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LA FRAGILITÀ DEL MALE – BONHOEFFER

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LA FRAGILITÀ DEL MALE – BONHOEFFER

Così fu ucciso Bonhoeffer teologo devoto a Dio e al mondo. Settant’anni fa fu giustiziato dai nazisti il grande studioso protestante. Che fece dell’amore per la vita il centro della sua fede

(Vito Mancuso) Esattamente 70 anni fa, all’alba del 9 aprile 1945, completamente nudo, veniva giustiziato nel lager nazista di Flossenbürg il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer che scontava così la sua partecipazione alla Resistenza. Nel 1955 il medico del lager H. Fischer-Hüllstrung rilasciò una testimonianza, da allora ripetutamente citata, secondo cui il condannato prima di svestirsi si era raccolto in preghiera: «La preghiera così devota e fiduciosa di quell’uomo straordinariamente simpatico mi ha scosso profondamente; anche al luogo del supplizio egli fece una breve preghiera, quindi salì coraggioso e rassegnato la scala del patibolo, la morte giunse dopo pochi secondi».
Il medico concludeva: «Nella mia attività medica di quasi cinquant’anni non ho mai visto un uomo morire con tanta fiducia in Dio». Oggi sappiamo che queste belle parole edificanti sono una menzogna. Con esse il medico intendeva in realtà coprire la propria responsabilità, visto che il suo compito, come testimoniato da un sopravvissuto del lager, Jørgen Mogensen, diplomatico danese, era di rianimare i condannati per sottoporli al supplizio una seconda volta e prolungarne l’agonia. Inoltre secondo Mogensen a Flossenbürg non vi era alcun patibolo e Bonhoeffer morì come l’ammiraglio Canaris e il generale Oster, suoi superiori nelle fila della resistenza, «lentamente strangolati a morte da una corda che saliva e scendeva a partire da un gancio di ferro conficcato in una parete» e rianimati più volte dal medico per ripetere sadicamente la procedura. Bonhoeffer quindi non fu impiccato bensì ripetutamente strangolato, e non morì dopo pochi secondi. Quanto alla «tanta fiducia in Dio», è bello sperarlo.
Aveva da poco compiuto 39 anni ed era una delle intelligenze più brillanti della teologia tedesca, docente all’Università di Berlino a 25 anni, lontano parente di Goethe, il padre titolare della cattedra berlinese di neuropsichiatria. Dopo l’avvento al potere di Hitler, il 30 gennaio 1933, mentre le chiese tedesche stipulavano accordi con il regime nazista (Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, firmò il Concordato il 20 luglio 1933), Bonhoeffer il 1° febbraio, a distanza di due giorni, manifestava alla radio la preoccupazione per la trasformazione del concetto di Führer in quello di Verführer, “seduttore”. Tre mesi dopo pubblicava il saggio La Chiesa di fronte alla questione ebraica e dopo “la notte dei cristalli” del 9 novembre ’38 prese a ripetere ai suoi studenti: «Solo chi grida per gli ebrei può cantare il gregoriano». La stessa logica imbevuta di rettitudine e di giustizia lo condusse nella Resistenza per uccidere Hitler, perché «se un pazzo alla guida di un auto travolge i passanti, il mio compito non è solo curare i feriti ma anzitutto fermare quel pazzo» (Gandhi il 4 novembre 1926 aveva espresso la medesima idea con un esempio simile).
Venne arrestato il 5 aprile ‘43 e rinchiuso nel carcere di Tegel dove trascorse un anno e mezzo (poi il carcere berlinese della Gestapo, poi Buchenwald, infine Flossenbürg). Anche a causa del fatto che era nipote del comandante di Berlino generale Paul von Hase, a Tegel Bonhoeffer trascorse un periodo relativamente confortevole: nacquero così le lettere e gli scritti poi pubblicati nel ‘51 con il titolo Resistenza e resa, oggi punto di riferimento capitale della teologia contemporanea. In una lettera all’amico Bethge si legge: «Posso ben immaginare che qualche volta cominci a odiare il sole. E però, sai, vorrei poterlo percepire ancora una volta in tutta la sua forza, quando ti arde sulla pelle e a poco a poco infiamma tutto il corpo, sicché sai di nuovo che l’uomo è un essere corporeo; vorrei farmi stancare da lui anziché dai libri e dalle idee, vorrei che risvegliasse la mia esistenza animale, non quella animalità che sminuisce l’essere uomo, ma quella che lo libera dall’ammuffimento e dall’inautenticità di un’esistenza solo spirituale, e rende l’uomo più puro e più felice».
A parlare così non è un materialista, ma chi ha fatto della fede il centro della vita. Egli però avverte che la tradizionale impostazione religiosa è ormai inadeguata a esprimere la potenza spirituale della vita. A partire dalla forza del sole Bonhoeffer intuisce che lo spirito non scende dall’alto a dispetto della materia, ma sale dal basso, dal calore della natura, quasi come un’effusione della materia, come già avevano espresso Teilhard de Chardin sul fronte cattolico e Pavel Florenskij sul fronte ortodosso, aprendo territori inesplorati alla teologia cristiana. Così il 30 aprile ‘44 all’amico: «Ti meraviglieresti, o forse addirittura ti preoccuperesti delle mie idee teologiche e delle loro conseguenze». Quali idee? Quelle secondo cui «il divino non è nelle realtà assolute , ma nella forma umana naturale».
Scrivendo alla fidanzata, Bonhoeffer spiega la sua idea di fede: «Non intendo la fede che fugge dal mondo, ma quella che resiste nel mondo e ama e resta fedele alla terra malgrado tutte le tribolazioni che essa ci procura. Il nostro matrimonio deve essere un sì alla terra di Dio, deve rafforzare in noi il coraggio di operare e di creare qualcosa sulla terra. Temo che i cristiani che osano stare sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in cielo». Grazie a parole come queste la teologia protestante del dopoguerra ebbe quel formidabile scossone noto come “teologia della secolarizzazione” che vide protagonisti nomi quali Bultmann, Gogarten, Tillich e che contribuì a suscitare la “théologie nouvelle” in ambito cattolico e da questa il rinnovamento del Vaticano II. Oggi di questo teologo devoto tanto a Dio quanto al mondo, vengono pubblicati da Piemme, con il titolo La fragilità del male, alcuni scritti. L’editore dichiara che si tratta di “scritti inediti”, in realtà non tutti lo sono, perché quelli datati dopo il 5 aprile 1943 sono editi in Italia in Resistenza e resa.
Si tratta di testi occasionali, provenienti da prediche, lezioni esegetiche e meditazioni. Così il lettore incontra, nella limpida prosa di Bonhoeffer, temi quali la paura, il dolore, la morte, la guerra, la solitudine, il peccato, la tentazione, la collera di Dio, il diavolo, il dolore di Gesù… Fa da epigrafe questa frase del ’39: «Di solito, nel corso delle nostre esistenze, non parliamo volentieri di vittoria: è una parola troppo grande. Negli anni abbiamo subito troppe sconfitte, troppi momenti di debolezza, e cedimenti troppo gravi ce l’hanno sempre preclusa. Tuttavia, lo spirito che abita in noi vi anela, desidera il successo finale contro il male e contro la morte». In qualunque modo ne sia avvenuta la morte a Flossenbürg settant’anni fa, la vita di Bonhoeffer rimane oggi una promessa per il “successo finale” del bene e della vita.
IL LIBRO Dietrich Bonhoeffer, La fragilità del male

Publié dans:BONHOEFFER DIETRICH, STUDI |on 4 août, 2015 |Pas de commentaires »

BONHOEFFER E LA PAURA DELL’INFINITO

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BONHOEFFER E LA PAURA DELL’INFINITO

Dal volume di scritti di Dietrich Bonhoeffer, ucciso nel campo di concentramento di Flossenbürg il 9 aprile 1945, La fragilità del male (Milano, Piemme, 2015, pagine 176, euro 17,50). Un testo che sembra rispondere alle mie considerazioni sulla paura di credere a partire da « Il Regno » di Emmanuel Carrère.

