Archive pour la catégorie 'Santi: memorie facoltative'

9 MAGGIO: SAN PACOMIO ABATE (mf)

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9 MAGGIO: SAN PACOMIO ABATE (mf)

ALTO EGITTO, 287 – 347

Nacque nell’Alto Egitto, nel 287, da genitori pagani. Arruolato a forza nell’esercito imperiale all’età di vent’anni, finì in prigione a Tebe con tutte le reclute. Protetti dall’oscurità, la sera alcuni cristiani recarono loro un po’ di cibo. Il gesto degli sconosciuti commosse Pacomio, che domandò loro chi li spingesse a far questo. «Il Dio del cielo» fu la risposta dei cristiani. Quella notte Pacomio pregò il Dio dei cristiani di liberarlo dalle catene, promettendogli in cambio di dedicare la propria vita al suo servizio. Tornato in libertà, adempì al voto aggregandosi a una comunità cristiana di un villaggio del sud, l’attuale Kasr-es-Sayad, dove ebbe l’istruzione necessaria per ricevere il battesimo. Per qualche tempo condusse vita da asceta, dedicandosi al servizio della gente del luogo, poi si mise per sette anni sotto la guida di un vecchio monaco, Palamone. Durante una parentesi di solitudine nel deserto, una voce misteriosa lo invitò a fissare la sua dimora in quel luogo, al quale presto sarebbero convenuti numerosi discepoli. Alla morte dell’abate Pacomio, i monasteri maschili erano nove, più uno femminile. Del santo restò sconosciuto il luogo della sepoltura. (Avvenire)

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Nella Tebaide, in Egitto, san Pacomio, abate, che, ancora pagano, spinto da un gesto di carità cristiana nei confronti dei soldati suoi compagni con lui detenuti, si convertì al cristianesimo, ricevendo dall’anacoreta Palémone l’abito monastico; dopo sette anni, per divina ispirazione, istituì molti cenobi per accogliere fratelli e scrisse per i monaci una regola divenuta famosa.
Come ti converto uno che non crede? Con l’esempio di una carità viva. Prendete un giovanotto pagano, arruolato a forza nell’esercito imperiale e subito fatto prigioniero insieme a tutte le reclute. Pensate allo sconcerto, alla delusione e alla sofferenza dei giorni di prigionia, insieme all’incertezza di quella che sarà la sua sorte. Immaginate l’incontro furtivo nella notte con alcuni uomini, che di nascosto vengono a confortarlo, sfamarlo e incoraggiarlo e che, insieme all’aiuto materiale, gli sussurrano parole di Cielo e dicono di fare tutto ciò in nome del “Dio dei cristiani”. Il giovanotto ne resta così colpito ed ammirato da rivolgersi all’ancora ignoto “Dio dei cristiani”, promettendo di dedicare a lui tutta la sua vita se riuscirà a liberarsi da quelle catene. E quando ciò avviene, al giovanotto restando solo due cose da fare: imparare a credere in quel Dio che lo ha liberato e, poi, studiare il modo per sciogliere il suo voto. E’ questa, in sintesi, l’origine dell’esperienza religiosa di San Pacomio, nato nell’Alto Egitto nel 287 e convertitosi al cristianesimo come abbiamo appena descritto. Dopo il battesimo, la vita spirituale di Pacomio cerca modi per esprimersi: prima all’interno di una comunità cristiana di cui si mette a servizio, quasi a voler subito mettere in pratica l’insegnamento di carità che quegli sconosciuti cristiani gli avevano trasmesso in carcere; poi attraverso l’esperienza eremitica, cioè l’incontro con Dio nella solitudine del deserto, di cui il grande Antonio è stato maestro un secolo prima. Pacomio, però, apre una strada nuova: all’imitazione di Gesù, solo nel deserto, in un rapporto esclusivo con il Padre e alle prese con le tentazioni del demonio, egli preferisce imitare Gesù che vive con i suoi discepoli ed insegna loro a pregare. Ecco nascere così attorno a lui un’interessante ed inedita esperienza di monachesimo: il cenobitismo o vita comune, dove la disciplina e l’autorità sostituiscono l’anarchia degli anacoreti. Quindi, non più e non solo la solitudine degli eremiti precedenti,con le astinenze, i digiuni e le penitenze corporali che li caratterizzano ma che possono anche nascondere l’insidia della bizzarria e dell’orgoglio; piuttosto, una comunità cristiana sul modello di quella fondata da Gesù con gli apostoli, basata sulla comunione nella preghiera, nel lavoro e nella refezione e concretizzata nel servizio reciproco. Il documento su cui Pacomio vuole regolare la vita della comunità è la Sacra Scrittura, che i monaci imparano a memoria e recitano a bassa voce mentre svolgono il loro lavoro: un contatto diretto con Dio attraverso il “sacramento della Parola”. Pacomio muore il 14 maggio 346, lasciando in eredità una decina di monasteri, di cui un paio anche femminili. Il luogo della sua sepoltura è sempre stato sconosciuto, perché un punto di morte aveva raccomandato al discepolo più fedele di seppellirlo in un posto segreto, per evitare la venerazione dei suoi seguaci.

Autore: Gianpiero Pettiti

13 MARZO: I SANTI MARTIRI DI CORDOVA IN SPAGNA

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13 MARZO: I SANTI MARTIRI DI CORDOVA IN SPAGNA 

Il 14 Giugno, la Chiesa fa memoria liturgica dei santi martiri cordovesi. A Cordoba in Spagna, i santi martiri Anastasio, presbitero, Felice, monaco e Degna, vergine, furono uccisi il medesimo giorno. Anastasio, confessata la propria fede cristiana dinanzi ai capi dei mori, venne subito decapitato; con lui fu ucciso anche Felice, di stirpe africana, che nelle Asturie aveva abbracciato la fede cattolica e la vita monastica; per ultima venne decapitata la giovanissima Degna che aveva rimproverato con ardore il giudice per l’uccisione dei suoi due compagni di fede e quindi di martirio.  E’ interessante sapere che le spoglie di questi martiri vennero ritrovate dopo diversi secoli grazie ad un sonno ispirato dagli angeli al sacerdote Andres De Las Roellas. Nato a Cordoba nel 1525 fu un esemplare sacerdote. diventato anziano si ritirò nella casa paterna dove era accudito da una delle sue sorelle. Essendo stato colpito da dolorose infermità ogni giorno nella sua orazione chiedeva …
… al Signore di essere guarito. Per cinque notti – così raccontò egli stesso – gli sembrò di sentire in sogno una voce che chiaramente gli diceva: “Va al Campo (una zona della città) e riavrai la salute”. Non diede molta importanza ai sogni. Un giorno, però si mise sulla strada indicata e con grande sforzo riuscì a raggiungere i confini di Cordoba; era già nei pressi della zona del Campo quando, si sedette per riposarsi. In quell’istante gli vennero incontro cinque giovani ed eleganti cavalieri che gli lasciarono un messaggio su dove ritrovare le spoglie mortali degli antichi martiri della Città.
Appena i cavalieri sparirono padre Andres si accorse con grande stupore che erano sparite tutte le sue infermità. Tutto questo avvenne nel sabato santo 29 marzo del 1578. il messaggio dei cinque cavalieri che indicava la tomba dei martiri cordovesi doveva essere portato al vescovo ma padre Roelas aveva paura di esser preso per un illuso visionario. Il sacerdote credeva che tutto finisse così invece poco dopo, per quattro notti consecutive, a mezzanotte precisa, terminato l’ufficio divino, ebbe la misteriosa apparizione di un uomo vestito di bianco che gli ordinava di espletare ‘incarico avuto dai cinque cavalieri. Infine, nella quinta notte quando già iniziava ad albeggiare il mercoledì 7 maggio del 1578 quell’uomo vestito di bianco gli rivelò: “Ti giuro, per Gesù Cristo crocifisso, che io sono Raffaele, l’angelo che Dio ha posto a custodia di questa città”. Il sacerdote informò il vescovo e nel punto esatto dove i cinque cavalieri avevano indicato, furono ritrovate le reliquie degli antichi martiri cristiani di Cordoba. Così, con questo solenne giuramento, i Cordovesi ebbero la certezza che l’arcangelo, come già quasi tre secoli prima aveva rivelato a fra Simon de Sousa, proteggeva in modo speciale la loro città.
Il padre Roelas da allora fu un entusiasta propagatore della devozione verso san Raffaele. Il pio sacerdote morì nel 1587 e la sua casa fu trasformata nella “chiesa del Giuramento”.

di Don Marcello Stanzione

7 MARZO: SANTA PERPETUA E FELICITA, MARTIRI (mf)

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7 MARZO: SANTA PERPETUA E FELICITA, MARTIRI  (mf)

 di dom Prosper Guéranger,

Gloria di questo giorno.
La festa di queste due sante eroine della fede cristiana veniva celebrata, nelle chiese loro dedicate, domani 7 marzo, giorno anniversario del loro trionfo; ma la memoria di san Tommaso d’Aquino sembrava eclissare quella delle sue due grandi Martiri africane. Avendo perciò la Santa Sede elevato la loro memoria, per la Chiesa universale, al rito doppio, prescrisse d’anticipare d’un giorno la loro solennità; così la Liturgia presenta fin da oggi all’ammirazione del lettore cristiano lo spettacolo di cui fu testimone la città di Cartagine nell’anno 202 o 203. Niente ci fa meglio comprendere il vero spirito del Vangelo secondo il quale in questi giorni dobbiamo riformare i nostri sentimenti e la nostra vita. Queste due donne, queste due madri affrontarono i più grandi sacrifici; Dio chiese loro non soltanto la vita, ma più che la vita; ed esse vi si assoggettarono con quella semplicità e magnanimità che fece d’Abramo il Padre dei credenti.

