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PAOLO VI – AI GIOVANI IN APERTURA DELLA «SETTIMANA SANTA» (1975)

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PAOLO VI – AI GIOVANI IN APERTURA DELLA «SETTIMANA SANTA» (1975)

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

«Dominica Palmarum», 23 marzo 1975

A voi giovani, invitati a questo rito, tanto significativo, il nostro saluto particolare! A tutti i Fedeli, che con voi vi partecipano, esprimiamo la nostra spirituale e cordiale accoglienza. È un momento importante questo, non solo nel disegno celebrativo della Settimana Santa, che oggi iniziamo, ma altresì nella ripercussione ideale e religiosa, che esso deve assumere nei vostri, nei nostri animi, per la decisione del giorno d’oggi. Ancora una volta noi commemoriamo, noi riviviamo il mistero pasquale. Il grande dramma, tragico e trionfante, della passione, della morte e quindi della vittoriosa risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, si riflette nel mondo, nella storia, e proprio in questo Anno, che chiamiamo santo, per le ragioni speciali da noi enunciate, che vi rendono presente Colui che costituisce il centro del tempo (Cfr. Gal. 4, 4): come il sole lontano, egli è qui, con la sua luce, con la sua azione, con la sua perenne assistenza (Cfr. Matth. 28, 20).
Ascoltateci adesso, voi Giovani specialmente. Si tratta, innanzitutto di avere coscienza, primo, di quello che voi siete, della vostra identità, come oggi si dice. Voi siete qui proprio come giovani, perché giovani. Siete qui come tipici rappresentanti del nostro tempo, come protagonisti della vostra generazione; non tanto come spettatori, invitati e assistenti passivi, ma come attori e fattori del fenomeno caratteristico della vostra gioventù, il fenomeno della novità. Secondo: persuasi della ragione, che giustifica la vostra presenza a questa liturgia rievocatrice, cioè della vostra gioventù, voi assumete un aspetto rappresentativo della vostra generazione; voi rappresentate, nelle vostre persone, la categoria umana a cui appartenete; rappresentate la gioventù del nostro tempo, qualunque ne sia la patria, la classe, la formazione d’origine. Siete qui, perché siete giovani; e come tali noi vi abbiamo invitati, perché vogliamo vedere in voi la età giovanile, nelle sue tipiche espressioni, prescindendo dalle distinzioni differenziali che pure esistono fra di voi e fra le file dei vostri coetanei, di cui tuttavia questa cerimonia affida a voi la funzione qualificante.
Perché noi vi abbiamo qua invitati? Per due motivi: uno riguarda il rito religioso, il quale vuole riprodurre in modo simbolico e sacro la scena evangelica, che voi conoscete, quella cioè dell’ingresso, modesto nella forma, ma clamoroso nelle intenzioni (Cfr. Luc. 19, 40), di Gesù in Gerusalemme, ch’era in quei giorni gremita di popolo per la Pasqua imminente, affinché Egli, Gesù, fosse finalmente e pubblicamente riconosciuto ed acclamato come il Cristo, come il Messia, come il prodigioso Salvatore, atteso da secoli, inviato da Dio, e finalmente arrivato e presente. Momento storico, momento solenne, momento misterioso, di cui, fra tutti, i ragazzi ed i giovani di quella folla, delirante di gioia, meglio intuirono il significato rinnovatore e festivo; e non sapendo come dare all’improvvisata manifestazione lo splendore che meritava, essi principalmente proruppero in acclamazioni bibliche e popolari: «Hosanna, benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele» (Io. 12, 13); e strappati dei rami dalle palme e dagli olivi del luogo, era quello il monte Oliveto, si dettero ad agitarli festosamente, gridando: «Pace in cielo e gloria nell’alto» (Luc. 19, 38).
Ecco; ripensate bene la scena evangelica. I fanciulli, i giovani, riconoscono il Cristo e pur nell’ambiente infido ed ostile dei Farisei e degli scribi della Gerusalemme giudaica di quel tempo (Cfr. Io. 12, 19), essi lo acclamano, essi lo glorificano. Così ora, con questo rito. Secondo motivo. Giovani, voi lo intuite. Noi vorremmo che la fede e la gioia della gioventù, che inneggiò a Gesù Signore, riconosciuto per il vero Cristo, centro della storia e della speranza di quel Popolo, fossero oggi e fossero per sempre le vostre: fede e gioia. Perché ciò sia, noi abbiamo dapprima in silenzio, personalmente pregato; poi vi abbiamo invitato. Ce ne rendiamo conto: il nostro invito è provocante! come un invito d’amore! L’invito a questa festiva cerimonia vuole entrare nei vostri cuori, con una incalzante domanda: Giovani del nostro tempo, volete riconoscere che Gesù è il Salvatore? È il Maestro? È il Pastore, è la guida, è l’amico della nostra vita?
È Lui, e solo Lui, che conosce in profondità il nostro essere, il nostro destino (Io. 2, 25); è Lui, Lui solo che può estrarre dalla nostra oscura coscienza la nostra vera personalità (Cfr. Io. 3, 7; 4, 29; etc.); Lui, Lui solo, che autorizza con efficacia beatificante, ad aprire il dialogo trascendente col mistero religioso ed a rivolgere al Dio infinito e inaccessibile il confidente discorso di figli ad un dolcissimo e verissimo «Padre nostro», che stai nei cieli; Lui, Lui solo, diciamo, che sa tradurre il nostro rapporto religioso in rapporto sociale autentico, cioè a fare dell’amore a Dio il fondamento incomparabile e fecondo dell’amore al nostro prossimo, cioè agli uomini; e ciò tanto più, quanto più questo nostro interesse per il bene altrui è gratuito e universale, e quanto più gli uomini, ormai in Cristo qualificati fratelli, sono nel bisogno, nella sofferenza, e perfino nell’ostilità. Cioè il nostro invito a questa caratteristica cerimonia, nel cuore dell’Anno Santo, si risolve in una domanda decisiva: volete anche voi, Giovani di questo critico momento storico e spirituale, come quelli del giorno delle Palme a Gerusalemme, riconoscere Gesù come il Messia, come il Cristo Signore, centro e cardine della vostra vita? Lo volete davvero porre al vertice della vostra fede e della vostra gioia?
Si tratta di uscire da quello stato di dubbio, d’incertezza, di ambiguità, in cui si trova e si agita spesso tanta parte della gioventù contemporanea. Si tratta di superare la fase di crisi spirituale, caratteristica dell’adolescenza che passa alla giovinezza, e poi dalla giovinezza alla maturità; crisi di idee, crisi di fede, crisi di orientamento morale, crisi di sicurezza circa il significato e il valore della vita. Quanti giovani crescono con gli occhi chiusi, o miopi almeno, circa la direzione spirituale e sociale del loro cammino verso il futuro; la freschezza delle forze giovanili e gli stimoli degli istinti vitali imprimono, sì, una energia al loro libero movimento, una vivacità ai loro comportamenti; ma sanno essi dove vanno, dove valga la pena di impegnare la propria esistenza? L’inquietudine giovanile non supplisce spesso la mancanza di uno stile elegante ed energico d’una vita illuminata da coscienti e superiori ideali? E non scopriamo noi spesso in fondo all’anima giovanile oggi una strana tristezza, che accusa un suo vuoto interiore? E che cosa significa l’incantesimo di qualche barlume spirituale in tanti giovani insoddisfatti e quasi delusi di tutto quanto il mondo moderno loro apre davanti? Un richiamo alla coscienza interiore, alla preghiera, alla fede?
Non prolunghiamo ora questa diagnosi, e accogliamo la conclusione che quest’ora benedetta ci suggerisce. La conclusione è Cristo delle Palme. Un Cristo riscoperto. Un Cristo acclamato. Un Cristo umilmente e fermamente creduto, non nella perpetua e pigra penombra del dubbio, ma nella limpida luce della dottrina, che la Chiesa maestra di verità ci propone. Un Cristo incontrato nell’adesione esultante alla sua parola e alla sua misteriosa presenza ecclesiale e sacramentale. Un Cristo vissuto nella fedeltà semplice e lineare al suo vangelo, sì esigente fino al sacrificio, ma solo fonte di inesausta speranza e di vera beatitudine. Un Cristo, velato e trasparente in ogni volto umano del collega, del fratello bisognoso di giustizia, di aiuto, di amicizia e di amore. Un Cristo vivo. Il «sì» della nostra scelta; il «sì» della nostra esistenza. Giovani, sappiate così comprendere l’ora vostra. Il mondo contemporaneo vi apre nuovi sentieri, e vi chiama portatori di fede e di gioia. Portatori delle palme, che oggi avete nelle mani, simbolo d’una primavera nuova, di grazia, di bellezza, di poesia, di bontà e di pace. Non indarno, non indarno: è Cristo per voi; è Cristo con voi! Oggi e domani; Cristo per sempre.

 

Publié dans:Papa Paolo VI, SETTIMANA SANTA |on 26 mars, 2018 |Pas de commentaires »

TRE MEDITAZIONI SUL SABATO SANTO DI JOSEPH RATZINGER

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TRE MEDITAZIONI SUL SABATO SANTO DI JOSEPH RATZINGER

L’ANGOSCIA DI UNA ASSENZA. MEDITAZIONI SUL SABATO SANTO

In queste pagine, miniature tratte dall’evangeliario dell’inizio del XIII secolo conservato nell’abbazia benedettina di Groß Sankt Martin a Colonia: la deposizione.
In queste pagine, miniature tratte dall’evangeliario dell’inizio del XIII secolo conservato nell’abbazia benedettina di Groß Sankt Martin a Colonia: la deposizione.

