Archive pour la catégorie 'santi scritti'

Dalla «Omelia in lode della Vergine Madre» di san Bernardo, abate

dal sito:

http://www.maranatha.it/Ore/ord/LetMar/20MARpage.htm

Ufficio delle letture, seconda Lettura, martedì 18 agosto 2009


Dalla «Omelia in lode della Vergine Madre» di san Bernardo, abate
(Om. 2, 1-2. 4; Opera omnia, ed. Cisterc. 4 [1996] 21-23)

Preparata dall’Altissimo, prefigurata dai padri
A Dio conveniva una natività di questo genere: che non nascesse se non dalla Vergine; anche alla Vergine si addiceva un parto tale: che non generasse se non Dio. Perciò il creatore degli uomini, che stava per nascere dall’uomo per diventare uomo, dovette scegliere tra tutte le donne, anzi creare una tale madre, quale sapeva convenire a sé e che gli sarebbe piaciuta.
Volle dunque che fosse una vergine. Lui immacolato volle nascere dall’Immacolata, perché, avrebbe dovuto lavare le macchie di tutti. Lui mite ed umile di cuore volle venire da una madre piena di mitezza e di umiltà, perché doveva offrirsi a ognuno modello di tali virtù, utili, anzi necessarie per la salvezza. Concesse il dono della maternità alla Vergine, lui che le aveva ispirato il voto della verginità e l’aveva arricchita dei meriti dell’umiltà.
Altrimenti come avrebbe potuto l’Angelo proclamarla piena di grazia, se avesse avuto qualcosa anche piccola che non fosse dalla grazia? Ella che stava per concepire il Santo dei santi ed era in procinto di darlo alla luce, perché fosse santa nel corpo, ricevette il dono della verginità, e, perché lo fosse anche nella mente, ricevette quello dell’umiltà.
La Vergine di stirpe regale, ornata di gemme di santità e splendente della doppia bellezza della mente e del corpo, conosciuta nelle sedi celesti per le sue doti e la sua bellezza, richiamò sopra di sé lo sguardo dei cittadini del cielo e attirò sulla sua persona l’occhio del Re, che la fece oggetto della sua scelta e destinataria del messaggio angelico.
«Fu mandato l’angelo», dice, «a una vergine» (Lc 1, 26-27): vergine nel corpo, vergine nell’anima, vergine per voto, vergine insomma quale la descrive l’Apostolo, santa nell’anima e nel corpo; e non scoperta di recente né per caso, ma eletta dall’eternità, conosciuta in antecedenza dall’Altissimo e preparata per lui, custodita dagli angeli, prefigurata dai padri, promessa dai profeti.

Publié dans:Santi, santi scritti |on 20 août, 2009 |Pas de commentaires »

Santa Chiara d’Assisi, la Benedizione

dal sito:

http://www.fraticappuccini.it/santachiara/scritti_di_chiaracompl.htm

Santa Chiara d’Assisi

La Benedizione

Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Il Signore vi benedica e vi custodisca.  Vi mostri la sua faccia e abbia misericordia di voi.. Volga verso di voi il suo volto e vi dia pace, sorelle e figlie mie, e a tutte le altre che verranno e rimarranno nella vostra comunità, e alle altre ancora, tanto presenti che venture, che persevereranno fino alla fine negli altri monasteri delle povere dame.

Io Chiara, ancella di Cristo, pianticella del beatissimo padre nostro san Francesco, sorella e madre vostra e delle altre sorelle povere, benché indegna, prego il Signore nostro Gesù Cristo, per la sua misericordia e per l’intercessione della santissima sua genitrice, santa Maria, e del beato Michele arcangelo e di tutti i santi angeli di Dio, del beato Francesco padre nostro e di tutti i santi e le sante, che lo stesso Padre celeste vi dia e vi confermi questa santissima benedizione sua in cielo e in terra: in terra, moltiplicandovi nella grazia e nelle sue virtù fra i servi e le ancelle sue nella Chiesa sua militante; e in cielo, esaltandovi e glorificandovi nella Chiesa trionfante fra i santi e le sante sue.

Vi benedico nella mia vita e dopo la mia morte, come posso, con tutte le benedizioni, con le quali il Padre delle misericordie ha benedetto e benedirà i suoi figli e le sue figlie in cielo e sulla terra, e con le quali il padre e la madre spirituale ha benedetto e benedirà i figli suoi e le figlie spirituali. Amen.

Siate sempre amanti delle anime vostre e di tutte le vostre sorelle, e siate sempre sollecite nell’osservare quelle cose che avete promesso al Signore.

Il Signore sia sempre con voi e voglia il Cielo che voi siate sempre con lui. Amen. 

Introduzione storica

La « Legenda sanctae Clarae » ci dice che Chiara, sul punto di morire, benedisse le sorelle, presenti e future. Ci si è chiesti se questa benedizione fu messa per iscritto e se Chiara usò un testo, che aveva composto personalmente. La risposta non è semplice. Attraverso i documenti, che ci sono pervenuti, possediamo tre formule di benedizione di Chiara, sostanzialmente uguali (cambiano il nome della destinataria e la conclusione): una indirizzata ad Agnese di Praga, un’altra a Ermentrude di Bruges e una terza a tutte le sorelle. Sono in tedesco medievale, in olandese medievale, in francese medievale, in italiano medievale e in latino.

