la perenne alba nel suo giorno senza tramonto. Con grande intuito, un teologo contemporaneo, J. B. Metz ha detto che il nostro Dio ha sempre un «volto albeggiante». Il suo sguardo ha il colore e la profondità dell’aurora. È come un sole che sorge sulla nostra vita. Vir Oriens nomen eius, canta un’antifona del Tempo di Avvento, riprendendo un’espressione del profeta Zaccaria (cf Zc 6,12). Oriente è il nome di Dio. L’Avvento è un tempo privilegiato nel quale tornare a orientare la nostra vita, nel senso originario dell’espressione che esorta a volgerci verso oriente, che è il luogo di Dio. L’uomo che perde la sua relazione con l’oriente si smarrisce. Nelle prime pagine della Genesi viene ricordato il peccato di Babele (11,19), che nasce anche da questo disorientamento radicale, «Emigrarono da oriente», dice il testo e la conclusione è la costruzione di una torre, simbolo di un uomo che progetta la propria città, il proprio futuro, senza attendere e accogliere quella promessa di Dio che sorge sempre in modo nuovo sulla vita. All’uomo di Babele Dio risponde con la chiamata di Abramo, che è colui che si fida della promessa di Dio e, anziché progettare una città, lascia la propria terra per andare verso quella terra non ancora conosciuta che Dio promette di indicargli (Gen 12,1-4). L’uomo è oggi malato di questa pretesa di essere l’unico artefice della propria vita, e, volgendosi verso occidente, guarda soltanto a ciò che le sue mani possono inventare e produrre, fino alla manipolazione genetica della vita.

Le tre venute di Cristo
I Padri della Chiesa osservano che il «venire» di Dio – continuo e, per così dire, connaturale al suo stesso essere – si concentra nelle due principali venute di Cristo, quella della sua Incarnazione e quella del suo ritorno glorioso alla fine della storia (cf Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 15,1).
Il tempo di Avvento vive di questa polarità. Nei primi giorni l’accento cade sull’attesa dell’ultima venuta del Signore, come dimostrano i testi delle prime celebrazioni dell’Avvento. Avvicinandosi poi il Natale, prevarrà invece la memoria dell’avvenimento di Betlemme, per riconoscere in esso la «pienezza del tempo».
Tra queste due venute «manifeste» se ne può individuare una terza, che San Bernardo chiama «intermedia» e «occulta», la quale avviene nell’anima dei credenti e getta come un «ponte» tra la prima e l’ultima.
In questo Avvento di mezzo (medius Adventus), o «tempo della visitazione», noi celebriamo la memoria dell’Incarnazione e attendendo la venuta nel compimento, facciamo del tempo della nostra attesa anche l’occasione in cui scopriamo con meraviglia che il nostro Dio desidera essere atteso.
Non solo esige la nostra vigilanza, ma fa della nostra attesa l’oggetto del suo desiderio. Ogni uomo gioisce nel sapersi atteso da qualcuno. Questo è vero anche per il Signore Gesù (…) Dio cerca e desidera qualcuno che lo accolga a lo lasci dimorare nella sua vita. La sua venuta suscita la nostra vigilanza, e la nostra attesa manifesta la gioia di Dio nell’incontrarci.
Egli ci invita alla vigilanza, perché chi ama cerca sempre qualcuno che lo attenda.

Lorenzo Villar

11 DICEMBRE 2016 | 3A DOMENICA DI AVVENTO A | OMELIA

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11 DICEMBRE 2016 | 3A DOMENICA DI AVVENTO A | OMELIA

Per cominciare
« Rallegratevi sempre nel Signore », dice l’antifona d’inizio. E anche Isaia nella prima lettura invita « il deserto e la terra arida a rallegrarsi, perché vedranno la gloria del Signore ». San Giacomo (seconda lettura) proclama: « Rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina ». L’Avvento procede, siamo ormai a due settimane esatte dal Natale. Ma il motivo più forte di una gioia grande è che Gesù viene per noi, « smarriti di cuore » (Isaia), viene per i ciechi, gli storpi, i sordi, i poveri… (vangelo) ed è beato chi non si scandalizza di un messia così diverso da come gli ebrei se lo aspettavano.

La parola di Dio
Isaia 35,1-6a.8a.10. Gesù rispondendo agli inviati del Battista, fa riferimento in modo esplicito a un passo della cosiddetta Apocalisse Minore di Isaia (capitoli 34-35). Quel testo, opera di un profeta anonimo dell’esilio babilonese (VI secolo a.C.), « canta il gioioso ritorno dell’Israele perseguitato dai campi di concentramento e dai lager di Babilonia verso il focolare nazionale di Palestina… » (Gianfranco Ravasi). Sono parole di gioia.
Giacomo 5,7-10. La prima comunità cristiana pensava imminente la seconda venuta di Gesù. Forse è questa la prospettiva dell’invito di Giacomo alla pazienza, alla laboriosità, alla testimonianza profetica. Dice: « La venuta del Signore è vicina. Ecco, il giudice è alle porte, rinfrancate i vostri cuori ».
Matteo 11,2-11. Giovanni Battista è in carcere per aver avuto il coraggio di denunciare i potenti di questo mondo. Gesù ne fa un elogio senza misura: « Tra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista »; ma è anche un profeta in crisi di fronte a Gesù, messia così diverso da come se lo aspettava e che invita i suoi discepoli a intervistarlo perché finalmente riveli la sua identità.

Riflettere
Siamo ormai a 15 giorni dal Natale. La terza domenica di Avvento è già attraversata dalla gioia per l’imminenza dell’arrivo del Figlio di Dio nella nostra umanità.
La parola di Dio (la lettura di Isaia) ci invita con maggior chiarezza ad accogliere Gesù nella sua vera identità di messia mite, solidale e pacifico. Sono le caratteristiche a cui si rifà esplicitamente Gesù stesso nel brano di vangelo.
È proprio questo che disorienta il Battista, ancora protagonista in questa domenica. Egli ha una certa idea del messia, che descrive come un personaggio potente, che realizzerà una giustizia implacabile e senza misericordia. Ha visto lo Spirito posarsi su di lui, ha capito che Gesù è l’inviato di Dio, il messia che doveva venire, ma lo trova così diverso da come se lo è figurato e da come lo ha presentato. Non solo, Gesù lascia che lui, il Battista, che pure è dei suoi, che gli ha aperto e preparato la strada, marcisca in prigione. E dal duro carcere del Macheronte, presso il mar Morto, manda i suoi discepoli a chiedere: « Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro? ».
Gesù risponde agli inviati del Battista facendo riferimento a ciò che essi stessi possono « vedere e sentire ». Afferma di essere venuto per evangelizzare i poveri, liberare l’umanità ammalata, emarginata e sofferente. Gesù parla e agisce. Sono i fatti che rivelano la sua identità, che assicurano a coloro che vedono che è iniziato il regno di Dio.
Infine aggiunge una nuova beatitudine, quella di chi « non trova in lui motivo di scandalo ». Gesù con queste parole delude le attese dei discepoli del Battista e di quanti sono sempre in attesa dell’intervento di un Dio vincitore, che fa piazza pulita di tutti i nemici del bene. Mentre Gesù presenta il volto di un Dio paziente e mite, che sa attendere e rispettare la libertà dell’uomo.
Gesù però in questa circostanza fa una doppia rivelazione: afferma che il Battista è colui che è venuto a preparargli la strada, e parla di se stesso come del messia, anche se si presenta in modo così diverso da come il Battista lo ha descritto. Riconosce infine la testimonianza del Battista e il suo coraggio: non è « una canna sbattuta dal vento, né un uomo vestito con abiti di lusso ». È un uomo così simile a Gesù, che ha scelto per sé uno stile essenziale di vita.