PRIMA MEDITAZIONE
Con sempre maggior insistenza si sente parlare nel nostro tempo della morte di Dio. Per la prima volta, in Jean Paul, si tratta solo di un sogno da incubo: Gesù morto annuncia ai morti, dal tetto del mondo, che nel suo viaggio nell’aldilà non ha trovato nulla, né cielo, né Dio misericordioso, ma solo il nulla infinito, il silenzio del vuoto spalancato. Si tratta ancora di un sogno orribile che viene messo da parte, gemendo nel risveglio, come un sogno appunto, anche se non si riuscirà mai a cancellare l’angoscia subita, che stava sempre in agguato, cupa, nel fondo dell’anima. Un secolo dopo, in Nietzsche, è una serietà mortale che si esprime in un grido stridulo di terrore: «Dio è morto! Dio rimane morto! E noi lo abbiamo ucciso!». Cinquant’anni dopo, se ne parla con distacco accademico e ci si prepara a una “teologia dopo la morte di Dio”, ci si guarda intorno per vedere come poter continuare e si incoraggiano gli uomini a prepararsi a prendere il posto di Dio. Il mistero terribile del Sabato santo, il suo abisso di silenzio, ha acquistato quindi nel nostro tempo una realtà schiacciante. Giacché questo è il Sabato santo: giorno del nascondimento di Dio, giorno di quel paradosso inaudito che noi esprimiamo nel Credo con le parole «disceso agli inferi», disceso dentro il mistero della morte. Il Venerdì santo potevamo ancora guardare il trafitto. Il Sabato santo è vuoto, la pesante pietra del sepolcro nuovo copre il defunto, tutto è passato, la fede sembra essere definitivamente smascherata come fanatismo. Nessun Dio ha salvato questo Gesù che si atteggiava a Figlio suo. Si può essere tranquilli: i prudenti che prima avevano un po’ titubato nel loro intimo se forse potesse essere diverso, hanno avuto invece ragione.
Sabato santo: giorno della sepoltura di Dio; non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo a essere un grande Sabato santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano pieni di vergogna e angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro?
Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui.
C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare. Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita? La Chiesa, la fe­de, non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo. Amen.

La crocifissione
SECONDA MEDITAZIONE
Il nascondimento di Dio in questo mondo costituisce il vero mistero del Sabato santo, mistero accennato già nelle parole enigmatiche secondo cui Gesù è «disceso all’inferno». Nello stesso tempo l’esperienza del nostro tempo ci ha offerto un approccio completamente nuovo al Sabato santo, giacché il nascondimento di Dio nel mondo che gli appartiene e che dovrebbe con mille lingue annunciare il suo nome, l’esperienza dell’impotenza di Dio che è tuttavia l’onnipotente – questa è l’esperienza e la miseria del nostro tempo.
Ma anche se il Sabato santo in tal modo ci si è avvicinato profondamente, anche se noi comprendiamo il Dio del Sabato santo più della manifestazione potente di Dio in mezzo ai tuoni e ai lampi, di cui parla il Vecchio Testamento, rimane tuttavia insoluta la questione di sapere che cosa si intende veramente quando si dice in maniera misteriosa che Gesù «è disceso all’inferno». Diciamolo con tutta chiarezza: nessuno è in grado di spiegarlo veramente. Né diventa più chiaro dicendo che qui inferno è una cattiva traduzione della parola ebraica shêol, che sta a indicare semplicemente tutto il regno dei morti, e quindi la formula vorrebbe originariamente dire soltanto che Gesù è disceso nella profondità della morte, è realmente morto e ha partecipato all’abisso del nostro destino di morte. Infatti sorge allora la domanda: che cos’è realmente la morte e che cosa accade effettivamente quando si scende nella profondità della morte? Dobbiamo qui porre attenzione al fatto che la morte non è più la stessa cosa dopo che Cristo l’ha subita, dopo che egli l’ha accettata e penetrata, così come la vita, l’essere umano, non sono più la stessa cosa dopo che in Cristo la natura umana poté ve­nire a contatto, e di fatto venne, con l’essere proprio di Dio. Prima la morte era soltanto morte, separazione dal paese dei viventi e, anche se con diversa profondità, qualcosa come “inferno”, lato notturno dell’esistere, buio impenetrabile. Adesso però la morte è anche vita e quando noi oltrepassiamo la glaciale solitudine della soglia della morte, ci incontriamo sempre nuovamente con colui che è la vita, che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima e che, nella solitudine mortale della sua angoscia nell’orto degli ulivi e del suo grido sulla croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», è divenuto partecipe delle nostre solitudini. Se un bambino si dovesse avventurare da solo nella notte buia attraverso un bosco, avrebbe paura anche se gli si dimostrasse centinaia di volte che non c’è alcun pericolo. Egli non ha paura di qualcosa di determinato, a cui si può dare un nome, ma nel buio sperimenta l’insicurezza, la condizione di orfano, il carattere sinistro dell’esistenza in sé. Solo una voce umana potrebbe consolarlo; solo la mano di una persona cara potrebbe cacciare via come un brutto sogno l’angoscia. C’è un’angoscia – quella vera, annidata nella profondità delle nostre solitudini – che non può essere superata mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama. Quest’angoscia infatti non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è solo l’espressione terribile della nostra solitudine ultima. Chi non ha sentito la sensazione spaventosa di questa condizione di abbandono? Chi non avvertirebbe il miracolo santo e consolatore suscitato in questi frangenti da una parola di affetto? Laddove però si ha una solitudine tale che non può essere più raggiunta dalla parola trasformatrice dell’amore, allora noi parliamo di inferno. E noi sappiamo che non pochi uomini del nostro tempo, apparentemente così ottimistico, sono dell’avviso che ogni incontro rimane in superficie, che nessun uomo ha accesso all’ultima e vera profondità dell’altro e che quindi nel fondo ultimo di ogni esistenza giace la disperazione, anzi l’inferno. Jean-Paul Sartre ha espresso questo poeticamente in un suo dramma e nello stesso tempo ha esposto il nucleo della sua dottrina sull’uomo. Una cosa è certa: c’è una notte nel cui buio abbandono non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l’angoscia di questo mondo è in ultima analisi l’angoscia provocata da questa solitudine. Per questo motivo nel Vecchio Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l’inferno: shêol. La morte infatti è solitudine assoluta. Ma quella solitudine che non può essere più illuminata dall’amore, che è talmente profonda che l’amore non può più accedere a essa, è l’inferno.
«Disceso all’inferno»: questa confessione del Sabato santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e insuperabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L’inferno è stato vinto dal momento in cui l’amore è anche entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da lui. Nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma nell’autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell’amore, allora nella morte penetra la vita: ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata – prega la Chiesa nella liturgia funebre.
Nessuno può misurare in ultima analisi la portata di queste parole: «disceso all’inferno». Ma se una volta ci è dato di avvicinarci all’ora della nostra solitudine ultima, ci sarà permesso di comprendere qualcosa della grande chiarezza di questo mistero buio. Nella certa speranza che in quell’ora di estrema solitudine non saremo soli, possiamo già adesso presagire qualcosa di quello che avverrà. E in mezzo alla nostra protesta contro il buio della morte di Dio cominciamo a diventare grati per la luce che viene a noi proprio da questo buio.

La sepoltura
TERZA MEDITAZIONE
Nel breviario romano la liturgia del triduo sacro è strutturata con una cura particolare; la Chiesa nella sua preghiera vuole per così dire trasferirci nella realtà della passione del Signore e, al di là delle parole, nel centro spirituale di ciò che è accaduto. Se si volesse tentare di contrassegnare in poche battute la liturgia orante del Sabato santo, allora bisognerebbe soprattutto parlare dell’effetto di pace profonda che traspira da essa. Cristo è penetrato nel nascondimento (Verborgenheit), ma nello stesso tempo, proprio nel cuore del buio impenetrabile, egli è penetrato nella sicurezza (Geborgenheit), anzi egli è diventato la sicurezza ultima. Ormai è diventata vera la parola ardita del salmista: e anche se mi volessi nascondere nell’inferno, anche là sei tu. E quanto più si percorre questa liturgia, tanto più si scorgono brillare in essa, come un’aurora del mattino, le prime luci della Pasqua. Se il Venerdì santo ci pone davanti agli occhi la figura sfigurata del trafitto, la liturgia del Sabato santo si rifà piuttosto all’immagine della croce cara alla Chiesa antica: alla croce circondata da raggi luminosi, segno, allo stesso modo, della morte e della risurrezione.
Il Sabato santo ci rimanda così a un aspetto della pietà cristiana che forse è stato smarrito nel corso dei tempi. Quando noi nella preghiera guardiamo alla croce, vediamo spesso in essa soltanto un segno della passione storica del Signore sul Golgota. L’origine della devozione alla croce è però diversa: i cristiani pregavano rivolti a Oriente per esprimere la loro speranza che Cristo, il sole vero, sarebbe sorto sulla storia, per esprimere quindi la loro fede nel ritorno del Signore. La croce è in un primo tempo legata strettamente con questo orientamento della preghiera, essa viene rappresentata per così dire come un’insegna che il re inalbererà nella sua venuta; nell’immagine della croce la punta avanzata del corteo è già arrivata in mezzo a coloro che pregano. Per il cristianesimo antico la croce è quindi soprattutto segno della speranza. Essa non implica tanto un riferimento al Signore passato, quanto al Signore che sta per venire. Certo era impossibile sottrarsi alla necessità intrinseca che, con il passare del tempo, lo sguardo si rivolgesse anche all’evento accaduto: contro ogni fuga nello spirituale, contro ogni misconoscimento dell’incarnazione di Dio, occorreva che fosse difesa la prodigalità inimmaginabile dell’amore di Dio che, per amore della misera creatura umana, è diventato egli stesso un uomo, e quale uomo! Occorreva difendere la santa stoltezza dell’amore di Dio che non ha scelto di pronunciare una parola di potenza, ma di percorrere la via dell’impotenza per mettere alla gogna il nostro sogno di potenza e vincerlo dall’interno.
Ma così non abbiamo dimenticato un po’ troppo la connessione tra croce e speranza, l’unità tra l’Oriente e la direzione della croce, tra passato e futuro esistente nel cristianesimo? Lo spirito della speranza che alita sulle preghiere del Sabato santo dovrebbe nuovamente penetrare tutto il nostro essere cristiani. Il cristianesimo non è soltanto una religione del passato, ma, in misura non minore, del futuro; la sua fede è nello stesso tempo speranza, giacché Cristo non è soltanto il morto e il risorto ma anche colui che sta per venire.
O Signore, illumina le nostre anime con questo mistero della speranza perché riconosciamo la luce che è irraggiata dalla tua croce, concedici che come cristiani procediamo protesi al futuro, incontro al giorno della tua venuta.
Amen.

