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L’EVANGELISTA (Luca), MARIA E L’ARCANGELO

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L’EVANGELISTA (Luca), MARIA E L’ARCANGELO

Il pittore Benedetto Bonfigli (o Bonfiglio) nell’Annunciazione conservata nella Galleria d’arte di Perugia mette l’evangelista Luca tra l’Arcangelo Gabriele e la Madonna, intento a prendere appunti, per descrivere poi « accuratamente » il dialogo della salvezza. Il bue alato, simbolo dell’evangelista, lascia pazientemente che il rotolo dell’intervista scorra sul suo capo cooperando inconsapevolmente all’avvenimento evangelico.
Luca consultò gli apostoli e chi aveva visto e udito il Maestro, soprattutto la sua divina Madre.
IL TITOLO ufficiale che spetta a san Luca è quello di « evangelista », cioè trasmettitore di buone notizie. Ma siccome la Buona Notizia per eccellenza è il Vangelo, noi possiamo arricchire questo titolo aggiungendovi quello di san Luca « giornalista », il quale prende direttamente le informazioni alla fonte e le comunica ai destinatari del suo tempo ed a quelli che verranno nei secoli. Quando lo fa nello spirito cristiano, anche attualmente, il professionista comunicativo diventa un annunciatore del Vangelo. Ci induce ad accentuare questa identificazione una grandiosa tela del pittore Benedetto Bonfigli (o Bonfiglio) dedicata all’Annunciazione. Questo artista, nato nella metropoli umbra verso il 1420 e morto nel 1496, condivide con Pietro Vannucci (il Perugino) la palma del più illustre pittore di questa città, ed è uno dei più autorevoli rappresentanti dell’arte italiana del Quattrocento.
Da che mondo è mondo, si sa che dietro ogni artista, a parte la sua cultura personale, c’è uno o più ecclesiastici che lo ispirano e lo consigliano. Per comprendere a fondo il significato di questo dipinto, riprodotto nell’Enciclopedia Treccani e nella Cattolica, bisogna partire dal prologo del Vangelo di Luca, che contiene anche la dedica ad un non meglio identificato « illustre Teofilo ». Gli esperti considerano questa pagina come la più perfetta del Nuovo Testamento, anche sotto l’aspetto letterario. L’evangelista-giornalista scrive: « Molti hanno già cercato di mettere insieme un racconto degli avvenimenti verificatisi fra noi, così come ce li hanno trasmessi coloro che fin dall’inizio furono testimoni oculari e ministri della parola ». Nel prosieguo del discorso chiarisce ancora meglio il metodo che ha seguito: « Tuttavia anch’io, dopo aver indagato accuratamente ogni cosa fin dall’origine, mi sono deciso a scrivertene con ordine, egregio Teofilo, affinché tu abbia un’esatta conoscenza di quelle cose intorno alle quali sei stato catechizzato ».
Nessuna opera d’arte ha interpretato con più modernità la diligenza nella ricerca delle notizie relative al mistero rappresentato. Qui l’evangelista si immerge addirittura totalmente in esso, e l’impostazione « giornalistica » di questa immersione rende evidente il suo impegno « professionale ». Luca era originario di Antiochia di Siria, e si convertì al Cristianesimo verso l’anno 40 dopo Cristo, perciò non conobbe personalmente il Cristo, ma consultò gli apostoli e gli uomini e le donne che avevano visto e udito il Maestro, soprattutto la sua divina Madre.
Secondo una tradizione immemorabile, ascoltò personalmente i racconti della Madonna. I primi capitoli del suo Vangelo narrano i dettagli della nascita e dell’infanzia di Gesù. La narrazione è talmente particolareggiata e colorita che gli studiosi non dubitano che li apprese dalla viva voce della Madonna. La tela di cui stiamo parlando conferma in maniera indiscutibile la sua « curiosità » e l’impegno di apprendere le notizie dalla fonte più autorevole.
Anche la descrizione degli inizi della « Comunità post-pasquale », cioè della Chiesa, viene fatta da Luca sotto la dettatura di Maria. Come ben si sa, era lei che presiedeva questa comunità, quando gli Apostoli radunati nel Cenacolo erano ancora sotto shoc per la vergogna di essersi eclissati al momento della Passione e Morte del loro Maestro. La fede incrollabile di lei sostenne i primi cristiani. I dettagli relativi all’invocazione ed all’evento della Pentecoste glieli raccontò la Madre di Dio.
Le Madonne di San Luca
Un’altra conferma viene dal fatto che la tradizione unanime lo presenta come pittore non solo sotto l’aspetto letterario, ma proprio come genio del pennello e della tavolozza. Si tramanda che una ricca matrona gli affidò l’incarico di dipingere il ritratto della Madre di Dio, cosa che egli fece con brillantezza e genialità. Secondo una pia tradizione, la regina Eudossia (secolo V) da Gerusalemme inviò all’imperatrice bizantina Pulcheria un’icona col ritratto della Madonna dipinto dal terzo evangelista.
E poiché si trattava di un fatto oltremodo suggestivo, nel corso dei secoli le Madonne di San Luca spuntarono ovunque. In Italia si attribuisce all’evangelista la Madonna Salus populi romani di S. Maria Maggiore a Roma, ed altre si venerano a Tivoli, Messina, Venezia, Bari, e molte sono disseminate in Europa. A Costantinopoli c’è la basilica dell’Odegìtria, il titolo della Madonna, che significa Indicatrice della via della salvezza, che viene dato anche agli altri ritratti lucani. Un ricordo privilegiato merita poi la Madonna di S. Luca che domina la collina sovrastante la città di Bologna, ed è cara ai credenti ed agli atei; gli stessi comunisti, all’epoca della più feroce guerra fredda manifestavano pubblicamente la più fervida devozione verso quella effigie. Molti pittori si sono sentiti nobilitati dall’opera di questo loro antenato e lo hanno raffigurato mentre dinanzi al cavalletto traccia la fisionomia della SS. Vergine che posa dinanzi a lui sorreggendo teneramente il Figlio. Chiaro che la fantasia congiunge idealmente i fatti verificatisi in tempi inconciliabilmente distanti tra loro.
Il terzo evangelista era medico. Nel narrare i miracoli di Gesù fa una diagnostica rapida, ma precisa presentando spesso una descrizione dettagliata: nella guarigione dell’handicappato, mentre gli altri evangelisti si limitano a dire che si trattava della mano arida, egli precisa che si trattava della mano destra. Raccontando l’agonia di Gesù nel Giardino del Gethsemani precisa il dettaglio psicosomatico: l’angoscia era talmente devastante che il sudore di Gesù si trasformò in gocce di sangue così abbondanti che cadevano a terra.
Il « medico carissimo » di Paolo
Egli seguiva instancabilmente l’apostolo Paolo e lo soccorreva nei disturbi clinici che lo affliggevano. Nel corso dell’ultima prigionia l’Apostolo fa l’elenco dei suoi discepoli che sono dispersi per il mondo, e soggiunge: « solo Luca è con me ». Nella lettera ai Colossesi (4, 14) scrive: « Vi salutano Luca, il medico carissimo, e Dema » aggiungendo poi altri nomi di dolce memoria.
San Girolamo definisce Luca lo « scrivano della mansuetudine di Cristo ». La serie delle « parabole della misericordia » ha affascinato i secoli.
È poi appena il caso di accennare a tutto il libro degli Atti degli Apostoli, che presenta in maniera affascinante i primi passi della comunità cristiana, e la descrizione diligentissima dei viaggi dell’Apostolo, soprattutto quello della navigazione dall’Asia Minore a Pozzuoli, con l’episodio drammatico del naufragio di Malta. Gli storici della marina restano estasiati, perché lo ritengono il più perfetto diario di bordo dell’antichità.
Torniamo alla nostra tela perugina. Il Bonfigli traduce in immagini questa dimensione psicologica, spirituale, e – questo dev’essere accentuato – professionale del terzo evangelista, il quale, com’è noto, era nativo di Antiochia di Siria, ed aveva compiuto tutto il curriculum della formazione classica. L’artista nel delineare la scena evangelica dell’Annunciazione coniuga genialmente l’avvenimento reale con l’arricchimento surreale. In alto è rappresentato l’Eterno Padre circondato dagli angeli, che sorregge il globo terrestre di cui imposta la redenzione mediante l’Incarnazione del Verbo annunciata a Nazaret.
Lo scenario della casetta di Maria è idealizzato, come fanno i pittori di tutte le epoche, con un arredamento da favola e con evidenti reminiscenze classiche, mentre si sa che nella realtà si trattava di una casa povera di una popolana della Palestina di duemila anni fa.
L’evangelista-giornalista Luca è posto dal Bonfigli al centro dell’avvenimento salvifico, che porta a compimento il Protovangelo, cioè la promessa che il Signore aveva fatto a Eva nel paradiso terrestre. Rivolto al serpente tentatore, Dio aveva detto: « Porrò inimicizia tra te e la Donna, tra la tua progenie e la sua. Tu insidierai questo suo figlio, ma egli ti schiaccerà il capo ». Il ritratto lucano è realistico; Bonfigli non ne ingentilisce i tratti, ma li delinea dal vero, accentuando unicamente il senso di stupore del giornalista di fronte ad un dialogo che coinvolge il cielo e la terra. Egli segue con attenzione lo svolgimento dell’evento, prende gli appunti su un interminabile rotolo di papiro, che non si arrotola ordinatamente, ma si svolge capricciosamente, come se lo scrittore non avesse il tempo di ordinarlo, intento com’è a non perdere nemmeno una virgola dell’annuncio fatto a Maria.
Il « pio bove » alato, simbolo del Vangelo di Luca, accovacciato accanto al sacro scrittore, lascia, paziente ed attonito, che il rotolo gli passi sul capo e scenda ai suoi piedi, quasi voglia offrire la sua stupefatta collaborazione all’avvenimento centrale della storia della salvezza. L’avvenimento finale si verificherà nell’escatologia, cioè alla fine dei tempi, quando, ancora una volta, la Donna dell’Apocalisse, vestita di sole e con la luna sotto i piedi, riporterà la vittoria definitiva sul dragone, cioè sul demonio.
Sul ginocchio sinistro di Luca c’è un libro aperto, il Vangelo che egli si accinge a scrivere, quasi sotto la dettatura della Madre di Dio, che conservava nel suo cuore tutti gli avvenimenti della storia salvifica e quello che aveva visto e udito durante le vita del Figlio divino. La pittura diventa strumento di comunicazione, e continua anche oggi a predicare con la bellezza l’intervento di Dio nella storia, ordinato ad effettuare la salvezza dell’umanità.