Tutti i manoscritti, che riportano il Testamento, contengono anche la Benedizione e questo conferma l’uso antichissimo, nei monasteri di sorelle povere, di leggere ogni venerdì sera il Testamento, concludendolo con la Benedizione. Vi è molta somiglianza nello stile tra il Testamento e la Benedizione: il periodare semplice, l’uso degli stessi vocaboli, vicinanza nel contenuto. Questo conferma l’identità di autore tra i due testi, la loro autenticità e spiega il motivo per il quale sono stati sempre trasmessi insieme e letti l’uno dopo l’altro. L’epoca di composizione deve essere quella del Testamento o un tempo immediatamente successivo: siamo, quindi, alla fine della vita di Chiara.

Il fatto che ci siano diverse edizioni della Benedizione, rivolte a singole Sorelle povere, non si oppone a questa ipotesi: la Benedizione ad Agnese di Praga deve essere stata inviata insieme alla Lettera quarta, che appartiene agli ultimi mesi della vita di Chiara. Per la Benedizione a Ermentrude il problema è più complesso, ma forse si può ipotizzare lo stesso comportamento. La benedizione era quasi un dovere per un francescano, un modo di rivolgersi e di rispondere al fratello, che si stima. Questo movimento benedizionale si accelera nei momenti definitivi della morte, ora di verità e momento per dimostrare la profondità dei vincoli fraterni. Non è solo rito d’uso: è il linguaggio del cuore e della fede, che prende corpo in un ultimo desiderio.

La Benedizione è uno scritto minore di Chiara, perché non ha l’intento teologico e spirituale degli altri scritti, e si apre con la benedizione di Aronne (Nm 6,24-26), che Francesco aveva copiato, di suo pugno, letteralmente per frate Leone e con la quale benedì frate Bernardo (Legper 107: FF 1664).

Questo testo rappresenta, ancora una volta, un primato storico: è la prima benedizione liturgica scritta da una donna, di cui sia stata conservata memoria scritta nella storia della Chiesa.

E questa sensibilità emerge là dove Chiara traduce al femminile tutte le espressioni della benedizione liturgica, dicendo per esempio: Vi benedico….con tutte le benedizioni….con le quali un padre e una madre spirituale ha benedetto o benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali.

 Contenuto

Per una vita feconda

Rompendo e passando oltre la crosta del genere letterario medievale della benedizione, scopriamo un’interessante intelaia-tura spirituale:

* Da un lato, la benedizione la dà il Padre, perché solo Lui può rendere feconda l’efficacia di ogni gesto di fraternità e di fede. Ma la dà anche Chiara e forse lo stesso Francesco, ai quali pare alludere con l’espressione padre e madre spirituali, che benediranno i loro figli e le loro figlie spirituali. Tutti in indissolubile unità. La benedizione svela così che nel cammino evangelico della clarissa si frammischiano il Padre, Chiara, Francesco e tutti quelli che sono entrati a far parte della famiglia francescana. Intelaiatura di vita e di fede.

* Inoltre, il frutto della benedizione è descritto come una fecondità nella storia (la benedizione è sempre legata alla fecondità) e una esaltazione nel cielo. Sarebbe riduttivo intendere questa fecondità come un semplice aumento numerico. Perciò dice che è una fecondità in grazia e virtù, cioè, in offerta evangelica.

Questa è, innanzi tutto, la fecondità francescana. Da parte sua, la glorificazione del cielo, come l’altra di Fil 2,6-11 nel caso di Gesù, è il sigillo della verità che il Padre pone a tutta la traiettoria evangelica del credente francescano. Al termine della sua vita, Chiara afferma con l’avallo della sua, persona la verità fondamentale della fede: il cammino cristiano, vissuto con intensità, porta all’esito credente, s’incontra con il segreto del Padre. Sì, benedizione e testamento, donazione della realtà più essenziale della propria esperienza.

Per una vita nella fedeltà

La BsC non è solo una promessa di sostegno che si basa sulla constatazione della verità del funzionamento dei meccanismi della fede. È anche una vocazione alla fedeltà che si inserisce nella continua catechesi clariana sul mantenersi nel cammino evangelico promesso. Lo avevano ereditato da Francesco (ricordare Uv) e, soprattutto, Chiara stessa era giunta alla conclusione, come dice nel TestsC, che la fedeltà era la prova della verità dell’opzione intrapresa. Perciò Chiara conclude che le sorelle siano sempre amanti di Dio e delle vostre anime e di tutte le vostre sorelle. In questo sempre si racchiude tutto l’animo fraterno e tutta l’urgente vocazione a una fedeltà dalla quale dipende, in parte notevole, l’esito del processo cristiano.

