Archive pour la catégorie 'santi martiri'

LA VIA DI SAN LORENZO: DAL MARTIRIO ALLA GLORIA

http://www.pellegriniaroma.org/pellegrinaggi-cittadini-urbani-roma/san-lorenzo-pellegrinaggio-urbano-roma/

LA VIA DI SAN LORENZO: DAL MARTIRIO ALLA GLORIA

Lorenzo nacque a Osca (Huesca), città della Spagna, nella prima metà del III° secolo. Venuto a Roma, centro della cristianità, si distinse per la sua pietà, carità verso i poveri e l’integrità di costumi. Grazie alle sue doti, Papa Sisto II lo nominò Diacono della Chiesa. Doveva sovrintendere all’amministrazione dei beni, accettare le offerte e custodirle, provvedere ai bisognosi, agli orfani e alle vedove. Per queste mansioni Lorenzo fu uno dei personaggi più noti della prima cristianità di Roma ed uno dei martiri più venerati, tanto che la sua memoria fu ricordata da molte chiese e cappelle costruite in suo onore nel corso dei secoli.
Lorenzo fu catturato dai soldati dell’Imperatore Valeriano il 6 agosto del 258 nelle catacombe di San Callisto assieme al Papa Sisto II ed altri diaconi. Mentre il Pontefice e gli altri diaconi subirono subito il martirio, Lorenzo fu risparmiato per farsi consegnare i tesori della chiesa. Narrasi che all’Imperatore Valeriano, che gli imponeva la consegna dei tesori della Chiesa, Lorenzo abbia portato davanti dei poveri ed ammalati ed abbia detto “Ecco i tesori della chiesa”.
In seguito Lorenzo fu dato in custodia al centurione Ippolito, che lo rinchiuse in un sotterraneo del suo palazzo; in questo luogo buio,umido e angusto si trovava imprigionato anche un certo Lucillo, privo di vista. Lorenzo confortò il compagno di prigionia, lo incoraggio, lo catechizzò alla dottrina di Cristo e, servendosi di una polla d’acqua che sgorgava dal suolo, lo battezzò. Dopo il Battesimo Lucillo riebbe la vista. Il centurione Ippolito visitava spesso i suoi carcerati; avendo constatato il fatto prodigioso , colpito dalla serenità e mansuetudine dei prigionieri, e illuminato dalla grazia di Dio, si fece Cristiano ricevendo il battesimo da Lorenzo. In seguito Ippolito, riconosciuto cristiano, fu legato alla coda di cavalli e fatto trascinare per sassi e rovi fino alla morte. Lorenzo fu bruciato vivo sulla graticola, in luogo poco lontano dalla prigione; l suo corpo fu portato al Campo Verano, nelle catacombe di Santa Ciriaca.
Il Martirio di san Lorenzo è datato dal martirologio romano il 10 agosto del 258 dopo Cristo. A ricordare questi avvenimenti furono erette a Roma tre chiese: San Lorenzo in Fonte (luogo della prigionia), San Lorenzo in Panisperna (luogo del martirio) e San Lorenzo al Verano (luogo della sua sepoltura). Storicamente però furono circa 30 (delle sette rimaste) le chiese dedicate a San Lorenzo, santo amatissimo e compatrono di Roma. Nel 2008 la Chiesa ha ricordato con un solenne Giubileo i 1750 anni del suo martirio. L’itinerario proposto, oltre alla visita devozionale alle chiese a lui dedicate, ripropone anche il “cammino” del suo Martirio.

Pellegrinaggio urbano di San Lorenzo a Roma
Le tappe
San Lorenzo in Piscibus
Basilica di San Lorenzo in Damaso
San Lorenzo in Lucina
San Lorenzo in Miranda
Catacombe di San Callisto
San Lorenzo in Fonte
San Lorenzo in Panisperna
Basilica di San Lorenzo fuori le mura.
San Lorenzo in Piscibus
Chiesa non visibile dalla strada perchè è infelicemente “racchiusa” in uno dei palazzi di Via della Conciliazione. Vi si accede da Via Pfeiffer 24. La sua origine è incerta ed è ricordata fin dal secolo XII, spoglia ed essenziale nelle sue linee non e legata alla vicenda terrena di San Lorenzo. La chiesa, con i locali annessi, è sede, del Centro Giovanile San Lorenzo (info per gli orari di apertura:centrosanlorenzo@iol.it).
San Lorenzo in Damaso (Piazza della Cancelleria 1)
La basilica sorta su una chiesa primitiva di Papa Damaso, fu costruita da un cardinale appartenente alla famiglia Barberini, al piano terra del palazzo della Cancelleria. Anche questa chiesa non è legata alla vicenda terrena di San Lorenzo; fa parte del numero delle chiese –alcune fonti citano circa 30 chiese ora in parte scomparse- costruite in devozione del Santo. Le pareti in alto della navata principale sono decorate con affreschi riguardanti i momenti più importanti della vita del Santo.
San Lorenzo in Lucina (Via in Lucina 16/a)
Lucina era una matrona cristiana che aveva qui la sua casa. Già da 336 si ha notizie del “titulus lucinae”, ed è verosimile che sotto Sisto III° avvenne la sua trasformazione in tempio pubblico. La chiesa è di proporzioni notevoli e racchiude opere d’arte straordinarie; secondo la tradizione in un’urna settecentesca di una cappella è racchiusa parte della graticola sulla quale San Lorenzo ha subito il martirio.
San Lorenzo in Miranda (Via in Miranda 10)
La chiesa non è aperta al pubblico. Suonare al n° 10 di Via in Miranda, il Giovedì h. 10-12)
Catacombe di San Callisto (Via Appia Antica)
La deviazione da Via San Lorenzo in Lucina è notevole, tuttavia è dalle catacombe che prende il via la memoria del martirio del Santo, perché qui avvenne il suo arresto.
San Lorenzo in Fonte (Via Urbana 50)
La piccola chiesa neoclassica è strettamente legata alla vicenda terrena di San Lorenzo; fu costruita sulla casa del centurione Ippolito, San Lorenzo fu imprigionato nei suoi sotterranei dopo essere stato catturato nelle Catacombe di San Callisto insieme a Papa Sisto. Nei sotterranei, è possibile vedere la fonte dove San Lorenzo attinse l’acqua per battezzare il suo compagno di prigionia Lucillo.
San Lorenzo in Panisperna (Via Panisperna, davanti civico 198)
Secondo la tradizione su fondata dall’Imperatore Costantino sul luogo del martirio, nella cripta c’è il luogo dove fu approntata la graticola utilizzata per il martirio. Nella chiesa è possibile ammirare un grande affresco del martirio del Santo.
Patriarcale Basilica di San Lorenzo Fuori le mura al Campo Verano (P.le Verano 3)
Una primitiva Basilica fu costruita dall’Imperatore Costantino nel 330, che sistemò anche la cripta della tomba del Santo Martire. In questo luogo esisteva una catacomba (non visitabile) dove il corpo del Santo venne portato e ricomposto amorevolmente da Ciriaca una matrona romana convertita al cristianesimo. La definitiva sistemazione avvenne con Onorio III° che costruì il chiostro e iniziò la fortificazione della cittadella sacra “Laurentiopolis”. Una notevole distruzione avvenne nel corso del bombardamento del 19 luglio del 1943. Con la sua storia millenaria, con i materiali di riporto di epoca romana usati per la sua costruzione, ampliamenti, le cicatrici visibili del bombardamento sulle colonne della solenne navata, la Basilica costituisce un “unicum” eccezionale per arte tradizione e devozione per il Santo di cui racchiude amorevolmente le spoglie.

Publié dans:santi martiri |on 10 août, 2015 |Pas de commentaires »

SANTE PERPETUA E FELICITA MARTIRI – 7 MARZO – † CARTAGINE, 7 MARZO 203

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22950

SANTE PERPETUA E FELICITA MARTIRI

7 MARZO - † CARTAGINE, 7 MARZO 203

Chiusa in carcere aspettando la morte, una giovane tiene una sorta di diario dei suoi ultimi giorni, descrivendo la prigione affollata, il tormento della calura; annota nomi di visitatori, racconta sogni e visioni degli ultimi giorni. Siamo a Cartagine, Africa del Nord, anno 203: chi scrive è la colta gentildonna Tibia Perpetua, 22 anni, sposata e madre di un bambino. Nella folla carcerata sono accanto a lei anche la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, e in gravidanza avanzata; e tre uomini di nome Saturnino, Revocato e Secondulo. Tutti condannati a morte perché vogliono farsi cristiani e stanno terminando il periodo di formazione; la loro «professione di fede» sarà il martirio nel nome di Cristo. Le annotazioni di Perpetua verranno poi raccolte nella «Passione di Perpetua e Felicita», opera forse di Tertulliano, testimone a Cartagine. (Avvenire)

Etimologia: Perpetua = fede immutabile, dal latino – Felicita = contenta, dal latino

