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PAPA FRANCESCO: CONCLUSIONE DEL SINODO STRAORDINARIO SULLA FAMIGLIA E BEATIFICAZIONE DEL SERVO DI DIO PAPA PAOLO VI

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2014/documents/papa-francesco_20141019_omelia-chiusura-sinodo-beatificazione-paolo-vi.html

SANTA MESSA PER LA CONCLUSIONE DEL SINODO STRAORDINARIO SULLA FAMIGLIA
E BEATIFICAZIONE DEL SERVO DI DIO PAPA PAOLO VI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro

Domenica, 19 ottobre 2014

Abbiamo appena ascoltato una delle frasi più celebri di tutto il Vangelo: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21).
Alla provocazione dei farisei che, per così dire, volevano fargli l’esame di religione e condurlo in errore, Gesù risponde con questa frase ironica e geniale. È una risposta ad effetto che il Signore consegna a tutti coloro che si pongono problemi di coscienza, soprattutto quando entrano in gioco le loro convenienze, le loro ricchezze, il loro prestigio, il loro potere e la loro fama. E questo succede in ogni tempo, da sempre.
L’accento di Gesù ricade certamente sulla seconda parte della frase: «E (rendete) a Dio quello che è di Dio». Questo significa riconoscere e professare – di fronte a qualunque tipo di potere – che Dio solo è il Signore dell’uomo, e non c’è alcun altro. Questa è la novità perenne da riscoprire ogni giorno, vincendo il timore che spesso proviamo di fronte alle sorprese di Dio.
Lui non ha paura delle novità! Per questo, continuamente ci sorprende, aprendoci e conducendoci a vie impensate. Lui ci rinnova, cioè ci fa “nuovi” continuamente. Un cristiano che vive il Vangelo è “la novità di Dio” nella Chiesa e nel Mondo.
E Dio ama tanto questa “novità”! «Dare a Dio quello che è di Dio», significa aprirsi alla Sua volontà e dedicare a Lui la nostra vita e cooperare al suo Regno di misericordia, di amore e di pace.Qui sta la nostra vera forza, il fermento che la fa lievitare e il sale che dà sapore ad ogni sforzo umano contro il pessimismo prevalente che ci propone il mondo. Qui sta la nostra speranza perché la speranza in Dio non è quindi una fuga dalla realtà, non è un alibi: è restituire operosamente a Dio quello che Gli appartiene. È per questo che il cristiano guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere pienamente la vita – con i piedi ben piantati sulla terra – e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide nuove.
Lo abbiamo visto in questi giorni durante il Sinodo straordin
ario dei Vescovi – “Sinodo” significa «camminare insieme». E infatti, pastori e laici di ogni parte del mondo hanno portato qui a Roma la voce delle loro Chiese particolari per aiutare le famiglie di oggi a camminare sulla via del Vangelo, con lo sguardo fisso su Gesù. È stata una grande esperienza nella quale abbiamo vissuto la sinodalità e la collegialità, e abbiamo sentito la forza dello Spirito Santo che guida e rinnova sempre la Chiesa chiamata, senza indugio, a prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza.
Per il dono di questo Sinodo e per lo spirito costruttivo offerto da tutti, con l’Apostolo Paolo: «Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere» (1Ts 1,2). E lo Spirito Santo che in questi giorni operosi ci ha donato di lavorare generosamente con vera libertà e umile creatività, accompagni ancora il cammino che, nelle Chiese di tutta la terra, ci prepara al Sinodo Ordinario dei Vescovi del prossimo ottobre 2015. Abbiamo seminato e continueremo a seminare con pazienza e perseveranza, nella certezza che è il Signore a far crescere quanto abbiamo seminato (cfr 1Cor 3,6).
In questo giorno della beatificazione di Papa Paolo VI mi ritornano alla mente le sue parole, con le quali istituiva il Sinodo dei Vescovi: «scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi … alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società» (Lett. ap. Motu proprio Apostolica sollicitudo).
Nei confronti di questo grande Papa, di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio oggi non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera ed importante: grazie! Grazie nostro caro e amato Papa Paolo VI! Grazie per la tua umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa!
Nelle sue annotazioni personali, il grande timoniere del Concilio, all’indomani della chiusura dell’Assise conciliare, scrisse: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva» (P. Macchi, Paolo VI nella sua parola, Brescia 2001, pp. 120-121). In questa umiltà risplende la grandezza del Beato Paolo VI che, mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante – e talvolta in solitudine – il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore.
Paolo VI ha saputo davvero dare a Dio quello che è di Dio dedicando tutta la propria vita all’«impegno sacro, solenne e gravissimo: quello di continuare nel tempo e di dilatare sulla terra la missione di Cristo» (Omelia nel Rito di Incoronazione: Insegnamenti I, (1963), 26), amando la Chiesa e guidando la Chiesa perché fosse «nello stesso tempo madre amorevole di tutti gli uomini e dispensatrice di salvezza» (Lett. enc. Ecclesiam Suam, Prologo).

Publié dans:famiglia, PAPA FRANCESCO, Sinodo |on 20 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

Sinodo del Medio oriente vicino alla primavera araba (di Samir Khalil Samir)

dal sito:

http://www.asianews.it/notizie-it/Sinodo-del-Medio-oriente-vicino-alla-primavera-araba-22045.html