La forza nella debolezza.
I loro nomi, come osserva sant’Agostino, erano un presagio della sorte che il cielo riservava loro: una perpetua felicità. L’esempio che diedero della forza cristiana è di per se stesso una vittoria che assicura il trionfo della fede di Gesù Cristo in terra d’Africa. Ancora pochi anni, e san Cipriano farà sentire la sua voce eloquente che chiama i cristiani al martirio. Dove trovare accenti più commoventi che nelle pagine scritte dalla mano della giovane donna di ventidue anni, Perpetua, la quale ci narra con una calma celestiale le prove che doveva passare prima d’arrivare a Dio, e che, sul punto d’andare all’anfiteatro, trasmise ad un altro perché completasse la sua sanguinosa tragedia?
Leggendo queste gesta, di cui i secoli non hanno potuto alterare né fascino, né grandezza, sentiamo quasi la presenza dei nostri antenati nella fede e ammiriamo la potenza della grazia divina, che suscitò un tale coraggio dal seno stesso d’una società idolatra e corrotta; e considerando qual genere di eroi Dio usò per infrangere la formidabile resistenza del mondo pagano, non si può fare a meno di ripetere con san Giovanni Crisostomo: « A me piace tanto leggere gli Atti dei Martiri; ma ho un’attrattiva particolare per quelli che ritraggono le lotte sostenute dalle donne cristiane. Più debole è l’atleta e più gloriosa è la vittoria; infatti il nemico vede l’avvicinarsi della disfatta proprio dal lato dove aveva sempre trionfato. Per la donna egli ci vinse; ora per la donna viene abbattuto. Nelle sue mani ella fu una arma contro di noi; ora ne diviene la spada che lo trapassa. In principio la donna peccò, e quale compenso del suo peccato ebbe in eredità la morte; ora la martire muore, ma muore per non peccare più. Sedotta da promesse menzognere, la donna violò il precetto divino; ora per non violare la fedeltà al divino benefattore, la martire preferisce sacrificare la vita. Quale scusa ora avrà l’uomo per farsi perdonare la sua codardia, quando delle semplici donne mostrano un sì virile coraggio? quando, così deboli e delicate, si sono viste trionfare dell’inferiorità del loro sesso, e, fortificate dalla grazia, riportare sì gloriose vittorie »? (Omelia Su vari passi del N. T.).
Le Lezioni di queste due Martiri narrano i tratti più salienti del loro combattimento. Vi sono inseriti frammenti del vero racconto scritto da santa Perpetua. Esso ispirerà senza dubbio a più di un lettore il desiderio di leggere per intero negli Atti dei Martiri [1] il resto del magnifico testamento di questa eroina.
VITA. – Sotto l’imperatore Severo, furono arrestati a Cartagine, in Africa, alcuni giovani catecumeni: Revocato e Felicita, tutti e due schiavi, e con loro Saturnino e Secondolo, e da ultimo, Vibia Perpetua, di famiglia distinta, educata con molta cura e sposata a un uomo di alta condizione. All’età di ventidue anni ella aveva ancora il padre e la madre, due fratelli, uno dei quali era, come lei, catecumeno, e un bambino al quale essa dava ancora il latte. Vibia Perpetua scrisse interamente di suo pugno la storia del suo martirio.
Eravamo già sotto la pressione dei nostri persecutori, racconta Perpetua, e mio padre, spinto dal grande amore che mi portava, faceva ogni sforzo per scuotermi e farmi cambiare d’avviso. Padre mio, gli dissi, io non posso chiamarmi con altro nome diverso da quel che sono, cioè cristiana.
A tale parola mio padre si slanciò contro di me e sembrava volesse cavarmi gli occhi, ma finì per dirmi soltanto delle villanie e delle ingiurie, e quindi si ritirò confuso per non aver potuto vincer la mia fermezza con tutti gli artifizi che il demonio gli aveva suggerito. Per qualche giorno non si fece più vedere da me e ne ringraziai il Signore. La sua lontananza mi era un sollievo. Durante questo breve intervallo ricevemmo il battesimo; e lo Spirito Santo, mentre io stavo nell’acqua, m’ispirò di domandare un’unica cosa: la pazienza nelle pene che avrei dovuto soffrire nel corpo.
Pochi giorni dopo fummo condotti in prigione. All’entrare ebbi uno spavento indicibile, perché io non avevo mai visto tenebre sì orrende. Che giorni tristi! Eravamo così ammucchiati uno contro l’altro che si soffocava; per di più si era costretti a subire ad ogni momento l’insolenzà dei soldati di guardia. Ma l’angoscia più grave mi veniva dal pensiero del mio bambino, che era lontano da me. Terzo e Pomponio, i cari diaconi che avevano cura di noi, riuscirono a ottenere, profondendo del denaro, che per alcune ore lungo la giornata fossimo condotti in luogo aperto, a respirare un poco d’aria. Allora, usciti dal fondo del carcere, ciascuno poteva ristorarsi come meglio gli piaceva. Mia cura era di dare il latte al bambino, già mezzo morto per l’inedia. Con molto affetto parlai a mia madre, confortai mio fratello, e raccomandai a tutti in modo speciale l’assistenza al piccino. Ma ero in pena nel vedere i miei cari afflitti per causa mia.
Dopo pochi giorni si diffuse la voce che saremmo stati giudicati. A tal notizia mio padre, accasciato dal dolore, corse dalla sua villetta e venne a vedermi, sperando di togliermi dal mio proposito, e mi diceva: « Figlia mia, abbi pietà dei miei capelli bianchi; abbi pietà di tuo padre, se almeno mi credi ancora degno d’essere chiamato tuo padre! Pensa a tua madre, ai tuoi fratelli, al tuo figlioletto, che senza di te non potrà vivere. Non ostinarti a questo modo, perché tu fai morire tutti, e ci mandi in rovina! ».
Così parlava mio padre nel suo amor per me, e nello stesso tempo mi baciava le mani, si gettava ai miei piedi, mi chiamava non « figlia » ma signora e padrona. A simili accenti, io sentivo pietà per lui, perché di tutta la mia famiglia era l’unico che non si sarebbe gloriato del mio martirio; lo rassicurai dicendo: « Accadrà quel che Dio vorrà: poiché non siamo noi i padroni di noi stessi, ma Dio! Ed egli se ne andò molto rattristato ».
Un giorno, durante la refezione, fummo improvvisamente chiamati per un interrogatorio. Andammo al foro. Sparsasi di ciò subito la voce, veniva agglomerandosi nei dintorni del foro una folla immensa. Montammo sul palco del tribunale. I miei compagni furono interrogati e confessarono. Quando venne il mio turno d’essere interrogata, mio padre apparve d’improvviso portando in braccio il mio figlioletto; mi trasse in disparte fuori del mio posto e in atto supplichevole mi disse: « Abbi pietà del bambino ». Il procuratore Ilariano insisteva: « Abbi pietà dei capelli bianchi di tuo padre; « abbi compassione della tenera età di tuo figlio. Sacrifica alla salute degl’imperatori « . Non farò mai una cosa simile, risposi, io sono cristiana.
Allora il giudice pronunziò la sentenza, per la quale eravamo tutti condannati alle belve: noi scendemmo festanti dal palco per andare nelle prigioni. Poiché il mio bambino era abituato a prendere il latte da me ed a restare con me nella prigione, inviai subito a richiederlo a mio padre, ma egli non volle darlo. Piacque a Dio che il bimbo non domandasse più latte, di modo che io non ebbi più alcuna preoccupazione per lui, né venni a soffrire per questo, alcuna dolorosa conseguenza.
Fino a questo punto ho scritto io stessa il racconto; quello poi che accadrà in seguito, nel combattimento per il mio martirio, scriverà chi vorrà.
Anche Felicita ottenne da Dio un insigne favore. Ella era otto mesi che attendeva dal Signore un bambino. Man mano che il giorno dei giochi si avvicinava la sua tristezza aumentava, perché temeva che il suo stato di madre facesse rimandare il martirio ad altra epoca: la legge infatti proibiva di giustiziare a questo modo le madri. I suoi compagni di martirio non erano meno rattristati di lei, al pensiero d’abbandonare, sola, sul cammino della speranza e del bene che essi avrebbero posseduto così dolce amica e sorella. Perciò tutti si unirono in una sola preghiera in favore di Felicita. E tre giorni prima dei giochi, ella ebbe la grazia d’una bambina. Ai gemiti di lei nell’oscura prigione un carceriere disse: « Se tu in questo momento non sei capace di sopportare il dolore, che accadrà quando sarai di fronte alle bestie, che tu hai mostrato or ora di disprezzare e di non temere quando hai rifiutato di sacrificare? ». Felicita rispose: « Adesso a soffrire sono io sola, ma allora ci sarà un Altro in me, che patirà per me, perché anch’io patirò per lui ». La bambina di Felicita fu adottata da una cristiana.
Spuntò finalmente il giorno del trionfo. Camminavano i martiri dalla prigione all’anfiteatro come andassero al cielo, giulivi in volto, commossi e trepidanti non per il timore ma per la gioia. Veniva ultima Perpetua, placida in viso, il passo grave, calma e maestosa come si conviene a una matrona di Cristo; con la forza superiore e divina dei suoi occhi imponeva rispetto a tutti. Era con lei Felicita, gioiosa per la sua riacquistata liberazione, che le permetteva di combattere quel giorno con le fiere, e desiderosa di purificarsi in un secondo battesimo.
Per le due donne si era preparato una mucca furiosa (certo fu il demonio a suggerire questo animale generalmente sconosciuto nei giuochi), quasi si volesse recare maggior insulto al loro sesso. Si spogliarono queste sante donne delle loro vesti, si involsero in una rete, e in tale stato furono esposte alle belve. Perpetua fu esposta prima, e fu dalla mucca sollevata in aria con le corna. Ricadde sui lombi, battendo in terra fortemente. Nella caduta la sua tunica si aperse per buon tratto da un fianco; ed ella la ricongiunse subito con la mano e si ricoprì, più attenta al pudore che non al dolore.
« Richiamata dagli arenai, si accorse che la sua capigliatura era sciolta: e allora raccolse e rannodò la chioma, pensando che una martire non deve avere, morendo, i capelli scarmigliati, affinchè nessuno avesse a credere che si affliggeva nel momento della sua gloria. Così ricomposta, Perpetua si rialzò, e, vedendo Felicita che giaceva al suolo quasi morta (gettata anch’essa a terra dalla vacca), le si accostò, le diede la mano, la sollevò dal suolo. Si fermarono là in piedi ambedue. Il popolo, mosso a compassione, gridò che si facessero uscire dalla porta Sanavivaria. Ivi Perpetua accolta da un catecumeno a lei molto affezionato, di nome Rustico, sembrava una persona che esce da un profondo sonno, ma era in estasi, e, guardandosi intorno chiese con stupore di tutti: « Quando dunque saremo esposte a questa mucca? ». E siccome le si rispose che ciò era già stato fatto, essa non se ne convinse, finché non vide sopra le sue vestimenta e sopra il suo stesso corpo le tracce di quanto aveva sofferto. Dopo di che fece chiamare suo fratello e Rustico, e disse loro: « State saldi nella fede, amatevi gli uni e gli altri, e non rendetevi scandalo dei nostri patimenti ».
Quanto a Secondolo, Dio volle chiamarlo a sé mentre stava ancora chiuso nel carcere. Saturnino e Revocato, prima assaliti da un leopardo, furono poi crudelmente trascinati da un orso. Saturo fu prima esposto a un cinghiale, quindi a un orso; ma questa bestia non usci fuori della sua gabbia, così che, due volte rimasto immune, il martire fu chiamato dentro; solo alla fine dello spettacolo venne presentato a un leopadro, che con un sol morso lo immerse in un lago di sangue. « È lavato davvero! è lavato davvero!  » gridò il popolo alludendo al battesimo. Poi il martire cadde svenuto e fu trasportato nello spoliario, ove già si trovavano gli altri martiri per essere scannati.
Ma il popolo reclamava il ritorno dei condannati, poiché voleva darsi al barbaro piacere di mirare le spade quando s’immergono nel corpo d’un uomo. I martiri da loro stessi s’alzarono, condiscendendo al desiderio del popolo; e, giunti nel mezzo dell’anfiteatro, si diedero il bacio per consumare così il martirio in pace; poi, immobili, silenziosi, attesero il ferro. Saturo, che marciava in testa, morì per il primo.
Perpetua era riserbata a un nuovo dolore. Colpita per sbaglio tra le coste e la gola diede un grido; poi, siccome il suo carnefice era un gladiatore novizio, prese essa stessa la mano tremante di quell’apprendista e si appoggiò la punta della spada sopra la gola. Sembrava che questa donna valorosa non potesse morire che di propria volontà, e che lo spirito immondo, dal quale era temuta, non potesse toccarla senza il suo consenso.
Nota sulla composizione degli Atti.
« Nel leggere questo celebre brano – d’un sì ardente e puro entusiasmo e d’una semplicità così bella e commovente, solo qua e là gravata di un tantino di retorica – ci si rende conto della sua intessitura. Il primo capitolo è un prologo da attribuirsi al redattore, che ha messo insieme le diverse parti narrate. Nel secondo capitolo il redattore narra sommariamente la simultanea cattura di Vibia Perpetua, giovane donna di ventidue anni, istruita e di famiglia ragguardevole; di due giovani, Saturnino e Secondolo; da ultimo di due schiavi, Revocato e Felicita, tutti catecumeni. (Un po’ più tardi, un certo Saturo, loro istruttore, si sarebbe spontaneamente consegnato: paragrafo iv). Quindi dichiara che cede la parola a Perpetua che ha redatto di proprio pugno il racconto delle sue sofferenze…
Bisogna perciò immaginarsi che le cose siano andate press’a poco così: Perpetua e Saturo nell’oscura prigione ebbero l’agio di stendere una breve relazione dei patimenti che soffrirono, e prima di tutto dei « carismi » con cui Dio li visitò. Tali annotazioni cadono fra le mani d’un testimone oculare del loro supplizio, il quale indaga su particolari che non ha potuto vedere coi propri occhi, completa la narrazione dei martiri e, dai diversi elementi, ne ricava un insieme che inquadra in un’esortazione morale e religiosa. Bisogna dunque distinguere due parti negli Atti quella del compilatore e quella degli stessi martiri…
Io credo che, con tutta franchezza, si possa identificare nel redattore Tertulliano… Sono il suo stile, la sua lingua, le sue parole… Il testo poi fu redatto poco dopo il 202-303, data del supplizio dei martiri ».
(Pietro di Labriolle, Histoire de la litterature latine chrétienne, 3a ediz., 1947, p. 156).

