Archive pour la catégorie 'SPIRITO SANTO'

I DONI DELLO SPIRITO SANTO : IL DONO DELLA SAPIENZA / 2

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I DONI DELLO SPIRITO SANTO : IL DONO DELLA SAPIENZA / 2

Ho scelto due brani della Bibbia come spunto per poterci rivolgere con amore al nostro Signore Gesù Cristo. Egli è la Sapienza eterna. Tutta la Sacra Scrittura ci conduce a Lui, vero Dio e vero Uomo, come Lui stesso ha spiegato ai discepoli di Emmaus (cf Lc 24, 13-35). Il dono della sapienza “ci porta addirittura, scriveva il Card. Ballestrero, all’esperienza personale di Dio, fino a costruire un meraviglioso e allettante intimo rapporto con il Padre e la Trinità

La Sapienza nella Scrittura Per meglio conoscere e amare Gesù, nella potenza dello Spirito, dobbiamo conoscere cosa dice la Bibbia a proposito della Sapienza. Uno dei passi più antichi lo troviamo nel libro dei Proverbi 8,22-36. “Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività” (22). La Sapienza esce dal cuore di Dio, è qualcosa che gli appartiene intimamente, è una Persona, è “il Primogenito di ogni creatura” (Col 1,15). È “la prima di ogni sua opera” (22). Nei libri sapienziali la Sapienza appare come Persona ed è  profezia del Cristo Signore che verrà. “Dall’eternità, fin dal principio, quando ancora non esistevano gli abissi, io fui generata” (23-24). Prima di ogni cosa creata, e, allo stesso tempo, la primogenita perché altri dopo di essa e per essa, verranno generati dallo stesso Dio e Padre. “Quando fissava i cieli, quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando disponeva le fondamenta della terra, allora io ero con lui come architetto” (27.29.30). Un architetto geniale e amoroso, che si immedesima, quasi, con il creato, perché rispecchiando la bellezza di Dio fosse un inno di lode e di ringraziamento, di esultanza e di compiacimento, di gioia e di diletto. “Ero la sua delizia” (30): l’architetto, la Sapienza creatrice si dilettava “davanti a lui in ogni istante”. O Sapienza increata e creatrice che hai scelto la tua dimora tra di noi e ti compiaci oltre ogni misura di essere nostro concittadino, io ti adoro e ti accolgo come compagno del mio cammino. Ti ascolto, sto seduto ai tuoi piedi e desidero i tuoi favori. “Beato l’uomo che mi ascolta” (34). Lo Spirito mi ha introdotto nella tua casa dove ogni cosa è al suo posto in modo perfetto, e mi ha invitato a mangiare il tuo pane e a bere il vino che tu mi hai preparato (cf Pr 9,1.6).