08/07/2011

VATICANO – M. ORIENTE

Sinodo del Medio oriente vicino alla primavera araba

di Samir Khalil Samir

L’opinione pubblica internazionale teme che le rivolte dei giovani scivolino verso il fondamentalismo. Anche molte autorità religiose temono per la sorte dei cristiani. Il Sinodo del Medio oriente, celebrato pochi mesi prima della “rivoluzione dei gelsomini”, ha fatto emergere molti temi divenuti parole d’ordine dei movimenti giovanili arabi. Forse per ora vincerà l’islamismo, ma il mondo arabo sta cambiando e la Chiesa è impegnata in questo cambiamento.
Città del Vaticano (AsiaNews) – La comunità ecclesiale e quella internazionale guardano alla “primavera araba” come una cosa ambigua. Da una parte si vede il desiderio di democrazia, dignità lavoro, in amicizia e fraternità col mondo; dall’altra si ha paura che faccia scivolare tutto il Medio oriente e l’Africa del nord in una nuova edizione del fondamentalismo. Eppure, il Sinodo per le Chiese del Medio oriente, celebrato pochi mesi prima che scoppiasse questa “primavera”, aveva intuito alcune piste buone delle richieste dei giovani arabi.
Il movimento dei giovani che sta scuotendo il Medio oriente è una cosa buona. Esso è riuscito a far cadere alcuni dittatori e richiedevi continuo libertà, giustizia, dignità: su questo non vi è alcuna ambiguità. Nel caso dell’Egitto, per esempio, era molto chiara perfino la richiesta di laicità per lo Stato, guardando la religione come una cosa positiva, ma evitando che essa domini ogni aspetto sociale.
L’ambiguità è invece sulle prospettive, sul futuro. Il movimento dei giovani è pieno di desideri buoni, ma essi non hanno previsto i mezzi per realizzarli; non hanno chiaro la fase costruttiva.
In molti di questi Paesi (Egitto, Siria, Tunisia,…) il mondo islamista – spesso dormiente perché messo fuorilegge, ma attivo in altre forme o in modi sotterranei – è emerso con partiti ben organizzati. Questo crea paura fra i cristiani, ma anche fra i musulmani che non volevano una virata fondamentalista.

Egitto, Tunisia, Siria
A causa di ciò, nel caso dell’Egitto, i giovani hanno chiesto di spostare di un anno le votazioni. Ma questo è difficile: in un periodo così lungo, nessuno è pronto a governare, nemmeno i militari, per nulla preparati a questo. Così, si è giunti al compromesso di ritardare di almeno altri tre mesi le elezioni. La speranza è che per quella data altri partiti – oltre a quelli islamici – riescano ad organizzarsi. Ma il partito islamista guadagna terreno con tutti i mezzi.
Ad esempio, giorni fa con un pretesto, hanno accusato il miliardario copto Naguib Sawiris, il più rappresentativo dei cristiani, noto laicista e opponente del presidente Mubarak, proprietario di una televisione privata molto seguita. La sua tivu ha un programma di cartoni animati, molto popolare. In una sequenza, “Mickey e Minnie Mouse” sono apparsi vestiti da musulmani tradizionalisti: Mickey con una barba folta, e Minnie coperta da un niqab. I musulmani integralisti hanno preso a pretesto queste immagini per accusarlo di blasfemia. Perfino al Azhar si è scandalizzata e il risultato è che andrà sotto processo.
Io credo che con le prossime elezioni non sconfiggeremo gli islamisti. Il problema non sono i Fratelli musulmani, che si sono ammorbiditi (anche se forse è una tattica): i veri duri sono i salafiti, i più estremisti, che continuano ad attaccare le chiese a Imbaba, Muqattam, Minya,…
I partiti che hanno più possibilità di successo sono perciò il movimento islamista tradizionale e moderato, il nuovo fortissimo movimento islamista (salafita) e il vecchio partito di Mubarak. Penso perciò che non potremo liberarci dal movimento islamista, ma occorrerà conoscerli, controllarli, e magari fermarli, andando verso il progetto che avevano i giovani: uno Stato non confessionale, dove la religione non opprime. Del resto, se il governo diviene islamista in modo duro, penso che tutti i giovani si ribelleranno ancora.
Anche in Tunisia c’è la ripresa islamista, ma essi hanno una tradizione laicista, per cui è probabile che vi sarà una via islamica media. Da questo punto di vista, nella stampa araba si è parlato molto del modello turco.
In Siria, per ora il governo non vuol cedere, ma io penso che finirà per soccombere. La ribellione non è di per sé musulmana (meno forse ad Hama ); nel movimento dei giovani vi sono anche dei cristiani. Due, in particolare – fra cui Jean Antar – , sono fra i capi.
Possiamo dire che il movimento non è “islamista”, ma di matrice laica siriana. Penso perciò che la tradizione laica del Baath (il partito al potere) continuerà, forse mescolata con un po’ di islam. Ciò che i giovani rigettano del partito non è la laicità, ma il carattere poliziesco della società, la soppressione della dissidenza, le prigionie, le torture, ecc…
In Siria il controllo sociale è fortissimo. Il regime finora ha promesso tante cose, ma non ne ha attuata nessuna. Se fa concessioni importanti, forse il regime riuscirà a mantenersi. Ma se i giovani non accettano il compromesso, essi continueranno a combattere finché il regime di Assad crollerà.

I timori delle Chiese
Qual è stato l’atteggiamento delle Chiese finora? Per comprendere, dobbiamo vedere qual è la situazione dei cristiani in questi Paesi.
In Siria di fatto si vive una certa laicità positiva, dato che non si fa la minima distinzione fra musulmani e cristiani. Ad esempio, si costruisce un nuovo quartiere in una città e il governo prevede uno spazio per la moschea e uno per la chiesa; chiese e moschee non pagano tasse, acqua, elettricità. Vi sono addirittura ispettori di regione per l’insegnamento dell’arabo che sono cristiani! In Egitto, già insegnare l’arabo in una classe di media inferiore è proibito ai cristiani (perché l’arabo “è la lingua sacra del Corano”!). In Siria, la pratica del Ramadan è libera; la domenica gli uffici pubblici permettono ai cristiani di arrivare in ritardo al lavoro per dare loro la possibilità di andare a messa… Soprattutto, i cristiani non sono importunati per motivi della loro fede, né discriminati.
Molto di questo non esiste in Egitto. Si comprende allora che i cristiani di Siria, non essendo discriminati (a meno che non si mescolino direttamente nella politica), sono tranquilli. Hafez el Assad – il padre dell’attuale presidente Bechar – aveva perfino quattro consiglieri, dei quali due erano cristiani convinti, un greco-cattolico e uno greco-ortodosso.
A causa di tale situazione, i vescovi e le comunità cristiane in Siria frenano sul cambiamento di regime. Riconoscono le mancanze di libertà, la corruzione del governo, i privilegi dei militari, ma essendo una minoranza, sanno che non potranno mai prendere il potere. E siccome già ora hanno la possibilità di influenzare, non cercano qualcosa di più. Per questo motivo, la reazione dei cristiani in Siria è tollerante verso Bachar al-Assad, anche se si condannano gli aspetti inaccettabili.