Santa Perpetua.
Tutta la cristianità s’inchina davanti a te, o Perpetua! Ma c’è di più: ogni giorno, il celebrante pronuncia il tuo nome fra i nomi privilegiati ch’egli ripete al cospetto della vittima divina; così la tua memoria è perpetuamente associata a quella di Cristo, cui il tuo amore rese testimonianza col sangue. Ma quale beneficio egli s’è degnato d’accordarci, permettendoci di penetrare i sentimenti della tua anima generosa nelle pagine vergate dalle tue mani e pervenute fino a noi attraverso i secoli! Là noi apprendiamo il tuo amore « più forte della morte » (Ct 8,6), che ti fece vittoriosa in tutti i combattimenti. L’acqua battesimale non aveva ancora bagnata la tua fronte, che già eri annoverata fra i martiri. Ben presto dovesti sostenere gli assalti di un padre, e superare la tenerezza filiale di quaggiù per preservare quella che dovevi all’altro Padre che sta nei cieli. Non tardò il tuo cuore materno ad essere sottoposto alla più terribile prova, quando il bambino che prendeva vita dal tuo seno ti fu portato via come un novello Isacco, e rimanesti sola nella veglia dell’ultimo combattimento.

« Dov’eri tu, diremo con sant’Agostino, quando neppure vedevi la bestia furibonda cui ti avevano esposta? Di quali delizie godevi, al punto d’essere divenuta insensibile a sì gravi dolori? Quale amore t’inebriava? Quale bellezza celeste ti cattivava? Quale bevanda ti aveva tolto il senso delle cose di quaggiù, tu, ch’eri ancora, nei vincoli della vita mortale? » (Per il giorno natalizio di santa Perpetua e Felicita).
Il Signore ti aveva predisposta al sacrificio. E allora comprendiamo come la tua vita sia divenuta affatto celeste, e come la tua anima, dimorante già per l’amore, in Gesù che ti aveva tutto chiesto e al quale nulla negasti, fosse sin d’allora estranea a quel corpo che doveva ben presto abbandonare. Ti tratteneva ancora un legame, quello che la spada doveva troncare; ma affinché la tua immolazione fosse volontaria sino alla fine, fu necessario che con la tua stessa mano vibrassi il colpo che schiudeva all’anima il passaggio al Sommo Bene. Tu fosti donna veramente forte, nemica del serpente infernale! Oggetto di tutto il suo odio, tu lo vincesti! Ed ecco che dopo secoli il tuo nome ha il privilegio di far palpitare ogni cuore cristiano. 