Emblema: Palma
Martirologio Romano: Memoria delle sante martiri Perpetua e Felicita, arrestate a Cartagine sotto l’imperatore Settimio Severo insieme ad altre giovani catecumene. Perpetua, matrona di circa ventidue anni, era madre di un bambino ancora lattante, mentre Felicita, sua schiava, risparmiata dalle leggi in quanto incinta affinché potesse partorire, si mostrava serena davanti alle fiere, nonostante i travagli dell’imminente parto. Entrambe avanzarono dal carcere nell’anfiteatro liete in volto, come se andassero in cielo.
Chiusa in carcere aspettando la morte, tiene una sorta di diario dei suoi ultimi giorni, descrivendo la prigione affollata, il tormento della calura; annota nomi di visitatori, racconta sogni e visioni degli ultimi giorni. Siamo a Cartagine, Africa del Nord, anno 203: chi scrive è la colta gentildonna Tibia Perpetua, 22 anni, sposata e madre di un bambino. Nella folla carcerata sono accanto a lei anche la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, e in gravidanza avanzata; e tre uomini di nome Saturnino, Revocato e Secondulo. Tutti condannati a morte perché vogliono farsi cristiani e stanno terminando il periodo di formazione; la loro “professione di fede” sarà la morte nel nome di Cristo. Le annotazioni di Perpetua verranno poi raccolte nella Passione di Perpetua e Felicita, opera forse del grande Tertulliano, testimone a Cartagine. Il racconto segnala le pressioni dei parenti (ancora pagani) su Perpetua e su Felicita, che proprio in quei giorni dà alla luce un bambino. Per aver salva la vita basta “astenersi”. Ma loro non si piegano.
Questo accade regnando l’imperatore Settimio Severo (193-211), anche lui di origine africana, che è in guerra continua contro i molti nemici di Roma, e perciò vede ogni cosa in funzione dell’Impero da difendere; e tutto vorrebbe obbediente e inquadrato come l’esercito. Con i cristiani si è mostrato tollerante nei primi anni. Ma ora, in questa visione globale della disciplina, che include pure la fede religiosa, scatena una dura lotta contro il proselitismo cristiano e anche ebraico. Cioè contro chi ora vuole abbandonare i culti tradizionali. Per questo c’è la pena di morte: e morte-spettacolo, spesso, come appunto a Cartagine. Perpetua, Felicita e tutti gli altri entrano nella Chiesa col martirio che incomincia nell’arena, dove le belve attaccano e straziano i morituri. E poi c’è la decapitazione.
Perpetua vive l’ultima ora con straordinarie prove di amore e di tranquilla dignità. Vede Felicita crollare sotto i colpi, e dolcemente la solleva, la sostiene; zanne e corna lacerano la sua veste di matrona, e lei cerca di rimetterla a posto con tranquillo rispetto di sé. Gesti che colpiscono e sconvolgono anche la folla nemica, creando momenti di commozione pietosa. Ma poi il furore di massa prevale, fino al colpo di grazia.
Nei Promessi sposi, il Manzoni ha chiamato Perpetua la donna di servizio in casa di don Abbondio; e il nome di quel personaggio letterario così fortemente inciso è passato poi a indicare una categoria: quella, appunto, delle “perpetue”, addette alla cura delle canoniche. Cesare Angelini, il grande studioso del Manzoni, ritiene che egli abbia tratto quel nome dal Canone latino della Messa, « dov’è allineato con quelli dell’altre donne del romanzo: Perpetua, Agnese, Lucia, Cecilia… ».

Autore: Domenico Agasso

Publié dans:santi martiri |on 6 mars, 2015 |Pas de commentaires »

San Policarpo

 San Policarpo dans immagini sacre polycarp

http://restlesspilgrim.net/blog/wp-content/uploads/2011/06/polycarp.jpg

Publié dans:immagini sacre, Santi, santi martiri |on 23 février, 2015 |Pas de commentaires »

S. POLICARPO di SMIRNE (ca. 70-156) – 23 FEBBRAIO

http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1182

S. POLICARPO di SMIRNE (ca. 70-156) – 23 FEBBRAIO

S. Policarpo, secondo S. Girolamo, fu ordinato vescovo di Smirne dallo stesso S. Giovanni evangelista, al quale sarebbe succeduto verso l’anno 100. Per oltre cinquant’anni, con zelo e fortezza, governò la sua diocesi, e non è improbabile che esercitasse una certa autorità e un certo prestigio su più vaste zone dell’Asia minore, in quanto egli fu l’ultimo testimone dell’età apostolica.
Nulla sappiamo della patria e della giovinezza di Policarpo che nacque, con tutta probabilità, da genitori cristiani verso il 70. Tranne le notizie fornite dalle lettere di S. Ignazio di Antiochia, e dalla lettera di S. Policarpo ai Filippesi, conosciamo alcuni dettagli della vita di lui da S. Ireneo, vescovo di Lione, che verso il 140 fu suo discepolo, ascoltò le sue istruzioni, raccolse le sue parole, e ne conservò fedelmente il ricordo. Nella lettera che egli mandò al prete Fiorino, che aveva aderito all’eresia dello gnosticismo, scrisse difatti: « Potrei ancora indicare il luogo, il posto preciso dove il beato Policarpo sedeva e insegnava; potrei descrivere come veniva e come andava, ritrarre le fattezze del suo corpo, esporre i discorsi che teneva al popolo, raccontare la familiarità che aveva con l’apostolo Giovanni e con gli altri discepoli che avevano udito il Signore; io potrei dirti infine come ripeteva i loro racconti, e quanto essi avevano udito dalla bocca stessa di Gesù » (Eusebio, St. Eccl., V, 24,16).
S. Policarpo, secondo S. Girolamo, fu ordinato vescovo di Smirne dallo stesso S. Giovanni evangelista, al quale sarebbe succeduto verso l’anno 100. Per oltre cinquant’anni, con zelo e fortezza, governò la sua diocesi, e non è improbabile che esercitasse una certa autorità e un certo prestigio su più vaste zone dell’Asia minore, in quanto egli fu l’ultimo testimone dell’età apostolica.
S. Girolamo afferma difatti che « Policarpo fu il capo di tutta l’Asia ». Quando S. Ignazio d’Antiochia, nel 107. passò da Smirne diretto a Roma per essere sbranato dalle fiere alle quali era stato condannato, fu ricevuto con cuore di vescovo dal giovane Policarpo. Da Troade S. Ignazio gli scrisse una lettera di addio con saggi consigli, come già S. Paolo aveva fatto con Timoteo e Tito: « Abbi cura dell’unità della Chiesa, di cui non vi è nulla di meglio; sopporta tutti come il Signore sopporta te; abbi pazienza e carità con tutti, come del resto fai. Non stancarti nella preghiera; domanda a Dio una sapienza maggiore di quella che hai; vigila con uno spirito insonne; ai singoli parla secondo il metodo di Dio, addossati le infermità di tutti, a somiglianza di un perfetto atleta… Per te io offro a Dio in sacrificio me stesso e le mie catene, quelle catene che tu hai baciato ».
S. Policarpo fece tesoro dei saggi ammaestramenti. Come S. Ignazio, anch’egli scrisse parecchie lettere a privati cristiani e alle chiese asiatiche in difesa della vera fede. A noi è giunta soltanto quella che diresse alla chiesa di Filippi, nella quale egli chiese a quei buoni fedeli notizie riguardo al passaggio del suo amico Ignazio in quella città, ed al martirio di lui. Insieme con la propria lettera egli mandò agli abitanti di Filippi « quante lettere poté avere » del condannato alle belve di cui gli avevano pressantemente fatto richiesta. Nello scritto S. Policarpo insiste specialmente sull’ubbidienza dovuta « ai presbiteri e ai diaconi » che in quel tempo, con probabilità, reggevano collegialmente la piccola comunità.
Nell’ultimo anno di vita il Santo vescovo di Smirne si recò a Roma per accordarsi con il Sommo Pontefice S. Aniceto (+166) sulla data della celebrazione pasquale, che gli asiatici festeggiavano due giorni dopo la Pasqua ebraica, e i romani invece nella domenica seguente, al 14 del mese di Nisan. L’accordo non fu raggiunto, e siccome si trattava di una questione puramente disciplinare, non ne fu turbata la carità, anzi, papa e vescovo si scambiarono vicendevolmente il bacio di pace. Aniceto, per tributare pubblicamente onore a Policarpo, gli permise di celebrare il santo sacrificio nella comunità in vece sua.
A Roma la presenza del vescovo venerando contribuì alla conversione di molti erranti alla verità e all’unità. Dovette avvenire in quell’occasione il famoso incontro con Marcione, scaltro e ricco capo degli gnostici. Quando questi chiese a S. Policarpo se lo conoscesse, egli lo investì aspramente: « O sì, io riconosco il primogenito di Satana ».
Al principio della persecuzione che scoppiò a Smirne sotto il proconsole Stazio Quadrato, S. Policarpo, in seguito a delle pressioni dei fedeli, si ritirò in una casa di campagna non facendo altro giorno e notte che pregare per tutti gli uomini. Tre giorni prima che fosse arrestato, in visione, vide il suo guanciale bruciato dal fuoco. Egli disse a coloro che si trovavano con lui: « Bisogna che io sia arso vivo ». Fu scoperto in seguito alla confessione estorta ad un suo servo mediante la tortura. Il Santo vegliardo, alle guardie che a tarda sera irruppero nella sua casa per arrestarlo, fece servire la cena, e per due ore pregò « per tutta la chiesa cattolica che è nel mondo ». Durante il tragitto egli resistette alle pressioni dell’irenarco Erode che gli diceva: « Che male c’è a dire: Signore Cesare, e sacrificare e compiere le altre cerimonie che si connettono al sacrificio, e così uscire felicemente salvo? ».
All’entrata di Policarpo nello stadio, mentre il popolo gridava, i cristiani udirono dal cielo la voce: « Sii forte, o Policarpo, e d’animo virile ». Condotto davanti al proconsole, il vecchio atleta consentì volentieri a gridare: « Abbasso gli atei », ma si rifiutò di giurare per la divinità dell’imperatore. « Giura e ti libero – insistette il proconsole; – bestemmia Cristo ». Policarpo rispose: « Da ottantasei anni lo servo e in nulla mi ha fatto ingiuria; e come posso bestemmiare il mio rèe, che mi ha salvato? ». Stazio Quadrato mandò il suo banditore a gridare tre volte in mezzo allo stadio: « Policarpo ha confessato di essere cristiano ». La folla dei gentili e dei giudei con rabbia furiosa si pose allora a gridare; « Costui è il maestro dell’Asia, il padre dei cristiani, il distruttore dei nostri dèi, che insegna a molti a non sacrificare, né adorare ».
Condannato ad essere bruciato vivo, Policarpo pregò, legato come un malfattore sulla catasta di legna: « Signore, Dio onnipotente… ti benedico per avermi fatto degno di questo giorno e di questa ora, di prendere parte al numero dei Martiri, mediante il calice del tuo Cristo, alla risurrezione della vita eterna dell’anima e del corpo nell’incorruttibilità dello Spirito Santo ». Le fiamme del rogo lo avvolsero a spira senza ferirlo; il carnefice lo uccise con una pugnalata il 23 febbraio dell’anno 155.
Il Martirio di Policarpo è il più antico tra gli atti dei Martiri che possediamo, e fu scritto in forma di lettera subito dopo la morte del Santo, dalla comunità di Smirne alla chiesa di Filomelio in Frigia.
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,

