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SANTI E SANTINI – FENOMENOLOGIA E SEMANTICA DELLE IMMAGINETTE SACRE

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SANTI E SANTINI

FENOMENOLOGIA E SEMANTICA DELLE IMMAGINETTE SACRE

TRA COLLEZIONISMO E DEVOZIONISMO POPOLARE

di SEBASTIANO LO IACONO :

CHE COSA SONO I SANTINI
I santini sono un segno. La fede è fatta anche di segni. Le immaginette religiose sono segno, documento e testimonianza di fede. Sono strumenti di rappresentazione di un credo religioso. Appartengono sia alla famiglia dell’arte popolare sia a quella della arte colta. Indipendentemente dal contenuto, appartengono sia alla pittura come arte sia alla fotografia sia all’arte della stampa.
 Rappresentano persone storiche o personaggi del martirologio cristiano, dotati di particolare carisma, che hanno realizzato in profondità gli ideali professati. S’ispirano, in vario modo, all’iconografia classica della pittura occidentale e orientale colte e all’iconografia popolare che dalla prima si differenzia in tanti modi. I santini sono allegorie, metafore, emblemi, visualizzazioni di prototipi ideali, figurazioni di una concezione della vita; contengono modelli ideali da imitare e avere sotto gli occhi nella vita quotidiana, da indossare o portare addosso, da mettere accanto al letto; incarnano e personificano, in assenza di figure umane reali, virtù cristiane teologali e precetti morali.
CLASSIFICAZIONE DEI SANTINI
 La classificazione dei santini va fatta in base al criterio del contenuto in essi raffigurato e in base all’elemento materiale e al procedimento tecnico o artistico con cui sono realizzati. I santini sono realizzati normalmente su carta di vario tipo: carta pesante, cartoncino; carta sottile, velina o carta di riso; pergamena.
 I santini, per quanto riguarda la tecnica di realizzazione, si suddividono in tre grandi settori: quelli realizzati con tecnica manuale, tra cui ci sono quelli a canivets, su pergamena, nonché quelli fatti con ricami su tessuto o su vestiti. Appartengono a questo gruppo di santini fatti a mano quelli a collage, acquerellati e puntinati e quelli detti a vestito. Vedremo più avanti perché si chiamino così
 Nel gruppo dei santini realizzati con stampa meccanica ci sono quelli merlettati, traforati, a rilievo, nonché i santini realizzati con le tecniche della incisione, litografia, cromolitografia, oleografia, fotolitografia, per finire con quelli scritti (che contengono testo a stampa, tra cui preghiere) e i veri e propri santini manoscritti.
 Nel terzo gruppo vanno annoverate le immaginette speciali: a teatrino, apribili a libro, a sorpresa, fustellati, gli ex-voto e quelli contenenti reliquie più o meno autentiche.
 In ognuno di questi settori, ci sono santini più o meno recenti, nonché dotati di diverso valore storico. La loro datazione, in questo caso, non dipende dal soggetto o dal tema raffigurato, bensì dalla tipologia tecnica utilizzata. E’ ovvio che i santini a pergamena hanno, per così dire, un pedigree più antico rispetto a quelli realizzati con stampa meccanica tipografica o con sistemi fotografici moderni di tipo industriale.
 La storia dei santini coincide con la storia dell’arte della stampa. Nell’era della riproducibilità delle opere d’arte l’oggetto unico ha perso il suo valore di oggetto singolare. Il fenomeno ha interessato le opere d’arte vere e proprie e, a maggior ragione, i santini. Solo i santini da collezione sono oggetti unici. I santini, per natura, sono prodotti seriali, la cui produzione ha avuto sempre un numero elevato.
COLLEZIONISMO E FETICISMO
 Un fenomeno recente è quello del collezionismo di massa dei santini, collegato a un mercato di scambi e di aste pubbliche, anche via Internet, di tali immagini della religiosità popolare. Il fenomeno del collezionismo è anche legato ad un bisogno di spiritualità. Questo tipo di spiritualità, che un tempo nei santini aveva un punto di riferimento forte, realizza un rapporto orizzontale tra uomo e santino, ovvero tra santino e devoto, che implica il rapporto verticale tra uomo e realtà trascendente divina, fruita nel rapporto devozionale attraverso la mediazione dei santi nella loro diversa iconografia o tramite l’altra speciale mediazione della Madonna nelle sue varie configurazioni.