Santa Felicita.
Ricevi anche tu i nostri omaggi, o Felicita! Tu fosti degna compagna di Perpetua. Nel secolo essa brillò nel novero delle matrone di Cartagine; ma, nonostante la tua condizione servile, il battesimo l’aveva resa tua sorella, e ambedue camminaste di pari passo nell’arena del martirio. Appena si rialzava dalle violente cadute, essa correva a te, e tu le tendevi la mano; la nobile donna e la schiava si confondevano nell’abbraccio del martirio. In tal modo gli spettatori dell’anfiteatro erano già in grado di capire come la nuova religione avesse insita in sé una virtù, destinata a far soccombere la schiavitù.
O Perpetua! o Felicita! fate che i vostri esempi non vadano perduti, e che il pensiero delle vostre virtù ed immolazioni eroiche ci sostengano nei sacrifici più piccoli che il Signore esige da noi. Pregate anche per le nuove Chiese che sorgono sulle sponde africane; esse si raccomandano a voi; beneditele, e fate che rifioriscano, per la vostra potente intercessione, la fede e i costumi cristiani.                                         

[1] PG t. 3, c. 13-58 e H. Leclerq. XX: I Martiri, t. I, p. 122-139. Questi Atti costituiscono uno del brani più completi della letteratura cristiana, e la loro autenticità è al di sopra d’ogni sospetto.          

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 831-837

14 GENNAIO : LA «VITA DI SANTA MACRINA» (mf) m. 340 circa

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14 GENNAIO : LA «VITA DI SANTA MACRINA» (mf) m. 340 circa

In fondo non stupisce che metà della già breve Vita di santa Macrina, che Gregorio di Nissa dedica, probabilmente intorno al 390, alla sua sorella maggiore, sia occupata in realtà dalla sua morte. È nella morte infatti che si concentrano una serie di temi dell’opera di Gregorio, che sgorgano qui esaltati dal dolore, seppur trattenuto, per la scomparsa di una donna che «non era estranea alla mia famiglia».
Secondo Gregorio, spiega Peter Brown, successivamente alla Caduta, insieme con la morte una nuova percezione del tempo era entrata a far parte della condizione umana: al tempo «puro» della creazione, caratterizzato dalla certezza del fine, era subentrato un tempo terreno «impuro» e incerto, denso di «ansie mai soddisfatte e vissuto come una perpetua e inquieta “tensione” dell’anima verso un futuro minaccioso e ignoto». «Il tempo umano era fatto da incessanti tentativi di evitare la morte», e al suo cuore, per così dire, trovava posto «l’orologio del matrimonio», lo strumento principe nella lotta contro la paura della fine. Per Gregorio, dunque, «il modo migliore di vincere quella paura consisteva nell’evitare la specifica istituzione sociale che ne era l’esplicito frutto»; di qui l’ossessione per il celibato e il nubilato, la verginità, l’astinenza: «Nel cuore dell’individuo casto cessava finalmente il sonoro ticchettio emesso dall’orologio del tempo mondano».
Così, Macrina, di cui Gregorio acconsente a scrivere, «affinché una vita così luminosa non fosse ignorata e non rimanesse nell’oblio, senza profitto, l’operato di una donna che, in forza del suo vivere filosofico, raggiunse il più alto grado di virtù».                                                                                    
La prima immagine la coglie all’età di dodici anni, «quando, soprattutto, rifulge il fiore della giovinezza», e Macrina «nonostante la sua riservatezza, non riesce a tenere nascosta la propria bellezza». Siamo intorno al 340, Macrina infatti è nata probabilmente nel 328 a Cesarea di Cappadocia, nella ricca famiglia di Emmelia e di Basilio il Retore, un «esercito di santi» se si considera che seguono la vocazione religiosa cinque dei dieci figli, tra i quali appunto Gregorio e il grande Basilio. Alla morte – ecco – del pretendente scelto dal padre, Macrina, già molto addentro alle sacre scritture, sceglie la verginità, sostenendo che lo sposo promesso è soltanto «momentaneamente lontano», «in viaggio e non già defunto», che lo ritroverà dopo la resurrezione e che quindi non vede perché non debba restargli fedele.           
Il matrimonio, come accennato, era in quel contesto materia molto delicata, piena di risvolti economici, sociali e politici, ma la ragazza è irremovibile e convince anche la madre, cui è molto legata, «a rinunziare all’abituale esistenza molto agiata e ai servizi delle domestiche cui era stata avvezza sino ad allora». Dopo la morte del padre, all’età di circa vent’anni, Macrina lascia Cesarea e si ritira ad Annesi, in una proprietà di famiglia, dove fonda un asceterio che si trasforma presto in un vero e proprio monastero femminile, cui ne risulta affiancato anche uno maschile, poi affidato al fratello Pietro, l’ultimogenito. Alle consorelle Macrina detta una regola che purtroppo non si è conservata e sulla quale lo stesso Gregorio si diffonde brevemente. Libertà dalle passioni mondane, lavoro (pare che Macrina fosse particolarmente abile nel «lavoro della lana») e preghiera, preghiera continua e incessante: un’esistenza, commenta Gregorio, «sospesa a mezzo tra la natura umana e quella angelica». «Come le anime libere dai corpi in seguito a morte sono esenti dalle cure di questo mondo, così la loro esistenza era distaccata, del tutto lontana dalle vanità terrene e regolata in modo da imitare le vite degli angeli».
Anzi, azzarda Gregorio, forse si potrebbe dire addirittura che erano superiori a essi, perché comunque «vivevano nella carne, eppure non erano appesantite dal corpo: lievi, levandosi in alto, spaziavano per il firmamento in compagnia degli angeli».
È la morte della sorella, come si diceva, a «interessare» maggiormente Gregorio di Nissa. Morte di fronte alla quale si manifesta ancor più, ai suoi occhi, la grandezza di lei. Macrina aveva già mostrato «la sublimità del suo animo» in occasione della scomparsa, prematura, del fratello Naucrazio, quando «non solo conservò la calma rifuggendo da irrazionali manifestazioni di dolore, ma prestò valido soccorso alla madre che dava prova di debolezza, sollevandola dall’abisso di dolore in cui era caduta», poi di quella della stessa madre e infine di quella del fratello Basilio (quella del padre è menzionata di sfuggita). Sempre Macrina aveva resistito, «come un invitto atleta», ai colpi della sorte mantenendo lo sguardo sereno sull’oltre e, questo è ciò che preme a Gregorio, «levandosi al di sopra della natura medesima».
Ora è il suo turno. Gregorio lo apprende per caso. Sta andando a trovarla e incontra uno dei «servi» del monastero: «Domandai, allora, notizie della grande. La risposta fu che era in preda a grave morbo». Gregorio si affretta ad Annesi e si precipita nella cella di Macrina. Fratello e sorella si vedono, lei fa per tirarsi su (è stesa su «una tavola ricoperta da un sacco»), lui, «sorreggendole con le mani il volto inchinato a terra», la rimette sdraiata. Lei parla, «filosofando intorno alla natura dell’anima e spiegandoci la ragione della vita nella carne, e perché l’uomo è stato fatto e come egli è mortale», lui piange e si sente quasi «libero dai vincoli della natura umana».
Poi Macrina dice che sta meglio («né lo diceva per illuderci») e manda il fratello a riposarsi e rifocillarsi. Quindi sono di nuovo insieme e si abbandonano ai ricordi, «a partire dagli anni della giovinezza». Viene la notte. Salmi e preghiere, «tra un ansimare lieve, persistente». «A quella vista ero combattuto tra me e me da contrastanti sentimenti», ricorda Gregorio: «triste» perché di lì a poco non avrebbe  più udito la sua voce, «però entusiasta innanzi allo spettacolo che si offriva ai miei occhi, convinto che la vergine aveva varcato i confini della natura umana».
La sera dell’indomani Macrina muore. Seguono i primi riti, la vestizione, la notizia che si diffonde, il concorso di folla, l’esposizione della salma, la processione, la funzione, la sepoltura accanto alla madre: si fa il «tempo di pensare al ritorno».
La compostezza, la fortezza, la speranza sono il segno di questa cronaca minuziosa e consapevole dei posteri, ma a me sono rimasti impressi soprattutto due frammenti, incastrati fra tanto ritegno, una «cosa» sfuggita alle consorelle cui Macrina aveva sempre raccomandato il «decoro in ogni evenienza» e una confessione dell’autore: «Quando non fu possibile dominare più a lungo la sofferenza, come fuoco avvampasse nel profondo dei cuori consumandoli, [le religiose] mandarono un urlo straziante, irrefrenabile. Anch’io», aggiunge Gregorio, «non seppi contenermi».

Gregorio di Nissa, Vita di santa Macrina, a cura di E. Marotta, Città Nuova 1989.

