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ASCOLTA ISRAELE… – Commento alla lettura biblica, Sinodo 2008

http://donfrancobarbero.blogspot.it/2008/09/per-la-predicazione-del-14-settembre.html

ASCOLTA ISRAELE…

past. Paolo Ribet – culto di apertura del Sinodo 2008

Commento alla lettura biblica – domenica 14 settembre 2008

Questa settimana vi propongo non un mio commento al capitolo di Matteo, ma la predicazione che il pastore valdese Paolo Ribet svolse all’inizio del Sinodo delle chiese valdo-metodiste. Credo che possa davvero nutrire chi la legge e possa essere presa come predicazione domenicale in parrocchie, gruppi, comunità.

Ascolta, Israele: Il SIGNORE, il nostro Dio, è l’unico SIGNORE. Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città (Deut. 6:4-9).

1.- «Shema’ Israel … Ascolta Israele», con queste parole, tratte dal libro del Deuteronomio, si apre la preghiera che il pio ebreo recita ancora oggi, due volte al giorno, in una secolare ripetizione che da un lato ha marcato la fede di un popolo, orientandola verso un centro, un perno attorno a cui ruota tutto il resto e d’altro lato, proprio attraverso la ripetizione, ha marcato la coscienza di generazioni intere di credenti. «Non c’è dubbio, scrive un commentatore, che lo Shema’ costituisca il centro teologico del libro del Deuteronomio: queste poche parole concentrano il carattere del Dio di Israele su un punto singolo: Yahvé, il Signore, è uno solo. Ed allo stesso modo esse concentrano su un’unica affermazione la risposta, fondata sul Patto, appropriata per questa caratteristica di Dio: che Israele ami in modo totale il Signore».
Del resto, a ben vedere, quella di Deuteronomio 6 non è neanche una preghiera, per lo meno nel senso in cui tale parola è intesa comunemente; ma è piuttosto la professione di fede che accompagna l’ebreo dalla sua più tenera età fino al momento in cui esala l’ultimo respiro. Certo, la prima parola è: « Ascolta »; e si potrebbe pensare che questa sia un’invocazione a Dio per chiedergli ascolto, attenzione, per implorarlo che siano esaudite le preghiere e le suppliche. Ma è vero il contrario: abbiamo qui un ordine perentorio che Dio stesso rivolge al suo popolo perché tenga sempre presente la sua volontà, espressa dapprima nel patto di salvezza e poi attraverso il dono della sua legge. Lo Shema’ non è dunque una dichiarazione di Israele, bensì la proclamazione della volontà di Dio ad Israele. In questo senso, dicevamo, non è neanche una preghiera.
E’ significativo, allora che queste parole si aprano con l’esortazione forte all’ascolto. Ascoltare l’altro non significa, infatti, soltanto sentirne le parole, non lasciarle sfuggire, ma significa qualcosa di più grande e profondo: significa aprirsi all’altro, partecipare del suo progetto. Solo di lì può nascere un dialogo fecondo. Nel caso del rapporto con Dio, ascoltare significa far propria la sua volontà nella nostra realtà quotidiana. Per questo occorre ripetersi queste parole del continuo, perché compiere la volontà di Dio non è affatto semplice – e dunque è necessario compiere un atto di sottomissione. Per dirla coi rabbini antichi, bisogna « farsi carico del liberatorio giogo della sua parola e della sua legge ».
2.- Questo riferimento all’ascolto è particolarmente importante, nel nostro tempo, perché viviamo un’epoca in cui è necessario ripensare il nostro modo di essere, il nostro modo di porci nei confronti del mondo in cui siamo inseriti – ed è proprio dall’ascolto e dal confronto con la realtà che noi possiamo tentare di incarnare la Parola di cui siamo portatori.
In secondo luogo questa esortazione è quanto mai attuale, perché l’espressione: «Bisogna ascoltare … Noi ascoltiamo le esigenze e le domande della gente…», è stata una delle parole d’ordine che abbiamo sentito più spesso negli ultimi mesi, nel nostro Paese. Soprattutto dopo le elezioni di aprile, una parte politica ha rimproverato l’altra parte di non essere stata capace di ascoltare le esigenze e le preoccupazioni della gente, i suoi bisogni reali – e pertanto di aver perso le elezioni. Ma non esiste un modo solo di ascoltare le esigenze della gente. Ci sono molti modi di ascoltare.
Per quello che io riesco a vedere, il modo più facile ed immediato è quello di cogliere i sentimenti di incertezza e di angoscia, titillare le paure della gente, dando risposte visibili, che colgano la fantasia, come può essere l’individuazione di un nemico (il diverso) e l’invio dell’esercito per le strade contro la microcriminalità. I problemi esistono, e sarebbe folle negarli; ma si tratta, a mio parere, di una « non risposta » perché le paure, se sono dentro di noi, semplicemente si sposteranno da un oggetto all’altro. Le notti sono sempre buie, quando si ha paura.
Vi è allora un altro tipo di risposta, più difficile, più lunga da attuare ed è quella di tentare di andare al fondo delle questioni, cercando i motivi profondi delle paure e del disorientamento che sono alla base di fondo delle questioni, cercando i motivi profondi delle paure e del disorientamento che sono alla base di molti comportamenti aggressivi, che mi sembrano essere la cifra e il segno che qualificano il vero problema del nostro tempo e del nostro Paese. Uno spunto per questa riflessione mi è stato dato da un articolo che ho letto di recente, in cui Joaquin Navarro-Vals (che è stato per anni il responsabile della Sala Stampa del Vaticano), partendo dalle parole pronunciate dal papa sulla guerra del Libano, faceva notare che, nel suo discorso, «Benedetto XVI ha semplicemente fatto rilevare (diversamente dalle analisi della diplomazia delle grandi potenze mondiali) che la vera spinta al conflitto riguarda più la paura di perdere la propria identità che il desiderio di difenderne una dalla minaccia del nemico …
D’altra parte, oggi in tutto il mondo ciò che spinge sempre più spesso i popoli alla guerra civile non è tanto la difesa di un’identità, quanto piuttosto la paura di non averne più alcuna». Il problema, allora, non è quello di costituire un governo solido, che governi popoli disomogenei, «ma il disinnesco della paura profonda che spinge gruppi di persone ad armarsi e a ricercare in modo radicale la propria identità, distruggendo la vita degli altri». Se noi vogliamo veramente ascoltare la gente e le sue paure, dobbiamo metterci in cammino verso la costruzione di una nuova cultura di relazione fra i popoli e le persone. Poi potremo discutere sulle tappe intermedie, ma la meta può essere soltanto la costruzione di questa cultura.
3.- Già, la cultura. Nel nostro Sinodo discuteremo della cultura. E’ un tema non facile, perché « cultura » è un concetto dai contorni piuttosto labili, di difficile definizione – e poi perché il nostro Paese investe pochissimo sulla cultura e perché la cultura viene massificata (verso il basso). E soprattutto, per quel che ci riguarda più da vicino, il nostro Paese non ha una cultura teologica. Esistono, è vero, iniziative molto belle, che spesso vengono marginalizzate, semplicemente ignorate o riservate a piccole nicchie di persone, mentre per la massa Padre Pio viene distribuito a piene mani.