 Il santino, dunque, è stato un tramite, un ponte di collegamento tra uomo e Dio, nonché tra uomo e i santi, ulteriori ponti di collegamento di una relazione superiore e verticale. Collezionismo e devozionismo popolare spesso coincidono. Ma il collezionismo può essere, a volte, solo speculazione o morboso rapporto con oggetti di valore più o meno artistico, che sfocia nel cosiddetto feticismo.
 Il santino, ovviamente, non può essere considerato solo un oggetto feticistico per il devoto o per il credente. Può diventarlo per il collezionista professionista che oggi colleziona maniacalmente anche le schede telefoniche o le carte di credito. Ma può diventarlo in casi particolari: molti conservano il santino della Prima Comunione o quello donato da una persona cara defunta. In questo caso, il santino diventa oggetto di culto quasi feticistico.
CLASSIFICAZIONE PER SOGGETTO
 La classificazione dei santini per soggetto, invece, è operazione laboriosa e complessa. E’ anche questo un discorso da fare per capire meglio l’universo di queste immagini. Non tutti i santini sono santini che effigiano santi. Ce ne sono alcuni con soggetto specifico, ma che comunque hanno sempre rapporto con la religione cristiana. In alcuni non è raffigurato un santo storico, persona che la Chiesa ha assunto agli onori degli altari, bensì possono rintracciarsi forme di propaganda religiosa, rappresentazioni di concetti teologici o eventi storici della cultura religiosa, nonché leggende pie, miracoli oppure contenere orazioni o litanie. In quest’ultimo caso, il santino non ha nessuno rilievo figurativo, cioè non contiene immagini.
 Ci sono poi santini che in base al soggetto appartengono a categorie speciali: quelli funebri e quelli che ricordano anniversari di matrimonio, di ordinazione sacerdotale o di eventi religiosi particolari. Questi ultimi, difatti, si chiamano ricordini. Hanno, per così dire, la funzione di souvenir di eventi anche liturgici e sacramentali, pubblici, privati o collettivi. I calendarietti e i santini a francobollo sono un’altra tipologia.
 Il santino è per antonomasia la fede o la rappresentazione dell’esperienza religiosa di un santo che diventano immagine. Il santo si fa immagine. La fede diventa immagine. La religione si incarna in un’immagine. Viviamo, difatti, nell’era dell’immagine, ma già anticamente si sapeva che, per così dire, somministrare il catechismo per immagini era una via più facile e indolore rispetto alla lettura o allo studio di libroni di teologia, come quelli di San Tommaso d’Aquino che scrisse una mole enorme di trattati filosofico-teologici.
 Il catechismo per immagini non significa accentuare il messaggio visivo e ridurre il contenuto. L’immagine, anche oggi, non sempre è a danno o a scapito del contenuto. Basta citare le vignette satiriche: tutti sanno che una vignetta vale più di un editoriale di cento righe firmato da un noto commentatore.
 Il santino è ed è stato sicuramente un’immagine dal forte contenuto rappresentativo. Possederlo, conservarlo, baciarlo, pregare davanti a uno di essi, nonché esporlo a casa e accendervi davanti un cero o una luce di fede e speranza sono stati gesti che i nostri nonni e le nostre mamme facevano e fanno, così come oggi si appende sulle pareti delle stanzette dei giovani il poster di Vasco Rossi o quello di Che Guevara.
 I santini sono proiezioni di un mito. Rappresentano un mito. In questo caso, si tratta di un mito di valenza religiosa e spirituale. Nel caso del poster di Che Guevara, si tratta di un mito politico-rivoluzionario. Una categoria di santini laici, o meglio pagani, nel senso che in essi Dio è assente, quasi fosse un luogo dove Dio è morto, sono, oltre ai poster, anche le famosissime figurine dei calciatori e quelle dei cartoni animati. Anche qui si tratta di immagini di formato ridotto che possono suscitare affezioni ed emozioni quasi feticistiche o sacrali che con il sacro vero e proprio non hanno nulla a che fare.