Publié dans:Santi, Santi: memorie facoltative |on 14 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

17 dicembre: San Giovanni de Matha Sacerdote

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San Giovanni de Matha Sacerdote

17 dicembre

Faucon (Alpes-de-Haute-Provence, Francia), 23 giugno 1154 – Roma, 17 dicembre 1213

Provenzale, docente di teologia a Parigi, prete a 40 anni, Giovanni de Matha lasciò la cattedra, divenendo sacerdote. Durante la sua prima messa, il 28 febbraio 1193, gli accade qualcosa di straordinario. Mentre celebrava gli comparve una visione: un Uomo dal volto radioso, che teneva per mani due uomini con catene ai piedi, l’uno nero e deforme, l’altro pallido e macilento; quest’uomo gli indicò di liberare queste povere creature incatenate per motivi di fede. Giovanni De Matha comprese immediatamente che quell’uomo era Gesù Cristo Pantocratore, che rappresentava la Trinità, e gli uomini in catene erano gli schiavi cristiani e musulmani. Capì, quindi, che sarebbe stata questa la sua missione di sacerdote: quella di liberare gli schiavi cristiani in Africa. Si ritirò in campagna per meditare sull’impresa e fondò, nel 1194, in Cerfroid, a poco meno di cento chilometri da Parigi, con quattro eremiti l’Ordine della Santissima Trinità (“Ordo Sanctae Trinitatis et redemptionis captivorum”), dall’austera regola. Ottenuta l’approvazione di Innocenzo III il 17 dicembre 1198 con la bolla Operante divinae dispositionis, partì per il Marocco. Iniziarono così i primi riscatti di schiavi. Il tema era allora molto sentito, tanto che san Pietro Nolasco fondò nel 1218, con lo stesso scopo, i Mercedari. Giovanni morì a Roma – dove il Papa gli aveva donato la chiesa di San Tommaso in Formis sul Celio -, ma nel Seicento il suo corpo venne portato a Madrid. Fu santificato nel 1666.

Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraico
Martirologio Romano: A Roma sul monte Celio, san Giovanni de Matha, sacerdote, che, francese di origine, istituì l’Ordine della Santissima Trinità per la liberazione degli schiavi.

Questo provenzale di Faucon, docente di teologia all’Università di Parigi, si fa prete tardi, sui 40 anni. Poi lascia la cattedra, perché un « segno gli ha rivelato la sua vera missione »: dedicarsi al riscatto degli schiavi cristiani in Africa. La pirateria mediterranea, negli assalti in mare e nelle scorrerie a terra, rastrella gente giovane e va a venderla sui mercati nordafricani. Giovanni de Matha si ritira per riflettere a Cerfroid, una campagna solitaria a 70 km da Parigi, dove spiega l’idea a quattro eremiti, che l’accettano di colpo. In tre anni nasce la struttura. Ossia l’Ordine della Santissima Trinità (abito bianco con croce rossa e azzurra sul petto, cappa e cappuccio neri). Si basa su comunità piccole e agili, con regola austera e niente ambizioni estetiche per le chiese e i riti. L’elemosina raccolta da appositi collettori va per un terzo al mantenimento dei monaci, per un terzo all’assistenza di malati e pellegrini, e per un terzo al riscatto degli schiavi. Ottenuta l’approvazione del papa Innocenzo III, nel 1199 parte la prima spedizione per il Marocco.
I Trinitari (così li chiamano) visitano mercati, prigioni, luoghi di lavoro, trattano con autorità e padroni, e liberano con regolare scrittura di riscatto i primi duecento schiavi; un notaio registra tutto, e così si farà sempre. I marsigliesi si commuovono vedendo sbarcare quei duecento, con Giovanni de Matha che li accompagna alla cattedrale cantando il salmo In exitu Israël de Aegypto. (Il problema degli schiavi è all’ordine del giorno: con una missione analoga nel 1218 san Pietro Nolasco fonderà a Barcellona i Mercedari).
Nel 1209 l’Ordine avrà 30 case, e 600 verso il 1250, soprattutto in Francia e Spagna. Agli ex schiavi malati o senza famiglia dà accoglienza nei suoi ospizi. Tra il 1199 e il 1207 il fondatore si lancia in un attivismo frenetico, per aumentare i centri di accoglienza, trovare denaro da ricchi e da poveri, moltiplicare le spedizioni di riscatto. Papa Innocenzo gli dona a Roma la chiesa abbaziale di San Tommaso in Formis sul Celio, dove Giovanni crea un altro ospizio. E qui muore il 17 dicembre 1213. Nel 1665 due frati trinitari tolgono il suo corpo dalla chiesa (il convento ha cambiato proprietà) e lo portano a Madrid.
L’ordine soccombe poi alle soppressioni regie e rivoluzionarie del Sette-Ottocento, ma rinasce nel XIX secolo, con case impegnate in Europa e in America nelle missioni, assistenza ospedaliera e ministero. Manca una storia completa dei riscatti: il religioso che vi lavorava, padre Domenico dell’Assunta, fu ucciso nella guerra civile spagnola (1936) e il materiale andò perduto. Ricordiamo tuttavia un nome: quello di Miguel de Cervantes, futuro autore di Don Chisciotte. Catturato da un pirata albanese e venduto sul mercato di Algeri nel 1575, sarà liberato cinque anni dopo dal trinitario spagnolo fra Juan Gil.

Autore: Domenico Agasso

11 dicembre: San Daniele lo Stilita Sacerdote, mf

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San Daniele lo Stilita Sacerdote, mf

11 dicembre

Maratha, Samosata, 409 – Siria, 490 circa

Nasce a Maratha, nelle vicinanze di Samosata in Siria nel 409. Daniele a dodici anni chiede di essere accolto in un vicino monastero e davanti alla resistenza dell’abate gli risponde che con la sua fede sopporterà la dura vita del cenobio. Guadagna subito la fiducia dell’abate, a tal punto che lo accompagna ad Antiochia dove conoscono san Simone che, da poco, ha iniziato a vivere da asceta in cima ad una colonna. Tornato a Maratha, alla morte dell’abate Daniele viene scelto come suo successore, ma rifiuta l’incarico perché vuol tornare a visitare Simone. A causa delle guerre è costretto a fermarsi a Costantinopoli, quindi si ritira in un tempio abbandonato a Filempora. Nel 459 muore Simone e il suo mantello viene dato a Daniele che, ormai cinquantenne, decide di seguire l’esempio del maestro e si stabilisce su una colonna. Muore nel 490 e viene sepolto ai piedi della colonna sulla quale aveva vissuto trentatré anni e tre mesi. (Avvenire)