Per realizzare la promessa fatta al Signore

Con questo riferimento alla opzione evangelica primitiva termina la BsC: perché osserviate sollecitamente quello che avete promesso al Signore. Quando la clarissa, tanto personalmente come istituzionalmente, vede che le si annebbia il primo impulso di fronte a un Vangelo vissuto con limpidezza, ricorrerà al coraggio e all’impulso di questo reinserirsi nei giorni primaverili nei quali il Vangelo era decisivo. Farlo con la maturità dell’oggi, nella lotta dura di ogni giorno, può essere un sostegno decisivo per conservare la fedeltà e l’entusiasmo per la fede. Parola fraterna che stimola e soccorre, parola di fede.

Publié dans:preghiere, Santi, santi scritti |on 10 août, 2009 |Pas de commentaires »

10 agosto – San Lorenzo -Diacono e Martire – Patronato: Città di Roma

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/240.html

San Lorenzo -Diacono e Martire – Patronato: Città di Roma

BIOGRAFIA
Morto nel 258. La «Passione di san Lorenzo» fu scritta almeno un secolo dopo la sua morte, e di conseguenza non è attendibile. Essa afferma che san Lorenzo, uno dei diaconi di Sisto II, fu messo a morte tre giorni dopo il martirio del papa venendo arrostito su una graticola; la maggioranza degli studiosi moderni sostiene invece che fu decapitato come Sisto II. Lorenzo è però sempre stato tra i più celebri fra i numerosi martiri romani, sia in Oriente che in Occidente. Il suo martirio deve avere prodotto una profonda impressione nei cristiani romani; la sua morte, dice Prudenzio, fu la morte dell’idolatria a Roma, perché da allora essa cominciò a scomparire. Lorenzo fu sepolto sulla Via Tiburtina nel «Campus Veranus» dove sorge la omonima basilica.

MARTIROLOGIO
A Roma, sulla via Tiburtina, il natale del beato Lorenzo Arcidiacono, il quale, nella persecuzione di Valeriano, dopo moltissimi tormenti di prigionia, diverse verghe, bastoni, flagelli piombati e lastre infuocate, alla fine, arrostito su una graticola di ferro, compì il martirio; il suo corpo dal beato Ippolito e dal Prete Giustino fu sepolto nel cimitero di Ciriaca, al campo Verano.

DAGLI SCRITTI…
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
Fu ministro del sangue di Cristo

Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione. San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue. Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambio quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliarli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. Infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si é inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.
Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4). Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità!
«Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Quale abbassamento! Cristo si é umiliato: eccoti, o cristiano l’esempio da imitare. Cristo si é fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, 1).(Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397).

Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, Vergine e Martire, Patrona

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santi/2009-08-09.html

Santa Teresa Benedetta della Croce

Edith Stein, Vergine e Martire, Patrona

BIOGRAFIA
 Edith Stein, santa Teresa Benedetta della Croce (1891-1942)
Edith Stein nasce a Breslavia, nella Slesia tedesca, il 12 ottobre 1891, undicesima figlia di una coppia di ebrei molto religiosa. Fin dall’infanzia Edith manifesta un’intelligenza vivace e brillante. Subito dopo gli esami di maturità, nel 1911, s’iscrive alla facoltà di Germanistica, Storia e Psicologia dell’università di Breslavia. In questo periodo scopre la corrente fenomenologica di Edmund Husserl (1859-1938) e nel 1913 si trasferisce all’università di Gottinga per seguirne le lezioni. Dopo la conversione, segue l’invito di padre Przywara a occuparsi in modo sistematico della dottrina e dell’opera di san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274), di cui tradurrà in tedesco le Questioni sulla verità. L’incontro con i mistici l’orienta verso la vita contemplativa nell’ordine carmelitano; potrà tuttavia realizzare la propria vocazione solo nel 1933 quando, allontanata dall’insegnamento dall’introduzione delle leggi razziali di Norimberga, non sarà più trattenuta dal suo padre spirituale, dom Raphael Walzer O.S.B. (1886-1966), arciabate di Beuron, che aveva voluto mettesse a frutto, come docente, le sue grandi capacità intellettuali.. Alle cinque pomeridiane del 2 agosto 1942, Edith Stein viene prelevata insieme alla sorella Rosa dal convento, e una testimone la sente dire alla sorella: “Vieni, andiamo per il nostro popolo”. Il 7 agosto sono assegnate a un trasporto in partenza quel giorno stesso per Auschwitz-Birkenau, che giunge a destinazione due giorni dopo. Non è stato possibile stabilire con certezza il momento della morte di Edith dopo l’arrivo ad Auschwitz, ma è probabile che sia stata subito destinata alla camera a gas. Papa Giovanni Paolo II nel motu proprio del 1° ottobre 1999 l’ha proclamata compatrona d’Europa insieme a santa Brigida di Svezia (1303 ca.-1373) e a santa Caterina da Siena (1347-1380).