La Sapienza e il popolo d’Israele Il cantico della Sapienza prosegue nel libro del Siracide (24,1-21): “Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo” (3). Nel suo giro di perlustrazione sulla terra, trova ogni cosa perfetta, ma cerca un posto di suo gradimento dove riposare e non trova nulla di meglio che la tenda di Giacobbe. Il popolo di Israele diventa il suo popolo. La Sapienza si avvicina a noi sempre di più. Non guarda più a tutto il creato, opera delle sue mani, ma alle tende di Giacobbe: qui fissa la sua dimora, e Gerusalemme entra in suo potere, per diventare il luogo di culto. “Ho officiato nella tenda santa davanti a lui, e così mi sono stabilita in Sion” (10). O Sapienza, noto che ti compiaci di questa tua scelta; mi rallegro perché Gerusalemme diventa la città amata, ti lodo da quando hai messo le tue “radici in mezzo a un popolo glorioso”; ti esalto perché siamo diventati “tua porzione”, “tua eredità” (11-12). O Sapienza di Dio a chi ti potrò paragonare? Sei forte come il cedro del Libano, solitaria e rara come le palme di Engaddi, bella come le rose di Gerico, antica e generosa come un olivo maestoso, sei piena di maestà e di sicurezza come il terebinto dai lunghi rami (13-16). Mi avvicino a te perché voglio saziarmi dei tuoi frutti. Da te, Sapienza increata, vengo attirato, corro al profumo dei tuoi unguenti; consacrami con l’olio dell’esultanza. O Sapienza increata, dono del Padre, regalo sempre desiderabile, germoglio grazioso generato da Maria, mi avvicino a te, perché tu mi attiri; mi avvicino a te perché non desidero altro che te, o ti desidero perché già tu mi possiedi. Dio, Sapienza incarnata, Figlio di Dio, Figlio dell’uomo, mi voglio “saziare dei tuoi prodotti”; ti presento questo “voglio” – creatura debole e fragile –, perché tu, conoscenza gustosa, ti offri a me in cibo e io ho bisogno di mangiare, di saziarmi per vivere. Il tuo discorso mi convince: “Il ricordo di me è più dolce del miele” (Sir 24,19). Quando penso agli anni passati, al ricordo di te, dell’amicizia, dei colloqui, dell’abbandono in te, dell’amore sincero e appassionato, non posso non confermare quanto tu, Sapienza divina, affermi. La mia bocca ne sente ancora il gusto, e tutto il mio essere è come un favo di miele, che tu hai colto. Tu mi possiedi e anch’io ti possiedo. Davanti a te sono come una nuvola di incenso – ti lodo ti benedico, ti ringrazio, ti adoro –, perché tu bruci dentro di me. Quante volte mi sono nutrito di te, e ancora mi nutro, ma ho sempre fame di te, infatti il tuo amore per me non si è esaurito, è sempre nuovo, è sempre potente, pieno di grazia, di gioia, di consolazione, di doni. E come è possibile saziare un cuore? O Sapienza, o Intelligenza, o Amore: Dio-Uomo, Verbo del Padre, Parola visibile, Dio inesauribile, Uomo alla mia portata di uomo. Bevo alla fonte e la sete cresce a dismisura: più bevo e più ho sete; più mi ristoro e mi sazio e più cerco la fonte. Ho sete e mi sento pago allo stesso tempo, come tu, Padre, quando generi la Parola e dici: Figlio! Da sempre generi, da sempre ti compiaci. Ho fame della Sapienza e ne sono sazio nello stesso istante. Come tu, Figlio, Sapienza sussistente, che sei generato e dici: Padre! Dall’eterno vieni generato e da allora ne sei soddisfatto. Padre! Figlio! È il grande dialogo dell’Amore, Principio di ogni cosa creata. O Sapienza, quanto più mi avvicino a te, più te desidero; e quanto più ti desidero, più mi avvicino a te che non mi hai mai lasciato neanche un istante.                                            

Don Timoteo Munari SDB

 