Il Sinodo in sintonia con la primavera araba
Il Sinodo, celebrato nell’ottobre 2010, pochi mesi prima della “rivoluzione dei gelsomini”, ha fatto emergere alcuni temi, molto vicini alle richieste dei giovani. Per esempio ha sottolineato il valore della cittadinanza piena per i cristiani, un rifiuto del regime di “tolleranza”, che finiva per squalificare i cristiani come “cittadini di seconda classe”. La rivendicazione nuova di questo termine (muwatanah) implica non solo la richiesta di libertà religiosa, ma il diritto di partecipare al bene comune e all’impegno sociale alla pari con tutte le altre identità. Proprio questa rivendicazione nuova ha suscitato molto interesse e stupore anche fra i musulmani.
Nell’Istrumentum laboris e nei lavori dell’assemblea sinodale sono stati spesso citati valori quali la dignità di ogni persona, il diritto al lavoro, l’uguaglianza fra tutti, il rispetto delle libertà… Di fatto, tutto ciò mostra che vi è profonda sintonia fra i desideri dei giovani e le piste di impegno del Sinodo, al punto che qualcuno ha detto che il Sinodo ha influenzato tali movimenti.
Non credo possiamo dire questo, ma di fatto c’è da constatare tale sintonia.
In questi giorni stiamo scrivendo le bozze per il documento finale del Sinodo e questi valori vengono ripresi, soprattutto nella parte che tratta dei rapporti con l’islam. Non ci saranno molte allusioni esplicite alla primavera araba, perché il documento sarà pubblicato molto più in là (forse l’anno prossimo), ma è evidente la sintonia fra i desideri dei giovani e le nostre proposte.
Anche i cristiani ortodossi con i loro patriarchi, si sono espressi sulla primavera araba. Ad esempio, il patriarca Zakka Iwas, dei siro-ortodossi, si è rivolto al regime siriano, domenica 3 luglio, e ha ripreso i temi della ribellione – uguaglianza, diritti, lavoro, giustizia – ma non attaccando il regime. Ha chiesto a tutti di rinunciare ogni forma di violenza, di appoggiare la pace, la sicurezza e la stabilità e di adottare il linguaggio del dialogo. Ha aggiunto che la crescente richiesta di libertà e di autocoscienza sono fattori positivi che arricchiscono il multiculturalismo della Sira, garantendo la sua indipendenza e dignità, creando un atmosfera dove ognuno viva la libertà di espressione e di fede. Ha espresso infine il suo sostegno per la giustizia sociale, la supremazia della legge, la pace civile, l’unità e la coesistenza del popolo, sottolineando il suo rigetto del caos che distrugge la nazione.
In questo senso ha parlato anche il patriarca maronita Bechara Rai alla Roaco. I giornali hanno solo citato il suo timore che si instauri nel Medio oriente una serie di Stati confessionali . Ma egli ha parlato soprattutto dell’urgenza di attuare in Medio oriente i valori sociali di uguaglianza, dignità, giustizia, ecc..
In Egitto, l’anziano patriarca Shenouda è stato molto conservatore, ma i giovani egiziani sono scesi affianco del movimento di piazza Tahrir.
Guardando a tutto questo, non sarei così pessimista sull’atteggiamento della Chiesa, come se i cristiani fossero contrari alla primavera araba. Ciò che noi cristiani vorremmo è un regime nel senso di quello voluto dai giovani. Ma nello stesso tempo vorremmo anche un sistema che garantisca la sicurezza, e non una rivoluzione continua.
Anche se noi cristiani in Medio oriente siamo una piccolissima minoranza, meno del 2%, dobbiamo lo stesso gridare questi valori di uguaglianza, di giustizia, di parità, di dignità per gli stranieri, per i lavoratori. Questo fa parte della nostra missione, del nostro essere il lievito nella pasta. Non siamo per un partito o un altro, ma per un progetto sociale di cui le nostre società hanno estremo bisogno. Conoscendo e soffrendo la situazione, occorre realizzarlo passo dopo passo.
Il mondo arabo deve imparare la democrazia, la convivenza con chi è ha diverse opinioni o religione; il rispetto del più debole e del più povero; la distinzione fra religione e politica – senza per questo cadere nell’ateismo o nel disprezzo della religione –; trattare le donne alla pari con gli uomini e non considerarle come minorenni.
Come tanti paesi d’Oriente e d’Occidente, deve invece disimparare la corruzione e l’ingiustizia. Sono tutti elementi richiesti dai “ribelli” (come li chiamano i governi dittatoriali), cioè dai giovani per il cambiamento, ma anche che dall’etica musulmana e cristiana. Il Sinodo per il Medio oriente invita tutti a costruire insieme – musulmani, cristiani, ebrei, atei ecc. – una società più giusta e più umana, rispettosa della dignità di ogni persona.

Publié dans:Sinodo |on 13 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: “DIO CI HA ATTIRATO IN SE STESSO” (Sinodo)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-24055?l=italian

BENEDETTO XVI: “DIO CI HA ATTIRATO IN SE STESSO”

Meditazione nella prima Congregazione generale del Sinodo per il Medio Oriente

ROMA lunedì, 11 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della meditazione che il Benedetto XVI ha tenuto questo lunedì nell’Aula del Sinodo, nel corso della prima Congregazione generale dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, dopo la lectio brevis dell’Ora Terza.