 Nell’antichità, l’eroe olimpico godeva quasi di un’aura divina, come il calciatore iper-miliardario di oggi, o come il cantante rock, nelle cui canzoni si trasmettono messaggi di vario tipo: da quello ecologico, a quello pacifista, fino a certe forme di esaltazione della droga, della violenza o, addirittura, del satanismo, del razzismo antisemita o del rifiuto del diverso o, infine, della ricerca della trasgressione dionisiaca a ogni costo.
 Questo tipo di immagini, poster e figurine è sicuramente classificabile come appartenente allo stesso bisogno dell’uomo di avere e toccare un alcunché di visibile di ciò che non si possiede direttamente e che direttamente non può essere percepito sensitivamente.
 Si cerca il santino, sia esso quello religioso e sacro oppure quello laico e profano, per riempire un vuoto. Abbiamo una voluttà dell’immagine. Non c’è dubbio. L’immagine riempie un vuoto. Se si pensa, invece, che in alcune civiltà, come quella ebraica o islamica, il ricorso alle immagini, non solo quelle divine, ma anche di altro tipo, era ed è vietato, possiamo notare lo scarto che c’è tra la nostra antica e moderna civiltà dell’immagine e quella delle culture mediorientali o asiatiche che nell’immagine del divino o del sacro rintracciano alcunché di negativo. Riprodurre l’immagine di Dio per gli ebrei era sacrilegio. Per i romani, raffigurare l’imperatore come un dio era cosa normalissima e legittima.
 I santini hanno risposto al bisogno nostro e della nostra cultura europea e occidentale di dare immagine a ogni cosa. In quanto tali, i santini sono una mediazione tra ciò a cui si crede e si conferisce valore sacro e religioso e ciò che, in quanto tale, non si vede, né può vedersi immediatamente, cioè senza una qualche mediazione visiva. I santini sono stati e sono un medium. Li possiamo considerare veri e propri mass-media ante litteram, prima che i mass-media fossero inventati e diventassero mezzi di comunicazione non solo visiva su scala planetaria. In quanto mezzi di comunicazione di massa svolgono e svolsero un ruolo di intermediazione tra i valori della religione e il popolo di Dio. I santini, difatti, sono una mediazione tra ciò che non si vede e ciò che vorremmo vedere; tra ciò a cui crediamo e ciò che non possiamo sentire vicino, toccare e percepire direttamente.
UN CATECHISMO PER IMMAGINI
 I santini, quelli di tipo religioso, inoltre, hanno riempito un altro tipo di vuoto: la mancanza di scrittura e di alfabetizzazione nelle classi popolari subalterne. Lo stesso ruolo hanno assolto le rappresentazioni pittoriche sulle pareti o sulle vetrate e le volte celesti delle grandi cattedrali: gli affreschi di Giotto sulla vita di San Francesco o quelli di Michelangelo sulla Cappella Sistina erano, per così dire, libri di catechismo di più facile lettura per il popolo di Dio rispetto ai trattati tomistici della stessa epoca.
 Quando quelle immagini di arte dotta, per così dire, si staccarono dalla loro sede eccelsa, le cattedrali, e diventarono immaginette sacre, cioè riproduzioni popolari con fruizione di massa, nacquero, appunto così, quelli che chiamiamo santini. Molti santini, difatti, riproducono opere d’arte colta.
 Anche in questo caso si può dire, senza essere irriverenti, che l’occhio vuole la sua parte. Nei santini si vede ciò che si insegnava a scuola, in famiglia, nel catechismo o nelle grandi riunioni liturgiche religiose. Sentire la parola non bastò più. Bisognò che la parola diventasse immagine.