LO SPIRITO SANTO SORGENTE INESAURIBILE DI DONI

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L’ANNO DELLO SPIRITO SANTO

I segni della speranza: i popoli

LO SPIRITO SANTO SORGENTE INESAURIBILE DI DONI

Angelo Amato

1. Lo Spirito è «Persona-dono» L’esistenza cristiana è intimamente segnata dalla «nube dello Spirito» (cf. Mt 17,5). È lo Spirito che porta i fedeli alla loro piena configurazione a Cristo. Ma, in cosa consiste, concretamente, la presenza dello Spirito Santo e qual è il significato dei suoi doni? La risposta è semplice: la vita cristiana, per svilupparsi e giungere a maturazione, esige una assistenza speciale dello Spirito santo e dei suoi doni. Il mistero profondo dello Spirito è quello di essere «dono»: «Si può dire che nello Spirito santo la vita intima del Dio uno e trino si fa tutta dono, scambio di reciproco amore tra le divine Persone, e che per lo Spirito santo Dio «esiste» a modo di dono. È lo Spirito Santo l’espressione personale di un tale donarsi, di questo essere amore. È Persona-amore. È Persona-dono» (Dominum et Vivificantem, n. 10). Essendo Persona-dono lo Spirito è la sorgente di ogni dono creato, come la vita, la grazia, la carità: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo, che ci è stato dato» (Rm 5,5). Ed è Gesù che ha dato il suo Spirito come dono di vita nuova agli apostoli, alla chiesa, al mondo: «Innalzato alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire» (At 2,33). Queste parole di Pietro a Pentecoste, riecheggiano la sua esperienza pasquale. La sera della risurrezione, infatti, Gesù, apparendo agli apostoli, disse: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). Anche a Pentecoste gli apostoli «furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At 2,4). Tale pentecoste apostolica rifluisce su tutta l’umanità, in tutte le sue categorie di giovani e di anziani, di uomini e di donne. È lo stesso Pietro a spiegare, nel suo primo kérygma, che questa irruzione dello Spirito non fa che realizzare la profezia di Gioele: «Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno» (At 2,17-18). Il dono dello Spirito significa vocazione alla profezia da parte dei figli e delle figlie, dei servi e delle serve; significa chiamata a seguire grandi ideali («visioni») da parte dei giovani e ad avere sogni profetici da parte degli anziani. L’effusione dello Spirito a Pentecoste realizza anche la profezia di Ezechiele: «Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio. Vi libererò da tutte le vostre impurità: chiamerò il grano e lo moltiplicherò e non vi manderò più la carestia» (Ez 36,24-29). Lo Spirito è cioè dono di comunione, è acqua di purificazione, è cuore di carne, è novità, è obbedienza, è appartenenza e fedeltà a Dio, è abbondanza di beni. 2. «Vieni, datore dei doni» San Giovanni, parlando della nostra vocazione alla comunione con Dio-Amore, afferma: «Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito» (1Gv 4,13). È nello Spirito che noi amiamo Dio. Per questo S. Agostino afferma che «lo Spirito santo è il dono di Dio a tutti coloro che per mezzo suo amano Dio»1. Lo Spirito ci abilita al rapporto interpersonale con Dio, all’alleanza tra il nostro «io» e il «tu» divino: «Il dono dello Spirito significa chiamata all’amicizia, nella quale le trascendenti profondità di Dio vengono, in qualche modo, aperte alla partecipazione da parte dell’uomo» (Dominum et Vivificantem, n. 34). È quanto S. Paolo diceva: «Viviamo sotto il dominio dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi» (Rm 8,5.9); «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal 5,25). Per rendere possibile e facilitare questo cammino lo Spirito si fa sorgente di molteplici doni, frutti, carismi. Per questo nella solennità di Pentecoste lo invochiamo: «Vieni, Santo Spirito, vieni, datore dei doni». Tradizionalmente si parla dei sette doni dello Spirito Santo: «la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio» (CCC n. 1831). Attribuiti in prima istanza al Messia (cf. Is 11,1-2)2, nel quale si realizzano in pienezza, questi doni perfezionano le virtù del battezzato, rendendolo docile e obbediente a seguire le mozioni dello Spirito. Se la vocazione del cristiano è la santità, i doni dello Spirito servono per agevolare la pratica delle virtù sia teologali (fede, speranza, carità), sia morali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza). Spesso la tradizione teologica ha messo in correlazione i singoli doni con le singole virtù. Ad esempio, il dono del timore viene visto in corrispondenza con la virtù della temperanza e il dono della sapienza con la virtù della carità. In realtà ogni singolo dono facilita l’esercizio di tutte le virtù, che ne escono fortemente rafforzate. Più che in una graduatoria o su una scala i doni devono essere messi in reciproca circolarità e correlazione. 3. Il timore, come gioiosa trepidazione per la vicinanza di Dio Il timore del Signore si può considerare come il primo gradino della scala della perfezione, che avrebbe il suo vertice nel dono della sapienza. Afferma S. Tommaso d’Aquino: «Il timore filiale occupa il primo posto tra i doni dello Spirito Santo in ordine ascendente, e l’ultimo in ordine discendente»3. Il Siracide, tuttavia, mostra l’interdipendenza e il reciproco influsso dei doni: «Pienezza della sapienza è temere il Signore; essa inebria di frutti i propri devoti. Tutta la loro casa riempirà di cose desiderabili, i magazzini dei suoi frutti. Corona della sapienza è il timore del Signore; fa fiorire la pace e la salute. Dio ha visto e misurato la sapienza; ha fatto piovere la scienza e il lume dell’intelligenza; ha esaltato la gloria di quanti la possiedono. Radice della sapienza è temere il Signore; i suoi rami sono lunga vita» (Sir 1,14-18). In una proposta di cammino vocazionale, si può vedere nel timore di Dio il primo passo per abbandonare la vita secondo la carne e percorrere la via secondo lo Spirito. Il timore di Dio fa comprendere che la vita non è solitudine e silenzio, ma comunione con Dio. Il timore non è paura di Dio, ma trepidazione e gratitudine per la sua grande prossimità a noi. È riscoperta e lode della sua grandezza e sapienza, e, allo stesso tempo, coscienza di essere immersi in questo «ambiente divino», avvolti dall’abbraccio di Dio: «Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo. Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?» (Sal 139,1-7). La prostrazione di Abramo di fronte ai tre pellegrini (Gn 18,2), la sorpresa di Giacobbe nel sogno della scala, la cui cima raggiungeva il cielo (Gn 28,12), lo sbigottimento di Mosè al roveto ardente (Es 3,6), la meraviglia di Isaia di fronte al serafino col carbone ardente (Is 6,6-7), il grande spavento dei pastori all’annuncio degli angeli (Lc 2,9), lo stordimento di Giovanni il veggente di fronte al Vivente (Ap 1,17) indicano lo stupore improvviso di chi si trova a tu per tu di fronte al mistero santo di Dio. È un timore che non si tramuta in paura, ma, al contrario, si espande per Abramo in servizio e dialogo con Dio, per Giacobbe in conferma di aver incontrato Dio, per Mosè in spinta alla missione, per Isaia in obbedienza alla chiamata profetica, per i pastori in invito a incontrare il neonato Salvatore, per Giovanni in contemplazione dell’azione efficace e vittoriosa di Dio nelle martoriate vicende della chiesa e del mondo. Il timore è la trepidazione avvertita da chi inizia il cammino della vita nello Spirito e si affida con confidenza nelle mani di Dio: «Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita» (Sal 139,23-24). Il timore di Dio diventa così consapevolezza della debolezza umana, esercizio di umiltà e di povertà di spirito, ma anche fiducia nella misericordia di Dio, speranza nella sua provvidente bontà, autentico «principio di saggezza» (Sal 111,10).