* * *
Cari fratelli e sorelle,
l’11 ottobre 1962, trentotto anni fa, Papa Giovanni XXIII inaugurava il Concilio Vaticano II. Si celebrava allora l’11 ottobre la festa della Maternità divina di Maria, e, con questo gesto, con questa data, Papa Giovanni voleva affidare tutto il Concilio alle mani materne, al cuore materno della Madonna. Anche noi cominciamo l’11 ottobre, anche noi vogliamo affidare questo Sinodo, con tutti i problemi, con tutte le sfide, con tutte le speranze, al cuore materno della Madonna, della Madre di Dio.
Pio XI, nel 1930, aveva introdotto questa festa, milleseicento anni dopo il Concilio di Efeso, il quale aveva legittimato, per Maria, il titolo Theotókos, Dei Genitrix. In questa grande parola Dei Genitrix, Theotókos, il Concilio di Efeso aveva riassunto tutta la dottrina di Cristo, di Maria, tutta la dottrina della redenzione. E così vale la pena riflettere un po’, un momento, su ciò di cui parla il Concilio di Efeso, ciò di cui parla questo giorno.
In realtà, Theotókos è un titolo audace. Una donna è Madre di Dio. Si potrebbe dire: come è possibile? Dio è eterno, è il Creatore. Noi siamo creature, siamo nel tempo: come potrebbe una persona umana essere Madre di Dio, dell’Eterno, dato che noi siamo tutti nel tempo, siamo tutti creature? Perciò si capisce che c’era forte opposizione, in parte, contro questa parola. I nestoriani dicevano: si può parlare di Christotókos, sì, ma di Theotókos no: Theós, Dio, è oltre, sopra gli avvenimenti della storia. Ma il Concilio ha deciso questo, e proprio così ha messo in luce l’avventura di Dio, la grandezza di quanto ha fatto per noi. Dio non è rimasto in sé: è uscito da sé, si è unito talmente, così radicalmente con quest’uomo, Gesù, che quest’uomo Gesù è Dio, e se parliamo di Lui, possiamo sempre anche parlare di Dio. Non è nato solo un uomo che aveva a che fare con Dio, ma in Lui è nato Dio sulla terra. Dio è uscito da sé. Ma possiamo anche dire il contrario: Dio ci ha attirato in se stesso, così che non siamo più fuori di Dio, ma siamo nell’intimo, nell’intimità di Dio stesso.
La filosofia aristotelica, lo sappiamo bene, ci dice che tra Dio e l’uomo esiste solo una relazione non reciproca. L’uomo si riferisce a Dio, ma Dio, l’Eterno, è in sé, non cambia: non può avere oggi questa e domani un’altra relazione. Sta in sé, non ha relazione ad extra. È una parola molto logica, ma è una parola che ci fa disperare: quindi Dio stesso non ha relazione con me. Con l’incarnazione, con l’avvenimento della Theotókos, questo è cambiato radicalmente, perché Dio ci ha attirato in se stesso e Dio in se stesso è relazione e ci fa partecipare nella sua relazione interiore. Così siamo nel suo essere Padre, Figlio e Spirito Santo, siamo nell’interno del suo essere in relazione, siamo in relazione con Lui e Lui realmente ha creato relazione con noi. In quel momento Dio voleva essere nato da una donna ed essere sempre se stesso: questo è il grande avvenimento. E così possiamo capire la profondità dell’atto di Papa Giovanni, che affidò l’Assise conciliare, sinodale, al mistero centrale, alla Madre di Dio che è attirata dal Signore in Lui stesso, e così noi tutti con Lei.
Il Concilio ha cominciato con l’icona della Theotókos. Alla fine Papa Paolo VI riconosce alla stessa Madonna il titolo Mater Ecclesiae. E queste due icone, che iniziano e concludono il Concilio, sono intrinsecamente collegate, sono, alla fine, un’icona sola. Perché Cristo non è nato come un individuo tra altri. È nato per crearsi un corpo: è nato — come dice Giovanni al capitolo 12 del suo Vangelo — per attirare tutti a sé e in sé. È nato — come dicono le Lettere ai Colossesi e agli Efesini — per ricapitolare tutto il mondo, è nato come primogenito di molti fratelli, è nato per riunire il cosmo in sé, cosicché Lui è il Capo di un grande Corpo. Dove nasce Cristo, inizia il movimento della ricapitolazione, inizia il momento della chiamata, della costruzione del suo Corpo, della santa Chiesa. La Madre di Theós, la Madre di Dio, è Madre della Chiesa, perché Madre di Colui che è venuto per riunirci tutti nel suo Corpo risorto.
San Luca ci fa capire questo nel parallelismo tra il primo capitolo del suo Vangelo e il primo capitolo degli Atti degli Apostoli, che ripetono su due livelli lo stesso mistero. Nel primo capitolo del Vangelo lo Spirito Santo viene su Maria e così partorisce e ci dona il Figlio di Dio. Nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli Maria è al centro dei discepoli di Gesù che pregano tutti insieme, implorando la nube dello Spirito Santo. E così dalla Chiesa credente, con Maria nel centro, nasce la Chiesa, il Corpo di Cristo. Questa duplice nascita è l’unica nascita del Christus totus, del Cristo che abbraccia il mondo e noi tutti.
Nascita a Betlemme, nascita nel Cenacolo. Nascita di Gesù Bambino, nascita del Corpo di Cristo, della Chiesa. Sono due avvenimenti o un unico avvenimento. Ma tra i due stanno realmente la Croce e la Risurrezione. E solo tramite la Croce avviene il cammino verso la totalità del Cristo, verso il suo Corpo risorto, verso l’universalizzazione del suo essere nell’unità della Chiesa. E così, tenendo presente che solo dal grano caduto in terra nasce poi il grande raccolto, dal Signore trafitto sulla Croce viene l’universalità dei suoi discepoli riuniti in questo suo Corpo, morto e risorto.
Tenendo conto di questo nesso tra Theotókos e Mater Ecclesiae, il nostro sguardo va verso l’ultimo libro della Sacra Scrittura, l’Apocalisse, dove, nel capitolo 12, appare proprio questa sintesi. La donna vestita di sole, con dodici stelle sul capo e la luna sotto i piedi, partorisce. E partorisce con un grido di dolore, partorisce con grande dolore. Qui il mistero mariano è il mistero di Betlemme allargato al mistero cosmico. Cristo nasce sempre di nuovo in tutte le generazioni e così assume, raccoglie l’umanità in se stesso. E questa nascita cosmica si realizza nel grido della Croce, nel dolore della Passione. E a questo grido della Croce appartiene il sangue dei martiri.