La paura è in un certo qual modo il nostro principale nemico. Essa si annida nel cuore dell’uomo e lo mina interiormente finché egli crolla improvvisamente, senza opporre resistenza e privo di forza. Corrode e rosicchia di nascosto tutti i fili che ci uniscono al Signore e al prossimo. Quando l’essere umano in pericolo tenta di aggrapparsi alle corde, queste si spezzano, ed egli, indifeso e disperato, si lascia cadere tra le risate dell’inferno.
Allora la paura lo guarda sogghignando e gli dice: ora siamo soli, tu e io, e ora ti mostro il mio vero volto. Chi ha conosciuto e si è abbandonato a questo sentimento in un’orribile solitudine — la paura di fronte a una grave decisione, la paura di un destino avverso, la preoccupazione per il lavoro, la paura di un vizio a cui non si può più opporre resistenza e che rende schiavi, la paura della vergogna, la paura di un’altra persona, la paura di morire — sa che è soltanto una maschera del male, una forma in cui il mondo ostile a Dio cerca di ghermirlo. Non c’è nulla nella nostra vita che ci renda evidente la realtà di queste forze ostili al Creatore come questa solitudine, questa fragilità, questa nebbia che si diffonde su ogni cosa, questa mancanza di vie di uscita e questa folle agitazione che ci assale quando vogliamo uscire da questa terribile disperazione. Avete mai visto qualcuno assalito dalla paura? Il suo viso è orribile quando è bambino e continua a essere spaventoso anche da adulto: quella fissità dello sguardo, quel tremore animalesco, quella difesa supplichevole. La paura fa perdere all’uomo la sua umanità. Non sembra più una creatura di Dio, ma del diavolo; diventa un essere devastato, sottomesso.
Abbiamo paura della quiete. Siamo così abituati all’agitazione e al rumore, che il silenzio ci appare minaccioso e lo rifuggiamo. Passiamo da un’attività all’altra per non dover stare soli, per non essere costretti a guardarci allo specchio. Ci annoiamo, a tu per tu con noi stessi. Spesso le ore che siamo costretti a trascorrere in solitudine ci sembrano le più tristi e le meno fruttuose. Ma non abbiamo soltanto il timore di noi e di scoprirci; temiamo molto di più l’Onnipotente. Vorremmo evitare che disturbi la nostra tranquillità e ci smascheri, creando un rapporto esclusivo a due per poi disporre di noi secondo la sua volontà. Questo incontro misterioso ci preoccupa e cerchiamo di sottrarci a questa esperienza. Ci teniamo alla larga dal pensiero di Dio, per evitare che Egli arrivi inaspettatamente e ci rimanga troppo vicino. Sarebbe terribile doverlo guardare negli occhi e doversi giustificare. Dal nostro volto potrebbe scomparire per sempre il sorriso. Potrebbe, per una volta, accadere qualcosa di molto serio a cui non siamo più abituati.
Questa paura è una caratteristica della nostra epoca. Viviamo con l’ansia di essere improvvisamente avvolti e manovrati dall’infinito. Allora preferiamo vivere in società, andare al cinema o a teatro per poi essere portati al cimitero, piuttosto che rimanere un minuto di fronte al Signore.
Il cristianesimo ha sempre prodotto l’opposizione forte e sdegnata di una filosofia aristocratica che esaltava la forza e il potere, in contrapposizione con i nuovi valori di rifiuto della violenza ed esaltazione dell’umiltà. Anche nella nostra epoca siamo testimoni di questa lotta. Il cristianesimo resiste o fallisce con la sua protesta rivoluzionaria contro l’arbitrio e la superbia del potente, con la sua difesa del povero. Credo che i cristiani facciano troppo poco, e non troppo, per rendere chiaro questo concetto. Si sono adattati troppo facilmente al culto del più forte. Dovrebbero dare molto più scandalo, scioccare molto più di quanto facciano ora.

Publié dans:BONHOEFFER DIETRICH, STUDI |on 4 août, 2015 |Pas de commentaires »

CHIAMATI AD ESSERE FIGLI DELLA LUCE – di padre Frédéric Manns

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ALLE PORTE DI SION

CHIAMATI AD ESSERE FIGLI DELLA LUCE

di padre Frédéric Manns ofm | luglio-agosto 2011

Senza l’Antico Testamento non si capisce il Nuovo. Questo vale anche per la trasfigurazione di Gesù sulla montagna. Mosè fu il primo a fare l’esperienza della trasfigurazione. Rimase quaranta giorni e quaranta notti sul monte Sinai a parlare con Dio. Questo contatto con Dio gli valse un’esperienza unica: «Il suo volto era raggiante», dice la Scrittura. La salita alla montagna prepara alla trasfigurazione. Non si tratta soltanto di una salita fisica, ma di una salita spirituale.
Ma serve qualche elemento in più per capire questa pagina evangelica. Adamo ed Eva, secondo la tradizione rabbinica, non erano stati creati nudi, ma con un vestito di luce (’or). Dovevano essere trasparenti l’uno all’altro. Questa trasparenza doveva essere fonte di gioia e di luce. Dopo il peccato, persero questo vestito di luce che si trasformò in pelle. Adamo ed Eva conobbero la sensualità, la volontà di dominarsi l’un l’altro e di trarre gioia l’uno dell’altro. Il loro itinerario spirituale consisterà così nel ritrovare la luce nonostante la sensualità. L’uomo si troverà a combattere una tensione interiore. Dovrà partire dall’eros per raggiungere l’agapê: questa è la difficile vocazione dell’uomo.
Questa lotta è però illuminata dalla speranza messianica. Il Messia, quando verrà – affermano le fonti rabbiniche – riporterà il vestito di luce di Adamo. I cristiani che accettano Gesù come Messia ricevono un vestito bianco nel battesimo. Sono chiamati ad essere figli della luce.
L’episodio della trasfigurazione indica che anche l’uomo è chiamato a ritrovare la trasparenza primitiva. Mosè ci indica la strada che porta alla trasfigurazione: l’uomo è chiamato ad entrare nel deserto, a spogliarsi di tutto quello che non serve. Deve poi salire sulla montagna, parlare con Dio. La preghiera rende possibile la trasfigurazione. Il volto dell’orante diventa raggiante. Non ha più paura del volto dell’altro, perché non si sente giudicato, ma amato da Dio.
Il realismo cristiano sa che dopo l’uscita dall’Egitto e il dono della Torah comincia la traversata del deserto. E la vita è la traversata del deserto con l’esperienza della sete. La scoperta del pozzo d’acqua nel deserto significa la scoperta dell’acqua viva della Parola di Dio che permette di traversare questa distesa ostile.
Accanto a Mosè appare Elia, il profeta. Elia era fuggito all’Horeb dopo aver ucciso i falsi profeti di Baal. La traversata del deserto fu difficile. Dio gli mandò un angelo che gli portò pane ed acqua per continuare la strada. Arrivato all’Horeb, entrò in una grotta. Dio non si manifestò nell’uragano, né nel terremoto, ma nel silenzio della voce (Qol demamah). Entrare in sé, ascoltare la voce del silenzio, è un altro modo di prepararsi alla trasfigurazione. La vocazione di Abramo è identica: Lek leka («Rientra in te. Va verso di te»).
La trasparenza di Adamo e di Eva ha una dimensione personale, ma anche sociale e, addirittura, politica. Paolo di Tarso ricordava ai cristiani che mangiavano il pane azzimo una responsabilità in più: dovevano mangiare a maggior ragione gli azzimi di sincerità e di verità.
Il fermento che fa gonfiare la pasta è simbolo dell’orgoglio umano: l’uomo si gonfia, vuol essere più importante di quello che è in realtà. Gli azzimi e il mistero pasquale ci introducono alla trasfigurazione. Sono la strada che permette all’uomo di ritrovare la sua vocazione iniziale: quella di essere figlio della luce.