La resurrezione
PREGHIERA
Signore Gesù Cristo, nell’oscurità della morte Tu hai fatto luce; nell’abisso della solitudine più profonda abita ormai per sempre la protezione potente del Tuo amore; in mezzo al Tuo nascondimento possiamo ormai cantare l’alleluia dei salvati. Concedici l’umile semplicità della fede, che non si lascia fuorviare quando Tu ci chiami nelle ore del buio, dell’abbandono, quando tutto sembra apparire problematico; concedici, in questo tempo nel quale attorno a Te si combatte una lotta mortale, luce sufficiente per non perderti; luce sufficiente perché noi possiamo darne a quanti ne hanno ancora più bisogno. Fai brillare il mistero della Tua gioia pasquale, come aurora del mattino, nei nostri giorni; concedici di poter essere veramente uomini pasquali in mezzo al Sabato santo della storia. Concedici che attraverso i giorni luminosi e oscuri di questo tempo possiamo sempre con animo lieto trovarci in cammino verso la Tua gloria futura.
Amen.

OMELIA DI S.E.R. CARD. ANGELO SCOLA, ARCIVESCOVO DI MILANO (2013, RITO AMBROSIANO)

http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2013/03/scola-caffarra-omelie-di-pasqua-2013.html

(L’Omelia è del Card. scola, quindi le letture sono quelle del rito Ambrosiano, Scola è stato il mio Rettore quando studiavo alla Lateranense)

Arcidiocesi di Milano

Domenica di Pasqua nella Risurrezione del Signore
At 1,1-8a; Sal 117; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18

Duomo di Milano, 31 marzo 2013

OMELIA DI S.E.R. CARD. ANGELO SCOLA, ARCIVESCOVO DI MILANO

1. Dalle tenebre del Venerdì Santo e dalla discesa agli inferi del Sabato Santo, la liturgia della Chiesa, attraverso la solenne Veglia pasquale, ci ha condotto a questo radioso mattino di Risurrezione del Signore.
Oggettivamente parlando la Pasqua è il giorno definitivo della storia dell’umanità. Un giorno segnato da un inaudito paradosso. La Chiesa, infatti, ci parla – lo ascolteremo nel Prefazio – di una morte beata: «Con una morte veramente beata vince per sempre la loro morte» (Prefazio). Come può la morte essere beata? Non siamo qui messi di fronte all’assurdo più radicale che la ragione non può sopportare se vuol continuare a dirsi tale? Può l’uomo di oggi, consapevole delle strabilianti scoperte della bioingegneria, delle neuroscienze, della microfisica dare credito ad un simile annuncio? Può reggere questo annuncio di fronte alla assillante richiesta di prove ben documentate propria della sensibilità dei nostri contemporanei? Disincantati fin da bambini di fronte a tutto ciò che non è empiricamente verificabile, possiamo ragionevolmente aderire e prendere parte alla gioia dell’Alleluia Pasquale?
Sì, se si mantiene alla ragione tutta la sua ampiezza. In questo caso, come molti scienziati credenti testimoniano, si scopre che mai la scienza rigorosa è nemica della fede autentica. Anche per l’uomo post-moderno, che giustamente si affida alle scienze e alle sofisticate tecnologie per scoprire come è fatta la realtà, la morte singolare di Cristo è veramente beata.
Cerchiamo di comprenderlo meglio.
La singolare morte di Cristo è beata anzitutto perché il Signore Gesù è il protagonista della Sua morte. Egli, in definitiva, non l’ha subìta, ma l’ha scelta, l’ha misteriosamente voluta, in obbedienza al Padre. E lo ha fatto proprio per poter riscattare, dal di dentro e dal profondo, la nostra comune morte, ogni morte umana. Sulla croce Cristo sale liberamente. Così sulla croce morte e libertà si identificano. Giustamente la Chiesa chiama Gesù Risorto «la nostra vittima pasquale». Donando totalmente se stesso per espiare i nostri peccati (vittima) Egli ci fa passare dalla morte alla vita (pasqua).
In secondo luogo il mistero della libertà di Cristo che si consegna alla morte per noi ha svelato definitivamente agli uomini la verità dell’amore, consentendo alla nostra libertà di attingere il suo più alto livello: l’essere per l’altro, per il suo bene.
Gesù che ama in questo modo può dire – ne ha il diritto – ad ogni uomo e ad ogni donna, qualunque sia la situazione in cui versa: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Vangelo, Gv 20,15).
Solo Gesù che ha fatto della morte fonte di beatitudine può asciugare le lacrime che, inevitabilmente, scolpiscono il volto degli uomini. Solo Lui può abbracciare l’uomo offrendosi come definitiva compagnia per la sua vita.

2. Domandiamoci allora, carissimi: qual è la strada per credere ed imparare a vivere, anche nel nostro tempo, di questa morte beata? Che prove ci dà il Risorto? San Luca, nella Lettura degli Atti, così si esprime, senza possibilità di equivoci: «Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove» (Lettura, At 1,3). L’Apostolo Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, identifica queste prove con la testimonianza dei primi: «Apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta (…) Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve a me» (Epistola, 1Cor 15,5-8).
Il modo di agire di Dio è sempre lo stesso: Egli non vuole sopraffare i Suoi figli risparmiando loro la strada del coinvolgimento personale, il cammino della libertà, la via dell’amore. L’Epistola ci dice che il Risorto appare e parla a precisi testimoni. La prova ultima della Sua attuale presenza tra noi sono questi testimoni. Il Signore ha voluto aver bisogno degli uomini affinché il Suo Spirito potesse garantire il suo essere contemporaneo a tutti i tempi e luoghi.
Per incontrare Gesù Risorto non c’è altra strada che la testimonianza: non ci sono scorciatoie che ci esimano dal fare spazio, per grazia e fede, al testimone. È questa la responsabilità fondamentale del cristiano intrisa di abbandono e di amore.

3. Partecipando alla certezza dei testimoni, non solo noi riconosciamo il Risorto, ma conosciamo pienamente noi stessi. Paolo lo dice nel versetto finale dell’Epistola che abbiamo ascoltato dopo essersi riferito al dono immeritato dell’apparizione del Risorto, a lui che è stato persecutore della Chiesa: «Per grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana» (Epistola, 1Cor 15,10). Nel conoscere Cristo Risorto, Paolo si ri-conosce.
La luce della Pasqua ci offre chiarezza sulla nostra identità: noi siamo, per la misericordia del Padre e solo per essa, figli redenti. Questa è la speranza che non muore: dinanzi al Crocifisso risorto veramente possiamo dire: Ave Crux, spes unica!

4. Dalla morte beata e dall’essere testimoni scaturisce un compito pieno di gioia nei confronti di ogni fratello uomo.
«Và dai miei fratelli» (Vangelo, Gv 20,17). Le parole del Risorto a Maria di Màgdala attraversano i duemila anni di storia che ci separano da quel santo mattino per raggiungere, come in una lunga catena anello dopo anello, ciascuno di noi, qui ed ora. «Va’ dai miei fratelli»: è impressionante rendersi conto, ancora una volta, che il Risorto chiama gli apostoli, e in essi tutti gli uomini, miei fratelli. Egli, infatti, ha abbattuto ogni muro di discordia e di separazione e, nella Pasqua, ha radunato, per il dono dello Spirito, un popolo di figli a gloria di Suo Padre. Non ci sono più bastioni da difendere, solo strade da percorrere incontro agli uomini.
Raggiunti dai testimoni del Risorto, siamo chiamati ad essere anche noi testimoni della Sua presenza nel mondo attraverso la nostra umanità cambiata. Questa è l’unica nostra ricchezza e l’orizzonte totale della nostra esistenza. Non a caso il Concilio Vaticano II insegna che «tutto ciò che di bene il popolo di Dio può offrire all’umana famiglia, nel tempo del suo pellegrinaggio terreno, scaturisce dal fatto che la Chiesa è “l’universale sacramento della salvezza” che svela e insieme realizza il mistero dell’amore di Dio verso l’uomo» (Gaudium et spes 45). Un popolo di uomini e donne redenti, tesi ad edificare un mondo dal volto umano perché sorretti dalla certezza dell’eternità, questa è la Chiesa per il mondo.