Rosario F. Esposito

 

Publié dans:Santi Evangelisti |on 17 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

SAN MARCO EVANGELISTA – 25 APRILE – SEC. I

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SAN MARCO EVANGELISTA – 25 APRILE – SEC. I

Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sè nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l’apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l’ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L’evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un’altra come martire, ad Alessandria d’Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell’828 nella città della Venezia. (Avvenire)

Patronato: Segretarie
Etimologia: Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino
Emblema: Leone

Martirologio Romano: Festa di san Marco, Evangelista, che a Gerusalemme dapprima accompagnò san Paolo nel suo apostolato, poi seguì i passi di san Pietro, che lo chiamò figlio; si tramanda che a Roma abbia raccolto nel Vangelo da lui scritto le catechesi dell’Apostolo e che abbia fondato la Chiesa di Alessandria.

La figura dell’evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s. Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l’arresto nell’orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l’annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l’Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste. Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale “mio figlio”.

Discepolo degli Apostoli e martirio
Nel 44 quando Paolo e Barnaba, parente del giovane, ritornarono a Gerusalemme da Antiochia, dove erano stati mandati dagli Apostoli, furono ospiti in quella casa; Marco il cui vero nome era Giovanni usato per i suoi connazionali ebrei, mentre il nome Marco lo era per presentarsi nel mondo greco-romano, ascoltava i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione del Vangelo ad Antiochia e quando questi vollero ritornarci, li accompagnò.
Fu con loro nel primo viaggio apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di raggiungere Antiochia, attraverso una regione inospitale e paludosa sulle montagnae del Tauro, Giovanni Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne tornò a Gerusalemme.
Cinque anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a Gerusalemme per difendere i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani volevano imporre la legge mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi della figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia; quando i due prepararono un nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse un altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò a Cipro con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli apostoli, perché nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i cristiani dell’Asia Minore, invia anche i saluti di Marco; egli divenne anche fedele collaboratore di Paolo e non esitò di seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta che Paolo era prigioniero in attesa di giudizio, l’apostolo parlò di lui, inviando i suoi saluti e quelli di “Marco, il nipote di Barnaba” ai Colossesi; e a Timoteo chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con sé Marco “perché mi sarà utile per il ministero”.
Forse Marco giunse in tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale dei Cesari, al servizio di Pietro, anch’egli presente a Roma. Durante gli anni trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla a uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e anche la rudezza di un racconto popolare.
Affermatosi solidamente la comunità cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e segretario, ad evangelizzare l’Italia settentrionale; ad Aquileia Marco convertì Ermagora, diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato, s’imbarcò e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo nucleo della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo salutò: “Pax tibi Marce evangelista meus” e gli promise che in quelle isole avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.
Secondo un’antichissima tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d’Egitto, qui Marco fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di Alessandria subì il martirio: fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta una ferita sanguinante.
Dopo una notte in carcere, dove venne confortato da un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile verso l’anno 72, secondo gli “Atti di Marco” all’età di 57 anni; ebrei e pagani volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere, permettendo così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a Bucoli in una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del Canopo.

Il Vangelo
Il Vangelo scritto da Marco, considerato dalla maggioranza degli studiosi come “lo stenografo” di Pietro, va posto cronologicamente tra quello di s. Matteo (scritto verso il 40) e quello di s. Luca (scritto verso il 62); esso fu scritto tra il 50 e il 60, nel periodo in cui Marco si trovava a Roma accanto a Pietro.
È stato così descritto: “Marco come fu collaboratore di Pietro nella predicazione del Vangelo, così ne fu pure l’interprete e il portavoce autorizzato nella stesura del medesimo e ci ha per mezzo di esso, trasmesso la catechesi del Principe degli Apostoli, tale quale egli la predicava ai primi cristiani, specialmente nella Chiesa di Roma”.
Il racconto evangelico di Marco, scritto con vivacità e scioltezza in ognuno dei sedici capitoli che lo compongono, seguono uno schema altrettanto semplice; la predicazione del Battista, il ministero di Gesù in Galilea, il cammino verso Gerusalemme e l’ingresso solenne nella città, la Passione, Morte e Resurrezione.
Tema del suo annunzio è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli. Momento culminante del suo Vangelo, è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”, è la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo.

Le vicende delle sue reliquie – Patrono di Venezia
La chiesa costruita al Canopo di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, fu incendiata nel 644 dagli arabi e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria, Agatone (662-680), e Giovanni di Samanhud (680-689).
E in questo luogo nell’828, approdarono i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s’impadronirono delle reliquie dell’Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia, dove giunsero il 31 gennaio 828, superando il controllo degli arabi, una tempesta e l’arenarsi su una secca.
Le reliquie furono accolte con grande onore dal doge Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge delle Isole di Rialto, Agnello; e riposte provvisoriamente in una piccola cappella, luogo oggi identificato dove si trova il tesoro di San Marco.
Iniziò la costruzione di una basilica, che fu portata a termine nell’832 dal fratello Giovanni suo successore; Dante nel suo memorabile poema scrisse. “Cielo e mare vi posero mano”, ed effettivamente la Basilica di San Marco è un prodigio di marmi e d’oro al confine dell’arte.
Ma la splendida Basilica ebbe pure i suoi guai, essa andò distrutta una prima volta da un incendio nel 976, provocato dal popolo in rivolta contro il doge Candiano IV (959-976) che lì si era rifugiato insieme al figlio; in quell’occasione fu distrutto anche il vicino Palazzo Ducale.
Nel 976-978, il doge Pietro Orseolo I il Santo, ristrutturò a sue spese sia il Palazzo che la Basilica; l’attuale ‘Terza San Marco’ fu iniziata invece nel 1063, per volontà del doge Domenico I Contarini e completata nei mosaici e marmi dal doge suo successore, Domenico Selvo (1071-1084).
La Basilica fu consacrata nel 1094, quando era doge Vitale Falier; ma già nel 1071 s. Marco fu scelto come titolare della Basilica e Patrono principale della Serenissima, al posto di s. Teodoro, che fino all’XI secolo era il patrono e l’unico santo militare venerato dappertutto.
Le due colonne monolitiche poste tra il molo e la piazzetta, portano sulla sommità rispettivamente l’alato Leone di S. Marco e il santo guerriero Teodoro, che uccide un drago simile ad un coccodrillo.
La cerimonia della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25 aprile 1094, fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere, per ottenere il ritrovamento delle reliquie dell’Evangelista, delle quali non si conosceva più l’ubicazione.
Dopo la Messa celebrata dal vescovo, si spezzò il marmo di rivestimento di un pilastro della navata destra, a lato dell’ambone e comparve la cassetta contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si spargeva per la Basilica.
Venezia restò indissolubilmente legata al suo Santo patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che artiglia un libro con la già citata scritta: “Pax tibi Marce evangelista meus”, divenne lo stemma della Serenissima, che per secoli fu posto in ogni angolo della città ed elevato in ogni luogo dove portò il suo dominio.
San Marco è patrono dei notai, degli scrivani, dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici; la sua festa è il 25 aprile, data che ha fatto fiorire una quantità di detti e proverbi.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:Santi Evangelisti |on 24 avril, 2018 |Pas de commentaires »

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO… IN OCCASIONE DELLA FESTA DI SAN LUCA (18.10)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/2000/oct-dec/documents/hf_jp-ii_spe_20001017_san-luca.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO… IN OCCASIONE DELLA FESTA DI SAN LUCA
ALL’ARCIVESCOVO – VESCOVO DI PADOVA