DAGLI SCRITTI…
Dagli scritti spirituali di Santa Teresa Benedetta della Croce.
“Ave Crux, Spes unica”

“Ti salutiamo, Croce santa, nostra unica speranza!” Così la Chiesa ci fa dire nel tempo di passione dedicato alla contemplazione delle amare sofferenze di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il mondo è in fiamme: la lotta tra Cristo e anticristo si è accanita apertamente, perciò se ti decidi per Cristo può esserti chiesto anche il sacrificio della vita.
Contempla il Signore che pende davanti a te sul legno, perché è stato obbediente fino alla morte di Croce. Egli venne nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre. Se vuoi essere la sposa del Crocifisso devi rinunciare totalmente alla tua volontà e non avere altra aspirazione che quella di adempiere la volontà di Dio.
Di fronte a te il Redentore pende dalla Croce spogliato e nudo, perché ha scelto la povertà. Chi vuole seguirlo deve rinunciare ad ogni possesso terreno. Stai davanti al Signore che pende dalla Croce con il cuore squarciato: Egli ha versato il sangue del suo Cuore per guadagnare il tuo cuore. Per poterlo seguire in santa castità, il tuo cuore dev’essere libero da ogni aspirazione terrena; Gesù Crocifisso dev’essere l’oggetto di ogni tua brama, di ogni tuo desiderio, di ogni tuo pensiero.
Il mondo è in fiamme: l’incendio potrebbe appiccarsi anche alla nostra casa, ma al di sopra di tutte le fiamme si erge la Croce che non può essere bruciata. La Croce è la via che dalla terra conduce al cielo. Chi l’abbraccia con fede, amore. speranza viene portato in alto, fino al seno della Trinità.
Il mondo è in fiamme: desideri spegnerle? Contempla la Croce: dal Cuore aperto sgorga il sangue del Redentore, sangue capace di spegnere anche le fiamme dell’inferno. Attraverso la fedele osservanza dei voti rendi il tuo cuore libero e aperto; allora si potranno riversare in esso i flutti dell’amore divino, sì da farlo traboccare e renderlo fecondo fino ai confini della terra.
Attraverso la potenza della Croce puoi essere presente su tutti i luoghi del dolore, dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore divino e che ti rende capace di spargere ovunque il suo preziosissimo sangue per lenire, salvare, redimere.
Gli occhi del Crocifisso ti fissano interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà l’alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? “Signore, dove andare? Tu solo hai parole di vita”. Ave Crux, spes unica!(Edith Stein, Vita, Dottrina, Testi inediti. Roma, pp. 127-130.)

Dal Messale
Edith Stein nacque a Breslavia il 12 ottobre 1891 da una famiglia ebrea. Appassionata ricercatrice della verità, attraverso approfonditi studi di filosofia, la trovò mediante la lettura dell’autobiografia di Santa Teresa di Gesù (S.Teresa d’Avila). Nel 1922 ricevette il battesimo nella Chiesa cattolica e nel 1933 entrò nel Carmelo di Colonia. Morì martire per la fede cristiana ad Auschwitz, nei forni crematori, il 9 agosto 1942, durante la persecuzione nazista, offrendo il suo olocausto per il popolo d’Israele. Donna di singolare intelligenza e cultura, ha lasciato molti scritti di alta dottrina e di profonda spiritualità, è stata beatificata da Giovanni Paolo II a Colonia il l° maggio 1987, canonizzata a Roma da Giovanni Paolo II il 12 Ottobre 1998 e dichiarata Patrona di Europa – con S Brigida di Svezia e S.Caterina da Siena – il 3 ottobre 1999.

Una preghiera
«Mi ha rivestita delle vesti della salvezza» (Is 61). Così preghiamo nella festa della Regina del Carmelo, la più grande solennità del nostro Ordine. Noi che possiamo chiamarci sue figlie e sorelle, riceviamo da lei un abito particolare di salvezza, il suo stesso abito. Come segno della sua materna predilezione, Ella ci dona il santo Scapolare, questa “armatura di Dio”. Nel ricevere il santo Abito assumiamo l’impegno di dare un’eccezionale testimonianza di amore non solo al nostro divino Sposo, ma anche alla sua santissima Madre. Non possiamo rendere migliore servizio alla Regina del Carmelo e dimostrarle la nostra riconoscenza, che considerandola nostro modello e seguendola nella “via della perfezione” (16 luglio 1940).

Tre modi di pregare, da: Gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio di Loyola,

dal sito:

http://www.raggionline.com/esercizi/tremodi/autori/longridge.htm

TRE MODI DI PREGARE [238-260]

Gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio di Loyola,

W. H. LONGRIDGE,

Edizioni Paoline, Roma 1965, pp. 326-337. 

Primo modo di orare

238. – Modo di orare (propriamente detto), cioè meditazione o contemplazione… Questo primo modo di orare non è esattamente né meditazione né contemplazione. È principalmente un esercizio di esame, sebbene partecipi anche in qualche modo della natura di meditazione, in quanto comincia con una preghiera preparatoria per la grazia, dopo di che segue la considerazione di uno o più comandamenti e come noi li abbiamo osservati o siamo venuti meno ad essi, e alla fine un colloquio.

Dare forma, modo ed esercizi; forma, cioè una speciale forma che distingue l’Esercizio dal semplice esame di coscienza da una parte, e dalla meditazione, dall’altra parte, sebbene partecipi della natura di tutti e due; modo, cioè un ordine di procedimento, consiste in una preghiera preparatoria, considerazione e colloquio; esercizi, cioè quelli che seguono su: 1) i dieci comandamenti, 2) i peccati capitali, 3) facoltà dell’anima, 4) i sensi del corpo.