Publié dans:Padre Fréderic Manns, STUDI |on 14 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

Gesù con i dodici apostoli

 Gesù con i dodici apostoli dans STUDI

https://en.wikipedia.org/wiki/Coming_Persecutions

 

Publié dans:STUDI |on 10 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

QUALE PROFEZIA OGGI

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=30

QUALE PROFEZIA OGGI

sintesi della relazione di Armido Rizzi

Verbania Pallanza, 14-15 dicembre 1985

una profezia problematica

È necessario sottolineare il carattere problematico della profezia, l’impossibilità, sia di principio sia legata alla situazione attuale, di trovare parole perentorie dentro ogni situazione. Dobbiamo guardarci da profezie che non portino dentro di sé la problematicità.
Nella profezia dell’Antico Testamento sono presenti questi elementi: 1) il profeta è colui che ha una esperienza particolarmente intensa di Dio; 2) è spinto a parlare in nome di Dio da questa esperienza (profeta=parlare in nome di); 3) non per comunicare dottrine o nozioni su Dio o sull’uomo, ma ciò che l’uomo deve fare nel presente, come deve comportarsi in una certa situazione. Profeta è colui che è investito della capacità di leggere i segni dei tempi; 4) il profeta infine è anche colui che prevede e predice, annuncia un futuro che è minaccia (quando il presente è illusoria sicurezza) o promessa (quando la tentazione è la disperazione).
Nel Nuovo Testamento vi è la democratizzazione della profezia.
Il profeta è normalmente inteso come colui che annuncia parole perentorie, categoriche, incontrovertibili. Invece abbiamo bisogno di profeti alla cui profezia sia essenziale il carattere della problematicità. La parola di Dio pronunciata da labbra umane è sempre stata problematica, sia quando lo sapeva, sia quando non se ne accorgeva.
Bonhoeffer ha introdotto un tema molto fecondo, quello della debolezza, della impotenza di Dio nel mondo. La tradizione teologica ha sviluppato quasi esclusivamente il tema della potenza di Dio nel mondo, per cui tutto ciò che avviene è voluto da Dio e determinato da lui (catastrofi come castigo di Dio…). Dio è pensato in termini di potenza oltre i limiti dell’uomo: dove l’uomo non arriva con le proprie forze a dominare il mondo (sconfitta, malattia, morte), lì arriva Dio (è il Dio dei preti che accorrono al capezzale del morente). È un Dio che si manifesta come al di là della potenza dell’uomo. Ma questo, dice Bonhoeffer non è il Dio della bibbia. Dio in Gesù non si è manifestato come il Dio della potenza, ma come il Dio che si rivela proprio nell’impotenza della croce, nella sconfitta. Quello che noi contempliamo di Dio in Gesù è lo stile di Dio nel mondo. Dio agisce nel mondo ma occultandosi, è presente nella storia dell’uomo in quanto rende capace l’uomo di fare storia. Che Dio si nasconda, che confonda la sua voce dentro le voci della città umana è la condizione di possibilità perché la storia sia davvero storia di un uomo adulto, maggiorenne. Concepire Dio in termini di supplemento di potenza (opera lì dove non arriva la potenza umana) vuol dire concepirlo in termini di competizione con l’uomo, e concepirlo sulla stessa lunghezza d’onda con differenza solo quantitativa. Il Dio della bibbia invece muore per lasciar spazio alla potenza dell’uomo. Muore come Dio potente per rinascere dentro la potenza dell’uomo al fine di renderla potenza giusta, responsabile.
C’è un altro modo di concepire la debolezza di Dio, quando Dio non interviene lì dove la necessità del suo intervento non sarebbe più postulata dal nostro bisogno di un supplemento di potenza, ma da un minimo di esigenza di giustizia, cioè quando Dio non interviene lì dove l’uomo agendo irresponsabilmente determina la morte dell’uomo. L’impotenza di Dio è qui scandalosa. Il richiamo è d’obbligo al genocidio perpetrato contro il popolo ebraico, quel popolo che ha sempre avuto consapevolezza di essere accompagnato e sorretto dalla presenza di Dio. Come è possibile dire che Dio è presente nella storia e nella storia del popolo eletto se è rimasto silente quando per metà è stato distrutto? Qui Dio scompare non perché l’uomo viva e cresca, ma scompare nella sconfitta dell’uomo.
Secondo alcuni teologi cattolici l’unica risposta convincente ad Auschwitz sono gli ebrei che hanno continuato a credere. Se loro hanno continuato a credere possiamo credere anche noi. Che cosa vuol dire annunciare l’amore e la bontà di Dio dopo Auschwitz, in un mondo dove miliardi di uomini non hanno a sufficienza per sopravvivere? La profezia può ancora parlare soltanto se prima ha saputo tacere, se prima ha saputo ascoltare e gridare dentro di sé le voci dell’umanità straziata. Occorre avere il coraggio di dire che qui la profezia non può che essere disarmata, anzi problematica, o addirittura messa in discussione: come parlare in nome di Dio che o non ha la potenza di intervenire o non avverte il bisogno di intervenire?
la profezia fatta libro
Noi oggi abbiamo un modo in cui la parola di Dio è presente abitualmente nella nostra storia: la profezia consolidata, sedimentata, fatta libro. Le parole dei profeti, dei narratori, dei sapienti, degli scrittori di lettere noi le accogliamo come parola di Dio che annuncia e interpella. Ma questa parola di Dio non si dà allo stato puro, immediatamente, ma è presente in un insieme di parole umane che vanno pertanto interpretate.
La Bibbia non è un insieme di parole che sarebbero umane solo nella loro esteriorità, ma che in realtà avrebbero come significato solo la Parola di Dio (quasi che Dio detta e l’uomo scrive). Dire che la Bibbia è parola divina mediata da parole umane, vuol dire che la bibbia è un insieme di libri che sono esattamente come tutti gli altri libri, a cui non manca nulla di tutto ciò che è proprio delle parole umane. Le parole cioè comunicano prospettive, mentalità, cultura, modo di organizzare e percepire i valori propri dell’epoca in cui sono state scritte. Paolo ad es. non ha colto la contraddizione tra la novità dell’uomo battezzato in Cristo e le strutture schiaviste e ha ritenuto conciliabili rapporti sociali padrone-schiavo nella società e nella chiesa, cosa che noi oggi avvertiamo come lesivi della dignità dell’uomo. La forza dirompente della parola di Dio è stata compressa dai limiti di Paolo, che pur affermando che in Gesù ognuno è servo dell’altro (eliminando alla radice la volontà di dominio) non riesce a coglierne le conseguenze sul piano sociale. Questo vale anche per il rapporto uomo-donna. Proprio perché la parola di Dio ci è consegnata in questi vasi fragili è necessario un lavoro di scavo, di purificazione e di continua problematizzazione.
Tutto questo vale anche per la parola della chiesa, per la parola magisteriale: nessun carattere perentorio, se non dentro ad un orizzonte problematico.
Quanti errori e quante vittime nell’appellarsi in modo disinvolto e perentorio alla parola di Dio.
Non esistono formule capaci di portare in piena trasparenza la parola di Dio. L’ascolto della profezia richiede lo sforzo a volte faticoso dell’interpretazione, non per edulcorarla ma per non travisarla.
Il bisogno di parole perentorie (spesso nascosto dall’aggettivo profetiche) non è un bisogno di verità, ma di sicurezza, di pacificazione psicologica. Occorre invece attrezzarsi per l’ascolto inquieto, per l’incessante ricerca di quel filo di luce che è la parola di Dio dentro l’involucro delle nostre parole umane.
Oltre alla problematicità interna alla stessa parola di Dio in quanto vive in parole umane, c’è anche una problematicità legata al nostro oggi, una problematicità dell’interlocutore. Nella società di oggi c’è fluidità di ruoli… Anche chi nella Chiesa crede di avere parole perentorie poi di fatto non le trova.
la profezia cristiana ha il suo logo nella pratica