Così, in questo momento, possiamo gettare uno sguardo sul secondo Salmo di questa Ora Media, il Salmo 81, dove si vede una parte di questo processo. Dio sta tra gli dei – ancora sono considerati in Israele come dei. In questo Salmo, in un concentramento grande, in una visione profetica, si vede il depotenziamento degli dei. Quelli che apparivano dei non sono dei e perdono il carattere divino, cadono a terra. Dii estis et moriemini sicut nomine (cfr al 81, 6-7): il depotenziamento, la caduta delle divinità.
Questo processo che si realizza nel lungo cammino della fede di Israele, e che qui è riassunto in un’unica visione, è un processo vero della storia della religione: la caduta degli dei. E così la trasformazione del mondo, la conoscenza del vero Dio, il depotenziamento delle forze che dominano la terra, è un processo di dolore. Nella storia di Israele vediamo come questo liberarsi dal politeismo, questo riconoscimento — «solo Lui è Dio» — si realizza in tanti dolori, cominciando dal cammino di Abramo, l’esilio, i Maccabei, fino a Cristo. E nella storia continua questo processo del depotenziamento, del quale parla l’Apocalisse al capitolo 12; parla della caduta degli angeli, che non sono angeli, non sono divinità sulla terra. E si realizza realmente, proprio nel tempo della Chiesa nascente, dove vediamo come col sangue dei martiri vengono depotenziate le divinità, cominciando dall’imperatore divino, da tutte queste divinità. È il sangue dei martiri, il dolore, il grido della Madre Chiesa che le fa cadere e trasforma così il mondo.
Questa caduta non è solo la conoscenza che esse non sono Dio; è il processo di trasformazione del mondo, che costa il sangue, costa la sofferenza dei testimoni di Cristo. E, se guardiamo bene, vediamo che questo processo non è mai finito. Si realizza nei diversi periodi della storia in modi sempre nuovi; anche oggi, in questo momento, in cui Cristo, l’unico Figlio di Dio, deve nascere per il mondo con la caduta degli dei, con il dolore, il martirio dei testimoni. Pensiamo alle grandi potenze della storia di oggi, pensiamo ai capitali anonimi che schiavizzano l’uomo, che non sono più cosa dell’uomo, ma sono un potere anonimo al quale servono gli uomini, dal quale sono tormentati gli uomini e perfino trucidati. Sono un potere distruttivo, che minaccia il mondo. E poi il potere delle ideologie terroristiche. Apparentemente in nome di Dio viene fatta violenza, ma non è Dio: sono false divinità, che devono essere smascherate, che non sono Dio. E poi la droga, questo potere che, come una bestia vorace, stende le sue mani su tutte le parti della terra e distrugge: è una divinità, ma una divinità falsa, che deve cadere. O anche il modo di vivere propagato dall’opinione pubblica: oggi si fa così, il matrimonio non conta più, la castità non è più una virtù, e così via.
Queste ideologie che dominano, così che si impongono con forza, sono divinità. E nel dolore dei santi, nel dolore dei credenti, della Madre Chiesa della quale noi siamo parte, devono cadere queste divinità, deve realizzarsi quanto dicono le Lettere ai Colossesi e agli Efesini: le dominazioni, i poteri cadono e diventano sudditi dell’unico Signore Gesù Cristo. Di questa lotta nella quale noi stiamo, di questo depotenziamento di dio, di questa caduta dei falsi dei, che cadono perché non sono divinità, ma poteri che distruggono il mondo, parla l’Apocalisse al capitolo 12, anche con un’immagine misteriosa, per la quale, mi pare, ci sono tuttavia diverse belle interpretazioni. Viene detto che il dragone mette un grande fiume di acqua contro la donna in fuga per travolgerla. E sembra inevitabile che la donna venga annegata in questo fiume. Ma la buona terra assorbe questo fiume ed esso non può nuocere. Io penso che il fiume sia facilmente interpretabile: sono queste correnti che dominano tutti e che vogliono far scomparire la fede della Chiesa, la quale non sembra più avere posto davanti alla forza di queste correnti che si impongono come l’unica razionalità, come l’unico modo di vivere. E la terra che assorbe queste correnti è la fede dei semplici, che non si lascia travolgere da questi fiumi e salva la Madre e salva il Figlio. Perciò il Salmo dice – il primo salmo dell’Ora Media – la fede dei semplici è la vera saggezza (cfr Sal 118,130). Questa saggezza vera della fede semplice, che non si lascia divorare dalle acque, è la forza della Chiesa. E siamo ritornati al mistero mariano.
E c’è anche un’ultima parola nel Salmo 81, « movebuntur omnia fundamenta terrae » (Sal 81,5), vacillano le fondamenta della terra. Lo vediamo oggi, con i problemi climatici, come sono minacciate le fondamenta della terra, ma sono minacciate dal nostro comportamento. Vacillano le fondamenta esteriori perché vacillano le fondamenta interiori, le fondamenta morali e religiose, la fede dalla quale segue il retto modo di vivere. E sappiamo che la fede è il fondamento, e, in definitiva, le fondamenta della terra non possono vacillare se rimane ferma la fede, la vera saggezza.
E poi il Salmo dice: « Alzati, Signore, e giudica la terra » (Sal 81,8). Così diciamo anche noi al Signore: « Alzati in questo momento, prendi la terra tra le tue mani, proteggi la tua Chiesa, proteggi l’umanità, proteggi la terra ». E affidiamoci di nuovo alla Madre di Dio, a Maria, e preghiamo: « Tu, la grande credente, tu che hai aperto la terra al cielo, aiutaci, apri anche oggi le porte, perché sia vincitrice la verità, la volontà di Dio, che è il vero bene, la vera salvezza del mondo ». Amen