Attualizzare
La venuta del messia porta pace e novità nel mondo. Sono le immagini piene di suggestioni di Isaia. Sono un’illusione? Il mondo sta realmente diventando il regno di Dio? Va verso il meglio? I giovani stessi dicono che si stava meglio ieri. Anche gli anziani, che però aggiungono: « La storia è sempre la stessa… ». E noi? Ci vuole fede per riconoscere l’intervento di Dio e il progresso che c’è stato. Un progresso che da sempre passa attraverso gli « uomini nuovi », che amano e sono miti e pazienti come Gesù.
Siate costanti, dice Giacomo. E la costanza, così come la pazienza e la mitezza, sono le caratteristiche dei forti, di chi non si arrende, di chi sa che solo così si può portare frutto e costruire la città di Dio. « Se sapessi che il mondo deve finire oggi, io pianterei lo stesso un albero di melo », sembra che abbia detto Martin Lutero, dichiarando di non voler gettare la spugna mai, nemmeno di fronte all’evidenza, fiducioso in Dio.
Chi è costante non si rassegna. Si impegna con serenità. È costante chi sa dove vuole arrivare e ci arriva con tutti i mezzi, raggirando gli ostacoli e attendendo il momento giusto. È costante colui che è molto saggio e motivato. Che sa che Dio e la nostra fede sono l’unica certezza che esista al mondo. Mentre tutto il resto passa e non ha senso attaccarci il cuore.
Il Battista sembra anche lui impaziente, anzi, quasi dubbioso o in crisi. È uno sconfitto, eppure si è affidato unicamente a Dio. È lo scandalo che possiamo patire anche noi di fronte alla grotta di Betlemme. Di fronte a Dio che sceglie un modo così indifeso e mite di entrare nel mondo.
Guardando questa grotta si può essere presi immediatamente da tanta tenerezza, ma andando oltre, al di là della poesia, si può cogliere lo stile di Dio nel proporre all’uomo la salvezza. È così, con mezzi poveri, senza fare alleanze con i potenti e senza violenza che Gesù sceglie di predicare il suo vangelo per la salvezza del mondo.
Siamo ormai vicini al Natale. La grancassa del consumismo ha già rispolverato tutto il suo splendore di luci per sbalordirci e farci vivere un Natale fatto di una allegria senza interiorità. Natale che invece è attesa di una realtà e di una festa ben più grande, quella di Dio che viene a noi.

Il mio Dio è fragile.

« Il mio Dio
non è un Dio duro,
impenetrabile,
insensibile,
impassibile.
Il mio Dio è fragile.
È della mia razza.
E io sono della sua.
Il mio Dio conosce
la gioia umana,
l’amicizia.
Le cose belle della terra.
Il mio Dio ha avuto fame,
ha sognato,
ha conosciuto la fatica.
Il mio Dio ha tremato
davanti alla morte.
Il mio Dio ha conosciuto
la tenerezza di una mamma »
(Juan Arias).

Don Umberto DE VANNA sdb

PROFETI HANNO ANNUNZIATO CHE GLI UOMINI AVREBBERO VISTO DIO – SANT’IRENEO *

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PROFETI HANNO ANNUNZIATO CHE GLI UOMINI AVREBBERO VISTO DIO – SANT’IRENEO *

S. Ireneo di Lione (seconda metà del Il secolo), originario dell’Asia Minore, è il primo grande teologo dell’età patristica. Il suo pensiero, d’ispirazione profondamente biblica, è nello stesso tempo semplice, vigoroso e profondo. Opposto al dualismo gnostico, tale pensiero si sintetizza in una visione d’unità: la ricapitolazione universale nel Cristo. L’unione con il Figlio, preparata dallo Spirito Santo, ci conduce alla visione del Padre annunciata dai profeti.
Uno solo è Dio che, nel Verbo e nella Sapienza, ha fatto tutte le cose disponendole con armonia. Egli è il Creatore, colui che ha destinato questo mondo al genere umano. Per la sua grandezza, egli è inconoscibile a tutti quelli che sono stati fatti da lui: nessun essere infatti, né passato né presente, ha mai potuto investigare la sua altezza. Ma per la sua bontà, egli è sempre conosciuto in colui, grazie al quale ha creato ogni cosa. Questi è il suo Verbo, il nostro Signore Gesù Cristo. Egli, negli ultimi tempi, si è fatto uomo in mezzo agli uomini, per ricongiungere il termine con il suo principio, cioè l’uomo con Dio. Per questo i profeti, che ricevevano dallo stesso V’erba il carisma della profezia, preannunciarono la sua venuta nella carne. Grazie alla sua incarnazione, si è compiuta – secondo il desiderio del Padre – la fusione e la comunione di Dio con l’uomo. Sin dall’inizio, il Verbo aveva fatto sapere che Dio si sarebbe manifestato agli uomini, avrebbe vissuto con loro sulla terra, avrebbe parlato e si sarebbe reso presente alla sua creatura, salvandola e facendosi conoscere sensibilmente. In tal modo egli ci avrebbe salvati dalle mani dei nostri nemici (Lc. 1, 71), cioè da ogni spirito del male, e ,ci avrebbe concesso di servirlo in santità e giustizia ogni giorno della nostra vita (Lc. 1, 74-75), perché l’uomo intimamente unito allo Spirito di Dio potesse entrare nella gloria del Padre…
Preannunciavano perciò i profeti che Dio sarebbe stato visto dagli uomini, così come dice il Signore: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt. 5, 8). In realtà, data la sua grandezza e la sua gloria ineffabile, nessuno potrà vedere Dio e vivere (Es. 33, 20), perché il Padre è incomprensibile. Ma, per la sua bontà, per H suo amore verso gli uomini e per la sua onnipotenza, egli dà a coloro che lo amano anche la capacità di vederlo. Questo precisamente avevano affermato i profeti, perché ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio (Lc. 18, 27). L’uomo, da se stesso, non potrà mai vedere Dio: sarà Dio stesso che, di sua propria volontà, si mostrerà agli uomini, a chi vuole, quando vuole, come vuole. Dio è onnipotente: egli si manifestò un tempo per mezzo dello Spirito nella parola dei profeti, si fa vedere per mezzo del Figlio nell’adozione a figli, si farà contemplare – ne,I regno dei cieli – nella sua paternità. Lo Spirito prepara l’uomo per il Figlio di Dio, il Figlio lo conduce al Padre e il Padre dona l’incorruttibilità e la vita eterna. E la vita eterna nasce, per chi lo contempla, dalla visione di Dio. Come infatti chi vede la luce è nella luce e partecipa al suo splendore, così chi vede Dio è in Dio e partecipa alla sua luce. Ora, lo splendore di Dio dà vita: così, chi vede Dio entrerà nella vita.