Etimologia: Etimologia: Daniele = Dio è il mio giudice, dall’ebraico

Martirologio Romano: A Costantinopoli, san Daniele, detto Stilita, sacerdote, che, dopo aver condotto vita monastica e superato molte difficoltà, seguendo l’esempio di vita di san Simeone, alloggiò sull’alto di una colonna per trentatré anni e tre mesi fino alla morte, imperterrito davanti all’impeto del freddo, del caldo o dei venti.
Testimoni estremi della fede, la cui vita di penitenza era sempre sotto gli occhi di tutti, gli stiliti incarnarono una forma originale di ascetismo cui stenteremmo a credere se non avessimo fonti storiche documentate. Nati nel V secolo in Oriente (si diffusero poi anche in Russia), questi anacoreti vivevano presso un villaggio o un monastero, su una colonna alta dai dieci ai venti metri. Su di essa predicavano, guarivano malati e celebravano l’Eucaristia, trasformando così un simbolo pagano (solitamente sulle colonne si innalzavano gli idoli) in luogo di elevazione cristiana. La piattaforma garantiva la sopravvivenza grazie ad una tettoia, mentre dal balcone vi era il contatto con i fedeli. Alcuni seguaci provvedevano al sostentamento dello stilita innalzando il cibo con una carrucola o una scala. Alla sommità accedevano quanti necessitavano di conforto spirituale o cercavano soluzioni a controversie. Il primo e il più celebre stilita fu S. Simeone detto “il vecchio” (390-459) che visse in Siria a Qal’At Sem’An, nei pressi di Antiochia, e fu famoso per i miracoli e per aver convertito anche alcuni arabi. Daniele fu un suo discepolo, come apprendiamo dalla dettagliata biografia scritta, con diversi particolari storici, da un giovane seguace.
Daniele nacque a Maratha (vicino a Samosata) nel 409 da pii genitori che lo consacrarono subito al Signore. Crebbe buono e a soli dodici anni chiese di essere accolto in un vicino monastero. Alle resistenze dell’abate rispose che era sì giovane ma, con la sua grande fede, avrebbe sopportato la dura vita del cenobio. Pochi anni dopo godeva già della sua fiducia, tanto da accompagnarlo in un viaggio ad Antiochia. Ospiti del monastero di Telanissos (Dair Sem’an), conobbero S. Simeone che aveva da poco iniziato a vivere da asceta in cima ad una colonna, incompreso dai compagni e accusato di vanagloria. Nonostante la grande calura, il santo li accolse e li benedisse facendo breccia nel cuore del giovane, cui però predisse molte sofferenze. Qualche tempo dopo l’abate morì e Daniele venne scelto come suo successore. Egli però, rifiutato l’incarico, tornò a far visita a Simeone con l’intento di raggiungere successivamente la Terra Santa. Ripiegò su Costantinopoli a causa delle guerre, per poi ritirarsi a Filempora, in un tempio abbandonato, sotto la protezione del patriarca S. Anatolio. Nel 459 Simeone morì e il suo mantello, destinato inizialmente all’Imperatore Sergio I, venne dato a Daniele che, ormai cinquantenne, decise di seguire l’esempio del maestro. Alcuni compagni lo aiutarono a stabilirsi su una colonna dove iniziò la sua vita di meditazione e preghiera. All’ordine iniziale dell’Imperatore Leone di lasciare il luogo, la guarigione di un ragazzo posseduto dal demonio convinse il messo imperiale a tornare dall’imperatore per raccontare l’accaduto. Questi chiese a Daniele di pregare affinché l’imperatrice Verena concepisse un figlio. A grazia ottenuta l’imperatore andò di persona a ringraziarlo, salendo sulla colonna e toccandogli i piedi. Fece poi costruire un’altra colonna collegata con un ponte alla precedente, mentre il luogo era ormai meta di pellegrinaggi. Durante una tempesta la struttura corse il pericolo di crollare, ma Daniele non l’abbandonò e, a pericolo scampato, fece graziare il costruttore condannato dall’imperatore per la sua imperizia.
Il santo stilita era continuamente esposto alle intemperie e durante un inverno particolarmente rigido fu salvato in extremis dall’assideramento. L’imperatore fece allora costruire una stanza in cui fosse maggiormente riparato. Purtroppo a Daniele non mancarono gli attriti col Patriarca di Costantinopoli Gennadio e solo dietro ordine imperiale questi andò a trovarlo. All’incontro, nonostante la giornata caldissima, assistette una grande folla e il presule, dopo aver celebrato le preghiere d’ordinazione, salì sulla colonna dove si diedero vicendevolmente la comunione.
Daniele era ormai famoso in tutto l’impero. Si narra che predisse un incendio nella capitale (465) e che davanti alla sua colonna furono siglati patti di alleanza tra principi. Le visite più gradite erano però quelle dei malati che, dopo aver ascoltato la sua sapiente parola, ricevevano i sacramenti. Scese dalla colonna solo quando, morto l’imperatore, gli eretici monofisiti usurpavano il trono. Portato a spalle dalla folla ottenne il riconoscimento del nuovo Imperatore Zenone che, da lì a poco, con gratitudine, andò a onorarlo sulla colonna. Lo stesso successivamente promulgò il decreto detto Henoticon, diretto a vescovi, chierici e monaci della chiesa orientale, relativo all’approvazione del Simbolo Niceno.
Daniele morì ultraottantenne nel 490 (o 493) dopo aver incontrato il Patriarca Eufemio e aver celebrato la Messa. Fu sepolto in un oratorio ai piedi di quella colonna su cui era vissuto trentatre anni e tre mesi.

Autore: Daniele Bolognini

Publié dans:Santi, Santi: memorie facoltative |on 10 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

6 dicembre: San Nicola di Mira (di Bari) Vescovo

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San Nicola di Mira (di Bari) Vescovo

6 dicembre – Memoria Facoltativa

Pàtara, Asia Minore (attuale Turchia), ca. 250 – Mira, Asia Minore, ca. 326

Proveniva da una famiglia nobile. Fu eletto vescovo per le sue doti di pietà e di carità molto esplicite fin da bambino. Fu considerato santo anche da vivo. Durante la persecuzione di Diocleziano, pare sia stato imprigionato fino all’epoca dell’Editto di Costantino. Fu nominato patrono di Bari, e la basilica che porta il suo nome è tuttora meta di parecchi pellegrinaggi. San Nicola è il leggendario Santa Claus dei paesi anglosassoni, e il NiKolaus della Germania che a Natale porta i doni a bambini.

Patronato: Bambini, Ragazzi e ragazze, Scolari, Farmacisti, Mercanti, Naviganti, Pescatori,
Etimologia: Nicola = vincidore del popolo, dal greco

Emblema: Bastone pastorale, tre sacchetti di monete (tre palle d’oro)
Martirologio Romano: San Nicola, vescovo di Mira in Licia nell’odierna Turchia, celebre per la sua santità e la sua intercessione presso il trono della grazia divina.
La sua fama è universale, documentata da chiese e opere d’arte, da istituzioni e tradizioni legate al suo nome. Ma sulla sua vita le notizie certe sono pochissime. Nato probabilmente a Pàtara di Licia, in Asia Minore (attuale Turchia), è poi eletto vescovo di Mira, nella stessa Licia. E qui, dicono alcune leggende, compie un miracolo dopo l’altro. Come accade alle personalità forti, quasi ogni suo gesto è trasfigurato in prodigio: strappa miracolosamente tre ufficiali al supplizio; preserva Mira da una carestia, con altri portenti… Qui può trattarsi di fatti autentici, abbelliti da scrittori entusiasti. Forse per gli ufficiali egli ha ottenuto la grazia dell’imperatore Costantino (al quale chiederà anche sgravi d’imposta per Mira); e contro la carestia può aver organizzato rifornimenti tempestivi. Ma si racconta pure che abbia placato una tempesta in mare, e resuscitato tre giovani uccisi da un oste rapinatore… Un “Passionarium” del VI secolo dice che ha sofferto per la fede nelle ultime persecuzioni antecedenti Costantino, e che è intervenuto nel 325 al Concilio di Nicea.
Nicola muore il 6 dicembre di un anno incerto e il suo culto si diffonde dapprima in Asia Minore (25 chiese dedicate a lui a Costantinopoli nel VI secolo). Ci sono pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Mira. Moltissimi scritti in greco e in latino lo fanno via via conoscere nel mondo bizantino-slavo e in Occidente, cominciando da Roma e dal Sud d’Italia, soggetto a Bisanzio.
Ma oltre sette secoli dopo la sua morte, quando in Puglia è subentrato il dominio normanno, “Nicola di Mira” diventa “Nicola di Bari”. Sessantadue marinai baresi, sbarcati nell’Asia Minore già soggetta ai Turchi, arrivano al sepolcro di Nicola e s’impadroniscono dei suoi resti, che il 9 maggio 1087 giungono a Bari accolti in trionfo: ora la città ha un suo patrono. E forse ha impedito ad altri di arrivare alle reliquie. Dopo la collocazione provvisoria in una chiesa cittadina, il 29 settembre 1089 esse trovano sistemazione definitiva nella cripta, già pronta, della basilica che si sta innalzando in suo onore. E’ il Papa in persona, Urbano II, a deporle sotto l’altare. Nel 1098 lo stesso Urbano II presiede nella basilica un concilio di vescovi, tra i quali alcuni “greci” dell’Italia settentrionale: c’è già stato lo scisma d’Oriente.
Alla fine del XX secolo la basilica, affidata da Pio XII ai domenicani, è luogo d’incontro tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente, e sede dell’Istituto di Teologia Ecumenica San Nicola. Nella cripta c’è anche una cappella orientale, dove i cristiani ancora “separati” dal 1054 possono celebrare la loro liturgia. Scrive Gerardo Cioffari, del Centro Studi San Nicola: « In tal modo la basilica si presenta… come una realtà che vive il futuro ecumenico della Chiesa ». Nicola di Mira e di Bari, un santo per tutti i millenni.
Nell’iconografia San Nicolaè facilmente riconoscibile perché tiene in mano tresacchetti (talvolta riassunti in uno solo) di monete d’oro, spesso resi più visibili sotto forma di tre palle d’oro.
Racconta la leggenda che nella città dove si trovava il vescovo Nicola, un padre, non avendo i soldi per costituire la dote alle sue tre figlie e farle così sposare convenientemente, avesse deciso di mandarle a prostituirsi.Nicola, venuto a conoscenza di questa idea, fornì tre sacchietti di monete d’oro che costituirono quindi la dote delle fanciulle, salvandone la purezza.

