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DUNS SCOTO: IL BEATO CHE ERA CONTRARIO ALLA DOTTRINA

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DUNS SCOTO: IL BEATO CHE ERA CONTRARIO ALLA DOTTRINA

L’Antonianum ricorda la visita di Giovanni Paolo II e celebra il « dottore dell’Immacolata »

ROMA, venerdì, 13 gennaio 2011 (ZENIT.org) – Lunedì 16 gennaio 2012, festa liturgica dei Protomartiri francescani e giorno in cui Pio XII dichiarò sant’Antonio di Padova nel 1946 dottore della Chiesa conferendogli il titolo di Doctor Evangelicus, è la festa della Pontificia Università Antonianum in Roma.
In tale occasione sarà ricordato il trentesimo anniversario della visita del beato Giovanni Paolo II alla medesima università, occasione nella quale il Pontefice parlò anche del beato Giovanni Duns Scoto, soprattutto in occasione della visita alla Commissione Scotista.
Alla giornata Testimone della speranza: a trent’anni dalla visita alla Pontificia Università Antonianum del beato Giovanni Paolo II che si svolgerà con inizio alle ore 10.30, presso l’Aula Magna della Pontificia Università Antonianum, interverranno nell’ordine: prof. Priamo Etzi, Rettore Magnifico della Pontificia Università Antonianum, rev.do p. Vidal Rodríguez López, Segretario Generale per la Formazione e gli Studi dell’Ordine dei Frati Minori, rev.do mons. Slawomir Oder, Postulatore della causa di canonizzazione del beato Giovanni Paolo II, rev.mo p. José Rodríguez Carballo, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori e Gran Cancelliere della Pontificia Università Antonianum.
A proposito di come i Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno visto il beato Giovanni Duns Scoto, Girolamo Pica ha scritto quanto segue nel libro Il beato Giovanni Duns Scoto. Dottore dell’Immacolata, Elledici-Velar, Gorle 2010 (velar@velar.it).
A pochi mesi dalla chiusura del Concilio Vaticano II, nella Lettera Apostolica Alma Parens firmata il 14 luglio 1966 in occasione del Secondo Congresso Scolastico tenuto per il Settimo Centenario della nascita di Giovanni Duns Scoto, papa Paolo VI indicava i motivi della attualità del pensiero di Scoto.
Innanzitutto, se Leone XIII nella Lettera Enciclica Aeterni Patris, segnalando la posizione del pensiero di Tommaso d’Aquino rispetto agli altri dottori scolastici, enunciava: “sopra tutti i Dottori Scolastici, emerge come duce e maestro San Tommaso d’Aquino” – come ricorda lo stesso Paolo VI mediante una citazione dello scritto leonino – nell’Alma Parens il raffronto tra Scoto e il pensiero tomista era indicato mediante una formula più attenuata: «Accanto alla cattedrale maestosa di San Tommaso d’Aquino, fra altre c’è quella degna d’onore – sia pur dissimile per mole e struttura – che elevò al cielo su ferme basi e con arditi pinnacoli l’ardente speculazione di Giovanni Duns Scoto».
Non si usa l’espressione «molto dissimile per mole e struttura» come sarebbe stato più logico se avesse voluto mantenere una continuità con il giudizio perentorio di Leone XIII precedentemente citato. Un piccolo cambiamento – da longe a quamvis, per dirla in latino – che indica uno spostamento non soltanto di prospettiva, ma di proporzioni, come può ben notare soprattutto un buon esperto di latino!
Tale cambiamento può essere preso come espressione della modifica del metro di misura della ortodossia del pensiero di Scoto: infatti per secoli fu definita la dottrina di Scoto contraria alla fede essendo in molti aspetti contraria al pensiero di san Tommaso d’Aquino prescritto dalla Chiesa. Fu nel 1971 che gli scritti di Scoto furono approvati, e proprio ciò perché il metro di misura non furono più le opere di san Tommaso, ma la dottrina della Chiesa; un cambiamento – secondo alcuni – epocale, per cui questa vicenda della causa di Scoto è da inserirsi nei manuali di teologia e storia ecclesiastica.
Quindi, dopo aver riconosciuto la dignità del pensiero del Maestro minorita indicando una nuova valutazione rispetto al giudizio di Leone XIII, modificandone il giudizio sulla proporzione di Scoto rispetto a Tommaso, tra le altre cose il Pontefice auspicava che la dottrina scotista potesse dare elementi utili al dialogo, soprattutto con gli Anglicani. In ciò il Pontefice si appellava al giudizio dato da Giovanni di Gerson secondo il quale Scoto era mosso “non dalla contenziosa singolarità di vincere, ma dall’umiltà di trovare un accordo”.
Il venerabile Giovanni Paolo II ebbe diverse occasioni per parlare del beato Giovanni Duns Scoto, tra cui una visita alla Commissione Scotista preso la Pontificia Università Antonianum nel 1982. Ma fu in occasione della dichiarazione del riconoscimento del Culto Liturgico di Giovanni Duns Scoto che ebbe a sottolineare l’importanza del pensiero scotista per la Chiesa: «Nato in Scozia verso il 1265, Giovanni Duns Scoto fu detto “Beato” quasi all’indomani del suo pio transito, avvenuto a Colonia l’8 novembre 1308. In tale diocesi, come pure in quelle di Edimburgo e di Nola, oltre che nell’ambito dell’Ordine Serafico, gli fu reso nei secoli un culto pubblico che la Chiesa gli ha solennemente riconosciuto il 6 luglio 1991 e che oggi conferma. Alle Chiese particolari menzionate, che sono presenti questa sera nella Basilica Vaticana con i loro degnissimi Pastori, come pure a tutta la grande Famiglia Francescana, rivolgo il mio saluto, tutti invitando a benedire il nome del Signore la cui gloria risplende nella dottrina e nella santità di vita del Beato Giovanni, cantore del Verbo Incarnato e difensore dell’Immacolato Concepimento di Maria.
Nella nostra epoca, pur ricca di immense risorse umane, tecniche e scientifiche, ma nella quale molti hanno smarrito il senso della fede e conducono una vita lontana da Cristo e dal suo Vangelo (cfr. Redemptoris Missio, 33), il Beato Duns Scoto si presenta non solo con l’acutezza del suo ingegno e la straordinaria capacità di penetrazione nel mistero di Dio, ma anche con la forza persuasiva della sua santità di vita che lo rende, per la Chiesa e per l’intera umanità, Maestro di pensiero e di vita. La sua dottrina, dalla quale, come affermava il mio venerato Predecessore Paolo VI, “si potranno ricavare lucide armi per combattere e allontanare la nube nera dell’ateismo che offusca l’età nostra” (Epist. Apost. Alma Parens: AAS 58 [1966] 612), edifica vigorosamente la Chiesa, sostenendola nella sua urgente missione di nuova evangelizzazione dei popoli della terra.
In particolare, per i Teologi, i Sacerdoti, i Pastori d’anime, i Religiosi, ed in modo speciale per i Francescani, il Beato Duns Scoto costituisce un esempio di fedeltà alla verità rivelata, di feconda azione sacerdotale, di serio dialogo nella ricerca dell’unità, egli che, come affermava Giovanni de Gerson, fu sempre mosso nella sua esistenza “non dalla contenziosa singolarità del vincere, ma dall’umiltà di trovare un accordo” (Lectiones duae “Poenitemini”, lect. alt., consid. 5: cit. in Epist. Apost. Alma Parens: AAS 58 [1966] 614). Possano il suo spirito e la sua memoria illuminare della luce stessa di Cristo il travaglio e le speranze della nostra società».
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L’Epifania di Prudenzio – Poesia, di un triplice dono – Inos Biffi (O.R.)

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/2011/004q04b1.html

(L’Osservatore Romano 6 gennaio 2011)

L’Epifania di Prudenzio

Poesia

di un triplice dono

di Inos Biffi

L’adorazione dei Magi e il loro triplice dono d’oriente. È il tema dei versi di Prudenzio assegnati all’ufficio delle letture nella festa dell’Epifania: dimetri giambici acatalettici, non particolarmente ispirati, ma chiari e lineari. Essi volgono in poesia il passo di Matteo (2, 11): « I Magi, entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra », illustrati nel loro significato arcano.
Alludono infatti al sorprendente mistero racchiuso in quel bambino, invitato dal poeta a riconoscere il senso inteso da quelle insegne: « Riconosci, o bambino, i segni della potenza e della regalità che il Padre tuo ti ha assegnato ». E precisamente il prezioso tesoro dell’oro e l’odore fragrante dell’incenso ne simboleggiano la dignità regale e la divinità; mentre la polvere di mirra ne raffigura la mortalità e ne presagisce la sepoltura.
Quanto a Betlemme, si trova nobilitata e innalzata su tutte le città della Giudea, per il privilegio di aver dato i natali a Colui, che, disceso dal cielo e fattosi carne, è guida alla salvezza.
Per decisione del Creatore, in conformità con l’annuncio siglato dai Profeti, sarà lui – prosegue l’inno – a esercitare il giudizio e ad assumere il regno: « Un regno che si estende a tutto l’universo, da oriente a occidente, e comprende ciò che sta sopra i cieli o giace negli inferi ».
Sentiamo nei versi di Prudenzio echeggiare diversi richiami e motivi scritturistici. Vi sono intessuti l’oracolo di Michea, « E tu, Betlemme, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda » (5, 1-3); le promesse divine fatte al Messia: « Lo scettro del tuo potere stende il Signore (…) A te il principato nel giorno della tua potenza » (Salmi, 110 [109]); la sua esaltazione da parte di Dio, che « gli donò il nome che è al sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre » (Filippesi, 2, 9-11); l’implorazione per il re messianico: « O Dio, affida al figlio del re la sua giustizia » (Salmi, 72 [71], 1) o l’affermazione stessa di Gesù: « Il Padre ha dato ogni giudizio al Figlio » (Giovanni, 5, 22).
Il racconto della venuta dei sapienti d’oriente, attratti come primizie nella luce della stella, mentre rievoca le vicissitudini passate d’Israele, delinea, in anticipo profetico, la missione universale di Gesù, l’Israele nuovo, riconosciuto dalle nazioni ma rifiutato dalla sua gente. Nelle sue precoci tribolazioni si ripetono le vicissitudini dolorose del popolo ebraico oppresso in Egitto dal Faraone, ora riapparso nella figura di Erode che vanamente trama di uccidere il bambino.
Nella festa dell’Epifania, rievocando la venuta dei Magi che « si prostrarono e lo adorarono », la Chiesa rinnova la sua fede gioiosa in Gesù, Figlio di Dio, unico Salvatore del mondo e ne proclama la signoria. Tutta l’identità e la consistenza della Chiesa si risolvono e si raccolgono in questa assoluta adorazione. Nessun altro salvatore, che non sia l’identico Gesù incontrato a Betlemme da quei misteriosi scrutatori degli astri, riesce anche solo minimamente a incantarla o a distrarla. Al di fuori di lui, proclamato ogni giorno dalla medesima Chiesa come il suo « solo Signore », ci sono solo ingannevoli idoli, intenti a traviarla. Anzi, essa stessa, la Chiesa, sa di brillare nel mondo come l’esclusiva e provvida stella che a tutti gli uomini rischiara la strada e si ferma dove si trova il bambino.

San Francesco d’Assisi : Saluto alle Virtù

dal sito:

http://www.webalice.it/paolorodelli/Francescochiara/laud000.htm#virtu

San Francesco d’Assisi

Saluto alle Virtù

256 1 Ave, regina sapienza,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa e pura semplicità.
2 Signora santa povertà,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa umiltà.
3 Signora santa carità,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa obbedienza.
4 Santissime virtù,
voi tutte salvi il Signore
dal quale venite e procedete.