Publié dans:Santi, santi martiri |on 23 février, 2015 |Pas de commentaires »

SANTA LUCIA VERGINE E MARTIRE – 13 DICEMBRE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/25550

SANTA LUCIA VERGINE E MARTIRE

13 DICEMBRE

SIRACUSA, III SECOLO – SIRACUSA, 13 DICEMBRE 304

La vergine e martire Lucia è una delle figure più care alla devozione cristiana. Come ricorda il Messale Romano è una delle sette donne menzionate nel Canone Romano. Vissuta a Siracusa, sarebbe morta martire sotto la persecuzione di Diocleziano (intorno all’anno 304). Gli atti del suo martirio raccontano di torture atroci inflittele dal prefetto Pascasio, che non voleva piegarsi ai segni straordinari che attraverso di lei Dio stava mostrando. Proprio nelle catacombe di Siracusa, le più estese al mondo dopo quelle di Roma, è stata ritrovata un’epigrafe marmorea del IV secolo che è la testimonianza più antica del culto di Lucia. Una devozione diffusasi molto rapidamente: già nel 384 sant’Orso le dedicava una chiesa a Ravenna, papa Onorio I poco dopo un’altra a Roma. Oggi in tutto il mondo si trovano reliquie di Lucia e opere d’arte a lei ispirate. (Avvenire)

Patronato: Siracusa, ciechi, oculisti, elettricisti, contro le malattie degli occhi
Etimologia: Lucia = luminosa, splendente, dal latino
Emblema: Occhi su un piatto, Giglio, Palma, Libro del Vangelo