Quindi S. Ignazio nota lo scopo di questo Esercizio, cioè che l’anima, giungendo ad una più accurata conoscenza dei suoi peccati e concependo per essi un più profondo dolore ed un più serio proposito di emendazione si prepari alla confessione o a fare gli Esercizi, e faccia profitto in essi e la preghiera sia accetta (a Dio), come proveniente da un cuore veramente contrito e umile.
 

Nella Annotazione 18, S. Ignazio conta questo tra gli Esercizi più leggeri, che possono essere dati agli illetterati e a chi vuole aiutarsi ad istruirsi e a giungere a soddisfare fino ad un certo grado la sua anima. può anche esser dato, durante la Prima Settimana, a quelli che stanno per fare gli Esercizi più pienamente, come un aiuto per entrare più completamente nelle meditazioni sui peccati e per fare una confessione migliore. Ma in questo caso esso sarebbe diretto solo a quei peccati che l’esercitante abbia probabilmente commesso o sia stato tentato a commettere.

239. – … Questa Addizione può essere osservata con grande vantaggio prima di ogni esercizio di preghiera, sia vocale che mentale, e prima di recitare l’Ufficio Divino.

243. – Secondo il soggetto, cioè secondo il risultato del mio esame e lo stato della mia anima; ringraziando se, mediante la misericordia di Dio, sia stato preservato da qualche violazione dei comandamenti, facendo atti di contrizione per i miei peccati contro di essi, e domandando grazia di osservali in futuro, specialmente in quei punti dove sono in maggior pericolo di cadere.

244. – Superbia, Avarizia, Lussuria, Invidia, Gola, Ira, Accidia. Questi sono chiamati più esattamente i sette peccati capitali; perché, naturalmente, non ogni peccati che cade sotto ciascuno di questi capi è un peccato mortale. Ciò dipende dalla gravità della materia e dal grado di conoscenza e intenzionalità con cui è commesso. Per le definizioni di questi peccati e delle loro principali ramificazioni, ed anche per i loro appropriati rimedi, consultare i manuali ordinari di teologia morale.

245. – Le sette virtù contrarie sono Umiltà, Liberalità, Castità, Amore Fraterno, Temperanza, Pazienza, Diligenza.

246. – Memoria, intelletto e volontà.

248. – Questo primo modo di orare può essere applicato a molti altri argomenti oltre quelli menzionati qui, p. e., i precetti della Chiesa, le tre virtù teologali e le quattro virtù cardinali, i sette doni e i dodici frutti dello Spirito Santo, le opere di misericordia corporale e spirituale, ecc.

Mezz’ora di questo modo di orare, fatta in comune sotto una guida, potrebbe essere utile per un Esercizio a mezzogiorno. S. Francesco Saverio spesso l’imponeva ai suoi penitenti in India. P. Rickaby nota anche che sarebbe utile a un Religioso, che si trova in Esercizi, applicare questo metodo alla considerazione delle sue regole.

Per alcuni utili rilievi su questi tre modi di orare, vedi Direttorio, XXXVII. 
 
 Secondo modo di orare

252. – In ginocchio o seduto. Questa direttiva è da intendersi come applicabile ad ogni specie di preghiera, non semplicemente a questo secondo modo. Lo stesso può dirsi dell’avvertimento circa il chiudere o custodire gli occhi.

Quando una parola singola non dà un senso compiuto, se ne devono prendere e considerare altre assieme ad essa. Molti Salmi possono fornire materia per questo modo di orare (Direttorio, XXXVII, 9.10).

253. – Un’ora, o meno, se la persona in questione non è capace di spendere così lungo tempo utilmente. Vedi Annotazione 18.

254. – Cfr. Addizione 4.

256. – P. e., il Veni Creator, i Salmi e i Cantici, le Collette e le altre preghiere della Messa, e alcune preghiere vocali, che siamo soliti usare. Simile pratica di meditazione e preghiera sarà, senza dubbio, di grande aiuto rispetto alla recita, con maggiore intelligenza e devozione, delle preghiere vocali. 
 
 Terzo modo di orare

258. – A ritmo. Una metafora presa dalla musica, dove le note sono distribuite in ritmi di tempo uniforme, mediante sbarre. Così qui c’è una successione ritmica di respiri dell’anima in preghiera, in cui corpo e anima partecipano insieme.

259. – P. e., l’Anima Christi, il Credo, ecc.

260. – Di più, cioè un tempo più lungo di quello richiesto per recitare qualche preghiera secondo questo terzo modo. Su questo terzo modo, vedi Direttorio, XXXVII, 12.
 

Publié dans:preghiera (sulla), santi scritti |on 31 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Dalla «Introduzione alla vita devota» di san Francesco di Sales (sulla dolcezza)

dal sito:

http://www.certosini.info/lezion/Santi/24%20gennaio%20S.%20Francesco%20di%20Sales.htm

San Francesco di Sales

Dalla «Introduzione alla vita devota» di san Francesco di Sales (P.III, cap. 9. Oeuvres, Annecy, 1983, T 3, pp. 166 s.)