257 5 Non c’é assolutamente uomo nel mondo intero,
che possa avere una sola di voi,
se prima non muore [a se stesso].
6 Chi ne ha una e le altre non offende,
tutte le possiede,
7 e chi anche una sola ne offende
non ne possiede nessuna e le offende tutte (Cfr. Gc 2,10).
8 e ognuna confonde i vizi e i peccati.

258 9 La santa sapienza
confonde Satana e tutte le sue insidie.
10 La pura santa semplicità
confonde ogni sapienza (Cfr. 1Cor 2,6; 3,19) di questo mondo
e la sapienza della carne.
11 La santa povertà
confonde la cupidigia, l’avarizia
e le preoccupazioni del secolo presente (Cfr. Mt 13,22).
12 La santa umiltà
confonde la superbia
e tutti gli uomini che sono nel mondo
e similmente tutte le cose che sono nel mondo.
13 La santa carità
confonde tutte le diaboliche e carnali tentazioni
e tutti i timori carnali.
14 La santa obbedienza
confonde tutte le volontà corporali e carnali
e ogni volontà propria,
15 e tiene il suo corpo mortificato per l’obbedienza
allo spirito e per l’obbedienza al proprio fratello;
16 e allora l’uomo é suddito e sottomesso
a tutti gli uomini che sono nel mondo,
17 e non soltanto ai soli uomini,
ma anche a tutte le bestie e alle fiere,
18 così che possano fare di lui quello che vogliono
per quanto sarà
loro concesso dall’alto del Signore (Cfr. Gv 19,11).

San Benedetto – La Regola

dal sito:

http://www.parodos.it/books/religione/benedetto.htm   
 
San Benedetto  – La Regola

San Benedetto da Norcia (Norcia, 480 circa – monastero di Montecassino, 547 circa) è stato un monaco e santo italiano, fondatore dell’ordine dei Benedettini.

San Benedetto non è stato un legislatore rivoluzionario: ma l’accorto e sapiente erede, insieme rigoroso e moderato, della tradizione monastica occidentale. Egli aveva davanti agli occhi un modello antico e meraviglioso: gli eremiti orientali come sant’Antonio, che da soli lottavano con il diavolo nel deserto. Ma egli credeva che questo miracolo fosse ormai irraggiungibile. Voleva fondare qualcosa di più modesto: la vita dei monaci chiusi in una collettività guidata da un superiore; vita che doveva tenere lontana ogni influenza del mondo esterno, ogni viaggio, ogni rapporto con i congiunti. « Nessuno osi riferire ad un altro qualcosa di ciò che ha visto o sentito fuori del monastero, perchè sarebbe un’enorme rovina. » Tutto era calcolato e previsto dalla regola e dalla sapienza del superiore: ma ogni gesto della vita comune doveva essere impregnato dalle parole della Scrittura, imbevuto dallo sguardo luminoso di Dio, che contemplava i suoi fedeli dall’alto dei cieli.
Con i suoi minuziosi suggerimenti, la Regola di san Benedetto ci informa con straordinaria efficacia sulla vita quotidiana dei monaci nel Medioevo, rievocando le mense, i lavori, i sonni, le preghiere, le letture comuni, e l’esempio di un amore reciproco senza limiti. « Se un monaco ha la sensazione che un anziano abbia verso di lui sentimenti d’ira o anche una lieve irritazione, subito, senza indugio, si prostri a terra davanti ai suoi piedi e rimanga disteso a far penitenza fino a quando questa irritazione sia placata e si risolva in una benedizione. »

Il Prologo ed i Settantatre Capitoli
Il Prologo definisce i principi della vita religiosa (soprattutto la rinuncia alla propria volontà ed il proprio affidamento a Cristo) e paragona il monastero ad una « scuola » che insegna la scienza della salvezza, cosicché perseverando nel monastero fino alla morte, i discepoli possono « meritare di divenire parte del regno di Cristo ».
Dei settantatre capitoli che seguono il prologo, nove trattano i doveri dell’Abate, tredici regolano l’adorazione di Dio, ventinove sono relative alla disciplina ed al codice penale, dieci regolano l’amministrazione interna del monastero, i rimanenti dodici riguardano provvedimenti diversi.
Il Capitolo I definisce i quattro tipi principali di monachesimo: (1) Cenobiti, cioè coloro che vivono in un monastero sotto la guida di un Abate; (2) Anacoreti, o eremiti, che vivono in solitudine dopo essersi messi alla prova in un monastero; (3) Sarabiti, che vivono in gruppi di due o tre, senza regole prestabilite o un superiore; (4) Girovaghi, monaci viandanti che vivono andando da un monastero all’altro portando discredito alla professione monastica. La regola si rivolge solo ai primi.
Il Capitolo II descrive le qualità che devono caratterizzare l’Abate, raccomandandogli di non dimostrare preferenze verso i suoi monaci, fatti salvi meriti particolari, avvertendolo allo stesso momento che è responsabile della salvezza delle anime che gli sono affidate.
Il Capitolo III decreta l’obbligo da parte dell’Abate di convocare i confratelli per consultarli sugli affari importanti per la comunità.
Il Capitolo IV elenca i doveri di un Cristiano in settantadue precetti che chiama « strumenti per il buon lavoro ». Per la gran parte fanno riferimento (o nello spirito o nella lettera) alle Sacre Scritture.
Il Capitolo V prescrive una obbedienza pronta, gioiosa e assoluta al superiore e definisce l’obbedienza come il primo grado dell’umiltà.
Il Capitolo VI tratta del silenzio, raccomandando moderazione nell’uso della parola, ma non proibisce la conversazione quando è utile o necessaria.
Il Capitolo VII tratta dell’umiltà, individuandone dodici gradi che, come gradini di una scala, portano al paradiso: (1) avere timore di Dio; (2) reprimere la propria volontà; (3) sottomettersi alla volontà dei superiori; (4) obbedire anche nelle cose più dure e difficili; (5) confessare i propri errori; (6) riconoscere la propria pochezza; (7) preferire gli altri a sé stessi; (8) evitare la solitudine; (9) parlare solo nei momenti prestabiliti; (10) soffocare il riso scomposto; (11) reprimere l’orgoglio; (12) dimostrarsi umili verso gli altri.
I Capitoli dal IX al XVIII si occupano di regolare l’Ufficio Divino scandite dalle Ore Canoniche, sette del giorno e una di notte. Le orazioni sono stabilite in dettaglio specificando cosa recitare in inverno o in estate, di domenica, nei giorni festivi,…
Il Capitolo XIX sottolinea la reverenza che si deve tenere in presenza di Dio.
Il Capitolo XX stabilisce che le preghiere in comune siano brevi.
Il Capitolo XXI impone la nomina di un decano ogni dieci monaci e prescrive anche come devono essere scelti.
Il Capitolo XXII regola tutto quanto concerne il dormitorio. Stabilisce, ad esempio, che ciascun monaco abbia un proprio letto, che dorma nel proprio abito così da essere pronto ad alzarsi senza ritardo e che una luce debba essere tenuta accesa nel dormitorio per tutta la notte.
I Capitoli dal XXIII al XXX trattano delle violazioni alla Regola e stabilisce una scala graduale di pene: ammonizione privata; reprimenda pubblica; separazione dai confratelli durante i pasti ed in ogni altra occasione; flagellazione; espulsione da adottare solo come ultima risorsa, quando ogni altro mezzo per richiamare il monaco è risultato vano. In ogni caso l’espulso deve essere nuovamente accettato su sua richiesta. Se però è espulso per tre volte, allora ogni sua richiesta può essere ignorata.
I Capitoli XXXI e XXXII stabiliscono le qualità del monaco Cellario e di altri responsabili per curare i beni del monastero, da trattare con la stessa cura dei vasi sacri dell’altare.
Il Capitolo XXXIII proibisce ai monaci il possesso privato di qualsiasi bene senza il permesso dell’Abate. Quest’ultimo, inoltre, deve impegnarsi a fornire il necessario.
Il Capitolo XXXIV prescrive la giusta distribuzione di quanto necessario alla vita del monaco.
Il Capitolo XXXV stabilisce che i monaci servano a turno nella cucina.
I Capitoli XXXVI e XXXVII ordina che la comunità monastica si deve prendere cura dei più deboli (malati, vecchi e giovani) che possono godere di dispense speciali dalla Regola, soprattutto per quanto concerne il cibo.
Il Capitolo XXXVIII prescrive l’ascolto delle Sacre Scritture durante i pasti. Della lettura ad alta voce è incaricato un monaco a rotazione con turni settimanali. Per non disturbare la lettura, durante i pasti vige la regola del silenzio per cui ci si può esprimere solo a gesti. Il lettore, dal canto suo, mangia insieme agli inservienti dopo che gli altri hanno finito, ma può mangiare un po’ anche prima, se questo può aiutarlo a sopportare la fatica.
I Capitoli XXXIX e XL regolano la quantità e qualità del cibo: due pasti al giorno durante i quali si consumano due piatti di cibo cotto ciascuno. Una libbra (circa 450g) di pane ed una hemina (un’antica unità di misura romana pari a circa un quarto di litro) di vino per ciascun monaco. La carne è proibita a tutti eccetto che ai malati e a chi era debilitato fisicamente. Tra le facoltà dell’Abate, inoltre, c’è anche la possibilità di aumentare le porzioni quotidiane, se lo reputa necessario.
Il Capitolo XLI prescrive l’orario per i pasti, che variano in funzione delle stagioni.
Il Capitolo XLII ordina per la sera, prima della Compieta, la meditazione comune di Conferenze, Vite dei Padri o di qualche altra opera di edificazione morale, dopodicché deve essere rispettato il più stretto silenzio fino la mattino.
I Capitoli dal XLIII al XLVI trattano degli errori veniali (ad esempio arrivare in ritardo alle preghiere o ai pasti) e stabilisce le relative penitenze per i trasgressori.
Il Capitolo XLVII affida all’Abate il dovere di chiamare i fratelli al « Mondo di Dio » e di scegliere chi deve cantare o leggere.
Il Capitolo XLVIII sottolinea l’importanza del lavoro manuale e stabilisce quanto tempo dedicargli quotidianamente. Questo varia in funzione delle stagioni ma non deve essere inferiore alle cinque ore. Compito dell’Abate è di verificare non solo che tutti lavorino, ma anche di assicurarsi che il compito assegnato a ciascuno sia commisurato alle sue capacità.
Il Capitolo XLIX stabilisce gli adempimenti per la Quaresima e raccomanda qualche rinuncia volontaria in quel periodo, con il permesso dell’Abate.
I Capitoli L e LI contengono regole per i monaci che lavorano nei campi o sono in viaggio. A loro viene chiesto, nei limiti del possibile, di unirsi in spirito con i confratelli del monastero nelle ore stabilite per la preghiera.
Il Capitolo LII stabilisce che l’oratorio sia usato solo per le orazioni.
Il Capitolo LIII parla degli ospiti che devono essere ricevuti « come lo stesso Cristo » originando quella tradizione di ospitalità che ha caratterizzato i Benedettini di ogni epoca. In particolare, gli ospiti devono essere trattati dall’Abate o dai suoi incaricati con cortesia e durante la loro permanenza devono essere posti sotto la protezione del monaco, ma non hanno il diritto ad unirsi con il resto della comunità monastica senza un permesso speciale.
Il Capitolo LIV vieta ai monaci di ricevere lettere o regali senza il permesso dell’Abate.
Il Capitolo LV regola l’abbigliamento dei monaci che deve essere sufficiente sia in quantità e qualità, semplice ed economico, adatto al clima ed alla località secondo quanto stabilito dall’Abate. Ogni monaco, inoltre, deve avere abiti di ricambio per permettere che siano lavati. In occasione di un viaggio al monaco devono essere messi a disposizione abiti di migliore qualità. Gli abiti vecchi, infine, devono essere messi da parte per i poveri.
Il Capitolo LVI stabilisce che l’Abate mangi con gli ospiti.
Il Capitolo LVII ordina l’umiltà degli artigiani del monastero ed impone che quando i loro prodotti sono venduti, lo devono essere a prezzi inferiori a quelli di mercato.
Il Capitolo LVIII stabilisce le regole per l’ammissione dei postulanti la cui volontà deve essere posta a dura prova. Questa materia era stata precedentemente regolata dalla Chiesa ai cui insegnamenti si adegua anche San Benedetto; innanzitutto il postulante deve trascorrere un breve periodo come ospite; quindi è ammesso nel noviziato dove, sotto la guida di un maestro, la sua vocazione è messa alla prova con severità ed è libero di rinunciare in ogni momento; se dopo dodici mesi persevera ancora nelle sue intenzioni, allora può essere ammesso a pronunciare i voti che lo legano per sempre al monastero.
Il Capitolo LIX stabilisce le condizioni per l’ammissione dei ragazzi nel monastero.
Il Capitolo LX regola la posizione dei sacerdoti che desiderano unirsi ad una comunità monastica. Li esorta, inoltre, ad essere un esempio di umiltà per tutti e stabilisce che esercitino il loro ministero solo con il permesso dell’Abate.
Il Capitolo LXI consente l’accoglienza di monaci esterni come ospiti e il loro incorporamento nella comunità su richiesta.
Il Capitolo LXII stabilisce che i privilegi nella comunità siano determinati per la data di ammissione, meriti personali o compiti assegnati dall’Abate.
Il Capitolo LXIV stabilisce che l’Abate sia eletto dai suoi monaci che lo devono scegliere per la sua carità, zelo e discrezione.
Il Capitolo LXV permette, se necessario, la nomina di un Priore (il vice dell’Abate) ma avverte che sia completamente sottomesso all’Abate che può ammonirlo, deporlo dall’incarico o espellerlo in caso di cattiva condotta.
Il Capitolo LXVI prevede la nomina di un portinaio, un monaco anziano ed assennato, e raccomanda che ciascun monastero debba essere, nei limiti del possibile, autonomo così da limitare le relazioni con il mondo esterno.
Il Capitolo LXVII istruisce i monaci in viaggio.
Il Capitolo LXVIII ordina che tutti eseguano gioiosamente quanto viene loro comandato, per quanto difficile possa essere il compito affidato
Il Capitolo LXIX vieta ai monaci di prendere le difese di un altro monaco.
Il Capitolo LXX proibisce che lottino tra loro.
Il Capitolo LXXI incoraggia i monaci ad essere obbedienti non solo verso l’Abate ed i superiori ma anche reciprocamente.
Il Capitolo LXXII è una breve esortazione allo zelo ed alla carità fraterna
Il Capitolo LXXIII è l’epilogo dove si dichiara che la Regola non è proposta come un ideale di perfezione, ma solo come uno strumento per avvicinarsi a Dio ed è intesa principalmente come una guida per chi comincia il suo cammino spirituale.