NOTE 1) De Trinitate, XV 19,35.

2) Il testo ebraico di Is. 11,2 parla di sei doni: spirito di sapienza, intelligenza, consiglio, fortezza, conoscenza e timore del Signore. La versione greca dei LXX e la versione latina della Volgata enunciano invece sette doni, introducendo la «pietà». In realtà si tratta di una interpretazione di Is 11,3, in cui il «timore del Signore», ripetuto in questo versetto, viene tradotto in una sua variazione e cioè in «pietà». 3) STh, II/II q. 19 a. 9.

Publié dans:SPIRITO SANTO |on 11 mai, 2016 |Pas de commentaires »

IL RAPPORTO TRA LO SPIRITO SANTO E LA CHIESA – TRATTO DA JOSEPH RATZINGER, IMMAGINI DI SPERANZA.

http://scrittidijosephratzinger.blogspot.it/2013/05/il-rapporto-tra-lo-spirito-santo-e-la.html

IL RAPPORTO TRA LO SPIRITO SANTO E LA CHIESA

TRATTO DA JOSEPH RATZINGER, IMMAGINI DI SPERANZA.

Percorsi attraverso i tempi e i luoghi del Giubileo, San Paolo, Cinisello Balsamo 1999, Capitolo VIII. PENTECOSTE – Lo Spirito Santo e la Chiesa, pp. 57-66