Fra gli usi che dovremmo saper fare della dolcezza, il migliore è quello di applicarla a noi stessi, senza provare mai risentimento né contro di noi, né contro le nostre imperfezioni. Infatti, anche se la ragione vuole che, una volta compiuto un errore, ne siamo contristati e pentiti, tuttavia è necessario non indulgere in un dispiacere arido e amaro, stizzoso e collerico. Ne segue che commettono un grande errore tutti quelli che, dopo la collera, si irritano per essersi irritati, si affliggono della loro stessa afflizione, si stizziscono della propria stizza. In questo modo tengono continuamente il cuore immerso a macerarsi nella collera. Senza parlare poi del fatto che tali risentimenti, collere, stizze che proviamo contro noi stessi, tendono all’orgoglio e la loro origine e l’amore di sé, amore che si preoccupa e si turba della nostra imperfezione.

Il dispiacere che proviamo per le nostre mancanze deve dunque essere pacato, calmo e fermo. Possiamo correggerci più con un pentimento sereno e costante che mediante reazioni piene di acrimonia, affrettate e colleriche; tanto più che tali reazioni impetuose sono motivate non tanto dalla gravità oggettiva della colpa commessa, quanto dal disordine delle nostre inclinazioni. Per esempio colui che predilige la castità, mentre proverà risentimento e acredine sproporzionati alla mancanza anche minima commessa in tale campo, non farà invece che sorridere di una grossolana maldicenza da lui provocata e sostenuta.

Risollevate dunque il cuore con dolcezza quando cadrà, umiliandovi davanti a Dio, perché avete conosciuto la vostra miseria, ma senza meravigliarvene in nessun modo. Detestate con tutte le forze l’offesa fatta a Dio e con gran coraggio e fiducia riprendete il cammino. 

Publié dans:meditazioni, santi scritti |on 21 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

15 Luglio San Bonaventura: Dall’opuscolo «Itinerario della mente a Dio» di san Bonaventura, vescovo

15 LUGLIO SAN BONAVENTURA

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

Dall’opuscolo «Itinerario della mente a Dio» di san Bonaventura, vescovo
(Cap. 7,1.2.4.6; Opera omnia, 5,312-313)

La mistica sapienza rivelata mediante lo Spirito Santo
Cristo è la via e la porta. Cristo è la scala e il veicolo. E il propiziatorio collocato sopra l’arca di Dio (cfr. Es 26,34). È «il mistero nascosto da secoli» (Ef 3,9). Chi si rivolge a questo propiziatorio con dedizione assoluta, e fissa lo sguardo sul crocifisso Signore mediante la fede, la speranza, la carità, la devozione, l’ammirazione, l’esultanza, la stima, la lode e il giubilo del cuore, fa con lui la Pasqua, cioè il passaggio; attraversa con la verga della croce il Mare Rosso, uscendo dall’Egitto per inoltrarsi nel deserto. Qui gusta la manna nascosta, riposa con Cristo nella tomba come morto esteriormente, ma sente, tuttavia, per quanto lo consenta la condizione di viatori, ciò che in croce fu detto al buon ladrone, tanto vicino a Cristo con l’amore: «Oggi sarai con me nel paradiso!» (Lc 23,43).
Ma perché questo passaggio sia perfetto, è necessario che, sospesa l’attività intellettuale, ogni affetto del cuore sia integralmente trasformato e trasferito in Dio.
È questo un fatto mistico e straordinario che nessuno conosce se non chi lo riceve. Lo riceve solo chi lo desidera, non lo desidera se non colui che viene infiammato dal fuoco dello Spirito Santo, che Cristo ha portato in terra. Ecco perché l’Apostolo afferma che questa mistica sapienza è rivelata dallo Spirito Santo.
Se poi vuoi sapere come avvenga tutto ciò, interroga la grazia, non la scienza, il desiderio non l’intelletto, il sospiro della preghiera non la brama del leggere, lo sposo non il maestro, Dio non l’uomo, la caligine non la chiarezza, non la luce ma il fuoco che infiamma tutto l’essere e lo inabissa in Dio con la sua soavissima unzione e con gli affetti più ardenti.
Ora questo fuoco è Dio e questa fornace si trova nella santa Gerusalemme; ed è Cristo che li accende col calore della sua ardentissima passione. Lo può percepire solo colui che dice: L’anima mia ha preferito essere sospesa in croce e le mie ossa hanno prescelto la morte! (cfr. Gb 7,15).
Chi ama tale morte, può vedere Dio, perché rimane pur vero che: «Nessun uomo può vedermi e restar vivo» (Es 33,20). Moriamo dunque ed entriamo in questa caligine; facciamo tacere le sollecitudini, le concupiscenze e le fantasie. Passiamo con Cristo crocifisso, «da questo mondo al Padre», perché, dopo averlo visto, possiamo dire con Filippo «questo ci basta» (Gv 14,8); ascoltiamo con Paolo: «Ti basta la mia grazia» (2Cor 12,9); rallegriamoci con Davide, dicendo: «Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre» (Sal 72,26). «Benedetto il Signore, Dio d’Israele da sempre e per sempre. Tutto il popolo dica: Amen» (Sal 105,48).