Le regole monastiche antiche
L’immagine di un Medioevo monastico interamente benedettino è un luogo comune, tanto inveterato quanto storicamente falso. Essa ha lusingato in particolare la storiografia italiana, che ha alimentato a lungo il mito di san Benedetto padre del monachesimo occidentale, della civiltà religiosa medievale, dell’Europa tout court. In realtà, l’osservanza benedettina trovò diffusione largamente europea solo a partire dall’età carolingia, per l’opera riformatrice di un patrizio visigoto, Benedetto abate di Aniane, che ridusse i monasteri dell’Impero a unità legislativa applicando le direttive politiche di Carlo Magno e Ludovico il Pio. Prima di allora, tra il V e l’VIII secolo, numerose regole circolarono nell’Occidente. Una trentina di esse sono pervenute sino a noi.
Non vanno catalogati tra le regole, anche se talvolta ne portano il nome, scritti di carattere parenetico o didattico o descrittivo. Per esempio non sono regole, com’è evidente, il de laude eremi o il de contemptu munii, due opuscoli scritti tra il 418 e il 430 da Eucherio, monaco di L?rins e poi vescovo di Lione, sebbene contengano non pochi spunti sulla spiritualità e la condotta degli asceti; ma non lo sono neanche talune lettere di Girolamo, come la 2.2., la 58, la 12.5 e altre ancora, che sono dei veri e propri manuali di direzione spirituale, o la lettera di Leandro di Siviglia alla sorella Fiorentina, ne lo sono i libri de institutis coenobiorum di Cassiano, che descrivono i vizi contro i quali il monaco deve lottare e gli indicano i rimedi da adottare.
Tra lo scadere del IV secolo e i primi anni del V si colloca la prima generazione di regole latine. Più precisamente, si tratta in un caso di due testi originali, composti uno, l’Ordo monasterii, intorno al 395 nella cerchia di Sant’Agostino (forse dall’amico Alipio per i monaci di Tagaste), l’altro, il Praeceptum, dallo stesso
Agostino, verso il 397, per il monastero di Ippona, e dalla tradizione trasmessi insieme come « Regula Augustini »; in altri due casi si tratta, invece, di versioni di un testo greco, la Regola di Basilio, e di uno copto, la Regola di Pacomio. La prima fu tradotta da Rufino, che nel 397, su richiesta dell’abate del monastero di Pinete, vicino a Roma, volse in latino una redazione della quale non c’è rimasto l’originale greco, più breve rispetto all’altra, conservataci in greco. La seconda è costituita da quattro gruppi di precetti monastici dettati dal grande fondatore del cenobitismo egiziano, che Girolamo tradusse in latino, nel 404, da una precedente traduzione greca, assieme ad alcune lettere dello stesso Pacomio e del suo primo successore, Teodoro, e assieme al testamento spirituale di Orsiesi, successore di Teodoro.
Direttamente o per il tramite di testi intermedi, queste regole della prima generazione influenzarono le successive, con un fitto intrecciarsi di rapporti, che oggi, grazie soprattutto alle indagini di dom Adalbert de Vog??, riusciamo a ricostruire abbastanza compiutamente. Tracce delle regole di Agostino e di Pacomio si rinvengono largamente sia nell’area gallo-iberica che in quella italiana e nel monachesimo iro-franco di Colombano; la Regola di Basilio sembra essere stata più presente nelle regole italiane, meno in quelle iberiche e provenzali.
Una seconda fioritura di grandi regole si ebbe a circa un secolo e mezzo dalle prime. Tra le due generazioni stanno – ma ne parleremo partitamente in seguito – le cosiddette Regole dei Santi Padri. I centri creativi di questa seconda stagione legislativa furono la Gallia meridionale e l’Italia centro-meridionale.
In Gallia, lungo la prima metà del VI secolo, svolse un’opera costante di sostegno e di regolamentazione della prassi monastica Cesario, prima monaco a L?rins e poi vescovo di Arse. Il testo più importante è la « Regula ad virgines », la prima regola femminile dell’Occidente, che Cesario compilò per il monastero di san Giovanni in Arles, retto dalla sorella Cesaria, ma che trascese subito l’ambito locale ed esercitò duratura influenza sul monachesimo sia provenzale che italiano, e non solamente femminile. Cesario vi si dedicò a più riprese, tra il 511 e il 534, e vi trasferì, con le opportune correzioni, le norme dell’ascesi e della vita comunitaria maschile, mettendo a profitto non solo i testi monastici più illustri, da Pacomio a Cassiano, ma anche l’esperienza personale, maturata negli anni del soggiorno monastico a L?rins e nella pratica pastorale. Successivamente (e non prima, come si è creduto a lungo), tra il 534 e il 541, Cesario stilò una « Regula monachorum », che di fatto non è che un compendio della regola femminile.
In Italia, tra Roma e Cassino, nella prima metà del VI secolo, a distanza di qualche decennio l’una dall’altra, vedono la luce le due maggiori regole dell’Occidente, quella del Maestro e quella di Benedetto. La questione dei loro rapporti ha dato origine negli ultimi cinquant’anni a una controversia serratissima e feconda di proposte storiografiche rinnovatrici. Oggi è largamente prevalente l’opinione che ammette la priorit? e riconosce il valore e l’originalità dell’anonima « Regula Magistri », la più ampia delle Regole latine e la più sistematica.
Un nutrito gruppo di regole – più della metà di quelle che complessivamente ci sono rimaste – furono redatte nell’età successiva, tra la metà del VI secolo e gli ultimi decenni del VII. Sono scritti di modeste dimensioni e quasi sempre di scarsa originalità, che non superarono se non raramente i confini del monastero per il quale furono composti o, al più, i limiti regionali. Unica personalità di statura europea fu Colombano (+ 615), il fondatore di Luxeuil e di Bobbio, al quale, tuttavia, si devono regole di carattere limitato: una « Regula monachorum », contenente una serie di precetti spirituali e una descrizione dell’ufficio liturgico, e una « Regula coenobialis », che è sostanzialmente un codice disciplinare con norme punitive di tipo irlandese, comprendenti anche le percosse. Gli altri legislatori furono vescovi o abati galli, iberici, italici; alcuni testi sono anonimi e talvolta solo il confronto con altre regole meglio note ne lascia sospettare il luogo di provenienza
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MORTE DEI GIUSTI (Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius – Ps 115,15)

dal sito:

http://www.santorosario.net/apparecchio/8.htm

MORTE DEI GIUSTI

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius (Ps 115,15)

PUNTO I
La morte mirata secondo il senso spaventa, e si fa temere; ma secondo la fede consola, e si fa desiderare. Ella comparisce terribile a’ peccatori, ma si dimostra amabile e preziosa a’ Santi: « Pretiosa, dice S. Bernardo, tanquam finis laborum, victoriae consummatio, vitae ianua ». « Finis laborum », sì, la morte è termine delle fatiche e de’ travagli. « Homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis » (Iob 14,1). Ecco qual’è la nostra vita, è breve ed è tutta piena di miserie, d’infermità, di timori e di passioni. I mondani che desiderano lunga vita, che altro cercano (dice Seneca) che un più lungo tormento? « Tanquam vita petitur supplicii mora ».
Che cosa è il seguitare a vivere, se non il seguitare a patire? dice S. Agostino: « Quid est diu vivere, nisi diu torqueri? ». Sì, perché (secondo ci avverte S. Ambrogio) la vita presente non ci è data per riposare, ma per faticare e colle fatiche meritarci la vita eterna: « Haec vita homini non ad quietem data est, sed ad laborem ». Onde ben dice Tertulliano che quando Dio ad alcuno gli abbrevia la vita, gli abbrevia il tormento: « Longum Deus adimit tormentum, cum vitam concedit brevem ». Quindi è che sebbene la morte è data all’uomo in pena del peccato, non però son tante le miserie di questa vita, che la morte (come dice S. Ambrogio) par che siaci data per sollievo, non per castigo: « Ut mors remedium videatur esse, non poena ». Dio chiama beati quei che muoiono nella sua grazia, perché finiscono le fatiche e vanno al riposo. « Beati mortui qui in Domino moriuntur… Amodo iam dicit Spiritus, ut requiescant a laboribus suis » (Apoc 14,13).
I tormenti che in morte affliggono i peccatori, non affliggono i Santi. « Iustorum animae in manu Dei sunt, non tanget illos tormentum mortis » (Sap 3,1). I Santi, questi non già si accorano con quel « Proficiscere », che tanto spaventa i mondani. I Santi non si affliggono in dover lasciare i beni di questa terra, poiché ne han tenuto staccato il cuore. « Deus cordis mei » (sempre essi così sono andati dicendo), « et pars mea, Deus, in aeternum ». Beati voi, scrisse l’Apostolo a’ suoi discepoli, ch’erano stati per Gesù Cristo spogliati de’ loro beni: « Rapinam bonorum vestrorum cum gaudio suscepistis, cognoscentes vos meliorem et manentem substantiam » (Hebr 10). Non si affliggono in lasciare gli onori, poiché più presto gli hanno abbominati e tenuti (quali sono) per fumo e vanità; solo hanno stimato l’onore di amare e d’essere amati da Dio. Non si affliggono in lasciare i parenti, perché costoro solo in Dio l’hanno amati; morendo gli lasciano raccomandati a quel Padre Celeste, che l’ama più di loro; e sperando di salvarsi, pensano che meglio dal paradiso, che da questa terra potranno aiutargli. In somma quel che sempre han detto in vita: « Deus meus, et omnia », con maggior consolazione e tenerezza lo van replicando in morte.
Chi muore poi amando Dio, non s’inquieta già per li dolori che porta seco la morte; ma più presto si compiace di loro, pensando che già finisce la vita, e non gli resta più tempo di patire per Dio e di offerirgli altri segni del suo amore, onde con affetto e pace gli offerisce quelle ultime reliquie della sua vita; e si consola in unire il sacrificio della sua morte col sacrificio, che Gesù Cristo offerì per lui un giorno sulla croce all’Eterno suo Padre. E così felicemente muore dicendo: « In pace in idipsum dormiam, et requiescam ». Oh che pace è il morire abbandonato, e riposando nelle braccia di Gesù Cristo, che ci ha amati sino alla morte, ed ha voluto far egli una morte amara, per ottenere a noi una morte dolce e consolata!

