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SANTISSIMA TRINITÀ (A) COMMENTO DI ENZO BIANCHI

https://combonianum.org/2020/06/03/prepararsi-alla-domenica-10/

SANTISSIMA TRINITÀ (A) COMMENTO DI ENZO BIANCHI

È la domenica in cui confessiamo la Trinità di Dio. In verità la Trinitaà di Dio è confessata dalla chiesa sempre, in ogni liturgia, ma recentemente si è sentito il bisogno di istituire una festa teologico-dogmatica, che non è conosciuta né dall’antichità cristiana né, tuttora, dalla tradizione cristiana orientale. È comunque l’occasione di una lode, di un ringraziamento, di un’adorazione del mistero del nostro Dio, comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito santo. Qualcuno può essere stupito che il testo evangelico scelto dalla chiesa per questa festa parli in modo manifesto solo del Padre e del Figlio, mentre sembra fare silenzio sullo Spirito santo.
In realtà lo Spirito è presente come “amore di Dio” e come “compagno inseparabile del Figlio” (Basilio di Cesarea), perché là dove sta scritto che “Dio ha tanto amato il mondo”, il cristiano comprende che Dio ha amato il mondo con il suo amore che è lo Spirito santo del Padre e del Figlio. La Trinità di Dio non è una formula cristallizzata e non occorre nominare sempre le tre persone per evocarla: il Padre, il Figlio e lo Spirito santo sono termini che indicano una vita di amore plurale, comunitario, sono una comunione che noi tentiamo di esprimere con le nostre povere parole, sempre incapaci di “dire il mistero, la rivelazione”, del nostro Dio. Ma soffermiamoci sul brano evangelico.
Siamo nel contesto del colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo (cf. Gv 3,1-21), un “maestro di Israele” (Gv 3,10) che rappresenta la sapienza giudaica in dialogo con Gesù. È questo un dialogo faticoso per Nicodemo, che ha fede in Gesù ma fatica ad accogliere la novità della rivelazione portata da questo rabbi “venuto da Dio”. Gesù risponde alle domande del suo interlocutore, ma l’ultima risposta, quella più lunga, sembra contenuta all’interno di una meditazione dell’autore del quarto vangelo. Dunque, nei versetti che oggi la chiesa ci offre è Gesù a parlare oppure si tratta di una meditazione dell’evangelista? In ogni caso sono parole di Gesù non certo riportate tali e quali, ma meditate, comprese e ridette nel tessuto di una comunità cristiana che ha cercato di crederle e di viverle. Così si apre il brano: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna”.
Subito prima sta scritto: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Queste due affermazioni sono parallele e si spiegano a vicenda. Affinché ogni uomo possa credere, aderire al Figlio dell’uomo e mettere la propria fiducia in lui, occorre che conosca l’amore di Dio per ogni uomo, per tutta l’umanità, per questo mondo. Tale amore di Dio si è manifestato in un atto preciso, databile, localizzabile nella storia e sulla terra: il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era un uomo, Gesù di Nazaret, nato da Maria ma Figlio di Dio, è stato innalzato sulla croce, dove è morto “avendo amato fino alla fine” (cf. Gv 13,1), e in quell’evento tutti hanno potuto vedere che Dio ha talmente amato il mondo da consegnargli il suo unico Figlio, da lui “inviato nel mondo”.
Ecco il dono dei doni di Dio: dono gratuito, dono di se stesso, dono irrevocabile e senza pentimento. Dono fatto solo per un amore folle di Dio, il quale ha voluto diventare uomo, carne fragile e mortale (cf. Gv 1,14), per essere in mezzo a noi, con noi, e così condividere la nostra vita, la nostra lotta, la nostra sete di vita eterna. Ecco ciò che è accaduto con la venuta nella carne del Figlio di Dio e con la discesa dello Spirito che sempre è il compagno inseparabile del Figlio; ecco il mistero dell’amore di Dio vissuto in comunione, comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.
Quel mondo (kósmos) che a volte nel quarto vangelo è letto sotto il segno del male, del dominio di Satana, “il principe di questo mondo” (Gv 12,31; 16,11; cf. 14,30), qui è letto come umanità, come universo che Dio vide “cosa buona” (Gen 1,4.10.12.18.21.25) e “molto buona” (Gen 1,31), che egli ha amato fino alla follia, fino al dono di se stesso, dono che gli ha richiesto spogliazione, povertà, umiliazione. Questo dono folle di Dio al mondo non ha come scopo il giudizio del mondo ma la sua salvezza: Dio vuole che l’umanità conosca la vita per sempre, la vita piena, che soltanto lui può darle.
Ma di fronte al dono resta la libertà umana. Il dono è fatto senza condizioni, dunque può essere accolto o rifiutato. Chi lo accoglie sfugge al giudizio e vive la vita per sempre, ma chi non lo accoglie si giudica da se stesso. Certamente troviamo qui espressioni di Gesù molto dure, radicali, ma esse vanno decodificate e spiegate. Se Gesù dice che “chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”, non lo dice manifestando una condanna per le moltitudini di uomini e donne che non hanno potuto incontrarlo nella storia, perché appartenenti ad altri tempi o ad altre culture.
Costoro, se avranno vissuto la loro esistenza in conformità all’esistenza umana di Gesù, contraddistinta dall’amore dei fratelli e delle sorelle, è come se avessero vissuto, pur con tutti i limiti umani, la vita di Gesù; e così, senza conoscerlo, senza professare il suo Nome nella fede cristiana, conosceranno la vita eterna in lui e con lui. Ma chi ha avuto una vita gravemente difforme dalla vita umana di Gesù, e anzi in contraddizione con essa, non conoscendo l’amore, costui è già giudicato e condannato: non c’è per lui vita eterna.