Martirologio Romano: Memoria di santa Lucia, vergine e martire, che custodì, finché visse, la lampada accesa per andare incontro allo Sposo e, a Siracusa in Sicilia condotta alla morte per Cristo, meritò di accedere con lui alle nozze del cielo e di possedere la luce che non conosce tramonto.
Gli atti del martirio di Lucia di Siracusa sono stati rinvenuti in due antiche e diverse redazioni: l’una in lingua greca il cui testo più antico risale al sec. V (allo stato attuale delle ricerche); l’altra, in quella latina, riconducibile alla fine del sec. V o agli inizi del sec. VI ma comunque anteriore al sec. VII e che di quella greca pare essere una traduzione.
La più antica redazione greca del martirio contiene una leggenda agiografica edificante, rielaborata da un anonimo agiografo due secoli dopo il martirio sulla tradizione orale e dalla quale è ardua impresa sceverare dati storici. Infatti, il documento letterario vetustiore che ne tramanda la memoria è proprio un racconto del quale alcuni hanno messo addirittura in discussione la sua attendibilità. Si è giunti così, a due opposti risultati: l’uno è quello di chi l’ha strenuamente difesa, rivalutando sia la storicità del martirio sia la legittimità del culto; l’altro è quello di chi l’ha del tutto biasimata, reputando la narrazione una pura escogitazione fantasiosa dell’agiografo ma non per questo mettendo in discussione la stessa esistenza storica della v. e m., come sembrano comprovare le numerose attestazioni devozionali, cultuali e culturali in suo onore.
Sia la redazione in greco sia quella in latino degli atti del martirio hanno avuto da sempre ampia e ben articolata diffusione, inoltre entrambe si possono considerare degli archetipi di due differenti ‘rami’ della tradizione: infatti, dal testo in greco sembrano derivare numerose rielaborazioni in lingua greca, quali le Passiones più tardive, gli Inni, i Menei, ecc.; da quello in latino sembrano, invece, mutuare le Passiones metriche, i Resumé contenuti nei Martirologi storici, gli Antifonari, le Epitomi comprese in più vaste opere, come ad es. nello Speculum historiale di Vincenzo da Beauvais o nella Legenda aurea di Iacopo da Varazze.
I documenti rinvenuti sulla Vita e sul martirio sono vicini al genere delle passioni epiche in quanto i dati attendibili sono costituiti solo dal luogo e dal dies natalis. Infatti, negli atti greci del martirio si riscontrano elementi che appartengono a tutta una serie di composizioni agiografiche martiriali, come ad es. l’esaltazione delle qualità sovrumane della martire e l’assenza di ogni cura per l’esattezza storica. Tuttavia, tali difetti, tipici delle passioni agiografiche, nel testo greco di Lucia sono temperate e non spinte all’eccesso né degenerate nell’abuso. Proprio questi particolari accostano gli atti greci del martirio al genere delle passioni epiche.
Sul piano espositivo l’andamento è suggestivo ed avvincente, non mancando di trasmettere al lettore emozioni e resoconti agiografici inconsueti attraverso un racconto che si snoda su un tessuto narrativo piuttosto ricco di temi e motivi di particolare rilievo: il pellegrinaggio alla tomba di Agata (con il conseguente accostamento Agata/Lucia e Catania/Siracusa); il sogno, la visione, la profezia e il miracolo; il motivo storico; l’integrità del patrimonio familiare; la lettura del Vangelo sull’emorroissa; la vendita dei beni materiali, il Carnale mercimonium e la condanna alla prostituzione. Infatti è stretta la connessione tra la dissipazione del patrimonio familiare e la prostituzione per cui la condanna al postrìbolo rappresenta una legge di contrappasso sicché la giovane donna che ha dilapidato il patrimonio familiare è ora condannata a disperdere pure l’altro patrimonio materiale, rappresentato dal proprio corpo attraverso un’infamante condanna, direttamente commisurata alla colpa commessa; infine, la morte.
Il martirio incomincia con la visita di Lucia assieme alla madre Eutichia, al sepolcro di Agata a Catania, per impetrare la guarigione dalla malattia da cui era affetta la madre: un inarrestabile flusso di sangue dal quale non era riuscita a guarire neppure con le dispendiose cure mediche, alle quali si era sottoposta. Lucia ed Eutichia partecipano alla celebrazione eucaristica durante la quale ascoltano proprio la lettura evangelica sulla guarigione di un’emorroissa. Lucia, quindi, incita la madre ad avvicinarsi al sepolcro di Agata e a toccarlo con assoluta fede e cieca fiducia nella guarigione miracolosa per intercessione della potente forza dispensatrice della vergine martire. Lucia, a questo punto, è presa da un profondo sonno che la conduce ad una visione onirica nel corso della quale le appare Agata che, mentre la informa dell’avvenuta guarigione della madre le predice pure il suo futuro martirio, che sarà la gloria di Siracusa così come quello di Agata era stato la gloria di Catania. Al ritorno dal pellegrinaggio, proprio sulla via che le riconduce a Siracusa, Lucia comunica alla madre la sua decisione vocazionale: consacrarsi a Cristo! A tale fine le chiede pure di potere disporre del proprio patrimonio per devolverlo in beneficenza. Eutichia, però, non vuole concederle i beni paterni ereditati alla morte del marito, avendo avuto cura non solo di conservarli orgogliosamente intatti e integri ma di accrescerli pure in modo considerevole. Le risponde, quindi, che li avrebbe ereditati alla sua morte e che solo allora avrebbe potuto disporne a suo piacimento. Tuttavia, proprio durante tale viaggio di ritorno, Lucia riesce, con le sue insistenze, a convincere la madre, la quale finalmente le da il consenso di devolvere il patrimonio paterno in beneficenza, cosa che la vergine avvia appena arrivata a Siracusa. Però, la notizia dell’alienazione dei beni paterni arriva subito a conoscenza del promesso sposo della vergine, che se ne accerta proprio con Eutichia alla quale chiede anche i motivi di tale imprevista quanto improvvisa vendita patrimoniale. La donna gli fa credere che la decisione era legata ad un investimento alquanto redditizio, essendo la vergine in procinto di acquistare un vasto possedimento destinato ad assumere un alto valore rispetto a quello attuale al momento dell’acquisto e tale da spingerlo a collaborare alla vendita patrimoniale di Lucia. In seguito il fidanzato di Lucia, forse esacerbato dai continui rinvii del matrimonio, decide di denunciare al governatore Pascasio la scelta cristiana della promessa sposa, la quale, condotta al suo cospetto è sottoposta al processo e al conseguente interrogatorio. Durante l’agone della santa e vittoriosa martire di Cristo Lucia, emerge la sua dichiarata e orgogliosa professione di fede nonché il disprezzo della morte, che hanno la caratteristica di essere arricchiti sia di riflessioni dottrinarie sia di particolari sempre più cruenti, man mano che si accrescono i supplizi inflitti al fine di esorcizzare la v. e m. dalla possessione dello Spirito santo. Dopo un interrogatorio assai fitto di scambi di battute che la vergine riesce a contrabbattere con la forza e la sicurezza di chi è ispirato da Cristo, il governatore Pascasio le infligge la pena del postrìbolo proprio al fine di operare in Lucia una sorta di esorcismo inverso allontanandone lo Spirito santo. Mossa dalla forza di Cristo, la vergine Lucia reagisce con risposte provocatorie, che incitano Pascasio ad attuare subito il suo tristo proponimento. La vergine, infatti, energicamente gli dice che, dal momento che la sua mente non cederà alla concupiscenza della carne, quale che sia la violenza che potrà subire il suo corpo contro la sua volontà, ella resterà comunque casta, pura e incontaminata nello spirito e nella mente. A questo punto si assiste ad un prodigioso evento: la vergine diventa inamovibile e salda sicché, nessun tentativo riesce a trasportarla al lupanare, nemmeno i maghi appositamente convocati dallo spietato Pascasio. Esasperato da tale straordinario evento, il cruento governatore ordina che sia bruciata, eppure neanche il fuoco riesce a scalfirla e Lucia perisce per spada! Sicché, piegate le ginocchia, la vergine attende il colpo di grazia e, dopo avere profetizzato la caduta di Diocleziano e Massimiano, è decapitata.
Pare che Lucia abbia patito il martirio nel 304 sotto Diocleziano ma vi sono studiosi che propendono per altre datazioni: 303, 307 e 310. Esse sono motivate dal fatto che la profezia di Lucia contiene elementi cronologici divergenti che spesso non collimano fra loro: per la pace della chiesa tale profezia si dovrebbe riferire al primo editto di tolleranza nei riguardi del cristianesimo e quindi sarebbe da ascrivere al 311, collegabile, cioè, all’editto di Costantino del 313; l’abdicazione di Diocleziano avvenne intorno al 305; la morte di Massimiano avvenne nel 310. È, invece, accettata dalla maggioranza delle fonti la data relativa al suo dies natalis: 13 dicembre. Eppure, il Martirologio Geronimiano ricorda Lucia di Siracusa in due date differenti: il 6 febbraio e il 13 dicembre. L’ultima data ricorre in tutti i successivi testi liturgici bizantini e occidentali, tranne nel calendario mozarabico, che la celebra, invece, il 12 dicembre. Nel misterioso calendario latino del Sinai il dies natalis di Lucia cade l’8 febbraio: esso fu redatto nell’Africa settentrionale e vi è presente un antico documento della liturgia locale nel complesso autonoma sia dalla Chiesa di Costantinopoli che da quella di Roma, pur rivelando fonti comuni al calendario geronimiano.
Assai diffusa è a tutt’oggi la celebrazione del culto di Lucia quale santa patrona degli occhi. Ciò sembra suffragato anche dalla vasta rappresentazione iconografica, che, tuttavia, è assai variegata, in quanto nel corso dei secoli e nei vari luoghi si è arricchita di nuovi simboli e di varie valenze. Ma è stato sempre così? Quando nasce in effetti questo patronato e perché? Dal Medioevo si va sempre più consolidando la taumaturgia di Lucia quale santa patrona della vista e dai secc. XIV-XV si fa largo spazio un’innovazione nell’iconografia: la raffigurazione con in mano un piattino (o una coppa) dove sono riposti i suoi stessi occhi. Come si spiega questo tema? È, forse, passato dal testo orale all’iconografia? Oppure dall’iconografia all’elaborazione orale? Quale l’origine di un tale patronato? Esso è probabilmente da ricercare nella connessione etimologica e/o paretimologica di Lucia a lux, molto diffusa soprattutto in testi agiografici bizantini e del Medioevo Occidentale. Ma, quali i limiti della documentazione e quali le cause del proliferare della tradizione relativa all’iconografia di Lucia, protettrice della vista? Si può parlare di dilatazione dell’atto di lettura nell’immaginario iconografico, così come in quello letterario? E tale dilatazione nei fenomeni religiosi è un atto di devozione e fede? È pure vero che la semantica esoterica data al nome della v. e m. di Siracusa è la caratteristica che riveste, accendendola di intensa poesia, la figura e il culto di Lucia, la quale diventa, nel corso dei secoli e nei vari luoghi una promessa di luce, sia materiale che spirituale. E proprio a tale fine l’iconografia, già a partire dal sec. XIV, si fa interprete e divulgatrice di questa leggenda, raffigurando la santa con simboli specifici e al tempo stesso connotativi: gli occhi, che Lucia tiene in mano (o su un piatto o su un vassoio), che si accompagnano sovente alla palma, alla lampada (che è anche uno dei simboli evangelici più diffuso e più bello, forse derivato dall’arte sepolcrale) e, meno frequenti, anche ad altri elementi del suo martirio, come ad es. il libro, il calice, la spada, il pugnale e le fiamme. È anche vero che le immagini religiose possono essere intese sia come ritratti che come imitazione ma non bisogna dimenticare che prima dell’età moderna sono mancati riferimenti ai suoi dati fisiognomici, per cui gli artisti erano soliti ricorrere alla letteratura agiografica il cui esempio per eccellenza è proprio la Legenda Aurea di Iacopo da Varazze, che rappresenta il testo di riferimento e la fonte di gran parte dell’iconografia religiosa. In tale opera il dossier agiografico di Lucia -che si presenta come un testo di circa tre pagine di lunghezza- è preceduto da un preambolo sulle varie valenze etimologiche e semantiche relative all’accostamento Lucia/luce: Lucia è un derivato di luce esteso anche al valore simbolico via Lucis, cioè cammino di luce.
I genitori di Lucia, essendo cristiani, avrebbero scelto per la figlia un nome evocatore della luce, ispirandosi ai molti passi neotestamentari sulla luce. Tuttavia, il nome Lucia in sé non è prerogativa cristiana, ma è anche il femminile di un nome latino comune e ricorrente tra i pagani. Se poi Lucia significhi solo «luce» oppure più precisamente riguarda i «nati al sorger della luce (cioè all’alba)», rivelando nel contempo anche un dettaglio sull’ora di nascita della santa, è a tutt’oggi, un problema aperto. Forse la questione è destinata a restare insoluta? Il problema si complica se poi si lega il nome di Lucia non al giorno della nascita ma a quello della morte (=dies natalis): il 13 dicembre era, effettivamente, la giornata dell’anno percentualmente più buia. Per di più, intorno a quella data, il paganesimo romano festeggiava già una dea di nome Lucina. Queste situazioni hanno contribuito ad alimentare varie ipotesi riconducibili, tuttavia, a due filoni: da un lato quello dei sostenitori della teoria, secondo la quale tutte le festività cristiane sarebbero state istituite in luogo di preesistenti culti pagani, vorrebbero architettata in tale modo anche la festa di Lucia (come già quella di Agata). Per i non credenti tale discorso può anche essere suggestivo e accattivante, trovando terreno fertile. Da qui a trasformare la persona stessa di Lucia in personaggio immaginifico, mitologico, leggendario e non realmente esistito, inventato dalla Chiesa come calco cristiano di una preesistente divinità pagana, il passo è breve (persino più breve delle stesse già brevi e pallide ore di luce di dicembre!). Dall’altro lato quello dei credenti,secondo i quali, invece, antichi e accertati sono sia l’esistenza sia il culto di Lucia di Siracusa, che rappresenta così una persona storicamente esistita, morta nel giorno più corto dell’anno e che riflette altresì il modello femminile di una giovane donna cristiana, chiamata da Dio alla verginità, alla povertà e al martirio, che tenacemente affronta tra efferati supplizi.
Nel Breviario Romano Tridentino, riformato da papa Pio X (ed. 1914), che prima di salire al soglio pontificio era patriarca di Venezia, è menzionata la traslazione delle reliquie di Lucia alla fine della lettura agiografica, così come ha evidenziato Andreas Heinz nel suo recente contributo.
A Siracusa un’inveterata tradizione popolare vuole che, dopo avere esalato l’ultimo respiro, il corpo di Lucia sia stato devotamente tumulato nello stesso luogo dell martirio. Infatti, secondo la pia devozione dei suoi concittadini, il corpo della santa fu riposto in un arcosolio, cioè in una nicchia ad arco scavata nel tufo delle catacombe e usata come sepolcro. Fu così che le catacombe di Siracusa, che ricevettero le sacre spoglie della v. e m., presero da lei anche il nome e ben presto attorno al suo sepolcro si sviluppò una serie numerosa di altre tombe, perché tutti i cristiani volevano essere tumulati accanto all’amatissima Lucia. Ma, nell’878 Siracusa fu invasa dai Saraceni per cui i cittadini tolsero il suo corpo da lì e lo nascosero in un luogo segreto per sottrarlo alla furia degli invasori. Ma, fino a quando le reliquie di Lucia rimasero a Siracusa prima di essere doppiamente traslate (da Siracusa a Costantinopoli e da Costantinopoli a Venezia)? Fino al 718 o fino al 1039? È certo che a Venezia il suo culto era già attestato dal Kalendarium Venetum del sec. XI, nei Messali locali del sec. XV, nel Memoriale Franco e Barbaresco dell’inizio del 1500, dove era considerata festa di palazzo, cioè festività civile. Durante la crociata del 1204 i Veneziani lo trasportarono nel monastero di San Giorgio a Venezia ed elessero santa Lucia compatrona della città. In seguito le dedicarono pure una grande chiesa, dove il corpo fu conservato fino al 1863, quando questa fu demolita per la costruzione della stazione ferroviaria (che per questo si chiama Santa Lucia); il corpo fu trasferito nella chiesa dei SS. Geremia e Lucia, dove è conservato tutt’oggi.

La duplice traslazione delle reliquie di Lucia è attestata da due differenti tradizioni.