VIII. PENTECOSTE
Lo Spirito Santo e la Chiesa

Capita spesso di sentir lamentare che nella Chiesa si parla troppo poco dello Spirito Santo. Talvolta questa lamentela arriva sino all’idea che dovrebbe esistere una certa simmetria tra il discorso su Cristo e quello sullo Spirito Santo; a tutto quello che si dice di Cristo dovrebbe corrispondere un discorso analogo sullo Spirito Santo. Chi pretende questo, dimentica però che Cristo e lo Spirito sono parte del Dio Trinità. Dimentica che la Trinità non può essere pensata come una serie di presenze parallele e simmetriche. Se fosse così, allora noi crederemmo in tre divinità e con ciò sarebbe radicalmente misconosciuto quel che intende la confessione cristiana dell’unico Dio in tre persone.
Qui, come spesso accade, la liturgia della Chiesa Orientale può fornirci un aiuto prezioso. Essa celebra alla domenica di Pentecoste la festa della Santissima Trinità, il lunedì successivo l’effusione dello Spirito Santo e la domenica seguente la festa di Ognissanti.
Questa sequenza liturgica possiede una solida coerenza interna e manifesta qualcosa della logica interna della fede. Lo Spirito Santo non è una entità isolata e isolabile. La sua natura è di rinviarci all’unità del Dio trinitario. Se nella storia della salvezza, che noi ripercorriamo da Natale a Pasqua, il Padre e il Figlio appaiono l’uno di fronte all’altro, nella missione e nell’obbedienza, lo Spirito Santo non si pone come una terza persona accanto o in mezzo a loro: egli ci porta all’unità di Dio.
Guardare a Lui significa superare la sempli[57]ce contrapposizione e riconoscere il cerchio dell’eterno amore, che è l’unità suprema. Chi vuole parlare dello Spirito Santo, deve parlare della Trinità di Dio. Se la dottrina dello Spirito Santo, da un certo punto di vista, può valere come correzione rispetto a un cristocentrismo unilaterale, allora tale correzione consiste nel fatto che lo Spirito ci insegna a vedere Cristo totalmente inscritto nel mistero del Dio trinitario: come la nostra via verso il Padre, in un ininterrotto dialogo d’amore con lui.
Lo Spirito Santo rinvia alla Trinità, e proprio in questo modo rinvia anche a noi. Il Dio trinitario è infatti l’archetipo dell’umanità nuova, riunificata; l’archetipo della Chiesa, di cui la preghiera di Gesù può essere vista come l’atto di fondazione: «Che siano una sola cosa, come noi siamo uno» (Gv 17,11.21s).
La Trinità è la misura e il fondamento della Chiesa: essa deve portare a compimento la parola del giorno della creazione «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gn 1,26). In essa l’umanità, che nella sua frammentazione è divenuta proprio l’immagine antitetica di Dio, può tornare a essere l’unico Adamo, la cui immagine – come dicono i Padri – venne lacerata dal peccato e ora giace in pezzi. Nella Chiesa deve tornare alla luce la misura divina dell’uomo, quell’unità che noi siamo. È così che la Trinità, Dio stesso, è l’archetipo della Chiesa; la Chiesa non è un’altra idea che si aggiunge all’uomo, ma il venire dell’uomo sulla strada verso se stesso. Ma se lo Spirito Santo esprime l’unità di Dio, allora è lui l’elemento vitale della Chiesa, in cui ciò che sta di fronte si riconcilia con la reciprocità e i frammenti dispersi di Adamo vengono ricomposti in unità.
Per questo la rappresentazione liturgica dello Spirito Santo comincia con la celebrazione della Trinità. Tale celebrazione ci dice che cosa è lo Spirito: nulla in se stesso, che si possa porre accanto a qualcosa d’altro, ma il mistero per cui Dio è pienamente uno nell’amore, una sola realtà, e, in quanto amore, è allo stesso tempo reciprocità, scambio e comunione.
Ed è a partire dalla Trinità che lo Spirito ci dice che cosa è l’idea di Dio con noi: unità secondo l’immagine di Dio. Ma [58] egli ci dice anche che noi uomini possiamo realizzare l’unità tra di noi solo se ci ritroviamo in un’unità più profonda, ovvero in un Terzo: solo se siamo una cosa sola con Dio, possiamo essere vicendevolmente uniti. La via verso l’altro passa attraverso Dio; se non c’è questo tramite della nostra unità, noi restiamo eternamente separati l’uno dall’altro da abissi che neppure la buona volontà può superare.
Chiunque abbia una percezione lucida della propria umanità, si accorge che qui non parliamo di semplici teorie teologiche.
Raramente l’inaccessibilità ultima dell’altro, l’impossibilità di donarsi reciprocamente e di comprendersi in modo durevole, è stata sperimentata tanto drammaticamente come nel nostro secolo. «Vivere significa essere soli, nessuno conosce l’altro, ciascuno è solo», così ha espresso questa percezione Hermann Hesse. Quando parlo con l’altro è come se tra di noi si frapponesse una parete di vetro opaco: ci vediamo, eppure non ci vediamo; siamo vicini, eppure non possiamo avvicinarci. È questa l’immagine con cui Albert Camus descrive questa stessa esperienza.