Publié dans:Santi, santi scritti |on 15 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

SANT’ANTONIO DA PADOVA – martirologio e scritti

SANT’ANTONIO DA PADOVA – martirologio e scritti

http://liturgia.silvestrini.org/santo/130.html

MARTIROLOGIO
A Padova sant’Antonio, Portoghese, sacerdote dell’Ordine dei Minori, Confessore e Dottore della Chiesa, illustre per la vita, per i miracoli e per la predicazione, il quale, non essendo ancora trascorso un anno della sua morte, dal Papa Gregorio non fu ascritto nel numero dei Santi.

DAGLI SCRITTI…
Dai «Discorsi » di sant’ Antonio di Padova, sacerdote.
Chi è pieno di Spirito Santo parla in diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze su Cristo: così parliamo agli altri di umiltà, di povertà, di pazienza e obbedienza, quando le mostriamo presenti in noi stessi. La predica è efficace, ha una sua eloquenza,quando parlano le opere. Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere. Purtroppo siamo ricchi di parole e vuoti opere, e così siamo maledetti dal Signore, perché egli maledì il fico, in cui non trovò frutto, ma solo foglie. «Una legge,dice Gregorio si imponga al predicatore:metta in atto ciò che predica». Inutilmente vanta la conoscenza della legge colui che con le opere distrugge la sua dottrina.
Gli apostoli «cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito Santo dava loro il potere di esprimersi» (At 2, 4). Beato dunque chi parla secondo il dettame di questo Spirito Santo e non secondo l’inclinazione del suo animo.Vi sono infatti alcuni che parlano secondo il loro spirito, rubano le parole degli altri e le propalano come proprie. Di costoro e dei loro simili il Signore dice a Geremia: « Perciò,eccomi contro i profeti, oracolo del Signore i quali si rubano gli uni gli altri le mie parole. Eccomi contro i profeti, oracolo del signore, che muovono la lingua per dare oracoli.
Eccomi contro i profeti di sogni menzogneri, dice il Signore, che li raccontano e traviano il mio popolo con menzogne e millanterie. Io non li ho inviati né ho dato alcun ordine. Essi non gioveranno affatto a questo popolo. Parola del Signore»(Ger2 3, 30-32).Parliamo quindi secondo quanto ci è dato dallo Spirito Santo, e supplichiamolo umilmente che ci infonde la sua grazia per realizzare di nuovo il giorno di Pentecoste nella perfezione dei cinque sensi e nell’osservanza del decalogo. Preghiamolo che ci ricolmi di un potente spirito di contrizione e che accenda in noi le lingue di fuoco per la professione della fede, perché, ardenti e illuminati negli splendori dei santi, meritiamo di vedere Dio uno e trino.

Publié dans:santi martiri, santi scritti |on 12 juin, 2009 |Pas de commentaires »

25 maggio – San Beda Venerabile

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/195.html

La scheda del santo :: 25 Maggio ::
San Beda Venerabile
Sacerdote e Dottore della Chiesa

BIOGRAFIA


Il nome Beda in lingua sàssone vuol dire uomo che prega. Nacque nel 672 da una modesta famiglia operaia di Newcastle, fu affidato giovinetto a S. Benedetto Biscop, abate del monastero benedettino di Wearmouth. Ordinato sacerdote, fu nello stesso tempo uno dei più sapienti uomini della Chiesa del suo secolo. Le più grandi soddisfazioni della sua vita vennero da lui stesso compendiate in tre verbi: imparare, insegnare, scrivere. Compose opere teologiche e storiche, mantenendosi fedele alla tradizione dei Padri e della Sacra Scrittura. Mentre colla faccia rivolta alla chiesa recitava con fervore e ad alta voce il Gloria Patri, il divino programma della sua vita, gli Angeli si presero la sua bell’anima e la portarono in Paradiso. Era l’anno 735, nell’Abbazia di Jarrow, in Inghilterra. Leone XIII l’ha annoverato tra i dottori della Chiesa.