Al venerato Fratello
ANTONIO MATTIAZZO
Arcivescovo – Vescovo di Padova

1. Tra le glorie di codesta Chiesa, di grande significato è il particolare rapporto che la lega alla memoria dell’evangelista Luca, del quale – secondo la tradizione – custodisce le reliquie nella splendida Basilica di santa Giustina: tesoro prezioso e dono veramente singolare, giunto attraverso un provvidenziale cammino. San Luca infatti – secondo antiche testimonianze – morì in Beozia e fu sepolto a Tebe. Di là, come riferisce san Girolamo (cfr De viris ill. VI, I), le sue ossa furono trasportate a Costantinopoli, nella Basilica dei Santi Apostoli. Successivamente, stando a fonti che le ricerche storiche vanno esplorando, furono trasferite a Padova.
Un’occasione propizia per ravvivare l’attenzione e la venerazione per questa «presenza», che si radica nella storia cristiana di codesta Città, è stata ora offerta dalla ricognizione del corpo del Santo Evangelista, nonché dal Congresso Internazionale a lui dedicato. A questo si è inteso dare una significativa ispirazione ecumenica, sottolineata anche dal fatto che l’Arcivescovo ortodosso di Tebe, Hieronymos, ha chiesto di poter ricevere un frammento delle reliquie, da deporre là dove è venerato ancora oggi il primo sepolcro dell’Evangelista.
Le celebrazioni che si svolgono in occasione del menzionato Congresso offrono un nuovo stimolo, perché codesta diletta Chiesa che è in Padova riscopra il vero tesoro che san Luca ci ha lasciato: il Vangelo e gli Atti degli Apostoli.
Nel rallegrarmi per l’impegno posto in tale direzione, desidero indugiare brevemente su alcuni aspetti del messaggio lucano, perché codesta Comunità possa trarne orientamento ed incoraggiamento per il suo cammino spirituale e pastorale.
2. Ministro della parola di Dio (cfr Lc 1, 2), Luca ci introduce alla conoscenza della luce discreta ed insieme penetrante che da essa promana illuminando la realtà e gli eventi della storia. Il tema della parola di Dio, filo d’oro che attraversa i due scritti che compongono l’opera lucana, unifica anche le due epoche da lui contemplate, il tempo di Gesù e quello della Chiesa. Quasi narrando la « storia della parola di Dio », il racconto di Luca ne segue la diffusione, dalla Terra Santa fino ai confini del mondo. Il cammino proposto dal terzo Vangelo è profondamente segnato dall’ascolto di questa parola che, come seme, dev’essere accolta con bontà e prontezza di cuore, superando gli ostacoli che le impediscono di attecchire e portare frutto (cfr Lc 8,4-15).
Un aspetto importante che Luca evidenzia è il fatto che la parola di Dio misteriosamente cresce e si afferma anche attraverso la sofferenza e in un contesto di opposizioni e di persecuzioni (cfr At 4,1-31; 5,17-42; passim). La parola che san Luca addita è chiamata a farsi, per ogni generazione, evento spirituale capace di rinnovare l’esistenza. La vita cristiana, suscitata e sorretta dallo Spirito, è dialogo interpersonale che si fonda proprio sulla parola che il Dio vivente ci rivolge, chiedendoci di accoglierla senza riserve nella mente e nel cuore. Si tratta in definitiva di diventare discepoli disposti ad ascoltare con sincerità e disponibilità il Signore, sull’esempio di Maria di Betania, la quale « ha scelto la parte migliore », perché « sedutasi ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola » (cfr Lc 10,38-42).
In questa prospettiva, desidero incoraggiare, nella programmazione pastorale di codesta diletta Chiesa, la proposta delle « Settimane bibliche », l’apostolato biblico e i pellegrinaggi in Terra Santa, il luogo dove la Parola si è fatta carne (cfr Gv 1,14). Vorrei anche stimolare tutti – presbiteri, religiosi, religiose, laici -a praticare e promuovere la lectio divina, sino a far diventare la meditazione della Sacra Scrittura un tassello essenziale della propria vita.
3. « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua » (Lc 9,23).
Per Luca esser cristiani significa seguire Gesù sulla via che Egli percorre (Lc 19,57; 10, 38; 13, 22; 14, 25). E’ Gesù stesso che prende l’iniziativa e chiama a seguirlo, e lo fa in modo deciso, inconfondibile, mostrando così la sua identità del tutto fuori dal comune, il suo mistero di Figlio, che conosce il Padre e lo rivela (cfr Lc 10,22). All’origine della decisione di seguire Gesù vi è l’opzione fondamentale in favore della sua Persona. Se non si è stati affascinati dal volto di Cristo è impossibile seguirlo con fedeltà e costanza, anche perché Gesù cammina per una via impervia, pone condizioni estremamente esigenti e si dirige verso un destino paradossale, quello della Croce. Luca sottolinea che Gesù non ama compromessi e richiede l’impegno di tutta la persona, un deciso distacco da ogni nostalgia del passato, dai condizionamenti familiari, dal possesso dei beni materiali (cfr Lc 9,57-62; 14,26-33).
L’uomo sarà sempre tentato di attenuare queste esigenze radicali e di adattarle alle proprie debolezze, oppure di desistere dal cammino intrapreso. Ma è proprio su questo che si decide l’autenticità e la qualità della vita della comunità cristiana. Una Chiesa che vive nel compromesso sarebbe come il sale che perde il sapore (cfr Lc 14,34-35).
Occorre abbandonarsi alla potenza dello Spirito, capace d’infondere luce e soprattutto amore per Cristo; occorre aprirsi al fascino interiore che Gesù esercita sui cuori che aspirano all’autenticità, rifuggendo dalle mezze misure. Questo è certo difficile per l’uomo, ma diventa possibile con la grazia di Dio (cfr Lc 18,27). D’altra parte, se la sequela di Cristo implica che si porti ogni giorno la Croce, questa a sua volta è albero di vita che conduce alla risurrezione. Luca, che accentua le esigenze radicali della sequela di Cristo, è anche l’Evangelista che descrive la gioia di coloro che diventano discepoli di Cristo (cfr Lc 10,20; 13,17; 19,6.37; At 5,41; 8,39; 13,48).
4. E’ nota l’importanza che Luca dà, nei suoi scritti, alla presenza e all’azione dello Spirito, a partire dall’Annunciazione, quando il Paraclito discende su Maria (cfr Lc 1,35), fino alla Pentecoste, quando gli Apostoli, mossi dal dono dello Spirito, ricevono la forza necessaria per annunciare in tutto il mondo la grazia del Vangelo (cfr At 1,8; 2,1-4). E’ lo Spirito Santo a plasmare la Chiesa. San Luca ha delineato nei tratti della prima comunità cristiana il modello sul quale la Chiesa di tutti i tempi deve rispecchiarsi: è una comunità unita in « un cuor solo e un’anima sola », assidua nell’ascolto della parola di Dio; una comunità che vive di preghiera, spezza con letizia il Pane eucaristico, apre il cuore alle necessità dei bisognosi fino a condividere con loro i beni materiali (At 2,42-47; 4,32-37). Ogni rinnovamento ecclesiale dovrà attingere a questa fonte ispiratrice il segreto della propria autenticità e freschezza.
A partire dalla Chiesa madre di Gerusalemme, lo Spirito allarga gli orizzonti e sospinge gli Apostoli e i Testimoni fino a raggiungere Roma. Sullo sfondo di queste due città si svolge la storia della Chiesa primitiva, una Chiesa che cresce e si dilata nonostante le opposizioni che la minacciano dall’esterno e le crisi che dall’interno ne appesantiscono il cammino. Ma in tutto questo percorso, ciò che realmente preme a Luca è presentare la Chiesa nell’essenza del suo mistero: esso è costituito dalla perenne presenza del Signore Gesù che, agendo in essa con la forza del suo Spirito, le infonde consolazione e coraggio nelle prove del cammino nella storia.
5. Secondo una pia tradizione, Luca è ritenuto pittore dell’immagine di Maria, la Vergine Madre. Ma il vero ritratto che Luca traccia della Madre di Gesù è quello che emerge dalle pagine della sua opera: in scene divenute familiari al Popolo di Dio, egli delinea un’immagine eloquente della Vergine. L’Annunciazione, la Visitazione, la Natività, la Presentazione al Tempio, la vita nella casa di Nazareth, la disputa con i dottori e lo smarrimento di Gesù, la Pentecoste hanno fornito ampia materia, lungo i secoli, all’incessante rielaborazione di pittori, scultori, poeti e musicisti.
Opportunamente, quindi, al Congresso Internazionale è stata prevista una riflessione sul tema dell’arte, ed insieme si è allestita una mostra ricca di pregevoli opere.
Quello che tuttavia è più importante cogliere è che, attraverso quadri di vita mariana, Luca ci introduce nella interiorità di Maria, facendoci scoprire nello stesso tempo la sua funzione unica nella storia della salvezza.
Maria è colei che pronuncia il «fiat», un sì personale e pieno alla proposta di Dio, definendosi « Serva del Signore » (Lc 1,38). Questo atteggiamento di totale adesione a Dio e disponibilità incondizionata alla sua Parola costituisce il modello più alto della fede, l’anticipazione della Chiesa come comunità dei credenti.
La vita di fede cresce e si sviluppa in Maria nella meditazione sapienziale delle parole e degli eventi della vita di Cristo (cfr Lc 2,19.51). Ella « medita nel cuore » per comprendere il senso profondo delle parole e dei fatti, assimilarlo e poi anche comunicarlo agli altri.
Il Canto del Magnificat (cfr Lc 1,46-55) manifesta un altro importante tratto della «spiritualità» di Maria: Ella incarna la figura del povero, capace di riporre pienamente la sua fiducia in Dio, che abbatte i troni dei potenti ed esalta gli umili.
Luca ci delinea anche la figura di Maria nella Chiesa dei primi tempi, mostrandola presente nel Cenacolo in attesa dello Spirito Santo: « Tutti questi (gli undici Apostoli) erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù, e con i fratelli di Lui » (At 1,14).
Il gruppo raccolto nel Cenacolo costituisce come la cellula germinale della Chiesa. Al suo interno Maria svolge un duplice ruolo: da una parte intercede per la nascita della Chiesa ad opera dello Spirito Santo; dall’altra comunica alla Chiesa nascente la sua esperienza di Gesù.
L’opera di Luca propone così alla Chiesa che è in Padova un efficace stimolo a valorizzare la « dimensione mariale » della vita cristiana nel cammino della sequela di Cristo.
6. Un’altra dimensione essenziale della vita cristiana e della Chiesa, su cui la narrazione lucana proietta vivida luce, è quella della missione evangelizzatrice. Di questa missione Luca indica il fondamento perenne, e cioè l’unicità e l’universalità della salvezza operata da Cristo (cfr At 4,12). L’evento salvifico della morte-risurrezione di Cristo non conclude la storia della salvezza, ma segna l’avvio di una nuova fase, caratterizzata dalla missione della Chiesa, chiamata a comunicare i frutti della salvezza operata da Cristo a tutte le nazioni. Per questa ragione, Luca fa seguire al Vangelo, come logica conseguenza, la storia della missione. E’ lo stesso Risorto che dà agli Apostoli il «mandato» missionario: « Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto » (Lc 24,45-48).
La missione della Chiesa comincia a Pentecoste « da Gerusalemme » per estendersi « sino ai confini della terra ». Gerusalemme non indica solo un punto geografico. Sta piuttosto a significare un punto focale della storia della salvezza. La Chiesa non parte da Gerusalemme per abbandonarla, ma per innestare sull’ulivo d’Israele le nazioni pagane (cfr Rm 11,17).
Compito della Chiesa è immettere nella storia il lievito del Regno di Dio (cfr Lc 13,20-21). Compito impegnativo, descritto negli Atti degli Apostoli come un itinerario faticoso e accidentato, ma affidato a «testimoni» pieni di entusiasmo, di intraprendenza, di gioia, disponibili a soffrire e a dare la vita per Cristo. Questa energia interiore è comunicata loro dalla comunione di vita con il Risorto e dalla forza dello Spirito che egli dona.
Quale grande risorsa può costituire, per la Chiesa che è in Padova, il continuo confronto con il messaggio dell’Evangelista, di cui custodisce i resti mortali!
7. Alla luce di questa visione lucana, auspico che codesta Comunità diocesana, in piena docilità al soffio dello Spirito, sappia testimoniare con audacia creativa Gesù Cristo, sia nel proprio territorio, sia, secondo la sua bella tradizione, nella cooperazione missionaria con le Chiese dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia.
Questo impegno missionario trovi un ulteriore impulso in questo Anno giubilare, che celebra i duemila anni dalla nascita di Cristo e chiama la Chiesa a un profondo rinnovamento di vita. Proprio il Vangelo di Luca riporta il discorso con cui Gesù, nella Sinagoga di Nazareth, proclama « l’anno di grazia del Signore », annunciando la salvezza come liberazione, guarigione, buona novella ai poveri (cfr Lc 4,14-20). Lo stesso Evangelista presenterà poi la forza risanante dell’amore misericordioso del Salvatore in pagine toccanti come quella della pecorella smarrita e del figlio prodigo (cfr Lc 15).
Di questo annuncio il nostro tempo ha più che mai bisogno. Esprimo, dunque, il mio fervido incoraggiamento a codesta Comunità, perché l’impegno per la nuova evangelizzazione sia sempre più forte ed incisivo. Esorto anche a proseguire e sviluppare le iniziative ecumeniche che sono state avviate con alcune Chiese Ortodosse in termini di collaborazione sul piano delle opere di carità, della cultura teologica, della pastorale. Il Congresso Internazionale su san Luca rappresenti una tappa significativa nel cammino di codesta Chiesa, aiutandola a radicarsi sempre più nel terreno della Parola di Dio e ad aprirsi con rinnovato slancio alla comunione e alla missione.
Con tali auspici, imparto di cuore a Lei, venerato Fratello, ed a quanti sono affidati alle sue cure pastorali, una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 15 Ottobre 2000

