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PAZZI IN CRISTO

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PAZZI IN CRISTO

INTRODUZIONE

COSA SONO I PAZZI IN CRISTO

Olivier Clement

(ho messo solo tre « personaggi », ma ce ne sono altri)

La novità del cristianesimo, così fortemente sottolineata da san Paolo quando parla dello scandalo della croce, è la rivelazione della pazzia di Dio. Dio è pazzo, poiché esce dalla sua impassibile trascendenza per mescolarsi alle nostre gioie, alle nostre pene, alla nostra disperazione. Il tema dell’amore ‘folle’ di Dio affiora dovunque nel Nuovo Testamento. Se la creazione rivela la sapienza di Dio, l’incarnazione per la nostra salvezza rivela il suo amore pazzo per noi. Il Crocifisso per amore è il segreto di ogni follia. Il Dio incarnato discende nella morte per prendere tutti gli uomini nella follia del suo amore. Con gli occhi bendati, schiaffeggiato, schernito, coperto di sputi, rivestito di una porpora da beffa, coronato di spine, re per burla, ecce homo, ecce deus: un pazzo in verità!
Il « pazzo in Cristo » è l’uomo che risponde con tutto il suo essere alla follia di Dio, che entra anche lui nella «stoltezza della croce», che diventa pazzo per amore di Cristo. «Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor 1, 23). «Ciò che nel mondo è stolto, Dio l’ha scelto per confondere i sapienti» (1 Cor 1, 27). «Noi siamo stolti a causa di Cristo» (1 Cor 4, 10). Per questo «insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifIuto di tutti» (1 Cor 4,12-13).
Il pazzo in Cristo s’identifica con Cristo oltraggiato, crocifisso, eppure risorto: egli vive già nel Regno e denuncia l’orgoglio, l’odio e la menzogna di ‘questo mondo’. Prende alla lettera le Beatitudini e il Discorso della montagna, tutta quella insopportabile follia: la terra donata ai miti, la gioia ai perseguitati e I’offrire la guancia sinistra quando siamo colpiti sulla destra, in tre parole: amare i nemici. Il pazzo in Cristo rivela possibile l’impossibilità del cristianesimo. E’ un massimalista cristiano, è uno che sotto l’apparenza di una finta pazzia vive il Vangelo alla lettera, povero e senza un rifugio. Non entra nelle le chiese se non per farvi scandalo, vive nei rifiuti della città, nella sua più compromettente o più pericolosa marginalità, con i cattivi e le donne di cattiva condotta…il pazzo è il Cristo oltraggiato e, simultaneamente, il Risorto, libero da ogni compromesso col mondo, e «completa nella (sua) carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1,24).
Gli antenati dei « pazzi in Cristo » sono i profeti dell’Antico Testamento, inviati da Dio per riportare sulla retta via il popolo ebreo « dalla dura cervice ». A questo scopo il profeta è spesso obbligato ad adottare un comportamento eccentrico, strano, che gli reca più noie che gloria.
Il Profeta Isaia fu costretto a passeggiare per tre anni nudo e scalzo per servire da segno e presagio ai prigionieri in Egitto e in Assiria (Is 20, 2-4); Geremia portò un giogo sul collo come una bestia da soma (Ger 28, 10…); Ezechiele, steso davanti a una tavoletta d’argilla rappresentante Gerusalemme assediata, doveva mangiare pane cotto su degli escrementi umani (Ez 4); Osea fu costretto ad unirsi ripetutamente ad una prostituta e sposarla dandole dei figli per simboleggiare l’infedeltà d’Israele verso Jahvè (Os 3).
E’ in questa scia che vanno collocate tutte quelle azioni compiute dai Santi, anche nostrani, e che agli occhi del mondo sembrano strane, ridicole, insensate. E’ la pazzia della croce che si oppone alla sapienza del mondo.
(Olivier Clement nell’introduzione a: Irina Gorainoff, I Pazzi in Cristo nella tradizione Ortodossa, ed. Àncora-Milano)