Enzo Bianchi
http://www.monasterodibose.it

Publié dans:SS. TRINITÀ |on 5 juin, 2020 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – LA TRINITÀ: ALLE SORGENTI E ALL’ESTUARIO DELLA STORIA DELLA SALVEZZA

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2000/documents/hf_jp-ii_aud_20000119.html

GIOVANNI PAOLO II – LA TRINITÀ: ALLE SORGENTI E ALL’ESTUARIO DELLA STORIA DELLA SALVEZZA

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 19 gennaio 2000

1. “Trinità sovraessenziale, infinitamente divina e buona, custode della divina sapienza dei cristiani, portaci al di là di ogni luce e di tutto ciò che è ignoto fino alla vetta più alta delle mistiche Scritture, là dove i misteri semplici, assoluti e incorruttibili della teologia si rivelano nella tenebra luminosa del silenzio”. Con questa invocazione di Dionigi l’Areopagita, teologo dell’Oriente (Teologia mistica I, 1), iniziamo a percorrere un itinerario arduo ma affascinante nella contemplazione del mistero di Dio. Dopo aver sostato negli anni scorsi su ciascuna delle tre persone divine – il Figlio, lo Spirito, il Padre – in quest’anno giubilare ci proponiamo di abbracciare con un unico sguardo la gloria comune dei Tre che sono un unico Dio “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio della solennità della Santissima Trinità). Questa scelta corrisponde all’indicazione offerta dalla Lettera apostolica Tertio millennio adveniente, che pone come obiettivo della fase celebrativa del Grande Giubileo “la glorificazione della Trinità, dalla quale tutto viene e alla quale tutto si dirige, nel mondo e nella storia” (n. 55).
2. Ispirandoci ad un’immagine offerta dal Libro dell’Apocalisse (cfr 22,1), potremmo paragonare questo percorso al viaggio di un pellegrino lungo le rive del fiume di Dio, cioè della sua presenza e della sua rivelazione nella storia degli uomini.
Oggi, a sintesi ideale di questo cammino, sosteremo sui due punti estremi di quel fiume: la sua sorgente e il suo estuario, unendoli tra loro in un unico orizzonte. La Trinità divina sta infatti alle origini stesse dell’essere e della storia ed è presente nel loro traguardo ultimo. Essa costituisce l’inizio e il fine della storia della salvezza. Tra i due estremi, il giardino dell’Eden (cfr Gen 2) e l’albero di vita della Gerusalemme celeste (cfr Ap 22), corre una lunga vicenda segnata dalle tenebre e dalla luce, dal peccato e dalla grazia. Il peccato ci ha allontanati dallo splendore del paradiso di Dio; la redenzione ci riporta alla gloria di un nuovo cielo e una nuova terra, dove “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno” (ibidem, 21,4).
3. Il primo sguardo su questo orizzonte è offerto dalla pagina iniziale della Sacra Scrittura, che addita il momento in cui la potenza creatrice di Dio trae dal nulla il mondo: “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1). Questo sguardo si approfondisce nel Nuovo Testamento, risalendo fin nel cuore della vita divina, quando Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, proclama: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (Gv 1,1). Prima della creazione e a fondamento di essa, la rivelazione ci fa contemplare il mistero dell’unico Dio nella trinità delle persone: il Padre e il suo Verbo, uniti nello Spirito.