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21 SETTEMBRE – SAN MATTEO, APOSTOLO ED EVANGELISTA

http://www.unavoce-ve.it/pg-21set.htm

21 SETTEMBRE – SAN MATTEO, APOSTOLO ED EVANGELISTA

di dom Prosper Guéranger

La chiamata del Signore.

« La vocazione del pubblicano che Gesù invita a seguirlo è tutto un mistero » dice sant’Ambrogio (Commento su san Luca l. v, c. 5). Già parecchie feste di apostoli ci hanno descritta la loro chiamata. ma oggi vediamo chiamare un pubblicano, uno degli uomini che il popolo detestava, perché esigeva per conto di Erode Antipa le tasse di dogana, dazio e pedaggio. Sant’Ambrogio ce lo presenta « avaro e duro, intento a volgere a suo profitto il salario dei braccianti, le pene e i pericoli dei marinai ». Forse sant’Ambrogio è troppo severo e gli attribuisce i difetti dei suoi colleghi, ma, comunque sia, Gesù passò vicino al suo banco di doganiere, a Cafarnao, lo osservò attentamente e gli disse senz’altro: « Seguimi! ».

La risposta di san Matteo.
Nella parola di Gesù vi sono autorità e tenerezza insieme e l’anima di Matteo, che era retta, fu illuminata da Dio e, lasciato tutto, abbandonato ad un altro l’ufficio, seguì il Signore. Egli meritò così il nome di Matteo, che vuoi dire il donato, ma il dono di Dio avrebbe poi superato di molto il dono che egli aveva fatto di se stesso. Dio era venuto a scegliere sulla terra quanto vi era di più umile e di più disprezzato, per la funzione sociale che compiva, per farne un principe del suo popolo (Sal 112) e dargli la dignità più alta che vi sia al mondo, dopo la Maternità divina, la dignità di Apostolo!

La riconoscenza.
Matteo volle festeggiare la sua chiamata con una grande cena alla quale invitò, non soltanto il Signore e i discepoli, ma anche tutti i suoi amici pubblicani, che furono numerosi al banchetto. Gesù si prestò ad un avvicinamento, che gli permetteva di proseguire la predicazione sul peccato e sul potere che aveva di perdonarlo, ma questo era un bello scandalo per la giustizia sdegnosa e rigida dei farisei, che trattavano come peccatori tutti quelli che non vivevano come loro, e non poterono tacere il loro stupore e la loro disapprovazione.

La risposta di Gesù.
Con la semplicità e bontà che consola chi è giudicato male e nello stesso tempo illumina chi è stato troppo severo, il Signore rispose: « Non coloro che stanno bene hanno bisogno del medico, ma i malati: io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori ». Il Signore è medico, medico dei corpi e più ancora medico delle anime. Se chi è malato ricorre a lui, chi può rimproverarlo? Il medico presta la sua opera a chi lo avvicina: è cosa regolarissima. Gesù è venuto in questo mondo per guarire e restituire la salute, per guarire chi sente di aver bisogno di guarigione. Chi sta bene, o crede di star bene, non ha bisogno del medico e il Signore non è venuto per lui. Chi si crede giusto non ha bisogno delle sue misericordie ed egli si dedica ai peccatori: è venuto per invitarli a penitenza. Infelice chi crede di bastare a se stesso! » (Dom Delatte, L’Evangelo, I, 240, Mame, 1922).

L’Apostolo.
Matteo seguì il Maestro e restò per tre anni in intimità con lui, attento al suo insegnamento, testimone dei suoi miracoli e della sua Risurrezione. Dopo la Pentecoste partì, come gli altri Apostoli, per evangelizzare il mondo. Sant’Ambrogio e san Paolino da Nola parlano della sua predicazione in Persia. Pare sia morto in Etiopia donde il suo corpo sarebbe stato portato a Salerno e la chiesa cattedrale salernitana è a lui dedicata. Clemente di Alessandria lo dice di grande austerità di vita e la tradizione afferma che morì martire, per aver sostenuto i diritti della verginità consacrata a Dio.

L’Evangelista.
La Chiesa sarà sempre riconoscente a san Matteo perché scrisse per il primo, e cioè prima del 70, l’insegnamento che aveva ascoltato dalla bocca stessa del Signore e che, dopo l’Ascensione, era trasmesso oralmente.
Lo scrisse in aramaico per i Giudei già convertiti, ma anche per tutti coloro che non avevano voluto riconoscere in Gesù il Messia promesso ai padri. Egli si propose di dimostrare che il Crocifisso del Calvario era l’erede delle promesse fatte a Davide, il Messia annunziato dai Profeti, colui che era venuto a fondare il vero regno di Dio. Si rivolse anche a tutti i cristiani e anche a noi, che consideriamo il Vangelo la « buona novella per eccellenza, la sola, parlando con esattezza, che esista al mondo: l’annunzio che l’uomo, chiamato prima all’amicizia e alla vita di Dio, poi decaduto da tanta grandezza, vi era riportato dal Figlio di Dio » (Dom Delatte, L’Evangelo, I, vii).

L’umiltà.
Come piacque al Signore la tua umiltà! Ti meritò di essere oggi così grande nel regno dei cieli (Mt 18,1-4), fece di te il confidente dell’Eterna Sapienza incarnata. La Sapienza del Padre, che si allontana dai prudenti e si rivela ai piccoli (ivi 11,25), rinnovò l’anima tua con la sua divina intimità e la riempì del vino nuovo della sua celeste dottrina (ivi 1,21-23). Tu avevi compreso così bene il suo amore che ti scelse per farti il primo storico della sua vita terrestre e mortale che per mezzo tuo l’Uomo-Dio si rivelò al mondo. Insegnamento magnifico il tuo (ivi 5-8) dice la Chiesa nella Messa, raccogliendo l’eredità di colei, che non seppe comprendere né il Maestro né i Profeti che l’annunziarono!