Publié dans:Papa Benedetto XVI, Sinodo |on 12 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: « Alzati, Chiesa in Africa », « non sei sola! »

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20059?l=italian

Benedetto XVI: « Alzati, Chiesa in Africa », « non sei sola! »

Omelia del Papa per la chiusura del Sinodo

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 25 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito l’omelia pronunciata questa domenica da Papa Benedetto XVI nell’Eucaristia in occasione della chiusura della II Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Africa, nella Basilica di San Pietro in Vaticano.

* * *

Venerati Fratelli!
Cari fratelli e sorelle!

Ecco un messaggio di speranza per l’Africa: l’abbiamo ascoltato or ora dalla Parola di Dio. E’ il messaggio che il Signore della storia non si stanca di rinnovare per l’umanità oppressa e sopraffatta di ogni epoca e di ogni terra, da quando rivelò a Mosè la sua volontà sugli israeliti schiavi in Egitto: « Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo salire verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele » (Es 3,7-8). Qual è questa terra? Non è forse il Regno della riconciliazione, della giustizia e della pace, a cui è chiamata l’umanità intera? Il disegno di Dio non muta. E’ lo stesso che fu profetizzato da Geremia, nei magnifici oracoli denominati « Libro della consolazione », da cui oggi è tratta la prima lettura. E’ un annuncio di speranza per il popolo d’Israele, prostrato dall’invasione dell’esercito di Nabucodonosor, dalla devastazione di Gerusalemme e del Tempio e dalla deportazione in Babilonia. Un messaggio di gioia per il « resto » dei figli di Giacobbe, che annuncia un futuro per essi, perché il Signore li ricondurrà nella loro terra, attraverso una strada diritta e agevole. Le persone bisognose di sostegno, come il cieco e lo zoppo, la donna gravida e la partoriente, sperimenteranno la forza e la tenerezza del Signore: Egli è un padre per Israele, pronto a prendersene cura come del primogenito (cfr Ger 31,7-9).

Il disegno di Dio non muta. Attraverso i secoli e i rivolgimenti della storia, Egli punta sempre alla stessa meta: il Regno della libertà e della pace per tutti. E ciò implica la sua predilezione per quanti di libertà e di pace sono privi, per quanti sono violati nella propria dignità di persone umane. Pensiamo in particolare ai fratelli e alle sorelle che in Africa soffrono povertà, malattie, ingiustizie, guerre e violenze, migrazioni forzate. Questi figli prediletti del Padre celeste sono come il cieco del Vangelo, Bartimeo, che « sedeva lungo la strada a mendicare » (Mc 10,46), alle porte di Gerico. Proprio per quella strada passa Gesù Nazareno. E’ la strada che conduce a Gerusalemme, dove si consumerà la Pasqua, la sua Pasqua sacrificale, alla quale il Messia va incontro per noi. E’ la strada del suo esodo che è anche il nostro: l’unica via che conduce alla terra della riconciliazione, della giustizia e della pace. Su quella via il Signore incontra Bartimeo, che ha perduto la vista. Le loro vie si incrociano, diventano un’unica via. « Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! », grida il cieco con fiducia. Replica Gesù: « Chiamatelo! », e aggiunge: « Che cosa vuoi che io faccia per te? ». Dio è luce e creatore della luce. L’uomo è figlio della luce, fatto per vedere la luce, ma ha perso la vista, e si trova costretto a mendicare. Accanto a lui passa il Signore, che si è fatto mendicante per noi: assetato della nostra fede e del nostro amore. « Che cosa vuoi che io faccia per te? ». Dio sa, ma chiede; vuole che sia l’uomo a parlare. Vuole che l’uomo si alzi in piedi, che ritrovi il coraggio di domandare ciò che gli spetta per la sua dignità. Il Padre vuole sentire dalla viva voce del figlio la libera volontà di vedere di nuovo la luce, quella luce per la quale lo ha creato. « Rabbunì, che io veda di nuovo! ». E Gesù a lui: « Va’, la tua fede ti ha salvato. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada » (Mc 10,51-52).

Cari Fratelli, rendiamo grazie perché questo « misterioso incontro tra la nostra povertà e la grandezza » di Dio si è realizzato anche nell’Assemblea sinodale per l’Africa che oggi si conclude. Dio ha rinnovato la sua chiamata: « Coraggio! Alzati… » (Mc 10,49). E anche la Chiesa che è in Africa, attraverso i suoi Pastori, venuti da tutti i Paesi del Continente, dal Madagascar e dalle altre isole, ha accolto il messaggio di speranza e la luce per camminare sulla via che conduce al Regno di Dio. « Va’, la tua fede ti ha salvato » (Mc 10,52). Sì, la fede in Gesù Cristo – quando è bene intesa e praticata – guida gli uomini e i popoli alla libertà nella verità, o, per usare le tre parole del tema sinodale, alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace. Bartimeo che, guarito, segue Gesù lungo la strada, è immagine dell’umanità che, illuminata dalla fede, si mette in cammino verso la terra promessa. Bartimeo diventa a sua volta testimone della luce, raccontando e dimostrando in prima persona di essere stato guarito, rinnovato, rigenerato. Questo è la Chiesa nel mondo: comunità di persone riconciliate, operatrici di giustizia e di pace; « sale e luce » in mezzo alla società degli uomini e delle nazioni. Perciò il Sinodo ha ribadito con forza – e lo ha manifestato – che la Chiesa è Famiglia di Dio, nella quale non possono sussistere divisioni su base etnica, linguistica o culturale. Testimonianze commoventi ci hanno mostrato che, anche nei momenti più bui della storia umana, lo Spirito Santo è all’opera e trasforma i cuori delle vittime e dei persecutori perché si riconoscano fratelli. La Chiesa riconciliata è potente lievito di riconciliazione nei singoli Paesi e in tutto il Continente africano.