Come si può dunque parlare di cultura? Da dove si deve partire? La prima risposta che viene in mente è che dovremmo partire dal bagaglio di idee e di tradizioni di cui il protestantesimo è portatore. Ma temo che sarebbe un errore.
Qui torniamo al nostro testo biblico: è l’ascolto che è il principio della cultura. Nostro compito è cercare di cogliere le istanze fondamentali, le domande profonde della gente. Per poter dialogare, bisogna almeno tentare di comprendere l’altro, mentre troppo spesso noi pensiamo di avere le risposte, ma raramente teniamo conto di quelle che sono le domande. Vi è dunque la necessità del dialogo con la cultura attorno a noi – o, meglio, con le culture, visto che non possiamo pensare che l’unica cultura con diritto di cittadinanza sia quella occidentale. Ma il nostro ascolto e la nostra prospettiva non possono essere soltanto indirizzate verso il dibattito salottiero delle idee, perché altre voci si levano e chiedono di essere ascoltate.
Noi pensiamo di sapere ciò che è importante per gli altri e di saper indicare la strada giusta. Ma spesso « gli altri » hanno priorità diverse. Voglio fare un esempio: nel dialogo ecumenico, noi contestiamo ai cattolici il papato, il sacerdozio e la transustanziazione; ma poi, dalle loro reazioni ci rendiamo conto che per loro si tratta di realtà secondarie – per lo meno rispetto al modo in cui le poniamo noi – e questo ci irrita molto.
Noi ripetiamo i temi della Riforma o delle polemiche ottocentesche, ma oggi per i cattolici (almeno: per alcuni cattolici) i temi fondamentali sono altri. In una vignetta di tanti anni fa, leggevo una battuta che, con tutti i limiti di una barzelletta, leggeva molto bene questa situazione. Su un muro era scritto: « Cristo è la risposta » ed il protagonista si domandava: « Si, ma qual è la domanda? ». Ecco, spesso noi pensiamo di possedere la risposta, senza porci il problema di conoscere la domanda.
Affrontare un dibattito sulla cultura significa dunque innanzitutto porsi in ascolto delle domande e delle inquietudini profonde del nostro tempo.
4.- «Ascolta, Israele…», ascolta, dunque, il tuo tempo, la gente che vive attorno a te per coglierne le ansie più profonde. Ma per avere una parola significativa da portare in questa situazione, tu, Israele, Popolo di Dio, non puoi soltanto fare delle analisi (per quanto corrette) e non puoi neanche proporre dei progetti o seguire le ultime mode o le tendenze che vengono proposte. Se vuoi avere una parola significativa, che porti pace e salvezza, devi ascoltare in primo luogo il tuo Signore. E’ lì, nella sua Parola che puoi trovare la tua parola, è nei suoi progetti che puoi trovare i tuoi progetti. Non è facile farsi carico del « giogo del Regno di Dio » (come lo chiamavano gli antichi rabbini), per questo bisogna tornare costantemente ad esso, bisogna che diventi la pietra di paragone di ogni nostra speranza e di ogni nostra volontà.
Avete notato che, subito dopo aver chiamato il popolo all’ascolto, all’apertura verso il Signore, e subito dopo aver proclamato che il Signore è il solo Dio che non ammette la vicinanza di altre signorie, siano esse mitiche, ideologiche o storiche, il nostro testo non ci chiede di obbedire a Dio, ma di amarlo. E’ la profondità del rapporto che cambia, è la sua natura stessa. Amare porta all’obbedienza, ma ne cambia le motivazioni. I comandamenti di Dio, i suoi insegnamenti, la sua volontà, segneranno il mio cammino non perché ho paura del castigo, ma perché mi sento profondamente coinvolto nella sua realtà, è il motore stesso della mia azione. «Non son più io che vivo, diceva Paolo, ma è l’amore di Dio che ho conosciuto in Cristo che vive in me». Per questo ripeterò ogni giorno la promessa di fede, per questo insegnerò ai miei figli a vivere la legge, per questo la scriverò sulle porte di casa e delle città, come segno della volontà di fedeltà di un popolo intero.
5.- Sarò capace di portare avanti un progetto così ambizioso? Prima di lanciarmi in proclami avventati, sarà bene fare anche un esame personale: «Chiesa di Dio, ascolta te stessa», ascolta per capire quali sono i tuoi reali progetti, e la tua reale volontà. Per comprendere quali sono le tue paure ed i tuoi punti di forza. Nelle ultime due generazioni, la Chiesa Valdese ha vissuto almeno due fasi molto diverse: una fase di arroccamento ed una fase di apertura.
ARROCCAMENTO – è stata la scelta operata della Chiesa Valdese tra le due guerre che ha dato vita a comunità forti ma chiuse: forte identità, forte coesione e forti contrapposizioni. Ma quel mondo chiuso e contadino su cui poggiava quel progetto non esiste più!
O APERTURA? Questa sembra essere stata la scelta operata dopo la guerra con l’apertura al mondo (politica), alle altre chiese (ecumenismo) o alle altre culture o religioni (globalizzazione). Agape è stato il simbolo di questa generazione. E Tullio Vinay diceva che Agape doveva essere « una piazza », dove si incontra di tutto.
Il rischio in questa fase è quello di perdere la propria identità e di sentirsi disorientati se non si hanno dei confini certi e sicuri. Le nostre comunità sono certamente più aperte, ma sono anche molto più piccole e più fragili. Si cammina sulla lama di un coltello fra ricerca di identità ed apertura all’altro e soltanto chi è forte, forte nel suo rapporto con Dio, può affrontare un simile percorso. Ebbene, piccola Chiesa di Gesù Cristo, ascolta te stessa, per capire se hai la forza ed il coraggio di compiere un viaggio così difficile.
6.- Ma qualunque cosa tu scelga, piccola Chiesa di Gesù Cristo, non potrai rimanere ripiegata su te stessa, perché il Signore che ami e con il quale vuoi vivere non si è mai ripiegato su se stesso, in una visione beatifica della sua santità. Il Dio che ti chiama all’ascolto è colui che a sua volta ha ascoltato, che non è rimasto sordo al grido di dolore che sale dalla terra:
- Ha ascoltato il grido della terra bagnata dal sangue di Abele,
- Ha ascoltato il lamento di Israele schiavo in Egitto,
- Ha ascoltato il grido di Rachele che piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più.
Non possiamo far finta di non sentire il lamento che corre nel mondo, dal Sud Africa, dove è in atto una terribile caccia all’immigrato, all’Italia, dove vediamo cose che pensavamo di non vedere mai, come le ronde contro i campi Rom.
Rimane per noi dunque l’esortazione della Parola di Dio: Ascolta, Israele … Esci da te stesso, esci dal tuo egoismo, apriti all’altro e non chiuderti di fronte alla esigente vocazione che il Signore ti ha rivolto.
- Ascolta il mandato di predicazione che il tuo Signore ti ha dato,
- Ascolta il mandato di servizio che il Signore ti rivolge,
- Ascolta il grido di dolore degli immigrati in balia delle onde nel canale di Sicilia
- Ascolta il grido muto di Eluana Englaro che chiede di essere lasciata andare via, senza che attorno al suo povero corpo si accenda una disputa cinica che risponde più ad istanze di potere che di pietà.
- Ascolta, Israele…