 La parola si fece immagine nell’arte classica e poi, scendendo dal piedistallo dell’arte colta, riservata a pochi, si fece immaginetta sacra, destinata a tutti, rivolgendosi così al popolo di Dio nella sua universalità. I santini si fanno vedere. Vedendoli toccano corde emotive che tramite la vista possono accendere autentici sentimenti di fede e devozione. Allo stesso modo si verifica quando si sente cantare un salmo in stile gregoriano. I santini, dunque, per questo, riempirono il vuoto di cui si è detto. Il popolo di Dio analfabeta e illetterato non poté mai leggere, nonostante la traduzione latina del Vangelo di San Girolamo, i testi degli Evangelisti con la stessa facilità con cui “lesse” le pitture delle grandi cattedrali, gli affreschi delle chiese minori e, infine, le immagini altrettanto minori dei santini.
CLASSIFICAZIONE IN BASE ALLA TECNICA DI REALIZZAZIONE
 I santini a CANIVETS sono immaginette intagliate a mano con un temperino (CANIV), realizzando così una serie di fregi, fogliami e cornici. Possono essere di carta o pergamena. Acquerellati e dipinti sono i più antichi e risalgono ai secoli XVII-XVIII. Nell’Ottocento si passò alle cromolitografie che erano applicate con la colla.
 I santini su PERGAMENA o cartapecora usavano, appunto, pelle di pecora o di capra o di vitello. La pelle era conciata e lisciata. Anticamente era usata come materiale scrittorio in sostituzione del papiro. Su questo supporto erano stampate e dipinte le immagini.
 I santini con RICAMI SU TESSUTO erano immagini completate e impreziosite con un fitto e delicato ricamo di fili colorati.
 I santini a VESTITO non erano quelli che s’indossavano sugli indumenti, bensì quelli la cui immagine era vestita con frammenti di carta, seta, stoffa o raso e resa preziosa da contorni e finezze in lamine d’orate.
 I santini su COLLAGE utilizzavano tecniche miste e materiali compositi: carta, cartoncino, lamine d’avorio, stagnola, madreperla, stoffa, pagliuzze colorate, foglie e petali essiccati incollati. Gli esperti, in questo caso, affermano che questa è una delle massime espressioni dell’arte popolare relativa alle immaginette religiose.
 I santini ACQUERELLATI erano dipinti a mano. Si usavano generalmente colori vegetali o tempere. Nella prima produzione industriale di santini, la coloritura pur essendo manuale era eseguita con apposite mascherine.
 I santini PUNTINATI erano realizzati con la tecnica particolare della foratura del fondo del santino con una punta finissima, un ago o uno spillo, creando così disegni e cornici.
 I santini MERLETTATI TRINATI O CON PIZZO erano prodotti con un procedimento di stampa eseguita con punzoni a secco. L’immagine risultava col contorno simile ad un merletto. Più il punzone è fine e lavorato più l’effetto ottenuto sull’immagine è gradevole e prezioso.
I santini A RILIEVO utilizzavano la tecnica di stampa ottenuta pressando la carta tra due lastre di metallo sagomate.
 I santini ad INCISIONI fanno parte di quelli la cui tecnologia è la più elaborata. Si tratta di un tipo di stampa che, in base ai materiali utilizzati e incisi, assume nomi e caratteri diversi: acquaforte, bulino, puntasecca, silografia ecc. Normalmente le incisioni erano e sono in bianco/nero. Sono rare e interessanti quelle color sanguinia.
 I santini realizzati con la LITOGRAFIA nascono da un processo di stampa eseguita su pietra calcarea o lastre di metallo (zinco o alluminio) opportunamente trattati, e sensibili alla proprietà di assorbire determinati grassi.
 Con la CROMOLITOGRAFIA si ottengono santini frutto di una sovrapposizione di più pietre o lastre litografiche stampate a più colori.
 L’OLEOGRAFIA è, invece, un procedimento cromolitografico idoneo ad ottenere effetti simili ad una pittura ad olio.
 Con la FOTOLITOGRAFIA si passa all’uso dell’immagine fotografica.
 I santini SCRITTI e/o MANOSCRITTI sono piccoli rettangoli di carta privi d’immagine utilizzati per preghiere particolari o comunioni Pasquali nell’Ottocento. Rarissimi sono i santini di questo tipo manoscritti.
