Archive pour la catégorie 'santi martiri'

10 agosto – San Lorenzo -Diacono e Martire – Patronato: Città di Roma

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/240.html

San Lorenzo -Diacono e Martire – Patronato: Città di Roma

BIOGRAFIA
Morto nel 258. La «Passione di san Lorenzo» fu scritta almeno un secolo dopo la sua morte, e di conseguenza non è attendibile. Essa afferma che san Lorenzo, uno dei diaconi di Sisto II, fu messo a morte tre giorni dopo il martirio del papa venendo arrostito su una graticola; la maggioranza degli studiosi moderni sostiene invece che fu decapitato come Sisto II. Lorenzo è però sempre stato tra i più celebri fra i numerosi martiri romani, sia in Oriente che in Occidente. Il suo martirio deve avere prodotto una profonda impressione nei cristiani romani; la sua morte, dice Prudenzio, fu la morte dell’idolatria a Roma, perché da allora essa cominciò a scomparire. Lorenzo fu sepolto sulla Via Tiburtina nel «Campus Veranus» dove sorge la omonima basilica.

MARTIROLOGIO
A Roma, sulla via Tiburtina, il natale del beato Lorenzo Arcidiacono, il quale, nella persecuzione di Valeriano, dopo moltissimi tormenti di prigionia, diverse verghe, bastoni, flagelli piombati e lastre infuocate, alla fine, arrostito su una graticola di ferro, compì il martirio; il suo corpo dal beato Ippolito e dal Prete Giustino fu sepolto nel cimitero di Ciriaca, al campo Verano.

DAGLI SCRITTI…
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
Fu ministro del sangue di Cristo

Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione. San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue. Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambio quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliarli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. Infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si é inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.
Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4). Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità!
«Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Quale abbassamento! Cristo si é umiliato: eccoti, o cristiano l’esempio da imitare. Cristo si é fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, 1).(Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397).

Nel 1933, una lettera di Edith Stein al papa predice la Shoah

dal sito:

http://www.nostreradici.it/edith_Shoah.htm

Le Monde rende nota la scoperta di una lettera di Edith Stein a papa Pio XI 
  
1 marzo 2003 – Henry Tincq (trad. per Le nostre Radici di Antonio Marcantonio)
 
Nel 1933, una lettera di Edith Stein al papa predice la Shoah

(Il testo della lettera sul sito, anche sul mio blog: la pagina di San Paolo)

Come si può spiegare il fatto che la Chiesa cattolica sia rimasta così a lungo sorda ad una lettera tanto profetica ed abbia impiegato settant’anni a farla uscire dai suoi archivi? Il 12 aprile 1933, alcune settimane dopo l’insediamento di Hitler al cancellierato, una filosofa cattolica tedesca di origine ebraica trova l’ardire di scrivere a Roma per chiedere a papa Pio XI e al suo segretario di Stato – il cardinale Pacelli, vecchio nunzio apostolico in Germania e futuro Pio XII – di non tacere più e di denunciare le prime persecuzioni contro gli ebrei.

Si tratta della voce di Edith Stein. Nata nel 1891 a Breslavia, convertitasi nel 1922, Edith Stein viene espulsa dall’università nel 1934, prima di entrare nel Carmelo di Colonia. Nell’agosto del 1942, in un convento olandese in cui i suoi superiori la credevano al sicuro, viene arrestata e deportata ad Auschwitz insieme a sua sorella Rosa. Entrambe vengono uccise nei forni crematori immediatamente dopo il loro arrivo. Edith Stein è stata canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998.

Gli storici del Vaticano conoscevano l’esistenza di questa lettera indirizzata al papa nel 1933, ma ne ignoravano il contenuto: lo hanno appreso in séguito alla recente apertura degli archivi del Vaticano riservati al pontificato di Pio XI (1922-1939). La chiaroveggenza con cui Edith Stein testimonia la crudeltà del regime nazista è pari al coraggio del suo intervento: «Si tratta di un fenomeno che provocherà molte vittime. Si può pensare che gli sventurati che ne saranno colpiti non avranno abbastanza forza morale per sopportare il loro destino. Ma la responsabilità di tutto ciò ricade tanto su coloro che li spingono verso questa tragedia, tanto su coloro che tacciono. Non solo gli ebrei, ma anche i fedeli cattolici attendono da settimane che la Chiesa faccia sentire la sua voce contro un tale abuso del Nome di Cristo da parte di un regime che si dice cristiano.»

Ella aggiunge: «L’idolatria della razza, con la quale la radio martella le masse, non è di fatto un’eresia esplicita? (…) Noi temiamo il peggio per l’immagine mondiale della Chiesa se il silenzio si prolungherà ulteriormente.» La notorietà di Edith Stein non era certo allora quella attuale, ma questo documento prova – se ancora ce ne fosse stato bisogno – come la Chiesa, ai più alti livelli, fosse informata delle persecuzioni naziste ed abbia taciuto.
[Tratto da Le Monde del 1 marzo 2003]

——————————————————————————–

N.B.
“Non si può dimenticare il fermo atteggiamento di Pio XI, che abbandona Roma al momento della visita di Hitler in quella città, né le sue memorabili parole a un gruppo di pellegrini belgi (7 settembre 1938): « Spiritualmente noi siamo semiti”. Tuttavia i giornali italiani e l’ Osservatore Romano, che pubblicarono il suo discorso, non segnalarono questa frase. Così anche la coraggiosa enciclica Mit brennender sorge (1937), citata spesso per la sua condanna del razzismo, non menziona né critica l’antisemitismo come tale. Tuttavia la sua intenzione era conosciuta e quel grande papa resterà nel ricordo del popolo ebraico per il suo comportamento”.
[Fonte: Jochanan Elichaj, Ebrei e cristiani, Edizioni Qiqajon, pp. 45,46]

——————————————————————————–
Noi aggiungiamo che  la « Mit brennender sorge » fu diffusa e letta in tutte le Chiese di Germania la domenica delle Palme del 1937, a dispetto della Gestapo. Pio XI vi denunciava implicitamente le persecuzioni razziali e nel 1938, durante la visita di Hitler a Roma, egli si ritirò a Castel Gandolfo e fece chiudere i Musei Vaticani. [Nota della Redazione LnR]

Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, Vergine e Martire, Patrona

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santi/2009-08-09.html

Santa Teresa Benedetta della Croce

Edith Stein, Vergine e Martire, Patrona

BIOGRAFIA
 Edith Stein, santa Teresa Benedetta della Croce (1891-1942)
Edith Stein nasce a Breslavia, nella Slesia tedesca, il 12 ottobre 1891, undicesima figlia di una coppia di ebrei molto religiosa. Fin dall’infanzia Edith manifesta un’intelligenza vivace e brillante. Subito dopo gli esami di maturità, nel 1911, s’iscrive alla facoltà di Germanistica, Storia e Psicologia dell’università di Breslavia. In questo periodo scopre la corrente fenomenologica di Edmund Husserl (1859-1938) e nel 1913 si trasferisce all’università di Gottinga per seguirne le lezioni. Dopo la conversione, segue l’invito di padre Przywara a occuparsi in modo sistematico della dottrina e dell’opera di san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274), di cui tradurrà in tedesco le Questioni sulla verità. L’incontro con i mistici l’orienta verso la vita contemplativa nell’ordine carmelitano; potrà tuttavia realizzare la propria vocazione solo nel 1933 quando, allontanata dall’insegnamento dall’introduzione delle leggi razziali di Norimberga, non sarà più trattenuta dal suo padre spirituale, dom Raphael Walzer O.S.B. (1886-1966), arciabate di Beuron, che aveva voluto mettesse a frutto, come docente, le sue grandi capacità intellettuali.. Alle cinque pomeridiane del 2 agosto 1942, Edith Stein viene prelevata insieme alla sorella Rosa dal convento, e una testimone la sente dire alla sorella: “Vieni, andiamo per il nostro popolo”. Il 7 agosto sono assegnate a un trasporto in partenza quel giorno stesso per Auschwitz-Birkenau, che giunge a destinazione due giorni dopo. Non è stato possibile stabilire con certezza il momento della morte di Edith dopo l’arrivo ad Auschwitz, ma è probabile che sia stata subito destinata alla camera a gas. Papa Giovanni Paolo II nel motu proprio del 1° ottobre 1999 l’ha proclamata compatrona d’Europa insieme a santa Brigida di Svezia (1303 ca.-1373) e a santa Caterina da Siena (1347-1380).

DAGLI SCRITTI…
Dagli scritti spirituali di Santa Teresa Benedetta della Croce.
“Ave Crux, Spes unica”

“Ti salutiamo, Croce santa, nostra unica speranza!” Così la Chiesa ci fa dire nel tempo di passione dedicato alla contemplazione delle amare sofferenze di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il mondo è in fiamme: la lotta tra Cristo e anticristo si è accanita apertamente, perciò se ti decidi per Cristo può esserti chiesto anche il sacrificio della vita.
Contempla il Signore che pende davanti a te sul legno, perché è stato obbediente fino alla morte di Croce. Egli venne nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre. Se vuoi essere la sposa del Crocifisso devi rinunciare totalmente alla tua volontà e non avere altra aspirazione che quella di adempiere la volontà di Dio.
Di fronte a te il Redentore pende dalla Croce spogliato e nudo, perché ha scelto la povertà. Chi vuole seguirlo deve rinunciare ad ogni possesso terreno. Stai davanti al Signore che pende dalla Croce con il cuore squarciato: Egli ha versato il sangue del suo Cuore per guadagnare il tuo cuore. Per poterlo seguire in santa castità, il tuo cuore dev’essere libero da ogni aspirazione terrena; Gesù Crocifisso dev’essere l’oggetto di ogni tua brama, di ogni tuo desiderio, di ogni tuo pensiero.
Il mondo è in fiamme: l’incendio potrebbe appiccarsi anche alla nostra casa, ma al di sopra di tutte le fiamme si erge la Croce che non può essere bruciata. La Croce è la via che dalla terra conduce al cielo. Chi l’abbraccia con fede, amore. speranza viene portato in alto, fino al seno della Trinità.
Il mondo è in fiamme: desideri spegnerle? Contempla la Croce: dal Cuore aperto sgorga il sangue del Redentore, sangue capace di spegnere anche le fiamme dell’inferno. Attraverso la fedele osservanza dei voti rendi il tuo cuore libero e aperto; allora si potranno riversare in esso i flutti dell’amore divino, sì da farlo traboccare e renderlo fecondo fino ai confini della terra.
Attraverso la potenza della Croce puoi essere presente su tutti i luoghi del dolore, dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore divino e che ti rende capace di spargere ovunque il suo preziosissimo sangue per lenire, salvare, redimere.
Gli occhi del Crocifisso ti fissano interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà l’alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? “Signore, dove andare? Tu solo hai parole di vita”. Ave Crux, spes unica!(Edith Stein, Vita, Dottrina, Testi inediti. Roma, pp. 127-130.)

Dal Messale
Edith Stein nacque a Breslavia il 12 ottobre 1891 da una famiglia ebrea. Appassionata ricercatrice della verità, attraverso approfonditi studi di filosofia, la trovò mediante la lettura dell’autobiografia di Santa Teresa di Gesù (S.Teresa d’Avila). Nel 1922 ricevette il battesimo nella Chiesa cattolica e nel 1933 entrò nel Carmelo di Colonia. Morì martire per la fede cristiana ad Auschwitz, nei forni crematori, il 9 agosto 1942, durante la persecuzione nazista, offrendo il suo olocausto per il popolo d’Israele. Donna di singolare intelligenza e cultura, ha lasciato molti scritti di alta dottrina e di profonda spiritualità, è stata beatificata da Giovanni Paolo II a Colonia il l° maggio 1987, canonizzata a Roma da Giovanni Paolo II il 12 Ottobre 1998 e dichiarata Patrona di Europa – con S Brigida di Svezia e S.Caterina da Siena – il 3 ottobre 1999.