La profezia più specificamente cristiana non ha il suo luogo nel linguaggio, ma nella pratica, nell’amore.
l’asse portante di tutta la rivelazione cristiana
Al centro di tutta la rivelazione biblica, la profezia biblica, sta l’affermazione che « Dio è amore » (1Giovanni). È la chiave interpretativa di tutta la storia della salvezza.
« Dio è amore » non vuol dire però, come affermato a lungo dalla tradizione, che Dio si dona all’uomo come sua beatitudine, perché l’uomo, così attratto, raggiunga il fine ultimo della contemplazione divina.
Secondo la bibbia « Dio è amore » vuol dire che Dio vuole il bene dell’uomo. Il destinatario di questo amore è l’uomo in quanto povero e in quanto peccatore.
Dio ama l’uomo nella sua povertà e dona all’uomo ciò di cui di volta in volta ha bisogno. Dio ama l’uomo in quanto peccatore, perduto, per restituirgli nel proprio spirito la capacità di compiere il bene.
Nella bibbia è importante tutto ciò che può far vivere l’uomo.
Dio non cerca la propria gloria, o meglio la propria gloria è che il povero viva (Mons. Romero). Il Dio della bibbia cerca l’altro da sé, l’uomo, non in quanto ha qualcosa da poter dare a Dio. Dio è diverso da noi, è infinito proprio perché esce da sé senza più bisogno di tornare in sé. È un amore totalmente gratuito.
la vita delle prime comunità cristiane
1. Gesù raccoglie attorno a sé una cerchia di discepoli per creare un segno vivo di ciò che sta annunciando: l’avvento della regalità di Dio. Avranno il centuplo per aver lasciato tutto, la famiglia… (Marco 10,29). Nel regno di Dio, in cui si instaura la sua signoria, si costituisce una umanità dove l’unico legame è la reciprocità, la fraternità.
2. Nelle comunità fondate dagli apostoli c’è un’esplosione di esperienze carismatiche straordinarie. Paolo (1Cor,13) mette in guardia, sostenendo che l’unico carisma che concentra in sé la sostanza della presenza dello Spirito è l’agape, che non ha nulla di straordinario: è l’amore come positività dei rapporti più semplici nella vita quotidiana, è la capacità di ascoltare, di dimenticare il male ricevuto, e di essere grati del bene. È il carisma che non tramonta, che permane oltre la morte. Paolo trasferisce la creatività dello Spirito sul piano della eticità non eroica.
3. I Padri vedono realizzata la profezia di Isaia 2 sull’affluire di tutti i popoli a Gerusalemme per ascoltare la parola di Dio e vivere in pace e armonia non alla fine dei tempi, ma nella comunità cristiana. La comunità cristiana è una comunità di non violenza totale, di pace sia come rinuncia alla violenza, che, in positivo, come prassi di fraternità, di scambio, di condivisione, di aiuto reciproco. Addirittura diventa la dimostrazione della messianicità di Gesù.
evangelizzare è promuovere

Compito specifico della chiesa è evangelizzare o anche promuovere? è il dibattito ecclesiologico di oggi. Sostengo la non esistenza del problema in quanto il vero annuncio, l’annunciare chi è Dio, è vivere l’agape. La vera evangelizzazione è la promozione dell’uomo, non solo casuale a livello di effetti, ma voluta a livello di intenzioni. Data la problematicità della profezia verbale, la vera profezia incontrovertibile è nel vivere e testimoniare l’agape, il prendersi cura dell’altro, in cui la fonte del dare il pane è l’amore per l’affamato, la fonte del dare amicizia, perdono è l’amore… Quando mi faccio braccio, mano, corpo dell’amore di Dio divento la sua prima parola attraverso cui lui si rivela. La profezia fondamentale, poiché l’amore parla di Dio, è amarsi a vicenda. È una profezia incontrovertibile, chiara, ma non irrecusabile: è possibile rifiutarla. Dio resta colui che si propone, colui che non decide al posto mio. Davanti all’amore posso accettare o fuggire. La prassi evangelica è la prassi in cui la chiesa è segno davanti al mondo dell’amore di Dio e quindi mette il mondo davanti alla scelta.
Ci sono tre aree in cui testimoniare il primato dell’amore come profezia della realtà di Dio nel mondo, sono tre culture che dovrebbero diventare il programma di una comunità cristiana:
cultura della solidarietà
Occorre anzitutto premettere il carattere dialogico della profezia. Non è che uno sia solo portatore della parola e un altro solo uditore, ma c’è reciprocità e circolazione: tutti sono ad un tempo uditori e portatori. Lo spirito della profezia è dato ad ogni uomo: ognuno ha la radicale capacità di cogliere il bene e di produrre l’operosità dell’amore.
Una cultura della solidarietà è anzitutto uno spezzare la visione che ha percorso la storia dell’occidente, contaminando anche il cristianesimo, che fa perno sull’individuo (l’individuo alla ricerca della felicità, alla ricerca della propria salvezza). Deve riproporre il centro del messaggio cristiano, che Dio è agape, che ha cercato e si è preso cura dell’uomo come altro, in modo assolutamente gratuito e disinteressato, la cui gloria è che l’uomo viva e che questa possibilità di amare, di volere il bene dell’altro senza seconde intenzioni, in Gesù e nel suo Spirito, è diventata un possibilità anche per noi. Amare l’altro con nessun altra ragione se non che lui viva è il divino nella storia. Una cultura della solidarietà nasce da questo cambiamento di mentalità che può avvenire a vari livelli. Non l’essere, ma l’altro è il grande rimosso dell’occidente.
cultura della pace
La cultura della pace è storicamente il presupposto della cultura della solidarietà. L’altro può essere avvertito anche come un pericolo per me, o perché mette a repentaglio un mio interesse o perché ritengo che metta a repentaglio l’equilibrio generale. Combatterlo non è più solo difendere i miei interessi, ma assumere una grande missione, farsi incarnazione della lotta del bene contro il male. Noi abbiamo questa capacità diabolica di rivestire di valori ideali l’inimicizia funzionale (difesa di interessi). È la favola del lupo e dell’agnello. È la violenza specificamente umana quella di razionalizzare le proprie cariche aggressive, dando ad esse un ordine di valori.
Una cultura della pace fa piazza pulita di queste giustificazioni. In una cultura della pace l’uomo non ha bisogno di ideali per trovare un’identità perché trova la sua identificazione nel rapporto con l’altro. Non cerca l’assoluto in ideali, neanche religiosi, ma solo nell’altro e nel suo bisogno. Una cultura della pace fa cadere tutte le maiuscole.
Esemplare la parabola del buon samaritano: prossimo è colui al quale tu ti fai prossimo, ti fai vicino all’altro (cultura della solidarietà), ed è il samaritano, il nemico, il non correligionario (cultura della pace) a farsi prossimo.
cultura della qualità
La storia ha obbligato le collettività umane a sviluppare una cultura della quantità. Nella dura lotta per la sopravvivenza la quantità era l’imperativo primario. Per la prima volta della storia in occidente una maggioranza ha superato la soglia della sopravvivenza e si apre al problema della qualità, dei beni gratuiti in rapporto con la natura, con la cultura, con gli altri (il bene dello stare con gli altri, il godere della convivialità).
Come mettere in comunicazione cultura della solidarietà, della pace, della qualità? Come democratizzare i beni di qualità? Come renderli elementi di incontro? È un impegno per tutti.