 Quelli A TEATRINO sono, in genere, cromolitografie sagomate, trattenute per mezzo di linguelle di carta, adatte a far sì che si possano estendere e quindi aprirsi e formare diversi piani o livelli di profondità. Si aprono, appunto, come una scenografia teatrale.
 Quelli APRIBILI A LIBRO sono formati da parti diverse ripiegate e possono aprirsi come se si sfogliasse in libro. Questo tipo di santini può essere definito anche a fisarmonica.
 I santini A SORPRESA sono immaginette che in determinate condizioni celano una sorpresa. Aperti manualmente o esposti alla luce svelano il segreto e diventano graficamente completi.
 I santini FUSTELLATI sono realizzati con cartoncino prodotto meccanicamente, con piccolissimi fori, equidistanti e molto vicini, predisposti per essere intagliati manualmente. Si presta bene per un numero illimitato di disegni geometrici o come supporto per il ricamo. E’ chiamato anche cartoncino mezzo punto o carta millepunti.
 I santini CURIOSITÁ ex-voto sono, infine, un raro esempio di devozione popolare che si concretava nella rappresentazione rudimentale ed elementare della Grazia ricevuta.
I santini RELIQUIE, invece, contengono immaginette con parti delle vesti o degli oggetti appartenuti ad un santo o ad un beato.
I SANTINI SONO SEGNI
 Il santino, dunque, è un segno. I segni hanno una loro grammatica e sintassi. Se si facesse uno studio sui segni e sulle immagini segniche presenti sui santini sicuramente verrebbero fuori grandi scoperte relativamente all’universo della cultura popolare religiosa. Sarebbe, questo, un nuovo campo di studi da approfondire: la cosiddetta semantica dei santini.
 Tutti i santini hanno un recto e un verso: come le medaglie o le monete, e, come sanno bene i collezionisti di oggetti numismatici, si tratta della facciata A e della parte posteriore. Sui santini, com’è noto, la parte posteriore contiene spesso una preghiera dedicata al santo o all’immagine religiosa raffigurata, nonché la data di stampa, il nome della ditta stampatrice e l’imprimatur di un’autorità religiosa. A volte, sono presenti anche notizie biografiche sulla vita del santo o beato raffigurato. Possono essere riportate anche preghiere e orazioni in forma poetica con strofe spesso fatte da quartine di versi senari i settenari e rima baciata o incrociata. Nel testo in prosa se la prosa è barocca si può parlare di origine dotta del testo; se il  linguaggio presenta errori il committente ha origini popolari illetterate. Lo stesso dicasi per l’iconografia: ci sono stilemi dotti e stilemi popolari anche nel linguaggio figurativo provenienti dai rispettivi committenti e dai rispettivi livelli socio-culturali fruitori-consumatori del santino.
IL  LINGUAGGIO E LA SEMANTICA DEI SANTINI
 Per quanto riguarda l’analisi stilistica e linguistica delle preghiere e invocazioni presenti sulla parte posteriore dei santini, c’è da osservare alcune cose: il linguaggio è spesso, anche oggi, ampolloso e retorico; la prosa è barocca e lo stile spesso scivola verso il kitsch; non sono rari enormi svarioni grammaticali e sintattici, nonché errori tipografici spesso insopportabili.
 In alcuni santini la prosa delle preghiere contenute sul retro spesso sfiora l’umorismo e il ridicolo involontari. Ma questo si spiega con il livello socio-culturale dei committenti del santino, che spesso era ovviamente basso e da collocare nell’area delle classi basse o medio-basse. Gli errori sfuggivano sia al tipografo stampatore sia alla autorità religiosa diocesana o parrocchiale da cui il santino otteneva l’approvazione ecclesiastica nella sua struttura bifronte: cioè nella parte figurativa anteriore e in quella posteriore letteraria.
 Immagine e contenuto di ogni santino passano, prima di essere stampati e diffusi, sotto il controllo ecclesiastico onde garantirne l’ortodossia ed evitare, giustamente, che si mettano in circolazione simboli del sacro e segni di fede non coerenti al magistero della Chiesa, nonché onde evitare che insorgano forme di culto che possano degenerare verso il folklorismo religioso o peggio verso forme di superstizione.