past. Paolo Ribet – culto di apertura del Sinodo 2008

di Bartolomeo I : « Arriverà il giorno in cui le nostre due Chiese convergeranno pienamente »

dal sito: 

http://chiesa.espresso.repubblica.it:80/articolo/208818

« Arriverà il giorno in cui le nostre due Chiese convergeranno pienamente »

Il testo integrale del discorso del patriarca ecumenico di Costantinopoli al sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica, pronunciato nella Cappella Sistina sabato 18 ottobre 2008

di Bartolomeo I

Santità, Padri Sinodali, è al contempo motivo di disagio e di ispirazione essere cortesemente invitato da Vostra Santità a rivolgermi alla XII Assemblea Generale Ordinaria di questo ben augurante Sinodo dei Vescovi, storico incontro dei Vescovi della Chiesa Cattolica Romana da ogni parte del mondo, riuniti in un unico luogo per meditare su « la Parola di Dio » e deliberare sull’esperienza e sull’espressione di tale Parola « nella vita e nella missione della Chiesa ».

Il gentile invito di Vostra Santità alla nostra modesta persona è un gesto colmo di contenuto e di significato abbiamo l’ardire di considerarlo come evento storico in se stesso. Si tratta della prima volta nella storia che ad un Patriarca Ecumenico è offerta l’opportunità di rivolgersi ad un Sinodo dei Vescovi della Chiesa Cattolica Romana, e così esser parte a così alto livello della vita di questa Chiesa sorella. Consideriamo questo come una manifestazione dello Spirito Santo che guida le nostre Chiese ad una relazione sempre più stretta e profonda fra noi, un passo importante per la restaurazione della nostra piena comunione.

È ben noto come la Chiesa Ortodossa attribuisca al sistema sinodale un’importanza ecclesiologica fondamentale. Insieme con il primato, la sinodalità costituisce la spina dorsale del governo e dell’organizzazione della Chiesa. Come la nostra Commissione Internazionale Congiunta sul Dialogo Teologico fra le nostre Chiese lo ha espresso nel documento di Ravenna, tale interdipendenza fra sinodalità e primato percorre tutti i livelli della vita della Chiesa: locale, regionale ed universale. Avendo, pertanto, oggi il privilegio di rivolgerci al Vostro Sinodo, aumentano le nostre speranze che arriverà il giorno in cui le nostre due Chiese convergeranno pienamente sul ruolo del primato e della sinodalità nella vita della Chiesa, argomento al quale la nostra comune Commissione Teologica attualmente dedica il proprio studio.

Il tema che affronta questo Sinodo episcopale è di significato cruciale non soltanto per la Chiesa Cattolica Romana, ma anche per tutti quelli che sono chiamati a dar testimonianza di Cristo nel nostro tempo. La missione e l’evangelizzazione restano un obbligo permanente della Chiesa in tutti i tempi ed in ogni luogo. Di più: esse sono parte della natura stessa della Chiesa, dato che essa è chiamata « Apostolica » sia nel senso della sua fedeltà all’insegnamento originale degli Apostoli, sia in quello di proclamare la Parola di Dio in ogni contesto culturale e in ogni tempo. La Chiesa ha bisogno, pertanto, di riscoprire la Parola di Dio in ogni generazione e porla a guida con rinnovato vigore e capacità persuasiva anche nel nostro mondo contemporaneo, il quale, nelle sue più intime profondità, ha sete del messaggio di Dio, messaggio di pace, speranza e carità.

Questo compito di evangelizzare avrebbe potuto essere grandemente favorito e rafforzato, è ovvio, se tutti i cristiani fossero stati in grado di realizzarlo ad una sola voce e come Chiesa pienamente unita. Nella sua preghiera al Padre, poco prima della propria Passione, nostro Signore ha messo in chiaro che l’unità della Chiesa è inscindibilmente correlata con la sua missione « affinché il mondo creda » (Giovanni 17, 21). È pertanto quanto mai appropriato che questo Sinodo abbia aperto le proprie porte ai delegati ecumenici fraterni, così che tutti diventiamo coscienti del nostro comune dovere dell’evangelizzazione, come pure delle difficoltà e dei problemi della sua realizzazione nel mondo odierno.

Questo Sinodo, indubbiamente, si è dedicato a studiate il soggetto « Parola di Dio » in profondità ed in tutti i suoi aspetti, sia teologici che pratici e pastorali. Nel nostro umile intervento di fronte a voi ci limiteremo a condividere con voi alcuni pensieri sul tema della vostra assemblea, deducendoli dal modo in cui la tradizione ortodossa lo ha affrontato attraverso i secoli e, in particolare, nell’insegnamento patristico greco.