ISAAC
Il primo pazzo in Cristo russo si chiamava Isaac. La sua storia ci è narrata dal celebre scrittore di cronache, Nestore, monaco come lui alla fine del secolo XI nel Monastero delle Grotte, a Kiev.
Ricco mercante, Isaac si era liberato dei suoi beni terreni e si era messo alla rude scuola dell’eremita Antonio, che aveva preso lezioni d’ascetismo al Monte Athos e viveva in una caverna vicino a Kiev. Come residenza Antonio assegnò al suo discepolo una grotta larga quattro cubiti e come cibo gli passava ogni due giorni, attraverso una stretta apertura, una pagnotta e un po’ d’acqua.
Isaac era vestito di una pelle di capro, da poco scuoiato, che aveva incollato al suo cilicio e lasciato seccare sulla nuda pelle. Tutte le sere e a notte tarda cantava dei salmi e faceva prostrazioni finché, vinto dalla fatica, si permetteva di sedersi per dormire, poiché non si coricava mai. Questo genere di vita durò sette anni.
Una notte, mentre si riposava in questo modo e spentasi ormai la candela, una luce brillante illuminò la grotta e due giovani entrarono, con volti risplendenti come soli. «Isaac» dissero «noi siamo angeli e veniamo ad annunciarti la visita di Cristo. Eccolo che viene».
Senza riflettere un secondo, senza neppure fare il segno della croce, il disgraziato si prosternò davanti all’apparizione. Un clamore infernale salutò il suo gesto. Isaac si vide circondato da una sarabanda di diavoli. «Tu sei nostro!» urlavano. «Tu hai salutato il nostro capo». E per tutta la notte lo fecero danzare con loro.
Quando, all’alba, dopo aver pronunziato la preghiera d’uso, Antonio batté alla porta non ebbe nessuna risposta. Isaac era morto? Mandò ad avvertire il superiore che era allora il grande Teodosio. La porta fu forzata e si trovò Isaac steso per terra, inanimato. «E’ opera del demonio», disse Teodosio. Isaac non era morto, ma era divenuto sordo e muto, incapace, come un piccolo bambino, di provvedere ai suoi più elementari bisogni.
Teodosio lo fece trasportare nella propria cella, lo curò e per due anni lo lavò, lo nutrì, gli insegnò a parlare e a camminare. Poi lo condusse, sebbene recalcitrante, in chiesa, di cui esitava a varcare la soglia. Il terzo anno lo condusse in refettorio, ma Isaac rifiutava di mangiare se prima un monaco non gli metteva un pezzo di pane in mano. Teodosio disse: «Bisogna che impari a mangiare da solo». Smisero di nutrirlo e, a poco a poco, «guardando gli altri», imparò.
Guarito, Isaac non volle più vivere sotto terra e scelse di lavorare nella cucina. Veniva considerato un debole di spirito. Imbacuccato in una pelle di capro ricoperta di stracci, le gambe infilate nei cenci, arrivava sempre primo al mattutino e restava immobile, anche se d’inverno i suoi piedi nudi gelavano sul pavimento. Terminata la salmodia, correva in cucina ad accendere il fuoco e a portare l’acqua. I monaci lo prendevano in giro. «Guarda, Isaac» gli disse un giorno il cuciniere «un corvo passeggia nel cortile: prendilo». In segno d’obbedienza, Isaac salutò il cuciniere prostrandosi fino a terra, uscì e portò il corvo. I monaci si guardarono stupiti e il disprezzo verso Isaac si tramutò in rispetto.
Allora, per non esser preso per santo, cominciò a fare l’idiota. Talvolta stuzzicava lo stesso superiore, talvolta, con una buona dose d’umorismo, andava in città a cercare fanciulli e con loro grande gioia li faceva recitare in piccole commedie in cui si parodiavano i difetti dei religiosi, i quali apprezzavano ben poco tale genere di spettacolo: Isaac si faceva bastonare sia dal superiore, sia dai monaci, sia dai suoi parenti.
Dopo la morte di Antonio, Isaac ridiscese sotto terra, installandosi nella grotta, divenuta libera, del grande asceta. I demoni si precipitarono a tormentarlo. Ma questa volta «non li temeva più delle mosche». Verso la fine della vita il suo dominio su di loro era completo. «Mi avete ingannato una volta», diceva loro, «perché non conoscevo ancora le vostre malizie; ma adesso ho con me nostro Signore Gesù Cristo e la preghiera del mio padre Teodosio». I demoni potevano bene invadere la grotta sotto forma di animali selvaggi e di rettili ripugnanti, armarsi di badili e zappe, minacciando di seppellire vivo il recluso, ma questo non serviva a niente. «Tu ci hai vinto, Isaac» dissero prima di scomparire definitivamente dopo tre anni di lotta.