Preghiera.
Evangelista e martire della verginità, veglia sopra la parte eletta del gregge del Signore. Non dimenticare però nessuno di quelli ai quali insegni che l’Emmanuele ebbe il nome di Salvatore (1,21-23). Tutti i redenti ti venerano e ti pregano. Per la via tracciata, per merito tuo, nell’ammirabile Discorso della Montagna, conduci noi tutti al regno dei cieli, che la tua penna ispirata così spesso ricorda.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1096-1099

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SAN LUCA E MARIA

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SAN LUCA E MARIA

Inserito Mercoledi 22 Giugno 2011,

dal libro di Pier Luigi Guiducci, Camminare con «Lei», Editrice Elle Di Ci, Leumann 1988, pp. 47-51.

L’evangelista Luca (forma contratta di Lucano) non è un ebreo. Fin dal sec. II la tradizione lo indica come siriano, nativo di Antiochia. Medico, si converte al cristianesimo o al tempo della fuga dei cristiani da Gerusalemme per la persecuzione giudea che vede il martirio di Stefano (At 7,54-60), o durante l’apostolato di Barnaba e Paolo ad Antiochia intorno al 43-44 d.C.
Diventa discepolo e collaboratore di Paolo. Negli anni 49-50 e 52-53 è con l’apostolo nel secondo viaggio; e nel terzo (anni 53-58) sta con lui anche a Gerusalemme dove incontra i primi testimoni di Cristo. Rimane poi due anni (58-60) in Palestina, a Cesarea, per aiutare Paolo in prigionia.
Il suo impegno e la fedeltà verso l’apostolo sono testimoniati, tra l’altro, da un passo della seconda lettera di Paolo a Timoteo: «…solo Luca è con me» (2 Tm 4,11).
Tra il 65 e il 70 d C. Luca prepara il testo del Vangelo,1 iniziativa che ha già due precedenti in Marco e in Matteo. Successivamente scrive gli «Atti degli Apostoli»2 terminati o prima della fine della detenzione di Paolo a Roma, o dopo la morte dell’apostolo, avvenuta nell’anno 67 d.C.

Particolarità del prologo evangelico lucano
Osservando, in particolare, l’inizio del Vangelo di Luca un dato colpisce subito lo studioso.
Mentre Marco presenta un prologo da catechista (sintesi cristologica con finalità catechetica), Matteo un prologo da scriba (aperto alla sensibilità giudaica dei suoi destinatari annota i vari rapporti tra Gesù e il popolo giudaico), Giovanni un prologo da teologo (rapporto tra Gesù di Nazaret e il Padre: prima e durante l’Incarnazione), Luca, invece, intende imprimere un taglio da storico.
Che significa questo? Vuol dire che:
- osservando i diversi tentativi di raccolta di fatti e parole di Gesù (Lc 1,1) attraverso scritti aventi una finalità catechetica;
- meditando sulla caratteristica degli avvenimenti inerenti il Figlio di Dio;
- e avendo come primaria fonte documentaria gli stessi testimoni dell’evento redentivo, i quali rivestono il ruolo di ministri della Parola,3
l’azione di Luca tende a collegare in modo esplicito la realtà e gli effetti dell’Incarnazione con la diakonia dei primi evangelizzatori. Il «tempo di Gesù» ha il suo naturale proseguimento nel «tempo della Chiesa», in una visione unitaria della Storia della Salvezza.

La metodologia
Per raggiungere il suo obiettivo, Luca sviluppa un metodo di lavoro articolato secondo alcune fasi:
- ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi (Lc 1,3);
- stesura di un resoconto ordinato;
- collocazione degli eventi nell’ambito di un impegno catechetico al fine di confermare nella fede i nuovi cristiani (Lc 1,4).

L’importanza delle fonti
Evidentemente, davanti a un impegno così serio di preparazione del vangelo, scatta in chi legge il prologo di Luca un vivo interesse a conoscere le fonti utilizzate dallo scrittore.
Gli studiosi ne hanno evidenziate alcune: precedenti vangeli,4 documenti di provenienza palestinese e gerosolimitana in specie, testimoni della «vicenda Gesù» attivi all’interno delle prime Chiese locali.
Unitamente a ciò, determinati dati informativi rappresentano di fatto una indicazione offerta dallo stesso evangelista.
Luca infatti sottolinea che:
- le sue ricerche vengono effettuate fin dall’inizio dei fatti descritti (un’ora storica, cioè, che vede profondamente coinvolta la Vergine Maria);
- la Madre di Gesù conserva (e quindi ricorda anche bene) nel suo cuore una serie di avvenimenti (Lc 2,19.51);
- la Madonna ha collegamenti sia con parenti (cf Lc 1,39-40; 8,19), sia con donne (cf At 1,14), sia con gli apostoli (cf At 1,13), sia con la prima comunità cristiana nel suo insieme (At 1-2).

Persone vicine a Maria e possibile colloquio con lei
A questo punto si potrebbe trarre una prima conseguenza. Se Maria è stata presente in alcuni momenti comunitari della vita ecclesiale, non deve essere stato difficile per Luca avvicinare persone che hanno conosciuto la Madre di Dio (gli apostoli, principalmente), o comunque non è da scartare la conoscenza lucana di una trasmissione di quei resoconti che racchiudono il «vangelo dell’infanzia», attuatasi con scritti apologetici gerosolimitani.5
L’approfondimento terminerebbe qui se il Vangelo di Luca non riservasse, invece, altre sorprese. Il testo dell’evangelista, infatti, specie nella parte iniziale, non si limita a descrivere con cura una serie di eventi indicando, contemporaneamente, una chiave di lettura.
Offre qualcosa di più. Dona anche annotazioni su stati d’animo della Vergine,6 su realtà intime.
Nascono di qui alcune considerazioni.
Quando Luca scrive il Vangelo, Zaccaria ed Elisabetta – già in età inoltrata all’epoca dell’annuncio della nascita del Battista – sono morti da tempo.
Dei pastori di Betlemme, testimoni della nascita di Gesù, potevano esser vivi solo i più giovani. Come rintracciarli?
Simeone, che abbraccia il Messia presentato al Tempio, era già allora alla vigilia dell’incontro con il Padre. Anna aveva 84 anni quando profetizza sul piccolo Gesù.
Morti i dottori che avevano colloquiato con «quel» Dodicenne. Tornato alla Patria celeste anche Giuseppe, padre legale del Cristo.
Chi poteva essere, allora, il testimone degli inizi?

Le realtà intime
Non basta. I dati di Luca riferiscono su quanto avviene all’interno della casa di Maria al tempo del fidanzamento e della vita nascosta. Riportano inoltre:
- il segreto del cuore e delle parole di Zaccaria, di Elisabetta, di Simeone;
- I’ansia della Madre durante lo smarrimento di Gesù.
C’è, poi, un fatto rilevante. Chi avrebbe osato affèrmare che, proprio in occasione di quello smarrimento, Maria e Giuseppe non avevano compreso il senso della risposta del Cristo?7

Qualche considerazione
Si può così trarre qualche orientamento dall’insieme dei dati raccolti.
Certamente l’evangelista Luca può aver conosciuto parenti di Gesù e donne vicine a Maria. Da essi (cf però anche Mc 6,1-6) può derivare, ad esempio, I’indicazione delle difficoltà che il Cristo incontra a Nazaret (Lc 4,14-30).
Ma tutto ciò non ostacola la valorizzazione di una contemporanea fonte di notizie: Maria stessa.8 Tale idea si conferma ogni volta che, leggendo lo scritto di Luca, ci si incontra con le impressioni, i pensieri, i moti intimi del cuore della Madre di Dio.9
Colpisce inoltre: l’attenzione tutta femminile nel ricordare le date collegate a gravidanze,10 la delicatezza con la quale ci si avvicina nel testo alla maternità di Elisabetta, l’affettuoso rispetto per Giuseppe,11 le parole di elogio nei confronti di persone incontrate negli anni dell’infanzia di Gesù…
Deriva di qui un fatto importante: la presenza di Maria nella vita della Chiesa vede anche l’influenza profonda della «testimone» sui primi evangelizzatori.
Ed è bello pensare, come qualcuno ha scritto, a una voluta conservazione dello stile ebraico12 nei primi due capitoli del Vangelo di Luca. Proprio allo scopo di non disperdere,13 di non dimenticare il timbro, la tonalità, il fremito, di una specifica voce femminile. Di «quella» voce.

NOTE SUL SITO

SAN MATTEO APOSTOLO ED EVANGELISTA – 21 SETTEMBRE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/21550

SAN MATTEO APOSTOLO ED EVANGELISTA

21 SETTEMBRE

I SECOLO DOPO CRISTO

Matteo, chiamato anche Levi, viveva a Cafarnao ed era pubblicano, cioè esattore delle tasse. Seguì Gesù con grande entusiasmo, come ricorda San Luca, liberandosi dei beni terreni. Ed è Matteo che nel suo vangelo riporta le parole Gesù: »Quando tu dai elemosina, non deve sapere la tua sinistra quello che fa la destra, affinché la tua elemosina rimanga nel segreto… « . Dopo la Pentecoste egli scrisse il suo vangelo, rivolto agli Ebrei, per supplire, come dice Eusebio, alla sua assenza quando si recò presso altre genti. Il suo vangelo vuole prima di tutto dimostrare che Gesù è il Messia che realizza le promesse dell’ Antico Testamento, ed è caratterizzato da cinque importanti discorsi di Gesù sul regno di Dio. Probabilmente la sua morte fu naturale, anche se fonti poco attendibili lo vogliono martire di Etiopia.