La seconda lettura ci offre un’ulteriore prospettiva: la Chiesa, comunità che segue Cristo sulla via dell’amore, ha una forma sacerdotale. La categoria del sacerdozio, come chiave interpretativa del mistero di Cristo e, di conseguenza, della Chiesa, è stata introdotta nel Nuovo Testamento dall’Autore della Lettera agli Ebrei. La sua intuizione prende origine dal Salmo 110, citato nel brano odierno, là dove il Signore Dio, con solenne giuramento, assicura al Messia: « Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek » (v. 4). Riferimento che ne richiama un altro, tratto dal Salmo 2, nel quale il Messia annuncia il decreto del Signore che dice di lui: « Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato » (v. 7). Da questi testi deriva l’attribuzione a Gesù Cristo del carattere sacerdotale, non in senso generico, bensì « secondo l’ordine di Melchisedek », vale a dire il sacerdozio sommo ed eterno, di origine non umana ma divina. Se ogni sommo sacerdote « è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio » (Eb 5,1), solo Lui, il Cristo, il Figlio di Dio, possiede un sacerdozio che si identifica con la sua stessa Persona, un sacerdozio singolare e trascendente, da cui dipende la salvezza universale. Questo suo sacerdozio Cristo l’ha trasmesso alla Chiesa mediante lo Spirito Santo; pertanto la Chiesa ha in se stessa, in ogni suo membro, in forza del Battesimo, un carattere sacerdotale. Ma – qui c’è un aspetto decisivo – il sacerdozio di Gesù Cristo non è più primariamente rituale, bensì esistenziale. La dimensione del rito non viene abolita, ma, come appare chiaramente nell’istituzione dell’Eucaristia, prende significato dal Mistero pasquale, che porta a compimento i sacrifici antichi e li supera. Nascono così contemporaneamente un nuovo sacrificio, un nuovo sacerdozio ed anche un nuovo tempio, e tutti e tre coincidono con il Mistero di Gesù Cristo. Unita a Lui mediante i Sacramenti, la Chiesa prolunga la sua azione salvifica, permettendo agli uomini di essere risanati mediante la fede, come il cieco Bartimeo. Così la Comunità ecclesiale, sulle orme del suo Maestro e Signore, è chiamata a percorrere decisamente la strada del servizio, a condividere fino in fondo la condizione degli uomini e delle donne del suo tempo, per testimoniare a tutti l’amore di Dio e così seminare speranza.

Cari amici, questo messaggio di salvezza la Chiesa lo trasmette coniugando sempre l’evangelizzazione e la promozione umana. Prendiamo ad esempio la storica Enciclica Populorum progressio: ciò che il Servo di Dio Paolo VI elaborò in termini di riflessione, i missionari l’hanno realizzato e continuano a realizzarlo sul campo, promuovendo uno sviluppo rispettoso delle culture locali e dell’ambiente, secondo una logica che ora, dopo più di 40 anni, appare l’unica in grado di far uscire i popoli africani dalla schiavitù della fame e delle malattie. Questo significa trasmettere l’annuncio di speranza secondo una « forma sacerdotale », cioè vivendo in prima persona il Vangelo, cercando di tradurlo in progetti e realizzazioni coerenti con il principio dinamico fondamentale, che è l’amore. In queste tre settimane, la Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi ha confermato ciò che il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II aveva già messo bene a fuoco, e che ho voluto anch’io approfondire nella recente Enciclica Caritas in veritate: occorre, cioè, rinnovare il modello di sviluppo globale, in modo che sia capace di « includere tutti i popoli e non solamente quelli adeguatamente attrezzati » (n. 39). Quanto la dottrina sociale della Chiesa ha sempre sostenuto a partire dalla sua visione dell’uomo e della società, oggi è richiesto anche dalla globalizzazione (cfr ibid.). Questa – occorre ricordare – non va intesa fatalisticamente come se le sue dinamiche fossero prodotte da anonime forze impersonali e indipendenti dalla volontà umana. La globalizzazione è una realtà umana e come tale è modificabile secondo l’una o l’altra impostazione culturale. La Chiesa lavora con la sua concezione personalista e comunitaria, per orientare il processo in termini di relazionalità, di fraternità e di condivisione (cfr ibid., n. 42).

« Coraggio, alzati!… ». Così quest’oggi il Signore della vita e della speranza si rivolge alla Chiesa e alle popolazioni africane, al termine di queste settimane di riflessione sinodale. Alzati, Chiesa in Africa, famiglia di Dio, perché ti chiama il Padre celeste che i tuoi antenati invocavano come Creatore, prima di conoscerne la vicinanza misericordiosa, rivelatasi nel suo Figlio unigenito, Gesù Cristo. Intraprendi il cammino di una nuova evangelizzazione con il coraggio che proviene dallo Spirito Santo. L’urgente azione evangelizzatrice, di cui molto si è parlato in questi giorni, comporta anche un appello pressante alla riconciliazione, condizione indispensabile per instaurare in Africa rapporti di giustizia tra gli uomini e per costruire una pace equa e duratura nel rispetto di ogni individuo e di ogni popolo; una pace che ha bisogno e si apre all’apporto di tutte le persone di buona volontà al di là delle rispettive appartenenze religiose, etniche, linguistiche, culturali e sociali. In tale impegnativa missione tu, Chiesa pellegrina nell’Africa del terzo millennio, non sei sola. Ti è vicina con la preghiera e la solidarietà fattiva tutta la Chiesa cattolica, e dal Cielo ti accompagnano i santi e le sante africani, che, con la vita talora sino al martirio, hanno testimoniato piena fedeltà a Cristo.

Coraggio! Alzati, Continente africano, terra che ha accolto il Salvatore del mondo quando da bambino dovette rifugiarsi con Giuseppe e Maria in Egitto per aver salva la vita dalla persecuzione del re Erode. Accogli con rinnovato entusiasmo l’annuncio del Vangelo perché il volto di Cristo possa illuminare con il suo splendore la molteplicità delle culture e dei linguaggi delle tue popolazioni. Mentre offre il pane della Parola e dell’Eucaristia, la Chiesa si impegna anche ad operare, con ogni mezzo disponibile, perché a nessun africano manchi il pane quotidiano. Per questo, insieme all’opera di primaria urgenza dell’evangelizzazione, i cristiani sono attivi negli interventi di promozione umana.