La prima tradizione risale al sec. X ed è costituita da una relazione, coeva ai fatti, che Sigeberto di Gembloux († 1112) inserì nella biografia di Teodorico, vescovo di Metz. Tale relazione tramanda che il vescovo Teodorico, giungendo in Italia insieme all’imperatore Ottone II, abbia trafugato molte reliquie di santi –fra cui anche quella della nostra Lucia- che allora erano nell’Abruzzo e precisamente a Péntima (già Corfinium). La traslazione a Metz delle reliquie di Lucia pare suffragata dagli Annali della città dell’anno 970 d.C. Ma alcuni dubbi sembrano non avere risposte attendibili: Come e perché Faroaldo ripose le reliquie o le spoglie di Lucia a Corfinium? Furono traslate le reliquie o tutto il corpo della martire? Il vescovo locale si prestò ad un inganno (pio e devoto?) o diceva il vero? Se è ravvisabile un fondo di verità nel racconto del vescovo, allora si potrebbe desumere che le reliquie o il corpo della martire furono traslate da Siracusa nel 718 (quindi fino al 718 sarebbero rimaste a Siracusa?). Cosa succedeva allora nella città siciliana? Sergio, governatore della Sicilia, si era ribellato all’imperatore Leone III l’Isaurico e pertanto era stato costretto a fuggire da Siracusa e a rifugiarsi da Romualdo II, duca longobardo di Benevento. Se questa tradizione è attendibile, si può forse pensare che il vescovo di Corfinium (o piuttosto Sigeberto? Oppure altresì la sua fonte?) abbia confuso Romualdo (che proprio in quel periodo era duca di Spoleto e che, come tale, godeva di una fama maggiore) con Faroaldo? E ancora, lo stesso Sigeberto di Gembloux riferisce che Teoderico nel 972 abbia innalzato un altare in onore di Lucia e che nel 1042 un braccio della v. e m. sia stato donato al monastero di Luitbourg. Quindi, antichi documenti attestano che di fatto vi fu una traslazione delle reliquie di Lucia dall’Italia centrale a Metz, sulla frontiera linguistica romano-germanica, nella provincia di Treviri. Situata fra Germania e Francia, questa regione è anche il paese d’origine della dinastia carolingia. È una casualità? Come andarono effettivamente le cose? Secondo Sigeberto di Gembloux l’imperatore Ottone II sostò in Italia nel 970, avendo tra la sua scorta il vescovo Teodorico di Metz, il quale, durante il suo soggiorno, acquistava preziose reliquie, allo scopo di accrescere la fama della sua città vescovile. Pare che uno dei suoi preti, di nome Wigerich, che era anche cantore nella cattedrale di Metz, abbia rinvenuto le reliquie di Lucia di Siracusa, a Corfinium, poi identificata con Péntima in Abruzzo. Si dice che tali reliquie erano state prelevate dai Longobardi e trasportate da Siracusa al ducato di Spoleto. Ma perché questo spostamento? In un primo tempo le reliquie di Lucia, dopo essere state acquistate dal vescovo Teodorico di Metz, il quale aveva portato dall’Italia anche il corpo del martire Vincenzo, furono tumulate assieme alle reliquie di quest’ultimo al quale il vescovo aveva fatto erigere un’abbazia sull’isola della Mosella, dove nel 972 uno dei due altari della chiesa dell’abbazia, fu dedicato proprio a Lucia, come patrona. Sigeberto ricorda pure che Teodorico di Metz, in presenza di due vescovi di Treviri e precisamente di Gerard di Toul e di Winofid di Verdun, abbia dedicato a Lucia un oratorio nello stesso anno. Non solo, ma tanta e tale era dunque la devozione di Teodorico di Metz per la v. e m. di Siracusa che fece tumulare il conte Everardo, suo giovane nipote, prematuramente scomparso alla tenera età di soli dieci anni, proprio innanzi all’altare di Lucia. Per tutto il tempo in cui le spoglie di Lucia rimasero nella chiesa dell’abbazia di S. Vincenzo nella Mosella, la v. e m. di Siracusa fu implorata durante i giorni delle Regazioni, con una grande processione della cittadinanza di Metz che si fermò proprio nell’abbazia di S. Vincenzo. Così Metz divenne il fulcro da cui si irradiò ben presto il culto di Lucia tanto che già nel 1042 l’imperatore Enrico III reclamò alcune reliquie della v. e m. di Siracusa per il convento nuovamente fatto erigere dalla sua famiglia nella diocesi di Speyer e precisamente a Lindeburch/Limburg.

La seconda tradizione è, invece, tramandata da Leone Marsicano e dal cronista Andrea Dandolo di Venezia. Leone Marsicano racconta che nel 1038 il corpo di Lucia, vegine e martire, fu trafugato da Giorgio Maniace e traslato a Costantinopoli in una teca d’argento. Andrea Dandolo, esponendo la conquista di Costantinopoli del 1204 da parte dei Crociati, tra i quali militava anche Enrico Dandolo, un suo illustre antenato e doge di Venezia, informa che i corpi di Lucia e Agata erano stati traslati dalla Sicilia a Costantinopoli ma che quello di Lucia fu poi nuovamente traslato da Costantinopoli a Venezia, dove pare che di fatto giunse il 18 gennaio 1205. Quindi, la traslazione delle reliquie di Lucia a Venezia da Costantinopoli sembra legata agli eventi della Quarta Crociata (quella riconducibile al periodo che va dal 1202 al 1204), quando i cavalieri dell’Occidente latino, piuttosto che liberare la Terrasanta, spogliarono la metropoli dell’Oriente cristiano. Infatti, nel 1204, in seguito alla profanazione e al saccheggio dei crociati nelle basiliche di Bisanzio, neanche la chiesa in cui riposava il corpo di Lucia fu risparmiata da questa oltraggiosa strage tanto che furono pure rimosse le sue spoglie e contese le sue reliquie, molto venerate nell’Oriente ortodosso. Pare che, proprio in tale occasione Venezia, che aveva condotto la Quarta Crociata presso il Santo Sepolcro, si impadronì delle reliquie di Lucia, che giunsero, come si diceva, sulla laguna – nella chiesa di S. Giorgio Maggiore- il 18 gennaio 1205 e cioè ancora prima della costruzione della basilica del Palladio e dell’attuale Palazzo Ducale. Il corpo di Lucia fu riposto nel monastero benedettino, dove aveva soggiornato il monaco Gerardo (o Sagredo?). Sembra che il tragico evento del 13 dicembre del 1279 (cioè una bufera scatenatasi all’improvviso, che provocò molte vittime) sia stato la causa di una nuova traslazione del corpo di Lucia dalla chiesa di S. Giorgio Maggiore a Venezia (eccetto, pare, un pollice -non un braccio, come vuole la communis opinio- che sarebbe rimasto in San Giorgio). Dopo tale tragedia, infatti, le autorità decisero di traslare il corpo di Lucia in città, ponendolo in una chiesa parrocchiale a lei intitolata e ciò allo scopo di agevolare a piedi il pellegrinaggio alle sue sacre spoglie in terraferma senza dovere ricorrere ad imbarcazioni. Quindi, nel mese seguente alla sciagura e precisamente il 18 gennaio del 1280 (lo stesso giorno della memoria dell’arrivo delle sacre spoglie di Lucia da Costantinopoli), il suo corpo fu traslato nella chiesa dedicatale, che si trovava nello stesso luogo in cui era ubicata la stazione ferroviaria che, ancora oggi ne conserva la memoria nel nome e precisamente sulle fondamenta prospicienti il Canal Grande e cioè all’inizio del sestiere di Cannareggio. Tale chiesa fu poi riedificata nel 1313 e fu assegnata dal papa Eugenio IV nel 1444 in commenda alle suore domenicane, che avevano aperto il loro convento intitolato al Corpus Domini, un cinquantennio prima sempre a Cannareggio. Nel 1476, dopo circa un trentennio di contese, si raggiunse un accordo tra le monache domenicane del convento del Corpus Domini e quelle agostiniane del monastero dell’Annunziata proprio per il possesso del corpo di Lucia: papa Sisto IV nel 1478 stabilì, con un solenne diploma, che il corpo della santa rimanesse nella chiesa a lei intestata sotto la giurisdizione delle agostiniane del monastero dell’Annunziata (che da allora prese il nome di monastero di S. Lucia), le quali ogni anno avrebbero offerto la somma di 50 ducati alle monache domenicane del convento del Corpus Domini. Nel 1579 passando per il Dominio veneto l’imperatrice Maria d’Austria, il Senato volle farle omaggio di una reliquia di s. Lucia pertanto, con l’assistenza del patriarca Giovanni Trevisan fu asportata una piccola porzione di carne dal lato sinistro del corpo della v. e m. Il 28 luglio del 1806 per decreto vicereale il monastero di Santa Lucia fu soppresso e le monache agostiniane costrette a trasferirsi al di là del Canal Grande e precisamente nel monastero di S. Andrea della Girada, dove portarono pure il corpo di Lucia. Nel 1807 il governo vicereale concesse alle agostiniane di S. Lucia di far ritorno nel loro antico convento, che, tuttavia, trovarono occupato dalle agostiniane di Santa Maria Maddalena, le quali si fusero con quelle di S. Lucia, assumendone anche il titolo. Nel 1810 Napoleone Bonaparte decretò la chiusura di tutti i monasteri e conventi, compreso quello di S. Lucia, le cui monache furono pure obbligate a deporre l’abito monastico e a rientrare nella propria famiglia di appartenenza. Il corpo di Lucia rimase nella sua chiesa, che fu così inserita nella circoscrizione della parrocchia di S. Geremia. Nel 1813 il convento di S. Lucia era donato dall’imperatore d’Austria alla b. Maddalena di Canossa, che vi abitò fino al 1846, quando iniziarono i lavori per la stazione ferroviaria e per la demolizione del convento. Fra il 1844 e il 1860 il governo austriaco realizzò la costruzione del ponte ferroviario, che doveva giungere fino alle fondamenta di Cannareggio e cioè proprio là dove da secoli allogavano i monasteri delle domenicane del Corpus Domini e delle agostiniane di Santa Lucia, poi abbattuti. Il corpo di Lucia l’11 luglio 1860 subì, quindi, una nuova traslazione nella parrocchia di S. Geremia, per volere del patriarca Angelo Ramazzotti: il sacro corpo rimase sette giorni sull’altar maggiore, poi fu posto su un altare laterale in attesa di costruire la nuova cappella. Tre anni dopo, l’11 luglio 1863, fu inauguata: essa era stata costruita con il materiale del presbiterio della demolita chiesa di S. Lucia su gusti palladiani. Per la generosità di mons. Sambo, parroco di quella Chiesa (che nel frattempo assunse la denominazione SS. Geremia e Lucia) su disegno dell’arch. Gaetano Rossi fu allestito un altare più degno in broccatello di Verona con fregi di bronzo dorato. Quindi, dal 1860 Pio IX l’avrebbe fatto trasferire nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia, dove si venera a tutt’oggi. Qui, la cappella del corpo di santa Lucia è assai bella e artistica proprio come tutte le chiese di Venezia, adorna di marmi e di bronzi, ed è sempre stata oggetto di particolari cure ed elevata devozione di fedeli sempre più numerosi. Il sacro corpo, elevato sopra l’altare, è conservato in una elegante urna di marmi preziosi, superbamente abbellita da pregiate decorazioni e sormontata dalla stupenda statua della v. e m. Sulla parete di sfondo si leggono due iscrizioni, che raccontano le vicende della traslazione e delle principali solenni festività. Il 15 giugno del 1930 il patriarca Pietro La Fontaine lo consacrava e collocava il corpo incorrotto di Lucia nella nuova urna in marmo giallo ambrato. Nel 1955 il patriarca Angelo Roncalli -divenuto poi papa con il nome di Giovanni XXIII- volendo che fosse conferita più importanza alle sacre reliquie di Lucia, suggerì che le sacre spoglie fossero ricoperte di una maschera d’argento, curata dal parroco Aldo Da Villa. Nel 1968, per iniziativa del parroco Aldo Fiorin fu portato a compimento un completo restauro della Cappella e dell’Urna della v. e m. Ancor oggi le sacre reliquie riposano nel tempio di Venezia e nella bianca curva absidale si legge un inciso propiziatorio: Vergine di Siracusa martire di Cristo in questo tempio riposa all’Italia al mondo implori luce e pace. Ma, il 4 aprile 1867 le spoglie di Lucia furono disgraziatamente profanate dai ladri (subito arrestati), che furtivamente si erano introdotti nella chiesa di S. Geremia, per impadronirsi degli ornamenti votivi. Da allora seguirono altre profanazioni e spoliazioni: nel 1949, quando alla martire fu sottratta la corona (anche in questo caso il ladro fu arrestato) e nel 1969, quando due ladri infransero il cristallo dell’urna. Nel 1975 papa Giovanni Paolo I concesse che il corpo della martire fosse portato ed esposto alla venerazione dei fedeli nella diocesi di Pesaro per una settimana. Il 7 novembre 1981 due aggressori spezzarono l’urna della martire estraendovi il corpo e lasciandovi il capo e la maschera argentea. Anche questa volta il corpo fu recuperato proprio il 12 dicembre del 1981, giorno della vigilia della commemorazione della santa.