* Contra haereses, liber IV, 20, 4-5: «Sources Chrétiennes» 100, Le Cerf, Parigi 1965, pp. 635-641.

IL SIGNIFICATO DEL TEMPO DELL’AVVENTO

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IL SIGNIFICATO DEL TEMPO DELL’AVVENTO

a cura del Monastero Carmelo Sant’Anna a Carpineto Romano

INQUADRAMENTO LITURGICO

Il tempo liturgico che va dai primi vespri del 2 dicembre fino ai primi vespri di Natale (esclusi) è quello dell’Avvento.
Tale tempo liturgico ruota attorno a due prospettive principali. La prima prospettiva è data dalla parola avvento (dal latino adventus che vuol dire venuta, arrivo) e sta ad indicare. La seconda prospettiva è escatologica, riguarda cioè la fine dei tempi, e indica la seconda venuta del Signore alla fine dei tempi.
Il Tempo di Avvento, dunque, ha una doppia caratteristica: preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.
Le letture del Vangelo nelle singole domeniche hanno una caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (Il e III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell’Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia. Le letture dell’Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo.
Il colore liturgico è il viola.
Nel corso dell’Avvento si celebra la solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, la Vergine Madre del Signore e Madre nostra. Il tempo d’Avvento è tempo mariano per eccellenza perché Maria è in « dolce attesa » del Figlio. Anche noi siamo chiamati a diventare « generatori di Dio », come diceva il carmelitano beato Tito Brandsma.

PREPARIAMOCI AD ACCOGLIERE IL SIGNORE GESÙ
Eccoci giunti al tempo forte dell’Avvento: viene il Signore Gesù.
Chi di noi dovendo ricevere in casa un amico o un illustre ospite non la riordinerebbe, preparando fin nei minimi dettagli ogni cosa, pranzo compreso? Tutti ci daremmo da fare per rendere gradita la visita dell’amico.
Ecco, viene Gesù. Che facciamo?
« A te Signore, elevo l’anima mia, Dio mio in te confido; che io non sia confuso » (Sl 24,1).
Fissiamo lo sguardo su Gesù, lo accogliamo nella nostra vita, nella nostra interiorità.
Importante è creare silenzio in noi, silenzio di intimità, silenzio di ascolto della Parola, silenzio per il Signore.
« Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie » (Is 63, 16).
Pratichiamo, dunque, la giustizia, in noi e attorno a noi. Camminiamo sulle vie del Signore, con rettitudine, con amore. Il cambiamento inizia in noi, dentro di noi. Da noi, non dagli altri.
Il Signore ci concede « tutti i doni, quelli della Parola e quelli della scienza » (1Cor 1, 3): ma i doni vengono dal Signore non sono nostri.
Il Vangelo di Marco di questa prima domenica di Avvento ci richiama continuamente con questi termini: state attenti, vegliate, vigilate.
Rientrare in noi, custodire la Parola, fare silenzio.
Si ricomincia l’Avvento con animo lieto, vigilanti, con buona volontà.
Si parte con entusiasmo, ordunque!
Concedici, Signore la perseveranza, la fedeltà, la costanza.
Da Te ogni dono di grazia, di sapienza, di scienza per vigilare, per amare, per ascoltare, per servire.
Tu vieni, vieni sempre, e ci prendi per mano, ci conduci, ci porti a Te.
Tu ci metti a custodire la casa in attesa del tuo ritorno: che non ci si addormenti in questa attesa perchè Tu torni, tu vieni, vieni sempre.
Donaci uno sguardo di fede, uno sguardo lungimirante per vedere lontano, per leggere la storia, questa storia che viviamo, con Te presente.

APPROFONDENDO IL SIGNIFICATO DELL’AVVENTO
Tempo di grazia, tempo di luce, tempo di risveglio… Dio nasce in un profondo silenzio. Il mese di novembre, mese in cui abbiamo ricordato i nostri defunti, si chiude con la prima domenica di Avvento. Entriamo nel mese che sancisce l’inizio dell’anno liturgico.
Avvento significa attesa, ma anche silenzio, interiorità, intimità. Vorremmo che l’attesa, in silenzio e preghiera, fosse condivisa con Maria, madre di Gesù, per ripensare a tutta la storia della salvezza che proprio in Gesù trova compimento. Gesù il Verbo, la Parola del Padre che diventa uomo in tutto tranne che nel peccato.
Attendere amorevolmente in preghiera il Natale del Signore perché l’amore del Padre si manifesta attraverso il Figlio Suo Unigenito, e Figlio di Maria Vergine.
Dicembre è il mese che ci lascia estasiati davanti allo spettacolo della neve che riveste di splendida veste monti, alberi, tetti delle case. Splendore di bellezza è la natura così rivestita e, a prescindere dal freddo, tanta pura bellezza ci fa gioire, di più, ci riscalda il cuore con sentimenti nuovi.
Non lasciamo raffreddare i cuori in questo mese, ascoltiamo il silenzio ovattato del soffice cadere della neve lenta e pur tuttavia frettolosa e, nell’attesa del grande avvenimento, nella natura potremmo rinvenire simboli di quel che accadrà nella « notte di luce », del 24/25 dicembre.
Il Verbo di Dio verrà nel silenzio… verrà in fretta perché l’Amore vuole subito manifestarsi.
Ecco, proprio come la neve silenziosa e frettolosa. L’amore nasce nel silenzio ma in tutta fretta. Troppi secoli, infatti, erano passati dalla caduta di Adamo ed Eva e la nascita del Salvatore. L’Amore aveva davvero atteso troppo!
E finalmente contempleremo l’Amore, la tenerezza di un Dio fatto bambino, fatto uomo come noi.
Se ci saremo ben preparati nel silenzio, nella preghiera, Gesù ci abbraccerà, di colmerà l’anima dei suoi doni, primo fra tutti la pace, poi la gioia e ancora l’amore.
Abbracciàti a Gesù sarà più leggero vivere, e abbracciati a Lui impareremo l’arte più difficile: amare non a parole ma fattivamente e con tenerezza.
Gesù ci farà dono di ciò che oggi manca: i valori. Ma il dono dei doni è sentire: « Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama ».