Più concretamente, vorremmo concentrarci su tre aspetti dell’argomento, e precisamente: sull’ascoltare e proclamare la Parola di Dio attraverso le Sacre Scritture; sul vedere la Parola di Dio nella natura e, soprattutto, nella bellezza delle icone; e, da ultimo, sul toccare e condividere la Parola di Dio nella comunione dei Santi e nella vita sacramentale della Chiesa. Infatti, noi riteniamo che questi aspetti siano cruciali nella vita e nella missione della Chiesa.

Nel far questo, cercheremo di attingere alla ricca tradizione patristica, che risale all’inizio del terzo secolo ed espone una dottrina dei cinque sensi spirituali, dato che ascoltare la Parola di Dio, scrutarla e toccarla sono tutte vie spirituali per percepire l’unico mistero divino. Basandosi su Proverbi 2, 5 circa « la facoltà divina di percezione (áisthesis) », Origene di Alessandria afferma: « Tale senso si snoda come vista per contemplare le forme immateriali, ascolto per discernere le voci, gusto per assaporare il pane vivo, profumo per la dolce fragranza spirituale, e tatto per maneggiare la Parola di Dio, che è afferrata mediante ogni facoltà dell’anima ».

Questi sensi spirituali vengono in vario modo descritti come « i cinque sensi dell’anima », come « divine » o « intime facoltà« , e addirittura come « facoltà del cuore » o della « mente ». Questa dottrina ha ispirato la teologia dei Cappadoci (specialmente di Basilio Magno e Gregorio di Nissa), come quella dei Padri del Deserto (in modo speciale di Evagrio Pontico e Macario il Grande).

1. Udire e proclamare la Parola attraverso le Scritture

In ogni celebrazione della Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo, il celebrante che presiede l’Eucaristia implora affinché « siamo resi degni di ascoltare il Santo Vangelo », poiché « ascoltare, vedere, toccare con le nostre mani il Verbo della vita » (cfr. 1 Giovanni 1, 1) non è prima e anzitutto nostro diritto nativo e fontale come esseri umani; è piuttosto nostro privilegio e dono come figli del Dio vivente. La Chiesa cristiana è, al di sopra di tutto, una Chiesa scritturistica. Anche se i metodi interpretativi possono aver variato da Padre della Chiesa a Padre della Chiesa, da « scuola » a « scuola », e dall’est all’ovest, tuttavia la Scrittura è sempre stata recepita come una realtà viva e non come un libro morto.

Nel contesto di una fede viva, pertanto, la Scrittura è la testimonianza vivente di una storia vissuta circa il rapporto di un Dio vivo con un popolo vivo. La Parola « che ha parlato mediante i Profeti » (Credo Niceno-Costantinopolitano), ha parlato per essere udita e produrre effetto, è primariamente una comunicazione orale e diretta rivolta a destinatari umani. Il testo scritturistico è perciò derivato e secondario, poiché il testo scritturistico serve sempre la parola parlata; non viene trasmesso meccanicamente, ma comunicato di generazione in generazione come una parola vivente. Mediante il Profeta Isaia, il Signore promette: « Come la pioggia e la neve scendono dal cielo per irrigare la terra… così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata » (cfr. 55, 10-11).

Di più: come spiega san Giovanni Crisostomo, la Parola divina manifesta profonda condiscendenza (sunkatábasis) per la diversità personale e per i contesti culturali di quanti l’odono e la ricevono. L’adattamento della Parola divina alla specifica disponibilità personale ed al contesto culturale particolare definisce la dimensione missionaria della Chiesa, chiamata a trasformare il mondo attraverso la Parola. Nel silenzio o nella proclamazione, nella preghiera o nell’azione, la Parola divina si rivolge al mondo intero, « ammaestrando tutte le nazioni » (Matteo 28, 19) senza alcun privilegio o pregiudizio nei confronti della razza, della cultura, del sesso o della classe. Quando obbediamo a questo divino comando, siamo rassicurati: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni » (Matteo 28, 20). Siamo chiamati ad annunciare la Parola divina in tutte le lingue « facendoci tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno » (cfr. 1 Corinzi 9, 22).

Quali discepoli della Parola di Dio, dunque è oggi più doveroso che mai che noi offriamo una prospettiva unica al di là del sociale, del politico o dell’economico circa la necessità di sradicare la povertà, di offrire equilibrio in un mondo globalizzato, di combattere il fondamentalismo o il razzismo, di sviluppare la tolleranza religiosa in un mondo di conflitti. Nel dar risposta alle necessità dei poveri del mondo, a quanti sono vulnerabili ed emarginati, la Chiesa può dimostrarsi un baluardo che definisce lo spazio e il carattere della comunità globale. Se da un lato il linguaggio teologico della religione e della spiritualità differisce dal vocabolario tecnico dell’economia e della politica, dall’altro le barriere che di primo acchito sembrano separare le preoccupazioni religiose (come, ad esempio, il peccato, la salvezza e la spiritualità) dagli interessi pratici (quali la contrattazione, lo scambio di merci e la politica) non sono impenetrabili, e crollano di fronte alle molteplici sfide della giustizia sociale e della globalizzazione.

Sia che si tratti di ambiente o di pace, di povertà o di fame, di educazione o di sanità, vi è oggi un accresciuto senso del comune coinvolgimento e della comune responsabilità, che viene percepita in maniera particolarmente acuta dalle persone di fede, ma anche da quanti hanno una prospettiva manifestamente secolare. Il nostro impegno in simili ambiti ovviamente non minaccia in alcuna maniera né abolisce le differenze fra le diverse discipline né le discordanze nei confronti di quanti guardano al mondo in modi differenti. E tuttavia i segni crescenti di un comune impegno per il benessere dell’umanità e della vita del mondo sono incoraggianti. è un incontro tra singoli ed istituzioni che promette bene per il mondo. Ed è un impegno che pone in risalto la suprema vocazione e missione dei discepoli e di quanti aderiscono alla Parola di Dio per trascendere le differenze politiche o religiose, al fine di trasformare l’intero mondo visibile a gloria dell’invisibile Dio.