Esiste una variante sulla traslazione del corpo di Lucia a Venezia, documentata da un codice del Seicento, o Cronaca Veniera, conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia (It. VII, 10 = 8607, f. 15 v.): esso sarebbe stato portato a Venezia, assieme a quello di S. Agata, nel 1026, sotto il dogado di Pietro Centranico. Non conosciamo l’origine della notizia nè se derivi da una fonte anteriore. E’ diffuso, invece, il fondato sospetto di un errore meccanico di amanuense, che avrebbe letto 1026 invece di 1206, cioè gli anni dell’effettiva translatio. E nella Cronaca Veniera lo si accettò, legando il fatto al doge dell’epoca. La presenza del corpo di Lucia a Venezia sin dal 1026 è una notizia che va accolta con prudenza? Tra il 1167 e il 1182 a Venezia esisteva già una chiesa dedicata alla martire, come attestato da documenti locali.

Una delle più antiche tradizioni veronesi racconta che le spoglie della santa siracusana passarono da Verona durante il loro viaggio verso la Germania intorno al sec. X, fatto che spiegherebbe anche la diffusione del culto della santa sia a Verona che nel nord Europa. Secondo un’altra tradizione, il culto di santa Lucia a Verona risalirebbe al periodo di dominio della Serenissima su Verona. Secondo la communis opinio, Venezia infatti, già nel 1204, avrebbe trasportato le spoglie della santa nella città lagunare.

Autore: Maria Stelladoro

Publié dans:santi martiri |on 12 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

SAN MASSIMILIANO KOLBE – 14 AGOSTO

http://www.kolbemission.org/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/145

SAN MASSIMILIANO KOLBE – 14 AGOSTO

Massimiliano Kolbe – al battesimo Raimondo – nasce l’8 gennaio del 1894 a Zdunska Wola non molto lontano da Lodz (Polonia), figlio di Giulio e Maria Dabrowska.
Nella sua adolescenza, si sente affascinato dall’ideale di San Francesco d’ Assisi ed entra nel seminario minore dei Francescani conventuali di Leopoli.
Dopo il noviziato è inviato a Roma, al Collegio Internazionale dell’Ordine, per gli studi ecclesiastici. Nell’anno 1915 consegue il diploma in filosofia e nel 1919 in teologia.
Mentre l’Europa è sconvolta dalla Prima Guerra Mondiale,Massimiliano sognauna grande opera al servizio dell’Immacolata per l’avvento del Regno di Cristo.
La sera del 16 ottobre 1917, fonda con alcuni compagni la « Milizia dell’Immacolata ». Il suo fine è la conversione e la santificazione di tutti gli uomini attraverso l’offerta incondizionata alla Vergine Maria.
Nel 1918 è ordinato sacerdote e nel 1919, completati gli studi ecclesiastici, ritorna in Polonia per iniziare a Cracovia un lavoro di organizzazione e animazione del movimento della Milizia dell’Immacolata.
Come strumento di collegamento tra gli aderenti al movimento fonda la rivista « Il Cavaliere dell’Immacolata ».
Nell’anno 1927 stimolato dal notevole incremento di collaboratori consacrati e dal crescente numero di appartenenti alla M.I., trasferisce il centro editoriale a Niepokalanow, o « Città dell’Immacolata », vicino Varsavia, dove saranno accolti più di 700 religiosi, che si dedicano all’utilizzo dei mezzi di comunicazione sociale per evangelizzare il mondo.
Nell’anno 1930 con altri quattro frati, parte per il Giappone, dove fonda « Mugenzai no Sono » o « Giardino dell’Immacolata », nella periferia di Nagasaki, e stampa una rivista mariana. Questa « città » rimase intatta quando nel 1945 esplose, a Nagasaki, la bomba atomica.
Nel 1936, rientra in Polonia, sollecitato dalla crescita della comunità religiosa e dall’espansione dell’attività editoriale: undici pubblicazioni di cui un quotidiano di grande ripercussione nella classe popolare con una tiratura 228.560 copie e il Cavaliere con un milione di copie.
Il primo settembre del 1939, scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Anche Niepokalanow è bombardata e saccheggiata. I religiosi devono abbandonarla. Gli edifici sono utilizzati come luogo di prima accoglienza per profughi e militari.
Il 17 febbraio 1941 Padre Kolbe è arrestato dalla Gestapo e incarcerato nel carcere Pawiak di Varsavia. Il 28 maggio dello stesso anno è deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, nel quale gli viene assegnato il numero 16670.
I frati lasciano Niepokalanow
I frati lasciano Niepokalanow
Alla fine di luglio avviene l’evasione di un prigioniero. Come rappresaglia il comandante Fritsch decide di scegliere dieci compagni dello stesso blocco, condannandoli ingiustamente a morire di fame e di sete nel sotterraneo della morte.
Con lo stupore di tutti i prigionieri e degli stessi nazisti, Padre Massimiliano esce dalle file e si offre in sostituzione di uno dei condannati, il giovane sergente polacco Francesco Gajowniezek.
In questa maniera inaspettata ed eroica Padre Massimiliano scende con i nove nel sotterraneo della morte, dove, uno dopo l’altro, i prigionieri muoiono, consolati, assistiti e benedetti da un santo.
Il 14 agosto 1941, Padre Kolbe termina la sua vita con un’iniezione di acido fenico. Il giorno seguente il suo corpo è bruciato nel forno crematorio e le sue ceneri sparse al vento.
Il 10 ottobre 1982, in Piazza San Pietro, Giovanni Paolo II dichiara « Santo » Padre Kolbe, proclamando che « San Massimiliano non morì, ma diede la vita…

Publié dans:santi martiri |on 13 août, 2014 |Pas de commentaires »