L’AVVENTO E MARIA
Siamo alla prima Domenica di Avvento e si può dire che ci troviamo anche all’inizio della preparazione alla novena dell’Immacolata. Riflettiamo insieme: Dio scende fino a noi, soltanto per Amore.
Che faremo noi? Ciò che possiamo e dobbiamo fare, è questo:
vivere nella gioia che il Signore viene a salvarci e sforzarci di convertirci dal profondo del cuore.
La conversione la dimostriamo in un unico modo: amando Dio e i fratelli. Amare vuol dire: perdonarci e perdonare.
Talora non perdoniamo a noi stessi di essere come siamo e allora diventa difficile perdonare agli altri: manca la pace nel nostro cuore, manca l’accettazione dei nostri limiti.
Come possiamo accettare gli altri? L’amore scaturisce da un cuore in pace con se stesso, in armonia con se stesso: facciamo unità dentro di noi e faremo unità con gli altri.
L’Avvento ci porta ad approfondire la conoscenza di Gesù per vedere se siamo o no sua trasparenza. Gesù, infatti, è trasparenza del Padre.
Cerchiamo di essere trasparenza del Figlio obbediente al Padre in profonda umiltà.
Come si apre l’anno liturgico e si conclude. Con la celebrazione della Solennità di Cristo Re abbiamo chiuso l’anno liturgico, ora con l’Avvento riapriamo l’anno liturgico.
E’ come se dicessimo: una vita nasce, una vita muore. In questo alternarsi è racchiusa la nostra vita e in questo alternarsi dobbiamo realizzare la nostra salvezza.
Il Signore ci dà l’opportunità per realizzarla se ci poniamo con docile disponibilità all’ascolto dello Spirito.
L’anno liturgico ci facilita un cammino costante, scandito dalla Parola, dal tempo di Dio.
L’Avvento è una prima tappa, la prima opportunità offertaci dal Signore per riflettere sul mistero dell’Incarnazione, che celebreremo solennemente il 24 e il 25 dicembre.
Il Cristo, nostro Signore, si è incarnato nel seno della Vergine Maria, per salvare l’uomo, per salvarci tutti, riscattarci dal peccato originale, dalla morte antica.
Salvare l’uomo prendendo un corpo di carne come il nostro e sperimentando con esso quanto l’uomo sperimenta di sentimenti, di dolore, di gioia, di debolezza, di fame e di sete, di sofferenza, di fatica e di insuccesso.
L’Avvento è un momento davvero favorevole per far memoria di quanto il Signore ha compiuto di meraviglie per l’uomo, per noi.
E’ questa una contemplazione che deve portarci al rendimento di grazie a Dio.
Guardiamo Maria, la Stella, e andiamo insieme ai pastori all’incontro inafferrabile di Colui che nella Notte del tempo nasce nel nostro tempo, luce senza fine.
La sua venuta ci doni la pace, l’amore, la concordia e la fraternità.per non rallegrarci da soli.
Prepariamoci insieme al Natale del Figlio di Dio, con l’amore, con la preghiera, con la carità fraterna.
Guardiamo Maria e impariamo da Lei a essere uomini e donne di fede, di silenzio, di preghiera, di ascolto della Parola di Dio. Con l’augurio, così, di vivere una meravigliosa festa di Maria e un fruttuoso Avvento.

Publié dans:Tempi Liturgici: Avvento |on 28 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

27 NOVEMBRE 2016 | 1A DOMENICA DI AVVENTO A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/01-Avvento_A/Omelie/1-Domenica/1x-1a-Domenica-Avvento_A_2016-UD.htm

27 NOVEMBRE 2016 | 1A DOMENICA DI AVVENTO A | OMELIA

Per cominciare
È l’Avvento. Ancora una volta ci mettiamo in attesa del più grande evento di tutti i tempi: l’incarnazione del Figlio di Dio. I cristiani lo fanno da molti secoli. Il mondo in questo lungo tempo è cambiato, qualcuno dice in peggio, qualcuno dice in meglio. Anche noi siamo cambiati: forse in meglio, forse in peggio. Gesù viene tra noi ancora una volta perché ci decidiamo a vivere meglio, a costruire un mondo come l’ha pensato Dio.

La parola di Dio
Isaia 2,1-5. La visione di Isaia è grandiosa, smisurata. Il popolo ebraico a quel tempo è davvero poca cosa. Ma egli vede tutti i popoli della terra giungere a Gerusalemme, alla rocca di Sion, per prendere lezioni di vita. Iahvè farà il miracolo di trasformare le loro spade in vomeri, le loro lance in falci: sarà la fine di ogni guerra.
Romani 13,11-14. Paolo invita i Romani a svegliarsi dal sonno, perché la salvezza è ormai vicina. Come Isaia, che invita a « camminare nella luce », anche Paolo dice ai Romani di gettare via le opere delle tenebre e di intraprendere una vita nuova.
Matteo 24,37-44. Gesù dice ai discepoli di vigilare, di vivere nell’attesa della venuta del Signore e di farlo da svegli, con zelo, come se uno sapesse che di notte arriverà in casa sua un ladro. Guai a vivere spensieratamente e con incoscienza, come ha fatto la gente al tempo del diluvio.

RiflettereAttendiamo la venuta di Gesù. È ormai alle porte, verrà presto. Dobbiamo attenderlo non stancamente o lasciandoci prendere dal sonno. Il vangelo parla di attesa di un ladro, in realtà è attesa di un amico, della persona che ci ama e che amiamo più di ogni cosa.
Il vangelo ci presenta le parole amichevoli e severe di Gesù, quasi le ultime raccomandazioni di uno che ama profondamente e vuole mettere all’erta i propri cari.
A quel tempo il rischio poteva essere quello di riferire quelle parole di Gesù a un futuro ancora lontano, a leggere quelle considerazioni allarmate come rivolte ad altri.
Oggi potrebbe avvenire la stessa cosa. Queste parole che la liturgia ci ripropone possiamo considerarle come parole rivolte a un passato che si è già realizzato e concluso con la distruzione di Gerusalemme nell’anno ’70 d.C. a opera dei Romani, oppure a un futuro lontano, che si riferiscono al giudizio finale di Dio.
In realtà Gesù vuol far comprendere a chi lo ascoltava allora e a noi oggi, lo spessore dell’eternità che si trova in ogni scelta che facciamo nel nostro quotidiano.
Scrive la Gaudium et spes: « L’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo… Qui sulla terra il regno è già presente, in mistero » (39).
L’incontro con il Signore che viene in questo Avvento ci spinge a uscire dalle tenebre e a rinnovarci profondamente, abbandonando « orge e ubriachezze, lussurie e impurità, litigi e gelosie » (seconda lettura).
È attesa di qualcosa di straordinario: Isaia presenta in una visione grandiosa molti popoli in cammino verso il monte di Dio, dove troveranno le indicazioni per condurre una vita nuova e diventare costruttori di pace.