2. Vedere la Parola di Dio. La bellezza delle icone e della natura

In nessun altro luogo l’invisibile viene reso piu visibile che nella bellezza dell’iconografia e nella meraviglia del creato. Nelle parole di quel campione delle sacre immagini che fu san Giovanni Damasceno: « Quale creatore del cielo e della terra, Dio Verbo fu Lui stesso a dipingere e a raffigurare icone ». Ogni tratto del pennello dell’iconografo al pari di ogni parola di una definizione teologica, di ogni nota musicale cantata nella salmodia e di ogni pietra scolpita in una piccola cappella o in una magnifica cattedrale articola il Verbo divino nella creazione, la quale rende lode a Dio in ogni essere vivente ed in ogni vivente realtà (cfr. Salmi 150, 6).

Nell’affermare la liceità delle sacre immagini, il settimo Concilio Ecumenico di Nicea non si preoccupò dell’arte religiosa; era la continuazione e la conferma di definizioni precedenti riguardanti la pienezza dell’umanità del Verbo di Dio. Le icone sono un ricordo visibile della nostra vocazione celeste; sono un invito ad innalzarci al di sopra delle nostre preoccupazioni meschine e dei servili modi riduttivi del mondo. Ci incoraggiano a ricercare lo straordinario proprio nell’ordinario, ad essere ripieni della medesima meraviglia che caratterizzò il divino stupore nella Genesi: « Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona » (Genesi 1, 30-31). La parola greca (dei LXX) per « bontà« , è « kállos », che implica etimologicamente e simbolicamente un senso di « chiamare ». Le icone sottolineano che la missione fondamentale della Chiesa è di riconoscere che ogni persona ed ogni cosa sono create e chiamate ad essere « buone » e « belle ».

Certamente le icone ci ricordano un altro modo di vedere le cose, un’altra maniera di far esperienza della realtà, un altro modo di risolvere i conflitti. Siamo chiamati ad assumere ciò che l’innologia della domenica di Pasqua chiama « un altro modo di vivere ». Ci siamo infatti comportati in maniera arrogante e sconsiderata verso la creazione naturale. Ci siamo rifiutati di obbedire alla Parola di Dio negli oceani del pianeta, negli alberi dei continenti, e negli animali della terra. Abbiamo rinnegato la nostra stessa natura, che ci invita a chinarci sufficientemente in basso per udire la Parola di Dio nella creazione, se vogliamo « divenire partecipi della natura divina » (2 Pietro 1, 4). Come possiamo ignorare le piu vaste implicazioni del Verbo divino che ha assunto la carne? Perché non siamo in grado di percepire la natura creata quale estensione del corpo di Cristo?

I teologi dell’Oriente cristiano hanno sempre sottolineato le proporzioni cosmiche dell’incarnazione divina. Il Verbo incarnato è intrinseco alla creazione, che è venuta all’esistenza attraverso un divino pronunciamento. San Massimo il Confessore insiste sulla presenza della Parola divina in ogni cosa (cfr. Colossesi 3, 11); il Logos divino è al centro del mondo, rivelando in modo misterioso il suo originale principio e ultimo scopo (cfr. 1 Pietro 1, 20). Tale mistero viene descritto da sant’Atanasio di Alessandria: « Come Verbo scrive Egli non è contenuto da nulla e, tuttavia, contiene tutto. È in tutto e, tuttavia, al di fuori di tutto… il Primogenito del mondo intero in ogni suo aspetto ».

L’intero mondo è un prologo al Vangelo di Giovanni e quando la Chiesa è incapace di riconoscere le dimensioni piu ampie, cosmiche della Parola di Dio, restringendo le proprie preoccupazioni ad argomenti puramente spirituali, trascura la propria missione di implorare Dio per la trasformazione sempre e dovunque, « in ogni luogo del dominio del Signore dell’intero cosmo inquinato. Non è da meravigliarsi, quindi, che nella domenica di Pasqua, quando la celebrazione pasquale raggiunge il suo culmine, i cristiani ortodossi cantino: « Ora tutto è riempito di luce divina: cielo e terra, ed ogni cosa sotto terra. Si rallegri, pertanto, l’intera creazione ».

Ogni genuina « ecologia profonda » è pertanto collegata intrinsecamente con la teologia profonda: « Anche una pietra scrive Basilio Magno reca in sé il marchio della Parola di Dio. Ciò vale per una formica, un’ape ed una mosca, le più piccole fra le creature. Perché Egli apre gli ampi cieli e stese l’immenso mare, ed Egli creò la piccola custodia del pungiglione dell’ape ». Ricordare la nostra piccolezza nell’ampia e splendida creazione di Dio sottolinea semplicemente il nostro ruolo centrale nel piano di Dio per la salvezza del mondo intero.

3. Toccare e condividere la Parola di Dio. La comunione dei Santi e i Sacramenti della vita.

La Parola di Dio costantemente « esce fuori di Se stessa in estasi » (Dionigi Aeropagita), cercando in maniera appassionata di « dimorare in noi » (Giovanni 1, 14), perché il mondo abbia la vita in abbondanza (Giovanni 10, 10). La compassionevole misericordia di Dio viene riversata e condivisa « affinché vengano moltiplicati gli oggetti della Sua beneficenza » (Gregorio il Teologo). Dio assume tutto ciò che è nostro « essendo provato in ogni cosa, come noi, eccetto il peccato » (Ebrei 4, 15), al fine di offrirci ogni cosa che è di Dio e renderci dei per grazia. « Da ricco che era, si è fatto povero, perché noi diventassimo ricchi » (2 Corinzi 8, 9), scrive l’apostolo Paolo, al quale questo anno è giustamente dedicato. Questo è il Verbo di Dio: a Lui siano rese grazie e gloria.

La parola di Dio riceve la sua piena incorporazione nella creazione e, soprattutto, nel sacramento della Santissima Eucaristia. è qui che il Verbo diviene carne e ci permette non soltanto di udirlo o vederlo, ma di toccarlo con le nostre stesse mani, come dichiara san Giovanni (1 Giovanni 1, 1) e di farlo parte del nostro stesso corpo e sangue (sússomoi kai súnaimoi), secondo le parole di san Giovanni Crisostomo.