PUNTO II
« Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit » (Apoc 21,4). Asciugherà dunque in morte il Signore dagli occhi de’ suoi servi le lagrime, che hanno sparse in questa vita, vivendo in pene, in timori, pericoli e combattimenti coll’inferno. Ciò sarà quel che più consolerà un’anima, che ha amato Dio, in udir la nuova della morte, il pensare che presto sarà liberata da tanti pericoli, che vi sono in questa vita di offender Dio, da tante angustie di coscienza e da tante tentazioni del demonio. La vita presente è una continua guerra coll’inferno, nella quale siamo in continuo rischio di perdere l’anima e Dio. Dice S. Ambrogio che in questa terra « inter laqueos ambulamus »: camminiamo sempre tra’ lacci de’ nemici, che c’insidiano la vita della grazia. Questo pericolo era quello, che facea dire a S. Pietro d’Alcantara, mentre stava morendo: Fratello, scostati (era quello un Religioso, che in aiutarlo lo toccava); scostati, perché ancora sto in vita, e sono in rischio di dannarmi. Questo pericolo ancora facea consolare S. Teresa, ogni volta che sentiva sonar l’orologio, rallegrandosi che fosse passata un’altr’ora di combattimento; poiché diceva: In ogni momento di vita io posso peccare, e perdere Dio. Ond’è che i Santi alla nuova della morte tutti si consolano, pensando che presto finiscono le battaglie e i pericoli, e stan vicini ad assicurarsi della felice sorte di non poter più perdere Dio.
Si narra nelle vite de’ Padri che un Padre vecchio, morendo nella Scizia, mentre gli altri piangevano, esso ridea; domandato, perché ridesse? rispose: E voi perché piangete, vedendo ch’io vado al riposo? « Ex labore ad requiem vado, et vos ploratis? ». Parimente S. Caterina da Siena morendo disse: Consolatevi meco, che lascio questa terra di pene, e vado al luogo della pace. Se taluno abitasse (dice S. Cipriano) in una casa, dove le mura son cadenti, e ‘l pavimento e i tetti tremano, sicché tutto minaccia ruina, quanto dovrebbe costui desiderare di poterne uscire? In questa vita tutto minaccia ruina all’anima, il mondo, l’inferno, le passioni, i sensi ribelli: tutti ci tirano al peccato ed alla morte eterna. « Quis me liberabit (esclamava l’Apostolo) de corpore mortis huius? » (Rom 7,24). Oh che allegrezza sentirà l’anima nel sentirsi dire: « Veni de Libano, sponsa mea, veni de cubilibus leonum » (Cant 4,8). Vieni, sposa, esci dal luogo de’ pianti, e da’ covili de’ leoni, che cercano di divorarti, e farti perdere la divina grazia. Onde S. Paolo, desiderando la morte, dicea che Gesù Cristo era l’unica sua vita; e perciò stimava egli il suo morire il maggior guadagno che potesse fare, in acquistar colla morte quella vita, che non ha più fine: « Mihi vivere Christus est, et mori lucrum » (Phil 1,21).
È un gran favore che Dio fa ad un’anima, quand’ella sta in grazia, il torla dalla terra, dove può mutarsi e perdere la di lui amicizia: « Raptus est, ne malitia mutaret intellectum eius » (Sap 4,11). Felice in questa vita è chi vive unito con Dio; ma siccome il navigante non può chiamarsi sicuro, se non quando è già arrivato al porto ed è uscito dalla tempesta: così non può chiamarsi appieno felice un’anima, se non quando esce di vita in grazia di Dio. « Lauda navigantis felicitatem, sed cum pervenit ad portum », dice S. Ambrogio. Or se ha allegrezza il navigante, allorché dopo tanti pericoli sta prossimo ad afferrare il porto; quando più si rallegrerà colui, che sta vicino ad assicurarsi della salute eterna?
In oltre, in questa vita non si può vivere senza colpe almeno leggiere. « Septies enim cadet iustus » (Prov 24,16). Chi esce di vita finisce di dar disgusto a Dio. « Quid est mors (dicea S. Ambrogio) nisi sepultura vitiorum? ». Ciò ancora è quel che fa molto desiderar la morte agli amanti di Dio. Con ciò tutto si consolava morendo il Ven. P. Vincenzo Caraffa, mentre diceva: Terminando la vita, io termino d’offendere Dio. E ‘l nominato S. Ambrogio dicea: « Quid vitam istam desideramus, in qua quanto diutius quis fuerit, tanto maiore oneratur sarcina peccatorum? ». Chi muore in grazia di Dio, si mette in istato di non potere, né saper più offenderlo. « Mortuus nescit peccare », dicea lo stesso Santo. Perciò il Signore loda più i morti, che qualunque uomo, che vive, ancorché santo: « Laudavi magis mortuos, quam viventes » (Eccl 4,2). Un certo uomo da bene ordinò che nella sua morte chi gliene avesse portato l’avviso, gli avesse detto: Consolati, perché giunto è il tempo che non offenderai più Dio.

PUNTO III
La morte non solo è fine de’ travagli, ma ancora è porta della vita. « Finis laborum, vitae ianua », come dice S. Bernardo. Necessariamente dee passare per questa porta, chi vuol entrare a veder Dio. « Ecce porta Domini, iusti intrabunt in eam » (Ps 117,20). S. Girolamo pregava la morte, e le diceva: « Aperi mihi, soror mea ». Morte, sorella mia, se tu non mi apri la porta, io non posso andare a godere il mio Signore. S. Carlo Borromeo, vedendo un quadro in sua casa, dove stava dipinto uno scheletro di morto colla falce in mano; chiamò il pittore e gli ordinò che cancellasse quella falce e vi dipingesse una chiave d’oro, volendo con ciò sempre più accendersi al desiderio della morte, perché la morte è quella che ci ha d’aprire il paradiso a vedere Dio.
Dice S. Gio. Grisostomo se ‘l re avesse apparecchiata ad alcuno l’abitazione nella sua reggia, ma al presente lo tenesse ad abitare in una mandra, quanto dovrebbe colui desiderar di uscir dalla mandra, per passare alla reggia? In questa vita l’anima stando nel corpo, sta come in un carcere, per di là uscire ed andare alla reggia del cielo; perciò pregava Davide: « Educ de custodia animam meam » (Ps 141,8). E ‘l santo vecchio Simeone, quando ebbe tra le braccia Gesù Bambino, non seppe altra grazia cercargli che la morte, per esser liberato dal carcere della presente vita: « Nunc dimittis servum tuum, Domine ». Dice S. Ambrogio: « Quasi necessitate teneretur, dimitti petit ». La stessa grazia desiderò l’Apostolo, quando disse: « Cupio dissolvi, et esse cum Christo » (Phil 1,23).
Quale allegrezza ebbe il coppiere di Faraone, quando intese da Giuseppe che tra breve doveva uscire dalla prigione e ritornare al suo posto! Ed un’anima che ama Dio, non si rallegrerà in sentire che tra breve dee essere scarcerata da questa terra, ed andare a godere Dio? « Dum sumus in corpore, peregrinamur a Domino » (2 Cor 5,6). Mentre siamo uniti col corpo, siamo lontani dalla vista di Dio, come in terra aliena, e fuori della nostra patria; e perciò dice S. Brunone che la nostra morte non dee chiamarsi morte ma vita: « Mors dicenda non est, sed vitae principium ». Quindi la morte de’ Santi si nomina il lor natale; sì perché nella loro morte nascono a quella vita beata, che non avrà più fine. « Non est iustis mors, sed translatio », S. Attanagio. A’ giusti la morte non è altro, che un passaggio alla vita eterna. O morte amabile, dicea S. Agostino, e chi sarà colui che non ti desidera, giacché tu sei il termine de’ travagli, il fine della fatica e ‘l principio del riposo eterno? « O mors desiderabilis, malorum finis, laboris clausula, quietis principium! ». Pertanto con ansia pregava il Santo: « Eia moriar, Domine, ut Te videam ».
Ben dee temere la morte, dice S. Cipriano, il peccatore, che dalla sua morte temporale ha da passare alla morte eterna: « Mori timeat, qui ad secundam mortem de hac morte transibit ». Ma non già chi stando in grazia di Dio, dalla morte spera di passare alla vita. Nella Vita di S. Giovanni Limosinario si narra che un cert’uomo ricco raccomandò al Santo l’unico figlio che aveva, e gli diè molte limosine, affinché gli ottenesse da Dio lunga vita; ma il figlio poco tempo dopo se ne morì. Lagnandosi poi il padre della morte del figlio, Dio gli mandò un Angelo che gli disse: Tu hai cercata lunga vita al tuo figlio, sappi che questa eternamente egli già gode in cielo. Questa è la grazia, che ci ottenne Gesù Cristo, come ci fu promesso per Osea: « Ero mors tua, o mors » (Os 13,41). Gesù morendo per noi fe’ che la nostra morte diventasse vita. S. Pionio Martire, mentr’era portato al patibolo, fu dimandato da coloro che lo conducevano, come potesse andare così allegro alla morte? Rispose il Santo: « Erratis, non ad mortem, sed ad vitam contendo ». Così ancora fu rincorato il giovinetto S. Sinforiano dalla sua madre, mentre stava prossimo al martirio: « Nate, tibi vita non eripitur, sed mutatur in melius
« 