Patronato: Banchieri, Contabili, Tasse
Etimologia: Matteo = uomo di Dio, dall’ebraico
Emblema: Angelo, Spada, Portamonete, Libro dei conti

Martirologio Romano: Festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, che, detto Levi, chiamato da Gesù a seguirlo, lasciò l’ufficio di pubblicano o esattore delle imposte e, eletto tra gli Apostoli, scrisse un Vangelo, in cui si proclama che Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo, ha portato a compimento la promessa dell’Antico Testamento.
Non si capisce subito il disprezzo per i pubblicani, ai tempi di Gesù, nella sua terra: erano esattori di tasse, e non si detesta qualcuno soltanto perché lavora all’Intendenza di finanza. Ma gli ebrei, all’epoca, non pagavano le tasse a un loro Stato sovrano e libero, bensì agli occupanti Romani; devono finanziare chi li opprime. E guardano all’esattore come a un detestabile collaborazionista.
Matteo fa questo mestiere in Cafarnao di Galilea. Col suo banco lì all’aperto. Gesù lo vede poco dopo aver guarito un paralitico. Lo chiama. Lui si alza di colpo, lascia tutto e lo segue. Da quel momento cessano di esistere i tributi, le finanze, i Romani. Tutto cancellato da quella parola di Gesù: « Seguimi ».
Gli evangelisti Luca e Marco lo chiamano anche Levi, che potrebbe essere il suo secondo nome. Ma gli danno il nome di Matteo nella lista dei Dodici scelti da Gesù come suoi inviati: “Apostoli”. E con questo nome egli compare anche negli Atti degli Apostoli.
Pochissimo sappiamo della sua vita. Ma abbiamo il suo Vangelo, a lungo ritenuto il primo dei quattro testi canonici, in ordine di tempo. Ora gli studi mettono a quel posto il Vangelo di Marco: diversamente dagli altri tre, il testo di Matteo non è scritto in greco, ma in lingua “ebraica” o “paterna”, secondo gli scrittori antichi. E quasi sicuramente si tratta dell’aramaico, allora parlato in Palestina. Matteo ha voluto innanzitutto parlare a cristiani di origine ebraica. E ad essi è fondamentale presentare gli insegnamenti di Gesù come conferma e compimento della Legge mosaica.
Vediamo infatti – anzi, a volte pare proprio di ascoltarlo – che di continuo egli lega fatti, gesti, detti relativi a Gesù con richiami all’Antico Testamento, per far ben capire da dove egli viene e che cosa è venuto a realizzare. Partendo di qui, l’evangelista Matteo delinea poi gli eventi del grandioso futuro della comunità di Gesù, della Chiesa, del Regno che compirà le profezie, quando i popoli « vedranno il Figlio dell’Uomo venire sopra le nubi del cielo in grande potenza e gloria » (24,30).
Scritto in una lingua per pochi, il testo di Matteo diventa libro di tutti dopo la traduzione in greco. La Chiesa ne fa strumento di predicazione in ogni luogo, lo usa nella liturgia. Ma di lui, Matteo, sappiamo pochissimo. Viene citato per nome con gli altri Apostoli negli Atti (1,13) subito dopo l’Ascensione al cielo di Gesù. Ancora dagli Atti, Matteo risulta presente con gli altri Apostoli all’elezione di Mattia, che prende il posto di Giuda Iscariota. Ed è in piedi con gli altri undici, quando Pietro, nel giorno della Pentecoste, parla alla folla, annunciando che Gesù è « Signore e Cristo ». Poi, ha certamente predicato in Palestina, tra i suoi, ma ci sono ignote le vicende successive. La Chiesa lo onora come martire.

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S. MARCO EVANGELISTA (I secolo) – 25 APRILE

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S. MARCO EVANGELISTA (I secolo) – 25 APRILE

S. Marco fu il cooperatore di S. Paolo e l’ausiliare di S. Pietro nella predicazione del Vangelo. Nel Nuovo Testamento ora è chiamato col nome ebraico di Giovanni, ora col nome latino di Marco, ora Giovanni Marco. I migliori interpreti della Scrittura ritengono che si tratti sempre della medesima persona, non essendo raro il caso di ebrei aventi due nomi, come l’apostolo dei gentili che si chiamava Saulo e Paolo.

Non sappiamo nulla della sua infanzia trascorsa forse a Cipro insieme con il cugino Barnaba (Col. 4,10), di stirpe levitica. Gli Atti degli Apostoli parlano per la prima volta di lui in occasione della miracolosa liberazione di Simon Pietro dal carcere. Rientrato in se stesso, l’apostolo « dopo aver riflettuto, si recò in casa di Maria, madre di Giovanni, soprannominato Marco, dove molti erano radunati e stavano pregando » (12,12). In quella casa alcuni hanno voluto ravvisare il Cenacolo. Molti hanno identificato Marco con quel ragazzo che, « avvolto il corpo nudo in un fine indumento di lino », seguiva Gesù nella notte del tradimento. Per sfuggire all’arresto, abbandonò l’indumento in mano agli sgherri appena lo afferrarono (Me. 14, 5ls). Non è improbabile che a Gerusalemme, dove abitava, abbia assistito a qualche discorso o a qualche miracolo operato da Gesù a conferma della sua dottrina. Ippolito romano afferma in Philosophumena (VII, 30, 1) che Marco sarebbe stato « dalle dita monche ». Siccome S. Pietro nella prima lettera che scrisse da Babilonia, cioè Roma, ai cristiani dell’Asia settentrionale chiama « Marco, figlio mio » (5,13), si ritiene che lo abbia battezzato personalmente, dopo la Pentecoste.
L’evangelista debuttò nella vita apostolica sotto gli auspici di suo cugino Barnaba e di Paolo, i quali lo condussero con sé ad Antiochia dopo che ebbero consegnato agli anziani di Gerusalemme la colletta che avevano portato (Atti, XII, 25). Data la sua giovane età, non fu adibito subito nel ministero della predicazione. Egli fu piuttosto responsabile dei servizi logistici, esterni, del loro apostolato. Nel loro primo viaggio missionario lo presero con sé. Attesta S. Luca: « Quando poi furono a Salamina (Cipro) cominciarono a diffondere la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei e avevano per cooperatore Giovanni » (Atti, 13, 5). Il coraggio di costui però venne ben presto meno di fronte alle persecuzioni degli ebrei e alle estenuanti fatiche del viaggio a piedi. Infatti, « partiti per mare da Pafo, Paolo e compagni giunsero a Perge in Panfilia, ma Giovanni si distaccò da loro e se ne tornò a Gerusalemme » (Ivi, 13,13). Nel 52, al momento del secondo viaggio missionario, Marco era di nuovo ad Antiochia. Barnaba avrebbe desiderato averlo in sua compagnia, « ma Paolo giudicò più conveniente di non riprendere con sé colui che in Panfilia si era separato da loro rifiutandosi di proseguire con essi nell’impresa. Ne derivò tale dissenso, che si separarono l’uno dall’altro: Barnaba prese con sé Marco e s’imbarcò alla volta di Cipro, Paolo, invece, si scelse Sila… e percorse la Siria e la Cilicia consolidando quelle Chiese » (Ivi, 15, 37-41).
A partire da questo momento gli Atti degli Apostoli non ci parlano più di Marco. E’ certo tuttavia che Paolo dimenticò presto i dissensi di Antiochia. Verso il 61 o 62, durante la sua prima prigionia romana, troviamo difatti Marco di nuovo in sua compagnia. Ai Colossesi scrisse in quel tempo l’apostolo: « Vi saluta Aristarco, il mio compagno di prigione, e Marco, il cugino di Barnaba (intorno al quale avete ricevuto ordini; qualora venisse da voi, ricevetelo), e Gesù detto il Giusto, i quali sono della circoncisione; fra questi sono i soli miei collaboratori per il regno di Dio, in quanto mi sono stati di consolazione » (4, 10s). Un anno o due più tardi, Marco attendeva all’evangelizzazione dei romani con S. Pietro. L’apostolo, nella lettera scritta agli abitanti dell’Asia del nord, ai suoi saluti unì anche quelli del « suo figlio, Marco » (1 Pt. 5,13). Questa è una dimostrazione evidente che l’attività di lui in Oriente era stata molteplice e vasta dopo il suo ritorno da Cipro verso il 50. Dovette ritornarvi prima della persecuzione scatenata da Nerone nel 64, dopo l’incendio di Roma. Nel 66, durante la sua seconda prigionia romana, Paolo scrisse difatti a Timoteo, residente ad Efeso: « Affrettati a venire da me al più presto… Solo Luca è con me. Prendi Marco e conducilo con te, perché mi è utile per il ministero » (2 Tim. 4, 9-11).
Antiche tradizioni abbastanza attendibili asseriscono che, negli anni successivi al martirio dei Principi degli Apostoli, S. Marco abbia evangelizzato l’Egitto, vi abbia fondato la chiesa di Alessandria di cui sarebbe stato il primo vescovo. Non ci è noto il tempo e il genere della sua morte. Mercanti veneti nell’828 trafugarono le reliquie dell’evangelista, in onore del quale, l’anno successivo, a Venezia, fu costruita una basilica in seguito ampliata e rivestita di mosaici. Il principe saraceno di Alessandria, per poter costruire un grande palazzo, aveva deciso di abbattere un gruppo di edifici tra i quali si trovava quello che conservava il corpo del santo. Per evitarne la profanazione, il monaco Staurazio e il prete Teodoro, s’accordarono con i mercanti Buono da Malamocchio e Rufino di Torcello i quali deposero i resti di S. Marco in una cesta e li ricoprirono di carni suine per eludere il controllo dei doganieri maomettani.
Tutti gli studiosi ammettono concordi che il secondo vangelo, il più breve di tutti, fu scritto da S. Marco, il quale, come fu l’ausiliare di S, Pietro nella predicazione in Asia e a Roma, così ne fu pure l’interprete e il portavoce autorizzato. Nel suo Vangelo, perciò, non ci ha trasmesso altro che la catechesi del primo papa, tale e quale egli la predicava ai primi cristiani. Difatti Papia, vescovo di Gerapoli all’inizio del II secolo, dice espressamente, riportando le affermazioni di un certo presbitero Giovanni: « Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse esattamente, ma senza ordine quando si ricordò delle cose o pronunziate o operate dal Signore. Egli infatti né udì il Signore, né lo seguì, ma più tardi, come ho detto, seguì Pietro, il Quale faceva le istruzioni secondo le necessità, senza voler fare un coordinamento dei detti del Signore; cosicché Marco non ha colpa se scrisse alcune cose come ricordava. Ad un solo punto fece attenzione, a non tralasciare nulla di quanto aveva udito e a non mentire » (in Eusebio, Hist. Eccl., III, 39, 15).
Marco scrisse il suo Vangelo a Roma, tra il 55 e il 62, in seguito alle istanze di molti cristiani, convertiti dal paganesimo, per dimostrare che Gesù è vero Dio con una vivace descrizione dei miracoli da lui operati.