5. Domandiamo con insistenza a Gesù Risorto la grazia di essere Suoi testimoni in forza della Sua misericordia che «serba i nostri cuori da ogni mondana tristezza» (All’inizio dell’Assemblea liturgica) e fa fiorire per tutti la speranza. Amen.

 

1A DOMENICA: S. PASQUA – T. DI PASQUA 2015 – OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/7-Pasqua/1a-Domenica-S_Pasqua-B-2015/10-01a-Domenica-S_Pasqua-B-2015-UD.htm

1A DOMENICA: S. PASQUA – T. DI PASQUA 2015 – OMELIA

Per cominciare

Pasqua, festa delle feste, trionfo della fede. Domenica che dà senso a tutte le altre domeniche. Mistero che ci rivela profondamente chi è Gesù, la sua identità ultima e il nostro destino, l’irrompere di Dio nella Storia e nella nostra vita.

La Parola di Dio

Atti degli apostoli 10,34a.37-43. « Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui », dice Pietro a Cornelio, dando ragione della propria fede e di ciò che ha vissuto dopo la Pasqua del Signore. « Dio lo ha risuscitato al terzo giorno », racconta Pietro, « e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti ». È la fede degli apostoli che ora si manifesta così diversa e sicura, dopo l’abbandono e il tradimento.
Colossesi 3,1-4. « Cercate le cose di lassù », dice Paolo ai Colossesi, dal momento che siete anche voi risorti con Cristo. Datevi a una vita nuova per condividere la gloria di Gesù.
1 Corinzi 5,6b-8. Di fronte a un grave scandalo tra i cristiani di Corinto, Paolo interviene duramente perché un seme negativo non guasti quella comunità. Poi esorta tutti non solo a evitare il male, ma a diventare lievito di vita nuova, a essere con la propria vita testimoni del Signore Risorto.
Giovanni 20,1-9. È l’alba del primo giorno della settimana, e Maria di Magdala va a prendersi cura di un cadavere, ma trova la tomba vuota e va a dirlo agli apostoli. Corrono alla tomba Pietro e Giovanni, si rendono conto di tutto, riflettono su ciò che è successo e si accende in loro la fede. Maria rimane presso la tomba e incontrerà per prima il Risorto.

Oppure per l’anno B: Marco 16,1-7. Secondo Marco, sono tre le donne che vanno al sepolcro il mattino di Pasqua, vedono la tomba vuota, e un angelo annuncia loro la risurrezione di Gesù. L’angelo le manda ad annunciare la risurrezione agli apostoli, ma le donne, spaventate e tremanti per la paura, non dicono niente a nessuno.

Riflettere…
o « Sì, i cristiani possono dire ai loro fratelli che all’alba di un primo giorno della settimana, il 9 aprile dell’anno 783 dalla fondazione di Roma, che sarebbe diventato l’anno 30 della nostra era, alcuni discepoli di Gesù, innanzitutto delle donne, poi anche qualcuno dei dodici, hanno trovato vuota la tomba in cui era stato deposto Gesù di Nazaret, il loro rabbi condannato e crocifisso il venerdì precedente » (Enzo Bianchi). È quella tomba vuota che permette ai discepoli e alle donne di rileggere le parole dei profeti, e quelle dello stesso Gesù, per giungere alla fede nella risurrezione.
o Pasqua è prima di tutto la sorpresa di questa tomba vuota. Le donne il primo giorno della settimana vanno a completare quello che non è stato possibile fare dopo la deposizione dalla croce. Vanno per prendersi cura di un cadavere e vedono la pesante pietra ribaltata, la tomba vuota, angeli che parlano loro della risurrezione di Gesù e le invitano a farsi testimoni di lui presso gli apostoli.
o Il secondo elemento di forza della Pasqua di Gesù è la trasformazione degli apostoli. Essi, che nel momento della passione e morte si sono comportati da paurosi, da vigliacchi e traditori, sorpresi e delusi per l’umiliazione di Gesù, ora, anche se a fatica e ancora dubitando, si fanno progressivamente coraggiosi testimoni della risurrezione.
o Tutto cambia. Pietro, che non voleva lasciarsi lavare i piedi da Gesù, perché il messia non poteva abbassarsi a tanto, ed era rimasto scioccato dalla inattesa umiliazione della croce, ora eccolo sicuro di sé, testimone coraggioso, insieme agli altri apostoli. Non temono di affrontare il sinedrio e le autorità ebraiche, di essere imprigionati e maltrattati. Dicono di non poter tacere ciò che loro hanno visto con i loro occhi: affermano con decisione che Gesù è vivo ed è risorto, che è il Salvatore, il Figlio di Dio.

Attualizzare
* Se la bellezza del creato suscita stupore, e i miracoli di Gesù ci riempiono di ammirazione, il mistero pasquale ci riempie di meraviglia e di gioia. Tutta la liturgia pasquale è attraversata da questi sentimenti e ci fa rivivere il prodigio senza precedenti che è la risurrezione di Gesù. Dall’Exultet cantato in questa notte in tutte le chiese, all’alleluja che ritorna come un ritornello di fede gioiosa: Gesù è veramente risorto! È su questo fatto che si fonda tutta la fede di noi credenti. aLeggiamo nel salmo responsoriale: « La destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze… la pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo… ». È Gesù la pietra scartata dai costruttori e che Dio ha glorificato.
* Questa gioia e stupore la troviamo anche in Pietro, che annuncia nella casa del centurione Cornelio le meraviglie di Dio. Pietro ricostruisce la vita di Gesù, ricorda che si è conclusa drammaticamente: « Lo uccisero appendendolo a una croce! », ma Dio si è preso la rivincita sulla crudeltà e ottusità degli uomini: Dio lo ha risuscitato il terzo giorno…
* Pietro si sente il primo testimone di questo fatto prodigioso della risurrezione dell’Eterno Vivente, che compie all’infinito gesti di risurrezione per chi crede in lui: « Chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome ».
* La storia è piena di uomini di buona volontà e di profeti. Ma Gesù non è semplicemente un grande uomo, un taumaturgo, un uomo buono e misericordioso, un uomo di comunione. È il Figlio di Dio, il Signore della vita. Anche la sua morte in croce, con tutta la sua drammaticità, non farebbe di Gesù altro che un profeta straordinario e fedelissimo a Dio. È la risurrezione che toglie ogni dubbio alla sua figliolanza divina, è la sua risurrezione il sigillo che autentica pienamente da parte di Dio la sua missione.
* « Quale segno ci dai? », gli hanno chiesto. E Gesù ha risposto: « Distruggete questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni. E parlava del tempio del suo corpo ». « Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio ». Così Paolo ai Corinzi. Poco prima aveva detto: « Gesù apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto » (1Cor 15,5-15).
* Tutto il brano del vangelo appena proclamato è pervaso di stupore e di meraviglia. L’evangelista Matteo usa un genere letterario particolare per mettere maggiormente in evidenza la singolarità della autenticità storica della risurrezione. Le donne vanno visitare un cadavere, non si aspettano nulla. Vanno a piangere su una tomba, ma Gesù si presenta loro vivo: «  »Salute a voi! », dice. Ed esse si avvicinano, gli abbracciano i piedi e lo adorano. Gesù dice loro: « Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno » (Mt 28,9-10).
* Le donne adorano per prime e sono le prime annunciatrici del mistero, di questo evento fondamentale, quasi a sottolineare il ruolo che la donna può avere nella chiesa e soprattutto il primato dell’amore, perché è l’amore che le spinge a rimanere unite a Gesù anche dopo la sua morte.
* Gesù risorto diventa per noi principio di vita nuova. È in lui che siamo battezzati e otteniamo il perdono. È perché lui è risorto che dobbiamo elevare la nostra vita e vivere di fede: « Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, non quelle della terra », ci dice Paolo (seconda lettura). Anche noi, come gli apostoli, siamo chiamati a produrre frutti di novità, passare da una fede incerta a una fede che ci renda suoi testimoni.
* Dalla Pasqua infine un messaggio di gioia senza misura. Tutto è possibile, la gioia esiste, la vita trova un senso, il destino dell’uomo non è un tunnel senza uscita. Nonostante i quotidiani acciacchi che ci mandano in crisi, nonostante di interrogativi sul dolore e la sofferenza che ci fanno dubitare della bontà di Dio, noi siamo autorizzati a coltivare la gioia profonda che nasce da una vita che, nonostante tutto, non perde il suo senso, perché siamo oggetto di un grande amore e di un progetto più grande di noi che ci coinvolge.

« Devo proprio dirlo a mio marito! »
Il cardinale Biffi racconta ciò che gli è capitato dopo una sua lezione di teologia tenuta a Milano sulla risurrezione di Gesù. È stato così convincente, che una donna alla fine è andata a sincerarsi e a chiedere conferma: « Davvero Gesù si è presentato vivo dopo essere stato ucciso? ». E alla conferma del cardinale, la donna ha concluso: « Devo proprio dirlo a mio marito! ». La settimana seguente, la signora si è ripresentata dal cardinale e gli ha detto che cosa aveva risposto suo marito: « Avrai certamente capito male! ».

Umberto DE VANNA

UNA MATERNITÀ « PASQUALE »

http://www.stpauls.it/madre/1204md/celebrando.htm

UNA MATERNITÀ « PASQUALE »

«La pietà dei figli della Chiesa ha la certezza che Cristo risorto apparve, dapprima, a sua Madre».