Attualizzare
L’Avvento è tutto questo: attesa di un evento specialissimo, di una vita vissuta a occhi aperti, un metterci in cammino verso Dio.
Gesù fa riferimento ai giorni che precedettero il diluvio: c’era chi mangiava e chi beveva spensieratamente e viveva senza accorgersi della tragedia che stava per compiersi. Non si può non pensare alla superficialità e all’incoscienza della nostra società, di chi vive alla giornata senza farsi domande, senza riflettere, senza programmare. Semplicemente rimuovendo le domande della vita, senza chiedersi chi siamo, dove andiamo, qual è il nostro destino.
È un programma di vita che ci viene proposto, un cambiamento di prospettiva un « rivestirsi del Signore Gesù Cristo, senza lasciarci prendere dai desideri della carne » (Rm 13,14). La prospettiva è quella della seconda venuta: il Signore è venuto, il Signore ritornerà: state pronti e vigilate.
Tempo di penitenza, dunque, di vigilanza nella preghiera, di scelte difficili. Tutto questo è l’Avvento. La liturgia di questa prima domenica lascia l’impressione di cominciare questo mese che ci separa al Natale con sentimenti forti e quasi negativi, calcando la mano sugli aspetti di mortificazione e di attesa un po’ timorosa.
Ma le parole di Gesù solo quelle di chi ci ama, di chi ci mette sull’avviso. Un’attesa paragonabile all’attesa di un amico, di un incontro a lungo desiderato… È normale non dormire, sentire l’ansia di ciò che ci aspetta.
L’Avvento è anche attesa del Natale. Ed è inevitabile ricordare che la nascita di Gesù è avvenuta nell’umiltà, in una grotta-stalla, nel rifiuto dell’ospitalità. Ma anche nell’adorazione dei semplici e nella gioia cantata dagli angeli, vissuta dai pastori e dai magi. Soprattutto questo è Natale. Allora l’attesa, se si fa seria, è anche accompagnata da una gioiosa speranza.

Ogni anno c’è l’Avvento,
ogni anno Natale.
Viene facile dire:
so già tutto quello che succede.
È sempre la stessa cosa,
non cambia nulla.
Eppure ogni anno tu sei diverso,
e ti ritrovi con un anno in più
di esperienze sulle spalle:
belle o brutte,
che rifaresti o no.
Sei comunque cambiato
e quasi non ti riconosci
pensando a come eri un anno fa.
Anche il mondo è cambiato:
nuovi trattati, nuove guerre,
fatti sensazionali, carestie, capitali sprecati,
parole di pace, parole di odio,
uomini giusti, uomini malvagi.
Un po’ come te il mondo è cresciuto:
c’è chi dice in peggio, c’è chi dice in meglio.
Cristo viene perché il mondo cresca in meglio.
Per questo ogni anno celebriamo « Natale ».
Un Natale sempre uguale,
perché sempre Betlemme di 2.000 anni fa,
ma sempre nuovo
per un mondo sempre in cambiamento.
Cristo viene « oggi », nel mondo di oggi,
sempre lui e sempre diverso
perché tu oggi possa capirlo
e perché il mondo sappia accettarlo.
È un cammino che continua.

Don Umberto DE VANNA sdb

IL SIGNIFICATO DEL TEMPO DELL’AVVENTO

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IL SIGNIFICATO DEL TEMPO DELL’AVVENTO

a cura del Monastero Carmelo Sant’Anna a Carpineto Romano     

INQUADRAMENTO LITURGICO Il tempo liturgico che va dai primi vespri del 2 dicembre fino ai primi vespri di Natale (esclusi) è quello dell’Avvento. Tale tempo liturgico ruota attorno a due  prospettive principali. La prima prospettiva è data dalla parola avvento (dal latino adventus che vuol dire venuta, arrivo) e sta ad indicare. La seconda prospettiva è escatologica, riguarda cioè la fine dei tempi, e indica la seconda venuta del Signore alla fine  dei tempi. Il Tempo di Avvento, dunque, ha una doppia caratteristica: preparazione alla  solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio  fra gli uomini, e contemporaneamente  è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato  all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi. Le letture del Vangelo nelle singole domeniche hanno una caratteristica propria: si riferiscono  alla venuta del Signore alla fine dei  tempi (I domenica), a Giovanni Battista (Il e III domenica); agli antefatti  immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell’Antico  Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal  libro di Isaia. Le letture dell’Apostolo  contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo  tempo. Il colore liturgico è il viola. Nel corso dell’Avvento si celebra la solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, la Vergine Madre del Signore e Madre nostra. Il tempo d’Avvento è tempo mariano per eccellenza perché Maria è in « dolce attesa » del Figlio. Anche noi siamo chiamati a diventare « generatori di Dio », come diceva il carmelitano beato Tito Brandsma.   PREPARIAMOCI AD ACCOGLIERE IL SIGNORE GESÙ Eccoci giunti al tempo forte dell’Avvento: viene il Signore Gesù. Chi di noi dovendo ricevere in casa un amico o un illustre ospite non la riordinerebbe, preparando fin nei minimi dettagli ogni cosa, pranzo compreso? Tutti ci daremmo da fare per rendere gradita la visita dell’amico. Ecco, viene Gesù. Che facciamo? « A te Signore, elevo l’anima mia, Dio mio in te confido; che io non sia confuso » (Sl 24,1). Fissiamo lo sguardo su Gesù, lo accogliamo nella nostra vita, nella nostra interiorità. Importante è creare silenzio in noi, silenzio di intimità, silenzio di ascolto della Parola, silenzio per il Signore. « Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie » (Is 63, 16). Pratichiamo, dunque, la giustizia, in noi e attorno a noi. Camminiamo sulle vie del Signore, con rettitudine, con amore. Il cambiamento inizia in noi, dentro di noi. Da noi, non dagli altri. Il Signore ci concede « tutti i doni, quelli della Parola e quelli della scienza » (1Cor 1, 3): ma i doni vengono dal Signore non sono nostri. Il Vangelo di Marco di questa prima domenica di Avvento ci richiama continuamente con questi termini: state attenti, vegliate, vigilate. Rientrare in noi, custodire la Parola, fare silenzio. Si ricomincia l’Avvento con animo lieto, vigilanti, con buona volontà. Si parte con entusiasmo, ordunque! Concedici, Signore la perseveranza, la fedeltà, la costanza. Da Te ogni dono di grazia, di sapienza, di scienza per vigilare, per amare, per ascoltare, per servire. Tu vieni, vieni sempre, e ci prendi per mano, ci conduci, ci porti a Te. Tu ci metti a custodire la casa in attesa del tuo ritorno: che non ci si addormenti in questa attesa perchè Tu torni, tu vieni, vieni sempre. Donaci uno sguardo di fede, uno sguardo lungimirante per vedere lontano, per leggere la storia, questa storia che viviamo, con Te presente.