Publié dans:PROFETI E PROFEZIA, STUDI |on 10 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

LE DONNE DI SAN BENEDETTO

http://ora-et-labora.net/donne.html

LE DONNE DI SAN BENEDETTO

Fratel MichaelDavide (Semeraro) O.S.B.

dal « Preludio »:

« …e si guarda con attenzione ci si rende conto che, analogamente agli altri tre libri, anche la vita di Benedetto è accompagnata da varie figure femminili e nella medesima proporzione, una decina in tutto. »

l’autore ne presenta quattro, riporto il testo della terza (belli tutti):

TERZA TAPPA:

E L’ACQUA

SORELLA SPOSA: LA FORZA NELLA DEBOLEZZA
TERZA TAPPA: E L’ACQUA

SORELLA SPOSA: LA FORZA NELLA DEBOLEZZA

Prologo
Dopo la nutrice e la tentatrice ecco dunque la sorella Scolastica, la soror mystica. Dopo una remota preparazione finalmente la figura di questa donna di Dio si staglia davanti a Benedetto in tutta la sua statura. Di lei non ci interessa tanto la realtà storica, in senso biografico, quanto piuttosto il ruolo simbolico nel cammino mistico del suo santo fratello.
Nel corso del presente capitolo si cercherà di approfondire il ruolo di guida e di maestra che la monaca viene ad assumere nei confronti di suo fratello. Ella rappresenta l’occasione di giungere a un più alto grado di perfezione in quanto esige l’accoglienza della debolezza, della carne, della relazione umana come anticipo e preparazione alla vita eterna.
I simboli che già sono apparsi precedentemente raggiungeranno ora la pienezza del loro significato. La paura dell’altro e la paura della morte saranno superate in una sintesi pasquale di coincidentia oppositorum di gioioso passaggio verso la vita. Perché questo avvenga bisogna passare radicalmente alla logica dell’amore la cui potenza è, appunto, onnipotente.
Il desiderio di Dio viene condiviso e la gioia del cielo viene con-desiderata in modo cosi forte da attendere l’uno accanto all’altra il giorno della risurrezione della carne. La preghiera non fa che rendere presente nel tempo del pellegrinaggio ciò che sarà alla fine trasformato in pienezza di luce e in comunione perfetta di un’unità ritrovata.
Di quest’unificazione in divenire sono segno i vari elementi naturali che si incontrano e si intersecano tra loro per offrire una sintesi piena di forza. L’invito e il monito di Scolastica è di sperimentare tutte le forme e le fasi deII’amore fino a quella sponsalità che sarà piena nelle nozze del Regno di Dio. Fatto ciò, questa donna scomparirà con la stessa discrezione con cui è apparsa.

Egli aveva una sorella di nome Scolastica, che fin dall’infanzia si era anche lei consacrata al Signore. Essa aveva l’abitudine di venirgli a fare visita, una volta all’anno, e l’uomo di Dio le scendeva incontro, non molto fuori della porta, in un possedimento del Monastero.
Un giorno, dunque, venne e il suo venerando fratello le scese incontro con alcuni discepoli. Trascorsero la giornata intera nelle lodi di Dio ed in santi colloqui, e quando cominciava a calare la sera, presero insieme un po’ di cibo. Si trattennero ancora a tavola e col prolungarsi dei santi colloqui, l’ora si era protratta più del consueto.
Ad un certo punto la pia sorella gli rivolse questa preghiera: « Ti chiedo proprio per favore: non lasciarmi per questa notte, ma fermiamoci fino al mattino, a pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo… « . Ma egli le rispose: « Ma cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero ».
La serenità del cielo era totale: non si vedeva all’orizzonte neanche una nube.
Alla risposta negativa del fratello, la religiosa poggiò sul tavolo le mano a dita conserte, vi poggiò sopra il capo, e si immerse in profonda orazione. Quando sollevò il capo dalla tavola si scatenò una tempesta di lampi e tuoni insieme con un diluvio d’acqua, in tale quantità che né il venerabile Benedetto, né i monaci ch’eran con lui, poterono metter piedi fuori dell’abitazione.
La santa donna, reclinando il capo tra le mani, aveva sparso sul tavolo un fiume di lagrime, per le quali l’azzurro del cielo si era trasformato in pioggia. Neppure ad intervallo di un istante il temporale seguì alla preghiera: ma fu tanta la simultaneità tra la preghiera e la pioggia, che ella sollevò il capo dalla mensa insieme ai primi tuoni: fu un solo e identico momento sollevare il capo e precipitare la pioggia.
L’uomo di Dio capì subito che in mezzo a quei lampi, tuoni, e spaventoso nubifragio era impossibile far ritorno al monastero e allora, un po’ rattristato, cominciò a lamentarsi con la sorella: « Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella benedetta; ma che hai fatto? ». Rispose lei: « Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto dare retta; ho pregato il mio Signore e lui mi ha ascoltato. Adesso esci pure, se gliela fai: e me lasciami qui e torna al tuo monastero ».
Ormai era impossibile proprio uscire all’aperto e lui che di sua iniziativa non l’avrebbe voluto, fu costretto a rimaner lì contro la sua volontà. E così trascorsero tutti la notte vegliando e si riempirono l’anima di sacri discorsi, scambiandosi a vicenda esperienze di vita spirituale.
Il giorno seguente tutti e due, fratello e sorella, fecero ritorno al proprio monastero.
Tre giorni dopo Benedetto era in camera a pregare. Alzando gli occhi al cielo, vide l’anima di sua sorella che, uscita dal corpo, si dirigeva in figura di colomba, verso le misteriose profondità dei cieli.
Ripieno di gioia, per averla vista così gloriosa, rese grazie a Dio onnipotente con inni e canti di lode, poi andò a partecipare ai fratelli la sua dipartita. Ne mandò poi subito alcuni, perché trasportassero il suo corpo nel monastero e lo seppellissero nel sepolcro che egli aveva già preparato per sé.
Avvenne così che neppure la tomba poté separare quelle due anime, la cui mente era stata un’anima sola in Dio. (D II, 33-34).

 

Publié dans:S Benedetto, STUDI |on 9 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