SERAPIONE
Serapione, chiamato il ‘Sindonita’ perché il suo unico indumento era una ‘sindone’, cioè una camicia di lino, è il primo a indossare la livrea della pazzia in Cristo: la nudità.
Monaco, nella sua gioventù imparò a memoria le Sacre Scritture. Ma preferendo alla sicurezza di una cella monastica la fame, la sete, I’insicurezza delle grandi strade, scelse la vita errante e vagabonda.
Seduto un giorno sul bordo della strada, vide un mendicante che tremava dal freddo e gli diede la sua ‘sindone’. «Chi ti ha svestito così?» chiese un passante. «E’ lui» rispose Serapione, indicando il Vangelo che aveva tra le mani.
A Roma intese parlare di una vergine che da vent’anni viveva da reclusa senza ricevere né parlare a nessuno. Riuscì a vederla. «Cosa fai» – chiese «seduta lì tutta sola?». «Io non sono seduta» – rispose «io sono in cammino». «In cammino verso chi?». «In cammino verso Dio». «Sei morta o viva?». «Spero di essere morta al mondo e viva in Dio». «In questo caso» disse Serapione «scendi in strada e vieni a passeggio». Ella protestò. Ma il ‘pazzo’ le fece capire che dicendosi morta al mondo doveva dimostrarlo. Ella si arrese ai suoi argomenti. Arrivati accanto a una chiesa, Serapione disse: «E ora, se vuoi convincermi che sei morta al mondo, spogliati nuda come faccio io e seguimi». Scandalizzata, la vergine rifiutò. «La gente penserà che io sono pazza». «E allora? Se sei morta al mondo, ti riguarda quel che gli altri pensano?». Ella rifiutò. «Vedi, sorella – disse Serapione, – fa’ attenzione a non gloriarti della tua santità e di proclamare che tu sei morta al mondo. Io sono forse più morto di te e lo provo passeggiando nudo senza vergogna».
Di tutti i pazzi in Cristo si dice che sono nudi, senza rifugio, sofferenti per il caldo e il freddo, la sete e la fame. Nudo, il pazzo in Cristo non risveglia la concupiscenza: è l’uomo come Dio l’ha fatto.
Tutta la vita di Serapione trascorse nel soccorrere il prossimo. Si vendette come schiavo a degli attori ambulanti che convertì e a un manicheo che ricondusse alla fede cattolica. Per impedire loro di vendere il corpo, dava denaro alle prostitute.