APPROFONDENDO IL SIGNIFICATO DELL’AVVENTO Tempo di grazia, tempo di luce, tempo di risveglio… Dio nasce in un profondo silenzio. Il mese di novembre, mese in cui abbiamo ricordato i nostri defunti,  si chiude con la prima domenica di Avvento. Entriamo nel mese che sancisce l’inizio dell’anno liturgico. Avvento significa attesa, ma anche silenzio, interiorità, intimità. Vorremmo che l’attesa, in silenzio e preghiera, fosse condivisa con Maria, madre di Gesù,  per ripensare a tutta la storia della salvezza che proprio in Gesù trova compimento. Gesù il Verbo, la Parola del Padre che diventa uomo in tutto tranne che nel peccato. Attendere amorevolmente in preghiera il Natale del Signore perché l’amore del Padre si manifesta attraverso il Figlio Suo Unigenito, e Figlio di Maria Vergine. Dicembre è il mese che ci lascia estasiati davanti allo spettacolo della neve che riveste di splendida veste monti, alberi, tetti delle case. Splendore di bellezza è la natura così rivestita e, a prescindere dal freddo, tanta pura bellezza ci fa gioire, di più, ci riscalda il cuore con sentimenti nuovi. Non lasciamo raffreddare i cuori in questo mese, ascoltiamo il silenzio ovattato del soffice cadere della neve lenta e pur tuttavia frettolosa e, nell’attesa del grande avvenimento, nella natura potremmo rinvenire simboli di quel che accadrà nella « notte di luce », del 24/25 dicembre. Il Verbo di Dio verrà nel silenzio… verrà in fretta perché l’Amore vuole subito manifestarsi. Ecco, proprio come la neve silenziosa e frettolosa. L’amore nasce nel silenzio ma in tutta fretta. Troppi secoli, infatti, erano passati dalla caduta di Adamo ed Eva e la nascita del Salvatore. L’Amore aveva davvero atteso troppo! E finalmente contempleremo l’Amore, la tenerezza di un Dio fatto bambino, fatto uomo come noi. Se ci saremo ben preparati nel silenzio, nella preghiera, Gesù ci abbraccerà, di colmerà l’anima dei suoi doni, primo fra tutti la pace, poi la gioia e ancora l’amore. Abbracciàti a Gesù sarà più leggero vivere, e abbracciati a Lui impareremo l’arte più difficile: amare non a parole ma fattivamente e con tenerezza. Gesù ci farà dono di ciò che oggi manca: i valori. Ma il dono dei doni è sentire: « Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama ».   L’AVVENTO E MARIA Siamo alla prima Domenica di Avvento e si può dire che ci troviamo anche all’inizio della preparazione alla novena dell’Immacolata. Riflettiamo insieme: Dio scende fino a noi, soltanto per Amore. Che faremo noi? Ciò che possiamo e dobbiamo fare, è questo: vivere nella gioia che il Signore viene a salvarci e sforzarci di convertirci dal profondo del cuore. La conversione la dimostriamo in un unico modo: amando Dio e i fratelli. Amare vuol dire: perdonarci e perdonare. Talora non perdoniamo a noi stessi di essere come siamo e allora diventa difficile perdonare agli altri: manca la pace nel nostro cuore, manca l’accettazione dei nostri limiti. Come possiamo accettare gli altri? L’amore scaturisce da un cuore in pace con se stesso, in armonia con se stesso: facciamo unità dentro di noi e faremo unità con gli altri. L’Avvento ci porta ad approfondire la conoscenza di Gesù per vedere se siamo o no sua trasparenza. Gesù, infatti, è trasparenza del Padre. Cerchiamo di essere trasparenza del Figlio obbediente al Padre in profonda umiltà. Come si apre l’anno liturgico e si conclude. Con la celebrazione della Solennità di Cristo Re abbiamo chiuso l’anno liturgico, ora con l’Avvento riapriamo l’anno liturgico. E’ come se dicessimo: una vita nasce, una vita muore. In questo alternarsi è racchiusa la nostra vita e in questo alternarsi dobbiamo realizzare la nostra salvezza. Il Signore ci dà l’opportunità per realizzarla se ci poniamo con docile disponibilità all’ascolto dello Spirito. L’anno liturgico ci facilita un cammino costante, scandito dalla Parola, dal tempo di Dio. L’Avvento è una prima tappa, la prima opportunità offertaci dal Signore per riflettere sul mistero dell’Incarnazione, che celebreremo solennemente il 24 e il 25 dicembre. Il Cristo, nostro Signore, si è incarnato nel seno della Vergine Maria, per salvare l’uomo, per salvarci tutti, riscattarci dal peccato originale, dalla morte antica. Salvare l’uomo prendendo un corpo di carne come il nostro e sperimentando con esso quanto l’uomo sperimenta di sentimenti, di dolore, di gioia, di debolezza, di fame e di sete, di sofferenza, di fatica e di insuccesso. L’Avvento è un momento davvero favorevole per far memoria di quanto il Signore ha compiuto di meraviglie per l’uomo, per noi. E’ questa una contemplazione che deve portarci al rendimento di grazie a Dio. Guardiamo Maria, la Stella, e andiamo insieme ai pastori all’incontro inafferrabile di Colui che nella Notte del tempo nasce nel nostro tempo, luce senza fine. La sua venuta ci doni la pace, l’amore, la concordia e la fraternità.per non rallegrarci da soli. Prepariamoci insieme al Natale del Figlio di Dio, con l’amore, con la preghiera, con la carità fraterna. Guardiamo Maria e impariamo da Lei a essere uomini e donne di fede, di silenzio, di preghiera, di ascolto della Parola di Dio. Con l’augurio, così, di vivere una meravigliosa festa di Maria e un fruttuoso Avvento.  