Pentecoste, la presenza del mistero trinitario nel nostro mondo umano, è la risposta a questa esperienza. Lo Spirito Santo ha a che fare con la domanda fondamentale dell’uomo: come possiamo giungere gli uni agli altri? Come è possibile che io rimanga me stesso, rispetti l’alterità dell’altro e tuttavia esca dalla gabbia della solitudine e incontri l’altro dal di dentro?
Le religioni asiatiche hanno risposto con l’idea del nirvana: finché esiste l’io, non è possibile, affermano esse. L’io è la prigione. Devo dissolvere l’io, lasciare dietro di me la personalità come prigione e luogo della non liberazione, lasciarmi cadere nel nulla come nel vero tutto. La liberazione è un cessare di divenire e deve essere messa in atto: il ritorno nel nulla, la cancellazione dell’io come la sola vera e definitiva liberazione. Chi esperimenta giorno per giorno il peso dell’io e il peso del tu può comprendere il fascino di un tale programma.
Ma il nulla è davvero meglio dell’essere, la dissoluzione della persona meglio del suo compimento? [59]
Un semplice attivismo non è una risposta a tale fuga mistica; al contrario: provoca questa fuga. Difatti tutte le nuove iniziative che intraprende diventano delle nuove prigioni se l’io e il tu non si riconciliano.
D’altra parte l’io e il tu non possono riconciliarsi se la persona non è riconciliata con il proprio io. Ma come può accettarsi questo io, permanentemente assetato e desideroso, che grida invocando amore, invocando il tu, ma che allo stesso tempo si sente ferito, minacciato e limitato da questo tu?
Rispetto alla grande pretesa delle religioni asiatiche anche le moderne tecniche della dinamica di gruppo, della riconciliazione dell’uomo con se stesso e con il tu, malgrado le loro sofisticate procedure, non sono altro che povere soluzioni di ripiego. L’io e il tu vengono messi insieme sulla base di un preteso denominatore comune ridotto ai minimi termini, vengono abituati a delle regole per far sì che si incontrino e si prendano sul serio il meno possibile ed evitare quindi che si rovinino a vicenda. La loro passione divina viene ridotta a un paio di pulsioni; la persona è trattata come un’apparecchiatura di cui si devono conoscere le istruzioni per l’uso. Si cerca di risolvere la questione dell’essere uomini, negando la persona umana nella sua specificità e trattandola come un sistema smontabile di procedure che si può imparare a dominare.
Ora forse vi chiederete: che cosa ha a che fare tutto questo con lo Spirito Santo e con la Chiesa?
La risposta è: l’alternativa cristiana al nirvana è la Trinità, quell’unità ultima in cui l’io e il tu non vengono affatto meno stando l’uno di fronte all’altro, ma si compenetrano intimamente nello Spirito Santo. In Dio vi è una pluralità di persone e proprio in questo modo Egli è la piena realizzazione dell’unità ultima. Dio non ha creato la persona perché essa venga annullata, ma perché essa si apra in tutta la sua altezza e nella sua più estrema profondità, là, dove lo Spirito Santo la abbraccia ed è l’unità delle diverse persone. Può darsi che ciò suoni molto teologico, ma noi dobbiamo cercare, passo dopo passo, di avvicinarci al programma di vita che qui si cela.
È su questa strada che arriviamo se riflettiamo ancora una [60] volta sulla sequenza delle feste liturgiche nella Chiesa orientale.
Dopo la festa della Trinità nella domenica di Pentecoste, il lunedì viene celebrata l’effusione dello Spirito Santo, la fondazione della Chiesa; la domenica successiva – come abbiamo già ricordato – è la volta della festa di Ognissanti.
La comunione di tutti i santi è l’umanità riplasmata nell’unità secondo il modello trinitario; è la città futura, che fin d’ora si sta formando e che noi cerchiamo di costruire con la nostra vita. Essa è l’immagine ideale della Chiesa, al termine – per così dire – della settimana al cui inizio si trova la Chiesa terrena, nata nel Cenacolo di Gerusalemme.
La Chiesa che vive nel tempo è in tensione tra questa Chiesa dell’inizio e la Chiesa della fine, che già ora sta crescendo. Nella tradizione artistica dell’Oriente la Chiesa degli inizi, la Chiesa del giorno di Pentecoste, è l’icona dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo si rende visibile e rappresentabile nella Chiesa. Se Cristo è l’icona del Padre, l’immagine di Dio e, insieme, l’immagine dell’uomo, allora la Chiesa è l’immagine dello Spirito Santo.
A partire da qui possiamo comprendere che cos’è davvero la Chiesa, nel profondo della sua essenza: il superamento del confine tra io e tu, l’unione degli uomini tra loro, mediante il superamento di sé, in ciò che rappresenta il loro fondamento, nell’amore eterno. La Chiesa è il luogo in cui avviene l’inserimento dell’umanità nello stile di vita del Dio trinitario.
Per questo essa non è cosa che riguardi un gruppo, un circolo di amici; per questo non può essere Chiesa nazionale o identificarsi con una razza o una classe: se è così, essa deve essere cattolica, «radunare in unità i figli dispersi di Dio», come si legge nel vangelo secondo Giovanni (11,52).