Nella Santa Eucaristia la Parola ascoltata è al tempo stesso veduta e condivisa (koinonía). Non è un caso accidentale che nei primi documenti eucaristici, come ad esempio l’Apocalisse e la Didaché, l’Eucaristia fosse associata con la profezia, e i Vescovi che la presiedevano fossero visti come successori dei profeti (ad esempio, nel Martirio di Policarpo). Già da san Paolo l’Eucaristia (1 Corinzi 11) veniva descritta come « proclamazione » della morte di Cristo e della sua Seconda Venuta. E poiché lo scopo della Scrittura è essenzialmente la proclamazione del Regno e l’annuncio delle realtà escatologiche, l’Eucaristia è un pregustamento del Regno, e in questo senso è la proclamazione del Verbo per eccellenza. Nell’Eucaristia, Parola e Sacramento divengono un’unica realtà. La parola cessa di essere « parole » e diviene una Persona, che incarna in se stessa tutti gli esseri umani e l’intera creazione.

Dentro la vita della Chiesa, l’indicibile svuotamento di sé (kénosis) e la generosa condivisione (koinonía) del Logos divino sono riflessi nelle vite dei Santi quale esperienza tangibile ed espressione umana della Parola di Dio nella nostra comunitr. Cose, la Parola di Dio diviene Corpo di Cristo, crocifisso e glorificato allo stesso tempo. Ne risulta che i Santi hanno una relazione organica con il cielo e la terra, con Dio e l’intera creazione. Nel combattimento ascetico, il Santo riconcilia la Parola con il mondo. Attraverso il pentimento e la purificazione, il Santo viene riempito come insiste Abba Isacco il Siro di compassione per tutte le creature, cosa che è la suprema umiltà e perfezione.

Questa è la ragione per cui il Santo ama con ardore e ampiezza non condizionati ed irresistibili. Nei Santi conosciamo la Parola stessa di Dio, dato che come afferma san Gregorio Palamas « Dio e i suoi Santi condividono la medesima gloria e splendore ». Nella presenza gentile di un Santo apprendiamo come teologia e azione coincidano; nell’amore compassionevole del Santo, sperimentiamo Dio come « Padre nostro » e la sua misericordia è « ferma ed eterna » (cfr. Salmi 135, LXX). Il Santo è consumato dal fuoco dell’amore di Dio: questa è la ragione per cui egli distribuisce grazia e non può tollerare la minima manipolazione o sfruttamento sia nella società che nella natura. Il Santo fa semplicemente ciò che è « appropriato e giusto » (Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo), sempre dignificando l’umanità e onorando la creazione. « Le sue parole hanno la forza delle azioni ed il suo silenzio la potenza di un discorso » (sant’Ignazio di Antiochia).

Entro la comunione dei Santi, ciascuno di noi è chiamato a « diventare come fuoco » (Detti dei Padri del Deserto), a toccare il mondo con la mistica forza della Parola di Dio, cose che quale esteso corpo di Cristo anche il mondo possa dire: « Qualcuno mi ha toccato » (cfr. Matteo 9, 20). Il male viene sradicato soltanto dalla santitò, non dalla durezza; la santità introduce nella società un seme che guarisce e trasforma. Arricchiti della vita sacramentale e della preghiera pura, siamo in grado di entrare nel mistero piu recondito della Parola di Dio. Avviene come per le placche tettoniche della crosta terrestre: gli strati piu profondi devono spostarsi solo di pochi millimetri per scuotere la superficie del mondo. E tuttavia, perché tale rivoluzione spirituale avvenga, dobbiamo fare esperienza della metánoia radicale una conversione dei comportamenti, delle abitudini e della prassi nei confronti dei modi con i quali abbiamo travisato o mal usato la Parola di Dio, i doni di Dio e la creazione di Dio.

Una simile conversione è, ovviamente, impossibile senza la grazia divina; non la si può raggiungere semplicemente attraverso sforzi piu grandi o forza di volontà umana. « Per i mortali è impossibile, ma per Dio ogni cosa è possibile » (Matteo 19, 26). Il mutamento spirituale avviene quando i nostri corpi ed anime sono innestati sulla vivente Parola di Dio, quando le nostre cellule contengono lo scorrere del sangue vivificante che proviene dai Sacramenti; quando siamo aperti a condividere ogni cosa con ogni persona. Come ci ricorda san Giovanni Crisostomo, il sacramento del « nostro prossimo » non può essere isolato dal sacramento « dell’altare ». Purtroppo, abbiamo ignorato la vocazione a condividere e il dovere che ne consegue. L’ingiustizia sociale e l’ineguaglianza, la povertà globale e la guerra, l’inquinamento e il degrado ecologico derivano dalla nostra incapacità o non volontà di condividere. Se affermiamo di possedere il Sacramento dell’altare, non possiamo soprassedere o dimenticare il sacramento del prossimo, condizione fondamentale per realizzare la Parola di Dio nel mondo, entro la vita e la missione della Chiesa.

Carissimi Fratelli in Cristo,

abbiamo esplorato l’insegnamento patristico dei sensi spirituali, percependo la potenza dell’ascoltare e del pronunciare la Parola di Dio nella Scrittura, del vedere la Parola di Dio nelle icone e nella natura, come pure del toccare e condividere la Parola di Dio nei Santi e nei Sacramenti. Orbene, per rimanere fedeli alla vita e alla missione della Chiesa, dobbiamo essere personalmente cambiati da questa Parola. La Chiesa deve apparire quale madre, sostenuta e nutrita attraverso il cibo che essa mangia. Tutto ciò che non è cibo e non nutre chiunque altro, non può sostenere neppure noi. Quando il mondo non condivide la gioia della Risurrezione di Cristo, ciò diventa un atto d’accusa nei confronti della nostra stessa integrità e del nostro impegno verso la vivente Parola di Dio. Prima della celebrazione di ogni Divina Liturgia, i cristiani ortodossi pregano che tale Parola sia « spezzata e consumata, distribuita e condivisa » in comunione. E noi « sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i nostri fratelli » e sorelle (1 Giovanni, 3, 14).