SIMEONE
Simeone aveva circa sessant’anni quando si fece buffone e pagliaccio per amor di Dio. I primi trent’anni della sua vita li aveva passati presso i suoi genitori «nobili e ricchi». Si era ritirato poi nel deserto, dove, presso il mar Morto, durante un’altra trentina d’anni, si era dedicato, in compagnia del suo amico diacono Giovanni, ai rigori di una esistenza severamente ascetica. Ma, per Simeone, il soggiorno nel deserto era stato soltanto una preparazione a un ministero di carità. «Non ci è utile, fratello, restare qui» e si volge verso il mondo.
Simeone comincia a giocare la commedia, fare delle farse, essere strano fino a diventare colui che, come il clown nel circo, «riceve gli schiaffi».
Il suo ingresso a Emesa, oggi Homs in Siria, vicino ad Antiochia, fu trionfale. Il beato trovò su un letamio fuori città un cane morto. Si tolse la cintura, attaccò il cane per le zampe e lo trascinò così all’interno della città. Dei ragazzacci lo videro e si misero a gridare: «Un monaco pazzo! Un monaco pazzo!». E cominciarono a gettargli pietre e a colpirlo coi bastoni. L’incidente ricorda quello del profeta Eliseo che, andando a Bethel, incontrò una banda di ragazzi che lo seguirono gridando: «Vieni su, pelato!». Si voltò indietro e li maledisse. Due orsi uscirono dal bosco e ne uccisero una quarantina. Simeone non maledice nessuno. Al contrario. Con la sua condotta sembra incoraggiare quelli che lo colpiscono e lo urtano. Talvolta zoppicava, strisciava per terra e prendeva per i piedi i passanti, o battendo per terra coi piedi affermarva di essere posseduto dal demonio, facendo molte cose spiacevoli e comportandosi come un alienato, affinché nessuno potesse crederlo santo».
Frequentava le taverne, passeggiava nudo, senza vergogna, al mercato, mangiando salame il Venerdì Santo.
Durante la liturgia eucaristica, in chiesa, bombardava le donne con nocciole ed entrava nei bagni loro riservati, come per inavvertenza. «Come ti sei sentito là dentro?» chiedeva il diacono Giovanni. «Come un albero tra gli alberi. Non avvertivo il mio corpo. Il mio spirito era occupato da Dio».
Una visita misteriosa che fece a una prostituta diede luogo ai peggiori sospetti prima che si sapesse, dalla bocca della stessa interessata, che il santo vecchio, scoprendo che era rimasta tre giorni senza cibo, le aveva portato di nascosto, pane, vino e carne.
Quanti uomini, con la sua finta pazzia, ha convinto dei loro peccati non confessati: alcuni di impurità, altri di furto, altri ancora di falsa testimonianza. Alcuni li prendeva in disparte, altri pubblicamente, rivolgendosi a loro in parabole, per svegliare la loro coscienza.
Simeone era un pazzo in Cristo completo. Ora attore stuzzicante che adescava il suo pubblico, ora veggente, ora profeta. Nel 588 Simeone predisse il terribile sisma che scosse le città di Beyrut, Biblos e Tripoli. Munito di una frusta, passeggiava tra le colonne degli edifici dicendo ad alcune: «Resistete. Dio ve l’ordina», ad altre invece: «Non cadete, pur senza restare dritte». Le prime resistettero al terremoto, le altre, sebbene lese, non crollarono, mentre il resto sprofondò.
Il pazzo aveva a Emesa una bicocca ricoperta di giunchi nella quale passava le sue notti in preghiera. Solo davanti a Dio, Simeone non era più un vecchio clown ridicolo, ma un bambino che sulla terra aveva soltanto il diacono Giovanni per confidente.
Alcuni giorni prima della sua morte, gli confidò: «Ho visto qualcuno di glorioso che mi diceva: ‘Vieni, pazzo, vieni a ricevere non una sola corona, ma parecchie, per aver salvato molte anime umane’». Dopo di che non lasciò più la sua capanna. Inquieti, i suoi amici mendicanti andarono a vedere se non fosse malato. Lo trovarono morto, steso sotto un tetto di giunchi. Due di loro presero il suo corpo per portarlo «senza canti, né ceri, né incenso» nel luogo dove si seppelliscono i vagabondi. Due giorni dopo, il diacono Giovanni arrivò e pianse amaramente. Andò al cimitero per seppellire il suo amico «in un luogo conveniente», ma aprendo il sarcofago lo trovò vuoto. Gli angeli, pensò, avevano preso i resti di Simeone. Quanto agli abitanti di Emesa, compresero che il « pazzo » non era stato un pazzo, ma un grande santo.
Simeone morì il 21 luglio del 590. Aveva circa settant’anni.

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