L’idea del «cessare di divenire», che descrive il processo spirituale delle religioni asiatiche, può certo risultare poco adatta a rappresentare la via cristiana. È vero però che essere cristiani implica un dischiudersi e un lasciarsi dischiudere, come capita al chicco di grano, che muore ma, aprendosi, porta frutto. Diventare cristiani è essere riuniti: i pezzi dell’immagine frantumata di Adamo devono essere ricomposti. [61]
Essere cristiani non è un’autoconferma, ma un inizio e una partenza verso la grande unità che abbraccia l’umanità di tutti i luoghi e di tutti i tempi. La fiamma dell’infinito desiderio non viene spenta, ma orientata, così da unirsi al fuoco dello Spirito Santo.
La Chiesa non comincia quindi come un club, comincia cattolica: nel suo primo giorno essa parla in tutte le lingue, nelle lingue di tutto il mondo. Fu Chiesa universale prima di generare delle Chiese locali. La Chiesa universale non è una federazione di Chiese locali, ma la loro madre. La Chiesa totale ha generato le Chiese particolari e queste restano Chiesa nella misura in cui si staccano dal loro particolarismo ed entrano a far parte del tutto: solo in questo modo, a partire dal tutto, esse sono icona dello Spirito Santo, che è la dinamica dell’unità.
Se parliamo della Chiesa come icona dello Spirito Santo e di quest’ultimo come Spirito dell’unità, allora non possiamo non tenere in considerazione un tratto particolare del racconto della Pentecoste: le lingue di fuoco si dividevano e si posavano su ciascuno di loro (At 2,3). Lo Spirito Santo è dato a ciascuno personalmente e a ciascuno in modo proprio. Cristo ha assunto la natura umana, quel che ci unisce tutti, ed è a partire da essa che egli ci unisce.
Lo Spirito Santo, invece, è dato a ciascuno come persona: mediante lui Cristo diventa risposta fondamentale per ciascuno di noi, uno per uno. L’unione degli uomini, come deve essere realizzata dalla Chiesa, non avviene mediante la dissoluzione della persona, ma mediante il suo compimento, che significa la sua infinita apertura.
Per questo della costituzione della Chiesa fa parte, da un lato, il principio della cattolicità: nessuno agisce semplicemente di propria volontà e genialità, ciascuno deve agire, parlare, pensare secondo la comunione del nuovo «noi» della Chiesa, che sta in una relazione di scambio profondo con il «noi» del Dio trinitario.
Ma proprio per questo, d’altro canto, è vero che nessuno agisce semplicemente come il rappresentante di un gruppo e di un sistema collettivo, ma ciascuno sta nella responsabilità personale della coscienza dischiusa e purificata nella fe[62]de.
Nella Chiesa le tendenze all’arbitrio e all’egoismo non dovrebbero essere eliminate mediante il ricorso a criteri di forza numerica o di maggioranza, ma con la coscienza plasmata dalla fede, che non inventa, ma attinge la sua creatività da ciò che si è ricevuto in comune nella fede.
Nei suoi discorsi di commiato il Signore presenta la natura dello Spirito Santo con queste parole: «Egli vi guiderà alla verità tutta intera, poiché egli non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future» (Gv 16,13). Qui lo Spirito diventa icona della Chiesa; descrivendo lo Spirito Santo, il Signore spiega che cos’è la Chiesa e come essa deve vivere per essere se stessa.
Parlare e agire da cristiani significa non essere mai solamente il proprio io. Diventare cristiani significa accogliere in se stessi la Chiesa tutta intera o, ancor di più, lasciarsi interiormente accogliere in essa. Quando io parlo, penso, agisco, come cristiano lo faccio sempre nel tutto e a partire dal tutto: in questo modo lo Spirito si fa parola e così gli uomini giungono a incontrarsi a vicenda. Essi giungono a incontrarsi esteriormente, solo se prima si sono incontrati interiormente: se io sono cresciuto interiormente, se mi sono aperto, se ho accolto l’altro in me nella condivisione della fede e dell’amore, così che non sono più solo, ma tutto il mio essere è segnato dal senso di questa «condivisione» dell’altro.
Questo parlare a partire dall’ascolto, dall’accoglienza, e non a titolo personale, a prima vista può sembrare un ostacolo alla genialità del singolo. In effetti, si tratterebbe di un ostacolo se la genialità fosse solo una sopravvalutazione dell’individuo che cerca in qualche modo di eguagliarsi alla divinità. Il riconoscimento della verità e l’accettazione di un cammino di crescita non sono certo un ostacolo per questo modo di pensare: lo Spirito Santo, proprio per il fatto che agisce così, introduce alla verità tutta intera, a quel che Gesù non ha ancora detto, e proprio così annuncia le cose future: noi non perveniamo a una nuova conoscenza chiudendoci nel nostro io; la verità si dischiude solo nella condivisione di pensiero con ciò che è stato conosciuto prima di noi. [63]