Publié dans:Santi, Santi: memorie facoltative |on 5 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

5 dicembre: San Saba Archimandrita Abate

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San Saba Archimandrita Abate

5 dicembre

Mutalasca, Cesarea di Cappadocia, 439 – Mar Saba, Palestina, 5 dicembre 532

Nasce nel 439 a Cesarea di Cappadocia. La sua famiglia, cristiana, lo indirizza verso gli studi presso il vicino monastero di Flavianae. Ne esce con un’istruzione e con il desiderio di farsi monaco. Attorno ai 18 anni arriva pellegrino in Terrasanta. Sul cammino sosta sempre in comunità monastiche di diverso tipo: di vita comune, anacoretiche, nelle loro grotte o capanne. È così che trova una guida nel monaco Eutimio detto «il grande», col quale condividerà la vita eremitica in Giordania. Dopo la morte del maestro si ritira verso Gerusalemme, nella valle del Cedron. Qui, col tempo, si forma intorno a lui un’aggregazione monastica frequente in Palestina: la laura. Una comunità destinata a crescere fino ad ospitare 150 monaci e far da guida ad altri «villaggi» monastici di questo tipo. Nel 492, Saba viene ordinato sacerdote, e il patriarca Elia di Gerusalemme lo nomina archimandrita, capo di tutti gli anacoreti di Palestina. Muore, ultranovantenne, nel 532. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Vicino a Gerusalemme, san Saba, abate, che, nato in Cappadocia, raggiunse il deserto di Giuda in Palestina, dove istituì una nuova forma di vita eremitica in sette monasteri, che ebbero il nome di laure, nelle quali gli eremiti si riunivano sotto la guida di un unico superiore; passò lunghi anni nella Grande Laura, in seguito insignita del suo nome, rifulgendo come modello di santità e lottando strenuamente in difesa della fede calcedonese.
Nasce suddito dell’Impero romano d’Oriente, in una famiglia di cristiani, che da ragazzo lo mettono agli studi nel monastero di Flavianae, presso Cesarea di Cappadocia (attuale Kayseri in Turchia). Ne esce con un’istruzione e con il desiderio di farsi monaco. Si scontra con i suoi, che invece vorrebbero avviarlo alla carriera militare. E la spunta allontanandosi. Sui 18 anni arriva pellegrinoin Terrasanta, facendo sempre tappa e soggiorno tra i monaci: quelli di vita comune, e anche gli anacoreti, nelle loro grotte o capanne.Trova una guida decisiva nel monaco Eutimio detto “il grande”: ha convertito molti arabi nomadi, è stato consigliere spirituale dell’imperatrice Eudossia (la moglie di Teodosio II) nella prima metà del secolo.
Con Eutimio, Saba condivide la vita eremitica nei luoghi meno accoglienti: il deserto della Giordania, la regione del Mar Morto. Assiste poi fino all’ultimo questo suo maestro (morto intorno al473) e si ritira più tardi verso Gerusalemme, andando a stabilirsi in una grotta nel vallone del Cedron. Qui, col tempo, si forma intorno a lui un’aggregazione monastica frequente in Palestina: lalaura o lavra (“cammino stretto”, in greco), che è un misto di solitudine e di comunità, dove i monaci vivono isolati percinque giorni della settimana, e si riuniscono poi il sabato e la domenica per la celebrazione eucaristica in comune. Vivonosotto la guida di un superiore, e dal gennaio fino alla Domenicadelle palme sperimentano la solitudine totale in unaregione desertica.
Insieme a lui, nel vallone, i monaci raggiungono il numerodi 150, ma nuovi “villaggi” nascono in altre partidella Palestina, imitando il suo, che prende il nome diGrande Laura. Nel 492, Saba viene ordinato sacerdote,e il patriarca Elia di Gerusalemme lo nomina poi archimandrita, cioè capo di tutti gli anacoreti di Palestina.
Ma non è un capo dolce, Saba. Non fa sconti sulla disciplina e non tutti lo amano: tant’è che per qualche tempo lui si dovrà allontanare. E andrà a fondare un’altra laura a Gadara, presso il lago di Tiberiade. Poi il patriarca lo richiama, perché i monaci si sono moltiplicati: c’è bisogno della sua energia, per la disciplina e per la difesa della dottrina sulle due nature del Cristo, proclamatanel 451 dal concilio di Calcedonia, e contrastata dalla teologia “monofisita”, che nel Signore ammetteva una sola natura.Scontro teologico, con la politica di mezzo: c’è frattura a Costantinopoli tra l’imperatore Anastasio e il patriarca;e Saba accorre nella capitale, nel vano tentativo di riconciliarli.
Poi vi ritornerà altre volte. E l’ultima, nel 530 è per lui una fatica enorme: ha quasi novant’anni. Ma affronta il viaggioper difendere i palestinesi da una dura tassazione punitiva. La gente lo venera già da vivo come un santo.
E ancora da vivo gli si attribuisce un intervento miracoloso contro i danni di una durissima siccità. Canonizzato da subito, dunque. E sempre ricordato anche dal grande monastero che porta ilsuo nome: Mar Saba. È stato per lungo tempo centro di ascesi e di studio; ed esiste tuttora, dopo avere attraversato tempi di fioritura e di decadenza, di saccheggi e di devastazioni.

Autore: Domenico Agasso

Publié dans:Santi, Santi: memorie facoltative |on 5 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

4 dicembre: San Giovanni Damasceno, mf

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4 dicembre San Giovanni Damasceno, mf

Sacerdote e Dottore della Chiesa

BIOGRAFIA
Nacque a Damasco nella seconda metà del secolo VII, da una famiglia di cristiani. Dopo aver ricevuto un’ottima istruzione filosofica, divenne monaco nel monastero di San Saba a Gerusalemme e fu ordinato sacerdote. Scrisse molte opere di dottrina teologica, in particolare contro gli iconoclasti. Morì verso la metà del secolo VIII.

MARTIROLOGIO
San Giovanni Damasceno, sacerdote e dottore della Chiesa, che rifulse per santità e dottrina e lottò strenuamente con la parola e con gli scritti contro l’imperatore Leone l’Isaurico in difesa del culto delle sacre immagini. Divenuto monaco nel monastero di Mar Saba vicino a Gerusalemme, si dedicò qui alla composizione di inni sacri fino alla morte. Il suo corpo fu deposto in questo giorno.

DAGLI SCRITTI…
Dalla «Dichiarazione di fede» di san Giovanni Damasceno, dottore della Chiesa
Tu mi hai chiamato, Signore, a servire i tuoi discepoli
Tu, Signore, mi hai tratto dai fianchi di mio padre; tu mi hai formato nel grembo di mia madre; tu mi hai portato alla luce, nudo bambino, perché le leggi della nostra natura obbediscono costantemente ai tuoi precetti. Tu hai preparato con la benedizione dello Spirito Santo la mia creazione e la mia esistenza, non secondo volontà d’uomo o desiderio della carne, ma secondo la tua ineffabile grazia. Hai preparato la mia nascita con una preparazione che trascende le leggi della nostra natura, mi hai tratto alla luce adottandomi come figlio, mi hai iscritto fra i discepoli della tua Chiesa santa e immacolata.
Tu mi hai nutrito di latte spirituale, del latte delle tue divine parole. mi hai sostentato con il solido cibo del Corpo di Gesù Cristo nostro Dio, Unigenito tuo santissimo, e mi hai inebriato con il calice divino del suo Sangue vivificante, che egli ha effuso per la salvezza di tutto il mondo.
Tutto questo, Signore, perché ci hai amati e hai scelto come vittima, invece nostra, il tuo diletto Figlio unigenito per la nostra redenzione, ed egli accettò spontaneamente; senza resistere, anzi come uno che era destinato al sacrificio, quale agnello innocente si avviò alla morte da se stesso, perché, essendo Dio, si fece uomo e si sottomise, di propria volontà, facendosi «obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 8).
E così, o Cristo mio Dio, tu hai umiliato te stesso per prendere sulle tue spalle me, pecorella smarrita, e farmi pascolare in pascolo verdeggiante e nutrirmi con le acque della retta dottrina per mezzo dei tuoi pastori, i quali, nutriti da te, han poi potuto pascere il tuo gregge eletto e nobile.
Ora, o Signore, tu mi hai chiamato per mezzo del tuo sacerdote a servire i tuoi discepoli. non so con quale disegno tu abbia fatto questo; tu solo lo sai. Tuttavia, Signore, alleggerisci il pesante fardello dei miei peccati, con i quali ho gravemente mancato; monda la mia mente e il mio cuore; guidami per la retta viva come una lampada luminosa; dammi una parola franca quando apro la bocca; donami una lingua chiara e spedita per mezzo della lingua di fuoco del tuo Spirito e la tua presenza sempre mi assista.
Pascimi, o Signore, e pasci tu con me gli altri, perché il mio cuore non mi pieghi né a destra né a sinistra, ma il tuo Spirito buono mi indirizzi sulla retta via perché le mie azioni siano secondo la tua volontà e lo siano veramente fino all’ultimo.
Tu poi, o nobile vertice di perfetta purità, o nobilissima assemblea della Chiesa, che attendi aiuto da Dio; tu in cui abita Dio, accogli da noi la dottrina della fede immune da errore; con essa si rafforzi la Chiesa, come ci fu trasmesso dai Padri.