Sac. Guido Pettinati SSP,

 

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SAN LUCA EVANGELISTA – 18 OTTOBRE

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SAN LUCA EVANGELISTA

18 OTTOBRE

ANTIOCHIA DI SIRIA – ROMA (?) – PRIMO SECOLO DOPO CRISTO

Figlio di pagani, Luca appartiene alla seconda generazione cristiana. Compagno e collaboratore di san Paolo, che lo chiama «il caro medico», è soprattutto l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli. Al suo Vangelo premette due capitoli nei quali racconta la nascita e l’infanzia di Gesù. In essi risalta la figura di Maria, la «serva del Signore, benedetta fra tutte le donne». Il cuore dell’opera, invece, è costituito da una serie di capitoli che riportano la predicazione da Gesù tenuta nel viaggio ideale che lo porta dalla Galilea a Gerusalemme. Anche gli Atti degli Apostoli descrivono un viaggio: la progressione gloriosa del Vangelo da Gerusalemme all’Asia Minore, alla Grecia fino a Roma.
Protagonisti di questa impresa esaltante sono Pietro e Paolo. A un livello superiore il vero protagonista è lo Spirito Santo, che a Pentecoste scende sugli Apostoli e li guida nell’annuncio del Vangelo agli Ebrei e ai pagani. Da osservatore attento, Luca conosce le debolezze della comunità cristiana così come ha preso atto che la venuta del Signore non è imminente. Dischiude dunque l’orizzonte storico della comunità cristiana, destinata a crescere e a moltiplicarsi per la diffusione del Vangelo. Secondo la tradizione, Luca morì martire a Patrasso in Grecia.

Patronato: Artisti, Pittori, Scultori, Medici, Chirurghi
Etimologia: Luca = nativo della Lucania, dal latino

Emblema: Bue
Martirologio Romano: Festa di san Luca, Evangelista, che, secondo la tradizione, nato ad Antiochia da famiglia pagana e medico di professione, si convertì alla fede in Cristo. Divenuto compagno carissimo di san Paolo Apostolo, sistemò con cura nel Vangelo tutte le opere e gli insegnamenti di Gesù, divenendo scriba della mansuetudine di Cristo, e narrò negli Atti degli Apostoli gli inizi della vita della Chiesa fino al primo soggiorno di Paolo a Roma.
I medici-chirurghi sono cristianamente sotto la protezione dei Santi Cosma e Damiano, i martiri guaritori anargiri vissuti nel III secolo e attivi gratuitamente in Siria. Anche altri santi “minori “ sono invocati, specialmente per alcune branche specialistiche come l’oculistica e l’odontoiatria. Ma il principe patrono della categoria è, senza ombra di dubbio, San Luca evangelista, che una lunga tradizione vuole originario di Antiochia, tanto da essere denominato “il medico antiocheno”.
Come è noto, tale importante città, che corrisponde all’attuale Antakia nella Turchia sudorientale, fu fondata quale capitale del regno di Siria nel 301 a.C.; vi fiorì una numerosa colonia giudaica e fu poi sede di una delle più antiche comunità cristiane. Luca, il cui nome è probabilmente abbreviazione di Lucano, vi nacque come pagano, ma diventò proselita o quanto meno simpatizzante della religione ebraica.
Egli non era discepolo di Gesù di Nazaret; si convertì dopo, pur non figurando nemmeno come uno dei primitivi settantadue discepoli. Diventò membro della comunità cristiana antiochena, probabilmente verso l’anno 40. Fu poi compagno di San Paolo (Tarso, inizio I° secolo/ forse 8 d.C.-Roma, 67 ca.) in alcuni suoi viaggi. Lo si trova con l’apostolo delle genti a Filippi, Gerusalemme e Roma. Sostanzialmente suo discepolo, condivise la visione universale paolina della nuova religione e, allorché decise di scrivere le proprie opere, lo fece soprattutto per le comunità evangelizzate da Paolo, ossia in genere per convertiti dal paganesimo. Si incontrò tuttavia anche con San Giacomo il Minore, capo della Chiesa di Gerusalemme, con San Pietro, più a lungo con San Barnaba e forse con San Marco.
La qualifica di medico attribuita a Luca viene confermata, secondo gli studiosi, dall’esame interno delle sue opere. La sua cultura e la preparazione specifica erano sicuramente note tra le comunità di cui faceva parte; potrebbe addirittura avere curato la Madre del Signore. Certamente la sua cultura generale e la sua esperienza degli uomini erano piuttosto notevoli. Prove ne siano lo stile e l’uso della lingua greca nonché la struttura stessa dei suoi scritti: il terzo Vangelo e gli Atti degli Apostoli. La data di composizione degli Atti viene fatta risalire agli anni 63-64, quella del Vangelo ad un anno o due prima. Luca coltivava anche l’arte e la letteratura. Un’antica tradizione lo vuole addirittura autore di alcune “Madonne” che si venerano ancora ai nostri giorni, come in Santa Maria Maggiore a Roma.
Egli è il solo evangelista a dilungarsi sull’infanzia di Gesù ed a narrare episodi della vita della Madonna che gli altri tre non hanno riferito. Le fonti della sua narrazione furono i racconti dei discepoli e delle donne che vissero al seguito di Gesù; quasi sicuramente i Vangeli di Matteo e di Marco, che lui conosceva. Con la precisione cronologica e spesso geografica con la quale riferì delle vicende del Vangelo, così egli, insieme a tanta passione, raccontò negli Atti i primi passi della comunità cristiana dopo la Pentecoste.
Per alcuni studiosi Luca avrebbe scritto parecchio nella regione della Beozia, regione dell’antica Grecia confinante a sud con il golfo di Corinto e l’Attica. Tale regione fu sede di regni importanti come quello di Tebe. Per i Greci addirittura l’evangelista sarebbe morto in quei luoghi all’età di ottantaquattro anni, senza essersi mai sposato e senza avere avuto figli. Per altri invece egli sarebbe morto in Bitinia, regione nord-occidentale dell’odierna Turchia.
Per la verità nulla di certo si sa della vita di Luca dopo la morte di San Paolo. Addirittura non si conosce sicuramente se egli abbia terminato la propria esistenza terrena con una morte naturale oppure come martire appeso ad un olivo. Ovviamente ignoto è il luogo della prima sepoltura. Vi sono tre città soprattutto che si appellano ad una tradizione di traslazione del corpo dell’evangelista: Costantinopoli, Padova e Venezia. Sono città quindi intorno alle quali e dalle quali si diffuse il suo culto. Recentissimi studi avrebbero dimostrato che sue sono le spoglie mortali, eccezione fatta per il capo, conservate a Padova nella basilica benedettina di Santa Giustina. In tale città veneta sarebbero giunte per sottrarle alla distruzione degli iconoclasti e là già nel XIV secolo fu per loro costruita una cappella ed un’Arca, detta appunto di San Luca.
II simbolo di San Luca evangelista è il vitello, animale sacrificale. II 18 ottobre viene celebrata nella Chiesa universale la sua solennità, la solennità di Colui che Dante ha definito lo “scriba della mansuetudine di Cristo” per il predominio, nel suo Vangelo, di immagini di mitezza, di gioia e di amore.