LA BELLEZZA CHE SALVA – LA VIA DEL FRAMMENTO

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=149

LA BELLEZZA CHE SALVA

Centralità della bellezza nel cristianesimo secondo Balthasar

sintesi della relazione di Elio Guerriero
Verbania Pallanza, 10 febbraio 2001

LA VIA DEL FRAMMENTO

Von Balthasar (1905-1988) ha cercato di dare una risposta alla grande domanda che attraversa tutto il 1900 e che oggi, con il processo di globalizzazione, è ancora più attuale: come è possibile che qualcosa di particolare, un frammento, possa avere una rilevanza universale? Come può la vicenda particolare di Gesù di Nazaret avere un valore per l’uomo di ogni luogo e di ogni tempo?
Interessato alla letteratura e alla musica von Balthasar si avvicina alla teologia soprattutto dopo l’incontro con Romano Guardini a Berlino, altro grande teologo che ricorreva alla letteratura per cogliere quelle domande a cui dare una risposta in termini teologici. Di Guardini condivide il rifiuto del soggettivismo di Kant e dell’idealismo tedesco. La realtà non è creata dal soggetto e deve essere percepita in maniera più obiettiva e completa.
Inoltre condivide la visione di Guardini secondo la quale vale la pena di guardare il reale in compagnia dei grandi maestri, come Socrate, Agostino, Dante, Pascal, Kirkegaard, Rilke, Dostoevskij. Insieme con loro si può percepire meglio il reale e accostarsi meglio a Cristo.
Laureatosi in letteratura, von Balthasar decide di diventare gesuita. Frequenta con disagio lo studentato di filosofia dove impera la filosofia scolastica. A Lione incontra De Lubac, che lo avvia alla conoscenza dei padri della Chiesa.
Nel 1939, diventato assistente degli studenti cattolici a Basilea, incontra Adrienne von Speyr che influenzerà profondamente la sua teologia. Cerca di capire- ripeteva spesso Adrienne – Dio non è così. Dio non tiene i conti. Dio è prodigo, è anzitutto colui che dà. Questa visione getta luce sul mistero trinitario: il Padre è colui che non tiene la divinità per sé, ma la dona completamente al Figlio, il quale la restituisce interamente al Padre in gratitudine, nello Spirito dell’agape. E’ questa la grande rivelazione di Adrienne.
Ma come mai vi è il peccato nel mondo e Dio lo permette? Il mondo, le creature, secondo Adrienne, sono il dono gratuito che il Padre fa al Figlio nel desiderio di donare sempre di più, sono come la rosa che l’amato dà all’amata. Di fronte al rifiuto delle creature, di fronte al peccato, il Figlio si offre spontaneamente per andare a riprenderle, per riportarle a casa. Gesù è come il pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita.
In questa prospettiva Adrienne dà molta importanza alla discesa agli inferi, come annuncio di solidarietà totale con tutti gli uomini di tutti i tempi: Gesù vive totalmente la solidarietà con tutti.
A Basilea von Balthasar incontra Karl Barth, a cui attribuisce il merito di avere superato definitivamente la visione di Calvino secondo la quale Dio è venuto al mondo per dire sì e no. Dio, per Barth, è venuto al mondo per dire solo sì.
Per fare teologia secondo von Balthasar bisogna essere in qualche modo consanguinei di Dio, bisogna essere santi. Nasce da questa visione la polemica contro i « teologi a tavolino ». Solo nel dono si può capire che Dio non tiene nulla per se stesso, ma si dona. Apprezza di Bernanos la figura del santo che si fa carico del peccato di tanti e di Teresa di Lisieux la via dell’infanzia spirituale, la via del bambino che sta in braccio alla mamma, la via della fiducia gioiosa.
Siamo tutti frammenti, siamo tutti piccole creature, ma con un significato universale. Anche il più piccolo degli uomini è importante per Dio ed è importante per l’uomo.
Non invitato al concilio Vaticano secondo, dedicherà il suo tempo alla stesura della sua monumentale trilogia (Gloria, Teodrammatica e Teologica), che inizia proprio affrontando il tema della bellezza.
la bellezza che è Cristo
Von Balthasar critica severamente il mondo contemporaneo per avere abbandonato la bellezza e per averne smarrito il senso: « la bellezza disinteressata ha preso congedo in punta di piedi dal mondo moderno di interessi per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza » e, aggiunge « non è più amata e custodita nemmeno nella religione ».
Secondo Balthasar la bellezza è ciò che ha a che fare con la forma, tanto che in latino bello si dice « formosus ». Si coglie la forma percependo l’unità interna. Ciò che ha forma è armonico, ordinato e bello, è cosmo in opposizione a caos. Cogliendo la forma è possibile afferrare il principio organizzativo di ogni essere, che è tanto più strutturato quanto più è perfetto.
La forma – dice Balthasar – splende, si dà a conoscere. Per cercare di entrare nel cuore di una persona non si può fare a meno della sua forma, come per gustare un’opera d’arte.
Ma la luce della bellezza non solo illumina, ma anche nasconde. Quanto più si comprende un’opera d’arte tanto più ci avviciniamo al mistero. Quanto più ci avviciniamo ad una persona, tanto più scopriamo l’altro come alterità. Quanto più si tolgono i veli, tanto più ci avviciniamo a Dio.
Sono due aspetti del reale: da una parte la forma si dà a conoscere con lo splendore, dall’altra, quanto più splende, tanto più nasconde o rivela un mistero.
la liturgia del cosmo
Così quanto più noi ci avviciniamo alla realtà, ci avviciniamo all’altro, tanto più ci avviciniamo al mistero, alla trascendenza, a Dio. Ogni bellezza creata rimanda alla bellezza originaria di Dio, ne è una cifra: « I cieli narrano la gloria di Dio e l’opere delle sue mani annunzia il firmamento ». E’ la liturgia del cosmo. Il cosmo è un canto di bellezza, che può essere innalzato da ogni uomo.
Ma questa liturgia cosmica è come attraversata da una dissonanza, dalla presenza costante e in crescita del peccato, che ostacola sempre più l’uomo a scorgere la bellezza.
Di fronte al diffondersi del peccato Dio intraprende una paziente e straordinaria opera per riportare a casa l’uomo che si è allontanato e corre il rischio di perdersi. Poiché la bellezza del cosmo non basta, Dio decide di rendersi presente con la rivelazione in forme sempre più incisive e radicali. Innanzitutto nelle teofanie dell’Antico Testamento attraverso le quali si manifesta come un Dio che vuole entrare in dialogo con gli uomini rivelando il suo nome. Ma gli israeliti ne abusano.
Dio non si ritrae di fronte alla cattiveria degli uomini, ma si dona ancora di più, inviando i suoi profeti. Ma il popolo li ammazza.
la rivelazione di Dio
A Dio non resta che inviare il proprio Figlio. Ma anche il Figlio viene ucciso.
E’ questa la bellezza della rivelazione di Dio, che come il pastore della parabola, con infinita pazienza cerca in tutti i modi di riportare a casa la recalcitrante pecorella smarrita, senza ricorrere alla violenza, ma con un’opera illimitata di convinzione e di benevolenza.
La bellezza di Dio viene dalla sua azione buona, dal suo andare incontro alla creatura, dal suo venire al mondo per salvare la sua creatura.
Questo è possibile perché in Dio stesso, come svela il mistero trinitario, c’è in Dio fin dall’eternità questo dono. Il Padre, pur avendo la divinità, non la tenne per sé come tesoro geloso, ma la donò al Figlio. Questo gesto iniziale si ripete nella storia, con la venuta del Figlio nel mondo (kenosi), per convincere, come fa la mamma con il suo bambino, la creatura a tornare da lui.
la bellezza di Dio
La bellezza è il dono sproporzionato, la prodigalità di Dio che si manifesta a noi in particolare nella venuta del Figlio nel mondo. La bellezza è il viaggio del Figlio di Dio attraverso la terra per salire sulla croce. La bellezza cristiana è la non forma, è colui da cui si distoglie lo sguardo perché troppo brutto da vedere (canti del servo di Isaia). La bellezza è l’estremo amore di Dio nella gloria del suo morire.
Ma la vertigine di questo amore non termina sulla croce, ma scende sino agli inferi, nella solitudine della morte, nella solidarietà più estrema, per riportare a Dio quanto di imperfetto, di caotico e di deforme c’è nella creazione.
Il viaggio di Cristo nel mondo, di Dio che diventa senza forma per ridar forma al cosmo, per riportare ordine e pace lì dove aveva prevalso il caos e la violenza, è la risurrezione. La risurrezione è l’abbraccio tra Padre e Figlio nello Spirito dell’amore. Gli apostoli, e noi con loro, sono chiamati a rendere testimonianza e a vivere questa esperienza fondamentale di amore, di prodigalità estrema, di bellezza.