Una preghiera
«Mi ha rivestita delle vesti della salvezza» (Is 61). Così preghiamo nella festa della Regina del Carmelo, la più grande solennità del nostro Ordine. Noi che possiamo chiamarci sue figlie e sorelle, riceviamo da lei un abito particolare di salvezza, il suo stesso abito. Come segno della sua materna predilezione, Ella ci dona il santo Scapolare, questa “armatura di Dio”. Nel ricevere il santo Abito assumiamo l’impegno di dare un’eccezionale testimonianza di amore non solo al nostro divino Sposo, ma anche alla sua santissima Madre. Non possiamo rendere migliore servizio alla Regina del Carmelo e dimostrarle la nostra riconoscenza, che considerandola nostro modello e seguendola nella “via della perfezione” (16 luglio 1940).

SANT’ANTONIO DA PADOVA – martirologio e scritti

SANT’ANTONIO DA PADOVA – martirologio e scritti

http://liturgia.silvestrini.org/santo/130.html

MARTIROLOGIO
A Padova sant’Antonio, Portoghese, sacerdote dell’Ordine dei Minori, Confessore e Dottore della Chiesa, illustre per la vita, per i miracoli e per la predicazione, il quale, non essendo ancora trascorso un anno della sua morte, dal Papa Gregorio non fu ascritto nel numero dei Santi.

DAGLI SCRITTI…
Dai «Discorsi » di sant’ Antonio di Padova, sacerdote.
Chi è pieno di Spirito Santo parla in diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze su Cristo: così parliamo agli altri di umiltà, di povertà, di pazienza e obbedienza, quando le mostriamo presenti in noi stessi. La predica è efficace, ha una sua eloquenza,quando parlano le opere. Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere. Purtroppo siamo ricchi di parole e vuoti opere, e così siamo maledetti dal Signore, perché egli maledì il fico, in cui non trovò frutto, ma solo foglie. «Una legge,dice Gregorio si imponga al predicatore:metta in atto ciò che predica». Inutilmente vanta la conoscenza della legge colui che con le opere distrugge la sua dottrina.
Gli apostoli «cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito Santo dava loro il potere di esprimersi» (At 2, 4). Beato dunque chi parla secondo il dettame di questo Spirito Santo e non secondo l’inclinazione del suo animo.Vi sono infatti alcuni che parlano secondo il loro spirito, rubano le parole degli altri e le propalano come proprie. Di costoro e dei loro simili il Signore dice a Geremia: « Perciò,eccomi contro i profeti, oracolo del Signore i quali si rubano gli uni gli altri le mie parole. Eccomi contro i profeti, oracolo del signore, che muovono la lingua per dare oracoli.
Eccomi contro i profeti di sogni menzogneri, dice il Signore, che li raccontano e traviano il mio popolo con menzogne e millanterie. Io non li ho inviati né ho dato alcun ordine. Essi non gioveranno affatto a questo popolo. Parola del Signore»(Ger2 3, 30-32).Parliamo quindi secondo quanto ci è dato dallo Spirito Santo, e supplichiamolo umilmente che ci infonde la sua grazia per realizzare di nuovo il giorno di Pentecoste nella perfezione dei cinque sensi e nell’osservanza del decalogo. Preghiamolo che ci ricolmi di un potente spirito di contrizione e che accenda in noi le lingue di fuoco per la professione della fede, perché, ardenti e illuminati negli splendori dei santi, meritiamo di vedere Dio uno e trino.

Publié dans:santi martiri, santi scritti |on 12 juin, 2009 |Pas de commentaires »

S. Massimiliano Kolbe : O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre.

dal sito:

 http://www.atma-o-jibon.org/italiano/dietro%20le%20sbarre.htm

(S. Massimiliano Kolbe )  

O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre.

Sai che non sempre riesco a pensarti con l’attenzione che meriti.

Tu non ti dei dimenticato di me, anche se io vivo spesso lontano dalla luce del tuo volto. Fatti sentire vicino, nonostante tutto, nonostante il mio peccato grande o piccolo, segreto o pubblico che sia.

Avrei tante richieste da farti poichè, come sai, qui c’è bisogno di molte cose. Ma oggi non voglio fermarmi ad esse, poiché il mio cuore mi suggerisce altro.

Dammi la pace interiore, non quella a buon mercato che viene dal sentirsi giusti, ma quella che solo tu sai dare.

Dammi la forza di essere vero, sincero; strappa dal mio volto le maschere che oscurano la consapevolezza pura e semplice che io valgo qualcosa perché sono tuo figlio.

Toglimi i sensi di colpa, ma dammi insieme la possibilità di fare il bene.

Accorcia le mie notti insonni; spazza via le tante paure che mi vengono dietro come ombre; dammi la grazia delle conversione del cuore.

Fammi comprendere che si è persone anche quando ci si riconosce vulnerabili, e si ha la libertà di piangere sul male del mondo.

Ricordati, Padre, di coloro che sono fuori di qui e che provano ancora interesse per me, per`hè io mi ricordi, pensando a loro, che solo l’Amore crea, l’odio distrugge e il rancore trasforma in inferno le mie lunghe e interminabili giornate.

Ricordati di me, o Dio, poiché sono sempre tuo figlio e come tale desidero cominciare a vivere. 

Publié dans:preghiere, santi martiri |on 6 février, 2009 |Pas de commentaires »

Sant’ Agnese Vergine e martire

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22350

Sant’ Agnese Vergine e martire

21 gennaio
 
Roma, fine sec. III, o inizio IV

Agnese nacque a Roma da genitori cristiani, di una illustre famiglia patrizia, nel III secolo. Quando era ancora dodicenne, scoppiò una persecuzione e molti furono i fedeli che s’abbandonavano alla defezione. Agnese, che aveva deciso di offrire al Signore la sua verginità, fu denunciata come cristiana dal figlio del prefetto di Roma, invaghitosi di lei ma respinto. Fu esposta nuda al Circo Agonale, nei pressi dell’attuale piazza Navona. Un uomo che cercò di avvicinarla cadde morto prima di poterla sfiorare e altrettanto miracolosamente risorse per intercessione della santa. Gettata nel fuoco, questo si estinse per le sue orazioni, fu allora trafitta con colpo di spada alla gola, nel modo con cui si uccidevano gli agnelli. Per questo nell’iconografia è raffigurata spesso con una pecorella o un agnello, simboli del candore e del sacrificio. La data della morte non è certa, qualcuno la colloca tra il 249 e il 251 durante la persecuzione voluta dall’imperatore Decio, altri nel 304 durante la persecuzione di Diocleziano. (Avvenire)

Patronato: Ragazze

Etimologia: Agnese = pura, casta, dal greco

Emblema: Agnello, Giglio, Palma

Martirologio Romano: Memoria di sant’Agnese, vergine e martire, che, ancora fanciulla, diede a Roma la suprema testimonianza di fede e consacrò con il martirio la fama della sua castità; vinse, così, sia la sua tenera età che il tiranno, acquisendo una vastissima ammirazione presso le genti e ottenendo presso Dio una gloria ancor più grande; in questo giorno si celebra la deposizione del suo corpo.
 