DAGLI SCRITTI…
Dalla “Lettera sulla morte di san Beda il Venerabile” di Cuthberto.
Quando giunse il martedì prima dell’Ascensione del Signore, Beda cominciò a respirare più affannosamente e gli comparve un po’ di gonfiore nei piedi. Però per tutto quel giorno insegnò e dettò di buon umore. Tra l’altro disse: “Imparate con prontezza, non so fino a quando tirerò avanti e se il Creatore mi prenderà tra poco”. A noi pareva che egli conoscesse bene la sue fine; e così trascorse sveglio la notte nel ringraziamento. Sul far del giorno, cioè il mercoledì, ci ordinò di scrivere con diligenza quanto avevamo cominciato, e così facemmo fino alle nove. Dalle nove poi movemmo in processione con le reliquie dei santi, come richiedeva la consuetudine di quel giorno. Uno di noi però rimase accanto a lui e gli disse: “Maestro amatissimo, manca ancora un capitolo al libro che hai dettato. Ti riesce faticoso essere interrogato?”. Ed egli: “Ma no, facile, disse, prendi la tua penna, temperala e scrivi”. E quello così fece. Alle tre pomeridiane mi disse: “Nel mio piccolo baule ci sono alcune cose preziose, cioè pepe, fazzoletti e incenso. Corri presto e conduci da me i sacerdoti del nostro monastero, perché voglio distribuire loro questi piccoli regali che Dio mi ha dato”. E in loro presenza parlò a tutti ammonendo ciascuno e scongiurando di celebrare per lui delle Messe e di pregare con insistenza, cosa che quelli volentieri promisero. Piangevano tutti e versavano lacrime, soprattutto perché aveva detto di credere che non avrebbero visto più ancor a lungo la sue faccia in questo mondo. Provavano gioia però perché disse: “È tempo ormai (se così piace al mio Creatore) di ritornare a colui che mi ha creato e mi ha fatto dal nulla, quando ancora non esistevo. Ho vissuto molto e il pio Giudice bene ha disposto per me la mia vita; ormai è giunto il momento di sciogliere le vele (2 Tm 4, 6), perché desidero morire ed essere con Cristo (Fil 1, 23); infatti 1’anima mia desidera vedere Cristo, mio re, nel suo splendore”. E avendo detto molte altre cose per la nostra edificazione, passò in letizia quel giorno fino a sera. II giovane Wiberth disse ancora: “Caro maestro, ancora una sentenza non è state trascritta”. Ed egli: “Scrivi, subito”. E dopo un po’ il giovane disse: “Ecco, ore la sentenza è stata scritta”. E lui allora: “Bene, disse, hai detto la verità; tutto è finito. Prendi la mia testa tra le tue mani perché mi piace assai stare seduto di fronte al santo posto, in cui ero solito pregare, perché anch’io, stando seduto, posse invocare il mio Padre “. E così sul pavimento della sue cella cantando: “Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo” dopo d’aver nominato lo Spirito Santo, esalò l’ultimo respiro, e per essere stato sempre devotissimo nelle loci di Dio sulfa terra, migrò alle gioie dei desideri celesti
.

San Giovanni Maria Vianney: La perseveranza nelle tribolazioni

dal sito:

http://www.curatodars.com/preghiere.html

LA PERSEVERANZA NELLE TRIBOLAZIONI

Donaci Signore, per l’intercessione di San Giovanni Maria, di perseverare nelle tribolazioni e di respingere ogni tentazione del demonio con la forza che viene da Te.

Gloria al Padre.

Dalle omelie di San Giovanni Maria Vianney,

Non crediamo che esista un luogo su questa terra ove poter sfuggire alla lotta contro il demonio. Ovunque lo troveremo ed ovunque cercherà di toglierci la possibilità del paradiso, ma sempre e in ogni luogo potremo uscire vincitori dal confronto. Non è come per gli altri combattimenti, in cui, tra le due arti in causa, c’è sempre un vinto; nella lotta contro il demonio, invece, se vogliamo possiamo sempre trionfare con l’aiuto della grazia di Dio che non ci viene mai rifiutata.

Quando crediamo che tutto sia perduto, non abbiamo altro da fare che gridare: Signore, salvaci, stiamo perendo!”. Nostro Signore, infatti, è là, proprio vicino a noi e ci guarda con compiacimento, ci sorride e ci dice: “Allora tu mi ami davvero, riconosco che mi ami!….”. E’ proprio nelle lotte contro l’inferno e nella resistenza alle tentazioni che proviamo a Dio il nostro amore.

Quante anime senza storia nel mondo appariranno un giorno ricche di tutte le vittorie contro il male ottenute istante dopo istante! E’ a queste anime che il Buon Dio dirà: “Venite, benedetti del Padre mio…. entrate nella gioia del vostro Signore”. Noi non  abbiamo ancora sofferto quanto i martiri: eppure domandate loro se ora si rammaricano di quanto hanno passato…. Il buon Dio non ci chiede di fare altrettanto….C’è qualcuno che rimane travolto da una sola parola. Una piccola umiliazione fa rovesciare l’imbarcazione… Coraggio, amici miei, coraggio! Quando verrà l’ultimo giorno, direte: “Beate lotte che mi sono valse il Paradiso!”. Due sono le possibilità: o un cristiano dominale sue inclinazioni oppure le sue inclinazioni lo dominano; non  esiste via di mezzo.

Se marciassimo sempre in prima linea come i bravi soldati, al sopraggiungere della guerra o della tentazione sapremmo elevare il cuore a Dio e riprendere coraggio. Noi, invece, rimaniamo nelle retrovie e diciamo a noi stessi: “L’importante è salvarsi. Non voglio essere un santo”. Se non siete dei santi, sarete dei reprobi; non c’è via di mezzo; bisogna essere o l’uno o l’altro: fate attenzione!

Tutti coloro che possederanno il paradiso un giorno saranno santi. Il demonio ci distrae fino all’ultimo momento, così come si distrae un povero condannato aspettando che i gendarmi vengano a prenderlo. Quando i gendarmi arrivano, costui grida e si tormenta, ma non per questo viene lasciato libero… La nostra vita terrena è come un vascello in mezzo al mare. Che cosa produce le onde? La burrasca. Nella vita, il vento soffia sempre; le passioni sollevano nella nostra anima una vera e propria tempesta: ma queste lotte ci faranno meritare il paradiso.

Publié dans:meditazioni, santi scritti |on 14 mai, 2009 |Pas de commentaires »
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