Publié dans:BELLEZZA (LA VIA DELLA), STUDI |on 22 juin, 2015 |Pas de commentaires »

BLESSED BE GOD

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Publié dans:STUDI |on 18 juin, 2015 |Pas de commentaires »

LA RICERCA DELLA FELICITÀ È RICERCA DI DIO

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LA RICERCA DELLA FELICITÀ È RICERCA DI DIO

Il cuore umano tende a una felicità piena e illimitata e l’essere umano lavora e si sforza per conseguire questa meta della sua esistenza.
Da sempre la vita di ogni uomo è caratterizzata da questo prioritario desiderio, che è desiderio a ogni uomo: l’aspirazione alla felicità
Tuttavia, anche quando tende verso gli obiettivi che si propone nella vita non riesce a trovare questa totale pienezza. L’uomo sperimenta la finitezza di tutto quello che consegue e, per questo motivo, una perenne insoddisfazione
L’immagine più forte che Dante da nella Divina Commedia è proprio quella di un uomo in cammino nel viaggio della vita alla ricerca di se stesso e della propria felicità.
Eppure, a guardarsi attorno, sembra di assistere a un paradosso universale: da una parte l’uomo cerca la felicità e da un’altra la evita, perché non appena si accorge che è felice si rende conto che non ha più niente da fare e allora si creerà una nuova infelicità per ricominciare la ricerca della felicità.
E’ il paradosso che io chiamo della “nostalgia del compiuto”!
Blaise Pascal scrisse che l’uomo supera infinitamente l’uomo. In altre parole vive e cerca di raggiungere la felicità relativa che è possibile in questo mondo grazie anche al senso che egli è capace di dare alla sua esistenza.
La persona umana ha bisogno di ragioni per vivere, per soffrire, per integrarsi, per dare il meglio di sé al servizio degli altri … La felicità sgorga come conseguenza di aver dato il meglio di se stessi a servizio di una nobile causa.
Questa esperienza non è, evidentemente, nuova; è antica come antica è la stessa vita; ne danno testimonianza gli spiriti più nobili che sono passati per questo mondo. Sant’Agostino ad esempio: uno dei pensatori che hanno maggiormente influenzato la storia della Chiesa e dell’umanità. Il suo percorso vitale può davvero essere considerato un paradigma umano alla ricerca della felicità.
Agostino, soprattutto nel libro de le Confessioni, parla della ricerca della felicità. Visse un intenso itinerario spirituale, affettivo e professionale; da questo punto di vista oggi lo potremmo chiamare un trionfatore. Questo trionfo giunge al suo apogeo quando ottiene la cattedra di retorica a Milano e gli viene affidato l’incarico di rivolgere il panegirico all’Imperatore.
Tuttavia, racconta egli stesso, avviandosi verso il palazzo dell’imperatore, provo invidia per l’allegria di un ubriaco.
Soffermandosi, disse agli amici che lo accompagnavano che provava invidia perché vedeva in quell’uomo una allegria che egli non aveva mai provato.
Tuttavia, S. Agostino nella sua vita non si fermò mai; non cadde nel conformismo, ma continuò a cercare la risposta ai suoi interrogativi. La convinzione del fatto che la verità esiste e che l’uomo la deve ricercare lo sostenne nel suo proposito e fu confortato dalla conoscenza dei filosofi neoplatonici e soprattutto dall’incontro e dalla frequentazione con il vescovo di Milano, Sant’Ambrogio che fu il suo maestro e la sua guida spirituale fino ad avviarlo alla confessione del Dio cristiano, spirituale e creatore del mondo. Nella notte di Pasqua del 387 dopo Cristo, a Milano, il vescovo Ambrogio battezza Aurelio Agostino, l’intellettuale originario di Tagaste, che diventerà vescovo di Ippona e che influenzerà la cultura europea con il suo pensiero.
Nelle lettere di S. Paolo, Agostino trovò le chiavi per comprendere la scissione morale dell’uomo a causa del peccato, curabile solo da Cristo, il Dio fatto uomo per amore.
In questo modo Agostino percepì che la fede cristiana era capace di dare risposte a tutte le sue inquietudini, teoriche e pratiche e si abbandonò alla fede con la stessa passione con la quale aveva percorso già un lungo tratto della sua esistenza alla ricerca appassionata della felicità.
Potremmo trovare molti parallelismi tra l’epoca e la storia personale di Sant’Agostino – quando si andava sgretolando il potere dell’impero romano – e la nostra storia. Potremmo rinvenire molte somiglianze tra gli aneliti del suo cuore e i desideri dell’uomo d’oggi e di ognuno di noi. Potremmo confrontare e paragonare la sua ricerca di felicità con la nostra.
Nel suo tempo come nel nostro, non mancano coloro che disprezzano la ricerca della verità, distratti dal canto struggente di sirene che promettono felicità, ma che non possono mantenere tale promessa.
Agostino, nel cammino di ricerca della felicità, trovò l’orientamento e individuò la mèta nelle parole pregne di fede che egli ci ha tramandato: “Ci hai fatti per te, Signore; perciò il nostro cuore è inquieto finché non riposerà in te”.
E il suo cuore si riempì di quella gioia inesauribile che Agostino cantò e ora affida e consegna a noi perché anche la nostra gioia sia piena: “O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi, tremai di amore e di terrore. Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi hai chiamato ed ora io anelo a te!”
A quanto pare Dio c’entra proprio con la felicità dell’uomo. Egli ce ne traccia il sentiero, ce ne indica la direzione, e poi, mette degli argini a tutto ciò che può compromettere la ricerca della vera felicità.
Attenzione: noi dobbiamo essere avveduti e fidarci di Dio; se vediamo unicamente gli argini e li consideriamo più come barriere che come custodie, saremo come quegli uomini stolti ai quali viene indicata la luna, ma il cui sguardo resta bloccato a fissare il dito.
Purtroppo viviamo nell’epoca dell’emo/crazia, nella quale domina l’emozione e il sentimentalismo; il benessere può stordire per un po’, ma non ce la fa a riempire le voragini dell’animo umano. Inoltre la ricerca compulsiva della felicità porta solo a girare a vuoto su se stessi.

Fidiamoci di Dio; a Lui sta a cuore la nostra felicità.
La ricerca della felicità è ricerca di Dio.

Publié dans:meditazioni, STUDI |on 10 avril, 2015 |Pas de commentaires »

PERCHÉ LA GUERRA NON PUÒ ESSERE CONDOTTA NEPPURE “IN NOME” DI DIO. – AMOS LUZZATTO

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LA VIOLENZA NELLA TRADIZIONE BIBLICA

PERCHÉ LA GUERRA NON PUÒ ESSERE CONDOTTA NEPPURE “IN NOME” DI DIO. – AMOS LUZZATTO

La violenza è un’imposizione esterna su individui o su gruppi di individui volta a far loro compiere azioni contro la propria scelta volontaria, o a sposare opinioni o intere teorie che contrastino il loro modo di essere o di comportarsi, o gli stessi loro radicati convincimenti. Questa imposizione può essere dovuta alla sproporzione di forza fra colui che si impone e colui che subisce l’imposizione, oppure alla imprevedibilità dell’evento esterno, che è a tal punto eccezionale, ancorché “possibile”, da non permettere a colui che ne è succube di approntare o escogitare qualsiasi difesa.

Deboli e forti
Non spenderemo troppe parole sulla violenza umana per antonomasia, che è quella della guerra. Ma una considerazione si impone. Quando si descrivono le gesta tattiche di un Alessandro Magno, di un Giulio Cesare, di un Napoleone, si coltiva volentieri l’idea di un singolo genio, tanto abile nelle mosse e contromosse da sconfiggere il più potente e agguerrito degli avversari, che è certamente forte e aggressivo, ma un tantino scemo o almeno goffo. Insomma, il genio contro il bruto. Può darsi anche che qualche volta succeda proprio così.
Credo, però, che il più delle volte il “più debole” (forse più debole numericamente) possieda strumenti bellici superiori (come l’arco lungo degli Inglesi ad Azincourt), giochi sulla sorpresa e sulle condizioni del terreno (come Napoleone ad Austerlitz) o sull’ “evento giudicato impossibile” (come nel caso dei Panzer tedeschi che attraversano il bosco delle Ardenne). La maggiore padronanza dei complessi elementi tecnici rende “più forte” quello che poteva superficialmente essere giudicato il “più debole”, e viceversa. Ma allora, David e Golia?
Golia appare il più forte fisicamente, è armato di spada, di lancia e di picca, mentre David ha da parte sua un bastone, una fionda e cinque pietre. Dietro di sé Golia ha i Filistei, David il Dio di Israele (I Sam 17, 40-46). In realtà, David sa benissimo adoperare la spada, ma la usa soltanto, dopo avere già abbattuto il suo avversario, per mozzargli la testa. Sul piano materiale, il vantaggio di David sta nell’uso appropriato che lui fa delle singole armi. Sul piano morale, nel convincimento di agire a nome di Colui cui “appartiene (o “spetta”?) la guerra”: “ki le H. ha-milchamà wenatan etkhem be-yadenu” (I Sam 17, 47).