Publié dans:Tempi Liturgici: Avvento |on 24 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

SAN BERNARDO –(1090-1153) – DONO DELL’AVVENTO

http://www.esserecristiani.com/index.php?option=com_content&view=article&id=539:prove&catid=98:testi-patristici-sul-natale&Itemid=115

DISCORSI PATRISTICI SULL’AVVENTO

SAN BERNARDO –(1090-1153) – DISCORSO 4 SULL’AVVENTO 1. 3-4

DONO DELL’AVVENTO

Fratelli, celebrate come si conviene, con grande fervore di spirito l’Avvento del Signore, con viva gioia per il dono che vi viene fatto e con profonda riconoscenza per l’amore che vi viene dimostrato. Non meditate però solo sulla prima venuta del Signore, quando egli entrò nel mondo per cercare e salvare ciò che era perduto, ma anche sulla seconda, quando ritornerà per unirci a sè per sempre. Fate oggetto di contemplazione la doppia visita del Cristo, riflettendo su quanto ci ha donato nella prima e su quanto ci ha promesso per la seconda. “E’ giusto infatti il momento”, fratelli, “in cui ha inizio il giudizio a partire dalla casa di Dio” (1 Pt 4,17). Ma quale sarà la sorte di coloro che rifiutano attualmente questo giudizio? Chi infatti si sottrae al giudizio presente in cui il principe di questo mondo viene cacciato fuori, aspetti, o, piuttosto, tema il Giudice futuro dal quale sarà cacciato fuori insieme al suo principe. Se invece, noi ci sottomettiamo già ora al doveroso giudizio, siamo sicuri, e “aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,20). “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre tuo” (Mt 13,43).”Il Salvatore trasfigurerà” con la sua venuta “il nostro misero corpo per conformarlo al suo glorioso” solo se già prima troverà rinnovato e conformato nell’umiltà al suo il nostro cuore. Per questo dice: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Considera in queste parole la doppia specie di umiltà, quella di conoscenza e quella di volontà. Quest’ultima qui viene chiamata uniltà di cuore. Con la prima conosciamo il nostro niente, come deduciamo dall’esperienza di noi stessi e della nostra debolezza. Con la seconda rifiutiamo la gloria fatua del mondo. Noi impariamo l’umiltà del cuore da colui che “spogliò se stesso,assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7), da colui che quando fu ricercato per essere fatto re, fuggì; invece quando fu ricercato per essere coperto di oltraggi e condannato all’ignominia e al supplizio della croce, si offrì di propria spontanea volontà”.

San Bernardo – Discorso 5 sull’Avvento

Il Verbo di Dio verrà in noi

Conosciamo una triplice venuta del Signore. Una venuta occulta si colloca infatti tra le altre due che sono manifeste. Nella prima il Verbo fu visto sulla terra e si intrattenne con gli uomini, quando, come egli stesso afferma, lo videro e lo odiarono. Nell’ultima venuta”ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6) e vedranno colui che trafissero. Occulta è invece la venuta intermedia, in cui solo gli eletti lo vedono entro se stessi e le loro anime ne sono salvate. Nella prima venuta dunque egli venne nella debolezza della carne, in questa intermedia viene nella potenza dello Spirito, nell’ultima verrà nella maestà della gloria. Quindi questa venuta intermedia è, per così dire, una via che unisce la prima all’ultima: nella prima Cristo fu nostra redenzione, nell’ultima si manifesterà come nostra vita, in questa è nostro riposo e nostra consolazione. Ma perchè ad alcuno nons embrino per caso cose inventate quelle che stiamo dicendo di questa venuta intermedia, ascoltate lui: se uni mi ama – dice – conserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e ni verremo a lui (Gv 14,23). Ma che cosa significa: se uno mi ama, conserverà la mia parola? Ho letto infatti altrove: chi teme Dio opererà il bene (Sir. 15,1), ma di chi ama è detto qualcosa di più: che conserverà la parola di Dio. Dove si deve conservare? Senza dubbio nel cuore, come dice il Profeta: “Conservo nel cuore le tue parole per non offenderti con il peccato” (Sal. 118, 11). Poichè sono beati coloro che custodiscono la parola di Dio, tu custodiscila in modo che scenda nel profondo della tua anima e si trasfonda nei tuoi affetti e nei tuoi costumi. Nutriti di questo bene e ne trarrà delizia e forza la tua anima. Non dimenticare di cibarti del tuo pane, perchè il tuo cuore non diventi arido e la tua anima sia ben nutrita del cibo sostanzioso. Se conserverai così la parola di Dio, non c’è dubbio che tu pure sarai conservato da essa. Verrà a te il Figlio con il Padre, verrà il grande Profeta che rinnoverà Gerusalemme e farà nuove tutte le cose. Questa sua venuta intermedia farà in modo che “come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste” (1 cor 15,49). Come il vecchio Adamo si diffuse per tutto l’uomo occupandolo interamente, così ora lo occupi interamente Cristo, che tutto l’ha creato , tutto l’ha redento e tutto lo glorificherà.
(Ufficio letture Mercoledì 1^ sett. Avvento)