27 agosto – Santa Monica : Visse per Agostino

dal sito:

http://www.santagostinopavia.it/agostino/monica.asp

27 agosto : Santa Monica

Visse per Agostino

Non è facile esagerare l’importanza che il rapporto con sua madre Monica ha avuto nel percorso esistenziale di Agostino. Senza la sua costanza, le sue lacrime, le sue preghiere, la sua passione per il figlio, la Chiesa e l’umanità oggi non avrebbero quel genio e quel santo che è il figlio. Monica era una donna semplice, ma dotata di una grande fede e di un carattere estremamente volitivo e tenace. Nata nel 331 in una famiglia profondamente cattolica e andata sposa a Patrizio, che era pagano, si trovò a vivere i problemi e le gioie quotidiane, i momenti più esaltanti e quelli più angoscianti di una donna: l’amore e la maternità (ebbe due figli e una figlia); le ansie connesse al sublime e difficile della loro educazione; le infedeltà coniugali del marito, uomo tenero e sensibile, ma volubile e facile all’ira; la fierezza e la preoccupazione per la « carriera » del figlio Agostino; la morte del marito (Patrizio muore nel 371, un anno dopo essersi convertito al cristianesimo); il dovere di sostenere con il suo lavoro la famiglia; gli interrogativi della fede personale e della fede da trasmettere ai propri figli; la constatazione amara del proprio fallimento di mamma cristiana, quando si vede ritornare a casa il figlio Agostino, professore sì, ma che ha rinunciato alla fede cristiana… Agostino traccia un ritratto della vita vedovile di Monica: un’esistenza sobria e austera, caratterizzata da un’intensa preghiera e da attività caritative. Alle preghiere e alle lacrime, Monica aggiunse l’impegno costante di restare vicino al figlio. In un primo momento, in verità, il suo atteggiamento fu diverso. Quando lo vide tornare da Cartagine laureato – il sogno lungamente vagheggiato da Monica e dal defunto Patrizio – la sua gioia fu distrutta dal saperlo lontano dalla Chiesa cattolica e manicheo. In più aveva con sé una donna che non era la sua legittima moglie. Monica ebbe uno scatto di fierezza e lo cacciò di casa. Il giovane professore dovette rifugiarsi presso l’amico e mecenate Romaniano. Non si pensi che il gesto fosse dettato dalla presenza della donna: la società di allora non era così puritana, e del resto, una volta che Agostino avesse ricevuto il Battesimo, la situazione poteva essere sanata. Il vero motivo era l’eresia. Ora che in casa tutti erano cattolici, il figlio maggiore, su cui riponeva tante speranze, la deludeva così profondamente. Ma un sogno contribuì a farle cambiar decisione. Un giovane sorridente le si avvicina chiedendole il motivo della mestizia e delle sue lacrime. Alla spiegazione del suo pianto per la perdizione del figlio, il giovane le dice: “Perché piangi? Non vedi che dove sei tu, là c’è anche lui?” e così scorge il figlio vicino a lei. Di fatto decise di riprenderlo in casa e di dividere con lui la sua mensa. Si era convinta, in altre parole, che il metodo della contrapposizione aperta non serviva. Con quel figlio – ma forse vale per tutti i figli – l’amore sarebbe stato più efficace della fierezza, al metodo della severità era preferibile quello della dolcezza, della persuasione, della pazienza. E da quel momento non si separò più da lui. Lo seguì a Cartagine e poi ovunque, appena poté, senza temere, lei umile donna, i pericoli del mare, le fatiche e i disagi di lunghi viaggi, le incognite di terre e persone straniere. Il momento più doloroso per Monica fu quando Agostino, con l’inganno, non le permise di seguirlo alla sua partenza per Roma. Tuttavia lo raggiunse a Milano nel 385, fece parte del gruppo che con il figlio si ritirò in una villa in Brianza, in una località chiamata Cassiciacum, per riflettere e meditare. In questo luogo Agostino scrisse le sue prime opere: i dialoghi. Monica assistette pure al battesimo del figlio e con lui si diresse poi verso Roma per tornare in Africa.

L’estasi di Ostia Tiberina

In attesa dell’imbarco si fermarono ad Ostia. Di questo soggiorno Agostino racconta nelle Confessioni l’episodio noto come estasi di Ostia.
“… Accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l’esaltazione, l’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch’esse superammo per attingere la plaga dell’abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l’essere passato e l’essere futuro non sono in lei, ma solo l’essere, in quanto eterna, poiché l’essere passato e l’essere futuro non è l’eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa? Si diceva dunque: « Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli, e l’anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: « Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece Chi permane eternamente »; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube o enigma di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest’unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l’ »entra nel gaudio del tuo Signore »? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati? ». Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: « Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui? », (Conf IX, 10.23-26).

La morte di Monica

Monica morì pochi giorni dopo questo colloqui con il figlio, che così ci racconta gli ultimi istanti della vita della madre. Era l’autunno del 387: “… Entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: « Dov’ero? »; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: « Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre ». Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l’augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All’udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un’occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: « Vedi cosa dice », e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: « Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore » (Conf. IX, 11.27). 

23 luglio: Santa Brigida di Svezia Religiosa, co-patrona d’Europa

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/28400

Santa Brigida di Svezia Religiosa, fondatrice

23 luglio
 
Finsta, Uppsala (Svezia), giugno 1303 – Roma, 23 luglio 1373

Compatrona d’Europa, venerata dai fedeli per le sue «Rivelazioni», nacque nel 1303 nel castello di Finsta, nell’Upplandi (Svezia), dove visse con i genitori fino all’età di 12 anni. Sposò Ulf Gudmarson, governatore dell’Östergötland, dal quale ebbe otto figli.Secondo la tradizione devozionale, nel corso delle prime rivelazioni, Cristo le avrebbe affidato il compito di fondare un nuovo ordine monastico. Nel 1349 Brigida lasciò la Svezia per recarsi a Roma, per ottenere un anno giubilare e l’approvazione per il suo ordine, che avrebbe avuto come prima sede il castello reale di Vastena, donatole dal re Magnus Erikson. Salvo alcuni pellegrinaggi, rimase a Roma fino alla sua morte avvenuta il 23 luglio 1373. La sua canonizzazione avvenne nel 1391 ad opera di Papa Bonifacio IX. (Avvenire)

Patronato: Svezia, Europa (Giovanni Paolo II, 1/10/99)
Etimologia: Brigida (come Brigitta) = alta, forte, potente, dall’irlandese

Martirologio Romano: Santa Brigida, religiosa, che, data in nozze al legislatore Ulfo in Svezia, educò nella pietà cristiana i suoi otto figli, esortando lo stesso coniuge con la parola e con l’esempio a una profonda vita di fede. Alla morte del marito, compì numerosi pellegrinaggi ai luoghi santi e, dopo aver lasciato degli scritti sul rinnovamento mistico della Chiesa dal capo fino alle sue membra e aver fondato l’Ordine del Santissimo Salvatore, a Roma passò al cielo.
Nel tardo Medioevo, sia in campo civile che in quello ecclesiastico, gli uomini si dilaniavano in lotte intestine, provocando guerre tra gli Stati e scismi nella Chiesa e mettendo a rischio la stessa sopravvivenza della civiltà cristiana, davanti al pericolo sempre incombente dei musulmani.
Dio allora suscitò donne come santa Brigida di Svezia e santa Caterina da Siena, contemporanee, che con il loro carisma cercarono di pacificare gli animi e di ricostruire l’unità della Chiesa, dando un contributo, sotto certi aspetti determinante, alla civiltà europea.
E giustamente sia s. Brigida patrona della Svezia (1303-1373), sia s. Caterina da Siena compatrona d’Italia (1347-1380), sono state proclamate compatrone dell’Europa, insieme a s. Benedetto da Norcia (470-547).

Sue origini e formazione
Brigida o Brigitta o Birgitta, nacque nel giugno 1303 nel castello di Finsta presso Uppsala in Svezia; suo padre Birgen Persson era ‘lagman’, cioè giudice e governatore della regione dell’Upplan, la madre Ingeborga era anch’essa di nobile stirpe.
In effetti Brigida apparteneva alla nobile stirpe dei Folkunghi e discendeva dal pio re cristiano Sverker I; ebbe altri sei fratelli e sorelle e le fu imposto il nome di Brigida, in onore di santa Brigida Cell Dara († 525), monaca irlandese, della quale i genitori erano devoti.
Dopo la morte della madre, a 12 anni fu mandata presso la zia Caterina Bengtsdotter, a completare la propria formazione; ancora fanciulla, Brigida dopo aver ascoltato una predica sulla Passione di Gesù, ebbe con Lui un profondo colloquio che le rimase impresso per sempre nella memoria.
Alla domanda: “O mio caro Signore, chi ti ha ridotto così?”, si sentì rispondere: “Tutti coloro che mi dimenticano e disprezzano il mio amore!”. La bambina decise allora di amare Gesù con tutto il cuore e per sempre.
Presso la zia, Brigida trascorse due anni, dove apprese le buone maniere delle famiglie nobili, la scrittura e l’arte del ricamo; durante questi anni non mancarono nella sua vita alcuni fenomeni mistici, come la visione del demonio sotto forma di mostro dai cento piedi e dalle cento mani.

Sposa e madre cristiana
A 14 anni, secondo le consuetudini dell’epoca, il padre la destinò in sposa del giovane Ulf Gudmarsson figlio del governatore del Västergötland; in verità Brigida avrebbe voluto consacrarsi a Dio, ma vide nella disposizione paterna la volontà di Dio e serenamente accettò.
Le nozze furono celebrate nel settembre 1316 e la sua nuova casa fu il castello di Ulfasa, presso le sponde del lago Boren; il giovane sposo, nonostante il suo nome, che significava ‘lupo’, si dimostrò invece uomo mite e desideroso di condurre una vita conforme agli insegnamenti evangelici.
Secondo quanto scrisse e raccontò poi la figlia s. Caterina di Svezia, al processo di canonizzazione, i due sposi vissero per un biennio come fratello e sorella nella preghiera e nella mortificazione; soltanto tre anni dopo nacque la prima figlia e in venti anni Brigida diede al marito ben otto figli, quattro maschi (Karl, Birger, Bengt e Gudmar) e quattro femmine (Marta, Karin, Ingeborga e Cecilia).
Nel 1330 il marito Ulf Gudmarsson fu nominato “lagman” di Närke e successivamente i due coniugi divennero anche Terziari Francescani; dietro questa nomina, c’era tutto l’impegno di Brigida, che gli aveva insegnato a leggere e scrivere e Ulf approfittando della spinta culturale della moglie, aveva approfondito anche lo studio del diritto, meritando tale carica.
Per venti anni Ulfasa fu il centro della vita di Brigida e tutta la provincia dell’Ostergötland divenne il suo mondo, il suo ruolo non fu solo quello di principessa di Närke, ma senza ostentare alcuna vanagloria, fu una ottima massaia, dirigeva il personale alle sue dipendenze, mescolata ad esso svolgeva le varie attività domestiche, instaurando un benefico clima di famiglia.
Si dedicava particolarmente ai poveri e alle ragazze, procurando a quest’ultime una onesta sistemazione per non cadere nella prostituzione; inoltre fece costruire un piccolo ospedale, dove ogni giorno si recava ad assistere gli ammalati, lavandoli e rammendando i loro vestiti.
In questo intenso periodo, conobbe il maestro Matthias, uomo esperto in Sacra Scrittura, di vasta cultura e zelante sacerdote; ben presto divenne il suo confessore e si fece tradurre da lui in svedese, buona parte della Bibbia per poterla leggere e meditare meglio; la sua presenza apportò a Brigida la conoscenza delle correnti di pensiero di tutta l’Europa, giacché don Matthias aveva studiato a Parigi, e tutto ciò si rivelerà utile per la conoscenza delle problematiche del tempo, preparandola alla sua futura missione.