LORENZO, PATRONO DELLA CHIESA DI ROMA, INSIEME A PIETRO E PAOLO

http://www.30giorni.it/articoli_id_10253_l1.htm

LORENZO, PATRONO DELLA CHIESA DI ROMA, INSIEME A PIETRO E PAOLO

LE FONTI SUL MARTIRIO DI LORENZO E I LUOGHI CHE NE SERBANO LA MEMORIA

Intervista con padre Sergio Martina di Giovanni Ricciardi

«Roma sarà una vera comunità cristiana, se Dio vi sarà onorato anche con l’amore ai poveri. Questi – diceva il diacono romano Lorenzo – sono i veri tesori della Chiesa». Così si esprimeva papa Luciani nel discorso del 23 settembre 1978, pronunciato in occasione della presa di possesso di San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma. Anche Benedetto XVI nella sua enciclica Deus caritas est scrive: «L’attività assistenziale per i poveri e i sofferenti era parte essenziale della Chiesa di Roma. Questo compito trova una sua vivace espressione nella figura del diacono Lorenzo (Ö258). La descrizione drammatica del suo martirio era nota già a sant’Ambrogio (Ö397) e ci mostra, nel suo nucleo, sicuramente l’autentica figura del Santo».
Del diacono romano parliamo con padre Sergio Martina, cappuccino, che vive dal 1973 nel convento annesso alla Basilica di San Lorenzo fuori le Mura.
Quali sono le fonti più antiche relative al martirio di Lorenzo?
SERGIO MARTINA: San Lorenzo, insieme a sant’Agnese, è uno dei martiri più cari alla Chiesa di Roma, il terzo patrono della città insieme a Pietro e Paolo. Gli Atti del suo martirio non ci sono pervenuti, ma esiste una ricca tradizione che lega il suo ricordo a numerosi luoghi della città. La prima notizia che lo riguarda si trova nella Depositio Martyrum, datata al 354, che si limita a citare la festa del santo, il 10 di agosto («IIII id. aug., Laurenti in Tiburtina»), aggiungendo il riferimento al luogo della sepoltura, su cui la prima Basilica fu eretta, se non da Costantino, certamente già nel IV secolo.
Siamo a un secolo di distanza dal martirio di Lorenzo…
MARTINA: Lorenzo fu martirizzato durante la persecuzione di Valeriano, nel 258, tre giorni dopo il pontefice Sisto II, di cui era arcidiacono. Del ruolo da lui rivestito nella Chiesa di Roma fa cenno già il Martirologio geronimiano, redatto tra il 431 e il 450. La tradizione che lo riguarda, tutta incentrata sugli ultimi giorni della sua vita, è riportata più ampiamente da Ambrogio, sul finire del IV secolo, in un famoso passo del De officiis ministrorum. È Ambrogio a citare il dialogo tra Lorenzo e il papa Sisto II condotto al luogo del martirio, la previsione della sua imminente morte fattagli dal Pontefice e il motivo della sua condanna: l’imperatore intima al diacono di consegnargli i beni della Chiesa, Lorenzo distribuisce questi beni ai poveri e presenta al “tiranno” i poveri stessi, indicandoli così come il vero tesoro della Chiesa. Nel mondo cristiano furono molte migliaia le chiese erette in suo onore. Solo a Roma, nel Medioevo, se ne contavano circa quaranta.
La lastra marmorea sulla quale una tradizione vuole che sia stato adagiato il corpo di Lorenzo dopo il martirio. La sua attuale collocazione risale ai lavori fatti fare nella Basilica da papa Pio IX nella seconda metà del XIX secolo
Possiamo citare le più significative?
MARTINA: La più importante, ovviamente, è la Basilica di San Lorenzo fuori le Mura, che custodisce il corpo del martire. Alle sue reliquie papa Pelagio II, verso la fine del VI secolo, volle aggiungere quelle di santo Stefano protomartire per unire i due diaconi nella venerazione della Chiesa. Citerei poi San Lorenzo in Fonte, in via Urbana, nei pressi di Santa Maria Maggiore, costruita nel luogo in cui san Lorenzo, secondo una tradizione, fu tenuto prigioniero e convertì Ippolito, l’ufficiale che lo teneva sotto custodia. C’è poi la vicina San Lorenzo in Panisperna, eretta sul luogo del martirio. Quindi la chiesa di San Lorenzo in Lucina, dove è conservata la graticola che si vuole utilizzata per il martirio di Lorenzo. Non sappiamo se questa tradizione corrisponda al vero; stando al rescritto inviato dall’imperatore Valeriano al senato al principio dell’agosto 258, che ordinava l’immediata esecuzione capitale dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, sembrerebbe da supporsi piuttosto la decapitazione. Ma non è da escludersi nemmeno che la decapitazione sia seguita alla tortura col fuoco, cosa non inusuale nelle esecuzioni. Quello che comunque è certo è che i cristiani di Roma furono fortemente colpiti dalla forza d’animo con cui il loro primo diacono aveva affrontato il martirio, tanto che Prudenzio attribuisce la conversione di Roma ai meriti di Lorenzo, presentandolo quasi come un novello fondatore della città.
Vari altri luoghi sono poi connessi al culto delle reliquie del santo.
Quali sono i più importanti?
MARTINA: In Vaticano è custodito il capo di san Lorenzo. Vi fu portato sotto il pontificato di Sisto V e ancora oggi viene esposto alla venerazione dei fedeli il 10 agosto nella chiesa di Sant’Anna. Ma per ritornare, infine, alla Basilica di San Lorenzo fuori le Mura, nella cripta è esposta una pietra sulla quale sarebbe stato appoggiato il corpo di Lorenzo dopo il martirio. La sua attuale collocazione, in grande evidenza, fu voluta dal beato Pio IX, che era devotissimo a san Lorenzo e in particolare a questa reliquia. Spesso veniva a raccogliersi in preghiera qui, appoggiandovi sopra il capo. E qui volle essere sepolto, accanto a Lorenzo, come i primi cristiani, che aspiravano a riposare, in attesa della resurrezione, vicino ai corpi dei santi martiri.

Publié dans:Santi, santi martiri |on 10 août, 2014 |Pas de commentaires »

13 DICEMBRE « SANTA LUCIA »

http://www.ilvolodeigabbiani.it/Natale/13dicembresantalucia.htm

13 DICEMBRE « SANTA LUCIA »

S. Lucia, conservaci la Fede, ispiraci purezza nei costumi, sostienici nella lotta e nelle tribolazioni, donaci la pace.   La storia Santa Lucia, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, entra con il suo ciuchino, preceduta dal tintinnio del campanello al collo dell’asino, al quale si fa riservare un piatto con farina quale ristoro. Il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, vengono donati regali e dolci ai bambini. Un tempo era abitudine far trovare i doni nelle scarpe lasciate sul cassettone o fuori dalla finestra. Doni tipici erano aranci, mandarini e qualche bambola di pezza, un tempo il regalo più ambito.  Nacque a Siracusa, ma non si conosce con certezza la data. La sua vita d’altra parte è intessuta di elementi leggendari, che stanno a testimoniare l’enorme venerazione di cui la santa ha goduto e gode. La sua passio afferma che Lucia subì il martirio sotto Diocleziano, per cui si è voluto fissare la data di nascita al 283. Il più antico documento che la riguarda è un’iscrizione del V secolo in cui si parla di una certa Euskia, morta il giorno « della mia patrona Lucia ». Secondo la passio la giovane apparteneva a una ricca famiglia siracusana, promessa sposa a un pagano. Per una malattia della madre compì un viaggio a Catania, per visitare il sepolcro di S. Agata, sul quale pronunciò il voto di conservare la verginità. Distribuì perciò i beni ai poveri e rinunciò al matrimonio. Arrestata su denuncia del fidanzato, fu sottoposta a diverse torture: condotta in un lupanare, trascinata da una coppia di buoi, cosparsa di pece bollente, posta sulla brace ardente. Per sfuggire al carnefice si strappo gli occhi. Solo dopo questi tremendi tormenti cadde sfinita e morì. Le sue ossa non si trovano a Siracusa in quanto, come pare, trafugate dai bizantini, Furono portate a Costantinopoli, da dove furono saccheggiate dai Veneziani. L’iconografia risente fortemente dell’episodio dello strappo volontario degli occhi in quanto la santa i raffigurata con una tazza in mano su cui sono posti gli occhi. Altri attributi possono essere una spada oppure anche una tazza da cui esce una fiamma. A Siracusa le stampe popolari riproducono la santa su un fercolo d’argento, con un mazzo di spighe in mano, la tazza con gli occhi e un pugnale conficcato in gola. La sua festa cade il 13 dicembre. Prima dell’introduzione del calendario moderno (1580) si celebrava il 21 dicembre il giorno del solstizio invernale, da cui il detto « S. Lucia il giorno più corto che ci sia ». La festa è caratterizzata da pratiche devozionali di tipo magico-esorcistico e solare-agrario. Si confezionano in questo giorno pani a forma di occhi che, benedetti, si mangiano con lo scopo di preservarsi da malattie oculari. A lei si offrono anche ex voto d’argento a forma di occhi, che vengono appesi sulla « vara » il giorno della festa. I fuochi accesi la vigilia della festa sono l’indicazione più evidente che ci troviamo in presenza di rituali Festivi legati al trapasso stagionale più delicato dell’anno, col progressivo scemare della luce, per cui occorre esorcizzare, il pericolo del non ritorno della luce. La Santa è stata più volte messa in relazione con la dea greca Demetra o con la romana Cerere, i cui attributi principali erano il mazzo di spighe e la fiaccola. I fedeli recano come offerta frumento bollito, cibo cerimoniale che veniva consumato anche nei misteri della dea greca. « Luce degli occhi, della vista », « luce del mondo », « luce cosmica »: le espressioni rivelano non solo una chiara simbologia spirituale di grandissima intensità, ma soprattutto quella visione cosmologica delle civiltà passate e delle moderne culture contadine in cui s’alternano luce e notte, vita e morte, in un percorso che nella sua circolarità e garanzia di un eterno fluire e ritornare delle cose: l’eternel retourn, come direbbe M. Eliade.   Preghiera O Santa, che dalla luce hai nome, a Te piena di fiducia ricorriamo affinchè ne impetri una luce sacra, che ci renda santi, per non camminare nelle vie del peccato e per non rimanere avvolti nelle tenebre dell’errore. Imploriamo altresì, per tua intercessione, il mantenimento della luce negli occhi con una grazia abbondante per usarli sempre secondo il divino beneplacito, senza alcun detrimento dell’anima. Fa, o S. Lucia, che dopo averti venerata e ringraziata, per il tuo efficace patrocinio, su questa terra, arriviamo finalmente a godere con Te in paradiso della luce eterna del divino Agnello, il tuo dolce sposo Gesù. Amen Papa Pio X

Preghiera O gloriosa Santa Lucia, che alla professione della fede, associasti la gloria del martirio, ottienici di professare apertamente le verità del Vangelo e di camminare con fedeltà secondo gli insegnamenti del Salvatore. O Vergine Siracusana, sii luce alla nostra vita e modello di ogni nostra azione, cosicché, dopo averTi imitato qui in terra, possiamo, assieme a Te godere della visione del Signore. Amen Papa Giovanni XXIII

Il testo della canzone °Santa Lucia°

Sul mare luccica, l’astro d’argento. Placida è l’onda, prospero è il vento. Venite all’agile barchetta mia! Santa Lucia, Santa Lucia

Con questo zeffiro così soave, oh! com’è bello star sulla nave! Su passaggieri venite via! Santa Lucia, Santa Lucia.