Autore: Mario Benatti

Publié dans:Santi, Santi Evangelisti |on 17 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI : SAN MATTEO APOSTOLO – 21 SETTEMBRE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060830_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 30 agosto 2006

SAN MATTEO APOSTOLO – 21 SETTEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie dei ritratti dei dodici Apostoli, che abbiamo cominciato alcune settimane fa, oggi ci soffermiamo su Matteo. Per la verità, delineare compiutamente la sua figura è quasi impossibile, perché le notizie che lo riguardano sono poche e frammentarie. Ciò che possiamo fare, però, è tratteggiare non tanto la sua biografia quanto piuttosto il profilo che ne trasmette il Vangelo.
Intanto, egli risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa “dono di Dio”. Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: “il pubblicano” (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: “Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9). Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano “Levi”. Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto “presso il mare” (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro.
Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo possiamo avanzare un paio di riflessioni. La prima è che Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di “pubblicani e peccatori” (Mt 9,10; Lc 15,1), di “pubblicani e prostitute” (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come “capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19,2), mentre l’opinione popolare li associava a “ladri, ingiusti, adulteri” (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l’importante dichiarazione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17).
Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Altrove, con la celebre parabola del fariseo e del pubblicano saliti al Tempio per pregare, Gesù indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina: mentre il fariseo si vanta della propria perfezione morale, “il pubblicano … non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»”. E Gesù commenta: “Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,13-14). Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza. A questo proposito, san Giovanni Crisostomo fa un’annotazione significativa: egli osserva che solo nel racconto di alcune chiamate si accenna al lavoro che gli interessati stavano svolgendo. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati mentre stanno pescando, Matteo appunto mentre riscuote il tributo. Si tratta di lavori di poco conto – commenta il Crisostomo – “poiché non c’è nulla di più detestabile del gabelliere e nulla di più comune della pesca” (In Matth. Hom.: PL 57, 363). La chiamata di Gesù giunge dunque anche a persone di basso rango sociale, mentre attendono al loro lavoro ordinario.
Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all’istante: “egli si alzò e lo seguì”. La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.
Ricordiamo, infine, che la tradizione della Chiesa antica è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo. Ciò avviene già a partire da Papia, Vescovo di Gerapoli in Frigia attorno all’anno 130. Egli scrive: “Matteo raccolse le parole (del Signore) in lingua ebraica, e ciascuno le interpretò come poteva” (in Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. III,39,16). Lo storico Eusebio aggiunge questa notizia: “Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza” (ibid., III, 24,6). Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione.

 

SAN MARCO EVANGELISTA – 25 APRILE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20850

SAN MARCO EVANGELISTA

25 APRILE

SEC. I

Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sè nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l’apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l’ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L’evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un’altra come martire, ad Alessandria d’Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell’828 nella città della Venezia. (Avvenire)

Patronato: Segretarie
Etimologia: Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino

Emblema: Leone
Martirologio Romano: Festa di san Marco, Evangelista, che a Gerusalemme dapprima accompagnò san Paolo nel suo apostolato, poi seguì i passi di san Pietro, che lo chiamò figlio; si tramanda che a Roma abbia raccolto nel Vangelo da lui scritto le catechesi dell’Apostolo e che abbia fondato la Chiesa di Alessandria.
La figura dell’evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s. Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l’arresto nell’orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l’annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l’Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste. Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale “mio figlio”.

Discepolo degli Apostoli e martirio
Nel 44 quando Paolo e Barnaba, parente del giovane, ritornarono a Gerusalemme da Antiochia, dove erano stati mandati dagli Apostoli, furono ospiti in quella casa; Marco il cui vero nome era Giovanni usato per i suoi connazionali ebrei, mentre il nome Marco lo era per presentarsi nel mondo greco-romano, ascoltava i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione del Vangelo ad Antiochia e quando questi vollero ritornarci, li accompagnò.
Fu con loro nel primo viaggio apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di raggiungere Antiochia, attraverso una regione inospitale e paludosa sulle montagnae del Tauro, Giovanni Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne tornò a Gerusalemme.
Cinque anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a Gerusalemme per difendere i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani volevano imporre la legge mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi della figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia; quando i due prepararono un nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse un altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò a Cipro con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli apostoli, perché nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i cristiani dell’Asia Minore, invia anche i saluti di Marco; egli divenne anche fedele collaboratore di Paolo e non esitò di seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta che Paolo era prigioniero in attesa di giudizio, l’apostolo parlò di lui, inviando i suoi saluti e quelli di “Marco, il nipote di Barnaba” ai Colossesi; e a Timoteo chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con sé Marco “perché mi sarà utile per il ministero”.
Forse Marco giunse in tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale dei Cesari, al servizio di Pietro, anch’egli presente a Roma. Durante gli anni trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla a uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e anche la rudezza di un racconto popolare.
Affermatosi solidamente la comunità cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e segretario, ad evangelizzare l’Italia settentrionale; ad Aquileia Marco convertì Ermagora, diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato, s’imbarcò e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo nucleo della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo salutò: “Pax tibi Marce evangelista meus” e gli promise che in quelle isole avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.
Secondo un’antichissima tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d’Egitto, qui Marco fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di Alessandria subì il martirio, sotto l’imperatore Traiano (53-117); fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta una ferita sanguinante.
Dopo una notte in carcere, dove venne confortato da un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile verso l’anno 72, secondo gli “Atti di Marco” all’età di 57 anni; ebrei e pagani volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere, permettendo così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a Bucoli in una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del Canopo.

Il Vangelo
Il Vangelo scritto da Marco, considerato dalla maggioranza degli studiosi come “lo stenografo” di Pietro, va posto cronologicamente tra quello di s. Matteo (scritto verso il 40) e quello di s. Luca (scritto verso il 62); esso fu scritto tra il 50 e il 60, nel periodo in cui Marco si trovava a Roma accanto a Pietro.
È stato così descritto: “Marco come fu collaboratore di Pietro nella predicazione del Vangelo, così ne fu pure l’interprete e il portavoce autorizzato nella stesura del medesimo e ci ha per mezzo di esso, trasmesso la catechesi del Principe degli Apostoli, tale quale egli la predicava ai primi cristiani, specialmente nella Chiesa di Roma”.
Il racconto evangelico di Marco, scritto con vivacità e scioltezza in ognuno dei sedici capitoli che lo compongono, seguono uno schema altrettanto semplice; la predicazione del Battista, il ministero di Gesù in Galilea, il cammino verso Gerusalemme e l’ingresso solenne nella città, la Passione, Morte e Resurrezione.
Tema del suo annunzio è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli. Momento culminante del suo Vangelo, è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”, è la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo.

Le vicende delle sue reliquie – Patrono di Venezia
La chiesa costruita al Canopo di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, fu incendiata nel 644 dagli arabi e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria, Agatone (662-680), e Giovanni di Samanhud (680-689).
E in questo luogo nell’828, approdarono i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s’impadronirono delle reliquie dell’Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia, dove giunsero il 31 gennaio 828, superando il controllo degli arabi, una tempesta e l’arenarsi su una secca.
Le reliquie furono accolte con grande onore dal doge Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge delle Isole di Rialto, Agnello; e riposte provvisoriamente in una piccola cappella, luogo oggi identificato dove si trova il tesoro di San Marco.
Iniziò la costruzione di una basilica, che fu portata a termine nell’832 dal fratello Giovanni suo successore; Dante nel suo memorabile poema scrisse. “Cielo e mare vi posero mano”, ed effettivamente la Basilica di San Marco è un prodigio di marmi e d’oro al confine dell’arte.
Ma la splendida Basilica ebbe pure i suoi guai, essa andò distrutta una prima volta da un incendio nel 976, provocato dal popolo in rivolta contro il doge Candiano IV (959-976) che lì si era rifugiato insieme al figlio; in quell’occasione fu distrutto anche il vicino Palazzo Ducale.
Nel 976-978, il doge Pietro Orseolo I il Santo, ristrutturò a sue spese sia il Palazzo che la Basilica; l’attuale ‘Terza San Marco’ fu iniziata invece nel 1063, per volontà del doge Domenico I Contarini e completata nei mosaici e marmi dal doge suo successore, Domenico Selvo (1071-1084).
La Basilica fu consacrata nel 1094, quando era doge Vitale Falier; ma già nel 1071 s. Marco fu scelto come titolare della Basilica e Patrono principale della Serenissima, al posto di s. Teodoro, che fino all’XI secolo era il patrono e l’unico santo militare venerato dappertutto.
Le due colonne monolitiche poste tra il molo e la piazzetta, portano sulla sommità rispettivamente l’alato Leone di S. Marco e il santo guerriero Teodoro, che uccide un drago simile ad un coccodrillo.
La cerimonia della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25 aprile 1094, fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere, per ottenere il ritrovamento delle reliquie dell’Evangelista, delle quali non si conosceva più l’ubicazione.
Dopo la Messa celebrata dal vescovo, si spezzò il marmo di rivestimento di un pilastro della navata destra, a lato dell’ambone e comparve la cassetta contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si spargeva per la Basilica.
Venezia restò indissolubilmente legata al suo Santo patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che artiglia un libro con la già citata scritta: “Pax tibi Marce evangelista meus”, divenne lo stemma della Serenissima, che per secoli fu posto in ogni angolo della città ed elevato in ogni luogo dove portò il suo dominio.
San Marco è patrono dei notai, degli scrivani, dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici; la sua festa è il 25 aprile, data che ha fatto fiorire una quantità di detti e proverbi.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:Santi Evangelisti |on 24 avril, 2014 |Pas de commentaires »
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