Alla corte reale di Svezia
Quando però nel 1335, il re di Svezia Magnus II sposò Bianca di Dampierre, Brigida che era lontana cugina del sovrano, fi invitata a stabilirsi a corte, per ricevere ed assistere la giovane regina, figlia di Giovanni I, conte di Namur.
L’invito non si poteva respingere e quindi Brigida affidati due figlie e un figlio a monasteri cistercensi, lasciò temporaneamente la sua casa di Ulfasa e si trasferì a Stoccolma, portando con sé il figlio più piccolo, bisognoso ancora delle cure materne.
Ebbe grande influenza sui giovani sovrani e finché fu ascoltata, la Svezia ebbe buone leggi e furono abolite ingiuste ed inumane consuetudini, come il diritto regio di rapina su tutti i beni dei naufraghi, inoltre furono mitigate le tasse che opprimevano il popolo.
Poi man mano, mentre la regina cresceva, manifestando una eccessiva frivolezza favorita dalla debolezza del marito, Brigida si trovò messa da parte e la vita di corte divenne molto mondana.
A questo punto, senza rompere i rapporti con i sovrani, approfittando di momenti propizi e del lutto che l’aveva colpita con la morte nel 1338 del figlio Gudmar, Brigida lasciò la corte e se ne ritornò a casa sua, ritrovando nel castello di Ulfasa nella Nericia, la gioia della famiglia e della convivenza e con il marito si recò in pellegrinaggio a Nidaros per venerare le reliquie di sant’Olav Haraldsson (995-1030) patrono della Scandinavia.

Dalla vita coniugale allo stato religioso – L’esperienza mistica
Quando nel 1341 i due coniugi festeggiarono le nozze d’argento, vollero recarsi in pellegrinaggio a Santiago di Compostella; quest’evento segnò una svolta decisiva nella vita dei due coniugi, che già da tempo vivevano vita fraterna e casta.
Nel viaggio di ritorno, Ulf fu miracolosamente salvato da sicura morte grazie ad un prodigio e i due coniugi presero la decisione di abbracciare la vita religiosa, era una cosa possibile in quei tempi e parecchi santi e sante provengono da questa scelta condivisa.
Al ritorno, Ulf fu accolto nel monastero cistercense di Alvastra, dove poi morì il 12 febbraio 1344 assistito dalla moglie; Brigida a sua volta, avendo esaurito la sua missione di sposa e di madre, decise di trasferirsi in un edificio annesso al monastero di Alvastra, dove restò quasi tre anni fino al 1346.
Fu l’inizio del periodo più straordinario della sua vita; dopo un periodo di austerità e di meditazione sui divini misteri della Passione del Signore e dei dolori e glorie della Vergine, cominciò ad avere le visioni di Cristo, che in una di queste la elesse “sua sposa” e “messaggera del gran Signore”; iniziò così quello straordinario periodo mistico che durerà fino alla sua morte.
Ai suoi direttori spirituali come il padre Matthias, Brigida dettò le sue celebri “Rivelazioni”, sublimi intuizioni e soprannaturali illuminazioni, che ella conobbe per tutta la vita e che furono poi raccolte in otto bellissimi volumi.

Stimolatrice di riforme e di pace in Europa
Durante le visioni, Cristo la spingeva ad operare per il bene del Paese, dell’Europa e della Chiesa; non solo tornò a Stoccolma per portare personalmente al re e alla regina “gli ammonimenti del Signore”, ma inviò lettere e messaggi ai sovrani di Francia e Inghilterra, perché terminassero l’interminabile ‘Guerra dei Trent’anni’.
Suoi messaggeri furono mons. Hemming, vescovo di Abo in Finlandia e il monaco Pietro Olavo di Alvastra; un altro monaco omonimo divenne suo segretario.
Esortò anche papa Clemente VI a correggersi da alcuni gravi difetti e di indire il Giubileo del 1350, inoltre di riportare la Sede pontificia da Avignone a Roma.

La fondazione del nuovo Ordine religioso
Nella solitudine di Alvastra, concepì anche l’idea di dare alla Chiesa un nuovo Ordine religioso che sarà detto del Santo Salvatore, composto da monasteri ‘doppi’, cioè da religiosi e suore, rigorosamente divisi e il cui unico punto d’incontro era nella chiesa per la preghiera in comune; ma tutti sotto la guida di un’unica badessa, rappresentante la Santa Vergine e con un confessore generale.
Ottenuto dal re, il 1° maggio 1346, il castello di Vadstena, con annesse terre e donazioni, Brigida ne iniziò i lavori di ristrutturazione, che durarono molti anni, anche perché papa Clemente VI non concesse la richiesta autorizzazione per il nuovo Ordine, in ottemperanza al decreto del Concilio Ecumenico Lateranense del 1215, che proibiva il sorgere di nuovi Ordini religiosi.
Per questo già nell’autunno del 1349, Brigida si recò a Roma, non solo per l’Anno Santo del 1350, ma anche per sollecitare il papa, quando sarebbe ritornato a Roma, a concedere l’approvazione, che fu poi concessa solo nel 1370 da papa Urbano V.
L’Ordine del Ss. Salvatore, era costituito ispirandosi alla Chiesa primitiva raccolta nel Cenacolo attorno a Maria; la parte femminile era formata da 60 religiose e quella maschile da 25 religiosi, di cui 13 sacerdoti a ricordo dei 12 Apostoli con s. Paolo e 2 diaconi e 2 suddiaconi rappresentanti i primi 4 Padri della Chiesa e otto frati.
Riassumendo, ogni comunità doppia era composta da 85 membri, dei quali 60 suore che con i 12 monaci non sacerdoti rappresentavano i 72 discepoli, più i 13 sacerdoti come sopra detto.
Il gioco di numeri, rientrava nel gusto del tempo per il simbolismo, rappresentare gli apostoli e i discepoli, spingeva ad un richiamo concreto a vivere come loro erano vissuti; senza dimenticare che in quell’epoca non esisteva crisi vocazionale e ciò permetteva di raggiungere senza difficoltà il numero di monache e religiosi prescritto per ogni doppio monastero.

Roma sua seconda patria
Arrivata a Roma insieme al confessore, al segretario Pietro Magnus e al sacerdote Gudmaro di Federico, alloggiò brevemente nell’ospizio dei pellegrini presso Castel Sant’Angelo, e poi nel palazzo del cardinale Ugo Roger di Beaufort, fratello del papa, che vivendo ad Avignone, aveva deciso di metterlo a disposizione di Brigida, la cui fama era giunta anche alla Curia avignonese.
Roma non fece una buona impressione a Brigida, ne migliorò in seguito; nei suoi scritti la descriveva popolata di rospi e vipere, le strade piene di fango ed erbacce, il clero avido, immorale e trascurato.
Si avvertiva fortemente la lontananza da tanto tempo del papa, al quale descriveva nelle sue lettere la decadente situazione della città, spronandolo a ritornare nella sua sede, ma senza riuscirci.
Vedere l’Europa unita e in pace, governata dall’imperatore e guidata spiritualmente dal papa, era il sogno di Brigida e dei grandi spiriti del suo tempo.
Dopo quattro anni, si trasferì poi nella casa offertale nel suo palazzo, dalla nobildonna romana Francesca Papazzurri, nelle vicinanze di Campo de’ Fiori; Roma divenne così per Brigida la sua seconda patria.
Trascorreva le giornate studiando il latino, dedicandosi alla preghiera e alle pratiche di pietà, trascrivendo in gotico le visioni e le rivelazioni del Signore, che poi passava subito al suo segretario Pietro Olavo perché le traducesse in latino.
Dalla dimora di Campo de’ Fiori, che abiterà fino alla morte, inviava lettere al papa, ai reali di Svezia, alle regine di Napoli e di Cipro e naturalmente ai suoi figli e figlie rimasti a Vadstena.

Apostola riformatrice in Italia
Si spostò in pellegrinaggio a vari santuari del Centro e Sud d’Italia, Assisi, Ortona, Benevento, Salerno, Amalfi, Gargano, Bari; nel 1365 Brigida andò a Napoli dove fu artefice e ispiratrice di una missione di risanamento morale, ben accolta dal vescovo e dalla regina Giovanna che seguendo i suoi consigli, operò una radicale conversione nei suoi costumi e in quelli della corte.
Napoli ha sempre ricordato con venerazione la santa del Nord Europa, e a lei ha dedicato un bella chiesa e la strada ove è situata nel centro cittadino; recentemente le sue suore si sono stabilite nell’antico e prestigioso Eremo dei Camaldoli che sovrasta Napoli.
Brigida, si occupò anche della famosa abbazia imperiale di Farfa nella Sabina, vicino Roma, dove l’abate con i monaci “amava più le armi che il claustro”, ma il suo messaggio di riforma non fu ascoltato da essi.
Mentre era ancora a Farfa, fu raggiunta dalla figlia Caterina (Karin), che nel 1350 era rimasta vedova e che rimarrà al suo fianco per sempre, condividendo in pieno l’ideale della madre.
Ritornata a Roma, Brigida continuò a lanciare richiami a persone altolocate e allo stesso popolo romano, per una vita più cristiana, si attirò per questo pesanti accuse, fino ad essere chiamata “la strega del Nord” e a ridursi in estrema povertà, e lei la principessa di Nericia, per poter sostenere sé stessa e chi l’accompagnava, fu costretta a chiedere l’elemosina alla porta delle chiese.

Il ritorno temporaneo del papa – Pellegrina in Terra Santa
Nel 1367 sembrò che le sue preghiere si avverassero, il papa Urbano V tornò da Avignone, ma la sua permanenza a Roma fu breve, perché nel 1370 ripartì per la Francia, nonostante che Brigida gli avesse predetto una morte precoce se l’avesse fatto; infatti appena giunto ad Avignone, il 24 settembre 1370 il papa morì.
Durante il breve periodo romano, Urbano V concesse la sospirata approvazione dell’Ordine del Ss. Salvatore e Caterina di Svezia ne diventò la prima Superiora Generale.
Brigida continuò la sua pressione epistolare, a volte molto infuocata, anche con il nuovo pontefice Gregorio XI, che già la conosceva, affinché tornasse il papato a Roma, ma anche lui pur rimanendo impressionato dalle sue parole, non ebbe il coraggio di farlo.
Ma anche Brigida, ormai settantenne, si avviava verso la fine; ottenuto il via per il suo Ordine religioso, volle intraprendere il suo ultimo e più desiderato pellegrinaggio, quello in Terra Santa.
L’accompagnavano il vescovo eremita Alfonso di Jaén custode delle sue ‘Rivelazioni’ messe per iscritto, di cui molte rimaste segrete, poi i due sacerdoti Olavo, Pietro Magnus e i figli Caterina, Birger e Karl e altre quattro persone, in totale dodici pellegrini.
Verso la fine del 1371, la comitiva partì da Roma diretta a Napoli, dove trascorse l’inverno; in prossimità della partenza, nel marzo 1372 Brigida vide morire di peste il figlio Karl, ma non volle annullare il viaggio e dopo aver pregato per lui e provveduto alla sepoltura, s’imbarcò per Cipro, dove fu accolta dalla regina Eleonora d’Aragona, che approfittò del suo passaggio per attuare una benefica riforma nel suo regno.
A maggio 1372 arrivò a Gerusalemme, dove in quattro mesi poté visitare e meditare nei luoghi della vita terrena di Gesù, poi ritornò a Roma col cuore pieno di ricordi ed emozioni e subito inviò ad Avignone il vescovo Alfonso di Jaén, con un’ulteriore messaggio per il papa, per sollecitarne il ritorno a Roma.