La sfida che sta di fronte a noi è il discernimento della Parola di Dio nei confronti del male, la trasfigurazione di ogni più piccolo dettaglio e frammento di questo mondo alla luce della Risurrezione. La vittoria è già presente nelle profondità della Chiesa, ogni volta che sperimentiamo la grazia della riconciliazione e della comunione. Mentre combattiamo la nostra battaglia in noi stessi e nel mondo per riconoscere la potenza della Croce, cominciamo ad apprezzare come ogni atto di giustizia, ogni sprazzo di bellezza, ogni parola di verità possano gradualmente raschiar via la crosta del male. Tuttavia, al di là dei nostri fragili sforzi, abbiamo la rassicurazione dello Spirito, che « ci sostiene nelle nostre debolezze » (Romani 8, 26) ed è al nostro fianco come avvocato e « consolatore » (Giovanni 14, 6), penetrando tutte le cose e « trasformandoci come dice san Simeone il Nuovo Teologo in ogni cosa che la Parola di Dio afferma circa il Regno di Dio: perla, chicco di senape, lievito, acqua, fuoco, pane, vita e mistica camera delle nozze ». Tale è la potenza e la grazia dello Spirito Santo che noi invochiamo, mentre concludiamo il nostro intervento, estendendo a Vostra Santità la nostra gratitudine e a ciascuno di voi qui presenti la nostra benedizione:

Re del cielo, Consolatore, Spirito di verità,
Presente ovunque per riempire ogni cosa;
Tesoro di bontà
e datore di vita:
Vieni e dimora in noi.

Purificaci da ogni impurità;
Salva le nostre anime.

Poiché tu sei buono ed ami l’umanità.

Amen.

Publié dans:Ortodossia, Sinodo dei Vescovi 2008 |on 22 octobre, 2008 |Pas de commentaires »

dal Sinodo: La liturgia per S. Paolo: mettersi al servizio del progetto di Dio

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-15744?l=italian

La liturgia per S. Paolo: mettersi al servizio del progetto di Dio

Afferma padre Carlos Gustavo Haas

di Alexandre Ribeiro

SAN PAOLO, lunedì, 13 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Per San Paolo, la liturgia che è realmente gradita a Dio è porci interamente al servizio del progetto divino, vissuto da Gesù, il Figlio di Dio, ha spiegato il responsabile per la liturgia della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB).

In una conferenza durante la Settimana Teologica dell’Istituto di Teologia e Filosofia Santa Teresina della Diocesi di São José dos Campos (Brasile), due settimane fa, padre Carlos Gustavo Haas ha parlato dell’influenza della teologia paolina nella liturgia.

All’inizio del suo intervento, il sacerdote ha ricordato l’epistemologia del termine liturgia, derivante dal greco leitourgía, che può essere inteso come servizio pubblico, citando poi la definizione della costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium, che afferma che la liturgia è considerata l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo.

Paolo usa la parola ‘liturgia’ per parlare di prestazione di servizio. Per questo, per lui, la parola liturgia implica impegno sociale, impegno con la vita, con la carità. In Gesù Cristo, ciò che vale è la fede che agisce per amore, ha spiegato il sacerdote.

Paolo afferma che Dio gli ha dato la grazia di essere liturgo o ministro di Gesù Cristo presso i pagani, prestando un servizio sacerdotale al Vangelo di Dio.Secondo padre Haas, oltre alle considerazioni sul significato della liturgia come servizio, San Paolo apporta un grande contributo a ciò che si intende per culto spirituale.

In Romani 12, egli afferma: Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale.

“Per Paolo, la liturgia che è realmente gradita a Dio è porci interamente al servizio del progetto divino, vissuto da Gesù, il Figlio di Dio, sottolinea.

E’ molto facile vivere una liturgia del tempio, una liturgia della Chiesa solo come tempio. Ma è molto difficile fare della nostra vita un’ostia viva, santa, gradita a Dio, ha ammesso.

Il responsabile della CNBB ha spiegato che il termine culto ha una radice latina che significa coltivare. Cosa significa dare culto a Dio?, ha chiesto. Significa coltivare quotidianamente, nella celebrazione e nella vita, ciò che Dio è Il culto spirituale come impegno, su esempio di Gesù”.

“Molte Messe, battesimi e matrimoni sono stati e ancora sono opportunità più per giustificare gli schemi di questo mondo che per coltivare la volontà di Dio.

A volte si coltiva ciò che vogliamo, ciò che desideriamo, ciò che pensiamo, e non coltiviamo, non prestiamo il culto a Dio. Anziché servire Dio, ci serviamo di Dio. E’ questo l’avvertimento che San Paolo ci può lasciare, ha osservato.

Per padre Haas, la liturgia deve portarci a fare proprio ciò che Paolo ha detto in Galati 4: far sì che Cristo si formi in noi, in me, in te, in noi.

L’Anno Liturgico è questo, un modo fantastico perché la gente coltivi i sentimenti di Gesù Cristo che vengono celebrati durante questo periodo.

“La Chiesa non ha un calendario liturgico, ha l’Anno Liturgico, che è un itinerario che la gente segue domenica dopo domenica, settimana dopo settimana coltivando quella Parola, e questa penetra, trasforma la vita della gente.

Non è devozione; è coltivare, perché possiamo diventare ostie vive, sante, gradite a Dio; questo è la liturgia, non è ritualismo. C’è bisogno di rito, di una ritualità, ma non di ritualismo. Non è devozione, è celebrazione, ha sottolineato.

Nel contesto del Sinodo sulla Parola di Dio, padre Haas ha affermato che è necessario ascoltare la Parola con il cuore.

Per questo, sostiene, abbiamo bisogno di silenzio. Non solo il silenzio della bocca, ma il silenzio degli occhi, delle orecchie, del cuore, del nostro corpo. Viviamo in un mondo molto rumoroso. Abbiamo Messe così rumorose….

Questa esperienza umana di accogliere, ascoltare, comprendere, obbedire alla Parola è fondamentale per tutti noi.

Padre Haas ha quindi sottolineato che la Parola non è un semplice messaggio. Ho sentito tante persone dire: ‘il messaggio del Vangelo di oggi…’. La Parola non è un messaggio, è la verità, è la vita, è Cristo. La Parola è un avvenimento.

[Traduzione dal portoghese di Roberta Sciamplicotti]

Publié dans:liturgia, Sinodo dei Vescovi 2008 |on 14 octobre, 2008 |Pas de commentaires »

Proposta un’Enciclica sull’interpretazione della Bibbia

dal sito:

http://www.zenit.org/article-15658?l=italian

Proposta un’Enciclica sull’interpretazione della Bibbia

Ad avanzarla è stato il relatore generale, il Cardinale Marc Ouellet

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- A pochi minuti dal suo inizio, questo lunedì mattina, il Sinodo ha subito lanciato una proposta importante: la richiesta al Papa di scrivere un’Enciclica sull’interpretazione della Sacra Scrittura.