Se il mistero dell’umana redenzione inizia pienamente nella Pasqua di risurrezione del Signore, Maria, la donna gloriosa degli inizi e aurora della salvezza, quale ruolo svolge in questo nuovo e definitivo evento? Quello della nuova Eva: Madre del nuovo Adamo nel suo natale e « socia generosa » del Redentore (cf LG 61) nel triduo santo, allorché accompagna e condivide il sacrificio del Figlio per «il riscatto dell’umana famiglia» (cf Prefazio, Collectio Missarum BVM 12). La nascita di Gesù capo a Betlemme guarda alla Pasqua, quando la maternità della Vergine si estende alle membra del corpo ecclesiale del Figlio e all’umanità intera; si manifesta pienamente nella Veglia pasquale e si prolunga nella Chiesa nascente riunita nel Cenacolo. Non senza fondamento omelie pasquali dei Padri parlano della Madre presente alla risurrezione del Figlio. Libri liturgici antichi riportano riferimenti mariani nella notte di Pasqua e nel Tempo pasquale. La Chiesa di Roma prevede la venerazione di lei nel triduo, nella Veglia pasquale e il giorno di Pasqua.

1. Madre del Cristo totale. Proprio a Pasqua si ha la manifestazione concreta della maternità divina della Vergine estesa alla totalità del corpo di Cristo. L’Angelo della risurrezione annuncia alle donne: «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso! » (Mc 16,6), ossia l’annunciato a Maria, il « nato santo » dalla Vergine (cf Lc 1,35). Ma ora l’annuncio pasquale comprende anche i discepoli, ricevuti da Maria come figli presso la croce e « rinati santi » nel battesimo la notte di Pasqua. Ma Gesù risorto è apparso alla Madre? La Madre ha visto il Figlio risorto? Presente al Calvario, ella è presente anche nella notte della risurrezione?
Il celebre biblista Marie-Joseph Lagrange (+1938), in sintonia con molti Padri della Chiesa e altrettanti studiosi contemporanei, osserva: «La pietà dei figli della Chiesa ha la certezza che Cristo risorto apparve prima alla sua santissima Madre… Maria appartiene a un ordine trascendente dove è associata come madre alla paternità divina su Gesù». San Luigi Maria di Montfort (+1716) spiega: «Ogni vero figlio della Chiesa deve avere Dio per padre e Maria per madre » (Segreto di Maria, 11), poiché «il capo e le membra nascono da una stessa Madre» (Trattato della vera devozione a Maria, 32). Ella a Pasqua è riconosciuta madre del Risorto e dei credenti, colei che accoglie il Figlio e i figli. Ma allora la maternità di Maria è duplice?
2. Madre presso la croce. Come la nuova nascita di Gesù è preludio della sua rinascita a Pasqua, così la maternità di Maria a Betlemme, a Pasqua tende all’universalità, al pari della paternità divina di Dio. Sì! La maternità di Maria è duplice e fondata su un duplice annuncio. Per Giovanni Paolo II la profezia di Simeone nella Presentazione al Tempio: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35), è il «secondo annuncio a Maria» (Redemptoris Mater = RM 16), preludio alla sua partecipazione materna alla croce redentiva. Leone XIII (+1903) specifica: «Maria ricevette un duplice annuncio della sua stessa maternità: dall’Angelo, nella casa di Nazaret, e da Gesù, figlio suo, sulla croce [...] Maria accettò ed eseguì di gran cuore le parti di quel singolare ufficio di madre».
Anche Benedetto XVI accentua la novità della maternità di Maria. Nell’enciclica Spe salvi la elogia: «Dalla croce ricevesti una nuova missione.Apartire dalla croce diventasti madre di tutti coloro che vogliono credere nel tuo figlio Gesù. [...] La gioia della risurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare famiglia di Gesù mediante la fede» (n. 50).
3. Maternità « pasquale ». Se l’incarnazione del Verbo è ordinata alla sua passione salvifica (cf Gv 12,27-28), anche la maternità divina di Maria è ordinata alla sua maternità pasquale. Iniziata a Nazaret, nell’ora dell’Eccomi del concepimento del Salvatore, la collaborazione della Vergine alla redenzione raggiunge il culmine a Gerusalemme, nell’ora della croce, quando ella, ricorda il Vaticano II, «soffrì profondamente con il suo Figlio unico e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente dallo stesso Gesù morente in croce fu data come madre al discepolo» (LG 58). Paolo VI puntualizza: la maternità di Maria a Pasqua «si dilatò assumendo sul Calvario dimensioni universali» (Marialis cultus = MC 37). Giovanni Paolo II aggiunge: «La sua maternità (è) iniziata a Nazaret ed (è stata) vissuta sommamente a Gerusalemme sotto la croce» (Tertio millennio adveniente, 54). Lo stesso Pontefice nella RM precisa: «Se già in precedenza la maternità di Maria nei riguardi degli uomini era stata delineata, ora (presso la croce) viene chiaramente precisata e stabilita: essa emerge dalla definitiva maturazione del mistero pasquale del Redentore » (n. 23). Presso la croce Maria diventa madre del « Cristo totale », capo e membra, madre universale del genere umano. Ma dove e quando si manifesta questa nuova maternità?
4. «La Madre rivede le membra che ha generato»: Veglia pasquale. Il cappellano della Vergine, Ildefonso di Toledo (+667), dà per scontata la teofania del Risorto alla Madre. E in questa luce pasquale illustra la nuova maternità di Maria. In una inlatio (prefazio) ispanica della Messa del sabato dell’ottava di Pasqua, Ildefonso esclama: «Agnoscit Mater membra quae genuit » («La Madre riconosce le membra che ha generato»): nel corpo glorioso del Figlio, la notte di Pasqua ella rivede sia le membra generate a Betlemme che quelle ricevute il Venerdì santo dal Figlio morente sulla croce. Ildefonso considera pure la maternità della Chiesa quando la notte di Pasqua amministra i sacramenti dell’iniziazione. In una inlatio della Veglia pasquale egli narra che la Chiesa partorisce senza dolore i cristiani, come Maria senza dolore aveva partorito Gesù a Betlemme. Ciò significa che la maternità di Maria si perpetua nella maternità della Chiesa. E nel battesimo dei credenti la Vergine rivede se stessa quale loro madre. Chiamata presso la croce del Figlio a essere madre dei suoi discepoli, la Vergine dalla risurrezione si prende cura di loro per delineare in essi i tratti fisionomici del Figlio primogenito (cf MC 57). Montfort invoca lo Spirito: «Spirito Santo, ricordati di generare e formare figli di Dio con Maria [...] Hai formato in lei e con lei il capo degli eletti, perciò con lei e in lei devi formare tutte le sue membra » (Preghiera infocata, 15).
5. Accogliere la Madre del Risorto come propria madre. Se Maria accoglie i battezzati come propri figli, anch’essi hanno il dovere di accoglierla come propria madre. L’accoglienza di lei è espressione dell’obbedienza della fede, risposta a una scena di rivelazione, riguarda la vita di grazia. Nell’antichità Origene (ca. +254) affermava: «Maria ha un solo figlio: questi (Giovanni) è Gesù che tu (Madre) hai partorito ». Ella ha l’incarico di generare Gesù in Giovanni. Ma Giovanni deve diventare Gesù stesso, per divenire figlio di Maria. Al contrario, chi non accoglie la madre Maria, non diventa come Cristo, non comprende Cristo. E chi dovesse trascurare la Vergine, non possederebbe una fede integrale. Sant’Ambrogio di Milano (+397) sosteneva che accogliere filialmente Maria fa parte degli impegni della pietà del discepolo, poiché Gesù sulla croce «consegna il suo testamento domestico». Sant’Agostino (+430) esortava: la Madre del Signore va accolta tra i propri doveri, ai quali bisogna attendere con dedizione. Per san Luigi di Montfort la consacrazione a Cristo per le mani della sua santissima Madre, consente di far «entrare Maria nella nostra casa» (Amore dell’Eterna Sapienza, 211). Seguendo Montfort, Giovanni Paolo II specifica: «Affidandosi filialmente a Maria, il cristiano, come l’apostolo Giovanni, accoglie « fra le sue cose proprie » la Madre di Cristo e la introduce in tutto lo spazio della propria vita interiore» (RM 45). Ma Giovanni Paolo II chiede che Maria madre sia accolta nell’Eucaristia (domenicale e quotidiana): in essa Gesù «consegna ciascuno di noi» a sua Madre (cf Ecclesia de Eucharistia, 57).

Sergio Gaspari, smm

Publié dans:Maria Vergine, SETTIMANA SANTA |on 2 avril, 2015 |Pas de commentaires »

LA PASSIONE DI CRISTO, RAGIONE DELLA NOSTRA FIEREZZA Sant’Agostino *

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_f.htm#LA PASSIONE DI CRISTO, RAGIONE DELLA NOSTRA FIEREZZA

LA PASSIONE DI CRISTO, RAGIONE DELLA NOSTRA FIEREZZA

Sant’Agostino *

Sant’Agostino (354-430), vescovo di Ippona, è Romano in tutta la sua cultura. Pensatore geniale, ci ha lasciato un’opera monumentale di valore inestimabile. Filosofo, teologo, pastore di anime, uomo di intensa spiritualità, egli è il Dottore della grazia, ed ancor più, il Dottore della carità. Il suo pensiero, qualunque sia il genere di opera in cui si sviluppa, è legato alla passione, alla morte e alla risurrezione del Signore.