Morte, eredità spirituale, culto
A Gerusalemme, Brigida contrasse una malattia, che in fasi alterne si aggravò sempre più e in breve tempo dal suo ritorno a Roma, il 23 luglio 1373, la santa terminò la sua vita terrena, con accanto la figlia Caterina alla quale aveva affidato l’Ordine del Ss. Salvatore; nella sua stanza da letto si celebrava l’Eucaristia ogni giorno e prima di morire ricevette il velo di monaca dell’Ordine fa lei fondato.
Unico suo rimpianto era di non aver visto il papa tornare a Roma definitivamente, cosa che avverrà poco più di tre anni dopo, il 17 gennaio 1377, per mezzo di un’altra donna s. Caterina da Siena, che continuando la sua opera di persuasione, con molta fermezza, riuscì nell’intento.
Fu sepolta in un sarcofago romano di marmo, collocato dietro la cancellata di ferro nella Chiesa di S. Lorenzo in Damaso; ma già il 2 dicembre 1373, i figli Birger e Caterina, partirono da Roma per Vadstena, portando con loro la cassa con il corpo, che fu sepolto nell’originario monastero svedese il 4 luglio 1374.
A Roma rimasero alcune reliquie, conservate tuttora nella Chiesa di San Lorenzo in Panisperna e dalle Clarisse di San Martino ai Monti.
La figlia Caterina e i suoi discepoli, curarono il suo culto e la causa di canonizzazione; Brigida di Svezia fu proclamata santa il 7 ottobre 1391, da papa Bonifacio IX.
Del suo misticismo rimangono le “Rivelazioni”, raccolte in otto volumi e uno supplementare, ad opera dei suoi discepoli. A questi scritti la Chiesa dà il valore che hanno le rivelazioni private; sono credibili per la santità della persona che le propone, tenendo sempre conto dei condizionamenti del tempo e della persona stessa.
Come tante spiritualità del tardo medioevo, Brigida ebbe il merito di mettere le verità della fede alla portata del popolo, con un linguaggio visivo che colpiva la fantasia, toccava il cuore e spingeva alla conversione; per questo le “Rivelazioni” ebbero il loro influsso per lungo tempo nella vita cristiana, non solo dei popoli scandinavi, ma anche dei latini.
Papa Giovanni Paolo II la proclamò compatrona d’Europa il 1° ottobre 1999; santa Brigida è inoltre patrona della Svezia dal 1° ottobre 1891.

Le Suore Brigidine
Il suo Ordine del SS. Salvatore, le cui religiose sono dette comunemente “Suore Brigidine”, ebbe per due secoli un grande influsso sulla vita religiosa dei Paesi Scandinavi e nel periodo di maggiore fioritura, contava 78 monasteri ‘doppi’, nonostante le rigide regole numeriche, diffusi particolarmente nei Paesi nordici. Declinò e fu sciolto prima con la Riforma Protestante luterana, poi con la Rivoluzione Francese; in Italia le due prime Case si ebbero a Firenze e a Roma.
L’antico Ordine è rifiorito nel ramo femminile, grazie alla Beata Maria Elisabetta Hesselblad (1870-1957), che ne fondò un nuovo ramo all’inizio del Novecento; ora è diffuso in vari luoghi d’Europa, fra cui Vadstena, primo Centro dell’Ordine; le Suore Brigidine si riconoscono per il tipico copricapo, due bande formano sul capo una croce, i cui bracci sono uniti da una fascia circolare e con cinque fiamme, una al centro e quattro sul bordo, che ricordano le piaghe di Cristo.

Autore: Antonio Borrelli

29 aprile, Santa Caterina da Siena Vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20900

Santa Caterina da Siena Vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia

29 aprile
 
Siena, 25 marzo 1347 – Roma, 29 aprile 1380

«Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia»: queste alcune delle parole che hanno reso questa santa, patrona d’Italia, celebre. Nata nel 1347 Caterina non va a scuola, non ha maestri. I suoi avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua «  »cella »" di terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero). La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. Li chiameranno «  »Caterinati »". Lei impara a leggere e a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a donne di casa e a regine, e pure ai detenuti. Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d’Italia con Francesco d’Assisi. (Avvenire)

Patronato: Italia, Europa (Giovanni Paolo II, 1/10/99)
Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco
Emblema: Anello, Giglio

Martirologio Romano: Festa di Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, che, preso l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, si sforzò di conoscere Dio in se stessa e se stessa in Dio e di rendersi conforme a Cristo crocifisso; lottò con forza e senza sosta per la pace, per il ritorno del Romano Pontefice nell’Urbe e per il ripristino dell’unità della Chiesa, lasciando pure celebri scritti della sua straordinaria dottrina spirituale.
Lo si dice oggi come una scoperta: « Se è in crisi la giustizia, è in crisi lo Stato ». Ma lo diceva già nel Trecento una ragazza: « Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia ». Eccola, Caterina da Siena. Ultima dei 25 figli (con una gemella morta quasi subito) del rispettato tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piacenti, figlia di un poeta. Caterina non va a scuola, non ha maestri. Accasarla bene e presto, ecco il pensiero dei suoi, che secondo l’uso avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre, anche davanti alle rappresaglie. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua “cella” di terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero).
La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. E tutti amabilmente pilotati da lei. Li chiameranno “Caterinati”. Lei impara faticosamente a leggere, e più tardi anche a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a cuoiai e generali, a donne di casa e a regine. Anche ai « prigioni di Siena », cioè ai detenuti, che da lei non sentono una parola di biasimo per il male commesso. No, Caterina è quella della gioia e della fiducia: accosta le loro sofferenze a quelle di Gesù innocente e li vuole come lui: « Vedete come è dolcemente armato questo cavaliero! ». Nel vitalissimo e drammatico Trecento, tra guerra e peste, l’Italia e Siena possono contare su Caterina, come ci contano i colpiti da tutte le sventure, e i condannati a morte: ad esempio, quel perugino, Nicolò di Tuldo, selvaggiamente disperato, che lei trasforma prima del supplizio: « Egli giunse come uno agnello mansueto, e vedendomi, cominciò a ridere; e volse ch’io gli facessi il segno della croce ».
Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Parla chiaro ai vertici della Chiesa. A Pietro, cardinale di Ostia, scrive: « Vi dissi che desideravo vedervi uomo virile e non timoroso (…) e fate vedere al Santo Padre più la perdizione dell’anime che quella delle città; perocché Dio chiede l’anime più che le città ». C’è pure chi la cerca per ammazzarla, a Firenze, trovandola con un gruppo di amici. E lei precipitosamente si presenta: « Caterina sono io! Uccidi me, e lascia in pace loro! ». Porge il collo, e quello va via sconfitto. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d’Italia con Francesco d’Assisi. E nel 1970 avrà da Paolo VI il titolo di dottore della Chiesa.
La festa delle stigmate di S. Caterina è, per il solo ordine domenicano, il 1° aprile.

Autore: Domenico Agasso

oggi 25 Aprile anche San Marco Evangelista

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20850

San Marco Evangelista

25 aprile
 
sec. I

Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sè nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l’apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l’ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L’evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un’altra come martire, ad Alessandria d’Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell’828 nella città della Venezia. (Avvenire)

Patronato: Segretarie
Etimologia: Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino
Emblema: Leone

Martirologio Romano: Festa di san Marco, Evangelista, che a Gerusalemme dapprima accompagnò san Paolo nel suo apostolato, poi seguì i passi di san Pietro, che lo chiamò figlio; si tramanda che a Roma abbia raccolto nel Vangelo da lui scritto le catechesi dell’Apostolo e che abbia fondato la Chiesa di Alessandria.

La figura dell’evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s. Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l’arresto nell’orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l’annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l’Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste. Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale “mio figlio”.

Discepolo degli Apostoli e martirio

Nel 44 quando Paolo e Barnaba, parente del giovane, ritornarono a Gerusalemme da Antiochia, dove erano stati mandati dagli Apostoli, furono ospiti in quella casa; Marco il cui vero nome era Giovanni usato per i suoi connazionali ebrei, mentre il nome Marco lo era per presentarsi nel mondo greco-romano, ascoltava i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione del Vangelo ad Antiochia e quando questi vollero ritornarci, li accompagnò.
Fu con loro nel primo viaggio apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di raggiungere Antiochia, attraverso una regione inospitale e paludosa sulle montagnae del Tauro, Giovanni Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne tornò a Gerusalemme.
Cinque anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a Gerusalemme per difendere i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani volevano imporre la legge mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi della figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia; quando i due prepararono un nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse un altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò a Cipro con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli apostoli, perché nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i cristiani dell’Asia Minore, invia anche i saluti di Marco; egli divenne anche fedele collaboratore di Paolo e non esitò di seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta che Paolo era prigioniero in attesa di giudizio, l’apostolo parlò di lui, inviando i suoi saluti e quelli di “Marco, il nipote di Barnaba” ai Colossesi; e a Timoteo chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con sé Marco “perché mi sarà utile per il ministero”.
Forse Marco giunse in tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale dei Cesari, al servizio di Pietro, anch’egli presente a Roma. Durante gli anni trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla a uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e anche la rudezza di un racconto popolare.
Affermatosi solidamente la comunità cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e segretario, ad evangelizzare l’Italia settentrionale; ad Aquileia Marco convertì Ermagora, diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato, s’imbarcò e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo nucleo della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo salutò: “Pax tibi Marce evangelista meus” e gli promise che in quelle isole avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.
Secondo un’antichissima tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d’Egitto, qui Marco fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di Alessandria subì il martirio, sotto l’imperatore Traiano (53-117); fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta una ferita sanguinante.
Dopo una notte in carcere, dove venne confortato da un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile verso l’anno 72, secondo gli “Atti di Marco” all’età di 57 anni; ebrei e pagani volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere, permettendo così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a Bucoli in una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del Canopo.

Il Vangelo

Il Vangelo scritto da Marco, considerato dalla maggioranza degli studiosi come “lo stenografo” di Pietro, va posto cronologicamente tra quello di s. Matteo (scritto verso il 40) e quello di s. Luca (scritto verso il 62); esso fu scritto tra il 50 e il 60, nel periodo in cui Marco si trovava a Roma accanto a Pietro.
È stato così descritto: “Marco come fu collaboratore di Pietro nella predicazione del Vangelo, così ne fu pure l’interprete e il portavoce autorizzato nella stesura del medesimo e ci ha per mezzo di esso, trasmesso la catechesi del Principe degli Apostoli, tale quale egli la predicava ai primi cristiani, specialmente nella Chiesa di Roma”.
Il racconto evangelico di Marco, scritto con vivacità e scioltezza in ognuno dei sedici capitoli che lo compongono, seguono uno schema altrettanto semplice; la predicazione del Battista, il ministero di Gesù in Galilea, il cammino verso Gerusalemme e l’ingresso solenne nella città, la Passione, Morte e Resurrezione.
Tema del suo annunzio è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli. Momento culminante del suo Vangelo, è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”, è la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo.