Lo scrittore biblico che scrisse la pagina della creazione non avrebbe potuto sospettare la profondità di questo mistero. Tanto meno era in grado di raggiungerlo la pura riflessione filosofica, giacché la Trinità è al di sopra delle possibilità del nostro intelletto, e può essere conosciuta solo per rivelazione.
E tuttavia, questo mistero che infinitamente ci supera è anche la realtà più vicina a noi, perché sta alle sorgenti del nostro essere. In Dio infatti noi “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28), e a tutte e tre le divine persone va applicato quanto S. Agostino dice di Dio: Egli è “intimior intimo meo” (Conf. 3, 6, 11). Nelle profondità del nostro essere, dove nemmeno il nostro sguardo riesce ad arrivare, la grazia rende presenti il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, l’unico Dio in tre persone. Il mistero della Trinità, lungi dall’essere un’arida verità consegnata all’intelletto, è vita che ci abita e ci sostiene.4. Da questa vita trinitaria, che precede e fonda la creazione, prende le mosse la nostra contemplazione in quest’anno giubilare. Mistero delle origini da cui tutto sgorga, Dio ci appare Colui che è la pienezza dell’essere e comunica l’essere, come luce che “illumina ogni uomo” (cfr Gv 1,9), come Vivente e datore di vita. Ci appare soprattutto come Amore, secondo la bella definizione della Prima Lettera di Giovanni (cfr 1 Gv 4,8). Egli è amore nella sua vita intima, dove il dinamismo trinitario è appunto espressione dell’eterno amore con cui il Padre genera il Figlio ed entrambi si donano reciprocamente nello Spirito Santo. È amore nel rapporto con il mondo, giacché la libera decisione di trarlo dal nulla è frutto di questo amore infinito che si irradia nella sfera della creazione. Se gli occhi del nostro cuore, illuminati dalla rivelazione, si fanno abbastanza puri e penetranti, diventano capaci di incontrare nella fede questo mistero, in cui tutto ciò che esiste ha la sua radice e il suo fondamento.
5. Ma come s’accennava all’inizio, il mistero della Trinità sta anche davanti a noi, come il traguardo a cui la storia tende, come la patria a cui aneliamo. La nostra riflessione trinitaria, seguendo i vari ambiti della creazione e della storia, guarderà a questa meta, che il libro dell’Apocalisse con grande efficacia ci addita come suggello della storia.
È questa la seconda e ultima parte del fiume di Dio, che abbiamo poc’anzi evocato. Nella Gerusalemme celeste l’origine e la fine si ricongiungono. Appare, infatti, Dio Padre che siede sul trono e dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Accanto a lui è presente l’Agnello, cioè Cristo, sul suo trono, con la sua luce, col libro della vita che raccoglie i nomi dei redenti (cfr ibidem, 21,23.27; 22,1.3). E, alla fine, in un dialogo dolce e intenso, ecco lo Spirito che prega in noi e insieme con la Chiesa, la sposa dell’Agnello, dice: “Vieni, Signore Gesù” (cfr ibidem, 22,17.20).
Ritorniamo, allora, a conclusione di questo primo abbozzo del nostro lungo pellegrinaggio nel mistero di Dio, alla preghiera di Dionigi l’Areopagita che ci ricorda la necessità della contemplazione: “È nel silenzio, infatti, che s’imparano i segreti di questa tenebra… che brilla della luce più abbagliante… Essa, pur rimanendo perfettamente intangibile e invisibile, riempie di splendori più belli della bellezza le intelligenze che sanno chiudere gli occhi” (Teologia mistica I,1).

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