La Passione di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo è una testimonianza di gloria ed un insegnamento di pazienza e di rassegnazione. Che cosa non può aspettarsi dalla grazia divina il cuore dei credenti, per i quali il Figlio unico e coeterno del Padre non solo si è accontentato di nascere uomo fra gli uomini, ma ha anche voluto morire per mano degli uomini da lui stesso creati? Grandi sono le promesse del Signore. Ma ciò che ha compiuto per noi ed il cui ricordo rinnoviamo continuamente, è assai più grande ancora. Donde erano e chi erano quegli empi per i quali Cristo è morto? Ha loro offerto la sua morte: chi mai potrebbe dubitare che darà ai giusti la sua vita? Perché la debolezza umana esita a credere che verrà un giorno in cui gli uomini vivranno con Dio? Ciò che è già avvenuto è di gran lunga più incredibile: Dio è morto per gli uomini.
Chi è Cristo, se non ciò che la Sacra Scrittura dice: In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio? (Gv. 1, 1). Questo Verbo di Dio si è fatto carne, ed abitò tra noi (Gv. 1, 14). Egli non avrebbe avuto in sé alcunché di mortale, se non avesse preso da noi una carne mortale. Così, !’immortale poté morire; così, egli volle donare la sua vita ai mortali. In seguito, farà partecipare della sua vita coloro la cui condizione ha in un primo tempo condivisa. Alla nostra sola essenza di uomini non apparteneva la possibilità di vivere, come alla sua non apparteneva quella di morire. Fece dunque con noi questo scambio mirabile: prese da noi ciò per cui è morto, mentre noi prendiamo da lui ciò per cui vivremo…
Non solo non dobbiamo provare vergogna per la morte di Dio nostro Signore, ma dobbiamo ricavarne la più grande fiducia e la più grande fierezza. Nel ricevere da noi la morte che ha trovato in noi, ci ha fedelmente promesso di darci la vita in lui, quella vita che non potevamo avere da noi stessi. E se colui che è senza peccato ci ha amati al punto da subire per noi, peccatori, ciò che avremmo meritato per il nostro peccato, come potrà non darci ciò che è giustizia, lui che ci giustifica e ci discolpa? Come non darà ai giusti la loro ricompensa, lui che è fedele alle sue promesse e che ha subito la pena dei colpevoli? Riconosciamo senza timori, fratelli miei, e proclamiamo che Cristo è stato crocifisso per noi. Diciamolo senza timore e con gioia, senza vergogna e con fierezza. L’apostolo Paolo l’ha visto, lui che ne ha fatto un titolo di gloria. Dopo aver rammentato le grandi e numerose grazie ricevute da Cristo, non dice che si vanta di queste meraviglie, bensì afferma: Quanto a me, non sia mai che mi glorii d’altro se non della croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal. 6, 14).

* Trattato sulla Passione del Signore (Serm. Guelferb. 3): PLS 2, 545-546.

GIOVEDÌ SANTO. EUCARISTIA E SERVIZIO…

http://agostinoclerici.it/2012/04/05/giovedi-santo-eucaristia-e-servizio/

GIOVEDÌ SANTO. EUCARISTIA E SERVIZIO…

5 APRILE 2012 DI AGOSTINO CLERICI

«Per trovare Dio bisogna cercarlo, perché è nascosto: e dopo averlo trovato, dobbiamo cercarlo ancora, perché è immenso». Questa bellissima espressione di sant’Agostino ci accompagnerà in questo Triduo pasquale, come un segnavia sul sentiero di montagna. Credo che, all’uomo di oggi è venuta a mancare proprio questa dimensione del cercare Dio: l’autosufficienza emargina Dio dalla vita come la peggiore delle persecuzioni.
Ecco, allora, stasera, il nostro Dio nascosto ci si manifesta in due gesti sublimi e inaspettati. Dapprima, quello che noi chiamiamo Eucaristia. Nascosto in un pasto, in un mangiare insieme di cui noi cristiani abbiamo smarrito il significato. Sazi ed ebbri di tutto, non sentiamo più i morsi della fame e della sete di Lui. Non scandalizzatevi, se vi dico che abbiamo confuso l’Eucaristia con la Messa. Mi direte: sono la stessa cosa! Sì, ma con il precetto della Messa abbiamo depotenziato il dono dell’Eucaristia. Con la scusa che bisogna andare a Messa, abbiamo dimenticato che l’Eucaristia è la convocazione di Dio, è il luogo in cui chi lo cerca lo trova perché Egli, il nascosto, ha deciso di farsi trovare qui.
Stasera abbiamo la fortuna di celebrare, per così dire, l’origine della Messa, di attingere direttamente all’Eucaristia. Che cosa fa Gesù, in prossimità della sua morte e della sua risurrezione? Raduna i suoi per una cena e, nel segno del pane e del vino, offre da mangiare se stesso, la sua carne e il suo sangue. Non finirò mai di dirvi che quella cena è Eucaristia solo perché Gesù, di lì a poche ore, realizzerà quel segno nella morte di croce, nel dono della sua vita effettivamente fatto. Ma quel segno ci è dato da celebrare in futuro proprio come memoria di quel dono e come esempio da imitare: «Fate questo in memoria di me». Il «questo» da fare non è tanto un rito, quanto un modo di vivere. Gesù vuole dirci: ripetete questo gesto simbolico e fate nella realtà quello che esso simboleggia, siate voi oggi il pane spezzato ed il vino versato, siate voi oggi quello che è stato il mio corpo sulla croce. Come facciamo a mettere qualunque altra cosa – il lavoro, la famiglia, il divertimento, lo sport – prima o addirittura al posto dell’Eucaristia, io non lo so… Ma accade. E accadrà sempre più se non metteremo l’Eucaristia prima della Messa, se non ci preoccuperemo della vita prima che del precetto. Da questo punto di vita è vero che qui si celebra soltanto la Messa, perché l’Eucaristia la si vive altrove, nelle nostre famiglie in una dedizione d’amore più convinto tra i coniugi e tra genitori e figli. La Messa – sia essa lunga o breve – ha una durata limitata. L’Eucaristia la estende nella vita, la fa diventare vita, e nasconde nuovamente la presenza di Dio nell’amore concreto e quotidiano.
Ed ecco il secondo segno davanti al quale sostiamo stasera e che ci manifesta il Dio nascosto che si fa trovare. Non più un gesto anticipatore come quello eucaristico del pane e del vino, ma un gesto reale di servizio, in cui la sporcizia accumulata dai piedi finisce nell’acqua del catino restando come attaccata alle mani che lavano e purificano. Il gesto della lavanda dei piedi dice l’autenticità dell’amore e in un certo senso lo verifica. Gesù, in quell’ultima sera della sua vita terrena, volle farsi maestro di un amore che non si limita ai «ti amo» detti con la bocca e che non è nemmeno la sostanza un po’ dolciastra del cuore. No, egli vuole insegnare l’amore che si mette in ginocchio, l’amore che si misura quando i piedi dell’altro sono sporchi e tu arrivi sino al catino in un gesto di supremo servizio. Non spaventiamoci se un amore così non ci va bene, se ci crea qualche problema. Non lo capirono neanche i discepoli, e Pietro diede voce a quella incomprensione. Non voleva lasciarsi lavare i piedi, perché credeva di amare Gesù e non sentiva alcun bisogno di quel gesto, non era abbastanza umile per lasciarsi servire dal suo Maestro. Lasciarsi amare è ancora più difficile che amare… E poi Gesù è il Signore e il Signore non lava i piedi ai suoi discepoli! Eccolo, allora, il Dio nascosto che si svela, che si lascia trovare, e si lascia trovare da noi in un gesto inaspettato, che genera una nuova immagine di Dio: «Sì, sono il Signore, ma è Signore solo chi serve, farsi schiavo è libertà» (come diciamo in un canto). Il servizio è l’estendersi dell’Eucaristia nella vita quotidiana, è il suo concretizzarsi nella carne. Il modo migliore di vivere la Messa che si è celebrata è servire e lasciarsi servire, amare e lasciarsi amare. Pensate a quanto sarebbero più belle le nostre famiglie, a quanto sarebbe più serena la vita di coppia e le relazioni tra genitori e figli, se questa fosse davvero la legge che le governa: «Ama e lasciati amare, mettiti al servizio e lasciati lavare i piedi».
Vorrei dire una parola particolare a questi bambini che si preparano alla Messa di Prima Comunione e a cui tra poco laverò i piedi. Vorrei dirvi che la vostra prima Eucaristia comincia stasera, come la prima Eucaristia degli apostoli cominciò con la lavanda dei piedi. Stasera è per voi un momento intenso di catechismo: dal gesto che riceverete, potete imparare molto su che cosa è veramente l’Eucaristia, su chi è veramente Gesù. Davvero voi cominciate stasera a fare la Comunione, lasciandovi lavare i piedi da me che, qui, indegnamente, sto al posto di Gesù e ripeto il gesto che egli ha compiuto. Se andando a casa, sarete più attenti ad avere meno pretese e ad essere più servizievoli, questo sarà il modo migliore per prepararvi a ricevere Gesù.

Publié dans:meditazioni, SETTIMANA SANTA |on 1 avril, 2015 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (2012)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120405_coena-domini.html

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì Santo, 5 aprile 2012

Cari fratelli e sorelle!