E’ questa l’idea presentata dal Cardinale Marc Ouellet, P.S.S., Arcivescovo di Québec (Canada), nella relazione iniziale dell’assemblea generale, dopo aver constatato che in molte occasioni le Facoltà teologiche e bibliste divergono dalla visione che offre della Bibbia il Magistero del Papa e dei Vescovi.

In questo modo, ha constatato, si assiste a « un’eccessiva frammentazione delle interpretazioni« .

« La relazione interna dell’esegesi con la fede non è più unanime e le tensioni tra esegeti, pastori e teologi aumentano« .

« Sicuramente l’esegesi storico-critica si contempla sempre di più con altri metodi, alcuni dei quali si riconciliano con la tradizione e la storia dell’esegesi. In via generale, tuttavia, dopo molti decenni di concentrazione nelle mediazioni umane della Scrittura non bisognerebbe ritrovare la profondità divina del testo ispirato senza perdere le valide acquisizioni delle nuove metodologie?« , ha chiesto.

La proposta del Cardinale è stata quella di non vedere l’interpretazione della Bibbia come qualcosa di meramente accademico, perché la Parola di Dio penetra in tutte le dimensioni della persona.Allo stesso tempo, secondo quanto ha spiegato egli stesso ai giornalisti nella Sala Stampa del Vaticano dopo aver esposto la sua proposta,

è necessario creare una relazione tra esegeti e teologi con i Vescovi che superi le tensioni per arrivare alla comunione, rispettando chiaramente le attribuzioni proprie di ciascuno.

Un esempio di questa comunione, che rispetta i vari ambiti ma non perde di vista la base della Parola, l’Amore, è nell’impulso che sta dando l’Opera di Maria, ovvero il Movimento dei Focolari, fondato dalla defunta Chiara Lubich.

« Sarebbe opportuno che il Sinodo si interrogasse sulla pertinenza di un’eventuale Enciclica sull’interpretazione della Scrittura nella Chiesa« , ha affermato il Cardinale Ouellet.

Dopo essere uscito dall’aula, ha spiegato ai giornalisti che già esiste un documento della Commissione Biblica Internazionale sull’interpretazione delle Scritture, ma ovviamente un documento papale avrebbe un’autorità e un impatto molto maggiori.

In queste settimane di lavoro si vedrà se i Padri sinodali si uniranno a questa proposta del relatore generale.

Publié dans:biblica, Sinodo dei Vescovi 2008, ZENITH |on 7 octobre, 2008 |Pas de commentaires »

Il Rabbino di Haifa: un segno di speranza la mia presenza al Sinodo

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-15662?l=italian

Il Rabbino di Haifa: un segno di speranza la mia presenza al Sinodo

Per la prima volta un rappresentante ebraico è presente all’assemblea

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 7 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il Gran Rabbino di Haifa (Israele) ha confessato che il suo intervento, questo lunedì pomeriggio, al Sinodo dei Vescovi rappresenta un segno di speranza per la crescita delle buone relazioni tra cattolici ed ebrei.

Shear Yashuv Cohen è entrato insieme a Benedetto XVI nell’aula sinodale e ha partecipato seduto tra i Vescovi a tutta la sessione pomeridiana. Poi, dalla cattedra centrale, accanto al Papa, ha pronunciato le prime parole rivolte da un rappresentante ebraico al Sinodo dei Vescovi.

« Esiste una lunga, dura e dolorosa storia di relazioni tra il nostro popolo e la nostra fede e i leader e seguaci della Chiesa cattolica, una storia di sangue e lacrime« , ha affermato.

Il Rabbino è Copresidente della Commissione Bilaterale del Gran Rabbinato di Israele e della Santa Sede.

« Sono profondamente convinto che la mia presenza tra voi sia estremamente significativa – ha aggiunto – . Porta con sé un segno di speranza e un messaggio d’amore, convivenza e pace per la nostra generazione e per le generazioni future« .Secondo quando ha spiegato l’Arcivescovo Nikola Eterović, Segretario generale del Sinodo dei Vescovi, la commissione organizzatrice ha ritenuto « logico«  invitare all’assemblea sulla Parola di Dio un rappresentante del popolo ebraico. Benedetto XVI ha poi approvato questa decisione.

Quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, del resto, il Cardinale Joseph Ratzinger incontrava spesso rappresentanti ebraici.

Nel suo intervento al Sinodo il Rabbino, nato nel 1927 e figlio di David Cohen, un famoso Rabbino di Gerusalemme, ha illustrato ai Vescovi il ruolo centrale che la Bibbia ha nella vita e in particolare nella preghiera e nel culto degli ebrei.

Il Rabbino, che ha rivelato di essere stato introdotto dai suoi amici della Comunità di Sant’Egidio allo spirito di dialogo promosso da Giovanni Paolo II con l’incontro di Assisi del 1986, ha presentato alcuni momenti tipici del culto nella sinagoga.

« Preghiamo Dio utilizzando le sue stesse parole, come ci vengono riportate dalle Scritture« , ha affermato. « Allo stesso modo, lo lodiamo usando le sue stesse parole tratte dalla Bibbia« .

« Imploriamo la sua misericordia, ricordando che Egli l’ha promessa ai nostri antenati e a noi. Tutto il nostro servizio si basa su un’antica regola, come ci hanno riferito i nostri Rabbini e maestri: ‘Dategli ciò che è suo, perché voi e ciò che è vostro siete suoi’« .

« Crediamo che la preghiera sia il linguaggio dell’anima nella sua comunione con Dio. Crediamo sinceramente che la nostra anima sia sua, che Egli ce l’abbia donata« .

I Rabbini, quando parlano nei loro sermoni di temi come la santità della vita, la lotta al secolarismo, la promozione dei valori della fraternità, l’amore e la pace, cercano « sempre di basare le proprie parole su citazioni bibliche« , ha osservato.

« Il nostro punto di partenza si ritrova nei tesori della nostra tradizione religiosa, anche se parliamo a un mondo moderno con un linguaggio contemporaneo e affrontiamo questioni attuali« .

« E’ sorprendente constatare come le Sacre Scritture non perdano mai la loro vitalità e importanza per presentare questioni della nostra epoca ha concluso il Rabbino . E’ questo il miracolo della perpetua Parola di Dio« .

Publié dans:ebraismo, Sinodo dei Vescovi 2008 |on 7 octobre, 2008 |Pas de commentaires »

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