In data odierna, 21 gennaio, il Calendario liturgico romano fa memoria della santa vergine Agnese, la cui antichità del culto presso la Chiesa latina è attestata dalla presenza del suo nome nel Canone Romano (odierna Preghiere Eucaristica I), accanto a quelli di altre celebri martiri: Lucia, Cecilia, Agata, Anastasia, Perpetua e Felicita.
Nulla sappiamo della famiglia di origine di Sant’Agnese, popolare martire romana. La parola “Agnese”, traduzione dell’aggettivo greco “pura” o “casta”, fu usato forse simbolicamente come soprannome per esplicare le sue qualità. Visse in un periodo in cui era illecito professare pubblicamente la fede cristiana. Secondo il parere di alcuni storici Agnese avrebbe versato il sangue il 21 gennaio di un anno imprecisato, durante la persecuzione di Valeriano (258-260), ma secondo altri, con ogni probabilità ciò sarebbe avvenuto durante la persecuzione dioclezianea nel 304. Durante la persecuzione perpetrata dall’imperatore Diocleziano, infatti, i cristiani furono uccisi così in gran numero tanto da meritare a tale periodo l’appellativo di “era dei martiri” e subirono ogni sorta di tortura.
Anche alla piccola Agnese toccò subire subire una delle tante atroci pene escogitate dai persecutori. La sua leggendaria Passio, falsamente attribuita al milanese Sant’Ambrogio, essendo posteriore al secolo V ha perciò scarsa autorità storica. Della santa vergine si trovano notizie, seppure vaghe e discordanti, nella “Depositio Martyrum” del 336, più antico calendario della Chiesa romana, nel martirologio cartaginese del VI secolo, in “De Virginibus” di Sant’Ambrogio del 377, nell’ode 14 del “Peristefhanòn” del poeta spagnolo Prudenzio ed infine in un carme del papa San Damaso, ancora oggi conservato nella lapide originale murata nella basilica romana di Sant’Agnese fuori le mura. Dall’insieme di tutti questi numerosi dati si può ricavare che Agnese fu messa a morte per la sua forte fede ed il suo innato pudore all’età di tredici anni, forse per decapitazione come asseriscono Ambrogio e Prudenzio, oppure mediante fuoco, secondo San Damaso. L’inno ambrosiano “Agnes beatae virginia” pone in rilievo la cura prestata dalla santa nel coprire il suo verginale corpo con le vesti ed il candido viso con la mano mentre si accasciava al suolo, mentre invece la tradizione riportata da Damaso vuole che ella si sia coperta con le sue abbondanti chiome. Il martirio di Sant’Agnese è inoltre correlato al suo proposito di verginità. La Passione e Prudenzio soggiungono l’episodio dell’esposizione della ragazza per ordine del giudice in un postribolo, da cui uscì miracolosamente incontaminata.
Assai articolata è anche la storia delle reliquie della piccola martire: il suo corpo venne inumato nella galleria di un cimitero cristiano sulla sinistra della via Nomentana. In seguito sulla sua tomba Costantina, figlia di Costantino il Grande, fece edificare una piccola basilica in ringraziamento per la sua guarigione ed alla sua morte volle essere sepolta nei pressi della tomba. Accanto alla basilica sorse uno dei primi monasteri romani di vergini consacrate e fu ripetutamente rinnovata ed ampliata. L’adiacente cimitero fu scoperto ed esplorato metodicamente a partire dal 1865. Il cranio della santa martire fu posto dal secolo IX nel “Sancta Sanctorum”, la cappella papale del Laterano, per essere poi traslato da papa Leone XIII nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, che sorge sul luogo presunto del postribolo ove fu esposta. Tutto il resto del suo corpo riposa invece nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura in un’urna d’argento commissionata da Paolo V.
Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, nella suddetta opera “De Virginibus” scrisse al riguardo della festa della santa: “Quest’oggi è il natale di una vergine, imitiamone la purezza. E’ il natale di una martire, immoliamo delle vittime. E’ il natale di Sant’Agnese, ammirino gli uomini, non disperino i piccoli, stupiscano le maritate, l’imitino le nubili… La sua consacrazione è superiore all’età, la sua virtù superiore alla natura: così che il suo nome mi sembra non esserle venuto da scelta umana, ma essere predizione del martirio, un annunzio di ciò ch’ella doveva essere. Il nome stesso di questa vergine indica purezza. La chiamerò martire: ho detto abbastanza… Si narra che avesse tredici anni allorché soffrì il martirio. La crudeltà fu tanto più detestabile in quanto che non si risparmiò neppure sì tenera età; o piuttosto fu grande la potenza della fede, che trova testimonianza anche in siffatta età. C’era forse posto a ferita in quel corpicciolo? Ma ella che non aveva dove ricevere il ferro, ebbe di che vincere il ferro. […] Eccola intrepida fra le mani sanguinarie dei carnefici, eccola immobile fra gli strappi violenti di catene stridenti, eccola offrire tutto il suo corpo alla spada del furibondo soldato, ancora ignara di ciò che sia morire, ma pronta, s’è trascinata contro voglia agli altari idolatri, a tendere, tra le fiamme, le mani a Cristo, e a formare sullo stesso rogo sacrilego il segno che è il trofeo del vittorioso Signore… Non così sollecita va a nozze una sposa, come questa vergine lieta della sua sorte, affrettò il passo al luogo del supplizio. Mentre tutti piangevano, lei sola non piangeva. Molti si meravigliavano che con tanta facilità donasse prodiga, come se già fosse morta, una vita che non aveva ancora gustata. Erano tutti stupiti che già rendesse testimonianza alla divinità lei che per l’età non poteva ancora disporre di sé… Quante domande la sollecitarono per sposa! Ma ella diceva: « È fare ingiuria allo sposo desiderare di piacere ad altri. Mi avrà chi per primo mi ha scelta: perché tardi, o carnefice? Perisca questo corpo che può essere bramato da occhi che non voglio ». Si presentò, pregò, piegò la testa… Ecco pertanto in una sola vittima un doppio martirio, di purezza e di religione. Ed ella rimase vergine e ottenne il martirio”. (tratto da De Virginibus, 1. 1)