 In questo caso, basta citare alcuni fenomeni legati alla figura di Padre Pio: si è arrivati alla produzione di micro-immagini, che santini non sono, che si incollano sul telefonino cellulare o sul PC portatile. La storia ci ha fatto vedere come questo fenomeno abbia avuto effetti assurdi e devastanti: in Libano o in Irlanda sulle mitragliatrici di alcuni terroristi c’era chi incollava immaginette della Madonna o di altre figure carismatiche della Chiesa.
 Il santino, c’è da dire anche, alimenta un commercio industriale, ufficiale o clandestino, per la stampa di immagini di santi e beati, più o meno riconosciuti come tali dalla Chiesa: in zone del pianeta meno evolute, come l’America Latina o l’Africa, l’uso dei santini sfocia nel ridicolo o nel paradossale. In Brasile, per esempio, il santino di un santo cristiano può apparire in coppia con divinità pagane appartenenti a culti indigeni e primitivi. In questo caso si parla di sincretismo, ossia una forma di commistione culturale e religiosa.
 Se il santino è un segno di fede, dunque, si deve aggiungere anche che la fede non è e non sta solo ed esclusivamente nel santino. Anche perché dei santini se ne può fare, come si è detto, un uso improprio o feticistico. Il santino può essere un di più e anche un di meno. Il santino alimenta la fede, ma la fede non si ferma all’uso del santino.
 In quanto segno, si può dire che è anche un segno dell’infanzia, del tempo in cui i poveri di spirito si accontentavano di un’immagine semplice e appena colorata per intessere un dialogo di preghiera e quindi toccare con mano e vedere con gli occhi un segno, un indizio, un segnale visibile dell’invisibile e così, tramite il segno visibile di un santo, accedere alla dimensione verticale del sovra-sensibile.
 I santini sono un fenomeno dagli aspetti molteplici. Non è solo il collezionismo che li ha riportati di moda. Il collezionismo li ha riscoperti, ma sta a chi professa un’autentica religiosità conferire al santino il ruolo appropriato e limitato di una volta.
 Il santino non è solo un rettangolo di carta o di altro materiale che parla il linguaggio muto dell’immagine. Il santino è il segno di una  parola e di un vissuto che si fa immagine.
L’immagine può avvicinare, educare, stimolare, invitare, diventare slogan, accendere un entusiasmo. Può convergere verso il contenuto per cui è stata fatta, ma può anche divergere da un obiettivo di pedagogia o catechesi.
A volte, il santino diventa oggetto prezioso e quindi oggetto d’arte. In questo caso si tratta d’arte religiosa popolare. Ma il valore di arte religiosa di un santino, colta o popolare che sia, non esaurisce il discorso.
 Il santino apre una finestra. Può anche chiuderla. In entrambi i casi, il santino è un oggetto non solo da vedere, ma anche da toccare e annusare. Nel caso dei santi reliquia il rapporto con il santino diventa, difatti, più complesso: alcuni santini possono contenere pezzi o frammenti di vestiti del santo raffigurato in essi. Qui, si può dire, che una certa mentalità magica e pre-logica, come la definiscono gli antropologi, opera sul fruitore del santino come un bambino sente giocattoli o pupazzetti di pezza compenetrati da un alcunché di animato. L’uso del santino, in questo  caso, può degenerare nell’animismo, forma di religiosità primitiva che considera anche le cose inanimate dotate di una dimensione spirituale.
I santini, comunque, sono l’anticamera del sacro, del divino o del religioso: in quanto tali sono e restano segni figurativi visibili di alcunché di non immediatamente visibile. Se ogni segno o simbolo ha questo compito, i santini assolvono ancora a questo bisogno umano di farci vedere direttamente ciò che direttamente non si può vedere e percepire.

Dicembre 2001-Gennaio 2002
©Sebastiano LO IACONO per mistrettanews2009

Publié dans:immagini sacre, SANTINI (I) |on 28 août, 2013 |Pas de commentaires »

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