Il nome di Dio e la guerra
Che cosa vuol dire, esattamente? Cerchiamo di dedurlo da tre brani biblici nei quali il nome di Dio è posto in parallelo alla parola “guerra”. Il primo è la Cantica del Mare (Es 15,1-19). Traducendo molto alla lettera, e pertanto omettendo in italiano la copula, leggiamo: “Il Signore guerriero, il Signore il Suo nome”. Non sembra esservi un rapporto logico tra il primo e il secondo emistichio. (c) Olympia Sembra quasi che il testo voglia sottolineare il parallelismo tra la parola guerriero e la parola nome. Nel secondo brano è appunto David che dice: “Tu vieni a me con spada, con lancia e con picca ma io vengo a te con il nome del Signore delle moltitudini, che tu hai insultato”.
Infine, il terzo brano (Sal 20,8): “Gli uni giungono con carri, gli altri con cavalli – ma noi ricorderemo il nome del Signore”.
È come se ci si dicesse che la guerra, l’ “arte della guerra”, nella quale l’uomo si sente potente e crede di poter affermare la sua forza, non può essere condotta neppure “in nome” di Dio (Gott mit uns), perché la guerra stessa non gli appartiene, non è uno strumento umano, ma è inclusa nelle facoltà divine (nel “nome” di Dio) che ne dispone come Egli ritiene più giusto – e basta. Sono coerenti con questa concezione varie narrazioni bibliche. A partire dalla guerra inverosimile che muove Abramo con i suoi garzoni contro ben quattro re per liberare suo nipote Lot. Guerra-lampo vittoriosa, mossa per giunta da un mite capostipite di miti e timidi Patriarchi! A continuare con l’annegamento nel Mar Rosso di tutte le truppe del Faraone, per pensare poi all’assedio di Gerusalemme mosso dal terribile re assiro Sancheriv, l’invincibile, sconfitto dalla mano divina. Ciò è coerente, infine, con Zaccaria 4, 6: “Non con la truppa e non con la forza, ha detto il Signore delle moltitudini, bensì con il Mio spirito”.

La “violenza ” di Dio
Se la stessa guerra, che è la maggiore delle violenze umane, non appartiene all’uomo ma a Dio – il quale pertanto la decide, nel suo sorgere, nella sua evoluzione, nelle sue conclusioni – non è influenzata dall’ “arte bellica umana”, anzi spesso la contraddice, che dire delle altre forme di violenza? Appartiene certamente a Dio la violenza della natura. Prima di tutto perché, oltre ad aver creato gli oggetti materiali nella loro sostanza, Egli ne ha prescritto le forme (Sal 26, 10; Pr. 8, 27 e 8, 29; Gb 38, 33) e ne ha stabilito le regole, le leggi di natura, come le chiamiamo noi moderni (Ger. 5, 22; Sal 28, 26 e 148, 6; Pr 8, 29). Le leggi prevedono anche eventi eccezionali, spesso cataclismi micidiali che noi non sappiamo prevedere, che sembrano contraddirle, a meno che queste ultime non siano totalmente espressione della volontà divina che, per definizione, è imprevedibile.
Questi cataclismi hanno a che fare con il comportamento o con la volontà umana?
Se si risponde negativamente, abbandonandosi a un rassegnato fatalismo, si nega nel contempo la Provvidenza divina e ci si colloca inevitabilmente su un terreno religiosamente agnostico. Dio si configura allora come un potere misteriosamente e imprevedibilmente antiumano, crudele e forse addirittura cinico. Alcuni cristiani potrebbero consolarsi dicendo che tale sarebbe propriamente il Dio degli Ebrei e non il Dio dell’Amore. Ma sarebbe una posizione molto debole, anche sul piano logico.
Se, invece, si risponde affermativamente, si accetta la violenza divina nella sua qualità di azione orientata, punitiva nei confronti dei malvagi, che ha lo scopo di salvaguardare dal peccato incombente coloro i quali ne sono ancora esenti. Tale è, ad esempio, il caso del diluvio universale ai tempi di Noè o quello della distruzione di Sodoma e Gomorra ai tempi di Abramo e di Lot. Vi è poi un caso ulteriore: la violenza divina esercitata nei confronti di quegli uomini che usano violenza nei confronti dei propri simili; ed è il caso dell’affogamento dell’esercito faraonico nel Mar Rosso, dopo l’attraversamento all’asciutto da parte degli Ebrei.
Ma è proprio questo modello che richiede un esame più approfondito, perché la violenza dell’uomo sull’uomo non ha nulla a che fare con la “legge del più forte” alla quale parrebbero ispirarsi i lottatori delle Olimpiadi nella antica Ellade. In quel caso, almeno all’apparenza, i contendenti dovrebbero partire da un piano di pari occasioni e possibilità. In altre parole, sarebbe il risultato della contesa l’unico metro possibile per stabilire chi fosse in partenza il più forte. È un modello che serve di bandiera anche ai fautori della libertà d’impresa, della libertà di concorrenza e di altre libertà ancora. È un modello bellissimo, che ha un solo difetto: non si verifica mai nella vita concreta.

Compassione e memoria
Gli Ebrei che attraversano il Mar Rosso sono gerim, che significa residenti precari, ai quali non spettano molti di quei diritti che spettano ai residenti stabili, chiamati nella Bibbia ezrachim. Per queste due categorie umane non esiste il filo di partenza eguale: il ger è, a priori, il più debole. Ora, la schiavizzazione degli Ebrei in Egitto è un modello, tristemente molto diffuso nella storia umana: violenza usata da chi è in partenza più forte nei confronti di chi è, già in partenza, più debole. È una violenza clamorosamente evidente ad Auschwitz; ma esiste anche laddove essa è occultata nei segreti dei conti bancari o nella precarietà del lavoro, e non per questo è meno reale.
La Bibbia respinge questo modello: “… E non opprimere il ger; voi ben conoscete il sentire del ger, perché siete stati gerim in terra d’Egitto” (Es 23,9). È un chiaro invito alla compassione (con-passione) un invito a quella comprensione per il debole che può provare solo colui che si è già trovato (o che è consapevole di potersi trovare) nella medesima situazione di inferiorità. Oggi essa viene chiamata spesso solidarietà.
È chiaro che si tratta di un sentimento al quale si può e si deve educare, ma che trova forti ostacoli nella società umana dove raramente si rinuncia al proprio vantaggio di partenza. Questa solidarietà richiede poi la conservazione della memoria della propria sperimentata inferiorità; e la memoria ha due difetti: si attenua con il passare del tempo ed è selettiva, molto spesso cancella ciò che disturba nel presente. Si può pertanto persino proclamare la memoria e nel contempo praticare l’oblio. E allora?
“Se lo tormenterai ed egli mi invocherà, darò ascolto alla sua invocazione. E mi adirerò, e vi ucciderò per spada; e le vostre donne diventeranno vedove e i vostri figli orfani”. (Es 22, 22-23). Questa è la “violenza di Dio” che sostituisce alla perdita della compassione, nutrita dalla memoria del passato, un avvenire non meno severo. Per molti basta il monito che deriva da questo modello di punizione, senza attendere la punizione stessa. Per molti altri, no: invece di accettare questo monito, essi si faranno pronti paladini di civiltà, vedendo in questo modello la ritorsione propria della Legge del taglione e la crudeltà del divino. Con orgoglio condurranno la loro battaglia per una civiltà più avanzata rispetto a quella della “vecchia” Bibbia. Ma intanto, il ger seguirà il suo destino.

Note
Presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane

Publié dans:ebraismo, STUDI |on 12 janvier, 2015 |Pas de commentaires »
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