ORAZIONE DAL MESSALE
Dio onnipotente ed eterno,
che scegli le creature miti e deboli per confondere le potenze del mondo,
concedi a noi, che celebriamo la nascita al cielo di sant’Agnese vergine e martire,
di imitare la sua eroica costanza nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

TRIDUO A SANT’AGNESE
1. O singolare esempio di virtù, gloriosa Santa Agnese, per quella viva fede da cui fosti animata fin dalla più tenera età e che ti rese così accetta a Dio da meritare la corona del martirio, ottienici la grazia di conservare intatta la fede e di professarci sinceramente cristiani non a parole, ma con le opere, affinché confessando Gesù innanzi agli uomini, Gesù faccia di noi favorevole testimonianza innanzi all’eterno Padre.
- Gloria al Padre
2. O Santa Agnese, martire invitta, per quella ferma speranza che avesti nell’aiuto divino, quando condannata dall’empio preside romano a veder macchiato il giglio della tua purezza, non ti sgomentasti poiché eri fermamente abbandonata alla volontà di quel Dio che manda i suoi Angeli per proteggere quelli che in Lui confidano, con la tua intercessione ottienici da Dio la grazia di custodire gelosamente la purezza affinché ai peccati commessi non aggiungiamo quello abominevole della diffidenza nella Misericordia divina.
- Gloria al Padre
3. O Vergine forte, purissima Santa Agnese, per la carità ardente non offesa dalle fiamme della voluttà e del rogo con cui i nemici di Cristo cercavano di perderti, ottienici da Dio che si estingua in noi ogni fiamma non pura e arda soltanto il fuoco che Gesù Cristo venne ad accendere sopra la terra affinché, dopo aver vissuto con purezza, possiamo essere ammessi alla gloria che meritasti con la tua purezza e con il martirio.
- Gloria al Padre

PREGHIERA A SANT’AGNESE
O ammirabile Sant’Agnese,
quale grande esultanza provasti quando alla tenerissima età di tredici anni,
condannata da Aspasio ad essere bruciata viva,
vedesti le fiamme dividersi intorno a te,
lasciarti illesa ed avventarsi invece contro quelli che desideravano la tua morte!
Per la grande gioia spirituale con cui ricevesti il colpo estremo,
esortando tu stessa il carnefice a conficcarti nel petto
la spada che doveva compiere il tuo sacrificio,
ottieni a tutti noi la grazia di sostenere con edificante serenità tutte le persecuzioni
e le croci con cui il Signore volesse provarci
e di crescere sempre più nell’amore a Dio per suggellare con la morte dei giusti
una vita di mortificazione e sacrificio.
Amen.
Autore: Fabio Arduino  

Publié dans:Santi, santi martiri |on 21 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

SANTA PRISCA (18 gennaio)

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/38250

Santa Prisca Martire

18 gennaio - sec. III

Subì il martirio sotto Claudio II, nel III secolo, venne sepolta sulla Via Ostiense e traslata sull’Aventino. E’ probabile che sia stata la fondatrice di un’antica chiesa sull’Aventino. Tutto ciò che si racconta su di lei, sono leggende, e le informazioni che si hanno sono contraddittorio e ci rimandano a tre persone diverse.

Etimologia: Prisca = primitiva, di un’altra età, dal latino

Emblema: Palma

Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di santa Prisca, nel cui nome è dedicata a Dio una basilica sull’Aventino.

per l’Aventino:
http://www.maquettes-historiques.net/page18A.html

http://www.maquettes-historiques.net/page5.html

E’ difficile stabilire la vera identità di questa martire romana, nonostante i numerosi documenti antichi, poiché le varie notizie che la riguardano si riferiscono probabilmente a tre persone diverse. La celebrazione odierna vuole comunque onorare la fondatrice della chiesa titolare sull’Aventino, alla quale si riferisce l’epigrafe funeraria del V secolo, conservata nel chiostro di S. Paolo fuori le mura. L’antica chiesa, cara a chi ama riscoprire gli angoli intatti dell’antica Roma, nell’ombra discreta e riposante delle sue navate, sorge sulle fondamenta di una grande casa romana del II secolo, come hanno provato recenti scavi archeologici.
Ma gli Acta S. Priscae, che ne fissano il martirio sotto Claudio II (268-270) e la sepoltura sulla via Ostiense, donde poi il suo corpo sarebbe stato portato sull’Aventino, non hanno maggiori titoli di credibilità della suggestiva leggenda, che colloca S. Prisca nell’epoca in cui S. Pietro svolse il suo lavoro missionario a Roma.
Secondo questa leggenda, la santa sarebbe stata battezzata all’età di tredici anni dallo stesso Principe degli apostoli e avrebbe coronato il suo amore a Cristo con la palma del martirio, stabilendo al tempo stesso un primato, suggerito anche dal nome romano, che significa « prima »: ella sarebbe stata infatti la prima donna in Occidente a testimoniare col martirio la sua fede in Cristo. La protomartire romana sarebbe stata decapitata durante la persecuzione di Claudio, verso la metà del primo secolo. Il corpo della giovinetta venne sepolto, sempre secondo questa tradizione, nelle catacombe di Priscilla, le più antiche di Roma.
Nel secolo VIII si cominciò ad identificare la martire romana con Prisca, moglie di Aquila, di cui parla S. Paolo: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Gesù Cristo, i quali hanno esposto la loro testa per salvarmi la vita. Ad essi devo rendere grazie non solo io, ma anche tutte le chiese dei gentili » (Rm 16,3). Si cominciò così a parlare del « titulus Aquilae et Priscae » modificando il primitivo titolo di cui si ha notizia già nel sinodo romano del 499. Il titolo cardinalizio con cui si è voluto onorare la chiesa di S. Prisca, una santa oggi quasi dimenticata dai calendari, sta a testimoniare la devozione che fin dai primi secoli di vita cristiana riscuoteva questa « primizia » dell’umile pescatore di Galilea. La chiesa di S. Prisca, sorta sul luogo di una casa romana che secondo la leggenda avrebbe ospitato S. Pietro, conserva nella cripta un capitello cavo, usato dallo stesso apostolo, per battezzare i catecumeni.