Le vicende delle sue reliquie – Patrono di Venezia

La chiesa costruita al Canopo di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, fu incendiata nel 644 dagli arabi e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria, Agatone (662-680), e Giovanni di Samanhud (680-689).
E in questo luogo nell’828, approdarono i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s’impadronirono delle reliquie dell’Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia, dove giunsero il 31 gennaio 828, superando il controllo degli arabi, una tempesta e l’arenarsi su una secca.
Le reliquie furono accolte con grande onore dal doge Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge delle Isole di Rialto, Agnello; e riposte provvisoriamente in una piccola cappella, luogo oggi identificato dove si trova il tesoro di San Marco.
Iniziò la costruzione di una basilica, che fu portata a termine nell’832 dal fratello Giovanni suo successore; Dante nel suo memorabile poema scrisse. “Cielo e mare vi posero mano”, ed effettivamente la Basilica di San Marco è un prodigio di marmi e d’oro al confine dell’arte.
Ma la splendida Basilica ebbe pure i suoi guai, essa andò distrutta una prima volta da un incendio nel 976, provocato dal popolo in rivolta contro il doge Candiano IV (959-976) che lì si era rifugiato insieme al figlio; in quell’occasione fu distrutto anche il vicino Palazzo Ducale.
Nel 976-978, il doge Pietro Orseolo I il Santo, ristrutturò a sue spese sia il Palazzo che la Basilica; l’attuale ‘Terza San Marco’ fu iniziata invece nel 1063, per volontà del doge Domenico I Contarini e completata nei mosaici e marmi dal doge suo successore, Domenico Selvo (1071-1084).
La Basilica fu consacrata nel 1094, quando era doge Vitale Falier; ma già nel 1071 s. Marco fu scelto come titolare della Basilica e Patrono principale della Serenissima, al posto di s. Teodoro, che fino all’XI secolo era il patrono e l’unico santo militare venerato dappertutto.
Le due colonne monolitiche poste tra il molo e la piazzetta, portano sulla sommità rispettivamente l’alato Leone di S. Marco e il santo guerriero Teodoro, che uccide un drago simile ad un coccodrillo.
La cerimonia della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25 aprile 1094, fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere, per ottenere il ritrovamento delle reliquie dell’Evangelista, delle quali non si conosceva più l’ubicazione.
Dopo la Messa celebrata dal vescovo, si spezzò il marmo di rivestimento di un pilastro della navata destra, a lato dell’ambone e comparve la cassetta contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si spargeva per la Basilica.
Venezia restò indissolubilmente legata al suo Santo patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che artiglia un libro con la già citata scritta: “Pax tibi Marce evangelista meus”, divenne lo stemma della Serenissima, che per secoli fu posto in ogni angolo della città ed elevato in ogni luogo dove portò il suo dominio.
San Marco è patrono dei notai, degli scrivani, dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici; la sua festa è il 25 aprile, data che ha fatto fiorire una quantità di detti e proverbi.

Autore: Antonio Borrelli 

Il Magnificat di Don Alberione – 15

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/madre06/0604md/0604md27.htm

Il Magnificat di Don Alberione – 15  

Cos’è rimasto della eredità di spiritualità mariana lasciata dal Fondatore alla Famiglia Paolina e alla Chiesa?

Ci chiediamo ancora: che è rimasto della spiritualità mariana, vissuta e sempre inculcata dal Beato Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina?

La risposta è sempre la stessa: anzitutto, una grande eredità, sintetizzata nell’espressione « Il Magnificat di Don Alberione » e documentata nel volume che ne illustra una specie di ‘trilogia’ di tale « Magnificat »: gli ‘Appunti’ di straordinaria profondità e bellezza dell’opuscolo manoscritto del 1947 Via humanitatis, storia della Salvezza, che esprimono il vertice della mariologia dell’Alberione, la rivista Madre di Dio e il Santuario – Basilica Minore della Regina degli Apostoli.

Poi, ci sono rimasti i tanti scritti e discorsi sulla Madonna, dei quali siamo andati scrivendo su « Madre di Dio » dal Febbraio 2002 al Dicembre 2004 [nelle 32 ‘puntate’ della rubrica "La mariologia del Ven.le Don G. Alberione"]; ed ora, dal Gennaio 2005, scriviamo nella rubrica « Il Magnificat di Don Alberione ».

A. Cesselon, Intensa espressione del Beato Don G. Alberione.

La « Via humanitatis »

In questo quadro di riferimento, ripercorriamo daccapo il tragitto che ha segnato il vertice della mariologia dell’Alberione, profeta della « Regina degli Apostoli » in quanto questo titolo dato alla Madonna è da lui considerato specificamente funzionale al titolo di Maria « Madre dell’umanità »: « Summa humanitatis » e « forma humanitatis ».

È quanto abbiamo scritto nel 2° Cap. del volume « Il Magnificat di Don Alberione » [cfr. pp. 14-19]; e ne riproduciamo qui una sintesi, come partendo dal punto più alto per rileggere in seguito, come logica derivazione, il patrimonio di scritti e di discorsi sulla Madonna che hanno impegnato tutta la vita del nostro Beato Padre fondatore.

Non c’è dubbio che sia appropriato parlare di una vera e propria mariologia alberioniana, centrata nell’identificazione di Maria Regina degli Apostoli e Madre dell’Umanità.

Ci ricorda Rosario Esposito, nel suo ricco commento all’opuscolo alberioniano Via humanitatis, che Don Alberione, tra libri e opuscoli, ha dedicato al tema mariano più o meno duemila pagine e forse più, precisando che la grande maggioranza di questi scritti si colloca nell’ambito dell’edificazione e della divulgazione, e sono ispirati per lo più a Sant’Alfonso de’ Liguori, a San Francesco di Sales e a San Luigi M. Grignion de Montfort, pur non disdegnando l’Alberione di citare documenti pontifìci (specie quelli ‘rosariali’ di Leone XIII), fonti patristiche e teologiche, che soleva riportare in schede utilizzate nei suoi scritti come nella predicazione.

Ma è proprio nella Via humanitatis che il Beato G. Alberione costruisce la sua mariologia, centrata sul contestuale titolo da riconoscere alla Madonna come Regina degli Apostoli e Madre dell’umanità.

« Per Mariam, in Christo et in Ecclesia »

È questa la premessa che l’Alberione ha posto davanti ai 31 « quadri » che costituiscono le « pietre miliari » della sua Via humanitatis, specificando molto sinteticamente nel Proemio:

Tutto viene da Dio-Principio; per tornare a Dio-Fine: a sua gloria ed a felicità dell’uomo.
Maria guida alla via sicura, che è Cristo, nella Chiesa da lui fondata.
In Cristo Via Verità e Vita si ha l’adozione e l’eredità dei figli di Dio.
L’uomo e l’umanità per Cristo invisibile, nella Chiesa visibile hanno ogni bene temporale ed eterno.
Tutti i figli sono attesi nella casa del Padre celeste; ognuno per Maria può trovare la Via-Cristo. Tutti la indichino in spirito di carità e di apostolato.
E in quest’opuscolo – secondo l’analisi che ne fa Rosario Esposito – convergono gli elementi mariologici che Don Alberione ha indicato nella sua vasta produzione di libri, articoli e scritti vari sulla Vergine di Nazareth:

Maria Santissima Regina della storia
Maria Santissima e il Magistero universale del Cristo
Missione socio-politica della « Madre dell’umanità »
Maria e la promozione della donna.
Esponendo le « linee per una lettura teologica del testo » in esame, don Esposito aggiunge fra l’altro: « La mariologia di Don Alberione raramente si allinea alle affermazioni di carattere emotivo, benché non si possa escludere una motivazione di carattere antropologico, quale del resto è possibile reperire nei grandi cantori della Madonna. Per lui Maria è l’asse portante della storia della Salvezza.

Capolavoro della creazione, punto di orientamento dell’uomo e della comunità umana decaduta, la Madonna è tuttavia indicata come elemento di rilievo fin dal mistero nascosto nei secoli e che via via affianca tutte le manifestazioni della via salvifica (cfr. quadri I, III, IV, VII, VIII, XV).

È elemento fondamentale dell’ecclesiologia e della vita del Popolo di Dio (cfr. quadri XVI, XIX), il quale è anzi affidato alle sue cure (cfr. quadro XXII). Ugualmente rilevante è la sua presenza nel pellegrinaggio eterno della escatologia (cfr. quadro XXX) ».

Copertina del volume « La dimensione cosmica della preghiera
- La ‘Via humanitatis’ di Don Giacomo Alberione ».

Quadro di riferimento della mariologia alberioniana

Volendo sintetizzare al massimo il discorso, ci pare molto illuminante riportare, infine, quella che l’Esposito chiama « illustre parentela esistente tra il messaggio teologico del Beato Don Alberione e un saggio del Card. Jean Daniélou », pubblicato nel 1953 presso la Morcelliana: La Vergine e il tempo, nel vol. Il mistero dell’Avvento (pp. 110-132).

Il teologo gesuita interpreta il periodo di preparazione al Natale interamente in prospettiva missionaria: il Figlio di Dio s’incarna per redimere l’umanità, e da quel momento la tensione della Comunità cristiana non può più sottrarsi all’impegno di diffondere in tutto il mondo l’evento salvifico di Betlemme, perché tutti gli uomini divengano partecipi dei frutti che esso ha portato nella storia.

I tre punti fondamentali di questo discorso mariano – precisa Rosario Esposito – combaciano egregiamente con l’epopea artistica che [nell’iconografia indicata dall’Alberione per illustrare i 31 "quadri" della Via humanitatis nel Santuario dedicato a Maria Regina degli Apostoli] il Fondatore della Famiglia Paolina collega con la Via humanitatis: la Madonna adempie l’attesa dell’umanità precristiana. « In lei convergono e confluiscono tutte le preparazioni, tutte le aspirazioni e tutte le ispirazioni, tutte le grazie, tutte le prefigurazioni che avevano riempito l’Antico Testamento, così da poter dire che, alla vigilia della venuta del Cristo, Maria riassume e incarna la lunga attesa dei tanti secoli da cui era stata preceduta… » (p.111).

La Santa Vergine è la « Summa humanitatis », « il meraviglioso fiore sbocciato da Israele » (p.112) che ha redento le infedeltà d’Israele. Giustamente la liturgia le applica il Cantico dei Cantici che proclama l’alleanza tra Dio e il suo popolo, « giacché è lei che, dopo tante infedeltà, ha dato alla fedeltà di Dio la risposta della razza umana » (p.114).

Il piano di Dio è unico e universale; la Santa Vergine lo realizza nei confronti di tutti gli uomini. Lei è « la creatura con la quale la razza israelitica sfocia nell’umanità intera », sicché lei è « madre della grazia, mediatrice universale, madre del genere umano » (p.117). [Cfr. R.Esposito, La dimensione cosmica della preghiera - La "Via humanitatis" di don G. Alberione, Ed. San Paolo - Casa Generalizia 1999, pp. 143-144].

Ecco così delineato il quadro di riferimento della mariologia alberioniana, nel posto unico assegnato nella Via humanitatis alla Madonna identificata come « Regina degli Apostoli per mostrarsi, nell’esercizio della sua maternità universale, ‘Mater humanitatis’ e ‘Summa humanitatis’. Dunque, il titolo mariano di Regina è funzionale alla sua Maternità universale.

È vero che « l’accoppiamento di questi due titoli – come rileva Rosario Esposito nel citato commento all’opuscolo Via humanitatis – non è una novità: è solo una rilettura moderna di un fatto antico, che risale al Cenacolo e al Calvario.

Qual è, allora, il merito del Beato G. Alberione, se non gli si può riconoscere una piena originalità nell’avere intuito la ‘correlazione funzionale’ tra il titolo di Maria Regina degli Apostoli, comunemente usato, e quello della sua Maternità universale?

Secondo l’Esposito, « egli ha il merito di rendersi conto che la secolarizzazione, la non-credenza e la non-cristianità è giunta anche nel cuore della cristianità tradizionale: parla, infatti, di « piccolo sparuto gregge », in « chiese quasi vuote », mentre i cinema sono affollati di persone d’ogni età, compresi i giovanissimi. E addita nei due momenti mariologici l’àncora della salvezza ». Se questo l’Alberione aveva intuito già nell’immediato dopoguerra [la Via humanitatis è un suo ‘dono natalizio’ del 1947], figuriamoci con quanto maggiore verità è possibile affermarlo oggi, all’inizio di un Terzo Millennio che ha sovente, anche nei Paesi di più grande tradizione cristiana, i connotati del post-Cristianesimo…

Più esattamente, l’esigenza missionaria di ricondurre gli uomini a Cristo, per giungere all’unificazione del genere umano attorno a lui, coinvolge la Vergine nella « via dell’umanità » che parte dalla Santissima Trinità (da Dio-Principio, Creatore dell’uomo) e in essa ritorna (come a suo ultimo Fine).

Bruno Simonetto

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