In’ fra le tende bandir la cena, in una sera così serena. Chi non dimanda, chi non desia; Santa Lucia! Santa Lucia!

Mare si’ placido, vento si’ caro, scordar fa i triboli al marinaro. E va gridando con allegria: Santa Lucia! Santa Lucia!

O dolce Napoli, o suol beato, ove sorridere, dove il creato. Tu sei l’impero dell’armonia, Santa Lucia, Santa Lucia!

Or che tardate, bella è la sera. Spira un auretta fresca e leggera. Venite all’agile barchetta mia! Santa Lucia, Santa Lucia.

Publié dans:Santi, santi martiri |on 12 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

SANTA CECILIA – 22 NOVEMBRE

http://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Cecilia

SANTA CECILIA – 22 NOVEMBRE

BIOGRAFIA

Cecilia, nata da una nobile famiglia a Roma, sposò il nobile Valeriano. Si narra che il giorno delle nozze nella casa di Cecilia risuonassero organi e lieti canti ai quali la vergine, accompagnandosi, cantava nel suo cuore: “conserva o Signore immacolati il mio cuore e il mio corpo, affinché non resti confusa”. Da questo particolare è stato tratto il vanto di protettrice dei musicanti. Confidato allo sposo il suo voto, egli si convertì al Cristianesimo e nella prima notte di nozze ricevette il Battesimo per mano del Pontefice Urbano I. Tornato nella propria casa, Valeriano vide Cecilia prostrata nella preghiera con l’Angelo che da sempre vegliava su di lei e, ormai credente convinto, pregò che anche il fratello Tiburzio ricevesse la stessa grazia e così fu. Il giudice Almachio aveva proibito, tra le altre cose, di seppellire i cadaveri dei Cristiani, ma i due fratelli convertiti alla fede si dedicavano alla sepoltura di tutti i poveri corpi che incontravano lungo la loro strada. Vennero così arrestati e dopo aver redento l’ufficiale Massimo che aveva il compito di condurli in carcere, sopportarono atroci torture piuttosto che rinnegare Dio e vennero poi decapitati. Cecilia pregò sulla tomba del marito, del cognato e di Massimo (tutti e tre Santi venerati il 14 aprile), anch’egli ucciso perché divenuto cristiano, ma poco dopo venne chiamata davanti al giudice Almachio che ne ordinò la morte per soffocamento nel bagno di casa sua, ma si narra che « la Santa invece di morire cantava lodi al Signore ». Convertita la pena per asfissia in morte per decapitazione, il carnefice vibrò i tre colpi legali (era il « contratto » dei boia per ogni uccisione) e, non ancora sopraggiunta la morte, la lasciò nel suo sangue. Fu Papa Urbano I, sua guida spirituale, a renderle la degna sepoltura nelle catacombe di San Callisto. La Legenda Aurea narra che papa Urbano I, che aveva convertito il marito di lei Valeriano ed era stato testimone del martirio, «seppellì il corpo di Cecilia tra quelli dei vescovi e consacrò la sua casa trasformandola in una chiesa, così come gli aveva chiesto».[1]

Culto
Nell’821 le sue spoglie furono traslate da papa Pasquale I nella Basilica di Santa Cecilia in Trastevere. Nel 1599, durante i restauri della basilica, ordinati dal cardinale Paolo Emilio Sfondrati in occasione dell’imminente Giubileo del 1600, venne ritrovato un sarcofago con il corpo di Cecilia sorprendentemente in un ottimo stato di conservazione. Il cardinale allora commissionò a Stefano Maderno (1566-1636) una statua che riproducesse quanto più fedelmente l’aspetto e la posizione del corpo di Cecilia così com’era stato ritrovato; questa è la statua che oggi si trova sotto l’altare centrale della chiesa.

Patrona della musica
È quanto mai incerto il motivo per cui Cecilia sarebbe diventata patrona della musica. In realtà, un esplicito collegamento tra Cecilia e la musica è documentato soltanto a partire dal tardo Medioevo.
La spiegazione più plausibile sembra quella di un’errata interpretazione dell’antifona di introito della messa nella festa della santa (e non di un brano della Passio come talvolta si afferma). Il testo di tale canto in latino sarebbe: Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar (« Mentre suonavano gli strumenti musicali (?), la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa »). Per dare un senso al testo, tradizionalmente lo si riferiva al banchetto di nozze di Cecilia: mentre gli strumenti musicali (profani) suonavano, Cecilia cantava a Dio interiormente. Da qui il passo ad un’interpretazione ancora più travisata era facile: Cecilia cantava a Dio… con l’accompagnamento dell’organo. Si cominciò così, a partire dal XV secolo (nell’ambito del Gotico cortese) a raffigurare la santa con un piccolo organo portativo a fianco.

Publié dans:Santi, santi martiri |on 21 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

31 OTTOBRE: SAN QUINTINO DI VERMAND MARTIRE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/75800

31 OTTOBRE: SAN QUINTINO DI VERMAND MARTIRE

Etimologia: Quintino = il quinto figlio nato, dal latino

Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella cittadina in seguito insignita del suo nome nel territorio dell’odierna Francia, san Quintino, martire, che, senatore, subì la passione per Cristo sotto l’imperatore Massimiano.

Un proverbio popolare dice:  » Povero come San Quintino, che suonava a Messa con i tegoli del tetto « . Il detto, efficacissimo e colorito, rappresenta bene una estrema, eppur serena povertà; ma fa pensare a San Quintino nelle vesti di prete, anzi di parroco, dandocene una immagine che mal corrisponde alla figura del Santo che la Chiesa festeggia l’ultimo giorno di ottobre, e che fu missionario in Gallia, nei primissimi secoli cristiani.
E’ vero che, per quanto sia il più celebre, egli non è l’unico Santo di questo nome. Un altro è festeggiato il 4 di questo stesso mese, ma neanche la sua figura corrisponde a quella di un povero prete che suoni i tegoli del tetto invece delle campane, forse perché le campane si incominciarono a fondere, nel  » bronzo campano  » di Nola, soltanto dopo il IV secolo.
Anche questo San Quintino fu francese, di Tours, e sarebbe stato al servizio di un nobile della Turingia, di nome Gontrano. La moglie di questo ultimo si sarebbe invaghita follemente del servitore, e invano avrebbe tentato di sedurlo. Delusa nelle sue voglie, ordì una crudele vendetta e, incaricato Quintino di portare i cavalli al fiume per l’abbeverata, ordinò agli altri servi di decapitarlo.
La sua testa fu gettata in una fontana, che divenne miracolosa, testimoniando la santità del casto servitore. E l’ignoto biografo del Santo, dopo aver narrato la sua storia, molto simile a quella biblica di Giuseppe Ebreo, inutilmente tentato e velenosamente calunniato dalla lasciva moglie di Putifarre, esce a questo punto in una aspra invettiva contro le donne malvagie, che noi però non riporteremo, per non dispiacere alle gentili lettrici.
Il San Quintino di oggi, vien detto romano di nascita, e sarebbe giunto in Gallia al seguito di San Luciano di Beauvais. Dopo aver evangelizzato alcune regioni del Nord-Est, avrebbe posto il centro della sua predicazione ad Ambianus, cioè ad Amiens. Qui anch’egli cadde vittima, non di una donna, ma dei celebre e leggendario persecutore francese Riziovaro, prefetto militare sotto Massimiano Imperatore, cioè agli inizi dei III secolo.
In mancanza di notizie precise sulla passione di questo celebre Martire francese, leggiamo quanto dice lacopo da Varagine nella sua Legenda Aurea:  » Quintino, facendo molti miracoli, per comandamento di Massimiano Imperatore fu preso dal prefetto di Roma, e battuto tanto che i battitori vennero meno ne le battiture, poscia messo in prigione. Ma l’angelo di Dio sciolse i legami de la prigione, e andoe nel miluogo de la città, e predicava al popolo. Onde preso poi un’altra volta, e disteso alla colla infino a la rottura de le vene, battuto ancora co’ nerbi crudi durissimamente, sostenne l’olio e la pece ‘l grasso boglientissimo; e faccendosi scherno del prefetto, adirato il prefetto gittogli in bocca la calcina e l’aceto e la senape « .
Dopo questi e altri raffinatissimi tormenti, Quintino fu decapitato e il suo corpo gettato nel fiume. Per cinquantacinque anni non se ne seppe più nulla, finché a Vermand, sulla Somme, una  » gentile dama romana  » non ritrovò e riconobbe nelle acque il corpo del Santo.
Anche a Vermand, il corpo del Martire, nel corso dei secoli, venne smarrito, e fu ritrovato, nel VII secolo, da Sant’Eligio, il celebre orafo francese, che modellò una preziosa teca dove furon riposte le reliquie del Santo, il cui culto, da allora, si diffuse sempre di più, tanto che anche la città di Vermand prese il nome del Santo, e si chiamò, e ancora si chiama, Saint Quentin.
La città di Saint-Quentin è anche famosa per un avvenimento storico di grande importanza: la battaglia tra gli eserciti francese e spagnolo, che vi si scontrarono nel 1557. A San Quintino si concluse la decennale lotta per l’egemonia in Europa, prima tra Carlo V e Francesco I, poi tra Filippo Il ed Enrico 11.L’esercito vincitore a San Quintino, quello di Filippo 11, era comandato, come si ricorderà, da un condottiero italiano, Emanuele Filiberto, il quale, mentre gli Spagnoli assumevano il dominio dell’Italia, ebbe come ricompensa il territorio della Savoia, di cui fu primo Duca.

Publié dans:santi martiri |on 30 octobre, 2013 |Pas de commentaires »
12345...8

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31