Autore: Piero Bargellini  

Publié dans:santi martiri |on 18 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

Edith Stein tra ebraismo e cristianesimo

dal sito:

http://www.nostreradici.it/Edith-ebrecris.htm

Edith Stein tra ebraismo e cristianesimo
Piero Stefani (*)


Un grande esempio di ebraicità e di cristianità vissute fino in fondo. La nostra sorella Edith ci dona – insieme alla luminosa testimonianza della sua fine – pagine di alta spiritualità che ci svelano non una doppia appartenenza, ma un naturale compimento, illuminando contemporaneamente molti aspetti delle autentiche radici della fede cristiana.
 
 Per indicare sinteticamente l’intera realtà dello sterminio nazista si fa ricorso a termini come Olocausto, Shoà o Auschwitz[1]. La prima è una parola giustamente sempre meno in uso, in quanto dotata di antiche risonanze sacrali del tutto inadeguate per indicare un evento in cui  le vittime non furono offerte su nessun altare (anche perché, in caso contrario, Hitler diverrebbe, di fatto, una specie di involontario sacerdote). Shoà in ebraico significa «catastrofe», si tratta quindi di un termine «laico» e, in quanto tale, meno inadeguato per indicare le caratteristiche estreme assunte dal genocidio nazista. Auschwitz-Birkenau fu il più grande campo di concentramento e di sterminio costruito dal potere hitleriano. La rete dei Lager fu molto ampia e articolata; la loro tipologia fondamentale si distingueva però  in due grandi forme: una miriade di campi e sottocampi disseminati in molte zone dell’Europa occupata dai nazisti, dove avversari politici, prigionieri di guerra, partigiani, delinquenti comuni, omosessuali, testimoni di Geova e così via erano sfruttati, non di rado fino alla morte, erogando un lavoro da schiavi; e i campi di sterminio di Treblinka, Belzec, Sobibor, Maidanek, Chelmno  (tutti situati nell’area polacca) costruiti esclusivamente per eliminare gli ebrei, essi erano quindi letteralmente «fabbriche di morte». Auschwitz-Birkenau fu l’una e l’altra cosa; con i suoi numerosi sottocampi fu un sistema produttivo coatto  in cui vennero brutalmente sfruttati ebrei e non ebrei, mentre a Birkenau, oltre al campo femminile, sorgevano anche le camere a gas e i crematori per lo sterminio.

Ad  Auschwitz ebrei e non ebrei furono  presenti in gran numero; si trattò quindi di un luogo in cui è impossibile affermare che tutti gli ebrei si trovassero  dalla parte  delle vittime e tutti i non ebrei  fossero situati dal lato dei carnefici: il regime nazista fece vittime tra gli ebrei, tra i cristiani appartenenti a varie confessioni e tra i seguaci di altre ideologie, fossero essi russi, polacchi, francesi, italiani, avversari politici o altro ancora. Tali considerazioni non devono però far credere che vi sia stata un’uguaglianza di trattamento  tra tutti gli altri e gli ebrei. In realtà l’unico gruppo che può essere  davvero accostato agli  ebrei furono gli zingari (circa 250.000 vittime); solo questi due popoli furono infatti colpiti a morte per il loro semplice esserci, solo a loro fu imputato il delitto di esistere. Nei loro riguardi si può parlare perciò fondatamente di «soluzione finale»; fossero neonati o ultranovantenni il trattamento era lo stesso: l’annientamento (che per queste categorie non produttive era per di più immediato). Nel corso della Shoà vennero uccisi  un milione e mezzo di bimbi ebrei. Furono invece solo le  circostanze o l’adesione a determinate  ideologie a trasformare gli altri perseguitati in avversari da  sfruttare e, infine, da eliminare.

Non si può inoltre dimenticare che la stessa condizione di appartenenza al popolo ebraico dipendeva  non già dai sentimenti o dalle convinzioni degli interessati, bensì da leggi razziali  stabilite arbitrariamente dal regime nazista. Il fatto che una persona, per qualsiasi motivo, non si identificasse più con l’ebraismo non significava nulla rispetto ai parametri con cui i nazisti stabilivano i confini della razza ebraica. In particolare il cambio di religione, un fattore soggettivo e spirituale, non poteva giocare nessun ruolo nella pseudodefinizione razzistica  di ebrei proposta dai nazisti.

Per comprendere il modo in cui Edith Stein (la filosofa e carmelitana canonizzata nell’ottobre del 1998  da Giovanni Paolo II) si situa  nel cuore del rapporto tra ebrei e cristiani non si può in alcun modo prescindere dalla sua morte avvenuta ad Auschwitz nel 1942. Questa circostanza oggettiva deve essere vista innanzitutto in riferimento alla definizione estrinseca di appartenenza a una supposta  razza ebraica elaborata dai nazisti e alla loro volontà di annientamento  di tutti coloro che rientravano in quel novero.  Vista in questo suo versante oggettivo non c’è quindi alcuna ragione per distinguere la morte di Edith, non solo da quella della sorella Rosa, anche lei deportata dal carmelo di Echt  e uccisa ad Auschwitz, ma neppure da quella di sei milioni di altri ebrei. Per quel che riguarda  le circostanze della sua morte, inoltre, non si sa nulla di preciso. Le testimonianze di due sopravvissuti a quel medesimo trasporto (J. Van Rijk e J. Veffer) affermano soltanto di aver visto sul marciapiede di Auschwitz-Birkenau delle donne vestite da religiose e che quel gruppo superò la selezione, venendo probabilmente annientato subito dopo. La Stein fu uccisa dai nazisti semplicemente perché, secondo il loro  modo di vedere, ella apparteneva a una razza, quella ebraica, che non aveva il diritto di vivere. Morendo in tal modo Edith non fece altro che condividere l’anonimo destino di morte del suo popolo. Il  ruolo assunto dalla vita e dalla morte della filosofa ebrea e carmelitana Edith Stein in relazione all’attuale rapporto tra cristiani ed ebrei dipende, dunque, non già dalle modalità della sua morte, bensì solo dal versante soggettivo, cioè dalla maniera in cui ella visse sia la propria appartenenza al popolo ebraico sia la propria conversione al cattolicesimo e dalla modalità con cui giudicò la persecuzione  nazista.