Il Giovedì Santo non è solo il giorno dell’istituzione della Santissima Eucaristia, il cui splendore certamente s’irradia su tutto il resto e lo attira, per così dire, dentro di sé. Fa parte del Giovedì Santo anche la notte oscura del Monte degli Ulivi, verso la quale Gesù esce con i suoi discepoli; fa parte di esso la solitudine e l’essere abbandonato di Gesù, che pregando va incontro al buio della morte; fanno parte di esso il tradimento di Giuda e l’arresto di Gesù, come anche il rinnegamento di Pietro, l’accusa davanti al Sinedrio e la consegna ai pagani, a Pilato. Cerchiamo in quest’ora di capire più profondamente qualcosa di questi eventi, perché in essi si svolge il mistero della nostra Redenzione.
Gesù esce nella notte. La notte significa mancanza di comunicazione, una situazione in cui non ci si vede l’un l’altro. È un simbolo della non-comprensione, dell’oscuramento della verità. È lo spazio in cui il male, che davanti alla luce deve nascondersi, può svilupparsi. Gesù stesso è la luce e la verità, la comunicazione, la purezza e la bontà. Egli entra nella notte. La notte, in ultima analisi, è simbolo della morte, della perdita definitiva di comunione e di vita. Gesù entra nella notte per superarla e per inaugurare il nuovo giorno di Dio nella storia dell’umanità.
Durante questo cammino, Egli ha cantato con i suoi Apostoli i Salmi della liberazione e della redenzione di Israele, che rievocavano la prima Pasqua in Egitto, la notte della liberazione. Ora Egli va, come è solito fare, per pregare da solo e per parlare come Figlio con il Padre. Ma, diversamente dal solito, vuole sapere di avere vicino a sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono i tre che avevano fatto esperienza della sua Trasfigurazione – il trasparire luminoso della gloria di Dio attraverso la sua figura umana – e che Lo avevano visto al centro tra la Legge e i Profeti, tra Mosè ed Elia. Avevano sentito come Egli parlava con entrambi del suo “esodo” a Gerusalemme. L’esodo di Gesù a Gerusalemme – quale parola misteriosa! L’esodo di Israele dall’Egitto era stato l’evento della fuga e della liberazione del popolo di Dio. Quale aspetto avrebbe avuto l’esodo di Gesù, in cui il senso di quel dramma storico avrebbe dovuto compiersi definitivamente? Ora i discepoli diventavano testimoni del primo tratto di tale esodo – dell’estrema umiliazione, che tuttavia era il passo essenziale dell’uscire verso la libertà e la vita nuova, a cui l’esodo mira. I discepoli, la cui vicinanza Gesù cercò in quell’ora di estremo travaglio come elemento di sostegno umano, si addormentarono presto. Sentirono tuttavia alcuni frammenti delle parole di preghiera di Gesù e osservarono il suo atteggiamento. Ambedue le cose si impressero profondamente nel loro animo ed essi le trasmisero ai cristiani per sempre. Gesù chiama Dio “Abbà”. Ciò significa – come essi aggiungono – “Padre”. Non è, però, la forma usuale per la parola “padre”, bensì una parola del linguaggio dei bambini – una parola affettuosa con cui non si osava rivolgersi a Dio. È il linguaggio di Colui che è veramente “bambino”, Figlio del Padre, di Colui che si trova nella comunione con Dio, nella più profonda unità con Lui.
Se ci domandiamo in che cosa consista l’elemento più caratteristico della figura di Gesù nei Vangeli, dobbiamo dire: è il suo rapporto con Dio. Egli sta sempre in comunione con Dio. L’essere con il Padre è il nucleo della sua personalità. Attraverso Cristo conosciamo Dio veramente. “Dio, nessuno lo ha mai visto”, dice san Giovanni. Colui “che è nel seno del Padre … lo ha rivelato” (1,18). Ora conosciamo Dio così come è veramente. Egli è Padre, e questo in una bontà assoluta alla quale possiamo affidarci. L’evangelista Marco, che ha conservato i ricordi di san Pietro, ci racconta che Gesù, all’appellativo “Abbà”, ha ancora aggiunto: Tutto è possibile a te, tu puoi tutto (cfr 14,36). Colui che è la Bontà, è al contempo potere, è onnipotente. Il potere è bontà e la bontà è potere. Questa fiducia la possiamo imparare dalla preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi.
Prima di riflettere sul contenuto della richiesta di Gesù, dobbiamo ancora rivolgere la nostra attenzione su ciò che gli Evangelisti ci riferiscono riguardo all’atteggiamento di Gesù durante la sua preghiera. Matteo e Marco ci dicono che Egli “cadde faccia a terra” (Mt 26,39; cfr Mc 14,35), assunse quindi l’atteggiamento di totale sottomissione, quale è stato conservato nella liturgia romana del Venerdì Santo. Luca, invece, ci dice che Gesù pregava in ginocchio. Negli Atti degli Apostoli, egli parla della preghiera in ginocchio da parte dei santi: Stefano durante la sua lapidazione, Pietro nel contesto della risurrezione di un morto, Paolo sulla via verso il martirio. Così Luca ha tracciato una piccola storia della preghiera in ginocchio nella Chiesa nascente. I cristiani, con il loro inginocchiarsi, entrano nella preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Nella minaccia da parte del potere del male, essi, in quanto inginocchiati, sono dritti di fronte al mondo, ma, in quanto figli, sono in ginocchio davanti al Padre. Davanti alla gloria di Dio, noi cristiani ci inginocchiamo e riconosciamo la sua divinità, ma esprimiamo in questo gesto anche la nostra fiducia che Egli vinca.
Gesù lotta con il Padre. Egli lotta con se stesso. E lotta per noi. Sperimenta l’angoscia di fronte al potere della morte. Questo è innanzitutto semplicemente lo sconvolgimento, proprio dell’uomo e anzi di ogni creatura vivente, davanti alla presenza della morte. In Gesù, tuttavia, si tratta di qualcosa di più. Egli allunga lo sguardo nelle notti del male. Vede la marea sporca di tutta la menzogna e di tutta l’infamia che gli viene incontro in quel calice che deve bere. È lo sconvolgimento del totalmente Puro e Santo di fronte all’intero profluvio del male di questo mondo, che si riversa su di Lui. Egli vede anche me e prega anche per me. Così questo momento dell’angoscia mortale di Gesù è un elemento essenziale nel processo della Redenzione. La Lettera agli Ebrei, pertanto, ha qualificato la lotta di Gesù sul Monte degli Ulivi come un evento sacerdotale. In questa preghiera di Gesù, pervasa da angoscia mortale, il Signore compie l’ufficio del sacerdote: prende su di sé il peccato dell’umanità, tutti noi, e ci porta presso il Padre.
Infine, dobbiamo ancora prestare attenzione al contenuto della preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Gesù dice: “Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). La volontà naturale dell’Uomo Gesù indietreggia spaventata davanti ad una cosa così immane. Chiede che ciò gli sia risparmiato. Tuttavia, in quanto Figlio, depone questa volontà umana nella volontà del Padre: non io, ma tu. Con ciò Egli ha trasformato l’atteggiamento di Adamo, il peccato primordiale dell’uomo, sanando in questo modo l’uomo. L’atteggiamento di Adamo era stato: Non ciò che hai voluto tu, Dio; io stesso voglio essere dio. Questa superbia è la vera essenza del peccato. Pensiamo di essere liberi e veramente noi stessi solo se seguiamo esclusivamente la nostra volontà. Dio appare come il contrario della nostra libertà. Dobbiamo liberarci da Lui – questo è il nostro pensiero – solo allora saremmo liberi. È questa la ribellione fondamentale che pervade la storia e la menzogna di fondo che snatura la nostra vita. Quando l’uomo si mette contro Dio, si mette contro la propria verità e pertanto non diventa libero, ma alienato da se stesso. Siamo liberi solo se siamo nella nostra verità, se siamo uniti a Dio. Allora diventiamo veramente “come Dio” – non opponendoci a Dio, non sbarazzandoci di Lui o negandoLo. Nella lotta della preghiera sul Monte degli Ulivi Gesù ha sciolto la falsa contraddizione tra obbedienza e libertà e aperto la via verso la libertà. Preghiamo il Signore di introdurci in questo “sì” alla volontà di Dio, rendendoci così veramente liberi. Amen.