IL CANTO DELL’ ATTESA

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IL CANTO DELL’ ATTESA

30 novembre 2014 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

Il cuore che spera possiede “già” il “non ancora” della pienezza d’amore che attende. Il libro dell’Apocalisse chiude con la promessa dello Sposo: Sì, vengo presto! E la sposa risponde: Vieni, Signore Gesù! (22,20). Questo grido invocativo risuona in un canto aramaico della Chiesa dei primi secoli che attendeva impaziente la parusia: Maranà tha!
Il canto della speranza sgorga dalla pienezza del cuore che crede e dalla forza della fede che ama. L’uomo senza speranza fa soltanto spettacolo di un credere vacuo, apparente e coreografico. Il canto della fede che spera è espressione viva di entusiasmo interiore che incendia il cuore e dà voce alla profezia e alla lode, al rendimento di grazie e allo stupore, alla gioia e alla contemplazione, alla supplica e al pentimento. Questa esperienza sempre entusiasta dell’uomo biblico percorre tutta la santa Scrittura: dal canto di gioia di Adamo, all’Amen dei redenti nell’Apocalisse; dall’appassionata difesa di Dio da parte di Mosè e dei profeti, al Magnificat di Maria, sino all’ebbrezza della Chiesa a Pentecoste. Si tratta di un canto ora di chi si trova direttamente coinvolto nell’azione di Dio, ora di chi desidera farne memoria viva. Questo canto non è finalizzato a creare una qualche atmosfera coreografica e superficiale ma è inno sublime che, mentre celebra nell’entusiasmo della fede le meraviglie di Dio, allo stesso tempo le annunzia agli altri uomini come speranza realizzata.
Se gli ebrei, seduti lungo i fiumi di Babilonia, piangendo, appendono le loro cetre ai salici amari e si rifiutano di cantare, è perché la drammatica vita d’esilio li ha allontanati da quella patria in cui soltanto potevano fare esperienza del loro Dio. Al contrario, Maria di Nazareth, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna, esplodono nel grido di gioia e di lode, perché sperimentano le ragioni della speranza compiuta nella propria vita.
Il canto della speranza, come tensione e attesa, è slancio verso quel futuro che trasfigura il presente. È aurora dell’atteso nuovo giorno che tutto illumina con la sua luce in splendore. La speranza non si esaurisce dentro il destino individuale dell’uomo ma avvolge e coinvolge il cammino dell’umanità intera verso il futuro di gloria.
La speranza cristiana, scrive Paolo a Timoteo, è attesa di un orizzonte di felicità che Dio stesso ha promesso e che coinvolge tutti gli uomini. Paolo, infatti, ha ricevuto dal Signore la missione di annunziare la salvezza offerta a tutti: Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tim 2,3-4). La fede, infatti, garantisce la realtà del futuro promesso perché, attraverso di esso, l’uomo pone la sua fiducia in Dio da cui ogni futuro dipende: La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede (Eb 11,1). Fede non è soltanto slancio verso l’avvenire, ma anche anticipazione e pregustazione della realtà che si attendono. La fede, attrae il futuro all’interno del presente, così che esso non è più soltanto il “non ancora”, perché, immerso nel presente che attende il compimento, ha già in grembo i semi del futuro. La nostra esistenza, infatti, è stata talmente arricchita di verità e di bontà dal Verbo fatto carne della nostra natura che niente più ci manca.
Se la fede ha la priorità nella declinazione della vita teologale, la speranza ha il primato esistenziale nella vita del cristiano: senza la fede, la speranza si riduce a mera utopia; senza la speranza, la fede è morta ed è incapace di tradursi in vita concreta. La fede, infatti, vede ciò che è, la speranza intuisce ciò che sarà, l’amore ama e armonizza ciò che è con ciò che sarà. In tal senso, la speranza è forza liberante che spinge in avanti il cammino faticoso della storia.
L’uomo che vive di speranza impara a stupirsi dinanzi alle sorprese di Dio che quotidianamente opera all’interno delle vicende umane. Lo stupore esplode in quella pienezza di canto che sgorga dall’entusiasmo del cuore: canta chi percepisce di essere inserito nell’azione salvifica di Dio e nella luce delle sue epifanie. Il canto del credente non è gesto di vuota spensieratezza, di superficiale ilarità o di puro estetismo che talvolta degenera in pericolosa idolatria che sgretola la divina Agape: al contrario, è espressione di un cuore ricolmo d’amore e di gratitudine per le rivelazioni di Dio che crea e redime.
I cristiani cantano perché Cristo risorto e glorioso vive in loro e li salva; cantano, sia che si trovino nella gioia sia che soffrano nel pianto; cantano perché il cuore è ricolmo di fiducia e di speranza. Lì dove il canto muore, cedendo il posto o al mutismo o alla vanagloria dell’arte canora, lì muore la speranza. L’uomo senza speranza è incapace di vivere in fraterna concordia evangelica perché, attratto da falsi miraggi di divinità costruite da mani d’uomo, disperso in mille confusi frammenti avvizziti come foglie secche su terreni di peccato e di morte, cammina vagabondo per vie sbagliate.
Dopo il passaggio del Mar Rosso, Mosè e gli Israeliti intonano il cantico di vittoria perché la speranza della liberazione è finalmente realizzata: Voglio cantare in onore al Signore, perché ha mirabilmente trionfato… Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. È il mio Dio e lo voglio lodare, il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! (Es 15,1.2). Senza fede in Dio che salva per amore, non si può effondere il canto d’amore fedele al Dio della speranza.
La celebrazione liturgica è il luogo privilegiato in cui lo stupore della fede si fa entusiasmo di preghiera in canto. Mentre, credendo, prego, imparo la sublime arte di sperare. “Culmine e Fonte” della speranza rimane sempre il mistero dell’Eucaristia, “farmaco d’immortalità” e “seme d’incorruttibilità”. Ecco perché tutte le Preghiere eucaristiche si chiudono con il ricordo della gloria verso la quale tende ogni celebrazione del mistero pasquale: «… e con tutte le creature, liberate dalla corruzione del peccato e della morte, canteremo la tua gloria» (IV Prece eucaristica).
Il canto della preghiera liturgica è tutto carico di attesa e di pregustazione escatologica perché partecipa all’Alleluia del Risorto che rivela e anticipa il termine della storia. Ogni canto della preghiera liturgica deve esprimere la quieta tensione tra un’incarnazione nell’affascinante e drammatica trama dell’oggi storico e la nostalgia colma di speranza dell’incontro con la terra promessa di un futuro annunziato e, in qualche modo, già presente, il cui desiderio e la cui realizzazione nella gloria è dono ineffabile dello Spirito Santo.
La necessità della vigilanza per la non conoscenza del tempo in cui il Signore verrà all’incontro con i suoi servi è veglia d’attesa paziente e fiduciosa che, nella perseveranza della preghiera, canta la speranza d’amore con l’inno “sempre antico e sempre nuovo” della fede. Nell’attesa, il canto della speranza comporta il vegliare operoso che è beatitudine: Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli (Lc 12,37). Il vegliare cristiano si pone all’interno della prima e della seconda venuta del Signore. La vita cristiana inizia dalla prima venuta, si sviluppa come cammino verso la seconda, si conclude nell’ultimo e definitivo incontro col Signore. Allora, quei servi che saranno rimasti svegli, se pur oppressi dal sonno, come gli apostoli sul Tabor, potranno vedere e godere la gloria del Trasfigurato che trasfigurerà i corpi mortali (cf Lc 9,32). Vegliate, vigilate: è l’invito di Cristo che ci prepara all’incontro con Lui. Vegliare e vigilare, dunque, sono i verbi dell’attendere amando. “Vegliare” è l’atteggiamento di chi è proteso verso l’incontro sperato che fa cantare il cuore tenendolo desto. “Vigilare” fa percepire e intravedere, attraverso i chiaroscuri dell’attesa, la venuta del Kyrios, il Signore-Padrone, nell’alveo misterioso di quel silenzio che è canto di speranza e di vita.
Quando i Padri della Chiesa cercano di configurare la vita del cielo e il segno della gloria, quasi sempre, si riferiscono al gesto del cantare. Sant’Agostino così descrive la vita della gloria: «Là riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo» (La città di Dio, XXII, 3,5). Quello che sulla terra si attua sacramentalmente nella divina Liturgia, in cielo è già piena realtà. Quello che già in terra si contempla mediante la fede, in cielo si vive nella beata visione.

Publié dans:meditazioni, Tempi Liturgici: Avvento |on 2 décembre, 2014 |Pas de commentaires »
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