Non vi è alcun dubbio che nella parte finale della vita di Edith Stein nel suo animo albergassero due convinzioni parimenti radicate: da un lato in lei si stagliava  in modo forte e netto il senso di appartenenza al popolo ebraico, dall’altro parimenti salda appariva la persuasione che sulla maggior parte del suo popolo pesasse la colpa di aver rifiutato Gesù e quindi di aver chiuso la porta alla pienezza della verità. Quest’ultimo convincimento fu quello tipico di una lunga tradizione antigiudaica cristiana, la quale naturalmente non condivideva però il primo presupposto: il grande significato attribuito all’appartenenza ebraica. In Edith l’ebraicità, intesa anche nel suo senso più concreto e «carnale», infatti conservò sempre un significato altamente positivo: «essere ebrei» scrisse in una lettera all’amica filosofa Hedwig Conrad-Martius «non significa solo appartenere a un popolo determinato, a una data nazione: significa appartenere attraverso il sangue a un popolo sul quale la mano di Dio si è posata per sempre, un popolo che il Dio Vivente ha fatto suo e che ha segnato con il suo sigillo».  Ciò non toglie che,  secondo lei, la vita del suo  popolo  fosse contraddistinta dalla colpa. Secondo la testimonianza di una consorella dopo lo scoppio dei brutali violenze antiebrariche della cosiddetta «Notte dei cristalli» (novembre 1938) la Stein avrebbe detto: «È l’ombra della croce che si abbatte sul mio popolo ! Oh, se adesso potesse capire! È il compimento della maledizione che il mio popolo ha invocato su se stesso. Caino deve essere perseguitato, ma guai a chi tocca Caino».

Per comprendere come Edith concepì il suo rapporto con la propria  matrice ebraica non vi è via migliore che intendere l’espressione nel senso più letterale possibile: guardare come visse il legame con sua madre. La nota scrittrice cattolica tedesca Gertrud von Le Fort  ha affermato a proposito della Stein: «Dai nostri incontri, ho conservato soprattutto il ricordo dell’amore di Edith per la madre, di come si preoccupava del suo benessere spirituale: avrebbe tanto voluto che si facesse cristiana… Non saprei dire se Dio abbia esaudito questo voto».  L’ingresso nel carmelo da parte di Edith, avvenuto nel 1933, provocò una forte lacerazione tra lei e la madre a cui pur continuò a restar molto legata. A tal proposito la scena più patetica  avvenne quando la figlia, subito prima di partire definitivamente per il carmelo, accompagnò la mamma ottantaquattrenne in sinagoga per celebrare la festa autunnale delle Capanne; sulla via del ritorno la madre domandò:«”Era bello il sermone ?” “Certo”. “Si può dunque essere pii, pur restando ebrei ?” “Certo, se non si conosce altro”». In questo scambio di battute c’è già tutto: per Edith solo l’adesione a Cristo completa il proprio essere ebrei.

Tre anni dopo, quando stava per fare il rinnovamento dei voti, la Stein avverte nettamente al suo fianco la presenza della madre provando la sensazione che  adesso ella tutto comprenda; qualche ora dopo verrà a sapere che sua mamma è morta proprio in quello stesso giorno. In seguito, Edith rifiuterà sempre di dar credito alla falsa voce che parlava di una conversione in extremis  della madre; sapeva infatti che ella restò, fino all’ultimo, legata alla sua fede ebraica, ma si dimostrò altresì sicura che la sua incrollabile fiducia in Dio le avrà «meritato  la misericordia del suo Giudice, presso il quale sarà il mio sostegno più fedele». Tuttavia la madre, come ogni altro ebreo non credente in Cristo, ha vissuto, secondo la figlia, una fede incompleta («Certo, se non si conosce altro»).

Edith Stein si è chiesta più volte la ragione di questa non accettazione ebraica di Gesù; in proposito una volta scrisse: «La credenza nel Messia è praticamente scomparsa oggi negli ebrei, anche in quelli credenti. E quasi allo stesso modo la fede nella vita eterna. È per questo che non sono riuscita a far capire a mia madre né la mia conversione, né il mio ingresso nella vita religiosa». L’osservazione  merita di essere approfondita. Per quanto la considerazione possa sconcertare qualche cristiano, si può dire che per lungo tempo fu proprio la fede messianica a costituire il massimo ostacolo all’accoglimento di Gesù da parte degli ebrei.  Infatti se, secondo la prevalente visione ebraica, il re Messia è definito come colui che riscatta il popolo ebraico dal suo esilio e porta il mondo intero all’età messianica, cioè all’epoca in cui lo shalom (la pace piena e completa) contraddistinguerà la convivenza umana, è evidente che Gesù non  fu il Messia. Inoltre, la  spaventosa guerra  che si stava combattendo nel mondo intero e il dispiegarsi della più terribile  tra le tante persecuzioni abbattutasi sugli ebrei  dimostravano inequivocabilmente quanto il Messia fosse ancora lontano dal sopraggiungere. L’età messianica per gli ebrei infatti non riguarda i cieli, ma la terra. Edith Stein invece, scostandosi  dalla visione ebraica, sembra concepire il messianismo in chiave spirituale vedendolo come partecipazione alla croce  e alla resurrezione di  Cristo.