La grandezza di una persona dipende dalla sua disponibilità e capacità di condividere; solo nel farsi piccola, nel partecipare al tutto, la persona diventa grande.
Paolo ha espresso questo fatto con un formula meravigliosa, quando descrive la sua conversione e il suo battesimo dicendo: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).
L’essere cristiani significa essenzialmente conversione, e conversione in senso cristiano non è il cambiamento di alcune idee, ma un morire a se stessi: i confini dell’io vengono spezzati, l’io perde se stesso per ritrovarsi in un soggetto più grande che abbraccia il cielo e la terra, il passato, il presente e il futuro e che, per questo, tocca la verità stessa.
Questo «io eppure non più io» è l’alternativa cristiana al nirvana. Potremmo anche dire: lo Spirito Santo è questa alternativa. È la forza dell’apertura e della fusione in quel nuovo soggetto che noi chiamiamo Corpo di Cristo o Chiesa.
Inoltre qui si vede che questo convenire insieme non è un processo facile. Senza il coraggio della conversione, del lasciarsi dischiudere come il seme di grano, non può avvenire. Lo Spirito Santo è fuoco; chi non vuole essere arso, è meglio che non gli si avvicini. Ma deve anche sapere che in tal modo precipita nella solitudine mortale dell’io chiuso in se stesso e che ogni forma di comunione che viene tentata scansando questo fuoco alla fine non è che passatempo e vuota apparenza. «Chi è vicino a me, è vicino al fuoco», suona un detto apocrifo di Gesù tramandatoci da Origene; esso ci richiama in maniera inimitabile lo strettissimo rapporto che intercorre tra Cristo, Spirito Santo e Chiesa.
Permettetemi di concludere con una parola di san Giovanni Crisostomo che va in questa stessa direzione. Si ricollega a un passaggio degli Atti degli Apostoli in cui si racconta della guarigione di un paralitico operata a Listra da Paolo e Barnaba. La folla eccitata aveva scambiato quei due strani individui, dotati di tale potere, per un’apparizione degli dei Zeus e Ermes, aveva chiamato i sacerdoti e avrebbe voluto offrire in sacrificio dei tori. Ma i due, indignati, si erano rivolti alla folla a, gridando: noi siamo esseri umani, mortali come [64] voi, venuti a portarvi il vangelo (cfr. At 14,8-18).
In proposito Crisostomo osserva: giusto, erano uomini come gli altri, eppure erano diversi da loro, poiché alla natura umana era stata aggiunta una lingua di fuoco. Così nasce la Chiesa. Essa è data a ciascuno in maniera del tutto personale, così che ciascuno è cristiano proprio in quanto è questa determinata persona, in un modo unico e irripetibile. Ha il «suo Spirito», la sua lingua di fuoco, tanto che nel saluto liturgico noi ci rivolgiamo a questo spirito dell’altro e diciamo: «e con il tuo spirito». Lo Spirito Santo è divenuto il suo Spirito, la sua lingua di fuoco. Ma poiché egli è l’Uno, attraverso di lui possiamo rivolgerci l’uno all’altro, formare insieme l’unica Chiesa.
All’essere uomo è stata aggiunta una lingua di fuoco: oggi dobbiamo correggere questa espressione. Il fuoco non è qualcosa che si possa semplicemente aggiungere all’altro e che poi sussiste accanto a lui. Il fuoco brucia e trasforma. La fede è una lingua di fuoco che ci brucia e ci fonde, così che sia sempre più vero: «io eppure non più io».
Certo, chi incontra il cristiano medio di oggi deve chiedersi: dove è finita la lingua di fuoco? Purtroppo quel che esce dalla bocca dei cristiani è spesso tutt’altro che fuoco. Ha piuttosto un sapore di acqua stagnante, appena tiepida, né calda né fredda. Non vogliamo bruciare noi stessi e neppure gli altri, ma in questo modo ci teniamo distanti dallo Spirito Santo, e la fede cristiana si riduce a una visione del mondo costruita a nostra misura, col proposito di non ledere possibilmente in nulla le nostre comodità, risparmiando il vigore della protesta per le questioni che a stento possono disturbarci nelle nostre abitudini di vita.
Dove scansiamo il fuoco ardente dello Spirito Santo, l’essere cristiani diventa comodo solo a prima vista. La comodità del singolo è disagio del tutto. Dove non ci esponiamo più al fuoco di Dio, gli attriti si fanno insopportabili, e la Chiesa, per usare l’espressione di Basilio, finisce per essere dilaniata dalle grida e discussioni di parte. Solo se non temiamo la lingua di fuoco e la tempesta che essa porta con sé, la Chiesa diventa icona dello Spirito Santo. E solo allora [65] essa apre il mondo alla luce di Dio.
La Chiesa ha avuto inizio quando i discepoli unanimi si sono raccolti nel Cenacolo e hanno pregato. Ed è in questo modo che essa ha inizio sempre di nuovo. Nella preghiera allo Spirito Santo dobbiamo riconvocarla di nuovo, giorno per giorno. [66]
Pubblicato da Scritti di Joseph Ratzinger

Publié dans:CHIESA, SPIRITO SANTO |on 14 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

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