Colletta
Signore, che in san Giovanni Damasceno hai dato alla tua Chiesa un insigne maestro della sapienza dei padri, fà che la vera fede, che egli insegnò con gli scritti e con la vita, sia sempre nostra forza e nostra luce. Per il nostro Signore…

Benedetto XVI: San Colombano – 23 novembre, mf

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080611_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 11 giugno 2008

San Colombano – 23 novembre, mf

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare del santo abate Colombano, l’irlandese più noto del primo Medioevo: con buona ragione egli può essere chiamato un santo “europeo”, perché come monaco, missionario e scrittore ha lavorato in vari Paesi dell’Europa occidentale. Insieme agli irlandesi del suo tempo, egli era consapevole dell’unità culturale dell’Europa. In una sua lettera, scritta intorno all’anno 600 ed indirizzata a Papa Gregorio Magno, si trova per la prima volta l’espressione “totius Europae – di tutta l’Europa”, con riferimento alla presenza della Chiesa nel Continente (cfr Epistula I,1).
Colombano era nato intorno all’anno 543 nella provincia di Leinster, nel sud-est dell’Irlanda. Educato nella propria casa da ottimi maestri che lo avviarono allo studio delle arti liberali, si affidò poi alla guida dell’abate Sinell della comunità di Cluain-Inis, nell’Irlanda settentrionale, ove poté approfondire lo studio delle Sacre Scritture. All’età di circa vent’anni entrò nel monastero di Bangor nel nord-est dell’isola, ove era abate Comgall, un monaco ben noto per la sua virtù e il suo rigore ascetico. In piena sintonia col suo abate, Colombano praticò con zelo la severa disciplina del monastero, conducendo una vita di preghiera, di ascesi e di studio. Lì fu anche ordinato sacerdote. La vita a Bangor e l’esempio dell’abate influirono sulla concezione del monachesimo che Colombano maturò col tempo e diffuse poi nel corso della sua vita.
All’età di circa cinquant’anni, seguendo l’ideale ascetico tipicamente irlandese della “peregrinatio pro Christo”, del farsi cioè pellegrino per Cristo, Colombano lasciò l’isola per intraprendere con dodici compagni un’opera missionaria sul continente europeo. Dobbiamo infatti tener presente che la migrazione di popoli dal nord e dall’est aveva fatto ricadere nel paganesimo intere Regioni già cristianizzate. Intorno all’anno 590 questo piccolo drappello di missionari approdò sulla costa bretone. Accolti con benevolenza dal re dei Franchi d’Austrasia (l’attuale Francia), chiesero solo un pezzo di terra incolta. Ottennero l’antica fortezza romana di Annegray, tutta diroccata ed abbandonata, ormai coperta dalla foresta. Abituati ad una vita di estrema rinuncia, i monaci riuscirono entro pochi mesi a costruire sulle rovine il primo eremo. Così, la loro rievangelizzazione iniziò a svolgersi innanzitutto mediante la testimonianza della vita. Con la nuova coltivazione della terra cominciarono anche una nuova coltivazione delle anime. La fama di quei religiosi stranieri che, vivendo di preghiera e in grande austerità, costruivano case e dissodavano la terra, si diffuse celermente attraendo pellegrini e penitenti. Soprattutto molti giovani chiedevano di essere accolti nella comunità monastica per vivere, come loro, questa vita esemplare che rinnovava la coltura della terra e delle anime. Ben presto si rese necessaria la fondazione di un secondo monastero. Fu edificato a pochi chilometri di distanza, sulle rovine di un’antica città termale, Luxeuil. Il monastero sarebbe poi diventato il centro dell’irradiazione monastica e missionaria di tradizione irlandese sul continente europeo. Un terzo monastero fu eretto a Fontaine, un’ora di cammino più a nord.
A Luxeuil Colombano visse per quasi vent’anni. Qui il santo scrisse per i suoi seguaci la Regula monachorum – per un certo tempo più diffusa in Europa di quella di san Benedetto – disegnando l’immagine ideale del monaco. È l’unica antica regola monastica irlandese che oggi possediamo. Come integrazione egli elaborò la Regula coenobialis, una sorta di codice penale per le infrazioni dei monaci, con punizioni piuttosto sorprendenti per la sensibilità moderna, spiegabili soltanto con la mentalità del tempo e dell’ambiente. Con un’altra opera famosa intitolata De poenitentiarum misura taxanda, scritta pure a Luxeuil, Colombano introdusse nel continente la confessione e la penitenza private e reiterate; fu detta penitenza “tariffata” per la proporzione stabilita tra gravità del peccato e tipo di penitenza imposta dal confessore. Queste novità destarono il sospetto dei Vescovi della regione, un sospetto che si tramutò in ostilità quando Colombano ebbe il coraggio di rimproverarli apertamente per i costumi di alcuni di loro. Occasione per il manifestarsi del contrasto fu la disputa circa la data della Pasqua: l’Irlanda seguiva infatti la tradizione orientale in contrasto con la tradizione romana. Il monaco irlandese fu convocato nel 603 a Châlon-sur-Saôn per rendere conto davanti a un sinodo delle sue consuetudini relative alla penitenza e alla Pasqua. Invece di presentarsi al sinodo, egli mandò una lettera in cui minimizzava la questione invitando i Padri sinodali a discutere non solo del problema della data della Pasqua, problema piccolo secondo lui, “ma anche di tutte le necessarie normative canoniche che da molti – cosa più grave – sono disattese” (cfr Epistula II,1). Contemporaneamente scrisse a Papa Bonifacio IV – come qualche anno prima già si era rivolto a Papa Gregorio Magno (cfr Epistula I) – per difendere la tradizione irlandese (cfr Epistula III).
Intransigente come era in ogni questione morale, Colombano entrò poi in conflitto anche con la Casa reale, perché aveva rimproverato aspramente il re Teodorico per le sue relazioni adulterine. Ne nacque una rete di intrighi e manovre a livello personale, religioso e politico che, nell’anno 610, si tradusse in un decreto di espulsione da Luxeuil di Colombano e di tutti i monaci di origine irlandese, che furono condannati ad un definitivo esilio. Furono scortati fino al mare ed imbarcati a spese della corte verso l’Irlanda. Ma la nave si incagliò a poca distanza dalla spiaggia e il capitano, vedendo in ciò un segno del cielo, rinunciò all’impresa e, per paura di essere maledetto da Dio, riportò i monaci sulla terra ferma. Essi, invece di tornare a Luxeuil, decisero di cominciare una nuova opera di evangelizzazione. Si imbarcarono sul Reno e risalirono il fiume. Dopo una prima tappa a Tuggen presso il lago di Zurigo, andarono nella regione di Bregenz presso il lago di Costanza per evangelizzare gli Alemanni.
Poco dopo però Colombano, a causa di vicende politiche poco favorevoli alla sua opera, decise di attraversare le Alpi con la maggior parte dei suoi discepoli. Rimase solo un monaco di nome Gallus; dal suo eremo si sarebbe poi sviluppata la famosa abbazia di Sankt Gallen, in Svizzera. Giunto in Italia, Colombano trovò un’accoglienza benevola presso la corte reale longobarda, ma dovette affrontare subito difficoltà notevoli: la vita della Chiesa era lacerata dall’eresia ariana ancora prevalente tra i longobardi e da uno scisma che aveva staccato la maggior parte delle Chiese dell’Italia settentrionale dalla comunione col Vescovo di Roma. Colombano si inserì con autorevolezza in questo contesto, scrivendo un libello contro l’arianesimo e una lettera a Bonifacio IV per convincerlo a fare alcuni passi decisi in vista di un ristabilimento dell’unità (cfr Epistula V). Quando il re dei longobardi, nel 612 o 613, gli assegnò un terreno a Bobbio, nella valle della Trebbia, Colombano fondò un nuovo monastero che sarebbe poi diventato un centro di cultura paragonabile a quello famoso di Montecassino. Qui giunse al termine dei suoi giorni: morì il 23 novembre 615 e in tale data è commemorato nel rito romano fino ad oggi.
Il messaggio di san Colombano si concentra in un fermo richiamo alla conversione e al distacco dai beni terreni in vista dell’eredità eterna. Con la sua vita ascetica e il suo comportamento senza compromessi di fronte alla corruzione dei potenti, egli evoca la figura severa di san Giovanni Battista. La sua austerità, tuttavia, non è mai fine a se stessa, ma è solo il mezzo per aprirsi liberamente all’amore di Dio e corrispondere con tutto l’essere ai doni da Lui ricevuti, ricostruendo così in sé l’immagine di Dio e al tempo stesso dissodando la terra e rinnovando la società umana. Cito dalle sue Instructiones: “Se l’uomo userà rettamente di quelle facoltà che Dio ha concesso alla sua anima allora sarà simile a Dio. Ricordiamoci che gli dobbiamo restituire tutti quei doni che egli ha depositato in noi quando eravamo nella condizione originaria. Ce ne ha insegnato il modo con i suoi comandamenti. Il primo di essi è quello di amare il Signore con tutto il cuore, perché egli per primo ci ha amato, fin dall’inizio dei tempi, prima ancora che noi venissimo alla luce di questo mondo” (cfr Instr. XI). Queste parole, il Santo irlandese le incarnò realmente nella propria vita. Uomo di grande cultura –scrisse anche poesie in latino e un libro di grammatica – si rivelò ricco di doni di grazia. Fu un instancabile costruttore di monasteri come anche intransigente predicatore penitenziale, spendendo ogni sua energia per alimentare le radici cristiane dell’Europa che stava nascendo. Con la sua energia spirituale, con la sua fede, con il suo amore per Dio e per il prossimo divenne realmente uno dei Padri dell’Europa: egli mostra anche oggi a noi dove stanno le radici dalle quali può rinascere questa nostra Europa.

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