L’adesione al cristianesimo della Stein è posta eminentemente all’insegna della croce; nella sua ultima opera Scientia Crucis, pensando alla via carmelitana, scrive: «L’unione nuziale dell’anima con Dio è lo scopo per il quale è stata redenta dalla Croce e trovando il suo compimento nella Croce, l’anima è segnata per l’eternità dal sigillo della croce». La croce è interpretata da Edith in senso quasi esclusivamente oblativo e sacrificale, cioè come partecipazione attiva dell’anima alla redenzione compiuta da Cristo. Uno degli scopi dell’offerta, vista in chiave soprannaturale, fu la salvezza del popolo ebraico: «Ho fiducia che, dall’eternità, mia madre vegli sulla mia famiglia e che il Signore abbia accettato l’offerta della mia vita per tutti. Penso in continuazione alla regina Ester, che venne presa dal seno del suo popolo, per insorgere di fronte al re a favore di questo popolo. Io sono una piccola Ester, molto povera e molto debole, ma il re che mi ha scelto è onnipotente e infinitamente misericordioso». Nel suo Testamento redatto il 9 giugno 1939 aveva scritto che la sua vita e la sua morte erano offerte a gloria di Dio per il bene della santa Chiesa e dell’ordine carmelitano e «in espiazione per il rifiuto della fede da parte del  popolo ebreo, affinché il Signore sia accolto dai suoi e venga il suo regno di gloria».

Tutta questa spiritualità dell’offerta dipende dal presupposto che «uno dei pensieri fondamentali di ogni vita religiosa» è «intercedere per i peccatori attraverso una sofferenza liberamente accettata e gioiosa, partecipando così alla redenzione del mondo». Si tratta di una visione teologica che, pur non intaccando in nulla la nobiltà e la sincerità di quell’oblazione, appare ormai sempre più lontana dal modo contemporaneo di concepire la fede e ancor più dalla maniera di guardare al popolo d’Israele la cui sorte – come ha affermato il concilio Vaticano II – non  è in realtà  gravata da nessuna atavica colpa. Anche per questo il pensiero di Edith Stein non  può esserci  di aiuto per sviluppare l’attuale dialogo cristiano-ebraico,  il che non toglie che la sua morte da ebrea e la sua vita da credente in Cristo siano entrambe  accolte e custodite per l’eternità nel mistero di Dio.

(*) Docente presso l’Istituto di studi ecumenici S. Bernardino di Venezia

Publié dans:ebraismo, santi martiri |on 15 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

Santi Innocenti Martiri (28 dicembre)

Santi Innocenti Martiri (28 dicembre) dans immagini sacre

http://santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre, santi martiri |on 27 décembre, 2008 |Pas de commentaires »

Santi Innocenti Martiri – 28 dicembre – sec. I (Sacra Famiglia e..)

dal sito:

http://santiebeati.it/dettaglio/22150

Santi Innocenti Martiri

28 dicembre - sec. I

Gli innocenti che rendono testimonianza a Cristo non con le Parole, ma con il sangue, ci ricordano che il martirio è dono gratuito del Signore. Le vittime immolate dalla ferocia di Erode appartengono, insieme a santo Stefano e all’evangelista Giovanni, al corteo del re messiniaco e ricordano l’eminente dignità dei bambini nella Chiesa. (Mess. Rom.)

Patronato: Bambini

Emblema: Palma

Martirologio Romano: Festa dei santi Innocenti martiri, i bambini che a Betlemme di Giuda furono uccisi dall’empio re Erode, perché insieme ad essi morisse il bambino Gesù che i Magi avevano adorato, onorati come martiri fin dai primi secoli e primizia di tutti coloro che avrebbero versato il loro sangue per Dio e per l’Agnello. 

La Chiesa onora come martiri questo coro di fanciulli (« infantes » o « innocentes »), vittime ignare del sospettoso e sanguinario re Erode, strappati dalle braccia materne in tenerissima età per scrivere col loro sangue la prima pagina dell’albo d’oro dei martiri cristiani e meritare la gloria eterna secondo la promessa di Gesù:  » Colui che avrà perduto la sua vita per causa mia la ritroverà ». Per essi la liturgia ripete oggi le parole del poeta Prudenzio: « Salute, o fiori dei martiri, che sulle soglie del mattino siete stati diverti dal persecutore di Gesù, come un turbine furioso tronca le rose appena sbocciate. Voi foste le prime vittime, il tenero gregge immolato, e sullo stesso altare avete ricevuto la palma e la corona ».
L’episodio è narrato soltanto dall’evangelista Matteo, che si indirizzava principalmente a lettori ebrei e pertanto intendeva dimostrare la messianicità di Gesù, nel quale si erano avverate le antiche profezie: « Allora Erode, vedendosi deluso dai magi, s’irritò grandemente e mandò ad uccidere tutti i bambini che erano in Betlem e in tutti i suoi dintorni, dai due anni in giù, secondo il tempo che aveva rilevato dai magi. Allora si adempì ciò che era stato annunciato dal profeta Geremia, quando disse: Un grido in Rama si udì, pianto e grave lamento: Rachele piange i suoi figli, né ha voluto essere consolata, perché non sono più ».
L’origine di questa festa è molto antica. Compare già nel calendario cartaginese del IV secolo e cent’anni più tardi a Roma nel Sacramentario Leoniano. Oggi, con la nuova riforma liturgica, la celebrazione ha un carattere gioioso e non più di lutto com’era agli inizi, e ciò in sintonia con le simpatiche consuetudini medioevali che celebravano in questa ricorrenza la festa dei « pueri » di coro e di servizio all’altare. Tra le curiose manifestazioni ricordiamo quella di far scendere i canonici dai loro stalli al canto del versetto « Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles ».
Da questo momento i fanciulli, rivestiti delle insegne dei canonici, dirigevano tutto l’uffìcio del giorno. La nuova liturgia, pur non volendo accentuare il carattere folcloristico che questo giorno ha avuto nel corso della storia, ha voluto mantenere questa celebrazione, elevata al grado di festa da S. Pio V, vicinissima alla festività natalizia, collocando le innocenti vittime tra i « comites Christi », per circondare la culla di Gesù Bambino dello stuolo grazioso di piccoli fanciulli, rivestiti delle candide vesti dell’innocenza, piccola avanguardia dell’esercito di martiri che testimonieranno col sangue la loro appartenenza a Cristo.

Autore: Piero Bargellini 

Publié dans:santi martiri |on 27 décembre, 2008 |Pas de commentaires »
1...45678

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31