Cari Padri Sinodali, al termine di queste mie riflessioni, desidero rivolgervi il mio saluto più cordiale, ringraziandovi per la vostra edificante partecipazione. Tornando a casa, voi, Pastori della Chiesa in Africa, portate la mia benedizione alle vostre Comunità. Trasmettete a tutti l’appello risuonato sovente in questo Sinodo alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace. Mentre si chiude l’Assemblea sinodale non posso non rinnovare la mia viva riconoscenza al Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi e a tutti i suoi collaboratori. Un grato pensiero esprimo ai cori della comunità nigeriana di Roma e del Collegio Etiopico, che contribuiscono all’animazione di questa liturgia. E infine voglio ringraziare quanti hanno accompagnato i lavori sinodali con la preghiera. La Vergine Maria ricompensi tutti e ciascuno, e ottenga alla Chiesa in Africa di crescere in ogni parte di quel grande Continente, diffondendo dappertutto il « sale » e la « luce » del Vangelo.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, Sinodo |on 27 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Il Papa: il Sinodo per l’Africa, momento di ascolto dello Spirito

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20052?l=italian

Il Papa: il Sinodo per l’Africa, momento di ascolto dello Spirito

Discorso del Pontefice per l’Angelus domenicale

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 25 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questa domenica in occasione della recita della preghiera mariana dell’Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini presenti in Piazza San Pietro in Vaticano, al termine della Messa per la conclusione del Sinodo dei Vescovi per l’Africa.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Poco fa, con la celebrazione eucaristica nella Basilica di San Pietro, si è conclusa la Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi. Tre settimane di preghiera e di ascolto reciproco, per discernere ciò che lo Spirito Santo dice oggi alla Chiesa che vive nel Continente africano, ma al tempo stesso alla Chiesa universale. I Padri sinodali, venuti da tutti i Paesi dell’Africa, hanno presentato la ricca realtà delle Chiese locali. Insieme abbiamo condiviso le loro gioie per il dinamismo delle comunità cristiane, che continuano a crescere in quantità e qualità. Siamo grati a Dio per lo slancio missionario che ha trovato terreno fertile in numerose diocesi e che si esprime nell’invio di missionari in altri Paesi africani e in diversi Continenti. Particolare rilievo è stato dato alla famiglia, che anche in Africa costituisce la cellula primaria della società, ma che oggi viene minacciata da correnti ideologiche provenienti anche dall’esterno. Che dire, poi, dei giovani esposti a questo tipo di pressione, influenzati da modelli di pensiero e di comportamento che contrastano con i valori umani e cristiani dei popoli africani? Naturalmente sono emersi in Assemblea i problemi attuali dell’Africa e il suo grande bisogno di riconciliazione, di giustizia e di pace. Proprio a questo la Chiesa risponde riproponendo, con rinnovato slancio, l’annuncio del Vangelo e l’azione di promozione umana. Animata dalla Parola di Dio e dall’Eucaristia, essa si sforza di far sì che nessuno sia privo del necessario per vivere e che tutti possano condurre un’esistenza degna dell’essere umano.

Ricordando il viaggio apostolico che ho compiuto in Camerun e Angola nello scorso mese di marzo, e che aveva anche lo scopo di avviare la preparazione immediata del secondo Sinodo per l’Africa, oggi desidero rivolgermi a tutte le popolazioni africane, in particolare a quanti condividono la fede cristiana, per consegnare loro idealmente il Messaggio finale di questa Assemblea sinodale. E’ un Messaggio che parte da Roma, sede del Successore di Pietro, che presiede alla comunione universale, ma si può dire, in un senso non meno vero, che esso ha origine nell’Africa, di cui raccoglie le esperienze, le attese, i progetti, e adesso ritorna all’Africa, portando la ricchezza di un evento di profonda comunione nello Spirito Santo. Cari fratelli e sorelle che mi ascoltate dall’Africa! Affido in modo speciale alla vostra preghiera i frutti del lavoro dei Padri sinodali, e vi incoraggio con le parole del Signore Gesù: siate sale e luce nell’amata terra africana!

Mentre si conclude questo Sinodo, desidero ora ricordare che per il prossimo anno è prevista un’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi. In occasione della mia Visita a Cipro, avrò il piacere di consegnare l’Instrumentum laboris di tale assise. Ringraziamo il Signore, che non si stanca mai di edificare la sua Chiesa nella comunione, e invochiamo con fiducia la materna intercessione della Vergine Maria.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo anzitutto uno speciale saluto alle migliaia di fedeli radunati a Milano, in Piazza del Duomo, dove stamani è stata celebrata la liturgia di beatificazione del sacerdote Don Carlo Gnocchi. Egli fu dapprima valido educatore di ragazzi e giovani. Nella seconda guerra mondiale divenne cappellano degli Alpini, con i quali fece la tragica ritirata di Russia, scampando alla morte per miracolo. Fu allora che progettò di dedicarsi interamente ad un’opera di carità. Così, nella Milano in ricostruzione, Don Gnocchi lavorò per « restaurare la persona umana » raccogliendo i ragazzi orfani e mutilati e offrendo loro assistenza e formazione. Diede tutto se stesso fino alla fine, e morendo donò le cornee a due ragazzi ciechi. La sua opera ha continuato a svilupparsi ed oggi la Fondazione Don Gnocchi è all’avanguardia nella cura di persone di ogni età che necessitano di terapie riabilitative. Mentre saluto il Cardinale Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, e mi rallegro con l’intera Chiesa ambrosiana, faccio mio il motto di questa beatificazione: « Accanto alla vita, sempre ».

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare il gruppo di catechisti della Diocesi di Rimini e i fedeli provenienti da Lamezia Terme, Altamura e Caselle in Pittari. Saluto inoltre l’Istituto Europeo « Marcello Candia » di Seregno, i dipendenti dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci e il Cooper Club Roma. Auguro a tutti una buona domenica.

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