DALL’ OSANNA AL CRUCIFIGE, DI DON GIUSEPPE LIBERTO

http://www.korazym.org/20691/dall-osanna-al-crucifige/

DALL’ OSANNA AL CRUCIFIGE

DI DON GIUSEPPE LIBERTO

L’Osanna del trionfo

Con l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, si entra nel cuore del mistero pasquale. Prima di soffrire la passione e la morte, Gesù fece un ingresso trionfale nella città santa. Lo realizzò non con l’alterigia di un re trionfatore su un esercito sconfitto, ma con l’umile semplicità di chi sta vivendo un evento importante e misterioso della sua vita.
Gli evangelisti raccontano che il Maestro, trovandosi presso il monte degli Ulivi, ordinò a due discepoli di prelevare un puledro. I personaggi importanti, come anche i guerrieri, montavano il cavallo, perché il puledro era la cavalcatura dei poveri, dei semplici, dei pacifici. Gesù salì sopra il puledro e si diresse verso Gerusalemme; mentre avanzava, la folla stendeva i mantelli sulla strada cantando: Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli! (Lc 19,37-38). Matteo e Marco, oltre ai mantelli, aggiungono anche rami d’ulivo e fronde tolti dagli alberi. Luca ci descrive la reazione di tenerezza di Gesù che, in vista della città santa, piange su di lei che lo rifiuta e lo condanna. Quelle lacrime non sono d’impotenza, ma di amore, di delusione, di sconfitta. Per la città che lo rifiuta, Gesù prova profondo dolore (cf 19,41-44).
L’ingresso trionfale non piacque ai farisei e agli avversari di Gesù. Luca, infatti, riferisce che alcuni farisei pretendevano che il Maestro imponesse ai discepoli di tacere, ma la risposta fu tagliente: Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre (v. 40).
Perché Gesù ha voluto compiere questo gesto di trionfo in Gerusalemme, centro dell’ebraismo e custode della promessa messianica? Matteo lo annota diligentemente: Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma (21,4-5). Ora, l’applauso e l’entusiasmo della folla, anche se sinceri e spontanei, si erano fermati ai soli gesti prodigiosi, al puro aspetto antropologico. Gli interessi umani impedivano di percepire pienamente Gesù di Nazareth come uomo-Dio.
Radicalmente diverso era l’atteggiamento dei farisei e degli avversari i quali pretendevano addirittura che non inneggiassero col grido degli Osanna. Contro loro Gesù lanciò la sfida che le pietre si sarebbero sostituite ai discepoli. Chi chiude gli occhi del cuore alla verità si rende non capace a percepirla. Il rifiuto di Cristo esclude l’uomo dal suo Regno di luce e di pace. Gesù non vuole discepoli muti ma credenti che nel silenzio del cuore credono e con il canto della bocca professano il loro credere.
Il vero credente non cade nell’equivoco della folla che vede in Gesù un personaggio che si accredita come re col potere temporale di questo mondo. Gesù, consapevole che la sua regalità è oblazione, offerta e immolazione, dinanzi a Pilato rivelerà la natura e l’identità del suo regno. Egli assume la condizione di Servo sofferente e s’immola sulla croce per redimere l’umanità e riconciliarla con Dio.
Ogni giorno Gesù fa l’ingresso nelle nostre città, nelle nostre case, nelle nostre chiese, nel nostro cuore: ai credenti sono richieste solo le opere che testimoniano la fede.

Il Crucifige della Passione
Con i suoi miracoli e con la sua predicazione, diversa da quella insegnata dagli scribi e dai farisei, Gesù era diventato un personaggio scomodo, per questo motivo gli scribi e i farisei avevano deciso di eliminarlo. Si tratta di quel potere diabolico, sempre in atto, che, invece di servire, serve per eliminare chi ti è scomodo, chi non ti serve o chi non ti appartiene. Nella vita c’è sempre un “Giuda” che ti tradisce. Ed ecco, pronto il corrotto e il traditore che mette in atto il progetto dei sommi sacerdoti e degli scribi che volevano impadronirsi di Gesù per ucciderlo. Dopo aver celebrato la Pasqua con i suoi discepoli, Gesù è catturato nell’orto degli Ulivi mentre pregava. Sottoposto a giudizio sia dal tribunale religioso che da quello politico è condannato a morte mediante crocifissione. Gesù accetta, con straordinaria dignità e consapevolezza, il tradimento e il giudizio farsesco dei due tribunali. Anche se siamo abituati a vedere o a subire simili processi-farsa, tuttavia quello di Gesù ha toccato i vertici della pazzia diabolica. Quello che scombussola la ragione è il fatto che il potere religioso e politico erano convinti di agire in modo falso e perverso. Questi i capi d’accusa contro Gesù: è un menzognero, un sobillatore del popolo, un falsificatore della verità. Si proclama figlio di Dio, osa rimettere i peccati e guarire i malati di sabato, tenta, perfino, di distruggere il Tempio. Il Salvatore dell’umanità è subito catturato, processato, condannato al patibolo della croce come un malfattore.
Se il processo condotto dal potere religioso e politico fu una farsesca messa in scena, la passione e la morte che Gesù subì fu tremenda realtà che continua a scuotere il cuore e l’intelligenza dell’uomo. Siamo sempre più convinti che ogni ingiusta condanna dell’innocente grida vendetta al cospetto di Dio. Si vergognino e tremino quanti operano direttamente o indirettamente per condannare e crocifiggere i propri fratelli in umanità e fede.
Nel dramma della Passione di Gesù, Pilato, Erode, Anna, Caifa, Giuseppe d’Arimatea, i discepoli terrorizzati, Giuda il traditore suicida, sono tutti personaggi di spicco e simboli per l’umanità. Si è come Giuda quando si tradisce nell’amore e non si chiede perdono. Si è come Pilato, quando non si prende posizione chiara per la verità. Si è come Anna e Caifa, quando ci si ostina a non riconoscere Gesù come Figlio di Dio e Salvatore dell’uomo. Si è come gli apostoli, quando nelle prove, nelle persecuzioni, nel dramma del dolore ci si comporta come loro preferendo la fuga della paura all’abbandono confidente in Dio. I gesti del lavarsi le mani o di lanciare sfide a Cristo per scendere dalla croce hanno soltanto sapore di farsa. Nel dramma della Passione e della Morte, il vero trionfatore rimane Gesù Crocifisso e i fedeli discepoli uniti e configurati a Lui.

Publié dans:biblica, meditazioni, SETTIMANA SANTA |on 31 mars, 2015 |Pas de commentaires »

ESSERE PASQUALE, ESSERE TERRA DI PASSAGGIO (METR. GEORGES DEL MONTE LIBANO)

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ESSERE PASQUALE, ESSERE TERRA DI PASSAGGIO (METR. GEORGES DEL MONTE LIBANO)

A cosa devo allenarmi durante il periodo di Pasqua? Se Pasqua significa passaggio, altro non mi resta che abbandonare tutto per andare incontro a Cristo. Nella festa c’è Cristo e lui soltanto. Nel cristianesimo c’è Cristo e lui soltanto. Tutto il resto è una maniera per parlare di lui. L’universo non è un suo appendice bensì ne è una traduzione. Una volta mi fu chiesto: “Se fossi obbligato a vivere da solo su un’isola deserta, che cosa ti porteresti dietro dal mondo?” Risposi: “Il sermone della montagna in Matteo e il Vangelo di Giovanni”.
Tu sai Signore che noi ortodossi, durante la settimana santa, in casa, leggiamo tutti i vangeli perché il Vangelo sei tu.
In cosa esercitarmi a Pasqua? Cercare di diventare Vangelo, di diventare Parola così che la gente possa leggermi e vivere. Il Cristianesimo è fatto di volti che hanno ricevuto l’illuminazione perché a loro volta illuminino altri. Ecco la Pasqua viva. Questo è ciò che mi rende possibile portare la gente al volto del Padre, far sì che “passino”. Come vivere? “Non sono io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Il Cristianesimo non è un sistema religioso. E’ amore, è adesione a Cristo. Egli ci fa dimenticare il nostro volto per vedere il suo e in esso il mondo intero. Essere pasquali significa essere sempre al di là di noi stessi e del mondo affinché diventiamo mondo e il mondo diventi noi. Non si tratta di sistemi o di teorie. Tutto è suo volto fino al punto tale che tutti i volti svaniscono, o meglio, in essi leggiamo il volto di lui.
Come esercitarmi? Dimenticare me stesso fino a vedere in me soltanto lui, fino a vedermi affacciato sull’infinito. Come esercitarmi? Mettermi davanti a me stesso e vedere lui come unica cosa necessaria. Non devo dialogare: devo accoglierlo. Il tuo volto, Signore, il tuo volto, questo sarà il mio anelito fino alla fine del mondo.
Io sarò “passaggio”, Signore, fino al giorno in cui ti incontrerò. Fa che io non mi distragga con me stesso: “Fa’ splendere il tuo volto sul tuo servo” (Sal 30,17) perché io sia tua luce. Portami verso di te affinché ti conosca. Non mi lasciare nell’inospitalità di questo mondo. Non lasciarmi in preda alle fiere. Vieni, e in questo tuo venire io sarò creato. Venendo da me, Signore, continuerò a camminare verso il tuo volto. Vedendoti, il tuo volto diventerà per me il mondo. Che cosa può mai giovarmi se non il tuo volto solo? Esso è Pasqua. Non mi distragga da te altro volto. Inchioda su di te i miei occhi. Ogni giorno desidero il tuo volto, Sovrano. Esso solo mi basta, per me è vita. Addestrami a vederti tutto per me in questo secolo e nel secolo a venire cosicché io possa sentire che tu sei l’essere. Ammaestrami a lasciare tutto affinché ti veda. Quando ti raggiungerò, ti prenderai tu cura di me. Diventerò pasquale in te. Quando ti raggiungerò, sarà finito il mio peregrinare.
Nulla dopo Cristo, nulla senza Cristo. Ciò che non è dilatazione di lui o parlare di lui non è nulla. Nella Pasqua o divento lui o non sono niente. Amandolo, cresco per lui e in lui. Non voglio oltre a lui nulla perché egli è tutto. Tutti i santi sono in lui e verso di lui. Quando li guardi, non cercare loro. Cerca il volto di Gesù dipinto in loro.
Come esercitarmi? Tutto quello che c’è da fare è portarmi verso il Signore. Presso di lui, esisteremo, nel Padre, inizio e fine, verso il quale il Cristo della storia è tutto proteso. Non sono nulla se non divento pasquale, cioè con lo sguardo rivolto al Padre-meta.
Nulla sono se il Signore non mi porta al volto del Padre suo e ciò non avverrà se non quando diventerò terra pasquale, luogo di passaggio da me stesso al Padre per Cristo Gesù.

Metr. Georges Khodr del Monte Libano
19.4.2014 (fonte: al-Nahar)
traduzione dall’arabo
a cura di Natidallospirito.com

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